rispetto

  • La legge deve essere uguale per tutti

    Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge.

    Pittaco

    Era la mattina del 10 novembre 2025 quando in Ucraina è stata data la notizia che NABU, l’Ufficio nazionale Anticorruzione dell’Ucraina, aveva perquisito alcune abitazioni, compresa anche quella dell’allora ministro della Giustizia ed ex ministro dell’Energia dal 2021 e fino al luglio 2025. Tutto in seguito ad un’indagine durata per circa quindici mesi. Insieme con il ministro della giustizia, la ministra che lo sostituì al dicastero dell’Energia ed altri alti funzionari, era stato indagato anche un molto noto imprenditore ucraino nell’ambito di una vasta operazione anticorruzione denominata “Minas”. In Ucraina è pubblicamente noto che sia il ministro della giustizia che l’imprenditore erano persone molto vicine al presidente ucraino.

    Il 15 febbraio scorso l’Ufficio nazionale Anticorruzione dell’Ucraina ha ufficialmente affermato di avere “arrestato un ex ministro dell’Energia mentre cercava di lasciare il Paese in treno”, come persona coinvolta nella sopracitata operazione “Minas”. Nonostante non sia stato reso noto il nome della persona arrestata, i media hanno fatto riferimento proprio all’ex ministro dell’Energia. Lui è stato accusato di “riciclaggio e associazione a delinquere”. Secondo l’accusa nei suoi confronti, l’ex ministro era riuscito a nascondere delle tangenti di circa 100 milioni di dollari, approfittando dalla gestione del sistema energetico. Un sistema basato sull’energia nucleare, la quale, soprattutto dopo l’invasione russa il 24 febbraio 2022, veniva trattata in modo particolare. Il che ha permesso anche l’abuso dell’ex ministro dell’Energia, come risulterebbe dalle indagine.

    Bisogna sottolineare che sia l’ex ministro dell’Energia e poi ministro della Giustizia, che colei che la sostituì nel ministero dell’Energia hanno negato le accuse fatte dalle istituzioni del sistema della giustizia. Nonostante ciò, il presidente ucraino prima li aveva sospesi tutti e due dai loro incarichi istituzionali e poi li aveva costretti a presentare le dimissioni. Invece l’imprenditore, indagato nell’ambito della stessa operazione anticorruzione, era riuscito a fuggire in Israele, nel novembre 2025, poche ore prima che gli agenti potessero arrestarlo.

    Giovedì scorso, 19 febbraio, di prima mattina, Andrea Windsor-Mountbatten, fratello di re Carlo III, è stato arrestato dalla polizia britannica nella tenuta reale di Sandringham, contea di Norfolk, dove da qualche anno abitava per decisione di re Carlo III. L’accusa nei suoi confronti era quella di “misconduct in public office”. Si tratta di un’accusa che, secondo i canoni del sistema giuridico britannico, significa cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche.

    Dopo più di dieci ore di interrogatorio il fratello di re Carlo III è stato rilasciato, sempre rimanendo sotto la stessa accusa. Il che, sempre per i canoni del sistema giuridico britannico, significa che si possono eseguire ulteriori convocazioni e/o requisizioni di documenti e, se si ritenesse necessario, si potrebbe avviare anche un rinvio a giudizio. Risulterebbe però che tutto sia legato ai rapporti, pubblicamente noti da anni, che Andrea Windsor-Mountbatten, fratello di re Carlo III, ha avuto con il famigerato imprenditore Jeffrey Epstein.

    Si tratta di rapporti che hanno condizionato anche gli incarichi ufficiali di Andrea legati alla promozione commerciale del Regno Unito all’estero. L’inchiesta ha avuto inizio dopo che, negli Stati Uniti d’America, veniva resa pubblica un’enorme quantità di fascicoli e di registrazioni che documentavano i rapporti di Jeffrey Epstein con persone molto altolocate, politici, imprenditori e molti altri. Andrea Windsor-Mountbatten era uno di loro.

    Riferendosi a credibili fonti mediatiche, risulta che re Carlo III avrebbe espresso la sua “profonda preoccupazione” per quanto stava accadendo. Il re però avrebbe ribadito altresì che “la legge deve fare il suo corso”. E sempre riferendosi al caso del fratello di re Carlo III, fonti ufficiali del governo britannico hanno confermato che la giustizia sara libera ad esprimersi, in rispetto del principio che nessuno è al di sopra della legge.

    Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dall’amministrazione del presidente statunitense. Con una sua sentenza la Corte annulla i dazi doganali imposti durante i mesi passati, considerando le decisioni del presidente statunitense come violazione delle regole del Congresso. Si, perché la Costituzione statunitense prevede che il Congresso è l’unico organo autorizzato ad approvare simili decisioni del presidente. E il sistema di giustizia può annullare anche le decisioni del presidente degli Stati Uniti d’America.

    Ovviamente, dopo quella sentenza della Corte Suprema statunitense, non poteva tardare neanche la reazione del presidente. Lui, durante una conferenza stampa ha dichiarato: “La sentenza della Corte Suprema mi ha deluso molto, mi vergogno per alcuni giudici che non hanno avuto il coraggio di fare la cosa giusta per l’America”. Aggiungendo che “i dazi rimangono”, poiché ci sono “delle alternative”. E si riferisce alla Sezione 122 del Trade Act (Legge del commercio; n.d.a.) del 1974. Perciò, dopo la sentenza della Corte Suprema, il presidente ha confermato dazi di 10%, che poi, in meno di 24 ore, ha aumentato al 15%. Ma non si escludono neanche altre “sorprese” da lui.

    Nel novembre scorso, in Albania, in seguito a molti scandali milionari che coinvolgono i massimi livelli istituzionali, è stato reso noto pubblicamente uno scandalo milionario di abuso di potere e di corruzione, in cui risulterebbero coinvolti direttamente sia la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, sia il primo ministro. Il nostro lettore è stato informato spesso di questo scandalo durante questi ultimi mesi. E non solo dello scandalo di per sé, ma anche per l’accanimento e le minacce del primo ministro nei confronti dei magistrati. Prima si era infuriato contro un procuratore ed un giudice che hanno reso possibile la sospensione della sua vice dai suoi incarichi. E poi, in seguito, anche contro tutto il sistema “riformato” della giustizia che fino ad allora rappresentava per lui un “un vanto ed un grande successo”. Tutto perché qualcuno, da qualche mese, non ubbidisce ai suoi “orientamenti” e alla sua volontà.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato che il primo ministro, sentendosi egli stesso “minacciato”, ha presentato come deputato, insieme con due altri deputati, suoi collaboratori, una modifica all’articolo 232 del Codice della procedura penale. L’autore di queste righe scriveva: “Secondo quella modifica, che con la sua grande maggioranza in Parlamento può approvare facilmente, verrà sancito che la sospensione dagli incarichi istituzionali, oltre alle persone elette secondo l’attuale legge elettorale, non sarà applicata neanche per il presidente della Repubblica, per il primo ministro, per i membri del Consiglio dei ministri ed alcune altre cariche istituzionali. Una disperata modifica ordinata dal primo ministro per avere uno scudo legale di prevenzione e autodifesa (Leggi come scudo di prevenzione e autodifesa, 18 febbraio 2026).

    Chi scrive queste righe è convinto che la legge deve essere uguale per tutti e bisogna permettere alle istituzioni giudiziarie di procedere e compiere il loro dovere, come prevede il principio della separazione dei poteri di Montesquieu, nonché le Costituzioni e la legislazione di ogni singolo Paese. Come hanno fatto la scorsa settimana il re Carlo III, il presidente ucraino pochi mesi fa e la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America il 20 febbraio scorso. E accordarsi con l’affermazione fatta circa 26 secoli fa dal filosofo della Grecia antica Pittaco: “Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge”. Ma in Albania non è così. Il primo ministro decide su tutto e tutti.

  • Ogni mese 40 milioni di richieste al servizio clienti dei marchi: customer care sempre più centrale per fidelizzare la clientela

    La 25esima edizione di Forum Retail, ha evidenziato, sulla base dei dati di una ricerca realizzata da Ipsos Doxa, che ogni mese in Italia vengono generate 40 milioni di richieste ai servizi clienti dei marchi, un dato che attesta quanto il customer care sia diventato un punto strategico nella relazione tra brand e consumatori. Il servizio clienti viene contattato per richieste di informazioni (40%), assistenza (50%) e reclami (10%). Il dato più critico presentato sul palco è netto: il 27% degli italiani è insoddisfatto dell’ultima esperienza, tra questo il 40% non riacquisterà più dal brand, con quindi un impatto diretto sulla fedeltà e sulle vendite. Al contrario, il 79% dei clienti soddisfatti racconta un’esperienza positiva, contribuendo a rafforzare reputazione e considerazione della marca.

    Le interazioni restano fortemente umane: il 76% degli italiani preferisce ancora il telefono, mentre la Gen Z si muove in modo opposto (53% digitale). L’AI è vista con favore: il 72% pensa che renderà il servizio più rapido ed efficiente, purché mantenga trasparenza e continuità con l’interazione umana.

