lavoratori

  • Violenze, lavoratori, Landini ed altri

    La sicurezza è sempre più a rischio, i femminicidi aumentano ed alcuni magistrati si limitano ad ordinare, ad uomini già recidivi per violenze e minacce, di rimanere lontani dalla loro vittima, tifosi delinquenti devastano le città o aggrediscano pullman di persone di altra fede sportiva, nei cortei pacifisti consistenti gruppi di violenti, di professione e cultura, feriscono decine di poliziotti e carabinieri mettendo a soqquadro interi quartieri.

    Nello stesso tempo fioriscono marce sindacali, sotto la regia del solito Landini, che nulla hanno a che fare con i diritti o le speranze dei lavoratori o dei disoccupati che il lavoro lo cercano, mentre tanti altri il lavoro lo rifiutano.

    Una società piena di violenze e contraddizioni rese sempre più evidenti dalla confusione dei reciproci ruoli e dall’insulto diventato strumento del linguaggio politico aumentando così rancori, confusioni e a volte vere e proprie manifestazioni di attività violente.

    Nessuno, né Landini né il cosiddetto campo largo parlano dei lavoratori sfruttati con il lavoro sottopagato in nero, sia nei campi che in molte altre attività, non solo domestiche, delle centinaia di migliaia che dipendono dalle agenzie interinali, che lucrano sul loro lavoro e degli altri che, per vivere, accettano lavori di poche ore, o pochi giorni, commissionati da agenzie italiane od estere che pagano pochi euro e solo dopo 90 giorni.

    Landini di tutti costoro non si è mai preoccupato, non conosce neppure la vera situazione del mondo del lavoro, dei tanti che il lavoro lo hanno perso ed ora sono ridotti ad accettare le briciole, quando le trovano, per potersi mantenere.

    Landini sa che il suo tempo sta per finire e cerca di ottimizzare il suo incarico reclutando, o strizzando l’occhio, a quelle frange più estreme desiderose di sfogare la propria rabbia e non di dare un contributo per migliorare le cose, vede il suo futuro politico non dando vita ad un programma diverso ed alternativo alle altre forze politiche, ma costruendo per sé l’immagine del rivoluzionario a tutti i costi.

    Il vero rivoluzionario oggi sarebbe invece chi realmente, senza urla e strepiti, si occupasse di quella parte del mondo del lavoro che ancora non ha rappresentanza, magari chiedendo al governo la creazione di un ufficio che celermente verificasse la reale situazione delle varie agenzie interinali e di tutto quel mondo sommerso che offre lavori poco retribuiti e pagati a 90 giorni, sarebbe un grande passo avanti se i sindacati, che oggi rappresentano più i pensionati che i lavoratori, si rendessero conto di tante realtà non sommerse ma ignorate.

  • Sempre meno gli artigiani in Italia

    Cala il numero dei lavoratori autonomi, il numero più considerevole si registra tra gli artigiani mentre tengono meglio i commercianti, E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio INPS sui lavoratori autonomi iscritti nelle gestioni speciali degli artigiani e commercianti che fa il punto sulla situazione nazionale di questo settore produttivo, evidenziando un trend decrescente relativo al numero di iscritti.

    Come riporta il quotidiano on line pmi.it, per quanto riguarda gli artigiani, l’INPS segnala che gli iscritti alla gestione speciale nel 2024 sono stati 1.376.982, il 5% in meno rispetto al 2023 (1.448.939 iscritti) e il 9,6% in meno rispetto al 2022 (1.524.008 iscritti). L’Osservatorio, inoltre, mostra una prevalenza di titolari maschi, mentre per i collaboratori il gap di genere è meno evidente. A livello territoriale più della metà degli artigiani (56,0%) è attivo nel Nord Italia, soprattutto nel Nord-Ovest. La regione con il maggior numero di artigiani è la Lombardia, seguita da Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte.

    Sul fronte commercianti, invece, gli iscritti del 2024 ammontavano a 2.022.271, in lieve calo rispetto al 2023 (-0,5%) e al 2022 (-1,1%). Il 65,5% dei commercianti è costituito da maschi, percentuale leggermente aumentata nel corso del tempo soprattutto per i titolari, mentre sono le donne a prevalere tra i collaboratori iscritti. Anche in questo caso, la maggioranza dei commercianti si trova nel Nord-Ovest e la regione che registra il maggior numero di presenze è la Lombardia, seguita da Campania, Lazio, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte.

