lavoratori

  • Il food delivery alimenta il business della ristorazione meneghina e capitolina

    I galoppini in bicicletta fanno pedalare gli affari della ristorazione. A Milano e Roma, il food delivery ha portato a una crescita degli ordini, nel 2019, rispettivamente del 98% e del 91%.  «Questi risultati – spiega Matteo Sarzana, General Manager di Deliveroo Italia – confermano non soltanto il trend positivo registrato dalla nostra piattaforma. Ma sottolineano tutte le potenzialità del nostro settore, in termini di sviluppo della ristorazione e creazione di nuovi posti di lavoro». Sarzana sottolinea che «a crescere, infatti, non sono solo le città in cui il servizio è arrivato più recentemente, ma anche quelle, come appunto Milano e Roma, in cui Deliveroo, nonostante sia ormai un’abitudine consolidata, continua a crescere in termini di nuovi consumatori, aree del territorio raggiunte, nuovi ristoranti e frequenza dell’utilizzo della App».

    Riguardo i ristoranti delle due città in piattaforma, Milano guida la classifica dei ristoranti ‘live’ con più di 2.000 mentre a Roma i ristoranti da cui è possibile ordinare cibo a domicilio sono oltre 1.500. «Il numero dei ristoranti che scelgono di collaborare con la nostra piattaforma è aumentato considerevolmente nell’ultimo anno, fino a superare, in tutta Italia, quota 9.000», riferisce ancora Sarzana sottolineando che grazie al food delivery la piattaforma «rappresenta un canale di fatturato incrementale, che non impatta sui costi fissi, che rende più efficiente il servizio e consente di aumentare, in media, il giro d’affari del ristorante in media fino al 30%».

  • 106: the magic number

    Da anni sostengo come il problema dell’evasione fiscale rappresenti la giustificazione per una pessima gestione della pubblica amministrazione e della spesa pubblica nella sua articolata complessità.

    Lo stesso governo in carica, del resto, con l’estensione per i lavoratori dipendenti del bonus da 80 (Bonus Renzi) a 100 euro per tutte le fasce di reddito fino a 40.000 euro dichiarato (prima era fino a 27.000) ne rappresenta l’ultima conferma. Questo ennesimo capitolo di spesa pubblica ovviamente andrà interamente a pesare sulla crescita del debito pubblico nonostante una minima variazione del Pil con un ridicolo +0,2% compromettendo ulteriormente il rapporto debito pubblico e Pil che corre verso quota 2.500 miliardi ma soprattutto verso il 135% del Pil (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    Ora, dati statistici dimostrano come per i redditi medio bassi un lavoratore autonomo subisca una pressione fiscale fino a 106 volte superiore rispetto al dipendente (Il Sole 24 Ore del 22.01.2020).  Questa ricerca dimostra ancora una volta la disonestà intellettuale dei responsabili dei dicasteri economici degli ultimi vent’anni e dei partiti che quei governi hanno sostenuto. Solo nel 2019 hanno abbassato la saracinesca oltre 6.500 negozi e botteghe artigiane la cui uscita dal mondo del lavoro rappresenta un azzeramento di una importante quota del patrimonio culturale e professionale italiano. Per il 2020 le proiezioni statistiche confermano questo trend negativo.

    Una guerra commerciale tra attori con dotazioni impari in quanto se nasce dalla concorrenza con top player come GDO ed e-commerce questi si avvalgono di regimi fiscali che privilegiano proprio i concorrenti del dettaglio indipendente e dei piccoli artigiani. Questi nuovi soggetti allora, in particolare le società della grande distribuzione, venivano indicati come il futuro della distribuzione moderna ed avanzata. Ora invece che ad andare in crisi sono proprio quelle società della GDO ecco che la politica e i media si preoccupano, giustamente, dei contraccolpi occupazionali di tali ridimensionamenti (solo Auchan metterà in mobilità oltre 750 dipendenti).

    Risulta quindi evidente dalla crisi delle GDO come il dettaglio indipendente non venga sconfitto tanto dalla concorrenza di nuovi operatori distributivi (i quali certamente diminuiscono le marginalità) quanto dal regime fiscale adottato per favorire questi soggetti imprenditoriali. Una strategia politica chiara e della quale si dovrebbe chiedere conto soprattutto ai sindaci delle città, se non altro per la generosità con le quale hanno concesso i permessi per aperture di centri commerciali.

