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  • Decreto liquidità, opportunità da valutare con attenzione

    Con il decreto “liquidità” del 8 marzo 2020, il Governo ha inteso dare una risposta forte all’emergenza economica scaturita dall’infezione pandemica da covid-19.

    Due sono i principali interventi proposti che analizzeremo succintamente.

    Il primo, seguendo l’ordine di trattazione proposto nel decreto, è la garanzia prestata dalla SACE per il sostegno di medie e grandi imprese. Il decreto ha esteso l’accesso anche alle PMI e alle partite iva individuali subordinatamente all’esaurimento della loro capacità di utilizzo del Fondo Centrale di Garanzia. La garanzia è concessa per importi variabili dal 70% al 90%, a costi calmierati. L’importo del finanziamento non può superare il maggiore tra il fatturato del 2019 o il doppio dei costi del personale del medesimo anno.

    Per ottenere la garanzia, l’impresa dovrà assumere impegni di non poco conto. Il più oneroso, a mio avviso, sarà quello di gestire i livelli occupazionali tramite le organizzazioni sindacali. Sarà necessario, ancora, impegnarsi a non distribuire i dividendi nel 2020 né a procedere al riacquisto di azioni proprie. Infine, gli importi ottenuti dovranno essere destinati a stabilimenti produttivi in Italia per sostenere i costi del personale, gli investimenti e il pagamento di fornitori del ciclo produttivo.

    Il decreto prevede anche di potenziare il sostegno pubblico all’esportazione introducendo un sistema di coassicurazione in base al quale gli impegni assunti da SACE verranno traslati sullo stato per il 90%, liberando in tal modo risorse per l’istituto.

    Il secondo strumento è rappresentato dal Fondo Centrale di Garanzia riservato alle PMI, alle ditte individuali e ai professionisti. L’accesso al Fondo è esteso, in deroga alla definizione comunitaria, alle aziende fino a 499 dipendenti. La garanzia è concessa dal 80% al 90%. Una corsia preferenziale con garanzia fino al 100% è prevista per i prestiti fino a 25.000 euro nel rispetto del limite del 25% dei ricavi dell’ultimo bilancio o dell’ultima dichiarazione fiscale presentati. Contrariamente a quanto previsto per SACE, la garanzia è concessa a titolo gratuito. Sono possibili operazioni di rinegoziazione del debito purché prevedano l’erogazione di liquidità aggiuntiva almeno pari al 10%.

    Proprio quest’ultima opportunità potrebbe essere particolarmente interessante e quindi incentivata dagli istituti bancari che potranno, lecitamente, surrogare i propri crediti chirografari con posizioni garantite.

    Per completare il panorama, si ricorda l’estensione ai liberi professionisti e ai titolari di partita iva della facoltà di aderire al fondo di solidarietà per la sospensione delle rate dei mutui sulla prima casa nonché la moratoria, già prevista dal DL Cura Italia, fino al 30 settembre di mutui e finanziamenti nonché l’impossibilità di revoca degli affidamenti.

    La prima considerazione che mi permetto di fare è che in nessuno dei casi analizzati è in realtà prevista l’iniezione di nuova liquidità a carico dello Stato. Quest’ultimo si “limita” a garantire il credito che verrà erogato dal sistema bancario.

    Non essendo previsti interventi a fondo perduto, si assisterà ad una dilatazione dei debiti delle imprese con il concreto rischio di spostare, solo di qualche tempo, il prevedibile default di una parte di soggetti che non saranno in grado di ripagare il debito.

    Questo rischio implica attente valutazioni da parte degli amministratori in merito allo stato di salute dell’azienda e alle possibilità di onorare puntualmente i debiti contratti.

    Nel decreto, infatti, non sono previste clausole che disapplichino la responsabilità di amministratori e degli istituti di credito per il ricorso abusivo al credito.

    Ancora una volta, quindi, sarà opportuna un’attenta pianificazione finanziaria che dimostri la sostenibilità dei debiti e che venga costantemente monitorata e aggiornata sulla base dei dati via via consolidati e di eventuali cambiamenti di scenari. Attività, questa, particolarmente complessa stante la difficoltà, allo stato attuale, di effettuare previsioni a medio lungo termine. Sarà quindi consigliabile effettuare analisi “what if” che identifichino “best case” e “worse case” ancorate su ipotesi particolarmente caute e ragionevoli, valutando i risultati con scetticismo professionale.

