religione

  • Non nel nome di Dio

    Da un lato una gran parte della società, in tutto il mondo, dipende dai social, è interessata, influenzata da tutto ciò che appare e che vuole imitare, o almeno crede di poter imitare, perciò per tanti è meglio digiunare per potersi comperare un oggetto firmato o per andare, una volta almeno, in un ristorante stellato per far vedere che si fa parte del mondo che conta.

    In questa società odiatori da tastiera e giovani rimbambiti, dall’uso smodato ed ossessivo della rete, sono quanto di più lontano possiamo immaginare da quanti possono avere ed hanno attenzione od interesse per qual si voglia religione.

    Dall’altro lato, invece, sono riprese proprio le guerre di religione, specie a danno dei cristiani e dei cattolici, come dimostrano le centinaia di attentati e di uccisioni avvenuti in questi anni, ovunque nel mondo. Dal quel famigerato, tragico 7 ottobre del 2023 sono ripresi gli atti e le intimidazioni contro gli ebrei mentre l’islamismo, unica religione che, secondo l’interpretazione di molti religiosi islamisti, predica così fortemente il martirio, se compiuto per combattere gli infedeli, trova proseliti anche nei paesi occidentali.

    Negli Stati Uniti, dove con buona pace di Trump, che continua a negarlo, vi sono più armi che cittadini, infatti in molti hanno più di un arma in casa, si sta dando vita ad una vera crociata che vede da un lato colpite chiese o sette cristiane e dall’altro cristiani, o presunti tali, che si ritengono gli unici detentori della verità.

    Le guerre di religione in effetti sono solo, come sempre, guerre di potere, economico, elettorale, politico, che si ammantano di pretesti religiosi e che usano le persone invocando Dio, come bandiera ed arma.

    Lo vediamo anche in Russia dove la chiesa ortodossa è non solo schierata ma attiva alleata della miserabile guerra che Putin ha scatenato contro l’Ucraina. Il dissidio tra gli ortodossi, proprio per le azioni del patriarca Kirill, alleato di Putin anche per i trascorsi da Kgb, ha portato ad una totale frattura tra la chiesa di Mosca e quella degli altri Stati come l’Ucraina e la Romania.

    Più la tecnologia avanza impedendo lo sviluppo del pensiero e, sostituendosi al nostro cervello, ci toglie la capacità di ragionamento e moderazione più nascono movimenti integralisti e l’odio tra singoli, gruppi, popoli è fomentato da leader tesi solo all’affermazione di sé stessi.

    Che le persone si uccidano reciprocamente, che nei secoli proprio le religioni siano state il pretesto per scatenare veti stermini non è una novità ma che nel terzo millennio si debba ancora usare il nome di Dio per commettere atti infami dovrebbe farci riflettere molto sul grado di imbarbarimento morale della società nella quale viviamo.

  • Immigrati e religioni: crescono i musulmani, ma i cristiani restano la maggioranza

    Al 1° gennaio 2025 la maggioranza degli stranieri residenti in Italia è, anche quest’anno, di religione cristiana. I musulmani, per la prima volta, hanno superato la soglia del 30% della popolazione straniera residente, con circa 1,7 milioni di persone, minori compresi. A fornire i dati è la Fondazione ISMU ETS, in un comunicato stampo diffuso una manciata di giorni fa, in base alle più recenti ricerche sul campo e ai dati anagrafici Istat.

    Se, invece, si considerano separatamente le principali confessioni cristiane, rispetto a esse i musulmani risultano essere il gruppo religioso più numeroso tra gli stranieri presenti in Italia, superando i cristiani ortodossi, che erano in maggioranza e oggi si attestano, invece, a poco più di un milione e mezzo di persone. Completano il quadro dei cristiani, i cattolici, che sono circa 900mila, e i fedeli di altre confessioni cristiane (protestanti, copti e altri), che sono circa 370mila.

    Decisamente inferiori, in termini numerici, sono invece i cittadini stranieri appartenenti ad altre fedi, in particolare buddisti (circa 180mila), induisti (circa 120mila) e sikh (circa 90mila).

    Per quanto riguarda le nazionalità di origine, continua il comunicato della Fondazione ISMU ETS, all’interno della componente musulmana i marocchini si confermano di gran lunga il primo gruppo nazionale, pur in calo a poco più di 400mila unità. In forte crescita i cittadini originari del Bangladesh (quasi 180mila) e del Pakistan (quasi 170mila), entrambi hanno superato gli albanesi (ora poco più di 150mila).

