Occidente

  • Leader a Pechino

    La parata militare tenutasi recentemente a Pechino sulla grande piazza Tien An Men è stata certamente impressionante ma non sono i mezzi militari dispiegati né l’eccellente coreografia che dovrebbero preoccupare l’Occidente e gli Stati Uniti in primis. Ciò che dovrebbe costituire un avvertimento per chi ancora pensa che il mondo unipolare non sia ancora morto è il numero e il livello dei capi di Stato e dei vari leader di tanti paesi stranieri che hanno assistito alla riunione della SCO (Shanghai Cooperation Organization) e alla parata militare per l’80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. La SCO non è formalmente un’alleanza militare, ma un forum di cooperazione politica, economica e di sicurezza. Tuttavia, tra i suoi obiettivi dichiarati c’è la “promozione” di un mondo “multipolare”, come “alternativa al predominio occidentale”. È bene guardare chi fa parte di questa organizzazione e a che livello vi erano rappresentati.

    I 10 Stati membri presenti:

    1. Repubblica Popolare Cinese – Presidente Xi Jinping
    2. Federazione Russa – Presidente Vladimir Vladimirovic Putin
    3. Repubblica dell’India – Narendra Modi, Primo Ministro
    4. Repubblica Islamica dell’Iran – Masoud Pezeshkian, Presidente
    5. Repubblica del Kazakistan – Kassym-Jomart Tokaiev, Presidente
    6. Repubblica del Kirghizistan – Sadyr Japarov, Presidente
    7. Repubblica Islamica del Pakistan – Shehbaz Sharif, Primo Ministro
    8. Repubblica del Tagikistan – Emomali Rahmon, Presidente
    9. Repubblica dell’Uzbekistan – Shavkat Mirziyoyev, Presidente
    10. Repubblica di Belarus – Aleksandr Grigoryevich Lukashenko, Presidente
    11. Mongolia come osservatore permanente (per ora) senza diritti di voto ma partecipante agli scambi diplomatici e ai vari temi in agenda: Presidente Ukhnaagiin Khürelsükh
    12. Erano inoltre presenti su invito:

    Presenti su invito:

    • Armenia – Primo Ministro Nikol Pashinyan
    • Azerbaigian – Presidente Ilham Aliyev
    • Cambogia – Primo Ministro Hun Manet
    • Egitto – Primo Ministro Mostafa Madbouly
    • Maldive – Presidente Mohamed Muizzu
    • Myanmar – Presidente ad interim Min Aung Hlaing
    • Vietnam – Primo Ministro Phạm Minh Chính
    • Laos – Segretario Generale e Presidente Thongloun Sisoulith
    • Nepal – Primo Ministro KP Sharma Oli
    • Turchia – Presidente Recep Tayyip Erdoğan
    • Turkmenistan – Presidente Serdar Berdimuhamedov
    • Malesia – Primo Ministro Anwar Ibrahim

    C’erano poi anche alcuni rappresentanti di organizzazioni internazionali:

    • Nurlan Yermekbayev – Segretario Generale dello SCO
    • Ularbek Sharsheev – Direttore dell’Esecutivo della Struttura Antiterroristica Regionale (RATS)
    • Kao Kim Hourn – Segretario Generale dell’ASEAN
    • Sergey Lebedev – Segretario Generale della CIS
    • Imangali Tasmagambetov – Segretario Generale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO)
    • Bakhytjan Sagintayev – Presidente del Consiglio dell’Unione Economica Eurasiatica (EEC)
    • Asad Majeed Khan – Segretario Generale dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica (ECO)
    • Kairat Sarybay – Segretario Generale della Conferenza sulla Interazione e Misure di Fiducia in Asia (CICA)
    • Jin Liqun – Presidente della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB)
    • António Guterres – Segretario Generale delle Nazioni Unite

    Come non bastasse, alla parata militare i presenti al fianco di Xi erano ancora più numerosi e 26 tra loro erano Capi di Stato.

    Tra i nomi più importanti:

    1. Vladimir Vladimirovic Putin – Presidente della Federazione Russa
    2. Kim Jong-un – Presidente degli Affari di Stato della Repubblica Popolare Democratica di Corea
    3. Aleksandar Vučić – Presidente della Repubblica di Serbia
    4. Robert Fico – Primo Ministro della Repubblica Slovacca
    5. Miguel Mario Díaz-Canel Bermudez – Presidente della Repubblica di Cuba
    6. Masoud Pezeshkian – Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran
    7. Denis Sassou Nguesso – Presidente della Repubblica del Congo
    8. Emmerson Dambudzo Mnangagwa – Presidente della Repubblica dello Zimbabwe
    9. Min Aung Hlaing – Presidente del Consiglio Amministrativo di Stato del Myanmar (capo della giunta militare)
    1. Woo Won-shik – Presidente dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Corea (Corea del Sud)
    2. Miguel Díaz-Canel – Presidente di Cuba
    3. Li Junhua – Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Economici e Sociali
    1. Dilma Vana Rousseff – Presidente della Nuova Banca di Sviluppo (NDB, BRICS), ex Presidente del Brasile
    2. Kao Kim Hourn – Segretario Generale dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN)
    3. Sergei Nikolaevic Lebedev – Segretario Generale della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI)
    1. Ex Primi Ministri ed ex leader da: Nuova Zelanda, Giappone, Belgio, Svizzera, Romania
    2. Bob Carr – già Ministro degli Esteri dell’Australia
    1. Massimo D’Alema – già Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana
    2. Daniel Andrews – già Premier dello Stato di Victoria (Australia)

