Magistratura

  • In attesa di Giustizia: errare è umano, perseverare è diabolico

    Gli errori giudiziari continuano ad essere senza responsabili e responsabilità.

    Sul sito www.errorigiudiziari.com si trovano anticipati i dati relativi agli errori giudiziari e ingiuste detenzioni aggiornati al 31 dicembre 2020, sulla base dei quali è possibile fare un punto della situazione ricordando che c’è una differenza tra le vittime di ingiusta detenzione e cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi venire assolte e chi subisce un vero e proprio errore giudiziario: vale a dire quelle persone che, dopo essere state condannate con sentenza definitiva, vengono assolte in seguito a un processo di revisione, di regola dopo avere scontato molti anni di carcere.

    Per avere una prima idea, di quanti cittadini sono stati privati ingiustamente della libertà è significativo mettere insieme sia le vittime di ingiusta detenzione sia quelle di errori giudiziari in senso stretto. Ebbene, dal 1991 al 31 dicembre 2020 i casi sono stati 29.659: in media, un migliaio all’anno. Il tutto per una spesa complessiva per lo Stato (che è tenuto a riparare ai propri errori) che raggiunge la soglia di 869.754.850 euro, per una media di poco inferiore ai 30 milioni di euro l’anno.

    Attenzione, perché nel 2020 si è registrata una inversione di tendenza delle ingiuste detenzioni che sono in leggero calo rispetto al 2019: i casi sono stati 750, per una spesa in indennizzi liquidati pari a circa trentasette milioni di euro il che, rispetto all’anno precedente, denota effettivamente un netto calo sia nel numero di casi (- 250) sia nella spesa.

    Buon segno? Giammai…perseverare nell’errore è diabolico: la flessione non è il segnale di un cambio di passo virtuoso bensì la conseguenza di un rallentamento dell’attività giudiziaria, causa covid19, delle corti di appello chiamate a decidere sulle domande di riparazione che, sia detto per inciso, nel tempo hanno elaborato le più stravaganti giustificazioni per non concederle o ridurne l’entità. Qualche esempio? L’avere frequentato cattive compagnie, avere dei precedenti penali o – persino – essersi avvalsi della facoltà di non rispondere al primo interrogatorio da arrestato (quest’ultimo è un diritto assicurato dalla Costituzione…).

    A fronte di questa situazione sorge spontanea una domanda: come mai gli strumenti della giustizia disciplinare e la normativa sulla responsabilità civile dello Stato-giustizia non frenano gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni?

    I dati sulle azioni disciplinari sono semplicemente impietosi basti dire che nel passato era stato persino mandato indenne da conseguenze un magistrato che aveva abusato di un ragazzino nelle toilettes di un cinema porno perché – poco tempo prima, in casa – gli era caduto in testa un infisso che, secondo la sezione disciplinare del C.S.M., ne aveva temporaneamente compromesso la capacità di intendere e di volere.

    E’ vero, l’esempio non c’entra con il tema delle ingiuste detenzioni e degli errori giudiziari…ma rende sicuramente l’idea di come funzioni la “giustizia domestica” dei magistrati che, nel triennio 2017/2019 su circa tremila tra errori giudiziari e ingiuste detenzioni ha avviato la miseria di 53 accertamenti di cui solo 4 conclusi con una blanda censura.

    Quanto alla responsabilità civile, basti dire che la legge che ne regola l’accertamento è burlescamente costruita in modo da renderlo sostanzialmente impossibile.

    Certo è che un migliaio di cittadini all’anno privati ingiustamente della libertà sono un numero che più che suscitare l’attesa della Giustizia provocano il fondato timore che la sua amministrazione sia troppo spesso nelle mani di pericolosi emuli di Piercamillo Davigo.

  • In attesa di Giustizia: quousque tandem abutere, Palamara, patientia nostra?

    Così si rivolgeva Cicerone a Catilina, non certo a Palamara, all’inizio della prima delle sue orazioni pronunciate  – dette, appunto, Catilinarie – denunciando la congiura che stava ordendo per rovesciare la Repubblica e che avrebbe dovuto avere inizio proprio con l’assassinio di Cicerone il quale, avvisato per tempo, sfuggì all’agguato e  denunciò subito il complotto in Senato.

    Tradotto, significa. “fino a quando abuserai della nostra pazienza?”: ed è quello che, forse, è stato detto e chiesto a Luca Palamara, riconvocato di urgenza nei giorni scorsi per un’audizione alla Prima Commissione del C.S.M..

    Tutte le ipotesi circa il contenuto di questa audizione (come si vedrà, inopportunamente secretata) sono buone e le fughe di notizie, le ipotesi, i possibili retroscena  fluiscono già copiosi.

