Polisario

  • Il Sahara Occidentale e la sovranità marocchina

    Comprensibilmente distratti dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Medio Oriente, i media nazionali non hanno dedicato attenzione ad un’altra crisi, a tratti violenta, che da cinquant’anni è in corso nella regione sud del Marocco, meglio conosciuta come Sahara Occidentale. Oggi quel conflitto sembra essere sulla via di una definitiva soluzione grazie alla recente Risoluzione ONU 2797 del 31 ottobre scorso.

    Tutto cominciò nel 1975, quando, dopo la fine dell’occupazione spagnola, anche quella parte del Marocco fu liberata. Il Marocco era stato una monarchia sovrana per secoli, anche quando il resto del Maghreb era occupato dall’impero ottomano. Durante il periodo centrale delle colonizzazioni europee Francia e Spagna si erano però divise quel territorio con la prima che occupava tutta la regione nord fino al pieno deserto e la Spagna che esercitava i suoi diritti coloniali sulla regione marocchina del sud. Il protettorato, perché così fu definito il controllo franco-spagnolo dal trattato di Fez del marzo 1912, finì ufficialmente nel 1956 ma, mentre i francesi abbandonarono subito il Paese, gli spagnoli continuarono a rimanere nel sud fino al 1975. Durante tutto questo periodo, almeno nominalmente, continuò a esistere la locale monarchia che, quando riprese possesso della totale sovranità, dichiarò la necessità che tutto il Paese fosse unificato e che anche gli spagnoli se ne andassero. Fino a che il generale Francisco Franco fu in carica e in piena salute ciò, tuttavia, non avveniva e fu mentre era sul letto di morte (novembre 1975) che ben 750.000 civili marocchini mossero pacificamente dal nord verso il sud, a piedi o con qualunque mezzo disponibile, per ribadire la loro sovranità. Fu quella che fu chiamata la Marcia Verde e riuscì a sbloccare definitivamente le incertezze di Madrid. Nella capitale spagnola si decise allora di lasciare la zona, dividendola però tra una parte consegnata formalmente al Marocco e un’altra alla Mauritania. Fu allora che, con il sostegno dell’Algeria, fu creato il Fronte Polisario che dichiarò l’indipendenza e cominciò una guerriglia violenta contro gli eserciti marocchino e mauritano. I conflitti iniziarono nel febbraio 1976 e continuarono con morti da entrambe le parti fino al 1980. Nel 1979 la Mauritania rinunciò a rivendicare una qualunque autorità cedendo i propri diritti al Regno del Marocco. I ribelli del Polisario, incalzati dall’esercito regolare marocchino, scapparono in Algeria portando con sé qualche decina di migliaia di civili saharawi. Il locale regime attrezzò per loro un campo profughi a Tindouf, poco lontano dal confine, ove ancora restano e vivono grazie ad aiuti umanitari internazionali. Secondo varie organizzazioni indipendenti, lì sono trattenuti in situazione di semi-libertà e non sono autorizzati ad andarsene salvo permessi speciali rilasciati dai loro capi autonominatisi e mai eletti. Anche il loro numero resta volutamente incerto, poiché si sa che più viene dichiarato essere grande, più aiuti di vario genere vi saranno destinati.

    Nel 1981 il re Hassan II evocò la possibilità di un referendum tra la popolazione e altrettanto farà l’ONU nel 1991 con una propria Risoluzione (la 690) che istituì per l’occasione la missione MINURSO. Purtroppo, le dispute sull’identificazione degli aventi diritto al voto e le divergenze politiche resero impossibile la consultazione. Negli anni successivi, tutti i tentativi di mediazione – compreso il Piano Baker II del 2003 – naufragarono tra le resistenze reciproche ma soprattutto perché il Polisario pretendeva che un eventuale referendum escludesse dal voto anche quei Saharawi che erano tornati nel paese dopo la partenza degli spagnoli. Da allora, seppur a fasi alterne, sono continuati gli scontri violenti che l’Onu ha cercato di risolvere con decine di Risoluzioni successive, sia dell’Assemblea Generale sia del Consiglio di Sicurezza, senza però fare grandi passi in avanti. Nel 2006 il re Mohamed VI annuncia che è volontà del Regno attribuire alla regione del sud un regime istituzionale particolare e presenta ufficialmente un Piano di Autonomia immediatamente appoggiato dalla Francia. Nel 2007 il Consiglio di Sicurezza invita le parti a discutere “seriamente” e con “buona fede” quel progetto ma i ribelli rifiutano anche di prenderlo in considerazione come base negoziale.

