Lusso

  • Accordato lo sconto, le nozze tra Lvmh e Tiffany si faranno nel 2021

    Le nozze tra il colosso francese del lusso Lvmh e la storica gioielleria americana Tiffany non sono più un miraggio. Il periodo è fissato per l’inizio del 2021, ora che le due società hanno trovato un accordo sul prezzo, che in sostanza farà risparmiare a Lvmh 420 milioni di dollari sull’acquisizione.

    L’accordo è infatti per 15,96 miliardi di dollari, a fronte dei precedenti oltre 16 miliardi. Erano 135 dollari per azione e il nuovo prezzo è di 131,5. Un leggero premio (+1,2%) rispetto alla chiusura in Borsa a New York del giorno precedente, ma anche rispetto a quello che sembra prospettarsi nella giornata del via libera (+0,7% a 130,8 dollari a mercati ancora aperti). Lvmh intanto ha chiuso a Parigi a +0,4% a 403,8 euro. “Siamo molto soddisfatti di avere raggiunto con Lvmh un accordo su un prezzo attraente – ha commentato Roger Farah, presidente di Tiffany – e di essere ora in grado di procedere con l’integrazione. Il board ha concluso che era nel miglior interesse dei nostri stakeholder raggiungere una certezza nel closing”. E “continuiamo a credere nel potere e nel valore del brand Tiffany e nei benefici finanziari e strategici di lungo termine di questa integrazione” ha osservato il ceo Alessandro Bogliolo. Come a dire che la convenienza è stata vista da entrambe le parti.

    Il gigante di Bernard Arnault si avvia così a chiudere la più grande acquisizione nel settore del lusso in un trimestre nel quale la paura per le conseguenze dei lockdown per contenere la pandemia da Covid 19 si sta rifacendo concreta. Ed era stata proprio la gestione dell’iconico marchio di preziosi durante la prima ondata di coronavirus ad essere stata messa in discussione a settembre dai francesi: ritenuta non adeguata, oltre ad avere compreso la distribuzione di “sostanziosi dividendi”. Le minacce degli Usa di tassare i beni francesi, evidenziate in una lettera del ministro francese per l’Europa e gli affari esteri aveva fatto il resto. Tiffany aveva risposto con un’azione legale alla Delaware Chancery Court, a cui era seguita quella di Lvmh. Col nuovo accordo, approvato dai Cda di entrambi, cadono anche le cause e il 19 novembre si prevede che Tiffany paghi il dividendo trimestrale di 0,58 dollari.

    “Questo accordo bilanciato raggiunto col cda di Tiffany – ha sottolineato Arnault, presidente e ceo di Lvmh – permette a Lvmh di lavorare all’acquisizione con fiducia e di riprendere le discussioni col management di Tiffany sui dettagli dell’integrazione. Siamo sempre convinti del potenziale formidabile del marchio Tiffany e pensiamo che Lvmh sia la casa giusta per Tiffany e i suoi dipendenti in questo prossimo eccitante capitolo”.

  • La pandemia fa strage del lusso: in Italia quest’anno perderà dal 25% al 35%

    Il mercato dei beni personali di lusso ha perso il 25% nel primo trimestre e nel secondo andrà anche peggio, anche se recupererà nell’ultima parte dell’anno e chiudere il 2020 in perdita del 25%-35%, con un giro d’affari di 180-220 miliardi di euro. Per tornare ai livelli del 2019 (281 miliardi) bisognerà aspettare il 2022-2023 (275-285 miliardi) e per la crescita, tra il 2% e il 3%, il 2025 (320-330 miliardi). E’ quanto riporta uno studio di Claudia D’Arpizio e Federica Levato di Bain, diffuso con la Fondazione Altagamma, che riunisce 107 marchi italiani del lusso tra moda, gioielleria, food & beverage, hospitality, automotive e yacht. “Abbiamo di fronte un periodo di enorme incertezza, in cui al momento tutto dipende dalle misure di politica sanitaria per il contenimento del coronavirus. Si tratta di governare l’incertezza” ha commentato il presidente di Altagamma, Matteo Lunelli, presidente e ceo di Cantine Ferrari, presentando con Stefania Lazzaroni, direttore generale Altagamma, le previsioni sui consumi mondiali di settore.

    Nel 2025, il termine di lungo periodo in cui è stimato il ritorno della crescita, la Cina diventerà il Paese più rilevante (26-28%, ora 11%) per il lusso e i consumatori cinesi rappresenteranno quasi il 50% (35% nel 2019) degli acquisti di settore a livello globale. L’online nel 2025 conterà per il 28-30% (12% nel 2019). La fascia demografica sotto i 45 anni contribuirà al 150% della crescita, con le cosiddette generazione Z (nati dal 1997) e Y (i “millenial”, nati tra il 1981 e il 1996) che costituiranno il 50%. L’industria del lusso dovrà adattarsi seguendo i cambiamenti dei consumatori, attraverso ad esempio un’attenzione maggiore alla sostenibilità, alla ricerca di emozionalità nei negozi, per stabilire una relazione di lungo periodo col consumatore, posizionandosi per questo con rinnovata capillarità. A breve invece, ma solo dopo qualche mese d’inerzia, sono all’orizzonte delle M&A, vista la crisi di liquidità’.

