Referendum

  • In attesa di Giustizia: riflessioni

    Il dopo referendum ha regalato momenti sguaiati tanto di giubilo quanto di lamentazioni in stile ultime grida dalla savana con l’eccezione – tra le poche – delle riflessioni dell’Avv. Enrico Fontana, della Camera Penale di Modena di cui è stato anche presidente: al suo pensiero la rubrica affida il commento post consultazione popolare.

    Dopo la tempesta il mare nella quiete lascia sulla costa segni inequivocabili della furia delle onde e del vento…Dopo il referendum nasce la resa dei conti contro chi ha votato SI: c’è chi saltella e intona cori da stadio anche in sedi istituzionali contro chi ha perso, si aprono indagini e si dispongono perquisizioni…

    Ma è caccia al colpevole anche all’interno del fronte del SI, dove si succedono dimissioni più o meno spontanee ed attacchi frontali fra coloro che sino al 23 marzo si trovavano sulla stessa trincea contro un nemico comune … proprio ora che, vittoria in mano, si scopre che il nemico è probabilmente più forte: se è pur vero che dopo Caporetto il generale Cadorna venne sostituto da Armando Diaz, cadde il Governo Boselli e subentrò Orando è altrettanto vero che alla resistenza sul Piave e sul Grappa e poi alla vittoria portarono la riunificazione e la ritrovata unità della nazione.

    L’esito del referendum non è una Caporetto, il fronte del SI conta oltre 12 milioni di voti, ma ciò non basta a mutare in vittoria quella che è e resta una sconfitta, di cui occorre comprendere le ragioni e saper curare le ferite.

    L’euforia della vittoria, dei balli e delle canzonette è stata smaltita in fretta anche sul fronte del NO vincitore, atteso che le dimissioni si succedono sia nella ANM che nelle tanto discusse “correnti”: anche la vittoria ha un prezzo.

    Eppure per chi ha combattuto sul fronte del SI il nemico è il giustizialismo, l’assenza di garanzie, il processo sommario ed inquisitorio … nemico che ora senza dubbio è assai più forte e per evitare che dilaghi occorre arginarne lo straripante potere, occorre combattere il disfattismo anche inasprendo i controlli sul fronte interno, ma senza consentire che il nemico (ri)entri tra le proprie fila che vanno serrate e non sparigliate.

    Occorre valorizzare gli ideali liberali e garantisti, occorre certo, laddove necessario, rinnovare la classe politica e dirigente, ma ciò avvenga senza campagne di fango che da un lato minano questi stessi ideali, dall’altro lato offrono il fianco agli assalti dell’avversario. Occorre aprire una stagione di serio e costruttivo dibattito tanto all’interno del fronte del SI e della maggioranza (che ancora è tale) di centro destra quanto con i contraddittori del NO.

    Al di là della tante menzogne e mistificazioni che hanno caratterizzato questa campagna referendaria, che senza dubbio lasceranno un segno indelebile e qualche maceria, il confronto accesso, frontale e schietto può e deve essere terreno fertile per un dialogo che in ogni istituzione democratica e liberale deve proseguire nell’interesse primario del cittadino.

    Non nascondo la personale convinzione che la Magistratura sia chiamata solo ad applicare le leggi ed il Parlamento, il solo che ha investitura popolare, ad approvare le leggi, con la necessitata conseguenza che chiamato a far politica sia il Parlamento ed il Governo che ne è emanazione, mentre la Magistratura da tale campo debba stare fuori, atteso che non è la sua partita.

    Ora che il referendum parrebbe aver legittimato tale invasione di campo, con la correntocrazia e la esplicita discesa in campo politico della ANM, l’avvocatura e la politica tutto devono fare, tranne che abbandonare il campo, sia esso, come auspico, un campo di confronto e di dialogo o un campo di scontro, sul quale si può anche aver perso una battaglia, ma non certo la guerra.

    Ciò chiarito, occorre anche saper ringraziare, avversari valorosi che mai si sono sottratti al confronto ed indomiti alleati: come ad El Alamein, mancò la fortuna non il valore.

    La strada da percorrere è ancora lunga.

  • Referendum: l’illusione geografica di una vittoria e la realtà economica

    L’esito referendario, al di là dei soliti commenti e delle conseguenze politiche che questo sta generando, nasconde tuttavia una realtà ben più complessa di quanto non si creda. I numeri possono essere interpretati con l’obiettivo di esprimere una differente realtà da quella che viene raccontata tanto dai vincitori quanto dai perdenti.

    Indubbiamente questi sono i risultati principali: NO 53,7% circa 14 milioni di voti, SÌ 46,2%, affluenza definitiva 58,9%. In considerazione del fatto che in Italia il numero di elettori è di 51 milioni, 47 milioni (47.331.428 alle europee 2024), ai quali aggiungere gli elettori all’estero, circa 4,8 – 5 milioni di cittadini iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), vuol dire che sono andati a votare poco più di 30 milioni di elettori.

    Un numero certo importante, che inverte un trend preoccupante legato al sempre minore afflusso alle urne, ma la sua rappresentazione geografica non nel dovuto risalto è un aspetto fondamentale.

    Emerge in modo molto chiaro come in sole tre regioni, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, la maggioranza degli aventi diritti si sia espressa a favore del Sì al quesito referendario. E nonostante la distribuzione geografica la vittoria del No risulta molto meno schiacciante di quanto le forze politiche contrarie alla Riforma proposta dal governo intendano affermare, in quanto non andrebbe dimenticato come queste tre regioni rappresentino oltre il 34% del Pil  nazionale, quindi le loro legittime aspettative relative alle tematiche di diritto e di competitività che la giustizia dovrebbe assicurare per attirare investimenti, pesino all’interno delle politiche economiche molto più di quanto questa cartina non riesca a dimostrare.

    In altre parole la vittoria del No, che ha potuto contare sul 27,5% degli aventi diritto, anche se ha determinato una vittoria legittima va, tuttavia, valutata nel suo peso specifico specialmente in considerazione delle legittime aspettative di chi rappresenta oltre un terzo del Pil nazionale ed ha votato Sì, anche se circoscritto in tre sole regioni.

