potere

  • Altro scandalo clamoroso abusando del supporto alla tecnologia

    Un inganno tira l’altro

    Proverbio latino

    I saggi latini erano convinti, da tantissime esperienze di vita, che un inganno tira l’altro, dicendo spesso che fallacia alia aliam trudit. Purtroppo in Albania, da più di una decina d’anni ormai, fatti accaduti e pubblicamente noti alla mano, si può dire che gli scandali si susseguono, come se uno scandalo tirasse l’altro. E si tratta di scandali, basati su inganni e su continui abusi di potere, che coinvolgono direttamente i massimi rappresentanti del potere politico e istituzionale i quali, in stretta collaborazione anche con la criminalità organizzata, ne traggono guadagni milionari.

    Un altro scandalo clamoroso è stato reso pubblico alla fine dell’anno appena passato in Albania. Si tratta di una “invenzione” diabolica per agevolare finanziariamente alcune imprese gestite da persone vicine ai massimi livelli politici. Risulterebbe che un famigliare molto stretto del primo ministro sarebbe uno dei massimi approfittatori finanziari. E non solo dalle agevolazioni previste da questo progetto ben ideato, programmato ed attuato, ma anche da molti appalti pubblici gestiti dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Il nostro lettore è stato informato di questi appalti abusivi (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2026; Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo, 29 dicembre 2025).

    Il 14 luglio 2022 veniva approvata dal Parlamento la legge 58 “Sull’istituzione, l’organizzazione e il funzionamento dei parchi tecnologici e scientifici”. E la sopracitata “invenzione” è stata basata proprio su questa legge. Il primo articolo stabilisce gli obiettivi, che sono “Lo sviluppo di industrie ad alta tecnologia e dell’innovazione, la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi ed il miglioramento di quelli esistenti e la creazione di posti di lavoro qualificati per professionisti nei settori della scienza e della tecnologia”. Come istituzione responsabile per lo sviluppo di questi parchi è stato scelto il ministero dell’Economia.

    L’articolo 5 della legge stabilisce che “Le attività consentite nel parco sono limitate alle attività di ricerca e sviluppo, in funzione delle finalità previste dall’articolo 1 della presente legge, e non alla produzione in serie di prodotti o servizi”. Tali attività riguardano la ricerca e lo sviluppo “per acquisire nuove conoscenze tecnologiche o scientifiche, che consentono lo sviluppo di prodotti o servizi”. Le attività consentite a svilupparsi nei parchi tecnologici e scientifici, tra l’altro, devono  creare “…nuovi metodi di produzione di prodotti o servizi o utilizzano tecnologie avanzate nella produzione di software, nell’elaborazione dati o in attività simili”, nonché garantire la formazione e lo sviluppo “…delle capacità dei professionisti, con l’obiettivo di coinvolgerli nella produzione di prodotti e servizi innovativi”.

    Ma lo scopo reale della concezione e dell’approvazione di questa legge era quello di garantire delle agevolazioni fiscali molto vantaggiose a tutte le imprese che dovevano svolgere le loro attività in questi parchi tecnologici e scientifici. Agevolazioni sancite dall’articolo 12 della legge il quale, tra l’altro, stabilisce che “l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è pari a 0 (zero) per 15 anni consecutivi per i redditi generati dalle attività che si svolgono nel parco”. In più si stabilisce che “gli stipendi del personale addetto alla ricerca e sviluppo dell’utente nel parco e di tutto il personale dello sviluppatore sono esenti da tutte le imposte per un periodo di 10 anni”. Si stabilisce altresì che “i beni, le attrezzature e i servizi utilizzati nel parco, che servono a realizzare il “prodotto innovativo”, sono esenti da IVA…, dall’imposta sull’impatto infrastrutturale e dall’imposta sugli immobili per un periodo di 10 anni per le costruzioni realizzate nel parco”. Cosa possono pretendere di più le imprese che svolgeranno le loro attività nei parchi tecnologici e scientifici?!

    Il 27 marzo 2024, con una decisione del Consiglio dei ministri, il governo albanese ha consegnato ad un’impresa una superficie di 140.000 m2 in un’area soltanto poche decine di chilometri al ovest della capitale. Ma, guarda caso, l’impresa allora non era stata ancora costituita ufficialmente! Atto che è stato fatto solo circa 11 mesi dopo, il 18 febbraio 2025.

    La nuova impresa “innovativa” è stata denominata Durana Tech Park e dagli atti ufficiali risulta essere un ente pubblico al 100%, che ha la Corporazione albanese degli Investimenti come suo unico azionista. La sua presentazione pubblica è stata fatta subito dopo dal ministro dell’Economia. In seguito, il 2 aprile 2025, si è svolta la cerimonia dell’inaugurazione ufficiale con la presenza del primo ministro. In una nota del Consiglio dei ministri si affermava che “Durana Tech Park, ormai realtà, è un centro di innovazione e d’eccellenza, una piattaforma avanzata che sostiene e potenzia aziende tecnologiche, start-up, istituzioni accademiche e nomadi digitali, riunendo sotto lo stesso tetto le migliori opportunità del mondo dell’innovazione, con l’energia e la creatività albanese”. In seguito, nella stessa nota del Consiglio dei ministri, si sottolineava che “…Con un’infrastruttura moderna, forti incentivi fiscali ed un vivace ecosistema collaborativo, Durana [Tech Park] è concepita per diventare l’epicentro della tecnologia e dell’innovazione, non solo in Albania, ma anche nella regione”.

    Durante la stessa cerimonia sono stati consegnati i certificati, come primi residenti del Parco, agli applicatori che avevano superato con successo le fasi della valutazione, diventando così parte di questo ecosistema in crescita. Gli applicatori selezionati rappresentavano ventiquattro aziende, sei start-up, due nomadi digitali e due istituzioni accademiche.

    Sempre durante questa cerimonia dell’inaugurazione ufficiale dell’impresa “innovativa”, il primo ministro ha affermato: “Nel frattempo, oggi, Durana Tech Park prende vita e passa, da un piano e una legislazione sulla carta, alla realtà di un gran numero di aziende che hanno espresso interesse e da oggi ricevono il certificato di appartenenza a questa nuova società digitale”. Il primo ministro ha, tra l’altro, evidenziato altresì che “per realizzare Durana Tech Park abbiamo condotto un’analisi molto lunga dei parchi tecnologici in Europa e nel mondo, abbiamo esaminato attentamente la legislazione europea, abbiamo visto come ha funzionato in altri Paesi”.

    Se tutto quello che ha affermato il primo ministro il 2 aprile 2025 fosse vero, allora quella del “parco” sarebbe stata un’iniziativa innovativa del governo. Ma se fosse vero però. E per giudicare la sua veridicità basterebbe andare sul posto in cui, secondo gli atti ufficiali, sarebbe stato costruito il “parco” tecnologico e scientifico, gestito da Durana Tech Park.

