proteste

  • Palcoscenico salvato

    Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.

    William Shakespeare; “Il mercante di Venezia”

    Per la prima volta dopo più di un anno, da quando cioè, in seguito ad un abusivo ordine governativo, il Teatro Nazionale è stato chiuso, sabato scorso è ripresa l’attività artistica. Sul palcoscenico di una sala pulita e messa in ordine poco prima che iniziasse lo spettacolo dai cittadini che ogni sera si radunano sulla piazzetta del Teatro è salito un attore che ha recitato un monodramma. La scelta non è stata casuale, visto il suo contenuto molto attuale e significativo. È stata una sfida diretta al primo ministro. Una sfida alla sua arroganza, istituzionale e personale, nonché al suo operato peccaminoso. Una sfida diretta a lui che, da tanti anni, ha fatto di tutto per demolire quell’edificio con la scusa di essere impraticabile perché pericolante e non adatto a spettacoli teatrali, perché non soddisfaceva i parametri tecnici richiesti. Sabato scorso si è dimostrato, tra l’altro, che quella sala rimane tuttora una delle migliori in Albania, anche per la sua acustica, nonostante le continue bugie denigratorie del primo ministro, dei suoi sottomessi e della frenetica propaganda governativa. E nonostante lo avessero volutamente trascurato come edificio, in modo che degradasse con il tempo per poi giustificare la demolizione. Quanto è accaduto sabato scorso, 27 luglio, in quella sala, ha dimostrato il contrario. La sala riempita di spettatori, molti dei quali anche in piedi, è stata la migliore risposta all’occulto e abusivo progetto personale di lunga data del primo ministro per distruggere quell’edificio e poi costruire delle torri in cemento armato nel pieno centro di Tirana. I cittadini hanno finalmente capito tutto e sono veramente indignati. Ragion per cui prima che iniziasse la recitazione di sabato scorso sul palcoscenico del Teatro Nazionale tutti gli spettatori in coro hanno cominciato a gridare “Teatro, Teatro” e “Abbasso la dittatura!”.Tutto ciò dopo che per tutto mercoledì scorso, fino a sera tardi, i cittadini e gli artisti non hanno permesso il compimento di un atto vergognoso e pericoloso, cominciato lo stesso giorno, di prima mattina. Atto che dovevano portare a compimento le ingenti forze speciali della polizia di Stato che avevano circondato l’area intorno al Teatro Nazionale. Come se si trattasse di un allarme di elevato pericolo derivante da attacchi terroristici. Invece no. Hanno circondato l’area, ben intenzionati ad agevolare lo svuotamento dell’edificio del Teatro Nazionale. Per poi portare finalmente al compimento il diabolico, corruttivo e scandalistico progetto del primo ministro. Proprio quel progetto ideato vent’anni fa, quando lui era ministro della cultura. Da allora quel progetto è diventato una sua idea fissa ma mai realizzata, grazie soprattutto alle diverse proteste e le contestazioni degli artisti e dei cittadini agli inizi degli anni 2000. Ma da allora le ragioni che hanno sempre spinto il primo ministro a voler realizzare quell’osceno delitto urbanistico sono aumentate. Ed è aumentato enormemente anche il suo potere decisionale. Perché ormai lui controlla quasi tutto, diventando così un autocrate che sta portando l’Albania verso un nuovo regime. Una nuova dittatura gestita da lui, in stretta alleanza con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti. Ormai ci sono molto fondate e convincenti ragioni per credere che il progetto di demolire il Teatro Nazionale e poi costruire, al suo posto, dei grattacieli in pienissimo centro della capitale, non è prima di tutto una scelta architettonica. È bensì una scelta che permetterebbe il riciclaggio del denaro sporco. Si tratterebbe di miliardi di euro, provenienti dai traffici illeciti delle droghe e altre attività criminali e di corruzione.

    All’inizio di giugno dell’anno scorso, per portare a compimento il progetto, in Parlamento è stata approvata una legge speciale, solo con i voti della maggioranza governativa. Proprio quella legge che doveva permettere l’attuazione del sopracitato progetto abusivo, clientelistico e corruttivo del primo ministro. Una legge in palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore, ma che non poteva essere contestata più presso la Corte Costituzionale, semplicemente perché quella Corte non funzionava più. E non per caso, come è stato dimostrato chiaramente da circa due anni ormai, in tante altre occasioni. Una legge che non è stata mai decretata dal presidente della Repubblica e che viola anche le normative europee, essendo l’Albania un paese che ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea. Ma per garantire la riuscita di quella diabolica impresa e scavalcare i tanti palesi e insormontabili ostacoli legali, hanno trovato la soluzione tramite la legge speciale. Proprio di quel tipo di leggi che, come prevede la Costituzione, si adoperano soltanto in casi eccezionali, come conflitti armati, invasioni e altre determinate e previste emergenze. Mentre fare una legge speciale per la demolizione del Teatro Nazionale e passare tutta l’area ad un privato prescelto dal primo ministro, per poi costruire dei grattacieli, era tutt’altro che un caso eccezionale e/o un’emergenza! Era però chiaramente una legge che permetteva di prendere due piccioni con una fava. Prima si garantiva il riciclaggio di enormi quantità di denaro sporco da investire in edilizia e poi si garantivano, a lungo andare, “puliti” guadagni, altrettanto enormi, dai ricavati delle attività svolte in quegli edifici. Intanto la misera scusa del primo ministro e dei suoi ubbidienti sostenitori pubblici riguardo la mancanza dei fondi pubblici per finanziare la ricostruzione dell’edificio del Teatro Nazionale fa ridere anche i polli in Albania. Di tutto ciò il lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese, dal giugno 2018 in poi (Patto Sociale n. 316, 361 ecc,). Durante questi ultimi giorni anche i media internazionali stanno rapportando con professionalità su quanto sta accadendo. Nel frattempo però, nessuno dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania si è reso conto di tutto ciò. Sono gli stessi che, in simili casi gravi, non vedono, non sentono e non capiscono niente. Chissà perché?! Intanto, il 24 luglio scorso, i rappresentanti dell’Alleanza per la difesa del Teatro hanno scritto una lettera al Parlamento europeo, informando su quanto stava accadendo quel mercoledì. Con quella lettera si chiedeva urgentemente, a chi di dovere, “l’appoggio politico, istituzionale, morale ed umano” affinché “questo progetto culturicida del governo albanese venisse fermato prima che fosse tardi’.

    Il 17 giugno scorso, trattando quanto stava succedendo da un anno con la protesta in difesa del Teatro Nazionale, l’autore di queste righe scriveva che in tutto ciò si doveva tanto alle anime nobili dei semplici cittadini e di alcuni artisti e registi. Dopo mercoledì della scorsa settimana ancora di più. Egli continua ad essere convinto anche che quanto accade ogni sera sulla piazzetta del Teatro è la metafora di quello che accade realmente e quotidianamente in Albania.

    Chi scrive queste righe esprime la sua profonda soddisfazione perché, per l’ennesima volta e grazie alla resistenza consapevole dei cittadini e di quegli artisti che non hanno venduto l’anima e la dignità umana e professionale, il palcoscenico del Teatro Nazionale è stato di nuovo salvato. Ed è convinto che, come scriveva Shakespeare, il mondo continuerà ad essere considerato come un palcoscenico, dove ognuno deve recitare la sua parte. Ognuno, senza eccezione alcuna.

  • Promesse, giuramenti e poi niente ad oggi

    Il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no.
    Il più viene dal Maligno.

    Vangelo secondo Matteo; 5/33-37

    “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro…”. Così comincia la quinta parte del Vangelo secondo Matteo. In seguito l’evangelista racconta dell’importanza che Gesù dava al mantenimento delle promesse. “Avete anche sentito che agli antichi fu detto: ‘Non devi fare un giuramento senza mantenerlo, ma devi adempiere i voti che hai fatto a Geova’. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio,  né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare sulla tua testa, perché non puoi rendere bianco o nero un solo capello. Il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no, perché ciò che va oltre questo viene dal Malvagio”.