    Le stesse categorie, secondo una recente analisi dell’Area studi e ricerche della CNA, sempre riportata da pmi.it, imprenditori e autonomi vanno in pensione sempre più tardi.

    Tra gli imprenditori, ad esempio, sono decisamente aumentati gli ultra 50enni e la quota di ultra 70enni è più che raddoppiata nell’arco degli ultimi dieci anni, passando dall’8,7 al 17,6%. Non va meglio per gli artigiani, considerando che in dieci anni gli iscritti alla relativa gestione speciale INPS sono diminuiti del 17,9%: se gli under 30 si sono quasi dimezzati, gli artigiani con più di 59 anni sono cresciuti del 35,1%.

    Nel lavoro dipendente, invece, il numero complessivo è aumentato ma nella fascia 35-49 anni si è registrato un calo dal 44,7 al 36,7%, mentre aumentano le fasce 15-24 anni, 65-89 anni e soprattutto 50-64 anni.

    Dietro l’innalzamento dell’età di artigiani e dipendenti si celano in parte l’invecchiamento generale della popolazione, in Italia gli ultra 65enni sono oltre 14 milioni e rappresentano quasi un quarto della popolazione, dall’altra i problemi legati alla trasmissione d’impresa, che sempre più spesso costringe i titolari a proseguire il loro lavoro per evitare di far morire l’attività.

  • Nuovi limiti di esposizione per piombo e diisocianati per proteggere meglio i lavoratori

    La Commissione ha adottato provvedimenti atti a migliorare ulteriormente la protezione dei lavoratori dai rischi per la salute connessi all’esposizione a sostanze chimiche pericolose: il piombo e i diisocianati. Nel caso del piombo, un’ingente riduzione del limite di esposizione contribuirà a prevenire problemi di salute per i lavoratori, ad esempio in relazione alle funzioni riproduttive e allo sviluppo fetale. Per i diisocianati, un nuovo limite di esposizione scongiurerà i casi di asma e altre malattie respiratorie

    Concretamente, la Commissione propone di modificare due direttive: per il piombo la direttiva sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un’esposizione ad agenti cancerogeni, mutageni e a sostanze tossiche per la riproduzione durante il lavoro e per il piombo e i diisocianati la direttiva sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da agenti chimici durante il lavoro.

    Sia il piombo che i diisocianati saranno probabilmente utilizzati, ad esempio, nella produzione di batterie e nei processi volti a rendere più leggeri i veicoli elettrici, nelle turbine eoliche o come materiali isolanti nelle ristrutturazioni edilizie.

    Secondo la valutazione d’impatto della Commissione europea, nell’Unione europea attualmente 100 000 lavoratori sono esposti al piombo sul luogo di lavoro.

    Dal 1982 l’UE ha stabilito limiti di esposizione professionale per proteggere i lavoratori dagli effetti nocivi del piombo sulla salute. Sulla base dei dati scientifici più recenti, la Commissione propone di abbassare ulteriormente il limite di esposizione professionale da 0,15 milligrammi per metro cubo (0,15 mg/m³) a 0,03 mg/m³ e abbassare il valore limite biologico da 70 microgrammi per 100 millilitri di sangue (70µg/100ml) a 15µg/100ml.

    Il termine “diisocianati” designa varie sostanze chimiche spesso raggruppate in base alle loro proprietà comuni, che possono provocare malattie respiratorie come l’asma. Secondo la valutazione d’impatto della Commissione, attualmente 4,2 milioni di lavoratori nell’UE sarebbero esposti ai diisocianati. Non esistono ancora valori limite per i diisocianati a livello dell’UE.