    Ebbene, tutti possono verificare molto facilmente che, ad oggi, in quel territorio non c’è niente, ma proprio niente, tranne erba e cespugli! Il che non ha niente in comune con un parco tecnologico e scientifico e con tutte le necessarie infrastrutture per svolgere le attività innovative previste negli atti ufficiali. Mentre tutte le imprese ad ora registrate come operative in quel “parco” hanno, invece, le loro sedi nella capitale. Chissà come e perché?! Bisogna sottolineare però che la persona che ha maggiormente beneficiato  da quel “parco” è un famigliare molto stretto del primo ministro. Mentre due altri sui “collaboratori”, molto attivi con gli appalti pubblici dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, sono ormai ricercati dalla giustizia, accusati di diversi reati.

    Chi scrive queste righe pensa che il nostro lettore doveva essere informato di questo scandalo. E parafrasando il detto latino si potrebbe dire che in Albania uno scandalo tira l’altro. Ma tutto solo e soltanto con il beneplacito del primo ministro, ubbidendo ai suoi “lungimiranti orientamenti”.

  • Altre rivelazioni clamorose di abusi di potere

    Il fare è rivelatore dell’essere

    Jean-Paul Sartre

    Altre rivelazioni di clamorosi abusi di potere sono state rese pubbliche l’8 gennaio scorso. Si tratta di abusi che coinvolgono direttamente un autocrate corrotto, il primo ministro albanese. Lo ha fatto di nuovo uno dei più stretti collaboratori del primo ministro, colui che è stato vice primo ministro (2021-2022), ma che dal 2013 è stato anche ministro dello Sviluppo economico, poi ministro delle Finanze e alla fine, ministro di Stato per la Ricostruzione del Paese, dopo il terremoto del 2019. Per lui però il 14 luglio 2023 il Parlamento ha approvato la richiesta d’arresto presentata dalla Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata il 7 luglio 2023, ma che è stata resa nota dal Parlamento con tre giorni di ritardo, il 10 luglio scorso.

    L’ex vice primo ministro è stato accusato di abuso d’ufficio, di corruzione passiva, di illegittimo vantaggio di interessi e di riciclaggio di denaro. Ma lui nel frattempo, proprio in quei giorni, era riuscito a scappare all’estero, in Svizzera. Ormai gode lì dello stato dell’avente asilo politico, cioè gode del diritto di immunità personale, accordato da un Paese ad uno straniero che, per motivi politici, ha trovato rifugio in quel territorio. E pensare che il primo ministro albanese, soltanto alcune settimane prima che si chiedesse l’arresto del suo stretto collaboratore, aveva detto che lui era “…uno dei collaboratori con il quale mi sono incontrato di più, ho comunicato di più al telefono, ho discusso di più per molte delle nostre decisioni durante questi anni”. Chissà perché allora il primo ministro decise di “sacrificare’ il suo collaboratore?!

    Le cattive lingue hanno detto che il primo ministro segue i metodi del dittatore comunista albanese. Colui che dal 1945 al 1985, quando morì, ha controllato tutto e tutti in un Paese che soffriva tutte le conseguenze della più spietata e sanguinosa dittatura comunista dell’Europa dell’est. Bisogna evidenziare però che il primo ministro albanese, essendo anche un diretto discendente di una famiglia della nomenklatura comunista, sta mettendo in atto i metodi della dittatura, seguendo le orme del suo “padre spirituale”, il dittatore comunista. Anche lui, come il dittatore comunista, sta “divorando i suoi figli”, come faceva Crono della mitologia della Grecia antica, il quale per gli antichi romani era Saturno.

    Dopo la sua fuga in Svizzera e l’ottenimento dello stato di avente diritto all’asilo politico, l’ex vice primo ministro ha denunciato l’operato del suo diretto superiore. Ha rivelato molti casi clamorosi di abuso di potere, rendendo pubblici molti fatti accaduti, fatti che conosceva personalmente, avendo svolto importanti incarichi istituzionali. Ragion per cui bisogna che tutte le denunce e le accuse da lui fatte nei confronti del primo ministro vengano considerate con la massima attenzione. Si perché si tratta di denunce e accuse fatte da una “deep throat” (gola profonda; n.d.a.), che sa e rivela dei fatti importanti, che pochissime persone sanno. E quella ‘gola profonda’, nonostante non sia stato uno stinco di santo, avendo deciso però di rivelare e rendere pubblici molti clamorosi casi di abuso di potere, stia ormai facendo, a chi di dovere, un servizio non trascurabile, anzi!

    L’ex vice primo ministro, durante questo periodo d’asilo, ha rilasciato tre lunghe interviste ad una rete televisiva non controllata dal primo ministro o da chi per lui. Quelle interviste (1o febbraio 2024, 29 luglio 2024 e 27 gennaio 2025), trasmesse in prima serata, sono state molto seguite dal pubblico. Quella dell’8 gennaio scorso era la quarta intervista rilasciata alla stessa rete televisiva, sempre registrata in Svizzera. Il nostro lettore è stato informato sia della fuga dell’ex vice primo ministro e sia delle denunce fatte durante le sue tre prime interviste (Governo che funziona come un gruppo criminale ben strutturato, 17 luglio 2023; Rivelazioni riguardanti ruberie milionarie ed abuso del potere, 6 febbraio 2024; Altre clamorose testimonianze di corruzione ed abuso di potere, 8 aprile 2024; Una gola profonda che accusa e rivela gravi verità, 7 agosto 2024; Altre rivelazioni clamorose che accusano un autocrate corrotto, 28 gennaio 2025; Un autocrate colpevole che cerca di nascondersi codardamente, 4 febbraio 2025).

    Durante la sua seconda e terza intervista l’ex vice primo ministro ha accusato direttamente e senza equivoci l’attuale primo ministro albanese, “il capo dell’organizzazione criminale”, ed alcuni suoi molto stretti famigliari e collaboratori. Come ha fatto anche giovedì scorso, durante la sua quarta intervista. E continua a dichiarare che “…è pronto e sempre disponibile a testimoniare davanti ai tribunali, ma non in Albania”. Sì perché, come ha affermato, in Albania lui rischia la vita. Ma giovedì scorso, all’inizio dell’intervista, ha dichiarato che era stato elaborato un piano per la sua eliminazione. Secondo quel piano era prevista la sua cattura, il passaggio illegale sul territorio italiano, per poi portarlo nelle prigioni in Albania, dalle quali “non poteva più uscire vivo”. Di questo piano lui aveva informato anche le autorità competenti in Svizzera.

    Giovedì scorso, durante la sua quarta intervista, ha presentato al pubblico alcuni fascicoli, ognuno legato ad uno scandalo specifico. Fascicoli che ha consegnato anche al giornalista che lo stava intervistando. E mentre presentava i documenti dei singoli fascicoli, affermava che poteva mettere tutto a disposizione del sistema della giustizia in Albania. Ma esprimeva anche la sua convinzione che le strutture del sistema “riformato” della giustizia, soprattutto la Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, non potevano accusare ed indagare il diretto responsabile di tutti quegli scandali, il primo ministro albanese.