    In realtà è bene sapere che il Sahara Occidentale è per l’80% una zona desertica e ospita una densità di popolazione che è di 2 abitanti per chilometro quadrato. È pur vero che il suo terreno è ricchissimo di fosfati e le acque atlantiche prospicienti sono tra le più pescose in tutta la costa africana ma la popolazione totale fatica a raggiungere un totale di due milioni. Immaginare quella regione come indipendente, nei fatti e non solo formalmente, diventa un’ipotesi piuttosto difficile e i dubbi sulla spontaneità di un sincero desiderio indipendentista restano forti. Il perché l’Algeria avesse deciso di sponsorizzare la possibile secessione va ricercato nella secolare inimicizia tra i due Paesi originata da alcune diatribe di confine ma, non ultimo, esiste anche il sospetto che attraverso uno Stato “fantoccio” Algeri pensi così di potersi guadagnare uno sbocco sull’oceano Atlantico.

    È, quindi, da almeno cinquant’anni che il Marocco esercita la propria sovranità sulla maggior parte di quel territorio ma l’incertezza legale sulla regione e il non ancora avvenuto riconoscimento internazionale da parte di tutti gli altri Stati mondiali (e in particolare dell’ONU) ha consentito, a chi voleva approfittarne, di saccheggiare le sue acque pescose senza doverne rispondere ad alcuno. Anche lo stesso Marocco ha ancora dei limiti a sviluppare completamente le possibilità offerte dall’area fino a che non gli viene formalmente riconosciuto il legittimo possesso, tant’è vero che le lo sfruttamento di stimate importanti riserve petrolifere e di gas è fermo, per decisione delle Nazioni Unite, alla fase della ricerca.

    Nonostante l’incertezza legale, Rabat ha destinato alla zona grandi investimenti infrastrutturali sia nel settore dei fosfati sia nel turismo che nella valorizzazione delle locali tipicità culturali. Un grande investimento è stato effettuato per la creazione di un enorme porto per acque profonde a Dakhla e una volta completato potrà tornare utile non solo al Marocco ma anche ai vicini Stati africani quali, ad esempio, il Mali che non gode di un suo diretto accesso al mare.

    Finalmente, il 31 Ottobre scorso, l’ONU con la risoluzione 2797 ha deciso di uscire dall’impasse e di riconoscere formalmente che il Piano di Autonomia elaborato e presentato dal governo marocchino sia “l’unica realistica possibilità” per risolvere l’impasse segnando un cambio di paradigma rispetto alle precedenti risoluzioni che parlavano di “autodeterminazione” e “referendum”.

    La grande valenza politica di questa decisione è che al Consiglio di Sicurezza che l’ha votata 11 stati sono stati a favore, 3 astenuti e uno, l’Algeria, ha deciso di non partecipare al voto. La cosa più significativa è che sia Russia che Cina avrebbero potuto porre un loro eventuale veto ma hanno preferito astenersi (l’altro astenuto è stato il Pakistan), consentendo così alla risoluzione di diventare effettiva. Proprio per questa decisione di indiretta approvazione del progetto da parte delle due grandi potenze, l’Algeria ha rinunciato a dichiararsi contraria e ha preferito non partecipare al voto evidenziando così l’isolamento della sua linea tradizionalmente contraria al piano marocchino.

