Migranti

  • Regole condivise da tutti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Dario Rivolta

    Tra i lettori dei miei scritti, spesso critici, in merito ai fenomeni migratori c’è qualcuno che mi ha accusato di essere diventato xenofobo mentre qualcun altro mi ha definito perfino “razzista”. Io credo che la realtà sia un po’ diversa.

    Se io fossi un prete cattolico con la volontà di reclutare fedeli in tutto il mondo, userei, probabilmente, gli argomenti di papa Francesco e inviterei all’“accoglienza”, all’“amore universale”, al “dovere morale”.

    Se fossi un intellettuale e non mi curassi delle conseguenze delle mie teorie, i miei scritti sarebbero orientati verso sentimenti “umanitari”, discetterei di internazionalismo e di “fratellanza”. Potrei riempire interi libri di riflessioni su come la “diversità” arricchisca le società e sia stimolo alla sua evoluzione verso il futuro.

    Se fossi un industriale non ne parlerei in pubblico ma, in cuor mio, sarei contento dell’arrivo di tante nuove braccia senza grandi pretese da poter utilizzare nelle mie aziende. Magari anche per ridimensionare un pochino le pretese dei mie attuali lavoratori.

    Se fossi un operatore delle ONG, magari di una tedesca, protesterei contro la “disumanità” di chi vuole non vedere le sofferenze altrui e mi farei beffe delle leggi di uno Stato che non apre le braccia (e i soldi) di chi ha più bisogno di noi crassi e opulenti europei.

    Se fossi un cittadino qualunque che chiacchiera al bar o sul tram potrei, alternativamente, criticare la cattiveria, certo esagerata, di chi vuole chiudere i porti o il lassismo, anch’esso esagerato, di chi pretende di accogliere e mantenere chiunque arrivi. Naturalmente le mie convinzioni del momento dipenderanno da chi saranno i miei interlocutori o dal tipo di bevanda che starò consumando.

    Ma io sono un politico (o almeno lo sono stato) e credo che i politici debbano prendere in considerazione tutte le sfaccettature possibili di ogni importante fenomeno sociale. Il loro dovere primario è innanzitutto di pensare cosa sia necessario fare per garantire la continuità del benessere della società che rappresentano e, se possibile, immaginare come incrementarlo.

    Rientra tra i compiti di un uomo politico cercare di evitare che la pace sociale sia turbata per qualunque ragione, che le leggi che approva siano realmente applicabili e che vengano fatte rispettare da tutti quelli che ne sono oggetto (o soggetto) all’interno del suo Paese. Deve auspicare che i cittadini si sentano protagonisti e parte viva della comune società e che l’appartenervi possa per loro essere motivo d’orgoglio.

    Tuttavia, lo sappiamo perché tutti gli studi storici e sociologici lo confermano, l’arrivo di un certo numero di “diversi”, in breve tempo e in un luogo dove la densità di popolazione è già elevata, causerà spontanei sentimenti di rigetto da parte degli autoctoni, con conseguenti tensioni sociali. Se sono tanti e con origini simili etnicamente o culturalmente, è evidente che quei “diversi”, anziché cercare di integrarsi con la cultura che troveranno, saranno spinti a fare comunella tra loro, che cercheranno di affermare (direi addirittura comprensibilmente) una loro propria identità che andrà contrapponendosi a quella che avranno trovato sul posto. Si creerebbe quindi il fenomeno di un “noi” e di un “loro”: esattamente il contrario dell’integrazione. Sicuramente col passare del tempo i rapporti potrebbero migliorare, ma quanti decenni ci vorranno? E, soprattutto, quale prezzo sociale dovrà essere pagato alla tranquillità serena della vita quotidiana?

    In Italia, nelle situazioni economiche attuali, non è possibile trovare per tutti loro un lavoro e un luogo adeguato dove vivere, magari con la loro stessa famiglia. Non solo: occorre pensare anche alle infrastrutture esistenti, a partire dai servizi sanitari. In alcune regioni questi ultimi sono già insufficienti per i connazionali. Costatare che i Pronto Soccorso impiegano ore e ore per sottoporre a triage chiunque si presenti, a causa di decine di clandestini privi di un medico di base causerà un disagio che sarà giudicato insopportabile da chi in questo Paese ha sempre lavorato e pagato le tasse.

