militare

  • La Cina arruola i pescatori per controllare i mari di suo interesse. Intanto litiga con le Filippine

    Nelle ultime settimane, la Cina ha silenziosamente mobilitato migliaia di pescherecci per formare enormi barriere galleggianti lunghe almeno 200 miglia, dimostrando un nuovo livello di coordinamento che potrebbe offrire a Pechino maggiori possibilità di imporre il controllo nei mari contesi. Lo scrive il “New York Times”, in riferimento a due recenti operazioni passate inosservate. Un’analisi dei dati di tracciamento delle navi condotta dal quotidiano rivela che, lo scorso 11 gennaio, circa 1.400 imbarcazioni cinesi hanno interrotto le loro consuete attività di pesca o hanno lasciato i loro porti di origine per radunarsi nel Mar Cinese Orientale, formando come un rettangolo in mare lungo oltre 200 miglia.

    La formazione, scrive il “Nyt”, si è rivelata così fitta che alcune navi cargo in avvicinamento hanno dovuto aggirarla o procedere a zig-zag, come mostrato dai dati di tracciamento delle navi. L’esercitazione dell’11 gennaio ha fatto seguito a un’operazione simile organizzata il giorno di Natale, quando circa 2 mila pescherecci cinesi si sono riuniti in due lunghe formazioni parallele, sempre nel Mar Cinese Orientale. Ognuna di queste si estendeva per 290 miglia (oltre 466 chilometri) – pari alla distanza che separa Roma da Cosenza – formando una forma a L rovesciata, come indicano i dati sulla posizione delle navi. Secondo l’esame di esperti marittimi e militari le manovre suggerirebbero che la Cina stia rafforzando le sue unità marittime, formate in questo caso da pescherecci civili addestrati a partecipare a operazioni militari. Gli esercizi così monitorati dimostrerebbero che Pechino è in grado di radunare rapidamente un gran numero di imbarcazioni nei mari contesi.

    Il 13 gennaio l’ambasciata cinese nelle Filippine ha respinto con fermezza le ultime affermazioni del Consiglio nazionale marittimo filippino sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, accusando Manila di “affermazioni infondate e fuorvianti” e di aver “tratto in inganno l’opinione pubblica” confondendo deliberatamente acque territoriali e zona economica esclusiva (Zee). In una dichiarazione diffusa nella serata di ieri, la rappresentanza diplomatica cinese ha sottolineato che nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) “non esiste alcun concetto di ‘zona marittima’”, ma solo regimi giuridici come mare territoriale e Zee. Secondo Pechino, “per lungo tempo le Filippine hanno deliberatamente offuscato la distinzione tra mare territoriale e Zee”, descrivendo come “pattugliamenti illegali” attività cinesi considerate normali in acque rivendicate come zona economica esclusiva da entrambe le parti.

    La Cina ha inoltre ribadito la propria posizione secondo cui l’arbitrato avviato unilateralmente dalle Filippine è “nullo e privo di effetto fin dall’inizio”, ricordando che nel 2006 Pechino ha escluso, ai sensi dell’articolo 298 dell’Unclos, le dispute sulla delimitazione marittima dai procedimenti arbitrali senza consenso. Nel ricostruire l’origine delle tensioni, la dichiarazione punta il dito contro Manila. Viene citato l’episodio del 1999, quando una nave militare filippina fu “illegalmente incagliata” a Ren’ai Jiao, con successivi rifornimenti di materiali da costruzione “nel tentativo di trasformarla in un avamposto militare permanente”. Più recentemente, secondo Pechino, dal secondo semestre del 2023 le Filippine avrebbero inviato ripetutamente navi della guardia costiera e pescherecci nelle acque territoriali di Huangyan Dao, “costringendo la Cina ad adottare misure necessarie di tutela”.

