lavoro

  • La Francia campione fiscale dell’UE per il quinto anno consecutivo

    Utilizzando i dati calcolati da EY, l’Institut économique Molinari ha pubblicato il suo undicesimo studio annuale sulla pressione sociale e fiscale sul salario medio nell’Unione europea. Stando ai dati della giornata della libertà sociale e fiscale, che anche quest’anno in Francia, come nel 2019, cade il 19 luglio, i dipendenti medi devono lavorare fino a quel giorno per finanziare la spesa pubblica. Dopo quella data, possono trarre beneficio dai frutti del loro lavoro quando lo riterranno opportuno.

    Il divario è di un giorno con l’Austria (18 luglio), due giorni con il Belgio (16 luglio) e 35 giorni con la media UE 27 (14 giugno).

    Le imposte sul lavoratore medio in Francia ammontano al 54,68% nel 2020, in calo dello 0,05% rispetto allo scorso anno a causa di una riduzione delle imposte sul reddito annunciata a seguito della crisi dei ‘gilet gialli”.

    Questo guadagno ammonta a 126 € per l’intero anno per il lavoratore medio non coniugato ed è 3,4 volte inferiore rispetto al cambiamento visto nel 2019, quando una riduzione degli oneri sociali è arrivata a € 403, dopo aver dedotto gli aumenti del contributo sociale generalizzato e delle imposte sul reddito.

    La classifica fornisce i dati per l’anno in corso sulla pressione sociale e fiscale affrontata dal lavoratore medio, applicando una metodologia uniforme in tutti i 27 paesi membri dell’UE, e garantisce una chiara comprensione del reale impatto di imposte e tasse e dei cambiamenti che il lavoratore sta subendo.

    Secondo posto per l’Austria, con la giornata della libertà sociale e fiscale il 18 luglio, un giorno prima rispetto all’anno scorso: la tassazione sul lavoratore medio è stata del 54,46% nel 2020, in calo rispetto allo scorso anno (-0,26%). Questa modifica deriva dal fatto che l’aliquota applicata alla prima fascia d’imposta sul reddito viene ridotta dal 25% al ​​20%. Prevista per la prima volta per il 2021, questa riduzione è stata attuata in anticipo, determinando un risparmio fiscale di 350 € nel 2020. Senza questa misura, l’Austria sarebbe stata leader nel settore fiscale del lavoratore medio nel 2020, con la caduta della giornata della libertà sociale e fiscale 20 luglio.
    Il Belgio è terzo sul podio, con la giornata della libertà sociale e fiscale il 16 luglio, un giorno dopo rispetto al 2019: con il suo “sgravio fiscale”, l’ex numero 1 in questa classifica (dal 2011 al 2015) è diventato il numero 2 (nel 2016 e 2017) e quindi il numero 3 nel 2018. Terzo anche nel 2020, con il 53,76% di pressione sociale e fiscale sul lavoratore medio, in aumento rispetto allo scorso anno (+0,13).

    La Germania è al sesto posto, con libertà sociale e fiscale il 4 luglio, un giorno prima rispetto al 2019: l’aumento del potere d’acquisto deriva da una temporanea riduzione dell’IVA nell’ambito delle misure economiche per far fronte agli effetti della pandemia di Covid-19. L’aliquota IVA standard del 19% è ridotta al 16% tra il 1 ° luglio e il 31 dicembre 2020. La riduzione dell’IVA rappresenta un guadagno di € 257 nel corso dell’anno, aggiungendo un potere d’acquisto di un giorno, con libertà sociale e fiscale il 4 luglio. Senza questa misura, il lavoratore tedesco medio avrebbe perso un potere d’acquisto di un giorno rispetto al 2019, con libertà fiscale e sociale il 6 luglio 2020. In sei paesi, oltre la metà dei redditi legati al lavoro è riscossa in tasse e oneri: Francia, Austria, Belgio, Grecia, Italia e Germania. I lavoratori medi non hanno alcun controllo diretto su oltre il 50% dei frutti del loro lavoro, con la loro influenza sul processo decisionale nella migliore delle ipotesi indiretta.