    La Prima Commissione del C.S.M., è bene chiarirlo, è quella che si occupa delle inchieste riguardanti i Magistrati e siccome Palamara è già stato sottoposto ad un procedimento disciplinare davanti al Consiglio vi è da pensare che sia stato convocato come testimone riguardo ad altre posizioni, probabilmente a causa delle rivelazioni fatte nel libro intervista pubblicato con Alessandro Sallusti.

    In quel testo, chi lo ha letto sopportando il voltastomaco che procura lo avrà intuito, molto si dice dell’autentico malaffare che ha governato il sistema della nomine a capo degli Uffici Giudiziari e le opzioni giudiziarie condivise per condizionare la politica ma molto anche si allude senza approfondire scenari più ampi che potrebbero riguardare tanto Magistrati e nomine, quanto lo stesso Quirinale: è dunque probabile, questo sì, che il C.S.M. abbia inteso sollecitare Palamara a “vuotare il sacco” del tutto.

    Tutto ciò va bene, benissimo, in nome della indispensabile opera di “pulizia” di un Ordine Giudiziario che ha raggiunto i minimi assoluti della credibilità e della autorevolezza; ma è proprio in nome di ciò che sarebbe risultata preferibile una scelta di maggiore trasparenza invece che far trafilare la notizia della audizione senza poi illustrarne – almeno in termini generici e senza scendere nella indicazione specifica di nomi, fatti e circostanze – l’oggetto.

    Secretazione, quindi, accettabile ma fino a un certo punto e non per sempre: si doveva offrire un servizio di informazione assai più corretto ad un Paese il cui rapporto con la Giustizia e chi la amministra è in forte crisi, evitando lo scatenarsi di dietrologi e spacciatori di “veline”:  in due parole era ed è indispensabile dare il segnale di una Magistratura che vuole uscire dal guado lasciando che l’opinione pubblica possa valutare fatti e persone sulla base di una informazione puntuale.

    Tutto ciò, tra l’altro, avrebbe reso effettivo il canone costituzionale secondo il quale la Giustizia è amministrata in nome del Popolo Italiano…ammesso e non concesso che sia messo in condizione di esprimere opinioni ragionate.

    Un’occasione persa, l’ultima tra tante e che questo permanente mistero tra i vari retropensieri che genera vi è quello circa la effettiva latitudine delle malefatte di cui Palamara è responsabile testimone. Cose taciute o solo accennate e perché? Paura, intenzioni estorsive, minore o indiretta conoscenza, pudore?

    Resta il fatto che così il nostro non è un Paese in attesa di Giustizia ma decisamente senza.

  • In attesa di Giustizia: scusi, lei è un assassino?

    Da quasi dieci anni la cronaca giudiziaria si è occupata della sparizione della signora Marinella Cimò, allontanatasi da casa nel 2011 senza lasciar alcuna traccia; il marito, Salvatore Di Grazia, ne aveva denunciato la scomparsa solo dopo dieci giorni inducendo gli inquirenti a concentrare su di lui i sospetti ed a procedere per l’ipotesi di omicidio nonostante il mancato rinvenimento del corpo della donna.  Salvatore Di Grazia è stato processato e condannato quale autore del delitto.

    Nei giorni scorsi, i tempi sono sempre quelli che sappiamo, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato e reso esecutiva una condanna a 25 anni di reclusione.

    La cronaca giudiziaria, quasi interamente di tendenza colpevolista, è soddisfatta perché è stato individuato un responsabile ed inflitta una pena superando l’ostacolo dell’assenza di una prova diretta del fatto. Recentemente, tra l’altro, proprio la Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza di grande spessore che affronta proprio il tema della inutilizzabilità dei meri sospetti per addivenire a una condanna essendo richiesta la sussistenza, perlomeno, di indizi (che sono cosa ben diversa) plurimi e concordanti e come tali idonei a superare la soglia del ragionevole dubbio. E’ la cosiddetta “regola B.A.R.D.” , acronimo derivato dal diritto anglosassone che sta, appunto, per Beyond Any Reasonable Doubt.

    Concetti difficili da digerire per un’opinione pubblica intrisa di davighismo, che si abbevera alla fonte di Marco Travaglio, celebrando – quali che siano – i fasti manettari. Altro che controllo sulla giurisdizione da parte del popolo: tale compito è ormai terziarizzato come dimostra (tra i tanti esempi) un servizio andato in onda a Quarto Grado – con la partecipazione del condannato Di Grazia – che restituisce un quadro preoccupante della nostra epoca e consente di riflettere sul “grado di salute” del nostro sistema giudiziario.

