proteste

  • Proteste come unica speranza

    Negli stati democratici, gli unici fondati sulla giustizia,
    capita qualche volta che la frazione usurpa.
    Allora il tutto si leva e la rivendicazione necessaria del suo
    diritto può arrivare fino alla presa delle armi.

    Victor Hugo; “I miserabili”   

    “Di che cosa si compone una sommossa? Di niente e di tutto. Di un’elettricità rilasciata a poco a poco, di una fiamma improvvisamente scaturita, di una forza errante, di un soffio che passa. Quel soffio incontra delle teste che pensano, dei cervelli che sognano, delle anime che soffrono, delle passioni che bruciano, delle miserie che urlano, e le porta via”. Così scriveva Victor Hugo all’inizio del decimo libro del suo famoso romanzo “I miserabili”. Era il tempo dei cambiamenti storici. Era il tempo delle rivolte e delle ribellioni contro la tirannia e le ingiustizie per la libertà e i diritti. Era il 5 giugno del 1832. Alcune settimane prima trentanove deputati dell’opposizione, avevano reso pubblico un “Compte rendu”. In quel “Rendiconto” venivano elencate tutte le promesse che il governo non aveva mantenuto. Proprio quel governo, costituito un anno fa, che aveva continuamente violato le libertà civili e i diritti dei cittadini. Violazioni che avevano ripetutamente provocato agitazioni e disordini a Parigi e in altre parti della Francia. Era un documento che formulava forti accuse contro la monarchia di luglio, costituita dopo le “Trois Glorieuses, cioè le “tre giornate gloriose” del luglio 1830. Il “Rendiconto” era un documento in cui si incitava senza mezzi termini di rovesciare il regime restaurato da Luigi Filippo, il monarca, e costituire la Repubblica. In quel “Rendiconto” gli autori, tra l’altro, scrivevano: “Uniti nella dedizione a questa grande e nobile causa per la quale la Francia combatte da quaranta anni, […] noi le abbiamo consacrato la nostra vita e abbiamo fede nella sua vittoria”.

    Senz’altro gli abitanti di Parigi avevano tutte le sacrosante ragioni per ribellarsi contro le ingiustizie e contro il regime di Luigi Filippo nel giugno 1832, così maestosamente descritto da Victor Hugo. Senz’altro tutti gli insorti del 5 giugno erano quei “tutti” che combattevano contro quella “frazione” che aveva usurpato il potere. Senz’ombra di dubbio, in quel 5 giugno 1832, tutti coloro che si sono ribellati e insorti, erano i giovani studenti e gli operai, “senza cravatte, senza cappelli, senza fiato, bagnati dalla pioggia”, ma con “il lampo negli occhi”. Con loro erano anche l’ottantenne Mabeuf e quel monello di Gavroche, tutti e due simboli della barricata della rue de la Chanvrerie. Gli insorti avevano tutte le sacrosante ragioni per ribellarsi contro la tirannia. Perché, come scriveva Hugo, “l’insurrezione guarda in avanti”. Perché ”…c’è della corruzione [anche] sotto i tiranni illustri, ma la peste morale è ancora più orrenda sotto i tiranni infami”. Guai e alla faccia dei tiranni infami, perché, “…l’onestà di un cuore grande, condensata con la giustizia e la verità, fulmina!”. Così ammoniva Victor Hugo dalle pagine de “I miserabili”, raccontando quanto accadeva a Parigi nel lontano giugno 1832. Ma anche perché “Ribellarsi contro i tiranni significa obbedire a Dio”. Una frase, concentrato di secolare saggezza umana, maestosamente espressa da Benjamin Franklin. Una frase che chi scrive queste righe non smetterà mai di ripeterla. A se stesso e agli altri.

    In Albania, circa due secoli dopo, ci sono realmente, evidenze e fatti alla mano, tante palesi e pesanti violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini da parte del governo, tanta corruzione, tanti abusi del potere, che giustificano forti ribellioni dei cittadini consapevoli e responsabili. Considerando la grave crisi che incombe dallo scorso febbraio, l’unica cosa da auspicare ormai è che non ci siano anche delle vittime, martiri della libertà, come il 5 giugno 1832 a Parigi. Perché di libertà si tratta. Libertà da una nuova dittatura restaurata, nonostante i vari e diabolici tentativi di camuffarla e di camuffarsi. Ma sempre dittatura è, altrettanto pericolosa e sanguinaria come tutte le dittature.

    In Albania bisogna reagire con forza e determinazione contro questa restaurata dittatura. Una nuova dittatura, simile a quella del secolo scorso, gestita ormai dai diretti discendenti biologici degli stessi dirigenti comunisti di allora. Una minacciosa dittatura, paragonabile, sotto molti aspetti, alle tirannie dei secoli passati in altri paesi, Francia compresa. Questa attuale in Albania è una diabolica dittatura del ventunesimo secolo in Europa, gestita dall’ormai evidenziata e allarmante connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata. E come la storia sempre insegna, arrivano dei giorni per tutti i popoli, nonostante quando e come, durante il quali diventano necessarie, se non indispensabili, scelte responsabili e azioni drastiche e determinate contro le dittature e le tirannie.

    Adesso gli albanesi stanno vivendo quei giorni. Perché attualmente “l’Albania è l’esempio principale di un paese caotico, nelle mani dei gangster”. Cosi si scriveva la settimana scorsa in un articolo del quotidiano tedesco Bild, il quale risulterebbe essere anche il più venduto quotidiano in Europa. L’autore dell’articolo, un noto giornalista, il quale è stato recentemente in Albania, ha avuto modo di conoscere la vera realtà. Lui, tra l’altro, ha messo in evidenza alcune verità, delle quali si sapeva poco o niente in Europa e nel mondo. “Adesso sta diventando chiaro per l’altra parte del continente che c’è qualcosa di seriamente sbagliato nel paese che era totalmente isolato sotto il comunismo dell’epoca della pietra”. Così si scriveva nell’articolo pubblicato la scorsa settimana dal quotidiano tedesco Bild. L’autore attirava l’attenzione pubblica e istituzionale su un altro fatto, direttamente legato con i negoziati dell’adesione dell’Albania all’Unione europea. Riferendosi alle raccomandazioni positive della Commissione europea per l’Albania, di cominciare i negoziati, il giornalista scriveva che quei negoziati saranno proprio “…per ironia con l’Albania! Ironicamente con uno Stato mafioso!”. Un altro serio grattacapo per il primo ministro albanese che, grazie ad una potente e ben finanziata propaganda, sia in Albania che all’estero, era riuscito fino ad alcune settimane fa a nascondere la vera, vissuta e allarmante realtà albanese. Chi scrive queste righe da tempo sta contestando e condannando le dichiarazioni irresponsabili di alcuni tra i massimi rappresentanti della Commissione europea sulla realtà [immaginaria] in Albania. Dichiarazioni che sembrano come fossero state scritte dalla mano del primo ministro albanese.

    Chi scrive queste righe è convinto che, ad oggi, almeno un risultato positivo è stato raggiunto dalla rassegnazione dei mandati parlamentari e dalle proteste in corso in Albania. Gli albanesi hanno finalmente capito la falsità e alcune volte anche la malignità, con tutte le reali e negative conseguenze, delle dichiarazioni e dell’operato di alcuni “rappresentanti internazionali”. Chi scrive queste righe è altresì convinto che bisogna ribellarsi contro il male che danneggia e uccide ogni giorno che passa, contro l’arroganza del potere che deride, conto la corruzione che abusa, le ingiustizie che annientano le speranze e contro tanto altro ancora. Bisogna ribellarsi e dare un fortissimo pugno in faccia a coloro che hanno causato una simile e inaccettabile situazione. In nome della vita, della libertà e dei diritti. Come in altri paesi evoluti, Francia compresa.

  • Gas a volontà

    Ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia,
    ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare.

    Elie Wiesel 

    Era convinto della necessità di protestare Elie Wiesel. Uno dei sopravvissuti all’Olocausto, noto giornalista, scrittore e Premio Nobel per la Pace nel 1986, non ha smesso mai di lottare contro le ingiustizie. E lo ha dimostrato durante tutta la sua vita. A sedici anni ha subito le atrocità e le ineffabili sofferenze nei famigerati campi di concentramento di Auschwitz e di Buchenwald. Campi dove le camere a gas, quelle diaboliche invenzioni del genere umano, “alleviavano” e attutivano per sempre le sofferenze. In quei campi, come anche in tanti altri dove milioni di esseri umani, spersonalizzati e annientati fino all’inverosimile, numeri senza nome, hanno perso tutto, vita compresa. Una sofferta esperienza di vita che ha fatto di Elie Wiesel un convinto e determinato combattente contro l’oppressione delle persone e le negazioni dei loro fondamentali diritti di vita, nonostante razza, religione e appartenenza. Protestando sempre con le sue “parole incandescenti”, Elie Wiesel era un convinto sostenitore delle proteste contro ogni ingiustizia e contro ogni violazione dei diritti fondamentali dell’umanità.

