Pakistan

  • La vita del popolo sahiwaliano raccontata attraverso gli scatti Sohail Karmani

    Frammenti di vita quotidiana in cui i volti si intrecciano con i riti, i rituali e le cerimonie di un territorio dove è ancora parzialmente intatta la naturalità della condizione umana. Sono gli scatti racchiusi in The Spirit of Sahiwal di Sohail Karmani, professore ordinario presso la New York University di Abu Dhabi e appassionato fotografo che ha sviluppato nel tempo un proprio linguaggio narrativo incentrato sulla gente, i viaggi, la strada e la fotografia documentaria.

    Di origini pakistane, nel 2010 si è recato per la prima volta a Sahiwal, città di suo padre, nel distretto centro orientale di Punjab, meglio conosciuto come il sito dell’Antica Civiltà della Valle dell’Indo risalente al terzo millennio a.C. e ha fatto dei colori vividi, dei volti e delle storie di quei luoghi i protagonisti dei suoi scatti che altro non sono che un omaggio alla bellezza, all’umanità, alla dignità e allo straordinario spirito di resilienza di quel popolo. Lungi dal volere rappresentare la miseria e la sofferenza, il libro di Karmani regala uno spaccato della società sahiwaliana in cui i contrasti cromatici e la luce intensa si innestano nella vitalità di una natura umana feconda e autentica, cristallizzata in immagini capaci di generare grande coinvolgimento emotivo con lo spettatore.

     

  • La comunità internazionale chiede di fare luce sulle violazioni dei diritti umani nel Kashmir

    La comunità internazionale, compresa l’Unione Europea, è sempre più preoccupata per il lungo conflitto tra India e Pakistan per la disputa sulla regione del Kashmir. La diatriba risale al 1948 quando, dopo la fine del dominio britannico, al popolo del Kashmir fu promesso dalle Nazioni Unite un voto plebiscitario sul suo status futuro. Dovevano cioè scegliere tra l’integrazione con l’India, il Pakistan oppure optare per  l’indipendenza. Sia l’India che il Pakistan rivendicavano la regione himalayana e la conseguenza fu lo scoppio di due guerre. Le tensioni più elevate si rilevano nella parte del Kashmir amministrata dall’India, dove vivono circa i due terzi della popolazione.

    L’India e il Pakistan, entrambe potenze nucleari, di recente sono tornate ad affrontarsi per la stessa questione e alla disputa si è aggiunta anche la Cina che esercita un’influenza crescente sulla regione in quanto le sue forze armate occupano piccole aree del Kashmir. Gli attacchi contro i civili sono frequenti, in particolare nella parte indiana del confine conteso, i prigionieri nel Kashmir amministrato dall’India sono stati sottoposti ad abusi e torture, tra cui “water-boarding, privazione del sonno e torture sessuali”, come rileva un rapporto di Association of Parents of Disappeared Persons e Jammu and Kashmir Coalition of Civil Society, due associazioni che si occupano di diritti umani. Le forze indiane sono state fortemente criticate per l’uso eccessivo della forza dall’ONU che ha chiesto un’indagine internazionale sulle violazioni dei diritti. Il responsabile per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, inoltre, ha chiesto di istituire una apposita commissione d’inchiesta.

    Secondo uno studio pubblicato nel 2015 da Medici senza frontiere il 19% della popolazione prevalentemente musulmana del Kashmir soffre di disturbo da stress post-traumatico a causa del conflitto e delle condizioni in cui è costretta a vivere.

  • Asia Bibi è libera ma deve rifugiarsi in un luogo sicuro

    I giudici della Corte Suprema del Pakistan, riuniti in udienza il 29 gennaio, hanno respinto l’istanza di revisione della sentenza che lo scorso ottobre ha assolto Asia Bibi dall’accusa di blasfemia. La donna adesso  è libera di rivedere i suoi famigliari dopo nove anni e mezzo di carcere ma i problemi per lei, purtroppo non sono finiti. Le proteste e le violenze dei fondamentalisti del partito Tehreek-e-Labaik, che alla vigilia della sentenza avevano minacciato i giudici (e i loro famigliari) affinché non assolvessero Asia Bibi, non si faranno attendere. Già accusano infatti il governo di Imran Kahn di essere “al soldo” dell’Occidente. La sentenza giunge infatti  in un momento di apertura alla minoranza cristiana: lo scorso 25 dicembre è stato festeggiato il Natale, con tanto di auguri da parte del governo ai cristiani in Pakistan, ed è stato assolto un altro cristiano “blasfemo”, la cui famiglia è stata però distrutta negli ultimi anni. Piccoli passi che fanno pensare positivamente, anche se con tutte le cautele del caso, ad un periodo di apertura. Nel frattempo però  Asia Bibi deve allontanarsi dal Pakistan e rifugiarsi in un luogo sicuro con tutta la sua famiglia per non correre rischi.

