Migranti

  • Per la Corte dei Conti Ue dal 2008 rimpatriato meno di 1 immigrato irregolare su 5

    “Dal 2008, ogni anno circa mezzo milione di cittadini non-Ue ha ricevuto un’ingiunzione a lasciare l’Unione perché vi era entrato o soggiornava senza autorizzazione. Tuttavia, meno di uno su cinque è effettivamente ritornato nel proprio paese al di fuori dell’Europa”, è quanto rileva la Corte dei Conti Ue in un rapporto sulle riammissioni. “Le inefficienze del sistema di rimpatrio dell’Ue” – continua l’analisi – “costituiscono un incentivo alla migrazione irregolare”. Secondo lo studio, i negoziati tra la Ue e i paesi terzi da cui proviene la maggior parte dei migranti irregolari hanno ottenuto risultati “modesti” dal 2015-2020. L’attuale sistema Ue per i rimpatri “presenta gravi inefficienze che sortiscono un effetto contrario a quello auspicato: incoraggiano, anziché scoraggiare, l’immigrazione illegale”, ha detto il responsabile del rapporto, Leo Brincat.

    Tra le principali cause del basso numero di rimpatri di migranti irregolari vi è la difficoltà a cooperare con i loro Paesi di origine. Nel periodo 2015-2020, “l’Ue ha compiuto scarsi progressi nel concludere i negoziati per gli accordi di riammissione, che si sono incagliati prevalentemente in annosi problemi, primo fra tutti la clausola sui cittadini di paesi terzi”, cioè la norma che consente il rimpatrio di persone in un Paese terzo nel quale erano transitate prima di entrare nell’Ue. I Paesi terzi spesso si oppongono a questa clausola poiché non radicata nel diritto internazionale e viene perciò applicata sporadicamente per motivi giuridici, operativi e connessi ai diritti umani. A rallentare i rimpatri, secondo la Corte, anche le scarse sinergie all’interno dell’Ue stessa, che non parla sempre ‘con una sola voce’ ai Paesi non-UE, e la Commissione europea che non sempre si associa agli Stati membri chiave per facilitare il processo negoziale. Di conseguenza, alcuni Paesi terzi, non ravvisando alcun valore aggiunto nell’accordo di rimpatri, continuano a preferire accordi bilaterali con alcuni Stai membri soprattutto se garantiscono benefici di tipo economico.

    Secondo il report l’Italia e la Grecia hanno un “basso numero di rimpatri” di immigrati irregolari a causa della durata della procedura di asilo, dei collegamenti mancanti tra le procedure di asilo e di rimpatrio che ostacolano il coordinamento e la condivisione delle informazioni, dell’assenza di un sistema di gestione dei casi di rimpatrio valido e integrato. Per la Corte anche non c’è “nessun riconoscimento reciproco e nessuna registrazione sistematica delle decisioni di rimpatrio nell’Ue”, è difficile localizzare i migranti rimpatriabili e monitorare le partenze volontarie. Ci sono inoltre “insufficiente capienza dei centri di trattenimento pre-allontanamento” e difficile cooperazione con i Paesi terzi di origine dei migranti”, i quali, seppure non si dichiarino contrari a riaccogliere i propri cittadini, di fatto ostacolano il processo con procedure burocratiche.

  • Piano Ue: partenariati con l’Africa per limitare le partenze di migranti

    Un’accelerazione sulla collaborazione con i Paesi terzi, come la Tunisia, il Marocco o la Libia, per limitare le partenze dei migranti. “Partnership e cooperazioni vantaggiose per tutti”, che punteranno alla lotta contro i trafficanti di esseri umani e ad accordi sui rimpatri. In cambio, aiuti consistenti per il rilancio economico o l’ampliamento dei canali legali per l’immigrazione. Ciascun progetto sarà tagliato su misura, a seconda delle esigenze. Quello con Tunisi, dove di recente si è recata anche il ministro Luciana Lamorgese, è a buona maturazione e potrebbe essere tra i primi. Il fine è “prevenire la perdita di vite e ridurre la pressione sulle frontiere esterne”. Il piano europeo per il vertice dei leader del 24 e 25 giugno punta tutto sull’azione esterna.

