rapporti

  • Cortigiani d’America

    Sembra che finalmente sia finita la querelle mediatica sul termine “cortigiana” usato da Landini nei confronti della nostra Presidente del Consiglio e possiamo quindi ragionare più serenamente su ciò che Landini intendesse realmente dire. Dal contesto mi sembra evidente che la sua critica riguardasse un presunto atteggiamento di nostro “vassallaggio” verso le decisioni prese da Trump in politica internazionale. Soffermandoci, quindi, su questo concetto possiamo affermare senza tema di smentite che Landini ha avuto, contemporaneamente, ragione e torto.

    Ha avuto ragione perché è sotto gli occhi di tutti che Roma ha appoggiato e anche plaudito ogni scelta politica di Trump senza mai schierarsi apertamente contro e limitandosi ad invitare alla prudenza sulla minaccia (poi realizzatasi parzialmente) di dazi economici punitivi. Nello stesso tempo, il sindacalista ha anche torto lasciando intendere che il comportamento di Meloni fosse un qualcosa di nuovo, nonché disdicevole. La nostra Presidente del Consiglio non ha cambiato la nostra politica rispetto al passato poiché è da quando abbiamo perso la seconda guerra mondiale che ogni nuovo governo, e di qualunque maggioranza, ha costantemente accettato, accodandosi, le scelte fatte dagli americani in politica estera. Va aggiunto che anche tutti gli altri governi europei nelle scelte importanti hanno fatto esattamente la stessa cosa, salvo la Francia per il breve periodo di De Gaulle.

    La realtà è che, nonostante ci piaccia continuare a pensare di essere volontariamente alleati nella Nato e cioè degli Stati Uniti, non abbiamo mai avuto nemmeno la minima possibilità di fare scelte contrastanti a quelle decise dalla più grande potenza mondiale. Per dirla tutta, ogni politico di oggi e dei passati ottant’anni lo sapeva, ma ha capito che la cosa poteva anche farci comodo. Se anche volessimo limitarci a considerare soltanto l’aspetto puramente militare è evidente che i vari eserciti europei (anche qui con una leggerissima differenza di Francia e Gran Bretagna) non sono mai stati in grado di garantire da soli la difesa del proprio territorio e l’appartenere alla Nato, grazie al famoso articolo 5, ci ha permesso una tutela che non avremmo potuto permetterci altrimenti. È stato proprio grazie a questa condizione subordinata di tipo militare che ci siamo potuti permettere di dirottare gran parte delle nostre risorse dalle spese per la difesa verso la creazione di quello “stato sociale” che garantiva la nostra quotidianità e il nostro relativo benessere. Se, comunque, volessimo accantonare l’aspetto militare la nostra sudditanza politica verso gli Stati Uniti è stata ripagata, almeno fino all’arrivo di Trump, da un vantaggio economico fornitoci dalle nostre esportazioni che il sistema americano ha consentito. È pur vero che il maggior mercato di sbocco delle nostre merci è l’Europa ma il più grande cliente singolo dei nostri esportatori sono gli Stati Uniti. Basta ricordare che la nostra bilancia commerciale con quel Paese è arrivata nel 2024 a circa 95 miliardi di Euro con addirittura un surplus a nostro favore di più di 37 miliardi. Per la Germania è andata ancora meglio poiché su un interscambio di poco più di 271 miliardi il suo surplus è di ben 70 miliardi. Per dare un’idea, il nostro interscambio con la UE è di circa 476 miliardi di euro ma il nostro saldo è negativo per 7 miliardi. La Francia ha invece un attivo di soli 2 miliardi con gli USA e ciò spiega il loro atteggiamento più pretenzioso. Giusto per avere un quadro più completo, il nostro saldo con la Germania è negativo per circa 17 miliardi, con la Francia di -5 miliardi e con la Cina di meno 30miliardi. Quale governo potrebbe non tenerne conto? Per concludere, gli USA comandano e noi, in cambio, ci arricchiamo. L’interesse, fino ad ora è quindi stato reciproco.

