In Israele, il 30 marzo 2026, la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato una legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo. Questa norma, fortemente voluta dalla coalizione di governo (in particolare dal ministro Itamar Ben-Gvir), prevede l’esecuzione per impiccagione. La legge è rivolta a chi commette omicidi con movente nazionalista o razzista con l’intento di danneggiare lo Stato di Israele. La competenza sarà dei tribunali militari e viene assolutamente esclusa la possibilità di chiedere la grazia o clemenza.
In Iran, come espressione di una repubblica teocratica, le pene di morte sono stabilite e applicate attraverso un sistema giudiziario basato sulla Sharia (legge islamica). L’applicazione della pena di morte esprime un sistema in cui il potere religioso e quello giudiziario sono strettamente intrecciati. In altre parole, che sia un tribunale militare investito dalla possibilità di emettere una condanna a morte oppure un tribunale religioso, entrambi questi Stati esprimono la negazione di uno dei pilastri delle democrazie occidentali, cioè l’indipendenza della Magistratura.
Mai come ora, Israele, che dice di ispirarsi ad una democrazia occidentale, e Iran, che invece espressamente afferma di essere una teocrazia, sono convinti di essere così lontani nelle loro origini e gestioni statali (democrazia elettiva/teocrazia rivoluzionaria). Nella realtà si ritrovano ad essere così vicini e molto più simili di quanto non credano a causa della sospensione dei diritti civili giustificati sostanzialmente da una simile motivazione religiosa (l’ispirazione dallo stesso stato dell’Iran) alla quale si richiama ora anche lo stesso Stato di Israele (*).
(*) Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, la conquista della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, è stata vista da alcuni settori religiosi come un miracolo moderno e l’inizio della redenzione messianica, infondendo vigore al movimento per il “Grande Israele”.