    Di certo, l’Italia ha degli obblighi morali da rispettare e, assieme all’Europa tutta, deve fare i conti anche con una certa immagine di liberalità (che rasenta la filantropia) cui non può e non deve rinunciare per vari motivi. Una cosa, però, è accogliere degli sventurati che scappano da una guerra e che cercano un temporaneo rifugio nel nostro Paese. Un’altra è consentire a chiunque desideri migliorare il proprio tenore di vita (se pur l’atteggiamento è umanamente comprensibile) di entrare nel nostro Paese bypassando le procedure d’accesso stabilite dalle nostre leggi e vagabondare nelle nostre città o, in assenza di alternative praticabili, entrare a far parte di organizzazioni criminali.

    Tutti siamo consci che le pressioni migratorie sono fenomeni destinati a non calare nel vicino futuro ma un politico consapevole non può arrendersi ad eventi che possono inficiare la tenuta sociale ed economica del suo Paese senza reagire. E’ necessario che, se esistono delle leggi, siano fatte rispettare da chiunque calpesti il nostro suolo e le modalità legali per poter entrare in Italia sono chiare. Parlare poi di aiuto ai “naufraghi” è falso e fuorviante poiché tutti sappiamo che già dalla partenza è previsto che faranno in modo di farsi “soccorrere”.  Un “naufrago” è chi, contro la sua volontà, corre il pericolo di affogare in mare. Chi causa volontariamente il proprio “naufragio” è o un tentato suicida o sta cercando di ingannare qualcuno. In questi casi, una volta salvatagli la vita, deve immediatamente essere ricondotto nel luogo da cui proveniva. Ciò è ancor più doveroso quando si costata che tali “naufragi” sono in numero tale da escludere il trattarsi di coincidenze. Se non altro, il riportarli subito indietro può fungere da deterrente per altri tentativi.

    Non ho, per finire, alcuna ostilità preconcetta nei confronti di stranieri appartenenti ad altre culture o razze o etnie ma, in quanto politico, ho il dovere, prima di ogni altro sentimento o convinzione personale, di pensare al benessere generale del mio popolo, alla serenità massima possibile per ogni cittadino e alla credibilità delle sue Istituzioni. Ogni evento che può mettere a rischio uno qualunque tra questi tre impegni politici verso la mia collettività io lo devo combattere con tutti gli strumenti legittimi a mia disposizione. Se, da politico, non lo facessi, sarei o un incapace oppure un traditore dei miei connazionali.

  • Nel 2020 sono arrivati in Italia 32mila migranti

    Il fenomeno migratorio ha delle “implicazioni globali e multilivello che rendono imprescindibile la collaborazione tra Stati. E’ cruciale il ruolo che assume l’Ue”. Luciana Lamorgese si è presentata in audizione di fronte alla commissione Affari costituzionali della Camera in procinto di esaminare il decreto Immigrazione, testo che ha di fatto modificati i decreti Sicurezza firmati da Matteo Salvini. La ministra dell’Interno ha insistito sulla necessità di governare i flussi attraverso una politica europea e lamenta il ritardo con cui Bruxelles si muove. Il lavoro della commissione “ancora non vede quegli aspetti di riforma di Dublino da noi auspicati. Lo sforzo negoziale dell’Italia punta a meccanismi di solidarietà e di redistribuzione obbligatoria. E’ necessario che ci sia una solidarietà da parte di tutti gli Stati europei nei confronti degli Stati come il nostro, di primo approdo”, ha detto.

    I numeri del 2020, del resto, parlano chiaro. Nel corso di quest’anno, al 15 novembre, ha chiarito la titolare del Viminale, “abbiamo avuto un incremento dei flussi migratori: sono circa 32mila gli arrivi di cui in grande parte di nazionalità tunisina, il 38,7% del totale”. Gli arrivi, ha sottolineato, “si verificano nel pieno dell’emergenza Covid ed è un fattore di complicazione per tutti gli Stati e in particolar modo per l’Italia che è frontiera esterna dell’Ue”. Il blocco dei voli dettato dall’emergenza, poi, complica i rimpatri. Fin qui sono circa 3mila quelli effettuati, di cui 1.564 verso la Tunisia. In aumento anche il numero di minori non accompagnati sbarcati in Italia: sono circa 3.500 quelli arrivati nel 2020. Attualmente, poi, lungo le nostre coste, in Sicilia, ci sono cinque navi-quarantena, con a bordo 2.730 persone. Tra questi i positivi al Covid (isolati su ponti riservati) sono il 9%, mentre nei centri di accoglienza il tasso di contagiati scende all’1,5%.”Nessun quadro idilliaco”, insomma. “Non ho mai detto questo – ha rimarcato Lamorgese – Le criticità ci sono e sono costituite dal fenomeno degli sbarchi autonomi su cui è difficile intervenire se non con i paesi di provenienza” e, ovviamente, “dalla pandemia”.

