Referendum

  • Referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari

    Si scrive “referendum”, si legge “trappola”.

    Quando si voterà per alcune regioni, alcuni comuni e per elezioni suppletive in pochi collegi, è molto probabile che il cosiddetto “election day” richieda anche il voto per un referendum confermativo della modifica costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari.

    A differenza dei referendum abrogativi, che per essere validi devono raggiungere il quorum della maggioranza degli aventi diritto, il referendum di tipo approvativo si considera valido anche qualora vi partecipasse una minima parte dei cittadini.

    Mettendo da parte le ragioni puramente demagogiche che hanno spinto la maggioranza dei politici a votarlo, sono la data di questo referendum e il suo abbinamento con le altre elezioni che suscitano molte perplessità.  Tanti costituzionalisti storcono il naso sul fatto che elezioni politiche o amministrative possano coincidere con una consultazione referendaria perché la Costituzione prevede, addirittura, che in caso di elezioni per il Parlamento (e s’intende anche per qualunque altra elezione) un referendum, perfino se già indetto, sia posticipato di un anno o due. La ragione è che sia la campagna a favore o contro un quesito referendario non debba essere contaminata da una campagna elettorale evidentemente animata da tutt’altri obiettivi.

    A ben guardare, tuttavia, i problemi sono anche altri e purtroppo non sembra che se ne parli sufficientemente. Gli osservatori della politica sembrano convinti che la maggioranza dei votanti al referendum sia già orientata ad approvare la riduzione. Ebbene, qualora ciò avvenisse, le nuove elezioni politiche per Camera e Senato non potrebbero aver luogo prima che si realizzino altri passaggi. In particolare, per evitare intoppi o pasticci istituzionali, servirà una nuova legge elettorale che tenga conto del cambiamento del numero degli eletti. Sempre che la sostanza della nuova legge mantenga il metodo attuale che toglie agli elettori ogni possibilità di scegliersi i propri rappresentanti, servirà comunque ridisegnare i collegi elettorali. Attualmente, la discussione in merito non è neppure cominciata e nessuno può sensatamente ipotizzare quanto tempo sarà necessario per trovare un accordo. Ancora più complicate, sia nel merito sia nel tempo necessario, saranno le successive modifiche della Costituzione che si renderanno necessarie. Senza contare le modifiche ai rispettivi regolamenti interni di Camera e Senato che coinvolgeranno in totale almeno quarantasei articoli.

    Le modifiche costituzionali da approvarsi dopo la possibile approvazione di questo referendum (e prima di nuove elezioni politiche) riguardano il superamento della base regionale per l’elezione dei senatori a favore di una base circoscrizionale e la riduzione da tre a due dei delegati regionali che parteciperebbero di diritto all’elezione del Presidente della Repubblica. Tra le condizioni chieste dalle sinistre per approvare la riduzione dei parlamentari c’era anche, per il Senato, l’abbassamento a 25 anni dell’elettorato passivo e a 18 per quello attivo. I 46 articoli dei Regolamenti di Camera e Senato da cambiare riguardano invece il funzionamento dei lavori interni. Essi vanno dalla modifica al numero legale richiesto per certe attività, a quale numero di parlamentari debba essere necessario per ottenere che un voto sia segreto e, in genere, a tutte quelle attività che richiedono esplicitamente un numero specifico e definito di deputati e senatori.

    Se queste ultime modifiche sono modificabili con tempi relativamente veloci poiché interne alle singole camere, le modifiche costituzionali necessarie richiederanno, invece, tempi piuttosto lunghi. Per modificare la Costituzione è necessario che le votazioni siano essere almeno due per ogni camera (Senato- Camera e poi ancora Senato-Camera o viceversa) e che tra il primo turno e il secondo passino almeno tre mesi. Inoltre, qualora il risultato favorevole fosse inferiore alla soglia dei 2/3 degli aventi diritto è possibile che, come successo nel caso attuale, si debba superare lo scoglio di uno, o più, nuovi referendum popolari confermativi da approvarsi prima che le modifiche possano entrare in vigore.

    E’ interessante ricordare che nei primi passaggi parlamentari sulla riduzione del numero dei rappresentanti del popolo, sia il Partito Democratico, sia Liberi e Uguali avevano votato contro il provvedimento, salvo sacrificare il proprio orientamento pur di entrare in maggioranza e sostenere un nuovo governo Conte. Se ora decidessero di tornare alle loro prime convinzioni e invitassero i propri elettori a votare NO, ciò implicherebbe la rottura dell’attuale maggioranza e quindi la caduta del Governo. La cosa sembra quindi altamente improbabile.