    Ciò che è cambiato con Trump è stato solo il modo in cui il loro predominio si manifesta. Il suo modo presuntuoso e ricattatorio di comportarsi ha spinto molti leader europei a porsi in modo adulatorio verso di lui, nella speranza di poter continuare a mantenere qualche beneficio economico a favore. En passant, non va dimenticato che, pur rimanendo noi formalmente proprietari, il 47% dell’oro della Banca d’Italia usato come riserva è custodito (guarda caso dalla fine della guerra che abbiamo perso) a New York. Avendo visto ciò che è successo ai beni russi custoditi all’estero quando i rapporti di quel Paese con l’Occidente si sono deteriorati, non si può fare finta che il fatto non conti. Nel passato tutti i Presidenti americani avevano fatto sì che l’apparenza di una nostra indipendenza fosse il più possibile credibile e che ogni decisione venisse presa fingendo di essere alleati quasi alla pari. Un certo spazio di manovra autonoma era comunque consentito, purché non si esagerasse e le linee strategiche decise oltreoceano fossero rispettate. Nonostante la Guerra Fredda, perfino il Partito Comunista Italiano aveva accettato questa logica, magari fingendo, ma solo in apparenza, di opporvisi. Con l’euro-comunismo, poi, anche il PCI ha sposato la NATO come garanzia per la nostra difesa.

    Le poche volte in cui scelte importanti italiane si sono trovate ad essere divergenti da quelle dei potentati economici e politici anglosassoni successe sempre qualcosa che riportava gli equilibri nell’alveo di quanto era considerato opportuno da parte di Washington (e per certi affari anche di Londra). Gli Stati Uniti consentirono, e addirittura favorirono, la nascita di una qualche forma di unità europea perché la cosa risultava più utile come contrapposizione verso l’Unione Sovietica. Tuttavia, ogni volta che qualche visionario sembrò immaginare l’ipotesi che quella unione potesse assumere un vero carattere politico unitario, ci si fece capire che non era il caso e che era meglio soprassedere. Cosa che regolarmente successe. Il primo atto politico ed economico veramente autonomo e contrapposto agli interessi anglosassoni furono le operazioni intraprese da Mattei nel settore petrolifero e, purtroppo, si è visto cosa gli capitò. Negli anni successivi ci fu permesso fare po’ di fronda in merito al rapporto con il mondo arabo e, in particolare, perfino con i palestinesi. Il “lodo Moro”, costruito dal politico italiano con l’aiuto in Libano del colonnello Giovannone ci garantì una quasi totale impunità dagli attentati di terroristi palestinesi, con grande dispiacere di Israele e delle lobby ebraiche negli Stati Uniti. Fu tuttavia sopportato, ma quando Moro forse esagerò pensando di guardare lontano e di disinnescare il pericolo comunista attraverso il “compromesso storico” senza avere le dovute autorizzazioni, sappiamo cosa successe. In tanti, sia a Mosca che a Washington, non piansero per il fallimento di quell’operazione (per motivi ben diversi anche il sottoscritto, laico convinto, era contrario a quel progetto). In tempi più recenti un altro pericoloso “amico” dei palestinesi fu Craxi il quale, oltre al coraggioso (e imprudente) atto di Sigonella, raccoglieva da anni fondi per l’OLP di Arafat e per i socialisti cileni. Anche lui, tuttavia, terminò in malo modo la sua attività politica. Parlare del caso Andreotti sarebbe ora troppo lungo e ci è sufficiente accennare a Berlusconi. Questo eccellente imprenditore diventato Presidente del Consiglio aveva intelligentemente capito che in Europa tra francesi e tedeschi si lasciava poco spazio all’Italia e seppe quindi scavalcarli creando ottimi rapporti, contemporaneamente, con russi, americani e perfino inglesi. Avrebbe voluto avere dalla sua anche gli spagnoli ma Aznar era troppo pavido per partecipare all’operazione. In quel periodo, il presidente degli Stati Uniti era Bush Junior e le cose funzionarono positivamente per noi fino a che altri centri di potere non riuscirono a condizionare diversamente il Presidente americano che gli succedette. I nuovi potenti statunitensi non gradivano affatto il legame economico tra il nostro Paese e la Russia e, soprattutto, giudicavano molto negativamente l’idea, sponsorizzata da Berlusconi e dall’Eni, dell’apertura del South Stream. Quel gasdotto avrebbe consentito all’Italia di diventare un nuovo hub europeo per il gas russo ma avrebbe legato ancora di più gli interessi russi all’Europa. Non a caso, pur a lavori già iniziati, il progetto fu cancellato e non certo per volontà italiana. Lo stesso Berlusconi, soprattutto dopo aver dimostrato la capacità di stringere rapporti economicamente molto produttivi per il nostro sistema economico con la Libia di Gheddafi, fu giudicato non più affidabile. Come finì la sua avventura politica lo sappiamo.

