proteste

  • L’estrema destra dà fuoco al Corano, s’infiamma la Svezia

    L’estrema destra provoca e la Svezia si infiamma nel weekend di Pasqua. Vi partecipano poche centinaia di persone, ma l’immagine che trasmettono al mondo è di una sommossa: da Örebro a Norrköping e Linköping, da Malmö a Stoccolma, tre giorni e tre notti violenti scontri oppongono polizia e manifestanti che lanciano sassi e bottiglie molotov e bruciano auto, pneumatici, cassonetti della spazzatura e tutto quanto capita loro a tiro, con un bilancio provvisorio di almeno 26 poliziotti e una quindicina di manifestanti feriti, alcuni colpiti di rimbalzo da proiettili di avvertimento sparati dagli agenti, varie decine di arresti. Il tutto in risposta a un ‘tour’ del leader di estrema destra danese Rasmus Paludan, che brucia pubblicamente copie del Corano, il testo sacro dell’Islam, in ogni centro della Svezia dove risieda una forte comunità di musulmani.

    La polizia svedese non ha per ora descritto la provenienza politica dei manifestanti, che però dalle testimonianze che si accumulano sui media appaiono comprendere cittadini musulmani, militanti antirazzisti e, in alcuni casi, dice la polizia, anche delinquenti comuni.

    Dopo essere iniziati venerdì a Örebro, nella domenica di Pasqua gli scontri sono tornati per la seconda volta a Norrköping, dopo essersi spostati nella vicina Linköping sabato, seguendo l’itinerario delle provocazioni di Paludan, ma approdando anche alla capitale Stoccolma.

    Domenica il leader di estrema destra ha rinunciato polemicamente al pubblico rogo del Corano dopo che la polizia lo ha obbligato a spostarlo a un luogo isolato, come aveva già fatto sabato, relegando la sua provocazione dal centro della cittadina di Lanskroma alla periferia della vicina città di Malmö, la terza più grande della Svezia, nel sud, in un parcheggio recintato da barriere. Su Facebook Paludan ha scritto polemicamente che la polizia e il governo svedesi “hanno dimostrato di essere assolutamente incapaci di proteggere se stessi e me. Se io venissi ferito gravemente o ucciso per colpa dell’inadeguatezza dell’autorità di polizia, sarebbe veramente triste per gli svedesi, i danesi e altri popoli del Nord”.

    Politico e avvocato danese di 40 anni, ma anche con passaporto svedese, Rasmus Paludan vuole lanciarsi in politica in Svezia nelle elezioni di settembre con il partito di estrema destra anti-immigrati e islamofobo Stram Kurs (Linea Dura) da lui fondato nel 2017, che si autodefinisce il “partito più patriottico della Danimarca”.

    Il governo socialdemocratico svedese della premier Magdalena Andersson ha duramente condannato tanto le dimostrazioni di Paludan, quanto le violenze di reazione, tenendo fermo il punto che uno dei principi fondanti della democrazia svedese è la libertà totale di espressione. Principio che Stoccolma ha difeso di fronte alla grandinata di proteste provenienti dai Paesi a maggioranza islamica del mondo contro “l’offesa deliberata al sacro Corano”, dall’Iraq all’Egitto, dagli Emirati arabi alla Giordania. Chi scatena la violenza nelle strade, ha fatto capire Andersson, si presta al gioco dell’estremista Paludan e della sua agenda razzista. Il ministro della Giustizia, Morgan Johansson, si è rivolto ai dimostranti invitandoli ad “andare a casa”, dopo aver definito Paludan un “buffone di estrema destra il cui unico fine è la violenza e la divisione”, ma ricordando come la Svezia sia una democrazia e che in democrazia “anche i buffoni hanno libertà di parola”.

  • Una protesta pacifica che ha fatto cadere delle maschere

    La maschera, quando è portata a lungo, non vuol più staccarsi dal volto

    Leone Ginzburg“Imparerai a tue spese che, nel lungo tragitto della vita, incontrerai tante maschere e pochi volti”. Era convinto di ciò che diceva Vitangelo Moscarda, detto Gengè, il personaggio principale del noto romanzo Uno, nessuno e centomila, scritto da Luigi Pirandello, che nel 1934 ha avuto il premio Nobel per la Letteratura. Un romanzo sul quale l’autore ha lavorato e riflettuto per circa quindici anni prima di pubblicarlo nel 1926. Lui stesso lo ha definito come il romanzo della scomposizione della personalità. Ed è proprio Gengé, proprietario benestante di un banco di pegni, il quale, per delle dirette, vissute e tormentate esperienze di vita personale, si convince che l’essere umano, essendo uno, diventa nessuno nella moltitudine sociale, ma per gli altri si disgrega in centomila immagini, esseri differenti l’uno dall’altro. Tutto cominciò un giorno, quando la moglie disse a Gengé, mentre lui si stava guardando allo specchio, che aveva il naso storto. Non essendosi mai accorto e convinto del contrario, da quel momento Gengé cominciò a dubitare di tante cose e le sue ferme convinzioni cominciarono a vacillare. Ragion per cui cominciò a riflettere su tutto e tutti. E riflettendo arrivò alla conclusione che siccome non era stato in grado di accorgersi di un così banale difetto fisico, come il naso storto, allora chissà quanti altri difetti caratteriali, anche importanti, erano però sfuggiti a lui, ma non agli altri. In preda a questi tormenti, Gengé cominciò a cambiare continuamente atteggiamento, tanto che nessuno riconosceva più in lui quella persona agiata che viveva la sua vita tranquilla e beata. Dopo tante sue ossessioni, dopo tante decisioni prese da lui ma non condivise dagli altri, che l’hanno reso pazzo agli occhi dei sui amici, dopo aver subito anche l’abbandono della sua moglie, Gengé si ritira in un ospizio per i poveri, da lui costruito. Ed in quell’ospizio cominciò a vivere come uno dei tanti ospiti, non usando più neanche il suo nome e diventando perciò un nessuno. Ma era proprio così, in quell’ospizio, che finalmente Vitangelo Moscarda, detto Gengè, si sentì libero dalle tante, tantissime maschere con le quali, durante la sua tormentata vita, aveva dovuto aver a che fare.

