Processo

  • In attesa di Giustizia: mancanze

    Il rischio è quello di un “abuso di argomento” ma, tant’è: non si può evitare, a campagna referendaria già iniziata, con i contendenti che si battono anche sulla data e sulle giornate destinate al voto nel timore (o nella speranza) che ciò contribuisca al risultato da ciascuna auspicato ed – in qualche modo – anche questa rubrica partecipa a quella campagna cercando di fare chiarezza su alcuni punti.

    Qualcuno, lato No al referendum sulla Giustizia, ha ricordato una sentenza della Corte Costituzionale del 2020 secondo la quale “Le differenze che connotano le posizioni del PM e dell’avvocato difensore impediscono di ritenere che il principio di parità possa tradursi in un’assoluta simmetria di poteri e facoltà” il che suggerirebbe di lasciare invariato l’assetto dell’Ordine Giudiziario in ossequio ad una decisione del Giudice delle Leggi. Invero, la riforma non trasforma affatto il PM in un avvocato dell’accusa sul modello americano, ribadendone piuttosto la qualità di magistrato con tutte le corrispondenti garanzie, ma mira a garantire che il giudice, la cui imparzialità rispetto ai fatti di causa è presidiata da istituti come la ricusazione e l’astensione, sia effettivamente equidistante dalle parti che sostengono tesi opposte. Un sistema accusatorio, come è (o dovrebbe essere il nostro) funziona soltanto così tanto è vero che la riforma costituzionale sul c.d. “giusto processo” è stata clonata sull’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo. L’asimmetria dei poteri tra accusa e difesa in sede procedimentale a cui allude quella sentenza non ha nulla a che spartire con la terzietà del giudice o con la riforma, bensì è qualcosa di fisiologico nella distinzione dei ruoli; anzi, se malintesa, può compromettere quella terzietà, perché introduce nel sistema l’idea che il pubblico ministero, per via del mandato pubblico che esercita, stia un gradino più in alto del difensore mostrando nostalgia per il sistema inquisitorio.

    E che dire se, in nome della parità tra le parti, il PM non sarà più costretto a portare anche le prove a favore dell’imputato e che possa impugnare tutte le sentenze di assoluzione, facoltà che oggi gli è preclusa?

    Sia subito chiaro che è ben diverso essere tenuti a fornire prove favorevoli nelle quali ci si è casualmente imbattuti rispetto a cercarle dopo aver selezionato nelle investigazioni come prima opzione la colpevolezza, avere avviato iniziative che limitano la libertà ed esercitato l’azione penale: sarebbe un’ipotesi mitologica di cui in aula non si hanno testimonianze, tanto che se venisse abrogato l’art. 358 che prevede per il P.M. l’obbligo (non sanzionato se eluso) di svolgere indagini anche a favore dell’indagato, nessuno se ne accorgerebbe mentre impugnare o meno le assoluzioni  non è previsto per tutte già oggi e non è una conseguenza implicata dalla riforma. A tal proposito, l’idea che sia una limitazione irragionevole che il pubblico ministero possa impugnare le assoluzioni non considera la funzione strutturale del processo penale che non è quella di accertare le verità storiche e trovare un colpevole ad ogni costo ed i limiti all’appello avverso le sentenze di proscioglimento è volto a contenere il potere soverchiante dell’autorità pubblica nei confronti dei singoli accusati ed, in termini generali, contribuisce al rispetto del principio del ragionevole dubbio che non può essere più evidente che di fronte a due decisioni di segno opposto.

    Un altro tema è quello della efficienza del sistema: occorrerebbe ripensarlo questo sì, fatta la premessa maggiore che non è la stessa cosa di “velocità del sistema”, quanto piuttosto un tempo ragionevole combinato che non toglie qualità al processo in sé e della decisione. Detto questo: tutto ciò non ha a che fare né tanto né poco con la riforma ma solo con i tempi per l’attesa di giustizia.

    In questa acerrima contesa a colpi di false o volutamente confuse indicazioni al corpo elettorale una irrimediabile mancanza di voci autorevoli e serene per trattare la materia come quelle di Leonardo Sciascia e Marco Pannella.

  • In attesa di Giustizia: deja vu

    Mani Pulite è stata la madre di tutte astuzie dei Pubblici Ministeri per garantirsi il risultato quando si trattava di richiedere un arresto al G.I.P. e confondere le idee ai difensori inventandosi un fascicolo di indagine virtuale avente un unico numero di registrazione iniziale nel quale sono poi confluiti milioni di pagine di interrogatori e relazioni della Polizia Giudiziaria al quale gli avvocati avevano, tuttavia, accesso solo a singole porzioni non potendo verificare se altrove, in quel mare magnum di carte, vi fossero elementi contrastanti con quelli dell’accusa o a loro favorevoli.

    Trent’anni dopo nulla sembra cambiato tranne lo scenario che è quello della maxi inchiesta sull’urbanistica milanese, già abbondantemente maltrattata dal Tribunale del Riesame e dalla Cassazione.