    In media, la giornata della libertà sociale e fiscale cade il 14 luglio nell’Unione europea, un giorno dopo rispetto al 2019. Per la prima volta in sei anni, l’aliquota fiscale effettiva sui lavoratori è in aumento: 45,09% nel 2020, rispetto al 44,85% dell’anno scorso, con un incremento dello 0,24%. In termini concreti, un lavoratore medio che genera € 100 di reddito prima delle spese e delle imposte pagherà € 45,09 in detrazioni obbligatorie nel 2020, lasciando € 54,91 a sua disposizione nel vero potere d’acquisto. Questo è dello 0,26 € in meno rispetto al 2018 e dello 0,80 € in meno rispetto al 2010.

    In un anno, 13 paesi dell’UE hanno registrato prelievi più elevati sul lavoratore medio, mentre il livello è stabile in un paese e 13 hanno registrato riduzioni.

  • Calo record di morti sul lavoro nel 2019 e le aziende risparmiano 1,7 miliardi

    Calo record delle morti sul lavoro: quelle accertate nel 2019 sono state 628, in riduzione del 17,2% rispetto all’anno precedente. L’Inail, che monitora gli incidenti, non aveva mai registrato prima d’ora un ribasso così forte. Ma per il presidente dell’Istituto per l’assicurazione contro gli infortuni, Franco Bettoni, bisogna fare di più. “Serve un cambio di passo”, dice presentando a Montecitorio la relazione annuale. L’Inail spinge per allargare a tutti i lavoratori le sue tutele. Oggi ne restano fuori 3,5 milioni. L’emergenza Covid porta la questione “in primo piano”. Quest’anno ancora non ha preso una piega precisa. Il lockdown ha visto scendere le denunce ma era del tutto inevitabile. Bisognerà capire cosa accadrà ai contagi. Il rischio arriva da eventuali focolai in fabbriche e uffici.

    A metà giugno l’aggiornamento dell’Inail riportava poco meno di 50mila denunce di contagio su lavoro, 236 per decessi. I dati complessivi sugli infortuni si fermano invece a maggio, con i primi cinque mesi che mostrano una netta diminuzione (-23%). Guardando però ai decessi allora il segno cambia e diventa un più. Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto nei primi cinque mesi sono state infatti 432 che, pur nella provvisorietà dei dati, mostrano già un aumento di 41 casi (+10,5%). Gli occhi sono puntati ai rientri in servizio e all’autunno.

    Tornando al 2019, la contrazione risente sicuramente del confronto con il 2018, un anno che aveva visto una recrudescenza delle morti bianche. Il trend che ormai prosegue da tempo indica una progressiva riduzione del fenomeno ma poi ci possono essere eventi disastrosi che fanno impennare la curva. Il crollo del Ponte Morandi due anni fa, l’incidente all’aeroporto di Linate nel 2001. Sta di fatto che da inizio millennio si è assistiti a un dimezzamento. Per non parlare di quanto succedeva nel periodo del boom economico. Nel 1963 le denunce per decessi sul lavoro toccarono quota 4.500. Oggi ci fermiamo a 1.156. Ma quanto accaduto decenni fa si ripercuote ancora sulle famiglie italiane. Le malattie professionali, contratte spesso per un’esposizione prolungata a certe sostanze – l’amianto ne è un esempio -, hanno causato l’anno scorso oltre mille morti. Anche qui rispetto al solo 2018 il ribasso è di un quarto quasi. Ma le denunce continuano a salire. Questo anche perché sono aumentate le patologie per cui scatta il riconoscimento automatico “dell’origine lavorativa”.

    Intanto la revisione delle tariffe dei premi per l’assicurazione contro gli infortuni e le malattie dà i suoi benefici alle imprese. Gli interventi normativi hanno portato a una riduzione che si riflette in minori oneri per le aziende. Nel 2019 il risparmio, rispetto al precedente regime tariffario, è pari a 1,7 miliardi di euro.

  • Bandi europei

    Pubblichiamo di seguito un elenco di bandi europei elargiti anche a livello nazionale e regionale

    Bandi europei

    EaSI – EURES: Programma mirato di mobilità
    Scadenza: 26 agosto 2020
    Contributo massimo per progetto: 4.000.000 Euro

    Bio-based industries: aiuto a start-up e spin-off ad accedere ai finanziamenti
    Scadenza: 3 settembre 2020
    La Commissione si impegna a finanziare un solo progetto con una richiesta massima di co-finanziamento di 1.500.000 Euro.