    Affrontarsi con le maschere purtroppo rappresenta una realtà quotidiana in ogni parte del mondo. Anche in Albania. Ma soprattutto durante questi ultimi mesi, quando tutta l’attenzione pubblica e mediatica è stata concentrata sugli sviluppi dentro il partito democratico albanese. Si tratta proprio del primo partito che si è opposto alla dittatura comunista dal dicembre 1990, che ha organizzato e ha guidato tutte le massicce proteste che hanno portato, in seguito, alla caduta di quella spietata e sanguinosa dittatura. Si tratta del maggior partito di quella che dovrebbe essere stata, dal 2013, una vera opposizione contro la nuova dittatura sui generis che si sta consolidando in Albania. Una dittatura che, camuffata da una fasulla parvenza di pluripartitismo, rappresenta una reale pericolosa alleanza tra il potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Una dittatura che, purtroppo, ha avuto anche il sostegno “taciturno”, ma non di rado anche pubblico, di alcuni “rappresentanti internazionali” in Albania. Quanto è accaduto e sta accadendo in Afghanistan, soprattutto dal 15 agosto 2021, ne potrebbe rendere l’idea al nostro lettore del “contributo” di quei “rappresentanti”. Un partito, quello democratico in Albania, che non dovrebbe e non potrebbe essere mai proprietà del suo dirigente e di alcuni suoi “fedelissimi”, come purtroppo è diventato, anno dopo anno e partendo dal 2013. Anno in cui, dopo le non revocabili dimissioni del suo capo storico, il dirigente diventò colui che, fino all’11 dicembre scorso, rappresentava ufficialmente il partito democratico. Colui che, fatti accaduti, documentati, verificati e verificabili alla mano, più che il dirigente del partito era diventato da anni, per il modo con il quale esercitava il suo ruolo istituzionale, il suo usurpatore. E sempre dai fatti accaduti, dai dati ufficialmente documentati, emersi e che stanno emergendo anche durante questi ultimi giorni, purtroppo, il partito democratico albanese era diventato una molto rimunerativa impresa familiare del suo usurpatore, avendo, tra l’altro ed in cambio dei servizi resi, anche un “generoso appoggio” da parte delle istituzioni governative. Servizi che, secondo le cattive lingue, erano parte integrante degli “oblighi” che doveva rispettare l’usurpatore del partito democratico albanese. Tra i quali due erano i più importanti e di valore strategico. Sgretolare e rendere inefficienti le strutture del partito per permettere al primo ministro di non avere ostacoli reali nella sua irresponsabile e folle corsa, con tutte le drammatiche e sofferte conseguenze. Ma anche di annientare, oppure, per lo meno, di indebolire lo spirito di protesta dei sostenitori del partito democratico e dei cittadini albanesi. E, come è accaduto da anni, le cattive lingue hanno avuto quasi sempre ragione.

    Ma questa drammatica situazione nel partito democratico albanese cominciò a cambiare con la nascita del Movimento per la ricostituzione del partito. Un Movimento capeggiato dal capo storico del partito, allo stesso tempo ex presidente della Repubblica (1992-1997) ed ex primo ministro (2005-2013), che ha motivato di nuovo la base del partito. Un movimento che è diventato sempre più ampio e che ha attirato tutta l’attenzione pubblica e mediatica, mettendo in serie e vistose difficoltà anche l’usurpatore del partito. Ma non solo lui. Perché insieme con lui ha cominciato a preoccuparsi seriamente anche il suo “benefattore”, il primo ministro albanese. Ne è una significativa testimonianza il coinvolgimento, dietro ben precisi “orientamenti” partiti dalle “stanze del potere”, dei media controllati direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Una sempre più ampia schiera di analisti e di opinionisti a pagamento, gestiti dalla propaganda governativa, che fino a poco tempo fa ridicolizzavano l’usurpartore del partito democratico, adesso fanno i suoi avvocati difensori. In una simile realtà e in pieno rispetto dello Statuto del partito, la maggioranza assoluta dei delegati eletti del congresso ha convocato l’11 dicembre scorso, per la prima volta in assoluto in Albania, il Congresso straordinario del partito ed ha approvato quasi all’unanimità alcuni emendamenti dello Statuto. Il congresso, con i diritti riconosciuti dallo Statuto, ha altresì esonerato l’usurpatore da tutti i suoi incarichi dirigenziali. Ed insieme con lui anche i rappresentanti non eletti, come prevede e sancisce lo Statuto, ma selezionati e nominati dall’usurpatore nelle strutture dirigenziali del partito. Dall’11 dicembre 2021 e fino al 22 marzo 2022, ha assunto tutte le funzioni istituzionali, sempre dietro una decisione presa dai delegati del Congresso, una Commissione transitoria per la ricostituzione del partito democratico albanese. La decisione relativa all’esonero dell’usurpatore è stata in seguito riconfermata da un referendum aperto a tutti gli iscritti e svolto il 18 dicembre scorso. Durante questi ultimi mesi in Albania sia l’usurpatore del partito che alcuni suoi “fedelissimi” sono stati costretti a cambiare maschera. Il nostro lettore è stato informato continuamente di tutto ciò, soprattutto durante questi due ultimi mesi (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021; Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021; Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta, 20 dicembre 2021).