    Uno dei fascicoli riguardava lo scandalo del porto di Durazzo, di cui il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Dai documenti che ha possesso l’ex vice primo ministro, risulta che il porto strategico di Durazzo, noto già dall’antichità, rischia di scomparire nonché di generare gravi problematiche contrattuali, finanziarie, di sicurezza e di gestione. Risulta, in più, che dal nuovo progetto del porto di Durazzo, un’infrastruttura critica, essendo l’Albania un membro della NATO, dovrebbe approfittare una società controllata da oligarchi russi. Queste ed altre denunce non erano opinioni dell’intervistato, bensì conclusioni basati su documenti ufficiali da lui presentati giovedì scorso e messi anche a disposizione delle istituzioni interessate.

    Giovedì scorso l’ex vice primo ministro, sempre riferendosi ai documenti a suo possesso, ha fatto ulteriori e dettagliate rivelazioni sugli scandali che coinvolgono direttamente l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in Albania e la sua direttrice, alcuni famigliari molto stretti del primo ministro ed altri funzionari dell’Agenzia. Il nostro lettore è stato informato di alcuni di questi scandali le scorse settimane (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2026; Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo, 29 dicembre 2025).

    Durante l’intervista di giovedì scorso l’ex vice primo ministro ha denunciato anche altri scandali, come quello legato al progetto Smart City (Città intelligente; n.d.a.), fortemente sbandierato dal primo ministro. E si sa, in questi casi, il motivo del “entusiasmo” è quello dei guadagni milionari. Motivo che è lo stesso anche negli altri casi denunciati dall’ex vice primo ministro.

    Chi scrive queste righe continuerà a seguire ed informare il nostro lettore degli ulteriori sviluppi dopo le rivelazioni clamorose di abusi del potere fatte giovedì scorso dall’ex vice primo ministro albanese. Accuse che andavano a pennello anche al modo di operare e di gestire la cosa pubblica da parte del primo ministro. Ragion per cui si adatta molto bene a lui l’affermazione di Jean-Paul Sartre: il fare è rivelatore dell’essere.

  • L’oro, l’Africa e ancora la Wagner

    Come molti sanno, il prezzo dell’oro è salito in modo esponenziale negli ultimi mesi. L’aumento è dovuto principalmente a due fattori: la Cina da tempo sta investendo in oro e l’oro è diventata una valuta strategica anche per la Russia.

    La Russia ha una rete di miniere e traffici in Africa che le consente sia di rafforzare la propria influenza che di incrementare la propria ricchezza. E l’oro rappresenta una delle principali difese del Cremlino contro le sanzioni economiche internazionali. Sembra che Putin paghi in oro anche i droni che acquista dall’Iran e che usa contro l’Ucraina.

    A monte c’è anche la volontà, più volte espressa, di Russia e Cina di immaginare un sistema finanziario che non sia più imperniato sul dollaro americano.

    Da anni la Russia sta aumentando il suo potere in Africa, dove è stato molto attiva nel passato Prigozhin, il fondatore del gruppo mercenario Wagner morto quando il suo aereo è stato abbattuto in un misterioso incidente del 2023, l’ennesimo dei tanti ‘misteri’ del Cremlino.

    Dopo la morte di Prighozin Putin ha sostituito la Wagner con l’Africa Corp, sotto il controllo del ministero della Difesa russo. La maggior parte dei mercenari dell’Africa Corp provengono dalla Wagner e la Wagner stessa, visto che l’Africa Corp non ha raggiunto il numero di uomini previsto, torna in auge nel 2024 col nome Wagner Legion Istra, anch’essa ufficialmente sotto il controllo del ministero della Difesa russo ma in effetti gestita dai comandanti della prima Wagner e ancora legatissimi a Prigozhin, diventato un simbolo.

    Nella Repubblica Centroafricana hanno costruito un impero economico. Mosca investe molte risorse per rivolgersi anche ai giovani e instradarli verso il sistema di pensiero russo contro quella che viene definita disinformazione occidentale. Nella Repubblica Centroafricana è stato eretto un monumento a Prigozhin e a Utkin.

    L’Africa Corp non rispetta il diritto internazionale e in più Stati sostiene governi sanguinari o gruppi rivoluzionari.

    Raramente accade che pur andando bene, complessivamente, il mercato azionario, l’oro abbia una così forte escalation. Da sempre infatti l’oro è considerato un bene rifugio. Ma coi programmi del presidente cinese e dello zar russo l’oro non è più solo una riserva strategica di Stato ma è divenuto anche lo strumento per questi “imperatori” per portare avanti affari poco puliti e per aggirare sanzioni ed ufficialità.

    Prigozhin, poi, sarà veramente morto?

     

  • L’era del diritto del più forte

    Il presidente Zelensky ha detto agli ucraini che si è di fronte ad una scelta: o la propria dignità, e perciò la sovranità, l’indipendenza e la libertà, come il diritto internazionale dovrebbe garantire ad ogni nazione, o il rapporto con il più importante alleato e cioè gli Stati Uniti di Trump.

    Il presidente americano non si è invece posto il problema, la dignità e la libertà altrui non gli interessano teso, come è, a tessere rapporti economici e strategie politiche che non badano ai diritti, anche se sovranazionali, perché, come è ormai chiaro a tutti, siamo tornati all’epoca del diritto del più forte.

    Putin ha da sempre rappresentato per Trump, oltre a vari tipi di interessi, anche per il coinvolgimento nello scacchiere internazionale del convitato di pietra, la Cina di Xi Jinping, l‘incarnazione di un sogno per lui irrealizzabile, almeno al momento, essere libero dai condizionamenti dei cittadini e delle altre istituzioni.

    Putin è l’uomo che non deve chiedere mai, come nella pubblicità, è il cavaliere a torso nudo, il combattente delle arti marziali, colui che si bagna in acque gelide e che comanda, imperturbabile, la grande Russia da 25 anni.

    Presidente, primo ministro, ancora presidente, l’uomo capace di piegare, modificare le leggi a suo piacimento, il nuovo zar che, con il suo sodale Kyrill, fa per tre volte il segno della croce accendendo candele, tra i fumi dell’incenso ed i canti religiosi, mentre ordina ai suoi di bombardare civili e bambini o di inscenare l’ennesimo finto suicidio di un suo ex compagno di manovre miliardarie.

    Cosa dire agli ucraini, ormai vicini all’abbandono da parte del maggiore alleato, sostenuti in modo troppo blando da un’Europa incapace di comprendere come oggi, sul campo di battaglia e su quelle delle trattative, per una auspicabile fine della guerra, ci sia il destino di ciascuno, non solo dell’Ucraina: il paracadute americano non c’è più, dobbiamo fare da soli ed i ‘volonterosi’ sono ancora troppo pochi e forse anche un po’ troppo titubanti.

