Regime

  • Relazioni occulte e accordi peccaminosi

    Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico:
    “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”.

    Vangelo secondo Giovanni; 8/34

    La Turchia, dall’inizio del nuovo millennio, sta cercando di diventare un fattore geopolitico non solo a livello regionale. Un obiettivo strategico, quello, reso pubblico negli anni ’90 del secolo scorso dall’allora presidente turco Turgut Özal. “… Il 21o secolo sarà il secolo dei Turchi” dichiarava lui convinto. E così si poteva garantire una “… giusta posizione della Turchia nel mondo”. Una posizione, quella, che la Turchia aveva cominciato a perdere, partendo dall’inizio del 20o secolo, ancora prima del crollo definitivo dell’Impero. Ed era proprio sull’eredità dell’Impero ottomano che si poteva e si puntava per raggiungere quell’obiettivo strategico. All’inizio di questo millennio è stato pubblicato un libro intitolato Profondità Strategica. La Posizione Internazionale della Turchia. Un libro che, guarda caso, non è stato tradotto in inglese. L’autore era Ahmet Davutoğlu, allora un professore universitario di relazioni internazionali ad Istanbul. In quel libro l’autore aveva definito proprio la strategia da seguire per raggiungere l’obiettivo formulato e pubblicamente dichiarato dal presidente Özal. Prese vita così quella che ormai è, pubblicamente ed internazionalmente, nota come la Dottrina Davutoğlu. Egli era convinto che la Turchia doveva smettere di avere una politica estera passiva, dipendente dagli alleati. Il tempo era venuto per attuare un nuovo approccio proattivo e multidimensionale nella politica estera, cominciando con tutta l’area d’influenza dell’ex Impero ottomano. Davutoğlu considerava come molto importante la posizione geografica della Turchia: una crocevia tra i Balcani, il Mar Nero e Caucaso, il Mediterraneo orientale ed il Golfo Persico, arrivando fino all’Asia Centrale. La Dottrina Davutoğlu considera molto importante anche l’eredità storica e i legami etnico-religiosi e culturali stabiliti, intessuti e consolidati durante secoli dall’Impero Ottomano. Davutoğlu riteneva che, nonostante le importanti riforme fatte da Mustafa Kemal Atatürk, il primo presidente della Repubblica (dal 1923 fino al 1938, quando morì; n.d.a.), considerato come il padre della Turchia moderna, i legami storici, religiosi e culturali con i paesi dell’ex Impero ottomano erano ancora presenti e validi. Secondo Davutoğlu, quei legami si dovevano soltanto riattivare. La sua dottrina si basava, tra l’altro, sulla costituzione di un raggruppamento, di un Commonwelth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo la Dottrina Davutoğlu, la Turchia dovrebbe diventare un “…catalizzatore e motore dell’integrazione regionale. La Turchia non doveva più essere “un’area di anonimo passaggio”, ma diventare un “artefice principale del cambiamento”. Davutoğlu nella sua dottrina riteneva che la Turchia doveva “rivitalizzare la propria eredità storica, ricca, variegata e multiforme”. Perché solo in questo modo la Turchia potrebbe “…non solo contare sul piano regionale, ma esercitare la propria influenza nelle aree di crisi globali”. E perché questo obiettivo si potesse realizzare, la Turchia doveva organizzare diversamente i suoi rapporti “… con i centri di Potenza, creando un hinterland fondato su rapporti culturali, economici e politici storicamente consolidati.”.

    Davutoğlu era preoccupato del perenne scontro e gli attriti continui con la Grecia, nonché della crisi con la Bulgaria. Il che non ha permesso alla Turchia di attuare e garantire “un’incisiva politica per i Balcani”. Egli aveva fatto suo uno degli obiettivi del presidente Atatürk, “pace in casa, pace nel mondo”, proponendo la politica di avere “zero problemi con i vicini”. Una specie di Pax-Ottomana che dovrebbe permettere alla Turchia di diventare il rappresentante regionale e, perciò, anche il diretto interlocutore con le due attuali grandi potenze: gli Stati Uniti d’America e la Cina.

