Migranti

  • La Commissione e l’Alta rappresentante propongono un nuovo regime di sanzioni per contrastare il traffico di migranti

    La Commissione europea e l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza hanno proposto un nuovo regime di sanzioni dell’UE per contrastare il traffico di migranti, la tratta di esseri umani e altre gravi forme di criminalità organizzata, tra cui il traffico di armi da fuoco e di stupefacenti, nonché il riciclaggio di denaro.

    L’iniziativa, annunciata dalla Presidente von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2025, mira a smantellare il modello di business dei trafficanti, limitarne la libertà di movimento e privarli dei profitti illeciti.

    Le proposte presentate riguardano attività criminali che hanno origine al di fuori dell’Unione europea, comprese quelle connesse al traffico di migranti, alla tratta di esseri umani, al traffico e ad altre attività legate agli stupefacenti illeciti, alla fabbricazione e al traffico illegali di armi da fuoco, al riciclaggio di denaro, nonché le persone e le entità individuate come coinvolte in tali attività.

    Le misure restrittive proposte comprendono il congelamento dei beni, il divieto di mettere fondi o altre risorse economiche a disposizione delle persone o entità inserite nell’elenco delle sanzioni e il divieto di ingresso o di transito nel territorio degli Stati membri dell’UE per le persone sanzionate.

  • Il 12 giugno entra in vigore il patto sulla migrazione e l’asilo

    Il 12 giugno 2026, il patto sulla migrazione e l’asilo inizierà entra in vigore in tutti gli Stati membri dell’UE. Adottato nel maggio 2024, il patto sancisce la revisione del quadro dell’UE in materia di migrazione e asilo e costituisce ora il fulcro del nuovo approccio dell’UE in materia di migrazione. Per la prima volta l’UE dispone di un quadro globale in materia di migrazione e asilo, con una forte protezione delle frontiere esterne, norme eque e rigorose in materia di asilo e un equilibrio tra solidarietà e responsabilità.

    Tra gli elementi fondamentali del patto sulla migrazione e l’asilo figurano la sicurezza delle frontiere esterne, procedure di asilo solide ed eque, norme a livello dell’UE per le condizioni di accoglienza, un giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità e solide garanzie per garantire il rispetto dei diritti fondamentali.

  • Accordo provvisorio tra Parlamento e Consiglio europeo per accelerare i rimpatri di migranti

    Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio sulle modifiche alle regole in materia di rimpatri di cittadini extracomunitari per velocizzare le procedure e aggiungere tutele per la sicurezza. Lo ha riferito una nota stampa dell’Europarlamento. In base all’accordo, una decisione di rimpatrio emessa nei confronti di un cittadino extracomunitario che soggiorna illegalmente in uno Stato membro comporterà l’obbligo di lasciare il Paese in questione “immediatamente o entro un termine prestabilito”. L’accordo prevede inoltre un obbligo di cooperazione e detenzione: i cittadini di Paesi terzi potranno essere trattenuti, a seguito di valutazione individuale, se non collaborano, presentano un rischio di fuga o costituiscono un rischio per la sicurezza. Il periodo di detenzione può arrivare fino a due anni, con una possibile proroga di sei mesi qualora le circostanze cambino, emergano nuove informazioni o la cooperazione con il Paese terzo interessato migliori. Le nuove norme consentiranno anche la possibilità di trasferimenti, esclusi i minori non accompagnati, verso un centro di rimpatrio in un Paese che accetti di accogliere la persona, sulla base di un accordo concluso da uno Stato membro. Le decisioni di rimpatrio saranno incluse in un “ordine di rimpatrio europeo” e rese disponibili, attraverso il sistema di informazione Schengen, in tutto lo spazio Schengen. Il regolamento entrerà in vigore dopo la sua pubblicazione. Alcuni punti, quali la dimensione esterna dei rimpatri, si applicheranno immediatamente, altri, che richiedono step preparatori, dopo un anno.

    Due migranti africani hanno intanto presentato ricorso contro l’Italia presso la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per la mancata esecuzione del mandato di arresto del generale libico Osama Almasri, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. I due migranti, un uomo del Sud Sudan e una donna della Costa d’Avorio, hanno reso noto di essere stati torturati all’interno di un centro di detenzione libico gestito da Almasri, fermato nel gennaio 2025 in territorio italiano e poi rimpatriato nel Paese nordafricano. L’uomo sudsudanese ha affermato di essere stato anche “costretto a combattere all’interno di un gruppo armato affiliato” ad Almasri, mentre la donna ivoriana ha dichiarato di essere stata “sottoposta a maltrattamenti e violenze sessuali”. Nel contestare il mancato arresto del generale libico, i due hanno affermato che l’Italia ha violato i loro diritti. La Cedu, dopo un esame preliminare delle istanze, ha notificato i due casi al governo, in attesa di stabilire se ci siano i presupposti per la loro ammissione all’esame.