     

    Il vero problema è che, una volta che il referendum fosse approvato, sarà impossibile avere nuove elezioni politiche fino a che sia i regolamenti interni delle Camere, sia la Costituzione non siano adeguatamente corretti.

    Che questo voto rappresenti una “assicurazione sulla vita” per l’attuale Parlamento?

    Il sospetto è forte e non si può escludere che proprio questo sia il calcolo di qualcuno. E’ vero che, dal punto di vista strettamente tecnico, tutte le procedure potrebbero risolversi in pochi mesi ma occorrerebbe una forte volontà politica che è difficile attribuire all’attuale maggioranza. Com’è possibile immaginare che chi si trova oggi in Parlamento si precipiti a redigere e approvare una nuova legge elettorale che implicherebbe la fine della legislatura e l’improbabilità di essere rieletto? E come si potrebbe ipotizzare che tutti si precipitino a votare a raffica la stessa legge di modifica costituzionale, due volte alla Camera e due al Senato, per ottenere poi il risultato di andarsene a casa? Non hanno già lasciato tutti intendere che, comunque vadano le cose, vorranno essere sempre loro a votare per il nuovo Presidente della Repubblica?

    Certamente tutto può succedere, ma è molto probabile che chi voterà favorevolmente al referendum per ridurre il numero dei Parlamentari convinto di fare un ennesimo atto di “antipolitica” contro la “casta”, contribuirà invece a garantire agli attuali “rappresentanti” di poter godere un po’ più a lungo dei benefici che godono attualmente. Benefici che molti di loro non riuscirebbero mai più a ottenere quando ritorneranno alla vita “civile”.

  • La Fondazione Luigi Einaudi spiega le ragioni del No al Referendum del 29 marzo

    In vista del Referendum del prossimo 29 marzo sulla riduzione del numero dei parlamentari vi invitiamo a prendere visione del video realizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi sulle ragioni del NO al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=fNqjnYj3LKc&feature=youtu.be

     

  • La May sconfitta un’altra volta ai comuni

    Il voto ha avuto luogo giovedì sera ed ha respinto la mozione (303 sì e 258 no) da lei presentata per chiedere al Parlamento di confermare la fiducia al suo accordo sulla Brexit, con alcune modifiche che l’Unione europea aveva sempre rifiutato. Si trattava di confermare un emendamento presentato dal deputato Graham Brady, capogruppo del partito conservatore, riguardante il confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica irlandese. Il voto non ha alcuna conseguenza pratica, ma indebolisce certamente la posizione della May in vista di nuovi eventuali negoziati con Bruxelles. Intanto il 29 marzo 2019, la data dell’uscita, si avvicina e il rischio della mancanza di un accordo si fa sempre più plausibile. Ma nessuno sembra preoccuparsene più di tanto, anche se larghi settori del mondo produttivo temono le conseguenze che ne potrebbero derivare. I sostenitori di un secondo referendum, addirittura, continuano a pensare che la migliore strategia sia l’attesa. Di che cosa, non si sa bene. Qualcuno pensa che col passar del tempo il Parlamento possa cambiare opinione ed accettare una posizione meno rigida sull’accordo. A mano a mano che ci si avvicina alla data fatidica “i deputati dovranno scegliere tra un secondo referendum e il “no deal”. E sceglieranno la prima opzione” – dice Eloise Todd, direttrice di un Movimento che si batte per un voto popolare sulla Brexit. Col passar del tempo – dicono gli strateghi del People’s Vote – tutte le alternative al secondo referendum, incluso l’accordo raggiunto dalla May con l’UE – verranno bocciate. La May non avrà mai i numeri necessari in Parlamento per approvare la sua intesa con Bruxelles e i suoi tentativi di ricevere dall’UE nuove concessioni, non andranno mai in porto. “A quel punto – dicono sempre quelli del People’s Vote – gli europeisti dei Tory capiranno che la May non potrà ottenere più nulla e allora si schiereranno a favore di un secondo referendum”. Anche la May vuole allungare i tempi, nella speranza che le possibilità di vittoria possano aumentare. Nel frattempo si prepara ad un nuovo incontro con il Parlamento, previsto per il 26 febbraio prossimo. E in vista di nuovi eventi i deputati favorevoli a rimanere in Europa potrebbero mobilitarsi per evitare un’uscita “no deal”. Ma puntando su che cosa?