    La ministra dell’Interno ha lamentato poi la situazione relativa ai centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).  “Abbiamo attualmente 1.525 posti e di questi sono attivi 700 circa per i danni causati nel corso degli anni dai trattenuti e sono in corso le opere di manutenzione. La permanenza allungata a 180 giorni ha fatto sì che si arrivasse a un tappo. Stiamo cercando di individuare anche altri centri d’intesa con i presidenti delle regioni e stiamo facendo una ricognizione sui territori. I posti dei Cpr, anche fossero tutti attivi, non sarebbero sufficienti per i numeri che attualmente abbiamo sui territori”, è stata la sua denuncia. Di qui la decisione di inserire nel decreto una misura che diminuisce il tempo massimo di permanenza. Il sistema, secondo la titolare del Viminale, potrebbe funzionare solo con un sistema di rimpatri veloce. E questo, è la linea ribadita ancora una volta, potrebbe essere messo in piedi solo a livello europeo. “Non riusciamo a fare velocemente i rimpatri anche perché l’Europa non ha accordi di rimpatrio con i Paesi africani – ha sottolineato Lamorgese – Noi lo facciamo al nostro livello ma servirebbero accordi a livelli europei”.

    La ministra dell’Interno, comunque, ha tenuto a sottolineare la distanza rispetto ai provvedimenti e alla gestione Salvini, insistendo sulla necessità di portare avanti come Governo “la previsione di canali di migrazione regolare”, contrastando così quelli illegali e il traffico di esseri umani. Quando ci sono persone in mare, ha messo in chiaro, “insorge l’obbligo di intervenire a soccorso e di mettere in sicurezza i migranti. La vera e l’unica strada è quella di agire come prevenzione, di concentrare gli sforzi sulle partenze. E’ quello che ho rappresentato in Europa: intervenire sui paesi di partenza cercando di migliorare le condizioni di vita”. Perché due sono, sottolinea, i beni primari da tutelare: “La sicurezza dei cittadini e la dignità dei migranti”.

  • La necessità di solidarietà nella politica di asilo dell’UE

    Primo cambio di rotta nell’Ue sulla questione accoglienza dei migranti, almeno nelle intenzioni. Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che gli Stati membri che adempiono i loro doveri in i termini di accoglienza dei richiedenti asilo e quelli più esposti devono poter contare sulla solidarietà dell’intera UE. Ha anche sottolineato che il nuovo sistema di asilo dell’UE “dovrebbe includere la ricerca di nuove forme di solidarietà e dovrebbe garantire che tutti gli Stati membri apportino contributi significativi “. Parole e concetti ripresi anche dalla vicepresidente Margaritis Schinas, che ha affermato che il nuovo patto di asilo e migrazione, presentato il 23 settembre 2020, includerebbe un “sistema di solidarietà permanente ed efficace” per distribuire i richiedenti asilo tra i paesi dell’UE. Il Parlamento europeo ha chiesto costantemente un meccanismo automatico e vincolante per un’equa distribuzione di richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri dell’UE e per i limiti di accesso ai fondi dell’UE per i paesi non cooperativi, anche nella sua relazione in prima lettura dell’ottobre 2017 sulla rifusione del regolamento di Dublino.

  • Berlino accoglierà 1500 migranti dai campi in fiamme della Grecia

    La Germania accoglierà 1.553 migranti da cinque isole greche dopo gli incendi che hanno devastato il campo di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo, lasciando migliaia senza riparo e nella disperazione più totale. Si tratta di 408 famiglie con bambini che hanno già ottenuto lo status di rifugiato in Grecia, ma che potrebbero anche non provenire dal campo di Moria. A questi si aggiungono 150 minori non accompagnati provenienti invece tutti da Moria e la cui accoglienza era stata annunciata la scorsa settimana dal governo tedesco in una misura condivisa con altri 10 Paesi europei.

