Musica

  • Voce, passione e versatilità: intervista esclusiva al soprano Erika Baikoff

    Introduzione

    I riflettori del Verbier Festival 2026 sono pronti ad accendersi su una delle interpreti più talentuose e versatili della scena lirica contemporanea: Erika Baikoff. Con il suo timbro luminoso, la spiccata sensibilità interpretativa e una padronanza tecnica impeccabile, il soprano americano di origine russa si appresta a incantare il pubblico nell’attesissima esecuzione dei Carmina Burana di Carl Orff.

    Cresciuta in un ambiente intriso di grande letteratura e musica – da Tchaikovsky e Prokofiev fino ai grandi maestri del Lied tedesco e della mélodie francese –, Erika Baikoff ha costruito una carriera brillante e distinta. Diplomatasi al prestigioso Lindemann Young Artist Development Program della Metropolitan Opera di New York, ha collaborato con direttori d’orchestra di fama internazionale come James Gaffigan e Daniele Rustioni.

    In questa intervista esclusiva per Il Patto Sociale, l’artista condivide con generosità il suo approccio emotivo e vocale ai capolavori del repertorio, la passione viscerale per la musica da camera, la sua straordinaria versatilità nel spaziare da Mozart e Rossini al grande dramma lirico, e l’emozione di calcare i palcoscenici più prestigiosi del mondo.

    Intervista a cura di Karl Wolfsgruber, 25 luglio 2026, Verbier (Svizzera) — Trascrizione e traduzione di Irene Borgatti

    Domanda 1

    Il pubblico di Verbier attende con impazienza la sua interpretazione dei Carmina Burana di Carl Orff il 25 luglio. È un’opera potente, ritmica e viscerale, in cui la voce del soprano porta un momento di puro lirismo, estasi e sensualità (pensiamo a brani celebri come ‘In trutina’ o ‘Dulcissime’). Come sta affrontando questo ruolo sia dal punto di vista vocale che emotivo, e cosa significa per lei esibirsi su un palcoscenico così prestigioso come quello del Verbier Festival?

    Erika Baikoff: I Carmina Burana sono un brano molto speciale. Praticamente chiunque lo riconosce – o almeno riconosce l’inizio e la fine –, sia chi studia musica, sia chi lo conosce semplicemente dagli spot pubblicitari. Questo crea molta attesa, rendendola un’opera davvero entusiasmante da eseguire. Per il soprano, è fondamentalmente come godersi un concerto gratuito di 40 minuti prima di salire sul palco; hai letteralmente il miglior posto in sala! È fantastico da ascoltare, ma devi anche prepararti per il tuo ingresso. Anche l’entrata iniziale, pur non essendo esposta come Dulcissime, è molto leggera. È un pezzo impegnativo, difficile e stancante da cantare. Devi davvero farti coraggio, fare un bel respiro e buttarti. Ciò che rende questa esperienza meravigliosa per me è lavorare con il Maestro James Gaffigan. Ho già collaborato con lui in passato – a dire il vero, la prima volta è stata proprio qui a Verbier quando ho cantato Musetta ne La Bohème ai tempi del Young Artists Program. Ti dà così tanta energia lavorare con un direttore che crede in te e ti sostiene. Cantare con lui non crea quasi alcuno stress perché so che, qualunque cosa accada, lui sarà lì e stiamo tutti giocando in squadra. In termini di preparazione vocale, lo affronto con la stessa cura e dedizione di qualsiasi altro repertorio, anche se richiede un po’ più di coraggio. Quella famosa sezione arriva dal nulla e ferma completamente il tempo. Non c’è alcun cuscinetto orchestrale sotto di te – il coro e l’orchestra si fermano e, boom, sei da sola. Devi semplicemente fare un respiro, incrociare le dita e fidarti del fatto che ti sei esercitata abbastanza.

    Domanda 2

    In qualità di soprano americano di origini russe e diplomata al Lindemann Young Artist Development Program della Metropolitan Opera, con all’attivo anche importanti successi in concorsi di Lied e musica da camera – come l’Helmut Deutsch Liedwettbewerb e il Concours Nadia et Lili Boulanger –, in che modo le sue doppie radici culturali, la formazione di alto livello al Met e il suo lavoro sia nell’opera che nella musica da camera hanno plasmato il suo percorso artistico? A suo avviso, qual è la differenza principale tra la dimensione intima e sfumata di un recital di Lieder e la grandiosità del palcoscenico lirico?

    Erika Baikoff: Provengo da un background molto variegato, che attinge sia dal vecchio che dal nuovo. I miei genitori sono russi, ma io sono nata in America. Sono cresciuta parlando russo a casa perché i miei genitori volevano che sperimentassi la ricchezza di un’altra cultura e di un’altra lingua, quindi ho imparato l’inglese solo quando ho iniziato l’asilo. La letteratura e la musica russa sono state fondamentali per la mia educazione: sono cresciuta con Dostoevskij, Puškin, Tchaikovsky, Prokofiev, Šostakovič e Rachmaninoff. Sono anche cresciuta danzando e in origine volevo fare la ballerina classica. Sono stata fortunata perché in ogni scuola che ho frequentato c’era un pianista che suonava dal vivo per le nostre lezioni – splendidi studi di Chopin o improvvisazioni sui balletti di Tchaikovsky e Glinka. Con il tempo mi sono resa conto che volevo creare io stessa la musica, piuttosto che limitarmi a muovermi su di essa. Anche se amo ancora la danza, la mia passione principale è sempre stata la musica in sé. Questa base linguistica ha acceso in me un profondo interesse per le altre lingue. All’università, invece di laurearmi in musica, ho conseguito una laurea in letteratura francese, concentrandomi sul surrealismo francese e sul poeta Robert Desnos. Più tardi ho studiato l’italiano e il tedesco. Questo background letterario ha naturalmente aperto le mie orecchie alla musica da camera (art song), dove la poesia è spesso più sfumata, poetica e profonda rispetto ai libretti d’opera standard, che tendono a basarsi di più sulla ripetizione. Sebbene i testi operistici siano bellissimi, non sempre raggiungono la stessa profondità filosofica di Goethe, Heine o Apollinaire. Comprendere queste lingue permette di sbloccare colori e mentalità differenti. Oggi vivo in Germania e, pur non dicendo di essere perfettamente fluente, riesco a comunicare comodamente. Come cantanti, il nostro punto di forza unico rispetto agli strumentisti è che abbiamo il testo. Ecco perché capire e pronunciare il testo è essenziale – anche nei Carmina Burana, il testo è meravigliosamente strano, provocatorio, amorevole e inaspettato. Il mio percorso nell’opera è stato un po’ slegato dalle convenzioni. Dopo aver completato la laurea in letteratura francese, volevo studiare all’estero nel Regno Unito, dove ho conseguito un Master incentrato esclusivamente sulla musica da camera e sui Lieder. Durante quel programma ho tenuto un recital ogni mese, il che mi ha esposta a una vastissima gamma di repertorio cameristico.La mia primissima esperienza operistica con un direttore d’orchestra è arrivata subito dopo il Master, cantando Anna nel Nabucco al fianco del Maestro Daniele Rustioni, di un cast incredibile e dell’Orchestra dell’Opéra de Lyon. Buttarsi in quella produzione mi ha insegnato a seguire un direttore e a cantare sopra un’intera orchestra in soli tre giorni di prove. Quello è stato il momento in cui mi sono innamorata dell’opera. L’opera richiede un approccio vocale completamente diverso. Devi proiettare la voce oltre un’orchestra imponente e riempire un teatro come la Metropolitan Opera – con i suoi 3.800 posti –, quindi per sua natura non può essere intima come un recital di Lieder. Tuttavia, amo questo contrasto. Dopo l’esperienza nel Young Artists Program a Lione, sono entrata nel Lindemann Program al Met. Durante il colloquio di selezione sono stata onesta: ho spiegato che non sono una cantante d’opera convenzionale perché la musica da camera è un elemento essenziale della mia identità artistica. Sono stati incredibilmente favorevoli e mi hanno permesso di percorrere entrambe le strade. Nutro la mia anima attraverso intime collaborazioni con pianisti ed ensemble da camera, e appago la mia passione per il grande teatro sul palcoscenico dell’opera. Costruire questa carriera ha richiesto duro lavoro, ma anche il supporto di un team straordinario. A volte i direttori di casting chiedono: “Ma di cosa si occupa esattamente?”, perché il mio repertorio spazia tra ruoli che convenzionalmente non si sovrappongono – come Zerbinetta e Giulietta. Ma se mantieni la voce flessibile e leggera, e ti alleni in modo strategico con i coach giusti, puoi navigare in entrambi i mondi.

    Domanda 3

    Il suo repertorio mostra una versatilità straordinaria: da Mozart (Zerlina, Barbarina) a Rossini (Clorinda), fino al repertorio francese (Barousse, Ravel) e alla tradizione russa. C’è un ruolo o un compositore specifico in cui si sente particolarmente “a casa” in questa fase della sua carriera, e qual è un ruolo dei sogni in cui spera di debuttare nei prossimi anni?

    Erika Baikoff: Emotivamente, il repertorio russo si sentirà sempre come casa, anche se attualmente non è del tutto il luogo in cui si colloca la mia voce. Vocalmente, amo profondamente Richard Strauss. C’è una profondità nella sua scrittura che è rara per i registri vocali più acuti. Che si canti Sophie, Zerbinetta o Zdenka, c’è un centro solido e radicato nel suono, anche mentre si risplende al di sopra dell’orchestra. Alla mia voce piace essere elastica e Strauss permette questa libertà all’interno di una ricca trama orchestrale. Dal punto di vista operistico, è il compositore che amo di più cantare.

