militari

  • La Commissione avanza verso lo “spazio Schengen militare” e la trasformazione dell’industria della difesa

    Per facilitare una circolazione più rapida e agevole di truppe, attrezzature e mezzi militari in tutta Europa, la Commissione europea e l’Alta rappresentante intensificano la prontezza alla difesa, concentrandosi sulla preparazione, con un pacchetto sulla mobilità militare consistente in un nuovo regolamento sulla mobilità militare e una comunicazione congiunta. La Commissione mira inoltre a promuovere l’innovazione dirompente nel settore militare e a rafforzare l’industria europea della difesa con una tabella di marcia dell’UE per la trasformazione dell’industria della difesa.

    Con la creazione di uno spazio di mobilità militare a livello dell’UE entro il 2027, il pacchetto sulla mobilità militare avvicina l’UE all’idea di uno “spazio Schengen militare”, rendendo più rapido, sicuro e coordinato lo spostamento di truppe e attrezzature militari in tutta Europa.

  • L’Egitto pensa a una Nato africana

    Il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, ha chiesto nel 2015 alla Lega araba di “formare una forza araba in stile Nato”. Lo ha dichiarato l’esperto militare egiziano Samir Farag ai media egiziani. Il ruolo di capo della forza araba congiunta, se approvata, verrebbe assunto dal capo di Stato maggiore egiziano – che è anche il segretario generale aggiunto della Lega araba per gli Affari militari – o da un tenente generale egiziano. Il vice capo sarebbe invece di nazionalità saudita e verrebbe formato un Consiglio di comando composto dai Paesi arabi partecipanti, ha affermato Farag. Inoltre, in caso di attacco a uno dei Paesi membri, la forza si mobiliterebbe per difenderlo. L’Egitto contribuirebbe almeno con 20 mila militari, più di qualsiasi altro Paese, ha aggiunto l’esperto. Esiste un accordo di difesa congiunta all’interno della Lega araba, ma non è mai stato attuato. “Ci auguriamo che la formazione di una forza araba congiunta venga approvata. L’aggressione israeliana contro il Qatar ha rivelato quanto sia importante per noi questa forza. La speranza dell’Egitto e degli arabi risiede nell’unità e nel non fare affidamento sugli Stati Uniti o su qualsiasi altra potenza”, ha affermato Farag.

    La notizia della “proposta egiziana di creare una forza araba congiunta per contrastare gli attacchi israeliani è un duro colpo agli accordi di pace”, ha dichiarato in un messaggio su X il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, sottolineando che questo “duro colpo” è “seguito dal voto favorevole alla creazione di uno Stato palestinese da parte della stragrande maggioranza dei paesi alleati di Israele”. Ieri, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che chiede la creazione di uno Stato di Palestina libero dal movimento islamista Hamas. Il governo del premier Benjamin Netanyahu “ha distrutto la nostra posizione internazionale. Una combinazione letale di irresponsabilità, dilettantismo e arroganza ci sta distruggendo agli occhi del mondo. Dobbiamo sostituirlo prima che sia troppo tardi”, ha affermato Lapid.

    L’idea che disturba Israele potrebbe rientrare tra i temi in discussione nel vertice, il primo di questo tipo, che il 22 ottobre si svolgerà a Bruxelles tra Unione europea ed Egitto. Secondo quanto comunicato dal Consiglio europeo “il vertice si concentrerà sulle relazioni bilaterali e sull’ulteriore approfondimento del partenariato politico ed economico, come stabilito nel partenariato strategico e globale Ue-Egitto, con l’obiettivo di promuovere la stabilità, la pace e la prosperità comuni. I leader discuteranno anche delle sfide globali odierne, tra cui la situazione in Medio Oriente, la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, il multilateralismo, il commercio, la migrazione e la sicurezza”. L’Ue sarà rappresentata al vertice dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, mentre l’Egitto sarà rappresentato dal presidente, Abdul Fattah al-Sisi. “I nostri legami di lunga data affondano le loro radici nella storia, nella geografia e nella cultura comuni, nonché nei forti legami tra i nostri popoli”, ha dichiarato Costa, che poi ha aggiunto: “L’Ue apprezza profondamente il ruolo stabilizzatore dell’Egitto nella regione del Medio Oriente e il suo ruolo di mediazione nel conflitto di Gaza. Il nostro primo vertice bilaterale sarà un’ottima occasione per approfondire ulteriormente il nostro partenariato, cooperare nell’affrontare le nostre sfide comuni e liberare tutto il potenziale delle nostre relazioni”.

  • Erdogan prova ad attrarre la Siria nell’orbita turca

    Le relazioni bilaterali e gli ultimi sviluppi regionali sono stati al centro dell’incontro che si è tenuto il 24 maggio a Istanbul tra i presidenti di Turchia e Siria, Recep Tayyip Erdogan e Ahmed al Sharaa. Lo ha reso noto la Direzione delle comunicazioni della Repubblica turca, spiegando che all’incontro, tenutosi a porte chiuse, hanno partecipato anche i ministri turchi degli Esteri e della Difesa, rispettivamente Hakan Fidan e Yasar Guler, il capo dell’agenzia di intelligence Mit, Ibrahim Kalin, il responsabile delle Industrie della difesa Haluk Gorgun, il consigliere capo del presidente, Sefer Turan, e il consigliere del presidente per la Politica estera e la sicurezza, Akif Cagatay Kilic. Come riporta il comunicato, nel corso delle discussioni Erdogan “ha dichiarato di ritenere che la Siria avrà giorni molto più luminosi e pacifici, e la Turchia continuerà a sostenerla come ha fatto fino ad oggi”.

