Processo

  • In attesa di Giustizia: si salvi chi puo’…nessuno!

    Grottesca, inquietante, inaccettabile, la vicenda che ha riguardato un imputato in attesa di giudizio a Milano, emersa per caso come spesso accade a quelle che riguardano “gli ultimi” anzi, gli ultimi degli ultimi il cui destino giudiziario non interessa seriamente a nessuno. Questa volta neppure al suo avvocato che – come si ripete spesso in questa rubrica – dovrebbe essere il custode delle garanzie processuali e il tutore della libertà personale dei propri assistiti, fino a quando non debba essere necessariamente e giustificatamente sacrificata.

    Arrestato e condannato a quindici mesi di reclusione, il protagonista della nostra storia viene rimesso in libertà dal Tribunale non rilevandosi esigenze che impongano il permanere della custodia in carcere sino a sentenza definitiva di condanna.

    Il difensore, peraltro, fraintende il senso del provvedimento liberatorio e invita il proprio assistito a recarsi subito dai Carabinieri di Rozzano (dove aveva la residenza) per comunicare che era stato posto agli arresti domiciliari.

    Presentatosi alla caserma di Rozzano, neppure il militare di servizio legge con attenzione il documento che gli viene mostrato e redige il verbale di sottoposizione agli arresti domiciliari, certificando che da quel momento competevano al Comando Stazione i controlli per il rispetto dei regime di prigionia in casa.

    Per una persona che vive da sola, gli arresti domiciliari presentano il problema legato alla possibilità di attendere ad ordinarie ed inderogabili occupazioni come farsi la spesa piuttosto che recarsi in farmacia o dal medico: niente paura, ci pensa l’avvocato…che non ha capito nulla e presenta un’istanza al Tribunale volta ad ottenere l’autorizzazione ad assentarsi due ore al giorno dal luogo di arresto per provvedere alle proprie esigenze di vita. E gli errori, incomprensibili aumentano ma non finiscono qui.

    L’istanza, come tutte, passa al visto del Pubblico Ministero che non si accorge che riguarda una persona che dovrebbe essere libera e formula il suo parere.

    Poi è il turno del Tribunale: siamo nel periodo feriale, in agosto, e la richiesta viene assegnata ad un Giudice diverso da quello che aveva disposto la liberazione e…nemmeno lui si accorge di nulla e autorizza l’imputato ad uscire di casa per le indispensabili incombenze. Cosa che lo sventurato fa ma sbagliando in due occasioni l’orario: i Carabinieri se ne avvedono e lo denunciano anche per evasione.

    L’uomo, che non è uomo di legge ma non del tutto stupido, rileggendo le carte del suo processo di cui dispone legittimamente, inizia a nutrire qualche sospetto e interpella un nuovo avvocato che, finalmente interviene nella maniera corretta ed interrompe la catena di errori (o orrori che dir si voglia) ottenendo che sia riconosciuta l’ovvia – ma non per tutti – circostanza che l’imputato doveva essere libero in attesa di giudizio di appello.

    La Giustizia si è fatta un po’ attendere ma alla fine – si fa per dire – ha trionfato. Quanto ci ha messo tra errori e distrazioni di uno e dell’altro? Un annetto, un anno di privazione della libertà che non doveva esserci.

  • In attesa di Giustizia: a proposito di esigenze cautelari

    E’ recente la notizia della cattura, insieme ad altre persone, di Lara Comi, ex europarlamentare di Forza Italia, per fatti di corruzione risalenti all’epoca in cui aveva quel ruolo politico.

    La privazione della libertà personale, anche se con la misura graduata degli arresti domiciliari e pur senza aver letto una sola riga del provvedimento del Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, resta un   mistero senza alcuna giustificazione; chi ha la pazienza di leggere questa rubrica ben sa che per chi la cura non è abituale scendere in valutazioni di vicende di cui non abbia un’approfondita conoscenza ma questa è l’eccezione che conferma la regola. E vediamo perché.

