Merkel

  • La ‘delfina’ designata della Merkel rinuncia a correre per la Cancelleria

    Precipita nel caos la Cdu, il partito di Angela Merkel, creando una instabilità politica quasi mai vista in Germania. La leader dei cristiano-democratici tedeschi, Annegret Kramp-Karrenbauer – la ‘delfina’ designata dell’attuale cancelliera – si è dimessa dalla presidenza del partito e, soprattutto, ha rinunciato alla corsa per la cancelleria, aprendo una voragine in vista delle elezioni del 2021 e privando la Cdu di un suocandidato credibile ad appena un anno dalla fine dell’ultimo mandato Merkel. Un vero e proprio terremoto, che si innesta sulla clamorosa crisi esplosa in Turingia, dove la Cdu è finita nell’occhio del ciclone per aver votato insieme all’Afd,il partito dell’ultradestra, il nuovo governatore del Land.

    L’ormai ex delfina della Merkel ha spiegato che rimarrà fino all’estate, quando il partito avrà scelto chi sarà il nuovo candidato alla cancelliera e ha chiarito di non aver preso la decisione sull’onda dei fatti in Turingia, ma di averlo meditata a lungo. Poi però ha rivolto un appello al partito: “Ogni forma di avvicinamento all’AfD indebolisce la Cdu. Per cui è necessario avere una posizione molto chiara: nessuna collaborazione con l’AfD perché l’AfD sta contro tutto ciò che rappresenta la Cdu”. Già molto criticata, anche all’interno del partito nel corso dei 13 mesi da quando è stata eletta, negli ultimi giorni la pressione su AKK era diventata insostenibile. Nondimeno il suo annuncio è arrivato “a sorpresa” persino per i vertici della Cdu. Ma Kramp-Karrenbauer ha avuto parole molto chiare per spiegare la sua scelta: “Vi è un rapporto mai chiarito di parti della Cdu con l’Afd e la Linke”, il partito della sinistra radicale, ha sottolineato, toccando con questa frase il tema cruciale di questi giorni: l’estrema difficoltà di formare maggioranze stabili in molti Laender così come, in prospettiva, a livello nazionale. E questo in parte proprio a causa della comparsa dell’ultradestra al Bundestag, che ha scombinato antichi equilibri politici tedeschi. Facendo sì che, appunto, alcune correnti della Cdu, così come dei liberali dell’Fdp, abbiano”flirtato” – così ha titolato lo Spiegel – con l’Afd, senza prevedere però che vaso di Pandora stessero aprendo.

    Il problema è che in Germania la presidenza del partito più grande fa rima con la candidatura alla cancelleria. Anche per questo Akk ha chiarito che lascerà la presidenza della Cdu “per l’estate”, preparando al contempo il terreno per una nuova candidatura al posto oggi occupato da Merkel. Frau Merkel si è fatta sentire a stretto giro di posta, “rammaricandosi” per la decisione di AKK e precisando che “desidera che rimanga ministra alla Difesa”, posto che occupa da quando l’ha lasciato Ursula con der Leyen. Come ha detto il portavoce di Merkel, Steffen Seibert, “Frau Kramp-Karrenbauer desidera rimanere ministra e la cancelliera la sostiene in pieno con tutto il cuore”, dato che vi è stata finora “una buona collaborazione coronata dal successo” tra le due.

    AKK era stata eletta leader della Cdu alla fine del 2018, dopo ben diciotto anni di ‘regno’ merkeliano, già con l’aura della candidata naturale a succedere a Merkel anche alla cancelleria. Ora, dopo il caos della Turingia, il quadro appare ben diverso, nel partito si è scatenato fulmineamente il dibattito su chi mettere in corsa, e subito si sono fatti sentire gli antagonisti storici di Kramp-Karrenbauer, il ministro alla Sanità, Jens Spahn, il capo della corrente più conservatrice nonché miliardario Friedrich Merz, il governatore della Baviera e capo della Csu Markus Soeder. Possibile outsider, il governatore del Nord Reno Vestfalia, Armin Laschet. Nella Cdu il nervosismo è alle stelle: “Queste dimissioni sono un errore”, ha attaccato un big come Elmer Brok.

    Altrettanto ovviamente c’è forte tensione nella Grosse Koalition: a detta dell’ex leader della Spd, Sigmar Gabriel,”il governo è di nuovo paralizzato, non credo che tutto ciò durerà a lungo, presto ci saranno elezioni anticipate”. Il ministro degli Esteri, Heiko Maas, socialdemocratico, mette le mani avanti: chi sarà eletto alla guida della Cdu “deve garantire che il partito rimanga un partner affidabile” e soprattutto avverte che “l’atteggiamento nei confronti degli estremisti di destra deve essere limpido come il cristallo, dobbiamo distanziarci dall’Afd a tutti i livelli”.

    Davanti alla stampa, Kramp-Karrenbauer ha ribadito che mai e poi mai la Cdu dovrà collaborare con l’ultradestra: “Ogni avvicinamento all’Afd indebolisce la Cdu”. Ma mentre la destra e la sinistra della Cdu litigano sui rapporti da tenere con l’Afd, questa esulta: dopo il ritiro di Akk, i vertici della formazione nazionalista vedono l’opportunità di avvicinare i cristiano-democratici: “E’ del tutto insensato e lontano dalla realtà non volere collaborare con noi”, ha detto uno dei leader nazionali dell’Afd, Alexander Gauland. E per quello che riguarda il dibattito interno alla Cdu, il commento più amaro è del presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble: “Se continuiamo così, il nostro candidato alla cancelliera non diventerà mai cancelliere”.

    Quanto accaduto in Turingia aveva già scatenato proteste nel Paese e provocato le dimissioni del governatore appena eletto, il liberale Thomas Kemmerich, ad appena tre giorni dalla sua elezione, lo sprofondamento dei liberali ma anche della Cdu nei sondaggi nonché un furibondo fuoco di fila di critiche nei confronti della stessa AKK – come viene chiamata – per non essere stata in grado di prevenire e gestire la ‘trappola’ ordita dalla estrema destra nel Land orientale. Una specie di dramma politico che ha causato l’ira della stessa Merkel, che ha definito “imperdonabile” l’elezione di Kemmerich con i voti dell’Afd. Questo perché votare con l’ultradestra va contro “i principi e i valori” della Cdu, una specie di “rottura degli argini” per quello che riguarda l’apertura alla Afd, che per anni era stata formalmente esclusa in tutti modi e in tutte le occasioni. E la rinuncia di Akkè solo l’ultima conseguenza di quel voto.