    Horizon 2020: aspetti umanitari e della scienza sociale relativi alla transizione verso un’economia pulita
    Scadenza: 1 settembre 2020
    Contributo massimo per progetto: 3.000.000 Euro

    Bandi nazionali

    Progetti sperimentali per la prevenzione delle tossicodipendenze
    Scadenza: 20 luglio 2020
    Contributo massimo per progetto: 450.000 Euro

    FOUNDAMENTA#10 – Impact Makers for the Future: incentivi e investimenti per start-up e imprese innovative
    Scadenza: 12 luglio 2020
    Premio: seed fund fino a 100.000 Euro

    “Power2innovate”: idee imprenditoriali innovative per lo sviluppo del Mezzogiorno
    Scadenza: 15 ottobre 2020
    Premio: un percorso di accelerazione imprenditoriale di sei mesi
    Regioni ammissibili: Regione Abruzzo – Regione Basilicata – Regione Calabria – Regione Campania – Regione Molise – Regione Puglia – Regione Sardegna – Regione Sicilia

    Bando “STEM2020”: percorsi educativi nelle materie del futuro
    Scadenza: 30 novembre 2020
    Contributo massimo per progetto: 15.000 Euro

    Bandi regionali 

    REGIONE LOMBARDIA

    Start Cup Lombardia 2020: Premi per idee imprenditoriali innovative
    Scadenza: 15 luglio 2020
    Premio: 25.000 Euro

    “Plastic Challenge”: sfida alle plastiche monouso
    Scadenza posticipata: 20 luglio 2020
    Contributo massimo per progetto: 90.000 Euro

    Azioni di rete per il lavoro: azioni di riqualificazione e di outplacement dei lavoratori coinvolti in situazioni di crisi aziendale
    Scadenza: fino ad esaurimento delle risorse
    Dotazione finanziaria complessiva: 4.200.000 Euro

    Progetti innovativi che favoriscano lo sviluppo e la costituzione di reti per la tutela e la promozione del diritto al cibo
    Scadenza: 9 luglio 2020
    Contributo massimo per progetto: 30.000 Euro

    REGIONE LAZIO

    MOVIE UP 2020: Bando per il finanziamento di azioni formative e seminariali per l’accrescimento e l’aggiornamento delle competenze degli operatori del settore audiovisivo
    Scadenza: 23 luglio 2020
    Dotazione finanziaria complessiva: 1.220.332 Euro

    Un Paese ci vuole 2020. Contributi per la valorizzazione del patrimonio culturale dei piccoli Comuni del Lazio
    Scadenza: 15 luglio 2020
    Contributo massimo per progetto: 40.000 Euro

    Voucher sportivi e buoni sport per minori, over 65 e persone in situazioni di disagio sociale
    Scadenza: 30 settembre 2020
    Dotazione finanziaria complessiva: 800.000 Euro

    REGIONE BASILICATA

    Emergenza COVID-19: Fondo perduto alle microimprese
    Scadenza: 22 luglio 2020
    Dotazione finanziaria complessiva: 30.000.000 Euro

    Contributi per la realizzazione o l’ampliamento di Centri Comunali di Raccolta a supporto della raccolta differenziata dei rifiuti urbani
    Scadenza: 20 luglio 2020
    Dotazione finanziaria complessiva: 2.002.423 Euro

    Fondo “Piccoli prestiti per il sostegno e rafforzamento delle microimprese lucane”
    Scadenza: 31 agosto 2020
    Contributo massimo per progetto: 30.000 Euro

    REGIONE ABRUZZO

    Emergenza COVID-19: Aiuti per investimenti in macchinari, impianti e beni intangibili, accompagnamento dei processi di riorganizzazione e ristrutturazione aziendale
    Scadenza: 11 luglio 2020
    Contributo massimo per progetto: 200.000 Euro

    Sostegno a investimenti per la diversificazione delle imprese agricole
    Scadenza: 30 settembre 2020
    Contributo massimo per progetto: 250.000 Euro

    Redazione dei piani di gestione dei siti della Rete Natura 2000
    Scadenza: 31 dicembre 2021
    Contributo massimo per progetto: 90.000 Euro

  • Import export: il saldo finale

    All’interno di un mercato globale i flussi commerciali rappresentano l’hardwear del sistema stesso. Tuttavia un’analisi qualitativa degli stessi dovrebbe suggerire che la semplice apertura del mercato non rappresenti una garanzia assoluta. In altre parole, all’interno di un’economia digitale la parte software assume la medesima importanza e rilevanza del sistema stesso.