    L’intervista a Di Grazia, nell’imminenza dell’arresto per espiare la pena, lascia sgomenti per modalità ed intenti: l’uomo  viene, infatti, sottoposto ad un giudizio demolitorio, reo non solo del delitto per cui è stato processato, ma anche (forse soprattutto) di aver osato sostenere fermamente la sua innocenza.

    A questo uomo anziano – dalla personalità  particolare, ma non per questo immeritevole di rispetto – sono stati rivolti pressanti interrogativi, quasi a voler ottenere in diretta una confessione mai resa o un’informazione mai concessa.

    “Dov’è il corpo di sua moglie? ”E ancora: “Di Grazia ha ucciso o no sua moglie? Sa io la domanda gliela dovevo fare”… “Ma Di Grazia lei ha 83 anni ed è stato condannato a 25 anni: lei sa cosa vuol dire questo? Cosa ha messo nella valigia (per il carcere), un libro o un pensiero di sua moglie? Ed ancora “Glielo avevo detto Di Grazia di far meno lo strafottente, l’arrogante il burlone perché era palese che c’erano gli indizi contro di lei: ora può fare tutto quello che vuole, ricorrere a procedure e cavilli, ma la sostanza è tutta qua”.

    Domande che non abbisognano di commenti ulteriori circa  la loro gratuità e  sottesa pretesa moralista. Il processo, concluso nelle aule, prosegue e persiste nella sua forza inquisitoria nelle sedi dei talk show o su web, quasi che una sentenza non sia  adeguata a placare la sete di giustizia.

    Una giustizia responsabile di non aver fornito tutte le risposte si pretenderebbe di avere. Insomma un “limite” del sistema processuale. Un limite che – se ci pensiamo – forse è connesso ad una prassi sempre più consueta di accesso (od abuso) al processo indiziario in cui difetta la prova diretta o storica del fatto illecito da accertare e nel quale il Giudice – seppur nel rispetto delle norme e all’esito di una ragionata analisi di quegli elementi – sceglie tra un ventaglio di ipotesi “probabili” quella che egli soggettivamente ritiene “più ragionevole, più credibile”, addivenendo ad una decisione che seppur corrisponde all’accertamento di una verità processuale lascia contorni irrisolti e domande inevase. Un percorso logico giudico in cui l’errore diviene una variabile assai concreta.

    Su tali premesse si erge l’uomo comune nelle vesti del censore, proseguendo in quel compito che la Giustizia ha solo parzialmente assolto; un uomo che sente ancora l’esigenza di chiedere, nonostante una sentenza di condanna definitiva, “Scusi, lei è un assassino”? E meno male che, se nel nostro sistema l’attesa di giustizia è sempre lunga, perlomeno non abbiamo il processo con giuria.

  • In attesa di Giustizia: perseverare è diabolico

    Questa rubrica si è già occupata di quello che, sia pure tormentato, sembrava essere il convinto passo di addio alla Toga di Piercamillo Davigo.

    Mai dire mai: nonostante alcune considerazioni a caldo che esprimevano amarezza coerente con un sofferto ma definitivo congedo dalla Magistratura e dal suo Consiglio Superiore, il Dottor Sottile di Mani Pulite si è attivato immediatamente (il giorno dopo la delibera del Consiglio) per far valere le proprie ragioni impugnando al T.A.R. una decisione che egli ritiene sbagliata. Il che fa ritenere con certezza che il passo fosse già stato meditato e preorganizzato con buona pace di quanto affermato poche ore prima.

    Tale opzione sorprende, ma forse non dovrebbe: Davigo aveva illustrato i motivi della sua resistenza non tanto al pensionamento quanto alla derivata esclusione dal C.S.M. puntualizzando che non voleva certamente apparire come “attaccato alla poltrona”; considerando l’orientamento stabile e negativo della Giustizia amministrativa sul punto si direbbe proprio il contrario ma – del resto – questa vicenda nel suo insieme è caratterizzata da quella opacità che è risultata essere abituale nel funzionamento degli organi rappresentativi della magistratura non meno che nei comportamenti di numerosi appartenenti all’Ordine Giudiziario.

    Proprio Davigo, sostenitore della infallibilità dei giudici che ha sempre considerato la finalità delle impugnazioni unicamente dilatoria, si è dovuto rivolgere ad un avvocato (cioè ad un rappresentante di una categoria apertamente disprezzata) per farsi assistere contro la decisione del Consiglio Superiore della Magistratura che ha negato la sua permanenza nell’organo di autogoverno per raggiunti limiti di età: epilogo che, a regola, si sarebbe dovuto raggiungere senza discussioni e traumi ed, altresì, evitando il commento finale del Vice Presidente del C.S.M. modulato su equilibrismi dialettici da orfano della Prima Repubblica.