    È impossibile poter affermare con sicurezza chi e come sia in grado di condizionare le scelte di un governo europeo e in particolare del nostro.  Sicuramente i centri e i soggetti coinvolti sono più di uno e di varia provenienza ma, forse, un qualche aiuto per capire di più le vere cause di alcuni fatti, lo si potrebbe ricavare dalla lettura del libro di un giornalista tedesco morto per infarto a soli 57 anni e subito cremato senza autopsia: Udo Ulfkotte. Il libro, scritto in tedesco fu pubblicato nel 2014 da un piccolo editore locale che riuscì a farlo tradurre e pubblicare anche in inglese. Purtroppo, appena apparsa, la versione inglese fu ritirata dalla circolazione in tutto il mondo anglosassone ed è ora irreperibile anche nel catalogo dell’editore britannico che lo aveva pubblicato. Il titolo è: “GIORNALISTI COMPRATI” e il sottotitolo recita: “Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi” (la versione italiana, dell’editore Zambon, è disponibile solo via internet, spero a lungo). L’autore non era un giornalista qualunque: fu inviato all’estero per più di 15 anni per l’importante Frankfurter Allgemeine e aveva persino ricevuto la cittadinanza onoraria dell’Oklahoma, dimostrando così di non essere per principio un antiamericano. Purtroppo, la sua morte avvenne proprio poco dopo aver annunciato di voler scrivere un secondo volume con nuovi nomi e altri dettagli. Anche se il testo è focalizzato su quanto succede in Germania, ci stupiremmo se la situazione italiana dovesse dimostrarsi molto diversa.

    In conclusione, l’accusa per l’Onorevole Meloni di essere subordinata al volere della più grande potenza mondiale non è del tutto peregrina, ma ci sarebbe da domandarsi perché, e come, un qualunque altro governo a Roma che avesse a cuore gli interessi del nostro Paese dovrebbe comportarsi diversamente. Senza contare che, considerato che Francia e Germania continuano a non essere i nostri migliori sponsor, ci si potrebbe domandare quanto potrebbe durare un governo italiano qualora decidesse di schierarsi apertamente contro le volontà americane.

  • Elezioni statunitensi ed aspettative balcaniche

    Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura;

    alla prova poi, difficile, schizzinosa….

    Alessandro Manzoni

    Rivolgendosi ai suoi discepoli, che insieme con lui erano saliti alla montagna, Gesù disse loro: “Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta” (Vangelo secondo Matteo, 5/14; n.d.a.). Riferendosi proprio a questi versi anche il puritano inglese John Winthrop si rivolse ai suoi compagni di viaggio, mentre si apprestavano ad arrivare al Nuovo Mondo nel lontano 1630. “Noi dobbiamo sempre considerare che dobbiamo essere come una città sopra una collina; gli occhi di tutta la gente sono su di noi”. Parole che ispirarono anche Ronald Reagan durante il suo ultimo discorso da presidente degli Stati Uniti d’America, dopo la fine del suo secondo mandato. Durante quel discorso, nel gennaio 1989, lui immaginava gli Stati Uniti come “una città luminosa, una città su una collina”. Un modello che, secondo lui, avrebbe dovuto ispirare, illuminare e attrarre tutti coloro che apprezzano la libertà e la democrazia.