    Immediatamente hanno riconosciuto la sovranità marocchina (fatte salve le future negoziazioni tra gli interessati in merito alle modalità dell’autonomia) gli USA (che già l’avevano fatto nel 2020), la Francia, il Belgio, la Spagna, la Germania, l’Olanda, la Gran Bretagna, i Paesi del Golfo e molti Paesi africani e latino-americani.  Ora anche i capi del Polisario dovranno farsene una ragione e capire che chi li ha spalleggiati (e finanziati) fino a ieri non sarà più disposto a continuare in quella operazione. Anche Google Maps ha tolto ogni linea di separazione tra la regione del sud marocchino e il resto del Paese e diversi Consolati sono già stati aperti a Dakhla.

    Naturalmente restano ancora degli irriducibili, come ad esempio in Italia l’Onorevole Boldrini, che ha deciso di dare ancora una voce all’ormai squalificato Polisario invitando una delegazione di loro rappresentanti a una audizione presso la Camera dei Deputati. D’altra parte, come vediamo anche in Ucraina, c’è sempre qualcuno che predilige la guerra alla pace, almeno fino a quando sulla linea del fronte ad andarci c’è qualcun altro.

  • Fronte Polisario pronto a dialogare col Marocco sul Sahara occidentale

    A pochi giorni dalla discussione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul rinnovo del mandato della missione Minurso, il Fronte Polisario ha presentato al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, una nuova proposta ampliata di soluzione politica, definita come un gesto di “buona volontà” e in risposta alla risoluzione 2756 (2024). L’iniziativa giunge in un momento di forte fermento diplomatico, mentre i membri del Consiglio negoziano una bozza di risoluzione che, per la prima volta, riconoscerebbe la proposta di autonomia del Marocco del 2007 come “base più credibile e realistica” per una soluzione duratura del conflitto nel Sahara Occidentale. La proposta del Polisario, trasmessa da Brahim Ghali, presidente dell’autoproclamata Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd), è intitolata “Proposta del Fronte Polisario per una soluzione politica reciprocamente accettabile che preveda l’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale e il ripristino della pace e della stabilità regionale”. Il documento riafferma la disponibilità del movimento sahrawi a negoziare direttamente con il Regno del Marocco, “sotto gli auspici delle Nazioni Unite e in conformità con la Carta dell’Onu e l’Atto costitutivo dell’Unione africana”.

    Secondo la rappresentanza del Polisario a New York, la proposta mira a “permettere al popolo sahrawi di esercitare il proprio diritto inalienabile all’autodeterminazione attraverso un referendum libero e supervisionato dalle Nazioni Unite e dall’Unione africana”. Ghali sottolinea inoltre la volontà della parte sahrawi di “condividere i costi della pace” e di costruire “un futuro basato sul rispetto reciproco, sul buon vicinato e sulla cooperazione regionale”. Il comunicato del Polisario descrive l’iniziativa come una risposta diretta all’appello del Consiglio di sicurezza a “superare lo stallo negoziale” e ad “ampliare le proprie posizioni”. “Crediamo che una soluzione pacifica, giusta e duratura del conflitto sia non solo urgente, ma anche possibile, se esiste una volontà politica autentica di superare lo status quo e le imposizioni unilaterali”, si legge nella nota.

    Il rilancio della via referendaria da parte del Polisario sembra tuttavia collocarsi in un quadro diplomatico che si sta muovendo in direzione opposta. La bozza preliminare di risoluzione che sarà discussa nei prossimi giorni a New York introduce infatti un cambio di paradigma: proroga il mandato della Minurso fino al 31 gennaio 2026, ma ne ridefinisce le priorità politiche, indicando il piano di autonomia marocchino come la “base più fattibile” per una soluzione di compromesso. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova”, il testo – promosso dagli Stati Uniti – invita Marocco, Fronte Polisario, Algeria e Mauritania ad avviare “negoziati immediati e senza precondizioni”, con l’obiettivo di giungere entro tre mesi a un’intesa politica “che garantisca una genuina autonomia all’interno dello Stato marocchino, in conformità con i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto all’autodeterminazione”.

