Polonia

  • Von der Leyen incalza la Polonia sul primato della normativa europea

    La Commissione europea “agirà” contro la Polonia per la sentenza del suo Tribunale costituzionale che ha negato il primato del diritto comunitario sul diritto nazionale, “una sfida diretta all’unità dell’ordinamento giuridico europeo” che “mette in discussione le fondamenta dell’Ue”. Lo ha annunciato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, intervenendo nella plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, durante un dibattito in cui ha partecipato anche il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, che ha difeso la sentenza del Tribunale costituzionale del suo Paese, accusando invece la Corte europea di giustizia di allargare in modo illegittimo le competenze Ue.

    Lo scontro sembra inevitabile, viste le posizioni di principio inconciliabili. Il governo di Varsavia condivide pienamente la tesi del Tribunale polacco secondo cui il diritto comunitario e le sentenze della Corte europea di giustizia non possono pretendere di essere superiori alla costituzione nazionale. Una tesi che si appoggia sul fatto che il primato del diritto comunitario non sta scritto esplicitamente nei Trattato Ue, ma è stato affermato dalla Corte di Giustizia con una giurisprudenza costante fin dal 1964, a partire dalla storica sentenza Costa-Enel contro lo Stato italiano. Ed è per questo tutto il discorso di Morawiecki è stato teso a delegittimare la Corte di Giustizia europea, accusandola di operare una “rivoluzione silenziosa” attraverso “il fatto compiuto”, e con “interpretazioni creative delle norme” decise “a porte chiuse, senza basi nei Trattati e senza alcun controllo”. “Bisogna dire basta – ha aggiunto il premier polacco -, le competenze Ue hanno dei limiti, non si può più continuare a tacere quando questi limiti vengono oltrepassati”. Morawiecki ha persino proposto di “affiancare una camera alla Corte europea di Giustizia che includa dei giudici costituzionali nazionali”.

    Von der Leyen ha spiegato che cosa c’è dietro questa sfida esistenziale di Varsavia all’ordine giuridico europeo. “Da tempo ci preoccupiamo – ha ricordato – per l’indipendenza della magistratura” in Polonia. “I giudici hanno visto revocare la loro immunità e sono stati cacciati dal loro incarico senza giustificazione. Ciò minaccia l’indipendenza della magistratura, che è un pilastro fondamentale dello stato di diritto. Abbiamo adottato una serie di misure. Continuiamo ad avere un dialogo regolare. Ma purtroppo la situazione è peggiorata. E questa non è solo la conclusione della Commissione: è quanto confermato dalla Corte di giustizia europea e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. E ora, al culmine di tutto questo, è arrivata la più recente sentenza del Tribunale costituzionale polacco”. “È la prima volta in assoluto – ha rilevato la presidente della Commissione – che un tribunale di uno Stato membro constata l’incompatibilità dei trattati dell’Ue con la costituzione nazionale. Questo ha gravi conseguenze per il popolo polacco. La sentenza lede la tutela dell’indipendenza giudiziaria”, e “senza tribunali indipendenti, le persone hanno meno protezione e di conseguenza sono in gioco i loro diritti”. “La Commissione è guardiana dei Trattati Ue. È dovere della mia Commissione – ha avvertito von der Leyen – proteggere i diritti dei cittadini dell’Ue, ovunque vivano nella nostra Unione. Lo stato di diritto è il collante che unisce la nostra Unione. È il fondamento della nostra unità. È essenziale per la tutela dei valori su cui si fonda la nostra Unione: libertà, democrazia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani. Non possiamo permettere e non permetteremo che i nostri valori comuni siano messi a rischio. La Commissione agirà”.