    Per scongiurare addebiti ex post, gli amministratori potrebbero anche ricorrere all’attestazione di un esperto esterno che certifichi lo stato di salute aziendale in un momento immediatamente precedente lo scoppio della crisi sanitaria.

    In effetti, sono state inserite clausole che tendono a sottrarre le imprese agli obblighi di ricapitalizzazione in caso di perdite e di valutazione della continuità aziendale nonché di agevolazione dei soci a sostenere finanziariamente le imprese disattivando le ipotesi di postergazione.

    Tale impianto normativo presenta, tuttavia, un orizzonte temporale particolarmente breve essendo limitato al 2020. Pertanto, a meno che si ipotizzino risultati eclatanti nel 2021 in grado di recuperare le perdite generate dalla pandemia, i problemi emergeranno in fase di approvazione dei bilanci dei prossimi anni.

    Un altro aspetto di non poco conto è rappresentato dalla conversione del debito da chirografo a privilegiato in caso di attivazione della garanzia. Situazione questa che renderebbe più difficoltosa l’eventuale ristrutturazione futura del debito o l’accesso a strumenti di risoluzione della crisi. Anche sotto questo aspetto è, quindi, importante verificare a priori la sostenibilità del debito.

    Abbiamo visto come tutto l’impianto di sostegno si basi sulla concessione di garanzie per facilitare l’erogazione di prestiti bancari. Considerando che, ad oggi, non sono previsti interventi per prorogare i termini di scadenza delle imposte di giugno, ma solo tutele per la rivisitazione del calcolo degli acconti con il metodo previsionale – acconti peraltro che, stante la situazione attuale, sarebbe auspicabile azzerare – i prestiti hanno il sapore amaro di essere finalizzati, almeno in parte, al pagamento delle stesse.

  • US could follow the EU into negative interest rate territory

    President Donald Trump is calling for zero or negative rates in the US, in line with EU and Japanese monetary policy. That policy shift is the combination of economic reality and electoral calculation.

    In 2016 Trump accused the US Federal Reserve of getting savers “absolutely creamed” with an ultra-low rate policy but three years following his election he has become a major advocate for cheap liquidity. In September he explicitly asked the US Fed to slash rates to zero or even into negative territory.

    “Go across the world and you’ll see either very low-interest rates, or negative rates. The President wants to be competitive with these other countries on this, but I don’t think he’ll fire Jay Powell (even if I should!),” Trump Tweeted.

    But US growth has come to a halt.

    The economy slowed further in the third quarter, as consumer spending is declining. Retail accounts for two-thirds of the US economy and it is losing ground as tariffs to Chinese and European products are taking their toll.

    On Wednesday the Commerce Department will provide a GDP snapshot, which is not likely to confirm a decelerating momentum towards recession. The effect of the $1.5 trillion tax cut package is wearing off and second-quarter growth was 1,6%, compared to 2% in the first quarter. Third-quarter is likely to show further decline.

    The economy is hamstrung largely because of the Sino-American trade war, ending an 11-year continuous growth streak. Inflation is projected to be below the 2% target, closer to 1,7%, despite rising prices on a range of products. In fact, the declining trade deficit shows subdued consumption, which in the US heralds bad news for the economy.

    While unemployment is at a 50-year low, consumer confidence is falling and business investment has contracted to three-year lows, including in the oil sector. The disaster of the 737 Max is also taking weighing heavily on manufacturing. Industries were building a stock in anticipation of increased Chinese tariffs but this positive effect on the GDP is now wearing off.

    As the US enters an election year Trump is eager to maintain growth and avoid the kind of economic slowdown the economy experienced in 2008/9. Now, a growing number of economists are looking for a domestic jolt to the economy, espousing bold expansionary monetary policy, including the conservative Fed Chair Alan Greenspan.

    Negative rates penalize financial institutions for saving money rather than lending to the real economy. However, they also penalize private savings, fixed-income funds – mostly pension scheme – and thus can have a detrimental political effect in mature and ageing societies. In addition, cheap liquidity in full employment conditions can inflate housing prices, leading to further inequality as homeownership becomes more expensive.

