Migranti

  • Sedici marine arrestati in California per traffico di esseri umani e droghe

    Sedici marine americani sono stati arrestati con l’accusa di essere coinvolti in varie attività illecite, dal traffico di essere umani a reati legati alla droga. Lo ha reso noto il corpo dei Marine, precisando che nessuno di loro ha servito nella missione del Pentagono per la crisi migratoria al confine col Messico.
    Gli arresti sono stati eseguiti a Camp Pendleton, California, durante la formazione di un battaglione.

  • Sassoli rilancia la riforma dell’accordo di Dublino votata nel 2017 dal Parlamento europeo

    «La voce del Parlamento e le decisioni del Parlamento, specie quando sono così a grande maggioranza devono essere rispettate di più». Così, in una conferenza stampa, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha rivendicato un ruolo più incisivo per lo stesso Parlamento in merito alla gestione dei flussi dei migranti e alla riforma dell’accordo di Dublino (riforma che l’assemblea ha votato il 16 dicembre del 2017 ma che è stata poi «messa in un cassetto», come ha ricordato lo stesso Sassoli).

    «Su Dublino il Parlamento ha indicato delle linee di riforma per consentire all’Europa di avere strumenti per intervenire», ha ricordato il presidente invitando il Consiglio a riprenderla, argomentando che «se si dice che chi arriva in Italia, in Grecia, in Spagna, a Malta, a Cipro, arriva in Europa, è evidente che l’Europa ha la possibilità di organizzare la propria presenza e il proprio intervento».

    Bisogna riprendere quelle «linee di riforma», ha insistito Sassoli. Sotto la sua presidenza il Parlamento europeo intanto ha già ospitato un dibattito sull’assistenza umanitaria nel Mediterraneo, per discutere con il Consiglio e la Commissione «le operazione delle Ong nel Mediterraneo e le posizioni divergenti degli Stati membri».

  • Il limite è stato superato

    Siamo già nella seconda parte di luglio e ancora una volta sono state disattese le tante promesse ed i tanti annunci fatti dal governo. Gli acquedotti continuano a perdere acqua, a sperperare un bene non rinnovabile e tanto più prezioso per i noti cambiamenti climatici. La messa a punto del nostro sistema idrico, oltre a salvare risorse preziose, offrirebbe, in più settori, decine di migliaia di posti di lavoro, dalla cantieristica all’edilizia, dagli operai ai tecnici ed ingegneri. Chi  sperava che prima o poi partisse un piano per l’edilizia, popolare e convenzionata , continua a rimanere senza casa, i prestatori di servizi, quando sono semplici cittadini che si adattano a qualsiasi lavoro, pur di lavorare, continuano ad essere pagati a 90 giorni, quando sono pagati. Sul fronte immigrazioni siamo ancora  ben lontani, nonostante gli sforzi del ministro Moavero per trovare un accordo con gli stati dell’Unione, da un progetto italiano per gestire comunque il problema qui e da una nostra concreta e avveduta presa di posizione, nel Consiglio europeo, per la modifica del trattato di Dublino, modifica che il Parlamento europeo aveva già votato anni fa.