  • Gli elettori del Spd prendono le distanze dall’alleanza di governo con la Merkel

    Non c’è pace per i socialdemocratici tedeschi e non c’è pace per la Grosse Koalition. E’ un nuovo tsunami in casa Spd la bocciatura della coppia ‘governativa’ Olaf Scholz e Klara Geywitz come nuovi leader del partito che fu di Brandt e di Schmidt.

    Con il 53% dei voti contro il 45,3%, la base ha preferito i “campioni” della sinistra socialdemocratica, ossia il ticket composto da Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans.  Il risultato del referendum su base nazionale tra gli iscritti, arrivato dopo un percorso durato oltre sei mesi, potrebbe avere conseguenze pesanti sul governo in carica guidato da Angela Merkel.

    Non tanto perché indebolisce Scholz che è vicecancelliere e ministro alle Finanze, ma perché l’elezione di Esken e Walter-Borjans rappresenta a sua volta una sorta di referendum tra i socialdemocratici sul futuro della Grosse Koalition, dato che ambedue hanno costruito buona parte della loro campagna in opposizione all’attuale alleanza di governo. Formalmente i due non sono ancora capi dell’Spd: saranno i delegati del congresso convocato per il prossimo 6 dicembre a dire l’ultima parola. Ma, in effetti, loro elezione a questo punto è data per scontata.

    La battaglia per formare il nuovo vertice dell’Spd è partita oltre sei mesi fa, dopo le dimissioni di Andrea Nahles in seguito alla debacle elettorale alle Europee, ed ha conosciuto già diversi passaggi, prima di arrivare al ballottaggio finale. Ora la partita si sposta alla prossima settimana: è qui che i delegati socialdemocratici decideranno se l’alleanza con la Cdu/Csu di Merkel continuerà fino a fine legislatura (ossia fino al 2021) oppure no. Ed è qui che la nuova coppia di vertice farà sentire tutto il suo peso.

    In teoria, Walter-Borjans ed Esken non sono favorevoli ad una fine traumatica della GroKo: il primo passo, secondo loro, è una rinegoziazione del contratto di governo. A quanto affermano le gole profonde nella Spd, il nuovo ticket intende proporre una serie di condizioni da sottoporre agli attuali alleati Cdu e Csu, tra cui ulteriori investimenti miliardari nella lotta contro i cambiamenti climatici ed un reddito minimo di 12 ore.

    Proposte che difficilmente i cristiano-democratici di Annegret Kramp-Karrenbauer e i cristiano-sociali bavaresi di Markus Soeder saranno disposti ad accettare: a quel punto, dato che in caso di un ‘no’ sonante i nuovi vertici consiglieranno al partito di uscire dalla coalizione, rischia di aprirsi la strada delle elezioni anticipate. L’altro scenario è quello di un governo di minoranza, ovviamente sempre targato Merkel, ma comunque a termine.

    Va detto che all’attuale situazione si arriva dopo diversi passaggi elettorali disastrosi per l’Spd, dalle elezioni nazionali del 2017 fino alle Europee di quest’anno passando da vari appuntamenti regionali, mentre anche i sondaggi assegnano all’ex partito di massa socialdemocratico risultati inferiori al 15%. L’Spd appare profondamente lacerata. Da una parte i “governativi” guidati appunto da Scholz, che poteva contare sull’appoggio di vari altri ‘big’ del partito, tra cui il ministro degli Esteri Heiko Maas e l’ex segretario Martin Schulz. Dall’altra, la sinistra interna – che la coppia Walter-Borjans ed Esken è arrivata ad incarnare solo pochi mesi fa – a sua volta sostenuta dalla potente associazione giovanile del partito, gli Jusos, guidati dal carismatico Kevin Kuehnert, che aveva condotto una strenua battaglia contro la GroKo già dopo le elezioni del 2017.

    Ai piani alti della Willy-Brandt-Haus, quartier generale della Spd, la preoccupazione è che la battaglia intorno alla nuova leadership possa indebolire ancora di più il partito, che dalle dimissioni di Nahles viene guidato ad interim dai “commissari” Malu Dreyer, Thorsten Schaefer-Guembel e (fino allo scorso settembre) Manuela Schwesig. “Noi rimarremo coesi, e quello che chiediamo all’esterno vale anche al nostro interno”, ha promesso Dreyer. Anche la ministra alla Famiglia Franziska Giffey e Maas non mancano di lanciare appelli all’unità del partito.

    Le previsioni che fanno le altre forze politiche non sono particolarmente ottimiste: “Sono senza parole. Questo spostamento a sinistra dell’Spd sanciscono la fine della Grosse Koalition”, ha detto il leader dei liberali dell’Fdp, Christian Lindner, secondo cui “la Germania si trova davanti al voto anticipato oppure ad un governo di minoranza. Per quanto ci riguarda siamo pronti ad un’assunzione di responsabilità”.

    Dal canto loro, anche per i vincitori a sorpresa la parola d’ordine ora è “coesione”: “Lo sappiamo tutti, ora dobbiamo stare insieme”, ha detto Esken subito dopo l’annuncio del conteggio finale, effettuato da decine di militanti che hanno scrutinato i voti arrivati per posta da tutto il Paese. “Sappiamo, però, ci si aspetta un lavoro immane”, ha aggiunto. Il tour de force con le 23 conferenze regionali attraverso le quali si è arrivato al ballottaggio finale “era solo l’inizio”.  Signorilmente, il battuto Scholz, nonostante le evidenti differenze, promette di non fare mancare il suo sostegno alla nuova leadership: “Ci metteremo tutti dietro la nuova direzione”.

    Il bello è che fino a poche settimane fa il mantra nella politica tedesca era “Borjan-Esken chi?”. Ambedue vengono da un’intensa attività a livello regionale. Walter-Borjans, 67 anni, è stato segretario di Stato nel Saarland e ministro alle Finanze nel Nordreno-Vestfalia. Esken, deputato dal 2013, alle spalle una laurea in germanistica, eletta nel Baden Wuerttemberg e in questa legislatura membro delle commissioni Interni e Digitale, in passato era nota soprattutto per aver duramente criticato l’Agenda 2010, ossia il pacchetto di riforme sociali ed economiche dell’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, da lei definito “il peccato per il quale paghiamo ancora il conto”.

