povertà

  • Guerre dimenticate, l’allarme di COOPI: oltre 630 vittime invisibili al giorno

    61 conflitti attivi con la partecipazione di almeno uno Stato, il dato più elevato dal 1946. Si stima che nel solo 2024 siano state uccise almeno 233.000 persone in episodi di violenza armata (mediamente, 638 vittime al giorno, una ogni due minuti) e che ci siano stati più di 123 milioni di sfollati a causa di persecuzioni, conflitti armati, violenze, violazioni dei diritti umani e altri eventi che minacciano gravemente la sicurezza pubblica. Sono i dati dell’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) che raccontano di un mondo in cui guerre e crisi armate, alcune poco o per nulla raccontate, stanno facendo aumentare drammaticamente la necessità di interventi umanitari.

    Il drammatico scenario è stato descritto in occasione della decima edizione dell’appuntamento “COOPI Cascina Aperta”, nell’ambito del quale è stato presentato il Bilancio sociale 2024 della organizzazione umanitaria milanese, che ha appena raggiunto l’importante traguardo di 60 anni di attività.

    «Nell’anno in corso – ha spiegato il presidente di COOPI – Cooperazione Internazionale, Claudio Ceravolo – sono 305 milioni le persone che, in tutto il mondo, sono in condizioni di necessità di assistenza umanitaria e protezione, ma spesso restano inascoltate, se non del tutto dimenticate. Oltre ai gravissimi conflitti a Gaza e in Ucraina esistono molte altre aree del pianeta in cui la violenza e le crisi umanitarie sono molto intense, ma rimangono totalmente nell’ombra».

    È il caso dell’Africa meridionale ed orientale, che ospitano il maggior numero di persone bisognose (circa 85 milioni), quasi un terzo del totale a livello mondiale, con la crisi in Sudan che rappresenta il 35% del totale della regione.

    Il Sudan vive attualmente la più grande crisi umanitaria al mondo: a fine agosto 2025 si stimavano quasi 10 milioni di sfollati interni. Attualmente oltre 30 milioni di persone – più della metà della popolazione – hanno bisogno di assistenza umanitaria: il 51.4% sono bambini, il 43.4% adulti e il 5.3% anziani.

    A 10 mesi dalla caduta del governo di Bashar Al-Assad, la crisi umanitaria in Siria resta molto grave. Sono ancora 16,7 milioni le persone che necessitano di assistenza e protezione umanitaria e oltre la metà della popolazione versa in una condizione di insicurezza alimentare. In questo scenario, la situazione dei bambini e dei minori è particolarmente critica: si stima che più del 75% dei 10,5 milioni di bambini siriani siano nati durante i 14 anni della guerra civile, trascorrendo la loro intera esistenza in uno scenario di sfollamento, violenza e devastazione. La portata della crisi educativa siriana ha raggiunto vette sconfortanti: quasi il 50% di bambini e giovani è rimasto escluso dalla scuola, sia all’interno della Siria che nei Paesi che ospitano rifugiati.

    Nella Repubblica Democratica del Congo – soprattutto nella zona orientale del Paese – l’escalation del conflitto armato sta provocando sfollamenti di massa e aggravando un quadro già fortemente emergenziale: attualmente si stima che più di 21 milioni di persone necessitino di supporto immediato in termini di protezione, accesso al cibo, all’acqua pulita, salute, rifugi temporanei e beni di prima necessità. La situazione nutrizionale è allarmante: circa 25,6 milioni di persone affrontano livelli di insicurezza alimentare, di cui 4,5 milioni bambini sotto i cinque anni che necessitano di cure nutrizionali. L’accesso all’istruzione è, naturalmente, compromesso: oltre 2000 scuole e spazi didattici sono stati chiusi nel Nord e Sud Kivu e a quasi 800mila bambini è stata negata la possibilità di ricevere un’educazione. Complessivamente, considerando anche la provincia di Ituri, più di 1,6 milioni di bambini nella Repubblica Democratica del Congo orientale non hanno accesso all’istruzione

    COOPI attualmente è presente, con più di 200 progetti di sviluppo ed emergenza, in 33 paesi del mondo, tra cui Sudan, Siria, Libano, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Ciad e Niger, tutti Paesi colpiti da crisi complesse e decennali, ma spesso invisibili agli occhi occidentali.  Nel solo 2024, grazie a oltre 1.500 operatori locali e internazionali, ha raggiunto più di 7 milioni di beneficiari e portato avanti 149 progetti di emergenza, 45 progetti di sviluppo, 17 di sostegno a distanza e 2 di contrasto alla povertà alimentare in Italia.

  • Billion Indians have no spending money – report

    India is home to 1.4 billion people but around a billion lack money to spend on any discretionary goods or services, a new report estimates.

    The country’s consuming class, effectively the potential market for start-ups or business owners, is only about as big as Mexico, 130-140 million people, according to the report from Blume Ventures, a venture capital firm.