    Sono tante le ragioni per cui si dovrebbe protestare attualmente in diversi paesi del mondo. Paesi dove vengono sistematicamente e consapevolmente violati i diritti dei cittadini. Paesi in alcuni dei quali i regimi totalitari al potere permettono ai propri cittadini soltanto quel minimo indispensabile che non crea loro problemi. Paesi dove la povertà diffusa per la maggior parte della popolazione e la sfondata ricchezza per pochissime persone sono una evidente realtà. Ma anche paesi nei quali una simile situazione non può durare a lungo. In alcuni si sta protestando da tempo, come in Venezuela. In altri da alcuni mesi. Come nei Balcani e in Albania.

    Sabato scorso, 11 maggio, a Tirana di nuovo i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il malgoverno, chiedendo con forza le dimissioni del primo ministro. I cittadini protestano dal 16 febbraio scorso contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, gli abusi, la corruzione diffusa, l’arroganza governativa e tanto altro. Ma soprattutto i cittadini protestano e devono protestare determinati contro il ritorno di un nuovo regime dittatoriale, nonostante gli enormi sforzi propagandistici di mascherarlo con una parvenza di pluralismo fasullo e di facciata.

    La crisi politica e istituzionale in Albania si sta aggravando ogni giorno che passa. L’opposizione chiede le dimissioni del primo ministro, la costituzione di un governo transitorio per portare il paese a nuove elezioni libere e oneste, elezioni non più controllate e/o condizionate dal governo e dalla criminalità organizzata, come è successo in questi ultimi anni, prove alla mano. Né più e né meno di quello che stanno chiedendo anche i manifestanti in Venezuela. Tutto questo mentre il primo ministro controlla, oltre al potere esecutivo e legislativo, anche il potere giuridico. Soprattutto da quando, da più di un anno a questa parte, non funzionano più sia la Corte Costituzionale che la Corte Suprema. Le proteste in Albania, compresa quella dell’11 maggio scorso, sono state trasmesse in diretta televisiva e/o durante i notiziari, anche da molti noti media internazionali. Finalmente l’opinione pubblica, fuori dall’Albania, sta conoscendo la vera realtà del paese. Una realtà che fino a pochi mesi fa era completamente sconosciuta. Tutto dovuto, per varie ragioni, ad un “disinteressamento” mediatico internazionale.

    Nonostante l’attuale e grave realtà politica e sociale in Albania, il primo ministro continua ad ostinarsi a non fare un passo indietro. In una simile situazione l’opposizione, con la massima responsabilità istituzionale e morale, dovrebbe riadattare la sua strategia. Prima di tutto mai più promesse non mantenute, come è successo spesso in questi ultimi anni. Con tutte le inevitabili e dannose conseguenze per il paese. Soprattutto con la perdita della fiducia e della speranza. Perciò diventa indispensabile un cambiamento radicale della strategia. Adesso la situazione è tale che o l’opposizione diventa realmente credibile, oppure non ci sarà più una vera e reale opposizione in Albania. Ci sarà semplicemente un’opposizione di facciata. Il primo ministro ha già pensato e si è personalmente investito a costituire proprio quella che lui stesso ha chiamato la “nuova opposizione” composta da esseri che vendono l’anima per poco, da buffoni e da cretine, che non sono in grado di leggere senza sbagliare neanche un testo scritto da altri. Alcune settimane fa a questa combriccola è stato unito anche un “nuovo partito” registrato, in palese violazione della legge, dal sistema “riformato” della giustizia, nonostante tante denunce di firme falsificate, ma delle quali il tribunale ha fatto finta di niente!

    La protesta dell’11 maggio scorso, più delle altre precedenti, verrà ricordata soprattutto per l’uso sproporzionato e ingiustificato del gas, in palese violazione della legge e delle regole in vigore. Da sottolineare che non si sa neanche che tipo di gas sia stato usato. Di certo non è stato un gas lacrimogeno. Secondo gli specialisti si tratterebbe di gas nocivo con conseguenze per la salute. L’odore e l’effetto del gas usato è stato avvertito anche a più di un chilometro di distanza e ha creato seri disturbi respiratori e altri ancora, anche a migliaia di cittadini che abitavano nei paraggi e che stavano nelle loro case. Gas che, oltre ai manifestanti, ha impedito ai tanti giornalisti e cronisti di continuare a rapportare quanto stava accadendo. Forse al primo ministro interessava molto che le immagini in diretta, offuscate da tanto, tantissimo gas, fossero “perse”. Perché così non poteva rimanere traccia della palese violazione delle norme, della crudeltà nelle operazioni della polizia di Stato e delle forze speciali, numerose e armate fino ai denti, come se stessero affrontando un esercito di terroristi ben addestrati! Gas a volontà!

    Lo schieramento, di fronte ai manifestanti, di ingenti forze speciali, di mezzi blindati e macchine che lanciavano acqua a pressione è stato un’altra cosa che si ricorderà della protesta dell’11 maggio scorso a Tirana. Come se fosse stato dichiarato lo stato d’assedio. Immagini che ricordavano altre e altrettante sgradevoli immagini da altri paesi, Venezuela compreso. Per fortuna lo hanno trasmesso in diretta televisiva sia i media che le reti sociali. E la propaganda del primo ministro non può più nascondere la testa come lo struzzo. Nonostante i “generosi sforzi” da parte di alcuni soliti irresponsabili rappresentanti internazionali i quali, come sempre, non hanno visto e sentito niente. Neanche l’uso criminale del gas. Ma che hanno condannato la “violenza” usata dai manifestanti!

    Chi scrive queste righe avrebbe tante altre cose da scrivere, come diretta riflessione di quanto è accaduto l’11 maggio scorso a Tirana. Tra le tante cose però, l’uso del gas contro i cittadini gli ha fatto venire in mente le camera a gas dei campi di concentramento nazisti. Condividendo anche quanto scriveva Elie Wiesel sul dovere civile di protestare dei cittadini responsabili. E cioè che “ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia, ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare”.

  • Algeria’s moment of truth

    To understand what is behind the mass protests in Algeria, it helps to remember that the country’s outgoing president, Abdelaziz Bouteflika, held that office for two decades, and served as foreign minister as far back as 1963, the year John F. Kennedy was assassinated. The current Army chief of staff is nearly 80, and the current acting president is 77. It is a geriatric regime, presiding over one of the world’s youngest populations.

    Algeria has not fared well under gerontocracy. In Freedom House’s latest report, it is categorized as “Not Free,” whereas neighbouring Morocco, Mali, and Niger are all “Partly Free,” and Tunisia is now considered “Free.” The Algerian regime’s mistake was to think that it could re-install Bouteflika, an invalid since suffering a stroke six years ago, for a fifth term without anyone noticing or caring.

    Driving today’s protests is a deep-seated sense of humiliation among Algerians. Since independence in 1962, its rulers have tended to regard the country’s people as their servants, rather than the other way around. But the regime’s disdain was especially obvious earlier this year when its leading figures publicly endorsed Bouteflika’s candidacy by bowing down to his picture because the man himself could neither appear on stage nor speak. This kind of sham may work in North Korea, but in Algeria, people have access to the Internet and international television channels; they can spot a farce when they see it.

    Beyond Algeria’s lack of pluralism and democracy is its disastrous economic performance. In the World Bank’s “Ease of Doing Business” index, it ranks 157th out of 190 countries, whereas neighbouring Morocco ranks 60th. The difference is almost entirely the result of Algeria’s archaic rentier-state development model. So obsessed is the government with maintaining an iron grip on the economy that Algeria remains one of the few countries not to have joined the World Trade Organization.

    As a result, Algeria has lived almost entirely off oil and gas revenues, which still account for 90% of its export earnings. Six decades after independence, the government has yet to make a serious attempt at diversifying the economy. Outside of the hydrocarbons sector, job creation has been an afterthought. Such is the nature of a rentier state, which must maintain a monopoly over the means of production and the creation of wealth in order to control the population.

    Until now, the regime has maintained social stability by distributing resources to the population and preventing the emergence of a strong private sector that could challenge it from within. Algeria’s lack of democracy and poor economic performance are thus symptoms of the same underlying malady.

    The regime’s attempt at economic liberalization in the 1990s turned out to be a false dawn, benefiting only a select few importers and contractors who rely on public tenders. These regime clients are now among the protesters’ primary targets. In addition to denying economic opportunities to everyone except the politically connected, the system has bred rampant corruption. On Transparency International’s corruption perceptions index, Algeria ranks 105th out of 180, putting it well behind Morocco and Tunisia, which are hardly paragons of good governance.