    Cosa dire ad un’Unione Europea, con più abitanti degli Stati Uniti, priva di peso politico e militare, per la volontà dei suoi leader vecchi dentro, legati a concetti ottocenteschi, che non difendono, come credono, ingannandosi vicendevolmente, la vera integrità culturale e morale delle singole nazioni ma invece impediscono la nascita ed il consolidamento di una realtà autenticamente occidentale?

    L’Occidente deve trovare una strada per la pace tra Russia ed Ucraina, ma la pace non può nascere da un accodo che rappresenti la sconfitta dell’aggredito, delle leggi internazionali, ed il trionfo dell’aggressore.

    Se Trump e gli europei lo capiranno ci sarà la possibilità di trovare soluzioni, altrimenti la sconfitta dell’Ucraina, la sua perdita di sovranità e di vera indipendenza, significherà avere aperto la strada ad un mondo nel quale solo la forza avrà voce in capitolo.

    Ed in questo nuovo mondo tutto diventerà possibile, tra intelligenza artificiale, strumenti atomici per la guerra e violazione dei diritti lo scenario diventa non di fantapolitica ma di agghiacciante realtà.

  • L’Egitto pensa a una Nato africana

    Il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, ha chiesto nel 2015 alla Lega araba di “formare una forza araba in stile Nato”. Lo ha dichiarato l’esperto militare egiziano Samir Farag ai media egiziani. Il ruolo di capo della forza araba congiunta, se approvata, verrebbe assunto dal capo di Stato maggiore egiziano – che è anche il segretario generale aggiunto della Lega araba per gli Affari militari – o da un tenente generale egiziano. Il vice capo sarebbe invece di nazionalità saudita e verrebbe formato un Consiglio di comando composto dai Paesi arabi partecipanti, ha affermato Farag. Inoltre, in caso di attacco a uno dei Paesi membri, la forza si mobiliterebbe per difenderlo. L’Egitto contribuirebbe almeno con 20 mila militari, più di qualsiasi altro Paese, ha aggiunto l’esperto. Esiste un accordo di difesa congiunta all’interno della Lega araba, ma non è mai stato attuato. “Ci auguriamo che la formazione di una forza araba congiunta venga approvata. L’aggressione israeliana contro il Qatar ha rivelato quanto sia importante per noi questa forza. La speranza dell’Egitto e degli arabi risiede nell’unità e nel non fare affidamento sugli Stati Uniti o su qualsiasi altra potenza”, ha affermato Farag.

    La notizia della “proposta egiziana di creare una forza araba congiunta per contrastare gli attacchi israeliani è un duro colpo agli accordi di pace”, ha dichiarato in un messaggio su X il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, sottolineando che questo “duro colpo” è “seguito dal voto favorevole alla creazione di uno Stato palestinese da parte della stragrande maggioranza dei paesi alleati di Israele”. Ieri, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che chiede la creazione di uno Stato di Palestina libero dal movimento islamista Hamas. Il governo del premier Benjamin Netanyahu “ha distrutto la nostra posizione internazionale. Una combinazione letale di irresponsabilità, dilettantismo e arroganza ci sta distruggendo agli occhi del mondo. Dobbiamo sostituirlo prima che sia troppo tardi”, ha affermato Lapid.

    L’idea che disturba Israele potrebbe rientrare tra i temi in discussione nel vertice, il primo di questo tipo, che il 22 ottobre si svolgerà a Bruxelles tra Unione europea ed Egitto. Secondo quanto comunicato dal Consiglio europeo “il vertice si concentrerà sulle relazioni bilaterali e sull’ulteriore approfondimento del partenariato politico ed economico, come stabilito nel partenariato strategico e globale Ue-Egitto, con l’obiettivo di promuovere la stabilità, la pace e la prosperità comuni. I leader discuteranno anche delle sfide globali odierne, tra cui la situazione in Medio Oriente, la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, il multilateralismo, il commercio, la migrazione e la sicurezza”. L’Ue sarà rappresentata al vertice dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, mentre l’Egitto sarà rappresentato dal presidente, Abdul Fattah al-Sisi. “I nostri legami di lunga data affondano le loro radici nella storia, nella geografia e nella cultura comuni, nonché nei forti legami tra i nostri popoli”, ha dichiarato Costa, che poi ha aggiunto: “L’Ue apprezza profondamente il ruolo stabilizzatore dell’Egitto nella regione del Medio Oriente e il suo ruolo di mediazione nel conflitto di Gaza. Il nostro primo vertice bilaterale sarà un’ottima occasione per approfondire ulteriormente il nostro partenariato, cooperare nell’affrontare le nostre sfide comuni e liberare tutto il potenziale delle nostre relazioni”.

  • Clamoroso scandalo internazionale che continua ad accusare

    Non seminare nei solchi dell’ingiustizia per non raccoglierne sette volte tanto

    Siracide, 7/3; Antico Testamento

    Il Libro del Siracide è stato scritto in ebraico all’incirca nell’anno 180 a.C. da Giosuè di Sira. Il Libro del Siracide, essendo parte dell’Antico Testamento, è stato inserito sia nella Bibbia cattolica che in quella ortodossa. Non è riconosciuto dalla religione ebraica e da quella protestante, perché è stato considerato come testo apocrifo. Bisogna sottolineare però che si tratta dell’unico testo dell’Antico Testamento il cui autore è riconosciuto con certezza.

    Il Libro del Siracide è stato concepito e scritto come un insieme di precetti e consigli utili per tutti e basati sulla sapienza umana di quel periodo, nonché su canoni della religione tradizionale ebraica.

    Nel settimo capitolo del Libro si avverte: “Non ti impigliare due volte nel peccato, perché neppure di uno resterai impunito” (7/8). Un’altro valido consiglio per tutti gli esseri umani avverte: “Non unirti alla moltitudine dei peccatori, ricordati che la collera divina non tarderà” (7/16). Questi sono soltanto due tra i tantissimi utili consigli e precetti del Libro del Siracide.

    Purtroppo i peccatori sono stati e sono sempre presenti in ogni parte del mondo. Lo testimonia con spiccata maestria Dante Alighieri nella prima parte, l’Inferno, della sua stupenda opera allegorica “La Divina Commedia”. Lo testimonia in modo inconfutabile e convincente anche la storia, quella preziosa ed instancabile maestra. Lo testimonia chiaramente quanto sta accadendo attualmente in varie parti del nostro pianeta. Sono tanti i peccatori colpevoli di aver causato conflitti e guerre, che stanno mietendo migliaia di vittime innocenti. Dante li avrebbe inseriti in diverse parti dei nove cerchi dell’Inferno. Ma sono tanti, tantissimi i peccatori che abusano ed approfittano del potere conferito e/o usurpato, a vari livelli istituzionali. Anche per loro valgono gli avvertimenti del Libro del Siracide. Ma i peccatori, quelli consapevoli dei loro atti malvagi ed abusi, credendo di essere intoccabili, se ne infischiano di quei consigli ed avvertimenti.

