Parlamento Europeo

  • Ok del Parlamento europeo a programmi per investimenti di 700 miliardi entro il 2027

    Il Parlamento europeo ha dato il via libera al nuovo programma europeo per sostenere gli investimenti e l’accesso ai finanziamenti nel periodo 2021-2027, concordato in parte con i ministri dell’Unione europea. Con l’obiettivo di generare quasi 700 miliardi di euro di investimenti, l’iniziativa “InvestEU” sostituisce l’attuale Fondo europeo per gli investimenti strategici (il Feis, che faceva parte del “Piano Juncker”) istituito dopo la crisi finanziaria del 2008. Gli eurodeputati vogliono migliorare la proposta della Commissione europea, aumentando la dotazione dell’Ue da 38 miliardi di euro a 40,8 miliardi di euro per innescare investimenti pari a 698 miliardi di euro (l’obiettivo della Commissione era di 650 miliardi di euro).

    La relazione di José Manuel Fernandes (Ppe) e Roberto Gualtieri (Pd-S&D) è stata approvata con 463 voti favorevoli, 64 contrari e 29 astensioni. “Con InvestEU stiamo dando forma al futuro dell’Ue verso maggiori investimenti a sostegno delle piccole e medie imprese e dei progetti locali. Inoltre, colleghiamo questo nuovo strumento a un forte incentivo a sostenere i progetti ambientali, sociali e di governance, promuovendo la cultura e garantendo una finanza etica e sostenibile”, ha spiegato Gualtieri correlatore e presidente della commissione per i problemi economici e monetari. Il Parlamento ha ora concluso la sua prima lettura, che comprende le parti già concordate con gli Stati membri. I colloqui con i ministri Ue proseguiranno nel corso della prossima legislatura.

  • Questa sera summit europeo sulla Brexit

    Theresa May, la premier britannica, è stata ieri a Berlino e a Parigi, in preparazione del Consiglio europeo straordinario, la conferenza al vertice dei capi di Stato o di governo, che avrà luogo a Bruxelles questa sera, per decidere se concedere o meno una seconda proroga in meno di un mese, al fine di evitare che Londra sia costretta, venerdì prossimo, a uscire dall’UE senza un accordo. Dopo gli incontri si è fatta strada l’idea di una proroga lunga e flessibile che arrivi fino alla fine del 2019 o all’inizio del 2020. La decisione impone l’unanimità dei consensi; tutti i 27 governi dovranno trovarsi d’accordo. E se così non fosse? In questo caso il Regno Unito sarebbe costretto ad uscire dall’Unione europea senza un accordo (ipotesi no deal) alle ore 23 di venerdì 12 aprile. Si tratta però di un’ipotesi remota, che tra l’altro avrebbe la conseguenza di creare forte incertezza sui mercati e di danneggiare gravemente vari Paesi europei, primo fra tutti l’Irlanda. Non a caso il primo ministro irlandese Leo Varadkar ha dichiarato sabato scorso che un Paese UE che ponesse il veto su una proroga di Brexit “non sarebbe mai perdonato” dal governo e dai cittadini irlandesi. Nell’ipotesi in cui si vada invece nella direzione di una proroga, il problema sarebbe quello della sua durata: proroga breve o proroga lunga? Nel primo caso la proroga arriverebbe fino al 22 maggio, alla vigilia delle elezioni europee che si dovrebbero tenere nel Regno Unito, o al massimo, fino al 30 giugno, poiché il 2 luglio il Parlamento europeo eletto terrà la sua prima seduta. Una minoranza di Paesi UE, tuttavia, sembra favorevole a una proroga breve, con il rischio di convocare ripetutamente dei Consigli straordinari per dei rinvii di breve durata, essendo evidente che la May avrebbe grosse difficoltà a trovare un accordo con i laburisti per avere una maggioranza in seno al Parlamento in meno di tre mesi. Tanto più che per Bruxelles l’accordo sottoscritto a fine 2018 non può essere rimesso in discussione. Il compromesso tra conservatori e laburisti, dunque, dovrebbe riguardare soltanto la dichiarazione politica che regola i futuri rapporti tra Londra e Bruxelles. Pare perciò che il Regno Unito sia costretto a rimanere nell’UE a pieno titolo ancora per un periodo di tempo significativo. Da ciò l’ipotesi di una proroga lunga, che richiederebbe però la partecipazione di Londra alle elezioni europee. Ma quale impatto la partecipazione britannica alle elezioni di fine maggio potrebbe avere sugli equilibri politici del prossimo Parlamento europeo? Il rafforzamento dei gruppi politici euroscettici potrebbe disturbare la formazione di una grande coalizione che potrebbe comprendere i popolari, i socialdemocratici, i liberali dell’Alde e i deputati del partito di Macron, che però non hanno ancora deciso. La presenza dei deputati del RU inciderebbe senza dubbio sull’equilibrio previsto dei gruppi politici e ridurrebbe ulteriormente la già frammentata maggioranza europeista. In più, inciderebbe sugli equilibri interni ai due più grandi schieramenti, quello europeista e quello euroscettico. Nel primo aumenterebbero i socialdemocratici con la presenza dei laburisti, mentre i popolari ridurrebbero percentualmente i loro seggi, dal momento che i conservatori britannici non appartengono al PPE. Nel secondo, il gruppo ECR risulterebbe il più grande avendo con sé i conservatori britannici. Che diranno quelli della Lega e del Movimento 5 stelle, che potrebbero essere svantaggiati percentualmente dalla presenza dei conservatori?  Una proroga lunga potrebbe dunque scontentare molti, ma sembra che la maggioranza del Consiglio vi sia favorevole. Come andrà a finire questa sera lo sapremo durante la notte, che dovrebbe portare buon consiglio, con la lettera minuscola. Speriamo che anche quello con la lettera maiuscola sia saggio e ragionevole.