     

  • Contanti, da sinonimo di ricchezza a sintomo di evasione

    La moneta svolge fondamentalmente tre funzioni:

    • Unità di conto, ossia consente di misurare il valore di un bene o di un servizio;
    • Mezzo di scambio, in questo senso è lo strumento attraverso il quale si scambiano beni e servizi;
    • Riserva di valore, è cioè lo strumento che consente di accumulare riserve nel tempo per il mantenimento della capacità di acquistare beni o servizi.

    Al venir meno anche di una sola di queste funzioni di base, viene a cadere il concetto di moneta.

    In questo contesto si inserisce la stretta sull’uso dei contanti che da tempo è stata introdotta nel nostro Paese.

    Tutto ruota intorno all’imponente fenomeno dell’evasione e alle attività di contrasto del riciclo dei proventi delle attività illecite e di contrasto al terrorismo.

    Sui presupposti non si discute, ma occorre evitare di passare ad una pericolosa stagione di demonizzazione dell’uso del contante con importanti negative conseguenze, almeno a parere di chi scrive.

    Consideriamo, in primis, che oltre certi limiti, limitare l’uso della moneta metterebbe in discussione la moneta stessa che, in prospettiva, potrebbe perdere il suo valore a favore dell’uso e della diffusione di criptovalute. Fenomeno questo che comporterebbe elevati rischi per la mancanza di adeguati controlli, allo stato attuale, su queste monete virtuali.

    Ancora, limitare la circolazione della moneta, potrebbe portare ad una contrazione dei consumi. Valutate che, a tutt’oggi, l’italiano medio è avulso all’uso di carte di credito o di debito, che comunque hanno un costo sia per il possessore che per l’esercente, molti pensionati incassano ancora i denari sul conto delle poste e si recano in processione allo sportello il primo giorno del mese per prelevare.

    L’intervento del legislatore per contrastare l’uso del contante si sviluppa su molteplici fronti: sappiamo che non possiamo comprare un bene per un corrispettivo superiore a 3.000 euro regolandolo in denaro contante, gli istituti di credito hanno l’obbligo di segnalare i prelievi di contanti superiori a 10.000 euro al mese e a 1.000 euro al giorno, così come hanno l’obbligo di segnalare le operazioni superiori ai 10.000 euro (il limite è stato recentemente ridotto dai precedenti 15.000 euro).

    Se tutto ciò non avesse un sufficiente effetto deterrente, si aggiunga che i flussi mensili dei nostri movimenti bancari vengono inviati agli Uffici finanziari che li potranno utilizzare per elaborare liste selettive di contribuenti ritenuti a maggior rischio di evasione.

    Collateralmente a questa consolidata situazione, si susseguono oggi svariate ipotesi di interventi per disincentivare ulteriormente l’uso dei contanti: si va da possibili tassazioni sui prelievi di contanti effettuati nel mese oltre una certa soglia (la proposta è di 1.500 euro), a meccanismi di cash back per i pagamenti effettuati con carte, fino a aumenti selettivi dell’iva solo nel caso di pagamenti in contanti.

    La tassazione dei prelievi credo che sia veramente pericolosa, facendo perdere ulteriore fiducia nel sistema bancario già ampiamente compromessa, nonché fuori luogo: sarebbe una tassa aggiuntiva su denari già tassati, con il rischio di agevolare la circolazione della moneta cartacea anziché i depositi in banca e quindi di innescare un processo esattamente inverso a quello che si vorrebbe ostacolare.

    I meccanismi di cash back potrebbero essere efficaci, purché di una certa entità e con un semplice meccanismo di attuazione. A quest’ultimo proposito riterrei più idoneo il ristorno diretto sul conto carta piuttosto che il recupero sotto forma di credito di imposta in dichiarazione dei redditi.

    Farraginoso e fuori luogo sarebbe infine l’aumento selettivo dell’iva legato al tipo di pagamento: in primis incentiverebbe le transazioni “in nero”, penalizzerebbe gli onesti nostalgici dell’uso del contante e inserirebbe l’ennesima complicazione in un sistema tributario che tutto avrebbe bisogno fuorché questo.

    Ricordiamoci, inoltre, che le ipotesi al vaglio si innestano in un mastodontico meccanismo di comunicazioni automatiche di dati, di fatturazione elettronica e di sofisticati software di controllo che costantemente, a dispetto della nostra privacy, monitorano le nostre abitudini, i nostri consumi, i nostri risparmi con una logica diffusa e liceizzata improntata al reality “grande fratello”.