    La nota richiama anche la presenza, tra aprile e settembre 2024, di una nave della guardia costiera filippina nella secca di Sabina (Xianbin Jiao) per quasi cinque mesi, sollevando il sospetto di un possibile nuovo “incagliamento”. L’ultimo episodio citato risale al 12 dicembre 2025, quando, secondo la Cina, Manila avrebbe “organizzato e orchestrato” l’ingresso illegale di numerose imbarcazioni nella stessa area.

  • La Repubblica Centroafricana batte cassa con gli Emirati Arabi per pagare i mercenari russi

    Il presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadera, si sarebbe rivolto agli Emirati Arabi Uniti per finanziare le operazioni degli Africa Corps, i mercenari russi ex Wagner presenti nel Paese dal 2018. Lo riferiscono fonti di “Africa Intelligence”, secondo cui in cambio Bangui potrebbe fungere da snodo logistico per l’apparato di supporto degli Emirati a sostegno delle Forze di supporto rapido (Rsf) nella guerra in Sudan. Se confermata, la notizia confermerebbe le indiscrezioni di stampa secondo cui Touadera starebbe cercando di rafforzare i legami con Abu Dhabi, consentendo al presidente emiratino, Mohammed bin Zayed, di espandere la sua rete di alleanze militari e partnership strategiche in tutta l’Africa. Al centro di questa ambizione c’è la posizione geografica cruciale della Repubblica Centrafricana, potenziale fulcro del più ampio programma di sicurezza di Abu Dhabi nella regione.

    La mossa di Mohammed bin Zayed è ampiamente vista come un tentativo di spianare la strada alla creazione di avamposti militari negli Emirati, garantendo al contempo l’accesso alle vaste risorse naturali della Repubblica Centrafricana, con l’oro in cima alla lista. Secondo quanto riportato dalla stessa “Africa Intelligence” in un articolo datato 31 marzo 2025, tuttavia, le ambizioni degli Emirati vanno oltre la presenza militare sul territorio e prevedono la creazione di una rete regionale di raccolta ed elaborazione di informazioni di intelligence, il che dimostra un interesse strategico più profondo nel cuore del continente. Gli Emirati puntano, in particolare, ad utilizzare il territorio dell’Africa centrale come trampolino di lancio strategico per lo schieramento di truppe e armi in Sudan, un conflitto in cui Abu Dhabi è emerso come attore chiave, sostenendo le Rsf guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemeti”.

    Questa diplomazia militare, come sottolinea “Africa Intelligence”, è guidata tanto da calcoli finanziari quanto dal desiderio di trasformare la Repubblica Centrafricana in un polo di sicurezza sub-regionale, un’ambizione che sembra essere in stretta sintonia con l’agenda dello stesso presidente Touadera. Secondo “Africa Intelligence”, la scelta della Repubblica Centrafricana risiede nella geografia del Paese, e in particolare della regione di Vakaga, al confine con il Ciad e il Sudan: una zona remota e instabile, considerata strategicamente vitale per le crescenti ambizioni regionali di Abu Dhabi, essendo stata teatro di operazioni intermittenti da parte delle Rsf negli ultimi due anni, fin dallo scoppio della guerra in Sudan. Gli Emirati, del resto, sono stati accusati sempre più spesso di sostenere le forze di Dagalo, fornendo al gruppo paramilitare finanziamenti, armi e persino cure mediche per i suoi combattenti feriti. Accuse che hanno raggiunto la scena internazionale, tanto che Khartum ha intentato una causa contro Abu Dhabi presso la Corte internazionale di giustizia (Cig).

