proteste

  • Il Sistema Sanitario Nazionale ed il paradosso “progressista”

    Il perdurare della pandemia da covid-19 con tutte le varianti del virus sta mettendo a dura prova il sistema sanitario nazionale di ogni singolo paese. Il senso di inadeguatezza dimostrato durante il primo periodo (primavera 2020) ed il conseguente lockdown dal sistema sanitario gestito dalle regioni per l’eccezionalità della stessa pandemia lascia ora il posto alla complessa ed articolata discussione relativa alle strategie economiche e sanitarie delle quali il sistema stesso è oggetto. Il tutto con l’obiettivo ovviamente di contenere se non annullare tanto i contagi quanto gli effetti dell’infezione virale.

    A questa legittima ricerca si aggiunge, inoltre, la sempre più forte contrapposizione all’interno della campagna vaccinale tra i sostenitori dei vaccini e la compagine dei no-vax. Gli stessi toni hanno raggiunto livelli insostenibile ed incompatibili con un confronto democratico da entrambe le parti. In quanto alle minacce verbali anche sui social attribuibili alla compagine dei no-vax la parte avversa risponde con concetti altrettanto pericolosi e minacciosi. Emerge, infatti, un pensiero preoccupante relativo proprio alle strategie “sanitarie” proposte e magari imposte per vincere, se non convincere, la riottosità di una buona parte dei non vaccinati.

    All’interno di quella compagine politica che si definisce “progressista”, quindi vicina agli ideali una volta espressione della sinistra, ottiene un sempre maggiore consenso quella proposta per la quale i “non vaccinati” dovrebbero pagarsi le spese sanitarie per gli eventuali ricoveri. Un’affermazione ma soprattutto l’espressione di una ideologia massimalista lontana anni luce proprio da quegli ideali che hanno caratterizzato dal dopoguerra ad oggi il pensiero progressista e di sinistra e lontana anche dai principi democratici contenuti nella Carta Costituzionale. In questo senso va ricordato proprio a questi Falsi Progressisti come il sistema sanitario (SSN) del nostro Paese sia pubblico, quindi ogni cittadino italiano o chiunque si trovi sul nostro territorio possa accedere nel momento del bisogno alla totalità dei propri servizi, indipendentemente dalla nazionalità (1), residenza regionale (2), censo (3), colore della pelle (4), reddito (5) o religione (6).

    In più la strategia proposta per combattere la resistenza dei no-vax (ripeto pagare per una prestazione sanitaria invece prevista gratuita come atto costitutivo stesso del SSN pubblico) è esattamente identica a quella adottata dalle compagnie di assicurazioni sanitarie statunitensi le quali stanno aumentando ai “non vaccinati” di circa 200 dollari al mese il premio assicurativo (circa 2.500 dollari all’anno quindi) in virtù di un accresciuto profilo di rischio.

    Va ricordato come la complessa struttura sanitaria statunitense si basi sul principio della privatizzazione del sistema stesso al quale si accede attraverso la stipula di una polizza sanitaria. La perfetta simbiosi tra la soluzione proposta dal “mondo progressista italiano” da inserire nel nostro SSN pubblico e quella liberista statunitense ma pensata per un SSN privato dimostra in modo evidente il paradosso politico, strategico ed ideologico italico. In più emerge in modo cristallino come l’approccio ideologico ed etico alla complessa problematica sanitaria apra le porte ad uno Stato etico.

    All’interno di questa istituzione etica i cittadini e successivamente i pazienti potranno accedere alle cure mediche garantite dal SSN pubblico gratuitamente SE, e solo SE, il loro profilo comportamentale e sanitario risulterà in linea con i protocolli ed i modelli comportamentali elaborati dallo stesso Stato.

    In altre parole: nasce lo Stato Orwelliano.

  • Pretestuose polemiche

    Che i cani marchino il territorio è naturale, che illustri esponenti politici vogliano marcare il loro spazio elettorale accapigliandosi sull’orario del coprifuoco alle 22, rischiando ricadute negative sul governo, governo che già chiaramente aveva detto e ribadito che l’orario si sarebbe rimodulato a metà maggio rispetto alla situazione dei morti e dei contagi, è veramente deprecabile. Tutti auspichiamo maggiore libertà ma la sicurezza è prioritaria ad ogni altra considerazione e, purtroppo, la sprovvedutezza e incoscienza di molti, di troppi, ha causato più volte nel passato contagi che, con maggiore rispondenza alle regole, si sarebbero evitati. Ci aspettavamo dai leader politici appelli alla prudenza non pretestuose polemiche nella speranza di aumentare i propri consensi nei sondaggi. Il coprifuoco cambierà quando avremo tutti dimostrato maggiore responsabilità, a partire da chi oggi chiede insistentemente aperture premature e pericolose.