  • Il Parlamento europeo approva la direttiva sul Copyright

    “Con il voto di oggi il Pe dà il via libera definitivo alla nuova direttiva per la protezione del diritto d’autore dimostrando la sua determinazione a proteggere e valorizzare l’inestimabile patrimonio di cultura e creatività europeo”. Il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, esprime tutta la sua soddisfazione dopo che gli eurodeputati, riuniti in Sessione plenaria a Strasburgo, hanno approvato con 348 voti favorevoli, 274 contrari e 36 astensioni la direttiva europea sul copyright. Adesso spetterà agli Stati membri approvare, nelle prossime settimane la decisione dell’Europarlamento. Si conclude così l’iter legislativo iniziato nel 2016 e che, con il voto del 26 marzo, garantirà nuove norme, che includono salvaguardie alla libertà di espressione, grazie alle quali creatori ed editori di notizie potranno negoziare con i giganti del web.

    Dare un’organizzazione al mondo del web era un compito che l’Europa si era riproposta dal 2001 ma da allora le cose sono molto cambiate, all’epoca infatti non esistevano ancora le piattaforme Social, né i grandi giganti dell’e-commerce. Con la direttiva attuale, il cui testo era stato formulato dalla Commissione europea nel 2016, si spera di poter fare finalmente ordine, attraverso regole precise e condivise, in quello che lo stesso Tajani ha definito un “far west” delle notizie. E sappiamo bene quanto l’uso inappropriato degli strumenti digitali in questi anni abbia prodotto danni, a partire dalla diffusione di fake news.

    La direttiva intende così garantire che diritti e obblighi del diritto d’autore di lunga data si applichino anche online. YouTube, Facebook e Google News sono alcuni dei nomi di gestori online che saranno più direttamente interessati da questa legislazione. La direttiva si impegna inoltre a garantire che Internet rimanga uno spazio di libera espressione.

    Secondo la nuova normativa i titolari dei diritti, in particolare musicisti, artisti, interpreti e sceneggiatori (creativi), editori di notizie e giornalisti potranno negoziare accordi migliori sulla remunerazione derivata dall’utilizzo delle loro opere presenti sulle piattaforme Internet le quali, a loro volta,saranno direttamente responsabili dei contenuti caricati sul loro sito, dando automaticamente agli editori di notizie il diritto di negoziare accordi per conto dei giornalisti sulle informazioni utilizzate dagli aggregatori di notizie.

    Numerose disposizioni sono specificamente concepite per garantire che Internet rimanga uno spazio di libertà di espressione. Poiché la condivisione di frammenti di articoli di attualità è espressamente esclusa dal campo di applicazione della direttiva, essa può continuare esattamente come prima. Tuttavia, la direttiva contiene anche delle disposizioni per evitare che gli aggregatori di notizie ne abusino.

    Lo “snippet” (frammento) può quindi continuare ad apparire in un newsfeed (sezione notizie) di Google News, ad esempio, o quando un articolo è condiviso su Facebook, a condizione che sia “molto breve”.

    Il caricamento di opere protette per citazioni, critiche, recensioni, caricature, parodie o pastiche è stato protetto ancor più di prima, garantendo che meme e GIF continuino ad essere disponibili e condivisibili sulle piattaforme online.

    Nel testo viene inoltre specificato che il caricamento di opere su enciclopedie online in modo non commerciale come Wikipedia (che per protesta aveva oscurato il sito italiano il giorno prima del voto di Strasburgo), o su piattaforme software open source come GitHub, sarà automaticamente escluso dal campo di applicazione della direttiva. Le piattaforme di nuova costituzione (start-up) saranno soggette a obblighi più leggeri rispetto a quelle più consolidate.

    Autori, artisti, interpreti o esecutori potranno chiedere alle piattaforme una remunerazione aggiuntiva per lo sfruttamento dei loro diritti qualora la remunerazione originariamente concordata fosse sproporzionatamente bassa rispetto ai benefici che ne derivano per i distributori.

    Questi ultimi due passaggi, che nel testo precedente, modificato a febbraio, facevano capo gli assai discussi articoli 11 e 13 sono stati rielaborati con due nuove articoli, 15 e 17.