    Anche Giacomo, uno dei dodici primi apostoli di Gesù, affrontava l’argomento in una sua lettera, parte integrante delle Sacre Scritture. Una lettera che Giacomo, “servo di Dio e del Signore Gesù Cristo”, mandava “alle dodici tribù disperse nel mondo”. Nella quarta parte della Lettera, versetto 14, l’apostolo scrive, ammonendo quelli che promettono invano imprese e cose che poi non faranno, mentre non sanno quel che avverrà domani. E domanda loro “Che cos’è la vita vostra? Poiché siete un vapore che appare per un po’ di tempo e poi svanisce”. In seguito, nella quinta parte della Lettera, versetto 12, l’apostolo scrive: “Ma, innanzi tutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra, né con altro giuramento; ma sia il vostro sì, sì, e il vostro no, no, affinché non cadiate sotto giudizio”. Riconfermando così quanto scritto dall’evangelista Matteo.

    Un tema questo delle promesse fatte per essere mantenute, costi quel che costi, dei giuramenti da non dimenticare e onorare, come canoni della moralità e parte integrante delle culture di tutte le società, che è stato trattato ampiamente e sotto diversi aspetti, dall’antichità ad oggi.

    Purtroppo non sempre le promesse fatte si mantengono, in seguito, e non sempre, i giuramenti si onorano. Anzi! Per tante e varie ragioni. Non di rado tutto accade per delle scelte e calcoli premeditati. Ne sanno qualcosa gli impostori di tutti i tempi e in tutto il mondo. Come ne sanno qualcosa anche certi politici che cercano di trarre vantaggi con l’inganno. Ma la storia ci insegna che prima o poi tutto viene a galla.

    Promesse e giuramenti sono stati fatti negli ultimi mesi anche in Albania, dai rappresentanti della classe politica. Di tutte le parti. Sia da coloro che dovrebbero gestire la cosa pubblica e non lo hanno fatto, abusando del potere conferito. Sia dagli altri, che avrebbero dovuto impedire che tutto ciò accadesse. Invece la situazione sta precipitando ogni giorno che passa e la crisi in cui versa il paese si sta pericolosamente aggravando. Una crisi che non si può risolvere, mai e poi mai, con le parole, con promesse e giuramenti, ma con azioni concrete, incisive, ben definite e altrettanto ben attuate. Purtroppo niente di tutto ciò è accaduto. Nel frattempo il male che sta divorando tutto e tutti continua a causare ulteriori e pesanti danni. Un male direttamente legato a colui e coloro che governano l’Albania, in seguito ad accordi peccaminosi e pericolosi con certi poteri occulti d’oltreoceano e con la criminalità organizzata.

    Di fronte ad una simile realtà i dirigenti dell’opposizione, usciti da una lunga, inspiegabile e insolita stasi di azioni concrete, a fine gennaio di quest’anno hanno finalmente deciso di agire. Uniti, tutti i massimi rappresentanti dei partiti dell’opposizione hanno elaborato una strategia che, a loro detta, indicava come si doveva uscire finalmente dalla grave situazione. Giustamente indicavano il primo ministro come l’unica persona istituzionalmente responsabile dell’allarmante situazione e dei perché che hanno portato a tutto ciò. Giustamente hanno espresso anche la diffusa convinzione che il primo ministro, dal 2013 in poi, ha attuato una sua strategia per condizionare e controllare le elezioni e manipolare a suo favore il risultato finale. Tutto ciò in una stretta e ben dettagliata collaborazione con la criminalità organizzata. Valutando l’indiscussa importanza delle elezioni veramente libere e democratiche come base da dove partire, i dirigenti dell’opposizione hanno posto una condizione non negoziabile per uscire dalla crisi. Loro hanno chiesto le dimissioni del primo ministro, come l’ideatore e il diretto responsabile per le significative e continue manipolazioni delle elezioni. Dopo le dimissioni del primo ministro, hanno proposto la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben definiti e con tutto il tempo necessario per adempiere i compiti e portare il paese a nuove e anticipate elezioni.

    Durante quella riunione del fine gennaio scorso, i dirigenti dell’opposizione hanno deciso di organizzare anche una massiccia protesta contro il malgoverno, chiedendo ai cittadini di unirsi a loro. Hanno promesso e giurato che il 16 febbraio, giorno della protesta, sarebbe stato anche l’ultimo giorno per il governo. Il 16 febbraio i cittadini hanno risposto in decine di migliaia, ma niente di tutto ciò che i dirigenti dell’opposizione avevano promesso e giurato, a più riprese e pubblicamente, è veramente accaduto. E così anche dopo tutte le altre proteste massicce, la decima l’8 luglio scorso. In più, dopo quella decima protesta e durante queste ultime due settimane, sono state “dimenticate” le promesse fatte dai rappresentanti dell’opposizione dall’inizio di quest’anno. Non solo, ma alcuni dei massimi dirigenti dell’opposizione hanno addirittura dichiarato che si potrebbe andare alle elezioni con questo primo ministro! Pronti a elezioni anticipate tra qualche mese, nelle dichiarazioni pubbliche di queste due ultime settimane, i massimi dirigenti dell’opposizione non parlavano più neanche della costituzione del governo di transizione. Da due settimane, e almeno per il momento, non si parla più neanche di proteste. Chissà, forse a settembre, dopo le ferie. Da giovedì scorso, però, il capo del’opposizione è ritornato di nuovo sulle sopracitate condizioni non negoziabili. Si potevano evitare almeno certe ambiguità e una simile confusione per i cittadini! Oppure essere ambigui è stata una scelta e, purtroppo, confusi e senza idee sono proprio i dirigenti dell’opposizione.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi, con l’appoggio della criminalità organizzata, controlleranno, condizioneranno e manipoleranno di nuovo e come sempre i risultati elettorali. I dirigenti dell’opposizione, se continuano così con le loro promesse mai mantenute e con la loro confusione, renderanno un altro grande servizio al primo ministro, come nelle elezioni del giugno 2017. Con tutte le gravi conseguenze per i cittadini e per il paese.

    Chi scrive queste righe trae sempre insegnamento dalle Sacre Scritture, dalla saggezza popolare e dalla sana moralità su di esse basata, che è anche uno dei pilastri dei valori universali dell’umanità. Egli è convinto che bisogna sempre pensare e riflettere bene prima di promettere. E bisogna promettere soltanto quello che si può realmente fare. Poi bisogna impegnarsi seriamente e responsabilmente per fare quanto è stato promesso. Lo devono fare anche i dirigenti dell’opposizione albanese. E non dimenticare mai che, come diceva l’evangelista Matteo, il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no. Il più viene dal Maligno.

     

  • Il peso della responsabilità

    L’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice.

    Victor Hugo

    L’Albania sta precipitando verso una dittatura ogni giorno che passa. Ormai non ci sono più dubbi, nonostante il primo ministro e la sua propaganda governativa stiano facendo di tutto per dare una parvenza diversa, inventando anche un’opposizione di facciata, “usa e getta”, dopo che, nel febbraio scorso, i deputati dell’opposizione istituzionale avevano rassegnato i mandati parlamentari. E quello che è ancora peggio è che si tratta di una dittatura gestita da una pericolosa alleanza tra il potere politico, i poteri occulti e la criminalità organizzata. Perciò bisogna intervenire subito, con responsabilità e determinazione. Se no, le conseguenze saranno tragiche e a lungo termine. In queste condizioni reagire consapevolmente diventa un dovere civico e patriottico, per chiunque riesca a percepire questa allarmante realtà. Anche perché in Albania le drammatiche esperienze non mancano. Circa mezzo secolo di atroci sofferenze, di negazioni e crimini ineffabili sono ancora vivi nella memoria collettiva.