    Per quanto riguarda i cristiani ortodossi, il principale collettivo è rappresentato dai rumeni, che sono circa 850mila e rappresentano ancora la maggioranza assoluta. Tuttavia, anche essi sono in calo, mentre crescono gli ucraini, che li seguono a grande distanza: circa 260mila.

    Per quanto riguarda la Lombardia, che è la prima regione d’Italia per numero di stranieri, i cristiani nel loro complesso (610mila) superano il numero dei musulmani. Questi ultimi sfiorano le 400mila unità, con un’incidenza superiore che altrove. Gli ortodossi sono meno di 280mila. Tra le altre religioni, buddisti, induisti e sikh contano ciascuno tra i 30 e i 40 mila fedeli.

    In Lombardia il gruppo nazionale più numeroso tra i musulmani è quello dei marocchini, con oltre 80mila presenze. Una cifra simile a quella degli egiziani, anch’essi molto presenti nella regione, con circa 80mila musulmani, a cui si aggiungono quasi 30mila copti.

    Tra gli ortodossi, invece, il divario tra i rumeni (130mila) e gli ucraini (60mila) è meno marcato rispetto a quanto si registra nel resto del Paese.

  • La Francia scopre che la laicità è stata debellata dalla Sharia

    Un paese che si pensava laico, razionale, europeo, sta oggi misurando l’avanzata di un progetto di islamizzazione che non ha bisogno di bombe per detonare, scrive Il Secolo dItalia. I Fratelli musulmani — nati nel 1928 a Ismailia, sobborgo egiziano sulle rive del canale di Suez — non si sono mai nascosti: «Noi siamo come una grande sala nella quale ogni musulmano può entrare da qualsiasi porta per cercarvi ciò che desidera. Desiderasse il sufismo, lo troverebbe. Desiderasse il combattimento e la lotta armata, le troverebbe. Siete venuti a noi con la preoccupazione per la “Nazione”. Dunque vi do il benvenuto», diceva Hassan al-Banna, il fondatore del gruppo islamista.

    Un rapporto di 73 pagine, pubblicato in esclusiva da Le Figaro e redatto da un prefetto e da un ambasciatore su incarico del ministro dell’Interno Bruno Retailleau, ha consegnato al governo francese la diagnosi di una malattia avanzata. Quello che l’on Cristiana Muscardini aveva preconizzato nel suo saggio Politeisti & Assassini (Ulisse Edizioni) è ora realtà, documentata in un atto ufficiale d’Oltralpe.

    Non si tratta più di cellule isolate, ma di un ecosistema: 139 luoghi di culto direttamente riconducibili ai Musulmani di Francia — la maschera legale della “Fratellanza” — frequentati ogni venerdì da 91mila fedeli. Altri 68 luoghi «vicini». In totale, il 7% del totale nazionale. La vera forza non è nei numeri, ma nella strategia. Un progetto a doppio binario: islamizzazione dal basso, ispirata ai salafiti, e conquista dall’alto, come nelle università d’élite — Sciences Po in testa. Gli autori del rapporto parlano senza timori: «L’obiettivo finale è far inginocchiare l’intera società francese alla legge della sharia».

    Nel settembre 2023, 21 istituti scolastici erano identificati come parte dell’universo frériste, a cui si aggiungono 815 scuole coraniche per 66.050 minori. Le bambine iniziano a portare il velo a cinque anni. Lezione di religione, ginnastica separata, ramadan obbligatorio: si «incornicia la vita del musulmano dalla nascita alla morte». A Lille, il liceo Averroès — punta di diamante dell’insegnamento confessionale — è oggetto di una richiesta di revoca del contratto statale: tra i testi didattici si ritrovano gli Hadith che legittimano la pena di morte per apostasia.

    Nel mondo parallelo costruito dalla Fratellanza, c’è tutto: carità (Humani’Terre è sotto inchiesta per presunto finanziamento a Hamas), istruzione, impresa halal, finanza islamica, associazionismo. L’«entrismo» passa anche da lì. Non serve imporsi con la violenza se si può offrire assistenza sociale dove lo Stato è assente. «Radicandosi nei quartieri a maggioranza musulmana generalmente poveri, rispondono ai bisogni della popolazione», si legge. E in cambio ottengono consenso, adesione: rafforzano l’identità.