    Il 5 novembre scorso si sono svolte le elezioni negli Stati Uniti d’America. Erano le 60e elezioni, dopo le prime, quelle del 1788-1789, in cui è stato eletto il primo presidente degli appena costituiti Stati Uniti d’America, George Washington. Gli Stati Uniti sono stati costituiti durante il secondo congresso continentale il 4 luglio 1776, come unione di tredici colonie britanniche che decisero di staccarsi dal Regno Unito. Durante quel congresso è stato approvato il testo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Un testo scritto da Thomas Jefferson, uno dei Padri Fondatori della nuova Federazione. Un anno dopo, nel 1787 è stata presentata la Costituzione degli Stati Uniti d’America, che è entrata poi in vigore nel marzo del 1789.

    Il 5 novembre scorso si è votato per eleggere sia il presidente, che tutti i rappresentanti del 119o Congresso, ossia la Camera dei rappresentanti, nonché 34 nuovi rappresentanti del Senato. Ebbene, dalle elezioni è uscito vincitore il candidato del partito repubblicano, Donald Trump, ottenendo il suo secondo mandato non consecutivo come il 47° presidente degli Stati Uniti d’America. In più, dalle elezioni del 5 novembre scorso il partito repubblicano, ad ora, ha vinto anche la maggioranza dei seggi del Senato e della Camera dei rappresentanti.

    Ovviamente le elezioni del 5 novembre scorso negli Stati Uniti d’America non potevano non attirare l’attenzione delle cancellerie di tutto il mondo, dei media e delle più importanti istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea comprese. Il risultato di quelle elezioni ha suscitato delle aspettative anche nei Paesi balcanici. Paesi che, per varie ragioni cercano delle alleanze, oltre a quelle ormai stabilite o, almeno, degli appoggi temporanei. Ragion per cui vedono nel nuovo presidente degli Stati Uniti d’America un probabile alleato e/o sostenitore dei loro interessi. E stanno facendo di tutto per riuscirci, compresi il coinvolgimento degli “emissari” che possono garantire dei “rapporti d’affari” con i più stretti famigliari del presidente appena eletto. Ma ci sono anche alcuni rappresentanti politici dei Paesi balcanici che, nel passato, hanno avuto dei rapporti non buoni con alcune persone molto vicine al nuovo presidente statunitense, persone che con buone probabilità avranno delle importanti cariche istituzionali. Cariche che possono avere delle influenze significative anche nella regione dei Balcani occidentali.

    Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti sono state seguite con grande attenzione ed interesse in Serbia. I massimi rappresentanti del Paese hanno festeggiato la vittoria di Donald Trump. Proprio loro che hanno un appoggio dichiarato dal presidente della Russia e da altri Paesi che, sulla carta, non hanno o, almeno, non dovrebbero avere buoni rapporti con gli Stati Uniti d’America. E si tratta di importanti rapporti geopolitici, geostrategici, economici ed altri. Il presidente della Serbia si è vantato di essere stato tra i primi che aveva salutato personalmente il nuovo presidente statunitense.