    E tra quei peccatori c’è anche il primo ministro albanese. Colui che ha soltanto mentito, ingannato e ha abusato del suo potere, conferito all’inizio e poi anche usurpato. Compresi anche poteri che non gli competono. Ragion per cui adesso si sente onnipotente, come tutti i dittatori, nonostante cerchi di apparire “progressista”, soprattutto fuori dal suo “regno albanese”. Colui che, da anni ormai, ha fatto della corruzione una sua arma vincente. Sia come approfittatore e sia come corruttore di altri per ottenete e raggiungere determinati obiettivi. Lo testimoniano innumerevoli fatti accaduti e noti pubblicamente. Lo testimonia anche un clamoroso scandalo internazionale che, dal gennaio 2023, continua ad accusarlo direttamente. Ma controllando personalmente tutto il sistema “riformato” della giustizia, si sente impunibile e continua indisturbato a godere del suo vasto potere.

    L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di uno scandalo che coinvolgeva direttamente un alto funzionario dell’Ufficio Federale di Investigazione degli Stati Uniti d’America (Federal Bureau of Investigation – FBI; n.d.a.), alcuni oligarchi ed agenti dei servizi segreti russi, nonché il primo ministro albanese, un suo “consigliere esterno” ed altri. Uno scandalo reso pubblico, il 23 gennaio 2023 negli Stati Uniti prima e poi anche nel resto del mondo, (Collaborazioni occulte, accuse pesanti e attese conseguenze, 30 gennaio 2023; Un regime corrotto e che corrompe, 13 febbraio 2023; Angosce di un autocrate corrotto e che corrompe, 20 febbraio 2023; Un autocrate corrotto e che corrompe, ormai in preda al panico, 27 febbraio 2023; ecc…).

    Il nostro lettore veniva informato, tra l’altro, che “Il 21 gennaio scorso, all’aeroporto internazionale John Fitzgerald Kennedy di New York, veniva arrestato un uomo di 54 anni, un importante ex funzionario dell’Ufficio Federale di Investigazione degli Stati Uniti d’America […] con ventidue anni di carriera presso quell’Ufficio Federale […]. Si tratta di colui che è stato a capo dei servizi di controspionaggio dell’FBI nella capitale statunitense fino al 2016, per poi dirigere, dall’inizio d’ottobre 2016 fino al 2018, quando è andato in pensione, la più importante divisione del servizio di controspionaggio con sede a New York” (Collaborazioni occulte, accuse pesanti e attese conseguenze; 30 gennaio 2023). Il nostro lettore è stato informato che sul caso stavano indagando due procure, quella di Washington D.C. e quella di New York. Hanno indagato sul caso anche due commissioni parlamentari, una del Congresso e l’altra del Senato.

    Le accuse erano diverse e si riferivano ai rapporti abusivi dell’ex alto funzionario del FBI con un oligarca russo, molto vicino al presidente russo, inserito nell’elenco delle persone soggette a severe sanzioni poste, dal 2018, dalle autorità statunitensi. Un’altra accusa si riferiva ai rapporti con un ex agente dei servizi segreti albanesi, dal quale aveva ricevuto 225.000 dollari, non dichiarati, nonché dei rapporti occulti con un “consigliere esterno” del primo ministro albanese, il quale collaborava sia con i russi che con una grande compagnia cinese. La stessa compagnia che aveva finanziato anche il figlio dell’ex presidente statunitense Joe Biden. Negli atti giudiziari che riguardavano le attività abusive ed illecite dell’ex alto funzionario del FBI, il nome del primo ministro albanese si citava per ben 14 volte! Alla fine del processo giudiziario durato molti mesi, l’accusato ha ammesso la sua colpevolezza ed è stato condannato solo con 50 mesi di prigione.

    Giovedì scorso, 4 settembre, è stato reso noto un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti d’America. Un dettagliato rapporto di 23 pagine che evidenziava altri fatti legati allo scandalo in cui sono stati coinvolti l’ex alto funzionario del FBI, i russi, i cinesi ed altri. Uno scandalo in cui era direttamente coinvolto anche il primo ministro albanese. In questo rapporto, tra l’altro, sono stati evidenziati diversi incontri dell’ex alto funzionario del FBI con il primo ministro albanese, tra cui due a Tirana (settembre e novembre 2017, cene private incluse) ed uno a New York. Dal sopracitato rapporto, reso pubblico il 4 settembre scorso, risulta, tra l’altro, che il 9 settembre 2017 l’ex alto funzionario del FBI aveva mandato ad un suo amico una foto con il primo ministro albanese. Mentre ad un altro amico aveva scritto delle opportunità che si potevano generare in Albania. Lui, l’ex alto funzionario del FBI, non aveva mai però dichiarato tutti questi incontri, nonché diversi viaggi in Albania pagati da altri, come obbligato dalla legge.

    Il rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti d’America, reso pubblico giovedì scorso, 4 settembre, evidenziava anche il ruolo del “consigliere esterno” del primo ministro albanese in diverse “trattative” abusive sia con l’ex alto funzionario del FBI e sia con i proprietari e i dirigenti di una potente compagnia energetica cinese, molto attiva in diverse parti del mondo. La stessa compagnia che nel 2015 aveva sponsorizzato una mostra personale del primo ministro albanese ad Hong Kong. La stessa compagnia che si stava interessando anche delle risorse naturali in Albania, soprattutto del petrolio. E che con molte probabilità poteva anche riuscirci, se non fosse scoppiato lo scandalo. Ma nel rapporto, reso pubblico il 4 settembre scorso, sono stati presentati dettagliatamente, tra l’altro, anche diversi fatti documentati che coinvolgono direttamente sia il “consigliere esterno” del primo ministro che lui stesso.

    Chi scrive queste righe pensa che si tratta di un clamoroso scandalo internazionale che continuerà ad accusare diversi legami occulti e corruttivi, nonché le persone coinvolte. Compreso il primo ministro albanese. Per tutti i peccatori però rimane sempre valido l’avvertimento 7/3 del Libro del Siracide: “Non seminare nei solchi dell’ingiustizia per non raccoglierne sette volte tanto”. Chissà come si sente adesso il primo ministro albanese, il quale, da giorni, non dice niente sul caso?!

  • Non solo Groenlandia e Canada: Trump vuole anche Marte

    La Casa Bianca ha assegnato 7 miliari di dollari alla Nasa per arrivare sulla Luna e un miliardo di dollari per iniziare la preparazione del viaggio su Marte, con l’intento dichiarato di «sconfiggere la Cina nel ritorno sulla Luna e portare il primo uomo su Marte». Donald Trump ha indicato Marte come meta dell’esplorazione mentre Elon Musk ha dichiarato: «Morirò in America. Non andrò da nessuna parte. Potrei andare su Marte, ma sarà parte dell’America».