    Per disporre l’arresto di un cittadino devono ricorrere contemporaneamente due ordini di presupposti: gravi indizi di colpevolezza (quindi non semplici sospetti) raccolti nel corso delle indagini ed esigenze cautelari, cioè a dire dei possibili (anzi, probabili) pericoli connessi al permanere in libertà della persona indagata e che possono essere scongiurati solo privandola della libertà medesima.

    I cosiddetti pericula libertatis previsti dalla legge sono tre: quello di ripetizione del reato, l’inquinamento delle prove e il pericolo che l’indagato si dia alla fuga.

    Senza conoscere, si ripete, una sola riga del fascicolo processuale e dell’ordinanza di custodia destinata a Lara Comi è agevole contestarne la fondatezza senza entrare nel merito degli indizi di colpevolezza che sarebbe, invece, assolutamente fuori luogo, ferma restando la presunzione di innocenza: ma andiamo per ordine.

    La donna, che è incensurata ed a carico della quale non vi sono altre indagini in corso, non è stata rieletta nella recente tornata europea e non consta che ricopra altri ruoli pubblici che la rendano possibile autrice di altri reati della stessa natura o indole. Il che porta ad escludere la prima delle esigenze cautelari.

    La seconda è quella legata a garantire la genuina acquisizione delle prove: ebbene, di questo procedimento si parlava da tempo, ne hanno riferito organi di stampa e – come sembra – nella stessa ordinanza di cattura si fa riferimento alla circostanza che l’indagata fosse consapevole anche di essere intercettata come in effetti era. Dunque, se si volevano inquinare gli elementi di prova lo si sarebbe già fatto molto prima evitando che venissero raccolti quei “gravi indizi di colpevolezza” posti a fondamento dell’arresto che diversamente non ci sarebbero o sarebbero parzializzati. Anche la seconda esigenza è inesistente.

    Da ultimo resta il pericolo di fuga per escludere il quale è sufficiente notare che Lara Comi non è stata mandata in carcere ma, come si è detto, agli arresti domiciliari: misura che non è possibile applicare proprio quando vi sia il rischio che l’indagato, facilmente, fugga.

    E allora, perché Lara Comi è stata arrestata? Il provvedimento di cattura pare che contenga una serie di valutazioni pseudo sociologico-antropologiche che nulla hanno a che vedere con il diritto penale e processuale penale e che, comunque sia, non competono a un magistrato. Siamo, però, in questo caso ai rumors che vanno misurati per quello che sono. L’ipotesi più probabile, sfortunatamente, è che si sia al cospetto di un’ennesima manifestazione dell’ indole manettara tipica del cosiddetto “rito ambrosiano” che dai tempi di Mani Pulite ha offerto di tutto fuorché l’immagine di un equilibrato approccio al tema delle garanzie costituzionali e processuali legate al rispetto della libertà personale.

    Un sistema che ha prodotto epigoni del “tutti dentro” del calibro di Piercamillo Davigo. Ma la Giustizia è un’altra cosa.

  • In attesa di Giustizia: libertà di opinione

    Il diritto di esprimere liberamente le proprie idee è sancito dalla Carta Costituzionale con qualche ovvio limite: per esempio, alla istigazione all’odio razziale. Viceversa non vi è alcun presidio rispetto alla possibilità di mentire ma anche di dire sciocchezze sesquipedali.

    Siamo – sì, ci risiamo – alle soglie di un’altra protesta degli avvocati contro la modifica della prescrizione di cui abbiamo trattato più volte: l’agitazione contemplerà questa volta anche una maratona oratoria dinanzi alla sede della Cassazione nel corso della quale i penalisti si alterneranno per spiegare le ragioni della agitazione. Quest’ultima, giova ricordarlo, si fonda sulla mancata approvazione di una riforma della giustizia, annunciata ma mai messa in cantiere, per bilanciare la sostanziale abrogazione della prescrizione stessa; maiora urgunt: elezioni di ogni natura, legge finanziaria, crisi endogovernative più o meno striscianti, chi ha tempo per occuparsi di una bagatella come la Giustizia?