    Ci mancherebbe altro che i Giudici per le indagini preliminari non assecondino la posizione della Procura di Milano ed è con questo intento che, secondo fonti attendibili, la presidente dell’ufficio di Milano, Ezia Maccora, ha convocato una riunione a gennaio di tutti i GIP milanesi.

    Fino ad ora, grazie a quel vecchio trucco della iscrizione delle notizie di reato con il medesimo numero di ruolo, quasi tutte le richieste di sequestro o di misure cautelari  sono finite sul tavolo di un giudice molto accomodante ed originariamente designato come titolare di tutti i rivoli di quel fascicolo; anche sotto questo profilo scegliersi un magistrato noto per non mettere in discussione il verbo del P.M. non è mai stato un problema: basta dare un occhio ai turni di servizio e far partire le istanze quando si è ragionevolmente sicuri a chi verranno destinate, salvo imprevisti.

    Imprevisti che, talvolta capitano: il Giudice ha preso un giorno di ferie, ha l’influenza, è impegnato in un’udienza più complicata del previsto e la richiesta finisce ad un altro meno gradito come è successo meno di un mese fa quando non è stato convalidato il sequestro di un palazzo disposto in via d’urgenza dai Pubblici Ministeri.

    Lesa maestà! Con tempismo significativo, è stato dopo questa decisione che la Presidente (storica esponente di Magistratura democratica: forse non significherà nulla, o forse sì) ha convocato la riunione di cui si è detto facendo già sapere l’argomento: non sono graditi “diversi orientamenti” dell’Ufficio, in sostanza che ci si discosti dalle tesi della Procura. Molto meglio il pensiero unico con buona pace della terzietà ed indipendenza del Giudice perché i diversi orientamenti non darebbero “una bella immagine esterna dell’ufficio”. Concezione paradossale, un deja vu che lascia intendere come l’attesa di Giustizia sia sempre di là da essere soddisfatta.

  • In attesa di Giustizia: testimonial perfetto

    Si è già scritto su queste colonne che è bene lasciare riposare in pace Falcone e Borsellino evitando di tirarli a forza per la giacchetta nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere, non di rado travisandone il pensiero. Peraltro, chi volesse avvantaggiarsi della figura di un magistrato per sostenere le ragioni del “Sì” potrebbe ben ricorrere a quella del P.M. (ex Procuratore Aggiunto, non riconfermato nel ruolo) di Milano Fabio De Pasquale: perfetto per smentire chiunque, ANM in testa, sbandiera la cosiddetta “cultura della giurisdizione” che i pubblici ministeri perderebbero se la riforma entrasse in vigore. Ecco, basta ricordare le gesta del magistrato milanese, condannato sia in primo grado che in appello per aver occultato prove favorevoli agli imputati nel caso Eni-Nigeria, costato allo Stato tre inutili processi – portati avanti anche dopo essere stato lui stesso incriminato, reiterando il medesimo comportamento, contro imputati tutti giudicati non colpevoli per assoluta mancanza di prove.

    Che sia stata proprio quella “cultura della giurisdizione” che andrebbe perduta in caso di entrata in vigore della riforma Nordio, ad indurre De Pasquale ad accusare 15 persone di corruzione internazionale da circa un miliardo di euro per l’acquisto di un giacimento petrolifero in Nigeria, senza mai produrre uno straccio di prova del presunto accordo corruttivo né del pagamento di tangenti? E’ stato, allora, il tribunale di Milano a ricordare l’ovvio a De Pasquale ed al collega Spadaro (imputato e condannato anch’egli) richiamando il “doveroso principio che colloca l’onere della prova a carico dell’accusa”. Il tutto senza che neppure fosse necessario il disvelamento delle prove a discarico occultate, avvenuto dopo, ma che avrebbe portato all’assoluzione degli imputati già all’udienza preliminare, come scrivono i giudici di Brescia nella sentenza di appello. Bocciato dal CSM nella riconferma come Procuratore Aggiunto per assenza di imparzialità ed equilibrio (però è ancora al suo posto sia pure come semplice Sostituto), sempre in ossequio alla cultura della giurisdizione, dopo due sentenze di assoluzione diventate definitive e l’apertura del processo a suo carico, De Pasquale ne ha aperto un  altro relativo alla tranche di una mazzetta che si era ormai stabilito non essere mai esistita e nemmeno in questo ha depositato le prove a favore degli imputati: altra assoluzione e non è da escludere che il nostro faccia ricorso in appello…sempre nel rispetto della cultura della giurisdizione.

    Non è bene generalizzare: non tutti i P.M. sono come De Pasquale e Spadaro, ve ne sono una moltitudine che svolgono il loro compito con onestà intellettuale e sacrificio ma più di qualcuno della medesima stoffa non manca, così come non è insolito incontrare giudici che si appiattiscono acriticamente sulle tesi dell’accusa.

    Non sarà una legge, ancorchè costituzionale, a disperdere valori che dovrebbero essere diffusi, da tutti condivisi e fondanti del giusto processo né ad accrescerne la pratica con una nuova organizzazione dell’Ordine Giudiziario allineata con quelle di tutte le democrazie occidentali così come non sarà necessario dibattere su quale possa essere l’argomento o la figura migliore da spendere nella campagna per il “Sì”: De Pasquale è il testimonial perfetto.