    Solo il senso di responsabilità dell’intero arco politico parlamentare dovrebbe essere in grado di esprimere la volontà di dare una risposta a queste legittime aspettative, di chi rappresenta oltre un terzo dell’economia nazionale (34%), quindi ben oltre il risultato in termini percentuali della vittoria del No (27.5%) in relazione agli aventi diritto.

  • In attesa di Giustizia: in morte della cultura della giurisdizione

    Il referendum è andato come è andato ed – approfittando della scomparsa di Bruno Contrada di poco precedente – c’è da scommetterci, i professionisti dell’antimafia avranno una occasione in più per esibirsi nei numeri più applauditi del loro repertorio: ci sarà chi dirà che la condanna di Contrada è stata poi revocata e, quindi la giustizia ha trionfato, e chi opinerà che i pubblici ministeri avevano comunque ragione e – quindi – ha perso, non mancheranno i cavillatori da bar Sport che si esibiranno in spericolate interpretazioni di norme e formule giuridiche studiate su Chat GPT, e gli scenaristi ben informati (non si sa da chi) secondo i quali Caponnetto avrebbe detto che Falcone gli aveva sussurrato che Borsellino, con uno sguardo, gli aveva lasciato intuire che Contrada era un farabutto, infine qualche pavido vignettista abbozzerà un disegnino ricco di ombre che sottintendono risvolti e misteri inconfessabili, mai del tutto chiariti. Dèjà vu.

    Invece, proprio durante una campagna referendaria per il SI fallimentare e non priva di contorni volgari – senza mai neppure tentare correzioni in corsa – sarebbe, probabilmente stato utile riprendere un brano dal libro di Lino Jannuzzi sul caso Contrada, “Lo sbirro e lo Stato”, ma la memoria è breve ed è impresa ardua tornare a letture risalenti a quasi vent’anni fa.

    Il caso del ‘pentito’ Francesco Marino Mannoia è ancora più clamoroso e scandaloso. Nel corso del processo di primo grado Mannoia depone che Contrada e Riccobono facevano i confidenti l’uno dell’altro, e Contrada viene condannato. Al processo di appello gli avvocati di Contrada scoprono che esistono i verbali di due precedenti interrogatori di Mannoia, dove il ‘pentito’, richiesto dai P.M. se sa e può dire qualcosa di Contrada, dichiara di non saperne assolutamente nulla.

    Il presidente della Corte d’Appello, la prima, quella che assolse Contrada, domandò perché i verbali di quei due interrogatori siano stati nascosti e non portati al processo…senza approfondire più di tanto chi e come abbia fatto tornare la memoria al collaboratore di giustizia.

    La risposta fu che i verbali non erano stati depositati perché irrilevanti in quanto non riferivano alcuna circostanza a carico di Contrada (con buona pace delle fanfaluche di Marco Travaglio sulla funzione di primo difensore da riconoscere al P.M.), per esigenze di segreto investigativo relativo ad altre indagini in corso e amenità simili. Il C.S.M. adottò la severissima sanzione della censura per violazione dei doveri di imparzialità e correttezza mentre si faceva marcire un uomo in carcere. Piuttosto che niente e ciò dimostra che quello di De Pasquale non è un caso isolato.

    La riforma del C.S.M. e del sistema disciplinare è abortita con il referendum, Contrada è morto e la decantata cultura della giurisdizione per certi pubblici ministeri non è mai nata.

  • “Referendum Giustizia”: le ragioni del Sì contro le falsità degli slogan del No

    Votare, l’abbiamo sempre sostenuto e continuiamo a sostenerlo, è un diritto ed un dovere.

    Come tutti sanno, non solo i nostri lettori, da troppi anni i partiti hanno tolto ai cittadini il diritto di scegliere e votare, alle elezioni nazionali, il proprio candidato, i parlamentari infatti sono decisi, secondo l’ordine di lista, dai capi partito, anche per questo votare al referendum, in qualunque modo si voti, è una dimostrazione di libertà.

    Entrando nel merito della scelta che dovremo fare non possiamo ignorare: 1) che la riforma, in certi passaggi, avrebbe potuto essere migliore, 2) che non ha giovato alla chiarezza e ad un costruttivo dibattito il conflitto tutto politico ideologico che i partiti dell’opposizione hanno scatenato trovando, a volte, da parte dei partiti di maggioranza una certa predisposizione a condividere confusione e dichiarazioni che esulavano dal confronto sul contesto normativo,

    Purtroppo in Italia c’è l’abitudine, pessima, di stravolgere gli argomenti nella loro veridicità per tramutare tutto in un duello tra forze politiche ormai consone ad usare toni catastrofici e motivazioni spesso non corrispondenti alla realtà, per non dire false.

    Per questo siamo grati all’avvocato Oddo per il suo studio che, punto per punto, ribadisce e spiega le infondatezze delle critiche del fronte del no e rimarca le ragioni del Sì.

    Cristiana Muscardini

    1) “La Costituzione non si tocca!”

    Falso sul piano giuridico perché è la stessa Costituzione ad avere previsto nel suo articolo 138 di essere “toccata” con le procedure ivi previste, con le relative maggioranze e anche con referendum, come già avvenuto svariate volte senza che i “sacerdoti” della Costituzione gridassero all’“attentato al testo sacro”. Leggi alla mano, la Costituzione “si tocca” se e quando necessario perché nel nostro ordinamento vige l’art. 138 con cui i “padri costituenti” prefigurarono saggiamente e realisticamente una possibilità evolutiva, fatta salva la forma repubblicana, anche della Costituzione in linea con i tempi.

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    2) “Questa procedura di “revisione” e modifica del testo costituzionale non è stata finora usata e rappresenta un tentativo di questo governo per sovvertire le istituzioni”.

    Anche questo slogan contiene un falso ridicolo perché la nostra storia più e meno recente dimostra che il testo della Costituzione, dal 1948 ad oggi, è stato modificato 46 volte con una media di circa un intervento ogni due anni. Dal 2001 ad oggi le leggi di revisione costituzionale sono state approvate a maggioranza assoluta non avendo raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento, con la conseguenza di aver reso necessario il ricorso al referendum confermativo, come ora richiesto per il prossimo referendum il quinto dagli ultimi 25 anni.