    In Albania un uomo solo, il primo ministro, controlla quasi tutto. Risulterebbe che per arrivare a tanto, lui abbia fatto accordi peccaminosi con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti europei e d’oltreoceano. Oltre al potere esecutivo e legislativo, il primo ministro controlla anche la maggior parte dei media. In più, con la sua tanto voluta riforma della giustizia, ormai ha usurpato e controlla tutto il sistema. Una riforma ideata e attuata in modo tale da permettere tutto ciò anche grazie al continuo e ingiustificabile appoggio dei rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea in primis. Ormai, a danno fatto e con una riforma volutamente fallita, nessuno di loro si prende le proprie responsabilità. Nessuno si sente colpevole del fatto che da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale, che è l’unica garante che può e deve impedire qualsiasi violazione della Costituzione e delle leggi in vigore. Oltre alla Corte Costituzionale non funziona più neanche la Corta Suprema. Sempre grazie al voluto fallimento di quella riforma. Il che ha permesso e sta permettendo al primo ministro di oltrepassare ogni limite costituzionale e legale. Non solo, ma dal 30 giugno scorso, con la sua irresponsabile scelta di attuare votazioni moniste e anticostituzionali, il primo ministro sta cercando di controllare anche tutti i 61 comuni e le loro amministrazioni locali. Questo grazie anche al riconosciuto contributo della “nuova opposizione” da lui generata, curata e composta da buffoni e cretini messi al servizio, in cambio di qualche “generosa” ricompensa. Da alcune settimane il primo ministro e i suoi hanno avviato le procedure per rimuovere dall’incarico anche il presidente della Repubblica, l’unica istituzione che sta cercando di fermare la sua folle corsa anticostituzionale. Da alcune settimane, fatti alla mano, in Albania si sta attuando un vero e proprio colpo di Stato. In qualsiasi paese normale e democratico una cosa del genere sarebbe stata impensabile e impossibile. Invece in Albania è ormai realtà. Con tutte le conseguenze. E tutto ciò anche con il beneplacito e l’inqualificabile appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali”, che continuano a “non vedere, non sentire e non capire” cosa sta accadendo da anni in Albania. Proprio loro, quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania, nell’Unione europea e oltreoceano i quali nel frattempo ostacolano, minacciano e fanno di tutto per annientare la reazione dei cittadini contro la restaurata dittatura! Cosa sarebbe successo in un ipotetico caso simile nei loro paesi d’origine?! A loro la risposta. E vergogna a loro!

    Spetta perciò agli albanesi responsabili di fermare in tempo questo pericoloso ritorno alla dittatura. Perché se no, le conseguenze saranno veramente devastanti e drammatiche per la maggior parte della popolazione. Visto però quanto è accaduto durante questi ultimi mesi in Albania, proteste massicce e pacifiche comprese, non ci sono più dubbi. Il primo ministro non ha nessuna intenzione di comportarsi da persona responsabile. Lui non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro e dare le dimissioni. Permettendo così la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben stabiliti, nonché con tutto il tempo necessario per garantire elezioni veramente libere e democratiche. Ormai dovrebbe essere chiaro per tutti che il primo ministro non andrà via da solo. Forse anche perché non può e non ci riesce, essendo costretto da precedenti accordi peccaminosi con certi poteri occulti e la criminalità organizzata.

    Una simile drammatica e grave situazione chiede urgentemente decisioni e reazioni responsabili anche, e soprattutto, da parte dei dirigenti dell’opposizione istituzionale. Ormai è tempo per ognuno di loro di assumersi le proprie responsabilità e di portare a compimento tutti gli obblighi istituzionali. Nonostante il peso di quelle responsabilità. Ma soprattutto è tempo di non deludere più e di non tradire la fiducia data dai cittadini indignati e ribellatisi. Ormai i cittadini oppressi dalla restaurata dittatura non possono e non devono permettere più accordi occulti all’ultimo momento, e mai resi trasparenti, tra il primo ministro e il capo dell’opposizione. Come quel patto famigerato del 18 maggio 2017 tra loro due, che ha permesso al primo ministro un secondo mandato governativo e l’attuale situazione in Albania.

    Dal 16 febbraio scorso i cittadini hanno risposto all’appello dell’opposizione e sono scesi in piazza numerosi per protestare contro il malgoverno e chiedere le dimissioni del primo ministro. Ad oggi ci sono state dieci massicce e pacifiche proteste a Tirana e tante altre in diverse parti del paese. Decine di migliaia di cittadini hanno risposto all’appello, credendo alle promesse dei dirigenti dell’opposizione. Promesse che, purtroppo, non sono state poi mantenute. Promesse e dichiarazioni che miravano soprattutto a suscitare e assicurare l’appoggio dei cittadini ai dirigenti dell’opposizione che non avevano convinto in passato, anzi! Ma non si può continuare a lungo con questo comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali promettono mari e monti e poi non realizzano niente di quello che promettono. Così facendo, loro semplicemente deludono la fiducia dei cittadini indignati. Anzi, sembra che i dirigenti dell’opposizione abbiano approfittato dell’indignazione massiccia dei cittadini e dalla loro rabbia in questi ultimi mesi per rafforzare le proprie credenziali politiche. Con il loro operato alcuni dirigenti dell’opposizione stanno danneggiando seriamente la missione stessa dell’opposizione, e cioè rappresentare e sostenere i diritti dei cittadini, compreso anche il loro sacrosanto diritto di ribellarsi contro gli oppressori e le dittature. Invece con simili atteggiamenti, alcuni dirigenti dell’opposizione, a conti fatti, portano semplicemente acqua nel mulino del primo ministro e dei poteri occulti.

    Chi scrive queste righe pensa che la situazione in Albania sia veramente grave. I dirigenti dell’opposizione devono assumersi tutte le loro responsabilità e non devono soccombere al loro peso. Altrimenti devono fare un passo indietro. Spetta però ai cittadini impedire la restaurazione della dittatura, reagendo consapevolmente e determinati, per non diventare degli oppressi. Perché l’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice. Agli albanesi la scelta!

  • Proteste come unica speranza

    Negli stati democratici, gli unici fondati sulla giustizia,
    capita qualche volta che la frazione usurpa.
    Allora il tutto si leva e la rivendicazione necessaria del suo
    diritto può arrivare fino alla presa delle armi.

    Victor Hugo; “I miserabili”   

    “Di che cosa si compone una sommossa? Di niente e di tutto. Di un’elettricità rilasciata a poco a poco, di una fiamma improvvisamente scaturita, di una forza errante, di un soffio che passa. Quel soffio incontra delle teste che pensano, dei cervelli che sognano, delle anime che soffrono, delle passioni che bruciano, delle miserie che urlano, e le porta via”. Così scriveva Victor Hugo all’inizio del decimo libro del suo famoso romanzo “I miserabili”. Era il tempo dei cambiamenti storici. Era il tempo delle rivolte e delle ribellioni contro la tirannia e le ingiustizie per la libertà e i diritti. Era il 5 giugno del 1832. Alcune settimane prima trentanove deputati dell’opposizione, avevano reso pubblico un “Compte rendu”. In quel “Rendiconto” venivano elencate tutte le promesse che il governo non aveva mantenuto. Proprio quel governo, costituito un anno fa, che aveva continuamente violato le libertà civili e i diritti dei cittadini. Violazioni che avevano ripetutamente provocato agitazioni e disordini a Parigi e in altre parti della Francia. Era un documento che formulava forti accuse contro la monarchia di luglio, costituita dopo le “Trois Glorieuses, cioè le “tre giornate gloriose” del luglio 1830. Il “Rendiconto” era un documento in cui si incitava senza mezzi termini di rovesciare il regime restaurato da Luigi Filippo, il monarca, e costituire la Repubblica. In quel “Rendiconto” gli autori, tra l’altro, scrivevano: “Uniti nella dedizione a questa grande e nobile causa per la quale la Francia combatte da quaranta anni, […] noi le abbiamo consacrato la nostra vita e abbiamo fede nella sua vittoria”.

