Comprensibilmente distratti dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Medio Oriente, i media nazionali non hanno dedicato attenzione ad un’altra crisi, a tratti violenta, che da cinquant’anni è in corso nella regione sud del Marocco, meglio conosciuta come Sahara Occidentale. Oggi quel conflitto sembra essere sulla via di una definitiva soluzione grazie alla recente Risoluzione ONU 2797 del 31 ottobre scorso.
Tutto cominciò nel 1975, quando, dopo la fine dell’occupazione spagnola, anche quella parte del Marocco fu liberata. Il Marocco era stato una monarchia sovrana per secoli, anche quando il resto del Maghreb era occupato dall’impero ottomano. Durante il periodo centrale delle colonizzazioni europee Francia e Spagna si erano però divise quel territorio con la prima che occupava tutta la regione nord fino al pieno deserto e la Spagna che esercitava i suoi diritti coloniali sulla regione marocchina del sud. Il protettorato, perché così fu definito il controllo franco-spagnolo dal trattato di Fez del marzo 1912, finì ufficialmente nel 1956 ma, mentre i francesi abbandonarono subito il Paese, gli spagnoli continuarono a rimanere nel sud fino al 1975. Durante tutto questo periodo, almeno nominalmente, continuò a esistere la locale monarchia che, quando riprese possesso della totale sovranità, dichiarò la necessità che tutto il Paese fosse unificato e che anche gli spagnoli se ne andassero. Fino a che il generale Francisco Franco fu in carica e in piena salute ciò, tuttavia, non avveniva e fu mentre era sul letto di morte (novembre 1975) che ben 750.000 civili marocchini mossero pacificamente dal nord verso il sud, a piedi o con qualunque mezzo disponibile, per ribadire la loro sovranità. Fu quella che fu chiamata la Marcia Verde e riuscì a sbloccare definitivamente le incertezze di Madrid. Nella capitale spagnola si decise allora di lasciare la zona, dividendola però tra una parte consegnata formalmente al Marocco e un’altra alla Mauritania. Fu allora che, con il sostegno dell’Algeria, fu creato il Fronte Polisario che dichiarò l’indipendenza e cominciò una guerriglia violenta contro gli eserciti marocchino e mauritano. I conflitti iniziarono nel febbraio 1976 e continuarono con morti da entrambe le parti fino al 1980. Nel 1979 la Mauritania rinunciò a rivendicare una qualunque autorità cedendo i propri diritti al Regno del Marocco. I ribelli del Polisario, incalzati dall’esercito regolare marocchino, scapparono in Algeria portando con sé qualche decina di migliaia di civili saharawi. Il locale regime attrezzò per loro un campo profughi a Tindouf, poco lontano dal confine, ove ancora restano e vivono grazie ad aiuti umanitari internazionali. Secondo varie organizzazioni indipendenti, lì sono trattenuti in situazione di semi-libertà e non sono autorizzati ad andarsene salvo permessi speciali rilasciati dai loro capi autonominatisi e mai eletti. Anche il loro numero resta volutamente incerto, poiché si sa che più viene dichiarato essere grande, più aiuti di vario genere vi saranno destinati.
Nel 1981 il re Hassan II evocò la possibilità di un referendum tra la popolazione e altrettanto farà l’ONU nel 1991 con una propria Risoluzione (la 690) che istituì per l’occasione la missione MINURSO. Purtroppo, le dispute sull’identificazione degli aventi diritto al voto e le divergenze politiche resero impossibile la consultazione. Negli anni successivi, tutti i tentativi di mediazione – compreso il Piano Baker II del 2003 – naufragarono tra le resistenze reciproche ma soprattutto perché il Polisario pretendeva che un eventuale referendum escludesse dal voto anche quei Saharawi che erano tornati nel paese dopo la partenza degli spagnoli. Da allora, seppur a fasi alterne, sono continuati gli scontri violenti che l’Onu ha cercato di risolvere con decine di Risoluzioni successive, sia dell’Assemblea Generale sia del Consiglio di Sicurezza, senza però fare grandi passi in avanti. Nel 2006 il re Mohamed VI annuncia che è volontà del Regno attribuire alla regione del sud un regime istituzionale particolare e presenta ufficialmente un Piano di Autonomia immediatamente appoggiato dalla Francia. Nel 2007 il Consiglio di Sicurezza invita le parti a discutere “seriamente” e con “buona fede” quel progetto ma i ribelli rifiutano anche di prenderlo in considerazione come base negoziale.