    Tornando alle ragioni articolate che determinano una battaglia concorrenziale assolutamente sbilanciata a sfavore del dettaglio indipendente, ecco come un regime fiscale oppressivo per il dettaglio indipendente presenti un moltiplicatore “106” (the magic number) che può addirittura aumentare nel caso in cui la famiglia risulti composta anche da figli a carico.

    Questi due fattori devastanti nella loro sintesi (pressione fiscale e scarsa produttività della spesa pubblica) condannano il nostro Paese ad un inesorabile declino studiato e voluto da un massimalismo ideologico. Non va dimenticato, infatti, come la spesa pubblica rappresenti assieme alla gestione del credito le prime due forme di potere assoluto: il primo in capo alla politica e il secondo al sistema bancario…(https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/). Una diarchia inattaccabile che ci destina non tanto al declino quanto all’estinzione.

  • Aumentano le aziende che accumulano ritardi oltre i 90 giorni nei pagamenti dovuti

    Secondo lo Studio Pagamenti svolto da CRIBIS, società del gruppo CRIF specializzata nella business information, il numero di imprese che paga i propri fornitori con più di 30 giorni di ritardo a settembre è cresciuto in quasi tutte le regioni italiane, con variazioni più elevate in Valle d’Aosta (+2,7 punti percentuali), Calabria (+1,9%) e Sardegna (+0,9%). Rispetto al 30 settembre del 2018, quest’anno la percentuale di imprese valdostane che salda i propri impegni con un ritardo superiore al mese è passato dall’8,4% all’11,1% mentre in Calabria la percentuale si è attestata al 22,8% rispetto al 20,9% del settembre dello scorso anno. In Sardegna i pagamenti con gravi ritardi sono aumentati dal 15,9% al 16,8%. Nel settembre di quest’anno CRIBIS ha rilevato un incremento dei pagamenti con ritardi superiori ai 30 giorni anche in Sicilia (+0,6 punti percentuali) da 21,9% a 22,5%, Basilicata (+0,5%) che sale a quota 15,3% e Veneto (+0,5%), dove il 7,2% delle imprese adempie ai propri obblighi economici verso i fornitori oltre un mese dopo la scadenza pattuita. In Piemonte questa percentuale è aumentata di appena 0,4 punti (9,1% delle aziende) così come in Friuli Venezia Giulia (8,7%). Rispetto allo scorso anno la situazione è sostanzialmente stabile in Lombardia (7% delle aziende con ritardi superiori a 30 giorni), Toscana (11,7%), Lazio (16,2%) e Campania, dove i ritardi gravi sono passati dal 20,1% al 20,2%.

    «È in controtendenza – spiega Marco Preti, amministratore delegato CRIBIS – il dato di Abruzzo (-1,6%), Molise (-1,1%) e Liguria (-0,9%), dove le imprese che pagano con ritardi superiori al mese sono diminuite molto più che in Puglia e Marche (-0,3% ciascuna) mentre sostanzialmente invariata (appena -0,1 punti percentuali) è la situazione riscontrata in Umbria, Trentino Alto Adige e Marche. Complessivamente il Nord-Est si conferma l’area più affidabile, con il 42,9% dei pagamenti regolari, mentre le imprese meridionali mostrano un comportamento più problematico con solo il 21,9% di aziende puntuali. Quasi speculare all’incremento dei pagamenti con ritardi gravi – aggiunge Preti – è stata la riduzione delle imprese che paga puntualmente alla scadenza, con cali più vistosi in Valle d’Aosta (-4,7 punti percentuali), Veneto (-3,5%) e Friuli Venezia Giulia (-2,9%). Per quel che concerne i settori produttivi, il commercio al dettaglio presenta la quota maggiore di imprese che assolve ai propri impegni con forti ritardi (17,6%), seguito dall’agricoltura caccia e pesca (11,6%) e da quelli minerario e dei servizi (10,1%)».

    In Italia, fanno notare da CRIBIS, le imprese che saldano i propri pagamenti con ritardi superiori ai 30 giorni sono l’11,5% (era l’11,3% nel settembre 2018) mentre sono più di un terzo (34,9%) quelle che rispettano i termini pattuiti, seppur in diminuzione rispetto al settembre dello scorso anno (36,3%).