  • In attesa di Giustizia: spiegatelo a Gratteri

    Questa rubrica si è recentemente occupata delle manipolazioni del pensiero di Giovanni Falcone in merito alla separazione delle carriere ad opera del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri vittima, non del tutto incolpevole, di una clamorosa fake new rifilatagli da fonte non rivelata né verificata. Vale, dunque, la pena chiarire quale fosse realmente l’orientamento del grande magistrato palermitano recuperandone un intervento tenuto ai ragazzi dell’Istituto Gonzaga dei Gesuiti di Palermo solo un paio di settimane prima della strage di Capaci: è una sorta di testamento intellettuale che nessuno potrà mai dire avere subito ripensamenti poiché così prossimo alla sua tragica scomparsa. Falcone aveva accettato di affrontare il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico; siamo nel maggio 1992, è da poco esplosa Tangentopoli e si discute accanitamente del ruolo della magistratura: c’è chi la sostiene, chi la attacca e chi propone riforme drastiche.

    La lucidità di Falcone è disarmante: “Parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile” e parla di una “magistratura filtro” tra politica e cittadini con P.M. che “giocano alla politica” e politici che vorrebbero “irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare amici ed amici degli amici”.

    Falcone è chiarissimo e sottolinea con forza che “prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile mentre adesso siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudiciDobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo ragionamenti per slogan che non fanno fare un solo passo avanti”. Dopo aver ricordato, prendendole come spunto, persino le riflessioni sulle riforme in materia di giustizia del Prof. Miglio – ideologo della Lega – Falcone afferma che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono valori da valutare storicamente e non “un privilegio di casta” che servono per l’efficienza della magistratura e che “Il pubblico ministero è sì un organo giudiziario, ma, non essendo titolare della potestà di giudicare, neppure può dirsi giudice in senso tecnico, perciò il P.M. deve avere un tipo di regolamentazione differente da quella del giudice, non necessariamente separata”. Tradotto: il P.M. è diverso dal giudice, va regolato diversamente, ma le soluzioni possono essere molteplici e non è un dogma nemmeno la separazione delle carriere. E continua dicendo che: “Ciò non per assoggettarlo all’esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l’indipendenza e l’autonomia. Fra gerarchia e indipendenza c’è tutta una serie di figure intermedie che possono fare in modo che l’indipendenza sia finalizzata al raggiungimento degli scopi per cui il pubblico ministero è stato creato”. Traduzione: il magistrato non deve essere uno strumento dell’esecutivo, ma nemmeno un potere incontrollato.

    Ed eccoci al passaggio decisivo. Quello che Gratteri ha citato non rendendosi conto di averlo frainteso di nuovo: “Indipendenza ed autonomia, se per un verso devono essere strettamente legate all’efficienza dell’azione della magistratura, dall’altro non significano affatto separatezza dalle altre funzioni dello Stato. Io credo che prima o poi si riconoscerà che non è possibile una meccanicistica separatezza perché ciò determina grossi problemi di funzionamento e di raccordo”. Di quale separatezza da evitare sta parlando Falcone? Di quella tra giudice e P.M.? No. Sta parlando della separatezza tra magistratura e altri poteri dello Stato. Sta dicendo che una magistratura chiusa in se stessa come corpo separato crea più problemi di quanti ne risolva. Spiegatelo a Gratteri.

  • In attesa di Giustizia: presunti colpevoli

    Non fosse per l’urgenza richiesta dalla approvazione della finanziaria che impone che l’esame di altri disegni di legge venga posticipata, la nuova legge sulla violenza sessuale sarebbe già in Gazzetta Ufficiale tra gli applausi bipartisan di Camera e Senato. In cosa consista è presto detto: un’ennesima dimostrazione del perdurante digiuno di diritto costituzionale da parte del legislatore e della sua insipiente sciatteria quando mette mano al diritto penale, con sprezzo del ridicolo, a caccia di consenso dell’elettorato. Dimentichiamo la campagna referendaria che offre continui spunti di riflessione per analizzare un’aberrante proposta, approvata la quale, il giusto processo, come lo definisce la Costituzione, sarà un ricordo anche per mariti focosi (e, perché no? Pure per le mogli!) raccontandosi la favola che possa essere giusto un processo nel quale il P.M. non abbia neppure il fastidio di cercare la prova.