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    3) in precedenza i referendum non hanno riguardato così tanti articoli della Costituzione 

    Chi usa questi slogan può solo sperare nella ignoranza o nella memoria corta perché: nel 2011 la Costituzione fu sconvolta con la sostituzione di sette articoli, la modifica di 2 e l’abrogazione di 6 quando si trattò di intervenire, con pesantissime modifiche, sulla potestà legislativa esclusiva e concorrente dello Stato e delle Regioni e sul federalismo fiscale. Anche in questo caso non si realizzò la piena convergenza parlamentare, con il ricorso al referendum che ottenne il voto di poco più di un terzo degli aventi diritto. Nessuno gridò al colpo di Stato della maggioranza (che era di una sinistra risicatissima e moribonda!) e neppure al “rischio per la democrazia”. Nel 2016, la “legge Renzi – Boschi” aveva cercato di introdurre il superamento del bicameralismo perfetto incidendo su Senato, Provincie e CNEL: uno sconvolgimento costituzionale che aveva previsto la modifica di ben 47 articoli. Anche in questa occasione l’ANM non si è mobilitata per pronunciare proclami di “rischio democratico”. Come mai? Forse perché la Costituzione si può “toccare” tranquillamente anche per aspetti strutturali e fondamentali purché non si tocchino gli ” intoccabili ” della casta e dei privilegi (anche di impunità assoluta) che, attraverso una associazione di diritto privato come la ANM, intende mantenere il controllo di un organo costituzionale quale il CSM con logiche e criteri che sono di condizionamento elettivo, correntizio, partitico o comunque di appartenenza ed una “parte” portatrice di propri interessi e, quindi, con logiche spartitorie del potere che non corrispondono all’ interesse generale alla meritocrazia per le carriere dei magistrati, ed al “servizio giustizia” ???

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    4) “Comunque, la revisione costituzionale proposta con la “Legge Nordio” stravolge di più la Costituzione. Basta vedere quante disposizioni si vogliono modificare”.

    Falso – anche se propagandato da pretesi “giuristi” molto “distratti” oppure in malafede – perché la legge attualmente sottoposta a referendum riguarda la modifica sostanziale di soli due articoli (104 e 105), mentre tutti gli altri 5 articoli (87, 102, 106, 107 e 110) sono soltanto lambiti dai quesiti referendari per mere ragioni di raccordo formale e sistematico tra le varie disposizioni. Dunque, con questo referendum si modificano soltanto 2 articoli contro i 15 e i 47 delle precedenti revisioni costituzionali.

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    5) “Per le garanzie di “GIUSTIZIA” del cittadino questa riforma non serve”

    È vero il contrario perché questa riforma completa la “riforma Vassalli” sul “giusto processo”, altrimenti incompiuta per la necessaria “terzietà” del Giudice rispetto al pubblico ministero, nonostante le chiarissime previsioni dell’art.111 della Costituzione stessa come già revisionato in senso democratico e liberale. Quest’ultima disposizione non è stata formalmente toccata dalla riforma soggetta a referendum ma risulta essere tuttavia di fatto attuata e completata con la legge costituzionale sottoposta a referendum nel punto precisamente del “giusto processo” secondo cui le parti – accusa e difesa – devono trovarsi di fronte un giudice non solo “imparziale” (per soggettivo comportamento virtuoso) ma anche oggettivamente “terzo” che può essere tale soltanto se la sua carriera è distinta e separata de quella del Pubblico Ministero così come ora proposto con la legge di revisione costituzionale. Quest’ultima “revisione” interviene dunque a modificare una situazione in cui il Giudice non è ancora “terzo“, nonostante la previsione costituzionale, perché la sua carriera è unica e accorpata con quella dei Pubblici Ministeri con il risultato di renderlo “collega” dei magistrati che sostengono l’accusa e, quindi, di renderlo condizionabile – e perfino “giudicabile” nella carriera, nelle promozioni e nelle assegnazioni degli incarichi dagli stessi PM. La riforma elimina i rapporti di colleganza tra Giudici e pubblici Ministeri che sono alla base di alcune delle più gravi storture della “Giustizia”, come dimostra il fatto che anche nei più gravi casi di “malagiustizia” (troppo numerosi per essere qui elencati!)  non è mai il magistrato a pagare ed è sempre il cittadino a subire danni spesso irreparabili alla sua persona ed ai suoi beni, mentre il magistrato prosegue indisturbato negli avanzamenti di carriera, in spregio alla giustizia

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    6) In questo modo si mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”

    Tra tutti gli slogan del fronte del NO forse è questo il più truffaldino perché: le norme costituzionali affermano esattamente il contrario in quanto l’art. 101 (non toccato dalla riforma) afferma oggi, come ieri e come domani che: i giudici sono soggetti soltanto alla legge” e, in perfetta sintonia e garanzia, l’art. 104 afferma: “la magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere…”. Fin qui, dunque, la realtà normativa. Tutto il resto appartiene alle tesi complottistiche e alle letture dietrologiche che possono servire al fronte del NO per suggestionare con facili quanto ingannevoli effetti i più sprovveduti ma che nulla hanno a che vedere con la riforma costituzionale soggetta a referendum.

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    7)  I magistrati potranno essere distinti tra loro per scelta governativa”

    Falso perché per l’art 107: “i magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni”.

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    8) “Il governo potrà influire sulle carriere dei magistrati pilotandole secondo disegni governativi”

    Falso, infatti: per l’art. 107: “i magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio…” (nella formulazione ora proposta). Dunque, una volta per tutte: solo i magistrati possono decidere delle carriere dei magistrati stessi.  Ora, come prima e come domani. Tutto il resto ancora una volta è complottismo

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    9) Il potere investigativo del PM risulta diminuito perché non potrà più comandare sulla polizia giudiziaria che dipenderà dal potere esecutivo

    Altra enorme falsità perché per l’art. 109: “l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria. Dunque, il controllo e la direzione della polizia giudiziaria restano saldamente nelle mani del magistrato, il PM che oggi, come ieri e come domani potrà svolgere l’attività investigativa utilizzando la dipendenza funzionale della polizia giudiziaria. Eventuali leggi ordinarie in senso contrario sarebbero annullate per contrasto con il principio espresso nella norma costituzionale.