    Lui, invece, oggi si sente definire “il Bernie Sanders tedesco”: in parte anche grazie al fatto che come titolare delle Finanze del suo Land “era uno che non si tirava indietro di fronte ai potenti dell’economia, perseguendo senza timori i miliardari che sfuggivano al fisco”, come annota la Zeit. Lo chiamavano il “Robin Hood dei contribuenti”: non a caso può contare, nonostante l’età ormai non più verdissima, sull’appoggio convinto dei giovani socialdemocratici.

    Non proprio l’identikit più conforme alla Cdu sempre più post-merkeliana. Per ora il segretario generale dei cristiano-democratici, Paul Ziemiak, si dice “fiducioso” di poter continuare a governare insieme alla Spd: “C’è una buona base, e quello è il contratto di coalizione”. Peccato che sia proprio la prima cosa che la coppia Walter-Borjans ed Esken intendano mettere in discussione. Appuntamento alla settimana prossima, al congresso della Spd: la battaglia è assicurata.

  • Le elezioni europee in Germania

    Il primo dato da ricordare è che la Germania è il paese che ha eletto più deputati. I suoi seggi, infatti, sono 96, su un totale di 751. La Francia ne ha 74 e l’Italia 73, come il Regno Unito. Il secondo elemento che caratterizza la Germania è che il sistema elettorale adottato in queste elezioni è un proporzionale con listini bloccati, senza alcuna soglia di sbarramento, soglia che in Italia è del 4%. Come era prevedibile, il partito democratico – cristiano della Merkel, CDU/CSU, si è piazzato al primo posto, con il 28,7% dei voti e 29 seggi. Al secondo posto ci sono i Verdi, con il 20,7% dei voti e 21 seggi. Al terzo ci sono i socialisti con il 15,6% dei voti e 16 seggi. Al quarto posto si piazzano i populisti di destra euroscettici dell’AfD con il 10,8% di voti e 11 seggi. Vengono in seguito i Liberali e la sinistra comunista con entrambi il 5,4% dei voti e 5 seggi. Seguono i “liberi elettori” e “Il Partito” con entrambi 2 deputati e il Partito Pirata, il Tier, il Volt e il partito della Famiglia, tutti con un solo deputato. Rispetto alle elezioni precedenti del 2014 i democratici cristiani hanno perso 5 seggi, i socialisti  11, la sinistra comunista 3. Anche la destra dell’ AfD ha perso voti rispetto alle ultime elezioni politiche (nel 2014 non esisteva ancora). Il grande balzo è stato quello dei Verdi che da 13 deputati è passata a 21. Singolare il caso della Merkel, che è vincente come primo partito e, nello stesso tempo, perdente rispetto alle elezioni precedenti. La clamorosa sconfitta odierna dei socialisti si aggiunge a quella delle ultime elezioni politiche. La debolezza della coalizione CDU/CSU – SPD è evidente, così come è evidente la perdita di peso politico della cancelliera Merkel, che ha già rinunciato alla presidenza del partito CDU, a favore di un’altra donna, Annegret Kramp – Karrenbauer, già presidente del più piccolo Stato tedesco, la Sarre, al confine con la Francia. Anche i socialdemocratici, nell’aprile del 2018, hanno eletto una donna alla loro presidenza, Andrea Nahles, prima donna a guidare la SPD in ben 155 anni. Pure i Verdi vincitori sono guidati da una donna, Annalena Baerbock. Se si pensa che anche il partito euroscettico “Alternativa per la Germania (AfD) nel 2017 scelse una donna, Alice Weidel, come candidata alla Cancelleria e che  un’altra donna, Frauke Petry, ha guidato il partito dal 2015 al 2017, si può tranquillamente affermare che le donne in Germania, dopo che la Merkel riuscì cancelliera per la prima volta, non hanno nessun ostacolo di genere a farsi strada anche in politica e si può obiettivamente sostenere che la loro presenza ha portato un valore aggiunto alla vita politica, valore da non trascurare. Tanto è vero che, in questi giorni, si è fatto ancora il nome della Merkel come candidata alla presidenza del Consiglio europeo, in sostituzione di Donald Tusk, già capo del governo polacco del 2007 al 2014, giunto ora alla scadenza del mandato ricevuto nel 2014. Non è positivo per la politica europea un indebolimento della Merkel, indebolimento che potrebbe permettere al Presidente francese Macron di condurre una politica non equilibrata, come sta facendo in questi giorni svolgendo un’azione diplomatica non favorevole all’Italia, tanto che il presidente uscente della Commissione europea, Juncker, ha ammonito a non penalizzare il nostro Paese, perché il danno si ripercuoterebbe su tutta l’Europa. Che questi ammonimenti provengano da un personaggio tanto sbeffeggiato in Italia da certa stampa  e da certi politici, la dice lunga, da un lato, sull’equilibrio della politica francese e, dall’altro, sull’obbiettività e sulla capacità di vedute dei nostri politici al governo che, non contenti di schernire Juncker, vanno anche in Francia a sostenere politicamente i “gilet gialli”, che alle elezioni europee hanno raccolto lo zero virgola qualcosa per cento. In tutto questo agitarsi di Macron per le nuove importanti nomine in corso, si sente il vuoto lasciato dalla Merkel e non è proprio detto che questo sia un bene per l’Europa, oltre che per l’Italia.

     

  • Alla conferenza sulla sicurezza di Monaco la Merkel attacca Trump e difende l’Europa