    Tra un litigio ed una minaccia il governo, formato da forze politiche che vanno ognuna per la sua strada, è distratto e spesso travolto da conflitti di competenza, battute ed insulti che, di ora in ora, diminuiscono la già poca credibilità dell’Italia nei consessi europei ed internazionali. Provvedimenti utili a rilanciare le attività lavorative come la diminuzione delle imposte, a seconda delle aree geografiche e del reale costo della vita, la sburocratizzazione, necessaria a far partire e ripartire le PMI e l’artigianato, la lotta seria alla grande evasione nazionale e delle multinazionali che lavorano in Italia, l’abolizione del numero chiuso a medicina, sostituito da una verifica dopo un anno di università, vista la ormai tragica mancanza di medici che ha costretto a richiamare in servizio chi era già in pensione, la sistemazione delle scuole fatiscenti e l’eliminazione delle troppe barriere architettoniche, una seria politica ambientale che porti alla sistemazione dei greti di fiumi e canali che esondano ad ogni pioggia, l’eliminazione delle troppe leggi inutili che creano confusione e aiutano solo chi alle regole vuole sfuggire, sono solo alcune delle tante iniziative che un governo serio, da più di un anno in carica, avrebbe dovuto cominciare a realizzare. Ma i giornali, i mezzi di informazione anche virtuale, sono solo pieni di annunci che non corrispondono alla realtà, di botta e risposta, tra un litigio e l’altro, che non appassionano, né ci fa ritornare ad avere fiducia nella politica una intervista a di Battista, che  spesso non sa quello che dice, o una dichiarazione di Salvini che sostiene di non conoscere persone che partecipano ai suoi incontri più riservati e con i quali si fa più volte fotografare.

    Comprendiamo che sia faticoso, in estate, trovare quella serietà e capacita che non vi era neppure in inverno, capiamo tante cose ed alcune possiamo anche cercare di dimenticarle e di perdonarle ma c’è un limite a tutto e questo limite è stato ormai superato.

  • In Italia il calo maggiore di domande di asilo internazionale rivolte all’Europa nel 2018

    L’Italia è il Paese Ue che ha registrato il calo maggiore di domande di asilo nel 2018 rispetto all’anno precedente: -53%, in cifra assoluta 59.950 contro 128.850. E’ quanto risulta dal rapporto annuale dell’Ufficio europeo di sostegno all’asilo (Easo), che a livello europeo segnala un calo del 10% delle richieste di protezione internazionale. La Germania, che resta il Paese a cui perviene il maggior numero di richieste (184.180), ha fatto registrare un calo del 17%, mentre la Francia ha sostituito l’Italia al secondo posto dell’anno scorso (quest’anno siamo al quarto posto) con 120.425 richieste, pari a un incremento annuo del 21%. Al terzo posto si colloca la Grecia, con 66.965 richieste, pari a un +14% rispetto al 2017. La Spagna è quinta, dietro l’Italia, con 54.050 richieste  (+48%).

    Siriani (14%), afghani e iracheni (7%) i principali richiedenti asilo, Ue, Svizzera, Norvegia e Liechtenstein l’anno scorso anno ricevuto 664.480 domande, contro le 728.470 del 2017. Quasi i tre quarti delle richieste complessive sono state presentate in Germania, Francia, Grecia, Italia e Spagna. Nei primi cinque mesi del 2019 le domande di protezione internazionale registrate in Europa sono state oltre 290mila (in aumento dell’11% rispetto allo stesso periodo nel 2018). Oltre che da Siria, Afghanistan e Iraq, le domande quest’anno arrivano in gran numero dal Venezuela.

    L’Italia si conferma al secondo posto per domande d’asilo pendenti alla fine del 2018 (102.995), preceduta di gran lunga dalla Germania (384.815) e seguita dalla Spagna (78.705) e dalla Grecia (76.330).

  • Aung San Suu Kyi and Orbán find common ground in anti-Muslim stance

    In a rare trip to Europe, state counsellor Aung San Suu Kyi, a Nobel Peace Prize winner who was once a symbol of the fight for democracy in Myanmar, visited Hungarian Prime Minister Viktor Orbán at his home in Budapest where the two leaders managed to find that they were kindred spirits when it comes to policy.

    The two leaders highlighted that one of the greatest challenges at present for both countries and their respective regions – south-east Asia and Europe – is migration.

    They noted that both regions have seen the emergence of a continuously growing Muslim population whom they identified as being a threat and main contributors to the migration crisis. Orban’s government has used anti-migrant rhetoric and nationalism to fuel xenophobic attitudes for some time, a tactic also used by Aung San Suu Kyi, who was elected as civilian leader in 2015 after living under house arrest by the military for 15 years.