  • Asia Bibi giudicata innocente dalla corte suprema pakistana

    Sta succedendo quello che si temeva. Alla gioia seguita alla proclamazione di non colpevolezza da parte della Corte Suprema, è subito subentrata la paura che i fondamentalisti islamici riescano a fare un nuovo processo e a condannare a morte, per la seconda volta, la povera Asia Bibi, una contadina cristiana che vive in Pakistan, colpevole, secondo questi estremisti, di blasfemia e di aver offeso il Profeta. La Corte Suprema, con estremo coraggio, dato il clima di odio e di persecuzione contro i cristiani che è ormai radicato in Pakistan, ha sentenziato che Asia non ha commesso nessuna colpa. Le accuse, quindi, erano false e pretestuose, montate ad arte per far condannare a morte la povera donna. Ciò nonostante Asia è rinchiusa in prigione da 10 anni, in una cella buia e senza finestre, senza avere alcun contatto con l’esterno. Basti pensare che in tutto questo tempo il marito ed i figli non hanno mai potuta incontrarla e che dopo la recente sentenza sono stati costretti a nascondersi per il timore di essere a loro volta perseguitati e sottoposti alle violenze dalla folla, che a decine di migliaia ha invaso le piazze del Paese, ubriaca di odio e di fobia contro i cristiani, chiedendo la morte per Asia.

    Asia è innocente, ma deve morire perché cristiana. La sua sola colpa è credere in Gesù Cristo e nel suo amore. Che cosa alimenta questo odio feroce e disumano contro i cristiani? I laudatores dell’islam dicono che questa è una religione amorevole, non violenta. Vorremmo crederlo, ma in tutto il mondo le persecuzioni contri i cristiani provengono da fedeli mussulmani o da istituzioni civili controllate da essi. Non si sente mai dire che i buddisti perseguitino i cristiani, o che lo facciano gli animisti. Sono sempre gli appartenenti all’islam quelli che odiano e che perseguitano i credenti in Cristo, cioè gli infedeli, come dice il Corano. Forse la situazione sarebbe diversa se nel Corano non ci fossero le “sure” che incitano ad ammazzare gli infedeli e addirittura indicano come farlo. Se l’Islam è considerato amorevole, perché i loro saggi, i loro maestri non si pongono il problema della estrema violenza dei versetti di certe “sure” contro gli infedeli? La questione non riguarda soltanto il Pakistan, dilaniato da questo genere di violenza, è ormai pericoloso anche per gli islamici moderati, ma tutti quei Paesi in cui la persecuzione anti cristiana è pane quotidiano. Quando poi dalla persecuzione si passa all’affermazione politica di questi principi, si arriva all’aberrazione delle stragi, come è già accaduto a Parigi e a Nizza e alla creazione del Califfato, cioè di una entità pseudo statuale retta dal Corano, considerato come gli Stati democratici considerano la Costituzione. La violenza è talmente reale, che lo stesso avvocato di Asia Bibi,  Saif ul-Mulook, che l’ha salvata dall’impiccagione per blasfemia, ha lasciato il paese temendo per la sua vita, dopo le minacce da parte degli islamici radicali. Che cosa succederà ora? Vi sarà un nuovo processo? Con quali garanzie di obiettività? Gli interrogativi vanno al di là dei confini pakistani e investono le tutela dei diritti umani. E i governi dell’Occidente, sempre pronti a muoversi quando all’orizzonte appaiono segni contrari, hanno intrapreso iniziative diplomatiche per tutelare questi diritti? E l’Unione europea, tramite la sua Alta Rappresentante per la politica estera, l’italiana Mogherini, che azioni ha tentato per impedire l’ennesima flagrante ingiustizia? Ed i cattolici italiani, a parte qualche lodevole reazione privata, cosa hanno tentato di fare per dare una mano alla povera Asia? Lodevole l’iniziativa di Giulio Meotti, giornalista de “Il Foglio”, che ha raccolto più di 14.000 firme all’appello “Portiamo Asia Bibi in Italia” lanciato sulla piattaforma change.org. “L’Italia non può restare in silenzio e inerme davanti alla sorte di Asia Bibi, simbolo della persecuzione di cui sono vittime i cristiani in tutto il mondo… Impedire che sia portata a compimento la condanna a morte per un reato inaccettabile e inesistente è un dovere di tutti, cristiani e non cristiani”. Anche Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, ha annunciato che si sta muovendo in modo discreto, cioè seguendo i criteri della diplomazia, che non urla e non strepita, ma agisce, discretamente appunto, per risolvere il problema di Asia.  Il marito di Asia, intanto, si è rivolto ad alcuni governi, compreso, pare, quello italiano, per chiedere il diritto di asilo. Come risponderanno questi governi, se risponderanno? Sarà disposto il governo pachistano ad aprire eventuali trattative con quelli che fossero disposti ad accogliere la famiglia Bibi, Asia compresa? La questione ci sembra molto delicata, per non dire di difficile soluzione. Fin tanto che la violenza prevarrà sulla legge, non c’è nulla da sperare, a meno che alla violenza della piazza non si sostituisca quella legale del governo per impedire un “delitto ufficiale”. Lasciamo il campo alla diplomazia e, per altri versi, ai credenti, che pregano perché il miracolo si compia.

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