    Il concetto stesso di «islamofobia» viene impiegato come clava, in chiave difensiva e offensiva. Il Collectif contre l’islamophobie en France, sciolto nel 2020, è risorto come Collectif contre l’islamophobie en Europe (Ccie) a Bruxelles. Lo stesso Marwan Muhammad — ex direttore, oggi in Canada — viene indicato come uno degli influencer di punta della nuova «predicazione 2.0».

    L’ideologia è nota: l’islam è totalità. Non solo religione, ma politica, legge, costume, finanza, educazione. Già negli anni ’50, la Fratellanza cominciava a costruire le sue fondamenta in Francia, grazie a intellettuali come Mohammed Hamidullah, erudito indiano e primo predicatore della moschea Daawa di Parigi, e Saïd Ramadan, genero di Hassan al-Banna e fondatore del Centro islamico di Ginevra. Oggi la rete europea è consolidata. Il Consiglio dei musulmani europei è il pilastro, attorno al quale ruotano enti di fatwa, ong come Islamic relief, e circuiti finanziari. Bruxelles, Parigi, Berlino, Londra, Sarajevo, Milano: l’Europa è la nuova Mecca politica della Fratellanza. Il Medio Oriente — scrive il rapporto — è in ritirata, l’Europa è la L’Austria è oggi l’unico paese europeo ad aver bandito i Fratelli musulmani. La Francia, malgrado il rapporto, non ha ancora preso una decisione. La Svezia ha giusto ieri annunciato una mappatura del fenomeno. Gli altri tacciono. In nome della tolleranza, si tollera tutto. Fino a trasformare la laicità in neutralità passiva.

  • Nel 2024 assassinati 13 missionari cattolici. Due in Europa

    Sebbene in calo, con un’inversione di tendenza rispetto a quanto si è registrato dal 2012 in poi, nel 2024 sono stati assassinati ancora 13 missionari cattolici nel mondo: 8 sacerdoti e 5 laici, impegnati in varie zone tra Europa, Africa e America.  Nel 2023 gli assassinii erano stati 20, 18 nel 2022 e 22 nel 2021. Dal 2000 al 2024 il totale ammonta a 608.

    Secondo quanto evidenza il rapporto Fides, la maggior parte degli episodi (6), è avvenuta in Africa, e, a seguire, in America Latina, in particolare Messico, Colombia, Brasile e Honduras. Due morti si sono registrati anche in Europa: uno in Spagna e uno in Polonia, nessuno invece in Asia, dove però il documento dell’agenzia delle Pontificie opere Missionarie evidenzia che i missionari sono esposti a crimini particolarmente brutali, con torture, aggressioni e rapimenti avvenuti in un ambito di estrema povertà.

    Il catechista Edouard Zoetyenga Yougbare è stato rapito e assassinato il 19 aprile in Burkina Faso, ritrovato poi sgozzato, con le mani legate e segni di tortura sul corpo. Il volontario François Kabore operava sempre in Burkina Faso ed è morto in un attentato compiuto da un gruppo di jihadisti mentre era riunito in preghiera con alcuni fedeli del luogo. In Camerun, hanno perso la vita 4 persone tra cui padre Christophe Komla Badjougou, mentre in Sud Africa altri due sacerdoti sono stati colpiti a morte poco prima di celebrare messa.

    In Honduras è stato registrato l’omicidio di Juan Antonio López, coordinatore di diocesi che aveva denunciato la collaborazione tra le autorità e alcune bande criminali. In Messico, tre sacerdoti uccisi poco dopo aver partecipato alle funzioni religiose. L’Europa invece è menzionata nel rapporto per due distinti casi. Il primo avvenuto in Spagna a novembre, quando Juan Antonio Llorente, frate francescano è stato aggredito nel monastero da un uomo armato con un bastone. In Polonia l’ultima vittima, padre Lech Lachowicz, 72enne colpito da un ascia durante una rapina e deceduto in ospedale dopo 7 giorni.

    Dopo il primo incontro mondiale che li ha visti convocati da tutto il mondo durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona nel 2023, il 28 e 29 luglio 2025 gli influencer cattolici si ritroveranno a Roma per il Giubileo a loro dedicato. Ad annunciare la notizia è stato monsignor Lucio Adrian Ruiz, Segretario del Dicastero per la Comunicazione, lo scorso 20 aprile.