    Le opzioni per la Commissione sono sostanzialmente tre. “La prima – ha spiegato von der Leyen – è impugnare legalmente la sentenza della Corte costituzionale polacca”, con un ricorso alla Corte europea di Giustizia, che includerebbe sanzioni pecuniarie in caso di non rispetto delle sue sentenze. “Un’altra opzione è il meccanismo di condizionalità”, che consente di ritirare i fondi Ue quando non sono usati bene e quando non è rispettato lo stato di diritto, insieme, ha aggiunto la presidente della Commissione, all’uso di “altri strumenti finanziari”. “Il governo polacco – ha continuato von der Leyen – deve ora spiegarci come intende proteggere i fondi europei, vista questa sentenza della sua Corte costituzionale. Perché nei prossimi anni investiremo 2.100 miliardi di euro con il bilancio pluriennale e il programma di ripresa ‘Next Generation EU’. Questi sono i soldi dei contribuenti europei. E se la nostra Unione sta investendo più che mai per far avanzare la nostra ripresa collettiva, dobbiamo proteggere il bilancio dell’Unione dalle violazioni dello Stato di diritto”. La terza opzione, infine, “è la procedura dell’articolo 7, il potente strumento del Trattato Ue” che prevede sanzioni per gli Stati membri in cui vi sia il rischio di violazioni gravi dei valori europei elencati all’articolo 2 (libertà, stato di diritto, democrazia, diritti umani e delle minoranze). La procedura è già stata aperta in passato dalla Commissione contro la Polonia, ma è rimasta bloccata in Consiglio Ue. Ora può essere ripresa e aggiornata. “Dobbiamo tornare su questo – ha detto von der Leyen -, perché, permettetemi di ricordarvi, il Tribunale costituzionale polacco che oggi mette in dubbio la validità del nostro Trattato è lo stesso tribunale che ai sensi dell’articolo 7 consideriamo non indipendente e legittimo. E questo – ha concluso -, in molti modi, chiude il cerchio”.

  • La Polonia attacca l’Ue, ‘vuole la Terza guerra mondiale’

    Il premier polacco attacca Bruxelles accusandola di voler scatenare la “Terza guerra mondiale”, ma subito dopo Varsavia fa marcia indietro per sminare le parole esplosive. L’Ue respinge la “retorica di guerra”, mentre dietro le quinte le colombe (Germania, Francia, Italia e Spagna) sono al lavoro per una mediazione, per una soluzione alle tensioni degli ultimi mesi.

    In un’intervista al Financial Times, il leader polacco ha accusato l’Unione di aver avanzato le richieste sull’indipendenza dei giudici, e sul primato del diritto dell’Unione, con una “pistola alla tempia”. Se Bruxelles “scatenerà la Terza guerra mondiale – ha avvertito – siamo pronti a difenderci con tutti i mezzi”. Un riferimento non troppo velato all’opzione atomica di porre il veto sulle principali politiche comunitarie. Toni incendiari respinti al mittente dal portavoce della Commissione, Eric Mamer, che derogando al costume di non commentare le dichiarazioni, ha colto l’occasione di una domanda in sala stampa per chiarire. “L’Unione europea è un progetto che ha contribuito con grande successo a stabilire una pace duratura” tra i 27. “Non c’è posto per la retorica di guerra nelle relazioni tra Stati membri, o tra Stati membri e Istituzioni”. Al summit dei leader del 22 ottobre, grazie alla mediazione della cancelliera Angela Merkel, sul caso Polonia è prevalsa la linea del dialogo, su quella dell’intransigenza spinta dall’olandese, Mark Rutte. E nel backstage è già iniziata la tessitura per un compromesso che consenta di salvare la faccia a tutti.

    Sullo sfondo restano le minacce di sanzioni legali e finanziarie dell’Unione, con la possibilità di mettere in campo la condizionalità del meccanismo che lega i miliardi del Bilancio Ue e del Recovery al rispetto dello stato di diritto. Una possibilità a cui tuttavia Bruxelles non farà ricorso prima della decisione della Corte di giustizia europea sullo strumento (almeno fino a dicembre), come evidenziato dalla presidente, Ursula von der Leyen, venerdì al termine del vertice. E forse non è un caso, se poche ore dopo la pubblicazione dell’intervista di Morawiecki, Varsavia ha fatto rapidamente marcia indietro. Le espressioni del premier non sono altro che “un’iperbole, una figura retorica che viene utilizzata in varie situazioni e non va presa alla lettera”, si è affrettato a dire il portavoce, Piotr Muller, mentre il principale esponente dell’opposizione, l’ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha stigmatizzato: “In politica la stupidità è causa delle più gravi disgrazie”. Nei giorni scorsi, la Polonia ha promesso di smantellare la camera disciplinare per i giudici, principale oggetto delle tensioni con Bruxelles. E già si scatenano retroscena, con fonti diplomatiche a Roma, su un possibile accordo che sbloccherebbe l’approvazione del piano nazionale per il Recovery polacco. Un’intesa che potrebbe passare dal riconoscimento di fatto, ma non di diritto, del primato delle norme Ue su quello nazionale. D’altra parte occorre osservare che le lettere, con la richiesta di informazioni a Ungheria e Polonia, anticamera del meccanismo di condizionalità, che Bruxelles ha promesso ormai da giorni, sembrano essere finite in standby. E incontri a margine del G20, a Roma, potrebbero essere l’occasione, per fare di nuovo un punto.