    Si levano intanto le voci che esprimono, legittimamente, opinioni dissenzienti, una tra le tante quella della giornalista Liana Milella la quale sul suo blog parla di “partito degli avvocati” (inesistente) che ha applaudito alla riforma sulla legittima difesa promossa da Salvini (falso) che premono per la separazione delle carriere (come se fosse un crimine: è così in molti paesi civilizzati) e per tutto ciò che ostacola la giustizia e fanno gli interessi dei loro clienti (dovrebbero, forse, essere patrocinanti infedeli?), piantando il solito sciopero  (che, in sè e per sé è un diritto costituzionalmente assistito a tutti) contro la normativa voluta da Bonafede con toni da crociata.

    Prendiamo atto che Liana Milella ha esercitato un suo diritto applaudire alla disciplina del “fine processo mai” ma misurandone i contenuti tenendo conto che siamo al cospetto di una opinionista che fu persino avversaria alla riforma del c.d. giusto processo e prima ancora lamentava l’abbandono del sistema inquisitorio a favore del più moderno processo accusatorio.

    Sul suo blog, peraltro, appaiono commenti a sostegno di questo letterale tenore: il partito degli avvocati ,in Italia, è sempre stato fortissimo. Basta pensare che solo per ottenere un parere, questi professionisti si fanno pagare dei bei soldini. Ma, solo per precisare, si fanno pagare prima di dare il loro parere. Un comportamento che è lo stesso delle prostitute, che si fanno pagare prima di compiere l’atto sessuale. Mi sono sempre chiesto se questo è un paragone casuale, cioè se si somigliano solo in questo. Ma per tornare a questi professionisti (a proposito anche le prostitute si dichiarano professioniste) io proporrei ,se ne avessi la possibilità, una legge che mettesse in atto un paragrafo che dica che, quando si scopre che un delinquente colpevole è assolto grazie al suo avvocato, la pena la sconta l’avvocato. Anche perchè poi sappiamo che i colpevoli, ma in modo particolare i mandanti, raramente vengono scoperti e condannati. Vengo all’argomento proposto dalla blogmaster, che è la prescrizione. Mi piacerebbe se la prescrizione venisse prescritta. Ma capisco che non si riuscirà mai a fare questo, e allora mi accontenterei se venisse abolita, subito dopo il primo grado di giudizio.

    Chissà se la Milella ha mai avuto la possibilità di sperimentare il nostro apparato della Giustizia, se il suo epigono di cui abbiamo riportato l’illuminato commento ha mai avuto necessità di un avvocato: libertà di parola per loro, di opinione per voi che mi leggete ed a cui lascio sempre ampi margini di valutazione.

    Libertà di opinione, però, anche per me e dico: se questo è il tessuto del Paese forse è sbagliato riconoscere a chiunque il diritto di elettorato attivo e passivo. Ho esagerato? Perdonatemi, io sono da sempre in attesa di Giustizia e vedo fare e sento dire in proposito solo sciocchezze…

  • In attesa di Giustizia: diamo i numeri

    Mentre l’ineffabile Ministro della Giustizia rassicura che ha pronto un progetto per garantire, nel settore penale, la celebrazione di tre gradi di giudizio in quattro anni – ma non spiega bene come – vengono pubblicati i dati del recente sondaggio realizzato da Eurispes in collaborazione con le Camere Penali che hanno messo a disposizione sul territorio avvocati e praticanti per rilevare, sulla base di quasi 14.000 udienze celebratesi in trentadue sedi diverse di Tribunale, dati statistici rilevanti ed attendibili. Gli esiti, attesi ma non per questo meno preoccupanti, parlano di una Giustizia sempre in affanno, fatto chiaro che i procedimenti penali a livello nazionale sono quasi due milioni.

    Vediamo nel dettaglio: l’8,3% delle udienze viene rinviato per assenza dei testimoni del Pubblico Ministero, mentre solo l’1,5% a causa della mancata comparizione di quelli citati dalla difesa. A questi vanno aggiunti i rinvii per errori nella citazione per errori delle Segreterie del P.M. (1,7%) e quelli ascrivibili ai difensori (0,3%). Si tenga sempre conto che i rinvii determinati dalla difesa, anche per impedimento legittimo dell’avvocato o dell’indagato determinano l’interruzione del corso della prescrizione.