    L’accordo mira a facilitare l’utilizzo di materiale protetto da diritti d’autore per la ricerca che si basa sull’estrazione di testi e dati, eliminando così un importante svantaggio competitivo che i ricercatori europei si trovano attualmente ad affrontare. Viene inoltre stabilito che le restrizioni del diritto d’autore non si applicheranno ai contenuti utilizzati per l’insegnamento e la ricerca scientifica.

    Infine, la direttiva consentirà l’utilizzo gratuito di materiale protetto da copyright per preservare il patrimonio culturale. Le opere fuori commercio possono essere utilizzate quando non esiste un’organizzazione di gestione collettiva che possa rilasciare una licenza.

    Cosa cambia allora con l’approvazione della direttiva? Attualmente, le aziende online sono poco incentivate a firmare accordi di licenza equi con i titolari dei diritti, in quanto non sono considerate responsabili dei contenuti che i loro utenti caricano. Sono obbligate a rimuovere i contenuti che violano i diritti solo su richiesta del titolare. Tuttavia, ciò è oneroso per i titolari dei diritti e non garantisce loro un reddito equo.

    La responsabilità delle società online aumenterà le possibilità dei titolari dei diritti (in particolare musicisti, interpreti e sceneggiatori, nonché editori di notizie e giornalisti) di ottenere accordi di licenza equi, ricavando in tal modo una remunerazione più giusta per l’uso delle loro opere sfruttate in forma digitale.

    E’ inutile sottolineare che il voto del PE ha suscitato reazioni controverse tra chi ha applaudito alla nuova norma e chi invece ha visto nella sua approvazione un bavaglio alla libera informazione, una contrapposizione che ha coinvolto anche gli eurodeputati italiani chiamati a votare in Aula. Le delegazioni del Movimento 5 Stelle e della Lega all’Europarlamento hanno votato compatte contro, mentre la grande maggioranza dei deputati europei del Pd ha votato a favore della direttiva, insieme all’intera delegazione di Forza Italia, ma tre deputati del Pd – Brando Benifei, Renata Briano e Daniele Viotti –  hanno votato contro il testo. Nel gruppo dei Socialisti&Democratici, anche Eli Schlein di Possibile e Sergio Cofferati di Sinistra Italiana hanno espresso voto negativo. Contrari alla direttiva anche Barbara Spinelli e Eleonora Forenza del gruppo di estrema sinistra della Gue, nonché i due ex deputati eletti al M5S Marco Affronte (passato ai Verdi) e David Borrelli (non iscritti). Un’altra ex del M5S, ha preferito invece astenersi. Infine, hanno votato a favore i deputati italiani del gruppo dei Conservatori e riformatori europei Raffaele Fitto, Innocenzo Leontini e Remo Sernagiotto

  • Cristiana Muscardini relatrice al convegno di Firenze ‘Le donne del Parlamento europeo’

    In occasione della giornata della donna e in vista delle prossime elezioni europee Villa Finaly e gli Archivi storici dell’Unione europea organizzano a Firenze, giovedì 7 marzo 2019, dalle 14:30 alle 18, una conferenza di studio e dibattito con la partecipazione di accademiche, politiche e attiviste per i diritti delle donne. Al convegno, intitolato LE DONNE DEL PARLAMENTO EUROPEO interverrà, tra gli altri l’On. Cristiana Muscardini che con Laura Ferrara, Maria Grazia Rossilli e Francesca Russo, moderate dalla giornalista Francesca Venturi, discuterà delle prospettive e aspettative che riguarderanno le prossime elette al Parlamento europeo. Nelle precedenti sessioni con Federica Di Sarcina, Maria Pia Di Nonno, Luciana Castellina e Monica Baldi si ricorderanno il ruolo e l’importanza che dal 1979 ad oggi hanno avuto alcune eurodeputate nella storia del Parlamento europeo dalle elezioni del 1979 fino a oggi  quali Simone Veil e Nicole Fontaine.

  • I candidati dei partiti europei per la successione a Juncker

    La presidenza della Commissione europea viene assegnata al candidato principale del partito politico europeo che ha ottenuto il maggior numero di seggi al Parlamento Ue per il quale si voterà il 26 maggio (il presidente uscente Jean Claude Juncker era lo Spitzenkandidat del Partito popolare europeo, Ppe, nel 2014). Il sistema degli Spitzenkandidaten è stato il frutto di un accordo tra i capi di Stato e di governo dell’Ue, l’Europarlamento e i gruppi politici (il Trattato di Lisbona infatti prevede solo che il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, proponga un presidente della Commissione che l’Europarlamento deve poi confermare a maggioranza dei suoi membri). Anche alla luce di una risoluzione adottata nel febbraio del 2018, con cui il Parlamento europeo ha avvertito che respingerà i candidati alla presidenza della Commissione che non siano Spitzenkandidaten, le maggiori forze politiche europee hanno già individuato i loro candidati alla presidenza dell’esecutivo europeo: il tedesco Manfred Weber per il Ppe, l’olandese Frans Timmermans per il Pse, il ceco Jan Zahradil per l’Ecr, il tandem Violeta Tomič e Nico Cué per la Sinistra europea.  L’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa (Alde), Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd) ed Europa delle nazioni e delle libertà (Enf) non hanno ancora scelto i loro Spitzenkandidaten.