    Nella prima bozza di conclusioni vista dall’agenzia Ansa – un canovaccio in attesa delle osservazioni dalle capitali – non ci sono infatti accenni alla spinosa questione dei ricollocamenti. Ma oggi a Barcellona i premier Mario Draghi e Pedro Sanchez hanno cementato la loro alleanza in vista del summit e rilanciato con una “richiesta urgente all’Europa di giungere ad una risposta comune, bilanciando i principi di umanità, solidarietà e responsabilità condivisa”, oltre ad insistere sulla necessità di portare a compimento il Patto su immigrazione e asilo, tenendo “in conto la visione dei Paesi di primo ingresso”.

    Un tasto su cui ha martellato anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in un’intervista al quotidiano catalano El Periodico. Il tema, già sollevato da Draghi all’ultimo vertice, è stato tenuto intenzionalmente a distanza dalle mani europee, per evitare di avvelenare il dibattito. “Il dossier è troppo tossico”, continuano a ripetere molti diplomatici a Bruxelles, meglio provare a rallentare gli arrivi e riprendere in un secondo momento le annose discussioni sull’equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Il tema più difficile in assoluto per l’Unione.

    Nelle settimane passate Roma aveva avviato negoziati con Parigi e Berlino per un meccanismo temporaneo sui ricollocamenti, una sorta di soluzione ponte in attesa dell’adozione di accordi più stabili, a 27. Ma le discussioni si erano arenate perché l’Italia non sembra aver mostrato la “flessibilità” sperata a muoversi su altri aspetti del Patto, come ad esempio i movimenti secondari verso il Nord Europa dei cosiddetti dublinanti. Un flusso continuo che pone Germania e Francia tra i primi in Ue per richieste d’asilo, ben avanti all’Italia. Ma è possibile che, anche in vista della conferenza di Berlino sulla Libia del 23 giugno, proprio alla vigilia del vertice qualcosa si stia muovendo. E Draghi potrebbe avere anche una leva. Nella bozza preliminare delle conclusioni del vertice è previsto infatti un tema centrale per Berlino: il rifinanziamento dell’accoglienza dei profughi siriani in Turchia (durante la crisi migratoria del 2015-2016 era stata proprio Merkel la promotrice dell’accordo con Ankara per arrestare il flusso sulla rotta del Mediterraneo orientale fino alla Germania). E c’è fermento intorno alla cifra che ancora deve essere svelata dalla Commissione europea. Non dovrebbe discostarsi molto dai precedenti 6 miliardi stanziati per l’EU-Turkey statement del 2016. Molti Stati membri insistono che l’intero importo arrivi dal bilancio europeo. E c’è chi teme che prosciughi gli 8 miliardi del nuovo strumento per lo sviluppo e cooperazione internazionale (Ndici). Insomma, è probabile che a Berlino servano alleati.

  • La Danimarca esternalizza chi cerca asilo. Perplessità della Ue

    Il parlamento danese ha approvato una legge che dà il via libera al trasferimento dei richiedenti asilo in un Paese terzo, come proposto dal governo. La decisione apre un nuovo fronte di scontro nella gestione dei migranti nell’Unione europea, perché vi viene visto il “rischio di minare le fondamenta del sistema internazionale di protezione dei profughi”. Il provvedimento è stato voluto dal governo socialdemocratico di Mette Frederiksen, e l’opposizione di centrodestra ha appoggiato il testo. Da alcuni anni i socialdemocratici hanno proposto l’idea di basare i centri per richiedenti asilo all’estero e, a gennaio, la premier ha ribadito il programma di campagna elettorale su “zero richiedenti asilo”. L’approccio, secondo Copenhagen, sarebbe evitare che le persone tentino il pericoloso viaggio nel mar Mediterraneo, minando così i trafficanti di esseri umani che sfruttano la disperazione dei profughi. Ma, stando al piano danese, i migranti dovranno arrivare comunque in Danimarca: non potranno fare richiesta direttamente al centro allestito fuori dal Paese, ma solo al confine. Chi raggiungerà la frontiera danese sarà trasferito in un Paese terzo per il processamento della domanda d’asilo. Se ottenesse protezione, potrebbe potenzialmente restare in quel Paese. E’ molto probabile che si tratterà di un Paese africano, dopo che ad aprile Copenhagen ha detto di aver firmato un memorandum d’intesa con il Ruanda mentre, secondo il quotidiano Jyllands-Posten, colloqui sono in corso con Tunisia, Etiopia, Egitto.

