narcotraffico

  • US and Ecuador forces launch operation to fight drug trafficking

    Ecuadorean and US forces have carried out joint operations in the South American country targeting drug trafficking, the US military’s Southern Command has said.

    The US embassy in Quito announced that US forces, working with their Ecuadorean counterparts and European international police agency Europol, had dismantled a large-scale drug-trafficking network linked to the Los Lobos gang.

    The announcement came a day after Ecuador’s President Daniel Noboa said the US was among “regional allies” taking part in a “new phase” of Ecuador’s war on the drug cartels.

    Noboa says around 70% of the world’s cocaine now flows through Ecuador’s huge ports.

    Ecuador’s location, sandwiched between Colombia and Peru, the world’s two largest producers of cocaine, makes it a lucrative location for drug-trafficking gangs.

    The US embassy in Quito said in a statement that 16 suspects had been arrested, including what it described as a “high-value target”.

    Europol added that more than 100 police officers and law enforcement from Belgium, the Netherlands and Ecuador were involved in the operation.

    During the investigation, which began in January, police seized 3.7 tonnes of cocaine in the Netherlands, more than three tonnes in Belgium and more than half a tonne in Ecuador, the statement said.

    Officers also secured $810,000 (£605,000) in cash.

    The drugs had been hidden in containers with fruit for export to Europe, according to officials.

    Europol found that Ecuadorean drug smugglers belonging to the Los Lobos gang were working with an Albanian trafficking organisation to ensure that, once the cocaine shipments had reached ports in Europe, they were “rapidly divided, transported inland and distributed across multiple countries”.

    Last year, the US declared Los Lobos as a Foreign Terrorist Organisation (FTO), accusing it of “terrorising and inflicting brutal violence on the Ecuadorean people”.

    The latest operation comes four months after Ecuadoreans dashed US hopes of expanding its presence in the eastern Pacific region by voting against allowing the return of foreign military bases in the country.

    The referendum result was a blow for Noboa, a close ally of US President Donald Trump, who is trying to fight organised crime and reduce soaring violence.

    The country has become one of the world’s biggest drug-trafficking hotspots in recent years.

    On Monday, Noboa held talks in Quito with US Southern Command chief Francis Donovan and Mark Schafer, head of US special operations in Central and South America and the Caribbean.

    During the meeting, they discussed plans for information sharing and operational co-ordination at airports and seaports, Noboa’s office said in a statement.

    “Together, we are taking decisive action to confront narco-terrorists who have long inflicted terror, violence, and corruption on citizens throughout the hemisphere,” the US Southern Command said on Tuesday.

    The announcement comes three months after the Washington announced a temporary deployment of air force personnel to the former US base in the port city of Manta.

    Tackling drug trafficking in the region is a key priority for the US.

    The Trump administration has carried out more than 40 lethal strikes on alleged drug boats in the Caribbean Sea and Pacific Ocean since September.

    In January, the US seized Venezuela’s then-President Nicolás Maduro, who they accuse of “narco-terrorism” and enabling the transport of “thousands of tonnes” of cocaine to the US.

    And last month, Trump met his Colombian counterpart, Gustavo Petro, at the White House after months of rising tensions between the pair.

    Trump has repeatedly accused Petro and his administration of failing to stem the flow of drugs to the US, suggesting that expanded strikes could also target Colombia.

  • Somiglianze tra due narcostati

    I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.
    Charlie Chaplin, da “Il grande dittatore”, 1940

    Dal sabato scorso, 3 gennaio, tutta l’attenzione istituzionale e pubblica, a livello internazionale, è stata concentrata sulla cattura del dittatore venezuelano e di sua moglie. Tutto si è svolto durante un intervento delle forze speciali statunitensi della divisione d’élite Delta Force nelle primissime ore di sabato. Un intervento ben preparato da mesi e portato a termine con successo dagli uomini delle stesse truppe scelte che, il 2 maggio 2011, uccisero nel suo rifugio ad Abbottabad, in Pakistan, Osama bin Laden, il capo della famigerata organizzazione terroristica Al-Qaeda.

    Questa operazione militare, denominata “Absolute Resolve” (Risoluzione assoluta; n.d.a.) ha generato anche uno scontro dal punto di vista del diritto internazionale. Ovviamente gli Stati Uniti non riconoscono come legittimo il presidente venezuelano, perché hanno considerato e dichiarato come illegittime le elezioni svoltesi il 28 luglio 2024. Perciò hanno deciso la sua cattura, visto che il mandato legittimo del presidente venezuelano sarebbe scaduto il 10 gennaio 2025.

    Le elezioni del 28 luglio 2024 sono state considerate come illegittime anche dall’Unione europea ed altri Paesi, nonché da varie organizzazioni internazionali, compresa l’Organizzazione degli Stati Americani. Perciò per la giurisprudenza degli Stati Uniti il cittadino Nicolás Maduro Moros non è il presidente del Venezuela, bensì un semplice cittadino, il quale è stato accusato di narcotraffico e cospirazione criminale e di aver guidato l’organizzazione criminale transnazionale nota come il “Cartello dei Soli”. Per il Segretario di Stato statunitense, riferendosi al caso, “non si può violare l’immunità di un presidente se, per la legge americana, quell’uomo non è presidente”.