    Il 15 giugno 2024, inoltre, un rapporto degli esperti delle Nazioni Unite ha rivelato che le Rsf hanno utilizzato la città di confine di Umm Dafuq, adiacente alla Repubblica Centrafricana, come “importante snodo logistico” e “linea di rifornimento” per reclutare nuovi combattenti. Nel frattempo, nella città settentrionale di Birao, capoluogo della prefettura di Vakaga, sarebbero in corso trattative tra gli Emirati e le autorità di Bangui. Al centro dei colloqui ci sarebbe l’accesso a una piccola pista di atterraggio che potrebbe servire a rafforzare la logistica militare di Abu Dhabi vicino al fronte sudanese, una mossa ampiamente considerata volta a sostenere le linee di rifornimento delle Rsf. Negli ultimi mesi sarebbero in corso lavori per rendere la pista di atterraggio adatta a piccoli aerei, in una zona parzialmente controllata dai membri dell’ex gruppo russo Wagner, che si dice supervisionino le attività e le visite degli ingegneri topografici emiratini. Per gli strateghi di Abu Dhabi il sito rappresenta un’opportunità per diversificare la loro presenza regionale e ridurre la dipendenza dalla base aerea di Umm Jarras, nel Ciad nord-orientale, una risorsa militare fondamentale attualmente sotto il controllo degli Emirati.

    Una delle ragioni principali dietro il passaggio degli Emirati Arabi Uniti da Umm Jarras a Vakaga potrebbe risiedere nelle crescenti tensioni interne allo stesso Ciad. L’uso del territorio e delle piste di atterraggio del Ciad da parte di Abu Dhabi ha provocato la reazione negativa di importanti figure politiche e di diversi generali di alto rango dell’influente gruppo etnico Zaghawa, cui appartiene il presidente Mahamat ibn Idriss Deby Itno, che hanno apertamente criticato il capo dello Stato per quello che descrivono come il suo coinvolgimento di fatto nella guerra in Sudan. Nonostante la forte opposizione all’interno della sua tribù, il presidente Deby continua a dipendere fortemente dal sostegno militare e finanziario emiratino. Abu Dhabi, scrive “Africa Intelligence”, intende espandere gradualmente la propria presenza nella Repubblica Centrafricana, utilizzando la piccola pista di atterraggio di Birao come banco di prova per questa nuova partnership militare. L’obiettivo non è semplicemente quello di trasformare la pista di atterraggio in una base militare, ma anche di renderla un polo logistico per il trasporto di equipaggiamenti in Sudan, nonché in un punto di sosta per le Rsf, che di recente hanno riconquistato la città di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, proprio grazie al sostegno decisivo degli Emirati.

    Secondo gli analisti, il coinvolgimento emiratino nella regione è guidato dai propri calcoli strategici e potrebbe essere considerato come un potenziale fattore di infiammabilità in un’area già di per sé instabile. Una mossa del genere rischia di minare l’autorità del presidente ciadiano Deby e potrebbe portare a sviluppi imprevedibili nella guerra per procura degli Emirati in Sudan. Anche considerando le dinamiche interne della Repubblica Centrafricana, nonostante il crescente malcontento tra gli alleati di Touadera e una frattura con diversi alti dirigenti militari e della sicurezza accusati di favorire Dagalo rispetto all’esercito sudanese, il presidente centrafricano è finora riuscito a mantenere i suoi legami con l’esercito sudanese, sebbene con meno intensità rispetto a prima. Mohammed bin Zayed starebbe cercando di sfruttare a suo favore queste fluttuazioni nei rapporti tra Touadera e il presidente del Consiglio sovrano sudanese Abdel Fattah al Burhan. D’altro canto, i legami sempre più stretti tra la Repubblica Centrafricana e gli Emirati stanno suscitando serie preoccupazioni tra i partner del Paese e i donatori europei. Le Nazioni Unite e la loro missione nella Repubblica Centrafricana hanno espresso profonda preoccupazione per la possibilità che il conflitto in Sudan si estenda alla regione su scala molto più ampia, a causa delle politiche espansionistiche degli Emirati e della Russia nell’area. Di qui l’importanza che viene attribuita ai confini della Repubblica Centrafricana, che rivestono un’importanza economica strategica data l’enorme ricchezza mineraria inutilizzata del Paese.