  • Oltre 365 milioni, e in aumento, i cristiani perseguitati in tutto il mondo

    Il rapporto “World Watch List 2024”, redatto dalla ong PorteAperte/OpenDoors e presentato alla Camera dei Deputati stima in oltre 365 milioni i cristiani nel mondo sottoposti a persecuzioni forti per la loro fede. Il fenomeno, diagnosticato sulla base dell’analisi di circa quattromila persone (tra reti locali, ricercatori ed esperti esterni e che prende in esame “Chiese storiche”, comunità di espatriati o di immigrati e quelle convertite al cristianesimo), riguarda un cristiano su sette a livello planetario, uno su cinque in Africa e due su cinque in Asia.

    Dall’ottobre 2022 al settembre 2023 si è registrato il livello più alto di persecuzione mai accertato dalla nascita, 31 anni fa, della World Watch List, peraltro in linea con un trend in costante aumento da dieci anni. I cristiani perseguitati sono aumentati di cinque milioni rispetto allo scorso anno e su 100 Paesi monitorati 76 hanno un livello di persecuzione considerato almeno “alto”, mentre quelli a livello “estremo” sono passati in un anno da 11 a 13. Il Paese più ostile ai cristiani si conferma, come sempre dal 2002, la Corea del Nord; seguono Somalia, Libia, Eritrea e Yemen. Paesi dove, si legge nel rapporto, “la fede cristiana va vissuta nel segreto e, se scoperti, i cristiani – soprattutto quelli convertiti – rischiano la morte”.

    Al sesto posto c’è la Nigeria, che detiene il record di cristiani uccisi a causa della violenza jihadista. Sono 4.118 sui 4.998 totali nel mondo – il secondo è la Repubblica Democratica del Congo con 261. Si tratta di uno dei pochi numeri assoluti in calo rispetto allo scorso anno, quando i cristiani uccisi furono 5.621. Secondo Porte Aperte il calo è dovuto ai mesi antecedenti alle elezioni in Nigeria, periodo in cui i massacri si sono fermati per poi ricominciare dopo il voto. Nel Paese africano c’è stato anche il numero più alto di rapimenti di cristiani, 3.300 sui 3.906 globali, ma in generale è tutta la fascia del Sahel a essere particolarmente difficile a causa dei gruppi islamisti.

    Il Pakistan, costantemente tra le prime dieci nazioni in cui la vita dei cristiani è più difficile, si trova al settimo posto ed è il secondo per le violenze contro i cristiani. Sale all’ottavo posto dal decimo il Sudan, seguito dall’Iran. Decimo posto per l’Afghanistan, dove la violenza sui cristiani è calata dopo le persecuzioni degli anni precedenti che hanno portato molte comunità a fuggire. “La vita dei cristiani non è ora più sicura”, si legge, “ma semplicemente i talebani hanno smesso di cercarli”.

    L’India, all’undicesimo posto in classifica per avversione al cristianesimo, è lo Stato con il maggior numero di cristiani arrestati – 2.332 su 4.125, seguito da Eritrea (400), Cuba (75) e Nicaragua (60). Il Paese centroamericano, spiega Nani, “è salito fino alla trentesima posizione a causa del governo Ortega che limita la vita dei cristiani in questo Paese”.  Sull’India, aggiunge, c’è una grossa preoccupazione in vista delle elezioni del prossimo anno, che potrebbero esacerbare il clima e il conflitto tra le confessioni religiose. Tra i nuovi Paesi in cui la persecuzione ha raggiunto il livello “estremo” ci sono la Siria e l’Arabia Saudita. Fra gli altri dati emersi globalmente ci sono anche 14.766 attacchi alle Chiese e ai luoghi di culto mentre sono decine di migliaia le aggressioni personali e alle attività economiche.

  • Una pericolosa sudditanza

    Finché possiamo dire ‘quest’è il peggio’, vuol dir che il peggio ancora può venire.

    William Shakespeare; da “Re Lear”

    “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati…”. Sono dei versi di uno scrittore turco. Versi che sono stati pronunciati nel 1998 anche dall’allora sindaco di Istanbul (1994 – 1998), attualmente presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan. E proprio per aver recitato questi versi in pubblico, lui è stato condannato, nel novembre 1998, con la pena di dieci mesi ed il divieto di ricoprire cariche pubbliche a vita. Per i giudici il suo discorso pubblico è stato “un’attacco allo Stato ed incitamento all’odio religioso”. Una condanna della quale scontò soltanto quattro mesi di prigione. In più è stata annullata, dopo circa tre anni ed in seguito ad un emendamento costituzionale, anche quella parte della condanna che riguardava il divieto di ricoprire delle cariche pubbliche a vita.