    Per quanto il fenomeno dell’evasione in Italia abbia ancora livelli enormi, il Governo parla di oltre 100 miliari di euro l’anno, ma potrebbero essere anche di più (secondo uno studio di The Tax Research LLP siamo i primi in Europa con 190 miliardi di euro di mancanti introiti, seguiti, comunque da Germania e Francia con rispettivamente 125 e 119 miliari di euro), risulta riduttivo, a mio parere, condurre tutto al mancato uso della moneta elettronica.

    La questione è molto più complessa e dovrebbe partire con una maggiore educazione civica delle nuove generazioni al rispetto della “cosa pubblica” e del nostro Paese. Il sistema fiscale, parallelamente, dovrebbe essere completamente rivisto, semplificato, reso più certo e equo. Una maggiore armonizzazione tra i Paesi dell’Unione sarebbe altrettanto necessaria per consentire una vera lotta all’evasione e al terrorismo, fenomeni potenzialmente collegati in quanto il primo potrebbe essere una fonte di finanziamento del secondo. Si dovrebbe garantire, infine, maggior tutela, rispetto e dignità ai contribuenti attraverso una più puntuale applicazione delle Statuto del Contribuente che ormai è costantemente calpestato per aperte ragioni di gettito, nonché evitare l’odiosa inversione dell’onere della prova che spesso porta all’assurdo che il contribuente sia un evasore, salvo prova contraria.

  • L’isolazionismo strategico italiano e la posizione conservativa internazionale

    Non passa giorno che la classe politica italiana non offra una conferma del proprio scollamento dalla realtà tanto nazionale quanto internazionale.

    Confindustria, che crede ancora di essere l’espressione della massima intelligenza imprenditoriale italiana, propone di tassare i prelievi bancomat sopra i 1500 euro con un 2% come azione a contrasto della evasione fiscale. Il governo, nella propria miopia assoluta (in questo assolutamente in linea con le professionalità proposte dai governi Renzi, Gentiloni e Conte1), invece di valutare gli effetti non solo politici ma soprattutto  economici delle tensioni internazionali  come fattori scatenanti  di una probabile recessione o quantomeno di  una frenata importante della crescita  economia internazionale dichiara in modo imbarazzante l’avvio di una nuova politica di investimenti. Questi, secondo le intenzioni dei nuovi responsabili dei dicasteri economici, si articolerebbero in strutturali per la crescita ed infrastrutturali come fattori di competitività, uniti parallelamente ad una progressiva riduzione del carico fiscale a partire dai redditi più bassi. Non escludendo, ovviamente, una riduzione del cuneo fiscale: tutte queste buone intenzioni si traducono in spesa pubblica aggiuntiva la cui copertura non può che essere richiesta al mercato attraverso la nuova emissione di titoli del debito pubblico aggiuntivi.

    L’ assoluta convinzione di non dovere mai rendere conto delle promesse rende tali dichiarazioni addirittura insultanti in considerazione del contesto internazionale in rapida e sempre più incerta evoluzione. Recentemente, infatti, è stata pubblicata dal Wall Street Journal un’analisi relativa alle scelte strategiche che i titolari di grandi capitali hanno cominciato ad attuare per acquisire una posizione conservativa e porre così le basi per ovviare ad una possibile fase di recessione scaturita dalle sempre maggiori tensioni internazionali ma anche dagli sterili traguardi delle  politiche monetarie poste in atto tanto dalla Bce che dalla Fed.

    Sostanzialmente vengono indicati tre passaggi fondamentali per raggiungere, appunto, una posizione conservativa  che si pone l’obiettivo di mantenere le posizioni. Innanzitutto viene indicato come primario  l’abbandono delle obbligazioni a breve, la cui  curva dei rendimenti si sta abbassando ed è indicatrice di una possibile se non recessione quantomeno di frenata della crescita economica. Contemporaneamente si rileva e si invita ad una diminuzione della propensione ad investimenti short, espressione caratterizzante di azioni speculative in ambito borsistico, contemporaneamente ad una azione finalizzata a ripianare tutti i debiti. L’ultima opzione indicata, però, risulta essere sicuramente la più importante per evitare posizioni pericolose in relazione ai propri investimenti e capitali: viene infatti suggerito di investire in valuta, cioè accumulare contanti, quindi restare liquidi.