    Il mutuo compiacimento di maggioranza e opposizione per aver trasfuso in un disegno di legge un’ideona della Boldrini impone che ne venga sintetizzato in un paio di punti il contenuto: perché un rapporto sessuale non sia considerato violenza sessuale una prima condizione essenziale è il consenso libero (e fin qui va bene ma la legge già lo prevede) mentre la grande novità è che quel consenso debba essere continuamente confermato (ma come?)…ed intendesi durante il medesimo rapporto con buona pace del coinvolgimento emotivo e passionale, persino tra coniugi che festeggiano le nozze d’argento. Della conoscenza approssimativa del diritto penale materiale da parte dei rappresentanti del popolo abbiamo detto: preoccupa di più il plauso che inizia a provenire da giuristi come Paola Di Nicola Travaglini, Consigliera di Cassazione che ha anche pubblicato manuali ben argomentati sulla violenza di genere ed il Codice Rosso, la quale in una recente intervista a Repubblica dice “Il consenso esiste se l’altra persona ha detto sì a quell’atto in modo chiaro, deciso e reiterato”. Reiterato, è la parola magica: in lingua italiana significa attuale in qualsiasi momento. Il consenso può essere negato dopo essere stato concesso, e dunque bisogna fermarsi immediatamente, come si diceva prima, durante l’amplesso e potrebbe essere – per esempio – la subitanea imposizione di un criterio contraccettivo largamente in disuso, sennò è violenza. Ma, così, non lo sarebbe nei confronti del partner uomo? Se non altro, dipende dai modi, potrebbe essere un reato di violenza privata che consiste nel costringere qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa. La questione inizia a farsi ambigua, ma lasciamo perdere la complicazione dei dettagli tra i quali potrebbe rinvenirsi la necessità di munirsi di più moduli da far sottoscrivere prima, durante e – meglio ancora – anche dopo…in alternativa, per le coppie più trasgressive si potrebbe pensare alla presenza di un notaio o di un ufficiale di polizia giudiziaria guardone.  Altro elemento introdotto dalla normativa sembra essere – si capirà dal testo definitivamente approvato – il divieto alla vittimizzazione secondaria, ovvero la violenza ulteriore a cui la donna che asserisce di essere stata stuprata è sottoposta nel corso del processo quando i difensori dell’imputato cercano di ricostruire i fatti con domande che spesso posso sembrare insinuanti o aggressive, comunque dolorose, per chi deve rispondere. La ricostruzione dei fatti non è una banalità per chi deve decidere ma quelle domande gli avvocati non potranno più porle. E, sempre come pare, non sarà una questione di semplice continenza verbale con una tutela più assidua da parte del giudice: no, sarà vietato indugiare su qualsiasi dettaglio. In sostanza non si potrà più parlare di quello che è successo. E come si fa a tenere un dibattimento se non si può parlare di quello che è successo? La spiegazione, da brividi, la offre nella intervista già ricordata, il Giudice Paola Di Nicola Travaglini: “Con la nuova legge, ecco il cambiamento, sarà chiaro che saranno i denunciati a dover dare prova, come si dice volgarmente, che lei “ci stava”..” Tradotto, una violazione bella e buona dell’art. 27 della Costituzione che, prevedendo la presunzione di non colpevolezza sottintende sia a carico del Pubblico Ministero l’onere della prova: saranno invece gli imputati a dover dimostrare la loro innocenza, anziché gli inquirenti a dover dimostrare la loro colpevolezza. Sia ben chiaro ai mariti, fidanzati, amanti, compresi financo ai frequentatori di escort che saranno tutti considerati colpevoli fino a prova contraria.

  • In attesa di Giustizia: la fiera delle falsità

    Non poteva mancare, nella turbinante campagna referendaria avviata dall’A.N.M. in vista della consultazione popolare sulla separazione delle carriere un intervento di Nicola Gratteri, uomo ormai assurto al ruolo di frontman televisivo del partito dei forcaioli: ad ospitarlo, naturalmente, LA7, emittente che gli ha offerto anche una rubrica tutta per lui.

    L’eloquio claudicante sembra non incidere sulla sicumera con cui espone le sue idee evitando, accuratamente che vi sia mai un contraddittore, non diversamente da come era assai gradito ad un Piercamillo Davigo ormai in calo di audience, soprattutto se l’argomento vada a toccare l’elevato numero di indagati di cui lo stesso Gratteri ha chiesto ed ottenuto di far arrestare – dunque sulla base presunti di gravi indizi di colpevolezza – ma, in ultimo, assolti.

    L’arte di comunicare, del resto, è un insegnamento che Gratteri non manca di dispensare: come quando, poco più di un mese addietro, si è rivolto ad una platea politica dell’Associazione Nazionale Magistrati lamentando il tentativo di interromperne la fluviale intemerata in cui si era avventurato, senza neppure il conforto dei sottotitoli in italiano, per rispettare i tempi:  “Se dovevo parlare solo cinque minuti me ne restavo a casa a raccogliere olive”, spiegò evitando i congiuntivi perché il suo illuminato convincimento è nel senso di non perdere tempo a parlare nei convegni con quei ciarlatani dei giuristi (con cui lui, uomo più di azione che di pensiero, ha poco da dirsi) ma sia indispensabile parlare al “popolo” in un linguaggio semplice e comprensibile. Ma in quell’occasione non c‘era nemmeno il popolo, c’erano magistrati.

    Martedì sera della passata settimana – invece – al cospetto di un’adorante Floris, ha mostrato come si fa, propinando una falsa notizia su Falcone, che sarebbe stato contrario alla separazione delle carriere, che provvedeva senza alcun timore a diffondere senza verificare la fonte…salvo poi essere raggiunto dalla smentita che mai Giovanni Falcone ebbe a dire certe cose in un’intervista di cui non si trova alcuna traccia e che qualcuno gli aveva passato sottobanco per farne uno scoop.