    Previously seen as a beacon of democratic hope, she has repeatedly failed to condemn or even acknowledge that Myanmar’s military has carried out an ethnic cleansing campaign against the Muslim Rohingya minority for years. Thousands of Rohingya have been raped and killed in the brutal campaign in what the UN has described as one of the world’s worst humanitarian crises.

  • Si può salvare il lago Ciad e con esso l’Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su I’taliaOggi’ il 9 maggio scorso. L’argomento trattato era già stato affrontato nel 2013 dall’On. Cristiana Muscardini con alcune interrogazioni parlamentari rivolte alla Commissione europea per attirare l’attenzione sul problema della siccità nell’area in questione e sollecitare un intervento concreto di collaborazione da parte dell’Europa.

    Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha recentemente dichiarato l’intenzione di affiancare il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, nella raccolta di fondi per la realizzazione del progetto di «trasferimento idrico» dalla regione dell’Africa centrale verso il Lago Ciad, nel Sahel. Intendono presenziare insieme a un Forum Speciale dove coinvolgere sponsor pubblici e privati per finanziare il progetto. L’intero grande progetto richiederebbe 50 miliardi di dollari che i paesi direttamente interessati dal bacino acquifero del lago Ciad, cioè la Nigeria, il Camerun, il Niger e il Ciad, ovviamente non sarebbero da soli in grado di disporre. L’accordo è stato mediato dall’African Development Bank, che, negli anni passati, si è mossa con grande impegno per la realizzazione d’infrastrutture in Africa e portare il continente e la sua popolazione fuori dal sottosviluppo e dal continuo spettro della povertà.

    A causa di una gestione del lago quasi inesistente e, soprattutto, dell’avanzamento del deserto, nei decenni passati il lago ha perso il 90% della sua superficie, con catastrofici effetti climatici e sociali. Come è risaputo, intorno al bacino del lago vivono circa 30 milioni di persone che, di giorno in giorno, vedono le loro vite e il loro futuro sempre più minacciati. Di conseguenza, sono sorti conflitti tra i paesi rivieraschi per l’approvvigionamento dell’acqua e forti tensioni tra agricoltori e pescatori. Una vera lotta tra poveri. Non c’è quindi da essere sorpresi se i giovani di queste terre vogliano o debbano emigrare e se altri possano finire nelle reti del terrorismo e del crimine organizzato. Com’è noto sono proprio la mancanza di lavoro e le guerre locali, le cause principali delle migrazioni anche verso l’Europa.

    È il caso di ricordare che la parte centrale del programma d’investimenti ipotizzato sarebbe la realizzazione del «Progetto Transaqua», elaborato ben 40 anni fa dall’impresa italiana «Bonifica» del gruppo Iri per la creazione di un canale lungo 2.400 km per portare acqua dolce dal fiume Congo verso il lago Chad. Già nel febbraio 2018 nella conferenza internazionale sul lago Ciad, tenutasi ad Abuja in Nigeria con la partecipazione anche dell’Italia e dell’Unesco, si era sostenuto con forza la realizzazione di Transaqua. Allo stato, il trasferimento idrico tra i bacini acquiferi non ci sembra un’opzione né un «miraggio faraonico» ma una vera e propria necessità.

    Si prevede il trasferimento di 100 miliardi di metri cubi di acqua all’anno dal bacino del fiume Congo al lago Ciad, equivalente a circa l’8% della portata del fiume, che, comunque, la scarica tutta nell’Oceano Atlantico. Il piano prevede anche la costruzione di un sistema di dighe, bacini artificiali e canali che forniranno energia pulita, trasporto fluviale e acqua dolce per le popolazioni interessate e per lo sviluppo di un moderno settore agroindustriale nell’Africa Centrale. Transaqua affronta molti aspetti della crisi africana, offrendo la possibilità di lavoro e benefici per i paesi a sud del Sahel, inclusa la Repubblica Democratica del Congo, che metterebbe a disposizione l’acqua in cambio di un importante arricchimento infrastrutturale e produttivo.