    Bisogna però evidenziare, invece, che secondo i canoni del diritto internazionale, un capo di Stato in carica gode un’immunità personale assoluta dalla giurisdizione penale di altri Stati. Si tratta di un diritto riconosciuto dalla Corte internazionale di Giustizia con sede all’Aia (Olanda) e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo. In più, sia per l’Organizzazione delle Nazioni Unite e sia per la Corte internazionale di Giustizia, l’intervento statunitense sul territorio venezuelano nelle prime ore di sabato scorso, senza un mandato del Consiglio di Sicurezza, viene considerato come una violazione dell’articolo 2, comma 4 della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Un articolo che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato membro dell’Organizzazione.

    La storia recente ci insegna che ci sono stati due altri casi simili trattati dalla giurisprudenza degli Stati Uniti d’America. Il primo riguarda l’ex presidente di Panama, Manuel Noriega. Nel 1989, non essendo più riconosciuto come presidente di Panama dagli Stati Uniti, è stato arrestato durante l’invasione del Paese dalle forze armate statunitensi, nonostante che prima fosse stato un loro alleato. Il secondo caso riguarda Juan Orlando Hernández, il presidente dell’Honduras, che è stato estradato, nell’aprile 2022, dal suo Paese negli Stati Uniti. Una Corte statunitense lo condannò, nel marzo 2024, a 45 anni di carcere, con l’accusa di aver trasformato lo Stato in una piattaforma logistica del narcotraffico. Chissà perché, il 2 dicembre 2025, il presidente Trump, con un decreto, ha reso però l’ex presidente dell’Honduras di nuovo un uomo libero?!

    La cattura del dittatore venezuelano è stata rapportata dai media in tutto il mondo in tempo reale, diventando così la notizia “par excellence” (per eccellenza; n.d.a.). Ovviamente quella notizia non poteva non suscitare subito anche le reazioni istituzionali dei massimi rappresentanti dei diversi Paesi di tutto il mondo. Reazioni che rispecchiavano i rapporti, sia ufficiali che personali, con il dittatore venezuelano, il quale, nel frattempo, veniva trasportato negli Stati Uniti, verso New York, a bordo di una nave militare statunitense.

    Ovviamente le reazioni di non pochi Paesi latinoamericani, della Cina, della Russia, dell’Iran, della Corea del Nord e di altri Paesi condannavano l’intervento statunitense di sabato scorso. Il segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha considerato l’operazione un “pericoloso precedente”. La Presidente della Commissione europea ha affermato che “Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite”. Per la Francia l’intervento era “una violazione del diritto internazionale”. Mentre in una nota del governo italiano si afferma che “il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

    L’indomani dell’intervento statunitense, che ha portato alla cattura del dittatore venezuelano, il presidente statunitense ha detto che “…Faremo intervenire le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate e inizieranno a fare soldi per il Paese”. In più il presidente statunitense, riferendosi al Venezuela, ha dichiarato: “Resteremo e governeremo fino ad una transizione corretta e giusta…Porteremo avanti il Paese fino a quando non ci sarà una transizione sicura, corretta e in accordo con la giustizia….Governeremo il Paese fino ad allora”. L’autore di queste righe auspica però che non si possa ripetere quello che è accaduto in Afghanistan a metà agosto 2021. Egli pensa altresì, che per giudicare la “credibilità” delle dichiarazioni di Trump sul “supporto” del Venezuela, bisogna tener presente che domenica scorsa lui è tornato di nuovo sulle sue mire in Groenlandia. “La Groenlandia ci serve…Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa”.

    In Europa però c’è un Paese che da alcuni anni, oltre agli analisti indipendenti locali, secondo noti procuratori e giornalisti investigativi europei e statunitensi, viene considerato, fatti documentati alla mano, un narcostato. Si tratta dell’Albania. Il nostro lettore veniva informato che uno di loro, Nicola Gratteri, ormai Procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli, aveva dichiarato che “Non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato; tutt’altro” (Narcostato attivo in Europa; 29 settembre 2025). Mentre per Fox News, il noto canale d’informazione televisiva statunitense con orientamento editoriale conservatore, il primo ministro albanese era diventato un Ramaduro. Si tratta di un neologismo composto dai cognomi dell’attuale primo ministro albanese e dell’ormai catturato dittatore venezuelano. Due persone che si somigliano. Come si somigliano i narcostati da loro gestiti, in connivenza con la criminalità organizzata, trafficanti di cocaina. Ramaduro, come neologismo, è stato coniato pochi anni fa in Albania, riferendosi proprio alla somiglianza dei due dittatori. Due persone che hanno avuto il potere grazie anche ai brogli elettorali.