  • La Libia intensifica l’impegno contro l’immigrazione irregolare

    Le autorità libiche stanno intensificando le operazioni di espulsione e trasferimento dei migranti irregolari tra Tripolitania e Libia orientale, in un contesto segnato da crescente pressione migratoria, problemi sanitari e nuove campagne di sicurezza nelle principali città costiere del Paese. L’Autorità per il contrasto all’immigrazione illegale della regione orientale di Tripoli ha annunciato il rimpatrio di 175 cittadini pakistani attraverso l’aeroporto internazionale di Mitiga, lo scalo situato nella periferia orientale della capitale libica e controllato dalle forze di sicurezza affiliate al Governo di unità nazionale. Secondo il comunicato diffuso dall’agenzia su Facebook, i migranti erano ospitati in uno dei centri di detenzione per migranti irregolari dell’area di Tripoli e sono stati espulsi dopo il completamento delle procedure amministrative e legali. L’organismo ha precisato che le operazioni di rimpatrio “continuano regolarmente”.

    Parallelamente, l’Autorità ha annunciato il rimpatrio attraverso il valico terrestre di Amsaad, al confine tra Libia ed Egitto nella Cirenaica orientale, di un gruppo di cittadini egiziani in situazione irregolare, alcuni dei quali affetti da malattie infettive tra cui epatite virale e Hiv/Aids. Secondo le autorità, alcuni dei migranti erano inoltre destinatari di ordini di espulsione emessi dalla Procura generale libica. Negli ultimi giorni il ramo dell’Autorità attivo nella regione di Tobruk-Al Butnan aveva già annunciato il trasferimento o il rimpatrio di altri 228 migranti irregolari, parte dei quali inviati al centro di detenzione e rimpatrio di Qanfouda, nell’area occidentale di Bengasi.

    Nel frattempo, nella città costiera di Sabratha, a circa 70 chilometri a ovest di Tripoli e storicamente uno dei principali hub della migrazione clandestina verso l’Europa, le forze di sicurezza locali hanno avviato una campagna mirata contro migranti donne presenti irregolarmente sul territorio, in particolare madri con neonati. Secondo la Direzione di sicurezza di Sabratha, i controlli hanno preso di mira appartamenti utilizzati come alloggi informali da donne migranti “prive di tutore legale”. Diverse migranti sono state fermate e trasferite in centri di detenzione nella capitale Tripoli in vista del rimpatrio nei rispettivi Paesi d’origine.

    La questione dei minori migranti rappresenta uno degli aspetti più sensibili del fenomeno migratorio in Libia. Secondo stime diffuse da media locali e organizzazioni umanitarie, migliaia di bambini migranti vivrebbero nel Paese senza documenti o protezione legale, spesso in insediamenti informali nelle periferie delle grandi città libiche. La Libia non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e le agenzie delle Nazioni Unite presenti nel Paese operano con margini d’azione limitati, soprattutto nei centri di detenzione e nelle aree controllate dalle diverse milizie. Negli ultimi anni sono stati tuttavia compiuti alcuni passi sul piano normativo, anche attraverso il rafforzamento della cooperazione con l’Unione europea e le organizzazioni internazionali per la tutela dei minori e delle categorie vulnerabili. In questo quadro, le autorità libiche hanno avviato la creazione di strutture controllate dedicate a donne e bambini migranti, con l’obiettivo di effettuare una prima identificazione sanitaria e amministrativa e separare i casi più vulnerabili dai circuiti ordinari della detenzione per migranti irregolari.

  • L’UE stanzia 20 milioni di alla Turchia in aiuti umanitari a sostegno dei rifugiati

    Nel 2026 l’Unione europea ha stanziato 20 milioni di euro in aiuti umanitari a sostegno dei rifugiati e delle comunità di accoglienza più vulnerabili in Turchia. I finanziamenti saranno attuati attraverso i partner umanitari dell’UE, in stretto coordinamento con le autorità nazionali, per far fronte a esigenze urgenti, tra cui la protezione, l’assistenza sanitaria e l’istruzione in situazioni di emergenza.