    L’annuncio ufficiale di Berlino è arrivato dal vicecancelliere Olaf Scholz dopo la decisione presa dalla cancelliera Angela Merkel in accordo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer. “Garantiamo che 1.553 familiari già riconosciuti come rifugiati dalle autorità greche lasceranno le isole” del Mar Egeo per la Germania, ha confermato Scholz. La Francia ha accettato di accogliere 150 minori dal campo di Moria mentre altri Paesi dell’Ue ne prenderanno 100.

    Nel frattempo, il ministro greco della Protezione Civile, Michalis Chrysohoidis, ha annunciato l’arresto di sei migranti sospettati di aver appiccato le fiamme a Lesbo: “Cinque giovani stranieri sono stati arrestati. Si cerca un sesto che è stato identificato”. Gli arresti, ha spiegato poi, “screditano l’ipotesi che ad appiccare il fuoco al campo sia stato un gruppo di estremisti”.

    Circa 800 degli oltre 12mila migranti e rifugiati fuggiti dall’inferno di Moria la scorsa settimana sono stati trasferiti in un nuovo campo, situato a tre chilometri dal porto di Mitilene, capoluogo di Lesbo. Ma la stragrande maggioranza dorme ancora in strada o sui marciapiedi mentre diverse organizzazioni umanitarie cercano di assisterli: l’Unhcr ha già fornito 600 tende familiari, bagni chimici e postazioni per lavare le mani. Le autorità greche affermano che 21 persone nel nuovo campo sono risultate positive al coronavirus e sono state poste in isolamento nel sito temporaneo di Kara Tepe, vicino al campo devastato dal rogo.

    Intanto, il ministro per la Protezione Civile ha annunciato che l’isola di Lesbo sarà svuotata dai rifugiati entro la Pasqua del prossimo anno. “Se ne andranno tutti”, ha assicurato Chrysochoidis. “Dei circa 12.000 rifugiati prevedo che 6.000 verranno trasferiti sulla terraferma entro Natale e il resto entro Pasqua. La gente di quest’isola ne ha passate tante. Sono stati molto pazienti”, ha aggiunto. Moria “era il campo della vergogna”, ha ammesso il ministro. “Adesso appartiene alla storia. Sarà ripulito e sostituito dagli uliveti”.

     

  • Import export: il saldo finale

    All’interno di un mercato globale i flussi commerciali rappresentano l’hardwear del sistema stesso. Tuttavia un’analisi qualitativa degli stessi dovrebbe suggerire che la semplice apertura del mercato non rappresenti una garanzia assoluta. In altre parole, all’interno di un’economia digitale la parte software assume la medesima importanza e rilevanza del sistema stesso.

    Una parte degli autisti o dei facchini della Bartolini risultati positivi al Covid 19 vivono nei centri di accoglienza. Quindi per anni il mondo accademico in complicità con la politica ha giustificato sic et simpliciter l’apertura dei mercati applicando (qualora conosciuto) il principio di Samuelson, di fatto superato dai trasferimenti tecnologici in tempo reale dell’era digitale. In più, molto spesso, ignorando le inevitabili conseguenze di speculazioni all’interno in un mondo globale sottoposto sostanzialmente ad una deregulation normativa (https://www.ilpattosociale.it/2020/01/07/il-ritardo-culturale-accademico/). Contemporaneamente, delocalizzando le nostre produzioni, viene trasferito il primato di know how, frutto di decenni di innovazione e ricerca finanziata con investimenti non solo economici ma anche professionali ed in risorse umane.

    Viceversa importiamo persone con basse qualifiche professionali le quali venendo da situazioni di disperazione accettano contratti capestro da parte delle multinazionali, in questo caso dei servizi. Anche per questo secondo aspetto tanto il mondo accademico quanto quello politico hanno, in assoluta complicità e correità, sempre giustificato questa tendenza come la negativa disponibilità dei lavoratori italiani ad accettare lavori a bassa qualifica, molto spesso regolati da contratti che definire capestro risulta un eufemismo.