    Chi scrive queste righe informa il nostro lettore che da sabato il primo ministro albanese non si è visto e né sentito. Forse si ricorda, oltre ad essere il capo di un narcostato, anche degli insulti fatti al presidente statunitense. E perciò potrebbe aver paura. Potrebbe aver paura perché quello che da anni sta facendo potrebbe essere considerato, come si nominava nella sopracitata nota del governo italiano, un “attacco ibrido” contro altri Paesi. America e Italia comprese. Perciò la presidente del Consiglio dei ministri d’Italia dovrebbe essere molto attenta alla sua “amicizia” con un dittatore che da anni rappresenta istituzionalmente un narcostato. Ma nel frattempo gli albanesi si devono ribellare contro la narcodittatura, per non permettere al narcodittatore di renderli schiavi. Bisogna ricordare che per Charlie Chaplin i dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.

  • Narco-sub carrying 1.7 tonnes of cocaine seized in Atlantic

    Four people have been detained after Portuguese authorities intercepted a narco-sub carrying more than 1.7 tonnes of cocaine in the mid-Atlantic.

    The semi-submersible vessel was bound for the Iberian peninsula and was seized in recent days, according to officials.

    Footage shows the police and navy surrounding the vessel before boarding, seizing the Class A substance and arresting four crew members, who are said to be from South America.

    The suspects, including two Ecuadorians, a Venezuelan and a Colombian, were remanded in pre-trial custody after their court appearance in the Azores on Tuesday, said police.

    Vítor Ananias, head of Portugal’s police unit to combat drug trafficking, told a press conference that their different nationalities showed the organisation behind them was not just based in one country.

    The Lisbon-based Maritime Analysis and Operations Centre (MAOC) said it had received information in recent days indicating that a criminal organisation was in the process of dispatching a submersible loaded with cocaine destined for Europe.

    A few days later, a Portuguese ship successfully located the submersible approximately 1,000 nautical miles (1,852km) off the coast of Lisbon, in an operation backed by the UK’s National Crime Agency and the US Drug Enforcement Administration.

    Having seized the vessel, the navy said it could not be towed back to shore due to poor weather and its fragile construction, and it later sank in the open sea.

    Vítor Ananias told reporters that “between the heat, the vessel’s fumes and high waves, with difficult weather conditions, even one day is tricky [for the four men on board]. By the end of 15 or 20 days all you want is to get out”.

    Such incidents like these had been a “recurring situation in recent years”, he added, in remarks quoted by Lusa news agency.

    In March this year, a similar vessel carrying 6.5 tonnes of cocaine was seized about 1,200 nautical miles from Lisbon.

    It also comes as the Trump administration ramps up its attacks on vessels it says are being used to smuggle drugs into the US.

    Three men were killed last week in a US strike on an alleged drug vessel in the Caribbean, US Defence Secretary Pete Hegseth said on Sunday.

    Experts have questioned the legality of such strikes under international law and they have drawn strong criticism from Latin American leaders whose citizens have been targeted.

  • Narcostato attivo in Europa

    Come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia?

    Giovanni Falcone

    Il 23 settembre scorso la nota casa editrice Rizzoli ha pubblicato un libro intitolato “Invincibili”. L’autore, Nello Trocchia, un giornalista investigativo, dopo un lungo lavoro, basandosi su fatti accaduti, documentati e sulle sue dirette inchieste, racconta come la mafia albanese, ormai ben strutturata e organizzata, sta diventando sempre più potente a livello internazionale. Lui è convinto che “…la mafia albanese adesso rappresenta una potenza criminale in Europa che non ha niente da invidiare neanche alla ‘ndrangheta, che è la più grande e la più potente organizzazione mafiosa internazionale, soprattutto a livello europeo”.

    In seguito al suo impegnativo lavoro e alle sue inchieste, l’autore del libro afferma che la mafia albanese non ha una struttura organizzativa piramidale, come le altre organizzazioni malavitose, bensì una struttura cellulare, simile a quella delle famigerate Brigate Rosse italiane durante gli anni ’70 del secolo passato. Una simile organizzazione strutturale permette alla criminalità organizzata albanese di sfuggire alle forze dell’ordine, di espandersi sul territorio europeo, ma non solo, nonché di controllare, oltre ai porti albanesi, anche tutti i porti europei, dove passano ingenti quantità di sostanze stupefacenti, soprattutto di cocaina.

    L’autore del sopracitato libro fa riferimento a quello che ha appreso, oltre ai tanti documenti da lui letti, anche a molti contatti ed interviste riferiti sulla mafia albanese. Tra i tanti intervistati c’è stato anche Nicola Gratteri, noto magistrato nella lotta contro la ‘ndrangheta e ormai Procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli. Gratteri è convinto che la mafia albanese riesce a “collaborare alla pari con la ‘ndrangheta”. Lui, riferendosi alla sua lunga e personale esperienza professionale, ha sottolineato, durante l’intervista con l’autore del libro, che “Non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato, tutt’altro. L’Albania è diventata una sorta di Eldorado del cash flow (flusso di cassa; n.d.a.) e la mafia albanese una potenza economica e finanziaria”.