    Il presidente turco ha inoltre accolto con favore la revoca delle sanzioni contro la Siria e ha sottolineato l’importanza di garantire l’integrità territoriale e l’unità del Paese. Nel corso dell’incontro, il capo dello Stato turco ha evidenziato che “l’occupazione e gli attacchi di Israele nel territorio siriano sono inaccettabili” e Ankara “continuerà a opporsi in qualsiasi piattaforma”. In merito alle relazioni bilaterali, Erdogan ha evidenziato che “la cooperazione tra Turchia e Siria continuerà a rafforzarsi in tutti i settori, in particolare quelli dell’energia, della difesa e dei trasporti”. Secondo quanto riporta il comunicato, Al Sharaa ha ringraziato il presidente turco per il “sostegno fondamentale” e per “gli sforzi orientati alla revoca delle sanzioni internazionali”.

    Quella di Istanbul è stata la prima visita del presidente siriano in Turchia dopo la decisione di Stati Uniti e Unione europea di revocare le sanzioni. Come riportato dai media siriani, Al Sharaa è stato accompagnato da una delegazione composta dal ministro degli Esteri Asaad al Shaibani e dal ministro della Difesa Murhaf Abu Qasra. L’incontro a Istanbul ha fatto seguito ai colloqui svoltisi in Siria all’inizio della settimana tra il capo dell’intelligence turca Ibrahim Kalin e Al Sharaa. La Turchia è stata tra i primi Paesi a mostrare sostegno alla nuova amministrazione siriana dopo la caduta del regime di Bashar al Assad, avvenuta lo scorso dicembre, promettendo il suo appoggio per la ricostruzione della Siria.

    Secondo indiscrezioni diffuse recentemente dai media arabi e turchi, Ankara sarebbe intenzionata anche a stabilire delle basi militari per rafforzare la lotta contro il terrorismo, in particolare contro lo Stato islamico, le cui cellule residue sono ancora presenti in Siria come anche in Iraq. Il portale d’informazione “Middle East Eye” ha riferito nei mesi scorsi che la Turchia sarebbe pronta a dispiegare sistemi di difesa aerea nella zona centrale della Siria. In particolare, Ankara starebbe pianificando l’installazione del sistema missilistico Hisar di fabbricazione turca, nonché l’invio di droni da ricognizione e da attacco con l’obiettivo di rafforzare la copertura aerea e condurre operazioni contro lo Stato islamico.

  • Sudan cuts ties with UAE over alleged paramilitary support

    Sudan has cut diplomatic ties with the United Arab Emirates (UAE), after repeatedly accusing the Gulf nation of backing the rival Rapid Support Forces (RSF) in the country’s civil war.

    The announcement came as the RSF were blamed for attacks on the usually safe city of Port Sudan, which started on Sunday and have continued until Wednesday.

    On Tuesday, Sudan’s Defence Minister Yassin Ibrahim accused the UAE of violating his country’s sovereignty through its “proxy”, the RSF.

    The UAE has repeatedly denied allegations that it is giving financial, military and political support to the paramilitary force.

    Two years of conflict has killed thousands, forced millions from their homes and created the world’s worst humanitarian crisis.

    As a result of the defence minister’s announcement, the Sudanese ambassador will be withdrawn from the UAE and Sudan will shut its diplomatic missions in the Gulf nation.

    Since Sunday, drone strikes have hit an international airport, a major power station and a hotel in Port Sudan. The army has accused the RSF of being behind the assault, but the paramilitary group is yet to comment.

    On Wednesday the Sudanese army said it had foiled a strike on the country’s biggest naval base.

    “They [the drones] were met with anti-aircraft missiles,” an unnamed source told the AFP news agency.

    Until now, Port Sudan had avoided bombardment and was regarded as one of the safest places in the war-ravaged nation.

    Sudan’s army has often accused the UAE of arming the RSF.

    Both the UK and the US have singled out the UAE in separate appeals for outside countries to stop backing Sudan’s warring parties.

    However, on Monday, the UN’s top court dismissed Sudan’s case against the UAE, in which it accused the Gulf state of complicity in genocide.

    The International Court of Justice in The Hague ruled that the case could not proceed because the UAE had opted out Article 9 of the Genocide Convention, which means that it cannot be sued by other states over genocide allegations.

    Reem Ketait, the UAE’s deputy assistant minister for political affairs, said the court’s decision was “clear and decisive”.

    “The international community must focus urgently on ending this devastating war and supporting the Sudanese people, and it must demand humanitarian aid reaches all those in need,” she said.

    Both the army and RSF have been accused of war crimes.