    If the Algerian regime can claim one success, it is in providing schooling to most of the population. And yet the quality of education is deplorable. In the Program for International Student Assessment (PISA) global rankings, the country is near the bottom in every category.

    Since independence, the Algerian regime has mixed traditional Arabic patrimonialism with Russian-style oligarchy, such that power rests with a presidential clan, the security services, and loyal clients who live off the rentier state. This arrangement was largely spared from the 2010-2011 Arab Spring, most likely because of the trauma of Algeria’s civil war, which claimed as many as 200,000 lives between 1991 and 2002, still weighed heavily in people’s minds. That remains true, and it may explain why the protests have been overwhelmingly peaceful.

    Though Bouteflika is gone, the regime remains in place, hiding behind a constitutional formalism that the protesters clearly do not consider legitimate. Algerians are demanding new political institutions and an orderly transition that prevents the old guard from taking advantage of the interregnum to reclaim power. But they are also being careful not to prevent a backlash from security forces. The pacifist nature of the movement is probably its strongest asset.

    Although the regime is planning to hold the previously scheduled presidential election on July 4, continued protests and threats to boycott the election – a considerable number of mayors have said that they will not open polling stations in their municipalities – could force the regime to accept that a political transition is the only viable option. In that case, the election would be cancelled, and a three- or four-member Presidential Council could be put in place to appoint a transitional government and take legal steps in order to organize the transition, with the Army serving as a guarantor. But the precondition is a postponement of the election and the military’s endorsement of this scenario.

    What is already clear is that a genuine transition cannot be rushed through in just a few months. After more than 60 years of rentier-state autocracy, it will take time for democratic forces to organize and coalesce around common objectives. The goal should be for capable elements of Algerian civil society to take over administration of the state, with the armed forces being neutral. Other than that, all options are on the table. The outgoing regime still warrants suspicion, but the Algerian street now offers ample cause for hope.

     

  • Il coraggio di ribellarsi

    Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità,
    bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e
    rassegnazione passiva. Bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.

    Rita Levi-Montalcini

    Sabato scorso, 13 aprile alle 18.00, come era stato annunciato, a Tirana è cominciata un’altra grande protesta organizzata dall’opposizione. Gli albanesi, ormai da alcuni anni, hanno tutte le sacrosante ragioni per scendere in piazza e per protestare. Hanno tutte le sacrosante ragioni per rifiutare con sdegno un governo corrotto che non li rappresenta e per chiedere con determinazione le dimissioni del primo ministro. Quella di sabato scorso era la nona protesta nell’arco di otto settimane e la terza a livello nazionale, dopo quelle massicce del 16 febbraio e del 16 marzo. I manifestanti numerosi, sfidando il cattivo tempo e la pioggia, hanno riempito il viale principale di Tirana e si sono fermati di fronte all’edificio del Consiglio dei Ministri. Sabato scorso la protesta è stata trasmessa in diretta anche da importanti media internazionali. Una novità questa che, di per se, rappresenta un successo ed un obiettivo raggiunto delle proteste in corso in Albania ormai da due mesi.

    Secondo i rappresentanti dell’opposizione quella di sabato scorso era “la più grande protesta mai organizzata” e una “protesta storica”. Erano in pochi, invece, per il primo ministro e la propaganda governativa. In realtà era una protesta con una considerevole partecipazione e questo fatto è stato evidenziato e testimoniato dai media, compresi quelli internazionali. I cittadini, numerosi, esercitando un loro fondamentale diritto, protestano contro il malgoverno. Come in qualsiasi altro paese democratico. E questo è importante. Perciò, meglio concentrare l’attenzione sulle ragioni che spingono i cittadini a scendere in piazza e su come risolvere finalmente i loro seri problemi. Poi ogni altra cosa a tempo debito. Ma per il momento questo sì che dovrebbe essere il vero obbligo istituzionale e morale dei dirigenti dell’opposizione. Ed essere, allo stesso tempo, molto attenti con le promesse fatte! Come insegna a tutti la saggezza secolare. E cioè si deve pensare bene prima di promettere, si deve promettere soltanto quello che si può fare e poi si deve fare di tutto per mantenere le promesse fatte! I dirigenti dell’opposizione si devono ricordare bene cosa è accaduto in questi due anni, come diretto risultato delle promesse fatte e poi non mantenute. Loro devono ricordare che si fa presto a perdere di nuovo la fiducia della gente, con tutte le inevitabili ripercussioni. Come dopo l’accordo, del tutto non trasparente del 18 maggio 2017, tra il capo dell’opposizione, quello attuale, e il primo ministro, anche lui quello attuale. La gente non dimentica facilmente!

    La protesta di sabato scorso a Tirana si ricorderà anche, e soprattutto, per l’uso ingiustificato e sproporzionato del gas, da parte della polizia di Stato contro i manifestanti. Lo hanno fatto anche durante altre proteste in questi due ultimi mesi. Secondo gli specialisti, si tratterebbe di un gas non lacrimogeno, che crea seri problemi per la respirazione e non solo, fino allo svenimento entro pochi minuti. Sabato scorso, l’uso del gas dalla polizia di Stato contro i manifestanti risulterebbe essere in palese violazione non solo dei protocolli e dei regolamenti interni, ma anche delle convenzioni internazionali. Sabato scorso, dall’uso ingiustificato e sproporzionato di quel gas, sono rimaste vittime e hanno sofferto per le conseguenze non solo i manifestanti, ma anche cittadini che abitavano e/o si trovavano nei paraggi. Compresi alcuni giornalisti e cronisti che facevano il loro dovere. Un fatto grave che, di per se, dovrebbe rappresentare un serio e valido argomento per riflettere e trarre le dovute conclusioni.

    Nel frattempo, il primo ministro albanese che si nasconde, non dice niente e non esprime solidarietà ai giornalisti e ai fotoreporter feriti, svenuti e sentitisi male durante la protesta per via dell’uso ingiustificato e sproporzionato del gas. Chissà perché! Non sono mancate però le “dichiarazioni confezionate” a proposito dalle solite mani e lette da due ministri del governo, all’indomani della protesta. Dichiarazioni prive di senso e d’intelligenza, che hanno parlato molto più e molto meglio che le parole lette con difficoltà dai due ministri.

    L’uso ingiustificato e sproporzionato del gas da parte della polizia di Stato, sabato scorso, dovrebbe far riflettere tutti. Lo devono fare finalmente e seriamente anche alcuni rappresentanti internazionali. Proprio loro che, come sempre, non vedono, non sentono e non capiscono niente. Proprio loro che parlano di “proteste violente”, mentre in simili casi, nei loro paesi di provenienza, sono accadute cose ben diverse e ben più “violente”. Proprio loro che non hanno visto e non hanno sentito, per anni, della coltivazione diffusa su tutto il territorio della cannabis e del suo traffico illecito. Come non hanno visto e sentito niente della corruzione capillare che sta divorando le istituzioni governative e statali. Proprio loro che non hanno visto e non hanno sentito niente degli abusi clamorosi con gli appalti pubblici e gli scandali milionari. Come non hanno visto e non hanno sentito niente anche di tante altre cose, ognuna delle quali, nei loro paesi di provenienza, sarebbe bastata per chiedere e/o dare le dimissioni ministri e primi ministri. Ma loro, guarda caso, non vedono e non sentono niente. Non lo hanno detto i rappresentanti internazionali! Ergo il fatto non sussiste e niente di tutto ciò accade in Albania! Un bel sostegno per il primo ministro albanese. Perché questa è una delle sue giustificazioni preferite e ripetute, ogni volta che viene preso “col sorcio in bocca”. Meglio di così, come hanno fatto e stanno facendo alcuni “rappresentanti internazionali” in Albania, non si può sostenere il male, nonché l’ideatore, l’attuatore e approfittatore di quel male!

    Grazie alle ultime proteste, finalmente è stata attirata l’attenzione dei media internazionali su quello che sta realmente accadendo in Albania. Cosa che non succedeva prima, dando perciò al primo ministro e alla propaganda governativa la possibilità di abusare e di deformare la realtà. Anche con lo scontato sostegno della maggior parte dei media locali sotto controllo. Allo stesso tempo, la mancanza continua e quasi totale dell’attenzione mediatica internazionale ha facilitato la “missione istituzionale” di certi rappresentanti internazionali. Proprio quelli che non hanno perso e continuano a non perdere occasione mediatica, reti sociali comprese, di applaudire il primo ministro e i “successi” del governo. Proprio quelli che in Albania dovevano e devono fare solo e soltanto ciò che prevede la Convenzione di Vienna e quanto è permesso e/o tollerato nei loro paesi di provenienza. Niente di più o di meno!