    Nelle pagine del libro “Invincibili”, l’autore riporta anche alcuni passaggi di un’altra intervista, quella con Francesco Mandoi, un procuratore antimafia italiano, ormai in pensione, ma un buon conoscitore della realtà albanese, essendo stato assunto alcuni anni fa come consigliere esterno dal governo albanese. Durante quell’intervista il magistrato aveva affermato le carenze del sistema “riformato” della giustizia e delle continue influenze dirette della politica su quel sistema. Lui ha sottolineato come preoccupante, tra l’altro, che “…il dirigente della polizia giudiziaria viene nominato in collaborazione con il governo”. Il che significa che l’autorità anticorruzione ha una sua influenza attiva nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza del sistema.

    A proposito, il nostro lettore è stato informato nell’aprile scorso delle opinioni di questi due noti magistrati italiani sulla drammatica e pericolosa realtà albanese. Opinioni espresse durante il programma Report, trasmesso in prima serata da Rai 3. Per Nicola Gratteri “…La mafia albanese è forte, perché è attiva in uno Stato dova la corruzione e ampiamente diffusa”. Lui era convinto che “Le organizzazioni criminali che arrivano dall’Albania sono ricche, forti e potenti […]. Da alcuni anni la mafia albanese la troviamo anche in America latina. È in grado di portare, autonomamente, tonnellate di cocaina in Italia ed in Europa”.

    Durante lo stesso programma televisivo è stato trasmesso anche quanto ha dichiarato Francesco Mandoi, già procuratore nazionale antimafia, ormai in pensione, che è stato assunto e ha lavorato per quattro anni in Albania come consigliere speciale proprio dal primo ministro albanese. Ma, come ha affermato lui stesso al giornalista di Report, il primo ministro non gli ha mai chiesto un consiglio! “…Sono stato consigliere sulla carta, perché non ho mai dato un solo consiglio”, ha dichiarato Mandoi. Sottolineando che “…la mafia albanese ha i suoi rappresentanti nel governo ed orienta molte scelte dello stesso governo” (Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo; 23 aprile 2024).

    L’autore del libro “Invincibili” è convinto che “…L’obiettivo della mafia albanese, come di tutte le mafie, è quello di fare soldi. E per fare soldi ed avere una struttura mafiosa funzionale, bisogna avere il supporto della politica…”. Poi lui aggiunge che “…Quando hai molto denaro hai bisogno di rinvestirli. Quando bisogna rinvestirli hai bisogno di trattare con gli altri poteri che sono presenti sul territorio. E sul territorio quali siano i poteri? Sono i poteri statali. E tu parli con i poteri statali. Come parli? Con i soldi che hai. Ed i soldi sono lo strumento principale nei Paesi con un alto livello di corruzione, che permette ai poteri criminali, tramite le ‘imprese amichevoli’, di riciclare e di rinvestire, introducendo nell’economia legale milioni e milioni di euro”.

    Nelle pagine del suo libro “Invincibili”, l’autore si riferisce anche ad un incontro avvenuto nel 2019 nell’isola caraibica di Aruba. L’isola di Aruba ufficialmente è parte integrante del Regno dei Paesi Bassi. Si tratta di una piccola isola nel Mare caraibico, a nord del Venezuela. L’autore del libro “Invincibili” si riferisce ad un incontro tra i rappresentanti della mafia albanese ed alcuni stretti collaboratori del primo ministro albanese, a livello di ministri e di alti funzionari che hanno parlato e negoziato un progetto di riciclaggio del denaro sporco nel settore dell’edilizia. Un settore che per tutte le strutture specializzate internazionali ricicla miliardi in Albania. Si tratta di miliardi che provengono dalle attività criminali, dal traffico delle droghe e dalla corruzione.

    Riferendosi all’incontro sull’isola Aruba, l’autore del libro conferma che ci siano anche delle intercettazioni ambientali fatte durante quell’incontro. Un incontro di cui lui ha saputo, per la prima volta, consultando dei documenti della Direzione Investigativa Antimafia italiana. Ma c’erano anche delle strutture specializzate di altri Paesi europei che hanno trattato quell’incontro.

    Avendo avuto queste informazioni, l’autore del libro “Invincibili”, da giornalista investigativo qual è, doveva però chiedere delle informazioni anche a coloro che potessero essere stati direttamente o indirettamente coinvolti. Ragion per cui ha scritto, tramite WhatsApp e SMS al primo ministro albanese, nonché tramite l’indirizzo di posta elettronica ufficiale, al suo portavoce. Non ha però mai ricevuto una risposta, sia da parte del primo ministro albanese che dal suo portavoce. Sul caso ha indagato la Direzione Investigativa Antimafia della procura di Firenze. L’indagine, secondo l’autore del libro, è stata chiusa, ma non perché non c’erano elementi sufficienti, ma bensì perché erano scaduti i termini di tempo per continuare l’indagine. Ma nonostante ciò rimane sempre confermato il sopracitato incontro. Su quell’incontro ed altro hanno indagato anche delle strutture specializzate in alcuni altri Paesi europei. Lo stesso incontro è stato confermato oggi anche da un giornalista investigativo albanese che ha incontrato precedentemente due dei partecipanti.