  • Il porto di Rotterdam si prepara all’attacco della Russia

    Il Financial Times riferice che il porto di Rotterdam, nei Paesi Bassi, avrebbe avviato i preparativi per affrontare una possibile guerra con la Russia, riservando spazio alle navi della NATO che trasportano carichi militari, e non solo. Lo scalo navale più grande d’Europa starebbe pure mappando rotte logistiche per i trasferimenti di armamenti dai diversi Paesi. Secondo il quotidiano britannico, le esercitazioni di sbarco anfibio si svolgeranno proprio nel porto olandese, il quale, in passato, ha già ricevuto spedizioni di armi, ma non ha mai avuto, neanche nelle fasi più tese della Guerra Fredda, un punto di attracco speciale interamente dedicato alla logistica militare.

    Il porto di Rotterdam si estende per 42 km lungo il fiume Mosa e smista ogni anno circa 436 milioni di tonnellate di merci, accogliendo 28 mila navi via mare e 91 mila via fiume, provenienti perlopiù dalla Germania e da diverse aree dell’Europa continentale. Il porto ha perso circa l’8% del suo traffico in seguito alle sanzioni internazionali contro Mosca, che hanno colpito le esportazioni russe.

    La decisione di prepararsi a un conflitto, arriva proprio mentre gli alleati della Nato vedono sempre meno remoto il rischio di un conflitto su larga scala con la Russia «entro cinque anni». Mosca, da mesi, ha intensificato i bombardamenti sull’Ucraina, respingendo ogni proposta americana di un cessate il fuoco. La Russia, di fatto, sta calcando la mano, attaccando duramente Kiev, tanto da aver spinto pure il presidente USA Donald Trump a criticare più volte il suo omologo Vladimir Putin.

    Parte del terminal container, scrive ancora il FT, sarà riqualificata per garantire il trasferimento sicuro di munizioni e altre attrezzature «sensibili», mentre la logistica dei rifornimenti militari sarà coordinata con il porto di Anversa, nel vicino Belgio.

    Boudewijn Siemons, amministratore delegato dell’Autorità portuale di Rotterdam, ha spiegato che non tutti i terminal sono attrezzati per gestire carichi di tipo militare, rendendo il coordinamento logistico fondamentale, in particolare per le spedizioni provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Canada.

    L’iniziativa militare, tra l’altro, rientrerebbe in un più ampio impegno degli alleati europei a ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti per quanto concerne la difesa. Il porto, da anni, viene già utilizzato come sito di stoccaggio per la riserva strategica di petrolio.

    L’Unione europea ha infatti imposto ai suoi membri di mantenere una riserva di «oro nero» di 90 giorni in seguito alla crisi energetica del 1973, quando i Paesi arabi ridussero la produzione, con il conseguente aumento dei prezzi, per fare pressione sull’Occidente durante il conflitto con Israele.

    In questo contesto, i funzionari olandesi hanno dunque esortato i Paesi europei a concentrarsi anche sulla messa in sicurezza nel grande porto di altre risorse critiche, tra cui rame, litio, grafite e terre rare varie.

    Le misure preparatorie adottate allo scalo di Rotterdam fanno della corsa al riarmo in tutto il Vecchio continente, con l’UE che sta sviluppando un piano del valore di 800 miliardi di euro, per rafforzare le capacità di difesa in risposta all’aggressività della Russia e alle richieste degli Stati Uniti.

    La spesa militare di Mosca è invece aumentata vertiginosamente in seguito all’invasione dell’Ucraina. Secondo l’International Institute for Strategic Studies, il bilancio della difesa di Mosca per il 2024 è aumentato del 42% in termini reali, raggiungendo i 462 miliardi di dollari, ossia più del totale combinato di tutti i Paesi europei.