    Another 300 million are “emerging” or “aspirant” consumers but they are reluctant spenders who have only just begun to open their purse strings, as click-of-a-button digital payments make it easy to transact.

    What is more, the consuming class in Asia’s third largest economy is not “widening” as much as it is “deepening”, according to the report. That basically means India’s wealthy population is not really growing in numbers, even though those who are already rich are getting even wealthier.

    All of this is shaping the country’s consumer market in distinct ways, particularly accelerating the trend of “premiumisation” where brands drive growth by doubling down on expensive, upgraded products catering to the wealthy, rather than focusing on mass-market offerings.

    This is evident in zooming sales of ultra-luxury gated housing and premium phones, even as their lower-end variants struggle. Affordable homes now constitute just 18% of India’s overall market compared with 40% five years ago. Branded goods are also capturing a bigger share of the market. And the “experience economy” is booming, with expensive tickets for concerts by international artists like Coldplay and Ed Sheeran selling like hot cakes.

    Companies that have adapted to these shifts have thrived, Sajith Pai, one of the report’s authors, told the BBC. “Those who are too focused at the mass end or have a product mix that doesn’t have exposure to the premium end have lost market share.”

    The report’s findings bolster the long-held view that India’s post-pandemic recovery has been K-shaped – where the rich have got richer, while the poor have lost purchasing power.

    In fact, this has been a long-term structural trend that began even before the pandemic. India has been getting increasingly more unequal, with the top 10% of Indians now holding 57.7% of national income compared with 34% in 1990. The bottom half have seen their share of national income fall from 22.2% to 15%.

    The latest consumption slump, however, has deepened amid not just a destruction in purchasing power, but also a precipitous drop in financial savings and surging indebtedness among the masses.

    The country’s central bank has also cracked down on easy unsecured lending that propped up demand after the Covid pandemic.

    Much of the consumption spending of the “emerging” or “aspirant” class of Indians was led by such borrowing and “turning off that tap will definitely have some impact on consumption”, says Pai.

    In the short run, two things are expected to help boost spending – a pick-up in rural demand on the back of a record harvest and a $12 billion tax give-away in the recently concluded budget. It will not be “dramatic” but could boost India’s GDP – largely driven by consumption – by over half a percent, says Pai.

    But major longer-term headwinds remain.

    India’s middle class – which has been a major engine for consumer demand – is being squeezed out, with wages pretty much staying flat, according to data compiled by Marcellus Investment Managers.

    “The middle 50% of India’s tax-paying population has seen its income stagnate in absolute terms over the past decade. This implies a halving of income in real terms [adjusted for inflation],” says the report, published in January.

    “This financial hammering has decimated the middle class’s savings – the RBI [Reserve Bank of India] has repeatedly highlighted that net financial savings of Indian households are approaching a 50-year low. This pounding suggests that products and services associated with middle-class household spending are likely to face a rough time in the years ahead,” it adds.

    The Marcellus report also points out that white-collar urban jobs are becoming harder to come by as artificial intelligence automates clerical, secretarial and other routine work. “The number of supervisors employed in manufacturing units [as a percentage of all employed] in India has gone down significantly,” it adds.

    The government’s recent economic survey has flagged these concerns as well.

    It says labour displacement as a result of these technological advancements is of particular concern for a mainly services-driven economy like India, where a significant share of the IT workforce is employed in low value-added services sectors that are most prone to disruption.

    “India is also a consumption-based economy, thus the fall in consumption that can result from the displacement of its workforce is bound to have macroeconomic implications. If the worst-case projections materialise, this could have the potential to set the country’s economic growth trajectory off course,” the survey says.

  • Tavares e non solo

    La dottrina economica cattolica giudica legittima che ogni impresa cerchi il proprio profitto ma ricorda anche che si tratta pur sempre di un’attività sociale. In altre parole, ogni imprenditore, sia esso un individuo o una entità con più soci, oltre a perseguire un utile non deve mai dimenticare la valenza sociale e quindi il valore e la funzione che rappresenta per tutta la società. Avendo io lavorato sia in imprese pubbliche che private (prima di essere attivo politicamente) mi sento di aggiungere che mentre le scelte strategiche restano di spettanza dei titolari o dei massimi dirigenti i risultati, buoni o cattivi che siano, sono il frutto del lavoro di tutti: dirigenti, impiegati e semplici operai. Se la maggioranza dei dipendenti lavora con coscienza e capacità e si ottiene un risultato positivo per l’azienda, il merito non è soltanto di chi ha effettuato le giuste scelte di mercato ma anche di chi ha contribuito a realizzarle. Naturalmente vale anche il contrario nel caso gli esiti dell’attività fossero negativi.