    Le scelte di Trump ed Elon Musk fanno discutere negli Stati Uniti e in Europa. Ci sono senatori, anche repubblicani, che non condividono i tagli riguardanti l’astronave Orion e il grande vettore SLS nati per la Luna e Marte, in prospettiva sostituiti con quelli dello stesso Musk. Il cambio, sostengono, metterebbe a rischio il ritorno, prima della Cina, sul nostro satellite naturale. Che resta la meta prioritaria. James Fletcher, due volte amministratore della Nasa, sosteneva che «la strada più breve per arrivare su Marte passa per la Luna». Un pensiero condiviso dal concorrente cosmico di Musk, Jeff Bezos, che fondava la sua società Blue Origin ancor prima di Space X. «Bisogna sviluppare molte tecnologie assolutamente indispensabili che impareremo andando sulla Luna» dice. E anche lui sta costruendo per la Nasa un veicolo di sbarco lunare precisando la sua differente idea del futuro. Per il creatore di Amazon, all’insediamento marziano è preferibile la costruzione di grandi stazioni spaziali dove migliaia di persone possono vivere, produrre e veleggiare tra i pianeti. La sfida è dunque aperta.

    Forse è poco noto che tutto prese il via con le suggestioni ottocentesche dei canali di Marte “visti” da Giovanni Virgilio Schiaparelli dall’osservatorio milanese di Brera, dalle quali emerse la fantascienza popolata dai marziani. Poi si aggiunsero nei primi decenni del Novecento le visioni dei pionieri dello spazio. Ma il primo progetto per compiere il grande balzo sul Pianeta Rosso veniva presentato nell’agosto 1969, cioè il mese successivo al primo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. In quei giorni l’amministratore della Nasa Thomas Paine e Wernher von Braun l’ideatore del grande razzo Saturn V per la storica impresa, salivano i gradini del Congresso delineando le successive tappe dell’esplorazione. Nelle pagine del nuovo piano assieme ad una stazione orbitale, lo shuttle e la colonia lunare c’era lo sbarco su Marte da raggiungere con astronavi dotate di propulsori a razzo nucleari.

    Già nel suo primo mandando, Trump aveva dato il via al programma Artemis, per riportare gli americani sulla Luna guardando ai panorami marziani, che stato sottoscritto fin qui da 53 nazioni (mentre in parallelo all’analogo programma cinese Irls aderivano una quindicina di Paesi). Marte è un pianeta straordinario. Pur con una taglia che è metà della Terra e una gravità quasi tre volte minore, ha però molti aspetti analoghi come le stagioni, una temperatura che all’equatore può raggiungere quasi i 20 gradi (ma la media è di meno 60 gradi centigradi) ed è dotato di un’atmosfera di anidride carbonica dalla quale si può ricavare l’ossigeno utile agli astronauti e ai motori dei razzi. Sul rover Perseverance della Nasa uno strumento sta già collaudando l’innovativa tecnologia. Geologicamente, poi, offre meraviglie uniche che diventeranno meta turistica oltre che scientifica dei futuri esploratori: ha il vulcano più alto (25 chilometri) e il canyon più lungo e più largo (4000 chilometri e 200 chilometri, rispettivamente) del sistema solare.

    Nelle prime epoche della sua esistenza (mezzo miliardo di anni) su Marte i vulcani in eruzione alimentavano l’atmosfera, l’emisfero nord si ritiene fosse ricoperto da un oceano e i fiumi solcavano l’altra metà del globo. C’erano, quindi, condizioni analoghe a quelle terrestri. Se non si scoprissero tracce di vita passata, dicono alcuni scienziati, sarebbe un serio problema. Ma se verrà colta la preziosa traccia il nostro futuro della conoscenza sarà diverso. E, comunque, un giorno andremo a vivere lassù, quando gli scienziati, già impegnati su questo fronte, avranno imparato a trasformare l’attuale luogo arido e sterilizzato in un panorama attraente come Ray Bradbury ci ha raccontato in Cronache marziane.

  • Realtà dittatoriali che si somigliano

    Sappiamo che mai nessuno prende il potere con l’intenzione di abbandonarlo.

    George Orwell

    “… Ho visto un ragazzino, forse di dieci anni, che guidava un enorme cavallo da tiro lungo uno stretto sentiero, frustandolo ogni volta che cercava di girare. Mi ha colpito il fatto che se solo questi animali prendessero coscienza della loro forza non dovremmo avere alcun potere su di loro. E che gli uomini sfruttano gli animali più o meno allo stesso modo in cui i ricchi sfruttano il proletariato”.

    Così scriveva George Orwell nella prefazione del suo ben noto romanzo Animal Farm (La fattoria degli animali; n.d.a.). La prima pubblicazione del romanzo risale al17 agosto 1945, proprio 80 anni fa. Un romanzo che l’autore scrisse tra il 1943 e il 1944, mentre continuava la seconda guerra mondiale., periodo in cui lui però era ormai ben consapevole della pericolosità del regime stalinista, grazie anche alla sua personale esperienza durante la guerra civile in Spagna. Invece il governo britannico, in alleanza con l’Unione Sovietica, sosteneva che quanto si diceva riguardo al “terrore rosso” in quel periodo era semplicemente falso e dovuto soltanto alla propaganda nazista.

    Dopo che gli animali cacciarono via il crudele proprietario Mr. Jones, della “Fattoria padronale” (Manor Farm; n.d.a.), quella divenne la fattoria degli animali. I maiali però decidevano su tutto, nonostante il settimo comandamento, approvato all’unanimità da tutti gli animali, affermasse che “tutti gli animali sono uguali”. I maiali modificarono poi quel comandamento, stabilendo che “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Però non tutto andò come promettevano e garantivano i maiali, anzi! In seguito ad un primo periodo di un certo benessere, la carestia divenne una sofferta realtà per gli animali. Cominciarono a scarseggiare i più indispensabili generi alimentari. Ma non per i maiali però. Si, perché loro si dovevano nutrire bene per poter continuare a pensare, decidere e risolvere tutte le problematiche della fattoria, per il bene degli animali e non per il loro bene. Ma la vera realtà era ben altra.

    Nel settimo capitolo del romanzo si descrive questa drammatica realtà. “…In gennaio cominciò a scarseggiare il cibo […]. Per giorni e giorni gli animali non ebbero altro per nutrirsi che paglia tritata e barbabietole. La fame pareva guardarli in faccia”. Nonostante ciò, i maiali riuscivano a convincere gli animali che si trattava di un periodo transitorio, ma che tutto doveva tornare come prima, anzi, meglio di prima. L’unico che non si ingannava dalla propaganda dei maiali era il saggio Benjamin, l’anziano asino della fattoria, Lui non commentava neanche le modifiche fatte al primo comandamento “Tutto ciò che va su due gambe è nemico” che in seguito divenne “Quattro gambe buono, due gambe cattivo”. Alla fine del romanzo si vedono i maiali che cominciarono a camminare su i due piedi posteriori. Clarinetto, il maiale capo propaganda, cominciò a convincere tutti gli altri animali che il comandamento, da loro approvato all’unanimità dopo aver costituito la fattoria degli animali, affermava proprio che “Quattro gambe buono, due gambe meglio”.