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    10) Resta il pericolo che il pubblico ministero possa essere influenzato politicamente nell’ esercizio dell’azione penale

    La smentita è clamorosa e viene dall’art.112 sempre della Costituzione“il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Dunque, oggi come ieri e come domani il pubblico ministero resta il padrone e signore incontrastato dell’azione penale.

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    11) “Il sorteggio affida alla casualità delicati equilibri costituzionali che dovrebbero rimanere intoccabili

    Il sorteggio è certamente un elemento di rottura ma nell’ interesse generale alla giustizia perché introduce per sua natura un meccanismo di designazione dei componenti del CSM che sottrae alla ANM – organo non costituzionale – l’ enorme potere di condizionare con le proprie correnti e le proprie logiche spartitorie del potere stesso – la designazione dei componenti dell’ organo costituzionale (sempre il CSM) e, quindi, di privilegiare scelte dettate da logiche correntizie e di mera appartenenza elettoralistica che nulla hanno a che vedere con le logiche della meritocrazia. Con la riforma si sottrae l’osso (la designazione dei componenti dell’organo di autogoverno della magistratura) al cane (la ANM, associazione nazionale magistrati) che reagisce rabbiosamente con i comitati per il NO, gli slogan terroristici per “l’attentato alla Costituzione”, il complottismo e la dietrologia: tutto l’armamentario di chi non dispone di strumenti normativi ed è terrorizzato di perdere potere e privilegi di casta

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    12) Il sorteggio può essere considerato un rimedio efficace? Oppure non è altro che una tombola?”

    Il meccanismo del sorteggio, al di là della prima apparenza, è sicuramente un rimedio rispetto al male accertato (che è esploso con il caso Palamara e lo scandalo generalizzato che la ANM ha cercato di nascondere, minimizzare e sotterrare usando qualche capro espiatorio,  come se si trattasse di un episodio legato a qualche “mela marcia” anziché di un vero e proprio “sistema”, in modo da evitare il coinvolgimento generale dei magistrati invischiati nei giochi di potere, di favori e di indulgenze dovuti a logiche correntizie e di “appartenenza”. Infatti, il sorteggio stesso con il suo naturale meccanismo di sostituzione della sorte alle correnti (manovrate dal CSM) ripristina la necessaria indipendenza dei magistrati affrancandoli da obblighi e debiti di riconoscenza tipici del rapporto eletto-elettore e da logiche di appartenenza elettorale e partitica o, almeno, correntizia (Palamara sempre docet, ma solo come punta dell’iceberg e sintomo del “sistema” marcio). I magistrati non dovranno più rispondere ai desiderata della base elettorale e potranno finalmente valutare – quali componenti del CSM – ai fini di carriera i propri colleghi esclusivamente sulla base del valore individuale, del curriculum e delle capacità professionali. Ne guadagneranno: i magistrati veramente bravi e capaci (anche se non iscritti alla ANM) e conseguentemente i cittadini che riceveranno un migliore “servizio giustizia”. Invece ne perderanno: i gestori dei poteri correntizi e delle logiche spartitorie che hanno consentito un esercizio del potere fine a sé stesso e del tutto sganciato dalle valutazioni di professionalità che nelle delicatissime funzioni proprie della magistratura sia giudicante che requirente avrebbero dovuto costituire l’unico e insostituibile punto di riferimento.

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    13) “Sostituendo il sorteggio al criterio elettorale non si introduce il rischio di svilire la funzione e di umiliare le competenze?

    E’ vero esattamente il contrario alla luce di quanto già dimostrato circa l’affrancamento da logiche spartitorie e di appartenenza “politica” che libera le migliori energie e le competenze più autentiche sostituendo la meritocrazia ai “giochi di potere” già evidenziati (e troppo presto nascosti e sotterrati) Inoltre perché il sorteggio proposto dalla legge di revisione costituzionale offre adeguate garanzie in quanto si svolge necessariamente tra magistrati che hanno superato un concorso e che non abbiano carichi pendenti né penali né amministrativi e che, i posseggono una discreta anzianità (secondo i requisiti già previsti dalle norme costituzionali e che non potranno non essere attuati anche con legge ordinaria). Per quale ragione un magistrato che in quanto magistrato può decidere delle sorti – della libertà e dei beni – di qualsiasi cittadino non dovrebbe essere idoneo a decidere delle carriere dei suoi colleghi, rispettivamente giudici e pubblici ministeri, giudicanti e requirenti? Forse che un magistrato è meno magistrato perché non è iscritto alla ANM ed alle sue correnti? E allora dove sta il merito e la valutazione professionale: nell’essere un bravo magistrato o nel passare dalle forche caudine della ANM per soddisfare logiche correntizie e spartitorie del potere? Insomma, perché chi può gestire, in quanto magistrato e basta, importantissimi processi di mafia con centinaia di imputati, testimoni, consulenti tecnici ecc. non dovrebbe potere decidere della assegnazione di una qualunque Presidenza di Tribunale? Di fronte a così elementari interrogativi, come già rilevato da un importante magistrato (Giuseppe Visone, PM antimafia di Napoli in “Viva il sorteggioLa vera e benedetta separazione è tra ANM e CSM”, tratto dalla “Verità ” del 28 febbraio u. s.) non si può che concludere: “Ai cittadini la risposta“. E sperando che la riposta sia adeguata con un voto referendario informato, basato sulla realtà normativa e costituzionale, nonché libero dalle suggestioni truffaldine del fronte del NO, perché è in atto uno scontro di civiltà in cui se non dovesse vincere il SÌ nel referendum ci vedremmo proiettati indietro tra paesi come Russia, Egitto, Iran, Turchia, Cina, Iraq, Pakistan, Bangladesh, Venezuela, Arabia Saudita, Nigeria, Algeria, Marocco, Bolivia e Nicaragua. C’è quanto basta?

    Oppure è necessario ancora evidenziare il fatto che la vittoria del NO, oltre a relegarci tra i paesi meno democratici, ci precipiterebbe indietro nella storia verso secoli bui e processi più “inquisitori” (termine che già evoca tristemente i tempi della “inquisizione”) e meno garantiti dalla “terzietà dei Giudici” richiesta dal nuovo art. 111 della Costituzione.

