Processo

  • In attesa di Giustizia: cahiers de doleances

    Non c’è pace tra gli ulivi: tutti si lamentano di qualcosa che non funziona nella amministrazione della Giustizia; d’altronde, anche questa rubrica costituisce, in un certo senso, il bollettino settimanale delle storture che caratterizzano quel settore e, proprio nel numero precedente, si è occupata di una vicenda paradigmatica trattando il caso di un processo per gravi reati in corso a Roma nel corso del quale il Tribunale ha cambiato composizione ad ogni udienza, con buona pace della conoscenza effettiva dei fatti da giudicare da parte di chi è stato, infine, chiamato a decidere.

    Dopo, ma solo dopo “Il Patto Sociale”, ne hanno parlato anche i quotidiani e la Camera Penale della Capitale è scesa in campo, lamentando l’incredibile accaduto e proclamando un’astensione di protesta per il 2 novembre. Giustissimo: peccato essersi dimenticati di fare la dovuta comunicazione all’Autorità Garante con la conseguenza che è stato necessario annullare l’iniziativa per quella data e rinviarla al  giorno 9…peccato anche che, nel frattempo, gli avvocati – fiduciosi del buon governo della protesta da parte dei propri rappresentanti – abbiano annullato le citazioni di testimoni e non si siano preparati per udienze che non si sarebbero dovute celebrare e invece si faranno. E lo stesso vale per i Pubblici Ministeri e i Giudici impegnati nel medesimo giorno. Il tentativo di far apparire il rinvio come giustificato dalla esigenza di rendere più articolata la giornata di protesta è stata la classica pezza peggiore del buco.

    Si lamentano anche i Procuratori Generali scrivendo al Guardasigilli Carlo Nordio chiedendo di rinviare  l’entrata in vigore quantomeno di una parte della “Riforma Cartabia” che dovrebbe entrare in vigore il 1° novembre creando significativi disagi organizzativi agli Uffici con la conseguenza di un ulteriore, catastrofico, aggravamento della gestione del carico di lavoro. Non hanno tutti i torti, va detto con chiarezza, tanto è vero che quando questo articolo verrà pubblicato sembra che lo sarà – in Gazzetta Ufficiale – anche un decreto d’urgenza volto ad accogliere le richieste della Magistratura.

    Certo, potevano anche accorgersene prima di una manciata di giorni dal “via”: la “Riforma Cartabia” tra luci ed ombre (forse queste ultime sono in numero maggiore) soffre del fatto che il lavoro è frutto di equilibrismi e compromessi per soddisfare quella componente della allora maggioranza che l’ha approvata e faceva rimpiangere i tempi in cui in Senato sedeva il cavallo di Caligola  e che rispondeva alle linee guida sulla giustizia dettate da un comico che non fa più ridere e di un disc jockey che è stato molto meglio rimandare alla consolle.

    Infine anche Antonio Ingroia si lamenta e proprio del fatto che sia Carlo Nordio  il nuovo Ministro della Giustizia affermando che “sa di muffa e di regolamento di conti”: un giudizio durissimo la cui opportunità e fondatezza dovrebbero essere posticipate ad un vaglio dell’operato del Governo e dei suoi Ministri e non espresso prima ancora che abbiano iniziato a lavorare.

    Da Ingroia, peraltro, non c’era da aspettarsi di meglio essendo un uomo facile al pregiudizio e – viceversa –  impermeabile a tutte le evidenze: come quelle che attestano i suoi personali fallimenti da quello come Pubblico Ministero, il cui ricordo è legato essenzialmente al ruolo di coordinatore dell’indagine per la cosiddetta “Trattativa Stato – Mafia”, finita come è noto in una bolla di sapone, a quello come politico di indiscutibile insuccesso, per finire con la professione di avvocato esercitata principalmente “correndo dietro alle ambulanze” nel tentativo di accaparrarsi la difesa delle vittime di qualche disastro, anche in questo caso senza molta fortuna: un triplete di cui non andare fieri e che suggerirebbe un più dignitoso silenzio abbandonandosi a quell’oblio che il destino ha già inesorabilmente segnato.

    Sipario.

  • In attesa di Giustizia: Circo Medrano a tre piste

    Habemus! Il Governo (per una volta) è frutto del voto dei cittadini e Carlo Nordio è Ministro della Giustizia come era negli auspici per tentare la via di riforme che diano slancio ad un sistema ormai più agonizzante che imballato…

    …come dimostra l’argomento di questa settimana affrontando il tema di una fondamentale quanto stravolta regola del processo penale che si chiama “immediatezza della deliberazione” secondo la quale il giudice che pronuncia la sentenza deve essere il medesimo che ha partecipato all’intero dibattimento,  ascoltando ed interrogando imputati,  testimoni e periti, ed  acquisendo documenti. In due parole, quello che ha raccolto le prove: quindi, se cambia occorre ripetere l’istruttoria.