    Nel 2001 Erdogan è stato uno dei fondatori del partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP; n.d.a.). Un partito che nel 2002 vinse con il 34,3% dei consensi, diventando il primo partito del Paese. Erdogan nel 2003 divenne il 59° primo ministro della Turchia. Incarico che ha mantenuto fino al 2014. Mentre il 28 agosto del 2014, è stato eletto 12o presidente della Turchia. Dopo quella sua elezione, Erdogan si è dimesso dalla guida del partito. In seguito al fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016, lui ha deciso di rafforzare i propri poteri. Perciò, come presidente della Repubblica, ha decretato lo svolgimento del referendum costituzionale il 16 aprile 2017. Referendum che gli ha permesso, tra l’altro, di diventare di nuovo anche il dirigente del partito AKP. Bisogna sottolineare che Erdogan non ha mai nascosto anche la sua propensione per la religione islamica. E durante la sua lunga carriera politica ha contribuito attivamente ad un continuo e progressivo aumento del ruolo della religione islamica nella vita del Paese. E così facendo, Erdogan ha rinnovato il rapporto tra lo Stato e la religione islamica in Turchia. Invece, con un apposito emendamento della Costituzione del 1924, nel 1928 la Turchia si proclamava Stato laico. Un emendamento che non riconosceva più l’Islam come la religione dello Stato turco.

    La Turchia, negli ultimi decenni, oltre ad aver attuato una crescita economica, ha avuto anche un ruolo non trascurabile negli sviluppi geopolitici regionali. Il che ha permesso ad Erdogan, sia come primo ministro che in seguito come presidente, di mettere attivamente in pratica quella che ormai viene riconosciuta come la “Dottrina Davutoğlu”. Una dottrina presentata in un libro di un professore di relazioni internazionali all’università di Istanbul. Il libro, intitolato Profondità Strategica. La Posizione Internazionale della Turchia, è stato pubblicato nel 2001. L’autore, Ahmet Davutoğlu, trattava nel suo libro quello che il presidente turco ai primi anni ’90 del secolo passato, Turgut Özal, considerava un obiettivo strategico della Turchia. Secondo il presidente “Il 21o secolo sarà il secolo dei turchi”. Il che poteva garantire una “… giusta posizione della Turchia nel mondo”. L’autore del sopracitato libro era convinto che “…era venuto il tempo di attuare un nuovo approccio proattivo e multidimensionale nella politica estera, cominciando con tutta l’area d’influenza dell’ex Impero ottomano”. Per lui erano “… molto importanti anche l’eredità storica e i legami etnico-religiosi e culturali stabiliti, intessuti e consolidati durante secoli dall’Impero Ottomano”. In seguito Ahmet Davutoğlu, per i suoi contributi, è stato consigliere di Erdogan, poi ministro degli Esteri (2009-2014) e anche primo ministro (2014-2016).

    L’Albania è stata parte integrante dell’Impero ottomano dal 1385 fino al 1912. Perciò, come tale, rappresenta uno dei Paesi ai quali si riferisce la “Dottrina Davutoğlu”. E i rapporti tra la Turchia e l’Albania durante questi ultimi anni lo confermano. Ma oltre ai rapporti istituzionali tra i due Paesi, soprattutto dal 2013 ad oggi, bisogna evidenziare anche i rapporti di “amicizia” tra il presidente turco ed il primo ministro albanese. Rapporti che, fatti accaduti e pubblicamente noti alla mano, dimostrano e testimoniano che più che rapporti tra due massimi rappresentanti istituzionali, sono rapporti personali, basati su degli “interessi” spesso non trasparenti. Rapporti che presentano il primo ministro albanese come un “ubbidiente sostenitore” delle volontà del presidente turco. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore a tempo debito, sia di questi rapporti che del contenuto della “Dottrina Davutoğlu” (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021; Amicizie occulte e sudditanze pericolose, 24 gennaio 2022; Autocrati che usano gli stessi metodi non a caso si somigliano, 24 ottobre 2022; Come si può credere ad un ciarlatano?, 29 agosto 2023 ecc…).

