Referendum

  • Downsizing del Parlamento: le cifre

    E’ la quarta volta dal 2001 che gli elettori sono chiamati a votare il referendum confermativo (senza quorum) su una riforma costituzionale. Allora si trattò delle modifiche al Titolo V, e a prevalere fu il “si'”. Le due successive consultazioni, invece, quelle del 2006 e del 2016 che includevano anche la riduzione del numero dei parlamentari, bocciarono le riforme istituzionali dei governi Berlusconi e Renzi.

    Il 20 e 21 settembre prossimi i cittadini si pronunceranno solo sul taglio degli eletti (da 945 a 600 tra deputati e senatori) che, secondo i fautori della riforma, avvicinerebbe l’Italia alla media degli altri Paesi europei. Vale quindi la pena dare un’occhiata oltre i confini nazionali, tenendo conto che una comparazione è possibile solo rispetto alle “camere basse” (la nostra Camera dei deputati) che hanno funzioni analoghe e sono elette direttamente dai cittadini, mentre le “camere alte” (il nostro Senato della Repubblica) o non esistono o hanno funzioni ed elettività diverse.

    Un dossier messo a punto nel 2019 dal Servizio studi di Camera e Senato ha raccolto i dati più significativi per fare un confronto compiuto in termini di rappresentanza democratica: non solo, quindi, in base al numero assoluto di eletti, ma anche in relazione al rapporto numerico tra seggi e cittadini. Per quanto riguarda il totale dei parlamentari delle due camere, attualmente in cima alla classifica troviamo il Regno Unito (1.426), seguito da Italia (945), Francia (925), Germania (778) e Spagna (616). Con il taglio proposto dal referendum, l’Italia scenderebbe al quinto posto, seguita dalla Polonia (516). Una discesa che sarebbe confermata anche in relazione al rapporto tra eletti e cittadini.

    Attualmente, infatti, Regno Unito e Italia hanno un deputato ogni 100 mila abitanti, Olanda, Germania e Francia 0,9, la Spagna 0,8. Altri Paesi come Malta, Lussemburgo, Cipro, Lettonia, Estonia e Lituania hanno invece da 14 a 5 deputati ogni 100mila abitanti. Con la riduzione a 400 deputati, quindi, l’Italia finirebbe all’ultimo posto in Europa nel rapporto di rappresentanza: 0,7 deputati ogni 100mila abitanti, ovvero uno ogni 151.210.

  • Le isole Shetland vogliono separarsi dalla Scozia

    Chi di secessionismo ferisce, di secessionismo rischia di perire. E’ il caso della Scozia, dove il governo locale guidato dagli indipendentisti dell’Snp di Nicola Sturgeon non cessa di sventolare la bandiera di un preteso referendum bis sul distacco dalla Gran Bretagna, dopo quello perduto nel 2014, a causa della propria opposizione alla Brexit cavalcata a Londra da Boris Johnson; ma viene minacciato di essere ora ripagato con la medesima moneta dalle remote Isole Shetland – terre su cui 27.000 anime convivono con 80.000 pecore dalla celebre lana – che di restare amministrativamente legate alla nazione scozzese non sembrano avere più alcuna voglia.

    L’ultimo segnale è arrivato dal Consiglio amministrativo locale, il quale il 10 settembre ha approvato con 18 sì e solo 2 no una mozione “esplorativa” che raccomanda di verificare “l’opzione” di chiedere lo sganciamento da Edimburgo. L’idea è quella d’invocare l’autodeterminazione – che nel caso andrebbe sancita comunque da “un referendum”, secondo il presidente della piccola assemblea, Steven Coutts – per trasformarsi in un’entità separata: associata al Regno Unito, dal quale al contrario degli indipendentisti scozzesi gli isolani non appaiono affatto interessati a divorziare, visto il loro mercato di riferimento; ma da cui sperano di ottenere un’autonomia (anche fiscale) pari a realtà come Jersey o l’Isola di Man.