     

    Nutro anche un profondo affetto per Mozart. Amo la chiarezza matematica, l’umorismo e il fatto che i suoi ruoli possano crescere insieme all’artista nel corso della carriera. Ne Le nozze di Figaro, ad esempio, un soprano potrebbe iniziare con Barbarina, passare a Susanna, esplorare Cherubino o la Contessa e, più avanti nella vita, interpretare Marcellina. È una partitura che vive con te. Lo stesso vale per il Don Giovanni, passando da Zerlina a Donna Anna o Elvira.

    Mozart richiede una tecnica impeccabile e un’intonazione pura perché la scrittura è estremamente trasparente ed esposta. Anche dirigere Mozart è altrettanto difficile; la sua musica ha un’energia giovanile e travolgente che muore nel momento stesso in cui si perde il ritmo. Quindi, se dovessi scegliere, Strauss e Mozart sono le mie vere case artistiche.

    Domanda 4

    Nel corso della sua carriera ha già collaborato con direttori di primissimo piano – come Daniele Rustioni e Nathalie Stutzmann – e si è esibita nei principali teatri europei (dalla Bayerische Staatsoper al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi). Avendo da poco intervistato il Direttore del Verbier Festival, le chiedo per curiosità: tra i suoi progetti futuri c’è il desiderio di debuttare sui grandi palcoscenici italiani, magari proprio qui a Milano?

    Erika Baikoff: Assolutamente sì! L’Italia è la culla dell’opera, quindi esibirsi lì sarebbe un sogno. Il pubblico italiano è composto da veri intenditori – sanno esattamente cosa amano e apprezzano la purezza della lingua e dello stile, il che rappresenta un ambiente fantastico per un cantante. Come artista non italiana devi essere preparata alla perfezione per soddisfare questi standard elevati, specialmente con così tanti leggendari cantanti italiani a cui ispirarsi. Attendo il mio debutto italiano con grande entusiasmo e spero che avvenga molto presto!

    Cara Signora Baikoff, a nome dell’intera redazione desidero ringraziarla per la sua disponibilità e per l’entusiasmo che ha condiviso con noi. Le auguriamo un continuo successo per tutto il prosieguo della sua carriera.

  • Voice, Passion, and Versatility: An Exclusive Interview with Soprano Erika Baikoff

    Introduction

    The spotlights of the Verbier Festival 2026 are ready to illuminate one of the most talented and versatile singers on the contemporary opera scene: Erika Baikoff. Renowned for her luminous timbre, nuanced interpretive sensitivity, and flawless vocal technique, the Russian-American soprano is set to captivate audiences in the highly anticipated performance of Carl Orff’s Carmina Burana.

    Nurtured in an environment steeped in great literature and music—ranging from Tchaikovsky and Prokofiev to the masters of German Lied and French mélodie—Erika Baikoff has built a distinguished and vibrant career. A graduate of the prestigious Lindemann Young Artist Development Program at The Metropolitan Opera in New York, she has collaborated with globally acclaimed conductors such as James Gaffigan and Daniele Rustioni.

    In this exclusive interview for Il Patto Sociale, the artist generously shares her emotional and vocal approach to masterworks of the repertoire, her deep-seated passion for chamber music, her impressive versatility in spanning roles from Mozart and Rossini to full-scale operatic drama, and the thrill of stepping onto the world’s premier stages.

    Interview by Karl Wolfsgruber, July 25, 2026, Verbier (Switzerland) Transcription and translation by Irene Borgatti

    Question 1

    The audience in Verbier is eagerly awaiting your performance of Carl Orff’s Carmina Burana on July 25th. It is a powerful, rhythmic, and visceral work, where the soprano’s voice brings a moment of pure lyricism, ecstasy, and sensuality (think of celebrated passages like ‘In trutina’ or ‘Dulcissime’). How are you approaching this role from both a vocal and emotional standpoint, and what does it mean to you to perform on such a prestigious stage as the Verbier Festival?

    Erika Baikoff: Carmina Burana is a very special piece. Virtually everyone recognizes it—or at least the beginning and the end—whether they study music or simply know it from commercials. That creates a lot of anticipation, making it a very exciting work to perform.

    For the soprano, it’s essentially like enjoying a free 40-minute concert before stepping on stage; you truly have the best seat in the house! It’s thrilling to listen to, but you also have to prepare for your entrance. Even the initial entry, while not as exposed as Dulcissime, is very light. It’s a demanding, difficult, and stressful piece to sing. You really have to be brave, take a deep breath, and just go for it.

    What makes this experience wonderful for me is working with Maestro James Gaffigan. I’ve collaborated with him before—in fact, the first time was right here in Verbier when I sang Musetta in La Bohème during my time in the Young Artists Program. It gives you so much energy to work with a conductor who believes in you and supports you. There’s almost no stress singing with him because I know that whatever happens, he’ll be there, and we’re all playing as a team.

    In terms of vocal preparation, I approach it with the same care and dedication as any other repertoire, though it requires a bit more courage. That famous section comes out of nowhere and completely stops time. There’s no orchestral cushion underneath you—the choir and orchestra stop, and boom, you’re on your own. You simply take a breath, cross your fingers, and trust that you’ve practiced enough.

    Question 2

    As an American soprano of Russian heritage and a graduate of the Metropolitan Opera’s Lindemann Young Artist Development Program, who has also achieved major success in Lied and chamber music competitions—such as the Helmut Deutsch Liedwettbewerb and the Concours Nadia et Lili Boulanger—how have your dual cultural roots, your elite Met training, and your work in both opera and art song shaped your artistic journey? In your view, what is the main difference between the intimate, nuanced dimension of a Lieder recital and the grand scale of the operatic stage?

    Erika Baikoff: I come from a very diverse background, drawing from both the old and the new. My parents are Russian, but I was born in America. I grew up speaking Russian at home because my parents wanted me to experience the richness of another culture and language, so I only learned English when I started kindergarten. Russian literature and music were central to my upbringing—I grew up with Dostoevsky, Pushkin, Tchaikovsky, Prokofiev, Shostakovich, and Rachmaninoff.

    I also grew up dancing and originally wanted to be a ballet dancer. I was fortunate that in every school I attended, a pianist played live for our classes—beautiful Chopin études or improvisations on Tchaikovsky and Glinka ballets. Over time, I realized I wanted to create the music myself rather than just move to it. While I still love dance, my core passion was always the music itself.

    This linguistic foundation sparked a deep interest in other languages. In university, instead of majoring in music, I pursued a degree in French literature, focusing on French surrealism and the poet Robert Desnos. Later, I studied Italian and German. This literary background naturally opened my ears to art song, where the poetry is often more nuanced, poetic, and profound than standard opera librettos, which tend to rely more on repetition. While operatic texts are beautiful, they don’t always reach the same philosophical depth as Goethe, Heine, or Apollinaire.

    Understanding these languages allows you to unlock different colors and mentalities. Today I live in Germany, and while I wouldn’t say I am perfectly fluent, I can communicate comfortably. As singers, our unique strength compared to instrumentalists is that we have text. That is why understanding and speaking the text is essential—even in Carmina Burana, the text is wonderfully strange, provocative, loving, and unexpected.

    My path into opera was somewhat unconventional. After finishing my degree in French literature, I wanted to study abroad in the U.K., where I completed a Master’s degree exclusively focused on art song and Lieder. During that program, I gave a recital every month, which exposed me to a vast breadth of song repertoire.

    My very first operatic experience with a conductor came right after my Master’s, singing Anna in Nabucco alongside Maestro Daniele Rustioni, an incredible cast, and the Lyon Opera Orchestra. Jumping into that production taught me how to follow a conductor and sing over a full orchestra in just three days of rehearsal. That was the moment I fell in love with opera.

    Opera requires a completely different vocal approach. You have to project over a massive orchestra and fill a house like the Metropolitan Opera—with its 3,800 seats—so it inherently cannot be as intimate as a Lieder recital. Yet, I love that contrast.

    After my time in the Young Artists Program in Lyon, I joined the Lindemann Program at the Met. During my interview with them, I was honest: I explained that I’m not a standard opera singer because art song is an essential staple of my artistic identity. They were wonderfully supportive and allowed me to pursue both paths. I feed my soul through intimate collaborations with pianists and chamber ensembles, and I satisfy my passion for grand theater on the opera stage.

    Building this career required hard work, but also the support of an incredible team. Sometimes casting directors ask, “What does she actually do?” because my repertoire spans roles that don’t always conventionally overlap—like Zerbinetta and Juliet. But if you keep the voice flexible and light, and train strategically with the right coaches, you can navigate both worlds.

    Question 3

    Your repertoire showcases extraordinary versatility: from Mozart (Zerlina, Barbarina) to Rossini (Clorinda), all the way to French repertoire (Barousse, Ravel) and the Russian tradition. Is there a specific role or composer where you feel particularly ‘at home’ at this stage of your career, and what is a dream role you hope to debut in the coming years?

    Erika Baikoff: Emotionally, Russian repertoire will always feel like home, even if it isn’t fully where my voice sits right now. Vocally, I deeply love Richard Strauss. There is a depth to his writing that is rare for higher voice types. Whether singing Sophie, Zerbinetta, or Zdenka, there is a grounded core to the sound, even as you shimmer above the orchestra. My voice enjoys being elastic, and Strauss allows for that freedom within a rich orchestral texture. Operatically, he is the composer I love singing most.

