migrazione

  • Il 12 giugno entra in vigore il patto sulla migrazione e l’asilo

    Il 12 giugno 2026, il patto sulla migrazione e l’asilo inizierà entra in vigore in tutti gli Stati membri dell’UE. Adottato nel maggio 2024, il patto sancisce la revisione del quadro dell’UE in materia di migrazione e asilo e costituisce ora il fulcro del nuovo approccio dell’UE in materia di migrazione. Per la prima volta l’UE dispone di un quadro globale in materia di migrazione e asilo, con una forte protezione delle frontiere esterne, norme eque e rigorose in materia di asilo e un equilibrio tra solidarietà e responsabilità.

    Tra gli elementi fondamentali del patto sulla migrazione e l’asilo figurano la sicurezza delle frontiere esterne, procedure di asilo solide ed eque, norme a livello dell’UE per le condizioni di accoglienza, un giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità e solide garanzie per garantire il rispetto dei diritti fondamentali.

  • Luci e ombre su un vertice intergovernativo

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie

    George Orwell

    Giovedì scorso, 13 novembre, si è svolto il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Il vertice ha avuto luogo a Villa Doria Pamphili a Roma ed è stato presieduto dalla Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia e il Primo Ministro d’Albania. I rappresentanti dei due governi hanno firmato 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione tra i due Paesi in vari settori come quelli della migrazione, delle infrastrutture, della difesa e sicurezza, dell’energia, dell’ambiente, della salute, dell’innovazione e della formazione.

    Una particolare attenzione durante quel vertice l’ha avuta la situazione dei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) costruiti ormai in Albania. Si tratta di una questione molto dibattuta sia in Italia che in Albania, ma anche a livello internazionale. Dibattiti, critiche, contestazioni e proteste, ma anche convinzione ed ottimismo che si susseguono e si esprimono dal 6 novembre 2023, giorno in cui la Presidente del Consiglio di Ministri d’Italia ed il primo ministro d’Albania hanno firmato a Roma il Protocollo tra il governo della Repubblica d’Italia e il Consiglio dei Ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria.

    Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito sia sul Protocollo che sulle reazioni pubbliche ed istituzionali, a livello locale ed internazionale. L’autore di queste righe scriveva una settimana dopo che la notizia fosse resa pubblica: “Lunedì scorso, il 6 novembre, a Roma è stato firmato, dai rispettivi primi ministri, un accordo tra l’Italia e l’Albania. Secondo quell’accordo l’Italia potrà beneficiare dei territori in Albania per organizzare e gestire due campi dove arriveranno circa 36.000 profughi all’anno per almeno cinque anni! … Profughi che l’Italia non ha potuto, nonostante un accordo firmato recentemente con la Tunisia, fermare ad arrivare nelle coste italiane. Ma per fortuna il primo ministro italiano ha un ‘caro amico” in Albania, il primo ministro albanese”. (Un autocrate irresponsabile e altri che seguono i propri interessi; 14 novembre 2023).

    Ed era proprio quel primo ministro che solo due anni prima, il 18 novembre 2021, aveva dichiarato convinto e perentorio che “L’Albania non sarà mai un Paese dove paesi molto ricchi possano creare campi per i loro rifugiati. Mai!”. Chissà perché due anni dopo lui ha cambiato completamente la sua opinione?! Ed è lo stesso che adesso ha cominciato il suo quarto mandato consecutivo, dopo il massacro elettorale del 11 maggio scorso. Come altri autocrati, suoi simili.

    Durante il vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania svoltosi a Roma giovedì scorso, compresa anche la conferenza stampa dei due capi del governo, il tema del trattamento dei profughi, nei due campi sul territorio albanese, ha ottenuto un ampio spazio. Tutto dovuto alle continue contestazioni da parte dei rappresentanti dell’opposizione in Italia, alle decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma sui profughi arrivati in Albania, nonché alle molte critiche ufficialmente espresse da diverse istituzioni e organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti dell’uomo.

    La presidente del Consiglio dei Ministri’d’Italia, durante la congiunta conferenza stampa con il suo omologo albanese, ha dichiarato, riferendosi al Protocollo sui migranti, che “Non tutti hanno compreso la validità del modello”. E poi ha aggiunto convinta: “…tanti hanno lavorato per frenarlo o bloccarlo, ma noi siamo determinati ad andare avanti, perché è un meccanismo che ha la potenzialità di cambiare il paradigma sulla gestione dell’immigrazione”.

    Durante la stessa conferenza stampa il primo ministro albanese ha dichiarato che “…l’Italia può chiedere all’Albania quello che gli viene in mente e noi risponderemo di sì”. Poi ha replicato ad un giornalista di Rai3 che gli aveva chiesto se si fosse pentito dell’Accordo sui migranti del 6 novembre 2023, che ancora non era entrato a regime e se lo riproporrebbe ad altri Paesi europei. Il primo ministro, che è abituato ormai ad essere duro e anche minaccioso con quei giornalisti che gli fanno delle domande a lui non gradite, ha risposto “…Se non si è pentito lei che fa da due anni la stessa domanda, come posso pentirmene io”. E poi ha aggiunto “…Non so cosa capiranno quelli che seguiranno la sua cronaca”.

    In seguito a quell’atteggiamento scontroso del primo ministro albanese ha subito reagito anche il Comitato di redazione di Rai3. A nome di tutti i giornalisti della rete, il Comitato, riferendosi alla domanda del giornalista, dichiara che “… La domanda è più che mai attuale e interessante. In un Paese democratico si risponde o, magari, non si risponde, ma non è accettabile che si attacchi frontalmente l’intervistatore facendo del sarcasmo prolungato e fuori luogo e pretendendo, come è successo oggi a Villa Pamphili, di dettare al giornalista cosa dovrebbe scrivere. Crediamo che le domande siano il prerequisito indispensabile di uno Stato libero e democratico. Per questo noi certamente non ci vergogniamo, anzi, siamo orgogliosi di continuare a farne”.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania di giovedì scorso, sono stati firmati il memorandum tra i ministri degli Esteri sulla cooperazione nel settore della sicurezza cibernetica, il memorandum di cooperazione tra ministri dell’Interno per il contrasto al traffico di droga, degli accordi di cooperazione nel settore della difesa, compresi quelli della collaborazione tra alcune imprese italiane ed albanesi, l’accordo per il potenziamento del settore neonatale albanese, l’accordo per un credito d’aiuto della cooperazione allo sviluppo a favore della Protezione civile albanese ecc..

    Sempre nell’ambito del Protocollo sui migranti tra l’Italia e l’Albania, è stata firmata anche l’intesa tecnica per la consegna di due pattugliatori alla Guardia Costiera albanese. Sono state immediate però le critiche in Albania da parte degli specialisti. Secondo loro la rottamazione dei due vecchi pattugliatori “donati” costa molto di più del loro reale valore finanziario. Ma soprattutto, la “donazione” delle due navi che pattuglieranno insieme con le navi italiane permetterà l’attivazione dei due Centri di permanenza per i rimpatri che si trovano in Albania, evitando anche le decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma. Sì, perché catturato e fatto salire su una nave che batte bandiera albanese, il profugo è entrato nel territorio albanese, un Paese non comunitario, dove si trovano anche i due Centri di permanenza per i rimpatri. Perciò il caso non può essere più giudicato da un tribunale italiano.