  • In Birmania è un bagno di sangue, dilaga la rabbia contro la Cina

    Un massacro di innocenti, il più grave dall’inizio delle proteste contro il golpe: almeno 59 morti domenica 14 marzo, con media locali che riferiscono di oltre un centinaio, e altri 5 ragazzi uccisi nelle città di Myingyan e Aunglai il giorno dopo. La Birmania è ormai in fiamme, con decine di migliaia di giovani che continuano a scendere nelle strade nonostante le forze di sicurezza sparino per uccidere da settimane, scioperi generali, la legge marziale nell’ex capitale e un nuovo stop al traffico internet per impedire al dissenso di organizzarsi.

    Domenica folle di manifestanti hanno attaccato 32 fabbriche legate alla Cina causando anche alcuni feriti, polizia e militari hanno cercato di disperdere la protesta sparando ad altezza d’uomo. Solo qui sono morte almeno 59 persone secondo fonti ospedaliere, e il regime ha dichiarato la legge marziale nei distretti dell’ex capitale teatro delle violenze di ieri. Media locali parlano però di un numero di morti doppio rispetto a quanto emerso.

    In tutto, le vittime dal colpo di stato del primo febbraio sono ormai almeno 145 in 17 città, con migliaia di feriti e oltre 2mila arrestati; e si teme un bilancio molto peggiore, dato che la copertura mediatica è molto minore al di fuori di Yangon e Mandalay. Con un nuovo blocco del traffico internet sui telefonini applicato oggi, il rischio è che nuove stragi siano ancora meno documentate sui social media dagli stessi manifestanti.

    Il blocco alle connessioni è anche la ragione per cui la terza udienza del processo contro Suu Kyi, prevista per il 15 marzo a porte chiuse ma in teleconferenza, è stata rinviata al 24 marzo. Lo ha riferito lo stesso avvocato della Signora, contro la quale sono stati emessi quattro capi di imputazione, dal possesso illegale di walkie-talkie all’accusa di aver intascato pagamenti illegali. Difficile capire se l’impossibilità di andare online è la vera ragione del rinvio o se il regime intende solo prendere tempo. Impossibile anche aspettarsi un’applicazione imparziale della giustizia – Suu Kyi è detenuta in isolamento e senza accesso al suo legale – in un processo chiaramente politico contro la leader che ha trionfato nelle uniche due elezioni libere nel fragile decennio di transizione verso la democrazia, ora stroncato dal golpe.

    A un mese e mezzo dal golpe, è ormai difficile capire quale possa essere la via d’uscita per una giunta militare che ha enormemente sottostimato il rigetto popolare della sua presa di potere e che non riesce a fermare le manifestazioni neanche sparando sulla folla. Le proteste sono il grido di disperazione di una generazione di giovani che stava crescendo assaporando per la prima volta le libertà democratiche, e che si ritrova ora in una brutale dittatura. Gli eventi di ieri mostrano anche come si sia diffusa la rabbia contro la Cina, che fin dall’inizio ha evitato di criticare i militari golpisti, proteggendoli anche all’Onu. La stessa Pechino ha esortato oggi alla calma, dicendosi “molto preoccupata”, ma con un tono che sembra prediligere i suoi interessi economici invece che i morti della repressione armata, e che è stato schernito sui social media dai birmani.

  • Anche in Tunisia si contesta l’inettitudine del governo, ma lì scattano centinaia di arresti

    Sono centinaia le persone arrestate dalla polizia tunisina durante gli scontri notturni con i giovani che protestano contro il governo. Secondo l’ultimo bilancio, il numero dei fermati è superiore a 630, considerando le diverse città del Paese nordafricano teatro dei disordini.

    Le manifestazioni sono state scatenate dalla difficile situazione socio-economica nel 10/mo anniversario, caduto giovedì scorso, della rivolta che diede origine alla primavera araba e che portò alla destituzione del presidente Zine El-Abidine Ben Alì. Da quel giorno la Tunisia sarebbe in lockdown anti-Covid dalle 16 fino alla mezzanotte, ma questo non ha scoraggiato migliaia di giovani dal riversarsi sulle strade per 3 notti consecutive. Molti degli arrestati hanno fra i 14 e i 17 anni, secondo quanto riferito dal ministero dell’Interno, e gli scontri sono stati particolarmente accesi a Ettadhamen, un quartiere della banlieue nord-orientale di Tunisi.

    Qualche notte dopo si è ripetuto lo stesso copione dei giorni precedenti: sassaiole, esplosioni, fuochi d’artificio lanciati dai tetti delle case da parte dei giovani manifestanti a cui la polizia e la gendarmeria hanno reagito con gas lacrimogeni per spingerli a tornare nelle proprie abitazioni.