    I also have a profound affection for Mozart. I love the mathematical clarity, the humor, and the fact that his roles can grow with an artist throughout their career. In The Marriage of Figaro, for example, a soprano might start with Barbarina, move on to Susanna, explore Cherubino or the Countess, and later in life perform Marcellina. It’s a score that lives with you. The same applies to Don Giovanni, moving from Zerlina to Donna Anna or Elvira.

    Mozart requires impeccable technique and pure intonation because the writing is so transparent and exposed. Conducting Mozart is equally challenging; his music has a youthful, driving energy that dies the moment you lose momentum. So, if I had to choose, Strauss and Mozart are my true artistic homes.

    Question 4

    Throughout your career, you have already collaborated with top-tier conductors—such as Daniele Rustioni, and Nathalie Stutzmann—and performed in major European venues (from the Bavarian State Opera to the Théâtre des Champs-Elysées in Paris). Having recently interviewed the Director of the Verbier Festival, I’m curious to ask: among your future plans, is there a desire to debut on major Italian stages, perhaps right here in Milan?

    Erika Baikoff: Absolutely! Italy is the birthplace of opera, so it would be a dream to perform there. Italian audiences are true connoisseurs—they know exactly what they like and appreciate the purity of the language and style, which is a wonderful environment for a singer. As a non-Italian artist, you have to be thoroughly prepared to meet those high standards, especially with so many legendary Italian singers to look up to. I await my Italian debut with great excitement and hope it happens very soon!

    Dear Ms. Baikoff, on behalf of the entire editorial team, I would like to thank you for your availability and the enthusiasm you shared with us. We wish you continued success throughout your career.

  • ‘L’atmosfera a Verbier? Divertimento!’. Intervista al Maestro Martin Engstroem, Fondatore e Direttore del prestigioso Festival della cittadina svizzera

    Segue la traduzione in italiano dell’intervista fatta in data 1° luglio 2026 al Maestro Martin Engstroem, Fondatore e Direttore del Prestigioso Verbier Festival (a seguire, il testo originale in lingua inglese).

    1. Maestro Engstroem, nel 1994 Lei ha trasformato un piccolo villaggio delle Alpi svizzere in una delle capitali mondiali della musica classica. Qual è stata l’intuizione iniziale e qual è un aneddoto unico o una sfida dei primissimi tempi che ricorda ancora con affetto?

    Sono sempre stato un imprenditore nel mondo della musica; ho sempre creato da solo le mie opportunità lavorative. Tra il 1975 e il 1987 ho diretto un’agenzia di management concertistico a Parigi, lavorando principalmente con cantanti e direttori d’orchestra. Tra i miei direttori d’orchestra figuravano Giuseppe Sinopoli, Karl Böhm ed Eugen Jochum; gestivo inoltre il management generale di Renato Bruson. Quando ho lasciato Parigi, nel 1987, curavo gli interessi di circa duecento artisti tra cantanti e direttori.

    La figura dell’agente si colloca costantemente tra l’artista e l’organizzatore, il che costringe ad essere un professionista del compromesso; è raro che le proprie idee personali trovino un reale spazio di ascolto. Ci si ritrova divisi tra l’artista, che esige sempre un compenso maggiore, e l’organizzatore, che richiede sempre più tempo per le prove: un equilibrio che andava e va gestito quotidianamente.

    Dopo aver lasciato l’agenzia mi sono trasferito con la mia famiglia a Montreux, in Svizzera. Verbier era molto vicina, a circa un’ora di distanza, ed è lì che abbiamo iniziato a sciare con i nostri figli, per poi affittare uno chalet. Poi, nel 1991 ho trascorso l’estate a Verbier con i ragazzi e ho scoperto la bellezza di questa stazione montana durante la stagione estiva. Era deserta, non c’erano quasi turisti; gli hotel e i ristoranti erano aperti, ma completamente vuoti. Ho pensato quindi che fosse il luogo ideale per dare vita a un festival. Poi, a tutto ciò si aggiungeva il fatto che Verbier sia una strada senza uscita, priva di traffico di transito: non ci si passa, infatti, per caso, Verbier dev’essere la propria destinazione intenzionale. La combinazione tra questa piccola isola tra le montagne e il mio desiderio di creare qualcosa di personale – non più come semplice agente, ma per tradurre in realtà le idee accumulate negli anni – ha rappresentato una grande sfida e un enorme stimolo. Desideravo inoltre fondare un festival che non includesse cantanti, poiché dopo dodici anni ne avevo abbastanza… ed ero anche sposato con una cantante, perciò volevo concentrarmi esclusivamente sugli strumentisti e sulle masterclass. È così che è nato il progetto.

    1. Creare dal nulla un festival di questa portata richiede una visione straordinaria. C’è stato un momento preciso in cui ha compreso che la scelta del villaggio di Verbier si fosse rivelata vincente?

    È difficile dirlo, poiché ogni aspetto rappresenta una costante battaglia. Non esiste un singolo momento in cui si possa affermare: «Ce l’ho fatta». Una volta concluso il festival, è necessario reperire quattordici milioni di franchi svizzeri per finanziare l’edizione dell’anno successivo. E per trovare tali fondi bisogna svegliarsi molto presto la mattina e bussare a moltissime porte. Nulla può essere dato per scontato. Siamo circondati da molte persone generose che ci sostengono finanziariamente, ma alcuni hanno interrotto le donazioni, altri sono venuti a mancare e altri ancora non desiderano più contribuire. Pertanto, è necessario ricercare costantemente nuove fonti di reddito. Di conseguenza, non si sperimenta mai un momento in cui poter dire con assoluta certezza: «Ce l’ho fatta».

    1. Milano e la Lombardia vantano una straordinaria tradizione musicale. Basti pensare al Teatro alla Scala o alle prestigiose scuole di musica presenti sul territorio. Qual è il Suo rapporto personale con la cultura musicale italiana?

    L’Italia è indubbiamente una nazione di cantanti per eccellenza. Vi è una tradizione di canto straordinaria: si canta ovunque, per strada, nei cori, a casa… Il canto fa parte del vostro DNA. Per questo motivo, ai miei occhi, l’Italia è sinonimo di voce. Naturalmente nel corso degli anni avete espresso violinisti eccellenti, come Uto Ughi e Salvatore Accardo, o pianisti del calibro di Maurizio Pollini, e oggi vi sono ottimi giovani pianisti. Tuttavia, il numero di cantanti e direttori d’orchestra rimane sbalorditivo. Per me, quindi, l’Italia è legata alla voce.

    Ciononostante, i migliori musicisti d’archi – come violinisti e violoncellisti – cantano attraverso i propri strumenti. Ritengo che molti di loro potrebbero trarre grande beneficio dalla tradizione italiana e dal vostro modo di fraseggiare. Ricollegandomi alla Sua domanda iniziale, credo che in Italia non vi siano molti festival di musica da camera o di musica strumentale. Vi sono moltissimi festival lirici, ma mancano grandi rassegne strumentali; spero dunque che gli italiani amanti del pianoforte, del violino, della musica strumentale o orchestrale decidano di venire a Verbier. Siamo estremamente vicini alla Valle d’Aosta e al confine italiano e potremmo certamente accogliere un pubblico ancora più numeroso proveniente dall’Italia.

    1. Gli appassionati di musica milanesi sono abituati a palcoscenici storici e teatri tradizionali. Cosa rende, a Suo avviso, l’esperienza d’ascolto del festival nel cuore delle montagne del Vallese così unica e imperdibile per il pubblico di Milano?

    Sono fermamente convinto che un festival musicale debba differire dai concerti che si ascoltano durante il resto dell’anno. Durante la stagione concertistica ordinaria ci si reca in un auditorium o in un teatro, spazi che per definizione sono al chiuso. È lo stesso luogo che si frequenta una volta alla settimana o una volta al mese, a seconda delle proprie abitudini, e l’attenzione è focalizzata principalmente sulla musica.

    Partecipare a un festival, pur rimanendo un evento musicale, si configura anche come un’esperienza sociale ed emotiva. Vivere un festival musicale tra le montagne amplifica del doppio o del triplo questa esperienza, poiché la natura si impone con forza. La struttura in cui si tengono i nostri concerti a Verbier è una tensostruttura solida, ma non è un edificio permanente; viene montata ogni anno appositamente per l’evento. Se fuori piove intensamente o se c’è un temporale, lo si avverte chiaramente all’interno. Ci si ritrova seduti con un piede nella natura e uno nella musica, e questo connubio è straordinario.

    Ritengo che ciò valga anche per gli artisti. C’è un’atmosfera speciale nel partecipare a un festival estivo. Verbier si popola di musicisti: vi sono violinisti, pianisti, studenti, e tutti assistono alle esibizioni reciproche. Può capitare che Evgeny Kissin tenga un recital e che in sala vi siano Yuja Wang o Martha Argerich ad ascoltarlo. La presenza di così tanti colleghi tra il pubblico è stimolante per alcuni musicisti, mentre per altri è fonte di grande tensione e ansia. In ogni caso, è un elemento che arricchisce l’evento. Questa è l’essenza di Verbier: una piccola isola densa di artisti, musicisti e studenti che si ascoltano a vicenda, dove la combinazione tra la presenza attiva dei giovani, dei grandi interpreti, dei concerti e della natura montana crea un insieme fantastico.