    Nell’ambito di questi rapporti è stata anche la visita del presidente turco giovedì scorso, 10 ottobre, nella capitale albanese. Una visita che formalmente era dovuta all’inaugurazione della più grande moschea nei Balcani, costruita con dei finanziamenti turchi. Un’inaugurazione che, nonostante la costruzione della moschea fosse terminata da alcuni anni, è stata rimandata proprio per volontà del presidente turco. Sì, perché lui condizionava l’inaugurazione della moschea con la condanna dei sostenitori di Fethullah Gülen, un suo amico che poi è diventato un odiato nemico. Compresi anche alcuni dirigenti della Comunità musulmana albanese. Comunità che doveva prendere possesso della sopracitata moschea. Anche di questi fatti il nostro lettore è stato informato.

    Quello che è pubblicamente accaduto giovedì scorso ha testimoniato che il primo ministro albanese ha pienamente soddisfatto le richieste del presidente turco. La cerimonia dell’inaugurazione della moschea, vista la presenza del presidente turco, non è stata organizzata però dal protocollo dello Stato albanese, bensì da quello turco. I veri organizzatori della cerimonia non hanno invitato il dirigente della Comunità musulmana albanese e anche la maggior parte degli altri rappresentanti istituzionali della stessa Comunità. Senz’altro un’espressa condizione del presidente turco. Non solo, ma anche la cerimonia religiosa è stata presieduta da un imam turco, il quale è stato nominato dalle autorità del suo Paese come l’imam della nuova moschea. Da fonti ben informate risulterebbe che dentro la moschea erano non pochi i partecipanti non albanesi, ma che conoscevano molto bene la lingua turca. Lingua con la quale sono stati svolti tutti i riti religiosi durante la cerimonia, e non più quella araba, come di consueto. Tutto quanto è accaduto giovedì scorso, 10 ottobre, durante la cerimonia d’inaugurazione della nuova moschea a Tirana, ha riconfermato che la “Dottrina Davutoğlu” sta funzionando in Albania ed il primo ministro albanese ubbidisce ed acconsente. Quanto è accaduto giovedì scorso testimonia anche una sua pericolosa sudditanza, la quale potrebbe avere delle conseguenze non auspicabili e non solo per la stessa comunità musulmana albanese. Bisogna sottolineare che durante la sua visita il presidente turco ha annunciato anche un accordo per fornire dei droni kamikaze da combattimento “TB2 Bayraktar” all’esercito albanese. Droni che, guarda caso, si producono nelle fabbriche del genero di Erdogan. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe considera come una vile e pericolosa sudditanza quella del primo ministro albanese nei confronti del presidente turco. Un autocrate con i cittadini albanesi, ma che ubbidisce vergognosamente però a colui che è ormai noto come il nuovo “sultano turco”. E con quell’autocrate, che ubbidisce al “sultano”, ma anche alla criminalità organizzata e ai clan occulti, il peggio non è finito per gli albanesi e non solo. Perché, come scriveva William Shakespeare, finché possiamo dire ‘quest’è il peggio’, vuol dir che il peggio ancora può venire.

  • Per 7 giovani arabi su 10 in Germania il Corano viene prima della legge

    Il Corano è più importante della legge tedesca secondo un sondaggio tra i giovani arabi pubblicato dalla ‘Bild Zeitung’ e rilanciato da Italia Oggi. I ragazzi che hanno partecipato al sondaggio, condotto dal Kriminologische Forschung Institut, l’Istituto di ricerca criminologica, nel Land della Bassa Sassonia, hanno in media 15 anni, frequentano dunque il ginnasio o una scuola professionale, conoscono la lingua, non sono profughi giunti da poco.

    “Quasi la metà dei ragazzi, il 45,8%, è convinta che uno Stato Islamico sia la miglior forma di governo – si legge su Italia Oggi – Il 35,3 ha comprensione per atti di violenza contro coloro che hanno offeso Allah o il profeta Maometto. Per il 31,3% è giustificata la reazione violenta contro il mondo occidentale che minaccia i musulmani. Il 67,8%, quasi i due terzi, ritiene che le regole dettate dal Corano siano più importanti delle leggi tedesche. Per il 51,5% solo l’Islam è in grado di risolvere i problemi del nostro tempo”.

