Migranti

  • Bozza tedesca per modificare gli accordi di Dublino sui migranti

    Prima valutazione obbligatoria delle richieste di asilo alla frontiera esterna; un sistema più equo per la ripartizione dei profughi, basato su criteri come il numero di abitanti di un Paese e la sua forza economica; e lo stop assoluto ai movimenti secondari dei migranti da uno Stato membro all’altro. Sono i tre pilastri per la riforma del Sistema di asilo europeo, proposti da un documento datato 13 novembre, e fatto circolare in modo informale a Bruxelles, dal governo di Berlino.

    Il documento non è oggetto di discussioni ufficiali, ma su di esso potrebbe comunque richiamare l’attenzione il ministro tedesco Horst Seehofer al Consiglio Affari interni dell’Ue, la settimana prossima (2 e 3 dicembre). Secondo il documento, l’attuale Sistema basato sul regolamento di Dublino crea «chiari squilibri», con «cinque Paesi che nel 2018 hanno ricevuto il 75% di tutte le richieste di protezione internazionale. Ovvero: in termini relativi hanno sostenuto un peso 300 volte più pesante degli altri». Anche per questo motivo, il regolamento di Dublino viene definito fallimentare e «inefficace».

    Nella riflessione tedesca, sarebbe la futura Agenzia Ue per l’Asilo (un’evoluzione potenziata dell’attuale Agenzia europea per il sostegno all’asilo) a condurre il primo screening sulle richieste di protezione internazionale, già alla frontiera esterna. In caso di rifiuto di ingresso al migrante, Frontex dovrebbe entrare in gioco, ed il peso dei rimpatri sul Paese di arrivo verrebbe tenuto in considerazione al momento della ripartizione dei richiedenti asilo tra gli Stati.

  • L’UE e la Serbia rafforzano la cooperazione per il controllo delle frontiere

    L’Unione europea ha firmato il 19 novembre un accordo sulla cooperazione in materia di gestione delle frontiere tra la Serbia e l’Agenzia della guardia costiera e di frontiera dell’UE, Frontex. La cooperazione rafforzata aumenterà la sicurezza alle frontiere esterne dell’UE poiché mira a combattere l’immigrazione clandestina e la criminalità transnazionale. In base all’accordo, che fornirà una maggiore assistenza tecnica e operativa alla frontiera, Frontex e la Serbia effettueranno operazioni congiunte nelle regioni della Serbia che confinano con l’UE. Accordi simili tra l’UE e i paesi partner sono stati firmati con l’Albania nell’ottobre 2018 e il Montenegro nell’ottobre 2019. Gli accordi con la Macedonia settentrionale e la Bosnia ed Erzegovina sono in attesa di completamento.

  • Sgominata dalla polizia tedesca una rete bancaria ombra del sistema Hawala

    La polizia tedesca ha sgominato una rete internazionale di servizi bancari ombra del sistema Hawala sospettata di aver trasferito illegalmente milioni di euro in Turchia. Il raid rischia però di avere connotazioni controverse perché le pratiche Hawala non sono illegali in tutta l’UE. Dopo un’indagine di un anno, la polizia ha perquisito 60 appartamenti e uffici in tutta la Germania, segnalando 27 sospetti e arrestandone sei. Le incursioni hanno avuto luogo principalmente in gioiellerie e società di commercio dell’oro nel Nord Reno-Westfalia, come riportato dal Süddeutsche Zeitung e dalle emittenti pubbliche WDR e NDR. Perquisizioni sono state fatte anche in Assia, a Berlino e nei Paesi Bassi.

    Il sistema Hawala viene spesso utilizzato dai migranti per trasferire denaro, si stima che questa particolare rete abbia trasferito fino a 1 milione di euro al giorno e oltre 200 milioni di euro in totale. Le persone che utilizzano il deposito di servizio sul conto bancario di un partecipante alla rete in un paese e un altro operatore prelevano l’importo equivalente altrove, trasferendolo a un destinatario finale per una commissione che è generalmente inferiore a una commissione bancaria e offre un tasso di cambio migliore. Tuttavia, il sistema si basa interamente sulla fiducia.