    La Dottrina Davutoğlu è stata appoggiata fortemente dall’attuale presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, dall’inizio della sua ascesa politica, che cominciò nel 1994, con la fondazione del suo partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP: Adalet ve Kalkınma Partisi; n.d.a.). Il resto è ormai pubblicamente noto. Nel frattempo però Erdogan, allora primo ministro, apprezzando il contributo di Davutoğlu, lo nominò nel 2009 come il suo ministro degli Esteri. In seguito, quando Erdogan è stato eletto presidente della Repubblica, Davutoğlu diventò primo ministro e dirigente del partito di Erdogan, nell’agosto 2014. Cariche che ha avuto fino a maggio 2016, quando, per forti disaccordi con Erdogan, Davutoğlu diede le sue dimissioni come primo ministro, e nel settembre 2016 anche come capo del partito. Da allora Davutoğlu ha fondato e guida il Partito del Futuro. Un partito di orientamento islamico conservatore ed in aperta opposizione con Erdogan. Nel frattempo però, il presidente turco sembra si sia dimenticato della politica di “zero problemi con i vicini”. Adesso Erdogan si sta affrontando con una ben altra e preoccupante realtà, caratterizzata da “solo problemi con i vicini”. Grecia compresa.

    Bisogna sottolineare comunque che la Turchia, cominciando dalla fine del secolo scorso e, soprattutto, durante il primo decennio degli anni 2000, ha raggiunto dei successi. E’ stato attuato un notevole e significativo sviluppo economico, con tassi di crescita inferiori soltanto alla Cina. Uno sviluppo basato sull’energia e le infrastrutture, su una politica economica che aveva permesso le dovute liberalizzazioni e l’apertura dei mercati, come si prevedeva anche negli acquis communautaire. Sì, perché la Turchia aveva firmato già dal 1963 il Trattato di associazione con l’allora Comunità europea (CE) ed in seguito, nel 1979, il Protocollo addizionale del Trattato di associazione. Nel 1999 il Consiglio europeo decise che la Turchia diventasse paese candidato all’adesione nell’Unione europea. I negoziati dell’adesione cominciarono nel dicembre 2005. Ma da allora ad oggi i negoziati non hanno fatto progressi, per delle ragioni ormai note. Non solo, ma da circa un decennio i rapporti della Turchia con l’Unione europea non sono progrediti; anzi! Da anni ormai Erdogan sembra non abbia più interesse ad aderire all’Unione europea. Non solo, ma proprio per “sfidare” l’Unione, dall’inizio dell’attuale decennio, lui ha cominciato e sta proseguendo, determinato e spesso anche minaccioso, ad assumere ed esercitare anche il ruolo del rappresentante internazionale dell’islamismo politico, tessendo, tra l’altro, rapporti di amicizia e di stretta collaborazione con l’Associazione dei Fratelli Musulmani.

    Proprio con Erdogan, ed invitato da quest’ultimo, c’è stato l’incontro del primo ministro albanese ad Ankara la scorsa settimana. Da notare che l’Albania, essendo stata per cinque lunghi secoli sotto l’Impero ottomano, dovrebbe aver a che fare anche con quanto prevede la Dottrina Davutoğlu. Essendo stata una visita “a sorpresa”, almeno in Albania, si sa ben poco di quello di cui, realmente, hanno parlato i due “amici” durante quei due giorni. Ma tenendo presente le realtà, sia in Turchia che in Albania, gli sviluppi e gli attriti nella regione, vivendo un periodo di “solo problemi con i vicini”, al contrario di quanto prevedeva la Dottrina Davutoğlu, quanto possano aver parlato e accordato il presidente turco ed il primo ministro albanese non si saprà mai.