    Ogni incontro internazionale è un’occasione per conoscere le intenzioni di Trump e per udire le motivazioni di quanti non sono d’accordo con lui. L’ultimo incontro, che ha avuto luogo a Monaco dal 15 al 17 febbraio, ne è stata una conferma ed ha permesso anche di capire le diverse visioni di geopolitica dei protagonisti del dialogo che ne è scaturito. Dialogo? Forse è dire troppo. Interlocuzioni, sarebbe giusto dire, perché ciascuno ha detto quello che voleva dire, senza tener conto del tema all’ordine del giorno e delle tesi che venivano espresse dai vari oratori. Già alla vigilia della conferenza gli organizzatori avevano distribuito un anticipo del rapporto 2019, che sin dall’inizio riconosce che l’ordine mondiale liberista degli ultimi decenni, dominato dal mondo transatlantico, versa in una grave crisi. Cina, Russia e anche Stati Uniti sotto la presidenza di Trump, si oppongono alla tradizionale geopolitica. E questo dato di fatto permette di avvertire che il mondo non stia assistendo a una semplice serie di piccole e grandi crisi, ma piuttosto al disfacimento dell’intero ordine liberista internazionale. Il panorama di sicurezza globale – continua l’anticipato rapporto – non è mai stato così pericoloso. Stiamo assistendo ad un cambiamento epocale: un’era sta per concludersi e per ora si vedono solo i tratti incerti di una nuova era geopolitica. Alcuni Stati – afferma sempre il rapporto –  vorrebbero mantenere l’ordine internazionale liberista, ma è discutibile se essi riusciranno ad assumere questo ruolo, distratti come sono da altre sfide di politica estera. Le democrazie liberali di Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone potrebbero formare da soli un tipo di blocco rivale, contro gli Stati Uniti, Russia e Cina, con capofila la Francia, che ha una capacità militare superiore agli altri? L’ipotesi non regge ad una attenta riflessione, essendo questi Stati impegnati in tutt’altre faccende interne ed internazionali, ma pur non trovando una prospettiva di sicurezza offerta da una nuova geopolitica, che per ora non esiste, si insiste nell’affermare che i tre giorni di conferenza hanno offerto molte indicazioni sul disfacimento dell’ordine liberista mondiale, contravvenendo in questo modo all’impatto offerto dal discorso della Merkel che ha, con brio e convinzione, difeso l’ordine attuale. Certo, ha polemizzato con Trump ed ha difeso l’Unione Europea dai suoi incomprensibili attacchi. Ha affermato anche che il multilateralismo è difficile, ma è meglio che affrontare la strada da soli. Un’America amica dell’Europa ha dato frutti immensi di crescita e sviluppo ed ha garantito un equilibrio mondiale ineccepibile, anche durante tutta la guerra fredda. La cancelliera ha infine aggiunto che abbiamo bisogno della Nato come àncora di stabilità e come comunità di valori, sottolineando che  se l’architettura del mondo viene messa sotto pressione ed è descritta alla stessa conferenza di Monaco come un “great puzzle”, vuol dire che qualcosa si è frammentato. Le strutture internazionali – ha aggiunto – non vanno distrutte. E infine, la Merkel ha polemizzato con il ministro del commercio Usa che ha classificato le auto europee “come pericolo per la sicurezza nazionale”. Questa classificazione, che ci spaventa, sarebbe il presupposto per imporre i dazi, quindi il messaggio degli Usa è una minaccia di guerra commerciale. Il discorso della Merkel è stato subissato dagli applausi dei convegnisti, ma rimane insistente l’idea che l’incontro di Monaco sia stato pilotato proprio da chi è contrario ad un ordine mondiale liberale, senza avere il coraggio di dire apertamente che è per un socialismo mondiale e per uno statalismo sempre più diffuso. Tutto il contrario di quel che, sulla base anche dell’esperienza di quest’ultimo secolo, sarebbe opportuno evitare. La collaborazione va estesa il più possibile, ma senza rinunciare di un pollice ai principi di libertà, compresa quella economica, che hanno fatto fare passi da gigante al mondo intero. Che l’equilibrio mondiale sia scosso da molti nuovi impulsi, non lo si può negare. Che la geopolitica attuale sia incrinata da nuovi avvenimenti, è un dato certo. Le nuove prospettive però non devono negare le realtà esistenti che, per quanto ci riguarda, dalla fine della guerra ad oggi, con la realizzazione delle comunità europee ci hanno garantito pace e sviluppo. Per noi, semmai, il problema è quello di costruire un’Europa unita che sappia muoversi e determinarsi nella politica mondiale, rafforzando le amicizie esistenti, creandone di nuove e garantendo la sicurezza anche sul piano militare. Ma nessuno ne parla. Sono pochissime le voci che riconoscono in questa nostra Europa un valore dal quale non si dovrebbe prescindere, un valore da non buttare alle ortiche. E’ un’Europa incompiuta quella di oggi, e l’Europa politica è tutta da fare; ma è pur sempre  un’Europa con radici e retaggi culturali millenari, che non meritano di essere dispersi. Bene dunque, la Merkel, che la difende e che la considera non perduta in una nuova geopolitica. Sarebbe, tra l’altro, un’ulteriore garanzia di sicurezza in un mondo che evolve, senza attentare alla libertà dei singoli e a quella degli Stati, uniti nella differenza e retti da una struttura federale. Nella geopolitica che immaginiamo, rientra questa visione di un’Europa compiuta.

  • L’Unione europea firma l’accordo per l’uscita di Londra

    Dopo due anni e mezzo dal referendum sulla Brexit, sabato 24 novembre il Consiglio europeo (cioè i 27 capi di Stato o di governo dell’Unione europea ) ha firmato l’accordo con Londra per la sua uscita. L’accordo era stato approvato dal governo di Theresa May il 13 novembre scorso, ma il giorno dopo quattro ministri si sono dimessi perché in disaccordo con alcuni punti del documento. L’Unione europea, com’era previsto, ha firmato, non ha opposto difficoltà e l’unanimità ha sanzionato il faticoso e contrastato lavoro dei negoziatori. Ora manca solo l’approvazione del Parlamento europeo e del Parlamento inglese, ma l’ironia della sorte potrebbe giocare un brutto scherzo e far saltare l’accordo proprio con un voto contrario della Camera dei Comuni. Ai voti dell’opposizione, infatti, potrebbero aggiungersi i dieci del partito nord irlandese, quelli degli scozzesi del Partito Nazionalista (Snp) e  di un consistente gruppo di conservatori (si parla di una ottantina), i quali ritengono che l’accordo concluso da May sia il peggiore possibile, in quanto disegnerebbe un quadro in cui Londra rimarrebbe soggetta alle leggi europee, ma senza più alcuna possibilità di influire sui processi decisionali. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha sottolineato che l’accordo è il migliore possibile, mentre la cancelliera Angela Merkel si è detta triste per la tragica decisione di un Paese che lascia l’Unione dopo 45 anni. La premier Theresa May ha affermato che questo è un momento di fare un passo avanti e che lei non condivide la tristezza della collega Merkel. L’ironia consisterebbe nel fatto che l’Europa ha firmato per la Brexit, mentre i legislatori inglesi la respingerebbero. E l’uscita senza accordo complicherebbe ancor di più il dopo Brexit, cioè le relazioni commerciali del RU, e non solo, con l’UE. E’ indubbio che la premier britannica ha la grande responsabilità di affrontare un passaggio molto pericoloso per il suo governo e per il destino del suo Paese. Ha dimostrato fino ad ora carattere e volontà. In una lettera aperta agli inglesi, poco prima della riunione con il Consiglio europeo, ha promesso di mettere anima e cuore per cercare di vincere la battaglia in Parlamento e di essere convinta con ogni fibra del essere, che l’accordo è giusto. E se il Parlamento non l’ascoltasse? Che succederebbe? Darebbe le dimissioni aggiungendo la crisi di governo a quella della Brexit? Non sarebbero nemmeno escluse le elezioni anticipate.