    Senz’altro gli abitanti di Parigi avevano tutte le sacrosante ragioni per ribellarsi contro le ingiustizie e contro il regime di Luigi Filippo nel giugno 1832, così maestosamente descritto da Victor Hugo. Senz’altro tutti gli insorti del 5 giugno erano quei “tutti” che combattevano contro quella “frazione” che aveva usurpato il potere. Senz’ombra di dubbio, in quel 5 giugno 1832, tutti coloro che si sono ribellati e insorti, erano i giovani studenti e gli operai, “senza cravatte, senza cappelli, senza fiato, bagnati dalla pioggia”, ma con “il lampo negli occhi”. Con loro erano anche l’ottantenne Mabeuf e quel monello di Gavroche, tutti e due simboli della barricata della rue de la Chanvrerie. Gli insorti avevano tutte le sacrosante ragioni per ribellarsi contro la tirannia. Perché, come scriveva Hugo, “l’insurrezione guarda in avanti”. Perché ”…c’è della corruzione [anche] sotto i tiranni illustri, ma la peste morale è ancora più orrenda sotto i tiranni infami”. Guai e alla faccia dei tiranni infami, perché, “…l’onestà di un cuore grande, condensata con la giustizia e la verità, fulmina!”. Così ammoniva Victor Hugo dalle pagine de “I miserabili”, raccontando quanto accadeva a Parigi nel lontano giugno 1832. Ma anche perché “Ribellarsi contro i tiranni significa obbedire a Dio”. Una frase, concentrato di secolare saggezza umana, maestosamente espressa da Benjamin Franklin. Una frase che chi scrive queste righe non smetterà mai di ripeterla. A se stesso e agli altri.

    In Albania, circa due secoli dopo, ci sono realmente, evidenze e fatti alla mano, tante palesi e pesanti violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini da parte del governo, tanta corruzione, tanti abusi del potere, che giustificano forti ribellioni dei cittadini consapevoli e responsabili. Considerando la grave crisi che incombe dallo scorso febbraio, l’unica cosa da auspicare ormai è che non ci siano anche delle vittime, martiri della libertà, come il 5 giugno 1832 a Parigi. Perché di libertà si tratta. Libertà da una nuova dittatura restaurata, nonostante i vari e diabolici tentativi di camuffarla e di camuffarsi. Ma sempre dittatura è, altrettanto pericolosa e sanguinaria come tutte le dittature.

    In Albania bisogna reagire con forza e determinazione contro questa restaurata dittatura. Una nuova dittatura, simile a quella del secolo scorso, gestita ormai dai diretti discendenti biologici degli stessi dirigenti comunisti di allora. Una minacciosa dittatura, paragonabile, sotto molti aspetti, alle tirannie dei secoli passati in altri paesi, Francia compresa. Questa attuale in Albania è una diabolica dittatura del ventunesimo secolo in Europa, gestita dall’ormai evidenziata e allarmante connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata. E come la storia sempre insegna, arrivano dei giorni per tutti i popoli, nonostante quando e come, durante il quali diventano necessarie, se non indispensabili, scelte responsabili e azioni drastiche e determinate contro le dittature e le tirannie.

    Adesso gli albanesi stanno vivendo quei giorni. Perché attualmente “l’Albania è l’esempio principale di un paese caotico, nelle mani dei gangster”. Cosi si scriveva la settimana scorsa in un articolo del quotidiano tedesco Bild, il quale risulterebbe essere anche il più venduto quotidiano in Europa. L’autore dell’articolo, un noto giornalista, il quale è stato recentemente in Albania, ha avuto modo di conoscere la vera realtà. Lui, tra l’altro, ha messo in evidenza alcune verità, delle quali si sapeva poco o niente in Europa e nel mondo. “Adesso sta diventando chiaro per l’altra parte del continente che c’è qualcosa di seriamente sbagliato nel paese che era totalmente isolato sotto il comunismo dell’epoca della pietra”. Così si scriveva nell’articolo pubblicato la scorsa settimana dal quotidiano tedesco Bild. L’autore attirava l’attenzione pubblica e istituzionale su un altro fatto, direttamente legato con i negoziati dell’adesione dell’Albania all’Unione europea. Riferendosi alle raccomandazioni positive della Commissione europea per l’Albania, di cominciare i negoziati, il giornalista scriveva che quei negoziati saranno proprio “…per ironia con l’Albania! Ironicamente con uno Stato mafioso!”. Un altro serio grattacapo per il primo ministro albanese che, grazie ad una potente e ben finanziata propaganda, sia in Albania che all’estero, era riuscito fino ad alcune settimane fa a nascondere la vera, vissuta e allarmante realtà albanese. Chi scrive queste righe da tempo sta contestando e condannando le dichiarazioni irresponsabili di alcuni tra i massimi rappresentanti della Commissione europea sulla realtà [immaginaria] in Albania. Dichiarazioni che sembrano come fossero state scritte dalla mano del primo ministro albanese.

    Chi scrive queste righe è convinto che, ad oggi, almeno un risultato positivo è stato raggiunto dalla rassegnazione dei mandati parlamentari e dalle proteste in corso in Albania. Gli albanesi hanno finalmente capito la falsità e alcune volte anche la malignità, con tutte le reali e negative conseguenze, delle dichiarazioni e dell’operato di alcuni “rappresentanti internazionali”. Chi scrive queste righe è altresì convinto che bisogna ribellarsi contro il male che danneggia e uccide ogni giorno che passa, contro l’arroganza del potere che deride, conto la corruzione che abusa, le ingiustizie che annientano le speranze e contro tanto altro ancora. Bisogna ribellarsi e dare un fortissimo pugno in faccia a coloro che hanno causato una simile e inaccettabile situazione. In nome della vita, della libertà e dei diritti. Come in altri paesi evoluti, Francia compresa.

  • Gas a volontà

    Ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia,
    ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare.

    Elie Wiesel 

    Era convinto della necessità di protestare Elie Wiesel. Uno dei sopravvissuti all’Olocausto, noto giornalista, scrittore e Premio Nobel per la Pace nel 1986, non ha smesso mai di lottare contro le ingiustizie. E lo ha dimostrato durante tutta la sua vita. A sedici anni ha subito le atrocità e le ineffabili sofferenze nei famigerati campi di concentramento di Auschwitz e di Buchenwald. Campi dove le camere a gas, quelle diaboliche invenzioni del genere umano, “alleviavano” e attutivano per sempre le sofferenze. In quei campi, come anche in tanti altri dove milioni di esseri umani, spersonalizzati e annientati fino all’inverosimile, numeri senza nome, hanno perso tutto, vita compresa. Una sofferta esperienza di vita che ha fatto di Elie Wiesel un convinto e determinato combattente contro l’oppressione delle persone e le negazioni dei loro fondamentali diritti di vita, nonostante razza, religione e appartenenza. Protestando sempre con le sue “parole incandescenti”, Elie Wiesel era un convinto sostenitore delle proteste contro ogni ingiustizia e contro ogni violazione dei diritti fondamentali dell’umanità.

    Sono tante le ragioni per cui si dovrebbe protestare attualmente in diversi paesi del mondo. Paesi dove vengono sistematicamente e consapevolmente violati i diritti dei cittadini. Paesi in alcuni dei quali i regimi totalitari al potere permettono ai propri cittadini soltanto quel minimo indispensabile che non crea loro problemi. Paesi dove la povertà diffusa per la maggior parte della popolazione e la sfondata ricchezza per pochissime persone sono una evidente realtà. Ma anche paesi nei quali una simile situazione non può durare a lungo. In alcuni si sta protestando da tempo, come in Venezuela. In altri da alcuni mesi. Come nei Balcani e in Albania.

    Sabato scorso, 11 maggio, a Tirana di nuovo i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il malgoverno, chiedendo con forza le dimissioni del primo ministro. I cittadini protestano dal 16 febbraio scorso contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, gli abusi, la corruzione diffusa, l’arroganza governativa e tanto altro. Ma soprattutto i cittadini protestano e devono protestare determinati contro il ritorno di un nuovo regime dittatoriale, nonostante gli enormi sforzi propagandistici di mascherarlo con una parvenza di pluralismo fasullo e di facciata.

    La crisi politica e istituzionale in Albania si sta aggravando ogni giorno che passa. L’opposizione chiede le dimissioni del primo ministro, la costituzione di un governo transitorio per portare il paese a nuove elezioni libere e oneste, elezioni non più controllate e/o condizionate dal governo e dalla criminalità organizzata, come è successo in questi ultimi anni, prove alla mano. Né più e né meno di quello che stanno chiedendo anche i manifestanti in Venezuela. Tutto questo mentre il primo ministro controlla, oltre al potere esecutivo e legislativo, anche il potere giuridico. Soprattutto da quando, da più di un anno a questa parte, non funzionano più sia la Corte Costituzionale che la Corte Suprema. Le proteste in Albania, compresa quella dell’11 maggio scorso, sono state trasmesse in diretta televisiva e/o durante i notiziari, anche da molti noti media internazionali. Finalmente l’opinione pubblica, fuori dall’Albania, sta conoscendo la vera realtà del paese. Una realtà che fino a pochi mesi fa era completamente sconosciuta. Tutto dovuto, per varie ragioni, ad un “disinteressamento” mediatico internazionale.