    Una parte degli autisti o dei facchini della Bartolini risultati positivi al Covid 19 vivono nei centri di accoglienza. Quindi per anni il mondo accademico in complicità con la politica ha giustificato sic et simpliciter l’apertura dei mercati applicando (qualora conosciuto) il principio di Samuelson, di fatto superato dai trasferimenti tecnologici in tempo reale dell’era digitale. In più, molto spesso, ignorando le inevitabili conseguenze di speculazioni all’interno in un mondo globale sottoposto sostanzialmente ad una deregulation normativa (https://www.ilpattosociale.it/2020/01/07/il-ritardo-culturale-accademico/). Contemporaneamente, delocalizzando le nostre produzioni, viene trasferito il primato di know how, frutto di decenni di innovazione e ricerca finanziata con investimenti non solo economici ma anche professionali ed in risorse umane.

    Viceversa importiamo persone con basse qualifiche professionali le quali venendo da situazioni di disperazione accettano contratti capestro da parte delle multinazionali, in questo caso dei servizi. Anche per questo secondo aspetto tanto il mondo accademico quanto quello politico hanno, in assoluta complicità e correità, sempre giustificato questa tendenza come la negativa disponibilità dei lavoratori italiani ad accettare lavori a bassa qualifica, molto spesso regolati da contratti che definire capestro risulta un eufemismo.

    La sintesi di questa disastrosa gestione di un mondo inevitabilmente globale ma, se privo nello specifico di ogni normativa, comune si trasforma in una giungla all’interno della quale il vantaggio tanto indicato dell’abbassamento dei prezzi, vantaggio sbandierato da questa ideologia politica economica, si manifesta persino falso (https://www.ilpattosociale.it/attualita/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

    In altre parole, la sintesi di questi flussi commerciali privi di un minimo comune denominatore normativo si definisce sostanzialmente in una esportazione di cultura industriale alla quale si contrappone l’importazione di disperazione umana.

    Questi risultano gli effetti devastanti dell’adozione del modello speculativo della finanza applicato al settore servizi ed industriale del quale dovrebbe essere chiamata a risponderne l’intera classe politica, economica ed accademica italiana ma anche confindustriale per questo terribile fallimento strategico ed economico.

     

  • La rabbia di Amazon, Uber, Google, Twitter per il nuovo blocco dei visti di lavoro negli Stati Uniti

    Amazon, Uber, Google, Twitter e altre importanti società tecnologiche tutte contro il presidente americano Donald J. Trump perché ha firmato un ordine esecutivo il 22 giugno sospendendo nuovi visti per lavoratori stranieri, incluso l’H-1B per lavoratori altamente qualificati.

    L’intento è quello di garantire opportunità professionali agli americani che stanno pagando pesantissime conseguenze a causa del Coronavirus. Le restrizioni sono entrano in vigore dal 24 giugno e dureranno fino alla fine dell’anno. I colossi della tecnologia hanno affermato che il divieto renderebbe le aziende americane meno competitive e meno diversificate e hanno definito l’ordine esecutivo “una politica incredibilmente sbagliata” che minerebbe la ripresa economica dell’America e la sua competitività.

    L’H-1B in genere spinge i lavoratori del campo della tecnologia verso gli Stati Uniti in modo che possano aiutare le aziende americane a essere più competitive e aumentare la tecnologia e l’innovazione.

  • Il coronavirus offre l’alibi per non cercare lavoro

    Centomila occupati in meno solo all’inizio della pandemia, con una scure che si è abbattuta soprattutto sui contratti a termine e l’effetto dell’emergenza sanitaria e del lockdown che ha di fatto limitato la ricerca di un posto di lavoro. Con un conseguente calo dei disoccupati ma un exploit degli inattivi, ovvero di coloro che non si mettono a caccia di un impiego. Nell’arco dei primi tre mesi dell’anno, su un aumento annuo di 290mila inattivi, per ben 260mila il motivo per cui non si è cercato lavoro è riconducibile all’emergenza Covid. E’ il bilancio che emerge dai dati trimestrali dell’Istat sul mercato del lavoro, che riflettono il primo impatto del coronavirus sull’occupazione.