    Il mese di gennaio in Tunisia è ormai tradizionalmente segnato da proteste e manifestazioni, in concomitanza con l’anniversario della Rivoluzione dei gelsomini e la caduta del regime di Ben Ali, ma quest’anno l’appuntamento è stato ostacolato da un confinamento totale di quattro giorni deciso per arginare la seconda ondata di coronavirus.

    I disordini notturni si verificano in un contesto di grave peggioramento della situazione politica, economica e sociale del Paese. A fare da sfondo sono le accese tensioni tra le varie forze politiche che siedono in Parlamento, molto frammentato dalle elezioni del 2019, mentre il governo sempre più indebolito è stato oggetto di un rimpasto sabato scorso ed è in attesa del voto di fiducia dei deputati. Tunisi, Biserta, Menzel Bourguiba, Sousse, Nabeul, Kasserine e Siliana sono state le aree maggiormente colpite dalle azioni sovversive dei giovani che hanno incendiato copertoni, saccheggiato negozi e aggredito agenti di polizia.

    Intanto nel Paese e sui social network monta la rabbia verso una classe politica litigiosa, che non è in grado di gestire la pandemia di Covid-19 (il bilancio è di oltre 180 mila contagi e 5.692 vittime su quasi 12 milioni di abitanti) mentre la situazione economica e lavorativa sta peggiorando, con l’aumento dei prezzi, della disoccupazione e l’inefficienza dei servizi pubblici.

  • Dittatura che cerca di guadagnare tempo…

    Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più.

    Hannah Arendt

    La scorsa settimana decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza contro la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, discussa al Congresso Nazionale del Popolo cinese. Si tratterebbe di una legge che sancisce l’esercitazione dell’autorità della Repubblica Popolare cinese anche nel territorio di Hong Kong. Secondo quella legge si classificano come reati la sedizione, il separatismo, l’ingerenza straniera e il tradimento. Si prevede, altresì, che le autorità cinesi, dopo aver valutato e giudicato il reato, possano agire per “prevenire, fermare e punire” eventuali atti di secessione, sovversione o terrorismo. L’applicazione di questa legge potrebbe portare, come diretta conseguenza, sia all’apertura di varie agenzie di sicurezza cinesi a Hong Kong, che al dispiegamento di personale cinese responsabile della difesa della sicurezza nazionale sul territorio dell’ex colonia britannica. La nuova legge prevede, inoltre, che l’entrata in vigore non richieda l’approvazione del Parlamento di Hong Kong. Il che ridurrebbe seriamente i diritti acquisiti con l’accordo del 1997, secondo il quale nei rapporti tra la Cina e Hong Kong sarebbe stata applicata la formula “Un paese, due sistemi”. Un accordo quello, che ha garantito a Hong Kong delle vaste e significative libertà, non riconosciute ai cinesi, tra cui la stampa libera e la magistratura indipendente. Sono state immediate anche le reazioni dei media e delle istituzioni internazionali.

    Il 25 maggio scorso a Minneapolis, negli Stati Uniti d’America, quattro agenti hanno fermato un cittadino di colore, dopo una segnalazione di un tentato pagamento con denaro contraffatto. Da un filmato amatoriale, subito diffuso in rete, si vedeva e si testimoniava la violenza di uno dei quattro poliziotti contro il cittadino. Lui, per circa nove minuti lo ha bloccato con un ginocchio sul collo, nonostante la persona fermata ripetesse: “Non riesco a respirare”. In seguito il cittadino di colore è morto. Durante tutta la settimana sono continuate le massicce e violente proteste, cominciate il 26 maggio a Minneapolis e Saint Paul, le due città gemelle, sulla riva del Mississipi. Da allora le proteste, spesso anche molto violente, con scontri, distruzioni, con centinaia di arresti e alcuni morti, si sono propagate in molte altre città statunitensi. Tra le persone arrestate anche alcuni giornalisti e cameraman. Le immagini trasmesse in diretta hanno testimoniato quanto accadeva durante la settimana appena passata. Dall’inizio delle proteste a Minneapolis sono stati coinvolti pubblicamente, con le loro dichiarazioni e le misure prese, anche il presidente degli Stati Uniti ed alcuni sindaci. Ne ha approfittato delle proteste anche il candidato del partito democratico per le prossime elezioni presidenziali, come avversario dell’attuale presidente.