    Non è mancata la pezza peggiore del buco: la fake new gli era stata inviata da “fonti giornalistiche autorevoli”, purtuttavia senza sapere neppure genericamente quali fossero a prescindere dalla necessità di verificare in ogni caso prima di diffondere una notizia non appresa direttamente ma in forma mediata.

    Non fosse lui, della cui insuperabile esperienza e bravura abbiamo avuto ormai amplissime dimostrazioni ci chiederemmo, come Checco Zalone: “ma questo è del mestiere?” (di comunicatore, ovviamente).

    Ma come si fa a non controllare una fonte, verificare modalità e tempi di una dichiarazione? Lasciamo perdere i giornalisti professionisti che sanno come gestire simili situazioni ma persino l’ultimo dei TikToker, se dispone di un minimo di buon senso, distingue tra una notizia pubblicata sul Financial Times dal post di un filoputiniano. Gratteri si è fidato ma, a questo punto, farebbe bene a dire chi gli ha passato la “velina” con imbrattata una bufala colossale.

    Vale non solo per lui ma anche per tutti quelli che ne fanno uso indiscriminato e travisante con stucchevole quotidianità: basta trincerarsi dietro a Falcone e Borsellino interpretando liberamente – e non sempre in maniera adeguata – l’orientamento su argomenti sensibili di politica e di prospettive di riforma.

    Falcone e Borsellino sono stati due servitori dello Stato che hanno sacrificato la vita, consapevoli che sarebbe accaduto, quando lo Stato li avesse lasciati soli o, peggio e come c’è da temere, li avesse traditi per mano di altri servitori infedeli: riposino in pace evitando di farli rivoltare nel sepolcro da costituzionalisti di accatto, portatori d’acqua delle correnti della Magistratura e da una A.N.M. che di sicuro non li rappresenta.

  • In attesa di Giustizia: alta corte di giustizia

    E’ iniziata la campagna referendaria sulla legge nota come “sulla separazione delle carriere” che, però è  solo una parte del pacchetto di revisione costituzionale che tocca quattro pilastri: la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura, l’introduzione di un sorteggio almeno parziale per scegliere i magistrati che ne fanno parte e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, così ridisegnando l’equilibrio dell’ordine giudiziario ed  offrendo altri motivi di fastidio ai togati: il sorteggio che toglie potere alle correnti e rende complicato compiacere gli amici e gli amici degli amici a raggiungere posizioni di prestigio e la sottrazione al C.S.M. di quel potere disciplinare che si è sempre dimostrato molto indulgente come dimostrerà il ricordo di questa risalente ma paradigmatica vicenda.

    Siamo nel 1981 e la sezione disciplinare, composta anche da un paio di futuri Presidenti della Consulta, affronta il caso di un magistrato sorpreso nella toilette di un cinema a luci rosse in compagnia di un ragazzino a cui ha promesso denaro per appartarsi con lui. I fatti risalgono al 1973: si sa che da noi i processi sono lunghi e dopo tre gradi di giudizio già benevoli arrivò anche un provvedimento di clemenza che annullò tutto. Non avendo più conti in sospeso con la giustizia ordinaria il C.S.M. revocò la sospensione dal servizio, rimanendo da celebrare il giudizio disciplinare la cui decisione è condensata in una sentenza di dodici pagine da cui si ricava che il magistrato aveva ripreso servizio ed era stato valutato positivamente per la promozione a consigliere di cassazione, sia pure con un ritardo di molti anni. Avendo cumulato nel frattempo molti scatti di anzianità sul suo stipendio di consigliere d’appello, si trovò per il “principio del trascinamento” (ne abbiamo parlato in un articolo alcuni mesi fa) a garantirsi, nella sua nuova qualifica, lo stipendio più elevato precedentemente goduto e grazie a tali scatti ed ai misteriosi meccanismi della normativa in materia ad essere pagato più di tutti i suoi colleghi promossi in tempi normali…quindi questi ultimi, in virtù dell’altro istituto, quello del galleggiamento, videro adeguata la loro retribuzione al livello goduto dal magistrato pedofilo. Parliamo di un meccanismo che allo Stato è costato oltre settanta miliardi delle vecchie lire.

    La rimanente parte della decisione disciplinare offre spunti amaramente esilaranti volti a pervenire al proscioglimento come quello in cui si richiama la testimonianza del medico curante dell’incolpato, che testimoniò di averlo sottoposto a intense terapie nell’anno 1970 a causa di un trauma cranico riportato per il violento urto della testa contro l’architrave metallico di una porta bassa”. Vostro Onore, insomma, aveva preso una capocciata E allora? “Benché fosse rimasto per 10 giorni nell’assoluto prescritto riposo, il paziente accusò per vari mesi preoccupanti disturbi, quali cefalee intense, sindromi vertiginose, instabilità dell’umore. Le ulteriori terapie praticate diedero temporaneo sollievo, ma vi furono frequenti ricadute, soprattutto di carattere depressivo, che si protrassero fino al 1972… È emerso che la madre dell’incolpato è stata ricoverata per 25 anni in clinica neurologica a causa di gravi disturbi”. Che c’entra, direte voi? Tempo al tempo.