    Nonostante l’attuale e grave realtà politica e sociale in Albania, il primo ministro continua ad ostinarsi a non fare un passo indietro. In una simile situazione l’opposizione, con la massima responsabilità istituzionale e morale, dovrebbe riadattare la sua strategia. Prima di tutto mai più promesse non mantenute, come è successo spesso in questi ultimi anni. Con tutte le inevitabili e dannose conseguenze per il paese. Soprattutto con la perdita della fiducia e della speranza. Perciò diventa indispensabile un cambiamento radicale della strategia. Adesso la situazione è tale che o l’opposizione diventa realmente credibile, oppure non ci sarà più una vera e reale opposizione in Albania. Ci sarà semplicemente un’opposizione di facciata. Il primo ministro ha già pensato e si è personalmente investito a costituire proprio quella che lui stesso ha chiamato la “nuova opposizione” composta da esseri che vendono l’anima per poco, da buffoni e da cretine, che non sono in grado di leggere senza sbagliare neanche un testo scritto da altri. Alcune settimane fa a questa combriccola è stato unito anche un “nuovo partito” registrato, in palese violazione della legge, dal sistema “riformato” della giustizia, nonostante tante denunce di firme falsificate, ma delle quali il tribunale ha fatto finta di niente!

    La protesta dell’11 maggio scorso, più delle altre precedenti, verrà ricordata soprattutto per l’uso sproporzionato e ingiustificato del gas, in palese violazione della legge e delle regole in vigore. Da sottolineare che non si sa neanche che tipo di gas sia stato usato. Di certo non è stato un gas lacrimogeno. Secondo gli specialisti si tratterebbe di gas nocivo con conseguenze per la salute. L’odore e l’effetto del gas usato è stato avvertito anche a più di un chilometro di distanza e ha creato seri disturbi respiratori e altri ancora, anche a migliaia di cittadini che abitavano nei paraggi e che stavano nelle loro case. Gas che, oltre ai manifestanti, ha impedito ai tanti giornalisti e cronisti di continuare a rapportare quanto stava accadendo. Forse al primo ministro interessava molto che le immagini in diretta, offuscate da tanto, tantissimo gas, fossero “perse”. Perché così non poteva rimanere traccia della palese violazione delle norme, della crudeltà nelle operazioni della polizia di Stato e delle forze speciali, numerose e armate fino ai denti, come se stessero affrontando un esercito di terroristi ben addestrati! Gas a volontà!

    Lo schieramento, di fronte ai manifestanti, di ingenti forze speciali, di mezzi blindati e macchine che lanciavano acqua a pressione è stato un’altra cosa che si ricorderà della protesta dell’11 maggio scorso a Tirana. Come se fosse stato dichiarato lo stato d’assedio. Immagini che ricordavano altre e altrettante sgradevoli immagini da altri paesi, Venezuela compreso. Per fortuna lo hanno trasmesso in diretta televisiva sia i media che le reti sociali. E la propaganda del primo ministro non può più nascondere la testa come lo struzzo. Nonostante i “generosi sforzi” da parte di alcuni soliti irresponsabili rappresentanti internazionali i quali, come sempre, non hanno visto e sentito niente. Neanche l’uso criminale del gas. Ma che hanno condannato la “violenza” usata dai manifestanti!

    Chi scrive queste righe avrebbe tante altre cose da scrivere, come diretta riflessione di quanto è accaduto l’11 maggio scorso a Tirana. Tra le tante cose però, l’uso del gas contro i cittadini gli ha fatto venire in mente le camera a gas dei campi di concentramento nazisti. Condividendo anche quanto scriveva Elie Wiesel sul dovere civile di protestare dei cittadini responsabili. E cioè che “ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia, ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare”.

  • Algeria’s moment of truth

    To understand what is behind the mass protests in Algeria, it helps to remember that the country’s outgoing president, Abdelaziz Bouteflika, held that office for two decades, and served as foreign minister as far back as 1963, the year John F. Kennedy was assassinated. The current Army chief of staff is nearly 80, and the current acting president is 77. It is a geriatric regime, presiding over one of the world’s youngest populations.

    Algeria has not fared well under gerontocracy. In Freedom House’s latest report, it is categorized as “Not Free,” whereas neighbouring Morocco, Mali, and Niger are all “Partly Free,” and Tunisia is now considered “Free.” The Algerian regime’s mistake was to think that it could re-install Bouteflika, an invalid since suffering a stroke six years ago, for a fifth term without anyone noticing or caring.

    Driving today’s protests is a deep-seated sense of humiliation among Algerians. Since independence in 1962, its rulers have tended to regard the country’s people as their servants, rather than the other way around. But the regime’s disdain was especially obvious earlier this year when its leading figures publicly endorsed Bouteflika’s candidacy by bowing down to his picture because the man himself could neither appear on stage nor speak. This kind of sham may work in North Korea, but in Algeria, people have access to the Internet and international television channels; they can spot a farce when they see it.

    Beyond Algeria’s lack of pluralism and democracy is its disastrous economic performance. In the World Bank’s “Ease of Doing Business” index, it ranks 157th out of 190 countries, whereas neighbouring Morocco ranks 60th. The difference is almost entirely the result of Algeria’s archaic rentier-state development model. So obsessed is the government with maintaining an iron grip on the economy that Algeria remains one of the few countries not to have joined the World Trade Organization.

    As a result, Algeria has lived almost entirely off oil and gas revenues, which still account for 90% of its export earnings. Six decades after independence, the government has yet to make a serious attempt at diversifying the economy. Outside of the hydrocarbons sector, job creation has been an afterthought. Such is the nature of a rentier state, which must maintain a monopoly over the means of production and the creation of wealth in order to control the population.

    Until now, the regime has maintained social stability by distributing resources to the population and preventing the emergence of a strong private sector that could challenge it from within. Algeria’s lack of democracy and poor economic performance are thus symptoms of the same underlying malady.

    The regime’s attempt at economic liberalization in the 1990s turned out to be a false dawn, benefiting only a select few importers and contractors who rely on public tenders. These regime clients are now among the protesters’ primary targets. In addition to denying economic opportunities to everyone except the politically connected, the system has bred rampant corruption. On Transparency International’s corruption perceptions index, Algeria ranks 105th out of 180, putting it well behind Morocco and Tunisia, which are hardly paragons of good governance.

    If the Algerian regime can claim one success, it is in providing schooling to most of the population. And yet the quality of education is deplorable. In the Program for International Student Assessment (PISA) global rankings, the country is near the bottom in every category.

    Since independence, the Algerian regime has mixed traditional Arabic patrimonialism with Russian-style oligarchy, such that power rests with a presidential clan, the security services, and loyal clients who live off the rentier state. This arrangement was largely spared from the 2010-2011 Arab Spring, most likely because of the trauma of Algeria’s civil war, which claimed as many as 200,000 lives between 1991 and 2002, still weighed heavily in people’s minds. That remains true, and it may explain why the protests have been overwhelmingly peaceful.

    Though Bouteflika is gone, the regime remains in place, hiding behind a constitutional formalism that the protesters clearly do not consider legitimate. Algerians are demanding new political institutions and an orderly transition that prevents the old guard from taking advantage of the interregnum to reclaim power. But they are also being careful not to prevent a backlash from security forces. The pacifist nature of the movement is probably its strongest asset.

    Although the regime is planning to hold the previously scheduled presidential election on July 4, continued protests and threats to boycott the election – a considerable number of mayors have said that they will not open polling stations in their municipalities – could force the regime to accept that a political transition is the only viable option. In that case, the election would be cancelled, and a three- or four-member Presidential Council could be put in place to appoint a transitional government and take legal steps in order to organize the transition, with the Army serving as a guarantor. But the precondition is a postponement of the election and the military’s endorsement of this scenario.