    La banca informale è illegale ai sensi della legge tedesca per quanto riguarda i servizi di pagamento (ZAG), perché è vietato offrire servizi simili ai ‘correntisti’ di una banca senza una licenza bancaria. Tuttavia, la legge non è costantemente applicata in Germania e non è la stessa in latri Paesi dell’UE.

  • Altri 10mila addetti a Frontex entro il 2027

    A fronte della scarsa capacità dei singoli Stati, l’Europa punta su Frontex per aumentare sensibilmente i rimpatri dei migranti irregolari. Il Consiglio della Ue ha adottato un nuovo regolamento per l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, rafforzandola nell’organico e nei mezzi a disposizione, con un mandato più ampio in materia di migrazione e di sostegno agli stati membri anche nelle operazioni di rimpatrio. Per garantire la gestione delle frontiere esterne dell’Ue ed essere in grado di rispondere ad eventuali crisi, Frontex disporrà di un corpo permanente, che conterà fino a 10.000 unità operative entro il 2027, con personale operativo di Frontex, e degli Stati membri. Ma un bando per 700 nuove guardie di frontiera è già stato pubblicato.

    «Il buon funzionamento della gestione delle frontiere esterne – ha detto il ministro finlandese dell’interno Maria Ohisalo – è essenziale per il mantenimento di uno spazio Schengen pienamente funzionante e una gestione della migrazione efficace ed umana».

    Frontex si attiverà sia di propria iniziativa che su richiesta degli Stati membri con la possibilità di operazioni congiunte.

  • Torturati ai confini dell’Europa

    Dati precisi non ce ne sono ma è certo che nell’ultimo anno il flusso migratorio attraverso il corridoio balcanico è aumentato. E con esso anche la violenza dei respingimenti e le torture inflitte ai migranti in Croazia. Arrivati in Bosnia da Tunisia, Afganistan, Siria, Iraq, Africa del Nord, appena provano a varcare il confine con la Croazia, porta per l’Europa, subiscono dalla polizia locale indicibili violenze, le cui conseguenze portano spesso alla morte. Come è accaduto al tunisino Khobeib, per tutti Alì, di 31 anni che, arrivato in Croazia dalla Bosnia a febbraio, è stato selvaggiamente picchiato, denudato e privato delle scarpe dalla polizia croata che lo ha poi rispedito in Bosnia. Per giorni ha camminato nella neve e quando è giunto all’ospedale bosniaco di Bihac, i suoi piedi erano ormai in cancrena. E’ morto pochi giorni dopo, in preda al dolore fisico e al delirio. Di questa storia ne ha parlato sulla rivista online NuoveRadici la volontaria triestina Lorena Fornasir che con suo marito Gian Andrea Franchi, da più di tre anni, porta assistenza e beni di prima necessità nei campi profughi bosniaci, sul confine nord occidentale. I due raccolgono le storie e le testimonianze delle sevizie che i migranti subiscono dagli agenti di frontiera quando vengono respinti e poi le rendono pubbliche con foto. La signora Fornasir nei giorni scorsi ha indetto una raccolta firme indirizzata alla Corte europea dei diritti dell’uomo, contro quelle che definisce “torture di stato”. “La Croazia – si legge nella petizione – che ha ricevuto milioni e milioni di euro per contenere i flussi migratori, è stata dotata di strumenti tecnici sofisticatissimi per la cattura di esseri umani. Sono già state denunciate le sevizie che applica su uomini, donne, bambini. Ora è giunta a perpetrare anche la tortura”. Come quella di Alì nella petizione sono state menzionate altre storie, come quella di Adnan, che è stato privato delle scarpe e torturato dalla polizia croata con una sbarra incandescente che gli ha scorticato la gamba o quella di un minore di 15 anni che è stato seviziato con scariche elettriche. Il sito borderviolence riporta oltre 500 casi di abusi e violenze. Tutti i migranti sono costretti così a tornare in Bosnia dove, si stima, siano circa 8mila quelli bloccati, concentrati soprattutto nella zona di Bihac, rappresentando il 10% della popolazione, e di Velika Kadusa. Secondo l’Unhcr, in Bosnia arriverebbero circa 450 profughi a per fare quello che loro stessi definiscono il “game”, cioè il tentativo di raggiungere l’Europa e lì chiedere asilo.