    “Sono stato tra i primi al mondo. Forse lo ha fatto [prima di me] solo il presidente australiano. Ho parlato anche con delle persone dal suo più ristretto ambiente. […]. In Serbia tutti speravano in una vittoria di Donald Trump a causa degli avvenimenti del 1999. Molte persone pensavano che lui era un diavolo, ma adesso sembrerà un angelo…” ha detto il presidente serbo. Aggiungendo altresì che “…è importante per me che lui è un imprenditore e credo che i nostri rapporti saranno migliori”. Bisogna sottolineare che nel maggio scorso il genero di Trump ha firmato con il governo serbo un contratto di investimenti di circa 500 milioni di dollari per delle costruzioni in pieno centro della capitale della Serbia.

    L‘elezione di Trump ha reso molto felice anche il presidente della Republika Srpska (Repubblica Serba; n.d.a.) di Bosnia ed Erzegovina che è una delle due entità del Paese. I media hanno fatto vedere lui bevendo grappa e cantando, mentre seguiva in televisione i risultati che confermavano la vittoria di Donald Trump. Bisogna sottolineare che il presidente della Republika Srpska è stato dichiarato in precedenza una persona “non grata” per gli Stati Uniti d’America come un estremista serbo. Anche lui però è, come il presidente serbo, molto legato al presidente della Russia. Lui però si è vantato, scrivendo nelle reti sociali dopo la vittoria di Trump, che “Siccome l’ambasciata statunitense a Sarajevo non ha organizzato la festa per la vittoria di Donald Trump l’ho organizzato io come presidente della Republika Srpska”.

    Il risultato delle elezioni presidenziali del 5 novembre scorso negli Stati Uniti è stato seguito anche in Kosovo con interesse. Si perché i massimi dirigenti del Paese avevano delle aspettative per la vittoria della candidata del partito democratico. Ma nonostante ciò anche loro, formalmente, hanno salutato il presidente eletto. Bisogna sottolineare che alla fine del suo primo mandato, il presidente Trump il 4 settembre 2020 ha ospitato nel suo ufficio le delegazioni della Serbia e del Kosovo per firmare un “accordo economico”. Ma, secondo gli analisti, le ragioni erano ben altre, tra cui anche la possibilità di ripartizioni territoriali tra i due Paesi. Una proposta che non è stata mai accettata dagli attuali rappresentanti governativi e statali del Kosovo.

    La vittoria di Donald Trump è stata salutata anche dal primo ministro albanese. Sì, proprio da lui che alla vigilia delle elezioni del 2016 dichiarava convinto che “… nessun problema a ripetere, sia in albanese che in inglese, che Donald Trump è una minaccia per l’America e che non si discute che è una minaccia anche per i rapporti tra l’Albania e gli Stati Uniti”. Il primo ministro albanese allora era altresì convinto che “È vergognoso per gli Stati Uniti d’America eleggere un presidente come Donald Trump!…Se Trump sarà presidente, questa sarà una disgrazia per gli Stati Uniti!”. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito (Dichiarazioni irresponsabili e deliranti, 21 novembre 2016; Piroette geopolitiche e alleanze instabili, 4 novembre 2019). Ma adesso lui ha cambiato completamente opinione sul presidente appena eletto. “La vittoria di Trump potrebbe essere qualcosa migliore per l’Europa”, dichiarava la scorsa settimana da Budapest il primo ministro albanese. Per lui adesso gli Stati Uniti con Donald Trump saranno “una città luminosa, sulla collina”. Chissà perché?! Ma niente può stupire da un saltimbanco senza scrupoli come lui!

    Chi scrive queste righe seguirà come andranno a finire le aspettative balcaniche legate al risultato delle elezioni statunitense del 5 novembre scorso. Ma anche per i rappresentanti politici dei Paesi balcanici potrebbe essere valido quanto scriveva Alessandro Manzoni. E cioè che “Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa…”.

  • Benefici e conseguenze di un’alleanza

    L’uomo non può prendere due sentieri alla volta.