    All’orizzonte – è Il Guardian che ne parla – s’affaccia il tentativo di Jeremy Corbyn, capo dell’opposizione, di illustrare ai negoziatori europei la sua strategia. Per avvicinarsi all’accordo già stabilito con la May? Non pare proprio. La May non vorrebbe rimanere nell’Unione doganale, mentre Corbyn potrebbe accettare questa ipotesi. Una larga intesa con la May dunque sarebbe da escludere, ma per raggiungere che cosa, allora? Gli osservatori si sbizzarriscono nell’intravvedere varie ipotesi di soluzione, ma un dato è certo: il Parlamento non è in grado di proporre scelte credibili e nello stesso tempo rifiuta quelle fatte dal governo. Cosa tentare ancora? Chi si rimangerà le scelte fatte fino ad ora? Scelte che non hanno fatto fare nessun passo avanti verso una Brexit negoziata? Prendere tempo, come auspicano coloro che sono contrari al “no deal”, e che rimarrebbero volentieri nell’UE, dove potrà portare nei prossimi 40 giorni? Mai il Regno Unito aveva offerto  un’immagine di sé così sbrindellata. Mai la sua democrazia parlamentare era stata così divisa, anche all’interno dei partiti che la strutturano. E la May non molla. Per andare dove? Fra qualche settimana avremo le risposte; rimaniamo in attesa anche noi!

  • Dopo la Brexit il Regno Unito potrebbe chiedere il rientro nell’Ue

    Lo ha affermato Michel Barnier, il principale negoziatore dell’UE sull’accordo di ritiro UE-Regno Unito in corso (Brexit).

    Durante una conferenza tenutasi a Bruxelles, Barnier ha detto ai delegati presenti che una Brexit senza accordo sarebbe un “salto nel buio” per i 3 milioni di cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito, così come per i 1,5 milioni di cittadini britannici che attualmente vivono negli Stati membri dell’UE. Se il Regno Unito lascia l’Unione senza formalizzare un accordo di ritiro, i destini di questi espatriati sarebbero imprecisati e non chiariti.

    In risposta a una domanda del pubblico sulla potenziale reazione dell’UE nel caso in cui il Regno Unito decidesse di rimanere nell’UE, Barnier ha detto: “Se il Regno Unito cambia le sue linee rosse, allora ci adatteremo immediatamente. Dopo [lasciare l’UE] sarà un paese terzo, e come  paese terzo può chiedere di aderire all’UE”.

    Barnier ha dichiarato inoltre che i negoziati relativi a un accordo di ritiro tra Unione europea e Regno Unito stanno per concludersi, ma che le ben documentate controversie sul confine irlandese e una potenziale contrazione dell’Unione doganale, non sono ancora state risolte. Ha ribadito questo punto anche alla radio belga, dicendo agli ascoltatori della RTBF: “Stamattina non sono in grado di dire che siamo vicini al raggiungimento di un accordo, poiché c’è ancora un vero punto di divergenza sul modo di garantire la pace in Irlanda e di confermare che in essa non ci sono confini, proteggendo nel contempo l’integrità del mercato unico”.

    L’instaurazione teorica di una frontiera dura o morbida tra Irlanda e Irlanda del Nord, o in alternativa tra Irlanda del Nord e Regno Unito, probabilmente mantenendo l’Irlanda del Nord membro dell’Unione doganale europea, è stato un punto fermo.

    Un sondaggio condotto nel Regno Unito da Survation per Channel 4 ha trovato una oscillazione del 6% per rimanere nel Regno Unito rispetto ai risultati del referendum del 2016. Il sondaggio ha chiesto a 20.090 residenti del Regno Unito come avrebbero votato se un altro voto sulla Brexit si tenesse domani; il 46% dichiara di voler lasciare l’UE, mentre il 54% dichiara di voler votare per rimanere.