    E’ una situazione anomala, si tratta di una parte del sistema di asilo non regolato dall’Ue, spiegano fonti della Commissione europea, al momento una cosa del genere non è vietata, ma di fatto così la Danimarca annulla l’asilo. Nel progetto danese, una persona che arriva dall’Afghanistan e fa richiesta di asilo in Danimarca potrebbe essere trasferita in un campo, potenzialmente in Ruanda, dove resterebbe in attesa che la sua richiesta sia analizzata. La vicenda è molto complessa dal punto di vista legale, spiegano fonti della Commissione europea: stando ai trattati europei la Danimarca non partecipa all’attuazione di alcune misure relative alla giustizia e agli affari interni. Tuttavia, fa parte di Schengen e ha aderito al Regolamento di Dublino. L’Ue ha già fatto sapere che, una volta analizzata con uno “sguardo approfondito” la situazione legale, potrebbe intraprendere sanzioni o aprire una procedura di infrazione. Al di là della questione legale è soprattutto una questione politica, fanno sapere dalla Commissione. Perché se passa il messaggio che la Danimarca, che ha solo 20mila rifugiati, sia sovraccarica di richiedenti asilo, ogni altro Paese europeo potrebbe rivendicare tale posizione e si potrebbero alimentare strumentalizzazioni politiche nel dibattito interno ai Paesi. Potrebbe innescarsi un pericoloso effetto domino. Intanto, sul fronte della solidarietà, Irlanda, Lituania e Lussemburgo si sono impegnati con ricollocamenti volontari ad accogliere ognuna dieci migranti arrivati in Italia. Numeri esigui, se si allarga l’orizzonte al di fuori dell’Europa.

    Solo qualche settimana fa, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati aveva fatto notare che “la stragrande maggioranza dei 26 milioni di rifugiati nel mondo, l’85%, è generosamente ospitata nelle regioni limitrofe e in via di sviluppo, spesso per molti anni, quando conflitti prolungati impediscono il ritorno”, e aveva esortato gli altri Stati a sostenere questi Paesi. La stessa organizzazione dell’Onu si è detta preoccupata per il provvedimento danese. Preoccupazione condivisa dalla Commissione europea, “sia sulla compatibilità di questi testi con gli obblighi internazionali della Danimarca, sia sul rischio di minare le fondamenta del sistema internazionale di protezione dei profughi”. Perché il diritto di asilo è un elemento essenziale nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. L’Europa, che faticosamente tenta di far approvare il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo e introdurre meccanismi di solidarietà tra Paesi, ha chiarito che non starà a guardare.