    A certificare le perdite, Altagamma ha fornito la variazione del consunsus degli analisti per il 2020, con un Ebitda passato dal +4,5% della stima fornita a novembre 2019 al -30% attuale. La profittabilità delle imprese del lusso viene data in diminuzione del 30%. L’hard luxury, ovvero gioielli (-22%) e orologi (-25%), e l’abbigliamento (-21%) sono le categorie che soffriranno di più. Pelletteria (-16%) e cosmesi (-11%) i prodotti che meno decresceranno. Le aree previste più in sofferenza sono Europa (-29%) e Americhe (America Latina -21% e Nord America -22%). Meno l’Asia (-5%), con una grande influenza della Cina.

  • Il lusso fa ricca l’Italia

    L’Italia è da sempre considerata la patria dei prodotti di qualità, eccellenze in molti settori che ci invidiano nel resto del mondo. Basti pensare che nel 2016, delle 100 aziende top del lusso mondiale, l’Italia è il primo per produzione. Secondo il “Global Powers of Luxury Goods 2018”, nuova edizione del report pubblicato da Deloitte che prende in esame i bilanci dell’anno fiscale 2016 (chiusi entro il 30 giugno 2017) delle 100 aziende top dell’alto di gamma, con 24 aziende l’Italia ha il primato del numero di produttori del settore. Seguono a distanza gli Stati Uniti con 13, il Regno Unito con 10 e la Francia con 9. Per capire l’importanza di questi numeri, specifichiamo che le 100 aziende hanno venduto beni per ben 217 miliardi di dollari.

    Un primato importante, che però perdiamo se si guarda la dimensione e il volume di vendite medie di tali aziende: la Francia (dove si trovano il primo e il quinto dei gruppi leader del lusso mondiale, Lvmh e Kering) ci batte con un fatturato medio di 5,8 miliardi di dollari, a fronte dei nostri 1,4.

    Bisogna costatare che le nostre aziende sono più piccole e il nostro tessuto produttivo più frammentato, tanto che nella top 10 delle aziende mondiali si trova solo un’italiana, Luxottica, al quarto posto. I successivi sono Prada al 19esimo posto e Giorgio Armani al 24esimo. Queste tre aziende, si legge nel report, raccolgono circa la metà delle vendite del lusso made in Italy della top 100. Una frammentazione, in mano principalmente alle famiglie fondatrici, che non è negativa nel momento in cui, nota lo studio, “le famiglie operano un forte controllo sulla coerenza del design”, uno dei punti di forza del made in Italy.

    Un deciso segnale di ottimismo, però, si rileva scorrendo la classifica delle 20 aziende che nel 2016 hanno avuto la crescita più veloce, e nella quale ben sei sono italiane: a guidarle è Valentino (le sue vendite sono più che raddoppiate fra 2013 e 2016, superando la soglia del miliardo di euro), seguito da Furla (il solo marchio di borse e accessori) e da Moncler, unico italiano anche fra le cinque aziende che nel 2016 hanno registrato una crescita a doppia cifra delle vendite e degli utili. A sostenere l’industria italiana del lusso è anche il costante primato della categoria “abbigliamento e calzature”, con 38 aziende nella top 100, cresciuta però solo dello 0,2%, a fronte del boom del segmento “cosmetica e profumi”, +7,6%.

    Per l’export italiano, però, arrivano altre buone notizie dall’Oriente. Armando Branchini, vicepresidente di Fondazione Altagamma, ha anticipato un’importante decisione di Pechino: “Dal 1° luglio i dazi imposti sull’importazione dall’Europa di prodotti come abbigliamento, accessori, complementi d’arredo, verranno dimezzati. Al momento, a seconda della categoria esatta, i dazi sono tra il 15,7% e il 19 per cento. Ridurli della metà significa avvicinarli molto a quelli che Bruxelles impone alla Cina”. Da anni si chiede a Pechino un allineamento con i dazi imposti dall’Unione europea, ora l’obiettivo sembra raggiunto.

    L’associazione Altagamma riunisce oltre cento eccellenze di dieci settori di «bello e ben fatto in Italia»: dalla moda e design alla gioielleria, dall’alimentare e automotive al wellness, passando per ospitalità ed enogastronomia. Tutti settori che si rivolgono al mercato globale dei beni di lusso personale, che Fondazione Altagamma, nata nel 1992, e Bain&Company monitorano da almeno due decenni.

    Si prevede quindi che in Cina gli acquisti di beni di lusso cresceranno tra il 20 e il 22%. Senza il possibile effetto dazi, questo porterà la quota del mercato cinese sul totale globale circa al 10% (era l’8% nel 2017). Ma la percentuale triplica se si considerano gli acquisti da parte di cinesi nel mondo. Il taglio dei dazi favorirà quindi chiunque produca in Italia ed esporti in Cina, ma il tessuto produttivo italiano dovrà farsi trovare pronto sotto ogni punto di vista.

     

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