    Chi scrive queste righe pensa che quanto scrive l’autore del libro “Invincibili” rispecchia proprio la vera, preoccupante e pericolosa realtà albanese. Una realtà della quale il nostro lettore da anni ormai è stato informato, sempre con la dovuta, richiesta e verificabile oggettività. Una realtà che testimonia l’esistenza di un narcostato attivo in Europa, quello in Albania. Una realtà che da anni testimonia l’attiva e funzionante connivenza della politica con la criminalità organizzata. Giovanni Falcone faceva una semplice, ma molto significativa domanda: come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia? E purtroppo, da anni ormai, quando si tratta seriamente la realtà in Albania, è impossibile non evidenziare inconfutabilmente la connivenza dello Stato con la mafia.

  • US designates Colombia as country ‘failing to cooperate in drug war’

    The United States has officially named Colombia as a country which has “demonstrably failed” to uphold its obligations to control drug trafficking, but stopped short of cutting off the flow of US aid to Colombia.

    Each year, the US government formally certifies whether several countries are fully co-operating with US-led counternarcotic efforts, and those which are found to be wanting risk having their US funding cut.

    On Monday, the Trump administration said that cocaine production in Colombia had surged to all-time high records under its left-wing president, Gustavo Petro, which the Colombian leader denied.

    In response, the Colombian government said it would stop buying weapons from the US.

    Interior Minister Armando Benedetti told local radio that his government would stop the purchase of US arms “from this moment on”.

    The other countries the US said had failed to meet their targets were Afghanistan, Bolivia, Myanmar and Venezuela.

    Colombia was added to the list for the first time since 1997.

    The move is likely to further sour relations between its left-wing government and the Trump administration.

    President Petro took to social media to respond to the US allegation that during his time in office the area planted with coca bushes and the production of cocaine had reached record levels.

    Coca leaves are the key ingredient in cocaine and Colombia has long been the top producer of the illegal drug.

    A survey by the United Nations Office on Drugs and Crime (UNDOC) found that coca bush cultivation had increased by 10% in 2023. The figures for 2024 are due to be released next month.

    But Petro insisted that it had been during the government of Iván Duque, his predecessor in office who governed from 2018 to 2022, that the area planted with coca saw large increases.

    According to figures released by the Colombian presidency, a record 1,764 tonnes of cocaine were seized by government security forces between August 2022, when Petro came into office, and November 2024. Drug seizures have continued at a high level in 2025, official tallies suggest.

    Petro also said that in order for coca cultivation to decrease, what was needed was for demand for cocaine to go down in the US and in Europe.

    The US on the other hand laid the blame firmly at Petro’s door, saying that the president’s peace talks with several armed groups – many of which finance themselves through drug trafficking – had hindered the fight against drugs.

    “His failed attempts to seek accommodations with narco-terrorist groups only exacerbated the crisis,” the presidential determination submitted to US Congress said.

    The document goes on to praise the “skill and courage” of Colombia’s security forces in confronting criminal groups.

    It then concluded that “the failure of Colombia to meet its drug control obligations over the past year rests solely with its political leadership”.

    However, it does leave the door open to recertifying Colombia if its government “takes more aggressive action to eradicate coca and reduce cocaine production and trafficking”.

    And while the rhetoric coming out of Washington has clearly angered President Petro, his government will also be relieved that the decertification did not result in a cut of the US aid flow, BBC News Mundo’s correspondent in Bogotá, José Carlos Cueto, says.

    Colombia’s decertification comes at a time when President Trump has made the fight against “narco-terrorists” a priority.

    On Monday he announced the US military had destroyed an alleged Venezuelan drug vessel in international waters in the South Caribbean.

    Three people were killed in the strike, Trump said.

    He added the US had recorded proof that the boats belonged to narco-terrorist groups but has not yet made that evidence public.

    With additional reporting by BBC Monitoring’s Latin America specialist, Luis Fajardo

  • La ‘catena globale del valore’ del Fentanyl

    Il Fentanyl è un oppiaceo di origine sintetica, originariamente è un analgesico ma è stato trasformato dai network transnazionali in una droga micidiale venduta che ha suscitato una domanda altissima da parte dei consumatori americani. Basata su elementi chimici provenienti da Cina e India, la droga viene predisposta in laboratori che si trovano in Messico, gestiti da gang criminali.

    Le componenti entrano di solito attraverso i porti messicani di Manzanillo e Lazaro Cardenas, sul Pacifico, nascoste in partite di alimentari, di materiali legittimi, come ad esempio medicine normali e proseguono verso una rete di laboratori vicino al confine Nord dove le bande criminali hanno predisposto quanto occorre a lavorare gli elementi comprati da venditori indiani e cinesi e hanno ingaggiato i ‘cucinieri’:  veterani ma anche molti giovani periti chimici reclutati con paghe allettanti.