  • Il Presidente del PE al Consiglio europeo: necessarie un’Europa più partecipata e attenzione al clima, migrazione, allargamento, Brexit e Turchia

    Parla di un’Europa più partecipata il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, nel suo messaggio al Consiglio europeo che si è svolto a Bruxelles il 17 e il 18 ottobre. Pur sottolineando come i cittadini europei abbiano votato a maggio per partiti e movimenti che si riconoscono nei grandi principi del progetto europeo, limitando il dilagare delle forze populiste e nazionaliste, ciò non vuol dire che bisogna abbassare la guardia.I cittadini chiedono un’Europa nuova, più vicina alle loro esigenze, più verde, più severa nella difesa dello Stato di diritto, più attenta ai diritti sociali, più efficiente e trasparente nel suo processo decisionale. “Oggi nel Parlamento europeo – dichiara Sassoli – vi è davvero la possibilità di aumentare il grado di consapevolezza delle forze europeiste nel ricercare le convergenze possibili per rispondere alle domande di cambiamento. Il Parlamento è la base della legittimità del sistema democratico europeo”. Partendo dalla richiesta del Consiglio europeo di non tenere conto per l’elezione del Presidente della Commissione europea degli “Spitzenkandidaten” Sassoli parla della necessità della convocazione di una Conferenza sugli strumenti della democrazia in Europa per rimarginare questa ‘ferita’ che era invece uno dei capisaldi dei Trattati dell’istituzione dell’Ue. E rimarca il ruolo del Parlamento europeo che deve “affermarsi come un attore del processo decisionale europeo. Lo farà certamente in maniera costruttiva, lavorando fianco a fianco con il Consiglio e la Commissione, ma rivendicando anche il suo ruolo e le sue prerogative”. Per questo sono necessarie anche risorse adeguate, il Parlamento europeo ha fissato le sue ambizioni sul Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 con largo anticipo, già nel novembre 2018 e da allora è pronto a negoziare. “Dal lato delle entrate – continua il Presidente – è necessario introdurre un paniere di nuove risorse proprie che siano meglio allineate alle principali priorità politiche dell’UE e ne incentivino i progressi. Lavoreremo per un bilancio trasparente e riteniamo sia giunto il momento di abolire l’intero sistema dei ‘rebates’. Dal lato della spesa, invece, il Parlamento ritiene fondamentale dare impulso ai programmi di maggior successo – ad esempio nei settori della gioventù, della ricerca e dell’innovazione, dell’ambiente e della transizione climatica, delle infrastrutture, delle PMI, della digitalizzazione e dei diritti sociali – mantenendo al tempo stesso inalterato in termini reali l’impegno finanziario per le politiche tradizionali dell’UE, in particolare coesione, agricoltura e pesca. Servirà assicurare risorse sufficienti per le nuove sfide, quali la migrazione, l’azione esterna e la difesa. Dobbiamo poi rispondere al disagio e alle difficoltà economiche di tanti cittadini e per questo siamo convinti che sia necessario rafforzare il modello sociale europeo. Reddito minimo europeo, assicurazione europea contro la disoccupazione, misure contro la povertà infantile, garanzia giovani, fondo di aiuto agli indigenti sono misure che devono essere finanziate adeguatamente”.

    Anche le problematiche legate al clima sono una prerogativa del nuovo Parlamento formatosi a maggio, per questo “la lotta al cambiamento climatico dovrà essere inclusa in tutte le politiche dell’Unione”, motivo per il quale è attesa la proposta della Commissione sul Green Deal europeo. “Abbiamo apprezzato molto le indicazioni, avanzate dalla Presidente von der Leyen, che riprendono le posizioni espresse dal Parlamento. La scorsa primavera, abbiamo chiesto di arrivare ad un obbiettivo di neutralità per le emissioni di carbonio nel 2050. Purtroppo, l’Unione europea non è stata in grado di farlo proprio. Tuttavia riconosciamo che sono stati compiuti progressi, soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti e gli impegni del settore privato. Chiediamo agli Stati membri, che non l’hanno ancora fatto, di aumentare i loro contributi al Fondo Verde per il Clima e di sostenere la formazione di una Banca europea per il Clima. Queste politiche comportano profondi cambiamenti nelle nostre società e nelle nostre economie. Per questo è necessario adottare un piano di investimenti adeguato e finanziare la transizione ecologica in modo equo”.