    Durante il sopracitato vertice la Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia ha espresso il suo pieno appoggio per sostenere l’avanzamento dell’Albania nel suo processo europeo. Una manna santa per il suo “caro amico”, il primo ministro albanese. Colui che ormai, non avendo più cosa promettere, sta cercando di ingannare gli albanesi con la “promessa europea”. Al vertice di Roma era presente però anche la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Forse la presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia non sapeva che lei, insieme con il primo ministro, sono i principali accusati per corruzione in uno scandalo clamoroso reso pubblico recentemente. Perché se no, avrebbe cambiato alcune sue dichiarazioni, soprattutto quelle riguardanti il processo europeo dell’Albania. Un processo che non dovrebbe mai e poi mai “assolvere” la corruzione.

    Chi scrive queste righe per il momento si ferma qui, ma pensa che spesso si avvera l’affermazione di George Orwell: “Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie”.

  • Guerre dimenticate, l’allarme di COOPI: oltre 630 vittime invisibili al giorno

    61 conflitti attivi con la partecipazione di almeno uno Stato, il dato più elevato dal 1946. Si stima che nel solo 2024 siano state uccise almeno 233.000 persone in episodi di violenza armata (mediamente, 638 vittime al giorno, una ogni due minuti) e che ci siano stati più di 123 milioni di sfollati a causa di persecuzioni, conflitti armati, violenze, violazioni dei diritti umani e altri eventi che minacciano gravemente la sicurezza pubblica. Sono i dati dell’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) che raccontano di un mondo in cui guerre e crisi armate, alcune poco o per nulla raccontate, stanno facendo aumentare drammaticamente la necessità di interventi umanitari.

    Il drammatico scenario è stato descritto in occasione della decima edizione dell’appuntamento “COOPI Cascina Aperta”, nell’ambito del quale è stato presentato il Bilancio sociale 2024 della organizzazione umanitaria milanese, che ha appena raggiunto l’importante traguardo di 60 anni di attività.

    «Nell’anno in corso – ha spiegato il presidente di COOPI – Cooperazione Internazionale, Claudio Ceravolo – sono 305 milioni le persone che, in tutto il mondo, sono in condizioni di necessità di assistenza umanitaria e protezione, ma spesso restano inascoltate, se non del tutto dimenticate. Oltre ai gravissimi conflitti a Gaza e in Ucraina esistono molte altre aree del pianeta in cui la violenza e le crisi umanitarie sono molto intense, ma rimangono totalmente nell’ombra».

    È il caso dell’Africa meridionale ed orientale, che ospitano il maggior numero di persone bisognose (circa 85 milioni), quasi un terzo del totale a livello mondiale, con la crisi in Sudan che rappresenta il 35% del totale della regione.

    Il Sudan vive attualmente la più grande crisi umanitaria al mondo: a fine agosto 2025 si stimavano quasi 10 milioni di sfollati interni. Attualmente oltre 30 milioni di persone – più della metà della popolazione – hanno bisogno di assistenza umanitaria: il 51.4% sono bambini, il 43.4% adulti e il 5.3% anziani.

    A 10 mesi dalla caduta del governo di Bashar Al-Assad, la crisi umanitaria in Siria resta molto grave. Sono ancora 16,7 milioni le persone che necessitano di assistenza e protezione umanitaria e oltre la metà della popolazione versa in una condizione di insicurezza alimentare. In questo scenario, la situazione dei bambini e dei minori è particolarmente critica: si stima che più del 75% dei 10,5 milioni di bambini siriani siano nati durante i 14 anni della guerra civile, trascorrendo la loro intera esistenza in uno scenario di sfollamento, violenza e devastazione. La portata della crisi educativa siriana ha raggiunto vette sconfortanti: quasi il 50% di bambini e giovani è rimasto escluso dalla scuola, sia all’interno della Siria che nei Paesi che ospitano rifugiati.

    Nella Repubblica Democratica del Congo – soprattutto nella zona orientale del Paese – l’escalation del conflitto armato sta provocando sfollamenti di massa e aggravando un quadro già fortemente emergenziale: attualmente si stima che più di 21 milioni di persone necessitino di supporto immediato in termini di protezione, accesso al cibo, all’acqua pulita, salute, rifugi temporanei e beni di prima necessità. La situazione nutrizionale è allarmante: circa 25,6 milioni di persone affrontano livelli di insicurezza alimentare, di cui 4,5 milioni bambini sotto i cinque anni che necessitano di cure nutrizionali. L’accesso all’istruzione è, naturalmente, compromesso: oltre 2000 scuole e spazi didattici sono stati chiusi nel Nord e Sud Kivu e a quasi 800mila bambini è stata negata la possibilità di ricevere un’educazione. Complessivamente, considerando anche la provincia di Ituri, più di 1,6 milioni di bambini nella Repubblica Democratica del Congo orientale non hanno accesso all’istruzione

    COOPI attualmente è presente, con più di 200 progetti di sviluppo ed emergenza, in 33 paesi del mondo, tra cui Sudan, Siria, Libano, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Ciad e Niger, tutti Paesi colpiti da crisi complesse e decennali, ma spesso invisibili agli occhi occidentali.  Nel solo 2024, grazie a oltre 1.500 operatori locali e internazionali, ha raggiunto più di 7 milioni di beneficiari e portato avanti 149 progetti di emergenza, 45 progetti di sviluppo, 17 di sostegno a distanza e 2 di contrasto alla povertà alimentare in Italia.

  • Number of internally displaced people in Haiti tripled in 2024

    The number of people internally displaced by gang violence in Haiti has tripled to more than one million, the United Nations’ International Organization for Migration (IOM) warned on Tuesday.

    The situation is particularly dire in the capital, Port-au-Prince, where displacement has risen by 87% between 2023 and 2024, IOM figures show.

    Gangs control almost the entire city, leading to the collapse of the remaining health services and triggering food insecurity.

    More than 5,600 people were killed in gang violence in Haiti last year alone.

    IOM Spokesman Kennedy Okoth Omondi said many of the more than one million displaced people had had to flee multiple times as the gangs expanded their territory in Port-au-Prince.

    An estimated 85% of the capital is now estimated to be under gang control.

    Most of those displaced fled Port-au-Prince for rural areas, where resources are limited, the IOM warned.

    Its Director-General, Amy Pope, said that Haiti needed “sustained humanitarian assistance right now to save and protect lives”.

    Half of those displaced are children, according to the IOM’s figures.

    The agency described how families were “struggling to survive in makeshift shelters while facing mounting health and protection risks”.