    All’inizio il Fentanyl era inviato in polvere, poi si è passati a confezionare montagne di pillole, note come M30, più facili da trasportare e meno letali rispetto alla polvere. Ogni anno negli Usa muoiono decine di migliaia di persone a causa di overdose provocata dal mix di questa droga con altri veleni, a cominciare dall’eroina. Le pasticche sono sigillate in sacchetti di forme diverse, agili da piazzare in vani speciali su vetture, camion, vagoni ferroviari.

    Il business è nelle mani del cartello di Sinaloa e dei rivali di Jalisco-Nueva Generación, le due principali organizzazioni attive a sud del Rio Grande, in competizione tra loro in battaglia per prendersi piazze e corridoi logistici verso gli States. Nel 2023 i figli del Chapo, oggi al comando di Sinaloa, hanno finto di sospendere la produzione, un ordine che in realtà è servito per contenere o eliminare piccoli nuclei concorrenti attratti da un business con un rapporto costi/ricavi notevolissimo: mettere insieme un chilogrammo costa 800 dollari e ne frutta 640mila.

    Molti centri di produzione sono stati spostati da Culiacan alle regioni di Sonora e Baja California, per accorciare il più possibile le distanze  tra produzione e distribuzione. A provvedere allo smistamento dalla prima alla seconda sono spesso ‘muli’ con regolare passaporto americano, donne e uomini insospettabili che provano ad attraversare i check point in cambio di una ricompensa generosa.

  • Colombian drug gang violence kills 60 people

    The death toll from attacks by a rebel group in Colombia’s Catatumbo region has risen to 60, the country’s human rights office has said.

    Rival factions have been vying for control of the cocaine trade in the region – which sits near the border with Venezuela – for years.

    The Ombudsman’s Office said the latest violence involved the National Liberation Army (ELN) – the largest armed group still active in Colombia – and the Revolutionary Armed Forces of Colombia (Farc), which signed a peace treaty with the state in 2016.

    The attacks broke an uneasy truce between the guerrilla groups, which had been in peace negotiations with the government.

    The Ombudsman’s Office, a government agency that oversees the protection of citizens’ human and civil rights, previously reported that 40 had died in the violence.

    It said that many people, including community leaders and their families, were facing a “special risk” of being kidnapped or killed at the hands of the ELN. It noted that 20 people had recently been kidnapped, half of whom were women.

    The office said that among those killed were seven peace treaty signatories and Carmelo Guerrero, the leader of the Association for Peasant Unity in Catatumbo (Asuncat), a local advocacy group.

    Asuncat wrote on social media on Friday that Roger Quintero and Freiman Velasquez, members of its board of directors, had not been seen since the previous day, and that it suspected armed groups had taken them.

    “In some communities in the region, food shortages are beginning to be reported, affecting local communities,” the Ombudsman’s Office wrote in a statement on Saturday, adding that thousands of people are believed to have been displaced by the violence.

    “Elderly people, children, adolescents, pregnant women and people with disabilities are suffering the consequences of these events.”

    “Catatumbo is once again stained with blood,” the Association of Mothers of Catatumbo for Peace wrote on Friday.

    “The bullets exchanged not only hurt those who hold the weapons, but also tear apart the dreams of our communities, break up families and sow terror in the hears of our children.”

    The Ombudsman’s Office appeared to lay the blame for the latest violence on the ELN, which had been in peace talks with the Colombian government until they were suspended on Friday due to the violence in Catatumbo.

    President Gustavo Petro – who since his election in 2022 has sought to end violence between armed groups in the country – accused the ELN of “war crimes” and said the group “shows no willingness to make peace”.

    The ELN accused Farc of having initiated the conflict by killing civilians in a statement on Saturday, according to Reuters news agency. Farc has not publicly responded to the allegation.

    On Saturday, the Colombian army announced it was sending additional troops to the region in an effort to restore peace.

  • I “banchieri clandestini” cinesi accusati di favoreggiamento del cartello messicano

    Una rete cinese di “banche clandestine” aiuta il potente cartello messicano della droga di Sinaloa nel riciclaggio di denaro e altri crimini. E’ questa l’accusa con la quale il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ) ha accusato 24 persone di reati che includono anche la distribuzione di narcotici.

    Le forze dell’ordine hanno sequestrato circa 5 milioni di dollari (4 milioni di sterline) di proventi, oltre ad armi e centinaia di chili di cocaina, metanfetamine e pillole di ecstasy.

    Il Dipartimento di Giustizia ha sottolineato la stretta collaborazione con le forze dell’ordine messicane e cinesi, un messaggio che ha trovato eco anche da parte cinese.

    Gli Stati Uniti accusano il cartello di Sinaloa di aver contribuito ad alimentare un’epidemia mortale inondando il paese di fentanyl, un oppioide sintetico fino a 50 volte più potente dell’eroina, ed ha evidenziato come più di 50 milioni di dollari siano transitati clandestinamente tra i membri della banda di Sinaloa e i gruppi cinesi.