    Nel primo trimestre, il numero di occupati diminuisce di 101mila unità (-0,4%) rispetto al trimestre precedente (mentre rallenta la crescita nel confronto annuo, fermandosi a +52mila occupati, +0,2%). Il calo si concentra soprattutto tra l’ultima settimana di febbraio ed il mese di marzo, quando hanno cominciato a dispiegarsi “le forti perturbazioni” indotte dall’emergenza sanitaria, sottolinea lo stesso Istituto di statistica. E la discesa non è destinata a fermarsi: come rilevato nei dati mensili già diffusi, a questo numero fa seguito il calo di aprile quando gli occupati sono diminuiti di 274mila unità (-1,2%) rispetto a marzo, portando il totale a circa 400 mila in meno in poco più di 2 mesi. In ogni caso a pagare il prezzo più pesante sono ancora i contratti a tempo determinato: il calo delle centomila unità nei primi tre mesi dell’anno è infatti il frutto della “rilevante” diminuzione dei contratti a termine (-123mila, -4,1%) e di quella, meno accentuata, dei lavoratori indipendenti (-28mila, -0,5%), bilanciati dalla crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (+50 mila, +0,3%).

    In questo panorama, il tasso di occupazione scende al 58,8% ma anche il tasso di disoccupazione cala al 9,4%. Si contano così 467mila disoccupati in meno in un anno (-16,3%) e contestualmente 290mila inattivi in più, sempre su base annua (+2,2%). In totale, i disoccupati sfiorano i 2,4 milioni, gli inattivi superano quota 13,5 milioni.

    “L’anomalia” del primo trimestre “emerge chiaramente – sottolinea l’Istat – alla luce del fatto che al rallentamento della crescita del tasso di occupazione corrisponde un aumento degli inattivi più distanti dal mercato del lavoro, cioè di coloro che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare, associato al calo dei disoccupati”. A spiegarla è proprio l’impatto dell’emergenza sanitaria su disoccupazione e inattività. Dinamica che caratterizza in particolare, come sottolinea ancora l’Istituto, il mese di marzo, quando la progressiva chiusura dei settori produttivi non essenziali e le limitazioni nella possibilità di movimento delle persone per l’emergenza sanitaria hanno modificato i comportamenti individuali nella ricerca di lavoro. Mettersi alla ricerca di un lavoro o essere disponibile ad iniziare un impiego entro 2 settimane è stato “difficile, se non quasi impossibile” durante il lockdown. Così sono diminuiti i disoccupati e aumentati gli inattivi.

  • FcA o Benetton: la filiera produttiva

    In rapporto alla difficoltà di ottenere la garanzia per riavviare il flusso di cassa della propria attività, in particolare se PMI, la facilità con la quale il gruppo Fca l’abbia ottenuta fa sicuramente arricciare il naso a non pochi piccoli imprenditori che ancora attendono.

    La discussione, o meglio l’aspro confronto, che tale richiesta ha scatenato si articola tuttavia in rapporto a presupposti e fattori decisamente fuorvianti.

    Quando il governo Renzi ed il ministro Calenda (che adesso si straccia le vesti contro questo finanziamento o meglio questa  garanzia)indicarono in FcA il modello di impresa internazionale con DNA italiano di fatto ammettevano la propria impotenza governativa nella inversione del peso della  burocrazia statale. Un onere da sempre indicato da tutti gli operatori economici come uno dei fardelli insopportabili che favorisce la delocalizzazione non solo produttiva ma anche fiscale e legale. In particolare il fattore fuorviante relativo alla allocazione della controllante in Olanda non ha alcun valore in rapporto ai benefici che la stessa azienda può distribuire sul territorio.

    Il gruppo Ferrero, ad esempio, situato ad Alba di Cuneo da sempre è controllato da una società lussemburghese anticipando di molto la delocalizzazione fiscale seguita da FcA ed ora da Fininvest. Il gruppo albese, da tempo immemore, nonostante la residenza fiscale in Lussemburgo, rappresenta uno dei migliori modelli di welfare aziendale in forte anticipo anche sul meraviglioso modello Luxottica di Del Vecchio.A nessuno è mai venuto in mente di rinfacciare la geolocalizzazione fiscale estera  della controllante Ferrero in quanto la politica dell’azienda rappresenta a livello di servizi ai dipendenti un modello mondiale.