    Haiti has been engulfed in a wave of gang violence since the assassination in 2021 of the then-president, Jovenel Moïse.

    A UN-backed multinational security force arrived in Haiti in June to try and re-establish control but has so far made few inroads into gang-held territory.

    The international police force, which is meant to bolster the Haitian National Police force, is underfunded and lacks the necessary equipment to take on the heavily armed gangs.

    Meanwhile, the Transitional Presidential Council (TPC) – the body created to organise elections and re-establish democratic order in Haiti – appears to be in turmoil.

    The TPC replaced the interim prime minister in November and seems to have made little progress towards organising log-delayed elections.

  • Assordanti silenzi che nascondono interessi occulti

    Il silenzio è l’ultima arma del potere.

    Charles de Gaulle

    Sabato scorso, il 10 febbraio, è stato celebrato il “Giorno del Ricordo”. Una ricorrenza, un giorno per ricordare le tante ed ineffabili atrocità subite tra il 1943 ed il 1945, ma anche negli anni che seguirono, dalla popolazione italiana in Venezia Giulia, Dalmazia ed altre aree circostanti. Atrocità messe in atto da alcuni reparti speciali dall’esercito jugoslavo con una freddezza disumana. Quella del “Giorno del Ricordo” è una ricorrenza per non dimenticare migliaia di morti innocenti istriani, fiumani e dalmati. Vittime incatenate con dei lunghi fili di ferro e portate sugli argini delle foibe, profonde fosse carsiche sul fondo delle quali si aprivano delle spaccature, spesso colme d’acqua. Gli spietati esecutori sparavano solo alle prime vittime che, cadendo dentro le foibe, trascinavano anche le altre, ancora vive, mentre precipitavano giù nei profondi inghiottitoi. Ma molte altre vittime innocenti hanno perso la vita nelle prigioni e nei campi di concentramento in Jugoslavia. Tutto è cominciato nel 1943, dopo la caduta del regime fascista in Italia ed il seguente armistizio. Sono stati resi attivi i cosiddetti “poteri popolari” e costituiti dei “tribunali speciali” gestiti da esponenti delle forze armate jugoslave. Tutto per fare giustizia e vendicarsi di quello che il regime fascista aveva fatto e causato in Venezia Giulia, in Dalmazia e in altre regioni. Si doveva “ripulire” tutto il territorio dai “nemici del popolo”. Quei tribunali hanno emesso migliaia di condanne a morte. Purtroppo la maggior parte delle persone condannate a morte non erano dei rappresentanti locali dei fascismo, ma bensì, dei semplici cittadini delle comunità italiane che vivevano da anni in quelle regioni. Simili atrocità continuarono fino alla firma del Trattato di Parigi, il 10 febbraio 1947. Come previsto in quel Trattato, alla Jugoslavia venivano assegnate l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia. Tutte regioni ed aree che fino ad allora erano dei territori dell’Italia.

    Ma le sofferenze e le violazioni dei diritti innati della popolazione italiana non finirono con la firma del Trattato di Parigi. Il regime comunista al potere in Jugoslavia aveva già pronta una strategia per gli italiani nelle zone annesse con il Trattato di Parigi. Coloro che appoggiavano il regime, considerati come i “meritevoli”, potevano rimanere ed integrarsi, invece tutti gli altri, che erano la maggior parte, si dovevano allontanare dai territori jugoslavi. Cominciò così un esodo drammatico degli italiani. Un esodo che, infatti, cominciò subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e continuò fino al 1958. Un esodo che, secondo dei dati credibili, avrebbe coinvolto non meno di 250.000 persone, le quali sono state costrette a lasciare tutto, case ed averi lì dove abitavano. Purtroppo però gli esuli giuliani e dalmati, che sono arrivati in Italia, non sono stati bene accolti neanche lì. La maggior parte di loro è stata messa nei campi profughi allestiti dentro delle caserme ed altre strutture, costretti a subire anche un atteggiamento freddo e, non di rado, addirittura ostile degli italiani. Tra i tanti episodi, che non si dovevano mai e poi mai verificare, è molto significativo quello che ormai è noto come il ”treno della vergogna”. Nel 1947 erano sbarcati ad Ancona degli esuli arrivati da Pola. Da Ancona poi loro dovevano proseguire con treno per arrivare a La Spezia. Ma quegli esuli, considerati dalla popolazione locale come dei “fascisti in fuga”, sono stati trattati con ostilità. Il che ha reso necessario l’intervento dei militari. In seguito il viaggio degli esuli continuò a bordo di un treno merci. Era stata prevista una fermata di quel treno alla stazione di Bologna per offrire a coloro che erano dentro un pasto caldo. Ma tutto saltò in seguito ad una sassata contro il treno. Sassata organizzata ed attuata dai ferrovieri comunisti per impedire la fermata in stazione del “treno dei fascisti”! Il treno allora proseguì per poi arrivare finalmente e Parma dove gli esuli, tra i quali c’erano bambini ed anziani, ricevettero la necessaria assistenza ed ebbero qualche pasto prima di raggiungere La Spezia.

    Su tutte quelle atrocità subite dalla popolazione italiana in Venezia Giulia, in Dalmazia ed in altre località c’è stato per anni un continuo silenzio da parte dello Stato italiano, ma non solo. Silenzio che è stato causato dalle cosiddette “ragioni di Stato” e da “interessi geopolitici/geostrategici”. Dal 1948 la Jugoslavia si staccò dall’Unione Sovietica, assumendo un suo ruolo nello scacchiere geopolitico e geostregico. Il che costrinse i Paesi occidentali ad avere un diverso approccio ed un nuovo atteggiamento nei confronti della Jugoslavia, che era uno dei Paesi fondatori, insieme con India ed Egitto, nel 1955, del Movimento dei Paesi non allineati. Ma dopo tanti anni di “silenzio” sulle atrocità subite dagli italiani in Venezia Giulia, in Dalmazia ed altre località, finalmente c’è stata l’approvazione da parte del Parlamento, il 30 marzo 2004, e la successiva pubblicazione, il 13 aprile 2004, nella Gazzetta Ufficiale n.86, della legge n.92 che sanciva l’istituzione del “Giorno del Ricordo”. In quella legge si sanciva, tra l’altro, l’obbligo civile e morale per conservare e rinnovare “…la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati italiani, durante la seconda guerra mondiale e dell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale”. L’autore di queste righe ha sentito parlare per la prima volta delle disumane atrocità subite dalle popolazioni di Venezia Giulia e di Dalmazia da un suo collega. Erano gli inizi degli anni ’90. In seguito l’autore di queste righe ha avuto modo di incontrare anche la madre del collega, nato e vissuto fino alla giovanissima età a Lussinpiccolo. Poi è stato costretto, insieme con la sua famiglia, a lasciare l’isola di Lussino (ormai parte della Croazia; n.d.a.) e a sistemarsi a Trieste. Erano proprio il collega e sua madre, la quale parlava in dialetto, che hanno raccontato all’autore di queste righe di quello che i “titini” avevano fatto subire agli italiani. Foibe ed esodo forzato compresi. Racconti che egli ricorda ancora, soprattutto quando sente parlare delle foibe. Il “Giorno del Ricordo” offre perciò a tutti delle opportunità per conoscere la verità e, allo stesso tempo, ricorda l’obbligo civile e morale di non dimenticare tutte quelle atrocità.