    Tutto questo elenco (parziale) può sembrare noioso per chi legge ma è indispensabile conoscerlo ricordando che fotografa quasi la metà della popolazione mondiale. Se a questi numeri aggiungiamo i membri dei BRICS che non erano presenti a Pechino (Sud Africa, Brasile, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Indonesia e Paesi partner) il totale degli esseri umani rappresentati da queste due organizzazioni (la SCO e i BRICS) supera il 60% della popolazione mondiale. Per avere un’idea del loro valore economico, tuttora in crescita, basta sapere che i BRICS hanno un PIL nominale di circa 28 trilioni di dollari USA, l’Unione Europea arriva solo a 20 trilioni e gli USA hanno un PIL di poco superiore a 30 trilioni. Oltre a ciò, è molto rilevante notare che ai due eventi organizzati da Pechino (anche come operazione di pubbliche relazioni) non erano presenti solo personalità rappresentanti Paesi notoriamente ostili all’Occidente ma pure alcuni membri della NATO e dell’Unione Europea.

    A questo punto occorre domandarsi come e perché così tanta parte del mondo sembra prendere le distanze (è un eufemismo) dal mondo Occidentale. Non siamo forse noi gli alfieri del “bene” che lottano contro il “male”? Non siamo i disinteressati difensori del sistema politico migliore in assoluto e cioè quella “democrazia” che, come nuovi Apostoli, stiamo cercando di diffondere in tutto il mondo (a volte con le armi)? Non siamo quelli che si sacrificano finanziando con armamenti e milioni di dollari i giovani ucraini che mandiamo a morire per “difendere la loro libertà e quella dell’Europa tutta”?

    Come è possibile che perfino qualche nostro stretto alleato, ad esempio la Turchia o la Slovacchia o altri, partecipando, si sia prestato a dare smalto a celebrazioni organizzate da uno Stato non democratico che aveva proprio l’intento di dimostrarsi forte di fronte a noi? Abbiamo sbagliato qualcosa?

  • Il peccato originale tra il 2018 e il 2024

    Sono passati sei anni dal marzo 2018 da quando individuavo il pericolo della crescita di una potenza assolutamente non democratica come la Cina (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-peccato-originale/).

    La conferma arriva ora proprio durante la crisi russo-ucraina, in quanto la seconda potenza economica mondiale ha confermato il proprio sostegno alla Russia anche nel caso di un evento bellico durante il quale resterà al fianco di Putin.

    Questo conferma ancora una volta la visione miope di una oligarchia economica occidentale all’interno di un mondo globale il quale, privo di un minimo di regole condivise, rischia la disintegrazione proprio avendo sfruttato solo il vantaggio competitivo della diversità di sistemi fiscali, economici e democratici come strumento di speculazione, finalizzato semplicemente al raggiungimento del minor costo della manodopera e quindi dell’investimento.

    Il dumping economico, espressione di un più complesso dumping fiscale e sociale che si manifesta con una minore tutela dei lavoratori e dei consumatori, mostra i propri limiti proprio all’interno di una complessa situazione internazionale che mette in gioco la stessa democrazia.

    L’illusione di una supremazia dell’interesse economico in grado di trasformarsi in una sorta di adeguamento politico ed istituzionale al modello occidentale ha permesso ed anzi incentivato il trasferimento del primato tecnologico ed industriale dell’Occidente ai paesi dell’estremo Oriente. Con l’unico effetto che ora questi possono, sfruttando il basso costo della manodopera, mettere in difficoltà il sistema economico occidentale il quale non è in grado in alcun modo di risolvere le criticità politiche e strategiche internazionali.

    La crisi internazionale scaturita dal covid e dalla guerra russo-ucraina, come dal conflitto arabo israeliano e dagli attacchi alle rotte del Mar Rosso, pone in evidenza come la sola economia (o forse sarebbe più corretto parlare degli interessi speculativi di una minima parte degli operatori economici) non abbia la capacità, e forse neppure l’interesse, di risolvere e tantomeno di prevedere i problemi politici e democratici di un mondo troppo globale anche per le istituzioni politiche internazionali.

    In altre parole, la sintesi della criticità internazionali dimostrano come sia illusorio credere in un ipotetico primato dell’economia su ogni asset politico, sociale e culturale. Lo stesso principio della concorrenza a favore dei consumatore diventa solo teorico se non inserito all’interno di un quadro di norme condivise politiche, fiscali e sociali. In altre parole il suo valore si può esprimere solo se in quadri democratici condivisi, altrimenti ogni evoluzione economica diventa un semplice fattore di speculazione che si arena al primo ostacolo.