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    14) “Ma è certo che il sorteggio non sia una invenzione diabolica e malvagia di Nordio, della Meloni e del suo governo?”

    È certissimo che non lo sia perché il sorteggio tra magistrati è già in atto nel nostro sistema (art. 96) per situazioni delicatissime quali, tra l’altro, la scelta dei componenti del Tribunale dei Ministri

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    15) “Ma una volta salvaguardate tutte le garanzie costituzionali non si nasconde per il futuro l’insidia di leggi ordinarie attuative della riforma costituzionale che potrebbero intaccare le garanzie già dimostrare normativamente (in cauda venenum)?

    Assolutamente no perché – come già precisato – tutte le leggi ordinarie che anche nel futuro fossero in contrasto con le norme costituzionali sarebbero destinate a morte rapida e sicura per illegittimità costituzionale.

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    16) “Ma se questa è la realtà normativa e costituzionale perché alcuni magistrati (Gratteri, Di Matteo e non solo!) si spingono fino all’insulto verso chi (anche loro colleghi!) voterà SÌ al referendum?”

    Perché sono la dimostrazione vivente che l’insulto è l’ultima arma che resta – insieme agli slogan ingannevoli – a chi non ha argomenti normativi su cui basare argomenti di civile confronto, come quelli ora spesi e dimostrati punto per punto. Non è un caso, infatti, che dalla parte del fronte del NO si utilizzino sempre – oltre all’insulto e, qualche volte, anche alla intimidazione – fumosi proclami e foschi presagi, tutti mai giustificati da una norma di quella Costituzione che si pretende di difendere contro i fantasmi, gli spettri e, in definitiva, contro il nulla.

    È in atto, nella forma e nella sostanza, uno scontro di civiltà e il voto nel referendum costituisce una occasione di libertà e giustizia che, se perduta, non si ripeterà.

  • In attesa di Giustizia: diario del giorno

    A Dio piacendo, tra poco più di una settimana sarà finita e almeno la campagna referendaria resterà tra i ricordi da non conservare: ormai nella contesa manca solo la gara a chi fa la pipì più lontano e c’è da preoccuparsi per un “dopo referendum”, quando tutti avranno vinto o perso perché qualcuno ha barato e ricomincerà il tormentone.

    Tiene ancora banco il “caso Bartolozzi” la cui posizione come Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia (per fortuna la Grazia dalla dicitura l’hanno tolta da un pezzo…) appare inspiegabilmente blindata mentre altrettante sciocchezze fioccano da ambo i fronti oscurando persino la bestialità di Travaglio quando ha affermato che il PM è il primo difensore dell’indagato perché ha il dovere di cercare la verità e di fare indagini a favore dell’accusato stesso: nei 37 anni da quando la norma che prevede ciò è in vigore al sottoscritto è capitato una volta sola e da parte di un Magistrato che, infatti, è stato “fatto fuori” dal suo Procuratore Capo, con cui e con la corrente del quale era entrato in contrasto, spedito a fare il giudice civile in un’altra regione per poi dimettersi dalla magistratura. Di PM che, invece, le prove a favore non solo non le hanno cercate ma se ci sono incappati per caso le hanno nascoste ne ho incontrati molti di più…bye bye Travaglio ma c’è chi lo ascolta.

    Giorgia Meloni non è stata brillantissima nel comizio milanese conclusivo della kermesse di FdI per il “SI”: sostenere che se passa il “NO” al referendum “ci saranno più stupratori è, francamente, una bestialità degna di Fofò Bonafede…non ce ne voglia la Premier che ha fatto insorgere persino l’ex “avvocato degli Italiani”, quel Giuseppe Conte misteriosamente diventato professore ordinario di diritto privato – forse con i punti Fragola della Esselunga –  che ha detto “delegittimare costantemente i magistrati mina la fiducia dei cittadini in tutte le istituzioni e la Premier è così sconcertante da essere sconvolgente. E’ una venditrice di fumo e quello che ha detto a Milano è osceno e vergognoso”.

    Per non essere da meno, anche il fronte non politico del “NO” non ha risparmiato fuorvianti allarmi infuocati: “La riforma Nordio – ha detto il presidente del Comitato per il NO al referendum, Enrico Grosso (che sarebbe docente di Diritto Costituzionale) – non danneggia i magistrati ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini. Per loro possono vedere drasticamente ridursi gli spazi di tutela dei diritti”. Addirittura la vita! A Grosso ha replicato il viceministro della Giustizia Paolo Sisto (uno che si sente poco, forse perché resta volentieri lontano dai riflettori e stupidaggini non ne dice) commentando che lo scenario disegnato da Grosso è “oltre l’inaudito, una follia, una sciocchezza lontana anni luce da qualsiasi analisi giuridica: è mera propaganda, grottescamente apocalittica”.

    Avanti così: chissà i cittadini cosa avranno capito se hanno messo in campo la pazienza per cercare di orientarsi in vista del voto…e se poi andranno alle urne con percentuali risibili nessuno si stupisca. A questo proposito in vista del 22 e 23 marzo Confindustria, bontà sua, non si è schierata ma il suo presidente ha lanciato un appello “a partecipare al voto, perché la partecipazione è sempre un segnale di responsabilità verso il Paese”. Già, ma a votare cosa se nessuno ha avuto l’onestà intellettuale di spiegare esattamente cosa si va a votare e chi deve temere cosa dalla riforma?

  • In attesa di Giustizia: Tafazzi a via Arenula

    Quando si occupa un ruolo di grande rilievo come quello di Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia è indispensabile saper fare buon governo (in tutti i sensi) delle parole e l’attuale titolare di quella prestigiosa funzione, la Dott.ssa Giusi Bartolozzi, pur essendo un magistrato è riuscita – in un confronto sul referendum con la Senatrice Ilaria Cucchi – a dire una bestialità sesquipedale capace di aver fatto guadagnare qualche punto percentuale al fronte del NO confermando implicitamente molti dei timori che (in perfetta malafede) vengono quotidianamente propinati ai comuni cittadini da A.N.M. e sodali assortiti.