    Ma cosa prevede l’accordo? Sono molti i punti che lo compongono. Tra i principali ricordiamo:

    • i due testi oggetto dell’intesa. Il primo, di 585 pagine, è l’accordo sul ritiro, giuridicamente vincolante, il secondo, di 26 pagine, è una dichiarazione politica che traccia a grandi linee i punti principali del futuro rapporto Ue-Ru, che non ha forza legale. Per entrare in vigore l’accordo necessita ancora della ratifica dei due Parlamenti, quello inglese e quello europeo.
    • L’Unione doganale tra Regno Unito (Irlanda del Nord compresa) e l’Unione europea nel periodo di transizione, cioè fino al dicembre 2020.
    • Il periodo di transizione, dal 29 marzo 2019 fino al dicembre 2020, per consentire di arrivare ad un’intesa commerciale futura definitiva.
    • Una clausola di salvaguardia, detta “backstop” per evitare un confine fisico tra le due parti dell’isola: il Nord Irlanda e la Repubblica d’Irlanda.
    • Il ritorno della sovranità con l’entrata in vigore della legge di ritiro dalla UE introdotta dal governo inglese nel giugno del 2018, per mettere fine, dal 29 marzo 2019, al primato della legislazione europea su quella britannica.
    • La corte europea, che rimane attiva durante la transizione. Per il dopo, sarà necessario trovare un nuovo meccanismo per dirimere le liti.
    • La questione relativa a Gibilterra è stata esclusa dai negoziati a richiesta della Spagna, che ritiene d’avere il diritto di approvare ogni futura intesa che riguarderà il territorio ora considerato d’Oltremare del Regno Unito, su cui Madrid spera di strappare una co-sovranità.
    • Il costo dell’uscita ammonta a 39 miliardi di sterline (circa 44 miliardi di euro) che corrispondono agli impegni presi quando il RU era uno Stato membro.
    • La libera circolazione. Nel rispetto del risultato del referendum del 2016, che comprende la fine della libertà di circolazione delle persone, a partire dal 2021 questa libertà verrà meno. Per risiedere stabilmente nel Regno Unito servirà un apposito permesso.
    • I diritti degli europei già residenti nel RU ( quasi tre milioni) verranno conservati. Vale i reciproco per gli inglesi residenti in Europa (circa un milione e trecento mila). I turisti potranno viaggiare senza problemi con l’esibizione del passaporto.

    Ora l’entrata in vigore dell’accordo dipende dal voto che avrà luogo a Westminster in dicembre. Se il voto sarà negativo tutto sarà messo in discussione e nuovi scenari si affacceranno, sull’esito dei quali nessuno per ora è disposto a scommettere.

  • Merkel sulla Brexit: “Abbiamo fatto molta strada”

    Dopo l’incontro della premier britannica Theresa May con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, Angela Merkel, cancelliera della Repubblica federale di Germania, si è dichiarata soddisfatta: “Abbiamo fatto molta strada – ha affermato – ma certamente servirà ancora discutere molto, specialmente con la Gran Bretagna”.  La Merkel preme affinché si trovi al più presto un’intesa per scongiurare una Brexit disordinata che porta risvolti negativi. Soddisfatta, dunque, ma con qualche riserva. Esprime ottimismo, invece, Theresa May,  dopo l’intesa raggiunta tra le due parti sulla bozza del testo che definisce le relazioni future tra Londra e Bruxelles. “È stato un buon incontro e abbiamo fatto ulteriori progressi (…) Spero possa condurre alla soluzione delle questioni rimaste”. Durante l’incontro – afferma anche un portavoce della Commissione – “sono stati fatti dei buoni e nuovi progressi. Il lavoro continua”. Il testo concordato, tuttavia, non rappresenta nulla di definitivo. I 27 Paesi dell’UE lo approveranno certamente in occasione della riunione del prossimo Consiglio, mentre il parlamento britannico potrebbe respingerlo. Il tentativo di far dimettere la May dopo la crisi apertasi in seno al suo partito in seguito al voto favorevole del governo sull’accordo, non è riuscito fino ad ora. Le 48 firme necessarie per presentare la sfiducia non sono state raccolte. Ne mancavano soltanto tre o quattro, ma sufficienti a bloccare la manovra contro la premier. La May resiste, indomita e tenace. L’opinione pubblica pare apprezzare questo aspetto del suo temperamento. E’ sempre stata creduta labile e indecisa. Dimostra invece, in questa vicenda burrascosa e grave del raggiungimento di un accordo con l’UE, una decisa volontà da un lato di perseguire la scelta maggioritaria dell’elettorato per l’uscita dall’UE e dall’altro di non farsi travolgere dagli avversari nel suo stesso governo e nel suo partito. Più volte ha affermato che l’accordo raggiunto è il migliore che si potesse ottenere nella situazione attuale. O questo accordo, o nessun accordo, il che sarebbe un disastro ulteriore per il Regno Unito. I suoi avversari lo sanno, ma forse proprio per questo i loro tentativi di rovesciarla non riescono. Dopo l’incontro con Juncker sulla definizione dei futuri rapporti tra RU e UE, la sterlina è stata euforica sui mercati valutari. Il superamento della difficoltà nel Regno Unito e la concordanza con l’UE, anche se non ottimale (la questione del confine con l’Irlanda del Nord non è stata risolta in via definitiva; il risultato raggiunto è solo provvisorio), non impressiona i mercati e gli investitori, per ora. Vedremo il seguito. Ma non disperiamo perché Il testo prevede inoltre l’equivalenza di trattamento per le banche del Regno Unito, e che Londra e Bruxelles si impegnino in una cooperazione doganale “profonda”. Un altro passo dunque è stato fatto dalla May nella giusta direzione, che sembra positiva anche per il mondo finanziario. Nessun sconquasso monetario, ma divisioni a non finire nel suo campo. Fino a quando resisterà?