    Tutto ciò accadeva durante la scorsa settimana a Hong Kong e negli Stati Uniti. Ma anche nei Balcani non sono mancati gli sviluppi e le novità. Sabato scorso, 30 maggio, i media locali hanno informato che, a metà settimana, è stato fermato il primo ministro di Bosnia ed Erzegovina, insieme con due altre persone. Sempre secondo i media locali, tutti e tre sono stati accusati come persone coinvolte in quello che viene chiamato “L’affare dei respiratori”. Secondo la Procura bosniaca, si tratterebbe di atti corruttivi e abusivi con l’acquisto dalla Cina, per circa 5.3 milioni di euro, di una centinaia di respiratori necessari per affrontare la pandemia. Respiratori che però non potevano essere usati nei reparti del trattamento intensivo. Inoltre, la ditta importatrice dei respiratori era stata ufficialmente registrata come un’impresa per la coltivazione e il trattamento di frutte e verdure! Tutto ciò mentre in Bosnia, dopo le elezioni dell’ottobre scorso, ancora non c’è un accordo politico tra i partiti per costituire il nuovo governo.

    In Albania, durante la settimana appena passata sono continuati gli sforzi del primo ministro, dei suoi subordinati e della propaganda governativa, per spostare ed ingannare l’attenzione dell’opinione pubblica, locale ed internazionale, dalle barbarie accadute il 17 maggio scorso in pieno centro di Tirana. Barbarie, brutalità e violenza che hanno contrassegnato il vandalo abbattimento, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale. Il nostro lettore è stato ampiamente informato, di tutto ciò, durante le ultime due settimane. Quanto è accaduto nel pieno centro di Tirana il 17 maggio scorso, prima dell’alba, ha profondamente indignato e sconvolto l’opinione pubblica in Albania, tranne i “sostenitori interessati e/o a pagamento” del primo ministro. Le reazioni di sdegno e di condanna sono state unanimi. Così come sono state unanimi le reazioni e le condanne espresse dai media e dalle istituzioni internazionali. Tutto ciò ha messo di nuovo e per l’ennesima volta in grande difficoltà il primo ministro albanese. Lui che ormai non si potrebbe salvare nemmeno dalle sue vigliacche e perfide misure prese per passare le responsabilità ad altri. Le responsabilità passate al sindaco di Tirana, al ministro degli Interni e ad altri castrati funzionari della polizia di Stato e di altre istituzioni responsabili per l’abbattimento, le palesi violazioni penali e/o amministrative delle leggi in vigore, che hanno portato a tutto ciò, nonché per gli atti osceni e la barbara violenza poliziesca. Il primo ministro è uscito allo scoperto. Tutti sanno che lui, in prima persona, è l’ideatore e il vero responsabile, nonché il “rappresentante istituzionale” dei progetti corruttivi che prevedono la costruzione, al posto dell’edificio del Teatro, di sei grattacieli. Progetti che sono anche criminali, perché, con molta probabilità, quei progetti garantiscono anche il riciclaggio del denaro sporco della criminalità organizzata e della corruzione.

    Quanto è accaduto, notte tempo, quella domenica del 17 maggio è stato, allo stesso tempo, anche la testimonianza per eccellenza della reale restaurazione di una nuova, camuffata, ma non per questo meno pericolosa, dittatura in Albania. Quanto è accaduto notte tempo quel 17 maggio, ha dimostrato e testimoniato anche il totale fallimento della Riforma del sistema della giustizia. Una “Riforma”, volutamente programmata per farla fallire, che è costata, però, centinaia di milioni di euro e di dollari ai cittadini europei e statunitensi. Ragion per cui i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, hanno cercato con insistenza di considerarla come “una storia di successi”! E non a caso, dopo il 17 maggio scorso, il primo ministro sta cercando, a tutti i costi, di cancellare dalla memoria collettiva, locale ed internazionale la verità, la vera verità su quanto è accaduto. Angosciato, disperato e in panico, sta cercando di fabbricare e diffondere una sua “verità sostitutiva” basata su bugie, manipolazioni ed inganni, come al suo solito. Ragion per cui lui e la sua propaganda stanno cercando di spostare l’attenzione di nuovo sulle “riforme”, anche con la complicità dei soliti “rappresentanti internazionali”. Una eloquente testimonianza ne è stata anche quanto è accaduto la scorsa settimana con la “riforma elettorale”! Sono riusciti comunque, per il momento, a placare le sacrosanto proteste che sono seguite per due giorni, dopo quanto è accaduto il 17 maggio scorso. Mentre, nel frattempo, a Hong Kong e negli Stati Uniti si protestava contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani e delle libertà innate. E mentre il sistema di giustizia in Bosnia fermava il primo ministro, accusandolo di corruzione!

    Chi scrive queste righe è convinto che la dittatura in Albania sta cercando di guadagnare tempo, inventando delle “verità sostitutive”. Guai se i cittadini non riescano a capire la distinzione tra la realtà e la finzione, tra il vero e il falso! Perché allora diventeranno, anche senza volerlo e/o capirlo, dei sudditi ideali del regime totalitario. E cioè della dittatura in azione in Albania.