    Come prevedibile, la Cina è il primo paese a essere interessato, non solo per ragioni geopolitiche ma anche per soddisfare la sua necessità di importare beni alimentari. Già nel 2016 PowerChina, il gigantesco conglomerato industriale cinese che ha costruito anche la diga delle Tre Gole, aveva discusso del progetto con il governo della Nigeria esprimendo la sua disponibilità a partecipare al finanziamento e alla realizzazione dello stesso. Oltre ai grandi investimenti miliardari in molti paesi dell’Africa, Pechino organizza ogni due anni uno specifico forum con la partecipazione di tutti i capi di stato africani. L’ultimo si è tenuto lo scorso settembre dove la Cina ha presentato il piano d’integrazione dell’Africa nelle Vie della Seta, la Belt and Road Initiative. Nel frattempo si è mossa anche la Russia che il prossimo ottobre organizzerà il primo Russian African Summit con i leader di tutti i paesi africani.

    L’Italia, fin dai tempi di Enrico Mattei, è sempre stata attenta all’idea di una vera cooperazione e dello sviluppo dell’Africa. Da sola, però, non è riuscita a smuovere gli altri grandi attori occidentali e internazionali. Lo scorso ottobre è stato meritoriamente firmato un memorandum d’intesa tra il nostro Ministero dell’Ambiente e la Commissione del Bacino del Lago Ciad per il finanziamento dello studio di fattibilità del Progetto Transaqua. L’Italia vi contribuisce con 1,5 milioni di euro. Anche PowerChina cofinanzia lo studio. Negli ultimi anni l’Europa ha ripetuto la necessità di lanciare un «Piano Marshall per l’Africa» per sviluppare il continente e per contenere il flusso dei cosiddetti «migranti economici» verso l’Europa. Questo a parole.

    L’Italia ha sempre mantenuto un rapporto storico positivo con molti paesi africani. Siamo conosciuti come i costruttori di dighe e d’importanti infrastrutture. È interesse nostro e dell’Europa di lavorare per una genuina collaborazione, superando anche qualche vecchio retaggio del colonialismo di certi paesi europei.

    In definitiva, la realizzazione del grandioso progetto in questione sarebbe un aiuto concreto allo sviluppo del continente africano e un modo serio di «aiutarli a casa loro». Sarebbe, inoltre, anche una scelta coerente per difendere la Terra dal processo di desertificazione evidenziato dallo stesso Onu. Sarebbe probabilmente una risposta importante al problema dei mutamenti climatici denunciati dagli scienziati e dai giovani di tutto il mondo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

     

  • Il governo dà i numeri e sugli immigrati sbaglia i conti

    Il governo dà i numeri: si è capito ed è anche certificato. A fronte dei 90mila irregolari presenti in Italia secondo Matteo Salvini, l’Istituto di studi politici internazionali (Ispi), rielaborando dati forniti dal Viminale, è giunto alla conclusione che tra giugno 2018 e marzo 2019 circa 51.000 stranieri sono diventati nuovi irregolari e di questi, circa 11.000 sono la conseguenza diretta del decreto sicurezza. Secondo diversi osservatori il numero di 90mila irregolari indicato dal vicepremier è ampiamente sottostimato perché i dati forniti dal vicepremier partono dal 2015, mentre gli sbarchi sono aumentati dalla fine del 2013 e nel 2014 si è arrivati a 170.100 migranti arrivati. Nella contabilità di Salvini mancano inoltre gli overstayers, cioè quanti atterranno in Italia con un visto turistico e poi si trattengono irregolarmente oltre la data di scadenza (sui barconi, infatti, non si sono mai visti cinesi, altri asiatici, migranti dell’Est e sudamericani).