    Purtroppo attualmente si stanno verificando altri esodi drammatici in diverse parti del mondo. Così come si sta verificando anche un preoccupante aumento di flussi delle persone che scappano da guerre e da altre difficoltà nei propri paesi natali. Quanto accade da anni ormai a Lampedusa ed in altre località dell’Italia meridionale ne è una inconfutabile testimonianza. Scappano i siriani, gli afghani, gli africani subsahariani ed altri. Scappano perché in Siria ancora ci sono degli scontri etnici armati. Scappano perché in Afghanistan, dopo il vergognoso ritiro nell’agosto 2021 del contingente internazionale, guidato dagli Stati Uniti d’America, i talebani, sopravvissuti per ben venti anni e poi ritornati di nuovo al potere, stanno reprimendo tutte le innate libertà degli afghani. Scappano i subsahariani ed altre popolazioni africane per sfuggire alle carestie ed altre sofferenze. Ma in questi ultimi dieci anni scappano in tanti anche dall’Albania, nonostante lì non si combatta una guerra. Ma in Albania in questi ultimi anni è stata restaurata e si sta consolidando, ogni giorno che passa, una pericolosa nuova dittatura. Il nostro lettore ormai da anni è stato sempre informato con la dovuta e richiesta oggettività e con tanti fatti accaduti e documentati alla mano, di questa vera, preoccupante, pericolosa e sofferta realtà. Realtà causata da quella dittatura camuffata da una ingannatrice facciata di pluripartitismo. Si tratta però di una dittatura, espressione dell’alleanza tra il potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, la criminalità organizzata locale e/o internazionale, quella italiana e latino americana comprese, e determinati raggruppamenti occulti internazionali. E non a caso, ormai da alcuni anni, gli albanesi stanno scappando numerosi dalla madre patria. Il che sta generando un altrettanto preoccupante e pericoloso problema a lungo termine: lo spopolamento dell’Albania. Purtroppo c’è una ben studiata, ideata e attualmente attuata strategia per lo spopolamento dell’Albania. Il governo jugoslavo, subito dopo la seconda guerra mondiale, ha costretto gli italiani in Venezia Giulia, in Dalmazia ed in altre località a scappare per poi impadronirsi dei loro territori. Mentre adesso, la strategia per lo spopolamento dell’Albania prevede l’uso dei territori abbandonati, da coloro che gestiscono tutto, per la diffusa coltivazione della cannabis e la necessaria base logistica. Il Paese deve diventare, con il passare degli anni e dopo il continuo spopolamento, una specie di “porto franco” sia per i traffici internazionali degli stupefacenti che per il successivo smistamento verso i Paesi dell Europa occidentale.

    Durante lo scorso autunno in Albania è stato svolto un censimento della popolazione. Ebbene il risultato di quel censimento non è stato ancora reso noto. Gli specialisti, con la loro esperienza professionale, affermano che sia per l’elaborazione dei dati, sia per la pubblicazione dei risultati era necessario non tanto tempo. Comunque meno del tempo ormai passato. Ad oggi però nessun risultato del censimento è stato reso pubblico. Secondo fonti credibili risulterebbe che la ragione è una sola: l’allarmante spopolamento del Paese. Nel 2011, in base al censimento fatto allora, risultava che in Albania la popolazione residente era di circa 2.800.000 abitanti. Invece attualmente la popolazione residente, nel migliore dei casi, non è mai superiore a 1.700.000! Mentre le cattive lingue dicono che attualmente in Albania la popolazione residente non supera i 1.500.000 abitanti. Chi sa che anche in questo caso le cattive lingue non abbiano avuto ragione?!

    L’autore di queste righe da anni ha trattato per il nostro lettore questo preoccupante e pericoloso fenomeno demografico. Già nel settembre 2015 egli scriveva: “…Giustamente l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sia orientata verso migliaia e migliaia di profughi che scappano dalle atrocità, di guerre e conflitti continui, in Medio Oriente e in Nord Africa. La situazione drammatica ha reso impossibile la vita a milioni di abitanti in quelle terre”. E poi continuava “…Purtroppo tutto questo sta sfumando un altrettanto preoccupante fenomeno che si sta consumando in Albania. Flussi migratori, provenienti da un paese candidato all’Unione Europea e membro della NATO, che gode da alcuni anni del regime di Schengen per la libera circolazione, si dirigono verso la Germania, ma non solo”(Accade in Albania; 7 settembre 2015). Mentre nell’estate del 2022 l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: L’Albania si sta paurosamente spopolando! Solo questo fatto dovrebbe essere un assordante campanello d’allarme per tutte le persone responsabili, per tutti gli albanesi patrioti. Solo questo fatto dovrebbe essere un buon motivo, non solo per protestare, ma per ribellarsi contro il nuovo regime restaurato in Albania” (La ribellione contro le dittature è un sacrosanto diritto e dovere; 12 luglio 2022). Solo alcuni mesi dopo, sempre riferendosi agli albanesi che scappano, egli scriveva: “…dai dati risulta che durante i primi sei mesi di quest’anno nel Regno Unito sono arrivati 2165 albanesi, 2066 afghani, 1723 iraniani, 1573 iracheni, 1041 siriani, 850 eritrei, 460 sudanesi, 305 egiziani, 279 vietnamiti e 198 kuwaitiani. I numeri parlano da soli e meglio di qualsiasi commento!” (Scontri diplomatici e governativi sui migranti; 14 novembre 2022).

    Chi scrive queste righe è convinto che nei territori abbandonati in Albania ci sono dei progetti anche per far costruire dei centri per profughi, che altri Paesi europei possono trasferire in Albania. L’Italia ne sta approfittando. Ci sta seriamente pensando anche la Germania. In cambio i dirigenti di questi Paesi rimangono silenziosi di fronte alla molto preoccupante realtà albanese. Come si è fatto per tanti anni con la verità sulle foibe e sull’esodo degli italiani. Si tratta di assordanti silenzi che nascondono interessi occulti. Chi scrive queste righe, stimando Charles de Gaulle, condivide anche la sua convinzione sul silenzio. E cioè che il silenzio è l’ultima arma del potere.

  • Accordo Italia-India sulle migrazioni

    Subito dopo Natale il governo indiano guidato dal primo ministro Narendra Modi ha approvato l’accordo con l’Italia su migrazione e mobilità, firmato lo scorso 2 novembre dai ministri degli Esteri Antonio Tajani e Subrahmanyam Jaishankar. Lo si legge in un comunicato stampa diramato al termine di una riunione dell’esecutivo federale a Nuova Delhi.