    Non manca un accenno allo spinosa questione della Brexit, della quale il Parlamento affronterà con tutta l’attenzione del caso gli ultimi sviluppi per verificarne la conformità all’interesse dell’Unione europea e dei suoi cittadini.

    E per uno Stato che lascia l’Ue altri potrebbero accedervi, sempre che le condizioni siano conformi a quanto l’Europa chiede. Sassoli affronta, infatti, anche il tema dell’allargamento ai paesi del vicinato. “Quando a paesi vicini si chiedono sforzi straordinari di cambiamento e questi sforzi vengono compiuti è nostro dovere corrispondere. Per questo sosteniamo la necessità di aprire adesso i negoziati di adesione con la Macedonia del Nord e l’Albania. Il giudizio della Commissione europea è favorevole e i cittadini di quei paesi non comprenderebbero rinvii. Certo, resta ancora molto da fare e i negoziati di adesione sono un lungo cammino. Non accadrà da un giorno all’altro. La stabilizzazione dei Balcani Occidentali è fondamentale anche per la nostra sicurezza e per evitare che ingerenze esterne condizionino il loro e il nostro futuro”. E a proposito di paesi limitrofi che con l’area balcanica hanno da sempre avuto molto a che fare, non poteva mancare un riferimento a quanto sta compiendo in questi giorni la Turchia con le discutibili iniziative militari del suo Presidente Erdogan nella Siria nord orientale. “La popolazione curda nel Nord-est della Siria ha combattuto con coraggio i terroristi dello Stato islamico e ora è oggetto di un’aggressione da parte di un Paese membro della NATO. Non è un mistero che i nostri cittadini nutrano un forte senso di riconoscenza per quelle comunità. La battaglia contro l’ISIS, d’altronde, è stata fondamentale per la nostra sicurezza. Per tali motivi condanniamo fermamente e senza riserve l’azione militare della Turchia nella Siria nord-orientale che costituisce una grave violazione del diritto internazionale e compromette la stabilità e la sicurezza dell’intera regione, causando sofferenze ad una popolazione già colpita dalla guerra ed ostacolando l’accesso all’assistenza umanitaria. Accogliamo con favore la decisione di operare un coordinamento delle misure nazionali di embargo sulla futura vendita di armi alla Turchia, ma lo consideriamo un primo passo e non sufficiente. Abbiamo il dovere di dare un segnale unitario, promuovendo un embargo comune a livello dell’Unione europea che riguardi non solo le future forniture di armi, ma anche quelle correnti. È positiva la decisione dell’Unione europea di sanzionare la Turchia per un fatto grave come le trivellazioni al largo di Cipro, ma risulta meno comprensibile che non si faccia altrettanto in merito all’aggressione militare nella Siria Nord-orientale. Dobbiamo mettere sul tavolo ogni ipotesi di sanzioni economiche nei confronti del governo turco che devono colpire persone fisiche e giuridiche e non la società civile già provata dalla crisi economica”.

    Parlando di Turchia non possono non tornare alla mente i costosissimi accordi fatti negli anni scorsi per le politiche di contenimento dei flussi migratori. E alla migrazione è dedicata l’ultima parte del messaggio di Sassoli, consapevole di quanto accade quotidianamente nel Mediteranno e sulle coste dei paesi che esso lambisce. “Restiamo convinti che la soluzione non possa che essere elaborata nel quadro comune dell’Unione europea, a partire dalla riforma del Regolamento di Dublino su cui il Parlamento europeo si è espresso da tempo. L’Unione europea ha il dovere di assicurare la protezione delle persone che ne hanno diritto anche attraverso la creazione di veri e propri corridoi umanitari europei che, su base volontaria, con l’aiuto delle competenti agenzie umanitarie, consentano a chi ne ha bisogno di arrivare in Europa senza doversi affidare ai trafficanti di esseri umani”.