    La sintesi di questa disastrosa gestione di un mondo inevitabilmente globale ma, se privo nello specifico di ogni normativa, comune si trasforma in una giungla all’interno della quale il vantaggio tanto indicato dell’abbassamento dei prezzi, vantaggio sbandierato da questa ideologia politica economica, si manifesta persino falso (https://www.ilpattosociale.it/attualita/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

    In altre parole, la sintesi di questi flussi commerciali privi di un minimo comune denominatore normativo si definisce sostanzialmente in una esportazione di cultura industriale alla quale si contrappone l’importazione di disperazione umana.

    Questi risultano gli effetti devastanti dell’adozione del modello speculativo della finanza applicato al settore servizi ed industriale del quale dovrebbe essere chiamata a risponderne l’intera classe politica, economica ed accademica italiana ma anche confindustriale per questo terribile fallimento strategico ed economico.

     

  • Borsino delle immigrazioni: boom di richieste di asilo nella Ue da parte di venezuelani

    I richiedenti asilo registrati per la prima volta nella UE nel 2019 sono stati 612.700, in aumento del 12% rispetto al 2018. In termini assoluti, fa sapere Eurostat secondo quanto riporta l’Ismu, quasi 1 su 4 ha chiesto asilo in Germania, seguita da Francia (20% del totale) e Spagna (19%). L’Italia rappresenta il 6% del totale per numero di prime richieste di asilo nella UE.

    A fronte di un aumento generale, in alcuni paesi però si registrano importanti diminuzioni rispetto al 2018: in particolare proprio in Italia (-34%), Germania (-12%) e Austria (-7%).  Secondo i dati Eurostat, le persone in cerca di asilo nella UE provengono soprattutto dalla Siria (74mila), seguita dall’Afghanistan (53mila) e dal Venezuela (45mila). Dei 45mila venezuelani che nel 2019 hanno chiesto protezione d’asilo per la prima volta nella UE, la stragrande maggioranza (90%) ha fatto domanda di asilo in Spagna (40.300). E mentre il numero di richiedenti provenienti dalla Siria è diminuito rispetto al 2018 (-7%), il numero di afghani e di venezuelani è aumentato rispettivamente del 35% e del 102%.

    Per quanto riguarda l’Italia, sempre in base ai dati elaborati Ismu, questa volta su dati del ministero dell’Interno, emerge che a fronte della rilevante diminuzione del totale delle richieste di asilo registrata (nel

    2018 erano 54mila), nel 2019 in Italia il numero totale dei richiedenti asilo è stato di 39mila unità (mentre i dati Eurostat sopracitati si riferiscono solo al sottogruppo di coloro che hanno fatto domanda per la prima volta). Nel 2019 si è riscontata la crescita del collettivo proveniente dall’America Centrale e Meridionale: oltre 6.700 richiedenti asilo – il 17% del totale – provengono infatti da Paesi di quest’area geografica, le cui domande di asilo sono quadruplicate in tre anni. Inoltre questi Paesi sono tra quelli con un tasso di riconoscimento di protezione alto.

  • I deputati europei sollecitano l’evacuazione degli hotspot sulle isole greche per fermare la diffusione di COVID-19

    L’isola di Lesbo ha confermato il suo primo caso COVID-19 e i deputati europei chiedono alla Commissione europea di evacuare i campi migratori, i cosiddetti “hotspot”, sulle isole greche, poiché sia ​​le pessime condizioni igieniche che di vita potrebbero trasformare la crisi umanitaria in un pubblico problema di salute.

    Gli hotspot sovraffollati, che attualmente ospitano migliaia di migranti, superando il limite numerico consentito, rendono impossibile qualsiasi misura per arginare il virus, come l’isolamento e il distanziamento sociale.

    In una lettera inviata al commissario per la gestione delle crisi Janez Lenarčič, il presidente del Comitato per le libertà civili Juan Fernando López Aguilar del gruppo di socialisti al Parlamento europeo, ha esortato la Commissione a procedere con “l’evacuazione preventiva dei gruppi più vulnerabili nel campi nelle isole greche”.

    L’eurodeputato spagnolo ha chiesto il coordinamento di una “risposta europea comune”, prima che la situazione diventi “ingestibile” e si rischi un aumento delle vittime. Ha inoltre sottolineato che, poiché le strutture di terapia intensiva di Lesbo sono estremamente limitate e le attrezzature sanitarie necessarie non sono attualmente disponibili, la Commissione deve aumentare le sue risorse finanziarie per la fornitura di cure mediche.