  • Von der Leyen incalza la Polonia sul primato della normativa europea

    La Commissione europea “agirà” contro la Polonia per la sentenza del suo Tribunale costituzionale che ha negato il primato del diritto comunitario sul diritto nazionale, “una sfida diretta all’unità dell’ordinamento giuridico europeo” che “mette in discussione le fondamenta dell’Ue”. Lo ha annunciato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, intervenendo nella plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, durante un dibattito in cui ha partecipato anche il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, che ha difeso la sentenza del Tribunale costituzionale del suo Paese, accusando invece la Corte europea di giustizia di allargare in modo illegittimo le competenze Ue.

    Lo scontro sembra inevitabile, viste le posizioni di principio inconciliabili. Il governo di Varsavia condivide pienamente la tesi del Tribunale polacco secondo cui il diritto comunitario e le sentenze della Corte europea di giustizia non possono pretendere di essere superiori alla costituzione nazionale. Una tesi che si appoggia sul fatto che il primato del diritto comunitario non sta scritto esplicitamente nei Trattato Ue, ma è stato affermato dalla Corte di Giustizia con una giurisprudenza costante fin dal 1964, a partire dalla storica sentenza Costa-Enel contro lo Stato italiano. Ed è per questo tutto il discorso di Morawiecki è stato teso a delegittimare la Corte di Giustizia europea, accusandola di operare una “rivoluzione silenziosa” attraverso “il fatto compiuto”, e con “interpretazioni creative delle norme” decise “a porte chiuse, senza basi nei Trattati e senza alcun controllo”. “Bisogna dire basta – ha aggiunto il premier polacco -, le competenze Ue hanno dei limiti, non si può più continuare a tacere quando questi limiti vengono oltrepassati”. Morawiecki ha persino proposto di “affiancare una camera alla Corte europea di Giustizia che includa dei giudici costituzionali nazionali”.

    Von der Leyen ha spiegato che cosa c’è dietro questa sfida esistenziale di Varsavia all’ordine giuridico europeo. “Da tempo ci preoccupiamo – ha ricordato – per l’indipendenza della magistratura” in Polonia. “I giudici hanno visto revocare la loro immunità e sono stati cacciati dal loro incarico senza giustificazione. Ciò minaccia l’indipendenza della magistratura, che è un pilastro fondamentale dello stato di diritto. Abbiamo adottato una serie di misure. Continuiamo ad avere un dialogo regolare. Ma purtroppo la situazione è peggiorata. E questa non è solo la conclusione della Commissione: è quanto confermato dalla Corte di giustizia europea e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. E ora, al culmine di tutto questo, è arrivata la più recente sentenza del Tribunale costituzionale polacco”. “È la prima volta in assoluto – ha rilevato la presidente della Commissione – che un tribunale di uno Stato membro constata l’incompatibilità dei trattati dell’Ue con la costituzione nazionale. Questo ha gravi conseguenze per il popolo polacco. La sentenza lede la tutela dell’indipendenza giudiziaria”, e “senza tribunali indipendenti, le persone hanno meno protezione e di conseguenza sono in gioco i loro diritti”. “La Commissione è guardiana dei Trattati Ue. È dovere della mia Commissione – ha avvertito von der Leyen – proteggere i diritti dei cittadini dell’Ue, ovunque vivano nella nostra Unione. Lo stato di diritto è il collante che unisce la nostra Unione. È il fondamento della nostra unità. È essenziale per la tutela dei valori su cui si fonda la nostra Unione: libertà, democrazia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani. Non possiamo permettere e non permetteremo che i nostri valori comuni siano messi a rischio. La Commissione agirà”.