    Se si condivide quanto sopra non può che fare specie sentire notizie come quelle che hanno accompagnato le dimissioni del Chief Executive Officer di Stellantis, il signor Carlos Tavares. A detta delle notizie di stampa, tale personaggio che ha guidato il gruppo industriale verso l’insuccesso lascerebbe con una liquidazione di circa 100 milioni di dollari (o euro, ma la differenza è irrisoria) dopo aver percepito tutto il tempo un compenso annuale di circa 40 milioni.

    Sappiamo tutti che questo non è l’unico caso di liquidazioni e di compensi stellari e che tanti altri CEO (in Italia li chiamiamo Amministratore Delegato) di grandi società hanno ricevuto e ricevono compensi simili, magari pur portando le aziende che guidano verso il fallimento, ma il numero di costoro non rende il metodo più accettabile. Che nella stessa azienda ci sia chi, al vertice, possa essere retribuito duemila volte più dell’ultimo dipendente dimostra che qualcosa di storto si è innescato nel nostro sistema economico. Ovviamente, chi ha maggiori responsabilità e, probabilmente, competenze più ampie e valide è giusto che abbia un riconoscimento anche economico maggiore, ma nessuno può affermare con un minimo di realismo e di sincerità che un pur bravo Amministratore Delegato valga umanamente e professionalmente duemila volte di più di un qualunque fattorino od operaio che lavori nella stessa azienda. La cosa ancora più scioccante è che, mentre quel vertice incassa cifre da capogiro, la stessa azienda licenza centinaia o migliaia di altri lavoratori. Già riducendo della sola metà le cifre erogate quanti posti di lavoro si sarebbero salvati?

    Comunque sia non si tratta soltanto di una questione morale o di giustizia sociale: tali circostanze coinvolgono la tenuta in equilibrio di intere società. In tutta la storia conosciuta dell’umanità quando le differenze tra i diversi livelli economici e sociali all’interno delle stesse popolazioni hanno cominciato a essere percepiti come esagerati sono nati disordini sempre più violenti. È vero che a ribellarsi a ciò che viene ritenuto ingiusto sono sempre delle minoranze, poiché le maggioranze sono disponibili a sopportare di tutto, ma il numero degli insofferenti seppur lentamente è destinato a crescere. E con loro l’instabilità sociale.

    Nell’immediato dopoguerra, in tutto il mondo occidentale si realizzò un grande sviluppo economico e, quasi ovunque, le differenze tra i più ricchi e i più poveri diminuirono consentendo anche un notevole incremento delle classi medie. Il fenomeno portò, almeno in quei Paesi, alla contemporanea diminuzione della povertà assoluta e alla speranza per tutti i giovani di allora che il futuro non potesse che essere perfino migliore di quello dei loro genitori. Era la famosa “mobilità sociale”. O almeno la speranza che potesse realizzarsi. Purtroppo, dagli anni ottanta tutte le società economicamente sviluppate hanno invertito quella tendenza e il gap tra i più benestanti e gli svantaggiati è andato invece aumentando, così come i numeri di chi vive in povertà assoluta. Pochi sono i giovani di oggi che vivono con quella passata speranza fatti salvi, naturalmente, i figli della classe dirigente che grazie ai redditi elevatissimi dei loro genitori sono cooptati facilmente nelle classi dirigenti del futuro.

    È vergognoso che negli Stati Uniti ove il reddito “medio” pro-capite è il più alto del mondo esistano, secondo le statistiche ufficiali, almeno 30 milioni di “poveri assoluti”. Il fenomeno non è però solo il loro: anche in Europa, seppur con percentuali per ora inferiori, sta succedendo la stessa cosa.

    Siamo davvero convinti che comunità con gli evidenti divari di cui sopra siano nel naturale ordine delle cose e, soprattutto, si potrà continuare così per lungo tempo? Non sarebbe più opportuno e più sicuro per tutti (anche per i privilegiati) ripensare perché si è arrivati a quel punto e cercare di correggersi?

    Ciò che più spaventa è che la classe politica europea, di qualunque parte stia a parole, sembra non capire che si sta preparando una bomba che prima o poi esploderà trascinando sia ricchi sia poveri nella stessa polvere e in una nuova miseria collettiva.

  • Sempre più persone in povertà assoluta

    E’ la Comunità di Sant’Egidio a delineare il quadro allarmante alla luce dei 250mila pacchi alimentari distribuiti nel solo 2023, dell’apertura, resasi necessaria, di nuovi centri, del crescente numero di pasti offerti, oltre 320mila, e del cohousing per mille persone in emergenza abitativa.

    Per arginare, o almeno provare a ridurre, l’emergenza Sant’Egidio fa due proposte alle istituzioni, incentrate sul destinare parte dei fondi per la preparazione del Giubileo al sostegno delle famiglie in povertà assoluta, ovvero creare un fondo di sostegno alle locazioni, visto che quello per il contributo agli affitti e per la morosità incolpevole non è stato più finanziato; sfruttare l’enorme patrimonio immobiliare non occupato concordando con i proprietari immobiliari affitti calmierati (e sostenuti da un apposito fondo) a chi ne ha diritto.