    Il 17 marzo, il Ministero della migrazione e dell’asilo della Grecia ha annunciato misure di protezione per prevenire un focolaio di COVID-19 nei centri di accoglienza e identificazione (RIC) delle isole per richiedenti asilo e migranti. Questi includono la sospensione di 14 giorni delle visite, comprese quelle di agenzie e organizzazioni che forniscono servizi essenziali, di attività ricreative ed educative all’interno dei campi e la limitazione dei movimenti non essenziali, sia all’interno che all’esterno dell’hotspot.

    Si stima che oltre 42.000 richiedenti asilo vivano nei campi dei migranti, di cui 26.000 sono al riparo nell’hotspot di Moria. Poiché quest’ultimo è stato progettato per ospitare 3.000 persone, i migranti si trovano già in una situazione di salute precaria a causa delle condizioni di vita disastrose.

     

  • Frontex pronta ad attivarsi alle frontiere marittime della Grecia

    L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) ha concordato di schierare una Squadra di intervento rapido (RABIT) alle frontiere marittime della Grecia nell’Egeo, in seguito alla richiesta del governo greco di un secondo intervento rapido da parte dell’Agenzia, questa volta però verso le sue frontiere esterne. Adesso occorre ridistribuire i funzionari di altre operazioni per fornire assistenza immediata. Le due parti stanno lavorando per finalizzare i dettagli del piano e, una volta concordato, Frontex chiederà agli Stati membri dell’UE e ai paesi associati Schengen di fornire immediatamente guardie di frontiera e altro personale competente entro 5 giorni e attrezzature entro 10 giorni.

    Dal 2021 Frontex disporrà di un proprio personale che assisterà gli Stati membri dell’UE nelle questioni relative alle frontiere.

     

  • Bozza tedesca per modificare gli accordi di Dublino sui migranti

    Prima valutazione obbligatoria delle richieste di asilo alla frontiera esterna; un sistema più equo per la ripartizione dei profughi, basato su criteri come il numero di abitanti di un Paese e la sua forza economica; e lo stop assoluto ai movimenti secondari dei migranti da uno Stato membro all’altro. Sono i tre pilastri per la riforma del Sistema di asilo europeo, proposti da un documento datato 13 novembre, e fatto circolare in modo informale a Bruxelles, dal governo di Berlino.

    Il documento non è oggetto di discussioni ufficiali, ma su di esso potrebbe comunque richiamare l’attenzione il ministro tedesco Horst Seehofer al Consiglio Affari interni dell’Ue, la settimana prossima (2 e 3 dicembre). Secondo il documento, l’attuale Sistema basato sul regolamento di Dublino crea «chiari squilibri», con «cinque Paesi che nel 2018 hanno ricevuto il 75% di tutte le richieste di protezione internazionale. Ovvero: in termini relativi hanno sostenuto un peso 300 volte più pesante degli altri». Anche per questo motivo, il regolamento di Dublino viene definito fallimentare e «inefficace».

    Nella riflessione tedesca, sarebbe la futura Agenzia Ue per l’Asilo (un’evoluzione potenziata dell’attuale Agenzia europea per il sostegno all’asilo) a condurre il primo screening sulle richieste di protezione internazionale, già alla frontiera esterna. In caso di rifiuto di ingresso al migrante, Frontex dovrebbe entrare in gioco, ed il peso dei rimpatri sul Paese di arrivo verrebbe tenuto in considerazione al momento della ripartizione dei richiedenti asilo tra gli Stati.

  • L’UE e la Serbia rafforzano la cooperazione per il controllo delle frontiere

    L’Unione europea ha firmato il 19 novembre un accordo sulla cooperazione in materia di gestione delle frontiere tra la Serbia e l’Agenzia della guardia costiera e di frontiera dell’UE, Frontex. La cooperazione rafforzata aumenterà la sicurezza alle frontiere esterne dell’UE poiché mira a combattere l’immigrazione clandestina e la criminalità transnazionale. In base all’accordo, che fornirà una maggiore assistenza tecnica e operativa alla frontiera, Frontex e la Serbia effettueranno operazioni congiunte nelle regioni della Serbia che confinano con l’UE. Accordi simili tra l’UE e i paesi partner sono stati firmati con l’Albania nell’ottobre 2018 e il Montenegro nell’ottobre 2019. Gli accordi con la Macedonia settentrionale e la Bosnia ed Erzegovina sono in attesa di completamento.

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