Schengen

  • Parigi proroga la sospensione di Schengen, altri Paesi pronti a seguirla

    A fronte dei flussi in ingresso nella Ue, Parigi ha notificato all’Unione un prolungamento di altri 6 mesi dei controlli alle frontiere interne all’area Schengen, motivato dal rischio terroristico che la Francia sembra faticare più di altri ad affrontare (come evidenzia anche il recente episodio di Carcassone). I controlli, che sarebbero scaduti a fine aprile, resteranno in vigore fino a ottobre. Nessuna notifica è invece ancora arrivata da Berlino e Vienna, ma le due cancellerie hanno espresso analoga intenzione. Per Austria e Germania la scadenza dei controlli ad alcune delle frontiere interne è prevista per maggio. La Francia, il Paese dell’Unione più colpito dagli attacchi dell’Isis, ha in vigore controlli, a tutti i suoi confini, dal novembre 2015 Germania, Austria, Danimarca e Norvegia hanno ripristinato i check ad alcune delle proprie frontiere, con la crisi migratoria dei Balcani occidentali del 2015.

    Mentre gli Stati si muovono, si attendono passi avanti sulla proposta della Commissione europea, presentata ad ottobre, che consente controlli alle frontiere interne fino a 3 anni, per far fronte alla minaccia terroristica, attraverso una modifica del Codice Schengen. Una proposta spinta da Francia, Germania, Austria, Danimarca e Norvegia, che nel settembre scorso avevano scritto a Bruxelles per chiedere nuovi margini legali per andare avanti nel presidio dei propri confini. Nei mesi scorsi il governo di Roma aveva collegato la modifica al Codice Schengen con quella del Regolamento di Dublino, per evitare di lasciare tutto il peso sulle spalle dei Paesi di primo ingresso delle migrazioni.

  • Il ministro dell’interno tedesco chiede la sospensione dell’Accordo di Schengen

    Il nuovo ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer ha chiesto la sospensione del Trattato di Schengen a tempo indeterminato.

    Seehofer, leader dell’Unione Cristiano-Sociale in Baviera (Csu, il partito conservatore che fa parte della grosse Koalition alla guida del Paese) aveva già dichiarato, in qualità di ministro, che «l’Islam non appartiene alla Germania, paese forgiato dal Cristianesimo». Ma nonostante il richiamo dellla cancelliera Angela Merkel che dall’apertura all’Islam e ai suoi fedeli in Germania ha fatto un cavallo di battaglia. Seehofer non ha fatto marcia indietro, sollecitando anzi modifiche alla legislazione esistente e di accordi con i paesi di origine dei migranti per favorire i rimpatri: «I controlli alle frontiere interne [tra gli Stati membri dell’Ue] devono essere effettuati fintantoché l’Ue non riuscirà a controllare efficacemente le frontiere esterne. Non vedo la possibilità di farlo nel prossimo futuro. I posti di controllo sui confini non sono attivi in permanenza: anche di questo dovremo discutere. Non si tratta solo di reprimere l’immigrazione illegale: le frontiere hanno un importante ruolo di protezione».

    Le osservazioni di Seehofer fanno seguito alle richieste formulate a febbraio dall’Ue alla Germania e ad altri quattro Stati membri di Schengen – Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia – di abolire i controlli alle frontiere una volta scaduti i termini attualmente concordati in maggio. La Germania è stato il primo paese dell’Ue a reintrodurre i controlli interni nel settembre 2015, quando il paese è stato inondato da oltre 1 milione di immigrati mediorientali, per lo più rifugiati siriani.

    Le parole del neo ministro sono piaciute a Andre Poggenburg, a capo dell’AfD – il partito tedesco populista e anti-immigrati che si è piazzato al terzo posto nelle ultime elezioni – nello stato orientale della Sassonia: «Horst Seehofer ha preso questo messaggio dal nostro manifesto parola per parola».

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