    Per Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, «il Giubileo può essere il momento adatto per una “restituzione” a chi ha più bisogno. Un’operazione da fare in modo intelligente, con una cabina di regia tra governo, Regioni, Comuni e società civile, perché si possa ripartire insieme senza dimenticarsi di nessuno»”.

  • Italiani sempre più poveri: in 10.000 hanno chiesto aiuto nel 2023 alle mense francescane

    Non si arresta la povertà in Italia: complici l’inflazione e l’aumento del costo della vita, le famiglie e le persone più fragili sono sempre più in difficoltà. Sono già oltre 10.000 le persone che nel 2023 hanno chiesto aiuto alle 20 mense francescane di Operazione Pane per un pasto caldo e un sostegno con le spese quotidiane. Numeri che, inseriti nel quadro dei dati Istat, secondo i quali nel 2022 erano oltre 5,6 milioni gli individui in condizione di povertà assoluta, danno la misura della gravità della situazione.

    Tra chi chiede aiuto alle mense di Operazione Pane sono in crescita soprattutto le persone sole: nel 2023 sono state oltre 7.300, il 6% in più rispetto allo scorso anno; ma tante sono anche le famiglie, e quindi i bambini, che devono contare sull’aiuto dei frati per mettere un pasto in tavola. Nel 2023 le mense stanno supportando più di 1.400 famiglie, composte da più di 750 mamme, 650 papà e 1.400 bambini.

    A livello nazionale, nel 2022, sono state 2,18 milioni le famiglie in povertà assoluta e 1,27 milioni i minori in questa situazione.

    Dal 27 novembre al 23 dicembre torna la campagna solidale Operazione Pane, per sostenere le mense della rete: 20 realtà francescane distribuite su tutta la penisola, da Torino a Palermo, passando per Milano, Bologna, Roma, a cui quest’anno si aggiungono le due nuove mense di Cava de’ Tirreni (SA) e Reggio Calabria. Ogni mese insieme distribuiscono quasi 41.000 pasti. Operazione Pane è presente anche all’estero con 3 realtà in Ucraina, 1 in Romania e 1 in Siria.

    È possibile contribuire con un sms o una chiamata da telefono fisso al 45538.

    La campagna sarà attiva anche durante lo Zecchino d’Oro, in programma su Rai Uno, dal 1 al 3 dicembre, per l’edizione 2023 dal titolo La musica può. Da oltre 60 anni, infatti, lo Zecchino d’Oro e il Piccolo Coro dell’Antoniano ci insegnano che la musica può trasformarsi ogni giorno in un aiuto a chi è in difficoltà.

  • I paesi poveri sono più poveri

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 13 ottobre 2023

    I paesi a basso reddito, i cosiddetti low income countries (lic), hanno un pil complessivo di circa 500 miliardi di dollari, una goccia nell’immenso mare di 100 mila miliardi dell’economia globale. Il loro piccolo peso economico è proporzionale alla poca attenzione loro data dai paesi sviluppati. Infatti, i paesi più ricchi del mondo hanno scelto proprio il momento peggiore per diventare meno generosi con gli aiuti e l’assistenza allo sviluppo. I lic, però, rappresentano ben 700 milioni di persone che ambiscono agli stessi diritti umani e civili di un cittadino di Berlino o di Roma.

    Tante sono le astratte discussioni sulle ondate migratorie e sul sottosviluppo e si riempiono tanti salotti televisivi, ignorando, però, la dura realtà sottostante. Oggi, secondo i dati della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, i 26 paesi più poveri del mondo si trovano ad affrontare crescenti difficoltà sociali, economiche e politiche, a causa dell’aumento del debito, della diminuzione delle prospettive di sviluppo e del cronico sottoinvestimento.

    Secondo i recenti criteri stabiliti dalla Banca Mondiale, i paesi più poveri sono quelli con un reddito annuale procapite inferiore a 1.135 dollari. Da 28 sono diventati 26 poiché, per una insignificante manciata di dollari, lo Zambia e la Guinea Bissau sono passati nella fascia “superiore”, quella dei paesi di reddito medio, cioè fino a 4.465 dollari procapite annui. Il valore di riferimento usato è il reddito nazionale lordo, gni è l’acronimo in inglese, che al pil aggiunge i profitti realizzati all’estero da parte di cittadini del paese meno i profitti fatti da compagnie e investitori stranieri sul territorio del paese in questione.