    Gli ‘scambi’ venivano utilizzati dagli agenti di Sinaloa per spostare il denaro acquisito illegalmente dagli Stati Uniti al Messico, gli scambi cinesi offrono un “mercato pronto” per la valuta statunitense, ha affermato il DoJ, spiegando che alcuni cittadini cinesi vogliono “alternative informali” al sistema bancario convenzionale perché il governo di Pechino pone un limite alla quantità di denaro che possono ritirare dalla Cina.

    Una dichiarazione di Pechino, citata dall’agenzia di stampa AFP, sembra confermare la stretta collaborazione con gli Stati Uniti, affermando che le autorità locali hanno arrestato un sospettato di riciclaggio di denaro.

    Gli Stati Uniti accusano da tempo la stessa Cina di inondare il Paese con farmaci mortali come il fentanyl, un’accusa che la Cina nega. Nel 2022 più di 70.000 americani sono morti per overdose di fentanyl e Washington afferma che gli oppioidi di produzione cinese stanno alimentando la peggiore crisi della droga nella storia del paese.

  • Nuove verità inquietanti da un programma televisivo investigativo

    Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Buddha

    Il nostro lettore veniva informato alcune settimane fa su un’inchiesta di un giornalista investigativo trasmessa il 21 aprile scorso, in prima serata, su RAI 3 (Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo, 23 aprile 2024; Altre verità rivelate da un programma televisivo investigativo, 7 maggio 2024). Durante la prima parte del programma televisivo Report veniva trattata, fatti alla mano, la vera e vissuta realtà albanese. Una realtà che sta diventando sempre più preoccupante ed allarmante. Una realtà che rispecchia e testimonia tutta la pericolosità del nuovo regime, della nuova dittatura sui generis restaurata da alcuni anni ed in continuo consolidamento in Albania. Si tratta di una pericolosa e sempre più attiva alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e determinati clan occulti internazionali, finanziariamente molto potenti. Si tratta di una dittatura camuffata da una facciata di pluripartitismo e di democrazia. Una facciata ben programmata e messa in atto da una potente propaganda governativa alla quale ubbidiscono la maggior parte dei media. Una realtà che, guarda caso però, non “riescono” a notarla, capirla e ad agire di conseguenza neanche gli alti rappresentanti delle cancellerie occidentali e delle più importanti istituzioni internazionali, comprese quelle dell’Unione europea. Una realtà della quale il nostro lettore è stato informato da anni ormai, sempre con la dovuta e richiesta oggettività, fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano.

    Durante il programma Report trasmesso in prima serata su RAI 3 il 21 aprile scorso veniva trattato l’Accordo, noto come il Protocollo sui migranti, ufficializzato il 6 novembre 2023 a Roma tra l’Italia e l’Albania. Un accordo firmato dalla Presidente del Consiglio dei ministri dell’Italia e dal suo omologo e “caro amico’, il primo ministro albanese. Proprio da lui che quasi due anni prima, ed esattamente il 18 novembre 2021, era determinato e dichiarava convinto che “L’Albania non sarà mai un Paese dove paesi molto ricchi possano creare campi per i loro rifugiati. Mai!”. Riferendosi all’Accordo, il giornalista investigativo analizzava anche la sua parte finanziaria ed alcune incongruenze ad essa legate. Lui, dopo aver esposto ed analizzato i costi previsti e quelli con i quali, tutto sommato, si dovrebbe far conto e realmente affrontare nel prossimo futuro, faceva la normale domanda: “Ma chi beneficerà davvero di questo accordo?”. L’autore di queste righe, in seguito a quella domanda, ha espresso la sua opinione, anzi la sua convinzione, che ne beneficerà “…la criminalità organizzata locale che ormai è diventata molto attiva e pericolosa anche in Europa ed altrove. Sì, perché i profughi diventeranno preda del traffico dei clandestini. E si tratta proprio di quella criminalità organizzata che collabora con il potere politico e che determina non poche decisioni del governo albanese”(Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo, 23 aprile 2024).

    Il giornalista investigativo del programma televisivo Report durante il documentario trasmesso il 21 aprile scorso su RAI 3, tra l’altro, aveva evidenziato fatti che riguardavano e coinvolgevano anche il segretario generale del Consiglio di ministri albanese e il fratello del primo ministro. Lui, il giornalista, riferendosi al segretario generale del Consiglio dei ministri, affermava che “…la sua potenza ed il suo potere sono fuori misura […]. Lui è una persona chiave anche dell’Accordo sui migranti tra l’Italia e l’Albania”. L’autore di queste righe ha informato in precedenza il nostro lettore chi è e cosa rappresenta il segretario generale del Consiglio dei ministri albanese. Mentre, per quanto riguarda il fratello del primo ministro albanese, il giornalista del programma Report, trasmesso il 21 aprile scorso su RAI 3, affermava che “dai documenti delle indagini della Procura [albanese] nel 2016, che il programma Report pubblica esclusivamente in seguito, risulta che il fratello del primo ministro albanese ha usato per i suoi movimenti la stessa macchina che era al servizio di un cartello di narcotrafficanti albanese […]. Quelle indagini hanno portato ad un processo giudiziario, durante il quale i narcotrafficanti sono stati condannati, mentre Olsi Rama (il fratello del primo ministro albanese; n.d.a.) non è stato neanche ascoltato. Il suo nome, addirittura, è stato cancellato dai fascicoli giudiziari”. Si tratta di un fatto noto ormai da anni in Albania. Chissà perché il sistema “riformato” della giustizia non ha reagito?! La risposta, da anni ormai, la danno le cattive lingue. Secondo loro è proprio il primo ministro che controlla tutto il sistema e guai se qualcuno gli si mette contro.