    Christoph de Vries, cristianodemocratico, esperto per le questioni interne, ha dichiarato che “la ricerca dimostra che l’Islam ha lasciato tracce profonde nella nostra società. Gli adolescenti hanno queste convinzioni perché sono indottrinati. L’illusione del multiculturalismo si è dimostrata sbagliata. Bisogna accettare la realtà”.

  • CAA: India to enforce migrant law that excludes Muslims

    India’s government has announced plans to enact a controversial citizenship law that has been criticised for being anti-Muslim.

    The Citizenship Amendment Act (CAA) will allow non-Muslim religious minorities from Pakistan, Bangladesh and Afghanistan to seek citizenship.

    The authorities say it will help those facing persecution.

    The law was passed in 2019 – sparking mass protests in which scores of people died and many more were arrested.

    Rules for it were not drawn up in the wake of the unrest but have now been, according to the country’s home affairs minister Amit Shah.

    He made the announcement on Monday, writing on social media that Prime Minister Narendra Modi had “delivered on another commitment and realised the promise of the makers of our constitution to the Hindus, Sikhs, Buddhists, Jains, Parsis and Christians living in those countries”.

    India’s home ministry in a statement said that those eligible can now apply online for Indian citizenship. An online portal for receiving applications has already been set up.

    The ministry said that there have been “many misconceptions” about the law and its implementation was delayed due to the Covid-19 pandemic.

    “This act is only for those who have suffered persecution for years and have no other shelter in the world except India,” it added.

    The implementation of the CAA has been one of the key poll promises of Mr Modi’s ruling Hindu nationalist Bharatiya Janata Party (BJP) in the run-up to general elections this year.

    It amends the 64-year-old Indian Citizenship law, which currently prevents illegal migrants from becoming Indian citizens.

    Under the new law, those seeking citizenship will have to prove that they arrived in India from Pakistan, Bangladesh or Afghanistan by 31 December 2014.

    Monday’s announcement did not come as a surprise to many, as BJP leaders have been dropping hints over the past few months that the law could be implemented before the elections. After the notification was issued, BJP handles trended hashtags like “Jo Kaha So Kiya” (We did what we said) online.

    In the meantime, protests against the CAA have started in some states, including Assam, where the All Assam Students’ Union (AASU) – which spearheaded the 2019 protests in the north-eastern state – has given a call for a shutdown on Tuesday.

    In the southern state of Kerala, the ruling Communist Party of India (Marxist) party has called for state-wide protests. “This [the law] is to divide the people, incite communal sentiments and undermine the fundamental principles of the Constitution,” Chief Minister Pinarayi Vijayan said, adding that the law would not be implemented in his state.

    Critics of the CAA say it is exclusionary and violates the secular principles enshrined in the constitution, which prohibits discrimination against citizens on religious grounds.

    For example, the new law does not cover those fleeing persecution in non-Muslim majority countries, including Tamil refugees from Sri Lanka.

    It also does not make provision for Rohingya Muslim refugees from neighbouring Myanmar.

    There is concern that, when harnessed in tandem with a proposed national register of citizens, the CAA could be used as a way to persecute the country’s 200 million Muslims.

    Some Indians, including those who live close to India’s borders, are also worried that implementing the law will lead to an influx of immigrants.

    Monday’s announcement has not gone down well with the opposition, who accuse the government of trying to influence the upcoming election.

    This is expected to be held by May and Prime Minister Narendra Modi is seeking re-election for a third term in a row.

    “After multiple extensions in four years, its [the law’s] implementation two to three days before the election announcement shows that it is being done for political reasons,” said All India Trinamool Congress party leader, Mamata Banerjee, at a press conference.

    Jairam Ramesh, the communication head of the Indian National Congress, wrote on social media that “the time taken to notify the rules for the CAA is yet another demonstration of the Prime Minister’s blatant lies”.

    Asaduddin Owaisi, the leader of the All India Majlis-e-Ittehadul Muslimeen party, questioned the timing of the move.

    “CAA is meant to only target Muslims, it serves no other purpose,” he wrote on X (formerly Twitter).

  • Benessere animale o macellazione rituale?