  • L’Europa e la sua politica per il continente africano

    Se da un lato è certamente una buona notizia che rallentino gli arrivi di migranti dalla Libia, dando un po’ di respiro a Lampedusa e alle coste italiane, è sempre più allarmante il disinteresse dell’Europa rispetto alle decine di migliaia di persone che, per sfuggire a guerre, soprusi e carestie, si trovano ammassate in veri e propri campi lager in Libia e non solo. La politica europea per l’immigrazione è da anni inadeguata, per meglio dire colpevole, come quella per le politiche economiche e sociali per l’Africa. Siamo da troppo tempo abituati ad intervenire solo seguendo logiche di mercato e di profitto senza neppure conoscerne le vere regole, così l’Europa ha perso il mediterraneo ed il resto dell’Africa a favore dell’espansionismo cinese che ha guardato avanti ed ha investito in un nuovo colonialismo che non offre un vero aiuto ai paesi africani e danneggia anche l’Europea. Sempre per miopia l’Europa ha lasciato che il fenomeno immigrazione aumentasse creando problemi, specie negli Stati europei le cui sponde sono vicino al continente africano, senza trovare una strada che sapesse coniugare accoglienza, integrazione, sviluppo dei paesi più poveri e rispetto delle regole e delle leggi che regolano le nostre democrazie ed il nostro modo di vita. Di parole, promesse e ritrattazioni ne abbiamo sentite molte ormai da troppi anni e siamo arrivati troppo vicini al punto di rottura mentre ogni giorno dovremmo sentite il peso di coloro che sono morti e dei troppi che aspettano una risposta mentre sono rinchiusi in campi di concentramento subendo torture e violenze. Certo la risposta non è aprire indiscriminatamente le frontiere ma altrettanto certamente la risposta non è, tenendo le frontiere chiuse e controllate, ignorare quello che è accaduto e continua ad accadere. La cooperazione ha fallito, le popolazioni non sono state aiutate a crescere offrendo aiuti perché avessero un minimo di sviluppo economico e democratico, i regimi si sono arricchiti, il terrorismo si è espanso portando tutti i giorni a contare nuove vittime. Siamo stati concentrati, in sede nazionale, a parlare dei problemi legati all’immigrazione solo in chiave di consensi elettorale e in sede europea è valsa la stessa logica mettendo il nord Europa in eterno contrasto col sud dell’Unione, egoismi, interessi, miopia ed impreparazione politica e di strategie economiche si sono coniugate con falsi buonismi. L’Europa ha il dovere, non solo morale ma economico e per la propria sopravvivenza, di rivedere completamente ed immediatamente la sua politica per il continente africano, occorrono progetti celeri per aiutare le popolazioni e forze europee di controllo che verifichino, nei paesi costieri dove i profughi arrivano in cerca di un imbarco per l’Europa, che le condizioni di vita, il rispetto dei diritti umani siano attuati.

  • Aumento del 157% di immigrati nel Mediterraneo centrale nel primo quarto del 2021

    Tra gennaio e aprile 2021 i migranti arrivati sulla rotta del Mediterraneo centrale sono più che raddoppiati (+157%) rispetto allo stesso periodo del 2020, toccando quota 11.600, ovvero l’aumento più consistente rispetto a tutte le altre rotte. Sono i dati di Frontex. Gli arrivi di aprile, 1.550, fanno registrare il doppio rispetto allo stesso mese del 2020.  Ad arrivare sono stati soprattutto tunisini e ivoriani.

    In totale, nell’Ue, nei primi quattro mesi del 2021 sono stati registrati 36.100 arrivi, con un aumento di circa un terzo rispetto al 2020, quando le restrizioni per la pandemia avevano fatto segnare un calo. Ad aprile gli arrivi sono stati oltre 7.800, un numero quattro volte superiore rispetto al minimo storico di aprile 2020.

    In aumento anche gli attraversamenti rilevati lungo la rotta balcanica, dove da gennaio ad aprile sono arrivati 11.606 migranti, principalmente siriani e afghani, con un aumento pari al 93% rispetto allo
    stesso periodo del 2020.Più che raddoppiati gli arrivi nelle isole Canarie dove nei primi 4 mesi dell’anno ne sono stati rilevati circa 4.500 per lo più da Mali e Marocco. Il numero di migranti che hanno attraversato la rotta del Mediterraneo orientale da gennaio ad aprile, è invece diminuito del 58% rispetto allo stesso periodo del 2020. Nell’ultimo mese, tuttavia, gli arrivi sono stati 12 volte superiori a quelli rilevati ad aprile dello scorso anno.

    In ripresa i flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo occidentale, dove sono stati segnalati circa 3.200 migranti illegali da inizio anno, un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2020, che raggiunge il 70% se si confrontano i dati di aprile 2021 e 2020.

  • Il contrasto europeo al crimine organizzato raccontato nel nuovo episodio di UÈ! che Podcast

    UÈ! che Podcast torna come ogni settimana con un nuovo episodio sul lavoro della Commissione europea, illustrando questa volta le azioni europee di contrasto al crimine organizzato in compagnia di Floriana Sipala, capo dell’unità crimine organizzato e politiche antidroga della Direzione generale migrazione e affari interni.

    L’Unione europea è in prima linea nella lotta ai fenomeni illegali che più attanagliano la società e l’economia dei paesi membri: tratta di esseri umani, reati legati all’immigrazione, traffico di droga e il traffico di medicinali contraffatti sono solo alcuni dei crimini contro cui la Commissione mette in atto strategie comuni in termini di cooperazione politica, giudiziaria e di polizia.