    La situazione dei paesi a basso reddito è peggiorata dal 2000. Ad esempio, la mortalità materna è ora più alta del 25% e la quota della popolazione con accesso all’elettricità è scesa dal 52% ad appena il 40%. L’aspettativa di vita media è oggi di soli 62 anni, tra i tassi più bassi del mondo. A peggiorare le cose, le probabilità che questi paesi ricevano aiuti dall’estero sono diminuite. I paesi più ricchi stanno reindirizzando una parte maggiore dei loro bilanci, destinati agli aiuti esteri, per coprire le spese generate dall’arrivo di rifugiati. Ben 22 dei 26 suddetti paesi sono nell’Africa sub sahariana. Tutti ricchissimi di materie prime. Alcuni, come l’Etiopia, la Repubblica democratica del Congo e il Sudan hanno una ragguardevole popolazione.

    Non ci sono solo negligenza e sfruttamento da parte delle economie avanzate e delle grandi multinazionali, ma anche i governi non si curano veramente delle loro popolazioni. Hanno altre priorità. Ad esempio, spendono circa il 50% in più per la guerra e la difesa rispetto alla sanità. Quasi la metà dei loro budget è destinata agli stipendi del settore pubblico e al pagamento degli interessi sul debito, mentre solo il 3% della spesa pubblica è per il sostegno dei cittadini più vulnerabili. Si tratta di un decimo della media nelle economie in via di sviluppo.

    Entro la fine del 2024 il reddito medio delle persone nei paesi più poveri sarà ancora inferiore di quasi il 13% rispetto a quanto previsto prima della pandemia. Tra il 2011 e il 2015, le sovvenzioni hanno rappresentato circa un terzo delle entrate pubbliche nei paesi più poveri. Da allora tale quota è scesa a meno di un quinto! I governi dei paesi poveri hanno colmato la differenza indebitandosi ulteriormente, penalizzati anche dagli alti tassi d’interesse. Il rapporto debito pubblico/pil in queste economie è salito dal 36% del 2011 al 67% dello scorso anno. È il livello più alto dal 2005. Quattordici di questi paesi a basso reddito, il doppio di appena otto anni fa, sono ora in grande difficoltà debitoria o corrono il rischio di esse

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Emergenza casa: ricominciare dalle politiche di edilizia agevolata

    Mentre l’Europa non trova soluzioni concrete, efficienti e celeri per risolvere, almeno in parte, il problema immigrazione e decine di migliaia di persone, in Italia, sbarcano e non trovano una collocazione, aumenta in modo esponenziale anche il problema casa per gli italiani.

    La mancanza cronica di case popolari, per il degrado di vecchi stabili e per l’assenza, da decenni, di una politica abitativa, e l’aumento degli sfratti per la mancanza di denaro sufficiente a pagare l’affitto, dopo aver comperato il cibo, rendono sempre più evidenti i ritardi dei tanti governi che si sono succeduti e l’incapacità di troppi amministratori locali, a partire dalle grandi città.

    Per fornire un dato come esempio in Francia l’edilizia polare è il 16% del patrimonio abitativo complessivo mentre in Italia raggiunge appena il 3%.

    Agli sfratti bisogna poi aggiungere il gran numero di famiglie, di persone, che restano senza casa perché, non riuscendo a pagare le rate del mutuo, sempre più alte insieme all’aumento delle bollette di luce e gas, subiscono la messa all’asta della loro abitazione.

    Basta scorrere le pagine dei quotidiani, sia nazionali che locali, per trovare centinaia di annunci di aste giudiziarie.

    Il trauma di chi perde la casa è gravissimo ma diventa una inesorabile corsa verso il baratro se coloro i quali dovrebbero essere preposti alla soluzione del problema, che si trascina fin dagli anni 70 del secolo scorso e che si è acuito per l’arrivo di tanti migranti, non daranno indicazioni tassative ai comuni, alle regioni ma anche agli enti a capitale pubblico o misto.

    Un tempo, ad esempio, si costruirono le case a riscatto, per i dipendenti delle poste, per i ferrovieri, per diverse categorie di lavoratori, perché non ricominciare con politiche di edilizia che aiutino le persone a ritrovare serenità in una casa a canone agevolato o a riscatto, perché lasciare degradare ancora quel patrimonio abitativo e pubblico che potrebbe, risanato in breve tempo, risolvere i problemi di tante persone?

    La mancanza di una casa è una vera tragedia per ogni persona così come diventa una tragedia vivere in certi quartieri come Caivano dove la criminalità organizzata e la delinquenza giovanile spadroneggiano.

    Tutti i sindaci dovrebbero fornire al governo una mappa dettagliata delle situazioni a rischio, del patrimonio pubblico utilizzato o non messo a frutto, di quanto è ancora in attesa di ristrutturazione e di quali sono i tempi per renderlo agibile o per l’affitto o per la vendita ed il governo dovrebbe agire di conseguenza prendendo quelle iniziative che non hanno bisogno di dichiarazioni ad effetto ma di passi celeri e concreti.