    1. Il Verbier Festival è celebre per la sua capacità di far dialogare grandi leggende della musica e i migliori giovani talenti mondiali attraverso la sua Academy. Qual è, secondo Lei, l’importanza di questo passaggio di testimone generazionale in un’epoca digitale così frenetica?

    Ho sempre pensato che il pubblico sia attratto principalmente da due categorie: le grandi celebrità o i giovani talenti emergenti. Questo principio ha sempre guidato la mia programmazione artistica. Per far salire il pubblico fino a Verbier devo proporre i nomi più altisonanti, ma desidero anche stuzzicare la loro curiosità introducendo volti nuovi. Il festival è da sempre questo connubio tra star e studenti. Pur rispettando la fascia intermedia di artisti, tendo a non invitarne molti. Di conseguenza, accogliamo moltissimi giovani musicisti di età compresa tra i 13 e i 25 anni e numerose celebrità.

    Molte di queste star, come Maxim Vengerov, Yuja Wang o Evgeny Kissin, sono giunte a Verbier quando erano ancora adolescenti. Non dimentichiamo che il festival ha ormai 33 anni di storia, il che significa che abbiamo visto passare quasi due generazioni di musicisti. Coltivo inoltre uno spirito di familiarità per cui amo invitare nuovamente, anno dopo anno, quegli artisti che hanno frequentato Verbier in tenera età. Khatia Buniatishvili, ad esempio, è arrivata qui a 15 anni e da allora è tornata ogni estate. Alcuni di questi artisti hanno mosso i primi passi proprio all’interno dell’Academy: Mao Fujita è venuto a Verbier per la prima volta a 17 anni come studente dell’Academy. Cerco quindi di supportare i giovani artisti, ma non in modo indiscriminato: mi concentro solo su coloro nei quali ritengo valga davvero la pena investire. La scelta degli inviti è fortemente soggettiva: posso invitare soltanto gli artisti in cui credo personalmente. Non convoco nessuno per il solo fatto che abbia vinto un concorso, o perché un mio sponsor mi riferisca che il proprio fratello suoni il pianoforte; non assecondo queste logiche. Chiunque giunga a Verbier è stato invitato da me in prima persona, e sono sempre in grado di spiegare al mio pubblico le ragioni di tale scelta.

    1. Se dovesse descrivere l’atmosfera di Verbier a un lettore che non ha ancora visitato il Festival, quali tre parole sceglierebbe?

    Divertimento, divertimento, divertimento! (Fun, fun, fun!)

    1. Guardando al futuro del Verbier Festival, quali sono le prossime sfide che desidera intraprendere o i sogni che vorrebbe vedere realizzati?

    Un sogno che ho già realizzato è stato quello di esportare il Verbier Festival in Asia. Tra i mesi di gennaio e febbraio scorsi abbiamo inaugurato il nostro primo festival in Cina, denominato Shenzhen Verbier Festival. Abbiamo siglato un accordo a lungo termine con la municipalità cinese, realizzando circa trenta concerti in dieci giorni, oltre a numerose masterclass; è stato un successo straordinario. Hanno preso parte all’evento Martha Argerich, Mikhail Pletnev, Joshua Bell, Gautier Capuçon, Mischa Maisky, Lang Lang, Yuja Wang e molti altri amici storici di Verbier. Creare un festival musicale in Asia era un mio grande desiderio: in Europa si contano migliaia di festival e in America centinaia, mentre in Asia ne esistono soltanto quattro o cinque, e non di particolare rilievo. Il format del Verbier Festival si è rivelato un grande successo e intendiamo proseguire questa avventura.

    Un secondo sogno, non ancora realizzato, consiste nella costruzione di una sala da concerto permanente a Verbier. Abbiamo avviato i lavori di progettazione: disponiamo di un piano d’azione, del terreno e del benestare delle autorità comunali locali. Il team è di altissimo livello e comprende l’architetto Kengo Kuma e il miglior ingegnere acustico al mondo, Yasuhisa Toyota. Ora spetta a me reperire i fondi necessari, quantificabili in circa ottanta milioni di franchi svizzeri. Confido tuttavia che riusciremo nell’intento e che nell’estate del 2031 potremo accomodarci all’interno di una sala permanente. Sono convinto che se un festival di questa natura, situato in montagna, si dota di una sala da concerto propria, si trasforma in un’istituzione permanente. In questo modo, ricollegandomi alla Sua prima domanda, la continuità del festival anno dopo anno diventerà una certezza e non più un interrogativo.

    Note biografiche del Maestro Engstroem:

    www.verbierfestival.com/en/musician/engstroem-martin/

    Segue l’intervista in lingua originale (inglese).

    Intervista trascritta dalla professionista interprete Irene Borgatti in data 1 luglio 2026.

    1. Maestro Engstroem, in 1994, you transformed a small village in the Swiss Alps into one of the world capitals of classical music. What is it that initially sparked this idea, and what is a unique anecdote or challenge from the very early days that you still remember fondly?

    I’ve always been an entrepreneur in music. I’ve always created my own jobs. I used to have a concert management agency in Paris between 1975 and 1987. I was working mainly for singers and conductors. Some of my conductors were Giuseppe Sinopoli, I worked with Karl Böhm, with Eugen Jochum, I had the general management of Renato Bruson, I had many, many, about 200 singers and conductors when I left Paris in 1987. When you are an agent, you’re always between the artist and the organizer, so you’re always an agent of compromise, and it’s rare that your ideas will find some interest. It’s between the artist, who always wanted more money, and the organizer who always wanted more rehearsal time, so you had to balance this constantly. Once I left the agency, I came to Montreux in Switzerland with my family, and Verbier was very close to Montreux. It still is, it’s one hour. And we started skiing there with our children and then we rented a chalet. In 1991, I spent the summer in Verbier with my children, and there was a moment where I discovered this beautiful mountain resort in the summer. It was empty, there were hardly any tourists, and the hotels and restaurants were all open, but nobody was there. So, I thought this was an ideal place to make a festival and then also the fact that Verbier is a dead end, there’s no traffic going through Verbier. You don’t come to Verbier by accident, you really have to see it as your destination. And so the combination of this little island in the mountain and also me, who was ready to create something for myself, not only being an agent, but, really, to transform all the ideas I had over the years into a reality, that was a big challenge and a big interest, and also, I wanted to create a festival without any singers, because after 12 years I had had enough of singers. I was also married to a singer, so I wanted to concentrate on instrumentalists and masterclasses, so that’s how it came to be.

    1. Creating a festival of this magnitude out of nothing requires an extraordinary vision. Was there a specific moment when you realized that it had paid off to choose the village of Verbier for the Festival?

    It’s difficult to say, because everything is a fight. There is never one moment when you can say “I made it”. Because once the festival is over, you have to find 14 million Swiss francs to create next year’s festival. And where do you find that money? You have to get up very early in the morning and knock on very many doors. So, there’s nothing you can take for granted. We have many generous people around us who give us money, but some people stopped, some people passed away, and some people don’t want to give any longer. So, you constantly have to find new sources of income. So there’s never really a moment where you can say “I made it”.

    1. Milan and the Lombardy region of Italy have a great musical tradition. Just think of the Teatro alla Scala or the many great music schools that are found in this region. What is your personal relationship with the musical culture of Italy?

    Italy is, of course, a nation especially of singers. It is an amazing tradition in Italy to sing. You sing everywhere, you sing on the street, you sing in choruses, you sing everywhere, at home… Singing is in your blood. Therefore, for me Italy is all about the voice. Of course, you have had some very good violinists over the years, such as Uto Ughi and Salvatore Accardo, Maurizio Pollini, and now there are also some good young pianists. But the amount of singers and conductors is amazing. So for me Italy is about the voice. But, you know, the best string players, such as violinists and cellists, sing on their instruments. So I think that many string players could learn a lot from Italian traditions and the way of phrasing. Coming back to your initial question, I think they are not many chamber music festivals or instrumental festivals in Italy. There are very many opera festivals, but not really big instrumental festivals, so I would hope that Italians who like pianists, violinists, and instrumental music or orchestra music would come to Verbier. We’re so close to Aosta Valley, we’re so close to Italy. But we still could have more public from Italy.

    1. The music lovers of Milan are accustomed to historical stages and traditional theaters. What, in your opinion, makes the listening experience of the festival, in the heart of the Valais mountains, so unique, and something that even a Milan audience will not want to miss?

    I truly believe that a music festival should be different from a concert during the year, because when you go to a concert during the year, you go to a concert hall. A concert hall is, by definition, inside. It is the same place you go to once a week or once a month, it depends on how often you go. It’s more about the music. Going to a festival is, of course, also a musical event, but it’s also a social event. It’s also an emotional event. Having a music festival in the mountains is for me doubling or tripling the experience, because the nature is so strong. The place where we have our concerts in Verbier is a strong tent, but it’s not a permanent building. It’s a building which we erect every year for the festival, so when it rains a lot outside, you hear it, if there is thunder, you hear it. So, you sit with one foot in the nature, and you sit with one foot in the music, and this combination is fantastic. I also think that, for the artists. There is a special feeling going into a music festival in the summer. Because Verbier is full of artists: there are so many violinists, so many pianists, so many students, and they all go and listen to each other. You have Kissin playing a recital, you have Yuja Wang in the hall, you have Martha Argerich listening to him… you have lots of colleagues listening, and for some musicians, this is fantastic. For other musicians, it’s a catastrophe, because they get so nervous having their colleagues listening in the hall. But it adds something. And this is Verbier. It’s a little island full of artists, full of musicians, full of students who listen to each other, and this combination between active students, active artists, and concert, mountains, nature, is a fantastic combination.