    Si tratta di un elementare principio di civiltà e di buon senso prima ancora che di una regola sancita  dall’art. 525 del codice del processo penale che è stato letteralmente sovvertito da una interpretazione creativa della legge.  Di fatto, ora la situazione è l’opposto: se cambia il giudice, pazienza. Il giudice nuovo si legga i verbali (se ne ha voglia), si faccia un’idea – anche vaga – di quello che è successo, e pronunci la sentenza.  Inaccettabile è la logica che sorregge questa interpretazione: sono gli avvocati a pretendere che il giudizio non sia di un giudice diverso da quello che ha raccolto le prove, e così si attenta alla ragionevole durata del processo. Tutti zitti, invece, sulle ragioni per le quali il giudice cambia: una per l’altra considerate nobilissime ed insindacabili…sebbene nel 90% dei casi, siano legate a ragioni di carriera: cambio di sezione, funzioni, sede.  E coloro che attendono giustizia? Si arrangino.

    Complici anche le croniche carenze di organico – di cui la rubrica si è interessata la settimana scorsa – si assiste, pertanto, a sarabande indecorose; si inizia il processo con un giudice (o tre, se il giudizio è collegiale) e da quel momento  può accadere di tutto.

    Un esempio attuale, per quanto estremo, viene offerto dal Tribunale di Roma e riguarda un processo a carico di numerosi imputati per reati gravi aggravati dal metodo mafioso.

    Ebbene, è accaduto che in nessuna udienza il collegio fosse il medesimo di quella precedente ed almeno un giudice, ma a volte anche due su tre, erano nuovi. Eccone la cronaca fedele e sgomentevole: il Collegio che inizia a raccogliere le prove è già diverso da quello che le ha ammesse (o negata l’ammissione), si prosegue con  l’interrogatorio delle persone offese: due udienze, ed alla seconda cambia un giudice; segue l’esame degli agenti della Polizia Giudiziaria che hanno svolto le indagini e degli altri testi dell’accusa divisi in cinque udienze. Dopo la prima udienza, a quella successiva ne cambiano due; alla terza altri due; alla quarta altri due, alla quinta uno. Udienze per esame testi della difesa: quattro, e ad ognuna è cambiato uno dei tre giudici.

    In qualche modo si arriva alla discussione finale: il P.M. parla alla presenza di due giudici nuovi su tre (quindi, che non avevano mai partecipato nemmeno ad una delle udienze precedenti ed è inutile dire che da un’udienza all’altra passano settimane se non mesi, agevolando l’indiavolato turn over). Giunto il momento delle arringhe difensive, cambia nuovamente uno dei tre giudici, che però si rende conto di versare in una condizione di incompatibilità; quindi l’udienza viene sospesa, e si va alla ricerca di un qualsivoglia altro magistrato che possa comporre il collegio. Quando infine si è trovato un malcapitato (che non sa nulla di nulla del processo, ovviamente, e non ha nemmeno sentito la requisitoria del P.M.), i difensori hanno sollevato tutte le eccezioni possibili, peraltro superate ineffabilmente dal Tribunale: ad oggi il processo non è ancora finito e c’è spazio per altre sorprese.

    Detto fuori dai denti: la sacralità del giudizio non può confondersi con questo che sembra lo spettacolo messo in scena dal circo Medrano a tre piste dove domatori, nani e ballerine si alternano ed intersecano tra di loro per il diletto del pubblico.

    Facendo buon governo della onestà intellettuale, cosa provereste ad essere giudicati in queste  condizioni, ma anche a fronte di un cambio, seppur più contenuto, dell’organo giudicante durante il processo? Pensereste che l’attesa di Giustizia sia davvero una chimera, e non avreste torto.

  • In attesa di giustizia

    C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…ed è la speranza che qualcosa cambi davvero nel desolante scenario del sistema giustizia nostrano perché se Giorgia Meloni riceverà l’incarico di formare il Governo, come sembra ormai altamente probabile, proporrà Carlo Nordio quale Ministro della Giustizia.

    L’uomo – che per la verità, preferirebbe un posto nella Commissione Giustizia della Camera – è una garanzia assoluta: preparatissimo, colto, garantista, liberale. Posso dirlo perché lo conosco da una quarantina d’anni: con Carlo Nordio come magistrato ho avuto a che fare una volta sola, quando ci conoscemmo, poi abbiamo coltivato un rapporto crescente di stima ed amicizia attraverso esperienze condivise partecipando da relatori a numerosissimi convegni e seminari e lavorando fianco a fianco nella Commissione Ministeriale (2001-2006) da lui presieduta con il compito di proporre un progetto di riforma del Codice Penale; a Carlo Nordio devo anche la prefazione ad un mio manuale sulla legittima difesa ed in cambio io ho presentato un suo libro, o meglio un’intervista a due voci trasposta in un libro che si intitola “In attesa di Giustizia, dialogo sulle riforme possibili” e che – non a caso – ha dato il nome a questa rubrica e lo spunto per l’articolo di questa settimana.