    Qualsiasi crescita economica, specialmente se non espressione di investimenti, ma semplicemente favorita da un minore costo della manodopera, quando avviene all’interno di sistemi politici non democratici favorisce gli oligopoli e rafforza le dittature creando le condizioni per le crisi internazionali come quella attuale.

  • L’Occidente seduto sul bordo del precipizio?

    Ormai siamo abituati a tutto, guerre, massacri, satanismi, violenti di ogni età, ordine e grado, che ammazzano e violentano donne, distruggono scuole, picchiano i professori, sproloquiano sui social, devastano gli stadi e mettono a testa in giù il Presidente del Consiglio o qualche altro avversario.

    Siamo abituati alle leggi presentate, ritirate, non applicate, alle carceri strapiene, alle cure mediche rimandate di mesi per la mancanza di personale sanitario o per l’incapacità di gestirlo e di fare funzionare i macchinari, ai cavalcavia pericolanti e non sistemati, alle esondazioni dei fiumi, per altro mai ripuliti nei lunghi momenti di siccità.

    Siamo abituati a tutto ma che la più grande potenza occidentale, gli Stati Uniti, abbia un ex presidente che aspira a tornare alla Casa Bianca, anche se pieno di processi e primo attore di vari scandali, il quale, in un comizio elettorale e con dichiarazioni varie, di fatto afferma che lascerebbe carta bianca a Putin per fare quello che gli pare, minacciando anche di uscire dalla Nato e che l’America non si dovrà occupare se uno dei suoi alleati europei sarà invaso credo sia un drammatico segnale dell’abisso sul quale è seduto l’Occidente.

    Quando un leader politico non è in grado di comprendere la gravità delle sue affermazioni, per i risvolti interni ed esterni, ed anzi si compiace di alzare i toni e la violenza del linguaggio fino al parossismo, o c’è modo di intervenire per riportarlo alla ragione o bisogna bandirlo dalla vita pubblica.

    Tutti sappiamo come migliaia, purtroppo milioni di persone possono essere contagiate proprio dal machismo esasperato dei capi popolo che, alla caccia esasperata di voti, non realizzano che il loro esempio porta a conseguenze molto pericolose.

    Vale per gli Stati Uniti come per l’Italia, Giorgio Pisanò scrisse un importante libro sul primo dopoguerra in Italia “Sangue chiama sangue”, e ormai dovremmo sapere che violenza verbale chiama violenza anche fisica così, vale per tutti, se i toni non tornano ad un civile confronto la responsabilità peserà su coloro che hanno dato il cattivo esempio.

  • Il G7 a guida italiana nel 2024 sarà in Puglia

    Sarà la Puglia ad ospitare il prossimo G7 a guida italiana che si terrà nella seconda metà di giugno del 2024, “dopo il voto europeo” previsto il 9-10. L’annuncio è arrivato da Hiroshima dalla premier Giorgia Meloni che non ha voluto aggiungere dettagli sulla località che ospiterà il vertice. Qualche indiscrezione, però, fa ipotizzare che non sarà una città, ma un luogo che consenta da un lato una più facile gestione delle questioni legate alla sicurezza delle delegazioni, e dall’altro sia al centro di una delle zone più belle e caratteristiche della regione. “La sede precisa ve la dico la prossima volta – ha detto Meloni -. C’è tempo, è fra un anno. Ce l’ho, ma preferisco dirvela la prossima volta”.

    L’annuncio in conferenza stampa in Giappone, è stato preceduto di qualche minuto da una telefonata al presidente della Regione Michele Emiliano che ha ringraziato la premier “per il grande riconoscimento che il governo italiano, con questa scelta, ha dato a noi tutti”.

    “Abbiamo scelto la Puglia come sede del G7 – ha spiegato Meloni da Hiroshima – perché storicamente ha svolto la funzione di ponte: anche Francesco l’ha scelta per un evento senza precedenti, terra simbolo di dialogo tra oriente e occidente”.  Papa Francesco, infatti, per due volte ha scelto la Puglia e in particolare Bari come sede di eventi rilevanti per il dialogo ecumenico e tra le sponde del Mediterraneo: il 7 luglio del 2018 vi si tenne l’incontro con i capi delle Chiese Ortodosse, Orientali Ortodosse e Cattoliche Orientali, mentre 2 anni dopo, il 23 febbraio 2020, Bari fu sede dell’evento “Mediterraneo Frontiera di Pace”, dove il Papa chiamò a raccolta tutti i vescovi del Mediterraneo. Qualche anno prima, nel maggio del 2017, Bari aveva ospitato la riunione ministeriale finanze del G7.

    “Un riconoscimento straordinario – ha detto Emiliano – del lavoro che la Puglia ha svolto con riferimento al dialogo tra oriente e occidente, in permanente connessione con Papa Francesco, e della nostra capacità di accoglienza di tutti i popoli del mondo”. La “non casualità della scelta” è stata sottolineata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, mentre il ministro Raffaele Fitto (entrambi sono pugliesi) ha parlato del “ruolo centrale dell’Italia nel Mediterraneo e nel mondo”.

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