    La Commissione propone pertanto di stabilire per la prima volta valori limite per proteggere i lavoratori dall’esposizione ai diisocianati sul lavoro. Tali valori limite riguardano il gruppo azoto, carbonio e ossigeno dei diisocianati, responsabile dei loro effetti nocivi sulla salute: un limite di esposizione professionale complessivo di 6µg NCO/m³ (corrispondente alla concentrazione massima di una sostanza nell’aria che un lavoratore respira in un periodo di riferimento determinato, pari a 8 ore) e un limite di esposizione di breve durata di 12µg NCO/m3 (corrispondente a un periodo di riferimento più breve, pari a 15 minuti. Quest’ultimo si applica quando un limite di esposizione complessivo non è sufficiente a limitare adeguatamente gli effetti nocivi sulla salute di una sostanza, ad esempio in caso di esposizione breve ma ad alta intensità).

    La proposta della Commissione sarà ora discussa in sede di Parlamento europeo e di Consiglio. Dopo l’adozione, gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire la direttiva nell’ordinamento nazionale.

  • La Commissione approva un regime italiano da 24 milioni di € a sostegno delle cooperative di lavoratori colpite dalla pandemia da coronavirus

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano da 24 milioni di € a sostegno delle cooperative di lavoratori nel contesto della pandemia di coronavirus. Il regime è stato approvato nell’ambito del quadro temporaneo per le misure di aiuti di Stato.

    La misura sarà accessibile alle cooperative di lavoratori costituite, a partire dal primo gennaio 2022, sotto forma di piccole imprese al fine di rilevare aziende pesantemente colpite dalla pandemia di coronavirus. Il regime mira a ridurre i costi del lavoro sostenuti dalle cooperative ammissibili e, in ultima analisi, a preservare e incoraggiare i livelli di occupazione.

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di un’esenzione dal pagamento dei contributi previdenziali obbligatori (ad eccezione di quelli relativi all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) per i lavoratori che hanno costituito la cooperativa, per un periodo massimo di 24 mesi a partire dalla data di costituzione della cooperativa stessa.

    La Commissione ha constatato che il regime italiano è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo. In particolare, l’aiuto i) non supererà i 2,3 milioni di € per beneficiario; e ii) sarà concesso entro il 30 giugno 2022.

    La Commissione ha pertanto concluso che la misura è necessaria, adeguata e proporzionata per porre rimedio al grave turbamento dell’economia di uno Stato membro.

    Fonte: Commissione europea

  • Putin gioca a Risiko e i dipendenti italiani di Aeroflot rischiano stipendio e posto di lavoro

    Voli fermi e stipendi bloccati. Le sanzioni economiche varate dall’Unione Europea nei confronti della Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina stanno colpendo anche i 35 lavoratori italiani dell’Aeroflot, la compagnia di bandiera di Mosca.

    “Il 27 febbraio è stato chiuso lo spazio aereo per tutte le compagnie russe. Questo ha comportato lo stop per tutti i lavoratori dell’Aeroflot: niente voli, niente lavoro”, spiega Giovanna Frunzio, coordinatore Aeroflot a Fiumicino. “Dal 25 febbraio il conto della compagnia presso la Bnl di Roma è bloccato, e tutti i dipendenti Aeroflot in Italia, parliamo di 35 persone tra Milano, Roma, Venezia e Napoli, non hanno potuto percepire lo stipendio – aggiunge -. E’ stata chiesta la cassa integrazione, già dal 3 marzo, e fino ad oggi non è stata ancora approvata. Non capiamo come delle sanzioni contro la Russia vadano a colpire noi, cittadini italiani. Perché tutti i 35 dipendenti sono di cittadinanza italiana”.

    Un fulmine a ciel sereno per i lavoratori italiani, come sottolinea Giovanna Frunzio: “Prima d’ora non abbiamo mai avuto nessun tipo di problema: per noi l’Aeroflot è sempre stata una compagnia solida e, francamente, non abbiamo mai nemmeno immaginato uno scenario del genere. Ci siamo trovati dall’oggi al domani in una situazione senza alcun precedente”.

    “In questa azienda non ho mai ricevuto il mio stipendio con un solo giorno di ritardo. Non ho mai visto dei licenziamenti senza giusta causa – spiega Francesca, anche lei tra i 35 dipendenti italiani di Aeroflot -. Oggi mi ritrovo a 46 anni con due figli e il mio posto di lavoro a rischio. Ora la compagnia potrebbe avvalersi della legge 223 per un eventuale licenziamento collettivo per i 35 lavoratori italiani”.