    Fiducia, personalizzazione e condivisione del dato sono ormai i driver per accompagnare consumatori sempre più esigenti: ne hanno parlato Mauro Lusetti, Presidente Conad, Alessandra Bellini, Non Executive Director, Advisor and Executive Coach Former Group Chief Customer Officer in Tesco, e Giorgio Santambrogio, CEO Gruppo VéGé. Il punto vendita, hanno sottolineato, è diventato un touchpoint strategico in cui digitale e fisico si fondono: dalla capacità di leggere i comportamenti in tempo reale all’utilizzo del Retail Media per trasferire valore lungo tutto il percorso di acquisto. Nei punti vendita che adottano soluzioni evolute si registra un incremento medio del 7% delle vendite, accompagnato da un miglioramento di 2,6 punti nel customer satisfaction e da un aumento significativo della percezione complessiva dello store

    Proprio il Retail Media è stato uno dei temi centrali dell’edizione 2025. La ricerca realizzata da IKN Italy in collaborazione con Casaleggio Associati e con il supporto di Tangoo, conferma come stia rapidamente superando i modelli tradizionali dell’advertising e rivoluzionando il modo in cui i brand investono e dialogano con i consumatori. La maturità del mercato è però ancora eterogenea: retailer e inserzionisti hanno ribadito la necessità di maggiore trasparenza, KPI condivisi e modelli organizzativi in cui buyer e marketing operino in modo coordinato, superando la logica puramente commerciale e adottando piattaforme in grado di valorizzare i dati di prima parte. Le sfide quindi non sono solo tecnologiche, ma organizzative: i budget di Retail Media non hanno ancora una “casa” precisa tra marketing e commerciale.

    Ampio spazio è stato dedicato anche all’intelligenza artificiale. Nel suo keynote internazionale, Francesca Rossi, AI Global Leader di IBM, ha evidenziato come l’AI possa essere una leva strategica per il mondo retail solo se governata con criteri di trasparenza, comprensibilità e responsabilità. L’approccio “glass box” – cioè rendere visibili e comprensibili le logiche dell’AI a clienti, stakeholder e team interni –  è la condizione essenziale per generare fiducia nelle tecnologie che supportano decisioni, pricing, supply chain e servizi ai clienti. Le aziende che investono di più nell’etica dell’AI registrano infatti un miglioramento sensibile dei livelli di fiducia (+61%) e della reputazione (+54%), oltre a benefici misurabili in termini di redditività operativa.

    KPMG ha presentato un’analisi dedicata all’impatto dell’AI nel fashion e nel lusso. Nonostante la tecnologia sia già utilizzata da oltre la metà dei brand per operations e logistica, la readiness complessiva resta ancora limitata: il 64% delle aziende non si considera pronto a integrare l’AI nei processi creativi, mentre solo il 27% la utilizza del product development, l’area dove, secondo KPMG, si concentrano le potenzialità più dirompenti in termini di velocità, efficienza e personalizzazione. In un mercato del lusso che nel 2025 cresce solo dell’1,5%, la capacità di anticipare trend e ottimizzare i cicli di collezione diventa una leva competitiva indispensabile.

    Nel segmento Fashion & Luxury, Mastercard ha presentato i risultati di un’analisi basata su oltre 159 miliardi di transazioni, evidenziando come il canale in-store generi ancora l’84% della spesa, con un ticket medio tre volte superiore rispetto all’online. I turisti internazionali rappresentano quasi due terzi degli acquisti e spendono in media tre volte più degli italiani. Gioielli e orologi mostrano una delle crescite più dinamiche (+65% di ticket medio rispetto al 2019). Il quadro mostra un mercato concentrato, con i top 15 retailer che raccolgono il 56% del totale. Milano e Roma sono le capitali del lusso, con Via Montenapoleone che da sola concentra quasi metà della spesa degli high spender.

    Sul palco dedicato ai grandi brand della moda è intervenuto anche Pietro Comito, Head of Group Strategy & Transformation di Ferragamo, che ha portato la prospettiva di un marchio iconico del lusso italiano. Ferragamo ha ribadito il valore dell’autenticità come leva di differenziazione, sottolineando come innovare non significhi cambiare direzione, ma rafforzare la propria identità. Una visione che conferma la necessità, per i brand del settore, di integrare creatività, tecnologia e coerenza di marca all’interno di un percorso unico e riconoscibile.