    “In attesa di Giustizia” raccoglie le opinioni, il pensiero, le idee di riforma del sistema penale di Carlo Nordio – appunto – Magistrato del Pubblico Ministero di impostazione tradizionalmente liberale e mai (fino ad ora, che però è in pensione da cinque anni) lasciatosi affascinare dalla politica e d Giuliano Pisapia, avvocato difensore molto vicino a Rifondazione Comunista, più volte parlamentare e Sindaco di Milano: i due sono molto legati e la lettura di quel libro, a carattere divulgativo e non squisitamente tecnico, consente di verificare come la Giustizia non debba avere e non abbia appartenenze ideologiche preconcette o colorazioni partitiche come dimostra il pensiero in grande misura sovrapponibile di due operatori del diritto di altissimo profilo, che nella vita professionale oltre che nel sentire politico sono agli antipodi.

    Del resto, basta scorrere la nostra eccellente Costituzione per averne la prova verificando la impeccabile confluenza della ideologia cattolico-liberale con quella marxista che condividono con quella hegeliano-gentiliana il tratto comune della subalternità assiologica della persona rispetto ai valori superiori di Dio e dello Stato Sociale. E i Padri Costituenti erano giuristi di ineguagliabile spessore.

    L’auspicio è, dunque, che una personalità di elevata statura come Carlo Nordio possa assurgere ad un ruolo che gli consenta di dare spunto e vita a quelle riforme che ha sempre caldeggiato, frutto di profonda riflessione ed esperienza quotidiana nelle aule di Tribunale.

    La  prospettiva è ottima sebbene appaia motivo di ambascia per qualcuno: Fofò Bonafede – naturalmente intervistato da Travaglio – ha mostrato sconsolata preoccupazione che la maggioranza di centro destra abolisca le leggi promulgate durante la sua (incomprensibile in un paese civile) presenza in via Arenula; già che c’era ha criticato proprio Nordio per la posizione mostrata su alcuni argomenti di diritto penale e processuale, Nordio che, ovviamente, non si preso neppure la briga di rispondere a quello che è stato il peggior Ministro della Giustizia da quando la carta ha perso il posto del papiro.

    Vedremo cosa succederà al Quirinale e dintorni nei prossimi giorni ma, per una volta, possiamo dire che siamo davvero in attesa di Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: sequel

    Questa settimana – non diversamente dalle altre – c’è stato solo l’imbarazzo della scelta circa l’argomento da trattare in questa rubrica; alla fine “in concorso” sono rimaste due vicende: la prima è quella di una donna condannata e incarcerata (ed è tutt’ora in galera, a Roma in attesa di una soluzione) per un reato prescritto da anni al momento della pronuncia della sentenza. Vicenda che, senza entrare nei dettagli, è sufficiente commentare “complimentandosi” con il P.M., il giudice, il Sostituto Procuratore Generale che ha posto il visto sulla decisione e – naturalmente – anche con il difensore per avere offerto un rarissimo (per fortuna) esempio di corale e fatale disattenzione (o ignoranza anche di banali nozioni aritmetiche?).

    La seconda, è stata prescelta perché è lo squallido sequel da B movie di una storia già raccontata tempo fa su queste colonne ed anche del più recente commento alla giustizia disciplinare “domestica” – e addomesticata – del C.S.M. Qualcuno, forse, ricorderà questo racconto di quanto accaduto al Tribunale di Asti dove si celebrava un processo per violenza sessuale di un padre sulla figlia, con la madre accusata di non averlo impedito: giunti alla conclusione e data la parola alle parti, discussero il PM, chiedendo una pena molto severa  ed i due difensori della madre, rinviandosi ad altra udienza per sentire quello del padre.

    Tuttavia, alla udienza successiva, il Tribunale entrò in aula per leggere direttamente il dispositivo di condanna degli imputati ad 11 anni di reclusione. Gli avvocati presenti e lo stesso P.M. fecero notare che il difensore del secondo (e principale) imputato non aveva mai discusso ed il Presidente, dettosi dispiaciuto dell’incidente, con impeccabile nonchalanche accartocciò il foglio contenente il dispositivo appena pronunciato per dare la parola all’ultimo difensore. Quest’ultimo,  ovviamente,  oppose un rifiuto, rilevando l’abnormità di quanto accaduto. Il Tribunale, che tanto aveva già deciso, depositò egualmente la sentenza, che ovviamente non potrà che essere annullata dalla Corte di Appello (con comodo, eh! Stiamo aspettando solo da un paio di anni).

    Questo scempio finì, comunque, al CSM e si apprende da notizie di stampa di questi giorni che si è concluso il procedimento disciplinare con la sanzione della censura, per di più – e il mistero si infittisce- nei riguardi del solo Presidente; prosciolti gli altri due giudici.

    Non è ancora nota la motivazione della bizzarra (è un eufemismo) decisione ma non può farsi a meno di rilevare che la censura è poco più di una tirata di orecchie che staglia impietosamente la considerazione che il CSM nutre delle questioni di principio messe in discussione.

    Questioni delicatissime: è inaccettabile che tre giudici abbiano potuto ritirarsi in camera di consiglio, discutere tra di loro della fondatezza dell’accusa condannando un imputato ad undici anni di reclusione senza averne mai ascoltato l’unico difensore.