    Si tratta di valutare la possibilità di ritagliarsi una vera “autodeterminazione fiscale e politica”, ha ventilato Coutts, contestando all’esecutivo locale scozzese di aver abbandonato l’arcipelago. Edimburgo ha replicato ricordando i 15 milioni di sterline stanziati dal proprio budget negli ultimi tre anni per finanziare il vitale servizio di traghetti verso le Shetland. Ma i ribelli lamentano carenze nelle forniture di generi essenziali come i combustibili e accusano la Sturgeon di aver dimenticato “le promesse” del suo predecessore Alex Salmond sui piani di un maggiore decentramento amministrativo per le stesse Shettland, le Isole Orcadi o le Isole Occidentali di Scozia. Rinfacciandole di non aver condiviso in alcun modo i benefici della devolution strappati a Londra con questi territori marini; e di non promettere nulla di buono per loro, laddove mai la Scozia dovesse diventare davvero un giorno Stato sovrano.

  • Il mistero di alcuni Sì

    Molte sono state le dichiarazioni e le spiegazioni per il Sì e per il No al Referendum, quello che resta, apparentemente, un mistero è come leader di partiti, quali Fratelli d’Italia e Lega oltre al Pd, nonostante il parere contrario di molti loro simpatizzanti, elettori ed anche dirigenti, si ostinino a fare propaganda per il Sì. La vittoria del Sì imporrà il cambio della Costituzione che, in un paese democratico, dovrebbe essere fatta o da una costituente ad hoc o da un parlamento appena eletto con un governo guidato da un Presidente del Consiglio votato dai cittadini. La Costituzione rappresenta il presente ed il futuro di tutti noi e non può essere modificata per piccoli o grandi interessi di parte perché la democrazia è un bene comune che va difeso oggi più che mai.

    La vittoria del Sì comporta la perdita, per molti territori, dei propri rappresentanti e perciò sarà particolarmente complesso varare quella nuova legge elettorale che deve garantire a tutti una adeguata rappresentanza e sarà difficile trovare un accordo tra partiti così divisi sul sistema di voto e tutti convinti a non voler ridare ai cittadini il diritto di scegliersi il proprio rappresentante. Se infatti la preferenza richiede regole certe e particolari attenzioni, per evitare che alcuni acquisiscano in modo scorretto i voti, è altrettanto vero che la nomina dei parlamentari, che di fatto avviene da anni da parte dei capi partito, ha ridotto il Parlamento ad un organismo non più in grado di svolgere la sua funzione legislativa, come dimostra il silenzio di questa legislatura.

    Anche Cottarelli ha convintamente ricordato che la vittoria del Sì non darà nessun risparmio economico, ci sarà invece la perdita secca di un altro po’ di libertà mentre a passi rapidi si va verso un’oligarchia che non rappresenta certo l’élite culturale, morale e politica dell’Italia. Siamo in un momento, non breve, di particolare difficoltà per la salute e per l’economia e andrà ripensata la nostra società nel suo complesso ma una cosa è certa la democrazia, la vita di una nazione, nel contesto europeo ed internazionale, non si difende con populismi di varia natura, come troppi stanno facendo.

    Votare No al Referendum è l’inizio di un nuovo cammino che potranno intraprendere insieme tutti coloro che, venendo anche da esperienze culturali e politiche diverse, credono che l’Italia debba essere una repubblica democratica, parlamentare, basata su un sistema economico che sappia coniugare la libertà d’impresa con le necessarie riforme sociali che ancora mancano.

  • Le ragioni del No

    Per garantire che la modifica della Costituzione, necessaria immediatamente se dovesse passare il Sì al Referendum, corrisponda alle reali esigenze dell’Italia e non di singole forze politiche o gruppi di interesse, questa dovrebbe avvenire tramite i lavori di un’assemblea costituente. L’indizione di una costituente, in grado di ammodernare la Costituzione nata nel 1948 e che ha reso possibile la vita democratica in questi anni, richiede un accordo tra forze politiche che ad oggi dimostrano, nei fatti, di non avere la stessa visione di repubblica democratica, lo stesso rispetto per la funzione legislativa ed il ruolo del parlamento, la stessa considerazione per il diritto di scelta che dovrebbe spettare ai cittadini.

    Da lungo tempo il parlamento è esautorato dalle sue prerogative costituzionali e inesorabilmente siamo approdati ad una sistema oligarchico, per altro privo di quelle menti illuminate e colte che potrebbero, eventualmente, per un periodo breve di emergenza, giustificare che a pochi, anche non eletti dal popolo, sia consentito decidere in autonomia e scavalcando, di fatto, l’ordinamento costituzionale.