    Nell’ambito dei marketplace, Eloisa Siclari, General Manager Southern Europe di Zalando, ha mostrato come il ruolo delle piattaforme stia evolvendo da semplici canali di vendita a veri e propri curatori culturali dello stile e delle tendenze. L’introduzione dell’assistente virtuale basato su AI – capace di analizzare prodotti e comportamenti d’acquisto – ha già ridotto del 10% i resi legati alla taglia, dimostrando come la tecnologia possa intervenire in modo concreto su una delle principali criticità del fashion online. Nel confronto dedicato alla leadership nella GDO – con la partecipazione di Unilever, Icam Cioccolato e Fox Italia Snack – è stato evidenziato come, in un contesto caratterizzato da incertezza e rapida evoluzione, la coesione interna dei team, l’ascolto e la capacità di prendere decisioni rapide e coerenti siano diventati elementi imprescindibili per guidare l’innovazione e mantenere la competitività.

  • Attenti al lupo

    Anche in questi giorni sono comparsi articoli che sembrano vere e proprie sentenze contro i lupi, fortunatamente altri hanno riportato la questione alla realtà ma intanto continuano le azioni di bracconaggio che colpiscono soprattutto i lupi dispersi o i più giovani, ancora sprovveduti rispetto ai pericoli rappresentati dal mammifero a due gambe.
    Molti altri lupi sono uccisi dalle macchine, anch’io questa mattina ne ho trovato uno sul ciglio della strada e ho chiamato l’ambulanza veterinaria del centro per la cura degli animali selvatici perché venisse a prenderlo.
    Si trattava di una femmina ancora molto giovane, probabilmente non arrivava all’anno
    di età.
    In un dossier del comandante dei Carabinieri  forestali del gruppo di Parma si legge molto chiaramente che ”il lupo è un importante fattore nella riduzione del numero di cinghiali e di conseguenza della diffusione della peste suina, di caprioli e di altre specie che negli anni sono proliferate”.
    Nel dossier si evidenzia anche che le morti di alcuni cani possono essere attribuite “più che al lupo ai cinghiali”.
    La nota della Prefettura di Piacenza ha messo in rilievo come “i danni eventualmente provocati dai lupi sono integralmente risarciti e sono anche compensati dagli effetti positivi per l’agricoltura con il contenimento della fauna selvatica”.
    Qualche agricoltore ed allevatore ha anche ammesso che i lupi sono  stati e sono essenziali  per l’abbattimento delle nutrie che scavando le tane negli argini di fiumi e dei canali creano rilevanti problemi.
    Perciò, cari lettori, attenti al lupo, attenti a non investirlo e se ne trovate uno in difficoltà chiamate i carabinieri o il centro per gli animali selvatici più vicino a voi, attenti al lupo cioè siate anche voi portatori del messaggio per quella pacifica convivenza che salva l’ecosistema e perciò la nostra vita.

  • La cultura della vita

    Sembra strano ma la cultura della vita, del rispetto della propria e dell’altrui vita, manca dagli obiettivi didattici e della politica

    Ogni giorno piangiamo nuove vittime sul lavoro così come nelle strade, alla fine di un anno migliaia di persone sono morte per mancanza di misure di sicurezza, per incapacità di guidare rispettando le regole, per non parlare delle donne ammazzate.

    La cultura della vita, del rispetto, del valore della vita dovrebbe essere materia di insegnamento perché non basterà aumentare il numero degli ispettori e delle sanzioni alle ditte inadempienti, i posti di controllo sulle strade, i codici rossi, spesso troppo inefficaci, se i ragazzi, fin da piccoli, non impareranno che il rispetto di se stessi e degli altri è una necessità comune.

    Imparare il valore, l’importanza di tutelarsi con adeguate misure di protezione sui luoghi di lavoro, sappiamo bene che troppo spesso i singoli non le usano per accelerare i tempi e pensando che non capiterà proprio a loro la disgrazia, la conoscenza  delle conseguenze dell’abuso di alcool e droga quando si guida o si compiono azioni pericolose e che coinvolgono altri, il rispetto reciproco o  sono appresi da piccoli o si continuerà con l’indifferenza, il pressappochismo, il falso credo dell’invincibilità ed i morti continueranno ad aumentare.

    Non basta fare leggi e norme se non si insegna dalla scuola il valore delle stesse, perché sono state fatte e perché vanno rispettate.

    Le associazioni criminali cominciano ad insegnare le loro malvagie regole quando i ragazzi sono ancora piccoli e queste regole entrano in ognuno di loro, noi siamo incapaci di insegnare ai nostri figli la cultura della vita, della democrazia, del rispetto di se e di conseguenza del rispetto degli altri.

    Si parta finalmente dalla scuola se si vuole arrivare ad una società nella quale ogni giorno non muoiono lavoratori, donne, persone sulla strada e tanti ragazzi sono a rischio per l’abuso di droga, per la perdita di se stessi.

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