    Additional reporting by Cecilia Macaulay

  • L’altro 25 aprile: di pace e conciliazione nazionale

    Riceviamo e pubblichiamo una lettera del Presidente di Assoarma Milano, Ten. Arch. Gabriele Pagliuzzi

    Cari Presidenti,

    un grande grazie a tutte le Associazioni d’Arma di Milano che hanno voluto essere presenti alla S.Messa indetta dal Circolo Periferico della metropoli lombarda nella circostanza del 25 Aprile nella Basilica di S.Carlo al Corso. Le Rappresentanze associative intervenute, dell’Aeronautica (A.A.A. e A.N.U.A.), della Marina (A.N.M.I.), della Guardia di Finanza (A.N.F.I.), dei Carabinieri (A.N.C.), della Polizia di Stato (A.N.P.S.), degli Ufficiali in Congedo (U.N.U.C.I.) e dell’Esercito, Cavalieri (A.N.A.C.), Carristi (A.N.C.I.), Alpini (A.N.A), Autieri (A.N.A.I.), Genieri e Trasmettitori (A.N.G.E.T.), hanno avuto immediata cognizione della straordinarietà dell’evento che ha rotto un conformismo celebrativo ormai sorpassato dall’imperiosa realtà del presente.

    Un rito di conciliazione e memoria di tutti i Caduti militari della Seconda Guerra Mondiale e della successiva dolorosa Guerra civile. Un momento di ricordo da parte delle nostre Associazioni uniche depositarie delle tradizioni vere di fatti e comportamenti coraggiosi fino al sacrificio supremo dei Militari italiani su ogni fronte, che ha messo impietosamente a nudo l’ipocrisia e l’utilizzo politico della storia da parte di quanti si arrogano titoli e giudizi pur essendo nati ormai abbondantemente dopo la guerra e in moltissimi casi senza neppure aver svolto il servizio militare.

    Sotto il richiamo solenne del grande Labaro dell’Istituto Nazionale del Nastro Azzurro di Milano, presieduto dal Gen.B. (aus) Arnaldo Cassano, che riunisce tutte le Medaglie d’Oro e i Decorati al V.M. dei nostri Eroi concittadini, si è tenuta una S.Messa, accompagnata dalle note suggestive del Coro Ars Nova magistralmente diretto dal M° Mauro Ivano Benaglia e a cui l’Arcivescovo Mons. Mario Delpini ha rivolto il suo paterno messaggio di preghiera, che nessuno in 80 anni è riuscito o ha avuto il coraggio di celebrare.

    Ci hanno pensato in solitaria avanguardia le Associazioni d’Arma di Milano che nell’occasione sono state onorate dell’attenzione del Comandante della 1° Regione Aerea Gen.S.A.Alberto Biavati con l’intervento in sua rappresentanza del Ten.Col. Pasquale Totaro, dell’Ispettrice Regionale Lombardia del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Sorella Ornella Zagari rappresentata da Sorella Isabella Parolini e del Consigliere Comunale Enrico Marcora.

    L’adesione dell’Associazione Combattenti F.F.A.A.A. Regolari della Guerra di Liberazione attraverso la presenza del suo Presidente milanese Aldo Li Gobbi ha cementato un’identità di propositi pronta a condizionare idealmente il futuro di unità e fratellanza della Nazione di cui le Forze Armate, nella continuità della loro dedizione alla Patria, al di là di ogni spirito di fazione, restano imprescindibili garanti.

    Il Presidente

    Ten. Arch. Gabriele Pagliuzzi

  • Putin si fa la base navale in Sudan

    Il Sudan e la Russia hanno raggiunto un accordo definitivo sulla creazione di una base navale russa sulla costa sudanese del Mar Rosso. Ad annunciarlo è stato il ministro degli Esteri sudanese Ali Youssif, nel corso di una visita ufficiale a Mosca. “Sudan e Russia hanno raggiunto un’intesa sull’accordo riguardante la base navale russa”, ha detto Youssif in una conferenza stampa congiunta con l’omologo russo Sergej Lavrov. “Siamo in completo accordo su questa questione e non ci sono ostacoli. Abbiamo raggiunto un’intesa reciproca sul tema. Pertanto, la questione è molto semplice. Siamo d’accordo su tutto”, ha aggiunto, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Il progetto per la costruzione di una base navale russa sulla costa sudanese del Mar Rosso è in cantiere da diversi anni e sembrava sul punto di essere finalizzato alla fine del 2020, tuttavia il colpo di Stato militare in Sudan dell’ottobre 2021 e il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 hanno finito per congelarlo.

    Un primo accordo per la creazione di un punto di supporto logistico (Lsp) per la Marina russa era stato concluso nel 2017. Successivamente, nel novembre 2020, i due governi avevano firmato un accordo preliminare – della durata di 25 anni – per stabilire quello che è stato descritto come un polo logistico navale russo in Sudan, che dovrebbe arrivare ad ospitare un massimo di 300 militari e fino a quattro navi da guerra, comprese imbarcazioni a propulsione nucleare. Tuttavia, a causa dell’inerzia burocratica e dei cambiamenti nel panorama politico sudanese – culminati prima con il rovesciamento del presidente di lunga data Omar al Bashir e con il colpo di Stato militare dell’ottobre 2021, poi con lo scoppio del conflitto civile nell’aprile 2023 – il progetto è rimasto congelato e non è mai stato ratificato dal parlamento sudanese, che nel frattempo è stato sciolto.