    Proverbio africano

    I rapporti di amicizia, di collaborazione e di reciproco sostegno tra la Russia e la Serbia risalgono al medioevo. La Russia offrì rifugio ai tanti serbi che sono stati costretti a lasciare il loro paese dopo l’invasione dell’Impero ottomano nel XV secolo. Da documenti storici risulta che la nonna materna del primo zar di Russia, Ivan IV, noto anche come Ivan il Terribile (1530 – 1584), era la principesssa Anna di Serbia. I rapporti di comune amicizia tra la Russia e la Serbia sono stati in seguito ufficializzati più di due secoli fa, nel 1816, con la decisione di stabilire delle relazioni diplomatiche tra l’Impero russo ed il Principato di Serbia. I legami tra le due nazioni hanno avuto come fondamenta anche la comune appartenenza alle popolazioni slave e alle Chiese ortodosse orientali. Nonostante la forma dell’organizzazione statale, nel corso degli anni i due Paesi hanno firmato anche molti trattati e protocolli bilaterali. Ma nel corso degli anni, e soprattutto subito dopo la seconda guerra mondiale, i rapporti tra l’allora Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia sono stati tutt’altro che buoni. Tutto dovuto alle scelte del maresciallo Tito, capo del governo jugoslavo. Lui, a partire dal 1948, scelse di allontanarsi dall’Unione Sovietica e di costituire, nel 1956, il Movimento dei Paesi non Allineati, insieme con l’India e l’Egitto. Ma dopo la morte di Tito, i rapporti tra i due Paesi ritornarono ad essere buoni ed amichevoli come prima. Dopo la disgregazione dell’ex Jugoslavia all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso, la Serbia dal 1992, essendo diventata ufficialmente la Repubblica di Serbia, ristabilì quei rapporti con la Russia. Rapporti che da allora ad oggi sono stati consolidati nell’ambito di una ritrovata alleanza tra i due Paesi. Con i dovuti benefici e le derivanti conseguenze. Soprattutto per la Serbia.

    Il 17 dicembre 2023 in Serbia si sono state le elezioni per rinnovare l’Assemblea nazionale, il Parlamento serbo. Elezioni che sono state vinte, con una maggioranza assoluta, dalla coalizione capeggiata dal Partito Progressista Serbo dell’attuale presidente della Repubblica. Subito dopo le opposizioni hanno contestato il risultato delle elezioni, scendendo in piazza a protestare, accusando di brogli e manipolazioni. Ci sono voluti circa cinque mesi prima che il nuovo governo si potesse insediare il 1o maggio scorso. Tra i membri del nuovo governo figurano anche due persone molto note per gli ottimi rapporti con la Russia. Si tratta dell’ex capo dell’Agenzia per le Informazioni sulla Sicurezza della Serbia, attualmente vice primo ministro, ed un proprietario di diverse aziende serbe con sede in Russia. Tutti e due però, dal 2023, sono delle persone sanzionate dal Dipartimento di Stato statunitense. Il vice primo ministro è stato accusato di coinvolgimento nel traffico di armi e di sostanze narcotiche, di abuso d’ufficio durante la sua attività pubblica, nonché per il suo contributo alla diffusione dell’influenza della Russia nella regione dei Balcani.

    Ebbene, proprio l’attuale vice primo ministro della Serbia, il 4 settembre scorso, è andato in Russia e ha avuto un incontro molto cordiale con il presidente russo. L’incontro è avvenuto nella città porto di Vladivostok, che si trova nell’estremo oriente russo, vicino al confine sia con la Cina che con la Corea del Nord. L’occasione era lo svolgimento del Forum economico orientale, organizzato dal 3 al 6 settembre scorso presso il Campus dell’Università federale di Vladivostok. Era la seconda visita ufficiale del vice primo ministro serbo in Russia dal maggio scorso, quando lui ha avuto quell’incarico istituzionale. “È un grande onore per me che ho il privilegio di parlare con lei. […] La prego di credermi quando le dico che è un grande incoraggiamento per tutti i serbi, ovunque essi siano”, ha detto il vice primo ministro serbo al presidente russo all’inizio del loro incontro, come confermano le fonti ufficiali di stampa.