    What is already clear is that a genuine transition cannot be rushed through in just a few months. After more than 60 years of rentier-state autocracy, it will take time for democratic forces to organize and coalesce around common objectives. The goal should be for capable elements of Algerian civil society to take over administration of the state, with the armed forces being neutral. Other than that, all options are on the table. The outgoing regime still warrants suspicion, but the Algerian street now offers ample cause for hope.

     

  • Il coraggio di ribellarsi

    Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità,
    bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e
    rassegnazione passiva. Bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.

    Rita Levi-Montalcini

    Sabato scorso, 13 aprile alle 18.00, come era stato annunciato, a Tirana è cominciata un’altra grande protesta organizzata dall’opposizione. Gli albanesi, ormai da alcuni anni, hanno tutte le sacrosante ragioni per scendere in piazza e per protestare. Hanno tutte le sacrosante ragioni per rifiutare con sdegno un governo corrotto che non li rappresenta e per chiedere con determinazione le dimissioni del primo ministro. Quella di sabato scorso era la nona protesta nell’arco di otto settimane e la terza a livello nazionale, dopo quelle massicce del 16 febbraio e del 16 marzo. I manifestanti numerosi, sfidando il cattivo tempo e la pioggia, hanno riempito il viale principale di Tirana e si sono fermati di fronte all’edificio del Consiglio dei Ministri. Sabato scorso la protesta è stata trasmessa in diretta anche da importanti media internazionali. Una novità questa che, di per se, rappresenta un successo ed un obiettivo raggiunto delle proteste in corso in Albania ormai da due mesi.

    Secondo i rappresentanti dell’opposizione quella di sabato scorso era “la più grande protesta mai organizzata” e una “protesta storica”. Erano in pochi, invece, per il primo ministro e la propaganda governativa. In realtà era una protesta con una considerevole partecipazione e questo fatto è stato evidenziato e testimoniato dai media, compresi quelli internazionali. I cittadini, numerosi, esercitando un loro fondamentale diritto, protestano contro il malgoverno. Come in qualsiasi altro paese democratico. E questo è importante. Perciò, meglio concentrare l’attenzione sulle ragioni che spingono i cittadini a scendere in piazza e su come risolvere finalmente i loro seri problemi. Poi ogni altra cosa a tempo debito. Ma per il momento questo sì che dovrebbe essere il vero obbligo istituzionale e morale dei dirigenti dell’opposizione. Ed essere, allo stesso tempo, molto attenti con le promesse fatte! Come insegna a tutti la saggezza secolare. E cioè si deve pensare bene prima di promettere, si deve promettere soltanto quello che si può fare e poi si deve fare di tutto per mantenere le promesse fatte! I dirigenti dell’opposizione si devono ricordare bene cosa è accaduto in questi due anni, come diretto risultato delle promesse fatte e poi non mantenute. Loro devono ricordare che si fa presto a perdere di nuovo la fiducia della gente, con tutte le inevitabili ripercussioni. Come dopo l’accordo, del tutto non trasparente del 18 maggio 2017, tra il capo dell’opposizione, quello attuale, e il primo ministro, anche lui quello attuale. La gente non dimentica facilmente!

    La protesta di sabato scorso a Tirana si ricorderà anche, e soprattutto, per l’uso ingiustificato e sproporzionato del gas, da parte della polizia di Stato contro i manifestanti. Lo hanno fatto anche durante altre proteste in questi due ultimi mesi. Secondo gli specialisti, si tratterebbe di un gas non lacrimogeno, che crea seri problemi per la respirazione e non solo, fino allo svenimento entro pochi minuti. Sabato scorso, l’uso del gas dalla polizia di Stato contro i manifestanti risulterebbe essere in palese violazione non solo dei protocolli e dei regolamenti interni, ma anche delle convenzioni internazionali. Sabato scorso, dall’uso ingiustificato e sproporzionato di quel gas, sono rimaste vittime e hanno sofferto per le conseguenze non solo i manifestanti, ma anche cittadini che abitavano e/o si trovavano nei paraggi. Compresi alcuni giornalisti e cronisti che facevano il loro dovere. Un fatto grave che, di per se, dovrebbe rappresentare un serio e valido argomento per riflettere e trarre le dovute conclusioni.

    Nel frattempo, il primo ministro albanese che si nasconde, non dice niente e non esprime solidarietà ai giornalisti e ai fotoreporter feriti, svenuti e sentitisi male durante la protesta per via dell’uso ingiustificato e sproporzionato del gas. Chissà perché! Non sono mancate però le “dichiarazioni confezionate” a proposito dalle solite mani e lette da due ministri del governo, all’indomani della protesta. Dichiarazioni prive di senso e d’intelligenza, che hanno parlato molto più e molto meglio che le parole lette con difficoltà dai due ministri.

    L’uso ingiustificato e sproporzionato del gas da parte della polizia di Stato, sabato scorso, dovrebbe far riflettere tutti. Lo devono fare finalmente e seriamente anche alcuni rappresentanti internazionali. Proprio loro che, come sempre, non vedono, non sentono e non capiscono niente. Proprio loro che parlano di “proteste violente”, mentre in simili casi, nei loro paesi di provenienza, sono accadute cose ben diverse e ben più “violente”. Proprio loro che non hanno visto e non hanno sentito, per anni, della coltivazione diffusa su tutto il territorio della cannabis e del suo traffico illecito. Come non hanno visto e sentito niente della corruzione capillare che sta divorando le istituzioni governative e statali. Proprio loro che non hanno visto e non hanno sentito niente degli abusi clamorosi con gli appalti pubblici e gli scandali milionari. Come non hanno visto e non hanno sentito niente anche di tante altre cose, ognuna delle quali, nei loro paesi di provenienza, sarebbe bastata per chiedere e/o dare le dimissioni ministri e primi ministri. Ma loro, guarda caso, non vedono e non sentono niente. Non lo hanno detto i rappresentanti internazionali! Ergo il fatto non sussiste e niente di tutto ciò accade in Albania! Un bel sostegno per il primo ministro albanese. Perché questa è una delle sue giustificazioni preferite e ripetute, ogni volta che viene preso “col sorcio in bocca”. Meglio di così, come hanno fatto e stanno facendo alcuni “rappresentanti internazionali” in Albania, non si può sostenere il male, nonché l’ideatore, l’attuatore e approfittatore di quel male!

    Grazie alle ultime proteste, finalmente è stata attirata l’attenzione dei media internazionali su quello che sta realmente accadendo in Albania. Cosa che non succedeva prima, dando perciò al primo ministro e alla propaganda governativa la possibilità di abusare e di deformare la realtà. Anche con lo scontato sostegno della maggior parte dei media locali sotto controllo. Allo stesso tempo, la mancanza continua e quasi totale dell’attenzione mediatica internazionale ha facilitato la “missione istituzionale” di certi rappresentanti internazionali. Proprio quelli che non hanno perso e continuano a non perdere occasione mediatica, reti sociali comprese, di applaudire il primo ministro e i “successi” del governo. Proprio quelli che in Albania dovevano e devono fare solo e soltanto ciò che prevede la Convenzione di Vienna e quanto è permesso e/o tollerato nei loro paesi di provenienza. Niente di più o di meno!

    Chi scrive queste righe crede fermamente che la situazione in cui si trovano da alcuni anni gli albanesi è veramente grave. Egli ritiene direttamente e istituzionalmente responsabile di tutto ciò il primo ministro. Considerando però la sua arroganza e la sua sordità, allora che ben vengano le proteste! E se necessario anche le ribellioni. Perché è l’unico modo per abbattere una dittatura che si sta costituendo, se non lo è già! Bisogna, perciò, coltivare il coraggio di ribellarsi. Perché, come diceva Benjamin Franklin, ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio. Chi scrive queste righe non smetterà mai di ripeterlo.