    Il Mar Rosso, del resto, costituisce una rotta strategica di vitale importanza per il commercio globale, nonché un punto caldo dal punto di vista geopolitico. Per Mosca, in particolare, disporre di una propria presenza in quell’area sarebbe d’importanza prioritaria, a maggior ragione dopo aver perso – in seguito al rovesciamento del regime siriano di Bashar al Assad – la sua base militare di Tartus, che per anni ha costituito il suo avamposto nel Mediterraneo. È con questo obiettivo che, stando a fonti citate da alcuni media internazionali, negli ultimi mesi funzionari russi avrebbero visitato la città di Port Sudan, divenuta di fatto la capitale del Sudan dall’inizio della guerra, nel tentativo di stringere legami con entrambe le parti in conflitto. Se infatti all’inizio delle ostilità il Cremlino ha sostenuto le Forze di supporto rapido (Rsf) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, con il quale ha per anni coltivato stretti legami nello sfruttamento delle miniere d’oro del Darfur, negli ultimi mesi la posizione di Mosca – mai resa ufficiale – sembrerebbe essere mutata, visti anche gli sviluppi della guerra che sembrano nel frattempo pendere a favore delle Forze armate sudanesi (Saf).

    Secondo l’Istituto per lo studio della guerra (Isw), con sede a Washington, in cambio del permesso di mantenere una presenza navale in Sudan, la Russia si sarebbe impegnata a fornire supporto militare alle Saf. Un cambio di rotta reso palese dalla visita a Port Sudan effettuata nell’aprile scorso dal vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov, che in quel frangente ha auspicato una maggiore cooperazione con il Sudan e ha espresso sostegno alla “legittimità esistente nel Paese rappresentata dal Consiglio sovrano”, il massimo organo di governo cui è a capo il generale Abdel Fattah al Burhan. In quella stessa occasione Bogdanov avrebbe anche promesso all’esercito sudanese aiuti militari “senza restrizioni”. Da allora, inoltre, Mosca avrebbe avviato le esportazioni di gasolio verso il Sudan, nel tentativo di cercare nuovi sbocchi dopo le sanzioni internazionali imposte in seguito all’invasione dell’Ucraina.

    Secondo gli analisti, la realizzazione di una base navale russa sul Mar Rosso sarebbe una logica continuazione delle azioni militari della Russia nel continente africano. Negli ultimi mesi, specie dopo la “cacciata” dalla Siria, Mosca ha ampliato la sua presenza in Libia, rafforzando le operazioni nelle sue quattro principali basi aeree: la base di Al Khadim, nell’est del Paese; la base di Al Jufra, nel centro; la base di Al Brak al Shati, a sud-ovest di Sebha, capoluogo della regione di Fezzan; e la base di Al Qurdabiya, a Sirte, nella zona centro-settentrionale. Queste basi ospitano una varietà di attrezzature militari, tra cui difese aeree, caccia MiG-29 e droni, e sono gestite da una contingente misto di militari russi e mercenari del gruppo Wagner, lontano dalla supervisione delle autorità libiche. Secondo fonti libiche consultate da “Agenzia Nova”, inoltre, Mosca ha recentemente ampliato la sua presenza con una nuova base militare, quella di Maaten al Sarra, al confine con il Ciad e il Sudan. Le immagini satellitari ad alta risoluzione pubblicate da Maxar Technologies a dicembre mostrano chiaramente l’estensione della pista e la costruzione di edifici che sembrano essere alloggi, confermando le informazioni in possesso di “Nova”.

  • Il ritiro delle forze francesi dal Senegal sarà completato entro l’estate del 2025

    La Francia prevede di ritirare i suoi militari dal Senegal e da altri Paesi dell’Africa occidentale e centrale entro l’estate del 2025. È quanto riferiscono fonti militari francesi citate dall’agenzia di stampa senegalese “Aps”, secondo cui sarebbero in corso delle trattative per organizzare il ritiro. “Entro l’estate del 2025 non ci saranno più basi militari francesi permanenti in Senegal”, ha affermato la fonte, aggiungendo che Parigi favorirà la cooperazione con le autorità senegalesi in base alle loro esigenze. “La presenza militare francese è oggi percepita come un affronto alla sovranità. Ne siamo consapevoli”, ha aggiunto. La decisione, se confermata, rientra in un cambiamento strategico volto a rispondere alle aspirazioni di sovranità di recente espresse da diversi Paesi africani. Già lo scorso 31 dicembre il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye aveva già annunciato la fine di ogni presenza militare straniera sul territorio senegalese a partire dal 2025, propugnando una nuova dottrina di cooperazione militare.