    Chi scrive queste righe pensa, anzi è convinto, che quanto è stato deciso ed accordato durante quei colloqui segreti, non porterà niente di buono all’Albania e agli albanesi. L’autore di queste righe promette al nostro lettore di continuare a trattare l’argomento, con molta probabilità, la prossima settimana. Anche perché sono tante le cose che meritano la dovuta attenzione. Egli però è convinto che, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, il primo ministro albanese si presenta, da anni ormai, come un “devoto” del presidente turco, cercando di imitarlo e di diventare come lui: un despota! E come Erdogan lui cerca, a tutti i costi, di rimanere al potere. Erdogan, con il referendum del 2017, diede a se stesso ulteriori poteri istituzionali per attuare i suoi obiettivi. Il primo ministro albanese ha fatto lo stesso. Gli ultimi emendamenti costituzionali di due mesi fa, riguardanti la riforma elettorale, lo dimostrerebbero palesemente. Nel frattempo Erdogan punta a controllare i Balcani, parte dei quali è anche l’Albania, come prevede la Dottrina Davutoğlu. E nonostante non si sa di cosa sia discusso ed accordato tra i due la scorsa settimana, tutto fa pensare che Erdogan ha ed avrà il consenso del “suo amico”, il primo ministro albanese. Ma quest’ultimo non vende l’anima per niente. In cambio avrà l’appoggio di Erdogan durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Come lo stesso presidente ha accennato durante la conferenza stampa comune. Perché il primo ministro albanese vuol avere, costi quel che costi, un terzo mandato. E per averlo sarebbe disposto a tutto. Anche ad accordi peccaminosi con il suo amico presidente, con il quale tutto fa pensare che abbia stabilito delle relazioni occulte. Chi scrive queste righe è convinto, da quanto è accaduto in questi ultimi anni, che il primo ministro albanese abbia veramente molto peccato. Perciò, come testimonia il Vangelo di Giovanni, chiunque commette il peccato è schiavo del peccato!

  • Dove si va di questo passo?

    L’illegalità è come una piovra che non si vede: sta nascosta, sommersa,
    ma con i suoi tentacoli afferra e avvelena, inquinando e facendo tanto male.

    Papa Francesco

    Il 26 agosto 1789, in Francia, veniva approvata dall’Assemblea Nazionale Costituente la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. L’articolo 16 della Dichiarazione sanciva che “Ogni società, in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione”.

    Il principio base di ogni democrazia costituzionale, secondo il barone di Montesquieu, è la separazione dei poteri. Lo aveva trattato nel suo libro “Lo spirito delle leggi” già nel 1748. Secondo Montesquieu, le tre funzioni fondamentali dello Stato, e cioè la funzione legislativa, quella esecutiva e la funzione giuridica, debbono essere affidate a delle istituzioni diverse. Istituzioni che si devono rapportare ognuna con le altre, basandosi sulla reciproca indipendenza. Montesquieu era convinto che solo così si poteva evitare qualsiasi minaccia alla libertà.

    Il 4 giugno scorso la Corte dei Conti albanese (la sua esatta nominazione è l’Alto Controllo dello Stato; n.d.a.) ha presentato la sua strategia per il periodo 2018 – 2022. Durante quell’attività era presente anche il presidente del Parlamento. Lui, purtroppo, rappresenta nel migliore dei modi anche la continuità del regime comunista nell’attuale governo e maggioranza parlamentare. Essendo stato l’ultimo ministro degli Interni durante la dittatura, lui sembrerebbe abbia anche molti scheletri nell’armadio (Patto Sociale n.278). Ultimamente hanno attirato l’attenzione alcune strane esortazioni e dichiarazioni pubbliche. Le sue non nascoste e pubblicamente espresse nostalgie per il regime comunista, il modo in cui conduce e gestisce le plenarie, le accuse all’Olanda sulle droghe, sono soltanto alcune.

    L’ultima, il 4 giugno scorso, durante la sopracitata attività della Corte dei Conti. Il presidente del Parlamento ha dichiarato la sua convinzione, secondo la quale “Il Parlamento […] realizzerà la verifica dei conti finanziari della Corte dei Conti e farà tutto in pubblico’. Aggiungendo poi che “in questo modo risolveremmo il dilemma ‘chi vigila i guardiani’ e garantiremmo la Costituzione, la legge e i cittadini che la Corte dei Conti sia, a sua volta, un’istituzione da loro controllata”! Perché secondo il presidente del Parlamento, e riferendosi all’attività della Corte dei Conti “nessuno è perfetto […] Il governare del popolo, con il popolo e per il popolo si garantisce, prima di tutto, tramite il controllo parlamentare e la verifica finanziaria della sua attività”!