  • Stagione di proteste e farse internazionali

    Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

    Totò, da “I Tartassati”

    Tempo di proteste in alcuni paesi dei Balcani. I cittadini sono scesi nelle piazze in Serbia, in Montenegro e in Albania. Si protesta contro i politici autocrati e corrotti. Politici che con la loro arroganza stanno creando tanti seri problemi, mettendo a repentaglio le sorti delle fragili democrazie in quei paesi. E non a caso c’è un denominatore comune in tutte queste proteste: i cittadini delusi e arrabbiati protestano contro i politici corrotti e i sistemi totalitari che loro hanno costituito.

    Le proteste in Serbia sono cominciate dall’inizio dello scorso dicembre e da allora continuano senza sosta, ogni settimana con il motto “Uno in 5 milioni”. Numerosi e determinati i cittadini stanno protestando contro le massime autorità dello Stato. I contestatori riconoscendo in loro i diretti responsabili della preoccupante situazione creata, chiedono le loro dimissioni. Nonostante il presidente serbo abbia promesso il 26 marzo scorso nuove e anticipate elezioni politiche, le proteste continuano. Il 13 aprile prossimo dovrebbe scadere l’ultimatum posto dai contestatori al presidente, per adempiere le loro richieste. Rimane tutto da seguire.

    Anche in Montenegro si sta protestando da ormai otto settimane contro il malgoverno. Anche lì si chiedono le dimissioni del presidente, del primo ministro e di alcuni massimi dirigenti del sistema della giustizia. Tutto cominciò con la pubblicazione di un video nelle reti sociali che dimostrerebbe il coinvolgimento del presidente della Repubblica in uno scandalo corruttivo nel 2016. Accuse che il diretto interessato ha cercato di respingere durante un’intervista rilasciata ad una nota agenzia mediatica internazionale. Il presidente, negando le accuse, ha parlato di “fattori stranieri” e di “partiti pro russi” che fomentano le proteste. Frasi e insinuazioni che convincono poco, anzi! E sono, guarda caso, le stesse frasi e insinuazioni che sta usando anche il primo ministro albanese di fronte alle continue proteste che si stanno svolgendo in Albania.

    Le proteste in Albania sono diverse. Da più di un anno ormai continua la protesta per la difesa del Teatro Nazionale. Una protesta pacifica e ben motivata cominciata nel febbraio 2018 e che, dal 15 giugno 2018, si svolge ogni sera nella piazzola accanto al Teatro, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica non solo in Albania. Una protesta che ha fatto fronte, ad oggi, ai progetti corruttivi e speculativi del primo ministro e di alcuni suoi leccapiedi senza scrupoli (Patto Sociale n.316, 325 ecc.).

    Per più di un mese, dal 5 dicembre 2018, gli studenti di tutte le università in Albania sono scesi in piazza per protestare contro le proibitive tariffe e altre spese che devono affrontare. Spese che rappresentano un serio problema per tanti studenti e per le loro famiglie, tenendo presente la sempre più diffusa povertà a livello nazionale (Patto Sociale n.336). Messo alle strette e di fronte a serie e vistose difficoltà, il primo ministro ha fatto l’unica cosa che sa fare. E cioè ha promesso per guadagnare tempo, consapevole di non dover mantenere quelle promesse. E così è veramente accaduto. Ragion per cui, dalla scorsa settimana, gli studenti, delusi, hanno fatto pubblicamente sapere che si stanno organizzando e che scenderanno di nuovo nelle piazze, più determinati di prima.

    Da più di cinque mesi, ogni sera, stanno protestando anche gli abitanti di un quartiere a Tirana. Protestano contro un progetto di edilizia abusiva fortemente voluto dal primo ministro e dai suoi. Spesso la polizia arresta dei manifestanti, in palese violazione della legge, con un unico scopo: intimorirli e dissuaderli. Ma proprio grazie a questa protesta, però, è stato scoperto uno scandalo abusivo milionario, sul quale la procura, controllata dal primo ministro, ha steso un velo pietoso.

    Dal 16 febbraio scorso in Albania sono cominciate anche le proteste chiamate dall’opposizione. Un giorno dopo il capo dell’opposizione ha dichiarato la rassegnazione, da parte dei deputati, dei mandati da parlamentari. Una scelta politica estrema, condizionata dalla realtà. Una scelta che ha sorpreso non poco e ha preso tutti alla sprovvista, compreso il primo ministro. Perché quella di rassegnare i mandati era una proposta fatta già dal dicembre del 2017 dall’ex primo ministro e capo storico del partito democratico, il maggior partito dell’attuale opposizione. Ma che è stata sempre rimandata e spesso anche ignorata dall’opposizione, mentre le ragioni per cui si poteva pensare seriamente e agire di conseguenza, nel frattempo, non sono mancate. Attualmente le proteste continuano. Oltre a due massicce proteste del 16 febbraio e del 16 marzo, ci sono state anche altre di fronte al parlamento e in varie città (Patto Sociale n.344, 348 ecc.). La prossima protesta massiccia è stata annunciata per sabato prossimo, 13 aprile.

    Il primo ministro albanese si trova in grosse difficoltà e sta cercando una disperata soluzione per uscire da questa grave crisi istituzionale e personale. Dopo la rassegna dei mandati da parte dei deputati dell’opposizione, a fine febbraio scorso, il primo ministro e i suoi si sono attivati per sostituire l’opposizione in parlamento con una “nuova opposizione”. Una “strana opposizione” quest’ultima, composta da alcune “strane” persone registrate nelle ultime file delle liste depositate dai partiti dell’attuale opposizione durante le elezioni politiche del 2017. Questa iniziativa si sta dimostrando già come una grande buffonata. Parte di questa “nuova opposizione” sono anche due o tre deputati dell’opposizione istituzionale che non hanno rassegnato i mandati. Una di loro, guarda caso, proprio nel dicembre scorso, in pieno svolgimento della protesta degli studenti, aveva pubblicamente dichiarato che poteva lasciare il mandato. Mentre adesso, per una causa ben più importante politicamente, ha fatto il contrario. Questo per capire l’integrità morale e politica dei deputati della “nuova opposizione”.

    Subito dopo la protesta del 16 febbraio scorso, alcuni “rappresentanti internazionali” hanno accusato l’opposizione che, con la sua uscita dal parlamento, stava “ostacolando il percorso europeo dell’Albania” (Patto Sociale n.346 ecc.). Se almeno avessero prestato più attenzione a quello che dichiarava il primo ministro sarebbero stati più credibili. Sì, perché il primo ministro stava e sta cercando di convincere tutti che con la “nuova opposizione” si faranno le riforme e tutto il resto. Le cattive lingue dicono che la “nuova opposizione” è una sua creatura, tagliata a misura e profumatamente pagata, sia in denaro che in altri modi. Perché il primo ministro albanese può. Ed è con questa “opposizione” che il primo ministro continuerà a fare le riforme. Le sue riforme e come vuole lui, però!

    Chi scrive queste righe è convinto che la “nuova opposizione” sia semplicemente una grottesca e misera creatura del primo ministro. Un’opposizione alla quale, però, credono e la sostengono anche i “rappresentanti internazionali”. Ma siccome con la “nuova opposizione” tutto andrà per il meglio, processo europeo dell’Albania compreso, allora chi scrive queste righe non può non fare una semplice domanda. Qual è la vera verità, ci si dovrebbe preoccupare o no, tra l’altro, anche per il percorso europeo dell’Albania? La possono dire chiaramente e almeno per una sola volta i “rappresentanti internazionali”? Oppure, come diceva Totò, ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

  • Alcune doverose e inevitabili domande da fare

    La coscienza viene alla luce con la rivolta.

    Albert Camus

    Sabato scorso, 16 marzo, a Tirana si è svolta un’altra protesta contro il malgoverno. La quinta nell’arco di solo un mese e soltanto nella capitale dell’Albania. Era di nuovo una massiccia protesta, paragonabile, come numero di partecipanti, a quella svoltasi proprio un mese fa, il 16 febbraio. Mentre le ragioni e le motivazioni della popolazione, non solo della capitale, per protestare aumentano ogni giorno che passa. Così come aumenta anche l’irresponsabilità istituzionale del primo ministro albanese di fronte a una simile e allarmante situazione. Lui però continua a fare orecchie da mercante, sperando soltanto nel “generoso supporto dei rappresentanti internazionali” e nella polizia di Stato. Una polizia ormai pericolosamente politicizzata e al servizio del primo ministro. Il quale sta disperatamente sperando anche nella sua ben organizzata e potente propaganda, sostenuta dalla maggior parte dei media sotto controllo e da tanti analisti eunuchi che vendono l’anima al miglior offerente.