    Tutto ciò non fa bene all’immagine già compromessa di un Potere dello Stato, travolto nella melma di squallide intercettazioni con pregiudizio anche quella porzione di magistrati che lavora sodo, seriamente e nel rispetto di quella Costituzione su cui hanno giurato.

    Perseverare è diabolico, ed un C.S.M. dall’equilibrio già instabile rischia di trarne ulteriore pregiudizio ma…

    …non sarà che, invece, Davigo ha ragione, anzi che sarebbe meglio avere un Consiglio Superiore di tutti pensionati?

    Certo! E con innegabili vantaggi:  non dovendo tornare in servizio i componenti  togati potrebbero dedicarsi al loro ministero liberi da ogni condizionamento, senza timore di risultare per qualche ragione sgraditi ad un futuro collega o preoccupandosi di essere graditi ad altri; sarebbero tutti saggi almeno per anagrafica presunzione e le loro decisioni, non dovendo più aspirare a nulla in carriera, sottratte a mercanteggiamenti correntizi; l’età avanzata, inoltre, porta con sé una ridotta esigenza di ore di sonno e, di conserva, un tempo maggiore da dedicarsi proficuamente al lavoro.

    Quanto ai criteri sia per selezionare i componenti del C.S.M. che – da parte di costoro – per determinare i progressi in carriera degli ormai ex colleghi si potrebbe fare ricorso alla Regola di San Benedetto per la elezione degli abati: senza scomodare leggi, regolamenti e Costituzione, soprattutto evitando di stravolgerle o piegarle alle utilità del momento.

    E per noi adesso l’attesa di Giustizia è per una decisione del T.A.R. Lazio e poi, forse, del Consiglio di Stato sollecitata proprio da chi si è sempre battuto per la eliminazione del giudizio di appello. Definiamo tutto ciò una eterogenesi dei fini per chiudere (si spera definitivamente) il discorso e – più che mai –  evitare querele.

  • In attesa di Giustizia: il lungo addio

    Questo era il titolo di un romanzo di Raymond Chandler che può ben attagliarsi alla vicenda del pensionamento di Piercamillo Davigo intervenuto per raggiunti limiti di età mentre sedeva come Consigliere a Palazzo dei Marescialli. L’ex P.M. di Mani Pulite le ha provate tutte pur di rimanere al C.S.M., sebbene vi fossero – tra l’altro – precedenti regolati dal Consiglio di Stato in senso contrario alle sue aspettative. Ospite di Piazza Pulita su LA 7, l’ormai ex magistrato ha detto che se solo avesse avuto un cenno (dal Presidente Mattarella, si intende) circa l’orientamento del Comitato di Presidenza in senso opposto alla sua permanenza, si sarebbe immediatamente dimesso.

    Ma, vien da dire, ce ne sarebbe stato veramente bisogno? Un uomo che conosce la legge e la sua interpretazione non avrebbe dovuto avere dubbi circa le proprie prospettive e l’accanimento con cui ha perseguito il tentativo di restare al Consiglio non trova giustificazione.

    Tuttavia, in questa vicenda, vi è forse qualche affiorante retroscena che potrebbe spiegare le ragioni per cui nessun cenno gli è stato fatto, facendogli anzi coltivare l’illusione che l’epilogo potesse avere un lieto fine: non è da escludere che fino all’ultimo sia cercato di salvare, più che il soldato Davigo, l’assetto politico del C.S.M. che aveva appena giudicato e rimosso dalla magistratura, con molta fretta (ne abbiamo trattato di recente), Luca Palamara.

    Se e fino a qual punto il dott. Davigo (che faceva parte della sezione disciplinare del CSM) avesse fatto affidamento proprio su questa inerzia, lo sa solo lui; ma la partita  è probabile che si sia giocata su questo tavolo, non certo su quello della controversia tecnico-giuridica.

    Ma quando poi, con malcelata amarezza, egli lamenta che quel silenzio ingannevole dei vertici del C.S.M. lo abbia ingenerosamente esposto ad un danno di immagine, come di un magistrato “attaccato alla poltrona”, scivola nella retorica populistica un po’ troppo facile, ancorché a lui assai congeniale.