    Chi scrive queste righe crede fermamente che la situazione in cui si trovano da alcuni anni gli albanesi è veramente grave. Egli ritiene direttamente e istituzionalmente responsabile di tutto ciò il primo ministro. Considerando però la sua arroganza e la sua sordità, allora che ben vengano le proteste! E se necessario anche le ribellioni. Perché è l’unico modo per abbattere una dittatura che si sta costituendo, se non lo è già! Bisogna, perciò, coltivare il coraggio di ribellarsi. Perché, come diceva Benjamin Franklin, ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio. Chi scrive queste righe non smetterà mai di ripeterlo.

  • Stagione di proteste e farse internazionali

    Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

    Totò, da “I Tartassati”

    Tempo di proteste in alcuni paesi dei Balcani. I cittadini sono scesi nelle piazze in Serbia, in Montenegro e in Albania. Si protesta contro i politici autocrati e corrotti. Politici che con la loro arroganza stanno creando tanti seri problemi, mettendo a repentaglio le sorti delle fragili democrazie in quei paesi. E non a caso c’è un denominatore comune in tutte queste proteste: i cittadini delusi e arrabbiati protestano contro i politici corrotti e i sistemi totalitari che loro hanno costituito.

    Le proteste in Serbia sono cominciate dall’inizio dello scorso dicembre e da allora continuano senza sosta, ogni settimana con il motto “Uno in 5 milioni”. Numerosi e determinati i cittadini stanno protestando contro le massime autorità dello Stato. I contestatori riconoscendo in loro i diretti responsabili della preoccupante situazione creata, chiedono le loro dimissioni. Nonostante il presidente serbo abbia promesso il 26 marzo scorso nuove e anticipate elezioni politiche, le proteste continuano. Il 13 aprile prossimo dovrebbe scadere l’ultimatum posto dai contestatori al presidente, per adempiere le loro richieste. Rimane tutto da seguire.

    Anche in Montenegro si sta protestando da ormai otto settimane contro il malgoverno. Anche lì si chiedono le dimissioni del presidente, del primo ministro e di alcuni massimi dirigenti del sistema della giustizia. Tutto cominciò con la pubblicazione di un video nelle reti sociali che dimostrerebbe il coinvolgimento del presidente della Repubblica in uno scandalo corruttivo nel 2016. Accuse che il diretto interessato ha cercato di respingere durante un’intervista rilasciata ad una nota agenzia mediatica internazionale. Il presidente, negando le accuse, ha parlato di “fattori stranieri” e di “partiti pro russi” che fomentano le proteste. Frasi e insinuazioni che convincono poco, anzi! E sono, guarda caso, le stesse frasi e insinuazioni che sta usando anche il primo ministro albanese di fronte alle continue proteste che si stanno svolgendo in Albania.

    Le proteste in Albania sono diverse. Da più di un anno ormai continua la protesta per la difesa del Teatro Nazionale. Una protesta pacifica e ben motivata cominciata nel febbraio 2018 e che, dal 15 giugno 2018, si svolge ogni sera nella piazzola accanto al Teatro, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica non solo in Albania. Una protesta che ha fatto fronte, ad oggi, ai progetti corruttivi e speculativi del primo ministro e di alcuni suoi leccapiedi senza scrupoli (Patto Sociale n.316, 325 ecc.).

    Per più di un mese, dal 5 dicembre 2018, gli studenti di tutte le università in Albania sono scesi in piazza per protestare contro le proibitive tariffe e altre spese che devono affrontare. Spese che rappresentano un serio problema per tanti studenti e per le loro famiglie, tenendo presente la sempre più diffusa povertà a livello nazionale (Patto Sociale n.336). Messo alle strette e di fronte a serie e vistose difficoltà, il primo ministro ha fatto l’unica cosa che sa fare. E cioè ha promesso per guadagnare tempo, consapevole di non dover mantenere quelle promesse. E così è veramente accaduto. Ragion per cui, dalla scorsa settimana, gli studenti, delusi, hanno fatto pubblicamente sapere che si stanno organizzando e che scenderanno di nuovo nelle piazze, più determinati di prima.

    Da più di cinque mesi, ogni sera, stanno protestando anche gli abitanti di un quartiere a Tirana. Protestano contro un progetto di edilizia abusiva fortemente voluto dal primo ministro e dai suoi. Spesso la polizia arresta dei manifestanti, in palese violazione della legge, con un unico scopo: intimorirli e dissuaderli. Ma proprio grazie a questa protesta, però, è stato scoperto uno scandalo abusivo milionario, sul quale la procura, controllata dal primo ministro, ha steso un velo pietoso.

    Dal 16 febbraio scorso in Albania sono cominciate anche le proteste chiamate dall’opposizione. Un giorno dopo il capo dell’opposizione ha dichiarato la rassegnazione, da parte dei deputati, dei mandati da parlamentari. Una scelta politica estrema, condizionata dalla realtà. Una scelta che ha sorpreso non poco e ha preso tutti alla sprovvista, compreso il primo ministro. Perché quella di rassegnare i mandati era una proposta fatta già dal dicembre del 2017 dall’ex primo ministro e capo storico del partito democratico, il maggior partito dell’attuale opposizione. Ma che è stata sempre rimandata e spesso anche ignorata dall’opposizione, mentre le ragioni per cui si poteva pensare seriamente e agire di conseguenza, nel frattempo, non sono mancate. Attualmente le proteste continuano. Oltre a due massicce proteste del 16 febbraio e del 16 marzo, ci sono state anche altre di fronte al parlamento e in varie città (Patto Sociale n.344, 348 ecc.). La prossima protesta massiccia è stata annunciata per sabato prossimo, 13 aprile.

    Il primo ministro albanese si trova in grosse difficoltà e sta cercando una disperata soluzione per uscire da questa grave crisi istituzionale e personale. Dopo la rassegna dei mandati da parte dei deputati dell’opposizione, a fine febbraio scorso, il primo ministro e i suoi si sono attivati per sostituire l’opposizione in parlamento con una “nuova opposizione”. Una “strana opposizione” quest’ultima, composta da alcune “strane” persone registrate nelle ultime file delle liste depositate dai partiti dell’attuale opposizione durante le elezioni politiche del 2017. Questa iniziativa si sta dimostrando già come una grande buffonata. Parte di questa “nuova opposizione” sono anche due o tre deputati dell’opposizione istituzionale che non hanno rassegnato i mandati. Una di loro, guarda caso, proprio nel dicembre scorso, in pieno svolgimento della protesta degli studenti, aveva pubblicamente dichiarato che poteva lasciare il mandato. Mentre adesso, per una causa ben più importante politicamente, ha fatto il contrario. Questo per capire l’integrità morale e politica dei deputati della “nuova opposizione”.

    Subito dopo la protesta del 16 febbraio scorso, alcuni “rappresentanti internazionali” hanno accusato l’opposizione che, con la sua uscita dal parlamento, stava “ostacolando il percorso europeo dell’Albania” (Patto Sociale n.346 ecc.). Se almeno avessero prestato più attenzione a quello che dichiarava il primo ministro sarebbero stati più credibili. Sì, perché il primo ministro stava e sta cercando di convincere tutti che con la “nuova opposizione” si faranno le riforme e tutto il resto. Le cattive lingue dicono che la “nuova opposizione” è una sua creatura, tagliata a misura e profumatamente pagata, sia in denaro che in altri modi. Perché il primo ministro albanese può. Ed è con questa “opposizione” che il primo ministro continuerà a fare le riforme. Le sue riforme e come vuole lui, però!

    Chi scrive queste righe è convinto che la “nuova opposizione” sia semplicemente una grottesca e misera creatura del primo ministro. Un’opposizione alla quale, però, credono e la sostengono anche i “rappresentanti internazionali”. Ma siccome con la “nuova opposizione” tutto andrà per il meglio, processo europeo dell’Albania compreso, allora chi scrive queste righe non può non fare una semplice domanda. Qual è la vera verità, ci si dovrebbe preoccupare o no, tra l’altro, anche per il percorso europeo dell’Albania? La possono dire chiaramente e almeno per una sola volta i “rappresentanti internazionali”? Oppure, come diceva Totò, ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

  • Alcune doverose e inevitabili domande da fare

    La coscienza viene alla luce con la rivolta.

