paura

  • Il coraggio della paura

    Di fronte ad un episodio di tale violenza nei confronti di una bambina di prima media come quello avvenuto giovedì 10 a Mestre, non si possono esprimere parole o concetti che siano in grado anche solo fornire una vaga idea della gravità della violenza subita da una bambina di undici anni ed il dramma della bimba e dei suoi genitori.

    Il fatto che questa ragazza sia stata seguita dalla palestra e successivamente fino a casa, nonostante fosse al telefono con la sua amica, tuttavia spinge a delle considerazioni fondamentali per quanto riguarda anche il nostro sistema educativo e i valori e le sicurezze che dovremmo trasmettere ai ragazzi.

    La paura è un sentimento umano, molto spesso nasce dalla suggestione e per fortuna anche dalla semplice fantasia. Tuttavia, specialmente in realtà cittadine come quelle di Mestre, emerge come sia vitale educare le ragazze ed i ragazzi a non avere alcuna vergogna di provare una qualsiasi forma di paura e soprattutto, in questo frangente, a non vergognarsi di manifestarla chiedendo aiuto a chiunque abbiano di fronte o semplicemente entrando in un bar o un negozio per cercare un primo riparo.

    Se una ragazza si sente pedinata o in pericolo dovrebbe essere sicura e quindi non provare alcuna vergogna nel fermare le persone che possa trovare di fronte o, nel caso del tram, di chiedere aiuto al guidatore. Oppure, una volta scesa dal mezzo pubblico, entrare immediatamente in un bar e in un negozio e chiedere aiuto alle persone all’interno. E magari, contemporaneamente, chiamare la polizia ed i carabinieri dichiarando il proprio nome e cognome, l’età e chiedere aiuto in quanto si sente in pericolo a causa di un uomo che la sta seguendo.

    Quando una bambina si dovesse trovare in una situazione così terribile dovrebbe sapere di poter contare sulla possibilità di chiedere aiuto a chiunque e non affidarsi al telefonino dove trovare una voce amica ma che purtroppo la isola dal contesto. In altre parole, la tensione e lo sfaldamento sociale della nostra società fa sì che i ragazzini e le ragazzine non abbiano quella sana percezione di vivere in una società disponibile sempre ad aiutarli ed eventualmente a salvarli da situazioni potenzialmente pericolose. Questa sensazione nasce probabilmente anche da una sostanziale sfiducia nei confronti della società stessa che i giovani ragazzi non percepiscono come amica e che magari avvertono tale anche dai comportamenti degli adulti.

    Al di là delle solite, rituali quanto inutili discussioni che seguiranno questo terribile episodio, le quali otterranno il medesimo risultato di quelle successive alla morte di quel povero ragazzo in Corso del Popolo sempre a Mestre, sarebbe ora di tempo che si cominciasse a valutare e magari aggiornare anche il sistema educativo nel quale dovrebbe essere previsto anche un paradigma di comportamenti da seguire nel caso che si trovi in una situazione di paura. In questo nuovo contesto educativo la società dovrebbe insegnare alle ragazzine e a chiunque percepisca una situazione di pericolo o di paura di non vergognarsi di queste sensazione ma, viceversa, di sentirsi in diritto di cercare di superarla attraverso la richiesta di aiuto verso chiunque si trovi lungo il proprio percorso.

    E’, infatti, assolutamente incredibile che nel luogo in cui questo inseguimento è avvenuto, alle 18:30, nessuno abbia compreso la paura di questa ragazza e come lei, forse per una intima vergogna, non si sia rivolta a chiunque lei avesse incontrato per chiedere un primo aiuto.

    Molto spesso, anzi troppo spesso, si parla di società inclusiva, una definizione ideologica incapace di affrontare le problematiche sociali ma che assicura una visibilità politica ed ideologica a chi la definisce. Tanto poi, alla fine, tutti noi non siamo in grado neppure di salvare da una situazione di pericolo una bambina di 11 anni. Troppo distratti dalle nostre misere realtà quotidiane tanto da dimostrarci incapaci persino di vedere la disperazione nel volto di una bimba.

  • Dare vita ad una nuova società

    Finirà, prima o poi finirà come sono finite tutte le grandi pestilenze, le migliaia di guerre e le tante catastrofi naturali o causate dall’uomo. Finirà e lascerà sul campo molti morti e feriti, sofferenze che avranno segnato famiglie e comunità, disastri economici grandi e piccoli e, speriamo, forse la capacità di capire la drastica lezione: la globalizzazione non guidata, la convivenza tra progresso ed arcaiche situazioni di igiene ed alimentazione, la corsa forsennata all’espansione di mercati e di aree di influenza devono essere riviste. Chi di noi si sveglierà nel primo giorno dopo il coronavirus dovrà ripensare il proprio modello di vita chiedendosi se chi governa, specie le grandi potenze, sarà in grado di capire e di cambiare. Saremo più poveri, saremo soprattutto più consapevoli delle nostra fragilità umana, noi così potenti da arrivare a Marte non siamo stati in grado prima di ammettere la presenza di una nuova peste e poi di mettere in atto misure adeguate di protezione perché per le leggi del mercato era più importante continuare negli scambi tra paesi che pensare alla salute pubblica.

    Masturbazioni intellettuali e non sufficiente preparazione tecnica e scientifica sono state di supporto a sbagliati interessi economici dalla Cina all’Europa, al resto del mondo. Grandi potenze, come gli Stati Uniti, si sono trovate a fare i conti con un servizio sanitario inadeguato, basato praticamente solo sul privato mentre decine di milioni di cittadini non sono in grado di pagarsi l’assicurazione sanitaria. La Cina, che ha già conquistato così tanti porti del Mediterraneo e del nord Europa, che di fatto ha colonizzato metà Africa e comperato gran parte del debito pubblico americano, deve e dovrà fare i conti non solo col benessere diffuso che aveva promesso e non potrà mantenere ma con le usanze alimentari di tanta parte della popolazione abituata a mangiare cani, gatti ed animali selvatici non controllati.

    Da dove arriva il virus? Sembra ancora un mistero individuare la causa scatenante ma certo la causa principale, sia che il virus derivi da carni contaminate, da ricerche di laboratorio o dall’ambiente, dalla natura stessa, è stata la gestione innaturale del progresso, l’aver anteposto l’interesse di alcuni a quello di tutti. In un mondo con le frontiere aperte dove gli scambi commerciali sono stati il primo interesse, senza tener conto se gli stessi annientavano tante peculiarità e realtà locali, aumentando troppo spesso l’illegalità e la contraffazione, dovremo ridisegnare regole, comportamenti, sanzioni sia come Unione Europea che come Organizzazione mondiale del commercio.

    Intanto tutti, a partire da chi rappresenta le istituzioni e fa comunicazione, siamo chiamati ad un maggior senso di responsabilità, verso noi stessi, nessuno è immune, e verso i nostri concittadini cominciando da subito a immaginare la nuova società alla quale dovremo dare vita.

Pulsante per tornare all'inizio