    Il dott. Davigo (che per non farsi mancare nulla, pare, abbia avviato altra controversia per veder retroattivamente rivalutata la sua sconfitta nella corsa a Primo Presidente della Corte di Cassazione) deve prendersela solo con sé stesso. Il quadro dei principi era ed è chiarissimo, il Consiglio di Stato si era già pronunciato esattamente sul punto quando egli ha deciso di ingaggiare questa battaglia. Ed anzi, egli aveva avuto altre due eccellenti occasioni per buttare dignitosamente la spugna: il giudizio negativo della Commissione che di norma lui stesso presiedeva ed il parere drasticamente negativo della Avvocatura dello Stato, incredibilmente secretato: il che la dice lunga su quanto il Consiglio o gran parte di esso stesse cercando di sostenerlo. Imputet sibi avrebbero detto i latini.

    Una vicenda un po’ squallida, detto senza infingimenti e dai contorni resi ancor più opachi dal voto finale espresso dal CSM, che conferma una volta di più l’attuale crisi di autorevolezza e credibilità della magistratura italiana e del suo vertice istituzionale. Ancora una volta, su una questione del tutto tecnica, si è votato per schieramenti e per dosimetrie correntizie. Il tema era se un magistrato in pensione possa rimanere in carica: cosa c’entra la corrente di appartenenza? Ogni commento è superfluo e si ponga attenzione alla critica che è stata rivolta al voto libero ed “imprevisto” del dott. Nino di Matteo che per il solito Travaglio – che incarna l’idea platonica della faziosità più incontinente – sarebbe un voto “inspiegabile”; per molti, anche all’interno della stessa magistratura, sarebbe stata addirittura una ritorsione contro il silenzio di Davigo sulla nota vicenda della mancata nomina di di Matteo a capo del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria. Insomma saremmo al cospetto di una guerra tra bande. Piace, invece, presumere, almeno presumere, un gesto di onestà intellettuale e di libertà morale da parte di un magistrato in un momento in cui la crisi della giurisdizione rende sempre più vana l’attesa di Giustizia.

  • Alle elezioni per l’Anm vince la corrente progressista dei magistrati, giù il gruppo di Davigo

    Le toghe progressiste di Area sono prime, ma tallonate da Magistratura Indipendente, la corrente che ha avuto a lungo come punto di riferimento Cosimo Ferri e che ha pagato il prezzo più alto al caso Palamara, con tre consiglieri del Csm costretti alle dimissioni. Dimezza la propria rappresentanza Unità per la Costituzione, di cui è stato a lungo leader di fatto il pm romano radiato dalla magistratura per lo “scandalo” delle nomine. E va male anche Autonomia e Indipendenza, il gruppo fondato da Piercamillo Davigo, che alle scorse elezioni aveva fatto il botto, ma che stavolta sconta l’assenza del suo leader: prende gli stessi seggi degli esordienti “Articolo 101”, la neonata formazione che si pone in antitesi alle correnti tradizionali, ma i cui rappresentanti sono già stati in passato all’Anm sotto le insegne di “Proposta B”. E’ il quadro composito che emerge dalle elezioni per il rinnovo dei trentasei componenti del Comitato direttivo centrale dell’Anm, il “parlamentino delle toghe” che già il 7 novembre prossimo è chiamato ad eleggere il nuovo presidente e la nuova giunta destinate a guidare il sindacato dei magistrati per i prossimi quattro anni.

    Ma c’è un altro dato da non sottovalutare. Ed è il calo sensibile dei votanti, che tradisce la “disaffezione” di una parte dei magistrati al sistema delle correnti, uscito con le ossa rotte dal caso Palamara. Nonostante per la prima volta si votasse con modalità telematica, sono stati solo 6.101 magistrati a scegliere i rappresentanti al Comitato direttivo centrale dell’Anm, pari al 85,92% dell’elettorato attivo. Un migliaio in meno (7100) di quelli che si erano registrati nelle scorse settimane e quasi due migliaia in meno rispetto alle elezioni del 2016.