    Le opzioni per la Commissione sono sostanzialmente tre. “La prima – ha spiegato von der Leyen – è impugnare legalmente la sentenza della Corte costituzionale polacca”, con un ricorso alla Corte europea di Giustizia, che includerebbe sanzioni pecuniarie in caso di non rispetto delle sue sentenze. “Un’altra opzione è il meccanismo di condizionalità”, che consente di ritirare i fondi Ue quando non sono usati bene e quando non è rispettato lo stato di diritto, insieme, ha aggiunto la presidente della Commissione, all’uso di “altri strumenti finanziari”. “Il governo polacco – ha continuato von der Leyen – deve ora spiegarci come intende proteggere i fondi europei, vista questa sentenza della sua Corte costituzionale. Perché nei prossimi anni investiremo 2.100 miliardi di euro con il bilancio pluriennale e il programma di ripresa ‘Next Generation EU’. Questi sono i soldi dei contribuenti europei. E se la nostra Unione sta investendo più che mai per far avanzare la nostra ripresa collettiva, dobbiamo proteggere il bilancio dell’Unione dalle violazioni dello Stato di diritto”. La terza opzione, infine, “è la procedura dell’articolo 7, il potente strumento del Trattato Ue” che prevede sanzioni per gli Stati membri in cui vi sia il rischio di violazioni gravi dei valori europei elencati all’articolo 2 (libertà, stato di diritto, democrazia, diritti umani e delle minoranze). La procedura è già stata aperta in passato dalla Commissione contro la Polonia, ma è rimasta bloccata in Consiglio Ue. Ora può essere ripresa e aggiornata. “Dobbiamo tornare su questo – ha detto von der Leyen -, perché, permettetemi di ricordarvi, il Tribunale costituzionale polacco che oggi mette in dubbio la validità del nostro Trattato è lo stesso tribunale che ai sensi dell’articolo 7 consideriamo non indipendente e legittimo. E questo – ha concluso -, in molti modi, chiude il cerchio”.

  • La Ue va alla resa dei conti con Polonia e Ungheria

    Il tempo degli avvertimenti per Polonia e Ungheria è finito. L’Unione europea ha assestato i suoi colpi in un’offensiva a tutto campo su valori e stato di diritto, la cui estrema conseguenza potrebbe anche portare alla chiusura dei rubinetti dei fondi strutturali del bilancio Ue, di cui Varsavia, con oltre 66 miliardi, è primo beneficiario. Mentre c’è già chi, nel Ppe, evoca lo spettro di una Polexit.

    Nell’incalzare di un clima da resa dei conti finale, si allarga la faglia tra l’Unione ed i due Paesi guidati da regimi populisti di destra, il Pis polacco di Jarosław Kaczyński e l’ungherese Fidesz di Viktor Orban, corteggiati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni all’Eurocamera.

    La sentenza definitiva della Corte europea, che ha bocciato in pieno il sistema disciplinare della giustizia polacca; l’apertura di una procedura d’infrazione contro Polonia e Ungheria per le discriminazioni delle comunità arcobaleno; ed il deferimento di Budapest ai togati del Lussemburgo per violazioni alle norme dei richiedenti asilo sono gli ultimi capitoli dello scontro per il rispetto dello stato di diritto, che dopo anni di sonnolenza si è fatto ormai esplosivo.

    Le lettere di messa in mora inviate alle due capitali per le discriminazioni contro la comunità arcobaleno riguardano la legge che vieta l’accesso a contenuti che promuovono la “divergenza dall’identità del sesso alla nascita, al cambiamento di sesso o all’omosessualità” per i minori di 18 anni nel caso dell’Ungheria, e per le “zone franche Lgbt” in varie regioni e comuni polacchi.

    La mossa, accolta con favore dai capidelegazione all’Eurocamera di Pd, Brando Benifei, e M5S, Tiziana Beghin, dimostra che sui valori Bruxelles non ha intenzione di arretrare di un millimetro. Ma la vera partita si gioca sulla sentenza della Corte Ue che ha sancito come il sistema disciplinare della giustizia polacca “non fornisca tutte le garanzie di imparzialità e indipendenza ed, in particolare, non sia protetto dall’influenza dell’esecutivo”. La questione è molto seria. La Corte costituzionale di Varsavia mercoledì ha provato ad alzare la testa, respingendo le deliberazioni dei togati del Lussemburgo. Ma la risposta di Bruxelles è arrivata a stretto giro: “La legge dell’Unione ha la primazia su quella nazionale. Tutte le decisioni della Corte Ue sono vincolanti”. E ci si aspetta che tutte le decisioni siano applicate”, ha avvertito il portavoce Eric Mamer. In caso contrario l’Esecutivo “non esiterà ad usare i suoi poteri”.