  • Nuovo provvedimento allo studio di Pechino rinfocola le tensioni con Hong Kong

    La Cina si avvia a imporre una nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, gettando le basi per nuove tensioni con gli attivisti pro democrazia dell’ex colonia, dopo le dure e violente proteste del 2019. La norma è in discussione a Pechino, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – sempre più in rotta con la Cina su diversi fronti, a cominciare dalle accuse sulle responsabilità cinesi sulla pandemia da Covid-19 – ha già avvertito: se la nuova legge entrerà in vigore, gli Usa reagiranno con forza. Mentre l’Unione europea insiste sul principio ‘un Paese, due sistemi’ e su un “dibattito democratico a Hong Kong e il rispetto dei diritti e delle libertà”.

    L’obiettivo di Pechino è quello di “istituire un quadro giuridico e un meccanismo di applicazione migliorati per la protezione della sicurezza nazionale” nell’ex colonia, ha detto nella conferenza stampa tenuta in tardissima serata da Zhang Yesui, portavoce del Congresso nazionale del popolo, in merito ai temi che saranno discussi da domani nella sessione plenaria dell’assemblea parlamentare cinese i cui lavori si chiudono il 28 maggio. Pechino ha chiarito più volte, con maggiore insistenza negli ultimi tempi, di volere una nuova legislazione sulla sicurezza da applicare a Hong Kong dopo le turbolenze dello scorso anno, tra proteste sfociate in autentici scontri violenti, sulla base della considerazione che la situazione dell’ex colonia rappresenti un buco nella sicurezza nazionale del Dragone.

    La proposta rafforzerebbe i “meccanismi di applicazione” della delicata normativa nell’hub finanziario, ha osservato Zhang. E farebbe leva sull’articolo 23 della mini-costituzione di Hong Kong, la Basic Law, secondo cui la città deve emanare leggi sulla sicurezza nazionale per proibire “tradimento, secessione, sedizione (e) sovversione” contro il governo cinese. La clausola non è mai stata applicata a causa dei profondi timori che potesse produrre la riduzione dei diritti e dello status speciale di Hong Kong, dove è ad esempio tutelata la libertà di espressione, nell’ambito degli accordi siglati da Cina e Gran Bretagna prima del passaggio dei territori sotto la sovranità di Pechino nel 1997. Un tentativo di emanare l’articolo 23 nel 2003 fu bruscamente accantonato dopo che mezzo milione di persone scese per le strade a protestare. Ora, il controverso disegno di legge è ritornato sul tavolo in risposta all’ascesa del movimento democratico nell’ex colonia britannica.

    Dai senatori repubblicani Ted Cruz e Mitt Romney all’ex consigliera di Obama, Susan Rice, è un coro bi-partisan quello che si è alzato negli Stati Uniti in difesa di Hong Kong e di condanna alla Cina. Sui social da ieri notte si moltiplicano i messaggi di critiche a Pechino, dopo la decisione di inasprire le leggi che prevedono l’arresto, nella regione autonoma, di chiunque venga accusato di “tradire la Cina”. Romney scrive: “Io sto con il popolo di Hong Kong nella continua ricerca di libertà e autonomia”.  Critiche alla Cina arrivano anche dal senatore Josh Hawley, tra i promotori del documento di condanna bi-partisan del Congresso e dal senatore, ed ex candidato presidenziale, Cruz secondo il quale le “nuove leggi imposte da Pechino segnano la fine dell’autonomia di Hong Kong”. Rice, ex consigliera di Barack Obama e ambasciatrice Usa all’Onu, “La Cina sta marchiando ciò che è rimasto della democrazia di Hong Kong. E cosa ha fatto o detto finora Trump? Niente. Lascia che se ne occupi il ragazzo Mike Pompeo. Trump dimostra ancora quanto sia debole e spaventato da Pechino”.

    Sottolineando in una nota che “l’Ue ritiene che il dibattito democratico, la consultazione delle principali parti interessate e il rispetto dei diritti e delle libertà a Hong Kong rappresenterebbero il modo migliore di procedere nell’adozione della legislazione nazionale in materia di sicurezza, come previsto dall’articolo 23 della legge di base” l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell ha affermato che la stessa Ue “sostiene al contempo l’autonomia di Hong Kong e il principio ‘un Paese due sistemi’ e continuerà a seguire da vicino gli sviluppi”.

    Gran Bretagna, Australia e Canada hanno a loro volta espresso “profonda preoccupazione” per la legge sulla sicurezza che la Cina intende introdurre a Hong Kong. Attraverso una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri, Dominic Raab, Marise Payne e Francois-Philippe Champagne che è stata diffusa dal Foreign Office, i tre Paesi ricordano gli impegni “legalmente vincolanti” sull’autonomia di Hong Kong firmati nelle dichiarazione congiunta che segnò la restituzione alla Cina della ex colonia britannica.