    “Noi abbiamo un contratto italiano, il cosiddetto F.A.I.R.O. (Foreign Airlines Industrial Relations Organization) che è un contratto collettivo nazionale – precisa invece un altro dipendente, Libero Di Zillo, in forza allo scalo di Fiumicino -. La nostra compagnia sta vedendo quello che può fare, ma in ogni caso sono già stati fatti tutti i passi possibili e immaginabili. Non sono serviti però a superare la chiusura da parte delle autorità italiane a far sbloccare il conto corrente in Italia dell’Aeroflot”.

    La situazione precipitata dopo lo scattare delle sanzioni preoccupa anche la compagnia: “Abbiamo già mandato tre lettere dirette a ministeri e due alle banche, non c’è risposta – dice Andrey Dobrakov, direttore generale per l’Italia di Aeroflot -. La nostra attività è completamente bloccata. I soldi per coprire gli stipendi, le tasse e altri servizi, come il rimborso dei biglietti, sono stati inviati regolarmente dalla compagnia, e sono sul conto in banca dal 25 febbraio. Se la situazione non dovesse cambiare, il licenziamento dei dipendenti italiani resta l’unica strada percorribile. In altri paesi, come in Germania o in Gran Bretagna, i soldi per i dipendenti sono disponibili senza problemi. Le sanzioni ci sono, ma i soldi per gli stipendi restano accessibili”.

  • La Ue vuole imporre ai rider lo status di lavoratori dipendenti

    Subordinati o autonomi? In ogni caso, tutelati. La Commissione europea dà l’altolà alla deregulation delle grandi piattaforme dei servizi digitali e sbarra la strada al lavoro ‘usa e getta’. Stabilendo, con una cesura netta tra flessibilità e sfruttamento, che le decine di migliaia di rider di UberEats, Deliveroo o Glovo – ma anche il drappello di tutti gli altri lavoratori della gig economy – in Europa dovranno in certi casi essere considerati dipendenti e non più collaboratori autonomi. Con l’onere di dimostrare il contrario in tribunale che finisce tutto sulle spalle delle aziende. Uno schiaffo, quest’ultimo, che ha fatto subito infuriare la Confindustria europea, secondo la quale molti lavoratori delle piattaforme sono autonomi per scelta.

    Dopo la rivoluzione delle abitudini e del delivery portata dal Covid, per Bruxelles è arrivato il momento di prendere di petto i cambiamenti del mercato del lavoro e di compiere una rivoluzione dei diritti sociali. Che, ha tuonato il commissario al Lavoro, Nicolas Schmit, devono essere alla base di tutti i modelli di business. Compreso quello di Uber e delle piattaforme digitali con il loro esercito di addetti spesso invisibili per banche dati e Inps, che la Ue stima passeranno dai 28 milioni attuali a 43 milioni nel giro dei prossimi 4 anni.

    Anche se il cambiamento per ora riguarderebbe soltanto una parte minore del plotone (tra gli 1,7 e i 4,1 milioni di lavoratori dei 5,5 milioni che Bruxelles considera siano attualmente classificati come autonomi in modo erroneo) il percorso parte con il riconoscimento della reale natura legale dei rapporti di lavoro. In una speciale lista di criteri da spuntare per la regolarizzazione, Bruxelles prevede che in presenza di almeno due indicatori da scegliere tra la definizione dall’alto del livello di retribuzione, la supervisione delle mansioni, le restrizioni su orari o uno specifico codice di abbigliamento da rispettare, ci si trovi a tutti gli effetti davanti a un rapporto di lavoro dipendente. E scatti il vincolo di assunzione. Con il corollario di diritti che ne segue. Insomma, ha sintetizzato il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, “chi viene utilizzato come dipendente dovrà avere diritti adeguati”. Anche se questo, per gli industriali europei, rischia di compromettere un comparto florido che fa della flessibilità e dell’innovazione il suo punto di forza. “Nessuno sta cercando di uccidere, fermare o ostacolare la crescita” delle piattaforme, ma anche quel tipo di business deve “adattarsi” agli standard sociali europei, è stata la replica di Schmit. Con Bruxelles che in contemporanea ha aperto alla contrattazione collettiva per gli autonomi.