    La Turchia continua a ospitare circa 2,3 milioni di rifugiati registrati, provenienti principalmente dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iraq e dall’Iran, e rimane dunque uno dei principali paesi al mondo per l’ospitalità ai rifugiati. Sebbene molti rifugiati abbiano accesso ai servizi di base, centinaia di migliaia di loro incontrano ancora ostacoli significativi a causa della vulnerabilità socioeconomica, dell’accesso limitato ai sistemi nazionali e dell’impatto dei terremoti del 2023, che continua a pesare sul paese.

    Nel 2026 l’assistenza umanitaria dell’UE darà priorità ai gruppi più a rischio, compresi quelli con un accesso limitato o nullo ai servizi essenziali. I programmi si concentreranno sulla protezione, sull’assistenza per le esigenze di base, sulla sanità e sull’istruzione, integrando allo stesso tempo il sostegno a più lungo termine dell’UE volto a promuovere l’autonomia e l’inclusione nei sistemi nazionali.

  • Traffici di migranti in Italia diretti da gruppi armati nel sud della Libia

    Le reti di traffico di carburante e le attività dei gruppi armati nel sud della Libia contribuiscono ad alimentare i flussi migratori irregolari diretti verso l’Italia. È quanto emerge dal rapporto del Panel degli esperti delle Nazioni Unite, che individua nel Fezzan, in particolare nelle aree di Sebha e Kufra, uno snodo chiave di un sistema integrato di traffici illeciti che collega Africa subsahariana e Mediterraneo. Secondo gli esperti Onu, il controllo di porzioni di territorio e infrastrutture nel sud, lungo i confini con Niger, Ciad e Sudan, consente a reti criminali e gruppi armati di gestire contemporaneamente traffici di carburante, armi e migranti. Il rapporto evidenzia che “le stesse rotte utilizzate per il contrabbando vengono sfruttate per il trasferimento di persone”, in un sistema in cui le diverse economie illegali risultano interconnesse.

    In particolare, l’area di Kufra, nel sud-est del Paese e a ridosso del confine sudanese, viene indicata come un hub logistico per i movimenti provenienti dall’Africa orientale, mentre Sebha, principale centro urbano del Fezzan, rappresenta un punto di smistamento verso la costa nord-occidentale, in direzione di Tripoli, Zawiya e Sabrata, da cui partono le imbarcazioni dirette verso le coste italiane. Gli esperti sottolineano che il controllo armato di queste rotte consente ai gruppi locali di imporre tariffe, gestire i flussi e proteggere le attività di traffico, creando “un ecosistema criminale integrato” che rende difficile distinguere tra contrabbando di merci e traffico di esseri umani. Il rapporto evidenzia inoltre che la fragilità delle istituzioni e la frammentazione del controllo territoriale favoriscono la continuità di questi flussi, con ripercussioni dirette sulla sicurezza del Mediterraneo centrale. In questo contesto, la Libia continua a rappresentare il principale Paese di transito per i migranti diretti verso l’Italia, in un quadro in cui le dinamiche locali nel sud del Paese incidono direttamente sulla pressione migratoria lungo la rotta libica.

    Lo stesso documento accusa figure chiave dell’est libico, tra cui Saddam Haftar, di esercitare un controllo diretto e indiretto sul settore energetico, coinvolgendo reti di contrabbando di carburante, riciclaggio e finanziamento di gruppi armati. Secondo il report, le infrastrutture petrolifere e le istituzioni ufficiali sarebbero state progressivamente piegate a interessi personali e militari, con effetti diretti sulla governance del Paese. Gli esperti delle Nazioni Unite affermano che Saddam Haftar, vice comandante generale dell’Esercito nazionale libico (Enl), la forza armata guidata da Khalifa Haftar e dominante nella Cirenaica (est), con una presenza significativa anche nel Fezzan (sud-ovest), avrebbe svolto “molteplici ruoli nel settore energetico e nei conflitti regionali”, utilizzando la propria influenza per garantire protezione a reti di traffico illecito. In particolare, il rapporto sottolinea che “individui influenti hanno stabilito meccanismi paralleli di controllo all’interno delle istituzioni ufficiali”, con riferimento alla National Oil Corporation (Noc), l’ente petrolifero statale con sede a Tripoli.