  • Delhi protests against citizenship law escalate as death toll rises to 24

    Protests in India’s capital New Delhi against a new controversial law escalated on the second day, with the death toll rising to 24. Among those who have been killed in the violence are also police officers.

    Authorities deployed tear gas, as protesters hurled stones and set vehicles, a gasoline pump and a mosque in Ashok Nagar on fire. More than 200 people have been treated in hospital, mostly from bullet injuries, but also from acid burns, stabbings and wounds from beatings and stone pelting.

    On Wednesday, Arvind Kejriwal, Delhi’s highest elected official, tweeted that police were “unable to control situation and instil confidence”, and requested that the military be called in and a curfew imposed in affected areas.

    The Citizenship Amendment Act (CAA) allows citizenship for Hindus, Sikhs, Buddhists, Jains, Parsis, and Christians who illegally migrated to India from Afghanistan, Bangladesh, and Pakistan. It, however, does not allow citizenship for Muslims, and was therefore dubbed “anti-Muslim”.

    The violent protests cast shadow on US president Donald Trump’s visit to India, aimed at deepening bilateral ties. He met with India’s PM Narendra Modi, who offered the law as part of his government’s nationalist program.

    “Had an extensive review on the situation prevailing in various parts of Delhi. Police and other agencies are working on the ground to ensure peace and normalcy”, Modi tweeted.

  • China replaces top Hong Kong envoy after months of protests

    China’s ruling Communist Party replaced Wang Zhimin, the country’s official in charge of relations with Hong Kong.

    China’s ministry of human resources and social security announced on 4 January that he has been succeeded by Luo Huining, who was higher in the Communist party hierarchy than Wang, who became head of the Liaison Office in 2017. Analysts say the move is a response to Beijing’s displeasure with Wang.

    The event follows months of pro-democracy demonstrations in Hong Kong, often followed by brutal crackdown by security forces, that began when people took to the streets to reject a bill that would have facilitated extradition to China.

    Analysts say Beijing was attempting to take more direct control of Hong Kong policy:

    “It’s always been the same group of people managing Hong Kong and Macau affairs, but their abilities are now in doubt. They did not want to take responsibility and produced self-serving reports that misled Beijing when making decisions about the situation in Hong Kong”, an expert warned.

    Hong Kong’s leader, Carrie Lam, said that the Liaison Office would continue to work with the government under Luo’s leadership, aiming for a “positive development” of the events.

    Last month, China’s President Xi Jinping expressed his full support for Lam and for the Hong Kong government.

  • Speranze e buoni propositi

    I buoni propositi, dall’attuale rappresentanza partitica, non ce li attendiamo più, anche i migliori, o per meglio dire i meno peggio, sono troppo concentrati sulla conquista rapida del consenso e sulla demonizzazione dell’avversario per avere il tempo e la concentrazione necessari a presentate proposte per risolvere i tanti disastri nazionali, europei, internazionali: dal clima all’immigrazione, dalle nuove povertà all’espandersi sempre più forte della criminalità e della violenza.