    Secondo la normativa europea è data  facoltà ai singoli di Stati Membri di legiferare in senso più restrittivo rispetto alla macellazione rituale, anche se la Commissaria Kyriakides ha ricordato il “considerando” n. 18 del regolamento: la deroga al divieto generale di abbattimento senza stordimento riconosciuta alle macellazione rituale “mira a garantire la libertà di religione, anche mediante le pratiche e l’osservanza dei riti”.
    L’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sancisce che  “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti. Il diritto all’obiezione di coscienza è riconosciuto secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”.
    Tenuto conto di quanto scritto nell’articolo 10 si continua a non comprendere come possa essere autorizzata, nei macelli degli Stati membri, la macellazione rituale che vieta lo stordimento dell’animale prima della macellazione. La macellazione rituale, infatti, avviene per dissanguamento tramite sgozzatura, l’animale non deve essere stordito e perciò è pienamente consapevole di quanto gli succede e muore nel terrore, quasi sempre appeso a testa in giù per agevolare il dissanguamento.

    Siamo pienamente convinti che nessuno debba essere impedito a praticare la sua religione di riferimento ma questa non può essere in contraddizione con le norme di convivenza civile che regolano la vita dei Paesi dell’Unione, Paesi che singolarmente ed insieme hanno emanato leggi a tutela del benessere animale.

    La macellazione senza stordimento provoca all’animale non solo dolore ma anche vero e proprio terrore scatenando una quantità di adrenalina che può diventare nociva anche per coloro che ne mangeranno le carni.

    In Europa vi sono norme che regolano il trasporto degli animali, i metodi di allevamento e di macellazione, tramite stordimento, per evitare inutili sofferenze, che, nel terzo millennio, si debba ancora, in Europa, parlare di macellazione rituale è un obbrobrio ed un controsenso.

    Se consentire riti religiosi arriva a significare che si possono aggirare le leggi, o modificarle per fare tutto quello che si ritiene attenga a riti religiosi, di fatto si può arrivare a giustificare anche le menomazioni  sessuali femminili, alcune religioni, infatti, ufficialmente smentiscono di consentirle ma poi accettano che si pratichino o non fanno nulla per contrastarle.

    La civile convivenza passa dall’accettazione e rispetto delle leggi dei Paesi nei quali si abita e non nello stravolgimento delle leggi che gli stessi paesi sono praticamente costretti a fare in nome di un pretestuoso rispetto di riti religiosi.

    Se per alcuni è così importante nutrirsi di cosiddette carni pure, e cioè carni di animali morti dissanguati dopo essere stati sgozzati ed appesi a testa in giù, senza prima essere storditi, vivi e senzienti, a cuore battente, importino queste carni dai paesi dove questa abominevole pratica di macellazione è consentita.
    Conciliare la protezione degli animali con certi riti, che poco hanno a che vedere con un vero precetto religioso, è impossibile e  sappiamo che vi sono anche persone che macellano sui balconi delle case.

    Purtroppo è altrettanto noto che è proprio sgozzando gli animali che alcuni imparano a sgozzare le persone.

  • In Italia 5000 circoncisioni l’anno, 35% clandestine

    Per motivi culturali, religiosi o igienici tra i 4.000 ed i 5.000 bambini stranieri ogni anno in Italia vengono sottoposti alla circoncisione, di questi tra i 1400 ed 1750, pari al 35%, subiscono la pratica clandestinamente, e spesso non da medici, con il rischio concreto di infezioni ed emorragie che in alcuni caso possono diventare letali per i piccoli. Ai bambini che muoiono si aggiungono quelli, e sono centinaia ogni anno, che arrivano al pronto soccorso con malformazioni o infezioni e spesso danni permanenti.

    A causa di una grave emorragia un bambino è morto nel 2019 a Genova, un altro era morto nel dicembre 2018 a Monterotondo, in provincia di Roma, nel 2016 morì un bimbo a Torino e prima ancora ci furono altre vittime a Treviso e Bari. I dati dei bimbi circoncisi in Italia raddoppiano, arrivando a 9.000/10.000 bambini l’anno, se si considerano quelli che, pur vivendo in Italia, durante le festività – soprattutto mussulmane – vengono sottoposti alla pratica nei Paesi d’origine. Ad alimentare il mercato clandestino sono anche i molti irregolari che ovviamente non possono rivolgersi a strutture autorizzate. Nei paesi d’origine la circoncisione, che non viene praticata dai medici, costa pochissimo, spesso basta un’offerta e in alcuni paesi rappresenta una festa, come il battesimo per i cattolici, a cui tutta la famiglia partecipa. In Italia privatamente i costi raggiungono anche i 2500 euro, con picchi fino 4000 euro.

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