    In pieno rispetto dei suoi diritti istituzionali, riconosciuti dallo Statuto del partito, la Commissione transitoria per la ricostituzione del partito democratico albanese ha inviato ufficialmente una lettera all’usurpatore del partito, con la quale lo informava delle decisioni prese dal Congresso del partito e confermate anche dal referendum. Con la stessa lettera chiedeva a lui di rispettare la volontà della grande maggioranza degli iscritti del partito e, perciò, di fare, entro il 5 gennaio scorso, le dovute e previste consegne istituzionali. L’usurpatore del partito però, non solo non ha rispettato il verdetto del Congresso e del referendum, ma ha ordinato di cominciare, in fretta, a blindare la sede del partito. Sì, di blindare la sede, nel vero senso della parola, mettendo nuove porte di ferro a tutti gli ingressi dietro quelle esistenti che servivano semplicemente come facciata. Ha oscurato anche tutte le finestre. Per non permettere a nessuno di entrare e di vedere quello che accadeva dentro la sede. Non permettere neanche di vedere che dentro la sede si erano radunate alcune decine di criminali evidenziati e ben noti anche alla polizia di Stato. Il compito a loro affidato era quello di impedire, con l’uso della forza e di altri mezzi, l’ingresso nella sede dei membri della Commissione transitoria per la ricostituzione del partito e degli iscritti. E, allo stesso tempo, sia l’usurpatore, che alcuni suoi “fedelissimi” hanno “indurito” anche il tono della voce, durante le poche dichiarazioni registrate o in diretta. Facendo così cadere altre loro maschere. Nel frattempo e visto quanto stava accadendo, la Commissione transitoria per la ricostituzione del partito ha invitato tutti gli iscritti a svolgere una protesta pacifica sabato scorso, 8 gennaio, presso la sede.

    Ebbene quello che è accaduto sabato scorso ha messo a nudo non solo il vero volto di tutti coloro che continuano ad usurpare la sede del partito democratico, ma anche il “rapporto di reciproco sostegno” tra il primo ministro e l’usurpatore del partito democratico. Altre maschere sono cadute. Nella mattinata di sabato scorso migliaia di iscritti del partito si sono radunati davanti alla sede. Un raduno pacifico dei veri azionisti del partito che chiedevano semplicemente venisse rispettato il loro sacrosanto diritto di entrare a casa propria. Purtroppo dall’interno della sede hanno risposto con dei gas lacrimogeni. Uso del tutto vietato dalla legge in vigore. Ma non solo; ad un determinato momento davanti alla sede sono stati schierati reparti delle forze scelte della polizia di Stato che hanno cominciato ad aggredire e spingere i protestanti pacifici. Invece di entrare nella sede ed arrestare coloro che facevano uso del gas in palese violazione della legge, hanno cominciato ad aggredire i manifestanti! Così come, invece di entrare nella sede del partito e fare i dovuti controlli previsti dalla legge, dopo che la Commissione transitoria per la ricostituzione del partito aveva ufficialmente depositato la denuncia per la presenza di criminali armati dentro la sede, la polizia di Stato non ha fatto niente, violando clamorosamente la legge in vigore. Ma, allo stesso tempo, hanno dimostrato da chi prendevano gli ordini. In più, per compiere fino in fondo quello che era stato loro ordinato, hanno fatto un uso sproporzionato e criminale di gas lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, ferendo molti manifestanti pacifici, di spray a peperoncino di forte concentrazione e di cannoni d’acqua. Dopo aver finalmente allontanato i manifestanti dalla sede del partito, li hanno inseguiti, usando sempre in modo vistosamente sproporzionato i gas nocivi e l’acqua. Dopo avere “liberato” la sede dai manifestanti pacifici, le truppe scelte della polizia di Stato sono rimaste ancora per alcune altre ore intorno alla sede del partito democratico albanese. Nel frattempo hanno approfittato sia il ministro degli Interni, fedelissimo del primo ministro, che l’usurpatore del partito e alcuni suoi fedelissimi, per elogiare il “comportamento esemplare” della polizia di Stato. Ma anche per “incolpare i manifestanti aggressivi e criminali” di aver distrutto tutto! Cercando di colpevolizzare una protesta pacifica che ha fatto cadere delle maschere, tante maschere.

    Chi scrive queste righe seguirà ed informerà il nostro lettore di tutti gli attesi sviluppi nel partito democratico albanese. Anche perché ci saranno altre proteste massicce e pacifiche ad oltranza. Proteste che faranno cadere altre maschere le quali, parafrasando Leone Ginzburg, essendo portate a lungo, non vogliono più staccarsi dal volto.