    Il problema non è diminuire il numero degli eletti ma impedire che i capi partito continuino a nominare i deputati impedendo, con le sciagurate leggi elettorali che abbiamo da troppo tempo, che i cittadini possano scegliere chi dovrà rappresentarli. Il problema è l’impreparazione, il pressapochismo, l’ignoranza di troppi parlamentari e la mancanza di norme che consentano la punizione esemplare e senza indugi di chi sbaglia e usa il suo mandato per affari illeciti.

    Votare No al Referendum è l’unico modo per riportare al tavolo della discussione il futuro della nostra democrazia, per stanare chi vuole, nascondendo i veri obiettivi dietro una falsa possibilità di risparmio, rendere sempre più ristretta e incontrollata la compagine di potere. Dire No al Referendum significa tentare di dare finalmente vita ad una stagione non solo di riforme ma anche di trasparenza, quella trasparenza che i 5 Stelle avevano tanto sbandierato e che si è tramutata nella pagina opaca del nostro presente.

    Un No convinto per difendere la Repubblica.

  • Mentre nella democratica svizzera…

    Nel nostro povero Paese, portato allo stremo da una classe dirigente indegna e con l’attuale al governo assolutamente disastrosa, si discute di un ridicolo referendum per il taglio dei parlamentari. Una riduzione che accrescerà il potere degli eletti, ridurrà la rappresentanza democratica e soprattutto permetterà a 100 senatori di modificare la Costituzione a proprio piacimento. Questo è il risultato di un declino culturale il quale, con gli ultimi due governi Conte 1 e Conte 2, si è trasformata in una vera e propria metastasi culturale.

    Mai il livello espresso da un governo aveva raggiunto dei livelli così infimi come quello degli ultimi due anni rappresentati dai Cinque Stelle, prima con la Lega e ora col PD. Il nostro Paese, se questo referendum dovesse dare esito positivo, si avvicinerebbe ad una repubblica sudamericana come Venezuela o Argentina.

    A soli 40 minuti da Milano, invece, nella confederazione elvetica, i cittadini svizzeri saranno chiamati ad esprimere il proprio parere relativo al mantenimento o meno della libera circolazione dei cittadini europei all’interno dei propri confini (https://www.swissinfo.ch/ita/economia/votazioni-del-27-settembre-2020_-gli-europei-che-sono-gi%C3%A0-in-svizzera-non-hanno-nulla-da-temere–/46010378). Mentre in Italia gli stessi sostenitori del Sì al referendum si fanno promotori di una nuova legge proporzionale, che sarebbe il disastro assoluto della nostra democrazia, nella democratica Svizzera, unico esempio di democrazia diretta, gli elettori svizzeri, attraverso il voto, esprimeranno la propria opinione assolutamente vincolante in merito ad una questione problematica.

    Se noi decliniamo verso un simil-peronismo 4.0, la vicina Svizzera ci insegna cosa sia la democrazia.

  • La riduzione del numero dei parlamentari: cose dell’altro mondo

    Riceviamo e proponiamo un articolo dell’on. Michele Rallo pubblicato il 18 ottobre 2019 e ancora attuale in vista del referendum di settembre 

    Tutto cominciò nel 2007, quando due giornalisti del “Corriere della Sera” – Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo – diedero alle stampe il libro «La casta»: un clamoroso successo editoriale, agevolato da una mastodontica campagna di amplificazione mediatica.

    Attenzione a due particolari. Primo: Stella e Rizzo non scrivevano sul “Manifesto” o su una qualche testata antagonista, ma sul Corrierone nazionale, come a dire sull’organo ufficioso del potere politico ed economico del nostro paese. Secondo: il libro parlava di una casta soltanto, quella dei parlamentari, tralasciando accuratamente le decine o, forse, le centinaia di altre “caste” che in Italia hanno vantaggi economici (e non solo economici) pari o superiori a quella dei parlamentari; penso, per fare un solo esempio, ai livelli alti e medio-alti dei quotidiani nazionali.

    Bene. Dalla pubblicazione di quel libro derivò il lancio in grande stile del fenomeno dell’anti-politica; e da questo, due anni più tardi, la nascita di un similpartito – il Movimento Cinque Stelle – privo di una qualsiasi identità politico-ideologica e dedito esclusivamente ad acquisire simpatie a buon mercato tuonando contro la classe politica. Una classe politica che l’opinione pubblica più sprovveduta identificava come l’unica responsabile di una crisi economica che aveva abbassato drasticamente i nostri standard di vita.