    L’applicazione del regolamento comunque – una volta superato il vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio – dipenderà molto dalle decisioni che vengono prese dai singoli Stati membri, che vedono affastellarsi sempre più cause tra lavoratori e autonomi nei tribunali nazionali. In almeno dodici capitali, tra cui Roma, l’intervento della Ue era richiesto a gran voce, con tanto di missiva spedita a Bruxelles la scorsa settimana. Per il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, le misure comunitarie rappresentano “un passo molto importante” e “una priorità” su cui il governo è impegnato e continuerà a lavorare “per garantire tutele a tutti nel presente e nel futuro”. Un auspicio condiviso anche dal leader del M5S, Giuseppe Conte, che ricordando il presidio di lavoro offerto dai rider nei mesi più duri della pandemia e denunciandone le condizioni “precarie, al limite del caporalato”, evidenzia come sia “fondamentale una tutela europea anche per evitare che vengano aggirate le normative nazionali”. L’Italia, però, secondo l’ex premier “deve fare di più” per “dare un senso al principio di dignità scolpito nella Costituzione”. Con o senza il benestare delle piattaforme alla Ue.

  • Il food delivery alimenta il business della ristorazione meneghina e capitolina

    I galoppini in bicicletta fanno pedalare gli affari della ristorazione. A Milano e Roma, il food delivery ha portato a una crescita degli ordini, nel 2019, rispettivamente del 98% e del 91%.  «Questi risultati – spiega Matteo Sarzana, General Manager di Deliveroo Italia – confermano non soltanto il trend positivo registrato dalla nostra piattaforma. Ma sottolineano tutte le potenzialità del nostro settore, in termini di sviluppo della ristorazione e creazione di nuovi posti di lavoro». Sarzana sottolinea che «a crescere, infatti, non sono solo le città in cui il servizio è arrivato più recentemente, ma anche quelle, come appunto Milano e Roma, in cui Deliveroo, nonostante sia ormai un’abitudine consolidata, continua a crescere in termini di nuovi consumatori, aree del territorio raggiunte, nuovi ristoranti e frequenza dell’utilizzo della App».

    Riguardo i ristoranti delle due città in piattaforma, Milano guida la classifica dei ristoranti ‘live’ con più di 2.000 mentre a Roma i ristoranti da cui è possibile ordinare cibo a domicilio sono oltre 1.500. «Il numero dei ristoranti che scelgono di collaborare con la nostra piattaforma è aumentato considerevolmente nell’ultimo anno, fino a superare, in tutta Italia, quota 9.000», riferisce ancora Sarzana sottolineando che grazie al food delivery la piattaforma «rappresenta un canale di fatturato incrementale, che non impatta sui costi fissi, che rende più efficiente il servizio e consente di aumentare, in media, il giro d’affari del ristorante in media fino al 30%».

  • 106: the magic number

    Da anni sostengo come il problema dell’evasione fiscale rappresenti la giustificazione per una pessima gestione della pubblica amministrazione e della spesa pubblica nella sua articolata complessità.

    Lo stesso governo in carica, del resto, con l’estensione per i lavoratori dipendenti del bonus da 80 (Bonus Renzi) a 100 euro per tutte le fasce di reddito fino a 40.000 euro dichiarato (prima era fino a 27.000) ne rappresenta l’ultima conferma. Questo ennesimo capitolo di spesa pubblica ovviamente andrà interamente a pesare sulla crescita del debito pubblico nonostante una minima variazione del Pil con un ridicolo +0,2% compromettendo ulteriormente il rapporto debito pubblico e Pil che corre verso quota 2.500 miliardi ma soprattutto verso il 135% del Pil (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    Ora, dati statistici dimostrano come per i redditi medio bassi un lavoratore autonomo subisca una pressione fiscale fino a 106 volte superiore rispetto al dipendente (Il Sole 24 Ore del 22.01.2020).  Questa ricerca dimostra ancora una volta la disonestà intellettuale dei responsabili dei dicasteri economici degli ultimi vent’anni e dei partiti che quei governi hanno sostenuto. Solo nel 2019 hanno abbassato la saracinesca oltre 6.500 negozi e botteghe artigiane la cui uscita dal mondo del lavoro rappresenta un azzeramento di una importante quota del patrimonio culturale e professionale italiano. Per il 2020 le proiezioni statistiche confermano questo trend negativo.