  • Idee diverse sì, ma nel rispetto delle regole

    E’ possibile avere idee diverse? Sì, e spesso è utile confrontarsi su idee diverse. E’ possibile manifestare per difendere e fare conoscere le proprie idee diverse da quelle della maggioranza? Certamente sì ma senza violenza, fisica e verbale, e senza mettere a rischio la propria e altrui incolumità. L’aumento esponenziale di contagi, proprio a seguito delle molte manifestazioni no vax con i partecipanti senza mascherina e senza rispetto del distanziamento sono e restano una violazione del diritto alla salute, diritto che abbiamo tutti, come singoli e come collettività. Sia il governo che le regioni ed i comuni avrebbero dovuto, fin dai primi cortei, ribadire quanto era stato sancito e che dovrebbe essere ancora in vigore, e cioè che all’aperto, in caso di assembramento, è obbligatoria la mascherina. Ancora oggi nei mercati all’aperto molti comuni controllano che le persone portino la mascherina e perciò non si comprende perché, fin dall’inizio, non sia stato chiaramente ribadito che per partecipare ad ogni tipo di manifestazione i partecipanti dovessero indossare idonea protezione. Passare dall’eccessivo permissivismo iniziale a parziali interventi non solo non ha impedito il diffondersi del virus in modo esponenziale ma ha inasprito gli animi di tutti creando nuovamente un clima che non giova alla serena convivenza. Circoscrivere le manifestazioni in luoghi specifici per non intralciare il traffico ed il commercio, come sembra sia stato ora deciso dal governo, non risolverà il problema del diffondersi del virus se non sarà ricordato, in forma inderogabile con adeguati controlli, che anche all’aperto, quando vi è assembramento, la mascherina è obbligatoria e che chi non rispetterà le regole potrebbe essere denunciato per danni alla salute pubblica. Chi dissente deve poter manifestare il proprio dissenso ma non ha il diritto, per difendere la propria presunta libertà, di ledere la libertà e la salute altrui.

  • Per il capo della Polizia la narrazione sul web si sta facendo sempre più preoccupante

    “Attenti ai gruppi che cercano disordine”. E’ questo il monito che qualche giorno fa, dal Salone della Giustizia durante il dibattito “Pandemia in sicurezza”, ha lanciato il Capo della Polizia Lamberto Giannini. “Il cittadino che vuole manifestare il proprio dissenso – continua Giannini – lo può fare nelle regole perché altrimenti diventa portatore d’acqua di gruppi che cercano il disordine o la confusione. E poi purtroppo non è semplice andare a vagliare e discernere. Abbiamo assistito in questo periodo a una serie di minacce, come blocchiamo le stazioni, blocchiamo i caselli autostradali o le varie attività, e questo ha comportato problemi”. Giannini invita a tenere alta la guardia rispetto al web poiché è preoccupante la narrazione della realtà che ne scaturisce, soprattutto a causa dei sempre più frequenti lupi solitari. “Il web sta tenendo viva una fiamma. A fronte di una serie di sconfitte sul territorio e del restringimento degli spazi – sottolinea il capo della Polizia – c’è un rilancio continuo della propaganda, che invita nei Paesi dove c’è un problema di controllo del territorio a riproporre l’esperienza come il Califfato per noi c’è la necessità di attivarsi sui lupi solitari”. “La situazione e il periodo sono piuttosto delicati con una narrativa sul web preoccupante – dice Giannini – tante persone traducono la preoccupazione in sentimenti di rabbia e anti-sistema e si uniscono spesso estremismi opposti con il pericolo di soggetti che sono professionisti delle iniziative non legali cerchino di cavalcare la protesta. Tanta messaggistica è sul web, che non ti dà la percezione dei reali numeri di quello che può accadere. Stiamo passando da una fase in cui i promotori delle iniziative venivano in questura e davano un’idea dei numeri e degli umori, mentre oggi abbiamo qualcosa di veramente insidioso: gruppi anonimi nel web, su siti che rimbalzano in varie parti del mondo che magari lanciano delle iniziative spesso illegali nel web”.

    Chiaro il monito a non sottovalutare la ancora attiva minaccia che arriva dal terrorismo fondamentalista.

  • Il Sistema Sanitario Nazionale ed il paradosso “progressista”

    Il perdurare della pandemia da covid-19 con tutte le varianti del virus sta mettendo a dura prova il sistema sanitario nazionale di ogni singolo paese. Il senso di inadeguatezza dimostrato durante il primo periodo (primavera 2020) ed il conseguente lockdown dal sistema sanitario gestito dalle regioni per l’eccezionalità della stessa pandemia lascia ora il posto alla complessa ed articolata discussione relativa alle strategie economiche e sanitarie delle quali il sistema stesso è oggetto. Il tutto con l’obiettivo ovviamente di contenere se non annullare tanto i contagi quanto gli effetti dell’infezione virale.

    A questa legittima ricerca si aggiunge, inoltre, la sempre più forte contrapposizione all’interno della campagna vaccinale tra i sostenitori dei vaccini e la compagine dei no-vax. Gli stessi toni hanno raggiunto livelli insostenibile ed incompatibili con un confronto democratico da entrambe le parti. In quanto alle minacce verbali anche sui social attribuibili alla compagine dei no-vax la parte avversa risponde con concetti altrettanto pericolosi e minacciosi. Emerge, infatti, un pensiero preoccupante relativo proprio alle strategie “sanitarie” proposte e magari imposte per vincere, se non convincere, la riottosità di una buona parte dei non vaccinati.