    Cosa – questa – che era vera solamente in parte, perché la crisi (massacro sociale, licenziamenti, riforma delle pensioni, privatizzazioni, immigrazionismo programmato, eccetera) era stata voluta e imposta da poteri extrapolitici, dai cosiddetti “mercati”, cioè dalla finanza internazionale che voleva (e vuole) strangolare i popoli attraverso la globalizzazione economica. La colpa della classe politica era stata quella di obbedire, di non opporsi, di non resistere.

    Ragion per cui, era evidente – almeno a mio modesto parere – che per combattere la crisi non occorresse certo l’anti-politica ma, al contrario, più politica. Più politica capace di opporsi ai poteri forti, naturalmente, più politica all’altezza della situazione, brava, energica, sana, preparata. Più politica che, però, poteva nascere solo dal seno dei partiti, non certamente dalla mancanza assoluta di preparazione politica e di capacità operativa, dagli improvvisatori, dai dilettanti allo sbaraglio, dai teorici del vaffa e del “sono tutti ladri”, dal nichilismo eretto a sistema. Ma “più politica” – é la mia personalissima opinione eretica – era esattamente il pericolo che i poteri forti volevano scongiurare.

    Comunque, sulle parole d’ordine dell’anti-politica sono state costruite le fortune elettorali di un similpartito che si è gonfiato fino a diventare la prima forza politica nazionale (salvo poi a sgonfiarsi repentinamente). Ma ciò è avvenuto soltanto perché le grandi catene televisive hanno fatto a gara nel rilanciare i postulati grillini sulla “casta” e, soprattutto, perché quasi tutte le forze politiche “normali” hanno accettato di fiancheggiare le esternazioni demagogiche dei pentastellati, rinunciando a spiegare al popolo italiano che la maggior parte delle cose dette da costoro era poco più che aria fritta.

    Esempio tipico, quello del taglio dei vitalizi. Uno specchietto-per-le-allodole di poca o nessuna utilità. Il problema reale non era (e non è) quello di tagliare i trattamenti previdenziali di un migliaio di ex parlamentari; ma quello di tagliare centinaia di migliaia di “pensioni d’oro” pari o superiori a quelle dei parlamentari. Nessuno ha avuto il coraggio di dirlo. Con il risultato che i grillini coi vitalizi ci hanno vinto una campagna elettorale; e dopo, quando hanno dovuto “mantenere gli impegni”, hanno partorito un provvedimento a tal punto allucinante da costringerli a varare una delibera aggiuntiva, per evitare che alcuni titolari di “vitalizi d’oro” vedessero addirittura aumentare le proprie spettanze.

    Ma, passi per la questione dei vitalizi, che era oggettivamente un argomento troppo spinoso e troppo complesso per essere spiegato ai semplici. E’ comprensibile che i partiti “normali” abbiano preferito fingere di non aver capito che si trattava soltanto di un marchingegno per raccogliere voti. Ma quello che lascia sgomenti, adesso, è l’avallo – colpevole e consapevole – della riforma costituzionale che riduce di un terzo il numero dei parlamentari.

    Si tratta – in questo caso – solo e soltanto di una manovra a fini elettorali, e senza neanche la giustificazione del rancore sociale che aveva alimentato altre cosiddette “battaglie” grilline. Servirà ai Cinque Stelle per salvare la faccia, nel momento in cui hanno fatto un governo con chi sino a ieri additavano come il peggio del peggio del peggio. Il tutto, gabellato per un “taglio delle poltrone” che avrebbe fatto registrare enormi risparmi per le finanze dello Stato.

    Niente vero. Il taglio dei parlamentari produrrà un risparmio “ufficiale” di 82 milioni l’anno (in realtà di circa 50 milioni, considerato che quasi un terzo della cifra tornerà allo Stato attraverso tasse e trattenute). Gli strateghi della comunicazione grillina si sono presi la libertà di “arrotondare” a 100 quei 50 o 82 milioni. Successivamente hanno moltiplicato gli ipotetici 100 milioni per 5, quanti sono gli anni di una teorica legislatura, ed hanno tirato fuori il risparmio – assolutamente fantasioso – di 500 milioni. Ovvio che, se avessero moltiplicato la stessa cifra per 50 o per 100 anni, avrebbero ottenuto un risparmio piú importante da agitare davanti al naso dei gonzi. Tutto questo, perché una economia di 50 milioni annui nel bilancio di uno Stato é una cifra ridicola, come avrebbero rilevato anche i più ingenui degli elettori del vaffa.