    Albert Camus

    Sabato scorso, 16 marzo, a Tirana si è svolta un’altra protesta contro il malgoverno. La quinta nell’arco di solo un mese e soltanto nella capitale dell’Albania. Era di nuovo una massiccia protesta, paragonabile, come numero di partecipanti, a quella svoltasi proprio un mese fa, il 16 febbraio. Mentre le ragioni e le motivazioni della popolazione, non solo della capitale, per protestare aumentano ogni giorno che passa. Così come aumenta anche l’irresponsabilità istituzionale del primo ministro albanese di fronte a una simile e allarmante situazione. Lui però continua a fare orecchie da mercante, sperando soltanto nel “generoso supporto dei rappresentanti internazionali” e nella polizia di Stato. Una polizia ormai pericolosamente politicizzata e al servizio del primo ministro. Il quale sta disperatamente sperando anche nella sua ben organizzata e potente propaganda, sostenuta dalla maggior parte dei media sotto controllo e da tanti analisti eunuchi che vendono l’anima al miglior offerente.

    L’ultima trovata del primo ministro, in vistosa crisi di nervi, la sua ennesima forzata messinscena sembra essere la costituzione di una “nuova opposizione”. L’ha così battezzata lui stesso, dopo che i deputati dell’opposizione, quella istituzionale, hanno ufficialmente rassegnato in blocco i loro mandati alcune settimane fa. Rassegnazione dei mandati, sulla quale il primo ministro ha scommesso contro e scherzato sopra, per poi perdere clamorosamente ed inaspettatamente la sua scommessa e ingoiare gli scherzi fatti. Adesso sta puntando tutto sulla sua “nuova opposizione”, rappresentata da certi personaggi al limite del grottesco e comunque senza nessun freno morale. Un ulteriore segno tangibile e significativo della profonda crisi istituzionale creatasi ormai in Albania. Intanto tutto il sistema è controllato personalmente da un primo ministro irresponsabile, mentre la Corte Costituzionale, l’ultimo e l’unico garante secondo la Costituzione albanese, da circa un anno non funziona più!

    Nel frattempo, da un mese, continuano in Albania le proteste dei cittadini disperati e irritati. Proteste che meritano la dovuta attenzione da parte di tutti. Anche perché stanno portando a galla fatti e realtà che il primo ministro e i suoi hanno cercato di tenere nascoste e fuori dall’attenzione pubblica. Adesso, di fronte a questi ultimi sviluppi legati alle proteste dei cittadini, si pongono naturali delle domande, alle quali ormai è obbligatorio dare delle risposte. Senza però mentire e tergiversare.

    Ormai ci si deve chiedere, senza mezzi termini, a chi serve realmente la polizia di Stato? Ed è ancora la polizia di Stato, oppure è diventata una polizia politicizzata? Perché durante le proteste massicce delle ultime settimane in Albania, il comportamento di alcuni segmenti della polizia è stato tutt’altro che professionale. Basta riferirsi soltanto all’uso sproporzionato, ingiustificato e ingiustificabile di certi tipi di gas, in alcune “azioni di contenimento” per dissuadere e allontanare i protestanti. In base agli effetti provocati sull’organismo e secondo gli specialisti sembrerebbe che siano stati usati anche dei gas non lacrimogeni. Come in Siria, quando il regime di Basar al’Asad ha usato “strani gas” contro la popolazione. In più, alcune “operazioni di contenimento e di dissuasione” della polizia contro i protestanti, sembrerebbero mirare non tanto a svolgere professionalmente i compiti in casi del genere, quanto a creare delle determinate situazioni di “disordine e di violenza”. Per poi attribuire tutto ai protestanti, accusandoli di “generatori di disordini e di atti vandalici” e parlare di proteste violente. Da sottolineare che il ministro degli Interni, nominato soltanto alcuni mesi fa, è un zelante e sottomesso servitore del primo ministro. Mentre molti degli alti funzionari della polizia, oltre a quelli irreperibili e ricercati dalla giustizia per il traffico illecito della cannabis e altri gravi reati, sono stati e/o sono tuttora coinvolti in faccende occulte controllate dalla criminalità organizzata. Ovviamente con il beneplacito e dietro ordini ben precisi dei massimi livelli del potere politico. Perciò, a chi serve realmente la polizia di Stato?

    Ormai si deve chiedere, senza mezzi termini, a chi servono realmente alcuni “rappresentanti internazionali” presenti e/o in missione ufficiale in Albania? I quali, con il loro incondizionato supporto al primo ministro peggiorano soltanto la situazione. Perché ormai questi “rappresentanti internazionali”, scegliendo la stabilità alla democrazia, sono stati talmente di parte e in alcune occasioni anche ridicoli, ripetendo parola per parola le stesse tesi propagandistiche e usando dichiarazioni e frasi che sembrano siano scritte proprio dalla mano del primo ministro. Come mai i “rappresentanti internazionali” non hanno sentito la puzza dei gas sproporzionatamente usati dalla polizia contro i protestanti? Anche se in alcuni casi i loro uffici/residenze si trovassero vicini e l’onda dei gas è arrivata anche lì. E come mai i “rappresentanti internazionali” non sono stati in grado di verificare e/o di capire le “operazioni tattiche di contenimento e di dissuasione” della polizia politica, per far sembrare tutto come “atti di vandalismo e di violenza”? Invece le proteste sono state veramente calme e pacifiche, se paragonate per esempio a quelle dei gilet gialli a Parigi e/o in altre città europee. Da dove, forse, provengono e vivono anche molti dei “rappresentanti internazionali”. Lo sanno i “rappresentanti internazionali” che i cittadini albanesi stanno protestando contro la povertà diffusa, contro l’allarmante e ben evidenziata corruzione, contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, contro l’arroganza e la violenza governativa e contro tanto altro? Loro però e chissà perché parlano della “violenza” dei cittadini che protestano! Riescono a capire i “rappresentanti internazionali”, che la violenza e l’arroganza quotidiana esercitata dal primo ministro e dalle sue strutture speciali al suo ordine e servizio, è ben diversa e ha causato, tra l’altro, anche tante vittime umane innocenti? Compresi anche tanti bambini malnutriti?! Usare due pesi e due misure non fa onore a nessuno!

    Per fortuna adesso e ogni giorno che passa, i cittadini albanesi non credono più a quello che dicono i “rappresentanti internazionali” e scherzano con loro. Questo fatto, di per se, rappresenta una grande vittoria ottenuta da queste proteste. Un’altra vittoria delle proteste di queste settimane è di aver attirato l’attenzione dei più importanti media internazionali che, con la loro presenza diretta durante le proteste, stanno testimoniando realmente quello che sta succedendo in Albania e le ragioni delle proteste.

    Ormai le vere sfide sono quelle dell’opposizione politica in Albania. Riuscirà a tenere il passo dei cittadini, oppure deluderà di nuovo e come sempre ha fatto, da alcuni anni a questa parte? È tutto da vedere nei giorni a venire.

    Chi scrive queste righe è convinto che tra la stabilità e la democrazia per l’Albania, sceglierebbe sempre la seconda. Perché la migliore e la più duratura stabilità per un paese è quella raggiunta e garantita da un sistema veramente democratico. Egli considera abominevole e molto dannoso qualsiasi tentativo dei “rappresentanti internazionali” di sottomettere la democrazia alla stabilità. Vendendo anche l’anima.

  • France looks to push back against surge of anti-Semitism

    Marches against anti-Semitism have been taking place throughout France after 80 Jewish grave were desecrated in the French city of Alsace earlier this month. The demonstrations are part of a growing wider awareness in France about the rise of anti-Semitism in a country with one of the world’s largest Jewish populations.

    The most recent act of vandalism took place in the village of Quatzenheim, close to the border with Germany. The headstones were painted with Nazi symbols and references to the Elsassisches Schwarzen Wolfe (Black Alsacian Wolves), a notorious neo-Nazi separatist group that operated in the Alsace region in the 1970s.

    One of the marches against anti-Semitism that took place in Paris was attended by Prime Minister Edouard Philippe and two former Presidents,  François Hollande and Nicolas Sarkozy, along with a few members from the controversial Yellow Vest movement.

    The Yellow Vest movement has been dogged by accusations of anti-Semitism ever since the group led violent protests in the streets on central Paris late last autumn. Most recently, a video from tied to the Yellow Vest movement featured a character who referred to himself as a  “dirty Zionist” went viral on social media.

    Yellow Vest protesters also launched anti-Semitic abuse at Ingrid Levavasseur, who tried to lead a list of the protest movement in the coming European Parliament elections.

    Recently the headquarters of daily Le Monde was sprayed with graffiti that used anti-Semitic slogans in reference to President Emmanuel Macron‘s former job as a Rothschild investment banker. Other graffiti across Paris called Macron a “Jews’ Bitch” and a “Jewish pig.”

    Last year, French police recorded a 74% surge in anti-Semitic crimes.

  • Gilets jaunes : une structuration est-elle possible ?