    Lo scorso 5 luglio, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha espresso preoccupazione su una possibile azione militare cinese contro Taiwan, in quanto Pechino potrebbe incoraggiare la Russia ad aprire un secondo fronte in Europa, contro uno degli Stati dell’Alleanza atlantica.

    Pure il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha recentemente lanciato l’allarme: nei prossimi anni la Russia potrebbe attaccare un territorio della Nato

  • Nasce un asse Londra-Berlino per la difesa e la cooperazione militare

    In un momento di crescente incertezza geopolitica e di minacce sempre più pressanti sullo scenario internazionale, il Regno Unito e la Germania hanno siglato un accordo di difesa bilaterale destinato a rafforzare la sicurezza nazionale di entrambi i Paesi e, più in generale, dell’Europa. Il Trinity House Agreement – questo il nome dell’accordo – è stato firmato a Londra dal ministro della Difesa britannico John Healey e dal suo omologo tedesco Boris Pistorius. L’accordo rappresenta un passo significativo verso una maggiore cooperazione militare tra i due Paesi.

    Healey ha descritto la firma come un “momento cruciale nelle relazioni tra Regno Unito e Germania” e un “importante passo avanti per la sicurezza europea”. “Questo accordo assicura livelli senza precedenti di nuova cooperazione con le Forze Armate e l’industria tedesca, portando benefici alla nostra sicurezza e prosperità condivise, proteggendo i nostri valori comuni e rafforzando le nostre basi industriali della difesa”, ha dichiarato Healey durante la cerimonia di firma presso la storica Trinity House a Londra.

    L’accordo, il primo di tale portata tra i due Paesi, mira a incrementare la collaborazione in aria, terra, mare, spazio e cyberspazio, rafforzando non solo le rispettive capacità militari ma anche il pilastro europeo della Nato. Alla luce delle tensioni crescenti nell’Europa orientale e dell’aggressione russa in Ucraina, il patto si configura infatti come una risposta alle sfide comuni che Londra e Berlino, insieme ai loro alleati, stanno affrontando per garantire la sicurezza europea. “Non dobbiamo dare per scontata la sicurezza in Europa”, ha commentato il ministro della Difesa tedesco. “La Russia sta conducendo una guerra contro l’Ucraina, sta aumentando enormemente la sua produzione di armi e ha lanciato ripetutamente attacchi ibridi contro i nostri partner nell’Europa orientale”, ha spiegato Pistorius. Per questo motivo, Pistorius ha evidenziato l’importanza di continuare a lavorare a stretto contatto con il Regno Unito per colmare le lacune critiche di capacità, soprattutto nel campo delle armi a lunga gittata.

    Uno degli obiettivi principali del Trinity House Agreement è infatti il rafforzamento delle capacità di difesa e deterrenza, soprattutto in relazione al fianco orientale della Nato, dove la minaccia russa continua a destare preoccupazioni. In particolare, Regno Unito e Germania lavoreranno insieme allo sviluppo di nuove armi di precisione a lungo raggio, capaci di viaggiare più lontano e con maggiore accuratezza rispetto ai sistemi attuali, come il missile da crociera Storm Shadow attualmente in uso dall’esercito britannico. La cooperazione tra i due Paesi includerà anche progetti di ricerca congiunta su droni terrestri e marittimi, oltre che lo sviluppo di nuovi sistemi marittimi senza equipaggio, un’area strategica fondamentale per la protezione delle acque territoriali e delle infrastrutture critiche sottomarine. Una parte dell’accordo prevede, infatti, la protezione delle infrastrutture sottomarine nel Mare del Nord, come i cavi di telecomunicazioni ed energia, considerati vulnerabili in un contesto di guerra ibrida e attacchi cibernetici.

    L’accordo non si limita a un semplice potenziamento della difesa nazionale, ma prevede anche un forte impatto sull’economia del Regno Unito. Grazie a una collaborazione con la società della difesa tedesca Rheinmetall verrà costruita una nuova fabbrica di canne per sistemi d’artiglieria nel Regno Unito, creando oltre 400 posti di lavoro e contribuendo con quasi mezzo miliardo di sterline all’economia britannica nel prossimo decennio.