    1. The Verbier Festival is renowned for bringing together musical legends and the world’s best young talents through its Academy. What, in your opinion, is the importance of this generational passing of the baton, in this fast-paced digital age?

    I always thought that the public is interested in two things: either in the stars or in the young up-and-coming artists. That has always been how I work on my artistic programming. To get public coming up to Verbier, I have to offer them the biggest names, but I also want to tickle their curiosity, I want to introduce new names. And Verbier has always been this combination between stars and students. The middle section of artists I, of course, respect, but I don’t invite so many of them. So you have lots of young musicians, between 13 and 25 years old, and you have lots of stars. Some of these stars, like Maxim Vengerov, Yuja Wang, Kissin, and so on, they came to Verbier when they were teenagers. Don’t forget our festival is 33 years old, so it’s almost two generations of musicians who have come to Verbier. I also have this feeling of family attitude whereby I like to have musicians back, year after year, who came to Verbier as very young. Khatia Buniatishvili, for instance, she came to Verbier when she was 15, she came every year. Some of these artists also started in the Academy. Mao Fujita came to Verbier for the first time when he was 17 and he went to the Academy. So I try to take care of young artists, but not of everybody: just those I think are worth investing in. It’s all very subjective, who you invite. I can only invite those that I believe in myself. I don’t invite people automatically because they want a competition or because my sponsor tells me that his brother plays the piano… I don’t do any of that. Everybody who comes to Verbier I have invited and I can tell my public why I invited this person.

    1. If you were to describe the atmosphere of Verbier to a reader who has not yet been to the Festival, what three words would you choose?

    Fun, fun, fun!

    1. Looking to the future of the Verbier Festival, what are the next challenges you want to take on, or the dreams you want to see realized?

    One dream I have realized is to create a Verbier Festival in Asia. Last January and February, we created our first festival in China, it’s called the Shenzhen Verbier Festival. We have made a long-term agreement with this Chinese town and we had about 30 concerts there in ten days and masterclasses, and it was fantastic. There were Martha Argerich, Pletnev, Joshua Bell, Gautier Capuçon, Misha Maisky, Lang Lang, Yuja Wang, lots of friends from Verbier. It was always a dream for me to create a music festival in Asia, because there are thousands of festivals in Europe, there are hundreds of festivals in America, but there are only four or five festivals in Asia, and they’re not very interesting festivals. So the concept of the Verbier Festival became a big success, and so now we are continuing this adventure. Another dream which is not yet realized is to construct a concert hall in Verbier. We have started working on it, we have a plan, we have a piece of land, we have the OK from the local authorities, from the commune, we have an architect called Kengo Kuma, we have an acoustician, the best in the world, called Yasuhisa Toyota, so we have a good team. I have to look for the money. I have to look for about 80 million Swiss francs. But I think we’ll get there, and I think in summer 2031 we will sit in a permanent concert hall. I think that if a festival like this, in the mountains, has a concert hall, it becomes an institution, it becomes something permanent, and that way, I think, coming back to your first question, it will be less of a question every year whether the festival will continue or not.

  • A 10 anni dalla scomparsa del Duca Bianco esce la biografia “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo” di Paul Morley

    A dieci anni dalla scomparsa di David Bowie, il 9 gennaio 2026 esce per Hoepli la biografia “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo” di Paul Morley, uno dei biografi più autorevoli del mondo musicale britannico, giornalista di NME, autore anche del volume di successo “The Age of Bowie”.

    La versione italiana, curata da Ezio Guaitamacchi, con la traduzione di Leonardo Follieri, è accompagnata da una prefazione scritta a quattro mani di Manuel Agnelli e Paolo Fresu.

    Non una semplice biografia, ma un viaggio a struttura tematica dentro l’universo di un artista che ha riscritto le regole della musica, dell’arte e dell’identità. Dalla Londra ribollente degli anni ’60 alla Berlino sperimentale, dalla nascita di Ziggy Stardust al mistero del Duca Bianco, fino all’ultimo saluto cosmico di Blackstar: ogni tappa rivela un Bowie diverso, sempre un passo avanti al proprio tempo.

    Il libro è organizzato in capitoli che riflettono la natura duale dell’artista (“Fantasia e realtà”, “Sopravvivenza ed esistenza”, “Arte e morte”, “Est e Ovest”, “Caso e ordine”, ecc.). Morley delinea il paesaggio culturale e sociale in cui Bowie si muove, ne racconta gli incontri, le ispirazioni, i timori, anche attraverso estratti di interviste e analisi di performance e collaborazioni, costruendo una sorta di “playlist” esistenziale, che va oltre le sue hit e mostra come l’artista abbia saputo anticipare estetiche e paure del XXI secolo.

  • Addio Ornella

    Il Patto Sociale si unisce al cordoglio per la scomparsa di Ornella Vanoni, la sua voce, le sue canzoni resteranno patrimonio comune

  • Musica e società

    L’arte non vuole più essere apparenza e gioco ma intende diventare conoscenza (T. Mann- Doctor Faustus)

    Hans Heinrich Eggebrecht (Musicologo tedesco, nato a Dresda il 5 gennaio 1919 e morto nel 1999) dichiarò: “emozione matematizzata, o mathesis emozionalizzata, la musica induce la sensualità alla ragione, l’emozione all’armonia, in questo sta la sua forza etica, formativa, religiosa, utopistica…”

    Ci sono molti modi di ascoltare la musica e altrettanti di considerarla. Il compositore americano Aaron Copland ne ha scelti tre: “l’amatore indifferente” che la ascolta magari come sottofondo o, comunque per distrarsi da altre occupazioni; il “tecnico” che ne coglie la costruzione, che sta attento a identificarne il tema o i temi, che la giudica in base alla sua originalità compositiva; l’”espressionista” che la ascolta nel suo insieme cercando di coglierne il significato intrinseco.

    Anche T. W. Adorno (Introduzione alla sociologia della musica – 1962 – ed ital. 1971) suddivide in modo simile i vari modi di ascoltare la musica. Per lui i tipi di ascolto sono sei. Comincia con il “professionista”, solitamente un esecutore o un compositore, che affronta ciò che sente in modo puramente tecnico-formale. Ciò che attira la sua attenzione è la logica costruttiva dell’opera. Poi c’è il “buon ascoltatore” che capisce la musica come ciascuno capisce la propria lingua: vi trova un significato che lui coglie (o crede di cogliere) e gli interessa poco la costruzione strutturale. Solitamente non è un tecnico e non dà particolare importanza ai dettagli musicali preferendo cercare di cogliere il filo conduttore di ogni composizione, ascoltata nel suo insieme dall’inizio alla fine. Il terzo tipo è il “consumatore di cultura”. Costui è informato sulla biografia dei compositori e la storia delle opere cui assiste nei concerti con una certa assiduità. Il quarto è colui che non si interessa per nulla della partitura e del compositore e preferisce abbandonarsi al semplice flusso sonoro. Quasi come lui è il quinto ascoltatore che, tuttavia, predilige la musica detta “leggera”. Questo tipo può essere un ferrato seguace di tale tipologia musicale oppure uno che ascolta le note per puro passatempo ed è indifferente, o quasi, a chi canta o cosa è suonato. L’ultimo tipo identificato da Adorno, il sesto, è lo “ascoltatore risentito” che suddivide in due categorie: chi ascolta solo musica pre-romantica e disprezza il resto e chi ama soprattutto il jazz. Il primo è un fan acceso di Bach e magari apprezza pure il canto gregoriano o la monodia secentesca. Il secondo è un esperto del jazz e considera “superata” o “inutilmente intellettualistica” la musica detta “classica”. Costui vede nel jazz una forma di ribellione alle regole sociali consuetudinarie. Ciò avviene nonostante anche il jazz, come successo pure al rock, sia oramai totalmente integrato nella comune vita sociale e sia stato assorbito dalla logica del mercato.

    Se consideriamo utile accettare le suddivisioni sopra citate di Copland e di Adorno, noteremo che il tipo “espressionista” espresso dal Copland e il “buon ascoltatore” identificato da Adorno sono pressoché coincidenti. È ovvio che, come in tutte le ripartizioni in tipologie, non esistano tipi “puri” e tra di loro esistano sfumature e sovrapposizioni.

    A prescindere in quale “tipo” ci si immedesimi nell’ascoltarla o per giudicarla, nella musica succede ciò che caratterizza tutte le altre forme artistiche: gli stili, i concetti, le forme appartengono all’epoca in cui sono concepite e, consciamente o inavvertitamente, ne sono l’espressione. Quasi sempre, indipendentemente dalla volontà dell’autore, ogni opera d’arte esprime un pensiero che non può prescindere dalle circostanze culturali dell’epoca o del segmento di società in cui si trova l’autore.

    Adorno scrive: “…quel che la musica dice è determinato in quanto cosa che appare, ma che è anche nascosto…la musica coglie l’assoluto senza mediazioni…” E il sociologo Gilbert Durand attribuisce alla musica “la funzione di metaforizzare, nel contrasto delle sonorità, l’intero dramma cosmico”. Schopenhauer, ancora più precisamente sostenne che ogni tipo di musica rappresenta una weltanschauung, cioè una “visione del mondo”.