    Quello che George Orwell aveva descritto maestosamente ed allegoricamente da nel suo romanzo La fattoria degli animali, molto apprezzato a livello mondiale, è stata purtroppo una sofferta e drammatica realtà in Albania durante il periodo della dittatura comunista (1945 – 1991). Subito dopo aver preso il potere, il regime comunista, oltre ad imprigionare e/o uccidere tutti quegli che considerava come “nemici del popolo”, sequestrò anche tutti i loro beni mobili ed immobili, proprio in “nome del popolo”. Ma fatti accaduti, documentati, testimoniati e pubblicamente noti alla mano, il popolo, cittadini e contadini, non solo non approfittava niente ma, addirittura, ha anche perso, soprattutto i contadini. Sì, perché alcuni anni dopo aver preso il potere, lo spietato ed opprimente regime comunista decise di collettivizzare le proprietà terriere dei contadini. Un duro colpo per loro che, di generazione in generazione, con quei terreni nutrivano le proprie famiglie e, a seconda dei casi, procuravano anche degli introiti finanziari con i quali poi compravano quello che serviva. Ma per la propaganda del regime, erano proprio i contadini che, con la loro volontà, avevano deciso di riunirsi in quelle che venivano chiamate “cooperative agricole”. Come accadeva nella “Fattoria degli animali” di George Orwell.

    Subito dopo che la dittatura comunista si restaurò e poi si consolidò in Albania, gli albanesi, senza accorgersi all’inizio, almeno molti di loro, hanno perso, prima di tutto, la loro libertà e altri diritti innati. Diritti che nei Paesi democratici erano protetti dalla legge. E se qualcuno tentava di obiettarsi alle decisioni del regime, finiva subito in prigione o nei “campi di lavoro”, costruiti come i famigerati campi/lager dell’Unione Sovietica. E li, oltre ai lavori forzati che straziavano fisicamente i condannati, si applicavano anche altre spietate torture che causavano dei veri e propri esaurimenti psichici. Come accadeva, per esempio, in un “campo di lavoro” nel sud est dell’Albania, dove i “nemici del popolo” dovevano prosciugare una vasta palude. In quel campo, gli stessi imprigionati avevano scavato delle cavità che venivano riempite non solo con le torbide acque della palude, ma anche con degli escrementi umani. E lì poi facevano entrare e rimanere per molto tempo i “nemici del popolo”, immersi fino al collo in quelle luride e puzzolenti acque.

    Durante la spietata dittatura comunista i cittadini cominciarono a subire anche la mancanza di molti prodotti di comune uso quotidiano. Soprattutto partendo dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso, quando il dittatore comunista, dopo la totale e irrimediabile rottura con l’Unione sovietica (1961), decise di rompere anche con la Cina che, da anni ormai, era l’unico sostenitore, economico e non solo, dell’Albania.

    Ma soprattutto, dall’inizio degli anni ’80, in Albania sono cominciati a mancare regolarmente anche i generi alimentari, quelli più importanti per la sopravvivenza. Tutto, partendo dal pane, era stato razionato, in base ai membri della famiglia. E questo nelle città, perché nei paesi i contadini si trovavano in situazioni peggiori. Ma oltre al pane, erano razionati anche altri generi alimentari. Come accadeva nella “Fattoria degli animali” di George Orwell. Ma guarda caso però, proprio in quel drammatico periodo, il 6 aprile 1987, durante un’attività in Messico, all’Albania veniva accordato il “premio internazionale per l’alimentazione” (Sic!). Chissà perché?! Ma ovviamente niente aveva a che fare con la vera, vissuta e sofferta realtà albanese in quel periodo.

    Durante l’ultimo decennio in Albania è stata restaurata e si sta consolidando, ogni giorno che passa, una nuova dittatura sui generis. Lo testimoniano innumerevoli fatti accaduti e pubblicamente noti, ormai confermati e denunciati anche dalle istituzioni specializzate internazionali. Una dittatura che sta generando gravi e molto preoccupanti problematiche per la popolazione. Si tratta, tra l’altro, anche dell’impoverimento continuo di una sempre più ampia fascia sociale in Albania. Una drammatica e sofferta realtà confermata ultimamente anche dall’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat) e dalla Banca Mondiale. L’Albania è ormai l’ultimo Paese europeo per il suo potere d’acquisto, secondo un rapporto ufficiale dell’Eurostat, pubblicato la scorsa settimana.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto è stato maestosamente scritto da George Orwell nel suo romanzo “La fattoria degli animali”, descrive anche la drammatica realtà attuale in Albania. Una realtà che somiglia a quella vissuta e sofferta durante il passato regime comunista. George Orwell affermava: “Sappiamo che mai nessuno prende il potere con l’intenzione di abbandonarlo”. Questa sua convinzione viene confermata anche dal comportamento del primo ministro albanese, che somiglia ed imita il capo della precedente spietata dittatura comunista in Albania.

    (*) Perché l’Albania era già una dittatura e perciò non paragonabile ad un Paese democratico

  • La Ue constata che la Russia è sempre più presente in Libia

    L’Europa rischia di perdere definitivamente terreno in Libia. A Tripoli le istituzioni si sfaldano, Bengasi espone nuove armi avanzate in aperta violazione dell’embargo Onu, mentre Mosca consolida il proprio ruolo strategico sulla sponda sud della Nato. L’indiscrezione di “Agenzia Nova” secondo cui la Russia vorrebbe installare sistemi missilistici nella base aerea di Tamanhint, a nord-est di Sebha, capitale del Fezzan sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, non è passata inosservata nelle cancellerie occidentali, suscitando nuove preoccupazioni sulla crescente proiezione strategica russa nel Mediterraneo meridionale. “Seguiamo molto da vicino gli sviluppi in Libia – ha detto un portavoce dell’Ue ad ‘Agenzia Nova’ – La questione è stata discussa all’ultimo Consiglio Affari esteri e sarà ripresa anche nella prossima riunione di giugno”. Sebbene Bruxelles eviti di commentare notizie non confermate, la Commissione continua a interfacciarsi “con tutte le parti interessate, per tutelare gli interessi dell’Unione”.