    All’interno di quella compagine politica che si definisce “progressista”, quindi vicina agli ideali una volta espressione della sinistra, ottiene un sempre maggiore consenso quella proposta per la quale i “non vaccinati” dovrebbero pagarsi le spese sanitarie per gli eventuali ricoveri. Un’affermazione ma soprattutto l’espressione di una ideologia massimalista lontana anni luce proprio da quegli ideali che hanno caratterizzato dal dopoguerra ad oggi il pensiero progressista e di sinistra e lontana anche dai principi democratici contenuti nella Carta Costituzionale. In questo senso va ricordato proprio a questi Falsi Progressisti come il sistema sanitario (SSN) del nostro Paese sia pubblico, quindi ogni cittadino italiano o chiunque si trovi sul nostro territorio possa accedere nel momento del bisogno alla totalità dei propri servizi, indipendentemente dalla nazionalità (1), residenza regionale (2), censo (3), colore della pelle (4), reddito (5) o religione (6).

    In più la strategia proposta per combattere la resistenza dei no-vax (ripeto pagare per una prestazione sanitaria invece prevista gratuita come atto costitutivo stesso del SSN pubblico) è esattamente identica a quella adottata dalle compagnie di assicurazioni sanitarie statunitensi le quali stanno aumentando ai “non vaccinati” di circa 200 dollari al mese il premio assicurativo (circa 2.500 dollari all’anno quindi) in virtù di un accresciuto profilo di rischio.

    Va ricordato come la complessa struttura sanitaria statunitense si basi sul principio della privatizzazione del sistema stesso al quale si accede attraverso la stipula di una polizza sanitaria. La perfetta simbiosi tra la soluzione proposta dal “mondo progressista italiano” da inserire nel nostro SSN pubblico e quella liberista statunitense ma pensata per un SSN privato dimostra in modo evidente il paradosso politico, strategico ed ideologico italico. In più emerge in modo cristallino come l’approccio ideologico ed etico alla complessa problematica sanitaria apra le porte ad uno Stato etico.

    All’interno di questa istituzione etica i cittadini e successivamente i pazienti potranno accedere alle cure mediche garantite dal SSN pubblico gratuitamente SE, e solo SE, il loro profilo comportamentale e sanitario risulterà in linea con i protocolli ed i modelli comportamentali elaborati dallo stesso Stato.

    In altre parole: nasce lo Stato Orwelliano.

  • Pretestuose polemiche

    Che i cani marchino il territorio è naturale, che illustri esponenti politici vogliano marcare il loro spazio elettorale accapigliandosi sull’orario del coprifuoco alle 22, rischiando ricadute negative sul governo, governo che già chiaramente aveva detto e ribadito che l’orario si sarebbe rimodulato a metà maggio rispetto alla situazione dei morti e dei contagi, è veramente deprecabile. Tutti auspichiamo maggiore libertà ma la sicurezza è prioritaria ad ogni altra considerazione e, purtroppo, la sprovvedutezza e incoscienza di molti, di troppi, ha causato più volte nel passato contagi che, con maggiore rispondenza alle regole, si sarebbero evitati. Ci aspettavamo dai leader politici appelli alla prudenza non pretestuose polemiche nella speranza di aumentare i propri consensi nei sondaggi. Il coprifuoco cambierà quando avremo tutti dimostrato maggiore responsabilità, a partire da chi oggi chiede insistentemente aperture premature e pericolose.

  • In Birmania è un bagno di sangue, dilaga la rabbia contro la Cina

    Un massacro di innocenti, il più grave dall’inizio delle proteste contro il golpe: almeno 59 morti domenica 14 marzo, con media locali che riferiscono di oltre un centinaio, e altri 5 ragazzi uccisi nelle città di Myingyan e Aunglai il giorno dopo. La Birmania è ormai in fiamme, con decine di migliaia di giovani che continuano a scendere nelle strade nonostante le forze di sicurezza sparino per uccidere da settimane, scioperi generali, la legge marziale nell’ex capitale e un nuovo stop al traffico internet per impedire al dissenso di organizzarsi.

    Domenica folle di manifestanti hanno attaccato 32 fabbriche legate alla Cina causando anche alcuni feriti, polizia e militari hanno cercato di disperdere la protesta sparando ad altezza d’uomo. Solo qui sono morte almeno 59 persone secondo fonti ospedaliere, e il regime ha dichiarato la legge marziale nei distretti dell’ex capitale teatro delle violenze di ieri. Media locali parlano però di un numero di morti doppio rispetto a quanto emerso.

    In tutto, le vittime dal colpo di stato del primo febbraio sono ormai almeno 145 in 17 città, con migliaia di feriti e oltre 2mila arrestati; e si teme un bilancio molto peggiore, dato che la copertura mediatica è molto minore al di fuori di Yangon e Mandalay. Con un nuovo blocco del traffico internet sui telefonini applicato oggi, il rischio è che nuove stragi siano ancora meno documentate sui social media dagli stessi manifestanti.

    Il blocco alle connessioni è anche la ragione per cui la terza udienza del processo contro Suu Kyi, prevista per il 15 marzo a porte chiuse ma in teleconferenza, è stata rinviata al 24 marzo. Lo ha riferito lo stesso avvocato della Signora, contro la quale sono stati emessi quattro capi di imputazione, dal possesso illegale di walkie-talkie all’accusa di aver intascato pagamenti illegali. Difficile capire se l’impossibilità di andare online è la vera ragione del rinvio o se il regime intende solo prendere tempo. Impossibile anche aspettarsi un’applicazione imparziale della giustizia – Suu Kyi è detenuta in isolamento e senza accesso al suo legale – in un processo chiaramente politico contro la leader che ha trionfato nelle uniche due elezioni libere nel fragile decennio di transizione verso la democrazia, ora stroncato dal golpe.