    E’ stata usata una espressione gergale che gli avvocati conoscono bene ma hanno il pudore e l’intelligenza di tener per sé anche quando possa essere giustificata dal contesto: proprio mentre Giorgia Meloni, in altro ambito, dichiarava che “a differenza di quello che si dice, la riforma non è contro i magistrati” – come in effetti non è – Giusi Bartolozzi ha affermato “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”. Olè, sembra di vedere all’opera Giacomo Poretti nella indimenticabile autoflagellazione gioiosa, insensata e controproducente del Tafazzi di Mai dire gol negli anni ’90. Bartolozzi è ingiustificabile come non lo sono tutti coloro che – da uno o dall’altro schieramento – utilizzano espressioni sguaiate ed incivili oltre che essere quasi sempre errate. Tuttavia, quando si occupa un ruolo di prestigio non si può e non si deve lasciarsi andare, bisogna avere standing e la sensibilità umana e politica necessaria che – in questo caso – sembra difettare gravemente alla Bartolozzi e non per la prima volta.

    Quasi inutile dire che la giustificazione postuma del Capo di Gabinetto è la classica pezza peggiore del buco avendo illustrato che ha, invece, una grande stima dei magistrati, proclamata più volte nel corso del medesimo occorso, e che si riferiva solo a quei casi in cui a finire sotto processo e condannati sono gli innocenti: il che lascia supporre che vi sia anche una dose di malafede nei giudicanti. Un po’ come quando Gratteri ha detto che parlando di massoni, collusi con la mafia e corrotti che voteranno Si il riferimento era solo ai calabresi… Di scuse, anche in questo caso, neanche a parlarne…

    E’ il trionfo della miope stupidità di tutti coloro che con le loro uscite infelici fanno perdere voti ad una battaglia sacrosanta e quasi già vinta in partenza.
    Detto questo, i “plotoni di esecuzione”, almeno qualcuno, nelle aule giudiziarie esistono davvero e sono composti da quei giudici, di solito 3 o 5 – ma esiste anche la figura del boia impersonata dal giudice monocratico – che pur di condannare l’imputato sono disposti all’utilizzo di ogni arma. Sono quelli disposti alla violazione di qualsiasi regola quando giova all’accusa: ad ammettere prove nuove ritenute sempre indispensabili quando le chiede l’accusa negandole sempre perchè superflue se le ha chieste la difesa, a consentire l’audizione dei  testimoni che la Procura si è scordata di citare tempestivamente rispettando il codice ma  limitando il numero dei testimoni della difesa che invece li ha regolarmente indicati, a consentire il rinvio del processo quando il P.M. ammette che non lo ha studiato, ma a negarlo al difensore che soffre di una malattia invalidante…. ma non troppo a dispetto dei certificati medici.

    L’esistenza dei plotoni di esecuzione non è, quindi, una fantasia ed agli avvocati capita di dover andare in udienza con l’elmetto rispondendo alle scorrettezze con un rispetto ancora maggiore delle garanzie e delle norme processuali incombenti sulla difesa ma la Dottoressa Bartolozzi ha comunque sbagliato: innanzitutto nel lessico, come tutti coloro che si scagliano contro i giudici come categoria unitaria, insultandoli all’ingrosso e la categoria “giudici” non lo merita.

  • Referendum: l’inversione ideologica

    In vista della consultazione di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, relativa al referendum popolare confermativo, le diverse posizioni a favore o contrarie al quesito rivelano ideologie decisamente contrastanti e persino invertite rispetto alla collocazione politica.

    Ogni posizione relativa al prossimo referendum è assolutamente legittima, ma contemporaneamente esprime due schieramenti ideologici che vanno molto al di là della classica divisione tra destra e sinistra tipica dello schema classico della politica.

    Pur riconoscendo che tale riforma non si imposta assolutamente come definitiva, ma viceversa ha il merito di aprire un percorso che necessiterà di altre modifiche successive, tuttavia ora il pensiero
    riformista (il quale erroneamente si attribuisce come una diretta e forse più tiepida discendenza di quello progressista) prevede un aggiornamento a tappe finalizzato a migliorare una situazione insostenibile, esattamente come quelle della Giustizia ora.

    Viceversa, il nuovo conservatorismo che esprime l’opposizione a questa riforma, anche se parziale, si dimostra quello che rimanendo fermo e granitico sulla base dei propri principi considerati “immodificabili e progressisti”, rimane in attesa della riforma perfetta ed onnicomprensiva, bloccando così ogni possibilità, anche parziale, di un primo miglioramento. In questo modo viene espressa sostanzialmente una posizione ideologica fortemente conservatrice in forte contraddizione con l’attuale posizione nello schieramento politico.

    Al di là degli esiti, questo referendum ha il merito di svelare finalmente la reale natura ideologica dei diversi movimenti politici che affermano di appartenere a due schieramenti politici contrapposti dei quali si considerano legittimi interpreti ma che nello specifico si dimostrano espressioni di una totale inversione ideologica. La realtà odierna certifica come la posizione quanto l’opportunismo politico li ponga in una posizione esattamente opposta rispetto al proprio schieramento politico.

    La guerra politica, in occasione di questo referendum, tra i diversi schieramenti di fatto ha invertito  i ruoli e le posizioni  politiche, dimostrando ancora una volta come non si consideri importante il miglioramento attraverso una riforma, anche parziale e assolutamente perfettibile, ma sia più determinante la solita lotta politica di posizione.

  • In attesa di Giustizia: vergogniamoci per lui

    Prosegue tra cadute di stile, interpretazioni mendaci della Costituzione e della legge la volgarissima campagna referendaria dei sostenitori del NO che ha prodotto anche l’insulto in diretta ai cittadini da parte dell’ineffabile Procuratore di Napoli. Diventato, ormai, una star televisiva Gratteri ha pontificato che voteranno SI indagati, imputati, corrotti e corruttori, appartenenti alla massoneria deviata ed altri delinquenti assortiti. Fattogli notare che in quel modo aveva ingiuriato alla cieca milioni di italiani, il nostro si è corretto precisando che si riferiva solo ai calabresi dimostrando un’intelligenza sociale al di sotto della soglia di povertà.