    Durante il Congresso di Helsinki dell’8 novembre 2018, il Partito Popolare Europeo (Ppe) ha eletto Manfred Weber suo “candidato di punta” per le elezioni europee. Nato nel 1972 a Niederhatzkofen, Weber ha iniziato la sua militanza politica a sedici anni nell’associazione giovanile nell’Unione Cristiano-Sociale in Baviera (CSU), partito di cui è ancora membro. Dopo aver ottenuto una laurea in ingegneria nel 1996, Weber continua la sua attività politica arrivando a guidare l’associazione giovanile della CSU tra il 2003 e il 2007. Nel 2002, a soli ventinove anni, diventa il membro più giovane del parlamento del land della Baviera, posizione da cui si dimette nel 2004 dopo la sua elezione al Parlamento Ue. Dopo la sua conferma all’Eurocamera nel 2009, Weber è nominato vicepresidente del Partito popolare europeo (Ppe). La sua notorietà aumenta a partire dal 2014, quando il bavarese diviene capogruppo del Ppe in seno all’Eurocamera. Sposato dal 2002, Weber è un cattolico praticante: oltre a essere membro del comitato regionale dei cattolici della Baviera, da novembre 2016 è membro del comitato centrale dei cattolici tedeschi. Weber rappresenta l’ala più a destra del Ppe e in passato si è schierato contro l’espulsione di Fidesz (il partito di Orban) dal gruppo. A livello di politica interna è per un controllo più stretto dei flussi migratori, in economia difende le regole del Patto di stabilità e i vincoli di bilancio, mentre in politica estera sostiene le sanzioni alla Russia, con una presa di posizione molto forte contro il progetto di gasdotto Nord Stream 2 che dovrebbe collegare la Russia alla Germania.

    Durante il Congresso del 7-8 dicembre 2018 a Lisbona, il Partito socialista europeo (Pse) ha nominato l’attuale primo vicepresidente della Commissione Ue, l’olandese Frans Timmermans suo “candidato principale” per le elezioni europee. Nato nel 1961 a Maastricht, Timmermans conosce molto bene l’Italia. Suo padre era archivista presso l’Ambasciata olandese a Roma e Timmermans ha trascorso gli anni dell’adolescenza nella capitale, dove ha imparato a parlare perfettamente l’italiano. Timmermans è sempre rimasto legato all’Italia, torna nel Paese molto spesso e non ha mai nascosto il suo tifo per l’As Roma. Prima di entrare in politica, Timmermans ha lavorato per anni presso il Ministero degli Esteri a L’Aia e all’Ambasciata olandese a Mosca. Parla fluentemente diverse lingue (oltre all’olandese e all’italiano, anche francese, inglese, russo e tedesco) ed è laureato in Lingua e letteratura francese. Eletto per la prima volta nella Camera del Parlamento olandese nel 1998, Timmermans ha ricoperto la carica di ministro degli Esteri tra il 2012 e il 2014 sotto il governo Rutte. Timmermans è membro Partito del Lavoro olandese e, in qualità di primo vicepresidente della Commissione Ue responsabile dello stato di diritto, ha seguito dossier difficili, come quello della difesa dei valori fondamentali dell’Unione nel braccio di ferro di Bruxelles con il governo polacco e con quello ungherese. Timmermans ha dichiarato che baserà la sua campagna elettorale sui temi dell’equità e del lavoro.

    I Conservatori e riformisti europei (Ecr) hanno designato come “candidato di punta” l’eurodeputato Jan Zahradil. Nato a Praga nel 1963, Zahradil ha iniziato ad appassionarsi alla politica durante la cosiddetta “rivoluzione di velluto”, che portò al crollo del regime comunista cecoslovacco in modo pacifico. Dopo la laurea all’Università di Chimica e tecnologia di Praga, Zahradil ha fatto per anni il ricercatore scientifico. Eletto nel 1992 all’Assemblea federale della Repubblica Cecoslovacca nelle file del Partito Democratico Civico (Ods), formazione politica conservatrice e nazionalista di cui è ancora membro, Zahradil è stato tra il 1995 e 1997 consigliere politico dell’ex primo ministro della Repubblica Ceca, Václav Klaus. Eletto al Parlamento Ue per la prima volta nel 2004, Zahradil presiede l’Alleanza dei Conservatori e dei Riformisti Europei (Acre) dal 2009. Pur essendo “candidato di punta” dell’Ecr, l’eurodeputato ceco ha affermato di essere contrario al sistema degli Spitzenkandidaten. Zahradil sostiene la necessità di controllare meglio i flussi migratori e si batte per dare maggiore potere ai Parlamenti nazionali.