    L’intesa agevolerà i contatti tra i due popoli, favorirà la mobilità di studenti, lavoratori qualificati, imprenditori e giovani professionisti, e rafforzerà la cooperazione su questioni legate ai flussi migratori irregolari. L’accordo prevede anche agevolazioni per la concessione di visti in casi di opportunità di studio, stage e formazione professionale. Gli studenti indiani che lo desiderano, per esempio, possono ottenere un permesso temporaneo di residenza in Italia per un periodo fino a dodici mesi dopo aver completato la propria formazione nel Paese.

    In base al Decreto flussi, l’Italia ha offerto quote aggiuntive ai lavoratori stagionali e non stagionali indiani per il periodo 2023-2025. L’accordo, inoltre, formalizza il lavoro congiunto sull’apertura di percorsi di mobilità tra i due Paesi attraverso il reclutamento di giovani indiani qualificati nel settore sanitario, questione che sarà discussa da un gruppo di lavoro ad hoc. Viene formalizzata anche la cooperazione tra Italia e India nella lotta ai flussi migratori irregolari. L’accordo rimarrà in vigore per cinque anni e, se non sarà disdetto da uno dei due Paesi, sarà automaticamente rinnovato per un altro quinquennio.

  • Gestione della migrazione: il Vicepresidente Schinas a Roma

    Il 13 e 14 luglio il Vicepresidente Schinas a Roma per una visita incentrata sulla migrazione. Previsti incontri con funzionari di alto livello italiani per portare avanti l’accordo sul nuovo patto sulla migrazione e l’asilo e per discutere delle priorità dell’UE nei settori delle competenze e dell’istruzione superiore.

    Il Vicepresidente Schinas ha incontrato la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e la Ministra dell’Università e della ricerca, Anna Maria Bernini, il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi e il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani.

  • Irresponsabile abuso di potere e scandali molto altolocati

    La base per qualunque scandalo è un’assoluta certezza immorale.

    Oscar Wilde, da “Il ritratto di Dorian Gray”

    Diversi scandali stanno attirando tutta l’attenzione dell’opinione pubblica in Albania durante queste ultimissime settimane. Alcuni sono degli scandali che durano da anni, nonostante gli sforzi di offuscarli da parte della propaganda governativa, dei media controllati e degli “opinionisti” a pagamento. Altri sono degli “scandali minori” di vario tipo, generati a proposito per spostare ed annebbiare l’attenzione pubblica. Durante queste ultimissime settimane altri fatti sono stati resi noti. Fatti e dati che denunciano un’irresponsabile abuso di potere da parte di coloro che sono convinti di essere ormai degli “intoccabili”, dopo aver messo finalmente sotto controllo anche il potere giudiziario. A partire dal primo ministro albanese. Proprio da lui che, sempre fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, in connivenza con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali e/o internazionali sta, ogni giorno che passa, clamorosamente ed irresponsabilmente abusando della cosa pubblica. Durante queste ultimissime settimane altri dati e fatti, rendendosi pubblici, evidenziano cosa è accaduto e sta accadendo con quelli che ormai, da qualche anno, sono noti come lo scandalo degli inceneritori e del porto di Durazzo. Il nostro lettore è stato informato di tutti e due a tempo debito e a più riprese. Sono scandali che in qualsiasi Paese normale, dove il potere giudiziario, il terzo potere dello Stato, indipendente dal potere esecutivo e da quello legislativo, secondo Montesquieu, avrebbero portato a giudizio ed avrebbero pesantemente condannato tante persone. Alcune molto altolocate. Scandali che, in qualsiasi Paese normale, nel caso fossero accaduti, avrebbero portato immediatamente alla caduta del governo, come atto dovuto, politico, istituzionale e morale. Ma in un Paese normale sarebbe stato molto difficile, se non addirittura impossibile, che una e/o più persone avrebbero avuto il coraggio di ideare e portare a compimento simili scandali. In Albania invece, dove da anni è stato restaurato e consolidato un regime totalitario, una dittatura sui generis, tutto può accadere. Si, purtroppo tutto può accadere, se a volerlo e a deciderlo sia proprio il primo ministro e/o, tramite lui, i rappresentanti della criminalità organizzata e di certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali. Sono tanti i fatti accaduti in questi ultimi anni che dimostrano e testimoniano una simile pericolosa, grave e molto preoccupante realtà vissuta e sofferta dai semplici cittadini.

    Durante questi ultimi giorni nuovi dati documentati e denunciati riguardanti i due scandali occulti e miliardari sopracitati, sono emersi, ma nonostante siano tanti i documenti resi pubblici, nonostante siano tante le inchieste fatte da quei pochi giornalisti e media non controllati personalmente dal primo ministro e/o da chi per lui, nonostante siano tante anche le denunce depositate dall’opposizione politica presso le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, gli scandali continuano a  far “svanire” milioni e ad attirare, giustamente e doverosamente l’attenzione pubblica. Anche perché, essendo veramente tali e funzionando come dei diabolici meccanismi e sistemi ben coordinati, con tutta la necessaria copertura e protezione governativa e giuridica, continuano a far circolare ed ingoiare centinaia di milioni della cosa pubblica in un Paese tra i più poveri dell’Europa. In un Paese dal quale, proprio anche a causa della povertà diffusa, ma non solo, stanno scappando verso altri Paesi europei, soprattutto verso il Regno Unito, migliaia di albanesi. Una diretta e gravissima conseguenza questa degli abusi di potere e della paurosa irresponsabilità di coloro che gestiscono la cosa pubblica in Albania. Perché il continuo e massivo spopolamento di un Paese rappresenta veramente una realtà drammatica e molto preoccupante. Uno spopolamento, le cui ripercussioni si stanno già sentendo e subendo in Albania. Ma si faranno purtroppo sentire molto di più nel futuro. Anche perché quelli che stanno scappando in questi mesi verso altri Paesi europei, soprattutto verso il Regno Unito, sono i giovani.