    Queste cose – é ovvio – erano perfettamente note ai vertici dei partiti “normali”, che però hanno scelto di ignorarle e di far “passare” la vulgata grillina dei 500 milioni da risparmiare.

    Comportamento inspiegabile, quello dei partiti, perché il provvedimento che ne è seguito non gioverà certo alla loro causa. Andrà contro i loro interessi elettorali, specialmente contro quelli dei partiti minori, che rischieranno di essere cancellati da un parlamento che fosse ridotto ai minimi termini.

    Né ad essere penalizzati saranno solamente i partiti, ma anche le realtà territoriali. Soprattutto – anche in questo caso – le minori. Non occorre essere dei docenti di statistica applicata per immaginare che i parlamentari “ridotti” dalla riforma saranno soprattutto quelli dei territori periferici. In Sicilia, per esempio, le prossime elezioni politiche saranno probabilmente un affare privato fra Palermo e Catania, con esclusione praticamente delle altre 7 province.

    Sarà un altro passo – gigantesco – in direzione del progressivo allontanamento dei cittadini dalla partecipazione politica e dalla vita democratica. Una direzione cara ai poteri finanziari (i quali sostengono che in Italia e in Europa ci sia “troppa democrazia”), e cara anche a certa anti-politica che guarda ai meccanismi elettorali come a fastidiose sovrastrutture, magari sostituibili con pochi clic su una piattaforma privata o, meglio ancora, con l’estrazione a sorte dei parlamentari (come vorrebbe Grillo per il Senato).

    Ora, che il PD regga la candela ai barzellettieri, non mi meraviglia. E’ il prezzo che Zingaretti e compagni devono pagare per mantenere in vita questo governo e per non fare le elezioni.

    Mi meraviglia, invece, che la riduzione del numero dei parlamentari abbia ricevuto l’avallo anche di Lega e Fratelli d’Italia. Mi sgomenta che al carro dell’antipolitica si siano aggiogate anche forze politiche responsabili, che peraltro non avevano alcun interesse a consentire ai grillini di “portare a casa” questo risultato.

    Per i sovranisti è stata un’occasione perduta. Spero che non abbiano a pentirsene.

    (“Social” n. 340 – 18 ottobre 2019)

  • Il Regno Unito ha sottovalutato le interferenze russe nei suoi referendum

    I funzionari britannici non hanno agito e hanno sottovalutato la minaccia russa. E’ quanto emerge dal rapporto dell’Intelligence and Security Committee (ISC) del Regno Unito sull’attività russa in UK. L’indagine dell’ISC, iniziata nel 2017 dopo le dichiarazioni sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, fa riferimento a campagne di disinformazione, tattiche informatiche e presenza di espatriati russi nel Regno Unito, concludendo che i ministri avrebbero chiuso un occhio sulle accuse di coinvolgimento russo. Il rapporto critica le agenzie di intelligence per non aver intrapreso alcuna azione durante il referendum sull’uscita dall’UE, nonostante ci fossero voci attendibili che parlavano di “campagne di influenza” da parte dei russi durante il referendum sull’indipendenza scozzese nel 2014. “Il governo del Regno Unito ha attivamente evitato di cercare prove sulle interferenze russe. Ci è stato detto che non avevano visto alcuna prova, ma non ha senso se non ne hanno cercate”, ha dichiarato Stewart Hosie, membro dell’ISC, che ha aggiunto: “Non ci è stata fornita alcuna valutazione post referendum dei tentativi di interferenza da parte della Russia”. Il Cremlino ha respinto le affermazioni definendole ‘russofobia’ in perfetto stile fake news.

  • Il diritto dovere di rappresentare tutti gli italiani

    L’emergenza Covid forse finirà se manterremo il distanziamento fisico, il divieto di assembramento e l’uso della mascherina ma sarà di fatto impossibile una campagna elettorale a contatto con gli elettori e il periodo estivo non invoglierà le persone a soffermarsi sugli eventuali programmi politici di approfondimento.

    Se per le elezioni regionali questo è un problema che in parte sarà superato dalla conoscenza, da parte dei cittadini, dei candidati per la presidenza delle Regioni lo scoglio rimarrà invece insormontabile per il referendum sulla diminuzione del numero dei parlamentari. Un referendum che si presenta già anomalo perché senza quorum ma che comunque ha una valenza politica e morale importante per il futuro della nostra democrazia.