    Continuando nella disamina, un altro 15,7% delle cause di slittamento delle udienze è conseguente ad assenze del Giudice (3,3%) o suo mutamento soggettivo (0,3%) all’assenza del Pubblico Ministero (0,2%) e negli altri casi per irregolarità ascrivibili agli uffici giudiziari quali le omesse notifiche ad imputati e parti lese alle quali di aggiungono per l’8,1% le omesse notifiche da parte dell’Ufficio del Pubblico Ministero che son cosa diversa dalla notifica errata.

    Un ulteriore 2,4% delle udienze viene rinviato per problemi logistici: carenza di aule, mancanza di trascrittori, carico eccessivo del ruolo, mancata traduzione di detenuti dal carcere al Tribunale.

    Non trascurabile nemmeno il dato relativo agli esiti dei processi: il 26,5% si conclude con  la declaratoria di estinzione del reato (remissioni di querela, oblazioni, ammissioni alla messa alla prova, morte del reo), il 25,8% per assoluzioni davanti al Tribunale Collegiale, il 28,9% davanti al Giudice Monocratico, un ulteriore 4% per “particolare tenuità del fatto” nonostante il doppio filtro che dovrebbe essere garantito in fase di indagini agli episodi bagatellari. Tutti, ma propri tutti, “colpevoli che l’hanno fatta franca” secondo l’illuminato pensiero di Piercamillo Davigo la cui serenità nel giudizio è rispecchiata da queste sue parole.

    La prescrizione riguarda invece il 10% dei casi ed è corretto ricordare che il 70% circa delle prescrizioni matura con il fascicolo ancora tra le mani del P.M., quindi in una fase che non sarebbe comunque toccata dalla irragionevole modifica della normativa che dovrebbe entrare in vigore da gennaio 2020.

    Il campione raccolto, come si è visto è adeguato e valorizzabile ad una rilevazione statistica che ha interessato non tutti i Tribunali ma solo le Sedi ritenute di maggiore importanza: gli esiti ci parlano di un sistema che – rispetto alla precedente raccolta di dati da parte di Eurispes, una decina di anni fa – non mostra segni di miglioramento nonostante i ripetuti interventi del legislatore, a riprova che il problema vero risiede nelle risorse umane ed economiche.

    E la Giustizia? Aspettatela come Godot insieme a Bonafede il cui cognome esprime una speranza ma non la capacità di trovare rimedi. Restate in attesa: prima o poi arriva. Ma non sempre, sia chiaro.

  • Nove leader indipendentisti della Catalogna condannati dalla Corte suprema spagnola

    La Corte Suprema spagnola ha condannato nove leader indipendentisti catalani accusati di sedizione a una pena compresa tra 9 e 13 anni di carcere. L’ex vicepresidente della Generalitat, Oriol Junqueras, ha ricevuto la pena più alta, 13 anni, per sedizione e malversazione.

    La sentenza pone fine a due anni di un processo iniziato il 16 ottobre 2017 con l’arresto preventivo dei leader dell’Assemblea nazionale catalana (ANC) e Òmnium Cultura, Jordi Sànchez e Jordi Cuixart. Due settimane dopo, l’ufficio del procuratore generale presentò una denuncia contro l’intero governo di Carles Puigdemont e i membri dell’Ufficio di presidenza del Parlamento che avevano autorizzato il voto per la dichiarazione unilaterale di indipendenza il 27 ottobre. L’allora presidente e cinque consiglieri fuggirono dalla Spagna, mentre le autorità spagnole arrestarono Junqueras e altri sei membri del governo.

    La Corte Suprema si occupa del caso dei 12 leader indipendentisti a processo, nove dei quali in detenzione preventiva, dallo scorso mese di febbraio. Oltre a Junqueras, Sànchez e Cuixart, si tratta degli ex consiglieri Dolors Bassa, Joaquim Forn, Raül Romeva, Jordi Turull e Josep Rull, e dell’ex presidente del Parlamento Carme Forcadell.Ogni giorno sono stati trasferiti alla Corte Suprema dalle carceri di Soto del Real (gli uomini) e Alcalß Meco (le donne) e sono tornati nelle loro celle a fine giornata. La Corte ha respinto tutte le richieste di messa in libertà avanzate dai legali della difesa prima e durante il processo, ma anche quelle presentate alla fine del processo, in attesa della sentenza.