    A un mese e mezzo dal golpe, è ormai difficile capire quale possa essere la via d’uscita per una giunta militare che ha enormemente sottostimato il rigetto popolare della sua presa di potere e che non riesce a fermare le manifestazioni neanche sparando sulla folla. Le proteste sono il grido di disperazione di una generazione di giovani che stava crescendo assaporando per la prima volta le libertà democratiche, e che si ritrova ora in una brutale dittatura. Gli eventi di ieri mostrano anche come si sia diffusa la rabbia contro la Cina, che fin dall’inizio ha evitato di criticare i militari golpisti, proteggendoli anche all’Onu. La stessa Pechino ha esortato oggi alla calma, dicendosi “molto preoccupata”, ma con un tono che sembra prediligere i suoi interessi economici invece che i morti della repressione armata, e che è stato schernito sui social media dai birmani.

  • Anche in Tunisia si contesta l’inettitudine del governo, ma lì scattano centinaia di arresti

    Sono centinaia le persone arrestate dalla polizia tunisina durante gli scontri notturni con i giovani che protestano contro il governo. Secondo l’ultimo bilancio, il numero dei fermati è superiore a 630, considerando le diverse città del Paese nordafricano teatro dei disordini.

    Le manifestazioni sono state scatenate dalla difficile situazione socio-economica nel 10/mo anniversario, caduto giovedì scorso, della rivolta che diede origine alla primavera araba e che portò alla destituzione del presidente Zine El-Abidine Ben Alì. Da quel giorno la Tunisia sarebbe in lockdown anti-Covid dalle 16 fino alla mezzanotte, ma questo non ha scoraggiato migliaia di giovani dal riversarsi sulle strade per 3 notti consecutive. Molti degli arrestati hanno fra i 14 e i 17 anni, secondo quanto riferito dal ministero dell’Interno, e gli scontri sono stati particolarmente accesi a Ettadhamen, un quartiere della banlieue nord-orientale di Tunisi.

    Qualche notte dopo si è ripetuto lo stesso copione dei giorni precedenti: sassaiole, esplosioni, fuochi d’artificio lanciati dai tetti delle case da parte dei giovani manifestanti a cui la polizia e la gendarmeria hanno reagito con gas lacrimogeni per spingerli a tornare nelle proprie abitazioni.

    Il mese di gennaio in Tunisia è ormai tradizionalmente segnato da proteste e manifestazioni, in concomitanza con l’anniversario della Rivoluzione dei gelsomini e la caduta del regime di Ben Ali, ma quest’anno l’appuntamento è stato ostacolato da un confinamento totale di quattro giorni deciso per arginare la seconda ondata di coronavirus.

    I disordini notturni si verificano in un contesto di grave peggioramento della situazione politica, economica e sociale del Paese. A fare da sfondo sono le accese tensioni tra le varie forze politiche che siedono in Parlamento, molto frammentato dalle elezioni del 2019, mentre il governo sempre più indebolito è stato oggetto di un rimpasto sabato scorso ed è in attesa del voto di fiducia dei deputati. Tunisi, Biserta, Menzel Bourguiba, Sousse, Nabeul, Kasserine e Siliana sono state le aree maggiormente colpite dalle azioni sovversive dei giovani che hanno incendiato copertoni, saccheggiato negozi e aggredito agenti di polizia.

    Intanto nel Paese e sui social network monta la rabbia verso una classe politica litigiosa, che non è in grado di gestire la pandemia di Covid-19 (il bilancio è di oltre 180 mila contagi e 5.692 vittime su quasi 12 milioni di abitanti) mentre la situazione economica e lavorativa sta peggiorando, con l’aumento dei prezzi, della disoccupazione e l’inefficienza dei servizi pubblici.

  • Dittatura che cerca di guadagnare tempo…

    Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più.

    Hannah Arendt

    La scorsa settimana decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza contro la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, discussa al Congresso Nazionale del Popolo cinese. Si tratterebbe di una legge che sancisce l’esercitazione dell’autorità della Repubblica Popolare cinese anche nel territorio di Hong Kong. Secondo quella legge si classificano come reati la sedizione, il separatismo, l’ingerenza straniera e il tradimento. Si prevede, altresì, che le autorità cinesi, dopo aver valutato e giudicato il reato, possano agire per “prevenire, fermare e punire” eventuali atti di secessione, sovversione o terrorismo. L’applicazione di questa legge potrebbe portare, come diretta conseguenza, sia all’apertura di varie agenzie di sicurezza cinesi a Hong Kong, che al dispiegamento di personale cinese responsabile della difesa della sicurezza nazionale sul territorio dell’ex colonia britannica. La nuova legge prevede, inoltre, che l’entrata in vigore non richieda l’approvazione del Parlamento di Hong Kong. Il che ridurrebbe seriamente i diritti acquisiti con l’accordo del 1997, secondo il quale nei rapporti tra la Cina e Hong Kong sarebbe stata applicata la formula “Un paese, due sistemi”. Un accordo quello, che ha garantito a Hong Kong delle vaste e significative libertà, non riconosciute ai cinesi, tra cui la stampa libera e la magistratura indipendente. Sono state immediate anche le reazioni dei media e delle istituzioni internazionali.