    Dopo quella del luminare, la seconda chicca è la testimonianza di un amico notaio. “All’odierno dibattimento sono stati escussi sette testimoni, dai quali è rimasta confermata l’irreprensibilità della vita dell’incolpato, prima e dopo il grave episodio, e soprattutto la serietà dei suoi studi e del suo impegno professionale. In particolare, il notaio dottor M. ha ricordato il fidanzamento del dottor V. con la sorella, assolutamente ineccepibile sul piano morale… Il matrimonio non è seguito per ragioni diverse dai rapporti tra i fidanzati, che sono rimasti buoni amici”. Si legge tra le righe, che non molestasse sessualmente la fidanzata: la credibilità della qual cosa, alla luce della sua successiva performance con un ragazzino, appare, questa sì, davvero solida.
    Basta, peraltro, un po’ di fantasia e la salvezza è ad un passo. Scrivono i severi depositari della disciplina che ciò che stupisce, in tutta la dolorosa e squallida vicenda, è la constatazione che l’episodio si staglia assolutamente isolato ed estraneo nel lungo volgere di un’intera esistenza, fatta di disciplina morale, di studi severi e di impegno professionale”. Come abbiano fatto a stabilire che l’episodio fosse isolato non è dato sapere ma sull’argomento insistono avanzando due diverse ipotesi: o l’episodio ha avuto carattere di improvvisa e anormale insorgenza, quasi di raptus, oppure se, al di là delle apparenze, sussiste una natura sessuale deviata o almeno ambigua ed è doveroso stabilire perché mai essa si sia rivelata soltanto in quell’occasione, durante tutto il corso di un’intera esistenza”.

    L’alto consesso propende, ca va sans dire, per la prima delle due ipotesi. Il gran finale è affidato al parere di due professoroni scelti naturalmente dalla difesa “secondo gli psichiatri l’episodio in esame, non soltanto costituisce l’unico del genere ma, anzi, ponendosi in netto contrasto con le direttive abituali della personalità, è da riferirsi a quei fatti morbosi psichici che, iniziatisi nel 1970, si trovavano in piena produttività nel 1973, all’epoca del fatto. Durante il quale, pur conservandosi sufficientemente la consapevolezza dell’agire, restò invece completamente sconvolta la ‘coscienza riflettente’, cioè la rappresentazione preliminare degli aspetti etico-giuridici della condotta da tenere e delle sue conseguenze. Il che ha reso inerte la volontà di inibire quelle spinte pulsionali si cui il soggetto non riusciva più a esprimere un giudizio di valore”. Tutta colpa, dunque, della “coscienza riflettente”, che era andata in tilt. Ma come mai? Per la craniata, no?!  “Su tutta questa complessa situazione il trauma riportato nel 1970 ha svolto un ruolo – secondo i clinici – di graduale incentivazione delle dinamiche conflittuali latenti nella personalità, fino all’organizzazione della sindrome esplosa nell’episodio de quo”. In sostanza, Vostro Onore, dopo la zuccata è diventato scemo? Neanche per sogno, lo hanno anche promosso! Lo è stato, ma solo per un po’.

    “D’altra parte, poi, proprio l’alta drammaticità delle conseguenze scatenatesi a seguito del fatto, unita alle ulteriori cure e al lungo distacco da fattori contingenti e condizionamenti, hanno favorito il completo recupero della personalità all’ambito della norma, come è testimoniato dai successivi otto anni di rinnovata irreprensibilità”. Adesso insomma l’Eccellenza è guarita e può senz’altro rimettersi la toga, “il che comporta essersi trattato di un episodio morboso transitorio che ha compromesso per breve periodo la capacità di volere, senza tuttavia lasciare tracce ulteriori sul complesso della personalità”.
    Conclusione, in nome del popolo italiano:” La sezione assolve il dottor V. perché non punibile avendo agito in istato di temporanea incapacità di volere al momento del fatto”.

    Sono esenti da satira le cose già di per sé ridicole.

  • Sarkozy

    Certamente chi è colpevole deve sottostare alla pena che il tribunale stabilisce, si rimane però un po’ sconcertati davanti ad un ex presidente della repubblica detenuto alla Santé in un Paese che ha difeso strenuamente terroristi ed assassini italiani e nel quale molti veri criminali, come in Italia, purtroppo restano liberi.

    Non so se Sarkozy sia innocente o meno, l’appello, forse, farà maggiore chiarezza e gli darà ragione, lui infatti sostiene strenuamente la sua innocenza, alla quale vogliamo credere.

    Non dimentico i diversi momenti di incontro che abbiamo avuto al Parlamento Europeo e all’Eliseo, durante la presidenza francese dell’Unione Europea quando ricoprivo l’incarico di copresidente del gruppo UEN, e le sue dichiarazioni a favore di un’Europa più libera e forte, anche partendo dalla difesa della cultura e dell’agricoltura e sottolineando come fosse opportuno non fare aderire all’Unione paesi, come la Turchia, con valori diversi dai nostri.