    Il processo è durato 52 sessioni mattutine e pomeridiane, si è protratto per quattro mesi ed è stato completamente trasmesso online attraverso il sito web del Consiglio Generale della Magistratura (CGPJ). Lo streaming del sito web del Consiglio ha registrato oltre un milione di accessi.

    La sessione più seguita, secondo El Pais, è stata quella che ha visto protagonista l’ex capo del Mossos, Josep Lluís Trapero, che dovrà rispondere all’accusa di ribellione, nel prossimo mese di gennaio, davanti l’Audiencia National.

    Le difese degli imputati hanno già annunciato che faranno ricorso contro la sentenza della Corte, percorrendo le uniche due strade possibili: l’appello alla Corte costituzionale per violazione dei diritti fondamentali e la richiesta di intervento della Corte europea dei diritti Umani, con sede a Strasburgo.

  • In attesa di Giustizia: fake news

    Da diversi giorni infuria la polemica  sulla decisione della CEDU relativa al c.d. ergastolo ostativo (quello che, per intenderci, preclude qualsiasi beneficio ai condannati) che, secondo i giuristi del Fatto Quotidiano avrebbe addirittura ucciso di nuovo Falcone e Borsellino. Linea editoriale e di pensiero cui si è adeguata la maggior parte degli organi di informazione ingenerando subliminalmente  il timore nell’opinione pubblica che, a stretto giro, feroci criminali mafiosi torneranno – come recita il codice penale – a “scorrere in armi le campagne”.

    Non Il Patto Sociale: in questa rubrica cerchiamo solitamente di offrire ai lettori dei dati e strumenti di conoscenza perché talune notizie possano essere da loro stessi comprese e valutate evitando, finché è possibile, di esprimere punti di vista soggettivi.

    Annotare un certo modo di fare giornalismo, diffondendo notizie false oppure approssimativamente illustrate, fa insorgere un primo dilemma: si tratta solo di impreparazione generalizzata di coloro i quali  – pure – sono addetti al settore della cronaca giudiziaria oppure la scelta di allarmare ed indignare gratuitamente è funzionale ad intercettare il populismo giustizialista imperante?

    Necessità di garantire la vendita di un numero elevato di copie al pubblico manettaro o servile complicità con i nuovi padroni della politica? Quale che sia la risposta ai quesiti che ci siamo posti si ricava come unica certezza che la disinformazione sui temi della giustizia penale è ormai una regola e che l’indipendenza dei media da fattori economici o politici è una chimera.

    Proviamo, allora, a fare chiarezza sul tenore della recente decisione della Corte Europea sull’ergastolo ostativo: quest’ultima ha unicamente affermato il contrasto ai principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dell’automatismo normativo che sottragga ad un Giudice la possibilità di verificare se anche per un ergastolano sia praticabile l’avvio di un percorso di recupero, magari dopo decenni di reclusione.

    Nessun rischio per la collettività, dunque, per le paventate, imminenti e terrifiche liberazioni di killer e capi cosca. Si tratta solamente solo della restituzione di un vaglio complesso, difficilissimo, non scontato e tormentato per chi lo deve assumere, alla sua sede naturale: la giurisdizione, come dimostra paradigmaticamente un caso al quale, peraltro, si è dato ampio risalto.

    Gli organi di informazione sembra però che non se ne siano avveduti, ma proprio negli stessi giorni la Corte di Cassazione si è pronunciata sui benefici richiesti dal pentito di mafia Giovanni Brusca, co-autore tra l’altro – lui sì – della strage di Capaci. Lo status di collaboratore di giustizia è l’unica eccezione oggi normativamente consentita all’ergastolo ostativo: Brusca ha, dunque, diritto a chiedere dei benefici penitenziari, ma non la certezza di ottenerli. Decide un Giudice, e il Giudice, in quel caso, ha detto: no, ancora non ci siamo.