    Il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha protestato per il “trattamento” riservato al suo Paese, “peggiore” rispetto ad altri, come Spagna e Germania, e si è unito al suo guardasigilli Zbigniew Ziobro nel definire la sentenza “politica”. Ma se si ostinerà nella ribellione Varsavia potrebbe andare incontro a scenari cupi: da una multa salata all’attivazione del meccanismo dello stato di diritto che blocca l’erogazione dei fondi strutturali europei. E c’è anche di più. Il piano per il Recovery della Polonia, per una dote da 23,9 miliardi di euro, come quello ungherese è ancora in fase di scrutinio. Il periodo di estensione di un mese, richiesto da Varsavia alla sua presentazione, scadrà il 3 agosto. Forse è solo un caso, ma la Corte costituzionale polacca ha fatto slittare la sua risposta al governo di Morawiecki sulla primazia della legge Ue proprio nella stessa data. Da qui ad allora, c’è da scommetterci, impazzeranno i negoziati.

  • La Polonia si sfila dal trattato europeo sulla violenza contro le donne

    Zbigniew Ziobro, ministro della giustizia e procuratore generale polacco, ha dichiarato che il suo ministero presenterà una richiesta al ministero del Lavoro e della famiglia per dare il via al processo di ritiro del suo Paese dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

    Ziobro ha sostenuto che la Polonia dispone di strumenti legali sufficienti per proteggere le vittime di violenza domestica e che il trattato firmato anche da Varsavia nel 2015 viola i diritti dei genitori, imponendo alle scuole di insegnare ai bambini il genere da un punto di vista sociologico.

    L’annuncio ha suscitato forti malumori e le proteste non si sono fatte attendere: durante il fine settimana migliaia di manifestanti hanno attraversato le strade della capitale e di altre città per esprimere il dissenso contro il piano del governo.

    Domenica scorsa, il partito PIS, al potere in Polonia, si è dissociato dall’annuncio, dichiarando che non tutti nella coalizione erano a favore della decisione. Anche il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric, ha preso una chiara posizione contro la decisione, etichettando l’annuncio del governo polacco come “allarmante”. “La Convenzione di Istanbul è il principale trattato internazionale del Consiglio d’Europa per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. E’ questo il suo unico obiettivo. Un passo indietro – sottolinea la Buric – sarebbe deplorevole e rappresenterebbe un significativo regresso nella protezione delle donne dalla violenza in Europa”.

    Anche i legislatori dell’UE hanno sollevato forti perplessità e hanno invitato l’Unione europea ad accedere alla convenzione di Istanbul. Nel suo precedente incarico di Commissario per la giustizia, Vera Jourova, a giugno 2017, aveva apposto la sua firma al documento.

    La Dichiarazione è il primo strumento giuridicamente vincolante dedicato alla lotta contro la violenza verso le donne e una pietra miliare nella storia della protezione dei loro diritti, fornisce una definizione di violenza di genere e prevede, tra l’altro, la criminalizzazione di abusi come le mutilazioni genitali femminili (MGF), lo stupro coniugale e il matrimonio forzato.

    La mossa della Polonia arriva in un momento piuttosto simbolico. Durante la pandemia, diversi paesi in Europa hanno segnalato un aumento significativo degli episodi di violenza domestica, con le donne vittime di abusi dei partner.

    Preoccupazioni simili a quelle della Polonia sono state sollevate dall’Ungheria, che rifiuta di ratificare la convenzione, sostenendo che promuove “ideologie di genere distruttive” e “migrazione illegale”.

     

  • I polacchi si tengono il presidente populista

    La Polonia spaccata in due ha rieletto presidente il populista Andrzej Duda, uscito vincitore dal ballottaggio con 450mila voti in più rispetto al suo rivale, il sindaco liberale ed europeista di Varsavia Rafal Trzaskowski.