    Area è dunque la vincitrice con 1785 voti e suo è anche il primo degli eletti, con 739 preferenze: il presidente uscente dell’Anm Luca Poniz, che ha spinto per una linea intransigente nei confronti di tutti i magistrati protagonisti della riunione sulle nomine all’hotel Champagne con Palamara, Ferri e il dem Luca Lotti, ma dialogante sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, alla guida di una coalizione formata da Area, Unicost e Autonomia e Indipendenza, con Magistratura Indipendente all’opposizione.  Numeri che dovrebbero portare il gruppo a 11 seggi, 2 in più di quelli che aveva ottenuto nel 2016. Ottimo risultato anche per Magistratura Indipendente, nella cui lista si erano presentati sotto l’insegna di Movimento per la Costituzione, anche ex esponenti di Unicost (come Antonio Sangermano, in passato pm del caso Ruby): incassa 1648 voti, che dovrebbero portarla a 10 seggi (+2 rispetto a 4 anni fa). Per Unità per la Costituzione – la cui dirigenza ha preso da subito le distanze da Palamara e ha sposato una linea intransigente – invece la batosta è netta. Anche se il suo presidente Mariano Sciacca vede comunque un progresso rispetto alle elezioni suppletive del Csm. Nel 2016 era stata la prima corrente, oggi i suoi consensi si fermano a 1212, con una contrazione di seggi notevole: dai 13 di allora, dovrebbe accontentarsi di soli 7. In calo considerevole anche Autonomia e Indipendenza: dopo il bagno di voti del 2016 trainato essenzialmente da Davigo ottiene 749 preferenze e così gli stessi seggi di “Articolo 101” che di voti ne ha presi 651.Tra i suoi, il primo degli eletti è l’ex consigliere del Csm Aldo Morgigni.

    Difficile capire che prospettive si aprono per il “governo” del sindacato dei magistrati. “Come quattro anni fa il nostro obiettivo è la giunta unitaria”, assicura il segretario di Area Eugenio Albamonte. Ma l’accordo tra tutte le correnti non sembra un traguardo facile.

  • In attesa di Giustizia: buon anno a tutti

    Il 31 gennaio si è celebrata la inaugurazione dell’Anno Giudiziario a Roma e il sabato a seguire negli altri capoluoghi di Distretto delle Corti d’Appello.

    L’occasione si è proposta per riaffermare la contrarietà della Avvocatura alla deriva giustizialista che caratterizza l’azione politica ed è, in particolare, alimentata dalle considerazioni in aperto contrasto con parametri costituzionali del componente del C.S.M. Piercamillo Davigo, sostenuto nella sua battaglia da raffinati costituzionalisti del calibro di Marco Travaglio e Gianni Barbacetto.

    Atteso a Milano per la cerimonia del 1° febbraio, Davigo si è visto opporre la protesta della Camera Penale, poi concretizzatasi nella uscita dall’Aula Magna, quando ha avuto la parola, di decine di avvocati in toga brandendo cartelli con segnati gli articoli della Costituzione che sistematicamente il Magistrato stravolge nel significato.

    La preordinazione di un flash mob di sicuro impatto è trapelata alimentando una polemica a distanza anche con Palazzo dei Marescialli, cui è stato notificato un documento nel quale si manifestava dissenso rispetto alla partecipazione di Piercamillo Davigo alla Inaugurazione dell’Anno Giudiziario a Milano.

    Quali le ragioni della agitazione, nel dettaglio? Lascio la parola al comunicato del Consiglio Direttivo della Camera Penale milanese.

    Ci siamo sentiti dire, pubblicamente, da un Magistrato, giudice di Cassazione e componente del CSM che noi  avvocati siamo sostanzialmente dei venduti, che per una parcella facciamo scelte inutili per i clienti e che dovremmo pagare personalmente per poter esercitare il diritto di impugnazione, così la smetteremmo con quelle bieche tattiche dilatorie come impugnare le sentenze di condanna.

    Avremmo potuto rispondere, sempre pubblicamente, che ci sono magistrati che impiegano anni per depositare le sentenze, che commettono per superficialità gravi errori giudiziari, che i criteri di nomina degli Uffici Direttivi potrebbero essere condizionati da logiche del tutto estranee al buon funzionamento degli uffici stessi. Non lo abbiamo fatto, convinti che il mal funzionamento del sistema non derivi dalle cattive condotte del singolo ma da un complesso di fattori che riguardano, innanzitutto, le norme che ad esso presiedono e le risorse che ad esso sono destinate.

    Ci siamo limitati a chiedere rispettosamente che il rappresentante del CSM che, pronunciando quelle affermazioni offensive della intera avvocatura aveva screditato una figura essenziale per il corretto funzionamento dell’intero procedimento, non fosse il portavoce dell’intero CSM per il Distretto di Corte d’Appello di Milano, con il portato che tale designazione avrebbe determinato.

    Ora il Comitato di Presidenza del CSM ci ricorda che tutti, e dunque anche il Consigliere Davigo, possono liberamente manifestare il loro pensiero e che siamo noi irrispettosi a chiedere di rivalutare la designazione.

    Si rassereni l’Onorevole Consiglio: noi siamo stati e saremo sempre rispettosi della Magistratura, critici e vigili come la legge ci impone ma sicuri che il sistema possa funzionare con l’impegno e la considerazionereciproca di tutte le sue componenti come la nostra Costituzione prevede.