    È esattamente quello che in seguito alla sentenza della CEDU accadrà ora per tutti i condannati ad ergastolo ostativo con un iter di valutazione che si può immaginare sarà ancora più rigoroso di quello riservato ai collaboratori di giustizia.

    Nessuno tornerà impunemente in libertà a dispetto delle ennesime fake news e di una stampa che non si è neppure accorta o voluta accorgere che il caso Brusca era la chiave di interpretazione per fugare timori e indignazioni dei cittadini.

    La realtà rimane così estranea al dibattito sulla giustizia penale. La verità su questi temi, lo abbiamo scritto molte volte, non fa audience, non produce like, non diffonde indignazione e paura, tramite i quali conseguire consenso politico. E allora, vai con il titolo sul nuovo omicidio di Falcone e Borsellino! Sdegno, urla e grida e alti lai disperati mentre il Ministro interviene promettendo rimedi  immediati e giustizia e i cittadini si sentono prossimi alla salvezza.

    Ciak, buona la prima.

  • In attesa di Giustizia: si salvi chi può

    Dopo la delibera di astensione dalle udienze di cui abbiamo trattato la settimana scorsa, si alimenta a livello politico il dibattito sulla prescrizione; alle voci dissonanti si unisce anche quella di Matteo Renzi non senza creare immaginabili fibrillazioni in una maggioranza di Governo che non sembra essere molto più coesa rispetto a quella gialloverde ma tenterà di sopravvivere. Naturalmente in questa perenne ricerca di una mediazione tra opposti orientamenti, a farne le spese sono i cittadini destinatari di leggi confuse, frutto di compromessi sensibili al mantenimento di equilibri politici ma sfuggenti all’esigenza di fornire una legislazione intellegibile.

    Italia Viva, afferma il leader della neonata compagine (di centroqualcosa – non si sa bene cosa), è pronta a chiedere di rivedere la norma, fermamente contestata,  al momento di discutere l’intero pacchetto giustizia (ma quale?) offrendo suggerimenti in Aula; il tutto, con magistrale cerchiobottismo, non senza elogiare l’operato del Guardasigilli in una perenne rincorsa al sorpasso sul PD.

    Anche Maria Elena Boschi, che nella sua vita precedente ha fatto l’avvocato, in un’intervista ha alluso alla necessità di trovare una soluzione; secondo una fonte attendibile di area renziana la proposta sarà nel senso di ripristinare il normale decorso della prescrizione in favore degli imputati assolti nei confronti della cui sentenza di proscioglimento il Pubblico Ministero abbia proposto appello.

    Secondo la medesima fonte, con valutazione purtroppo condivisibile, il congelamento della prescrizione condurrà, nel giro di alcuni anni, ad un accumulo insostenibile dell’arretrato nella trattazione dei processi soprattutto nelle Corti d’Appello venendo meno il solo elemento che, pur impropriamente, evita il collasso e cioè a dire la selezione che la magistratura fa tra i diversi fascicoli: quelli che hanno qualche probabilità di arrivare a una decisione definitiva e quelli che ne sono privi; un male necessario questa specie di “filtro” in un sistema afflitto da fisiologica inefficienza.

    Non sembra, tuttavia, agevole pronosticare una disponibilità anche da una parziale marcia indietro da parte dei pentastellati che, nel loro furore manettaro, sono di stretta osservanza davighiana: non esistono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca.

    Fatto sta che il blocco della prescrizione è, sfortunatamente, già legge sebbene con entrata in vigore al 1° Gennaio 2020, frutto avvelenato anche in questo caso di una difficile intesa mediata con la Lega per l’approvazione della disciplina c.d. “spazzacorrotti” e fondata sulla previsione che nel frattempo sarebbe stata varata una riforma epocale della giustizia, di altissimo livello tecnico come solo gli operosi giureconsulti di quella evaporata maggioranza avrebbero potuto assicurare al Paese ed alla posterità plaudente.