    Si tratta di un passaggio che segna un chiaro cambio di tono rispetto alle precedenti risoluzioni, recependo le raccomandazioni avanzate dall’inviato personale del segretario generale, Staffan de Mistura, che lo scorso 10 ottobre ha sollecitato un calendario realistico e vincolante per il rilancio del dialogo. La bozza menziona inoltre il sostegno espresso da diversi Stati membri al piano di Rabat, presentato nel 2007 al segretario generale dell’Onu come quadro di riferimento per un’autonomia del Sahara sotto sovranità marocchina, e lo definisce “la via più realistica e credibile per una soluzione giusta e duratura”. Una formulazione che conferma la convergenza crescente della comunità internazionale verso la posizione di Rabat, sostenuta apertamente da Washington, Parigi e Madrid. La bozza elogia anche “la leadership statunitense nel dossier” e riconosce “l’impegno del presidente Donald Trump” nella ricerca di una soluzione, richiamo che potrebbe tuttavia generare riserve da parte di Russia e Cina. Entrambi i Paesi, pur avendo recentemente aperto alla possibilità di un sostegno al piano marocchino, hanno vincolato la loro posizione al rispetto del principio di autodeterminazione del popolo sahrawi e alla necessità di una soluzione accettata da tutte le parti, inclusa l’Algeria.

    Per il Polisario, al contrario, l’iniziativa statunitense rappresenta un “pericoloso arretramento politico e giuridico”, poiché – secondo i sahrawi – ometterebbe qualsiasi riferimento al processo di decolonizzazione riconosciuto dall’Onu fin dal 1963. Il movimento teme inoltre che il testo riduca di fatto la Minurso a un mero strumento tecnico di monitoraggio, escludendo il referendum dall’agenda e trasferendo la mediazione sotto l’egida diretta di Washington. “Il destino del popolo sahrawi non è nelle mani né degli Stati Uniti né della Francia, ma nelle sue stesse mani”, ha dichiarato il rappresentante del Polisario all’Onu, Sidi Mohamed Omar, ribadendo che “l’unica via legittima resta il referendum di autodeterminazione”. Il risultato della prossima sessione a New York potrebbe quindi segnare una svolta storica e un nuovo punto di equilibrio (o rottura) per la regione del Maghreb.

  • France backs Morocco in dispute over Western Sahara

    France’s President Emmanuel Macron has told Morocco’s parliament that he believes Western Sahara should be under Moroccan sovereignty, and has pledged to invest French money there.

    Western Sahara is a territory on the north-western coast of Africa that has been the subject of a decades-long dispute.

    It was once a Spanish colony, and is now mostly controlled by Morocco and partly by the Algerian-backed Polisario Front – which says it represents the indigenous Sahrawi people and wants an independent state.

    France was the former colonial power in both Morocco and Algeria. It joins other nations including Spain, the US and Israel in backing Morocco’s plan.

    Lawmakers rose to their feet and applauded Macron on Tuesday when he said, “for France, this territory’s present and future fall under Morocco’s sovereignty”.

    His comments on Tuesday in Rabat echo surprise remarks he first made in July.

    Signalling a change in France’s long-held stance on Morocco’s plan to grant Western Sahara autonomy under Moroccan sovereignty, the French president said it was the “only basis” for a just and lasting political settlement.

    France’s backing of Morocco’s territorial claim angered Algeria, which responded to the news by withdrawing its ambassador to Paris.

    Algiers regards Morocco’s presence there as an illegal occupation.

    Analysts say France’s decision to back Morocco’s claim is an attempt to repair relations between the two nations, which had soured after Rabat was accused of attempting to spy on President Macron and France tightened visa restrictions for visiting Moroccan nationals.

    Relations between Morocco and Algeria have become especially tense in recent years, with Algiers announcing in 2021 that it had severed diplomatic ties with its neighbour to the west.

    On Tuesday, Macron also addressed colonialism but stopped short of an apology.