    Nella formazione di un brano musicale la capacità tecnica del compositore è sicuramente importante e fa la differenza verso quella composta da chi è meno preparato o meno abile. Tuttavia, Croce sosteneva che nell’arte la “forma” è, in sé, anche “contenuto” e nella musica questa realtà diventa particolarmente evidente.

    Ogni autore è contemporaneamente, spesso inconsciamente, figlio del suo tempo oppure propositore di uno nuovo. Ciò non significa che tutte le opere musicali rappresentino nella loro completezza l’intera società o rispecchino esattamente tutto il periodo in cui vengono composte, né che la “proposta” tecnicamente più innovativa anticipi sempre il mondo che verrà. Comunque, che il compositore lo sappia o no, ciò che sta scrivendo risponde almeno in parte a quello che l’epoca gli chiede. O gli sta suggerendo.

    La musica di Bach, ad esempio, è “perfetta”, rassicurante, ordinata. Se riandate alle composizioni del periodo bachiano è naturale sentire come tutto sia perfettamente equilibrato e confortante. Non che manchi il movimento, tutt’altro, ma avviene all’interno di una struttura ben ordinata. “Matematica”, sostiene qualcuno. Non va dimenticato che si trattava di un artista che componeva da “direttore di Cappella” e che il clero e i nobili, suoi maggiori fruitori (e finanziatori), avevano tutto l’interesse a vedere la società come armonica e stabile. Tale doveva essere la percezione che si voleva fosse trasmessa al popolino e lì dentro non dovevano avere spazio sentimenti o desideri che si contrapponessero all’ordine costituito. Nessuna rivoluzione sociale, dunque: solo perenne stabilità. Esattamente come a molti potrebbe piacere che fosse la società in cui vivere. Anche ai nostri giorni. L’amatore di Bach è, magari inconsapevolmente, un conservatore.

    Già le cose cambiano con Vivaldi. Se si va a guardare la sua vita privata si scopre che pur facendo in qualche modo parte dell’élite non vi si trovava completamente a suo agio. Probabilmente ciò era dovuto al suo essere un prete, professione che, molto probabilmente, non viveva con intima convinzione. Era il tempo in cui nella sua società nascevano fermenti disorganici: le guerre che colpivano i vari territori arrivavano sempre più vicine e Venezia, dove viveva il “prete rosso”, era una realtà in espansione. Non una città ripiegata su sé stessa in un’auto-contemplazione, ma lanciata verso commerci ogni volta più lontani. Quella società ambiva a conquistare nuovi mercati, lottava contro i concorrenti. In altre parole era sempre alla ricerca di un nuovo “futuro”. È per questo che la sua era una musica viva, forte, evocativa. Pur rispettando i canoni tecnici richiesti dall’epoca, non si trattava di una musica “rilassante”. Era “ambiziosa” e, in un certo senso, sempre insoddisfatta.

    Con Mozart le cose furono ancora diverse. Gli esecutori (i “professionisti”), per loro natura più attenti alla forma che ai contenuti, lo trovano “geniale” e nessuno potrebbe affermare che i suoi pezzi musicali manchino di alcunché. La sua capacità creativa era eccezionalmente multiforme e, per lui come per tutti gli altri maestri, dobbiamo guardare le opere nel loro complesso e non considerarle singolarmente. Poiché nella sua epoca tutti i musici vivevano grazie al favore dei committenti, era naturale che componessero quel che loro era richiesto anche se personalmente avrebbero preferito fare altro. A suo modo, Mozart fu contemporaneamente a disagio e a suo agio nella società in cui viveva. Aveva un carattere giocoso e la sua ironia musicale divertiva e contestava nello stesso tempo. Rimaneva però attento ad offrire un piacere immediato agli ascoltatori. A rischio di diventare perfino “superficiale”. La sua musica non entra mai nel merito di possibili conflitti sociali esistenti e, tantomeno, fa riferimento a possibili drammi esistenziali individuali. È un’eccezione la sua “Messa da Requiem” nella quale il dramma della vita e della morte emergono con forza. In questa sua ultima opera, nemmeno da lui completata per morte sopraggiunta, viene a galla un’intima disperazione e per quanto anch’essa fosse stata commissionata probabilmente vi affioravano i suoi sentimenti più nascosti. Chissà se il motivo stava nella sensazione che la sua fine fosse vicina… Una composizione ben diversa dalle sue solite composizioni fu, stranamente, il concerto per clarinetto K622 ove si respira una certa volontà di affermare sé stesso e non solo assecondare l’auditorio. Anche lo “Scherzo musicale” K522 è dissonante rispetto alle sue solite composizioni. Lì sembra prendersi gioco degli ascoltatori dipingendo una vera e propria parodia in musica.

    Con una capacitò creativa quasi uguale a quella di Mozart si distinse in quell’epoca il nostro Boccherini. Anch’egli seppe sviluppare una originale capacità tecnica ma, forse per la ragione che non “serviva” alla Corte Reale e stava invece presso il fratello cadetto del Re, era molto più libero di “contestare” il potere costituito, pur senza esagerare. Non a caso le sue opere offrono al “buon ascoltatore” spunti concettuali a loro modo “rivoluzionari”.

    Nietzsche, che di musica ne capiva molto, aveva visto in Wagner il portatore di una musica “dionisiaca”, e la identificava in una volontà di affermazione virile, immediata, a suo modo sposa del mondo, della natura e dell’uomo che si “impone”. Quando entrambi cambiarono il loro modo di vedere il mondo, la loro amicizia finì. Wagner compose il Parsifal cedendo a sentimenti meno “rivoluzionari” anche per l’età che avanzava o perché non era più un paria musico-sociale come in gioventù ma era diventato, nel frattempo, una “star” riconosciuta. Le sue opere divennero più “mistiche” e più conformiste. Nietzsche, che intanto aveva approfondito il suo distacco dai valori dominanti (contemporaneamente alla “conversione” di Wagner, lui pubblicava “Umano troppo Umano” dedicandolo a Voltaire), lo rinnegò e per contrapporsi a lui decise di preferirgli Brahms o, soprattutto, Bizet. Brahms era un nuovo “classico” che tuttavia rompeva gli schemi precedenti e Bizet, da vero musicista mediterraneo, suggeriva una visione del mondo immediata, solare, vitalistica. Dionisiaca, appunto (Di certo, questa scelta portò Nietzsche anche ad esagerarne i meriti artistici ma ciò era legato al suo bisogno di “liberarsi” da Wagner). A proposito della musica wagneriana, non è per caso o per i contatti personali di Hitler con la famiglia del compositore che Wagner divenisse il compositore prediletto dai nazisti: la sua musica, piena di melodie che si accavallano e intrecciano e non lasciano alcuno spazio uditivo libero per l’ascoltatore è esattamente “totalitaria” così come voleva esserlo il mondo nazista. Una delle accuse che Nietzsche fece alla musica wagneriana fu proprio di voler arrivare al “ventre” saltando ogni contatto con il “cervello” dell’ascoltatore.

    Prima di Wagner, Beethoven e Schubert hanno descritto e rappresentato un mondo che voleva cambiare ed è quello che stava accadendo attorno a loro. In Europa c’era stata la Rivoluzione Francese e in tutto il continente le domande di rinnovamento della società e l’avanzare verso il potere di nuove classi sociali imponevano nuove sensibilità e un nuovo modo di essere. L’individuo diventava più importante della società nel suo complesso e l’affermazione personale, per realizzarsi, richiedeva una descrizione ottimista, forte, vincente. Tali sono le sinfonie di Beethoven: un singolo che si afferma contro tutti e davanti a tutto. Dice: io ci sono, esisto come individuo e mi relaziono con gli altri mettendo in evidenza le mie speranze e le mie ambizioni. Nessuna mediazione sociale, né verso il potere né verso la natura. L’individuo, in quanto tale, diventa “padrone del mondo”. Ecco il Romanticismo! Meno “romantiche” alcune delle Sonate, e soprattutto le ultime, la numero 31 opera 110 e la 32 Op. 111. Queste due, pur molto innovative nella forma, riportano al trionfo dell’ordine sul caos, della certezza contro l’incertezza. Della “pace” sulla “guerra”. Fu l’avanzare dell’età a spingerlo verso un atteggiamento più conservatore? O fu solo una questione anagrafica coincidente con la società stanca delle “rivoluzioni”?

    La metà dell’ottocento vide in tutta Europa il nascere di sentimenti di appartenenza nazionale e anche la musica, così come la letteratura, la pittura ecc., ne risentì. Smetana, Glinka, Dvorak e Liszt tra gli altri lo testimoniarono, recuperando e rielaborando le musiche popolari tradizionali. Ciò sta a dimostrare che ogni forma artistica risente allo stesso modo delle tendenze culturali della società che cambia (Un esempio più vicino a noi è rappresentato dalle reazioni localistiche alla globalizzazione: mentre le comunicazioni e gli intrecci si fanno sempre più veloci, si riscoprono i canti popolari e le canzoni in dialetto).

    Piu’ tardi, Stravinskij fu un maestro tra coloro che ruppero con il passato. I suoi balletti all’inizio fecero scandalo perché totalmente anticonformisti. Diede l’addio alla melodia, simbolo di valori comunemente riconosciuti e portatori di certezze. Pezzi come Il Rito della Primavera o Pulcinella sono la testimonianza immediata della natura che si auto-impone. Si affermano in modo autonomo, sfuggono gli schemi, suggeriscono la forza che la natura esprime, senza mediazioni: il mondo si afferma da sé!