    L’arrivo dell’anno nuovo, anche se bisestile, può però spingere tutti noi, cittadini con ruoli diversi nella società, a fare alcune cose che la politica, e parte dell’intellighenzia, non fanno. Possiamo tornare, come facevamo un tempo, a inondare di lettere i giornali e le segreterie dei rappresentati politici locali e nazionali per segnalare, denunciare tutto quello che non funziona ad ogni livello. Se la politica e la stampa spesso si estraniano dalla realtà possiamo ricordargliela noi segnalando, documentando, contestando le scelte proprio di chi abbiamo in buona fede votato o del giornale che abbiamo per anni continuato a comperare. Possiamo presentare esposti alla magistratura, collaborare di più con le forze dell’ordine e tornare a parlare con le persone che incontriamo. Possiamo riscoprire l’empatia verso i nostri simili, gli animali, la natura, senza buonismi ma essendo nel profondo e nelle azioni persone di “buona volontà”, persone che non si arrendono all’indifferenza ed al cinismo, persone che non “bevono” tutto quello che sentono o leggono ma che tornano ad essere capaci di studiare, valutare, capire. I mugugni nel bar o le manifestazioni di piazza, modello sardine, già colorate, dopo i primi giorni, di una netta collocazione politica, non risolveranno il problema ma solo sposteranno i voti da una parte all’altra e la politica rimarrà strumento di interessi di parte. Vi è l’urgente necessità di riportare le persone, le necessità ed i diritti ed i doveri collettivi ed individuali, al centro dell’interesse della società nelle sue diverse espressioni culturali, economiche, politiche. Dai ponti insicuri alle scuole pericolanti, dalle barriere architettoniche, nella maggior parte degli edifici pubblici, alle decine di migliaia di persone, bambini compresi, che vivono in situazioni disastrate, dal dissesto idrogeologico ai terremotati senza casa, dal dilagare del consumo di droga alla sempre più forte invasione della criminalità nei gangli vitali della società, dall’immigrazione alle responsabilità europee, comprese quelle del nostro governo che è parte integrante e decisiva sia nel Consiglio europeo che nella Commissione, dall’uso sconsiderato dei social al bullismo, dal comportamento criminale di quelle banche che dilapidano i soldi dei risparmiatori o che licenziano, per loro profitto, migliaia di lavoratori, dall’eccessiva tassazione che crea di fatto evasione ed ingiustizia, lasciando che certe grandi multinazionali trasferiscano altrove i loro guadagni, al consumo del suolo e all’eccessiva proliferazione di centri commerciali che non rispettano la corretta concorrenza ed uccidono i piccoli, dal bullismo all’indifferenza verso gli anziani, e…sono talmente tante le cose da fare che lascio a voi aggiungere tutto quello che non scrivo. Non abbiamo autorevolezza in politica estera ed europea ma non c’è più autorevolezza anche qui, in Italia, ci sono solo imposizioni ma non c è mai né confronto né conoscenza della realtà e capacità di progettare e realizzare. Non dobbiamo cominciare il nuovo anno senza fare noi, finalmente, il buon proposito di impedire che le cose, gli eventi, le ingiustizie ci scivolino addosso. Ciascuno di noi può fare qualcosa, non esiste nulla di grande se non ci sono tanti piccoli pezzi che combaciano, una casa si costruisce mattone su mattone, anche i pezzi prefabbricati hanno bisogno di fondamenta, ricostruiamo giorno per giorno la nostra casa, la nostra patria. Ognuno dia il suo contributo accorgendosi degli altri che gli sono intorno, non lasciando più che le scorrettezze, ingiustizie, negligenze che vediamo continuino, usiamo un po’ del nostro tempo per farci sentire dall’assessore, dal consigliere, dal deputato, dal giornalista. Non ci rispondono? Inondiamoli di lettere, esposti, telefonate, intasiamo le segreterie, facciamo presenza costante, riprendiamoci la nostra dignità e rispettiamo la dignità degli altri.

    Buon Natale e Buon Anno

  • Palcoscenico salvato

    Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.

    William Shakespeare; “Il mercante di Venezia”

    Per la prima volta dopo più di un anno, da quando cioè, in seguito ad un abusivo ordine governativo, il Teatro Nazionale è stato chiuso, sabato scorso è ripresa l’attività artistica. Sul palcoscenico di una sala pulita e messa in ordine poco prima che iniziasse lo spettacolo dai cittadini che ogni sera si radunano sulla piazzetta del Teatro è salito un attore che ha recitato un monodramma. La scelta non è stata casuale, visto il suo contenuto molto attuale e significativo. È stata una sfida diretta al primo ministro. Una sfida alla sua arroganza, istituzionale e personale, nonché al suo operato peccaminoso. Una sfida diretta a lui che, da tanti anni, ha fatto di tutto per demolire quell’edificio con la scusa di essere impraticabile perché pericolante e non adatto a spettacoli teatrali, perché non soddisfaceva i parametri tecnici richiesti. Sabato scorso si è dimostrato, tra l’altro, che quella sala rimane tuttora una delle migliori in Albania, anche per la sua acustica, nonostante le continue bugie denigratorie del primo ministro, dei suoi sottomessi e della frenetica propaganda governativa. E nonostante lo avessero volutamente trascurato come edificio, in modo che degradasse con il tempo per poi giustificare la demolizione. Quanto è accaduto sabato scorso, 27 luglio, in quella sala, ha dimostrato il contrario. La sala riempita di spettatori, molti dei quali anche in piedi, è stata la migliore risposta all’occulto e abusivo progetto personale di lunga data del primo ministro per distruggere quell’edificio e poi costruire delle torri in cemento armato nel pieno centro di Tirana. I cittadini hanno finalmente capito tutto e sono veramente indignati. Ragion per cui prima che iniziasse la recitazione di sabato scorso sul palcoscenico del Teatro Nazionale tutti gli spettatori in coro hanno cominciato a gridare “Teatro, Teatro” e “Abbasso la dittatura!”.Tutto ciò dopo che per tutto mercoledì scorso, fino a sera tardi, i cittadini e gli artisti non hanno permesso il compimento di un atto vergognoso e pericoloso, cominciato lo stesso giorno, di prima mattina. Atto che dovevano portare a compimento le ingenti forze speciali della polizia di Stato che avevano circondato l’area intorno al Teatro Nazionale. Come se si trattasse di un allarme di elevato pericolo derivante da attacchi terroristici. Invece no. Hanno circondato l’area, ben intenzionati ad agevolare lo svuotamento dell’edificio del Teatro Nazionale. Per poi portare finalmente al compimento il diabolico, corruttivo e scandalistico progetto del primo ministro. Proprio quel progetto ideato vent’anni fa, quando lui era ministro della cultura. Da allora quel progetto è diventato una sua idea fissa ma mai realizzata, grazie soprattutto alle diverse proteste e le contestazioni degli artisti e dei cittadini agli inizi degli anni 2000. Ma da allora le ragioni che hanno sempre spinto il primo ministro a voler realizzare quell’osceno delitto urbanistico sono aumentate. Ed è aumentato enormemente anche il suo potere decisionale. Perché ormai lui controlla quasi tutto, diventando così un autocrate che sta portando l’Albania verso un nuovo regime. Una nuova dittatura gestita da lui, in stretta alleanza con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti. Ormai ci sono molto fondate e convincenti ragioni per credere che il progetto di demolire il Teatro Nazionale e poi costruire, al suo posto, dei grattacieli in pienissimo centro della capitale, non è prima di tutto una scelta architettonica. È bensì una scelta che permetterebbe il riciclaggio del denaro sporco. Si tratterebbe di miliardi di euro, provenienti dai traffici illeciti delle droghe e altre attività criminali e di corruzione.