     

  • Il dramma dei caminantes del Venezuela

    Un flusso umano continuo che dura da quattro anni, da quando è scoppiata la grande crisi politica ed economica in Venezuela. Migliaia di persone ogni giorno si mettono in cammino verso i Paesi limitrofi da dove poter raggiungere possibilmente gli Stati Uniti. Fuggono dalla fame, dalla miseria, dalla disperazione. Eppure del dramma dei caminantes, così vengono definiti nello spagnolo dell’America latina, questi migranti in transito se ne parla poco. Gente in transito, proprio così. Perché camminano, camminano incessantemente, di giorno e di notte, da soli, con famiglia seguito, adulti, bimbi, anziani, a volte scalzi, altre volte con abiti leggeri per attraversare il confine tra Venezuela e Colombia, incuranti del freddo di Bogotà e delle Ande. Un fiume umano che ricorda altri esodi, passati e presenti, alcuni documentati, altri raccontati, tanti, spesso, dimenticati. Quella del Venezuela è un’autentica emergenza, una crisi umanitaria molto grave e tra quelle meno finanziate del 2019. Nonostante oltre 4 milioni di venezuelani abbiano lasciato il Paese, il flusso di migranti e rifugiati ha registrato un nuovo picco nell’estate 2019. Fuggono da un Paese piegato da una crisi economica, dall’inflazione selvaggia, dalla mancanza di beni primari e dal crollo dei servizi pubblici. Tra dicembre 2018 e aprile 2019, come riporta Intersos, i prezzi dei prodotti di base, sono aumentati di oltre il 1000%. Anche se il cibo è ancora disponibile nei mercati, molte persone non possono permettersi di acquistarlo. La dieta si impoverisce, fino alla fame. Agli attuali prezzi di mercato lo stipendio medio di 15mila bolivar consente l’acquisto di circa 3 pagnotte di pane. Mancano elettricità e carburante. Il sistema sanitario è al collasso. Molti medici hanno lasciato il Paese. La carenza di personale, insieme alla mancanza di medicine e attrezzature, ha portato alla sospensione di attività e alla chiusura di reparti ospedaliere. I programmi di vaccinazione e profilassi sanitaria sono crollati. E non solo: se tra il 2008 e il 2015 è stato registrato un solo caso di morbillo (nel 2012), da giugno 2017 sono stati segnalati oltre 9.300 casi, di cui oltre 6.200 confermati. L’Organizzazione mondiale della sanità riferisce che i casi di malaria sono costantemente aumentati negli ultimi anni, da meno di 36.000 nel 2009 a oltre 414.000 nel 2017. Le ultime statistiche ufficiali disponibili dal Ministero della Salute venezuelano indicano che nel 2016 la mortalità materna è aumentata del 65% e la mortalità infantile è aumentata del 30% in un solo anno. Nell’area di confine della Colombia, migranti e rifugiati trovano alloggio in edifici, spesso attraverso affitti collettivi in alloggi sovraffollati, e in insediamenti informali, spesso insieme a sfollati interni e rimpatriati. Condizioni igieniche precarie e pericolo di subire abusi, dallo sfruttamento sessuale a quello lavorativo. Nella speranza di poter trovare altrove una vita migliore.

  • Greek government moves to improve management of refugee crisis

    ATHENS – Amidst a major uptick in the number of migrant arrivals landing on Greece’s eastern Aegean Islands, Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis summoned his cabinet on 30 September for talks on how to speed up the asylum process and build new housing facilities, moves that would give the government the ability to transfer several thousand migrants from overcrowded camps to more suitable facilities on the Greek mainland.

    Mitsotakis reportedly opted to call in his closest advisors to discuss the matter Turkey following the death of a woman and a child in a fire at the overcrowded Moria refugee camp on the island of Lesbos. The deaths came at a time when the number of migrants arriving from Turkey has steadily been on the rise in recent weeks.

    The fire at the Moria camp was later extinguished, but the police were later forced to fire tear gas at the angry crowd that had gathered to protest the two deaths. At least 17 people were injured in the ensuing clashes.

    Since coming into office in July, the Mitsotakis’ government has taken the view that solving the ongoing migrant crisis is a top priority for the new administration. Sources close to Mitsotakis told New Europe that the government is trying to take a realistic approach when coming up for solutions to the migrant issue, including using the term “migrant” rather than “refugee” to describe a crisis that first began in the summer of 2015.