    Sempre riferendosi alle fonti ufficiali di stampa, risulta che durante il loro incontro il vice primo ministro serbo abbia assicurato il presidente russo sull’amicizia che lega i due Paesi e sulla loro alleanza multidimensionale. Bisogna sottolineare però che il 29 aprile 2008 la Serbia ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea. Un Accordo, quello, che è entrato in vigore il 1° settembre 2013. Il 1° marzo 2012 il Consiglio europeo ha deciso di dare alla Serbia lo status del Paese candidato all’adesione all’Unione. Mentre, durante la riunione del 28 giugno 2013, il Consiglio europeo ha approvato l’inizio dei negoziati d’adesione della Serbia all’Unione europea. Negoziati che sono stati avviati il 21 gennaio 2014. Ragion per cui la Serbia ha assunto ufficialmente, tra l’altro, anche l’obbligo di aderire alle sanzioni poste ad un determinato Paese da parte dell’Unione europea. Come nel caso della Russia dopo l’inizio, il 24 febbraio 2022, dell’aggressione contro l’Ucraina. Bisogna sottolineare che tutti i Paesi membri dell’Unione europea, compresi anche i Paesi che sono in fase di adesione all’Unione, hanno aderito a tutte le sanzioni poste alla Russia da parte dell’Unione europea. Tutti, tranne la Serbia.

    Durante il sopracitato incontro tra il vice primo ministro serbo e il presidente russo il 4 settembre  scorso a Vladivostok, l’ospite ha garantito, tra l’altro, all’anfitrione che “…la Serbia guidata da Aleksandar Vučić (presidente della Serbia; n.d.a.) è una Serbia la quale non diventerà mai un membro della NATO, non imporrà mai sanzioni alla Federazione Russa e non permetterà mai che il suo territorio venga usato per qualsiasi azione anti-russa”. Il vice primo ministro serbo ha confermato al presidente russo che lui, come il presidente serbo, è convinto che “…le sanzioni contro la Russia danneggerebbero gli interessi  nazionali della Serbia”. In più l’ospite serbo ha confermato al presidente russo che “…la Serbia non è solo un partner strategico della Russia. La Serbia è anche un alleato della Russia. E questa è la ragione per cui la pressione dell’Occidente contro di noi è [così] grande”.

    Subito dopo l’incontro tra il vice primo ministro serbo e il presidente russo, il 4 settembre scorso a Vladivostok in Russia, sono arrivate anche le reazioni ufficiali dall’Unione europea. Il portavoce del Servizio europeo d’azione esterna ha dichiarato: “Ci aspettiamo che la Serbia si astenga dall’intensificare i rapporti e i contatti con la Russia. […]. Tutti i membri del governo serbo rispettino gli impegni che la Serbia si è assunta volontariamente nel processo di adesione all’Ue, compreso l’allineamento con le decisioni e le azioni di politica estera dell’Unione. Mantenere relazioni forti o, addirittura, rafforzarle con la Russia durante la sua aggressione illegale contro il popolo ucraino non è compatibile con i valori dell’Unione europea e con il processo di adesione all’Unione”. Il portavoce ha aggiunto che le istituzioni dell’Unione notano con preoccupazione le azioni e le dichiarazioni del vice primo ministro serbo. In più lui ha definito “…abbastanza indicativo quanto spesso [il vice primo ministro serbo] sia a Mosca e quanto raramente sia invitato nell’Unione Europea”. Un fatto quello che “…va contro l’obiettivo dichiarato della Serbia di aderire all’Unione”.

    Chi scrive queste righe trova veramente incoerente e contraddittorio l’atteggiamento della Serbia. Un paese che, firmando l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea, ha assunto volontariamente anche tutti i derivanti obblighi. Obblighi però che consapevolmente ha ignorato quando si tratta dei rapporti con la Russia. Ma anche dei suoi interessi. Si tratta proprio di benefici e di conseguenze di un’alleanza. L’uomo non può prendere due sentieri alla volta. Così recita un proverbio africano. E neanche un Paese può farlo. Come cerca di fare la Serbia.