    E’ improbabile che Nicola Gratteri legga Il Patto Sociale altrimenti credo che, tra i suoi lettori, avrebbe molti bersagli da colpire con i suoi strali: primo tra tutti proprio il curatore di questa rubrica che pubblicamente confessa che voterà SI, ma non serve chiamare la Polizia non essendo un eversore, un congiurato contro la democrazia, un framassone deviato e neppure un indagato, questo  almeno  finché non arriverà una querela di Gratteri, Travaglio, Davigo,  Parodi o qualcun altro della compagnia di giro dei manettari con i polsi degli altri.
    Da settimane ci sono Colleghi e Magistrati che contribuiscono a spiegare la riforma agli elettori e lo fanno con tanta pazienza, in pubblici dibattiti lontano dai riflettori ma anche al bar durante conversazioni occasionali, senza mortificare chi la pensa diversamente o mettere delle etichette, senza provare a demolire la reputazione di nessuno e impegnarsi in risse da saloon, slogan sguaiati, senza paventare pericoli immaginari a reti unificate non meno che sui social media.

    Chi voterà e sosterrà il SI lo faccia sempre con rispetto degli altri e delle altrui idee: la libertà di pensiero non necessita di autorizzazioni: può essere utile ricordare il pensiero di Agostino Viviani a proposito della separazione delle carriere ben illustrata in una intervista a Radio Radicale trent’anni fa quando disse, tra le altre cose, che giudicanti ed inquirenti devono avere carriere separate perché hanno e devono avere mentalità e formazioni culturali diverse…Già, ma chi era Agostino Viviani per poter tenere testa con il suo pensiero a Nicola Gratteri, Giuseppe Conte e alla Giunta dell’A.N.M.? Era ed era stato tante cose: partigiano, avvocato e giurista, deputato socialista, primo firmatario della legge sulla responsabilità dei magistrati, componente laico del C.S.M. ed era anche il nonno di Elly Schlein. Ma nessuno è perfetto.

    Chissà cosa penserebbe e come commenterebbe oggi il confronto dialettico sul referendum, lui che aveva fatto parte di un C.S.M. non ancora condizionato (se non altro non pesantemente come è ora) dal potere delle correnti che è, poi, il vero punctum pruriens di una riforma che lo ridisegna ed i cui criteri di elezione fanno paura perché volti a smontare un sistema ben rodato di attribuzione amicale delle poltrone e degli incarichi più appetibili. E la paura, di solito, ce l’ha chi teme di perdere il controllo, un privilegio, un potere esercitato male.

    Perché non parla di questo Gratteri, perché non spiega quale potere si sta sfidando per provocare reazioni tanto scomposte? Quali prerogative sono messe a repentaglio per scatenare tutto questo? Un richiamo, quantomeno ad una maggiore continenza verbale, da parte di Mattarella e rivolto a tutti non sarebbe a questo punto un fuor d’opera.

    Sarebbe, poi, un gesto apprezzato se il Procuratore di Napoli trovasse il coraggio e l’umiltà per chiedere scusa: è una delle forme più alte di rispetto verso le persone e verso quella Giustizia della quale si sente proprietario esclusivo.

    Per la vergogna, invece, se non l’ha ancora provata, il tempo è scaduto.

  • In attesa di Giustizia: mancanze

    Il rischio è quello di un “abuso di argomento” ma, tant’è: non si può evitare, a campagna referendaria già iniziata, con i contendenti che si battono anche sulla data e sulle giornate destinate al voto nel timore (o nella speranza) che ciò contribuisca al risultato da ciascuna auspicato ed – in qualche modo – anche questa rubrica partecipa a quella campagna cercando di fare chiarezza su alcuni punti.

    Qualcuno, lato No al referendum sulla Giustizia, ha ricordato una sentenza della Corte Costituzionale del 2020 secondo la quale “Le differenze che connotano le posizioni del PM e dell’avvocato difensore impediscono di ritenere che il principio di parità possa tradursi in un’assoluta simmetria di poteri e facoltà” il che suggerirebbe di lasciare invariato l’assetto dell’Ordine Giudiziario in ossequio ad una decisione del Giudice delle Leggi. Invero, la riforma non trasforma affatto il PM in un avvocato dell’accusa sul modello americano, ribadendone piuttosto la qualità di magistrato con tutte le corrispondenti garanzie, ma mira a garantire che il giudice, la cui imparzialità rispetto ai fatti di causa è presidiata da istituti come la ricusazione e l’astensione, sia effettivamente equidistante dalle parti che sostengono tesi opposte. Un sistema accusatorio, come è (o dovrebbe essere il nostro) funziona soltanto così tanto è vero che la riforma costituzionale sul c.d. “giusto processo” è stata clonata sull’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo. L’asimmetria dei poteri tra accusa e difesa in sede procedimentale a cui allude quella sentenza non ha nulla a che spartire con la terzietà del giudice o con la riforma, bensì è qualcosa di fisiologico nella distinzione dei ruoli; anzi, se malintesa, può compromettere quella terzietà, perché introduce nel sistema l’idea che il pubblico ministero, per via del mandato pubblico che esercita, stia un gradino più in alto del difensore mostrando nostalgia per il sistema inquisitorio.

    E che dire se, in nome della parità tra le parti, il PM non sarà più costretto a portare anche le prove a favore dell’imputato e che possa impugnare tutte le sentenze di assoluzione, facoltà che oggi gli è preclusa?

    Sia subito chiaro che è ben diverso essere tenuti a fornire prove favorevoli nelle quali ci si è casualmente imbattuti rispetto a cercarle dopo aver selezionato nelle investigazioni come prima opzione la colpevolezza, avere avviato iniziative che limitano la libertà ed esercitato l’azione penale: sarebbe un’ipotesi mitologica di cui in aula non si hanno testimonianze, tanto che se venisse abrogato l’art. 358 che prevede per il P.M. l’obbligo (non sanzionato se eluso) di svolgere indagini anche a favore dell’indagato, nessuno se ne accorgerebbe mentre impugnare o meno le assoluzioni  non è previsto per tutte già oggi e non è una conseguenza implicata dalla riforma. A tal proposito, l’idea che sia una limitazione irragionevole che il pubblico ministero possa impugnare le assoluzioni non considera la funzione strutturale del processo penale che non è quella di accertare le verità storiche e trovare un colpevole ad ogni costo ed i limiti all’appello avverso le sentenze di proscioglimento è volto a contenere il potere soverchiante dell’autorità pubblica nei confronti dei singoli accusati ed, in termini generali, contribuisce al rispetto del principio del ragionevole dubbio che non può essere più evidente che di fronte a due decisioni di segno opposto.