  • L’Italia tratta la creazione di un polo logistico militare in Qatar

    Lo sviluppo di un hub logistico militare italiano in Qatar è ormai al centro delle discussioni tra Roma e Doha. Lo ha confermato, nero su bianco, la dichiarazione congiunta della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dall’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani il 22 ottobre scorso. “Esprimiamo la nostra volontà di esplorare nuove modalità di collaborazione, proseguendo la discussione sull’istituzione di un hub militare logistico italiano in Qatar e promuovendo il coordinamento delle esportazioni nella regione”, si legge nel testo diffuso da Palazzo Chigi. Un annuncio significativo, che apre la strada a un possibile rafforzamento della cooperazione strategica nel settore della difesa, confermando l’interesse di entrambi i Paesi a consolidare la loro partnership su un piano sempre più ampio e integrato. A tal proposito, il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa, ha sottolineato ad “Agenzia Nova” come la collaborazione tra Italia e Qatar sia ormai consolidata da tempo e si concretizzi in vari progetti industriali e militari.

    “Tra le principali attività svolte da Fincantieri per la Marina qatarina – ha ricordato il generale – ci sono la fornitura di quattro corvette da 3.000 tonnellate, due pattugliatori e un’unità anfibia Lpd (Landing Platform Dock) che verrà consegnata l’anno prossimo. Di recente, è stato firmato anche un accordo per la fornitura di radar anti-drone, dimostrando l’impegno italiano nel supportare il Qatar”. Nel settore aeronautico, Camporini ha menzionato l’acquisto di Eurofighter da parte del Qatar, prodotti con un’importante componente di lavoro italiano, sebbene venduti tramite BAE Systems. “I piloti qatarini si addestrano nella nostra Accademia di Decimomannu”, ha aggiunto il generale. La struttura militare italiana situata in Sardegna ospita programmi di formazione congiunti internazionali, tra cui quelli per i piloti del Qatar, grazie alla sua dotazione di tecnologie all’avanguardia e ampie aree di volo per esercitazioni operative.

    Sebbene manchino informazioni ufficiali, il generale ha ipotizzato che un eventuale hub logistico militare italiano in Qatar potrebbe avere diverse finalità. “Non è chiaro se questo snodo sia destinato a migliorare il supporto alle Forze armate qatarine o se possa rappresentare una base per una presenza strategica italiana nella regione”, ha dichiarato. Camporini ha successivamente menzionato la base italiana a Gibuti, istituita con l’obiettivo di garantire il controllo strategico sul Mar Rosso, evidenziando che, nel caso del Qatar, non sono ancora chiare le possibili motivazioni strategiche di un progetto analogo. Nel quadro della presenza italiana nella regione, “un altro possibile riferimento – ha aggiunto – potrebbe essere la recente proposta per istituire un hub in Giordania per le forze speciali italiane, progettato per supportare logisticamente e operativamente le missioni italiane nell’area del Medio Oriente”.

    Il generale Camporini ha inoltre evidenziato la dimensione delle Forze armate del Qatar, che contano circa 30 mila unità su una popolazione di soli 2 milioni e mezzo di abitanti. “Se facciamo un confronto, in Italia dovremmo avere 900 mila soldati per proporzioni simili. Questa forza numerica richiede un supporto continuo non solo in termini di equipaggiamento, ma anche di addestramento”, ha affermato. Camporini ha ipotizzato che l’hub logistico potrebbe avere un ruolo chiave nell’addestramento dei militari qatarini, garantendo un impiego efficace delle risorse acquistate, tra cui i sistemi d’arma forniti dall’Italia. “Non sarebbe irragionevole immaginare una presenza italiana focalizzata sull’addestramento”, ha concluso.

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