    Sappiamo che nel recente passato, per altri motivi, personaggi, che avevano difeso la Francia anche a rischio della propria incolumità, hanno assaporato le patrie galere per difendere la ragione ed il segreto di Stato, o hanno rischiato la detenzione.

    In ogni caso la presenza di tanti cittadini, che alla sua uscita di casa hanno intonato la Marsigliese, la giusta decisione del Presidente Macron di incontrarlo, prima dell’inizio della detenzione, ci fanno sperare che si possa arrivare presto alla verità e che comunque per l’ex Presidente Sarkozy siano, nell’attesa, predisposte misure diverse al carcere.

    E’ pur vero che in Francia, nel passato, si mandò al patibolo anche il re e la sua famiglia ma ci auguriamo che oggi ci siano magistrati, indipendenti dai partiti, che sappiano giudicare la politica in modo corretto e coerente.

  • In attesa di Giustizia: giustizia scandalosa

    Sarebbe scontato affrontare in questa rubrica uno qualsiasi degli spunti che quotidianamente vengono offerti sull’asse Pavia – Brescia dove sembra che abbia piantato le tende il Circo Medrano a tre piste: ci sarà tempo e modo…torniamo, invece, ad una vicenda torinese di cui si è già accennato in un numero trascorso de Il Patto Sociale: quella del marito (senza dubbio violento) che ha dato pugno alla moglie che voleva separarsi e che è stato mandato sotto processo per lesioni aggravate – la frattura di uno zigomo –  e maltrattamenti in famiglia.

    Al termine di una istruttoria dibattimentale molto accurata è intervenuta una condanna solo per il primo reato. La condotta violenta, è scritto in sentenza, si è limitata a quel pur grave episodio, mentre la denunzia di altri comportamenti aggressivi e maltrattamenti non è risultata provata. Scandalo, un’assoluzione! La notizia travolge e oscura quella della condanna ad una pena ridotta per fondate ragioni tecniche che qui risparmiamo ai lettori. La reazione sui media e sui social è stata turbinosamente furibonda e giunge la notizia della proposta a firma della presidente della Commissione Parlamentare sul femminicidio, on. Semenzato, di convocare il giudice estensore della sentenza, perché ne renda conto ai rappresentanti del popolo anch’essi attoniti dinanzi a cotanta sconcezza.

    Di fronte ad una iniziativa così sconclusionata ci sarebbe stato da attendersi una settimana di sciopero proclamato in via di urgenza dall’Associazione Nazionale Magistrati, con le toghe armate di Costituzione d’ordinanza e – forse – anche Landini avrebbe gremito le piazze di ferrotranvieri ostili al metodo di giudizio del Tribunale di Torino. ANM invece tace: è dato esclusivamente leggere una tiepida nota della sezione torinese, in cui si accenna fuggevolmente al rispetto della indipendenza dei giudici  per poi prendere nettamente le distanze da alcune espressioni usate dalla sentenza, considerate superflue ed inappropriate, ma soprattutto vi è la rassicurazione che ci sarà l’appello (quell’istituto che mutatis mutandis non piace quando lo fanno gli imputati) perché a tutto c’è rimedio ed il Presidente di ANM, Parodi, fino a qualche settimana – prima di ascendere al soglio di Procuratore di Alessandria –  era proprio il coordinatore del Dipartimento violenza di genere e domestica di Torino.
    Da questa vicenda è possibile enucleare alcune sconfortanti considerazioni:

    al netto della totale ignoranza dei fatti ed atti di causa, da noi fanno scandalo solo le sentenze di assoluzione, mai quelle di condanna ed essere tecnicamente all’oscuro di ciò di cui si parla, e ci si indigna, segnatamente da parte della politica (a tacere di quotidiani, rubriche tv e social…), è diventata la regola.

    Manca ai commentatori qualsiasi nozione giuridica del reato di maltrattamenti in famiglia: quali siano gli elementi costitutivi di fattispecie, la natura del dolo richiesto il discrimine della condotta con altri reati (tanto per usare termini tecnici che i più, comprensibilmente, ignorano ma sono tanto complessi quanto essenziali per comprendere una vicenda ed una decisione). Quale migliore occasione per sbraitarne? E se qualcuno prova a spiegare è tacciato di essere un azzeccagarbugli. Ciò che, poi, fa notizia è il linguaggio usato nelle sentenze decontestualizzando acconciamente le espressioni secondo le esigenze di audience, e non i principi di diritto che si tenta di illustrare e rendere comprensibili: in quella sentenza si legge “come dargli torto” del marito che ha rotto lo zigomo della moglie ed i titoli dei giornali su questa frase si sono sprecati e poco conta che quell’espressione fosse riferita al fatto che il marito si dolesse di aver appreso per WhatsApp l’intenzione della moglie di separarsi; fa più effetto che il lettore pensi che il riferimento fosse al pugno così vendono più copie. Il linguaggio merita, quindi, censura solo se utilizzato in sentenze assolutorie. Mai letto un commento, una riflessione, una iniziativa parlamentare, o un documento di una sezione territoriale di ANM, censurare un ordine di cattura o una sentenza di condanna che abbia espresso ultronei giudizi etici e moralistici sull’imputato sul genere, per fare l’esempio storico di Enzo Tortora, “cinico mercante di morte”.