    Modificare il numero dei parlamentari comporterà una modifica costituzionale per la quale si dovrebbe avere un ampio consenso e, a seguire, una nuova legge elettorale e la modifica dei regolamenti di Camera e Senato. II tutto tenendo ben presente che siamo in un periodo nel quale, da troppi mesi, il Parlamento è stato di fatto esautorato, che da tempo i parlamentari non sono eletti dal popolo sovrano ma nominati dai capi partito e noi siamo una Repubblica parlamentare nella quale i poteri delle istituzioni, fino a qualche anno fa, erano adeguatamente ripartiti e ben divisi affinché fossero evitate quelle derive autocratiche e oligarchiche che ormai stanno prendendo piede. Stupisce pertanto che il Presidente della Repubblica, prima di firmare per la data delle elezioni a settembre, non si sia posto il problema dell’opportunità di rinviare ad altra data il referendum sul numero dei parlamentari. In questi mesi avremmo in più occasioni voluto vedere Mattarella più vigile ed attento, più pronto a richiamare sia il governo che l’opposizione ai doveri di chiarezza e rappresentanza che la situazione sanitaria ed economica richiedevano. In troppe occasioni il Presidente ha taciuto o ha parlato con voce troppo flebile ed anche in questa occasione è stato succube di volontà altrui dimenticando che sarebbe stato suo compito essere garante del diritto degli elettori di poter votare avendo avuto sia un’informazione completa e corretta sulle conseguenze della eventuale diminuzione dei parlamentari, sia sulle future modifiche della nostra Costituzione che, anche con le sue pecche, aveva fino ad ora garantita quella democrazia e pluralità che rischiamo ogni giorno di più di perdere. Non volevamo un atto di coraggio ma solo l’esercizio di un diritto dovere di rappresentanza di tutti gli italiani e non solo di una parte. Mattarella si è schierato, scegliendo di non essere il Presidente di tutti, il garante dell’esercizio democratico di un voto informato e consapevole per le conseguenze presenti e future.

  • Referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari

    Si scrive “referendum”, si legge “trappola”.

    Quando si voterà per alcune regioni, alcuni comuni e per elezioni suppletive in pochi collegi, è molto probabile che il cosiddetto “election day” richieda anche il voto per un referendum confermativo della modifica costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari.

    A differenza dei referendum abrogativi, che per essere validi devono raggiungere il quorum della maggioranza degli aventi diritto, il referendum di tipo approvativo si considera valido anche qualora vi partecipasse una minima parte dei cittadini.

    Mettendo da parte le ragioni puramente demagogiche che hanno spinto la maggioranza dei politici a votarlo, sono la data di questo referendum e il suo abbinamento con le altre elezioni che suscitano molte perplessità.  Tanti costituzionalisti storcono il naso sul fatto che elezioni politiche o amministrative possano coincidere con una consultazione referendaria perché la Costituzione prevede, addirittura, che in caso di elezioni per il Parlamento (e s’intende anche per qualunque altra elezione) un referendum, perfino se già indetto, sia posticipato di un anno o due. La ragione è che sia la campagna a favore o contro un quesito referendario non debba essere contaminata da una campagna elettorale evidentemente animata da tutt’altri obiettivi.

    A ben guardare, tuttavia, i problemi sono anche altri e purtroppo non sembra che se ne parli sufficientemente. Gli osservatori della politica sembrano convinti che la maggioranza dei votanti al referendum sia già orientata ad approvare la riduzione. Ebbene, qualora ciò avvenisse, le nuove elezioni politiche per Camera e Senato non potrebbero aver luogo prima che si realizzino altri passaggi. In particolare, per evitare intoppi o pasticci istituzionali, servirà una nuova legge elettorale che tenga conto del cambiamento del numero degli eletti. Sempre che la sostanza della nuova legge mantenga il metodo attuale che toglie agli elettori ogni possibilità di scegliersi i propri rappresentanti, servirà comunque ridisegnare i collegi elettorali. Attualmente, la discussione in merito non è neppure cominciata e nessuno può sensatamente ipotizzare quanto tempo sarà necessario per trovare un accordo. Ancora più complicate, sia nel merito sia nel tempo necessario, saranno le successive modifiche della Costituzione che si renderanno necessarie. Senza contare le modifiche ai rispettivi regolamenti interni di Camera e Senato che coinvolgeranno in totale almeno quarantasei articoli.