    Tornando a FcA questa garanzia fornita dallo Stato al 70% per un finanziamento erogato da Intesa Sanpaolo verrà utilizzata dall’azienda stessa per pagare i fornitori a monte  della filiera essendosi interrotto il flusso di cassa a valle. Queste stesse aziende fornitrici sicuramente stanno trovando grandissime difficoltà nel riuscire a ottenere le medesime garanzie che invece facilmente FcA ha raggiunto grazie al proprio peso economico e possiamo dirlo anche politico. Anche se la controllante Exor risulta detenere liquidità in cassa rimane evidente la possibilità di fornire quelle risorse finanziarie all’intera filiera produttiva del settore auto che fa capo a FcA.

    Altre considerazioni invece riguardano la medesima richiesta avanzata dal gruppo Benetton (ma vale anche per OVS) che ha fatto della delocalizzazione nei paesi a bassissimo costo di manodopera come della quasi  totale assenza di normative a tutela del lavoro il proprio cavallo di battaglia. In questo caso la garanzia fornita dallo Stato servirebbe solo probabilmente al pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti in Italia ma non riavvierebbe alcuna filiera produttiva risultando questa in Italia assolutamente inesistente.

    In altre parole non è fondamentale tanto la residenza fiscale quanto la tutela della filiera italiana che dovrebbe rappresentare un parametro discriminante nella concessione di tali garanzie da parte dello Stato.

    Certamente il sostegno finanziario fornito dallo Stato come garanzia alla casa ex torinese rappresenta un modo molto più veloce per riavviare l’intera filiera produttiva con quella liquidità che i fornitori non riescono ad ottenere.

    Così FcA rappresenta una sorta di Cavallo di Troia finanziario a favore non solo dei 54.000 dipendenti diretti e dei 400 mila dipendenti dei fornitori che in questo modo potranno riavviare la filiera produttiva che altrimenti verrebbe esportata ancora una volta all’estero.

    In economia come nella politica industriale strategica non è importante tanto dove vengono riscosse le tasse ma il beneficio che un’azienda produce nel territorio.

    P.S. Non risulta che il gruppo Luxottica abbia presentato medesima richiesta. Il migliorie come sempre: Leonardo del Vecchio.

  • In Italia 3,7 milioni di extracomunitari in regola, all’inizio del 2019

    Al primo gennaio 2019 i cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia sono 3.717.406 (+2.472 unità rispetto all’anno precedente), provenienti principalmente da Marocco, Albania, Cina e Ucraina, che coprono il 38% delle presenze. L’incidenza dei minori è pari al 21,7%. E’ quanto emerge dai nuovi Rapporti annuali sulle comunità migranti in Italia, curati dal Ministero del Lavoro, con la collaborazione di Anpal Servizi.

    I permessi rilasciati per motivi di lavoro rappresentano il 6% dei nuovi titoli. Cresce ancora la quota di titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo sul totale dei regolarmente soggiornanti (62,3%). Sono 103.478 i cittadini di origine non comunitaria diventati italiani nel corso del 2018, provenienti principalmente da Albania (21.841), Marocco (15.496), Brasile (10.660) e India (5.425).

    Il 7,4% della forza lavoro è di cittadinanza non comunitaria. Nel 2018 il tasso di occupazione della popolazione proveniente da Paesi Terzi in Italia è pari al 60,1%, a fronte del 58,2% registrato tra gli italiani.

    Relativamente alla partecipazione al mondo del lavoro della componente femminile della popolazione si registrano differenze macroscopiche tra le comunità: a fronte di un tasso di disoccupazione medio femminile per i cittadini non comunitari pari al 17,1%, l’indicatore tocca il valore più basso nelle comunità filippina e cinese (rispettivamente 3,1% e 4,7%), mentre risulta elevatissimo per le donne tunisine (51,4%) e senegalesi (40,2%).

    Il 79% delle imprese a conduzione straniera è guidato da cittadini non comunitari. Crescono in particolare le imprese individuali guidate da cittadini non comunitari in Italia che a fine 2018 sono 379.160, un numero in crescita dell’1,4% rispetto all’anno precedente. Le comunità più rappresentate tra gli imprenditori individuali extra Ue sono la marocchina (17,7%), la cinese (14%), l’albanese (8,5%) e la bangladese (8,2%).

    Complessivamente, fra il 2017 e il 2018 le rimesse dall’Italia verso il resto del mondo sono cresciute del 14%, raggiungendo i 5,8 miliardi di euro. Nei primi cinque paesi di destinazione delle rimesse in uscita dall’Italia ci sono quattro Paesi asiatici: il Bangladesh, primo paese di destinazione (12,1%), le Filippine, al terzo posto, con il 7,6% dei volumi, il Pakistan (6,1%) e l’India (5,6%).