    In base all’attuale accordo di cooperazione militare tra Francia e Senegal, siglato nel 2012, le forze francesi hanno libero accesso a diverse infrastrutture strategiche, come il sito di Camp Ouakam e la base navale senegalese, nonché esenzioni fiscali per le attrezzature e i servizi necessari alle loro operazioni, oltre a beneficiare della libertà di movimento e dell’organizzazione di esercitazioni militari. In cambio, il Senegal beneficia di un sostegno rafforzato, in particolare attraverso l’accesso prioritario del suo personale militare alle scuole francesi, l’assistenza tecnica e il trasferimento di equipaggiamento militare. Sono agevolati anche gli scali marittimi e aerei senegalesi in Francia. In base a quanto prevede l’accordo, il contratto può essere risolto mediante comunicazione scritta con preavviso di sei mesi, con conseguente restituzione delle strutture senza indennizzo, salvo specifico accordo. L’eventuale ritiro delle forze francesi dal Senegal rientra in una più ampia riorganizzazione della presenza militare di Parigi nell’area del Sahel, iniziata nell’estate del 2023 con le partenze da Mali, Burkina Faso, Niger e, più recentemente, dal Ciad.

    Le autorità di N’Djamena hanno denunciato l’accordo di cooperazione militare con la Francia lo scorso 28 novembre e all’inizio di dicembre Parigi ha iniziato a rimpatriare la sua flotta aerea e a lasciare gradualmente le sue basi, in particolare quelle di Faya-Largeau e Abeché. La base Adji Kossey di N’Djamena, la più grande, sarà invece restituita entro il 31 gennaio 2025, termine ultimo fissato dal governo ciadiano. Il graduale ritiro militare francese avviene in un clima di forte tensione, reso incandescente dopo che il presidente Emmanuel Macron, nel suo discorso recente agli ambasciatori, ha accusato i Paesi africani di “irriconoscenza” nei confronti di Parigi. In risposta alle dichiarazioni di Macron, il primo ministro senegalese Ousmane Sonko ha contestato in particolare l’affermazione del capo dell’Eliseo secondo cui la partenza delle forze francesi è il risultato di precedenti negoziati con le autorità di Dakar, sostenendo al contrario che “la decisione del Senegal deriva dalla sua volontà, in quanto Paese libero e sovrano”. Anche il governo ciadiano ha esortato la Francia e i suoi partner a rispettare le aspirazioni all’autonomia dei popoli africani. “Invece di attaccare l’Africa, il presidente Macron dovrebbe concentrare i suoi sforzi sulla risoluzione dei problemi che preoccupano il popolo francese”, ha affermato un comunicato del governo di N’Djamena, definendo non più negoziabile il termine del 31 gennaio per il completo ritiro dei militari francesi.

  • Il Ciad revoca gli accordi militari con la Francia, Parigi guarda alla Nigeria per restare nel Sahel

    Evocando “una svolta storica”, il governo del Ciad ha annunciato la revoca degli accordi di difesa e sicurezza in vigore con la Francia, Paese di cui ospita sul suo territorio circa mille militari. “È ora per il Ciad di affermare la sua piena sovranità e di ridefinire i suoi partenariati strategici, sulla base delle sue priorità nazionali”, ha dichiarato in un comunicato il ministro degli Esteri, Abderaman Koulamallah, precisando che la decisione non rimette in questione “le relazioni storiche e il legame di amicizia fra i due Paesi”. Il capo della diplomazia di N’Djamena sottolinea che la scelta è frutto di “un’analisi approfondita” e che il Ciad si impegna a collaborare con le autorità francesi ad assicurare “una transizione armoniosa”, senza tuttavia precisare una data per il ritiro delle forze straniere. Il governo del Ciad – prosegue il testo – “rimane determinato a mantenere relazioni costruttive con la Francia in altri ambiti di interesse comune”, esprime “la sua gratitudine alla Repubblica francese per la cooperazione condotta nel quadro dell’accordo” e “rimane aperto ad un dialogo costruttivo per esplorare nuove forme di partenariato”.

    Non è forse un caso se le autorità di N’Djamena hanno deciso di “smarcarsi” dall’ex potenza coloniale nell’anniversario dell’indipendenza, avvenuta nel 1958, con un annuncio che segue di poche ore la partenza dal Paese del ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot, ricevuto ieri dal presidente Mahamat Idriss Deby. Una missione ufficialmente destinata – secondo Parigi – a rafforzare la richiesta regionale di un cessate il fuoco nel vicino Sudan, ma che in ogni caso non è servita a dissuadere i militari al potere in Ciad dal rompere i rapporti bilaterali di difesa. Lunedì scorso, inoltre, l’inviato speciale per l’Africa del presidente Emmanuel Macron, Jean-Marie Bockel, ha consegnato al capo dell’Eliseo il suo rapporto sulla presenza militare francese in Africa, con all’interno proposte dettagliate su come ridurre gli effettivi in Ciad, Gabon e Costa d’Avorio. In quest’ottica la decisione ciadiana non sembra essere un evento del tutto inatteso per Parigi. L’annuncio di N’Djamena, peraltro, segue quello con cui il governo ciadiano ha minacciato di ritirare il suo fondamentale sostegno dalla Forza multinazionale congiunta (Mmf), missione regionale cui contribuiscono dal 1994 anche Nigeria, Benin, Camerun e Niger allo scopo di fronteggiare il terrorismo jihadista. Dopo la Nigeria, con i suoi 3 mila uomini, il Ciad ne è il principale contributore. Il presidente Mahamat Deby Itno – al potere dall’aprile 2021, quando subentrò a suo padre Idriss Deby Itno, ucciso in battaglia rai ribelli – ha lamentato uno sforzo eccessivo da parte del suo esercito per la stabilità regionale, in un momento in cui lo stesso Ciad deve far fronte a continue offensive sul suo territorio: l’ultima, lo scorso 28 ottobre, ha visto cadere 40 militari ciadiani in un violento attacco contro la base militare di Barkaram, nella regione frontaliera del lago Ciad.

