prigione

  • In attesa di Giustizia: colpo di calore

    Nicola Gratteri è in attesa che vada in onda su LA7 la prima puntata della trasmissione di cui sarà conduttore e, probabilmente, protagonista di un one man show dedicato ad intorpidire la mente degli ascoltatori con stravaganti opinioni in materia di giustizia di cui ha, appunto, offerto un saggio facendosi intervistare da Repubblica.

    A Napoli ha fatto molto caldo ultimamente e non è escluso che il Procuratore abbia preso un colpo di calore perché la tesi che ha illustrato non può essere frutto di una mente pensante: Gratteri parla come sempre di boss, di detenuti di alto spessore e sostiene che “ordinano ai più deboli una serie di favori e creano così un sistema di intimidazione tale da contribuire all’aumento dei suicidi”.

    Gratteri, è vero, non è mai stato in un carcere – non come “ospite”, perlomeno – in una di quelle carceri in cui, nel corso degli anni, ha fatto rinchiudere centinaia di innocenti gravando il bilancio dello Stato con il tasso più elevato di risarcimenti milionari per ingiusta detenzione: il record di cui non vantarsi appartiene, infatti, al distretto giudiziario di Reggio Calabria ed al tempo in cui ne era Procuratore Capo. Forse non avrebbe osato tanto se – magari da non colpevole – avesse sperimentato la carenza di igiene, di assistenza sanitaria, l’impossibilità quasi assoluta di dedicarsi ad un lavoro o allo studio inframurario, il sovraffollamento al livello di una trireme romana o di una nave schiavista sulla rotta tra l’Africa e il Nuovo Mondo, il caldo feroce d’estate e il gelo invernale, il cibo immangiabile…

    A prescindere da ciò, e Gratteri questo dovrebbe saperlo, per i boss è previsto il carcere duro al 41 bis, quanto meno la destinazione ad un reparto AS che sta per “Alta sicurezza”, e cioè in sezioni in cui è improbabile che siano detenuti dei poveracci disposti a subire intimidazioni, così come lo è  che un detenuto in un braccio normale nel carcere di Sondrio o di Tolmezzo scelga di togliersi la vita per timore (e non si sa bene perché) di un capo bastone di Locri o un capo mandamento di Palermo ristretti a Opera o all’Ucciardone.

    A Gratteri farebbe bene leggere cosa ha scritto recentemente il Tribunale di Sorveglianza di Torino, come riportato da “La Stampa”, nel motivare la concessione della detenzione domiciliare ad un detenuto con problemi di salute non particolarmente gravi in considerazione, comunque, di un contesto di sovraffollamento genetico di un disagio capace di “arrecare in modo assolutamente intollerabile, ai reclusi affetti da patologie, un surplus di sofferenza e disagio” e con ciò evidenziando una relazione tra il sovraffollamento e gli autolesionismi, che spesso consistono nel gesto estremo di suicidarsi.

    Gratteri è un magistrato di esperienza: tuttavia sembra che stia sempre più spesso superando il limite per le assurdità che va propalando e che rischiano di attecchire tra gli ascoltatori meno accorti e del Procuratore Capo di uno degli Uffici più importanti e delicati preferiamo continuare ad immaginare che sia stato il sole di Napoli a fargli un brutto scherzo piuttosto che riconoscerlo come l’erede del pregiudicato Davigo in veste di  controparte strutturale di tutte le politiche giudiziarie che non siano quelle care al Movimento 5 Stelle.

  • World’s longest detained journalist wins rights prize

    A journalist detained in Eritrean prison without trial for 23 years has won a Swedish human rights prize for his commitment to freedom of expression.

    Dawit Isaak, who holds dual Eritrean-Swedish citizenship, was given the Edelstam Prize “for his… exceptional courage”, the foundation behind the award said in a statement.

    Dawit was one of the founders of Setit, Eritrea’s first independent newspaper.

    He was detained in 2001 after his paper published letters demanding democratic reforms.

    Dawit was among a group of about two dozen individuals, including senior cabinet ministers, members of parliament and independent journalists, arrested in a government purge.

    Over the years, the Eritrean government has provided no information on his whereabouts or health, and many who were jailed alongside him are presumed dead.

    The Edelstam Prize, awarded for exceptional courage in defending human rights, will be presented on 19 November in Stockholm.

    Dawit’s daughter, Betlehem Isaak, will accept the prize on his behalf as he remains imprisoned in Eritrea.

    His work with the Setit included criticism of the government and calls for democratic reform and free expression, actions that led to his arrest in a crackdown on dissent.

    The Edelstam Foundation has called for Dawit’s release, urging the Eritrean authorities to disclose his location and allow him legal representation.

    “Dawit Isaak is the longest detained journalist in the world. We are very concerned about his health and his whereabouts are unknown, he is not charged with a crime, and he has been denied access to his family, consular assistance, and the right to legal counsel – effectively, it is an enforced disappearance,” said Caroline Edelstam, the chair of the Edelstam Prize jury.

    His “indefatigable courage stands as a testament to the principle of freedom of expression.”

    The Edelstam Foundation also urged the international community to pressure Eritrea for Dawit’s release and to advocate for human rights reforms.

    The Edelstam Prize honours individuals who show exceptional bravery in defending human rights, in memory of Swedish diplomat Harald Edelstam.

    Eritrea is the only African country without privately owned media, having shut down its private press in 2001 under the pretext of “national security”.

    Dawit, who fled to Sweden in 1987 during Eritrea’s war for independence, returned after the country gained independence in 1993 after becoming a Swedish citizen.

    There have been no elections in Eritrea since its independence, and President Isaias Afwerki has held power for nearly 31 years.

Pulsante per tornare all'inizio