    Solo nel 2019, i proventi illeciti dei mercati criminali sono ammontati a circa 140 miliardi di euro, vale a dire l’1% del PIL europeo. Non solo, nel contesto della pandemia Covid-19, il crimine organizzato ha trovato un terreno fertile per intensificare le proprie attività illegali, approfittando delle difficoltà provocate dall’emergenza sanitaria.

    Muoversi con una sola voce, quella europea, è la risposta più efficace alle minacce criminali transnazionali rappresentate, tra gli altri, dalla presenza delle mafie sul territorio europeo e dalla loro infiltrazione nelle economie legali.

    In questo episodio, Sipala spiega come lavora la Direzione generale migrazione e affari interni in questi settori e racconta gli importanti risultati raggiunti dalla Commissione: dal dialogo con gli stati terzi agli accordi internazionali, dalla cooperazione tra le forze di polizia e autorità giudiziarie al contrasto alla corruzione. Tra le recenti azioni della Commissione si trova inoltre la nuova strategia contro la tratta degli esseri umani, che conta un numero preoccupante di vittime identificate, spesso legate allo sfruttamento sessuale.

    Nel contrasto di sistemi illegali così diffusi e ramificati, le singole soluzioni nazionali non sembrano essere sufficienti.

    Fonte: Commissione europea

  • Regole condivise da tutti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Dario Rivolta

    Tra i lettori dei miei scritti, spesso critici, in merito ai fenomeni migratori c’è qualcuno che mi ha accusato di essere diventato xenofobo mentre qualcun altro mi ha definito perfino “razzista”. Io credo che la realtà sia un po’ diversa.

    Se io fossi un prete cattolico con la volontà di reclutare fedeli in tutto il mondo, userei, probabilmente, gli argomenti di papa Francesco e inviterei all’“accoglienza”, all’“amore universale”, al “dovere morale”.

    Se fossi un intellettuale e non mi curassi delle conseguenze delle mie teorie, i miei scritti sarebbero orientati verso sentimenti “umanitari”, discetterei di internazionalismo e di “fratellanza”. Potrei riempire interi libri di riflessioni su come la “diversità” arricchisca le società e sia stimolo alla sua evoluzione verso il futuro.

    Se fossi un industriale non ne parlerei in pubblico ma, in cuor mio, sarei contento dell’arrivo di tante nuove braccia senza grandi pretese da poter utilizzare nelle mie aziende. Magari anche per ridimensionare un pochino le pretese dei mie attuali lavoratori.

    Se fossi un operatore delle ONG, magari di una tedesca, protesterei contro la “disumanità” di chi vuole non vedere le sofferenze altrui e mi farei beffe delle leggi di uno Stato che non apre le braccia (e i soldi) di chi ha più bisogno di noi crassi e opulenti europei.

    Se fossi un cittadino qualunque che chiacchiera al bar o sul tram potrei, alternativamente, criticare la cattiveria, certo esagerata, di chi vuole chiudere i porti o il lassismo, anch’esso esagerato, di chi pretende di accogliere e mantenere chiunque arrivi. Naturalmente le mie convinzioni del momento dipenderanno da chi saranno i miei interlocutori o dal tipo di bevanda che starò consumando.

    Ma io sono un politico (o almeno lo sono stato) e credo che i politici debbano prendere in considerazione tutte le sfaccettature possibili di ogni importante fenomeno sociale. Il loro dovere primario è innanzitutto di pensare cosa sia necessario fare per garantire la continuità del benessere della società che rappresentano e, se possibile, immaginare come incrementarlo.

    Rientra tra i compiti di un uomo politico cercare di evitare che la pace sociale sia turbata per qualunque ragione, che le leggi che approva siano realmente applicabili e che vengano fatte rispettare da tutti quelli che ne sono oggetto (o soggetto) all’interno del suo Paese. Deve auspicare che i cittadini si sentano protagonisti e parte viva della comune società e che l’appartenervi possa per loro essere motivo d’orgoglio.