    Prima le donne ed i bambini, pardon, prima gli assolti e…si salvi chi può! Probabilmente questa timida manifestazione di garantismo non si salverà nemmeno loro che finiranno con l’annegare tre le beghe di maggioranza, cripto opposizione interna e, come di consueto, mancanza di visione prospettica sulla ricaduta di riforme arraffazzonate e sciatte.

    Tanto, anche degli innocenti non interessa a nessuno: ci provò anni addietro l’On. Pecorella con una modifica della procedura penale che da un lato introduceva nel codice il principio del ragionevole dubbio già, in termini diversi, costituzionalizzato ed a fondamento delle decisioni assolutorie e dall’altro il divieto per il P.M. di impugnare le sentenze liberatorie sul ragionamento di fondo che proprio un’assoluzione in primo grado ed una eventuale condanna in appello, nella loro antiteticità esprimo il grado massimo di dubbio.

    Ma anche quella norma di civiltà durò poco, cadde proprio sotto il maglio della Corte Costituzionale.

    La sensazione è, dunque, che una norma sulla prescrizione contraria al buon senso, alla nostra tradizione giuridica ed incompatibile con i malfunzionamenti del settore delle giustizia, entrerà in vigore anche se non è da escludere che una futura e diversa maggioranza possa intervenire abrogandola in un’altalenante funzione normativa  destinata a soddisfare di volta in volta le aspettative del proprio elettorato e non dei cittadini, di tutti i cittadini.

     

  • Nove assoluzioni e quattro condanne per il crac di Banca Etruria

    Nove assoluzioni con formula piena e quattro condanne a dieci mesi di reclusione con la non menzione: è il verdetto di primo grado del tribunale di Arezzo, presieduto dal giudice Angela Avila, in composizione monocratica, per il processo, nell’ambito dell’inchiesta sul crac di Banca Etruria, che riguarda il filone della truffa. Imputati erano ex dirigenti e funzionari dell’istituto di credito aretino, accusati di aver truffato i risparmiatori non informandoli sui rischi delle obbligazioni subordinate emesse da Bpel in due tornate, nel luglio e nell’autunno del 2013, e poi azzerate dal decreto Salva banche.

    Assolti perché il fatto non sussiste e non è stato commesso alcun reato gli imputati principali: gli ex dirigenti Luca Scassellati, Federico Baiocchi Silvestri, Samuele Fedeli e Luigi Fantacchiotti, che dovevano rispondere di istigazione alla truffa, per i quali il pubblico ministero Julia Maggiore aveva chiesto condanne tra 3 anni e 2 anni e mezzo perché, secondo l’accusa, avrebbero pressato i direttori delle filiali a vendere le obbligazioni subordinate a un pubblico indistinto. Degli altri nove imputati, direttori di filiali e impiegati che materialmente vendettero i titoli ai risparmiatori, accusati di truffa aggravata e per i quali era stata chiesta la condanna a un anno e mezzo di reclusione dalla Procura diretta dal procuratore capo Roberto Rossi, cinque dipendenti della banca sono stati assolti con la stessa formula dei quattro dirigenti, mentre quattro funzionari sono stati condannati a dieci mesi con la non menzione.

  • Sciopero degli avvocati penalisti contro l’abolizione della prescrizione

    L’Unione delle Camere penali ha proclamato 5 giorni di sciopero, dal 21 al 25 ottobre, contro lo stop della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, che entrerà in vigore il primo gennaio 2020. «Il Ministro della Giustizia ha pubblicamente dichiarato che nessun intervento è previsto su quella norma, mentre il Partito Democratico, ha formulato, sul punto, riserve assai blande», protestano i penalisti, che parlano di principio «aberrante» e avvertono che così «il cittadino resterà in balia della giustizia penale per un tempo indefinito».

    I penalisti giudicano «manifestamente inverosimile il proposito, pure sorprendentemente avanzato dal Ministro, di un intervento di riforma dei tempi del processo penale prima della entrata in vigore della riforma della prescrizione, cioè entro il 31 dicembre 2019». Per questo ritengono che il cittadino resterà in balia della giustizia penale «fino a quando lo Stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda», come denunciato dall’«intera comunità dei giuristi italiani». E, aggiungono, «è chiaro a tutti gli addetti ai lavori, anche alla magistratura, che l’entrata a regime di un simile, aberrante principio determinerebbe un disastroso allungamento dei tempi dei processi, giacché verrebbe a mancare la sola ragione che oggi ne sollecita la celebrazione».

