Norme

  • In vigore le nuove norme europee per i viaggi

    Sono in vigore dal 3 agosto le norme che rendono interoperabile l’Etias – il futuro sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi- con gli altri sistemi di informazione dell’Ue. È un passo importante verso la piena operatività del nuovo sistema entro la fine del 2022. Quando sarà operativo l’Etias, i cittadini non Ue esenti dall’obbligo di visto che intendono recarsi nello spazio Schengen dovranno registrarsi per ottenere un’autorizzazione prima di viaggiare. L’Etias ne verificherà i dati nei sistemi d’informazione dell’Ue per la sicurezza, le frontiere e la migrazione in modo da individuare in anticipo chi potrebbe costituire una minaccia per la sicurezza o la salute, e controllerà anche il rispetto delle norme in materia di migrazione.

    Le norme che entrano in vigore oggi specificano come dovrà interagire l’Etias con gli altri sistemi d’informazione dell’Ue quando li interroga per fare le sue verifiche, segnatamente il sistema ingressi/uscite, il sistema d’informazione visti, il sistema d’informazione Schengen e il sistema centralizzato per individuare gli Stati membri in possesso di informazioni sulle condanne a carico di cittadini non Ue.

    L’introduzione dell’Etias è parte dei lavori che sta portando avanti l’Ue per creare un sistema all’avanguardia di gestione delle frontiere esterne e garantire un’interazione intelligente e mirata fra sistemi d’informazione. L’Etias non modificherà i Paesi non Ue soggetti all’obbligo di visto né introdurrà nuovi obblighi di visto per i cittadini di paesi terzi che ne sono esenti. Basteranno solo pochi minuti ai cittadini non Ue esenti per compilare la domanda online e ottenere nella stragrande maggioranza dei casi (più del 95 %) un’autorizzazione automatica. Il processo sarà semplice, veloce e di costo abbordabile: l’autorizzazione Etias è soggetta al pagamento di un diritto unico di 7 euro ed è valida per 3 anni e per ingressi multipli.

  • Il latino dimenticato: Tacito

    Non passa giorno in cui esponenti della politica sia nazionale che regionale non propongano una nuova legge per vietare o quantomeno “disciplinare” un determinato” fenomeno.

    Buona parte delle iniziative legislative trova la principale motivazione nell’intenzione di arginare, se non addirittura vietare, una determinata espressione comportamentale anche se spesso questa risulti assolutamente ininfluente nella vita quotidiana. Basti ricordare il divieto di fumare in auto con dei figli piccoli equivalente ad un obbligo di affetto e buona educazione verso i genitori.

    Non è azzardato, quindi, affermare come buona parte di queste iniziative normative non abbiano come fine la creazione di strumenti per lo sviluppo economico e sociale ma limitazioni se non appunto addirittura divieti di fenomeni già in atto. In più, anche sotto anche il solo profilo della tempistica, emerge evidente il ritardo, anche solo della comprensione, di un fenomeno in atto.

    Successivamente si manifesta anche il carattere quasi sempre censorio come prima motivazione politica di queste iniziative “democratiche” in Italia. In più, la sintesi di questa continua “regolamentazione normativa” si rivela come espressione non tanto di una visione politica a medio-lungo termine quanto di un’attività comunque in perenne ritardo in relazione alla realtà quotidiana.

    All’interno di questa ipertrofia normativa trova forma una della più infantili espressioni di giustificazione della presenza in vita dell’intero comparto della politica nazionale e locale.

    Il triste e complesso risultato di un simile approccio della classe politica degli ultimi trent’anni deriva dalla semplice constatazione di un paese che si ritrova ora con circa 111.000 norme in vigore alle quali va aggiunta la cospicua produzione normativa regionale.

    A questo vero e proprio pantano normativo in grado di affossare o quantomeno rallentare qualsiasi attività economica ma anche sociale fa riscontro la Germania la quale organizza il proprio sistema con 5.500 leggi (meno del 5% rispetto al nostro ordinamento), mentre la Francia ne presenta 7.000 (poco più del 6% rispetto al nostro Paese), un sistema normativo questo che comunque possiede oltre il doppio di leggi rispetto alle 3.000 della Gran Bretagna (meno del 3% rispetto al nostro complesso ordinamento).

    Si riguarda, infatti, come non esista nell’articolata storia del nostro Paese un solo governo che non abbia contribuito alla crescita sconsiderata del quadro normativo fino al punto di non ritorno da questa metastasi legislativa.

    Il disastroso ed elefantiaco quadro normativo nazionale rappresenta la massima espressione di questo fenomeno imputabile all’intera classe politica che potremmo definire come “normofascismo/normocomunismo“.

    In questo contesto disarmante sotto il profilo operativo ecco allora venire in aiuto, al fine di comprendere la reale situazione del nostro ordinamento e lo Stato reale della nostra democrazia il pensiero di Tacito il quale recitava: “moltissime sono le leggi quando lo stato è corrotto”.

    Il poeta latino dimostra come anche da un semplice confronto percentuale delle leggi in vigore tra il nostro Paese ed altre tre democrazie europee, l’Italia non possa più essere considerata una democrazia reale.

    In altre parole, lo Stato rappresenta, per chi ne acquisisce il potere esecutivo e legislativo, lo strumento per controllare un popolo inconsapevole ma egualmente colpevole del proprio livello di sottomissione. A questo si aggiunga come con una simile situazione normativa venga meno ogni possibilità di ripresa economica e di crescita ma contemporaneamente si moltiplicano i centri di controllo burocratico e politico che si trasformano in vere e proprie forme di potere vessatorio.