    Tuttavia, lo sappiamo perché tutti gli studi storici e sociologici lo confermano, l’arrivo di un certo numero di “diversi”, in breve tempo e in un luogo dove la densità di popolazione è già elevata, causerà spontanei sentimenti di rigetto da parte degli autoctoni, con conseguenti tensioni sociali. Se sono tanti e con origini simili etnicamente o culturalmente, è evidente che quei “diversi”, anziché cercare di integrarsi con la cultura che troveranno, saranno spinti a fare comunella tra loro, che cercheranno di affermare (direi addirittura comprensibilmente) una loro propria identità che andrà contrapponendosi a quella che avranno trovato sul posto. Si creerebbe quindi il fenomeno di un “noi” e di un “loro”: esattamente il contrario dell’integrazione. Sicuramente col passare del tempo i rapporti potrebbero migliorare, ma quanti decenni ci vorranno? E, soprattutto, quale prezzo sociale dovrà essere pagato alla tranquillità serena della vita quotidiana?

    In Italia, nelle situazioni economiche attuali, non è possibile trovare per tutti loro un lavoro e un luogo adeguato dove vivere, magari con la loro stessa famiglia. Non solo: occorre pensare anche alle infrastrutture esistenti, a partire dai servizi sanitari. In alcune regioni questi ultimi sono già insufficienti per i connazionali. Costatare che i Pronto Soccorso impiegano ore e ore per sottoporre a triage chiunque si presenti, a causa di decine di clandestini privi di un medico di base causerà un disagio che sarà giudicato insopportabile da chi in questo Paese ha sempre lavorato e pagato le tasse.

    Di certo, l’Italia ha degli obblighi morali da rispettare e, assieme all’Europa tutta, deve fare i conti anche con una certa immagine di liberalità (che rasenta la filantropia) cui non può e non deve rinunciare per vari motivi. Una cosa, però, è accogliere degli sventurati che scappano da una guerra e che cercano un temporaneo rifugio nel nostro Paese. Un’altra è consentire a chiunque desideri migliorare il proprio tenore di vita (se pur l’atteggiamento è umanamente comprensibile) di entrare nel nostro Paese bypassando le procedure d’accesso stabilite dalle nostre leggi e vagabondare nelle nostre città o, in assenza di alternative praticabili, entrare a far parte di organizzazioni criminali.

    Tutti siamo consci che le pressioni migratorie sono fenomeni destinati a non calare nel vicino futuro ma un politico consapevole non può arrendersi ad eventi che possono inficiare la tenuta sociale ed economica del suo Paese senza reagire. E’ necessario che, se esistono delle leggi, siano fatte rispettare da chiunque calpesti il nostro suolo e le modalità legali per poter entrare in Italia sono chiare. Parlare poi di aiuto ai “naufraghi” è falso e fuorviante poiché tutti sappiamo che già dalla partenza è previsto che faranno in modo di farsi “soccorrere”.  Un “naufrago” è chi, contro la sua volontà, corre il pericolo di affogare in mare. Chi causa volontariamente il proprio “naufragio” è o un tentato suicida o sta cercando di ingannare qualcuno. In questi casi, una volta salvatagli la vita, deve immediatamente essere ricondotto nel luogo da cui proveniva. Ciò è ancor più doveroso quando si costata che tali “naufragi” sono in numero tale da escludere il trattarsi di coincidenze. Se non altro, il riportarli subito indietro può fungere da deterrente per altri tentativi.

    Non ho, per finire, alcuna ostilità preconcetta nei confronti di stranieri appartenenti ad altre culture o razze o etnie ma, in quanto politico, ho il dovere, prima di ogni altro sentimento o convinzione personale, di pensare al benessere generale del mio popolo, alla serenità massima possibile per ogni cittadino e alla credibilità delle sue Istituzioni. Ogni evento che può mettere a rischio uno qualunque tra questi tre impegni politici verso la mia collettività io lo devo combattere con tutti gli strumenti legittimi a mia disposizione. Se, da politico, non lo facessi, sarei o un incapace oppure un traditore dei miei connazionali.