    Che dire degli impressionisti? Come nella pittura, rinunciano alla razionalizzazione costruita dalla mente umana e si limitano a “sentire” ciò che li circonda. In Debussy, nonostante la tecnica usata sia sempre “umana”, sono le cose a imporsi, anche qui senza mediazione. Vi si ribellano gli espressionisti come Schoenberg e Webern che tornano a voler “leggere” il mondo scavando dentro sé stessi e riportando a galla un loro estremo soggettivismo come reazione alla solitudine e alla crisi create da un mondo alienato. La loro musica è a-tonale. Anch’essi contestano la tradizione, fino al punto in cui Schoenberg se ne scosta del tutto aprendo alla dodecafonia che è il vero rifiuto di ogni ordine costituito. Non è per caso che questa tendenza musicale sia contemporanea all’astrattismo pittorico di vario genere: è immediatezza e tuttavia soggettiva e interpretativa. I valori di riferimento sono sempre meno comuni e condivisi all’interno delle singole società e la loro assenza la si “vede” esplicitamente nella musica di Stockhausen o, per esempio, nel nostro Nono. In loro tutto è musica e niente lo è. Mancano i canoni comuni, i suoni si impongono tutti allo stesso modo e uno vale l’altro. È la società frammentata, conflittuale, che si auto-presenta come rifiuto dell’ordine costituito. È la perdita dei “valori comuni” o, in altre parole, l’atomizzazione del sociale. È quindi naturale che tutte le società totalitarie, sia comuniste sia fasciste, abbiano combattuto con tutti i mezzi questa forma artistica.

    Forse più di tutti, Il primo compositore (inizio novecento) che coscientemente e razionalmente (e pur rispettando i canoni classici) ha voluto rappresentare una sua personale e manifesta Weltanschauung attraverso le note è Gustav Mahler. Nelle sue opere diventa evidente come lui stesso identifichi la musica con la filosofia e gran parte del suo fascino, apprezzato da molti anche ai nostri giorni, sta esattamente in questo. Meno melodico, ma ugualmente “filosofo” seppur con un’altra “visione del mondo” fu anche Richard Strauss (In una società molto diversa perché di un altro tempo, pure il suo bisavolo Johann Strauss i cui valzer restano contemporaneamente la celebrazione di un impero e la premonizione della sua fine raffigurò perfettamente il tempo e il mondo in cui viveva.).

    Chi non ascolta la musica con costanza trova difficile coglierne il senso intimo e la dimostrazione del perché di questa difficoltà la si ha nella musica dodecafonica. Pensiamo, per capire tale meccanismo, a ciò che accade con le lingue straniere: se non le conosci, alle tue orecchie quel suono si presenta semplicemente come un insieme di rumori vocali senza significato. In quel caso, e nella migliore delle ipotesi, ci si limita ad apprezzare o, al contrario, essere negativamente colpiti dal loro puro tono, come se fosse fine a sé stesso. Di una lingua straniera che non si riesce a decifrare sfugge totalmente il senso, cioè il significato che chi la parla attribuisce ai suoni che pronuncia. Claude Levi-Strauss: “Fra tutti i linguaggi, soltanto la musica riunisce i caratteri contradditori di essere a un tempo intelligibile e intraducibile”.

    La difficoltà per molti di “leggerla”, e quindi capirla, fu la fortuna personale di Dimitri Shostakovich. Costui certamente non fu propriamente “organico” al sistema politico in cui si trovò a vivere. Eppure compose di tutto, dal jazz al balletto leggero, alle opere celebrative (vedi ad esempio la sinfonia N.7, Leningrado). A volte, pur correndo dei rischi, seppe musicare una critica sardonica allo stesso sistema totalitario che lo circondava (es.: la sinfonia N.3- Il primo di maggio oppure il concerto N.1 per piano, violino, orchestra e tromba N.35 del 1933). Nelle sue opere più intime, i quartetti, la sua anima si evidenzia in una weltanschauung esistenziale e il suo tema discorsivo è l’angoscia dell’esistere. A differenza di Tchaikovsky, pure autore di eccezionali opere drammatiche (vedi ad es. la sinfonia N. 4), per Shostakovich la sofferenza intima non è dramma: è tragedia.  i drammi colpiscono la vita degli individui, le tragedie sono universali. Il primo, attraverso sinfonie e balletti, è l’autore di un sistema musicale che resta organico con la società circostante e vive il personale disagio (era omosessuale in una società ancora omofoba) quasi intimamente, subendone le conseguenze senza ribellarsi. Il secondo, invece, vive virilmente il senza-senso del quotidiano essere: conosce il vuoto dell’esistenza, sa che la vita non ha un fine trascendente ma finisce con sé stessa. Allora vi si contrappone come uomo pensante e indomito. Fa venire alla mente Camus con il suo Prometeo: chi comanda è Zeus ma: “O Zeus, io sono un uomo è in quanto tale io sono la mia libertà”. Shostakovich non era ligio alle tematiche che il partito si aspettava da lui e il suo sentire non era quello del “realismo socialista”. Pur senza comprenderne il significato intrinseco, i gerarchi del PCUS (e lo stesso Stalin) a volte “percepivano” che la sua musica non era in linea con i “dettami” che avrebbe dovuto rispettare.  I custodi dell’ortodossia sovietica capivano che qualcosa non andava ma non riuscivano a coglierne esattamente il perché. Ogni tanto i sospetti furono così forti che il compositore fosse messo sotto accusa ed emarginato dalla nomenclatura artistica. Allora, come fece con la terza sinfonia chiestagli affinché celebrasse il Primo Maggio dei Lavoratori, compose qualcosa che potesse sembrare “organica” al regime eppure, se la si ascolta tenendo presenti le altre sue composizioni, si capisce che in fondo finisce con l’essere una parodia di quella stessa celebrazione. Un’altra ancora più evidente parodia del sistema totalitario sovietico la si coglie nel Concerto N. 1 citato poco sopra. Questa composizione è, di fatto, una caricatura. Comincia con citazioni pianistiche classiche che si trasformano in una marcia militare festosa e celebrante. Ben presto, tuttavia, si tramuta per ben due volte in una musica da circo, tipo quelle usate in quelle occasioni per accompagnare l’apparizione dei clown.

    Dove la vera weltanschauung di Shostakovich appare in tutta la sua evidenza è soprattutto nei quartetti. Di loro si potrebbe dire che, se anziché musica fossero state prosa, avrebbero potuto essere libri scritti da qualche esistenzialista alla Jaspers o alla Sartre.

    L’intrinseco significato filosofico e sociale della musica si riscontra anche nella musica cosiddetta “leggera”. Non è per caso che dopo la guerra le canzonette italiane furono sempre edificanti, melodiche, e i loro testi toccassero solamente temi intimi come l’amore o la natura. Più tardi, durante il miracolo economico e con l’avvicinarsi del sessantotto. si cominciò anche da noi a importare lo stile e i testi dei cantautori francesi alla Boris Vian, ai Brassens e ai Brel. Il benessere sembrava raggiunto e si cominciava la critica della società dei consumi e del perbenismo conformista. Fu in quel periodo che nacquero i nostri famosi cantautori, più o meno contestatori e più o meno politicamente impegnati. Detto ciò, una vera contestazione (anche generazionale) verso la società costituita arrivò in tutto il mondo con il rock. Questo ritmo fu una vera cesura col passato della musica “facile”. Basta con le melodie scontate: si imponeva la “protesta”, simbolizzata dallo spazio e dal ruolo dati alla batteria. Il ritmo diventa sincopato e dominante e rappresenta musicalmente la ribellione contro la società che altri, i “vecchi”, ancora controllano. La società dei consumi, però, sa tutto conglobare e perfino i Beatles, nati contestatori, furono presto trasformati in prodotto di consumo. Anche i Rolling Stones che sembravano essere impossibili da “assorbire” seguirono la stessa sorte. In poco tempo il rock fu assimilato smussandone la valenza “anarchica”. Nacque allora l’”hard rock”, ultimo tentativo di mostrarsi, in qualche modo, “contro”. In Francia i primi a provarci furono, con i loro testi e meno con la musica, gli Antoine e, dopo di loro, i Renaud. Quest’ultimo cantava esplicitamente: “Société tu m’aura pas”.

    Anche per loro, tuttavia, il destino è stato quello di essere inglobati e, se non è avvenuto a livello personale (nel caso di Renaud), lo è stato per la loro musica.

    Quella che non è mai stata inglobata, almeno fino a ora, è la musica dodecafonica. In questo caso la rottura di ogni ritmo o melodia è talmente difficile dall’essere accettata dal comune sentire che la sua diffusione popolare diventa pressocché impossibile. Eppure, è la rappresentazione più evidente delle società odierne nelle quali è impossibile identificare i valori comuni di riferimento. È la dissoluzione dei valori condivisi, la mancanza di orientamento collettivo nelle comunità. In questo tipo di musica ogni rumore diventa suono musicale e il pentagramma viene abbandonato per note nuove, improbabili, irripetibili nella razionalità quotidiana pur essendo proprio niente di più che totale quotidianità.

    Un’osservazione a parte merita il jazz. Nato come espressione di gruppi emarginati, ha trovato una ampia legittimazione in tutti gli strati della società nonostante fosse inizialmente la voce di chi di quella “società” non faceva parte. Con il tempo, anche questa musica è stata assorbita e introiettata. Questo stile musicale è sempre più diffusamente popolare e apprezzato anche da chi ne era contestato, fino a snaturarsi totalmente nel diventare perfino un sottofondo musicale da supermercato o da musica per le hall degli alberghi. “La funzione sociale del jazz coincide con la propria storia, che è la storia di un’eresia recepita dalla cultura di massa” (Adorno, op. citata).