In realtà è bene sapere che il Sahara Occidentale è per l’80% una zona desertica e ospita una densità di popolazione che è di 2 abitanti per chilometro quadrato. È pur vero che il suo terreno è ricchissimo di fosfati e le acque atlantiche prospicienti sono tra le più pescose in tutta la costa africana ma la popolazione totale fatica a raggiungere un totale di due milioni. Immaginare quella regione come indipendente, nei fatti e non solo formalmente, diventa un’ipotesi piuttosto difficile e i dubbi sulla spontaneità di un sincero desiderio indipendentista restano forti. Il perché l’Algeria avesse deciso di sponsorizzare la possibile secessione va ricercato nella secolare inimicizia tra i due Paesi originata da alcune diatribe di confine ma, non ultimo, esiste anche il sospetto che attraverso uno Stato “fantoccio” Algeri pensi così di potersi guadagnare uno sbocco sull’oceano Atlantico.
È, quindi, da almeno cinquant’anni che il Marocco esercita la propria sovranità sulla maggior parte di quel territorio ma l’incertezza legale sulla regione e il non ancora avvenuto riconoscimento internazionale da parte di tutti gli altri Stati mondiali (e in particolare dell’ONU) ha consentito, a chi voleva approfittarne, di saccheggiare le sue acque pescose senza doverne rispondere ad alcuno. Anche lo stesso Marocco ha ancora dei limiti a sviluppare completamente le possibilità offerte dall’area fino a che non gli viene formalmente riconosciuto il legittimo possesso, tant’è vero che le lo sfruttamento di stimate importanti riserve petrolifere e di gas è fermo, per decisione delle Nazioni Unite, alla fase della ricerca.
Nonostante l’incertezza legale, Rabat ha destinato alla zona grandi investimenti infrastrutturali sia nel settore dei fosfati sia nel turismo che nella valorizzazione delle locali tipicità culturali. Un grande investimento è stato effettuato per la creazione di un enorme porto per acque profonde a Dakhla e una volta completato potrà tornare utile non solo al Marocco ma anche ai vicini Stati africani quali, ad esempio, il Mali che non gode di un suo diretto accesso al mare.
Finalmente, il 31 Ottobre scorso, l’ONU con la risoluzione 2797 ha deciso di uscire dall’impasse e di riconoscere formalmente che il Piano di Autonomia elaborato e presentato dal governo marocchino sia “l’unica realistica possibilità” per risolvere l’impasse segnando un cambio di paradigma rispetto alle precedenti risoluzioni che parlavano di “autodeterminazione” e “referendum”.
La grande valenza politica di questa decisione è che al Consiglio di Sicurezza che l’ha votata 11 stati sono stati a favore, 3 astenuti e uno, l’Algeria, ha deciso di non partecipare al voto. La cosa più significativa è che sia Russia che Cina avrebbero potuto porre un loro eventuale veto ma hanno preferito astenersi (l’altro astenuto è stato il Pakistan), consentendo così alla risoluzione di diventare effettiva. Proprio per questa decisione di indiretta approvazione del progetto da parte delle due grandi potenze, l’Algeria ha rinunciato a dichiararsi contraria e ha preferito non partecipare al voto evidenziando così l’isolamento della sua linea tradizionalmente contraria al piano marocchino.
Immediatamente hanno riconosciuto la sovranità marocchina (fatte salve le future negoziazioni tra gli interessati in merito alle modalità dell’autonomia) gli USA (che già l’avevano fatto nel 2020), la Francia, il Belgio, la Spagna, la Germania, l’Olanda, la Gran Bretagna, i Paesi del Golfo e molti Paesi africani e latino-americani. Ora anche i capi del Polisario dovranno farsene una ragione e capire che chi li ha spalleggiati (e finanziati) fino a ieri non sarà più disposto a continuare in quella operazione. Anche Google Maps ha tolto ogni linea di separazione tra la regione del sud marocchino e il resto del Paese e diversi Consolati sono già stati aperti a Dakhla.
Naturalmente restano ancora degli irriducibili, come ad esempio in Italia l’Onorevole Boldrini, che ha deciso di dare ancora una voce all’ormai squalificato Polisario invitando una delegazione di loro rappresentanti a una audizione presso la Camera dei Deputati. D’altra parte, come vediamo anche in Ucraina, c’è sempre qualcuno che predilige la guerra alla pace, almeno fino a quando sulla linea del fronte ad andarci c’è qualcun altro.