    Il documento indica che, attraverso intermediari come Rifaat al Abbar (ex sottosegretario al ministero del Petrolio e del gas del governo libico con sede a Tripoli), sarebbe stata creata una struttura parallela in grado di “aggirare i meccanismi di supervisione e indirizzare decisioni e contratti verso interessi specifici”. Questo sistema avrebbe inciso direttamente sulla gestione dei principali asset energetici distribuiti tra la Mezzaluna petrolifera (Sidra, Ras Lanuf, Brega), lungo la costa centro-orientale, e i terminali dell’est libico. Sempre secondo il Panel, il controllo di basi militari e infrastrutture strategiche nel sud del Paese, in particolare nell’area di Kufra, al confine con Sudan e Ciad, avrebbe consentito la gestione diretta di reti di traffico di carburante, armi e stupefacenti.

    Gli esperti affermano che tali strutture sarebbero state utilizzate anche per trasformare la Libia in “una piattaforma logistica a supporto delle operazioni delle Forze di supporto rapido sudanesi”, attraverso l’aeroporto di Kufra e installazioni militari di frontiera. Sul piano marittimo, il porto di Tobruk, nella Cirenaica orientale, viene indicato come uno dei principali hub di quella che il rapporto definisce una “zona grigia per esportazioni illecite”, mentre le attività di contrabbando di carburante si sarebbero estese anche ai terminali di Bengasi e Ras Lanuf. Il documento descrive inoltre un sistema integrato di evasione dei controlli legali gestito da una rete criminale guidata da Muin Sharaf al Din, evidenziando come “il controllo armato delle infrastrutture consenta di manipolare flussi di petrolio e accordi economici”. Il rapporto dedica ampio spazio anche alla gestione della Noc, accusando l’ex presidente Farhat Bengdara di aver facilitato operazioni finanziarie opache e di aver utilizzato la propria posizione per indirizzare contratti verso entità legate a Saddam Haftar e ad ambienti vicini al Governo di unità nazionale (di Tripoli).

    Gli esperti sostengono inoltre che Bengdara avrebbe esercitato pressioni su società controllate dalla Noc per aprire conti presso un istituto da lui gestito, utilizzando il bilancio dell’ente come copertura per trasferimenti verso reti collegate a gruppi armati. Nel rapporto si afferma infine che “la crescente interferenza di gruppi armati nel settore petrolifero ha compromesso l’indipendenza della Noc”, trasformandola in uno strumento esposto all’influenza di attori armati e centri di potere rivali. Il sistema di interferenze e condizionamenti, secondo gli esperti, non riguarda tuttavia esclusivamente l’est del Paese, ma coinvolge anche attori e reti operanti nell’ovest, in particolare nell’area di Tripoli. Il rapporto afferma che “attori statali e non statali hanno esercitato influenza sui processi decisionali e sui flussi finanziari”, indirizzando contratti e risorse verso entità riconducibili a diversi centri di potere. Tra questi, gli esperti citano anche ambienti vicini al governo guidato da Abdulhamid Dabaiba, con base a Tripoli, evidenziando come la competizione per il controllo delle rendite petrolifere attraversi tanto l’est quanto l’ovest del Paese.

    Il documento sottolinea che il controllo delle infrastrutture energetiche, inclusi i terminali occidentali collegati ai flussi verso Zawiya e Mellitah, consente ai gruppi armati di influenzare direttamente produzione, esportazioni e accordi economici. Questo sistema, secondo il Panel, crea “spazi per attività illecite e per la redistribuzione informale delle entrate petrolifere”. Gli esperti evidenziano infine che “la frammentazione istituzionale e la presenza di catene di comando parallele” continuano a ostacolare il rafforzamento dello Stato e la gestione trasparente delle risorse, alimentando una competizione che attraversa l’intero Paese, dalla Tripolitania alla Cirenaica fino al Fezzan.

  • Oltre 7500 migranti non sono mai arrivati a destinazione, decessi in calo rispetto al 2024

    Almeno 7.667 persone sono morte o risultano disperse lungo le rotte migratorie nel 2025, pari a una media di 21 vittime al giorno, secondo i nuovi dati diffusi dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). L’agenzia delle Nazioni Unite ha sottolineato che, sebbene il dato sia inferiore ai quasi 9.200 decessi registrati nel 2024, il calo riflette sia una riduzione dei movimenti irregolari in alcune regioni, in particolare nelle Americhe, sia le difficoltà di accesso alle informazioni e i vincoli di finanziamento che limitano la documentazione delle morti lungo diverse rotte.