  • Angela Merkel rinuncia alla candidatura per il 4° cancellierato

    Il 7 e 8 dicembre prossimi, ad Amburgo, avrà luogo il congresso annuale della CDU (Unione Cristiano-democratica) il partito di Angela Merkel. Avendo dichiarato che non è più in corsa per la candidatura a cancelliere ed  essendo il cancelliere,  per tradizione, il capo del partito di maggioranza, il congresso avrà un’importanza storica, perché dopo tre legislature presiedute dalla Merkel, ora la CDU dovrà scegliere il suo successore all’altezza della situazione. Chi sono i possibili candidati? C’è un erede designato? Riuscirà la CDU a rimontare la china elettorale lungo la quale è precipitata nell’ultimo anno? Sono domande tutte strettamente collegate all’avvenire del partito che è stato di maggioranza fin dalla fine della seconda guerra mondiale e al futuro della Germania, dal quale non può prescindere quello dell’Europa. Una cosa positiva, comunque, sembra rappresentata dal fatto che finalmente la CDU affronterà un vero dibattito sul suo domani, dibattito che è mancato durante il periodo della  leadership di Helmut Khol e poi di quella della Merkel. Erano loro che garantivano la gestione, sempre eccellente, degli affari di partito e di quelli della Repubblica federale. Ora, tuttavia, le cose sono cambiate. Le conseguenze della globalizzazione, l’introduzione del sistema digitale per i privati e per le istituzioni pubbliche, il fenomeno della forte migrazione con l’arrivo in Germania, oltre che nel resto dell’Europa, di numerose presenze islamiche, la maggioranza delle quali non si integra nel tessuto sociale e culturale dei tedeschi e degli europei, ma pratica e rispetta le leggi della sharia, configgenti con quelle della tradizione culturale dell’Occidente, sono tutti elementi che modificano gli stili di vita praticati fino ad ora. Il fenomeno del terrorismo solleva problemi di sicurezza di non facile soluzione ed il sentimento della paura, in Germania come negli altri Paesi europei, investe larghi strati della popolazione e provoca spostamenti elettorali che privilegiano il nazionalismo populista. Non sono questioni momentanee quelle qui ricordate. Sono temi che influenzeranno le scelte popolari per i prossimi anni. E le forze politiche, fra le quali la CDU in primis, come reagiranno a questi fenomeni? Cosa proporranno agli elettori per non rimanere vittime di queste nuove realtà? Con la Merkel il partito era sotto controllo e nel blocco conservatore non furono certamente incoraggiati  i dibattiti sul futuro e/o sulle eventuali riforme. A parte qualche mormorio sulla dimensione del fenomeno migratorio accolto, non si sono mai manifestate alternative alla leadership della Merkel. Ora pare che vi siano almeno tre pretendenti alla successione. Una sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, attuale segretaria generale della CDU scelta dalla Merkel nel febbraio scorso. Già premier della Sarreland, appartiene all’ala liberale del partito, ma su posizioni più conservatrici della Merkel sulle questioni delle migrazioni e dei matrimoni gay. Un altro pretendente è Jens Spahn, 38 anni, noto per la sua manifesta ambizione. La Merkel l’anno scorso l’aveva voluto al governo come ministro della salute. Nella CDU si colloca a destra ed è molto critico nei confronti delle politiche migratorie della Merkel e della doppia cittadinanza. Infine, c’è l’ex nemico del cancelliere, il sessantatreenne Friedrich Merz. Un tempo era il capo del blocco conservatore in parlamento, che è un posto molto influente. A quel tempo, aveva ambizioni di correre contro la Merkel, finché lei non lo mise da parte senza tante cerimonie. Ora sta pianificando un ritorno, sperando di ottenere il sostegno della comunità imprenditoriale. Sebbene tutti e tre abbiano un carattere molto diverso, tutti sanno che se qualcuno di loro vuole diventare il prossimo cancelliere della Germania, deve riconquistare le centinaia di migliaia di voti che sono andati all’Alternativa di estrema destra per la Germania (AfD) o ai Verdi. Chi vincerà la corsa alla leadership del partito e spera di diventare il prossimo cancelliere non potrà non rivedere il ruolo della Germania in Europa e valutare le riforme da compiere nell’UE di fronte alla digitalizzazione, al ritmo incontrollato della globalizzazione, all’ascesa della Cina e alla definizione di nuovi rapporti con l’America di Trump. Non potrà, in altri termini, ritenere che la situazione attuale in cui si trova l’UE sia adeguata alle sfide che ha di fronte e che comprendono anche l’affermarsi in vari Paesi europei del  nazionalismo populista, generalmente euroscettico, quando non proprio antieuropeo. Sono tutte sfide che implicano un nuovo approccio alla politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. Si tratta in sostanza di proteggere i valori e le istituzioni democratiche, ora sotto pressione per i fenomeni ai quali abbiamo accennato, e di riuscire a far fare  passi avanti all’Europa politica, non solo a quella economica o finanziaria. Saranno all’altezza di questo compito immane i pretendenti? Chi di loro riuscirà vincente? Quali forze all’interno della CDU sapranno coagulare i favori per la riuscita di un candidato all’altezza della situazione? Un candidato che non fosse idoneo alla definizione di una nuova strategia sarebbe un passo indietro rispetto ai traguardi politici raggiunti dalla Merkel. La definizione di nuove strategie è la condizione sine qua non per l’affermazione della CDU nei prossimi anni e per la garanzia di sicurezza che i tedeschi richiedono al loro governo. Se ciò non avverrà, la Germania incontrerà un periodo di pericolosa instabilità, nociva non solo ai tedeschi, ma purtroppo all’intera Europa.