  • I cittadini dell’UE sostengono con decisione la cooperazione con i paesi partner e con i giovani per ridurre la povertà

    Secondo l’indagine Eurobarometro più recente sulla cooperazione allo sviluppo, quasi 9 cittadini dell’UE su 10 ritengono sia importante creare partenariati con i paesi terzi per ridurre la povertà.

    La pandemia mondiale non ha intaccato il sostegno dei cittadini alle iniziative dell’UE a favore dello sviluppo internazionale; i risultati confermano la forte tendenza registrata negli ultimi anni a ritenere la cooperazione con i paesi partner una delle politiche più positive dell’UE.

    Uno dei risultati principali dell’indagine indica una preoccupazione crescente per la salute, identificata come la sfida più urgente per il futuro dei paesi in via di sviluppo, con una percentuale del 36%, cinque punti in più rispetto al 2019.

    Nell’ambito della crescente inquietudine dell’opinione pubblica per la COVID-19, l’UE si sta concentrando al momento sulla vaccinazione dei propri cittadini e sugli sforzi internazionali per la vaccinazione mondiale, contribuendo sostanzialmente a COVAX e prefinanziando la produzione di vaccini che vengono esportati in 34 paesi. L’UE sta inoltre rafforzando i sistemi sanitari, basandosi sul pacchetto di misure “Team Europa” di risposta globale, con oltre 40 miliardi di € di sostegno ai paesi partner colpiti dalla pandemia.

    Tra le sfide più urgenti vengono citate l’istruzione (35%), la pace e la sicurezza (32 %), la crescita economica e l’occupazione (29%). Circa un quarto degli intervistati ha indicato l’acqua e le strutture igienico-sanitarie (27%), la democrazia e i diritti umani (26 %), la sicurezza alimentare e l’agricoltura (24%).

    La grande maggioranza dei cittadini dell’UE (88%) concorda sul fatto che l’Unione dovrebbe combattere il cambiamento climatico e i suoi effetti nei paesi in via di sviluppo, mentre il 77% si dice fortemente d’accordo sul fatto che la lotta alla povertà in questi paesi debba essere tra le priorità principali dell’UE. Il 61 % ritiene che le politiche di sviluppo dell’Unione dovrebbero inoltre concentrarsi sulla riduzione delle disuguaglianze nei paesi in via di sviluppo. Circa un terzo degli intervistati (34 %) ritiene che la politica di sviluppo dell’UE dovrebbe incentrarsi esclusivamente sul rafforzamento delle economie dei paesi in via di sviluppo.

    Per quanto riguarda le relazioni con l’Africa, più di quattro cittadini dell’UE su cinque (81%) ritengono che l’UE dovrebbe rafforzare i partenariati con i paesi africani per creare occupazione e assicurare uno sviluppo sostenibile in entrambi i continenti. I risultati sono sulla stessa linea della comunicazione congiunta dell’UE “Verso una strategia globale per l’Africa” e dei cinque partenariati con l’Africa proposti dall’UE.

    L’indagine di quest’anno ha esaminato in particolare il ruolo dei giovani nei paesi in via di sviluppo per affrontare i) le sfide ambientali e ii) le sfide economiche e sociali, chiedendo agli intervistati se ritengono che i giovani nei paesi in via di sviluppo svolgano un ruolo centrale nell’affrontare le sfide ambientali nei loro paesi. I risultati rivelano che nove cittadini dell’UE su dieci (90%) concordano sul fatto che i giovani siano importanti nell’affrontare le sfide ambientali nei paesi in via di sviluppo; il 91 % ritiene che siano essenziali per affrontare le sfide economiche e sociali in questi paesi.

    Fonte: Commissione europea

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