    I penalisti protesteranno di fatto per una intera settimana, non solo disertando le udienze, ma anche astenendosi «da ogni attività giudiziaria».

  • In attesa di Giustizia: niente di nuovo dal fronte occidentale

    La rubrica non si è trasformata: non è diventata uno spazio dedicato alla recensione letteraria ma come il protagonista del romanzo di Remarque e i suoi camerati si accorgono di quanto la guerra sia inutile senza ottenere risposte precise alla domanda su chi vi avesse dato inizio e per quale motivo, anche noi ci poniamo e – in questo caso – ci poniamo nuovamente la domanda sul perché certe disfunzioni del sistema si ripetano inesorabilmente e del perché non vi sia un criterio per porvi rimedio.

    Parliamo, oggi, di una argomento già affrontato tempo addietro: l’abuso della carcerazione preventiva e, in particolare, dei casi nei quali ad una privazione della libertà non di rado prolungata segue l’assoluzione dell’imputato: sono moltissimi e con un trend che non conosce miglioramenti.

    I numeri sono impressionanti, soprattutto se proposti utilizzando una media: ogni  otto ore un innocente viene arrestato, lo Stato dal 1991 ad oggi ha speso 56 euro al minuto per indennizzi seguenti ad ingiuste detenzioni, complessivamente circa 800 milioni; sul podio, se così si può definire, delle Sedi Giudiziarie ove si è verificato il maggior numero di questi casi nel 2018 si collocano Catanzaro, Napoli e Roma.

    Tra l’altro i dati impiegati in questo articolo, diffusi dal Ministero della Giustizia, sono parziali perché non tutte le sedi hanno trasmesso i loro e ne mancano un buon 20% e purtuttavia il totale ascende a circa mille istanze di riparazione per ingiusta detenzione presentate appunto nel 2018 delle quali 630 sono state accolte e si tenga conto che buona parte dei dinieghi si fonda sul presupposto che l’indagato, al momento dell’arresto, si sia avvalso della facoltà di non rispondere: cioè a dire, l’esercizio del diritto al silenzio, costituzionalmente assistito, determina un pregiudizio proprio a chi sia stato giudicato non colpevole.

    Paradossi della nostra Giustizia o una forma di sostegno indiretto alle esangui casse dello Stato cui, sempre avendo a misura l’anno precedente, queste forme di indennizzo sono costate 23 milioni?

    O, forse, può pensarsi che essendo la decisione affidata alle Corti di Appello del luogo ove si è celebrato il processo ad un innocente queste ultime abbiano la tendenza a non smentire più di tanto l’operato di taluni colleghi sostenendo che la detenzione sì vi è stata, ma anche se seguita da sentenza assolutoria non era ingiusta?

    Epigoni del Davigo pensiero, quello secondo il quale in realtà non vi sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca?

    Chi può dirlo: certamente il fenomeno, imbarazzante nella sua dimensione e tendenziale uniformità nell’arco di decenni, merita che se ne parli e che vi si ponga rimedio; e qui viene il difficile perché una malcelata tendenza manettara si è largamente diffusa tra Pubblici Ministeri e Giudici da Mani Pulite in poi, il cittadino medio è forcaiolo, il Governo e il Parlamento sono a trazione giacobina.

    I cittadini, che sono coloro che poi votano però possono essere sensibilizzati, devono poter conoscere una realtà che dati i numeri non può considerarsi fisiologica e a questo fine l’Unione delle Camere Penali ha istituito un osservatorio sull’errore giudiziario con il progetto di creare una banca dati e di fare informazione con convegni itineranti aperti al pubblico.

    Servirà? Noi ricominciamo da qui raccontandovi di una Giustizia che a volte, proprio per gli innocenti non arriva fino in fondo riconoscendo il loro diritto ad una riparazione, ricordandovi che su quel fronte continua a non esservi nulla di nuovo.

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