  • Trovato l’accordo tra Merkel e Seehofer

    La crisi del governo Merkel è scongiurata. Nella notte di ieri la cancelliera tedesca ha concluso un accordo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer sulla politica relativa ai migranti, accordo che esclude le dimissioni del ministro e che conferma la continuità governativa. L’intesa prevede l’istituzione di “centro di transito” lungo i confini tedeschi, nei quali verificare con accuratezza e più rapidamente le richieste d’asilo. I richiedenti verrebbero respinti, se necessario, negli Stati dell’Unione europea dove avevano presentato domanda d’asilo al loro arrivo dai Paesi extracomunitari. Il tutto dovrebbe avvenire in accordo con i Paesi in cui è avvenuta la prima richiesta, il che, in concreto, vuol dire Italia e Grecia nella maggior parte dei casi. Il nuovo sistema, obiettano molti osservatori, non modificherà di molto le politiche per i migranti, ma appesantirà di più la situazione dei Paesi di prima accoglienza, già penalizzati dai continui arrivi via mare e dal numero di clandestini che vi soggiornano. Il patto concordato non avrà l’impatto efficace sulla politica migratoria che Seehofer richiedeva. La misure più incisive da lui richieste, come il respingimento delle persone arrivate in Germania che hanno presentato richiesta di asilo in un altro Paese europeo, anche senza accordi con quei Paesi, sono state respinte dalla Merkel, contraria a soluzioni unilaterali e favorevole a decisioni europee. E’ l’ennesima prova che la questione dei migranti ha colpito al cuore anche la Germania, come è accaduto in tanti altri Paesi, Italia compresa, tanto che la maggioranza parlamentare è composta da formazioni politiche che si sono dichiarate contrarie, non solo alla politica migratoria dell’UE, ma addirittura all’UE stessa e alla sua moneta. In altri termini, un non sufficiente controllo degli arrivi e la presenza di centinaia di migliaia di clandestini, senza seri respingimenti, hanno diffuso paura e insicurezza che hanno favorito questi partiti anti europei. Il governo che ne è l’espressione ha chiesto, nel recente Consiglio europeo, una collaborazione più intensa dell’Europa verso i Paesi di prima accoglienza e una politica razionale per i respingimenti dei clandestini. Con l’accordo di Merkel e Seehofer non sembra però che si siano fatti passi avanti per il sostegno ai Paesi di prima accoglienza, al contrario! E la questione migranti infetterà sempre di più il rapporto tra i Paesi dell’UE e rappresenterà un grande ostacolo per le riforme auspicate da Macron nell’ormai famoso discorso della Sorbona.

  • L’ondata del populismo migratorio ha raggiunto anche la Germania

    Le conclusioni del vertice europeo di sabato scorso e l’atteggiamento della cancelliera Merkel in tema di migrazioni non hanno soddisfatto il ministro dell’Interno della Germania, Horst Seehofer, che ha annunciato di volersi dimettere nel caso in cui il governo Merkel non attui politiche più adeguate e consistenti in ordine ai migranti e ai richiedenti asilo. Oggi, lunedì, sono in corso nuovi incontri per discutere la situazione e per verificare se le dimissioni annunciate saranno formalizzate. Nel caso queste si verificassero potrebbero avere serie conseguenze per la coalizione che regge il governo Merkel, formato faticosamente dopo difficili trattative. Il fatto che complica la situazione è offerto dal doppio incarico di Seehofer, ministro dell’Interno e leader dell’Unione Cristiano-Sociale della Baviera (CSU), il partito attivo soltanto in Baviera, che affronterà in ottobre un’elezione difficile, incalzato efficacemente dai partiti di estrema destra e che rischia per la prima volta dal dopoguerra, di perdere la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento locale. Oltre a ciò, la CDU è lo storico alleato della CDU, l’Unione Cristiano-Democratica della Merkel. Insieme formano il gruppo parlamentare al Bundestag e garantiscono stabilità ed equilibrio. Dopo le ultime elezioni del settembre scorso, tuttavia, con il calo di consenso dei socialdemocratici, con quello, sia pure meno consistente, dei cristiano-democratici, e con  l’aumento inaspettato del partito “Alternativa per la Germania” (AFD), che raggiunse il 12,64% dei voti, i due partiti si trovano su posizioni conflittuali in relazione alla politica per l’immigrazione: la CSU di Seehofer su posizioni più nette e più drastiche, per un controllo più rigido degli ingressi; la CDU della Merkel per maggiori aperture e più incline all’accoglienza. La differenza di vedute, però, non aveva intaccato, fino ad ora, l’alleanza di lunga data tra i due partiti. Le eventuali dimissioni di Seehofer potrebbero invece cambiare le cose ed indebolire la “grosse” coalizione che sostiene il governo Merkel.

    Dietro pressione della CSU, la settimana scorsa la Merkel ha proposto un accordo vago agli altri leader europei riuniti a Bruxelles nel Consiglio europeo, con l’impegno a costruire nuovi centri per i richiedenti asilo e a rendere più rigido il sistema dell’accoglienza in Germania. Questa soluzione, non ancora definita nei dettagli, era stata proposta dalla Merkel in linea con le richieste della CSU, che minacciava di espellere tutti i richiedenti asilo che si trovano in Germania, ma che abbiano fatto richiesta di asilo in altri Paesi dell’UE. E’ il tema dei “movimenti secondari”, che Merkel vorrebbe scoraggiare. Nella riunione del Consiglio europeo ha lavorato in questo senso e ha sempre detto di essere contraria alle espulsioni di chi è già in Germania, sostenendo l’opportunità di coinvolgere gli altri Stati europei e cercare la loro collaborazione. La Merkel, giustamente, teme che una chiusura, sia pur parziale, dei confini della Germania potrebbe mettere a rischio il principio di libera circolazione delle persone e delle merci, uno dei risultati più importanti raggiunti dall’Unione europea, che ha contribuito a rendere più dinamico il suo sistema economico, a partire proprio da quello tedesco. La cancelliera ha presentato alla CSU un piano per ridurre l’arrivo di nuovi migranti in Europa e al tempo stesso per riorganizzare la presenza dei richiedenti asilo. Ha stretto accordi con oltre 15 Paesi dell’UE per fare in modo che riaccolgano le persone che avevano presentato richiesta d’asilo nei loro confini, prima di arrivare in Germania. Alla televisione ZDF, Merkel ha poi cercato di rassicurare ulteriormente la CSU, spiegando che l’obiettivo condiviso resta quello di ridurre il fenomeno dei migranti. Il suo governo propone, semplicemente, di farlo in modo meno drastico e in collaborazione con altri Stati. Dopo una lunga riunione avuta domenica con gli altri leader della CSU, Seehofer è giunto alla conclusione che la soluzione proposta dalla Merkel non fosse sufficiente e ha mantenuto l’idea delle espulsioni. Non tutti però, all’interno della stessa CSU, condividono la posizione di Seehofer, il quale, oltre alla possibilità di dimettersi da ministro dell’Interno, ha detto che potrebbe dimettersi anche da leader della CSU, offrendo alla Merkel l’opportunità di riprendere il controllo della situazione, eliminando un elemento di instabilità nel suo governo. Staremo a vedere. Questa sera dovremmo saperne di più. In ogni modo un dato è certo: l’ondata populista relativa all’immigrazione ha raggiunto al cuore anche la Germania. Che l’ondata sia populista o meno, lo vedremo nei prossimi mesi. Potrebbe trattarsi semplicemente di una presa di coscienza dei rischi che l’immigrazione comporta per i Paesi ospitanti, quando essa supera certi limiti. Rendersene conto ora e provvedervi per tempo, è sempre meglio che subirne passivamente le conseguenze.