    Nei dati forniti dal ministro mancano ancora altre voci. Secondo Eurostat, che ha elaborato dati del ministero dell’Interno, dal 2015 a marzo 2019 l’Italia ha compiuto 25.856 rimpatri, che non vengono menzionati dal calcolo che porta Salvini a sostenere che gli irregolari siano circa 91mila. Per assurdo, vorrebbe dire che nella penisola gli stranieri senza valido titolo di soggiorno sarebbero poco più di 65mila. Basta questo a spiegare che i conti non tornano. Il ‘ricalcolo’ del Viminale, però, apre un nuovo fronte con l’Ue.

    Salvini aveva in effetti spiegato che 478mila sono i migranti sbarcati in Italia dal 2015 precisando poi che a questa cifra vanno sottratti i 119mila che sono nel sistema d’accoglienza (Hotspost, Cara, Sprar) e altri 268.839 che sono «presenze certificate in altri Paesi Ue» (si tratta di tutti quei migranti che gli altri Paesi dell’Unione europea chiedono all’Italia di riprendersi, perché il trattato di Dublino prevede che vengano riportati nel Paese di primo ingresso). Così parlando, è stato notato, Salvini, perciò, ha implicitamente riconosciuto che l’Italia ha violato gli accordi dell’Ue. «Non commenterò direttamente le dichiarazioni del ministro dell’Interno», ma «vogliamo ricordare che i movimenti secondari da uno Stato membro all’altro non sono permessi dal diritto europeo», ha puntualmente ricordato una portavoce della Commissione Ue, Natasha Bertaud, rispondendo a una domanda in particolare sui 268mila migranti irregolari che hanno lasciato l’Italia trasferendosi in altri Paesi dell’Unione.

  • La Cassazione ordina di accogliere i migranti gay non tutelati in patria

    Prima di negare lo status di rifugiati ai migranti che dichiarano di essere omosessuali e di rischiare la vita se rimpatriati a causa del loro orientamento sessuale, si deve accertare se nei Paesi d’origine non solo non ci siano leggi discriminatorie ma anche verificare che le autorità del luogo apprestino “adeguata tutela” per i gay, ad esempio se colpiti da «persecuzioni» di tipo familiare. Lo sottolinea la Cassazione che ha accolto il ricorso di un cittadino gay della Costa d’Avorio, minacciato dai parenti.

    Al migrante protagonista di questa vicenda giudiziaria arrivata fino alla Suprema Corte, la Commissione territoriale di Crotone, non aveva concesso lo status di rifugiato sottolineando che «in Costa d’Avorio al contrario di altri stati africani, l’omosessualità non è considerata un reato, né lo Stato presenta una condizione di conflitto armato o violenza diffusa». Per gli ‘ermellini’ questo non basta: serve accertare l’adeguata protezione statale per minacce provenienti da soggetti privati. Bakayoko Aboubakar S. aveva infatti raccontato che era di religione musulmana, coniugato con due figli, e diventato oggetto «di disprezzo e accuse da parte di sua moglie e di suo padre» che era imam del villaggio, «dopo aver intrattenuto una relazione omosessuale». Aveva deciso di fuggire quando il suo partner era stato «ucciso in circostanze non note, a suo dire ad opera di suo padre», l’imam.

    Per la Cassazione «non è conforme a diritto» aver negato la protezione a Bakayoko senza accertare se nel suo Paese sarebbe tutelato dalle minacce dei parenti. Il caso si riapre.

  • Aiutiamoli – Aiutiamoci

    “Aiutiamoli a casa loro”, “aiutiamoli a casa nostra”.  Tra i proclami degli uni e degli altri politici e maestri di pensieri, di fatto, i disperati non sono stati aiutati da  nessuno. In compenso si sono arricchiti gli scafisti, gli aguzzini dei campi profughi, i governi liberticidi, le associazioni criminali ed i terroristi, molti detentori di centri di accoglienza e agricoltori ed imprenditori senza scrupoli che da anni, con il lavoro nero, truffano la gente e lo Stato. E’ dei giorni scorsi la notizia dell’arresto di sei persone che gestivano almeno 500 migranti con un’organizzazione di caporalato, complici un sindacalista ed un ispettore del lavoro. La copertura dell’organizzazione criminale era una cooperativa di Sezze. Sono di questi giorni le notizia di nuovi tragici naufragi.