    Secondo funzionari ed esperti intervenuti in un evento riservato organizzato da Ecfr, la crisi libica rappresenta oggi il sintomo avanzato di una fragilità multilivello – politica, energetica e di sicurezza – che l’Occidente non può più permettersi di ignorare. La caduta di Bashar al Assad a Damasco ha dimostrato quanto velocemente possa crollare un equilibrio solo apparente. In Libia, gli scontri armati esplosi di recente a Tripoli non sono che l’ennesima manifestazione di un sistema istituzionale in via di disgregazione e comunque figlio di un accordo politico vecchio di dieci anni. A confermarlo è anche il caso della compagnia petrolifera privata Akrenu, che ha rotto il monopolio della National Oil Corporation (Noc), vendendo greggio libico al di fuori dei circuiti ufficiali. “Cinque anni fa sarebbe stato inimmaginabile – ha spiegato un funzionario delle Nazioni Unite – oggi è la normalità”. Il potere delle istituzioni centrali, dalla Banca centrale alla Procura generale, è ridotto ai minimi storici, mentre attori non statali si rafforzano.

    Nel frattempo, la Russia consolida la propria presenza, parte di una strategia più ampia di penetrazione nel continente africano e di pressione sul fianco sud della Nato. Mosca è ormai un attore ineludibile per qualunque soluzione diplomatica, anche solo per via del diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al contrario, la posizione statunitense è difficilmente inquadrabile. Il pensionamento dell’inviato speciale Richard Norland, non ancora sostituito, conferma l’impressione di un disimpegno: Washington sembra oggi concentrata principalmente sulla sicurezza, lasciando scoperti gli ambiti politico ed economico.

    “La Russia ci dipinge come ex colonizzatori decadenti – ha affermato un diplomatico europeo – e questo messaggio attecchisce tra i giovani africani. Dobbiamo parlare la loro lingua, contrastare la disinformazione e formarli ai valori della verità, della trasparenza e della governance”. Ma il tempo stringe. La proposta di creare in Libia un nuovo governo di transizione con mandato limitato a 120 giorni per portare il Paese al voto appare rischiosa e paradossale: si rischierebbe di aggiungere un terzo esecutivo all’attuale frammentazione. Altrettanto ambiziosa, ma ancora priva di consenso, è l’idea di un’Assemblea costituente dotata di poteri sovrani, da cui far derivare ogni legittimità.

    Senza un’iniziativa europea coesa e credibile – avvertono gli analisti – la Libia rischia di trasformarsi definitivamente, se non lo è già, in un laboratorio geopolitico dove si confrontano potenze rivali: dalla Russia alla Cina, fino agli attori del Golfo. Se Mosca avanza militarmente e strategicamente, Pechino si muove con una logica più economica e infrastrutturale. Dopo anni di investimenti “a debito” nelle grandi opere, la Cina sta ora orientando il suo approccio verso il controllo delle filiere dei minerali critici, l’accesso ai porti e la partecipazione a progetti energetici con ricadute anche per i mercati locali. “La Cina – ha osservato un dirigente occidentale del comparto energetico – sta trasformando alcune operazioni in opportunità economiche non solo per sé, ma anche per i Paesi africani, costruendo una rete d’influenza più silenziosa ma altrettanto efficace per posizionarsi in prima fila nel mercato africano del futuro”.

    Questa penetrazione economica si salda con una narrativa anti-occidentale che, al pari di quella russa, presenta Pechino come partner “non giudicante” e rispettoso della sovranità, in contrapposizione a un’Europa spesso vista come paternalista. Anche per questo, secondo diversi interlocutori, l’Ue dovrebbe costruire una presenza più pragmatica e strutturata, capace di offrire soluzioni win-win credibili, non solo nel breve termine ma anche sul piano dello sviluppo sostenibile e dell’integrazione regionale. Il Piano Mattei promosso dall’Italia rappresenta un primo passo utile, ma non sufficiente. “Serve un blocco europeo – ha ammonito un accademico africano – o le criticità della Libia (e dell’Africa, ndr) diventeranno un problema irrisolvibile per l’Europa stessa”.

  • Operazione Pig presentato a Piacenza

    Dai legami della mafia albanese con la ‘ndrangheta ai propositi di sovvertimento dell’ordine internazionale creato dall’Occidente che Putin persegue insieme ai Brics, dalla rivalità tra Russia e Cina in Africa alla prospettiva di un mondo in cui l’intelligenza artificiale crea un Elon Musk dominante e masse di lobotomizzati cibernetici.

    La presentazione del thriller di fantapolitica ‘Operazione Pig’ di Albert de Bonnet al PalabancaEventi di Piacenza nell’ambito delle iniziative dedicata da Banca di Piacenza alla promozione di lettura e cultura è stata l’occasione per spaziare a tutto campo dal mondo della fiction al mondo così come è in realtà o come appare possibile che diventi realmente. La presentazione è avvenuta in contumacia dell’autore, perché quest’ultimo per ragioni professionali preferisce mantenersi riservato, ed a presentare il libro sono stati la sua buona amica Cristiana Muscardini, per l’occasione «portavoce» a suo stesso dire di De Bonnet, e il giornalista Andrea Vento, che assicura non essere Albert de Bonnet un nom de piume di Giuliano Tavaroli, pure atteso alla presentazione piacentina ma pure infine assente alla presentazione stessa.

    La storia di un gruppo di spie alle prese con la scomparsa di uno scienziato e alle prese con un virus modificato in Cina, questa la trama di ‘Operazione Pig’, è stata l’occasione per dibattere delle prospettive concrete di un mondo e una mentalità, quella occidentale, che mentre si interroga su quanto potrà fare la sua forza motrice ora che a guidarla vi sono Donald Trump ed Elon Musk ancora non ha capito cosa abbia generato il Covid, se e quanto i paletti posti alla ricerca scientifica in nome della tutela (nella fattispecie, l’alt di Barack Obama a certe ricerche sul suolo americano) non abbiano gettato le premesse per un assalto da Oriente, assalto che peraltro – nelle parole di Muscardini e Vento – si concretizza pressoché quotidianamente per il tramite di quella diaspora cinese che, di pari passo con l’ammissione di Pechino nel Wto nel fatale 2001, fa di ogni attività esercitata da cinesi espatriati un possibile veicolo di contagio della sicurezza e della prosperità economica altrui. La concretezza del pericolo, a fronte di quelle che sembrano esagerazioni più consone appunto a un thriller che alla vita quotidiana, è stata messa sotto gli occhi di tutti da un aneddoto e da alcuni dati raccontati da Muscardini: un imprenditore piacentino si è visto svuotare il conto in banca dopo aver portato a riparare il suo smartphone per una banale rottura del vetro dello schermo e a fronte dei pericolo di hackeraggio e infiltrazione telematica l’Italia ha impiegato i 750 milioni appositamente ricevuti dalla Ue per la cyberseecurity per creare un ufficio centrale a Roma con 7 persone e paghe da Quirinale (peraltro inferiori a quelle riconosciute ai collaboratori tecnici cui quell’ufficio affida in outsourcing i suoi compiti) mentre ha lasciato gli uffici locali della Polizia postale con organici ampiamente sottodimensionati rispetto alle necessità operative.

Pulsante per tornare all'inizio