    A l’heure où le Grand débat national  est lancé, Elie Michel, politologue au département de science politique de l’Université de Lucerne, analyse la crise que traverse notre pays. Fortement contestataire, le mouvement des Gilets jaunes dure depuis maintenant trois mois. Mais est-il en mesure de se structurer, et que dit-il de notre organisation politique comme du lien entre classe politique et citoyens ?

    Que dit le mouvement des Gilets jaunes sur les partis politiques et les corps intermédiaires? Comment expliquer leur audience quasi-nulle dans ce moment que nous vivons?

    Je pense que cela vient de la nature-même du mouvement des Gilets jaunes. Tout a commencé sur Internet, par un processus de désintermédiation du politique. Sur les réseaux sociaux on fait de la politique par soi-même: on s’exprime, on s’organise, on se rassemble. Par conséquent, les corps intermédiaires deviennent inutiles. Ce mouvement s’est cristallisé sur le rejet des partis politiques – qui atteint un niveau record en France – et pas seulement sur le rejet d’Emmanuel Macron. Néanmoins, ce mouvement est né de manière très décentralisée, et d’ailleurs il n’y a pas un mouvement des Gilets jaunes, il y en a une multitude. Leur émergence est aussi la conséquence de l’élection présidentielle de 2017. Les partis sont très faibles, ils ont volé en éclats, les oppositions à l’Assemblée nationale sont très faibles. Le RN ne compte que huit parlementaires, LFI une vingtaine de députés, le PS est devenu inaudible… L’ensemble des partis sont affaiblis, y compris LaREM qui n’est pas un parti très fortement constitué. LaREM n’a ni base populaire, ni réellement de cadres formés: c’est un double problème.

    Nous voyons défiler les « actes » successifs des Gilets jaunes, la dizaine sera bientôt dépassée… depuis ses débuts, comment évolue le mouvement? Est-ce qu’il se structure?

    Le mouvement est très disparate, très hétérogène, il est très difficile d’identifier ses revendications. Sa grande force est d’arriver à mobiliser dans la rue une protestation qui a démarré sur internet, tout en gardant la composante réseaux sociaux. Ce ne sont pas les manifestations les plus nombreuses de l’histoire politique, mais elles sont constantes, régulières. De plus, les Gilets jaunes s’implantent là où les mouvements sociaux prennent rarement: dans des villes moyennes, des zones péri-urbaines, voire rurales. En revanche, on ne peut pas dire qu’ils soient en train de se structurer. Maxime Nicolle, Eric Drouet… les quelques figures qui émergent refusent une organisation centralisée et ils ont refusé la main tendue du Mouvement italien 5 étoiles (M5S). On compte à ce jour au moins une quarantaine d’associations et de petits partis Gilets jaunes, mais je ne crois pas que cela fasse la différence dans la mobilisation. Peut-être cela évoluera-t-il avec les élections européennes. Mais c’est aussi l’ambition de ce mouvement de paraîtrespontané. Si l’on devient ce que l’on a rejeté, on perd cette force spontanée de rejet de la politique classique.

    Cela semble difficile de perdurer dans ces conditions… Des mouvements de ce type ont-ils réussi la conversion dans d’autres pays ?

    Cela semble très difficile pour eux en effet. Il y a deux exemples que l’on peut comparer: le premier est le M5S. On note beaucoup de traits communs dans la manière dont le mouvement a débuté, une contestation de la représentation politique, un ras-le-bol, un rejet de la caste médiatique… mais les Gilets jaunes ont des différences notables: d’abord la violence, que le M5S a toujours catégoriquement rejetée. Chez les Gilets jaunes, il y a aussi beaucoup de dissensions internes et pas de leader. Le M5S a rapidement trouvé son credo politique: le rejet de la caste. C’est aussi un mouvement hiérarchisé avec une organisation interne très performante, et moins démocratique que ce qu’il revendique. La plateforme de démocratie directe appelée « Rousseau » est en réalité bien pilotée. L’autre exemple de mouvement analogue se situe en Islande: l’île a connu une sorte de révolution citoyenne en 2012, qui a elle aussi commencé par d’importantes manifestations. Elles ont débouché sur l’élection et en partie le tirage au sort d’une assemblée constituante, il y a eu un référendum sur une réforme de la constitution, bref, un changement politique très profond.

    Mais il y avait des leaders, des têtes d’affiche en Islande?

    Il y avait quelques leaders effectivement, mais ils n’ont pas pu se faire prévaloir comme figures du mouvement puisque le processus a été le plus démocratique possible, avec le tirage au sort de citoyens pour la rédaction de la nouvelle constitution. La différence réside dans le fait qu’ils étaient totalement non-violents et beaucoup plus dans la proposition. Il faut noter que le système politique islandais traversait une crise majeure et qu’il est plus à même de se réformer et de former un consensus, là où la France a un système très majoritaire. Autrement dit, pour les Gilets jaunes la seule opposition qui existe c’est l’opposition frontale.

    Luigi di Maio a tendu une main au mouvement, c’est peut-être cette main qui va permettre aux Gilets jaunes de se structurer?

    Je ne voudrais pas faire de prédictions mais je pense en effet que certains groupes de Gilets jaunes vont attraper cette main. Le M5S a vu les traits communs qu’ils avaient avec ce mouvement, et à l’heure où ils cherchent des alliés en vue des élections européennes, ils ont tout intérêt à essayer de s’y associer. Pour constituer un groupe parlementaire au Parlement européen, il faut des représentants de sept pays différents. Le M5S mène des négociations dans d’autres pays d’Europe, et en France, ils donneront tout leur soutien au groupe de Gilets jaunes le plus crédible. Il faudrait ensuite que cette liste atteigne 5 % pour avoir des représentants, ce qui est bien possible. Mais passé cette échéance, je ne pense pas qu’une structuration politique puisse perdurer. Si un parti des Gilets jaunes était créé, il serait inévitablement confronté à d’autres Gilets jaunes qui feraient son procès en illégitimité. La base commune repose uniquement sur le rejet de la caste, et d’Emmanuel Macron – ce qui est trop étroit pour constituer une organisation stable

    Le poids des réseaux sociaux est très marquant dans cet épisode, est-ce la première fois que ce vecteur occupe une place aussi centrale?

    En France certainement. Pour continuer l’analogie avec le M5S en Italie, c’était aussi le cas, sauf que ce mouvement avait commencé sur un blog – celui de Beppe Grillo. Cette fois-ci, tout est vraiment parti des réseaux sociaux et des médias sociaux. Avec Facebook bien sûr, qui permet une communication instantanée, réactive et participative. Les chaînes d’information en temps réel participent de la même logique dans la mesure où elles donnent à un grand nombre de citoyens la possibilité de commenter ou réagir en direct, et offrent une tribune efficace aux manifestants. En France, les Gilets Jaunes constituent le seul mouvement à avoir aussi bien réussi la conversion du net vers la rue. Seulement, alors que le M5S réussissait à transformer rapidement cette colère en parti politique et même à devenir le premier parti d’Italie, ici l’absence de cohérence et de leader rend cette mue très difficile.

    Quel rôle attribuez-vous aux algorithmes des réseaux sociaux, qui défraient tant la polémique?

    Nous avons tendance à toujours accuser les réseaux sociaux de tous les maux. Soulignons avant tout que ces outils numériques permettent de reconnecter beaucoup de citoyens à la politique. Je pense qu’il faut rappeler les vertus de ces outils numériques pour la participation politique. La propagation des «infox» ou fake news n’est pas nécessairement le fait d’algorithmes, les internautes sont tout à fait capables de répandre eux-mêmes des infox. Ce qui est un peu plus inquiétant sur les réseaux, c’est la question des chambres d’écho : les gens sur les réseaux sociaux restent dans leur bulle sociale. En côtoyant uniquement des personnes aux mêmes opinions, ils renforcent leurs propres opinions. Ce phénomène n’est pas conscrit à ce mouvement, mais pose un problème plus général à la pratique démocratique. En s’informant essentiellement sur les réseaux sociaux, les citoyens sont de moins en moins confrontés à des informations et des points de vue contrastés. De fait, sur un groupe de Gilets Jaunes, personne n’émettra jamais d’opinion critique du mouvement, et c’est peut-être ce qu’il y a de plus dangereux. Contrairement à ce que l’on tend à dire, les réseaux sociaux réduisent les espaces de confrontation.