    Durante il Congresso del 23-25 novembre 2018 a Berlino, il Partito europeo dei Verdi ha scelto Ska Keller e Bas Eickhout come candidati di punta per le europee. Nata nel 1981 a Guben, Keller ha studiato Studi Islamici, turcologia ed ebraica presso la Libera Università di Berlino e la Sabanci Üniversitesi di Istanbul. Nel 2009, a soli ventinove anni, è stata eletta al Parlamento europeo. Già candidata come Spitzenkandidat dei Verdi nel 2014 (insieme al francese José Bové), Keller si è battuta nella commissione per le Libertà civili dell’Eurocamera per rafforzare i diritti dei rifugiati e dei migranti. È la portavoce per le politiche femminili del partito tedesco Alleanza 90/I Verdi. 

    Bas Eickhout, nato a Groesbeek in Olanda nel 1976, è membro della Commissione Ambiente del Parlamento europeo. Dopo aver studiato chimica e scienze ambientali alla Radboud Universiteit di Nimega, Eickhout ha lavorato come ricercatore presso Agenzia per la protezione dell’ambiente olandese. È tra gli autori del rapporto del Comitato Intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu, che nel 2007 ha ricevuto un premio Nobel.

    Il Partito della sinistra europea ha eletto Violeta Tomič e Nico Cué come “candidati di punta” alle europee. Nata a Sarajevo nel 1963, Tomič è membro del Parlamento sloveno dal 2014 ed è vice-coordinatore del partito nazionale di sinistra Levica. Nico Cué (1956) è stato uno dei volti noti del movimento sindacale vallone e ha ricoperto per dodici anni la carica di Segretario Generale dei lavoratori siderurgici nel sindacato FGBT (Fédération Générale du Travail de Belgique).

  • Elezioni europee 2019: siamo tutti protagonisti!

    C’è chi ha pensato si realizzare un ciclo di incontri a tema, chi ha messo su un gruppo di volontari per fare informazione nelle scuole, chi organizza aperitivi ‘culturali’ perché davanti a un buon bicchiere di vino saltano fuori tante verità, chi propone di far votare i fuorisede nella città in cui si è scelto di studiare o lavorare e chi pensa che a ritmo di sport si possa comunicare meglio. Sono alcune delle proposte fatte, per spronare quante più persone possibile a votare per le prossime Elezioni europee, da attivisti e volontari della piattaforma #stavoltavoto, che il Parlamento europeo ha realizzato in vista delle prossime elezioni europee, in un incontro svoltosi a Milano nell’inconsueto e informale scenario di Cascina Cuccagna.
    Quelle di maggio saranno elezioni ‘strane’ perché si svolgeranno in un contesto inaspettato: per la prima volta uno Stato Membro, la Gran Bretagna, non farà più parte dell’UE (chi l’avrebbe mai detto nel 2014?) e potrebbero aprirsi perciò nuovi scenari in tema di confini e circolazione di persone e merci, l’Europa, suo malgrado, si trova ad interloquire con la Russia di Putin, la Cina è diventata il competitor economico e politico con il quale confrontarsi e tanti movimenti populisti e sovranisti si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutta Europa. Per la prima volta, in materia di elezioni europee, non ci si confronterà più con la domanda ‘quanti andranno a votare?’ ma ‘cosa voteranno e soprattutto perché?’.
    Dalle ricerche presentate durante l’incontro milanese sembra che rispetto a cinque anni fa le idee sarebbero più chiare, ma non nell’accezione positiva del termine, purtroppo, e che in molti, di conseguenza, potrebbero affollare i seggi elettorali, grazie ad una campagna mediatica, perpetrata da alcuni politici, e non solo, fortemente denigratoria nei confronti dell’Europa e alla sempre più ridotta informazione in merito al reale svolgimento delle attività di Parlamento, Commissione e Consiglio. Le proiezioni appena diffuse dal Parlamento europeo sui futuri seggi da distribuire agli eletti (705) vedrebbero sì ancora un numero consistente di deputati che occuperebbero gli scranni destinati ai due gruppi principali (PPE e S&D) ma anche un numero più alto, rispetto alle elezioni europee del 2014, di rappresentanti dei gruppi di tendenza conservatrice (e non bisogna dimenticare che una parte consistente di seggi era occupata da deputati britannici che non siederanno più nel prossimo Parlamento).
    Cosa non ha funzionato se c’è tanto scetticismo tra i cittadini europei? Chi e perché non ha saputo comunicare i notevoli passi fatti in tema di pace, cooperazione, scambi commerciali, opportunità per studenti e lavoratori? Perché tutto si è ridotto ad un sbrigativo e immotivato ‘ce lo chiede l’Europa’ facendo crescere sempre più la sfiducia nei confronti delle Istituzioni di Bruxelles? Perché si parla sempre di burocrati, trasformando anni di conquiste e traguardi in meri e prolissi documenti redatti da fantomatici omini in giacca grigia e senza nome, quando la staticità di certe decisioni dipende dai capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione che al momento di discutere su decisioni concrete pensano prima al proprio Stato (o interessi?) e poi ad un bene comune? Ecco, forse tanti populismi e sovranismi forse non esisterebbero, o sarebbero la conseguenza di decisioni prese al meglio per il proprio Paese (e non avrebbero perciò le connotazioni negative che al momento hanno) se davvero ci fosse la dovuta comunicazione la comunicazione, partendo da tutti coloro che in quel progetto dei padri fondatori credono ancora oggi e si andasse oltre l’idea che l’Europa sia un luogo in cui redigere fredde scartoffie ricordando quanto, in 70 anni di pace, la nostra Europa sia stata capace di diventata più bella e più competitiva.