    Una guerra commerciale tra attori con dotazioni impari in quanto se nasce dalla concorrenza con top player come GDO ed e-commerce questi si avvalgono di regimi fiscali che privilegiano proprio i concorrenti del dettaglio indipendente e dei piccoli artigiani. Questi nuovi soggetti allora, in particolare le società della grande distribuzione, venivano indicati come il futuro della distribuzione moderna ed avanzata. Ora invece che ad andare in crisi sono proprio quelle società della GDO ecco che la politica e i media si preoccupano, giustamente, dei contraccolpi occupazionali di tali ridimensionamenti (solo Auchan metterà in mobilità oltre 750 dipendenti).

    Risulta quindi evidente dalla crisi delle GDO come il dettaglio indipendente non venga sconfitto tanto dalla concorrenza di nuovi operatori distributivi (i quali certamente diminuiscono le marginalità) quanto dal regime fiscale adottato per favorire questi soggetti imprenditoriali. Una strategia politica chiara e della quale si dovrebbe chiedere conto soprattutto ai sindaci delle città, se non altro per la generosità con le quale hanno concesso i permessi per aperture di centri commerciali.

    Tornando alle ragioni articolate che determinano una battaglia concorrenziale assolutamente sbilanciata a sfavore del dettaglio indipendente, ecco come un regime fiscale oppressivo per il dettaglio indipendente presenti un moltiplicatore “106” (the magic number) che può addirittura aumentare nel caso in cui la famiglia risulti composta anche da figli a carico.

    Questi due fattori devastanti nella loro sintesi (pressione fiscale e scarsa produttività della spesa pubblica) condannano il nostro Paese ad un inesorabile declino studiato e voluto da un massimalismo ideologico. Non va dimenticato, infatti, come la spesa pubblica rappresenti assieme alla gestione del credito le prime due forme di potere assoluto: il primo in capo alla politica e il secondo al sistema bancario…(https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/). Una diarchia inattaccabile che ci destina non tanto al declino quanto all’estinzione.

  • Aumentano le aziende che accumulano ritardi oltre i 90 giorni nei pagamenti dovuti

    Secondo lo Studio Pagamenti svolto da CRIBIS, società del gruppo CRIF specializzata nella business information, il numero di imprese che paga i propri fornitori con più di 30 giorni di ritardo a settembre è cresciuto in quasi tutte le regioni italiane, con variazioni più elevate in Valle d’Aosta (+2,7 punti percentuali), Calabria (+1,9%) e Sardegna (+0,9%). Rispetto al 30 settembre del 2018, quest’anno la percentuale di imprese valdostane che salda i propri impegni con un ritardo superiore al mese è passato dall’8,4% all’11,1% mentre in Calabria la percentuale si è attestata al 22,8% rispetto al 20,9% del settembre dello scorso anno. In Sardegna i pagamenti con gravi ritardi sono aumentati dal 15,9% al 16,8%. Nel settembre di quest’anno CRIBIS ha rilevato un incremento dei pagamenti con ritardi superiori ai 30 giorni anche in Sicilia (+0,6 punti percentuali) da 21,9% a 22,5%, Basilicata (+0,5%) che sale a quota 15,3% e Veneto (+0,5%), dove il 7,2% delle imprese adempie ai propri obblighi economici verso i fornitori oltre un mese dopo la scadenza pattuita. In Piemonte questa percentuale è aumentata di appena 0,4 punti (9,1% delle aziende) così come in Friuli Venezia Giulia (8,7%). Rispetto allo scorso anno la situazione è sostanzialmente stabile in Lombardia (7% delle aziende con ritardi superiori a 30 giorni), Toscana (11,7%), Lazio (16,2%) e Campania, dove i ritardi gravi sono passati dal 20,1% al 20,2%.