    Fonte: Sito “Government Europa” del 6 novembre 2018

     

     

  • Un milione di inglesi firma per un nuovo referendum sulla Brexit

    La campagna dell’Independent per un referendum bis sulla Brexit ha raggiunto la soglia del milione di firme solo tre mesi dopo l’avvio dell’iniziativa: secondo quanto riferito dallo stesso quotidiano britannico. Il giornale aveva lanciato la campagna il 25 luglio scorso spiegando in un editoriale che il referendum del 2016 “ha dato la sovranità al popolo britannico, ora il popolo ha diritto di avere l’ultima parola”, anche sull’esito del negoziato con Bruxelles sul divorzio dall’Ue. L’idea di un secondo referendum viene ancora esclusa dal governo ma le probabilità che la May raggiunga un accordo con Bruxelles che possa essere approvato dal Parlamento sono sempre più basse e nel Paese cresce la protesta. Solo la settimana scorsa circa 700.000 persone sono scese in piazza a Londra per chiedere il cosiddetto ‘Voto del Popolo’ e aderire alla ‘Marcia per il Futuro’ organizzata dall’Independent.

  • Fair food Swiss Made

    Dimostrando ancora una volta come l’unica forma di democrazia che possa in qualche modo permettere il confronto sulle tematiche vicine ai cittadini sia rappresentata dalla Svizzera, il prossimo 23 settembre gli elettori elvetici verranno chiamati ad esprimersi, quale ennesimo esempio di democrazia diretta, sull’iniziativa referendaria definita Fair food. Tale iniziativa parte dalla necessità espressa dai promotori del referendum di una tutela della filiera produttiva tanto per le carni prodotte all’interno del confine svizzero quanto per quelle di importazione le quali, viceversa, non risultano essere soggette a tale tipo di normativa.

    Lo scontro, piuttosto acceso, come riporta l’amico Riccardo Ruggeri in un suo recente intervento, vede contrapposti i promotori del referendum contro gli stessi rappresentanti delle istituzioni in Svizzera i quali risultano invece ampiamente schierati contro il quesito posto dal referendum. Questi ultimi hanno addirittura l’ardire di affermare come l’introduzione di una simile normativa sulla certificazione della filiera alimentare rappresenterebbe un aggravio di costi e di conseguenza impedirebbe alle fasce meno abbienti di poter accedere a determinati tipi di alimenti.

    Dal punto di vista di chi vive al di fuori dei perimetri nazionali della Svizzera sentire parlare di difficoltà economiche per l’introduzione di una diversa normativa relativa alla certificazione filiera  fa sorridere. Tuttavia quello che risulta più imbarazzante parte dalla semplice considerazione su di una classe politica che dovrebbe rendere più veloci, digitali ed immediati i controlli di filiera anche sulle carmi di importazione in modo da rendere minimale l’aggravio dei costi per gli importatori e di conseguenza per il consumatore finale. In tal senso infatti risulta assolutamente inaccettabile come una certificazione di filiera possa trasformarsi in un fattore anticompetitivo per le carni di importazione.

    Tuttavia questo referendum dimostra ancora una volta come sia sempre più forte ed inarrestabile la volontà da parte dei consumatori e dei cittadini di poter esprimere un acquisto consapevole che scaturisca solo ed esclusivamente dalla certificazione della filiera produttiva: in altre parole dalla conoscenza.

    Questo ovviamente non significa che le produzioni a basso costo tipiche delle catene di fast food debbano sparire e tantomeno essere soggette ad esclusione o a giudizi morali di qualsiasi genere. Un mercato aperto si basa sulla possibilità per ciascun operatore economico all’interno del proprio settore di competenza di proporre un prodotto dichiarando semplicemente la propria filiera produttiva, sia per un prodotto alimentare o del tessile-abbigliamento. Mai come in questo caso la democrazia diretta svizzera dimostra quello che potremmo definire una struttura democratica aperta che pone come centrale la possibilità di espressione del “sentiment” dei propri cittadini attraverso l’istituto del referendum.

    Questo referendum in più dimostra altresì come stia cambiando sempre più velocemente l’atteggiamento dei consumatori ed in questo caso potremmo riferirci a tutti i consumatori europei e non solo svizzeri, europei che si evolvono verso prodotti a maggior valore aggiunto che risultino essi stessi espressione di una filiera alimentare o del tessile e quindi i portatori della cultura contemporanea del paese di provenienza.

    Una cadenza già presente negli Stati Uniti, come una ricerca della Bloomberg Investment dimostrò nel 2016 certificando come l’82% dei consumatori statunitensi fosse disponibile a pagare un prodotto anche il 30% in più purché espressione di un Made In reale.