    Una realtà quella dei flussi migratori dall’Albania verso il Regno Unito che sta preoccupando, nelle ultime settimane, anche il governo britannico. E proprio riferendosi a questa realtà, dall’inizio del mese, si è “sviluppato” uno scontro diplomatico e governativo tra il primo ministro albanese e alcuni ministri del governo britannico. Il più aspro e diretto è stato quello con la segretaria di Stato per l’Interno. La scorsa settimana il nostro lettore è stato brevemente informato su quanto stesse accadendo. L’autore di queste righe evidenziava la scorsa settimana un fatto veramente molto preoccupante, una vera e propria testimonianza dello spopolamento massivo dell’Albania. Egli, riferendosi ai dati ufficiali sui migranti arrivati con delle piccole imbarcazioni nel Regno Unito, attraversando il canale della Manica. scriveva: “…dai dati risulta che durante i primi sei mesi di quest’anno nel Regno Unito sono arrivati 2165 albanesi, 2066 afghani, 1723 iraniani, 1573 iracheni, 1041 siriani, 850 eritrei, 460 sudanesi, 305 egiziani, 279 vietnamiti e 198 kuwaitiani. I numeri parlano da soli e meglio di qualsiasi commento!” (Scontri diplomatici e governativi sui migranti; 14 novembre 2022). Secondo la ben nota agenzia inglese BBC (British Broadcasting Corporation – Corporazione britannica di trasmissione; n.d.a.), che si riferiva poche settimane fa ai dati ufficiali del governo britannico, circa l’80% dei migranti che attraversano il canale della Manica sono albanesi. Non solo, ma la BBC evidenziava che il numero dei migranti albanesi è aumentato moltissimo durante quest’anno. Da circa 50 che erano nel 2020 e da circa 800 nel 2021, quest’anno sono arrivati sulle coste del Regno Unito circa 12.000 migranti! Un simile flusso, soprattutto di giovani, non può essere spinto che dalla disperazione, causata dalla diffusa povertà, dalla mancanza di speranza per un futuro migliore nella madre patria, dalla diffusa e sempre più soffocante corruzione, dal sistema “riformato” della giustizia che “giudica” soltanto seguendo gli “orientamenti” pervenuti dagli piani alti del potere politico ecc.. Dai dati ufficiali dell’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione europea; n.d.a.), pubblicati alcune settimane fa, risulta che i migranti albanesi hanno superato anche quegli ucraini che scappano dalla guerra! Avendo precedentemente superato i siriani, gli afghani, gli iracheni ed altri. Secondo i dati pubblicati dall’Eurostat, solo durante il periodo gennaio–agosto 2022 sono state registrate 6860 richieste d’asilo dai cittadini albanesi, con un incremento del 68% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Solo nel mese d’agosto 2022 gli albanesi richiedenti asilo sono stati circa 1100. Mentre gli ucraini richiedenti asilo, durante il mese di luglio scorso (ultimi dati ufficiali per loro disponibili dall’Eurostat; n.d.a.), sono stati circa 950. Ma quello che rende queste cifre ancora più significative, oltre alla guerra in corso in Ucraina, è anche il numero totale delle due popolazioni. Ebbene, in Albania vivono circa 2.800.000 abitanti, mentre in Ucraina, prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio scorso, erano circa 43 milioni di abitanti!

    Il flusso migratorio dei cittadini albanesi che scappano non è però iniziato adesso. Adesso gli albanesi hanno semplicemente “cambiato rotta”, scegliendo il Regno Unito. Il flusso migratorio, dopo quello degli anni ’90 verso l’Italia, è ricominciato, massivo e preoccupante, dal 2015 e cioè due anni dopo l’ascesa al potere dell’attuale primo ministro nel 2013. L’autore di queste righe informava nel settembre del 2015 il nostro lettore che la guerra in Siria, i vari conflitti armati nel Medio Oriente ed in alcuni Paesi africani avevano generato flussi migratori verso alcuni Paesi dell’Europa occidentale, soprattutto verso la Germania. E poi sottolineava che “Purtroppo tutto questo sta sfumando un altrettanto preoccupante fenomeno che si sta consumando in Albania. Flussi migratori, provenienti da un paese candidato all’Unione Europea e membro della NATO, che gode da alcuni anni del regime di Schengen per la libera circolazione, si dirigono verso la Germania, ma non solo”, aggiungendo che “…i principali responsabili sono i politici, i quali tentano di sdrammatizzare la situazione agli occhi del mondo con una leggerezza inquietante” (Accade in Albania; 7 settembre 2015).

    Era l’inizio di questo mese quando la segretaria Britannica di Stato per l’Interno, preoccupata per il flusso massivo dei migranti albanesi che, attraversando il canale della Manica, entravano nel Regno Unito clandestinamente, dichiarava che molti di loro, arrivati quest’anno sono stati albanesi, perciò il governo britannico stava lavorando in stretto contatto con il governo albanese per incoraggiare i rientri dei migranti in patria. Poi, riferendosi proprio ai migranti albanesi, i primi come numero assoluto tra tutte le altre nazionalità, la segretaria di Stato Britannica per l’Interno ha aggiunto: “Noi, allo stesso tempo, stiamo constatando che molti albanesi stanno facendo delle false affermazioni, pretendendo di essere degli ‘schiavi moderni’, indipendentemente dal fatto che abbiano pagato migliaia [di euro] per arrivare in questo paese [Regno Unito]”. In più sia la segretaria britannica di Stato per l’Interno che altri membri del governo e del Parlamento hanno fatto riferimento alla criminalità organizzata albanese, molto attiva anche in Inghilterra. Una realtà purtroppo ormai verificata ed ufficialmente confermata. Dopo quelle dichiarazioni il primo ministro albanese ha reagito aspramente, dichiarando che “Il Regno Unito deve lottare [contro] le bande della criminalità di tutte le nazionalità e fermare la discriminazione degli albanesi per giustificare i fallimenti delle [sue] politiche”. In seguito lui ha avviato ed alimentato uno scontro diplomatico e governativo con il Regno Unito. Uno scontro che durò per circa due settimane.

    L’autore di queste righe pensa che, con molta probabilità, più che un “dovere patriotico”, quelle aggressive dichiarazioni del primo ministro albanese siano state un suo misero tentativo, suggerito anche dai suoi “amici e consiglieri” di madre lingua inglese e precedentemente membri di altissimo livello del governo britannico, per spostare l’attenzione da molti abusi di potere e altrettanti scandali che lo coinvolgerebbero personalmente, dati e fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano. Tra cui anche i due sopracitati scandali: quelli degli inceneritori e del porto di Durazzo. Lo scandalo degli inceneritori rappresenta un diabolico e ben protetto meccanismo per “macinare” e “bruciare”, centinaia di milioni della cosa pubblica, mettendo in atto uno sperpero gigantesco di denaro pubblico, dal quale il primo ministro ed i suoi più stetti collaboratori hanno avuto e tuttora stano avendo la loro parte milionaria. Il nostro lettore ha avuto modo di informarsi di tutto ciò negli ultimi mesi. Mentre lo scandalo del porto di Durazzo, oltre ad essere un clamoroso ed irresponsabile abuso di potere, oltre ad essere anche uno spaventoso e preoccupante affare corruttivo miliardario, rappresenta soprattutto un atto di alto tradimento degli interessi nazionali. Anche di questo scandalo il nostro lettore è stato informato precedentemente. Essendo però tutti e due degli scandali in corso, l’autore di queste righe continuerà ad informare il nostro lettore dei futuri sviluppi. Su quello del porto di Durazzo il primo ministro dovrebbe riferire giovedì prossimo in Parlamento. Di certo però cercherà, come suo solito, di scaricare su chiunque altro le sue colpe, i suoi irresponsabili e clamorosi abusi di potere, la responsabilità per la diffusa corruzione e per le preoccupanti conseguenze e ripercussioni della connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e con certi raggruppamenti occulti.