  • Environment and climate action need more EU funds, MEPs say

    New Europe Online/KG

    Following European Parliament’s adoption of its position on the EU’s long-term 2021-2027 budget, MEPs voted in favour on December 11 of doubling funding for the LIFE programme, the EU’s only funding instrument for climate change, environment and nature conservation, compared to the last 7-year period.
    Setting out their position on the scope and the priorities for investing in areas which are crucial for future growth, MEPs approved by 580 votes to 41 against, and 45 abstentions the proposal for the LIFE programme for 2021-2027 financing of environmental and climate objectives.
    MEPs propose to double funding for the LIFE programme compared to the last 7-year period. The total financial envelope foreseen is €6.44 billion in 2018 prices (€7.27 billion in current prices compared to the Commission’s proposal of €5.45 billion).
    The EU programme for the environment and climate action will contribute to mainstreaming climate action and to reaching an overall target of at least 25% of the EU’s budget expenditure supporting climate objectives over the 2021-2027 period, the European Parliament said in a press release.
    The European Parliament is now ready to start negotiations with EU member states, the press release read. MEPs want a swift agreement on MFF-related files before the European elections, in order to avoid any serious setbacks in launching the new programmes due to late adoption, as experienced in the past.
    Environmental organisations hailed the move. WWF noted that the European Parliament voted in favour of increasing the allocation for LIFE from 0.3% to 0.6% of the EU budget. This is higher than the European Commission’s proposal to increase the allocation to 0.4%. Parliament also voted to dedicate 45% of the fund to nature and biodiversity projects, 5% higher than the recommendation from the European Commission.
    “It’s commendable that the European Parliament has gone slightly above the European Commission’s recommendations, but even with the proposed increase, the LIFE budget remains minuscule. This clearly shows that policymakers continue ignoring the real value of our planet and the biodiversity it hosts, and fail to understand that funding nature conservation is not a cost, but an investment in our future,” said Andreas Baumueller, Head of Natural Resources, WWF European Policy Office.
    An increase to 1% would further enable the LIFE Programme to fulfil its aim to contribute to the implementation, updating and development of EU biodiversity, environment and climate policies, WWF said, adding that the environmental group urges the Environment Council to send a strong message in support of increasing LIFE funding at its meeting on December 20.

  • Achtung Binational Babies: Condanna dello Jugendamt da parte del Parlamento europeo

    Dopo anni di dolorose, impari lotte, abbiamo finalmente ottenuto un documento ufficiale del Parlamento Europeo che “ricorda alla Germania i suoi obblighi internazionali ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, compreso l’articolo 8” e riconosce che il sistema tedesco in materia di diritto di famiglia controllato dallo Jugendamt discrimina i genitori stranieri e lede, anziché proteggere, l’interesse superiore del minore.

    Per ottenere tale documento ci siamo impegnati in prima persona per oltre due legislature. Il nostro lavoro è stato sempre osteggiato dagli eurodeputati tedeschi di tutti i gruppi politici e purtroppo anche da molti eurodeputati italiani che hanno pedissequamente seguito le indicazioni del loro gruppo di appartenenza (per lo più a maggioranza tedesca) lavorando così contro gli interessi del loro Paese e dei loro concittadini. In quest’ultima legislatura abbiamo avuto il supporto dell’eurodeputata italiana della Commissione Petizioni e siamo riusciti ad avere su questo tema un Gruppo di Lavoro che ha stilato una serie di raccomandazioni[1], per arrivare poi alla Proposta di risoluzione[2], discussa in Plenaria il 15 novembre e votata da tutto il Parlamento europeo il 29 novembre 2018[3]. Oggi nessuno e soprattutto nessuna Autorità, né politico, né magistrato italiano potrà dire “non sapevo”, “non è vero”, “è un’invenzione dei germanofobi”.  Ma c’è di più, oltre a evidenziare le discriminazionidi cui sono vittime i genitori non-tedeschi in Germania e ad elencare una serie di raccomandazioni alla Germania (che come al solito quel paese disattenderà) il documento costringe anche le nostre autorità consolari e diplomatiche in genere a prendersi carico dei propri connazionali che denunciano discriminazioni gravi, quali il ritiro senza motivo fondato dell’affido e della potestà sui figli.

    Inoltre “ricorda agli Stati membri l’importanza di attuare sistematicamente le disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 e di assicurarsi che le ambasciate e le rappresentanze consolari siano informate fin dalle prime fasi di tutti i procedimenti di presa in carico dei minori riguardanti i loro cittadini e abbiano pieno accesso ai relativi documenti; sottolinea l’importanza di una cooperazione consolare affidabile in questo settore e suggerisce che alle autorità consolari sia consentito di partecipare a tutte le fasi del procedimento”. Non ci saranno dunque più scuse, il Console competente può d’ora in poi chiedere di visionare gli atti relativi al concittadino che ha chiesto il suo aiuto (il nostro consiglio: dovrà ricordarsi di chiedere anche del fascicolo, di solito segreto, tenuto dallo Jugendamt!) e quando verrà richiesta la sua presenza durante le udienze, potrà e dovrà esserci!