    Con la rottura annunciata da N’Djamena, cade dunque l’ultimo baluardo francese nel Sahel, e per Parigi all’orizzonte si prospettano altre difficoltà. Il presidente del Senegal, Bassirou Faye Diomaye, è infatti tornato a chiedere la chiusura nel Paese di tutte le basi francesi, nel nome della sovranità nazionale. “Il Senegal è un Paese indipendente, è un Paese sovrano e la sovranità non accetta la presenza di basi militari”, ha dichiarato in un’intervista a “France 2”. Faye ha precisato che non è nelle sue intenzioni tagliare le relazioni con Parigi come fatto da altri nella regione, e che l’argomento vale per tutti, nessuno escluso: “Oggi la Cina è il nostro più grande partner commerciale in termini di investimenti e scambi. La Cina ha una presenza militare in Senegal? No. Ciò significa che le nostre relazioni sono interrotte? No”, ha specificato. Poche ore prima dell’intervista Macron ammetteva in una lettera a Faye le responsabilità coloniali francesi in quello che ha definito il “massacro” di fucilieri senegalesi nel 1944 nel campo militare di Thiaroye (Dakar), quando i militari africani chiesero di essere pagati per il servizio prestato al fianco di Parigi durante la Seconda guerra mondiale. Il gesto di Macron è stato riconosciuto come “un passo coerente” dal capo di Stato senegalese, che tuttavia rimane fermo sulla posizione militare già espressa durante la campagna elettorale.

    Nel tentativo di mantenere una presa sul Sahel, da dove la Francia è stata negli ultimi quattro anni progressivamente estromessa (prima del Ciad, era stata la volta delle giunte golpiste di Mali, Burkina Faso e Niger), Macron tenta ora di rafforzare le relazioni con la Nigeria, il cui presidente Bola Tinubu è in visita ufficiale a Parigi proprio in questi giorni. Accolto personalmente dal presidente francese e ospitato prima al Consiglio d’affari franco-nigeriano poi alla riunione dell’influente Medef (la Confindustria locale), Tinubu è il primo capo dello Stato nigeriano a visitare la Francia da 20 anni a questa parte. Per Parigi, che per necessità si trova a dover guardare con maggior interesse all’area anglofona saheliana, la Nigeria può giocare un ruolo – se non militare, certamente economico – strategico. Principale partner commerciale di Parigi nell’Africa sub-sahariana davanti a Sudafrica, Costa d’Avorio e Angola, Abuja rappresenta oltre il 20 per cento del commercio francese nella regione, concentrato per l’export in settori come la farmaceutica, le attrezzature meccaniche, i veicoli e i prodotti chimici, per l’import sugli idrocarburi. Rafforzare le relazioni con la Nigeria, primo motore dell’Africa occidentale e seconda del continente, è per Parigi un’occasione vitale per non perdere del tutto presa su una regione che guarda ormai alla Francia in modo diffidente e spesso ostile.

  • L’Egitto invia consiglieri militari al governo della Somalia

    Prende corpo l’accordo di cooperazione militare siglato ad agosto dai governi di Somalia ed Egitto per l’invio a Mogadiscio di 10mila unità egiziane, da destinare per metà a iniziative bilaterali di difesa, per l’altra alla nuova Missione di supporto e stabilizzazione dell’Unione africana in Somalia (Aussom), che dal primo gennaio 2025 subentrerà alla Missione di transizione dell’Ua in Somalia (Atmis). Secondo quanto scrive il quotidiano “Somali Guardian”, consiglieri militari egiziani sono stati già dispiegati a sostegno di unità dell’esercito somalo presso linee di rifornimento critiche utilizzate dalle truppe etiopi in Somalia – dove sono impegnate nell’ambito della missione Atmis – per ostacolare qualsiasi ulteriore schieramento di truppe prima del loro ritiro, previsto entro il 31 dicembre. L’invio dei primi consiglieri, dunque, anticipa l’imminente arrivo a Mogadiscio del primo contingente vero e proprio che l’Egitto dovrà dispiegare a Mogadiscio entro la scadenza del 31 dicembre. Gli ultimi sviluppi sono destinati ad acuire ulteriormente le tensioni con l’Etiopia, le cui relazioni con il governo di Mogadiscio sono ai ferri corti per via del controverso memorandum d’intesa siglato lo scorso primo gennaio tra le autorità di Addis Abeba e quelle dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland.