    “Our common history also has dark parts. The time came for unequal treaties, when hubris and the mechanical force of European countries imposed themselves around the world, and when, even disguised as a protectorate, Morocco did not escape the ambitions and the violence of colonial history,” he said.

    In a sign of closening ties, France and Morocco are reported to have struck deals on energy and infrastructure among other things.

    The AFP news agency says they have a total value of “up to €10bn”, equivalent to $10.8bn or £8.3bn.

    On Tuesday, Macron also pledged an unspecified sum of “investments and sustainable support initiatives to benefit local populations” in Western Sahara.

    ‘Significant’ development

    Macron’s invitation to Morocco came from King Mohammed VI, two months after his royal court hailed France’s change of heart on Western Sahara as a “significant” development.

    But Algeria has expressed its deep disapproval, saying France is denying Sahrawi people their right to self-determination.

    The Polisario Front, meanwhile, has hit out at France for supporting what it says is a “violent and illegal occupation” by Morocco.

    Western Sahara was annexed by Morocco in 1975.

    A 16-year-long insurgency ended with a UN-brokered truce in 1991 and the promise of a referendum on independence, which has yet to take place because of disagreements over how it should be conducted and who should be eligible to take part.

    Today, the African Union is the only international organisation to recognise Western Sahara as a state in its own right.

    Additional reporting by Danny Aeberhard

  • Troppi scrupoli legatari in materia di affari tra Ue e Marocco

    All’inizio di gennaio, la Commissione europea ha proposto di avviare negoziati con il Regno del Marocco su un nuovo protocollo di pesca con l’Ue.

    L’attuale accordo, che scade il 14 luglio 2018, autorizza le navi europee a pescare al largo della costa del Marocco in cambio di una compensazione finanziaria. Il generale difensore dell’Unione europea Melchior Wathelet ha però consigliato alla Corte di giustizia dell’UE (CJEU) di invalidare il protocollo in vigore, sostenendo che esso si applica alle rive del Sahara occidentale, un’area “occupata illegalmente». Un’eventuale adozione da parte del tribunale del punto di vista di Wathelet avrebbe implicazioni di ampia portata non solo per le future relazioni Ue-Marocco, ma per l’intera politica esterna dell’Ue.

    Il caso riguarda una domanda presentata da un tribunale britannico alla Corte di giustizia europea a seguito di una denuncia da parte della Western Sahara Campaign UK, un gruppo di pressione sostenuto da Polisario. Qualunque sia la legittimità che possiamo attribuire all’amministrazione marocchina nel Sahara occidentale (noto anche come province meridionali), le Nazioni Unite considerano la regione un “territorio non autonomo» e nel 2002, un consulente legale dell’ONU ha persino riconosciuto la possibilità per il Marocco di sfruttare le risorse naturali del Sahara occidentale come “potere amministrativo” a determinate condizioni. Appare dunque più che dubbio che la Corte di giustizia dell’Unione europea possa sostituire il Consiglio di sicurezza dell’ONU ridefinendo una situazione molto complessa, specialmente quando anche le posizioni delle capitali europee su questo decennio il conflitto rimane inafferrabile. L’avvocato generale Wathelet sembra porre soprattutto i diritti umani, in particolare il diritto dei popoli all’autodeterminazione, tuttavia, se il rispetto dei diritti umani fosse una condizione sine qua non affinché l’UE potesse concludere un accordo internazionale, la leva politica dell’Unione per diffondere i diritti fondamentali nei paesi terzi sarebbe paradossalmente indebolita. Ciò non solo ostacolerebbe i futuri negoziati su un nuovo accordo di pesca con il Marocco, ma anche qualsiasi accordo di cooperazione o di partenariato con paesi come la Turchia e l’Armenia. Seguendo la logica del difensore generale, si potrebbe quindi privare l’UE di qualsiasi potere di manovra nelle sue relazioni estere compromettendo al contempo le sue priorità di politica esterna, come la politica europea di vicinato o l’accordo di Cotonou, il cui principio fondamentale è quello di rafforzare la democrazia e garantire il rispetto delle diritti nei paesi partner dell’Ue.