    Anche giudici ed avvocati italiani dovranno leggere attentamente questo documento prima di autorizzare un genitore a trasferirsi dall’Italia in Germania (il rischio di perdere il genitore che resta in Italia è pari al 99%) e, nel caso in cui emettano una sentenza che andrà riconosciuta in Germania, devono sapere che i bambini, anche se di soli 3 anni, vanno ascoltati, pena il non-riconoscimento della stessa da parte dei tribunali tedeschi. Ciò che sosteniamo da anni è ora finalmente scritto nel testo del Parlamento che “esprime preoccupazione per il fatto che, nelle controversie familiari che hanno implicazioni transfrontaliere” le autorità tedesche possono “rifiutare sistematicamente di riconoscere le decisioni giudiziarie adottate in altri Stati membri nei casi in cui i minori che non hanno ancora tre anni non siano stati ascoltati”.

    In particolare i giudici dei Tribunali per i Minorenni competenti per i procedimenti in Convenzione Aja (e l’Autorità centrale del Ministero) non dovrebbero più limitarsi ad effettuare rimpatri (o a lasciare il bambino all’estero) solo sulla base del principio che il bambino abitava all’estero (o non è nato in Italia) perché il concetto di residenza abituale non è univoco, come (finalmente) ci ricorda il documento del Parlamento europeo che “sottolinea, conformemente alla giurisprudenza della CGUE, la nozione autonoma di “residenza abituale” del minore nella legislazione dell’UE e la pluralità dei criteri che le giurisdizioni nazionali devono utilizzare per determinare la residenza abituale.

    Questa risoluzione ci aiuta infine nel grande lavoro di informazione fatto da anni, confermando quanto già avevamo instancabilmente spiegato perché “sottolinea il diritto dei cittadini di rifiutare di accettare documenti non scritti o tradotti in una lingua che comprendono, come previsto all’articolo 8, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1393/2007 relativo alla notificazione e comunicazione di atti; invita la Commissione a valutare attentamente l’attuazione in Germania delle disposizioni di tale regolamento al fine di affrontare adeguatamente tutte le possibili violazioni”. E’ dunque ufficiale, basta lettere di minaccia in tedesco inviate dallo Jugendamt! Rispediremo al mittente, come previsto dal citato regolamento, ogni comunicazione che non sia redatta in Italiano.

    La battaglia contro questo sistema che si appropria dei bambini e delle vite altrui non è finita, questa è però una battaglia vinta. Ce ne saranno altre e ci vedranno sempre in prima linea.

    [1]

    [2]

    [3]

  • Mandato popolare e prospettive del Parlamento europeo, confronto tra eurodeputati all’Istituto europeo di Fiesole

    A quarant’anni dall’introduzione del voto popolare per eleggerne i componenti, il Parlamento europeo rivendica ancora, è la priorità indicata dal suo presidente Antonio Tajani al convegno con accademici ed eurodeputati ospitato all’Istituto europeo di Fiesole per celebrare l’anniversario, un potere di iniziativa legislativa diretta di cui è privo, diversamente da tutti i Parlamenti nazionali eletti dai cittadini.

    Cristiana Muscardini, medaglia d’oro al merito europeo ed europarlamentare italiana per 5 legislature, ha sottolineato come a distanza di 40 anni dalle elezioni dirette sia ancora troppo «il divario tra il potere decisionale del Parlamento e quello del Consiglio europeo», sottolineando che «la crisi che la società nel suo complesso e l’Europa stanno attraversando dovrebbe portare nell’immediato alla convocazione di una nuova convenzione europea per dare finalmente avvio all’Europa politica, all’armonizzazione del sistema tributario e doganale, all’esercito comune ed alla polizia comune non solo per contrastare terrorismo e criminalità organizzata».

    Partendo dalla contrapposizione tra «quelli che sostengono la riappropriazione delle prerogative nazionali e quelli che sostengono il confronto per superare gli egoismi nazionali», l’ex presidente del Parlamento europeo Enrique Baron Crespo osserva che «sì, è vero, l’Europa è in difficoltà, ma la maggioranza dell’Europa e non solo del Parlamento europeo è a favore di una maggior integrazione, mi auguro che la quadriga Germania-Francia, Italia e Spagna nell’Eurogruppo non cavalchi in direzione opposta». Ridimensiona le profezie di un’ondata euroscettica alle prossime elezioni europee del 26 maggio 2019 anche Monica Frassoni, copresidente del gruppo dei Verdi nell’assemblea continentale: «Fasciarsi la testa è prematuro e se passiamo in rassegna i Paesi dell’Unione vediamo che la situazione non è così tragica, molto dipenderà dal Ppe e dal fatto che rimanga la forza più importante del Parlamento europeo: se si aggrega con le forze euroscettiche, che sicuramente sono in crescita, i rischi si accentuano e proprio per questo la prossima campagna elettorale deve servire a rivendicare quanto si può fare ancora».