    Chissà se il ministro dell’Interno, mentre blocca i porti e non fa una piega di fronte alla morte, annunciata ed avvenuta, di tante povere persone e bambini, o il ministro dello Sviluppo economico o il Presidente del Consiglio hanno pensato di promuovere le necessarie iniziative non solo per una grande mobilitazione dell’ispettorato del lavoro che possa mappare e colpire chi sfrutta e tratta come schiave le persone ma anche per verificare che all’interno dell’ispettorato del lavoro non si annidino connivenze. Inoltre bisogna ripulire, con polizia e carabinieri, quelle vaste sacche di delinquenza italiana e straniera che tengono in ostaggio le persone normali, siano esse italiane o straniere, e che si dedicano, seminando la paura, alle più svariate attività criminali.

    Chissà se qualcuno sta veramente organizzando aiuti per costruire, nelle zone più povere dell’Africa, pozzi e desalinatori o se anche questo è lasciato all’azione cinese che dell’Africa si è in gran parte appropriata. Chissà se qualcuno ha pensato ad emanare una legge che stabilisca che chi arriva in Italia è obbligato, comunque, ad imparare subito la lingua e la Costituzione e deve avere, nel frattempo, un minimo di lavoro socialmente utile, nel territorio dove è stato mandato, così da non essere in alcuni casi spinti a delinquere o comunque a diventare accattoni o nullafacenti. Chissà se qualcuno, al governo o all’opposizione, oltre a lanciare cinguettii di dubbio gusto ed intelligenza, ha pensato a disegni di legge, a proposte di legge, a ragionamenti compiuti. Chissà se qualcuno ha capito che per ottenere qualcosa dall’Europa il sistema non è insultare e minacciare ma presentare progetti realizzabili e, avendo ben chiari i dossier che il Consiglio deve approvare, utilizzare il proprio voto contro quegli Stati che non rispettano gli impegni che prevedono quote di immigrati per ogni Paese membro dell’Unione europea. Ogni Stato ha interessi da difendere, noi da troppi anni non difendiamo i nostri e non conosciamo quelli degli altri e così non possiamo aprire nessuna trattativa per raggiungere quei necessari compromessi che vedano rispettate le nostre esigenze.

    La politica non è improvvisazione o battute ad effetto ma conoscenza del passato, studio del presente e visione del futuro. I voti servono per andare al governo ma per governare, per saper governare non basta il consenso della piazza che, come sa bene non solo Renzi, è oltremodo mutevole.

  • Allarme dell’Onu per le condizioni dei migranti in Libia

    Un rapporto dell’Onu denuncia che i migranti in Libia sono sottoposti a «privazione della libertà e detenzione arbitrarie in centri ufficiali e non ufficiali; tortura, compresa la violenza sessuale; rapimento per riscatto; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali» a dispetto delle ingenti quantità di euro che l’Europa fornisce a governo e milizie locali perché fermino le partenze verso l’Italia. Il dossier, inviato al Consiglio di sicurezza dell’Onu e acquisito dagli investigatori della Corte penale internazionale dell’Aja, sottolinea che «i colpevoli sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali» ed invita il governo di concordia di Tripoli a «raggiungere il controllo di tutti i centri di detenzione presenti in Libia, scongiurando l’influenza o l’interferenza di milizie e gruppi armati»

    «Durante il periodo in esame c’erano oltre 669.000 migranti in Libia, tra cui donne (12% dei migranti identificati) e bambini (9%)», precisa il segretario generale dell’Onu, Guterres, e di questi «3.700 hanno bisogno di protezione internazionale» (meriterebbero cioé di venire trasferiti in Europa).

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