    Vous avez abordé un point intéressant qui est la reconnexion des citoyens à la politique grâce à ces outils numériques. Cela dit quelque chose en creux de la classe politique, qui oublie de faire appel aux citoyens dans sa prise de décision en-dehors des temps d’élection…

    L’utilisation de l’outil numérique par les partis traditionnels est effectivement conscrite au temps de la campagne électorale. C’est le moyen le plus rapide et le plus efficace de diffuser son message au plus grand nombre. En-dehors de la campagne, l’activité politique des partis sur les réseaux sociaux est bien moindre, et plutôt simplement informative, alors que le mouvement des Gilets Jaunes a montré que c’est un outil de mobilisation et de consultation efficace. Eric Drouet répète à chaque interview qu’il doit d’abord consulter les Gilets Jaunes (en ligne) avant de se prononcer. Et il fait voter: quelle position veut-on adopter pour ce point ? Peu de partis consultent leurs adhérents, et il y a encore moins de consultations plus larges… Ce mouvement initie vraiment la participation permanente.

    Le positionnement politique d’Emmanuel Macron, ou plutôt son non-positionnement durant sa campagne, a-t-il pu exacerber les tensions?

    On dit beaucoup d’Emmanuel Macron qu’il a fait éclater le clivage gauche-droite. En réalité, cet axe n’existe plus depuis assez longtemps, y compris dans l’opinion publique. Un certain nombre d’enquêtes pour l’élection présidentielle ont permis d’observer qu’il y avait au moins deux axes de division des partis et des citoyens. D’un côté, il y a la question économique, le marché, la redistribution. De l’autre, la question sociale, qui en 2017 s’est focalisée sur la question de la mondialisation. On est soit très pro-marché, soit très pro-état, et/ou soit très pro-mondialisation, soit très contre, au sens de l’Europe, du libreéchange, des aspects culturels et d’immigration. Ce qui divise le plus l’opinion en 2017, selon nos enquêtes, c’est cette question de la mondialisation – prise au sens large. Les deux candidats du deuxième tour de l’élection présidentielle représentaient deux oppositions radicales sur cet axe. Les deux candidats suivants avaient un positionnement un peu plus traditionnel, Etat-Providence contre marché et libéralisation. Autrement dit, les quatre premiers candidats, qui rassemblent chacun autour de 20 % des suffrages, représentaient quatre positions assez tranchées sur les clivages politiques en France. En revanche, une fois l’élection passée, le produit de notre système politique et électoral force l’installation de ce clivage gauche-droite. Notez qu’en représentant 65 % des voix, les partis de Le Pen, Mélenchon et Fillon représentent moins d’un député sur quatre ! Quant au Président de la République, ses électeurs semblent lui rester fidèles – son soutien dans les sondages correspond assez bien à sa base électorale. Son positionnement politique représente bien un courant important (20-30%) de l’opinion publique. Mais les institutions majoritaires de la Vème république le rendent disproportionnellement majoritaire – ce qui nourrit la défiance politique.

  • Miseri, ipocriti, ma pericolosi usurpatori del…

    I popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni
    sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi. E chi le fa nascere sono i tiranni.

    Giuseppe Garibaldi

    La protesta degli studenti a Tirana, cominciata il 5 dicembre scorso, continua. Continuano anche i tentativi di farla fallire tramite infiltrati, intimidazioni varie da parte del sistema e altri. Gli studenti sembrano determinati a portare avanti la loro causa, senza farsi condizionare da niente e da nessuno. Nonostante alcuni alti e bassi, comprensibili per una simile rivolta che non ha dirigenti ma consigli degli studenti di ogni facoltà che decidono ogni volta che serve e poi si coordinano tra di loro (Patto Sociale n.336, della scorsa settimana). All’inizio hanno protestato davanti al Ministero dell’Istruzione. In seguito, da giovedì 13 dicembre, la protesta è stata trasferita di fronte all’edificio del Consiglio dei Ministri. La ragione è semplice ma molto significativa. Lo hanno spiegato chiaramente gli stessi studenti. Visto che non c’è stata nessuna reazione concreta da parte del ministro dell’Istruzione, e visto che le richieste riguardano delle decisioni che dovrà prendere il Consiglio dei Ministri, allora anche la protesta ha cambiato luogo. Nel frattempo, durante la scorsa settimana, sono state svolte anche altre proteste dei cittadini, in diverse città dell’Albania. Hanno protestato contro l’arroganza del governo, contro il rincaro del costo della vita e per altre ragioni socio-economiche.

    Tornando alla sacrosanta protesta degli studenti, per il momento una cosa si può dire con certezza. E cioè che la protesta ha turbato non poco il sistema. Per la prima volta da molto tempo, gli studenti hanno pronunciato chiaramente delle vere verità, con delle parole semplici ma sentite, denunciando il sistema. Tutto il sistema. Il che significa non soltanto quello trasversale politico, ma anche gli oligarchi a servizio della politica, che traggono vantaggi enormi da essa, condividendo i profitti. Quel sistema che comprende, come parte integrante, anche la criminalità organizzata, che convive con il potere politico in Albania.

    Gli studenti denunciano e accusano tutto il sistema politico attuale. E hanno pienamente ragione. Nonostante non riescano a distinguere bene la differenza concettuale tra la “politica”, il “sistema politico” e i “partiti”, essi comunque hanno articolato delle verità, che non possono e non devono sfuggire all’attenzione pubblica. Hanno additato i partiti politici e i loro rappresentanti, a tutti i livelli, come i veri autori e responsabili della grave realtà quotidiana, della pessima situazione in cui si trova il sistema dell’istruzione pubblica, della povertà diffusa, della perdita della fiducia e delle speranze, che spingono gli albanesi ad abbandonare il paese, sempre più numerosi. Da un sondaggio Gallup, pubblicato recentemente, risulta che gli albanesi sono i quarti al mondo per il numero dei cittadini che vogliono lasciare il paese. Dietro soltanto alla Sierra Leone, alla Liberia e ad Haiti! E la maggior parte sono giovani, quelli che vogliono lasciare il paese. Da circa 2.87 milioni di abitanti attualmente residenti, oltre 1.7 milioni di essi vogliono lasciare l’Albania. Un dato, di per se, molto allarmante. Ma anche questo fatto grave hanno tentato di lasciarlo nel dimenticatoio. Come sempre.

    Grazie alla protesta degli studenti, queste verità si stanno articolando chiaramente e quelle verità accusano. Accusano i partiti politici in Albania, che sono diventati dei clan e raggruppamenti occulti clientelistici. Senza risparmiare nessun partito, quello del primo ministro, e quelli dell’opposizione. Accusano i massimi rappresentanti del sistema dell’istruzione, rettori e decani delle università compresi. Gli studenti sono convinti che, a loro volta e dopo la classe politica, quei rappresentanti “castrati” sono tra i principali responsabili della pietosa e grave situazione in cui versa il sistema dell’istruzione in Albania. Proprio loro che, con i loro “affarucci” milionari, i loro nepotismi, i loro plagi nelle pubblicazioni e i loro dubbiosi titoli accademici, nonché con il loro vergognoso silenzio di fronte alle intimidazioni della politica, hanno chiuso gli occhi e hanno consentito che tutto ciò accadesse. Lo hanno dimostrato anche alcuni giorni fa. L’ultimo atto di umiliazione e di offesa è stato consumato la scorsa settimana, quando il primo ministro li ha riuniti tutti, in pieno svolgimento della protesta degli studenti, e ha scaricato sulle loro spalle tutte le accuse degli studenti. Così facendo ha tentato di fare, per l’ennesima volta, l’unica cosa che lui sa fare: scaricare le colpe sue sugli altri. E purtroppo ci è riuscito. Nessuno degli “illustri” rappresentanti del mondo accademico ha detto una parola. Una sola parola, nonostante le accuse, le offese e le umiliazioni subite fossero pesanti. Vergogna loro!

    Nel frattempo, il primo ministro continua, disperato, con la sua strategia: quella di soffocare con tutti i mezzi, la protesta degli studenti. Lui sta cercando in tutti i modi di minimizzare l’importanza di questa protesta. All’inizio ha usato gli “infiltrati” da lui controllati, per deviare e annientare la protesta. E non ci è riuscito. Poi ha tentato gli ”show” televisivi, facendo lui il “tuttofare” di fronte a delle platee riempite da attivisti dell’organizzazione della gioventù del suo partito. Attivisti che sono stati subito riconosciuti e smascherati nelle reti sociali. Poi ha riunito e offeso i massimi dirigenti delle università. Ma non si sente tranquillo ed ha ragione. Gli studenti sono determinati nella loro causa, e non si lasciano impressionare e neanche impaurire dalle diaboliche manovre del primo ministro, degli infiltrati e della propaganda governativa. Adesso lui chiede di “dialogare” con gli studenti. L’ennesimo tentativo d’inganno, semplicemente per guadagnare tempo e sperare in qualche “svolta”. Ma gli studenti sono determinati; nessun dialogo per le loro richieste. E le richieste sono chiare e facilmente realizzabili. Lo ha confermato, stranamente, anche il primo ministro, come parte delle sue manovre per “addolcire” la situazione. Mentre gli studenti sono consapevoli che anche questo “invito amichevole” è l’inganno di turno. Ed hanno pienamente ragione. Lo testimoniano anche tante innumerevoli esperienze precedenti. Ormai essi, come tanti altri, sono convinti che la strategia dell’inganno del primo ministro fa acqua da tutte le parti. Tutti ormai sanno che, dal 2013 in poi, lui ha cercato di sostituire con la sua “realtà virtuale”, la vera e vissuta realtà albanese. Ormai è tempo di dire basta!