    Una sola è la spiegazione dell’accaduto: totale indifferenza di quel Tribunale (dunque di tre giudici, non uno solo) alle argomentazioni nell’interesse di quell’imputato ed un Tribunale pronunzi una sentenza nei senza aver ascoltato e vagliato la sua difesa, nega in radice la propria stessa funzione perché non è uno sciamano, chiamato ad interpretare il giudizio  divino.

    Insomma, si tratta di un fatto di inconcepibile gravità punito con un buffetto sulla guancia di uno solo dei responsabili, pur avendo partecipato in tre allo scempio. La conseguenza che dobbiamo trarne è che, per il Consiglio Superiore della Magistratura, questa non è la condotta più grave che un giudice possa assumere, anzi, è una delle meno gravi, figurarsi le altre. Se qualcuno ha una spiegazione diversa…

  • In attesa di Giustizia: standard italiani

    Blogger, influencer, tik-toker,  trapper…tra le nuove professioni – ammesso che tali possano chiamarsi – è la desinenza “er” a definire un modello di impiego che, tra l’altro, fa anche tendenza (o, meglio: è trendy).

    Ammettiamolo: il trapper risulta, probabilmente, il più ostico da inquadrare perché non è il rapper (come dimenticarsene) ma neppure una tradizionale figura di escursionista anglofono ed a creare confusione soccorre, oltretutto, un’ulteriore nota caratterizzante: a quanto pare, e per quanto è dato apprendere dalle cronache, i trappers non sono per nulla estranei a forme di devianza criminale che con un genere musicale – altra parola grossa – non dovrebbero avere nulla a che fare. E’ il crepuscolo della società civile.

    Del resto, nel gergo invalso ad Atlanta, da cui il termine deriva, “trap” è il luogo di spaccio: dunque, non deve sorprendere che questi musicisti (??) oltre ad inneggiare alle droghe nelle loro composizioni ne facciano largo impiego e non solo a livello personale; come nel caso di tal Elia 17 Baby, nella cui abitazione romana, non più tardi di qualche mese fa, sono state trovate migliaia di bustine di stupefacenti ed una discreta collezione di coltelli a serramanico.

    Vi sarebbe da immaginarsi che un giovine così virtuoso trascorresse le vacanze estive a Regina Coeli ed invece era a Porto Cervo dove, per ingannare il tempo, ha pensato bene di usare una delle sue lame – per motivi assolutamente futili – contro un ragazzo di Sassari che ora rischia la paralisi. Pur restando nei pressi della Costa Smeralda, è ora (ed era ora) ospite del Ministero della Giustizia nel carcere di Tempio Pausania.

    Piuttosto che a Regina Coeli – che non dispone di una sezione femminile – bensì a Rebibbia è finita nei giorni scorsi la ex sarta ultraottantenne di Sofia Loren ed altri noti artisti per avere ferito in maniera non grave ed anche questa volta con un coltello, però uno di quelli trovati là per là in cucina, il marito che l’aveva aggredita: una storia che non ha di certo il sapore della tendenza a delinquere e della pericolosità sociale.

    Bizzarri standard italiani: lo spacciatore per il quale non sarebbe stato dannoso un periodo di riflessione nelle patrie galere era libero, una vecchietta che si è difesa come ha potuto è finita subito dentro.

    Ma…ma…da qualche parte non sta scritto che oltre una certa età non si può essere arrestati? Beh, la legge è fatta per essere interpretata, no? Basterà ricordarsi di Calisto Tanzi che quando finì sotto processo i suoi anni li aveva e veniva portato in tribunale con l’ambulanza, la maschera ad ossigeno e, naturalmente, i piantoni della Polizia Penitenziaria.

    A Londra, intanto, è iniziato un giudizio contro giornalisti del Corriere della Sera rei di avere pubblicato notizie sul presunto coinvolgimento di tal Raffaele Mincione un finanziare italo – inglese nella fosca vicenda degli immobili acquistati proprio a Londra dal Cardinale il cui nome ricorda uno starnuto: Angelo Becciu.

    La difesa ha provato a sostenere che gli articoli incriminati sono stati scritti in italiano e finiti solo sul Corriere, cioè in Italia per un pubblico italiano e che “in Italia si fa così”: Suo Onore il Giudice Davidson ha osservato che non solo quella britannica ma anche la legge italiana vieta la violazione del segreto istruttorio; facciano quello che vogliono nel Bel Paese ma un quotidiano – quale che sia la lingua in cui è scritto – è acquistabile ovunque e leggibile in rete ed in Gran Bretagna degli standard italiani non sanno che farsene: se si offende la reputazione di un cittadino, considerata intangibile sulla base di semplici ipotesi tutte da confermare, si  viene condannati.

    Ed, a proposito di standard italiani, e sorridere almeno un po’ viene da domandarsi perché nessuno finora abbia fatto notare a Flavio Briatore che sulla pizza il Pata Negra non ci va non solo perché viola il capitolato della ricetta tradizionale ma anche perché mettere quel prosciutto pregiatissimo su qualsiasi cosa calda è un crimine e significa rovinarlo. Fare il contrario è, tra l’altro, una cafonata da arricchiti ma a qualcuno va bene così: questione di standard.