    «È in controtendenza – spiega Marco Preti, amministratore delegato CRIBIS – il dato di Abruzzo (-1,6%), Molise (-1,1%) e Liguria (-0,9%), dove le imprese che pagano con ritardi superiori al mese sono diminuite molto più che in Puglia e Marche (-0,3% ciascuna) mentre sostanzialmente invariata (appena -0,1 punti percentuali) è la situazione riscontrata in Umbria, Trentino Alto Adige e Marche. Complessivamente il Nord-Est si conferma l’area più affidabile, con il 42,9% dei pagamenti regolari, mentre le imprese meridionali mostrano un comportamento più problematico con solo il 21,9% di aziende puntuali. Quasi speculare all’incremento dei pagamenti con ritardi gravi – aggiunge Preti – è stata la riduzione delle imprese che paga puntualmente alla scadenza, con cali più vistosi in Valle d’Aosta (-4,7 punti percentuali), Veneto (-3,5%) e Friuli Venezia Giulia (-2,9%). Per quel che concerne i settori produttivi, il commercio al dettaglio presenta la quota maggiore di imprese che assolve ai propri impegni con forti ritardi (17,6%), seguito dall’agricoltura caccia e pesca (11,6%) e da quelli minerario e dei servizi (10,1%)».

    In Italia, fanno notare da CRIBIS, le imprese che saldano i propri pagamenti con ritardi superiori ai 30 giorni sono l’11,5% (era l’11,3% nel settembre 2018) mentre sono più di un terzo (34,9%) quelle che rispettano i termini pattuiti, seppur in diminuzione rispetto al settembre dello scorso anno (36,3%).

  • Il Parlamento europeo approva tutele per i lavoratori a chiamata

    Con 466 sì, 145 no e 37 astenuti, il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una serie di tutele per i lavoratori a chiamata, a voucher o tramite piattaforme digitali (come Uber, Foodora o Deliveroo che tanto scandalo hanno sollevato in Italia nei mesi scorsi), nonché per i tirocinanti e gli apprendisti retribuiti se lavorano in media almeno tre ore alla settimana e 12 ore su quattro settimane. La legge, già concordata con i ministri Ue, lascia 3 anni agli Stati dell’Unione per implementare le norme che garantiscono una serie di diritti. Le nuove norme assicureranno maggiore trasparenza da parte dei datori di lavoro, che dovranno entro sette giorni informare i loro impiegati degli aspetti essenziali del loro lavoro (descrizione delle mansioni, data di inizio, durata, retribuzione, etc.), e ribalteranno la situazione alquanto precaria in cui si sono trovati finora questi lavoratori concedendo innanzitutto un livello minimo di prevedibilità sugli orari ed i giorni di lavoro. Si darà loro poi la possibilità di rifiutare un qualsiasi incarico lavorativo al di fuori degli orari prestabiliti, senza incorrere in alcuna conseguenza, e di poter accettare un altro lavoro, laddove gli orari non combacino con quelli già stabiliti dal precedente contratto, senza incappare in eventuali sanzioni dai datori di lavoro. Infine, sono state regolate anche le parti inerenti i periodi di prova e formazione, con i primi che non potranno eccedere i 6 mesi, o comunque dovranno essere proporzionali alla durata prevista del contratto in caso di lavoro a tempo determinato, ed i secondi che dovranno essere forniti gratuitamente dal datore di lavoro ed inclusi all’interno dell’orario lavorativo. I lavoratori con contratti a chiamata o con forme analoghe di occupazione beneficeranno di un livello minimo di prevedibilità, come orari e giorni di riferimento predeterminati, la possibilità di rifiutare, senza conseguenze, un incarico al di fuori dell’orario prestabilito o essere compensati se l’incarico non è annullato in tempo. Non soltanto. I datori di lavoro non potranno sanzionare i lavoratori che vogliono accettare impieghi con altre imprese, se le nuove mansioni non rientrano nell’orario di lavoro stabilito. Nuove misure nazionali sono poi da stabilire, per prevenire le pratiche abusive, quali dei limiti allo scopo e alla durata del contratto. Inoltre, i periodi di prova non potranno essere superiori a sei mesi o proporzionali alla durata prevista del contratto in caso di lavoro a tempo determinato. Un contratto rinnovato per la stessa funzione non potrà essere definito quale periodo di prova. Infine, il datore di lavoro dovrà fornire gratuitamente una formazione che sarà inclusa nell’orario di lavoro. Quando possibile, tale formazione dovrà essere anche completata entro l’orario di lavoro.

    Il pacchetto di tutele varato in sede europea non si applica ai lavoratori autonomi.

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