    L’invio dei militari egiziani in Somalia è stato approvato di recente dal governo somalo e sancito ufficialmente in occasione della recente visita ad Asmara del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, che ha partecipato ad un vertice trilaterale con gli omologhi di Egitto ed Eritrea, rispettivamente Abdel Fattah al Sisi e Isaias Afwerki. In quell’occasione, i tre leader hanno inoltre stabilito la nascita di un’alleanza strategica che appare tesa ad arginare l’espansionismo etiope nel Mar Rosso. Nella dichiarazione congiunta diffusa al termine della riunione di Asmara, le tre parti hanno sottolineato “la necessità di rispettare assolutamente la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dei Paesi della regione e di contrastare le interferenze nei loro affari interni con qualsiasi pretesto o giustificazione”, oltre che di “aderire ai principi e ai pilastri fondamentali del diritto internazionale come base indispensabile per la stabilità e la cooperazione regionale”. Al centro dell’attenzione la sicurezza nel mar Rosso e nello Stretto di Bab el Mandeb, riconosciuto quale “corridoio marittimo vitale”: nel documento i leader hanno “accolto con favore gli sforzi compiuti dall’Eritrea e dall’Egitto per sostenere la stabilità in Somalia e rafforzare le capacità del governo federale somalo”, e hanno espresso parere positivo sull’offerta dell’Egitto “di contribuire con truppe nel quadro degli sforzi di mantenimento della pace in Somalia”.

    I colloqui tra Egitto ed Eritrea sono poi proseguiti in seguito alla visita a sorpresa effettuata ad Asmara dal capo dell’intelligence egiziana Kamal Abbas, molto vicino al presidente Abdel Fattah al Sisi ed accompagnato dal ministro degli Esteri Badr Abdelatty. Gli alti funzionari egiziani, riferisce un comunicato, “hanno anche ascoltato le opinioni del presidente Afwerki sugli sviluppi nel Mar Rosso in merito all’importanza di trovare le circostanze giuste per ripristinare la normale navigazione marittima e il commercio internazionale attraverso lo stretto di Bab el Mandeb”, che collega il Mar Rosso al Mar Arabico. Insieme, i territori di Egitto ed Eritrea coprono circa 5 mila chilometri di costa del Mar Rosso, comprese le coste egiziane dei golfi di Suez e Aqaba, nonché 355 isole sotto la sovranità eritrea. L’Egitto controlla le zone settentrionali del Mar Rosso, compreso il canale di Suez che collega al Mediterraneo, mentre l’Eritrea si trova vicino allo strategico stretto di Bab el Mandeb.

    Al centro delle tensioni tra Somalia ed Etiopia c’è la firma del controverso memorandum d’intesa siglato lo scorso primo gennaio tra il governo etiope e le autorità dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, in base al quale Addis Abeba otterrebbe un accesso al Mar Rosso tramite il porto di Berbera, in cambio del riconoscimento dell’indipendenza dello Stato separatista. Il memorandum, come prevedibile, non è stato riconosciuto dalla Somalia, che lo considera una minaccia alla propria sovranità territoriale. Le tensioni tra Mogadiscio e Addis Abeba sono cresciute nelle ultime settimane e hanno raggiunto l’apice alla fine di settembre, quando il presidente Mohamud ha accusato l’esercito etiope di aver sequestrato aeroporti strategici nella regione somala di Ghedo – dove le truppe etiopi sono schierate nell’ambito della missione Atmis – e di aver iniziato ad armare le milizie dei clan in tutto il Paese, a causa delle tensioni derivanti dal memorandum.

    In un’intervista concessa all’edizione in arabo di “Al Jazeera”, Mohamud ha denunciato che l’Etiopia ha assunto il controllo totale della regione di Ghedo, dove continua ad armare le milizie dei clan per indebolire l’autorità del governo somalo. Interrogato sul memorandum d’intesa tra Etiopia e Somaliland, Mohamud ha ribadito che Addis Abeba non mira soltanto ad ottenere un accesso al Mar Rosso ma sta cercando di annettere parti del territorio somalo. “L’Etiopia non vuole solo un porto; mira a stabilire un potere militare nel Mar Rosso, il che è completamente inaccettabile”, ha dichiarato il presidente somalo, per il quale l’Etiopia punta soprattutto a stabilire una base navale per assicurarsi il dominio marittimo della zona. Nelle scorse settimane l’Etiopia ha schierato veicoli blindati e centinaia di uomini al confine con la Somalia, in seguito con il sequestro di alcuni aeroporti chiave nella regione somala di Ghedo, tra cui quelli di Luq, Dolow e Bardere, nel tentativo di impedire il possibile trasporto aereo di truppe egiziane nella zona. La mossa è arrivata in risposta all’arrivo a Mogadiscio dei primi militari egiziani che saranno dispiegati negli Stati regionali di Hirshabelle, del Sudovest e di Galmudug, nell’ambito di un accordo di cooperazione militare siglato ad agosto dai governi di Somalia ed Egitto.