    Chi scrive queste righe, fatti accaduti alla mano, è convinto che qualsiasi cosa possa dire il primo ministro albanese è sempre una bugia, un inganno, una bufala.  Una sola volta lui ha detto la verità: quando, appena ricevuto il suo primo mandato, nel settembre 2013, ha minacciato in Parlamento l’opposizione, dicendo “non avete visto niente ancora!”. Chi scrive queste righe condivide l’opinione di Oscar Wilde. Si, la base per qualunque scandalo è un’assoluta certezza immorale.

  • Severe hunger threatens 13m in Horn of Africa – UN

    The United Nations’ World Food Programme (WFP) says 13 million people across the Horn of Africa face severe hunger because of continued drought.

    Failed harvests and food shortages are forcing families from their homes, the WFP says, and immediate assistance is needed to prevent a humanitarian crisis.

    The rainy season has failed three years in a row – and the drought continues.

    Crops are ruined, livestock are dying, and 13 million people in Ethiopia, Somalia, and Kenya are going hungry.

    Food prices are rising, and with little to harvest, demand for agricultural labour is falling, increasing the pressure on families trying to feed themselves.

    Without immediate assistance, the WFP says, a humanitarian crisis is unavoidable.

    The WFP is appealing for $327m (£242m) to respond to the drought – in the short term to provide food and cash grants, and in the long term to build resilience among farming communities where less rain and more drought could, with climate change, become the norm.

  • Interessi, indifferenza, irresponsabilità, ipocrisia e gravi conseguenze

    L’interesse parla ogni genere di lingua e interpreta ogni
    genere di personaggio, perfino quello del disinteressato.

    François de La Rochefoucauld

    Il 14 novembre è stata celebrata la quinta Giornata mondiale dei Poveri. Papa Francesco ha scelto di onorare questa Giornata ad Assisi, la città che diede i natali al “poverello d’Assisi”, a San Francesco, a colui al quale si ispirò lo stesso il Santo Padre, scegliendo di essere chiamato proprio Francesco, come “l’uomo della povertà e della pace”. Perciò venerdì scorso, 12 novembre, è stato ad Assisi in forma privata, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, per partecipare all’Incontro di preghiera e testimonianze, insieme con un gruppo di 500 poveri provenienti da diverse parti d’Europa. Durante il suo intervento Papa Francesco ha ribadito determinato la necessità che “…ai poveri sia restituita la parola, perché per troppo tempo le loro richieste sono rimaste inascoltate”. Aggiungendo, convinto e perentorio, che “è tempo che si spezzi il cerchio dell’indifferenza”. E si riferiva anche all’indifferenza di tutte le persone che hanno delle responsabilità istituzionali ai più alti livelli e in tutto il mondo. Perché la loro irresponsabilità ha causato enormi danni, mentre con la loro ipocrisia, cercano di coprire e nascondere i propri interessi e la loro indifferenza di fronte alle inderogabili evidenti necessità, di fronte alla tanta povertà, alle tante sofferenze e, purtroppo, anche di fronte alle tantissime perdite di preziose vite umane. Sempre in occasione della quinta Giornata mondiale dei Poveri, domenica 14 novembre, il Santo Padre ha celebrato la messa nella basilica di San Pietro a Roma. Nell’omelia, durante la Santa messa, Papa Francesco, rivolgendosi sempre ai “potenti” del mondo, ha detto che “…non serve parlare dei problemi, polemizzare, scandalizzarci, [perché] questo lo sappiamo fare tutti; serve imitare le foglie, che senza dare nell’occhio ogni giorno trasformano l’aria sporca in aria pulita”. E non a caso ha fatto riferimento alla foglia, all’aria sporca e all’aria pulita. Ha usato la metafora della foglia e dell’aria per ribadire la grave situazione ambientale e sociale, a livello globale, e le tantissime preoccupanti conseguenze che ne derivano. Dopo l’Angelus, Papa Francesco ha parlato anche del vertice sul clima, concluso un giorno prima a Glasgow. “Il grido dei poveri, unito al grido della Terra, è risuonato nei giorni scorsi al Vertice delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico COP26, a Glasgow. Incoraggio quanti hanno responsabilità politiche ed economiche ed agire subito con coraggio e lungimiranza” ha detto il Santo Padre. Un appello che da anni sta ripetendo. Un appello, il cui contenuto è stato trattato ed analizzato dettagliatamente nella sua enciclica Laudato sì pubblicata nel 2015. E non a caso anche il titolo dell’enciclica, ispirata direttamente al Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi. In quella enciclica l’autore tratta le gravi crisi, quella ambientale e quella sociale, con le quali si sta affrontando da anni l’umanità, nonché tutte le loro derivanti e gravi conseguenze.

    Sabato scorso, 13 novembre, con un giorno più del previsto, si è conclusa a Glasgow, in Scozia, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, iniziata il 31 ottobre scorso. Si tratta della “COP26” (COP è l’acronimo della Conference of Parties – Conferenza delle Parti, che è il vertice annuale dei Paesi firmatari della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici; n.d.a.). Questo di Glasgow, che si doveva tenere l’anno scorso, e stato il 26esimo in ordine di tempo, di una serie di vertici, iniziati nel 1992 a Rio de Janiero, in Brasile. Dopo il secondo vertice, quello del 1995 a Berlino, tutti gli altri sono svolti annualmente, eccezion fatta per quello ultimo di Glasgow, dovuto all’impedimento pandemico. Sono però rimasti nella memoria collettiva soltanto alcuni di questi vertici, sia per quanto è stato deciso, che per quanto non è stato in seguito adempiuto. Tra questi si possono annoverare la “COP3”, quella del 1997 a Kyoto in Giappone, durante la quale è stato approvato il “Protocollo di Kyoto” sul riscaldamento globale; la “COP21” svoltasi nel 2015 a Parigi e la “COP 25” svoltasi nel 2019 a Madrid. Durante il vertice di Parigi tutti i Paesi firmatari hanno deciso di contenere il riscaldamento globale “ben al di sotto dei 2°C dal livello pre-industriale” attraverso un taglio delle emissioni di gas serra. Per attuare quell’impegno preso, tutti i Paesi firmatari dovevano avere e gestire un programma per garantire la riduzione delle emissioni a livello nazionale, che è ormai noto come “Contributo determinato a livello nazionale” (NDC – Nationally Determined Contribution; n.d.a.). Si tratta di dati che dovranno essere esaminati e aggiornati ogni cinque anni.  Da quello che è stato reso noto durante il vertice di Glasgow, gli obiettivi posti dal “COP21” di Parigi e dai programmi nazionali dei Paesi firmatari sono risultati insufficienti. Purtroppo, dati alla mano, anche la Conferenza “COP25” di Madrid, organizzata ed ospitata dal governo cileno, è risultata un fallimento. I negoziati, che dovevano portare ad un accordo sui mercati del carbonio, durante quel vertice presero molto tempo e poi, alla fine, non si decise niente di concreto, tranne che tutto si doveva trattare durante la Conferenza di Glasgow.