    Le modifiche costituzionali da approvarsi dopo la possibile approvazione di questo referendum (e prima di nuove elezioni politiche) riguardano il superamento della base regionale per l’elezione dei senatori a favore di una base circoscrizionale e la riduzione da tre a due dei delegati regionali che parteciperebbero di diritto all’elezione del Presidente della Repubblica. Tra le condizioni chieste dalle sinistre per approvare la riduzione dei parlamentari c’era anche, per il Senato, l’abbassamento a 25 anni dell’elettorato passivo e a 18 per quello attivo. I 46 articoli dei Regolamenti di Camera e Senato da cambiare riguardano invece il funzionamento dei lavori interni. Essi vanno dalla modifica al numero legale richiesto per certe attività, a quale numero di parlamentari debba essere necessario per ottenere che un voto sia segreto e, in genere, a tutte quelle attività che richiedono esplicitamente un numero specifico e definito di deputati e senatori.

    Se queste ultime modifiche sono modificabili con tempi relativamente veloci poiché interne alle singole camere, le modifiche costituzionali necessarie richiederanno, invece, tempi piuttosto lunghi. Per modificare la Costituzione è necessario che le votazioni siano essere almeno due per ogni camera (Senato- Camera e poi ancora Senato-Camera o viceversa) e che tra il primo turno e il secondo passino almeno tre mesi. Inoltre, qualora il risultato favorevole fosse inferiore alla soglia dei 2/3 degli aventi diritto è possibile che, come successo nel caso attuale, si debba superare lo scoglio di uno, o più, nuovi referendum popolari confermativi da approvarsi prima che le modifiche possano entrare in vigore.

    E’ interessante ricordare che nei primi passaggi parlamentari sulla riduzione del numero dei rappresentanti del popolo, sia il Partito Democratico, sia Liberi e Uguali avevano votato contro il provvedimento, salvo sacrificare il proprio orientamento pur di entrare in maggioranza e sostenere un nuovo governo Conte. Se ora decidessero di tornare alle loro prime convinzioni e invitassero i propri elettori a votare NO, ciò implicherebbe la rottura dell’attuale maggioranza e quindi la caduta del Governo. La cosa sembra quindi altamente improbabile.

     

    Il vero problema è che, una volta che il referendum fosse approvato, sarà impossibile avere nuove elezioni politiche fino a che sia i regolamenti interni delle Camere, sia la Costituzione non siano adeguatamente corretti.

    Che questo voto rappresenti una “assicurazione sulla vita” per l’attuale Parlamento?

    Il sospetto è forte e non si può escludere che proprio questo sia il calcolo di qualcuno. E’ vero che, dal punto di vista strettamente tecnico, tutte le procedure potrebbero risolversi in pochi mesi ma occorrerebbe una forte volontà politica che è difficile attribuire all’attuale maggioranza. Com’è possibile immaginare che chi si trova oggi in Parlamento si precipiti a redigere e approvare una nuova legge elettorale che implicherebbe la fine della legislatura e l’improbabilità di essere rieletto? E come si potrebbe ipotizzare che tutti si precipitino a votare a raffica la stessa legge di modifica costituzionale, due volte alla Camera e due al Senato, per ottenere poi il risultato di andarsene a casa? Non hanno già lasciato tutti intendere che, comunque vadano le cose, vorranno essere sempre loro a votare per il nuovo Presidente della Repubblica?

    Certamente tutto può succedere, ma è molto probabile che chi voterà favorevolmente al referendum per ridurre il numero dei Parlamentari convinto di fare un ennesimo atto di “antipolitica” contro la “casta”, contribuirà invece a garantire agli attuali “rappresentanti” di poter godere un po’ più a lungo dei benefici che godono attualmente. Benefici che molti di loro non riuscirebbero mai più a ottenere quando ritorneranno alla vita “civile”.

  • La Fondazione Luigi Einaudi spiega le ragioni del No al Referendum del 29 marzo

    In vista del Referendum del prossimo 29 marzo sulla riduzione del numero dei parlamentari vi invitiamo a prendere visione del video realizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi sulle ragioni del NO al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=fNqjnYj3LKc&feature=youtu.be

     

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