    Da tempo ai ferri corti con l’Etiopia per via del complicato dossier della Grande diga della Rinascita etiope (Gerd), già dall’inizio del 2023 l’Egitto è un attore chiave per la sicurezza in Somalia, contribuendo all’addestramento delle reclute dell’esercito somalo e alla fornitura di armi e munizioni e alla cura di soldati somali feriti negli ospedali militari egiziani. Sempre lo scorso anno, inoltre, Mogadiscio e Il Cairo hanno avviato colloqui per una più stretta cooperazione strategica, e da tempo circolano indiscrezioni di stampa – finora mai confermate – secondo cui Mogadiscio starebbe pensando di concedere all’Egitto una base militare nel centro-sud del Paese. A riavvicinare le posizioni di Egitto e Somalia, oltre alla comune minaccia etiope, è stato anche il disgelo nelle relazioni tra Il Cairo e lo storico alleato di Mogadiscio: la Turchia. Un disgelo che è stato sancito dalla recente visita effettuata ad Ankara dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi (la prima dal 2014). Una visita che ha indicato in modo chiaro e inequivocabile la rinnovata vicinanza tra i due Paesi dopo gli anni di gelo vissuti a partire dal 2013 a causa di posizioni divergenti sull’islam politico, ma anche su questioni geopolitiche regionali. Negli anni successivi al 2013, esattamente nel 2021, il disgelo fra il Qatar – principale punto di riferimento della Fratellanza musulmana – e il blocco di Paesi del Golfo formato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, insieme all’Egitto, ha infatti aperto nuovi spiragli alle relazioni fra Il Cairo e Ankara.

  • Defezione del Niger: stop all’accordo militare con gli Usa

    Il governo militare del Niger ha interrotto “con effetto immediato” l’accordo di cooperazione militare firmato con gli Stati Uniti nel 2012. L’annuncio è stato letto in un intervento trasmesso dalla televisione nazionale “Rtn” dal colonnello Amadou Abdramane, portavoce della giunta al potere dal colpo di stato dell’anno scorso, chiamata Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria (Cnsp). Abdramane ha spiegato che il governo nigerino “tenendo conto delle aspirazioni e degli interessi del suo popolo” ha deciso “di interrompere con effetto immediato l’accordo relativo allo status delle forze armate degli Stati Uniti” e del personale civile del dipartimento della Difesa Usa in territorio nigerino. Il portavoce ha definito la presenza militare statunitense “illegale” e in violazione di “tutte le regole costituzionali e democratiche”. Non solo: secondo Niamey è illegittimo e “ingiusto” lo stesso accordo, che sarebbe stato “imposto unilateralmente” dagli Stati Uniti, tramite una “semplice nota verbale”, il 6 luglio 2012.

    L’annuncio giunge dopo una visita di tre giorni (12-14 marzo) di una delegazione Usa guidata da Molly Phee, assistente segretaria di Stato per gli Affari africani, e comprendente anche il generale Michael Langley, comandante del comando Africom. Il portavoce del governo militare di Niamey ha riferito che dalla delegazione è stata lanciata al Niger l’accusa “cinica” di aver stretto un accordo segreto per fornire uranio all’Iran e la “minaccia di ritorsioni”. Il colonnello ha contestato anche le obiezioni che gli Usa avrebbero sollevato sugli alleati scelti dal Niger, nonché il mancato rispetto del protocollo diplomatico: il Niger non sarebbe stato informato della composizione della delegazione, della data di arrivo e dell’agenda della missione.

    I militari statunitensi presenti in Niger sono più di 600. In risposta all’annuncio di Nyamey, Washington ha replicato con un post pubblicato su X del portavoce del dipartimento di Stato Usa, Matthew Miller. “Siamo a conoscenza della dichiarazione del Cnsp in Niger, che fa seguito alle franche discussioni a livello senior svoltesi questa settimana a Niamey riguardo alle nostre preoccupazioni per la traiettoria del Cnsp. Siamo in contatto con il Cnsp e forniremo ulteriori aggiornamenti come garantito”, ha scritto Miller.

    Il Niger ha precedentemente messo fine alla cooperazione militare con la Francia. Lo scorso 24 settembre il presidente francese, Emmanuel Macron, ha annunciato il ritiro del contingente ancora presente in Niger, ritiro iniziato il 5 ottobre e completato il 22 dicembre. Dal 2015 la Francia ha inviato circa 1.500 militari nel Paese africano per contribuire a contrastare l’intensificarsi dell’insurrezione jihadista. Le truppe francesi erano stanziate nella capitale Niamey e nelle basi di Ouallam e Ayorou, vicino al confine con il Mali.

    Nel Paese è presente la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (Misin), autorizzata dal Parlamento italiano nel 2018 e istituita al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto di Unione europea e Stati Uniti per la stabilizzazione dell’area, il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel e le attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e di sviluppo della componente aerea. La missione – la cui area geografica di intervento è allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin – conta attualmente circa 350 effettivi e 13 mezzi, tutti terrestri.

    Il contingente, dislocato in un hub operativo-logistico completato nel giugno 2022 e situato all’interno dell’aeroporto di Niamey, comprende squadre di ricognizione, comando e controllo, e addestratori, da impiegare anche presso il Defense College in Mauritania, personale sanitario e del Genio per lavori infrastrutturali, squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (Cbrn), unità di supporto, force protection, raccolta informativa, sorveglianza e ricognizione a supporto delle operazioni.

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