pena di morte

  • Così lontani, così vicini

    In Israele, il 30 marzo 2026, la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato una legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo. Questa norma, fortemente voluta dalla coalizione di governo (in particolare dal ministro Itamar Ben-Gvir), prevede l’esecuzione per impiccagione. La legge è rivolta a chi commette omicidi con movente nazionalista o razzista con l’intento di danneggiare lo Stato di Israele. La competenza sarà dei tribunali militari e viene assolutamente esclusa la possibilità di chiedere la grazia o clemenza.

    In Iran, come espressione di una repubblica teocratica, le pene di morte sono stabilite e applicate attraverso un sistema giudiziario basato sulla Sharia (legge islamica). L’applicazione della pena di morte esprime un sistema in cui il potere religioso e quello giudiziario sono strettamente intrecciati. In altre parole, che sia un tribunale militare investito dalla possibilità di emettere una condanna a morte oppure un tribunale religioso, entrambi questi Stati esprimono la negazione di uno dei pilastri delle democrazie occidentali, cioè l’indipendenza della Magistratura.

    Mai come ora, Israele, che dice di ispirarsi ad una democrazia occidentale, e Iran, che invece espressamente afferma di essere una teocrazia, sono convinti di essere così lontani nelle loro origini e gestioni statali (democrazia elettiva/teocrazia rivoluzionaria). Nella realtà si ritrovano ad essere così vicini e molto più simili di quanto non credano a causa della sospensione dei diritti civili giustificati sostanzialmente da una simile motivazione religiosa (l’ispirazione dallo stesso stato dell’Iran) alla quale si richiama ora anche lo stesso Stato di Israele (*).

    (*) Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, la conquista della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, è stata vista da alcuni settori religiosi come un miracolo moderno e l’inizio della redenzione messianica, infondendo vigore al movimento per il “Grande Israele”.

  • Donna somala giustiziata per l’omicidio di una minorenne in un caso che ha suscitato indignazione

    Le autorità del Puntland, regione semi-autonoma della Somalia, hanno giustiziato una donna condannata per l’omicidio di una ragazza di 14 anni, in un raro caso nella regione in cui la pena di morte è stata eseguita contro una donna. Hodan Mohamud Diiriye, 34 anni, è stata fucilata martedì nella città di Galkayo dopo che un tribunale l’ha dichiarata colpevole di aver picchiato a morte un’adolescente che lavorava come collaboratrice domestica.

    L’omicidio di Saabirin Saylaan a novembre ha scatenato proteste a Galkayo, insieme a rinnovate richieste di maggiore tutela dei minori.

    Il caso ha toccato un nervo scoperto in un paese in cui gli abusi sui minori spesso non vengono denunciati, soprattutto quando si verificano all’interno di famiglie allargate.

    Le autorità hanno affermato che la sentenza è stata eseguita in base al “qisas”, un principio giuridico islamico che consente alla famiglia di una vittima di omicidio di chiedere l’esecuzione anziché accettare un risarcimento economico. Un decreto nella regione di Mudug, dove è avvenuto l’omicidio, impone l’applicazione della legge islamica in casi simili.

    Membri della famiglia di Saabirin e di Diiriye erano presenti all’esecuzione della sentenza, secondo Faysal Sheikh Ali, governatore di Mudug.

    Le autorità del Puntland hanno affermato che questa era la prima volta in oltre 10 anni che una donna veniva giustiziata lì per ritorsione. L’ultima esecuzione nota di una donna risale al 2013, quando 13 membri del gruppo militante islamista al-Shabaab, tra cui una donna, furono giustiziati tramite fucilazione per il loro coinvolgimento nell’omicidio di un importante studioso islamico, dichiarò all’epoca le autorità.

  • Global executions at highest level since 2015, report says

    The number of state executions around the world has reached its highest level in ten years, a new report by Amnesty International has said.

    More than 1,500 recorded executions took place in 2024 with Iran, Iraq and Saudi Arabia accounting for a combined 1,380 and the United States for 25, the charity found.

    Despite this rise, the report also found that the total number of countries carrying out the death penalty stood at 15 – the lowest number on record for the second consecutive year.

    Amnesty International’s Secretary General Agnes Callamard said the “tide is turning” on capital punishment, adding that “it is only a matter of time until the world is free from the shadow of the gallows”.

    While these figures are the highest they have been since 2015 – when at least 1,634 people were subject to the death penalty – the true overall figure is likely to be higher.

    Amnesty International says the figure does not include those killed in China, which it believes carries out thousands of executions each year. North Korea and Vietnam are also not included.

    Data on the use of the death penalty is classified as a state secret both in China and Vietnam, meaning that the charity has been unable to access statistics.

    Other obstacles, such as restrictive state practices or the ongoing crises in Gaza and Syria, meant that little or no information was available for those areas.

    The report, entitled Death Sentences and Executions 2024, cited that Iran, Iraq and Saudi Arabia were responsible for the overall rise in known executions.

    Iraq almost quadrupled its executions from at least 16 to at least 63, while Saudi Arabia doubled its yearly total from 172 to at least 345.

    Executions in Iran rose from at least 853 in 2023 to at least 972 in 2024.

    The report also said that the two main reasons for the spike in the use of capital punishment was down to “countries weaponising the death penalty against protesters” and for “drug-related crimes”.

    The charity found that more than 40% of executions in 2024 were carried out for drug-related offences, which it said was unlawful under human rights law.

    In 2024, Zimbabwe signed into law a bill that abolished the death penalty for ordinary crimes and, since September 2024, the world has seen two cases where death row inmates in Japan and the US have been acquitted and granted clemency respectively.

    The charity also said more than two thirds of all UN member states voted in favour of a moratorium on the use of the death penalty last year.

  • Pena di morte in Alabama

    22 minuti per morire, dopo essere sopravvissuto due anni fa al tentativo di esecuzione tramite iniezione letale, 36 anni dopo il delitto commesso, 22 minuti di agonia che rendono lo Stato dell’Alabama ed il suo governatore a loro volta assassini, con sevizia e crudeltà, di Kenneth Eugene Smith.

    Kenneth è stato usato anche come cavia per inaugurare un metodo di esecuzione inumano al quale non solo i medici ma anche i veterinari si erano rifiutati da dare il loro avallo.

    Non siamo qui a discutere sulla pena di morte ma sul grado di civiltà dell’Alabama e sul sistema federale che può consentire, come negli Stati Uniti, che il presidente di tutti chieda la moratoria sulla pena di morte ed uno stato non solo la applichi ma lo faccia anche in modo così crudele e con un sistema mai sperimentato prima.

    Credo sia giusto anche ricordare che Kenneth era stato inizialmente condannato all’ergastolo e che la pena era stata trasformata in pena capitale con la sentenza di un singolo magistrato ed una procedura che, fortunatamente, non è più ammessa.

    Kenneth ha ucciso una donna su commissione, delitto brutale che ha pagato prima con 36 anni di carcere e poi con la vita, ma negli Stati Uniti ogni giorno si commettono pluri ed orrendi omicidi, vere e proprie stragi, per la possibilità di procurarsi troppo facilmente anche armi da guerra e munizioni. Chissà, su questo problema, quale pensiero ha il governatore dell’Alabama, Stato per altro noto per i passati, e non terminati, reati di razzismo.

    Un altro pensiero nasce spontaneo: a quali possibili problemi va incontro uno stato, federale o meno, che non ha il controllo sui propri territori, nel quale alcuni territori possano decidere autonomamente anche in spregio agli interessi comuni?

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