    Oggi, 17 dicembre, un’altra massiccia protesta si sta svolgendo davanti all’ufficio del primo ministro. Protesta che vede insieme studenti e tanti cittadini della capitale. La protesta è tuttora in corso e ha smentito pienamente quanto la propaganda governativa ha cercato di inculcare nelle teste dei cittadini fino a ieri sera. E cioè che la protesta si stava sgretolando.

    Chi scrive queste righe è convinto che nessuno, chiunque esso sia stato e in nessun periodo, non è riuscito a opprimere e schiavizzare un popolo. Non lo hanno fatto neanche i tiranni, dalla notte dei tempi ad oggi. Non lo possono fare, perciò, neanche alcuni miseri, ipocriti, ma pericolosi usurpatori del sistema socio-politico in Albania. Di tutti i colori e casacche essi siano.

  • Sacrosante proteste degli studenti

    Nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di essa.

    Theodore Roosevelt

    Si continua a protestare in Francia. Anche lo scorso sabato, il quarto in seguito, a Parigi sono scesi in piazza i cosiddetti “gilet gialli”. Dalla metà del novembre scorso, in varie città della Francia si protesta contro l’aumento dei prezzi del carburante, l’aumento delle tasse e del costo elevato della vita. Si protesta contro le politiche del presidente Emmanuel Macron, il quale viene considerato come il colpevole principale di tutto ciò. Per il quarto sabato consecutivo a Parigi, e soprattutto nell’area tra Les Champs-Elysees, la Tour Eiffel, la Place de la Concorde e il museo del Louvre sono stati ripetuti gli scontri violenti, con decine di feriti e centinaia di fermati. Purtroppo, anche lo scorso sabato, i famigerati e gli immancabili black block, attivisti dell’estrema sinistra, infiltrati tra i “gilet gialli”, hanno assaltato i negozi, hanno dato alle fiamme le auto e hanno assalito duramente le massicce forze dell’ordine. Da sottolineare, ovviamente, che questi atti vandalici non hanno a che fare con le proteste dei “gilet gialli” e perciò non possono compromettere e infangare le loro giuste cause.

    Giovedì 6 Dicembre 2018, un’altra massiccia protesta ha scosso la Francia. Gli studenti dei licei di tutto il paese sono scesi in piazza per protestare contro la riforma dell’esame di maturità e del sistema di selezione per l’ingresso all’università. Non sono mancati gli scontri tra gli studenti e le forze dell’ordine, con decine di arresti e molti feriti. Purtroppo, sono stati evidenziati atti ingiustificati e ingiustificabili da parte della polizia. Scene immortalate da fotografie e video, che mostrano alcune decine di studenti liceali fermati, messi in ginocchio e con le mani in testa, in riga o di fronte a un muro, sorvegliati a vista dagli agenti di polizia in assetto antisommossa. Sono degli atti che hanno messo la polizia francese sotto accusa. La reazione pubblica è stata immediata e forte. Anche quella istituzionale. Tutto ciò accadeva tra i licei Saint-Exupery e Jean-Rostand, a Mantes-la-Jolie, nel nord di Parigi, dopo gli scontri tra le forze dell’ordine e gli studenti. Sono state delle immagini che hanno ricordato all’opinione pubblica, non solo in Francia, altri tempi e altri regimi.

    Dicembre di proteste questo del 2018. Così è cominciato questo mese anche in Albania. Da mercoledì scorso, 5 dicembre, a Tirana gli studenti sono scesi in piazza. E non solo a Tirana, ma anche in altre città, gli studenti protestano contro i costi alti e spesso proibitivi che devono affrontare, sia per l’iscrizione, che per gli esami non superati e/o rimandati e per tante altre pratiche burocratiche. Sono dei costi che, visto il continuo impoverimento della popolazione, diventano insopportabili per le famiglie albanesi. Da sottolineare che ci si riferisce alle università pubbliche.

    Tutta questa situazione è stata creata dopo l’approvazione da parte del Parlamento, nel luglio 2015, della legge dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica. Legge approvata anche con i voti trasversali di una parte dell’attuale opposizione parlamentare. Si tratta di una legge proposta allora dal governo e considerata da molti come una legge sbagliata, ingiusta e clientelistica. Una legge che, fatti alla mano, è stata ideata e portata avanti da lobby vicine ad alcuni proprietari di università private in Albania. Grazie a quella legge hanno beneficiato e continuano a farlo proprio le università private, le quali hanno aumentato le iscrizioni. Ma comunque, e per lo meno, le università private hanno arginato il calo delle iscrizioni, dovuto alle tariffe spesso proibitive per una popolazione sempre più povera.

    Le vere ragioni delle proteste di questi giorni degli studenti delle università pubbliche, dimostrano e mettono in rilievo, tra l’altro, anche l’ingiustizia sociale, causata dalla sopracitata legge. E, allo stesso tempo, dimostrano e mettono in rilievo anche il fallimento totale di una delle riforme volute e portate avanti con tanto clamore dalla propaganda governativa. Quella dell’istruzione. Che poi rappresenta soltanto uno dei tanti, di tutti i fallimenti di altrettante riforme attuate in Albania dal 2013 in poi, e sbandierate come successo dal primo ministro e i suoi.

    Tornando alla protesta degli studenti di questi ultimi giorni, tuttora in pieno svolgimento, non si può non ricordare la protesta dell’8 dicembre 1990. Si tratta della protesta per eccellenza, della protesta che ha messo in ginocchio la dittatura comunista in Albania. L’8 dicembre 1990 rappresenta il giorno che diede inizio alla caduta del più sanguinoso e intollerante regime comunista in Europa. E anche quella protesta cominciò con delle richieste “economiche”, per poi passare a delle richieste politiche, come la richiesta non negoziabile del pluralismo politico e del pluripartitismo.

    Adesso, come 28 anni fa, l’inizio di dicembre è arrivato con proteste massicce degli studenti. E adesso, come 28 anni fa, tra le tante frasi che articolano chiaramente e gridano ad alta voce gli studenti, oltre a quelle economiche e di denuncia, è “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa!”. Perciò, anche adesso, come 28 anni fa, la protesta degli studenti è, in principio, una protesta contro il sistema.

    Quanto sta succedendo in questi ultimi giorni a Tirana, ma soprattutto quanto potrebbe eventualmente accadere nel prossimo futuro, ha messo in grande difficoltà il primo ministro. Lui e i suoi stanno cercando a tutti i costi, di soffocare e di isolare la sacrosanta protesta degli studenti. Dal secondo giorno delle proteste, gli “strateghi” del primo ministro hanno messo in moto delle strategie per compromettere e/o manipolare la protesta degli studenti. Oltre all’insidiosa propaganda mediatica, un gruppo di studenti infiltrati sta cercando di “monopolizzare” la protesta. Infiltrati che, ad onor del vero, sono riusciti, fino a sabato scorso, a “isolare” la protesta, proclamando la protesta come “non politica”. Mentre tutto in questa protesta è politica. E questo è un fatto ovvio, lo testimonia chiaramente il concetto stesso della politica, dalle sue origini. Finalmente quel gruppo è stato smascherato e a tutti ormai è chiaro che essi non sono che degli attivisti di un’associazione ultra marxista (Sic!). Tutto ciò ha messo ulteriormente in grosse difficoltà il primo ministro. Difficoltà che non riesce più a controllare e neanche a nascondere. E non si sa cosa accadrà nei prossimi giorni. Perché la protesta degli studenti continua sempre con più vigore e con l’aumentato sostegno anche dei cittadini. Perciò in qualsiasi momento si potrebbero registrare sviluppi importanti. Nel frattempo, i media internazionali stanno seguendo con attenzione questa protesta.

    Chi scrive queste righe da tempo sta evidenziando la diabolica strategia che mira al soffocamento e all’indebolimento del sistema dell’istruzione pubblica. Egli è convinto che com’è il sistema dell’istruzione oggi, così sarà la società domani. Essendo altresì convinto che quando l’ingiustizia e l’arroganza governativa diventano legge, allora la rivolta popolare, massiccia e determinata, diventa un obbligo morale e civico. Perché, come scriveva Theodore Roosevelt, nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di esso.

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