  • In attesa di Giustizia: Giustizia, ma quale giustizia? Ma mi faccia il piacere!

    Governo balneare, non è la prima volta, ed una campagna elettorale contratta,  volta a screditare gli avversari più che ad illustrare programmi che dovrebbero orientare la scelta degli elettori e, soprattutto, stimolarli a recarsi alle urne; lo scenario non è confortante, in particolare per uno dei settori cruciali – ma anche più disastrati – della Pubblica Amministrazione del quale sembra che ci si sia quasi completamente dimenticati: la giustizia.

    Nessuno ne parla, probabilmente perché, come si è sostenuto altre volte in questa rubrica, la giustizia non genera consenso (fondamentale più che mai in vista di una tornata elettorale), diversamente dalla sicurezza con la quale – spesso – viene confusa.

    Non per nulla, una delle primissime iniziative della declinante legislatura è stata quella sulla modifica della disciplina sulla legittima difesa che a questa confusione si presta benissimo: il prodotto finale è stato una normativa pasticciata e non priva di profili di dubbia costituzionalità come il Presidente Mattarella non ha mancato di rimarcare in una insolita lettera di accompagnamento alla promulgazione della legge.

    Viene da chiedersi, allora, perché il Garante della Costituzione l’abbia firmata, non certo il motivo per cui la raccomandazione di rivedere alcuni punti sia rimasta inascoltata: perché è caduta nel vuoto in senso stretto, quel vuoto torricelliano di cognizioni (alcune basilari) che caratterizzava una consorteria di analfabeti di ritorno del diritto capeggiata dall’esilarante clown trapanese che risponde al nome di Fofò Bonafede.

    La materia rimane oscura come dimostra il caso recente dell’ambulante nigeriano aggredito ed ucciso senza motivo in pieno giorno a Civitanova Marche: i presenti che avrebbero ben potuto e dovuto intervenire hanno di gran lunga preferito filmare la scena con i telefonini e condividerne l’orrore su whatsapp.

    Ma, tant’è: a prescindere dall’irrisorio quoziente di senso civico in generale, la propaganda ha sicuramente prodotto ben altre riflessioni sul significato di difesa legittima nei non addetti ai lavori.

    A caccia di fondi del PNRR, nel frattempo, si è in qualche modo posto mano a riforme del processo sia penale che civile: in parte opinabili dovendosi – ahimè –  tenere conto del voto in aula della compagnia di giro del cabarettista genovese;  innovazioni, peraltro, apprezzate (ma non del tutto…) anche a Bruxelles e allora della giustizia ce ne si può serenamente dimenticare…o, forse, no perchè molto resta da fare.

    Vi è – innanzitutto – la condizione critica in cui versano gli uffici giudiziari a causa della scarsità di risorse umane: trascurando per un momento il tema dell’organico dei magistrati (che risultano difficili da reclutare anche per carenza di nozioni fondamentali della lingua italiana dei candidati, come dimostrato in un recente concorso), quello dell’indispensabile personale amministrativo non è da meno

    E’ storia attuale quella del Tribunale di Monza – il sesto d’Italia per bacino di utenza, quantità e qualità degli affari trattati – che ha visto avvocati e magistrati protagonisti di una agitazione congiunta causata della inefficienza degli uffici per mancanza di cancellieri e segretari.

    Medesima sorte sta avendo la Procura della Repubblica di Piacenza, il cui Capo ha dovuto emanare una circolare con cui prende atto che l’Ufficio è al collasso ed alcuni servizi sono stati, di necessità virtù, sospesi: basti dire che – senza che al momento sia prevista alcuna sostituzione – dodici addetti su trenta sono andati in pensione nel mese di maggio ed a breve toccherà ad altri tre.

    L’elenco potrebbe continuare ma limitiamoci a questi due casi emblematici, a restare in attesa di giustizia, a sperare almeno che qualcuno si ricordi por mano al settore con l’intensità e la competenza necessarie. Possibilmente, non solo in campagna elettorale ma anche dopo.

  • In attesa di Giustizia: liberté, egalité, ospitalité

    Pietrostefani, Tornaghi, Manenti ed altri ancora sono nomi noti alle cronache sebbene a lungo dimenticati, almeno fino a quando non è sembrato che la Francia – Paese nel quale avevano trovato da decenni  rifugio – si fosse determinata ad estradarli verso l’Italia per scontare le pene a cui erano stati condannati per gravi reati di sangue e di eversione contro l’ordinamento dello Stato.

    Hassan Iquioussen, invece, è un personaggio sicuramente meno conosciuto, almeno al di qua delle Alpi Graie, e si tratta di un Imam nei cui confronti il Ministro dell’Interno francese aveva recentemente emesso un decreto di espulsione in quanto considerato pericoloso: vicino ai Fratelli Musulmani, che in varie occasioni non ha mancato di manifestare apertamente antisemitismo, omofobia, xenofobia e di legittimare l’omicidio di chi avesse tradito la fede musulmana, spesso abilmente impiegando i termini usati salvo poco tempo fa quando gli è sfuggita la frase “taglieremo loro le teste prima che loro taglino le nostre”. Chi siano i destinatari di tale auspicio è piuttosto chiaro: siamo noi, gli infedeli.