    Part of the Mitotakis government’s new approach to the matter includes closely scrutinising the place of origin of those who are now landing on the Greek islands. Very few of the new arrivals are from conflict zones like Syria and Afghanistan, which has helped the Mitsotakis government move away from the poor handling of the migrant crisis by the previous leftist government of Alexis Tsipras, who mostly focused on addressing the humanitarian aspect of the refugee crisis, but did far too little when it came to providing suitable sanitary living conditions for the more than 70,000 migrants that are awaiting their asylum applications to be processed and failed to alleviate the economic burden on the islands who have been hosting the refugees for more than four years.

    The Greek government plans in the coming days to introduce new draft legislation that would reduce the time needed for the asylum processes, which currently can last from several months to years.

    The Mitsotakis government wants to set clear timelines for the country’s primary and secondary administrative asylum committees and streamline the appeals process. According to government officials and lawmakers familiar with the new draft proposal, the goal is to have asylum applications processed within 100 days.

    As part of the overall plan to overhaul the living conditions for the migrants, Greece’s Defence Ministry has presented a list of unused or shuttered military facilities on the Greek mainland which could be transformed into new sites that would be suitable for housing several thousand refugees.

    Some of the sites would be designated as “closed” facilities, or detention centres, where illegal migrants whose asylum applications have been turned down will be transferred before they are repatriated to their country of origin or to Turkey. The broader plan, however, is to move as many people from the islands to the mainland in as little time as possible. Sources within the Civil Protection Ministry have claimed that the Moria refugee camp most of its 13,000 inhabitants transferred from their squalid conditions to new sites on the mainland within the next two months.

    A key component of the Mitsotakis government’s revised approach to the migrant crisis has been their stated readiness to better guard Greece’s national borders as well as those of Europe with more boat patrols by the Hellenic Coast Guard near the maritime territorial boundaries that separate Greece and Turkey.

    Athens has been in close contact with officials from Frontex – the European Border and Coast Guard Agency – in the hope that they can create a wider scope of cooperation between the Greek border services and their EU counterparts when patrolling Greece’s territorial waters and the Turkish coast.

    Greek officials are, however, increasingly in full agreement that their efforts to manage the migrant issues and improve the situation in the country hinges on the Turks’ continued implementation of 2016’s EU-Turkey Statement, whereby Ankara pledged to make greater efforts to limit departures of migrants towards five Greek islands that are closest to the Turkish coast.

    Mitsotakis is said to be ready to broach the particular question about his approach to the refugee crisis at the upcoming European Council meeting scheduled for 17-18 October.

     

  • Sedici marine arrestati in California per traffico di esseri umani e droghe

    Sedici marine americani sono stati arrestati con l’accusa di essere coinvolti in varie attività illecite, dal traffico di essere umani a reati legati alla droga. Lo ha reso noto il corpo dei Marine, precisando che nessuno di loro ha servito nella missione del Pentagono per la crisi migratoria al confine col Messico.
    Gli arresti sono stati eseguiti a Camp Pendleton, California, durante la formazione di un battaglione.

  • Sassoli rilancia la riforma dell’accordo di Dublino votata nel 2017 dal Parlamento europeo

    «La voce del Parlamento e le decisioni del Parlamento, specie quando sono così a grande maggioranza devono essere rispettate di più». Così, in una conferenza stampa, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha rivendicato un ruolo più incisivo per lo stesso Parlamento in merito alla gestione dei flussi dei migranti e alla riforma dell’accordo di Dublino (riforma che l’assemblea ha votato il 16 dicembre del 2017 ma che è stata poi «messa in un cassetto», come ha ricordato lo stesso Sassoli).

    «Su Dublino il Parlamento ha indicato delle linee di riforma per consentire all’Europa di avere strumenti per intervenire», ha ricordato il presidente invitando il Consiglio a riprenderla, argomentando che «se si dice che chi arriva in Italia, in Grecia, in Spagna, a Malta, a Cipro, arriva in Europa, è evidente che l’Europa ha la possibilità di organizzare la propria presenza e il proprio intervento».

    Bisogna riprendere quelle «linee di riforma», ha insistito Sassoli. Sotto la sua presidenza il Parlamento europeo intanto ha già ospitato un dibattito sull’assistenza umanitaria nel Mediterraneo, per discutere con il Consiglio e la Commissione «le operazione delle Ong nel Mediterraneo e le posizioni divergenti degli Stati membri».

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