    In altre parole, esattamente come per l’oro o l’argento all’interno di una possibile crisi finanziaria le cui evoluzioni risultano incerte quanto difficili da calcolare, l’investimento in valuta, quindi in contante, rappresenta un bene rifugio, probabilmente espresso in dollari o in franchi svizzeri.

    Si può dire quindi che la strategia proposta per la difesa dei grandi capitali dimostra ancora una volta come esista una forte scissione tra l’economia reale, della quale le valute o contanti ne rappresentano un aspetto, rispetto all’economia finanziaria dei titoli che possono essere soggetti a variazioni e tracolli nominali e valoriali  disastrosi.

    Questo comportamento, assolutamente condivisibile, impatterà ovviamente con effetti ulteriormente regressivi per l”economia finanziaria e globale. Conseguenze che si riverbereranno anche per il mercato dei titoli del debito sovrano, che rappresentano l’unica forma di finanziamento della spesa pubblica come dei faraonici progetti del nuovo governo oltre alla asfissiante pressione fiscale.

    La liquidità, quindi, diventa una espressione di posizioni conservative quando nel nostro Paese esiste una volontà di sottoporli ad una tassazione aggiuntiva la cui volontà dimostra, ancora una volta, lo scollamento abissale tra la classe dirigente politica italiana, compresa Confindustria, e la realtà economico finanziaria internazionale.

    Mai come ora la classe dirigente italiana è espressione di una mediocrità imbarazzante, incapace persino di analizzare e successivamente valutare i comportamenti degli operatori del mondo economico e magari trarne degli spunti per esempio per migliorare l’indice di attrattività del nostro Paese in relazione agli investitori internazionali.

  • Gli italiani ricchi migliorano la loro posizione, per i poveri situazione invariata

    Cresce il divario tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione. E’ quanto si legge sulle ultime statistiche pubblicate su Eurostat riferite al 2018, da cui emerge che il 10% degli italiani con i redditi più alti può contare su oltre un quarto dei redditi totali (il 25,1%), il livello più alto dal 2008 (quando i redditi dei più ricchi erano il 23,8% del totale). Il 10% con i redditi più bassi ha invece il 2% del totale, percentuale invariata rispetto al 2017, ma inferiore al 2,6% del 2008.

    Per i più benestanti, la crescita dal 2017 al 2018 è stata di 0,7 punti. Per i poveri la percentuale resta invariata rispetto al 2017, ma molto inferiore al 2,6% del 2008. Il 20% della popolazione con i redditi più bassi può contare solo sul 6,6% del reddito complessivo, meno di quello che entra nelle case del 2% con i redditi più alti(8,3% del totale).

    Il divario tra ricchi e poveri è meno ampio in Unione Europea rispetto a quello dell’Italia. La media UE(riferita all’anno 2017), infatti, è del 23,9% per il decile più ricco e il 2,8% per il decile più povero. Tra i dati disponibili per il 2018 l’Italia è il Paese dopo la Romania con la quota più bassa di reddito che entra nelle case del decile più povero. Nel 2018 le persone a rischio povertà sono diminuite di un milione rispetto al 2017, ma sono ancora 16,4 milioni, il livello più basso dopo il 2011. Secondo i dati Eurostat sempre relativi al 2018, il 12,3% dei lavoratori tra i 18 e i 64 anni è a rischio povertà.

  • I soldi del Qatar ai centri islamici in Italia e in Europa

    Il settimanale TEMPI, nel suo numero del 3 aprile scorso, annuncia che in Francia esce Qatar Papers con la presentazione di 45 progetti finanziati con 22 milioni di euro dall’emirato islamico in Italia. Nel 2014, inoltre, il Qatar – annuncia la pubblicazione francese – ha finanziato con 71 milioni di euro 113 moschee e centri islamici in tutta Europa, di cui l’Italia è la maggiore beneficiaria con il sovvenzionamento dei 45 progetti sopra indicati. Gli autori dei Papers sono due giornalisti francesi che hanno avuto accesso a migliaia di documenti interni della “Qatar Charity”, la fondazione controllata dall’emiro del Qatar. TEMPI cita inoltre l’esperto internazionale di terrorismo, Lorenzo Vidino, che su La Stampa scrive che “analizzare cosa fa il Qatar è fondamentale perché l’emirato, pur non essendo l’unico del Golfo Arabo a farlo, negli ultimi anni è diventato il principale finanziatore di moschee e centri islamici in Europa, perlopiù istituzioni legate ai Fratelli Musulmani”, che sono una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all’Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ a Ismailia, poco più d’un decennio dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Sono stati dichiarati fuorilegge, in quanto considerati un’organizzazione terroristica, da parte dei governi dei seguenti paesi: Bahrain, Egitto, Russia, Siria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Tagikistan e Uzbekistan. Godono invece di cospicui finanziamenti e protezione più o meno esplicita da parte dei governi di Turchia e Qatar.