    “Le continue perdite di vite umane lungo le rotte migratorie rappresentano un fallimento globale che non possiamo accettare come normale”, ha dichiarato la direttrice generale dell’Oim, Amy Pope. “Queste morti non sono inevitabili. Quando i canali sicuri sono fuori portata, le persone sono costrette a intraprendere viaggi pericolosi e a finire nelle mani di trafficanti e reti di contrabbando”.

    Le traversate marittime restano tra le più letali. Nel 2025 almeno 2.185 persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo, mentre 1.214 sono state registrate lungo la rotta dell’Africa occidentale verso le Isole Canarie. L’Oim ritiene che il bilancio reale sia più alto: almeno altre 1.500 persone sono state segnalate come disperse in mare, ma i casi non hanno potuto essere verificati a causa delle restrizioni nell’accesso alle informazioni sulle operazioni di ricerca e soccorso. Secondo l’agenzia, nel 2025 almeno 270 resti umani sono stati rinvenuti sulle coste del Mediterraneo senza poter essere collegati a naufragi noti. Tre imbarcazioni con i resti di 42 persone sono state trovate alla deriva verso il Brasile e i Caraibi dopo aver tentato la traversata verso le Canarie.

    La tendenza preoccupante prosegue anche nel 2026. Nei primi due mesi dell’anno, il Mediterraneo ha registrato 606 morti o dispersi fino al 24 febbraio, a fronte di un calo degli arrivi in Italia da 6.358 a 2.465 nello stesso periodo. Nelle ultime due settimane, 23 corpi sono stati rinvenuti sulle coste dell’Italia meridionale e della Libia. Nelle Americhe, 409 decessi sono stati registrati nel 2025, il totale annuo più basso dall’avvio della raccolta dati nel 2014, verosimilmente per la diminuzione dei passaggi irregolari attraverso aree ad alto rischio come la giungla del Darien (al confine tra Panama e Colombia) o la frontiera tra Stati Uniti e Messico. In Asia, oltre 3.000 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie, rendendo il 2025 l’anno più letale mai registrato per il terzo anno consecutivo. Tra queste, 1.540 erano cittadini afghani.

    La cosiddetta rotta orientale, dal Corno d’Africa verso lo Yemen e i Paesi del Golfo, ha registrato 922 morti, contro i 558 dell’anno precedente. Quasi tutte le vittime erano etiopi, molte delle quali decedute in tre naufragi di massa che hanno causato oltre 180 morti ciascuno. L’Oim ha chiesto un rafforzamento urgente delle operazioni coordinate di ricerca e soccorso, maggiori risorse per la raccolta dati e un’intensificazione della cooperazione internazionale per smantellare le reti criminali che sfruttano i migranti, oltre all’ampliamento di canali di migrazione sicuri e regolari per prevenire ulteriori perdite di vite umane.

  • La Commissione presenta la strategia europea di gestione dell’asilo e della migrazione

    La Commissione presenta la prima strategia europea per la gestione dell’asilo e della migrazione, che definisce gli obiettivi politici dell’UE in materia di asilo e migrazione e fungerà da bussola per i prossimi cinque anni, indicando una serie di priorità concrete.

    L’UE ha in tal modo aperto un nuovo capitolo sulla migrazione e l’asilo, basandosi sui progressi sostanziali compiuti nella protezione delle nostre frontiere esterne e consolidandoli, perseguendo una diplomazia assertiva in materia di migrazione (esempio: i nostri partenariati strategici e globali con i paesi partner) e attuando le riforme introdotte dal patto sulla migrazione e l’asilo. Negli ultimi anni tutti questi fattori hanno contribuito a una costante diminuzione della migrazione illegale e a una migliore gestione della migrazione.

    La Commissione sta inoltre adottando la prima strategia in assoluto dell’UE in materia di visti. Tale strategia fissa un quadro per una politica dei visti più strategica e mirata a promuovere gli interessi a lungo termine dell’UE, che le consentirà di essere meglio attrezzata riguardo alla crescente mobilità e alle conseguenze dell’instabilità regionale e della concorrenza geopolitica.

    La strategia mira a rendere l’Europa più sicura, rafforzando la “prima linea” degli accertamenti di sicurezza; più prospera e competitiva, agevolando l’accesso di coloro che contribuiscono alle nostre economie e società; più influente a livello mondiale, promuovendo gli interessi strategici, i valori e la posizione globale dell’UE e più efficiente, grazie a una politica dei visti più intelligente, moderna e coerente.