  • Inchiesta tedesca: la Fao è in mano alla Cina

    L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) è stata piegata dal suo direttore generale, Qu Dongyu, agli interessi della Cina. È quanto emerge da un’inchiesta delle emittenti radiotelevisive “Ard” e “Rbb”, secondo cui si tratta di consegne di pesticidi vietati in Europa, per la maggior parte provenienti da un’azienda agrochimica cinese, iniziative delle Nazioni Unite in linea con la Nuova Via della Seta e piani di investimento “discutibili”. Tutto è stato denunciato agli autori dell’inchiesta da funzionari della Fao, secondo cui “l’organizzazione è cambiata in maniera radicale” da quando il suo direttore generale Qu è entrato in carica nell’agosto del 2019. Già ministro dell’Agricoltura della Cina, il funzionario è oggetto di sospetti sin dalla sua elezione al vertice dell’istituto specializzato delle Nazioni Unite. Prima del voto, Perchino annullò un debito di 80 miliardi di dollari al Congo, che ritirò il proprio candidato alla direzione generale della Fao. All’elezione culminata con la vittoria del rappresentante cinese, prese parte anche Julia Kloeckner, ministra delle Politiche alimentari e dell’Agricoltura tedesca dal 2018 al 2021, che ora ricorda: “Prima che si svolgessero le votazioni, è emerso che gli Stati africani avrebbero dovuto per favore scattare una foto della loro scheda nella cabina”. Come nota “Ard”, si potrebbe trattare di una prova di voto di scambio della Cina per far eleggere Qu.

    Dal suo insediamento, il direttore generale della Fao ha legato più strettamente l’organizzazione alla Cina. Per esempio, Qu ha disposto lo sviluppo di un nuovo sito web dell’istituzione che dirige, con spese ingenti di cui “oltre 400 mila dollari sono andati a Pechino”. Inoltre, Qu ha assegnato importanti incarichi a funzionari del suo Paese di origine, che ha visto la propria quota di direttori della Fao aumentare da due a sei. Vi sono poi gli “ufficiali” cinesi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, che vengono “rigorosamente” selezionati da Pechino per la loro “ideologia politica”. Questi funzionari devono riferire periodicamente sul loro operato all’ambasciata di Cina a Roma. Secondo fonti nella Fao, si tratterebbe di “spie”. Inoltre, durante la direzione generale di Qu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha autorizzato spedizioni di pesticidi in Africa, Asia e Oceania. Molti di questi fitofarmaci contengono principi attivi vietati nell’Uee a causa della loro tossicità. In particolare, la Fao ha concesso la quota più alta di autorizzazione alla fornitura ai pesticidi del gruppo agrochimico Syngenta, di proprietà di una società statale cinese dal 2017. Sotto Qu, l’istituto specializzato delle Nazioni Unite ha anche stretto un partenariato con CropLife, gruppo di interesse del settore agrochimico tra i cui membri vi è Syngenta. Dalle ricerche di “Ard” e “Rbb” è poi emerso che Qu avrebbe sfruttato il suo incarico di direttore generale della Fao per promuovere la Nuova Via della Seta, il progetto infrastrutturale su scala globale della Cina, in particolare a Sao Tomé e Principe e a Panama. All’inizio di luglio, Qu si candiderà per un secondo mandato come direttore generale della Fao, con tutti gli sfidanti che si sono già ritirati dalla corsa. Come evidenzia infine “Ard”, l’Europa e gli Stati Uniti non hanno presentato alcun candidato.

  • Malnutrition in pregnancy surges in poor countries

    The number of pregnant women and girls who are suffering from malnutrition has soared by 25% in the last two years, the UN children’s agency Unicef says.

    The world’s poorest regions, such as Somalia, Ethiopia and Afghanistan, have been most affected, its report finds.

    Unicef estimates that more than one billion women and adolescent girls worldwide are malnourished.

    It says recent crises including war and Covid have made it increasingly hard for them to get the food they need.

    Unicef has urged the international community to make food security a priority, including supporting failing nutrition programmes.

    It stressed the impact the malnutrition is having on children’s health.

    The Unicef report found that the one billion undernourished women and adolescent girls were “underweight and of short stature” as a result, according to data analysis of women in most countries in the world.

    It also found that they suffered from a deficiency in essential micronutrients as well as from anaemia.

    South Asia and sub-Saharan Africa “remain the epicentre of the nutrition crisis among adolescent girls and women”, the report said.

    It found that 68% of women and adolescent girls there were underweight, and 60% of those suffered from anaemia.

    “Inadequate nutrition during girls’ and women’s lives can lead to weakened immunity, poor cognitive development, and an increased risk of life-threatening complications – including during pregnancy and childbirth,” Unicef said.

    Malnutrition could also have “dangerous and irreversible consequences for their children’s survival, growth, learning, and future earning capacity”, it added.

    “Globally, 51 million children under two years are stunted. We estimate that about half of these children become stunted during pregnancy and the first six months of life, when a child is fully dependent on the mother for nutrition,” it said.