    L’ultima trovata del primo ministro, in vistosa crisi di nervi, la sua ennesima forzata messinscena sembra essere la costituzione di una “nuova opposizione”. L’ha così battezzata lui stesso, dopo che i deputati dell’opposizione, quella istituzionale, hanno ufficialmente rassegnato in blocco i loro mandati alcune settimane fa. Rassegnazione dei mandati, sulla quale il primo ministro ha scommesso contro e scherzato sopra, per poi perdere clamorosamente ed inaspettatamente la sua scommessa e ingoiare gli scherzi fatti. Adesso sta puntando tutto sulla sua “nuova opposizione”, rappresentata da certi personaggi al limite del grottesco e comunque senza nessun freno morale. Un ulteriore segno tangibile e significativo della profonda crisi istituzionale creatasi ormai in Albania. Intanto tutto il sistema è controllato personalmente da un primo ministro irresponsabile, mentre la Corte Costituzionale, l’ultimo e l’unico garante secondo la Costituzione albanese, da circa un anno non funziona più!

    Nel frattempo, da un mese, continuano in Albania le proteste dei cittadini disperati e irritati. Proteste che meritano la dovuta attenzione da parte di tutti. Anche perché stanno portando a galla fatti e realtà che il primo ministro e i suoi hanno cercato di tenere nascoste e fuori dall’attenzione pubblica. Adesso, di fronte a questi ultimi sviluppi legati alle proteste dei cittadini, si pongono naturali delle domande, alle quali ormai è obbligatorio dare delle risposte. Senza però mentire e tergiversare.

    Ormai ci si deve chiedere, senza mezzi termini, a chi serve realmente la polizia di Stato? Ed è ancora la polizia di Stato, oppure è diventata una polizia politicizzata? Perché durante le proteste massicce delle ultime settimane in Albania, il comportamento di alcuni segmenti della polizia è stato tutt’altro che professionale. Basta riferirsi soltanto all’uso sproporzionato, ingiustificato e ingiustificabile di certi tipi di gas, in alcune “azioni di contenimento” per dissuadere e allontanare i protestanti. In base agli effetti provocati sull’organismo e secondo gli specialisti sembrerebbe che siano stati usati anche dei gas non lacrimogeni. Come in Siria, quando il regime di Basar al’Asad ha usato “strani gas” contro la popolazione. In più, alcune “operazioni di contenimento e di dissuasione” della polizia contro i protestanti, sembrerebbero mirare non tanto a svolgere professionalmente i compiti in casi del genere, quanto a creare delle determinate situazioni di “disordine e di violenza”. Per poi attribuire tutto ai protestanti, accusandoli di “generatori di disordini e di atti vandalici” e parlare di proteste violente. Da sottolineare che il ministro degli Interni, nominato soltanto alcuni mesi fa, è un zelante e sottomesso servitore del primo ministro. Mentre molti degli alti funzionari della polizia, oltre a quelli irreperibili e ricercati dalla giustizia per il traffico illecito della cannabis e altri gravi reati, sono stati e/o sono tuttora coinvolti in faccende occulte controllate dalla criminalità organizzata. Ovviamente con il beneplacito e dietro ordini ben precisi dei massimi livelli del potere politico. Perciò, a chi serve realmente la polizia di Stato?

    Ormai si deve chiedere, senza mezzi termini, a chi servono realmente alcuni “rappresentanti internazionali” presenti e/o in missione ufficiale in Albania? I quali, con il loro incondizionato supporto al primo ministro peggiorano soltanto la situazione. Perché ormai questi “rappresentanti internazionali”, scegliendo la stabilità alla democrazia, sono stati talmente di parte e in alcune occasioni anche ridicoli, ripetendo parola per parola le stesse tesi propagandistiche e usando dichiarazioni e frasi che sembrano siano scritte proprio dalla mano del primo ministro. Come mai i “rappresentanti internazionali” non hanno sentito la puzza dei gas sproporzionatamente usati dalla polizia contro i protestanti? Anche se in alcuni casi i loro uffici/residenze si trovassero vicini e l’onda dei gas è arrivata anche lì. E come mai i “rappresentanti internazionali” non sono stati in grado di verificare e/o di capire le “operazioni tattiche di contenimento e di dissuasione” della polizia politica, per far sembrare tutto come “atti di vandalismo e di violenza”? Invece le proteste sono state veramente calme e pacifiche, se paragonate per esempio a quelle dei gilet gialli a Parigi e/o in altre città europee. Da dove, forse, provengono e vivono anche molti dei “rappresentanti internazionali”. Lo sanno i “rappresentanti internazionali” che i cittadini albanesi stanno protestando contro la povertà diffusa, contro l’allarmante e ben evidenziata corruzione, contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, contro l’arroganza e la violenza governativa e contro tanto altro? Loro però e chissà perché parlano della “violenza” dei cittadini che protestano! Riescono a capire i “rappresentanti internazionali”, che la violenza e l’arroganza quotidiana esercitata dal primo ministro e dalle sue strutture speciali al suo ordine e servizio, è ben diversa e ha causato, tra l’altro, anche tante vittime umane innocenti? Compresi anche tanti bambini malnutriti?! Usare due pesi e due misure non fa onore a nessuno!

    Per fortuna adesso e ogni giorno che passa, i cittadini albanesi non credono più a quello che dicono i “rappresentanti internazionali” e scherzano con loro. Questo fatto, di per se, rappresenta una grande vittoria ottenuta da queste proteste. Un’altra vittoria delle proteste di queste settimane è di aver attirato l’attenzione dei più importanti media internazionali che, con la loro presenza diretta durante le proteste, stanno testimoniando realmente quello che sta succedendo in Albania e le ragioni delle proteste.

    Ormai le vere sfide sono quelle dell’opposizione politica in Albania. Riuscirà a tenere il passo dei cittadini, oppure deluderà di nuovo e come sempre ha fatto, da alcuni anni a questa parte? È tutto da vedere nei giorni a venire.

    Chi scrive queste righe è convinto che tra la stabilità e la democrazia per l’Albania, sceglierebbe sempre la seconda. Perché la migliore e la più duratura stabilità per un paese è quella raggiunta e garantita da un sistema veramente democratico. Egli considera abominevole e molto dannoso qualsiasi tentativo dei “rappresentanti internazionali” di sottomettere la democrazia alla stabilità. Vendendo anche l’anima.

  • France looks to push back against surge of anti-Semitism

    Marches against anti-Semitism have been taking place throughout France after 80 Jewish grave were desecrated in the French city of Alsace earlier this month. The demonstrations are part of a growing wider awareness in France about the rise of anti-Semitism in a country with one of the world’s largest Jewish populations.

    The most recent act of vandalism took place in the village of Quatzenheim, close to the border with Germany. The headstones were painted with Nazi symbols and references to the Elsassisches Schwarzen Wolfe (Black Alsacian Wolves), a notorious neo-Nazi separatist group that operated in the Alsace region in the 1970s.

    One of the marches against anti-Semitism that took place in Paris was attended by Prime Minister Edouard Philippe and two former Presidents,  François Hollande and Nicolas Sarkozy, along with a few members from the controversial Yellow Vest movement.

    The Yellow Vest movement has been dogged by accusations of anti-Semitism ever since the group led violent protests in the streets on central Paris late last autumn. Most recently, a video from tied to the Yellow Vest movement featured a character who referred to himself as a  “dirty Zionist” went viral on social media.

    Yellow Vest protesters also launched anti-Semitic abuse at Ingrid Levavasseur, who tried to lead a list of the protest movement in the coming European Parliament elections.

    Recently the headquarters of daily Le Monde was sprayed with graffiti that used anti-Semitic slogans in reference to President Emmanuel Macron‘s former job as a Rothschild investment banker. Other graffiti across Paris called Macron a “Jews’ Bitch” and a “Jewish pig.”

    Last year, French police recorded a 74% surge in anti-Semitic crimes.

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