    Al di là del risultato del referendum stesso che vede appunto su fronti opposti promotori contro l’establishment politico, non tenere conto di questo cambiamento culturale dei consumatori stessi che chiedono maggior chiarezza e conoscenza in merito alla qualità del prodotto grazie ad una maggiore cultura della salute rappresenterebbe il peggiore degli errori che una classe politica ed economica potrebbero mai dimostrare.

    Un mercato aperto ed evoluto deve permettere attraverso la conoscenza di essere consapevole della qualità del prodotto sia per un hamburger che per una bistecca di Chianina, evitando di privilegiare una tipologia di consumo rispetto ad un’altra.

    Un atteggiamento dell’autorità politica che si basa sulla chiarezza e conoscenza della filiera a monte e che permette quindi  al consumatore di operare una scelta consapevole. Un mercato evoluto risulta tale quando la conoscenza acquisisce un proprio valore non solo culturale ma anche economico.

  • Imprenditore inglese dona un milione di sterline per un controreferendum sulla Brexit

    L’imprenditore britannico Julian Dunkerton, co-fondatore del marchio di abbigliamento Superdry, ha donato un milione di sterline (oltre 1,1 milioni di euro) alla campagna ‘People’s Vote’ per un secondo referendum sulla Brexit. “Abbiamo una reale possibilità di tornare indietro”, ha commentato Dunkerton, secondo quanto riporta la Bbc online, sottolineando che il suo marchio “non sarebbe mai diventato un successo globale” se la Brexit fosse successa 20 fa. La sua donazione, la più grande ricevuta finora dalla campagna, servirà a finanziare sondaggi di opinione sull’argomento. La campagna punta ad assicurarsi il sostegno del maggior numero possibile dei parlamentari britannici a favore di un referendum sull’accordo che la premier Theresa May raggiungerà con Bruxelles. Intanto, l’ex numero uno del partito euroscettico UKip Nigel Farage ha annunciato che si unirà al gruppo di pressione ‘Leave Means Leave’ per contrastare qualsiasi tentativo futuro della May di annacquare il previsto accordo con Bruxelles per l’uscita del regno dall’Ue.
    Il ministro britannico per la Brexit Dominic Raab, nella conferenza stampa al termine del nuovo round negoziale col capo negoziatore dell’Ue per la Brexit Michel Barnier ha intanto ribadito che “a marzo del prossimo anno, il Regno Unito lascerà comunque l’Ue. Saremo preparati per tutte le eventualità possano emergere dai negoziati. Ma vengo qui con energia rinnovata e vigore, per riuscire” a trovare un’intesa. “Stiamo entrando nella fase finale del negoziato. Abbiamo concordato di trattare ininterrottamente, e Dominic (Raab, ndr) ed io ci incontreremo regolarmente per fare il punto, ed andare avanti. Siamo su un lungo cammino. Non siamo sulla cima» ha detto per parte sua Barnier.

  • Facebook bans foreign campaigning in Ireland’s abortion referendum

    The countdown for Ireland’s historic abortion referendum has started, with Facebook taking the unprecedented move of banning foreign advertising on its platform.

    Ireland faces a historical referendum on May 25, posing the question of whether to liberalize one of the hardest regimes in Europe, second only to Poland.

    Ireland has a blanket ban on abortion embedded in the Eighth Amendment to the Irish Constitution, dating back to 1983; that amendment was also introduced via a referendum. Since 2013, abortion in Ireland may be allowed if a doctor can make the case that the mother’s life is in danger. However, there is no provision for cases of rape, incest, or fetal abnormality.

    Now voters will be asked whether they want to repeal that amendment. Advocacy groups have been campaigning for years, as the political mood in the Republic of Ireland has changed.

    Following the Cambridge Analytica scandal, the company is trying to salvage its reputation for facilitating foreign intervention in elections. On Tuesday, the company said it would block foreign-funded posts in the lead up to the vote.

    Since April 25, Facebook is also piloting a “view adds” function in Ireland, which allows viewers to see that specific content is sponsored by advertisers.

    Irish law prohibits foreign funding for political campaigns, although this does not apply to social media advertising. However, following the Brexit and Trump campaign scandals, Facebook is keen to avoid its association with yet another politically controversial campaign. To enforce this rule, the platform will rely on reports from established campaign groups to identify foreign-based advertisements.

    The debate is already highly polarized and fiercely fought, especially as Ireland is planning to host Pope Francis for the World Meeting of Families event (21-26 August 2018).

     

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