    Il 25 maggio scorso a Minneapolis, negli Stati Uniti d’America, quattro agenti hanno fermato un cittadino di colore, dopo una segnalazione di un tentato pagamento con denaro contraffatto. Da un filmato amatoriale, subito diffuso in rete, si vedeva e si testimoniava la violenza di uno dei quattro poliziotti contro il cittadino. Lui, per circa nove minuti lo ha bloccato con un ginocchio sul collo, nonostante la persona fermata ripetesse: “Non riesco a respirare”. In seguito il cittadino di colore è morto. Durante tutta la settimana sono continuate le massicce e violente proteste, cominciate il 26 maggio a Minneapolis e Saint Paul, le due città gemelle, sulla riva del Mississipi. Da allora le proteste, spesso anche molto violente, con scontri, distruzioni, con centinaia di arresti e alcuni morti, si sono propagate in molte altre città statunitensi. Tra le persone arrestate anche alcuni giornalisti e cameraman. Le immagini trasmesse in diretta hanno testimoniato quanto accadeva durante la settimana appena passata. Dall’inizio delle proteste a Minneapolis sono stati coinvolti pubblicamente, con le loro dichiarazioni e le misure prese, anche il presidente degli Stati Uniti ed alcuni sindaci. Ne ha approfittato delle proteste anche il candidato del partito democratico per le prossime elezioni presidenziali, come avversario dell’attuale presidente.

    Tutto ciò accadeva durante la scorsa settimana a Hong Kong e negli Stati Uniti. Ma anche nei Balcani non sono mancati gli sviluppi e le novità. Sabato scorso, 30 maggio, i media locali hanno informato che, a metà settimana, è stato fermato il primo ministro di Bosnia ed Erzegovina, insieme con due altre persone. Sempre secondo i media locali, tutti e tre sono stati accusati come persone coinvolte in quello che viene chiamato “L’affare dei respiratori”. Secondo la Procura bosniaca, si tratterebbe di atti corruttivi e abusivi con l’acquisto dalla Cina, per circa 5.3 milioni di euro, di una centinaia di respiratori necessari per affrontare la pandemia. Respiratori che però non potevano essere usati nei reparti del trattamento intensivo. Inoltre, la ditta importatrice dei respiratori era stata ufficialmente registrata come un’impresa per la coltivazione e il trattamento di frutte e verdure! Tutto ciò mentre in Bosnia, dopo le elezioni dell’ottobre scorso, ancora non c’è un accordo politico tra i partiti per costituire il nuovo governo.

    In Albania, durante la settimana appena passata sono continuati gli sforzi del primo ministro, dei suoi subordinati e della propaganda governativa, per spostare ed ingannare l’attenzione dell’opinione pubblica, locale ed internazionale, dalle barbarie accadute il 17 maggio scorso in pieno centro di Tirana. Barbarie, brutalità e violenza che hanno contrassegnato il vandalo abbattimento, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale. Il nostro lettore è stato ampiamente informato, di tutto ciò, durante le ultime due settimane. Quanto è accaduto nel pieno centro di Tirana il 17 maggio scorso, prima dell’alba, ha profondamente indignato e sconvolto l’opinione pubblica in Albania, tranne i “sostenitori interessati e/o a pagamento” del primo ministro. Le reazioni di sdegno e di condanna sono state unanimi. Così come sono state unanimi le reazioni e le condanne espresse dai media e dalle istituzioni internazionali. Tutto ciò ha messo di nuovo e per l’ennesima volta in grande difficoltà il primo ministro albanese. Lui che ormai non si potrebbe salvare nemmeno dalle sue vigliacche e perfide misure prese per passare le responsabilità ad altri. Le responsabilità passate al sindaco di Tirana, al ministro degli Interni e ad altri castrati funzionari della polizia di Stato e di altre istituzioni responsabili per l’abbattimento, le palesi violazioni penali e/o amministrative delle leggi in vigore, che hanno portato a tutto ciò, nonché per gli atti osceni e la barbara violenza poliziesca. Il primo ministro è uscito allo scoperto. Tutti sanno che lui, in prima persona, è l’ideatore e il vero responsabile, nonché il “rappresentante istituzionale” dei progetti corruttivi che prevedono la costruzione, al posto dell’edificio del Teatro, di sei grattacieli. Progetti che sono anche criminali, perché, con molta probabilità, quei progetti garantiscono anche il riciclaggio del denaro sporco della criminalità organizzata e della corruzione.

    Quanto è accaduto, notte tempo, quella domenica del 17 maggio è stato, allo stesso tempo, anche la testimonianza per eccellenza della reale restaurazione di una nuova, camuffata, ma non per questo meno pericolosa, dittatura in Albania. Quanto è accaduto notte tempo quel 17 maggio, ha dimostrato e testimoniato anche il totale fallimento della Riforma del sistema della giustizia. Una “Riforma”, volutamente programmata per farla fallire, che è costata, però, centinaia di milioni di euro e di dollari ai cittadini europei e statunitensi. Ragion per cui i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, hanno cercato con insistenza di considerarla come “una storia di successi”! E non a caso, dopo il 17 maggio scorso, il primo ministro sta cercando, a tutti i costi, di cancellare dalla memoria collettiva, locale ed internazionale la verità, la vera verità su quanto è accaduto. Angosciato, disperato e in panico, sta cercando di fabbricare e diffondere una sua “verità sostitutiva” basata su bugie, manipolazioni ed inganni, come al suo solito. Ragion per cui lui e la sua propaganda stanno cercando di spostare l’attenzione di nuovo sulle “riforme”, anche con la complicità dei soliti “rappresentanti internazionali”. Una eloquente testimonianza ne è stata anche quanto è accaduto la scorsa settimana con la “riforma elettorale”! Sono riusciti comunque, per il momento, a placare le sacrosanto proteste che sono seguite per due giorni, dopo quanto è accaduto il 17 maggio scorso. Mentre, nel frattempo, a Hong Kong e negli Stati Uniti si protestava contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani e delle libertà innate. E mentre il sistema di giustizia in Bosnia fermava il primo ministro, accusandolo di corruzione!