    Domenica scorsa, 2 giugno, di nuovo la prima parte del programma televisivo Report era stata dedicata alla situazione in Albania. Il giornalista lo aveva già dichiarato, dopo la trasmissione della sua inchiesta del 21 aprile, che lui disponeva di molte altre informazioni e fatti documentati che dimostrerebbero inconfutabilmente l’esistenza di un’alleanza pericolosa tra il potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, e la criminalità organizzata. Sia quella albanese, che sta diventando sempre più potente, che quella internazionale. Dopo la dura reazione e le minacce fatte dal primo ministro albanese, trovandosi in grosse difficoltà, alla direzione di RAI 3, i rappresentanti della redazione del programma Report hanno smentito tutto e hanno promesso un’altro programma che avrebbe trattato la realtà albanese. Il programma trasmesso domenica scorsa presentava nuove verità inquietanti. Verità documentate, che coinvolgevano direttamente il primo ministro. Verità che il giornalista ha detto in faccia al diretto interessato, durante un’intervista con lui, realizzata alcuni giorni fa in Albania, nell’ufficio del primo ministro. Durante l’intervista il giornalista ha rinfacciato al primo ministro il fatto che tre dei suoi ministri degli Interni, compreso quello attuale, hanno dei legami stretti con la criminalità. Poi ha evidenziato un altro fatto accaduto, che si riferisce ad un incontro che il primo ministro ha avuto pochi anni fa, nel suo ufficio, con un trafficante albanese, membro attivo di un noto cartello messicano che gestisce la cocaina della Colombia. Il giornalista di Report chiede al primo ministro: “Per me, come giornalista, il fatto che il capo del Consiglio dei ministri dell’Albania si incontra con una persona che, in seguito, si scopre riciclare il denaro del cartello Sinaloa e [di essere] uno dei membri più importanti [del cartello], è una notizia ed io le chiederò di questo. Non avrei fatto bene il mio mestiere se non glielo avessi chiesto”. Il primo ministro, come suo solito, ha cercato di tergiversare con giochi di parole. Ma il giornalista, non mollando, ha detto: “Se la Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia avesse incontrato la persona che ricicla denaro per i cartelli messicani, le avrei fatto delle domande ripetute a raffica solo su questo fatto”. Durante l’intervista il giornalista ha rinfacciato anche molte altre scomode verità al primo ministro, comprese quelle su suo fratello. Ma lui non ha potuto e neanche voluto dare delle risposte convincenti, anzi.

    Chi scrive queste righe continuerà a trattare altre nuove verità inquietanti rivelate dal programma Report trasmesso domenica 2 giugno in prima serata su RAI 3. Nel frattempo qualcuno dovrebbe dire al primo ministro albanese che sono tre le cose che non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità. Buddha ci insegna.

  • Mexican villagers killed amid cartel battle

    At least 11 people have been killed amid clashes between rival cartels in the southern Mexican state of Chiapas.

    Reports by local media say that two nuns and a teenager are among those killed.

    The area is fought over by the Sinaloa cartel and the Jalisco New Generation Cartel (CJNG).

    But residents said the victims were locals who were “massacred” by cartel members.

    Residents reported hearing intense gunfire on Monday night.

    Police and soldiers confirmed on Tuesday that they had found 11 bodies in the village of Nuevo Morelia and its surrounding area.

    The diocese of San Cristóbal, of which Nueva Morelia forms part of, confirmed that two women “who served the Catholic Church” were among those killed.

    A 15-year-old boy has also been confirmed as one of the victims.

    However, it was not clear if the two were lay members of the Church or nuns, as some local media reported.

    Locals said there had been fighting between the rival cartels since Friday.

    The Sinaloa cartel and the CJNG have been fighting for control of the area for several years.

    The criminal groups extort migrants who cross the southern state on their way north to Mexico’s border with the United States.

    Communities in the region have been hard hit by the violence, sometimes having to hide in their homes for days as shots ring out outside.

    In January, hundreds fled their homes in Chicomuselo, the area where Nuevo Morelia is located, to escape the violence.

    Confrontations between the two cartels flared up again at the end of last week when members of the criminal organisations set abandoned homes alight in Nuevo Morelia and surrounding villages.

    A resident told Spanish international news agency Efe that some of the villages had no power after gang members had damaged the electricity poles.

    Police and forensic experts have been deployed to the area but locals claim they have been left largely unprotected.

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