    Il presidente del Parlamento ha dimostrato così, pubblicamente, di avere un grave e intrinseco problema. Lui, impregnato della mentalità della dittatura comunista, non riconosce il principio base di ogni democrazia costituzionale, formulato da Montesquieu, e cioè quello della separazione dei poteri e dell’indipendenza delle istituzioni rappresentative. Il contenuto di queste dichiarazioni urta palesemente con quanto prevede la stessa Costituzione albanese. Il suo articolo 162, riferendosi alla Corte dei Conti, non lascia spazio a nessun equivoco. L’articolo sancisce che “La Corte dei Conti è la più alta istituzione del controllo economico e finanziario [dello Stato]. Essa si sottomette soltanto alla Costituzione e alle leggi”. Il che significa che il Parlamento, secondo la Costituzione, non ha nessun potere di controllo e/o di qualsiasi altro tipo sulla Corte dei Conti, che si sottopone, a sua volta, soltanto alle leggi che ne derivano dalla Costituzione. Sempre dalla Costituzione si sanciscono anche le istituzioni che controllano e vegliano sul rispetto delle leggi. Di certo il Parlamento non ha però nessun obbligo e/o diritto istituzionale di vegliare sul rispetto, da parte di altre istituzioni indipendenti, delle leggi deliberate del Parlamento, rappresentante soltanto del potere legislativo. E basta! La Costituzione prevede e sancisce anche quali siano le istituzioni indipendenti nella Repubblica d’Albania. E per la Costituzione, essere indipendente significa chiaramente che tali istituzioni non debbano avere nessuna dipendenza dagli altri due poteri (esecutivo e giuridico) e neanche dal potere politico. Perché la Costituzione non prevede, in nessun suo articolo, che la Corte dei Conti si possa “sottomettere alla volontà della maggioranza governativa”. Volontà espressa, con le sue sopramenzionate dichiarazioni, dal presidente del Parlamento, quale rappresentante di quella maggioranza. Da sottolineare che, da alcuni anni, nei rapporti ufficiali della Corte dei Conti sono stati evidenziati molti scandali e abusi clamorosi in vari ministeri e/o istituzioni statali e dell’amministrazione pubblica. Valida ragione, perciò, per “mettere sotto controllo” anche la Corte dei Conti. Su “Il Patto Sociale” della scorsa settimana (n.314) l’autore di queste righe trattava l’incapacità, da qualche settimana, della Corte Costituzionale albanese di deliberare. Nel frattempo anche la Corte Suprema si trova bloccata nella sua attività. Adesso si tenta di “mettere sotto controllo” anche la Corte dei Conti. Dove si va di questo passo?!

    Durante la scorsa settimana è stato denunciato un altro fatto grave. Si tratta dell’accordo tra l’Albania e la Grecia per il confine marino. Un accordo del tutto non trasparente, da parte delle autorità albanesi (Patto Sociale n. 297; 301). La gravità di questo scandalo la svela e la conferma anche una dichiarazione del ministro greco della Difesa del 6 giugno scorso. Lui affermava che la Grecia sta vivendo un “…importante momento storico della storia della nazione”. Lui è altresì convinto che “molto presto” allargheranno le loro acque territoriali, [avranno] “il riconoscimento delle aree economiche esclusive, lo sfruttamento delle risorse sottomarine e il Paese entrerà in una nuova epoca”. Se risultasse tutto vero, per le autorità albanesi si tratterebbe addirittura d’un atto di alto tradimento, come previsto e definito dalla Costituzione e dalle leggi in vigore.

    Sempre durante la scorsa settimana il primo ministro bulgaro, in visita a Tirana, ha dichiarato che “in Albania verrà aperto un Centro di Coordinamento per i combattenti dell’ISIS che rientranno”. Si tratterebbe di un progetto di cui si sta parlando nelle cancellerie europee, come ha fatto sapere anche il noto quotidiano francese “Le Monde”. La reazione pubblica in Albania è stata immediata, mentre manca, come sempre in questi casi, la trasparenza da chi di dovere. Lo scandalo è tuttora in corso e ormai nessuno può fare lo struzzo.