    E così continueremo, rispettosamente, a batterci affinché chi ne scredita una componente non assurga a pubblico rappresentante dell’altra.

    Bravi, difensori fino all’ultimo dei canoni fondamentali di uno stato di diritto forse li avete visti ai telegiornali o sui quotidiani, e… in attesa di Giustizia,  buon anno a tutti.

  • Tortora Enzo e Bonafede ministro della giustizia…

    Non ho mai amato come personaggio televisivo Enzo Tortora perché non mi piacevano i suoi programmi, tanto meno Portobello. Ma questo non mi ha impedito di comprendere il dramma umano di una persona ingiustamente detenuta ed accusata da una magistratura arrogante quanto incompetente.

    Contemporaneamente ho assistito al progredire della carriera dei magistrati che lo accusarono ingiustamente i quali indipendentemente dal disastro (successivamente e finalmente emerso e  dimostrato) hanno proseguito nella propria carriera  come se nulla fosse.

    La vicenda di Enzo Tortora rappresenta per ogni democratico e liberale il simbolo del disastro che può nascere da una mancanza di pesi e contrappesi all’interno di uno Stato. Nel caso specifico la magistratura rappresenta uno dei poteri costitutivi dello stesso Stato democratico ma quando privo di una qualsiasi valutazione del proprio operato di un organo terzo diventa libero da ogni responsabilità e quindi arbitrario.

    Quando un ministro della giustizia, che ovviamente non può avere nessuna responsabilità in relazione ad una vicenda accaduta decenni fa, ma che con una superficialità che rappresenta un insulto dice alla figlia di Enzo Tortora che “nessun innocente va in prigione” non esiste altra possibilità se non le sue dimissioni immediate per manifesta incompetenza.

    Si può anche non amare Enzo Tortora come personaggio televisivo ma è fondamentale comprendere il valore della sua storia e del suo  calvario giudiziario ed umano in un contesto democratico per assicurare un futuro a questo povero Paese.

  • Il nuovo integralismo fiscale

    La detenzione preventiva rappresenta una forma di esercizio della Giustizia che dovrebbe risultare eccezionale all’interno del complesso sistema giudiziario il quale, viceversa, dovrebbe privilegiare tempi ragionevolmente più brevi ma soprattutto sicuri in relazione all’esercizio del potere giudiziario. Non può esistere, infatti, un sistema giudiziario nel quale buona parte dei processi finisca con la prescrizione del reato come è altrettanto insopportabile che buona parte dell’esercizio dei propri diritti in ambito civile debba attendere anche dieci anni ed oltre per venire riconosciuta.

    La preventiva detenzione, se divenuta usuale all’interno dell’amministrazione giudiziaria, rappresenta, in altre parole, un’aberrazione all’interno del sistema stesso il quale sconta per altro scarsi investimenti pubblici ed una classe di magistrati assolutamente libera da ogni controllo o giudizio se non al solo CSM. E quest’ultimo, venendo meno al principio della terzietà di giudizio valido per il sistema giudiziario, adotta proprio il principio dell’interna corporis, del quale ‘integralismo politico-ideologico si è vestito il governo in carica partendo dalla assoluta incapacità (in questo esattamente in linea con i precedenti) di avviare una profonda rielaborazione della spesa pubblica e degli effetti della stessa al fine di giustificare, una volta di più, la propria incapacità di una sana gestione della spesa pubblica (come ampiamente accertato dalla CCGIA di Mestre (http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/09/INEFFICENZE-PA-ED-EVASIONE-14.09.2019.pdf). Viceversa si continua ad utilizzare  la problematica relativa all’evasione fiscale come arma di distrazione di massa.

    In altre parole si cerca di attribuire all’evasione fiscale, i cui termini non vengono mai chiaramente indicati, la causa principale del disavanzo e di conseguenza del debito pubblico (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Una falsità di una gravità inaudita che vede peraltro il silenzio colpevole del mondo accademico e dei media relativamente al calcolo dell’evasione stessa che non parte neppure dalla definizione tra imponibile e tasse evase.

    Va poi tenuto in debita considerazione il fatto che il ministero “certifica” come nelle controversie fiscali solo un 28% di esiti sia a favore del contribuente (un valore assolutamente fuorviante in quanto tiene conto della somme dei  tre gradi e non del solo esito finale ). In questo contesto la possibilità inserita nell’ennesimo decreto fiscale, che conferisce all’autorità giudiziaria di confiscare preventivamente i beni dell’imputato, rappresenta una forma moderna di neointegralismo religioso fiscale. Con l’aggravante che mentre l’ingiusta detenzione può venire liquidata e risarcita (solo in parte), il danno subito con la confisca dei beni non solo priva nell’immediato del patrimonio ma soprattutto può avere effetti difficilmente quantificabili in caso di risarcimento così come per  una conseguente chiusura dell’attività economica successiva alla confisca.