    Dunque, una personcina che sarebbe stato di tutta opportunità rispedire al suo Paese di origine ma… grazie ad un tempestivo ricorso, il Tribunale amministrativo ha annullato la decisione ministeriale e l’Imam può serenamente continuare a risiedere nella sua zona prediletta, al confine con il Belgio.

    La sentenza è un inno all’ospitalità affermando che qualche parolina di troppo, per quanto di esplicita provocazione non può giustificare l’espulsione di chi mantiene il pieno diritto di condurre una normale vita famigliare con i suoi congiunti nella terra che ha scelto come sua residenza.

    Insomma, tiene famiglia ed i  francesi, si vede, non hanno il corrispondente diritto a sentirsi un po’ più sicuri di non incappare in qualche giovanotto (Iquioussen è un idolo nella fascia di età andante dai quindici ai quarant’anni) indottrinato al taglio delle teste.

    Molto ospitali, i giudici francesi: per chi non lo sapesse anche gli ex brigatisti italiani, alla fine, non sono stati consegnati alla nostra giustizia perché – in fondo – è ormai storia vecchia, questi gentiluomini si sono comportati bene per tanti anni, hanno messo su famiglia pure loro, hanno un lavoro e qualche ammazzatina a fondamento ideologico anni ’70 non può certo giustificare la prigione proprio adesso che sono dei miti pensionati o quasi. Figuriamoci, poi, in Italia! Dove – sempre secondo la Corte parigina – non vi è garanzia che siano stati sottoposti ad un giusto processo nel quale non hanno neppure potuto difendersi personalmente. E, certo: hanno preferito restare serenamente seduti in qualche barettino della Rive Gauche a sorbirsi un Pernod o a gustarsi un croque monsieur piuttosto che accomodarsi sulle panche di una Corte d’Assise.

    Liberi tutti, allora! Del resto siamo nella terra della libertà, della uguaglianza ed – evidentemente – della ospitalità.

    Far scontare una pena, tuttavia, non equivale a riparare le vittime di un delitto o i loro famigliari ma non è neppure vendetta sociale, anche se sono passati molti anni dai fatti: è semplicemente quella giustizia degli uomini che prima o poi ci si aspetta che arrivi e si manifesti con uno dei suoi esiti possibili.

    Non sempre è così, e i lettori di questa rubrica lo sanno bene: se poi il Presidente di un Collegio giudicante – come quello che si è occupato dei nostri terroristi – si chiama Belin, forse non ci si deve sorprendere più di tanto delle idee che gli passano per la testa. Una testa di Belin, appunto, con licenza parlando.

  • In attesa di Giustizia: Libera Chiesa in libero Stato

    Con queste parole viene definita la concezione separatista in tema di rapporti tra Chiesa e Stato, utilizzata per primo dal politico e filosofo francese Charles de Montalebert, poi ripresa da Cavour al quale ne viene attribuita la paternità dopo la citazione avvenuta in seguito alla proclamazione del Regno d’Italia che portò alla individuazione di Roma come capitale; secondo il pensiero dello statista piemontese, il Papa avrebbe – quindi – dovuto dedicarsi all’esercizio del potere spirituale dimenticandosi quello temporale sui suoi possedimenti con ciò permettendo la convivenza tra Stato e Chiesa. E viceversa.

    Sono passati decenni, si sono succeduti nel tempo i Patti Lateranensi nel 1929, la loro revisione nel 1984 a regolare i rapporti (anche di natura giudiziaria) tra Italia e Santa Sede e con la Costituzione Repubblicana si è abbandonato il concetto di religione di Stato lasciando ai cittadini la libertà di credo.

    Qualche bizzarro cascame da Statuto Albertino, sia pure con qualche “arrangiamento”, si annida peraltro nelle pieghe del nostro sistema penale non meno che nel pensiero di chi  è deputato all’esercizio dell’azione penale: per esempio, la Procura della Repubblica di Crotone che ha ritenuto – non avendo, evidentemente, nulla di meglio da fare – di indagare  per “offesa ad una confessione religiosa” (art. 403 e 404 del  codice penale) Don Mattia Bernasconi,  della parrocchia di San Luigi Gonzaga di Milano.

    Cerchiamo, allora, di comprendere di quale rimproverabile ed indegna condotta si sia reso responsabile questo sacerdote, nei cui confronti sono già stati lanciati strali diocesani: ha celebrato la messa in mare per i giovani della sua parrocchia che aveva accompagnato ad un campo nella cooperativa Terre Joniche – Libera Terra. Nell’ultimo giorno di permanenza in Calabria aveva anche deciso di  portarli in spiaggia invece che in una pineta, originaria destinazione risultata, però, già occupata.

    Qui giunti, essendo domenica, a causa del caldo è maturata la scelta di celebrare la messa in mare utilizzando un materassino come altare.