    Dove sono finiti in Italia tutti questi soldi arabi? Soprattutto al Nord (Saronno, Piacenza, Brescia, Alessandria), anche se la Regione dove il Qatar ha finanziato più progetti è la Sicilia (ben 11). Vidino riferisce che i beneficiari sono in larga misura organizzazioni legate all’Ucoi (Unione delle comunità islamiche d’Italia). Tra i documenti originali pubblicati nel libro, però, si trova anche una lettera di raccomandazione del 27 gennaio 2015 e firmata da Yussuf al Qaradawi, in cui lo sceicco elogia il Coordinamento delle Associazioni islamiche di Milano, Monza e Brianza (Caim) ed esorta i destinatari a donare generosamente ai suoi rappresentanti Yassine Baradei e Davide Piccardo, noti esponenti dell’islam lombardo, per sostenere il loro progetto di costruire “un nuovo grande centro islamico a Milano, con una moschea e vari centri educativi, un progetto che ha bisogna di sostegno”.

    Al Qaradawi – scrive TEMPI – non è un religioso islamico qualunque. Egiziano di nascita, voce onnipresente sull’emittente del Qatar Al Jazeera, è il leader spirituale dei Fratelli Musulmani e si è distinto per le sue posizioni altamente controverse. Approva la pena di morte per gli apostati che abbandonano l’islam, ha elogiato Hitler ed esaltato l’uccisione degli israeliani da parte dei palestinesi, è convinto che i musulmani conquisteranno Roma e l’Europa attraverso il proselitismo.

    Queste identiche idee estremiste, anticamera del terrorismo islamico, vengono insegnate in molti centri islamici in tutta Europa e – continua Vidino – “vengono regolarmente promosse dai network legati ai Fratelli Musulmani e amplificate attraverso i massicci finanziamenti del Qatar”. Ecco perché – secondo l’esperto di terrorismo – bisogna cominciare a riflettere se approvare una legge che vieti “ogni finanziamento estero” delle moschee, soprattutto se proveniente dal Qatar. “Visto il flusso di fondi del Qatar diretto nella nostra penisola, sarebbe opportuno che anche la nostra classe politica affrontasse la questione”.

    Già, la nostra classe politica! Nel mese d’ottobre dell’anno scorso il nostro ministro degli Interni e vice presidente del Consiglio si è recato nel Qatar per firmare alcuni importanti accordi di collaborazione tra l’Italia e l’emirato del golfo Persico. Da un punto di vista economico, le cose stanno andando molto bene tra noi e il Qatar. Come ricorda La Verità, i dati sull’interscambio commerciale sono molto interessanti e il volume d’affari ha raggiunto 2,35 miliardi di euro nel 2017, “con un aumento dell’ 8,7% rispetto all’anno precedente e che nuove partnership tra aziende italiane e realtà qatariote si sono sviluppate in vista della Coppa del mondo del 2022”. Non va dimenticato il ruolo fondamentale del settore della Difesa: nel 2016, il Qatar ha firmato un accordo con Fincantieri per la consegna di sette unità navali per un costo complessivo di cinque miliardi di euro. E anche i nostri produttori agricoli hanno registrato un aumento dell’export, con un volume di esportazioni quadruplicato negli ultimi 10 anni e certificato dall’ultimo accordo siglato da Coldiretti con l’emirato per la distribuzione dei prodotti italiani.

    Su che cosa dovrebbe riflettere la classe politica italiana? Sugli affari o sui finanziamenti del Qatar agli islamisti italiani? Voi lettori che risposta date? Io l’ho già data, dentro di me, e sono certo che non coincide con quella della classe politica. Di fronte al proselitismo dei musulmani in Italia,  finanziato in abbondanza dal Qatar, nessuno muoverà un dito. Non potendo contare sulle riflessioni dei politici,  prego solo che sia S. Pietro a non permettere l’invasione della sua basilica!