  • Nel 2020 sono arrivati in Italia 32mila migranti

    Il fenomeno migratorio ha delle “implicazioni globali e multilivello che rendono imprescindibile la collaborazione tra Stati. E’ cruciale il ruolo che assume l’Ue”. Luciana Lamorgese si è presentata in audizione di fronte alla commissione Affari costituzionali della Camera in procinto di esaminare il decreto Immigrazione, testo che ha di fatto modificati i decreti Sicurezza firmati da Matteo Salvini. La ministra dell’Interno ha insistito sulla necessità di governare i flussi attraverso una politica europea e lamenta il ritardo con cui Bruxelles si muove. Il lavoro della commissione “ancora non vede quegli aspetti di riforma di Dublino da noi auspicati. Lo sforzo negoziale dell’Italia punta a meccanismi di solidarietà e di redistribuzione obbligatoria. E’ necessario che ci sia una solidarietà da parte di tutti gli Stati europei nei confronti degli Stati come il nostro, di primo approdo”, ha detto.

    I numeri del 2020, del resto, parlano chiaro. Nel corso di quest’anno, al 15 novembre, ha chiarito la titolare del Viminale, “abbiamo avuto un incremento dei flussi migratori: sono circa 32mila gli arrivi di cui in grande parte di nazionalità tunisina, il 38,7% del totale”. Gli arrivi, ha sottolineato, “si verificano nel pieno dell’emergenza Covid ed è un fattore di complicazione per tutti gli Stati e in particolar modo per l’Italia che è frontiera esterna dell’Ue”. Il blocco dei voli dettato dall’emergenza, poi, complica i rimpatri. Fin qui sono circa 3mila quelli effettuati, di cui 1.564 verso la Tunisia. In aumento anche il numero di minori non accompagnati sbarcati in Italia: sono circa 3.500 quelli arrivati nel 2020. Attualmente, poi, lungo le nostre coste, in Sicilia, ci sono cinque navi-quarantena, con a bordo 2.730 persone. Tra questi i positivi al Covid (isolati su ponti riservati) sono il 9%, mentre nei centri di accoglienza il tasso di contagiati scende all’1,5%.”Nessun quadro idilliaco”, insomma. “Non ho mai detto questo – ha rimarcato Lamorgese – Le criticità ci sono e sono costituite dal fenomeno degli sbarchi autonomi su cui è difficile intervenire se non con i paesi di provenienza” e, ovviamente, “dalla pandemia”.

    La ministra dell’Interno ha lamentato poi la situazione relativa ai centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).  “Abbiamo attualmente 1.525 posti e di questi sono attivi 700 circa per i danni causati nel corso degli anni dai trattenuti e sono in corso le opere di manutenzione. La permanenza allungata a 180 giorni ha fatto sì che si arrivasse a un tappo. Stiamo cercando di individuare anche altri centri d’intesa con i presidenti delle regioni e stiamo facendo una ricognizione sui territori. I posti dei Cpr, anche fossero tutti attivi, non sarebbero sufficienti per i numeri che attualmente abbiamo sui territori”, è stata la sua denuncia. Di qui la decisione di inserire nel decreto una misura che diminuisce il tempo massimo di permanenza. Il sistema, secondo la titolare del Viminale, potrebbe funzionare solo con un sistema di rimpatri veloce. E questo, è la linea ribadita ancora una volta, potrebbe essere messo in piedi solo a livello europeo. “Non riusciamo a fare velocemente i rimpatri anche perché l’Europa non ha accordi di rimpatrio con i Paesi africani – ha sottolineato Lamorgese – Noi lo facciamo al nostro livello ma servirebbero accordi a livelli europei”.

    La ministra dell’Interno, comunque, ha tenuto a sottolineare la distanza rispetto ai provvedimenti e alla gestione Salvini, insistendo sulla necessità di portare avanti come Governo “la previsione di canali di migrazione regolare”, contrastando così quelli illegali e il traffico di esseri umani. Quando ci sono persone in mare, ha messo in chiaro, “insorge l’obbligo di intervenire a soccorso e di mettere in sicurezza i migranti. La vera e l’unica strada è quella di agire come prevenzione, di concentrare gli sforzi sulle partenze. E’ quello che ho rappresentato in Europa: intervenire sui paesi di partenza cercando di migliorare le condizioni di vita”. Perché due sono, sottolinea, i beni primari da tutelare: “La sicurezza dei cittadini e la dignità dei migranti”.