    Gli obiettivi posti e concordati da tutti i Paesi partecipanti durante la “COP26” sono tre. Il primo riguarda “l’impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura entro gli 1,5o C rispetto all’era preindustriale”. Il che rappresenterebbe, se adempiuto, un passo avanti rispetto all’Accordo di Parigi, che fissava il tetto al 2o C. Il secondo obiettivo prevede “l’impegno a ridurre entro il 2030 le emissioni di CO2 del 45% rispetto ai livelli del 2010 ed a dimezzarle entro il 2050”. Il terzo stabilisce “l’impegno a riformulare, entro il 2022, i piani nazionali per la decarbonizzazione”. Bisogna però sottolineare che i negoziati svolti durante le due settimane del “COP26” a Glasgow miravano a degli obiettivi più impegnativi. Soprattutto per quello che riguarda l’abolizione delle fonti fossili più inquinanti. Obiettivo, la cui formulazione è stata modificata, dopo lunghi negoziati risultati non positivi, con i rappresentanti dell’India e della Cina. Ragion per cui nel documento finale della Conferenza di Glasgow, riferendosi alle centrali a carbone, invece della formulazione “eliminazione graduale” sostenuta dalla maggior parte dei Paesi, si è adottata la formulazione “riduzione graduale”. Un altro obiettivo sul quale si è discusso e negoziato era quello dei sussidi, il cosiddetto carbon budget, per i Paesi poveri ed in via di sviluppo. Alcune delle loro delegazioni, soprattutto quelle africane, hanno chiesto di prevedere un sostegno di 1.300 miliardi di dollari l’anno, mentre i rappresentanti dei Paesi ricchi si sono opposti. E tutto è stato rimandato alla prossima Conferenza, quella del 2022 a Sharm el-Sheik, in Egitto. Per gli analisti e i rappresentanti delle organizzazioni ambientaliste, i risultati della “COP26” hanno testimoniato un fallimento nel raggiungimento degli obiettivi preposti. Secondo loro i Paesi ricchi hanno rifiutato e bloccato le richieste dei Paesi poveri e più vulnerabili, che rappresentano più di 6 miliardi di persone. La sintesi della Conferenza di Glasgow, sui cambiamenti climatici, l’ha fatto il suo presidente, il Segretario di Stato del governo britannico per gli Sviluppi internazionali. Alla fine dei lavori, il 13 novembre scorso, commosso, riferendosi alla tanta discussa bozza sui combustibili fossili e il carbone ha detto: “Mi scuso per il modo in cui questo processo si è svolto”, per poi concludere aggiungendo: “Sono profondamente dispiaciuto, ma è fondamentale proteggere questo pacchetto”. Una Conferenza quella di Glasgow, durante la quale, purtroppo, hanno prevalso di nuovo le “ragioni” e gli interessi dei “più forti”, lasciando soli, nelle loro sofferenze e nei loro sforzi di sopravvivenza intere popolazioni in diverse parti del mondo. Un’ulteriore dimostrazione dell’indifferenza, dell’irresponsabilità e dell’ipocrisia dei “grandi del pianeta”! Le conseguenze del loro operato, delle loro scelte e decisioni andranno di nuovo a colpire i più poveri.

    La settimana appena passata è cominciata con un altro preoccupante avvenimento. Lunedì scorso, 8 novembre, al confine tra la Polonia e la Bielorussia, centinaia di profughi provenienti da Paesi orientali e del nord Africa, sono stati bloccati dalla polizia polacca. Da allora i profughi, che nel frattempo sono aumentati, hanno dovuto subire tante sofferenze legate al freddo e a tanto altro. Le autorità della Polonia accusano il presidente della Bielorussia di aver provocato questa nuova crisi umanitaria, in accordo con la Russia. L’8 novembre scorso, con la crisi in corso, durante una sessione speciale del Parlamento, il primo ministro polacco ha dichiarato che “La nostra sicurezza esterna viene brutalmente violata”, considerando quanto stava accadendo come un tentativo da parte della Russia di “ricostruire il suo impero nell’Europa dell’Est”. Le autorità bielorusse hanno smentito e respinto le accuse. In una nota ufficiale del ministero degli Esteri si afferma: “Vogliamo anticipatamente mettere in guardia la parte polacca contro l’utilizzo di qualsiasi provocazione”. Durante la scorsa settimana sono state rese note anche le dichiarazioni ufficiali delle massime autorità dell’Unione europea, che accusano il presidente bielorusso di aver fomentato questa crisi e promettono nuove sanzioni contro la Bielorussia. La crisi è tuttora in corso. Anche in questo caso si scontrano degli interessi, compresi quegli geostrategici. Mentre l’irresponsabilità di alcuni autocrati causa sofferenze umane. Come, purtroppo, anche l’indifferenza. E, come spesso accade, si cerca di camuffare tutto con una cinica e ripugnante ipocrisia.

    Venerdì scorso, 12 novembre, a Parigi è stata organizzata e svolta una Conferenza internazionale sulla Libia. I promotori sono stati l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la Germania, l’Italia e la Francia. Gli obiettivi posti erano quegli di “assicurare lo svolgimento delle prossime elezioni in Libia”, previste per il 24 dicembre prossimo e di “concretizzare il ritiro dei mercenari stranieri ancora presenti nel paese, inviati da Russia e da Turchia”. I partecipanti alla Conferenza hanno sottolineato il loro pieno sostegno “alla piena applicazione del cessate il fuoco del 23 ottobre 2020” e al nuovo governo ad interim, costituito a febbraio scorso, il quale ha messo fine all’esistenza di due governi diversi in Libia. Secondo gli organizzatori della Conferenza le elezioni previste per il 24 dicembre potrebbero rappresentare una significativa svolta per il processo di pacificazione della Libia. Da dieci anni ormai, dopo l’intervento militare internazionale iniziato nel marzo 2011, che portò alla caduta del regime di Gheddafi, la Libia in pieno caos, è stata dilaniata da lotte interne fra i due campi rivali. Lotte e conflitti generate, anche nel caso della Libia, da diversi interessi, compresi soprattutto quegli economici e geostrategici. E anche in questo caso tutto è stato causato dall’irresponsabilità politica ed istituzionale e dall’indifferenza quando, invece, si doveva reagire con determinazione.  Da parte di tutti, che poi, per giustificarsi, hanno fatto uso dell’ipocrisia.

    Chi scrive queste righe è fermamente convinto che gli interessi, l’indifferenza, l’irresponsabilità e l’ipocrisia causano sempre delle gravi e molto sofferte conseguenze. Proprio come la storia, anche quella molto recente, ci insegna. L’autore di queste righe ha trattato spesso questo argomento per il nostro lettore (Stabilocrazia e democratura, 25 febbraio 2019; Bisogna reagire, 17 maggio 2021 ecc..). Bisogna sempre ricordare e tenere ben presente che, come affermava François de La Rochefoucauld, l’interesse parla ogni genere di lingua e interpreta ogni genere di personaggio, perfino quello del disinteressato.

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