    Duda ha incassato il 51,2% delle preferenze contro il 48,8% di Trzaskowski. Cavalli di battaglia per la rielezione di Duda sono state le promesse di uno Stato forte e centralizzato, nonché la difesa dei valori tradizionali. L’altra metà della società polacca aveva invece puntato su Trzaskowski sperando in un Paese più moderno e aperto al mondo, nonché più attivo nell’Unione europea.

    Il sindaco di Varsavia ha perso nonostante abbia prevalso in 10 regioni su 16. A favore del presidente uscente hanno votato le regioni dell’est e del sud, dove la popolazione è più numerosa. Duda è stato sostenuto soprattutto dagli anziani over 60 (62,5% contro il 37,5%) e dagli abitanti delle campagne (oltre il 63% gli ha ridato fiducia). Trzaskowski è stato invece preferito dagli abitanti delle grandi città (65% contro 34%) e dai giovani fra i 18 e i 29 anni (64% contro 36%).

    Il vero vincitore di questa consultazione è però ancora una volta Jaroslaw Kaczynski, leader storico del partito conservatore Diritto e giustizia (Pis) al governo dal 2015, che si è battuto in prima persona affinché, attraverso la rielezione di Duda, fossero completate le “riforme” del suo governo, a partire da quella del sistema giudiziario che ha sollevato più di qualche perplessità per la tenuta dello stato di diritto in Polonia.  “La sua vittoria, così come cinque anni fa, il nuovo presidente la deve a Jaroslaw Kaczynski, punto e basta”, ha scritto ieri Joachim Brudzinski, che ha guidato il comitato elettorale di Duda.

    A sostegno di Duda il Pis ha impegnato l’intero apparato dello Stato, con i membri del governo che hanno organizzato comizi per far rieleggere il loro candidato e la radio e la televisione pubbliche completamente schierate con il presidente uscente e contro lo sfidante. “Non abbiamo giocato ad armi pari, malgrado questo abbiamo lottato fino all’ultimo”, ha detto Trzaskowski nel riconoscere la propria sconfitta. A favore di Duda si era mossa anche la chiesa polacca, spingendo i fedeli a votare per il candidato “che condivide i valori cristiani”. Come ha commentato con l’Ansa Stefan Frankiewicz, ex ambasciatore presso il Vaticano e amico personale di papa Wojtyla, “la chiesa polacca ha voluto così difendere i suoi tanti privilegi nel sistema attuale, rinunciando alla missione pastorale e ad invitare una società spaccata in due al dialogo senza odio”. Frankiewicz ha ricordato tra l’altro con disagio il silenzio totale della chiesa di fronte alle parole usate in campagna elettorale da Duda contro gli omosessuali. E a urne chiuse sui social media si raccontava di come Jaroslaw Kaczynski la sera precedete, invece di festeggiare con Duda la vittoria, abbia atteso i risultati davanti all’immagine della Madonna Nera nel più noto santuario polacco di Jasna Gora a Czestochowa.

  • La Polonia risponde alle dichiarazioni della Commissione sull’indipendenza giudiziaria

    C’è tensione tra Varsavia e Bruxelles dopo che la Polonia ha accusato l’Unione Europea di adoperare “doppi standard”nel mettere in dubbio l’indipendenza del Tribunale costituzionale del paese. Il portavoce dell’organo esecutivo dell’UE per lo Stato di diritto, Christian Wigand, nei giorni scorsi ha dichiarato infatti che la Commissione era “fortemente preoccupata” per le nuove norme giudiziarie.

    Non si è fatta attendere la reazione di Varsavia che, attraverso il viceministro degli affari esteri, Paweł Jabłoński, ha definito la posizione della Commissione “un’incongruenza molto grave” e ha fatto riferimento a una raccomandazione della Commissione del 2017 che invita le autorità polacche ad “astenersi da azioni e dichiarazioni pubbliche che potrebbero compromettere ulteriormente la legittimità della magistratura”.

    Il conflitto legale si è intensificato quando i legislatori polacchi hanno approvato una legge che consente il licenziamento dei giudici se adottano decisioni in disaccordo con il governo. La Commissione ha chiesto perciò alla Corte di giustizia europea di congelare la nuova legge polacca.

    Nel tentativo di riaprire il dialogo bilaterale, la vicepresidente dell’UE per i valori e la trasparenza, Věra Jourová, si è recata martedì scorso a Varsavia per incontrare i parlamentari e i funzionari di giustizia.

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