    Chi scrive queste righe, la scorsa settimana, dalle pagine de “Il Patto Sociale” si domandava: “Nel malaugurato caso l’Albania, per volere del presidente, del primo ministro e/o di chi di dovere, possa essere orientata verso un conflitto armato o un qualsiasi altro atto che potrebbe rappresentare alto tradimento, chi lo può stabilire? Perché la Corte Costituzionale non funziona più!”. Forse si sta verificando almeno uno. Egli è altresì convinto che l’Albania, di questo passo, sta andando verso un nuovo regime. Perciò anche la reazione dei cittadini e di chi di dovere deve essere immediata, massiccia e decisa. Perché se no, gli albanesi saranno costretti a rivivere il loro recente passato.

  • I controlli sull’immigrazione nella Ue fanno chiudere un occhio sui regimi che bloccano i flussi

    Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha affermato che l’Ue può celebrare “solidi progressi” che hanno drasticamente ridotto gli arrivi irregolari di immigrati, ma il bilancio proposto dalla Commissione il 2 maggio mostra che la migrazione non è certamente scivolata lungo l’elenco delle priorità.

    In effetti, l’aumento di 6 volte del bilancio di Frontex (da 320 milioni a 1,87 miliardi di euro nel 2027) e un corpo di guardie di frontiera permanente da 10.000 persone attestano che l’Europa sta portando avanti gli sforzi in essere già dal 1992 che, con un ritmo accelerato dal 2015, la vedono impegnata ad agire nei confronti di Paesi terzi, soprattutto in Africa, perché fungano da avamposti di sicurezza alle frontiere, impedendo di raggiungere persino le frontiere esterne dell’Ue. Le organizzazioni olandesi Transnational Institute e Stop Wapenhandel hanno analizzato l’impatto di queste politiche di esternalizzazione delle frontiere ed evidenziato che su 35 Paesi cui l’Unione europea dà la priorità per l’avanzamento dei controlli sulle migrazioni, quasi la metà sono retti da un governo autoritario che pongono rischi estremi o elevati per l’esercizio dei diritti umani. Mentre però l’Ue e i suoi Stati membri stanno impiegando risorse limitate per finanziare costose tecnologie e sistemi di sicurezza e sorveglianza alle frontiere, il contenimento dell’immigrazione affidato a Stati dittatoriali inducono i migranti ad intraprendere rotte migratorie più pericolose: la percentuale di decessi registrati agli arrivi nel 2017 è stata oltre 5 volte più alta rispetto al 2015 e molte altre morti in mare e nei deserti in Nord Africa non vengono mai registrate.

    Per molti anni il presidente sudanese Omar al-Bashir è stato un paria internazionale, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra durante la guerra del Darfur (principali responsabili di questi crimini erano i combattenti della milizia Janjaweed, che ora fanno parte delle Forze di supporto rapido, la guardia di frontiera ufficiale), ma l’Ue sta ora fornendo sostegno a queste autorità di confine sudanesi e ha iniziato a portare il regime di al-Bashir fuori dall’isolamento internazionale.

    La combinazione di sostegno per i governi autoritari e la diversione delle risorse dalla spesa tanto necessaria per l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’adattamento climatico alimenta una situazione insostenibile, minacciando lo sviluppo economico, la sicurezza e la stabilità interna in molti Paesi.

    Ancora, l’Ue ha finanziato l’acquisto di veicoli corazzati dalla compagnia turca Otokar e imbarcazioni dal costruttore olandese Damen per la sorveglianza delle frontiere da parte della Turchia. La Germania ha fornito alla Tunisia una vasta gamma di attrezzature per la sicurezza delle frontiere, principalmente dal gigante europeo delle armi Airbus e da Hensoldt, la sua ex divisione di sicurezza delle frontiere. Aziende come Gemalto, che presto saranno rilevate dalla società armatoriale francese Thales, Veridos, una joint venture tedesca, e la francese OT-Morpho, hanno esportato sistemi di identificazione (biometrici) e documenti di identità digitali nei Paesi africani.

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