    Una comprensibile coniugazione tra il rispetto del precetto domenicale e la salvaguardia della salute riparandosi dalle temperature feroci di questo periodo che non ha evitato a Don Mattia le censure dei suoi superiori prima e l’inflessibilità della legge secolare poi; il Procuratore capo di Crotone in persona ha confermato l’apertura di un fascicolo sull’accaduto delegando nientemeno che alla DIGOS lo svolgimento delle indagini. Verranno, quindi, sentiti testimoni, acquisiti filmati e foto della funzione dai telefonini, interpellati vescovi e cardinali, forse anche indagati per concorso nel reato i turisti che hanno prestato il materassino al sacerdote. Questo ci vuole per ridare dignità ad un Paese! Tolleranza zero alla maniera di Rudolph Giuliani: e partendo da una intransigente persecuzione di quelli che sembrano illeciti minori od anche semplici atti devianti che violano norme sociali si andrà realizzare una funzione salvifica e moralizzatrice a tutti i livelli.

    Saremmo stati, però, ancor più grati al procuratore di Crotone se prima di muoversi e spedire le sue truppe all’assalto, avesse prestato più attenzione a quanto prevede il codice penale e cioè che il reato di offesa ad una confessione religiosa si commette mediante il vilipendio di chi la professa, di un ministro o di oggetti di culto, strumenti liturgici, cose consacrate. Dell’uso, magari fantasiosamente improprio, dei materassini da mare per celebrare messa (da parte di un sacerdote regolarmente ordinato) in mare non si parla.

    Sembra, piuttosto, di poter dire che la scelta di Don Mattia sia stata indicativa del fatto che la fede, la preghiera, il sentimento religioso non sono legati necessariamente ad un luogo o ad un momento ma sono dentro di noi e devono potersi esprimere liberamente.

    Soccorre anche inesorabilmente alla memoria, ed a modo di conclusione, un detto proprio della saggezza popolare calabrese: “Studia, studia, se no finisci a fare il Pubblico Ministero”.

  • In attesa di Giustizia: le procure muoiono ma non si arrendono

    Nei giorni scorsi si sono conclusi due processi che hanno molto interessato cronache ed opinione pubblica: a Cassino quello per l’omicidio di una ragazza, Serena  Mollicone, avvenuto molti anni fa (si sospetta in una caserma dei Carabinieri e ad opera di alcuni di costoro) e definito con l’assoluzione di tutti gli imputati, sia pure rilevando una insufficienza delle prove; il fatto di sangue, sicuramente, rientra tra quelli caratterizzati da depistaggi reali o presunti, opacità del contesto e distanza nel tempo tra gli accertamenti e quanto accaduto. Il che, anche con il supporto delle moderne scienze forensi, non aiuta l’opera  degli investigatori.

    Un’ Assise, peraltro, si è pronunciata e le motivazioni della sentenza saranno rese note solo in autunno; è, quindi, forse un po’ presto per criticare una decisione senza conoscerne gli argomenti a sostegno: Il Procuratore capo di Cassino, peraltro, si è sentito in dovere di fare un comunicato stampa con il quale elogia il lavoro dei propri magistrati, l’impegno e rassicura i cittadini che si è fatto tutto il possibile, preannunciando che verrà in ogni caso proposto appello.

    Orbene, che si sia fatto tutto il possibile per dipanare la matassa e fare chiarezza  su una vicenda oscura va a merito degli inquirenti ma che non si accetti che l’assoluzione sia uno degli esiti possibili della giustizia anticipando l’impugnazione senza neppure avere letto le motivazioni  non è accettabile come non lo è che si debba avere un colpevole ad ogni costo. Come dire: un bel tacer non fu mai scritto.

    Il secondo caso di cui ci occupiamo questa settimana  riguarda invece proprio l’esito di un appello voluto a tutti i costi e presentato dalla Procura della Repubblica contro un’assoluzione: quella di tutti i manager accusati per un presunta maxi tangente oggetto della fallimentare indagine “ENI – Nigeria”.  Assoluzione in esito alla quale il P.M. che le aveva condotte e sostenuto l’accusa in giudizio – bricconcello –  è finito a sua volta sotto processo per sciocchezzuole  tipo nascondere le prove a favore degli accusati e, come sembra, anche falsificarne qualcuna per meglio sostenere le proprie tesi.

    Il Sostituto Procuratore Generale cui era stato assegnato il fascicolo, in udienza ha rinunciato all’appello e per farlo sarebbe bastata una dichiarazione in tal senso chiudendo velocemente la partita con una conferma delle assoluzioni. Tuttavia,  di fronte alla pertinacia del Collega inquirente (e inquisito), ha ritenuto di andare oltre con una durissima reprimenda parlando di “una situazione di illegalità di fondo rispetto alle indicazioni di regolarità del processo, in assenza di qualsiasi prova a carico degli imputati e dell’esistenza solo di chiacchiere e opinioni generiche che hanno tenuto quindici persone e tredici aziende sulla graticola per oltre sette anni senza alcun motivo”.