    Inoltre, dal 1960, l’UE e il Marocco hanno sviluppato un partenariato strategico in una vasta gamma di settori, come la lotta contro il terrorismo e le migrazioni. La condivisione dell’intelligence tra le due parti ha permesso all’Ue di fermare molti attacchi terroristici, contribuendo notevolmente alla sicurezza dell’Unione. Le due parti stanno anche lavorando a stretto contatto per contrastare l’immigrazione illegale dall’Africa, che è stata etichettata come “la più grande sfida dell’Europa”.

  • La corte di giustizia e il giudice…sovrano!

    È la Corte di Lussemburgo pronta non solo ad attuare, ma anche ad interpretare una norma di diritto internazionale, come un giudice internazionale? La corte è il giudice della legalità nell’Unione, come di una giustizia costituzionale. Metterà questa volta anche il cappello del giudice della legalità internazionale? Deciderà al posto degli stati membri? Stabilirà l’esistenza del principio della giurisdizione universale nell’ordinamento giuridico dell’UE?

    Il 27 febbraio, i 15 giudici che compongono la «grande chambre» della Corte europea di Lussemburgo potrebbero annullare, con effetti retroattivi, un accordo di pesca col Marocco esistente dal 2006. La decisione, se redatta nei termini secchi e senza distinguo proposti dall’avvocato generale, renderà illegali 12 anni di attività, nei quali il Marocco ha riconosciuto licenze di pesca ai pescherecci europei in cambio di un’indennità di circa 30 milioni di euro l’anno. Una volta l’accordo annullato, il fronte Polisario ed il cosiddetto governo della RDAS sono già pronti ad aprire una procedura in responsabilità e danni contro il Consiglio dei Ministri, per 290 milioni di euro di danni. La corte potrebbe, di più, ufficialmente riconoscere l’esistenza di un popolo e un Paese che nessuno degli stati membri dell’Unione riconosce.

    La procedura pregiudiziale davanti la Corte, che agisce in questo caso come una giustizia di cassazione e di rango costitizionale, è stata aperta dal giudice inglese, al quale si è rivolta un’organizzazione per la difesa dei diritti del Sahara Occidentale, denunciando una presunta violazione del principio di autodeterminazione del popolo Sahraoui, che sarebbe la sola popolazione abitante nel Sahara occidentale. L’Avvocato generale sposa la causa Sarahoui e propone alla Corte di dichiarare che, essendo il principio dell’autodeterminazione una norma di “jus cogens”, in base al diritto consuetudinario e la Carta delle Nazioni Unite, e comprendendo il principio i diritti sulle ricchezze del territorio, i permessi di pesca che il Marocco ha rilasciato ai battelli europei anche per le acque antistanti il Sahara Occidentale, territorio sul quale esercita il potere de facto ma sul  quale non ha sovranità, costituirebbero una violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo Sahraoui. La consequenza è che tutto l’acccordo di pesca, anche per la sua parte riguardante le acque territoriali del Marocco deve essere annullato, con effetto retroattivo. A nulla sono servite le prove nella procedura che dimostrano che anche le popolazioni del Sahara hanno tratto benefici sostanziali dal reddito derivato dalle attività di pesca. Se la Corte dovesse seguire il parere dell’avvocato generale, aspettiamoci solo problemi.

    I problemi non sono solo economici, sono anche di carattere giuridico-normativo e politico.

    Puo’ la corte applicare una norma di diritto internazionale? Sì ma non può interpretarla autonomamente, o meglio sostituendosi al giudice naturale. Potrebbe, ma solo se la norma internazionale è chiara e non si presta ad errore. Si tratterebbe quindi di applicazione e non d’interpretazione. Solo la corte internazionale di giustizia e/o la comunità internzionale, vedi Stati e ONU, possono stabilire o comunemente accettare, per consuetune e/o testi scritti, o decisioni, la norma e la sua interpretazione/esecuzione nel diritto internazionale. Esso é certamente la terra della discussione e dei comportamenti di forza unilaterali, ma ciò non toglie che la competenza resta nell’alveo del diritto internazionale.