     

  • Il prossimo Consiglio europeo e il disaccordo italiano

    Lo si aspettava da tempo, soprattutto per i temi all’ordine del giorno: immigrazione, unione bancaria, unione monetaria. Tutti argomenti che sono sul tavolo da diversi anni e che mai venivano affrontati per una mancanza d’accordo tra i due grandi dell’Unione europea, la Germania e la Francia. Emmanuel Macron, il presidente francese, aveva smosso la acque con l’ormai famoso discorso della Sorbona nel settembre del 2017. Discorso considerato da alcuni come destinato ad entrare nella pluridecennale storia dell’Unione europea alla pari della “Dichiarazione Schuman” del 1950 che diede l’avvio al processo di integrazione. Dopo anni di crisi e di stasi, Macron faceva ripartire il processo con proposte riformiste che avrebbero messo in moto i meccanismi comunitari bloccati dall’inazione dei governi. Era un discorso che criticava coloro che hanno fatto passare l’idea di un’Europa burocratica ed impotente ed attribuito la responsabilità delle scelte e delle decisioni impopolari – tutte decise dai governi in seno al Consiglio dell’Unione – ai tecnocrati non eletti di Bruxelles. “Dimenticando, così facendo, che Bruxelles – affermava Macron – siamo noi, nient’altro che noi”. Abbiamo apprezzato la denuncia del risorgere dei mostri del nazionalismo, dell’identitarismo, del protezionismo, del sovranismo, tutte idee perniciose che credevamo sconfitte per sempre e perciò sottovalutate. Ma sono idee risorte che possono persino prevalere e che hanno permesso a due partiti italiani, contrapposti tra l’altro ideologicamente, di vincere le elezioni e di installarsi al potere. Sembrava allora che il discorso fosse l’inizio di una nuova fase della storia dell’UE, ma l’indebolimento di Angela Merkel, avvenuto prima sul piano elettorale e poi nella ricostituzione della “Grande coalizione” con i socialdemocratici, essi pure sonoramente sconfitti alle elezioni del 24 settembre 2017, non ha permesso sino ad ora un accordo con Macron sulla prospettiva da lui tracciata alla Sorbona. Pare ora che su alcuni punti, riguardanti l’emigrazione  e l’Unione bancaria, l’accordo con la Germania ci sia. In preparazione dell’avvenimento ci sono stati diversi incontri tra Macron e la Merkel e di entrambi con il presidente del Consiglio italiano Conte, dai quali sembravano emersi accordi sulle richieste italiane relative ad una gestione europea dell’accoglienza dei migranti. Questo tema era stato catapultato in primo piano dalla decisione del ministro degli Affari interni Salvini di vietare l’approdo ai porti italiani di una nave tedesca che trasportava 656 rifugiati gestiti dalle ONG, gesto che aveva indotto il presidente francese ed il portavoce del suo partito ad insultare il ministro italiano. La crisi che ne era scaturita nei rapporti con la Francia sembrava essersi risolta con la visita del presidente Conte al presidente Macron, il quale aveva dichiarato che i suoi giudizi sul comportamento del governo italiano non avevano assolutamente l’intenzione di colpire il ministro Salvini o chicchessia. Sembrava, dicevamo, stando a quanto riferivano i giornali sulle conclusioni dell’incontro. La Francia è d’accordo con l’Italia sulla futura gestione dell’accoglienza e riconosce che quest’ultima, da sola, non può sobbarcarsi il carico e l’onere dei migranti che scelgono le sue rive per trovare rifugio dalla miseria e dalle guerre. Sembrava, ripetiamo, perché ora, alla vigilia della riunione del Consiglio europeo, è trapelato il testo di un progetto francese che renderebbe responsabili della gestione i Paesi di prima accoglienza. L’Italia, quindi, essendo il primo dei Paesi di prima accoglienza, potrebbe vedersi rispedire i rifugiati che altri Paesi europei decidessero di respingere. Apriti cielo! Il governo italiano grida che non vuole essere turlupinato, che Macron e la Merkel avevano lasciato intendere la loro disponibilità per una gestione comune, non per la libertà di decisione in ordine al respingimento verso il Paese di prima accoglienza. Di fronte a questo eventuale voltafaccia il presidente Conte minaccia di non partecipare alla riunione del Consiglio europeo. “L’Italia non può essere presa in giro” e lascia intendere che potrebbe uscire anche dall’accordo di Schengen. Non si sa con quali risultati concreti, ma la minaccia è questa. Il Consiglio europeo dunque si preannuncia burrascoso, con o senza l’Italia presente. Ci domandiamo, tra l’altro, a cosa servirebbe la politica della sedia vuota. Nessuno, in assenza dell’interlocutore principale, potrebbe conoscere con esattezza la posizione italiana in ordine al problema all’ordine del giorno. La presenza invece permetterebbe di far conoscere al sistema dei media ed all’opinione pubblica europea, oltre che mondiale, che cosa propone in concreto l’Italia per contribuire a risolvere “l’invasione” dei migranti, con tutte le conseguenze che ne derivano, per la presenza massiccia di clandestini, per la sicurezza e per la legittima tutela dei valori culturali dei Paesi d’accoglienza. E sugli altri temi in agenda, quale sarebbe l’atteggiamento del governo italiano? Il fiscal compact rimane sempre tabù, o si avrà il coraggio politico di emendarlo? Lo stesso dicasi per il “bail-in”. Anche questi sono temi scottanti. L’assenza è sempre una presa di distanza che non giova ai nostri interessi, i quali vanno difesi tutti i giorni attraverso la funzione della diplomazia e dei comportamenti virtuosi. Se su questi temi non saranno prese decisioni definitive, anche le riforme auspicate da Macron alla Sorbona si allontaneranno nel tempo e la crisi europea contribuirà a rendere meno credibili le istituzioni dell’Unione, il che, in vista delle elezioni del 2019, non ci sembra una buona prospettiva.

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