    All’inizio di giugno dell’anno scorso, per portare a compimento il progetto, in Parlamento è stata approvata una legge speciale, solo con i voti della maggioranza governativa. Proprio quella legge che doveva permettere l’attuazione del sopracitato progetto abusivo, clientelistico e corruttivo del primo ministro. Una legge in palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore, ma che non poteva essere contestata più presso la Corte Costituzionale, semplicemente perché quella Corte non funzionava più. E non per caso, come è stato dimostrato chiaramente da circa due anni ormai, in tante altre occasioni. Una legge che non è stata mai decretata dal presidente della Repubblica e che viola anche le normative europee, essendo l’Albania un paese che ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea. Ma per garantire la riuscita di quella diabolica impresa e scavalcare i tanti palesi e insormontabili ostacoli legali, hanno trovato la soluzione tramite la legge speciale. Proprio di quel tipo di leggi che, come prevede la Costituzione, si adoperano soltanto in casi eccezionali, come conflitti armati, invasioni e altre determinate e previste emergenze. Mentre fare una legge speciale per la demolizione del Teatro Nazionale e passare tutta l’area ad un privato prescelto dal primo ministro, per poi costruire dei grattacieli, era tutt’altro che un caso eccezionale e/o un’emergenza! Era però chiaramente una legge che permetteva di prendere due piccioni con una fava. Prima si garantiva il riciclaggio di enormi quantità di denaro sporco da investire in edilizia e poi si garantivano, a lungo andare, “puliti” guadagni, altrettanto enormi, dai ricavati delle attività svolte in quegli edifici. Intanto la misera scusa del primo ministro e dei suoi ubbidienti sostenitori pubblici riguardo la mancanza dei fondi pubblici per finanziare la ricostruzione dell’edificio del Teatro Nazionale fa ridere anche i polli in Albania. Di tutto ciò il lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese, dal giugno 2018 in poi (Patto Sociale n. 316, 361 ecc,). Durante questi ultimi giorni anche i media internazionali stanno rapportando con professionalità su quanto sta accadendo. Nel frattempo però, nessuno dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania si è reso conto di tutto ciò. Sono gli stessi che, in simili casi gravi, non vedono, non sentono e non capiscono niente. Chissà perché?! Intanto, il 24 luglio scorso, i rappresentanti dell’Alleanza per la difesa del Teatro hanno scritto una lettera al Parlamento europeo, informando su quanto stava accadendo quel mercoledì. Con quella lettera si chiedeva urgentemente, a chi di dovere, “l’appoggio politico, istituzionale, morale ed umano” affinché “questo progetto culturicida del governo albanese venisse fermato prima che fosse tardi’.

    Il 17 giugno scorso, trattando quanto stava succedendo da un anno con la protesta in difesa del Teatro Nazionale, l’autore di queste righe scriveva che in tutto ciò si doveva tanto alle anime nobili dei semplici cittadini e di alcuni artisti e registi. Dopo mercoledì della scorsa settimana ancora di più. Egli continua ad essere convinto anche che quanto accade ogni sera sulla piazzetta del Teatro è la metafora di quello che accade realmente e quotidianamente in Albania.

    Chi scrive queste righe esprime la sua profonda soddisfazione perché, per l’ennesima volta e grazie alla resistenza consapevole dei cittadini e di quegli artisti che non hanno venduto l’anima e la dignità umana e professionale, il palcoscenico del Teatro Nazionale è stato di nuovo salvato. Ed è convinto che, come scriveva Shakespeare, il mondo continuerà ad essere considerato come un palcoscenico, dove ognuno deve recitare la sua parte. Ognuno, senza eccezione alcuna.

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