    Un altro tema è quello della efficienza del sistema: occorrerebbe ripensarlo questo sì, fatta la premessa maggiore che non è la stessa cosa di “velocità del sistema”, quanto piuttosto un tempo ragionevole combinato che non toglie qualità al processo in sé e della decisione. Detto questo: tutto ciò non ha a che fare né tanto né poco con la riforma ma solo con i tempi per l’attesa di giustizia.

    In questa acerrima contesa a colpi di false o volutamente confuse indicazioni al corpo elettorale una irrimediabile mancanza di voci autorevoli e serene per trattare la materia come quelle di Leonardo Sciascia e Marco Pannella.

  • Calderoli e gli avvoltoi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Nicola Bono, Presidente dell’Associazione ‘Europa Nazione’

    La decisione della Consulta di non autorizzare il Referendum abrogativo della legge Calderoli in merito all’Autonomia Differenziata appare a molti una forzatura per impedire il diritto di espressione del popolo italiano sul tema referendario, specialmente in riferimento all’affermazione, non chiarita, che “il Referendum abrogativo avrebbe avuto un fine poco chiaro e si sarebbe trasformato in un <sì> o in un <no> all’Autonomia Differenziata, principio che però è già in Costituzione e per essere espunto necessiterebbe di una revisione della carta”. Ma è chiaro a tutti che la legge Calderoli è di attuazione dell’Autonomia Differenziata, e un referendum su una legge di attuazione non potrebbe mai inficiare in alcun modo il principio contenuto nella Carta Costituzionale, che appunto è modificabile unicamente con le procedure previste dalla Costituzione. Sarebbe stata forse più significativa una analisi della Consulta sui contenuti di una legge di attuazione priva di previsioni di spesa, rinviati furbescamente all’attuazione delle “Intese”, al riparo dai controlli del Parlamento, che a fronte di decine di possibili e corrette attuazioni dell’Autonomia Differenziata, non a caso ha visto privilegiare un  criterio per ottenere il trasferimento della quasi totalità del residuo fiscale dallo Stato alle Regioni ricche, infischiandosene di cancellare tutti i principi di sussidiarietà, solidarietà, uguaglianza dei diritti tra i cittadini italiani, oltre che dell’equilibrio del Bilancio dello Stato. Più convincente appare la osservazione che la Consulta si era già pronunciata sulla legge Calderoli, evidenziando ben 7 profili di incostituzionalità, tra cui la gestione dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) di fondamentale competenza del Parlamento, oltre alla interpretazione in modo costituzionale orientato di ben altre cinque previsioni della legge, tra cui il potere di emendamento delle Camere sulle Intese, i limiti alle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali, e l’esigenza che al momento della conclusione dell’Intesa, e dell’individuazione delle relative risorse, si tenga conto del quadro generale della Finanza Pubblica, degli andamenti del ciclo economico e del rispetto degli obblighi eurounitari. La sentenza della Consulta del 14 novembre 2024, ha quindi posto un fermo chiarissimo alla legge Calderoli, che è stata totalmente smantellata, come conferma il neo Presidente della Consulta Amoroso, che non solo precisa l’esigenza che sia il Parlamento a definire i LEP, ma che intervenga anche per le materie non LEP, perché è evidente che c’è da ricostruire questa fase, che è a fondamento di tutto l’impianto della legge per l’attribuzione di specifiche funzioni di materia. Ecco perché la mancata conferma del Referendum abrogativo dell’Autonomia Differenziata non è un male per almeno due motivi, il primo perché malgrado l’evidente adesione alla raccolta firme in tutto il Paese per l’abrogazione della legge, il raggiungimento del quorum per ottenere questo risultato sarebbe stato estremamente complicato e, in caso di sconfitta, immancabilmente i sostenitori dell’Autonomia avrebbero strumentalizzato il risultato, al fine di svuotare anche la sentenza del 14 novembre 2024 e tornare al testo originario; e il secondo motivo perché la sentenza è più che chiara ed esaustiva negli obiettivi di smantellare totalmente l’impostazione della norma con buona pace di Calderoli, Zaia e quanti altri sostengono che “basterà qualche modifica del parlamento per soddisfare le decisioni della Corte Costituzionale”. Il ministro Calderoli, che ha tirato un respiro di sollievo per la mancata approvazione del referendum, ed ha detto che “finalmente potrà lavorare in pace senza più avvoltoi che gli girano sopra la testa” dovrebbe prendere atto che nella vicenda che egli ha creato, il primo a meritare il riconoscimento di avvoltoio oggettivamente è proprio lui, perché non ha pensato ad una legge sull’Autonomia differenziata, ma unicamente ad un modo per dirottare decine di miliardi di risorse erariali dallo Stato alle Regioni Ricche, con tenace rapacità, e mentendo più volte sulle reali conseguenze della norma e, dopo la sentenza di novembre, insistendo sulla sostanziale minimizzazione delle decisioni della Consulta, secondo lui facilmente superabili. Perché non lo sono. E’ infatti del tutto strumentale fare dichiarazioni del tipo “andiamo avanti e portiamo a compimento l’Autonomia Differenziata”, cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto, laddove la sentenza della Consulta chiarisce a caratteri cubitali, il rispetto dei principi dell’Unità della Repubblica, della solidarietà tra le regioni, dell’eguaglianza e della garanzia dei diritti dei cittadini, la corretta gestione paritaria dei LEP, l’obbligatorietà dell’equilibrio di bilancio e del rispetto del principio di sussidiarietà, tutte cose che nell’attuazione di come è stata impostata la legge Calderoli sarebbero state definitivamente cancellate, con la conseguenza  dell’implosione del Paese, Nord compreso, distrutto da una norma egoista e incostituzionale.

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