    Altro problema: può la Corte “riconoscere” l’entità politica in diritto internazionale? Riconoscerà il fronte Polisario, ed il Sahara, come entità di diritto internazionale, senza averne la competenza. Nella sostanza, la cosa che sembra piuttosto inappropriata in questo delicato momento della costruzione europea si sostituirà, contraddicendoli per di più, agli Stati membri sulla scena internazionale, riconoscendo un’entità internaizonale che essi, tutti, rifiutano di riconoscere, dal 1975.

    é il territorio del Sahara occidentale, riconosciuto solo da 34 paesi tra cui, guarda caso, Algeria, Mauritania, Angola, Mozambico, Corea del Nord, Yemen del Sud, Tanzania, Etiopia, Nicaragua, Bolivia, Nigeria, Sud Sudan, Equador…, uno stato anche per l’UE, allorché alcuno stato membro lo riconosce? Se la corte dovesse, come sembra, seguire l’avvocato generale, al quale ha già strizzato l’occhio in una sentenza del 21 dicembre 2016, quando dichiaro’ irrecevibile il ricorso diretto del Fronte Polisario sullo stesso quesito, ma affermò nella motivazione che l’accordo di pesca non poteva valere per le acque davanti il Sahara occidentale, essa, di fatto, si sostituirebbe agli stati membri riconoscendo il Sahara occidentale come entità di diritto internazionale. Non é sua competenza.

    Lo statuto del territorio del Sahara non è chiaro in diritto internazionale, per ammissione della stessa Corte internazionale di giustizia sin dal suo parere del 16 ottobre 1975, data la specificità della situazione a partire dall’accordo tra Spagna, Marocco e Mauritania del 1975. Non c’é accordo a livello internazionale. L’UA riconosce il Sahara, ma alcun stato dell’UE lo fa, insieme ad altri 150. L’organizzazione del referendum, secondo l’accordo del 1988, é difficile, visto che le diverse, e non solo Sahraoui, popolazioni che vivono sul territorio sono nomadi e non hanno, alla stragandissima maggioranza, né documenti d’identità nè domicilio fisso.

    Secondo i principi di sistema del diritto UE, se la corte giudica la légalità dell’atto UE secondo le norme UE e si rifà alle norme di diritto internazionale richiamate dalle prime, tra le quali lo jus cogens, in particolare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, così indirettamente incluso nella nozione di legalità UE, può farlo a condizione che l’interpretazione della detta norma importata sia chiara e non suscettibile di discussione, o comunque chiaramente definita dal giudice o organo competente, la corte internazionale di giustiizia e l’Assemblea genrale ONU.

    Conseguenze immediate sarebbero: le attività di pesca saranno sospese; il Regno del Marocco, baluardo dei valori occidentali nella regione dell’ovest africano, sarà trattato da stato criminale; i rappresentanti del Fronte Polisario potranno aprire una procedura per responsabilità contro il Consiglio dei Ministri per centiania di milioni, che il cittadino avrà inutilmente pagato; la Commissione UE, guardiana della legalità nell’applicazione dei trattati, che la Corte di giustizia decida per l’annullamento o per l’interpretazione conforme degli atti che hanno di fatto ratificato l’accordo, dovrà controllarre, senza attendere un solo minuto, si tratta di jus cogens, se tutti gli accordi sottoscritti con paesi terzi siano anch’essi conformi, e modificarne o sospenderne l’execuzione se del caso. Quanti altri casi? La lista potrebbe essere lunga, all’estero, Curdi, popolazioni indiane delle Americhe, Tibet, Cecenia…. E nell’Unione….?

    Ma una tale norma chiara di diritto internazionale non esiste. Lo statuto del territorio del Sahara non è chiaro in diritto internazionale.