    Unicef estimates that between 2020 and 2022, the number of pregnant or breastfeeding women suffering from acute malnutrition increased from 5.5 to 6.9 million in the 12 countries deemed to be in food crisis.

    These are Afghanistan, Burkina Faso, Ethiopia, Kenya, Mali, Niger, Nigeria, Somalia, Sudan, South Sudan, Chad and Yemen.

    “Without urgent action from the international community, the consequences could last for generations to come,” said Unicef chief executive Catherine Russell.

    “To prevent undernutrition in children, we must also address malnutrition in adolescent girls and women,” she added.

    Unicef called for mandatory legal measures to “expand large-scale food fortification of routinely consumed foods such as flour, cooking oil and salt” to help reduce micronutrient deficiencies and anaemia in girls and women.

  • Contro la colonizzazione globalizzata, per una globalizzazione della civiltà

    Riceviamo e pubblichiamo la prima dell’intervento che l’On. Vitaliano Gemelli, già deputato europeo, ha tenuto durante l’Assemblea Annuale dell’Associazione degli ex parlamentari europei (FMA) a Bruxelles lo scorso 6 dicembre.  Il prossimo capitolo sarà pubblicato dopo l’8 gennaio 2023.

    All’indomani della seconda guerra mondiale e con l’affermazione politica dei blocchi, da una parte il mondo comunista con le sue articolazioni (URSS (Stalin, Krusciov e successivi) – Maoismo – Titoismo – Hoxhaismo – Castrismo – Guevarismo – e le varianti asiatiche della Corea del Nord, Laos, Vietnam e quelle africane) e dall’altra il blocco occidentale, con l’inclusione del Giappone e con l’attenzione verso l’India come “la più grande democrazia del mondo” dopo l’indipendenza e, dopo il 1960, e l’inclusione di molti Paesi dell’Africa, il confronto non si misurava soltanto sulla politica o sull’economia o sulla ricerca scientifica o sulla potenza militare, ma anche sulla cultura della democrazia o sulle due culture della democrazia, che comunque esercitavano una influenza reciproca in un regime di competizione perenne.

    Sul piano della reciproca influenza culturale, l’attenzione si focalizzava sicuramente sull’esercizio delle libertà e della partecipazione democratica, con l’obiettivo di risollevare le condizioni sociali ed economiche dei popoli, che avevano tutti subìto la guerra mondiale.

    Tale attenzione si manifestava – prevalentemente nell’Europa Occidentale e negli altri Paesi a sistema democratico – nell’enfatizzare l’impegno con il principio di solidarietà verso le classi meno abbienti, per dimostrare che la condizione sociale ed economica, oltre che civile, di tali classi fosse migliore di quella delle classi popolari degli Stati a regime comunista.

    Il progresso dei popoli retti da sistemi democratici era evidente e il susseguirsi dei piani quinquennali degli Stati comunisti non sarebbe riuscito a raggiungere i livelli sociali ed economici dei primi.

    La motivazione ideologica del comunismo si infranse sulla mancanza di risultati rispetto ai livelli di benessere dei cittadini (benessere non solo economico, ma sociale, civile, diffusamente scientifico, culturale per evidente carenza di confronto a causa  dell’imposizione di una monocultura) e quindi il 1989 è la data storica del fallimento del comunismo con la caduta del Muro di Berlino e la successiva liquidazione dell’Unione Sovietica, per merito di uno dei più grandi politici della storia, Mikhail Gorbaciov.

    Mikhail Gorbaciov era insieme a Ronald Reagan quello che teneva in equilibrio il sistema mondiale dei blocchi e in quella fase la grande responsabilità dei due e dei rispettivi governi evitò che si innescasse uno sbilanciamento, che avrebbe messo in serio pericolo la pace e l’esistenza di milioni di cittadini nel mondo, nell’eventualità di una guerra atomica.

    La sconfitta ideologica del comunismo reale, nonostante il permanere in abbrivio in Cina e in qualche altro Paese, ma con modalità diverse, lascia al mondo l’altra ideologia, che aveva dimostrato di poter raggiungere risultati migliori e ne fa acriticamente un totem, dal quale prendeva il via la globalizzazione dei mercati (secondo la definizione economica) ma in effetti la globalizzazione dell’informazione, della cultura, della tecnologia, della ricerca, della “scienza ufficiale”, affermando di fatto una monocultura, all’inizio accettata trionfalisticamente, me che alla luce dei fatti rivela tutti suoi limiti economici, sociali, civili, umani.

    La cultura liberista

    A trent’anni dalla fine del comunismo e dall’inizio della globalizzazione i danni della monocultura liberista sono evidenti e anche i più grandi economisti non riescono a trovare una indicazione chiara per correggere tutto il disequilibrio creato e voluto.