  • Il Parlamento europeo approva tutele per i lavoratori a chiamata

    Con 466 sì, 145 no e 37 astenuti, il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una serie di tutele per i lavoratori a chiamata, a voucher o tramite piattaforme digitali (come Uber, Foodora o Deliveroo che tanto scandalo hanno sollevato in Italia nei mesi scorsi), nonché per i tirocinanti e gli apprendisti retribuiti se lavorano in media almeno tre ore alla settimana e 12 ore su quattro settimane. La legge, già concordata con i ministri Ue, lascia 3 anni agli Stati dell’Unione per implementare le norme che garantiscono una serie di diritti. Le nuove norme assicureranno maggiore trasparenza da parte dei datori di lavoro, che dovranno entro sette giorni informare i loro impiegati degli aspetti essenziali del loro lavoro (descrizione delle mansioni, data di inizio, durata, retribuzione, etc.), e ribalteranno la situazione alquanto precaria in cui si sono trovati finora questi lavoratori concedendo innanzitutto un livello minimo di prevedibilità sugli orari ed i giorni di lavoro. Si darà loro poi la possibilità di rifiutare un qualsiasi incarico lavorativo al di fuori degli orari prestabiliti, senza incorrere in alcuna conseguenza, e di poter accettare un altro lavoro, laddove gli orari non combacino con quelli già stabiliti dal precedente contratto, senza incappare in eventuali sanzioni dai datori di lavoro. Infine, sono state regolate anche le parti inerenti i periodi di prova e formazione, con i primi che non potranno eccedere i 6 mesi, o comunque dovranno essere proporzionali alla durata prevista del contratto in caso di lavoro a tempo determinato, ed i secondi che dovranno essere forniti gratuitamente dal datore di lavoro ed inclusi all’interno dell’orario lavorativo. I lavoratori con contratti a chiamata o con forme analoghe di occupazione beneficeranno di un livello minimo di prevedibilità, come orari e giorni di riferimento predeterminati, la possibilità di rifiutare, senza conseguenze, un incarico al di fuori dell’orario prestabilito o essere compensati se l’incarico non è annullato in tempo. Non soltanto. I datori di lavoro non potranno sanzionare i lavoratori che vogliono accettare impieghi con altre imprese, se le nuove mansioni non rientrano nell’orario di lavoro stabilito. Nuove misure nazionali sono poi da stabilire, per prevenire le pratiche abusive, quali dei limiti allo scopo e alla durata del contratto. Inoltre, i periodi di prova non potranno essere superiori a sei mesi o proporzionali alla durata prevista del contratto in caso di lavoro a tempo determinato. Un contratto rinnovato per la stessa funzione non potrà essere definito quale periodo di prova. Infine, il datore di lavoro dovrà fornire gratuitamente una formazione che sarà inclusa nell’orario di lavoro. Quando possibile, tale formazione dovrà essere anche completata entro l’orario di lavoro.

    Il pacchetto di tutele varato in sede europea non si applica ai lavoratori autonomi.

  • Nel 2018 più lavoratori che 10 anni prima, ma si lavora per meno ore

    Nella media del 2018 il numero di occupati supera il livello del 2008 di circa 125 mila unità, ciò che ha consentito all’Italia di recuperare i livelli pre-crisi. Ma nei primi 3 trimestri del 2018, rispetto a dieci anni fa si è lavorato per circa 1,8 milioni di ore in meno, pari a oltre un milione di posti full time (unità di lavoro a tempo pieno). Il rapporto ‘Il mercato del lavoro’, elaborato da ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal evidenzia quindi una ripresa a “bassa intensità lavorativa”: più occupati ma per meno ore. “Nella stima preliminare del quarto trimestre 2018 torna a crescere lievemente l’occupazione permanente (+0,1%), dopo la caduta del terzo” ma è “il tempo determinato (+0,1%)” a toccare “il valore massimo di oltre 3,1 milioni di occupati”. In dieci anni, tra il 2008 e il 2018, i dipendenti con contratto a tempo sono aumentati di 735 mila unità. Un aumento concentrato soprattutto “nei dipendenti con rapporti a termine di durata fino a un massimo di sei mesi (+613mila)”.

    “La mancanza di opportunità lavorative adeguate può comportare la decisione di migrare all’estero, fenomeno in crescita negli ultimi anni: da 40 mila del 2008 a quasi 115 mila persone nel 2017″. Quindi in meno di dieci anni le fughe sono quasi triplicate. E’ quanto si legge nel rapporto ‘Il mercato del lavoro 2018′, frutto della collaborazione tra ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal.”L’aumento della quota di occupazione meno qualificata, accompagnata dalla marcata segmentazione etnica del mercato del lavoro italiano, ha favorito la presenza di lavoratori immigrati più disposti ad accettare lavori disagiati e a bassa specializzazione”. E’ quanto riporta il volume ‘Il mercato del lavoro 2018’, frutto della collaborazione tra ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal. Tra il 2008 e il 2018 “gli stranieri sono passati dal 7,1% al 10,6% degli occupati”. Nei servizi alle famiglie “su 100 occupati 70 sono stranieri”.

    Nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a quasi 5,7 milioni: quasi un occupato su 4. Così il rapporto ‘Il mercato del lavoro’ (ministero del Lavoro-Istat-Inps-Inail-Anpal). E, viene sottolineato, negli anni il fenomeno risulta “in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute”.

  • La ricerca del lavoro è a portata di “app”

    Il mondo del lavoro sta diventando sempre più smart e tecnologico. Ormai molti software si sono spostati sui dispositivi mobili proprio per semplificare l’utilizzo dei clienti. Proprio per questo anche la ricerca del lavoro sta decisamente cambiando. Se in passato per cercare occupazione bisognava recarsi presso i centri per l’impiego o nelle agenzie interinali, oggi è possibile farlo comodamente da un pc oppure da un semplice smartphone.

    Accanto agli annunci di carta (una rarità ormai) e a quelli nelle bacheche virtuali di siti specializzati nel recruiting online, si stanno affiancando sempre di più le app per smartphone che mettono in contatto chi cerca lavoro e le aziende che invece sono sulle tracce di nuovo personale. Grazie all’aumento della tecnologia è possibile ricercare un nuovo impiego attraverso il proprio cellulare. Utilizzando queste applicazioni è possibile consultare e trovare le migliori offerte lavorative in un semplice click e praticamente ovunque.

    È il caso di Employerland, l’app realizzata da una start up italiana, che consente ai candidati di caricare il proprio profilo e poi mettersi alla prova con otto test che misurano le competenze personali: dall’inglese fino alla logica, passando per informatica, matematica e cultura generale. Si tratta di sfide tecniche che mirano a sondare le conoscenze dei giovani su alcune tematiche: digital trasformation, fintech, big data e il mondo dei social network. In queste sfide i ragazzi gareggiano tutti contro tutti e solo i migliori sono poi chiamati dalle aziende per dei colloqui one-to-one.

    Anche Monster.it ha lanciato qualche mese fa una nuova app per la ricerca di lavoro che aiuta gli utenti a cercare e connettersi “on the go” con le opportunità di lavoro. L’app messa a punto dalla società specializzata nel recruiting online richiede quattro passaggi: gli utenti creano un profilo utilizzando i social media o caricando il curriculum per completare il proprio profilo professionale, successivamente una tecnologia di matching filtra gli annunci di lavoro per trovare la posizione più interessante e in linea per il candidato.
    Dopo questo passaggio con un semplice “swipe” gli utenti hanno la possibilità di candidarsi all’annuncio o proseguire nella ricerca, ignorando l’offerta di lavoro; a questo punto i candidati possono modificare il proprio profilo professionale e caricare un curriculum completo direttamente da Monster.it o da piattaforme come Dropbox o Google Drive. Un semplice swipe verso destra consente di candidarsi inviando automaticamente il cv o il proprio profilo, ottimizzando tempi e risorse.

    Anche se si tratta di piccoli lavoretti estemporanei, la tecnologia ci viene in supporto. È il caso di jobby, il portale che ospita offerte e richieste di occupazione temporanea che in questi giorni sta popolando i social e le stazioni della metropolitana di Milano. Già, perché non importa quanto sia bizzarro il lavoro per il quale si cerca qualcuno in grado di realizzarlo. Se c’è una persona con quelle capacità, jobby consente di trovarla. Chi offre un lavoro, che sia un privato o un’azienda, ha la possibilità di pubblicare il proprio annuncio sulla piattaforma. Solo in un momento successivo dovrà farlo rientrare in una delle categorie previste da jobby. Con la novità che se questa categoria non esiste, potrà essere direttamente l’utente a crearla. Disponibile sia per iOs che per Android, l’applicazione della società fondata da Andrea Goggi permette di gestire il rapporto di collaborazione in ogni sua fase. Chi è in cerca di un’occupazione, un worker, come viene definito da jobby, può innanzitutto definire l’area nella quale vuole ricercare un’occupazione. Per esempio, entro un raggio di 10 chilometri dalla propria città. Scorrendo tra le offerte così filtrate, è possibile conoscere i dettagli di ogni singola offerta e, soprattutto, visualizzare il profilo del privato o dell’azienda che è alla ricerca di un lavoratore. Una volta individuata l’offerta che fa al caso proprio, ci si può candidare direttamente tramite l’app.

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