  • Blitz in Libia per bloccare migranti irregolari diretti verso l’Europa

    La Direzione della sicurezza di Sabrata ha annunciato di aver condotto all’alba del 28 settembre una vasta operazione contro la presenza di manodopera straniera irregolare, con il fermo di centinaia di persone. In un comunicato, la polizia locale ha precisato che la campagna, condotta dal comitato operativo della sala di sicurezza congiunta, ha interessato numerosi siti nel centro cittadino dove i migranti risultavano essersi stabiliti. Secondo le autorità, l’iniziativa rientra nel piano predisposto per contrastare la diffusione della presenza di cittadini africani entrati illegalmente in Libia e che hanno fatto di Sabrata uno dei principali punti di insediamento. La nota segnala inoltre che sono in corso procedimenti contro i proprietari di immobili che avrebbero affittato le proprie abitazioni ai migranti, in violazione delle norme vigenti. La Direzione di sicurezza ha assicurato che le ispezioni continueranno fino alla completa individuazione dei trasgressori delle regole che disciplinano la presenza di cittadini stranieri sul territorio libico.

    L’operazione arriva in un clima di crescente tensione sul dossier migratorio. Nella “città-Stato” di Misurata, sede delle milizie considerati più forti del Paese, il sindaco Mahmoud al Suqutri ha condannato le violenze contro lavoratori stranieri e migranti irregolari, definite “atti che non hanno giustificazione né logica né religiosa e che violano la legge, danneggiando l’immagine della città”. In un suo videomessaggio, il primo cittadino ha messo in guardia anche contro il rischio di colpire la comunità palestinese residente: “Misurata è stata e resta tra le città che più hanno sostenuto Gaza e non permetteremo mai insulti o attacchi contro i palestinesi”, ha detto Suqutri, riferendosi alle proteste per un presunto piano per lo sfollamento dei palestinesi di Gaza in Libia.

    Secondo l’ultimo rapporto disponibile dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), la Libia continua a essere un hub centrale per le rotte migratorie regionali, sia come destinazione temporanea che come corridoio di transito verso l’Europa. Nel secondo trimestre del 2025, oltre l’84 per cento dei nuovi arrivi nel Paese proveniva dai sei Stati confinanti, con nigeriani (31%), egiziani (26%) e sudanesi (17%) tra le nazionalità più rappresentate. L’Oim rileva che la maggior parte dei migranti sudanesi entra attraverso valichi informali pagando fino a 1.000 dollari ai trafficanti, il costo più alto tra le rotte di accesso.

    L’organizzazione sottolinea inoltre che la quasi totalità dei migranti (92%) viaggia in gruppo con l’assistenza di facilitatori, e che il 99 per cento dei nuovi ingressi è costituito da uomini sotto i 30 anni. Complessivamente, oltre l’80% dei migranti presenti in Libia ha tra i 20 e i 39 anni, prevalentemente uomini single. Le motivazioni principali restano economiche (l’83% cerca lavoro e migliori condizioni di vita), ma circa il 14% fugge da conflitti armati, in particolare dalla guerra in Sudan, che continua a generare un flusso costante verso il Paese nordafricano.

  • La Commissione accoglie con favore l’accordo politico su un ruolo rafforzato di Europol nella lotta contro il traffico di migranti e la tratta di esseri umani

    La Commissione europea accoglie con favore l’accordo politico provvisorio raggiunto tra il Parlamento europeo e il Consiglio per rafforzare il ruolo di Europol e la cooperazione tra agenzie nella lotta contro il traffico di migranti e la tratta di esseri umani. Tale regolamento era stato proposto dalla Commissione nel novembre 2023.

    Europol svolge un ruolo fondamentale nel sostenere le autorità giudiziarie e di contrasto degli Stati membri nei loro sforzi volti a smantellare i modelli di attività dei trafficanti e le reti criminali transnazionali. Le nuove norme forniranno a Europol migliori strumenti per sostenere le autorità di contrasto nazionali, grazie al rafforzamento del Centro europeo contro il traffico di migranti, a una migliore condivisione delle informazioni e risorse finanziarie e a risorse umane supplementari.

    Il regolamento deve ora essere formalmente adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio prima della sua entrata in vigore, che avverrà 20 giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE.

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