  • La necessità di solidarietà nella politica di asilo dell’UE

    Primo cambio di rotta nell’Ue sulla questione accoglienza dei migranti, almeno nelle intenzioni. Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che gli Stati membri che adempiono i loro doveri in i termini di accoglienza dei richiedenti asilo e quelli più esposti devono poter contare sulla solidarietà dell’intera UE. Ha anche sottolineato che il nuovo sistema di asilo dell’UE “dovrebbe includere la ricerca di nuove forme di solidarietà e dovrebbe garantire che tutti gli Stati membri apportino contributi significativi “. Parole e concetti ripresi anche dalla vicepresidente Margaritis Schinas, che ha affermato che il nuovo patto di asilo e migrazione, presentato il 23 settembre 2020, includerebbe un “sistema di solidarietà permanente ed efficace” per distribuire i richiedenti asilo tra i paesi dell’UE. Il Parlamento europeo ha chiesto costantemente un meccanismo automatico e vincolante per un’equa distribuzione di richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri dell’UE e per i limiti di accesso ai fondi dell’UE per i paesi non cooperativi, anche nella sua relazione in prima lettura dell’ottobre 2017 sulla rifusione del regolamento di Dublino.

  • Berlino accoglierà 1500 migranti dai campi in fiamme della Grecia

    La Germania accoglierà 1.553 migranti da cinque isole greche dopo gli incendi che hanno devastato il campo di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo, lasciando migliaia senza riparo e nella disperazione più totale. Si tratta di 408 famiglie con bambini che hanno già ottenuto lo status di rifugiato in Grecia, ma che potrebbero anche non provenire dal campo di Moria. A questi si aggiungono 150 minori non accompagnati provenienti invece tutti da Moria e la cui accoglienza era stata annunciata la scorsa settimana dal governo tedesco in una misura condivisa con altri 10 Paesi europei.

    L’annuncio ufficiale di Berlino è arrivato dal vicecancelliere Olaf Scholz dopo la decisione presa dalla cancelliera Angela Merkel in accordo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer. “Garantiamo che 1.553 familiari già riconosciuti come rifugiati dalle autorità greche lasceranno le isole” del Mar Egeo per la Germania, ha confermato Scholz. La Francia ha accettato di accogliere 150 minori dal campo di Moria mentre altri Paesi dell’Ue ne prenderanno 100.

    Nel frattempo, il ministro greco della Protezione Civile, Michalis Chrysohoidis, ha annunciato l’arresto di sei migranti sospettati di aver appiccato le fiamme a Lesbo: “Cinque giovani stranieri sono stati arrestati. Si cerca un sesto che è stato identificato”. Gli arresti, ha spiegato poi, “screditano l’ipotesi che ad appiccare il fuoco al campo sia stato un gruppo di estremisti”.

    Circa 800 degli oltre 12mila migranti e rifugiati fuggiti dall’inferno di Moria la scorsa settimana sono stati trasferiti in un nuovo campo, situato a tre chilometri dal porto di Mitilene, capoluogo di Lesbo. Ma la stragrande maggioranza dorme ancora in strada o sui marciapiedi mentre diverse organizzazioni umanitarie cercano di assisterli: l’Unhcr ha già fornito 600 tende familiari, bagni chimici e postazioni per lavare le mani. Le autorità greche affermano che 21 persone nel nuovo campo sono risultate positive al coronavirus e sono state poste in isolamento nel sito temporaneo di Kara Tepe, vicino al campo devastato dal rogo.

    Intanto, il ministro per la Protezione Civile ha annunciato che l’isola di Lesbo sarà svuotata dai rifugiati entro la Pasqua del prossimo anno. “Se ne andranno tutti”, ha assicurato Chrysochoidis. “Dei circa 12.000 rifugiati prevedo che 6.000 verranno trasferiti sulla terraferma entro Natale e il resto entro Pasqua. La gente di quest’isola ne ha passate tante. Sono stati molto pazienti”, ha aggiunto. Moria “era il campo della vergogna”, ha ammesso il ministro. “Adesso appartiene alla storia. Sarà ripulito e sostituito dagli uliveti”.

     

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