    Esiste quindi un problema legato alla formulazione della sentenza e gli effetti giuridici. Nelle sue conclusioni dell’avvocato generale, l’ex ministro belga della Giustizia e Interni dal 1988 al settembre 1995 propone alla Corte di dichiarare invalido tutto l’accordo di pesca, e con valore retroattivo secco, come se non fosse mai esistito, e questo a cinque mesi dall’estinzione dello stesso accordo, che non sarà più in vigore dal 14 luglio 2018, e nel pieno dei negoziati per il suo rinnovo, come per altri due accordi di cooperazione e di scambio di beni agricoli.

    I tempi della procedura fanno pensare male: l’avvocato generale ha letto le sue conclusioni il 10 gennaio e la sentenza sarà, apparentemente, pronunciata, il 27 febbraio. Considerando i tempi delle traduzioni, si può affermare che la decisione della corte è stata presa prima del 10 gennaio. Una tale rapidità fa pensare ad una conferma degli argomenti dell’avvocato generale. Molto probabilmente una dichiarazione di nullità, con effetto retroattivo, perchè il Marocco non ha sovranità sul territorio del Sahara occidentale e in assenza dell’accordo del governo della RASD.

    La corte potrebbe decidere di limitare gli effetti del giudizio dal momento della pronuncia. La corte potrebbe più saggiamente limitarsi ad una sentenza interpretativa, senza annullare gli atti, dando istruzioni alla Commissione affinché rispetti le norme internazionali in questione, con controllo dell’uso e della ripartizione dei vantaggi economici. Ma molto probabilmente la corte giudicherà l’atto comunitario alla luce dell’interpretazione della detta norma internazionale che l’avvocato generale suggerisce. Si farà quindi giudice della legalità comunitaria interpretando una norma di diritto internazionale non chiara, e senza averne la competenza, e correndo il rischio tra l’altro di farsi contraddire dal giudice e organo competenti.

    Last but not least: deciderà la corte l’esistenza di un nuovo principio di rango costituzionale nell’ordinamento giuridico dell’UE, la giurisdizione universale? C’è nel diritto internazionale una norma di jus congens che stabilisce il principio della giurisdizione universale? Un principio esclusivamente di origine giurisprudenziale: la giurisdizione universale del giudice europeo, cioé la corte stessa?

    Il principio che non esiste nel diritto scritto dell’UE. Ma alcune soggettività giudiziarie e politiche avevano voluto far propria, nella storia recente, per volontà di alcune dottrine nazionali, come in Belgio, ad esempio, l’avvocato generale era Ministro della giustizia e degli interni belga dal 1988 al 1995, epoca dell’elaborazione di tale principio, la teoria della giurisdizione universale, il potere cioé di giudicare i delitti contro l’umanità ovunque e da chiunque siano commessi nel mondo, con mandati di cattura inviati a cittadini e capi di stato stranieri. In altre parole, secondo questa teoria, ogni giudice di qualsiasi stato, o  meglio ogni ministero pubblico, avrebbe la competenza di perseguire e far giudicare dal giudice nazionale, chiunque e qualunque autorità nel mondo sia accusabile di aver commesso delitti e crimini contro l’umanità, gravi, etc..

    L’idea é certamente condivisibile in astratto, ma la volontà fu poi ridimensionata. Immaginate quanti giudici nazionali potrebbero emettere tante decisioni contradittorie. Il rischio di avere condanne incrociate, contro cittadini e uomini politici dell’altro stato che condanna di ritorno…

    Per non parlare del comportamento delle superpotenze, che usano e abusano dei cosiddetti principi di jus cogens, come l’autodeterminazione dei popoli, se di una parte, o il rispetto dei diritti dell’uomo, se dell’altra parte, magari interessata al petrolio nel sottosuolo, per frantumare quel principio di sovranità tanto vituperato quando l’altro pensa e agisce diversamente… ma che, guarda caso, quel principio di sovranità che niente altro é se non il prolungamneto e l’evoluzione del principio dell’autodeterminazione dei popoli che si pretende proteggere… Che puzzle la razionalità, del giudice…sovrano…!

    Azelio Fulmini

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