    Tecnicamente, a suo modo e pur nella grande diversità formale, il jazz è come la musica dodecafonica: senza schemi, con il rifiuto (o almeno la lontananza) dall’ordine costituito. A differenza della dodecafonica però resta più “digeribile” e popolare. Questa accessibilità non è necessariamente una virtù perché il fatto che il jazz sia improvvisato, sedicente “spontaneo” e comprensibile da chiunque, deriva proprio dal fatto che non richiede né in chi lo suona né in chi lo ascolta, studi, regole, “letture” filosofiche. Ovviamente non alludo alla bravura necessaria in chi lo esercita perché, comunque, occorre essere in grado di ben padroneggiare note e strumenti. Penso, piuttosto, al fatto che chi lo suona vuole lasciarsi andare al sentimento del momento e, se non è solista, si coordina con gli altri esecutori che lo seguono o lo anticipano in modo istintivo come fa lui. È la vittoria del contingente sul necessario, dell’improvvisazione sull’elaborato. È il tipico sintomo di una società senza prospettive, senza meritocrazia. Una società ove studiare, programmare, razionalizzare non sono più valori riconosciuti e condivisi. Una società abbandonata a sé stessa, una società che non vede futuro o che non ha nemmeno più la consapevolezza di poterlo costruire.

    Quali saranno le future evoluzioni della musica nelle società del futuro? Quali le nuove “visioni del mondo” che troveranno forma attraverso i suoni? Nessuno, per ora, lo può prevedere con certezza salvo affidarsi agli indovini. Comunque, poiché l’arte, musica compresa, è sempre lo specchio della società che la circonda, poco per volta, qualche nuovo artista comincerà ad esserne interprete.

    Dario Rivolta (dicembre 2024)

  • Al Festival ‘Pescasseroli Legge’ numerosi gli ospiti dell’organizzatrice Dacia Maraini

    Dopo averlo ascoltato in un concerto di violino a New York, accompagnato dalla pianista e compositrice Cristiana Pegoraro, Dacia Maraini ne è rimasta così sorpresa, ammirandone fortemente il talento, tanto da volerlo fortemente all’apertura del Festival ‘Pescasseroli Legge’, che ogni anno organizza nella cittadina abruzzese. Leonardo Moretti è stato così uno degli ospiti più ammirati della rassegna di quest’anno, che ha visto protagonisti del mondo del giornalismo, della letteratura, della cultura. Il Concerto di Moretti, svoltosi nella cattedrale cittadina, è stato interamente dedicato alle donne, in duo con la nota pianista giapponese Yuki Ito, originaria di Nagoya, paese limitrofo al campo di prigionia dove Dacia Marini con la sua famiglia fu segregata nel ’43.  Dopo l’introduzione a cura della scrittrice, sono state infatti eseguite le opere delle più importanti compositrici dall’epoca classica a quella moderna (da Maria Theresia von Paradis a Lili Boulanger) senza dimenticare il romanticismo delle sognanti musiche di Clara Schumann e Fanny Mendelssohn.

    La rassegna del 2024 ha ospitato Sigfrido Ranucci e Victoria Cabello, ma negli anni si sono susseguiti nomi da Roberto Saviano a Elly Schlein.

    Presenti, per l’occasione, il Sindaco e gli assessori. Al termine del recital dopo la richiesta di più bis è seguita una standing ovation a cui ha partecipato con gioia anche la Maraini che il 13 novembre festeggerà il suo compleanno.

  • Quel milione e 900mila spettatori ad eventi musicali che contribuisce all’aumento del Pil

    Presentato a Roma, al ministero della Cultura, il Rapporto annuale attività musicali in Italia e all’estero, curato da Aiam (Associazione Italiana Attività Musicali). Sono intervenuti il sottosegretario Gianmarco Mazzi, Roberto Marti, presidente Commissione Cultura Senato, Federico Mollicone, presidente Commissione Cultura Camera, Antonio Parente, direttore generale Spettacolo del MiC, numerosi esponenti del mondo della cultura e delle istituzioni.

    “Con il Fondo Nazionale dello spettacolo dal vivo, nel 2023, abbiamo supportato 800 operatori musicali. Tra questi, 188 realtà private aderenti all’Aiam sono state finanziate con oltre 20 milioni di euro. Numeri che testimoniano l’importanza attribuita alla musica come motore di cultura e di coesione sociale”, ha sottolineato il sottosegretario Mazzi.

    I 206 soci dell’Associazione Italiana Attività Musicali, alla luce dei risultati ottenuti nel corso del 2023, chiedono al Governo di aumentare la capienza del Fondo Nazionale Spettacolo dal Vivo e fare in modo che raggiunga gradualmente l’1% del Pil. “La cultura che produciamo è benzina per il Paese, capace di incrementare per ben tre volte l’investimento fatto dallo Stato su di noi”, ha spiegato Francescantonio Pollice, presidente di Aiam, Numeri alla mano, infatti, a fronte di un contributo Fnsv di 20.540.583,81 euro le istituzioni Aiam hanno una spesa di costo del lavoro di 64.192.578,19 euro. L’insieme dei soci Aiam versa allo Stato, per lavoro dipendente o assimilato, una somma pari al 76,23% dell’importo assegnato.

    Le sponsorizzazioni e i contributi privati sono pari al 22,68%, seguiti dalle erogazioni delle fondazioni bancarie e dell’Art Bonus. Del tutto residuale, infine, l’apporto di risorse Ue con 217mila euro di cui il 71,82% dei fondi vanno in Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte, il 22,08% in Sicilia e il 6,10% in Campania.

    Dal rapporto scaturiscono però anche delle criticità. Le attività musicali non sono diffuse su tutto il territorio nazionale, e non per una disomogeneità nella distribuzione dei fondi ma per la mancanza, in numerose regioni e città, di teatri, orchestre, società di concerti e attività di formazione e promozione (soprattutto al Sud e nelle isole). Persiste inoltre anche la sproporzione fra l’investimento statale in formazione e quello nella produzione, con il conseguente abbandono del settore da parte di tanti giovani musicisti che studiano e si formano, ma che, non trovando una occupazione, alla fine cambiano professione.

  • L’industria della canzone, un manuale per comprendere la comunicazione musicale

    Come viene raccontata la musica pop? Come lavorano con e per la canzone la discografia, i promoter live, i media, i social network e le piattaforme? Come è cambiata la figura dell’artista? Queste e altre domande trovano risposta nel libro L’industria della canzone di Gianni Sibilla, direttore del Master in Comunicazione Musicale dell’Università Cattolica e giornalista di Rockol.it.

    Il volume aiuta a comprendere l’evoluzione della musica pop e delle sue figure professionali, dalle origini ai media digitali. Al centro dell’analisi, la canzone, uno dei più diffusi oggetti culturali della nostra era, uno dei più potenti strumenti per raccontare storie. Sebbene siano ovunque, dalle piattaforme più note ai social alle sigle di film e programmi tv o radio, tanto da dare per scontata la loro presenza nelle nostre vite, le canzoni sono invece un oggetto complesso. L’industria che le produce e le diffonde, dalla discografia ai live, dai media tradizionali a quelli digitali, è cresciuta in maniera esponenziale.

    Basandosi su ricerche, studi e osservazione sul campo, l’autore, con esempi che vanno dalla canzone italiana tradizionale al rap e alla trap, da Elvis Presley a Taylor Swift, dai concerti e dai videoclip al Festival di Sanremo, presenta uno studio sistematico che ricostruisce il ruolo narrativo, produttivo e simbolico della canzone e del suo rapporto con l’industria e i media, raccontando in maniera documentata e accessibile un settore in continua evoluzione.

  • La Commissione infligge ad Apple una multa di oltre 1,8 miliardi di euro per le norme abusive applicate dall’App store nei confronti dei fornitori di streaming musicale

    La Commissione europea ha multato Apple per oltre 1,8 miliardi di euro per aver abusato della propria posizione dominante sul mercato ai fini della distribuzione agli utenti iPhone e iPad (“utenti iOS”) di applicazioni di streaming musicale sul suo App store. In particolare, la Commissione ha constatato che Apple applicava restrizioni agli sviluppatori di app, impedendo loro di informare gli utenti iOS in merito alla disponibilità di servizi alternativi di abbonamento musicale meno costosi rispetto all’applicazione (“disposizioni anti-steering“): ciò è illegale ai sensi delle norme antitrust dell’UE.

    La decisione giunge alla conclusione che le disposizioni anti-steering di Apple costituiscono condizioni commerciali sleali che violano il trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Tali disposizioni non sono né proporzionate né necessarie alla tutela degli interessi commerciali di Apple in relazione all’App Store sui dispositivi smart mobili di Apple e incidono negativamente sugli interessi degli utenti iOS, impossibilitati a prendere decisioni consapevoli ed efficaci su dove e come acquistare abbonamenti musicali in streaming da utilizzare sul proprio dispositivo.

    La Commissione ha deliberato che l’importo totale della multa, pari a oltre 1,8 miliardi di euro, è proporzionato alle entrate globali di Apple ed è necessario per ottenere un effetto dissuasivo, intimando ad Apple di eliminare le disposizioni anti-steering e di astenersi dal ripetere l’infrazione o dall’adottare in futuro pratiche dall’oggetto o effetto equivalente.

Pulsante per tornare all'inizio