    Chi scrive queste righe è convinto che la dittatura in Albania sta cercando di guadagnare tempo, inventando delle “verità sostitutive”. Guai se i cittadini non riescano a capire la distinzione tra la realtà e la finzione, tra il vero e il falso! Perché allora diventeranno, anche senza volerlo e/o capirlo, dei sudditi ideali del regime totalitario. E cioè della dittatura in azione in Albania.

  • Nuovo provvedimento allo studio di Pechino rinfocola le tensioni con Hong Kong

    La Cina si avvia a imporre una nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, gettando le basi per nuove tensioni con gli attivisti pro democrazia dell’ex colonia, dopo le dure e violente proteste del 2019. La norma è in discussione a Pechino, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – sempre più in rotta con la Cina su diversi fronti, a cominciare dalle accuse sulle responsabilità cinesi sulla pandemia da Covid-19 – ha già avvertito: se la nuova legge entrerà in vigore, gli Usa reagiranno con forza. Mentre l’Unione europea insiste sul principio ‘un Paese, due sistemi’ e su un “dibattito democratico a Hong Kong e il rispetto dei diritti e delle libertà”.

    L’obiettivo di Pechino è quello di “istituire un quadro giuridico e un meccanismo di applicazione migliorati per la protezione della sicurezza nazionale” nell’ex colonia, ha detto nella conferenza stampa tenuta in tardissima serata da Zhang Yesui, portavoce del Congresso nazionale del popolo, in merito ai temi che saranno discussi da domani nella sessione plenaria dell’assemblea parlamentare cinese i cui lavori si chiudono il 28 maggio. Pechino ha chiarito più volte, con maggiore insistenza negli ultimi tempi, di volere una nuova legislazione sulla sicurezza da applicare a Hong Kong dopo le turbolenze dello scorso anno, tra proteste sfociate in autentici scontri violenti, sulla base della considerazione che la situazione dell’ex colonia rappresenti un buco nella sicurezza nazionale del Dragone.

    La proposta rafforzerebbe i “meccanismi di applicazione” della delicata normativa nell’hub finanziario, ha osservato Zhang. E farebbe leva sull’articolo 23 della mini-costituzione di Hong Kong, la Basic Law, secondo cui la città deve emanare leggi sulla sicurezza nazionale per proibire “tradimento, secessione, sedizione (e) sovversione” contro il governo cinese. La clausola non è mai stata applicata a causa dei profondi timori che potesse produrre la riduzione dei diritti e dello status speciale di Hong Kong, dove è ad esempio tutelata la libertà di espressione, nell’ambito degli accordi siglati da Cina e Gran Bretagna prima del passaggio dei territori sotto la sovranità di Pechino nel 1997. Un tentativo di emanare l’articolo 23 nel 2003 fu bruscamente accantonato dopo che mezzo milione di persone scese per le strade a protestare. Ora, il controverso disegno di legge è ritornato sul tavolo in risposta all’ascesa del movimento democratico nell’ex colonia britannica.

    Dai senatori repubblicani Ted Cruz e Mitt Romney all’ex consigliera di Obama, Susan Rice, è un coro bi-partisan quello che si è alzato negli Stati Uniti in difesa di Hong Kong e di condanna alla Cina. Sui social da ieri notte si moltiplicano i messaggi di critiche a Pechino, dopo la decisione di inasprire le leggi che prevedono l’arresto, nella regione autonoma, di chiunque venga accusato di “tradire la Cina”. Romney scrive: “Io sto con il popolo di Hong Kong nella continua ricerca di libertà e autonomia”.  Critiche alla Cina arrivano anche dal senatore Josh Hawley, tra i promotori del documento di condanna bi-partisan del Congresso e dal senatore, ed ex candidato presidenziale, Cruz secondo il quale le “nuove leggi imposte da Pechino segnano la fine dell’autonomia di Hong Kong”. Rice, ex consigliera di Barack Obama e ambasciatrice Usa all’Onu, “La Cina sta marchiando ciò che è rimasto della democrazia di Hong Kong. E cosa ha fatto o detto finora Trump? Niente. Lascia che se ne occupi il ragazzo Mike Pompeo. Trump dimostra ancora quanto sia debole e spaventato da Pechino”.

    Sottolineando in una nota che “l’Ue ritiene che il dibattito democratico, la consultazione delle principali parti interessate e il rispetto dei diritti e delle libertà a Hong Kong rappresenterebbero il modo migliore di procedere nell’adozione della legislazione nazionale in materia di sicurezza, come previsto dall’articolo 23 della legge di base” l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell ha affermato che la stessa Ue “sostiene al contempo l’autonomia di Hong Kong e il principio ‘un Paese due sistemi’ e continuerà a seguire da vicino gli sviluppi”.

    Gran Bretagna, Australia e Canada hanno a loro volta espresso “profonda preoccupazione” per la legge sulla sicurezza che la Cina intende introdurre a Hong Kong. Attraverso una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri, Dominic Raab, Marise Payne e Francois-Philippe Champagne che è stata diffusa dal Foreign Office, i tre Paesi ricordano gli impegni “legalmente vincolanti” sull’autonomia di Hong Kong firmati nelle dichiarazione congiunta che segnò la restituzione alla Cina della ex colonia britannica.

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