    Paradossale, inoltre, come si continui a parlare di una società liquida quando nella realtà quotidiana il nostro Paese è caratterizzato da una moltitudine di obblighi e gabelle burocratiche.

    Il combinato di queste norme ha l’unica giustificazione nella manifestazione della prova dell’esistenza stessa dello stato e soprattutto di chi le esercita in nome di questo Stato ” sovrano”.

    Probabilmente sarà anche per questo che ogni tanto qualche genio della politica propone di escludere il latino dalle materie fondamentali del nostro sistema di istruzione.

    Mai come in questo periodo nel quale l’informazione di ogni tipo ed ogni genere fluttua liberamente la cultura classica rappresenta un presidio fondamentale per comprendere il vero senso della democrazia.

  • Tutela normativa: da opportunità a vincolo

    Può sembrare incredibile come la tutela o perlomeno la presunta tutela spacciata dalla compagine governativa possa trasformarsi da strumento valorizzatore della filiera del made in Italy in vincolo e fattore anticompetitivo. Probabilmente o, meglio, purtroppo il governo spinto da una voglia e da una smania di dimostrare la propria attività dopo il disastro del semestre di presidenza dell’Unione Europea ha varato queste nuove normative relative alla filiera nel settore della pasta e del riso (che imporrebbe l’utilizzo di solo grano italiano per ottenere made in Italy) e quasi contemporaneamente ha  imposto l’aumento della percentuale di arancia nelle produzioni delle aranciate industriali.

    Paradossale poiché questa iniziativa relativa anche al riso risulti successiva alla decisione di togliere i dazi all’importazione di riso vietnamita esponendo in questo modo l’intero settore della risicoltura italiana a prodotti espressione di dumping economico, igienico, sociale e normativo. Dimenticando, anzi, peggio, omettendo come la materia relativa alla disciplina del made in risulti di competenza esclusiva dell’Unione europea e che, di conseguenza, ogni normativa all’interno del singolo Stato possa essere ritenuta valida solo per le aziende nazionali.

    Viceversa, gli operatori internazionali possono bellamente bypassare questa nuova normativa trasformando così l’iperattivismo normativo (vecchia problematica della politica italiana con 250.000 leggi) in un ulteriore fattore anticompetitivo per le aziende nazionali. Forse il governo, in pieno delirio normativo, era convinto che valesse il principio della sussidiarietà tanto caro alle compagini autonomiste ma assolutamente  non contemplato nella attribuzione delle competenze legislative nell’Unione europea.

    Per inquadrare la paradossale situazione normativa aiuta infatti rimarcare come la titolarità e la potestà legislativa relativa al made in risulti di attribuzione dell’Unione europea e non dei singoli stati. Quindi ogni iniziativa normativa in materia deve presentare un respiro ed una valenza europea.

    Logica conseguenza di queste divisioni delle potestà legislative tra singoli stati ed Unione Europea è che ogni imposizione normativa che venga attuata sul territorio italiano in relazione alla tutela, o presunta tale, dei prodotti risulti valevole solo ed esclusivamente per le aziende che operano nel territorio italiano non certo per le imprese industriali estere che esportano i propri prodotti nel mercato italiano. In questo contesto, e dimostrando una grande intelligenza, il pastificio De Cecco ha avviato una campagna di sensibilizzazione relativa al proprio prodotto indicando i luoghi di provenienza del grano (Italia Francia Australia Arizona Usa) al fine di valorizzare il processo di trasformazione italiano che rende la pasta italiana unica al mondo. Mediando il principio dello Swiss Made, che tutela la produzione del famoso cioccolato senza possedere la Svizzera all’interno del proprio territorio un unico campo coltivato a cacao e tutelando perciò il processo di trasformazione come vero valore aggiunto.

    Tale mancanza di sussidiarietà normativa fa emergere ancora una volta l’assoluta incompetenza sia dei vari ministri che hanno varato queste nuove norme quanto degli economisti ed accademici che non hanno compreso il valore disastroso di questa iniziativa legislativa al solo fine di spacciarla come un’azione di tutela e quindi semplicemente mediatica. Un iperattivismo normativo e comunicativo che ha avuto come unico risultato quello di favorire i prodotti di importazione che arrivano dall’Unione Europea che godono di un vantaggio competitivo rispetto alle aziende italiane le quali invece a queste norme risultano sottoposte.

    In più, entro la fine dell’anno, dovrebbe entrare in vigore una nuova normativa relativa all’etichettatura dei prodotti obbligando le aziende a cambiare ulteriormente il proprio packaging e la dichiarazione dei prodotti. Ancora una volta viene spacciata un’iniziativa normativa a favore  delle nostre aziende e soprattutto a tutela dell’intera filiera nazionale che interviene nella realizzazione del prodotto finito, espressione della cultura italiana intesa come sintesi felice di know how industriale, capacità professionali e creatività. Un’iniziativa che viceversa si rivela come ulteriore fattore anticompetitivo legato ad una profonda incompetenza di chi l’ha pensata e trasformata in normativa, riuscendo in una follia tutta nostrana come sintesi ed espressione della nostra cultura politica ed economica che riesce nell’arduo compito di trasformare un un’opportunità come la tutela made in Italy in vincolo.

    Una contraddizione tra intenzione ed effetto reale che dimostra l’esistenza di una classe politica assolutamente incapace anche solo di conoscere le reali esigenze delle aziende che operano nel made in Italy reale ma anche le singole competenze ed attribuzioni normative tra l’Italia e l’Unione Europea.

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