    Nel nostro ordinamento giudiziario una persona risulta innocente fino al terzo grado di giudizio e questo dovrebbe valere maggiormente per i reati fiscali e amministrativi che, pur colpendo il bene pubblico attraverso la sottrazione di risorse, sono reati patrimoniali.

    All’interno del mondo economico ed amministrativo la confisca dei beni può determinare la chiusura  di qualsiasi attività economica, imprenditoriale e professionale alla quale in caso di riconoscimento dell’innocenza non si potrebbe porre rimedio con un ipotetico risarcimento.  Uno scenario sempre più reale, anche in considerazione della spinta politica ad un maggiore utilizzo della moneta elettronica che fa pensare molto all’accanimento e all’integralismo con il quale il potere politico in carica spinge verso questo tipo di pagamenti.

    La lotta all’evasione fiscale sta ormai assumendo i connotati di una vera e propria lotta religiosa che contrappone il potere politico, sempre più invasivo, alla maggioranza dei contribuenti onesti che vedono ogni anno aumentare oneri e costi come gli adempimenti burocratici.

    Solo l’integralismo religioso applicato in ambito fiscale non si preoccupa degli effetti delle proprie azioni. E di fatto non esiste alcuna differenza nei suoi terribili effetti tra la supremazia di uno Stato in virtù di un integralismo religioso o in nome di un socialismo reale ed etico.

  • In attesa di Giustizia: Perry Mason e il cliente povero

    Non è propriamente una novità: nell’ultimo decennio la Banca d’Italia ha offerto un contributo tecnico essenziale alle indagini di natura economico – finanziaria distaccando alla Procura di Milano cinque dipendenti ed un funzionario che hanno realizzato per i P.M. alcune centinaia di consulenze. Gratuitamente. Nei  giorni scorsi, questo genere di collaborazione è stato formalizzato con la firma di un Protocollo d’Intesa tra la Procura della Repubblica di Milano e Bankitalia.

    In sostanza, esperti della Banca d’Italia e Magistrati indagheranno fianco a fianco scambiandosi informazioni e istituendo così una sorta di nucleo di polizia giudiziaria ad altissima specializzazione: il primo in una sede giudiziaria.

    Questa collaborazione, ormai decennale, con la sigla del protocollo si trasforma in un vero e proprio ufficio distaccato della Banca d’Italia all’interno della Procura, ove i dipendenti -ovviamente- dovranno essere soggetti qualificati.

    Sembra una buona notizia, ma forse non lo è se si considera innanzitutto il fatto che i soggetti che supporteranno i Pubblici Ministeri, anche in inchieste autonome rispetto alla Banca d’Italia, di quest’ultima potranno utilizzare dati e informazioni e alla medesima potranno, eventualmente, riversare ciò che è stato accertato.

    Ebbene,  secondo il codice etico di Bankitalia i dipendenti devono improntare la loro opera ad indipendenza e imparzialità e viene da chiedersi se alla luce di tali principi una collaborazione, in pianta stabile con la Procura, pur apprezzabile per altri versi perché è corretto avvalersi di esperti in materia, possa minare questi stessi principi, creando condizionamenti e divulgazioni di notizie riservate in possesso della Banca.

    Ma c’è un altro profilo su cui ragionare: il possibile ulteriore sbilanciamento del rapporto tra accusa e difesa laddove la prima è in grado di mettere in campo, a costo zero (o a carico dello Stato) “artiglieria pesante” nelle indagini mentre la seconda deve fare i conti con il portafoglio dei propri assistiti che non sempre consentono di ingaggiare consulenti e periti di chiara fama o di ingaggiarli del tutto.

    Non sembra corretto che l’esito dei processi possa essere condizionato da uno sbilanciamento fra le parti processuali che si pone in contrasto con i principii dell’art. 111 della Costituzione: dunque, se non sarebbe corretto neppure depotenziare la Procura è necessario trovare un rimedio affinché la difesa, anche del “cliente povero” si possa battere ad armi pari.

    Gli americani, il cui sistema giudiziario – ancorché si tenda ad emularlo – presta il fianco a non poche critiche, dicono che è meglio essere ricchi, bianchi e colpevoli che neri, poveri e innocenti: un corollario al processo che sarebbe preferibile non dover trasferire al nostro dove l’attesa di Giustizia è già legata a sin troppe variabili senza che debbano essere ulteriormente divaricate le distanze tra le parti.

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