    Il processo, ha aggiunto, non è la sede per fare sperimentazioni dialettiche e i motivi di appello proposti contro la sentenza di primo grado sono incongrui, insufficienti  e fuori dai binari della legalità, che l’agire della Procura è sintomatico di una sorta di “colonialismo morale” e via picconando.

    Queste due vicende possono essere l’occasione per riprendere a ragionare sulla eliminazione del potere di appello del Pubblico Ministero, che trova il suo fondamento nel rispetto del nostro assetto codicistico e costituzionale per il quale l’unica ragione che dia senso ai successivi gradi di giudizio è il dubbio che l’imputato sia innocente e non colpevole.

    Troppo spesso l’appello del Pubblico Ministero si rivela come la seconda mano di una partita che l’accusa vuole vincere ad ogni costo quasi fosse una scommessa da cui dipenda la credibilità dell’Ufficio di Procura ma non è di scommesse o scommettitori di cui ha bisogno la Giustizia, e meno che mai di giocatori d’azzardo e bari.

  • In attesa di Giustizia: correnti e spifferi

    Il Presidente Mattarella ha indetto per il 18 e 19 settembre le elezioni per il rinnovo del C.S.M.: un Consiglio che arriva faticosamente al suo termine naturale dopo essere stato investito dalle conseguenze dell’”affaire Palamara” che ha determinato – tra l’altro – la necessità di elezioni suppletive causate dalle dimissioni di alcuni componenti che ne erano stati coinvolti, dalle polemiche per la gestione anomala di verbali secretati della Procura di Milano da parte di Piercamillo Davigo, dalla ostinata resistenza di costui alla cessazione della funzione consiliare dopo il pensionamento. Queste, solo per citare alcune delle criticità che hanno interessato il quadriennio più tribolato dell’organo di autogoverno della magistratura che, a memoria d’uomo, si ricordi tra spifferate editoriali sulle modalità di affidamento degli incarichi più prestigiosi e crisi delle correnti (largamente politicizzate) alle quali appartiene la gran parte dei circa 9.600 magistrati ordinari in servizio. Per non parlare della gestione delle indagini contro l’avversario di turno del partito di riferimento, a prescindere dalla fondatezza.

    E se il Consiglio Superiore, anche in passato non ha dato prova del dovuto rigore – in sede disciplinare e non solo – non altrettanto può dirsi delle correnti: lo dimostra la recente pubblicazione su “Questione Giustizia”, la rivista di Magistratura Democratica, di interessanti documenti relativi al caso Tortora che attestano quanto dura sia stata in allora la presa di posizione di MD nei confronti sia dei magistrati responsabili di quella sciagurata indagine, sia della decisione del CSM di archiviare ogni procedimento disciplinare sui medesimi. Una presa di posizione pubblica di una tale durezza che portò addirittura alla crisi della Giunta di A.N.M., che dovette dimettersi.

    Con questa pubblicazione e il richiamo ad una storia remota ma non dimenticata si rivendica una precisa identità culturale e politica di quella parte della magistratura italiana, proprio in relazione al caso simbolo della malagiustizia italiana. Come dire (e da sempre su queste colonne condividiamo il concetto) che la magistratura italiana non è (o non è stata?) una indistinta espressione di desolanti riflessi corporativi. E le correnti, intese come espressione di pensiero e culture differenti all’interno della giurisdizione, sono (o sono state?) occasione di confronto, di crescita civile, di ricchezza culturale.

    Marzo del 1989, all’indomani della definitiva assoluzione di Enzo Tortora: la denuncia contro gli uffici giudiziari napoletani viene estesa anche alla oscura gestione dell’inchiesta sull’omicidio del giovane giornalista Siani e  MD chiede con determinazione che il CSM dia seguito a severi provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati responsabili “del più dirompente caso della vita politico-istituzionale italiana”. Denunciano l’assurdità che uno di essi, il dott. Felice di Persia, sia stato nel frattempo eletto proprio al CSM. Tutto inutile, il CSM archivierà ogni accusa e Magistratura Democratica non mancò di registrare che “la logica corporativa non tollera che dall’interno della magistratura vengano critiche alla gestione degli uffici giudiziari o allo stesso CSM”.

    C’è, dunque, anche nobiltà della storia del correntismo all’interno della magistratura, ma ciò che dobbiamo domandarci oggi è cosa sia rimasto di quelle spinte ideali, di quella indipendenza di pensiero, e soprattutto di quella attenzione alle garanzie ed ai diritti nei processi; e semmai, come poterli recuperare. Il Paese ha attraversato anni di drammatica alterazione degli equilibri costituzionali, con una esondazione catastrofica del potere giudiziario in danno del potere politico e la superfetazione del potere  incontrollato delle Procure. Vi è da sperare che almeno una parte della magistratura italiana sia  attraversata da una riflessione critica ed autocritica su questi temi? O quella bella pagina “napoletana”, tra spifferi e correnti,  resterà solo un lontano  ricordo, da guardare con malinconica trepidazione, come si fa con gli album di famiglia?

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