    Quanto, poi, ai reati di “violenza di genere” pare che non sia previsto in natura che una denuncia possa essere, anche solo parzialmente, non veritiera o magari strumentale alla connessa causa di separazione.

    Non osi il giudice assolvere, un processo senza condanna non ha senso, giammai in nome del Popolo Italiano.

  • In attesa di Giustizia: salvate il soldato Davigo

    C’era una volta magistrato in servizio al Tribunale di Gela, Lirio Conti (ora all’ufficio Gip di Palermo, non per scelta come vedremo più avanti) che, mostrando una moderata attenzione alla dottrina green, viaggiava su una Porsche Cayenne graziosamente concessa in uso gratuito da tali Rocco e Salvatore Luca, due fratelli titolari di una concessionaria di auto di lusso proprio a Gela: non sarebbe granchè come notizia soprattutto se il Signor Giudice invece che fruirne gratis avesse rotto il salvadanaio per comperare quella Porsche o se i concessionari fossero stati suoi affezionati cugini (anche di terzo o quarto grado…): lo scenario, però, si intorbidisce annotando che il magistrato, proprio quando era al tribunale di Gela, giudicò e assolse Salvatore Luca dall’accusa di favoreggiamento alla latitanza di un killer del clan Emmanuello con una sentenza poi riformata in appello e condanna divenuta definitiva.

    Il Consiglio Superiore della Magistratura, bontà sua, in sede disciplinare ha definito quei rapporti quantomeno inopportuni a inflitto a Conti, che per i medesimi fatti nel 2019 era già stato trasferito in via provvisoria e cautelare al Tribunale di Palermo, la sanzione del blocco dello stipendio e della carriera per due anni…e adesso chi pagherà il pieno del Cayenne con quello che costa la benzina e tutto aumenta tranne il salario?

    Peraltro quello legato alla Porsche non sarebbe neppure un fatto episodico: tra il 2007 e il 2019 sono più di una le vicende giudiziarie di cui si è occupato che riguardavano i fratelli Luca con cui intratteneva rapporti economici pur essendo “parti offese o indagati in numerosi processi al Tribunale Gela, tra i quali alcuni a lui assegnati. Conti avrebbe ottenuto numerose agevolazioni economiche: auto a prezzi scontati; vendeva o permutava le proprie auto alle stesse concessionarie dei fratelli Luca a prezzi vantaggiosi; riceveva dalle stesse in comodato gratuito, anche per lunghi periodi, autovetture di grossa cilindrata; fruiva del pagamento della polizza assicurativa con riferimento alle vetture cedute in comodato gratuito”. Così scrive il C.S.M., complimenti vivissimi anche per i soli sei anni impiegati per arrivare ad una decisione, ma l’onore è almeno in parte salvo perché l’indagine per corruzione avviata a Catania a carico di Conti è stata archiviata su richiesta del P.M.

    “Da buon magistrato (ottimo, esemplare, diremmo noi…) – dice Conti al Giornale di Sicilia – non commento il merito del provvedimento. Si tratta di una decisione non condivisibile che non mi è stata ancora notificata. Attendo di conoscere le motivazioni. Impugneremo il provvedimento”.

    Non è chiaro se è da questa vicenda o da qualcun’altra analoga di cui Il Patto Sociale si è interessato che Piercamillo Davigo, prendendo la parola alla festa de Il Fatto Quotidiano, ha esposto una delirante teoria per contrastare la ormai imminente separazione delle carriere tra giudicanti e pubblici ministeri. Dice il noto pregiudicato: “Se si separano le carriere di fronte ad un giudice che in più occasione assolve gli imputati da lui accusati, il P.M. si sentirà finalmente libero di andare dal suo collega competente per esercitare l’azione penale e gli dirà che quel giudice o è un cretino o un corrotto, sollecitando una indagine patrimoniale” Aggiunge l’inconsapevole Davigo che “in quarant’anni di carriera ho ben potuto vedere quanto un giudice sia terrorizzato da una indagine patrimoniale”.

    A prescindere dalla circostanza che – se mai Davigo avesse ragione – non si comprende perché tutto questo non dovrebbe accadere già adesso, siamo al cospetto dei classici due piccioni presi con una fava essendo riuscito a gettare un’ombra inquietante sul tasso di corruttela della magistratura giudicante e sull’inerzia complice dei Pubblici Ministeri se non per miserabili interessi di bottega.

    Qualcuno lo dica a Davigo: così non ha reso per nulla un buon servizio alla causa dell’ANM, al prestigio dell’Ordine Giudiziario, alla futura campagna referendaria, nemmeno ai suoi compagni di merende della redazione de il Fatto Quotidiano, lacchè a tempo pieno delle Procure.

    Qualcuno salvi il soldato Davigo, gli si faccia notare che il suo pusher gli sta vendendo robaccia che fa male alla salute, compresa quella mentale: che lo cambi e forse avremo l’opportunità di ascoltare da lui un minor numero di idiozie.

Pulsante per tornare all'inizio