    La soddisfazione dei bisogni (prima) e dei desideri dei cittadini diventa l’obiettivo di ogni manifestazione e di ogni attività intellettuale, economica, civile, sociale e la dimensione gradualmente si modifica da sociale ad individuale, incoraggiando la valorizzazione delle capacità dell’individuo, offrendo dei modelli che incitano alla conquista di posizioni sempre più evidenti nel contesto sociale di riferimento.

    Viene invertita la logica cristiana che gli ultimi saranno i primi; nel contesto terreno è sempre meglio essere primi, perché “il primo è primo, il secondo non è nessuno”, recita un adagio comune.

    Proprio in tale logica si costruisce un percorso sociale nel quale la competizione, che di per sé non è negativa, viene praticata a tutti i livelli e ad ogni costo, senza tenere in considerazione le condizioni di contesto e quindi la relativizzazione delle varie situazioni.

    In effetti si mutua la logica fisiocratica e liberista del “laissez faire, laissez passer”, anche nella società e quindi l’individualità prevale sulla socialità, annichilendo i rapporti interpersonali e piegandoli al conseguimento degli obiettivi personali in termini prioritari e alcune volte esclusivi.

    In tale contesto decadono quelle che vengono definite “sovrastrutture morali” e quindi si afferma la logica che è consentito tutto quello che può soddisfare i desideri dell’individuo, con la sola eccezione del rispetto dei “diritti umani” (e non sempre), sanciti dalle Carte ONU.

    Il modello di riferimento per costruire la società degli uomini è identico a quello economico liberista, per il quale si affermano le imprese più forti  sulle più deboli; nella società le classi meno abbienti, le persone affette da patologie congenite o croniche e con una ridotta capacità lavorativa, gli anziani, generano costi sociali, che la logica in voga subisce e tenta in ogni modo di ridurre – un esempio e la richiesta reiterata in tempi diversi della riduzione del “cuneo fiscale”, o la concentrazione di una categoria di cittadini nelle RSA per evitare l’assistenza domiciliare, che avrebbe effetti psicologicamente migliori – per affermare il principio che ognuno deve vivere del proprio lavoro secondo le proprie capacità; e se tali capacità sono insufficienti cosa fare ?

    Il principio della solidarietà e la dimensione sociale vengono quasi completamente estromessi dalla logica del vivere, senza che tale esclusione crei scandalo (l’Obamacare, che assicurava l’assistenza agli indigenti, in una parte non trascurabile del popolo statunitense ha suscitato scandalo e si è tentato di abrogarla).

    L’economia sociale di mercato di Wilhelm Ropke, fatta propria dai partiti ad ispirazione cristiana in Europa, invocata in Germania durante la Repubblica di Weimar, è stata applicata in Europa e in altri Paesi fino agli anni Novanta ed è stata soppiantata dalla pratica capitalistica dopo la caduta del Muro di Berlino, creando la situazione mondiale attuale.

    Negli USA si applicavano le teorie Keynesiane e John Kenneth Galbraith, dalla presidenza di Kennedy e successivamente per alcuni decenni, era uno degli economisti più ascoltati.

    Quando nella società cadono le protezioni sociali dei più deboli si compromette uno dei principi fondamentali della convivenza civile e democratica, perché si infrangono principi costituzionali non solo in Italia, ma anche in altri Paesi, nell’Unione Europea e si violano le Carte dell’ONU, che prevedono che in ogni Paese non è ammessa la discriminazione di cittadini, privi della capacità autonoma di provvedere a sé stessi.

    Quindi, sarebbe opportuno constatare che applicare il modello economico liberista nella società del mondo a sistema democratico ha creato disparità intollerabili e ha bloccato società in evoluzione, compromettendo il consolidato “ascensore sociale”, che portava i figli a creare condizioni migliori di quelle dei padri.

    Il blocco della dinamica sociale ha generato enormi sacche di inoccupazione e anche un grande impedimento all’adeguamento complessivo della società alla contemporaneità, perché ha lasciato senza sostegno coloro che avrebbero voluto e potuto contestualizzare la propria esistenza con i traguardi che costantemente vengono raggiunti.

    La pandemia ha evidenziato la situazione mondiale e anche le economie più forti o quelle che ritengono di avere le risorse per affrontare ogni problema si trovano in difficoltà, come effetto della politica liberista che gli Stati hanno lasciato che si realizzasse, espandesse e proliferasse senza alcun limite o condizione.

    La situazione attuale della società in ogni parte del mondo registra lo schiacciamento dei ceti medi e di quelli alto-borghesi verso il basso, allargando di fatto la fascia dei ceti poveri e incrementando, oltre la soglia fisiologica, la classe degli emarginati.

    Anche i sistemi fiscali sono condizionati dalla politica liberista, che lascia le grandi aziende multinazionali fuori dal sistema fiscale nazionale, consentendo di localizzare le sedi fiscali in Paesi a fiscalità favorevole o trattando di volta in volta la percentuale della contribuzione fiscale da corrispondere.

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