  • I lavoratori in smart working sono aumentati di 16 volte

    Erano mezzo milione prima della pandemia Covid-19 e sono saliti a 8 milioni con il lockdown i lavoratori italiani che praticano smart working. La modalità di lavoro da remoto è diventata spesso necessità di fronte alle misure di sicurezza e alle restrizioni anti-contagio, che un lavoratore su sei vorrebbe proseguire anche dopo l’emergenza. Più gli uomini, che le donne, per le quali lavorare da casa risulta più pesante A fotografarli è la prima indagine sullo smart working promossa dall’Area politiche di genere della Cgil e realizzata insieme alla Fondazione Di Vittorio, dal titolo “Quando lavorare da casa è… smart”. Obiettivo: cogliere ragioni e percezioni alla base di questa esperienza e, guardando in prospettiva, individuare modalità per rendere “davvero smart” il lavoro da casa, perché non sia soltanto “home working”. Di fronte al balzo attuale, diventa più urgente per il sindacato definire regole precise, nell’ambito dei contratti nazionali e aziendali, come rimarcato dal segretario generale Maurizio Landini: bisogna “prevedere pause, fare distinzioni tra lavorare di giorno e di notte, di sabato e festivi, sui mezzi da utilizzare”, ma anche “evitare le discriminazioni di genere: bisogna allargare la contrattazione e fare in modo che tutte le modalità di lavoro, compreso lo smart working, siano regolamentate”, sottolinea Landini, durante la presentazione dell’indagine, evidenziando i diversi punti, dal diritto alla disconnessione alla formazione, dagli orari alla salute e sicurezza allo stop all’unilateralità.

    Quasi tutti (il 94%, secondo l’indagine a cui hanno risposto 6.170 persone), sono d’accordo sul fatto che lo smart working faccia risparmiare tempi di pendolarismo casa-lavoro, consenta flessibilità, renda efficace il lavoro per obiettivi, permetta il bilanciamento dei tempi di lavoro, cura e libero. Dello smart working fa invece paura il fatto di avere meno  occasioni di confronto e di scambio con i colleghi e l’aumento dei carichi familiari (per il 71%). La stragrande maggioranza, l’82%, spiega di essere “precipitato” nel lavoro smart in coincidenza con l’avvio delle misure di contenimento del virus. Guardando al dopo emergenza, il 60% vorrebbe proseguire l’esperienza, il 22% no, resta una quota di indecisi. Meno convinte le donne, più propensi gli uomini: per le donne, infatti, questa modalità di lavoro “è meno indifferente e soprattutto più pesante, complicata, alienante e stressante”, rileva l’indagine. “Discriminazioni reiterate anche nello smart working”, commenta l’ex segretaria generale e attuale responsabile dell’Area politiche di genere della Cgil, Susanna Camusso.

  • L’Inail equipara il coronavirus all’infortunio sul lavoro, ma limita la responsabilità del datore di lavoro

    Con una propria circolare, l’Inail ha stabilito che il contagio da coronavirus va considerato un infortunio sul lavoro. “Le patologie infettive (vale per il COVID-19, così come, per esempio, per l’epatite, la brucellosi, l’AIDS e il tetano) contratte in occasione di lavoro sono da sempre inquadrate e trattate come infortunio sul lavoro poiché la causa virulenta viene equiparata alla causa violenta propria dell’infortunio, anche quando i suoi effetti si manifestino dopo un certo tempo” si legge nella circolare.

    La circolare n. 22 dell’ente su ‘Tutela infortunistica nei casi accertati di infezione da coronavirus’ precisa inoltre che il riconoscimento dell’origine professionale del contagio da Covid-19 non comporta peraltro alcuna responsabilità civile e penale del datore di lavoro; quest’ultima sussiste solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche. Nel caso dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, si legge nel documento, violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche “si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del d.l. 16 maggio 2020, n.33”. “Il rispetto delle misure di contenimento, se sufficiente a escludere la responsabilità civile del datore di lavoro – si legge ancora nella circolare – non è certo bastevole per invocare la mancata tutela infortunistica nei casi di contagio da Sars-Cov-2, non essendo possibile pretendere negli ambienti di lavoro il rischio zero. Circostanza questa che ancora una volta porta a sottolineare l’indipendenza logico-giuridica del piano assicurativo da quello giudiziario”.

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