    Che gli eurodeputati, dopo il braccio di ferro con la Commissione europea per quanto riguarda il bilancio dell’Unione, siano appagati e possano rilassarsi sugli allori, come osservato da Alfredo De Feo (professore a Parma e funzionario a Strasburgo) è una preoccupazione che ha echeggiato ampiamente nella 2 giorni di dibattito. «Dal 1979 ad oggi il Parlamento europeo ha acquisito maggiori poteri, ma spesso non fa valere le sue prerogative» osserva l’eurodeputata Monica Baldi, «mi auguro quindi che le prossime elezioni vedano elette persone che conoscono regole e istituzioni europee, perché modifiche si possono apportare alle une e alle altre ma per farlo occorre prima conoscere ciò che si tiene. E a questo proposito è fondamentale la connessione tra i candidati e i territori, che in Italia però si perde in parte a causa dell’eccessiva ampiezza delle circoscrizioni elettorali».

    Ministro in Francia ed eurodeputato transalpino, Alain Lamassoure indica nello spinoso tema del bilancio comunitario una delle priorità che la prossima assemblea continentale dovrà affrontare (la creazione di una dotazione con cui la Ue possa intervenire a favore dei Paesi maggiormente in difficoltà, così da mantenere un equilibrio complessivo tra le varie aree dell’Unione è già oggetto di discussione, tutt’altro che agevole, tra i governi dei Paesi della Ue), l’irlandese Patrick Cox (presidente della Fondazione Jean Monnet, alla quale potrebbe aderire anche Angela Merkel una volta cessati gli impegni governativi a Berlino), già presidente del Paralamento europeo, ribadisce in parallelo, sul piano più prettamente istituzionale, la necessità che la Ue si dia un assetto federale, lo spagnolo Inigo Mendez de Vigo, ex ministro dell’Istruzione, Cultura e Sport del governo spagnolo, inquadra l’evoluzione che l’Europa si deve dare, nel senso di una closer union, nella cornice delle regole che ha già saputo darsi finora, con i trattati ratificati dai singoli Paesi aderenti.

    Condivisa da tutti l’idea che il Parlamento europeo sia il perno della democrazia della Ue, il sistema dello Spitzenkandidate, la designazione del presidente della Commissione europea da parte dei partiti che corrono alle elezioni continentali (da ratificare poi da parte degli Stati della Ue) appare un meccanismo perfettibile ai fautori più tenaci della partecipazione popolare e il miglior risultato possibile allo stato dell’arte a chi inclina per una visione realistica e attenta anzitutto ai rapporti di forza.

  • Launch of new EP website: What Europe does for me

    Dear colleagues,
    Citizens often ask themselves ‘What does Europe do for me’? Today, I launched a ground-breaking, new multi-lingual, interactive website to help us all to answer that question. It offers hundreds of easy-to-read, one-page notes, giving examples of the positive difference that the EU makes to people’s lives. Each user can easily find specific information about what Europe does for their region, their profession or their favourite pastime.

    The notes are available to read, share or reuse. They exist both as online pages and as PDF files.

    You can access the new website – called what-europe-does-for-me.eu – on your computer or mobile device at any time, inside or outside the EP’s premises.

    ‘In my region’ – 1400 notes on EU regions and cities
    How is Europe present in our towns, cities and regions? How has the EU provided support in any particular area? This section of the website covers over 1400 towns, cities and regions throughout all parts of the European Union.

    Each note provides a brief snapshot of some of the many EU projects and actions in places where people live, work or spend their free time. Users can select an area on an interactive map and look at what Europe does in that specific locality. And there are useful links to further sources of information.

    ‘In my life’ – 400 notes on citizens and social groups
    How does Europe affect citizens’ everyday lives? How does it impact our jobs, our families, our healthcare, our hobbies, our travel, our security, our consumer choices and our social rights?

    This section of the website provides practical examples of the role which the EU plays in different areas of citizens’ lives. There are useful links to further sources of information and you can also listen to a series of podcasts in a growing number of languages on these themes.

    EU policies ‘In focus’
    A third section of the website will present a series of 24 longer briefing papers exploring some of the EU policy achievements in the current parliamentary term and the outlook for the future, with a specific focus on public opinion and citizens’ concerns and expectations of EU action. Altogether, the ‘What Europe does for me’ website looks at the EU from the perspective of the individual citizen. It is designed to help him or her find out more about things which may be interesting or important about the EU in one’s daily life.

    This website came into being thanks to the hard work of several European Parliament teams and I am particularly grateful to the outstanding effort of our colleagues in the following DGs:

    EPRS, Translation and Communication.

    What Europe does for me is a living project that will be updated regularly and I am confident that it will be an important tool in helping to bring Europe closer to its citizens.

    With kind regards,
    Antonio Tajani
    President of the European Parliament

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