  • Missing in action

    Il clima di incertezza internazionale ha determinato un forte rallentamento della crescita economica e paradossalmente risulta ancora una volta (esattamente come nel 2008 nel caso della crisi finanziaria Made in Usa dei “subprime”) successivo ad un periodo di politica monetaria fortemente espansiva negli Stati Uniti  operata dalla Fed per sostenere la crescita dell’economia americana.

    Così in Europa il rallentamento, e per fortuna ancora non la crisi conclamata, emerge alla fine del  quantitative easing che ha rappresentato, assieme ai Tltro, un sostegno alla ripresa economica europea da parte della Bce.

    Quindi la crisi mondiale finanziaria Usa, se non causata, quantomeno viene favorita dall’eccesso di liquidità immessa dalla Fed come strumento di sostegno e di sviluppo per l’economia statunitense, all’interno di un mercato globale contraddistinto da una maggiore incertezza legata soprattutto alla politica di forte contrapposizione tra gli Stati Uniti e la Cina e nella definizione delle politiche commerciali presenta forti similitudini con il rallentamento della crescita.

    La storia economica, in altre parole, dimostra ancora una volta, inequivocabilmente, che le sole politiche monetarie utilizzate come strumento di sviluppo se non opportunamente finalizzate alla ripresa del settore manifatturiero e industriale rappresentano semplicemente un veicolo per creare le perfette condizioni per  una crisi economica scaturita sia da problematiche proprie interne che da contesti internazionali come la contrapposizione tra i due colossi Stati Uniti e Cina.

    Il clima di incertezza complessivo, quindi, contribuisce a creare le condizioni di un rallentamento della crescita nel mercato globale ed interconnesso. Per quanto riguarda il nostro paese, invece, l’Italia è tra gli unici cinque (5) paesi del mondo in recessione economica assieme alla Corea del Nord, alla Guinea Equatoriale, Porto Rico e Venezuela. Questa triste e indegna situazione economica dimostra l’assoluta incapacità gestionale operativa e strategica di chi ha gestito le politiche economiche nel nostro paese a partire dal 1992 in poi, l’anno del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti degli italiani operato dal governo Amato nella notte tra il 9 e 10 di luglio: nel caso qualche mente infantile ancora pensasse ad un  ritorno alla lira per risollevare le condizioni della nostra economia.

    In questo contesto avvilente si rileva a puro titolo di cronaca come tre termini economici (che hanno riempito le cronache economiche degli ultimi anni) risultino assolutamente spariti dal lessico odierno di economisti, politici, accademici e media da quando la crisi sta manifestando i propri effetti particolari per l’economia italiana.

    Negli ultimi cinque anni infatti buona parte del dibattito che ha investito le migliori “intelligenze nazionali ed internazionali” troppo spesso risultava concentrato su tematiche di sviluppo economico che indicavano nel  valore di volano dei servizi, ed in questi individuati soprattutto dalla sharing/app/gig Economy. Queste tre definizioni di Economia ora risultano letteralmente “missing in Action“!

    Ancora oggi non si riesce a comprendere come i servizi individuati come fattore fondamentale di sviluppo invece verranno spazzati via nel giro di pochi anni da un semplice algoritmo. Potranno sopravvivere, invece, solo ed esclusivamente se legati ad un forte settore manifatturiero all’interno del quale contribuiranno ad aumentare il valore aggiunto del prodotto. Viceversa l’intero mondo economico nazionale e internazionale ha sempre individuato in queste tre tipologie di “economia” la via maestra per lo sviluppo. Queste invece risultano assolutamente ridicole sotto il profilo del loro peso economico ma soprattutto, e ripeto soprattutto, per la “ricaduta occupazionale risibile”, il parametro di riferimento fondamentale nella valutazione di un qualsiasi politica di sviluppo economico .

    A queste ridicole visioni si aggiungono, poi, la sopravvalutazione degli effetti delle politiche di deregolamentazione dei servizi stessi (https://www.ilpattosociale.it/2019/03/07/perche-non-si-cresce/).

    Il fatto ora che il nostro Paese risulti nel terribile gruppo delle uniche cinque nazioni del mondo in recessione economica dimostra inequivocabilmente il fallimento clamoroso della nostra classe politica, dirigente ed accademica dimostratasi ancora una volta assolutamente autoreferenziale ed incapace nell’elaborazione di una strategia economica del medio come del lungo termine. Una inadeguatezza che condanna il nostro paese ad un inesorabile declino culturale di cui quello economico ne risulta semplicemente un effetto.

  • The Gold Remonetization

    La decisione della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (BRI), che stabilisce come dal 29 marzo 2019 i depositi aurei custoditi nei Caveau verranno inseriti come asset nei bilanci degli Istituti bancari  e quindi si trasformeranno in valuta (ecco il temine Gold Remonetization), rappresenta una decisione storica in perfetta antitesi con quanto stabilito dal 15 agosto 1971 dal Presidente Nixon.

    La fine della convertibilità del Dollaro in oro ha rappresentato la nascita di macro aree economiche e monetarie inserendo nelle politiche di sviluppo economico anche gli  effetti delle politiche monetarie tanto care ora ai “Sovranisti”, nostalgici di un ritorno ad una valuta debole che offra nuove opportunità al nostro sistema economico export oriented, definita svalutazione competitiva e comunque mai con effetti nel medio e lungo termine.

    Tuttavia questa storica decisione della BRI rappresenta, valutandola nel conteso economico europeo, una sostanziale conferma ed evidente manifestazione delle preoccupazioni degli organi finanziari internazionali relativi  alla tenuta del sistema bancario stesso nel prossimo ciclo economico caratterizzato da una assoluta incertezza. In buona sostanza, a livello strategico e strutturale successivamente alla riduzione anche attraverso la cessione di asset di Npl, e non toccando il problema dei derivati, la questione centrale e le problematiche conseguenti spostano la propria attenzione verso la quantità di titoli debito sovrano che tutti gli istituti bancari presentano all’interno dei propri bilanci.

    In altre parole, a porre il sistema finanziario in difficoltà è l’effetto complessivo di politiche dei diversi governi che hanno determinato l’esplosione del debito pubblico, NON per realizzare asset infrastrutturali che aumentassero la competitività del sistema imprese (p.e. reddito di cittadinanza e quota cento solo per citare gli due ultimi esempi) ma per  finanziare a debito i diversi capitoli della spesa corrente.

    In un periodo economico che si distingue per la decisa incertezza economica e politica alla quale contribuiscono tanto i governi nazionali quanto la stessa Unione europea gli stessi titolo del debito sovrano subiscono una metamorfosi da titoli a basso rendimento ma sicuri in quanto espressione di sistemi economico-politici nazionali ad asset talmente imponenti (nelle loro espressioni finanziarie complessive) fino ad assumere i connotati  simili a quelli una volta attribuiti ai sub- prime statunitensi, tali cioè da mettere a rischio la stessa  sostenibilità del sistema bancario.

    Questa scelta, quindi, della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea  di utilizzare le riserve auree  e la conseguente monetizzazione ed inserimento come asset positivo contemporaneamente  al varo di nuove politiche monetarie espansive ed anti-cicliche legate all’emissione del Tltro rappresenta il livello di  preoccupazione dei principali organi ed autorità internazionali  nei confronti di un sistema bancario il quale presenta asset imponenti di titoli del debito sovrano.

    Il corto circuito economico-finanziario da evitare nelle intenzioni di queste politiche (Tltro e Gold Remonetization) in pratica in un periodo di forte incertezza economica è causato dalla impossibilità per un sistema bancario squilibrato di sostenere politiche espansive dei diversi governi nazionali, troppo spesso  legati alla semplice emissione di nuovo debito pubblico a sostegno dell’aumento della spesa corrente.

    Uno scenario che dovrebbe preoccupare il nostro governo in carica quanto l’opposizione i quali  invece, in considerazione delle tematiche giornalmente oggetto di scontro politico, dimostrano come l’irresponsabilità di entrambi rappresenti il Dna distintivo di questa classe politica italiana.

  • La Scientology economica

    Al di là dell’odioso ed inutile palleggio relativamente alla responsabilità tra maggioranza ed opposizione relativamente a chi imputare la responsabilità di avere riportato definitivamente in recessione il nostro sistema economico italiano emerge  evidente appunto come il nostro paese sia realmente rientrato in un tunnel la cui luce alla fine la  vide solo il Prof. Monti, un tunnel esattamente simile a quello del novembre 2011.

    Uno scenario economico finanziario ampiamente previsto (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/12/novembre-2011-2018/) quanto prima ignorato, ma successivamente addirittura negato, dal governo in carica quanto la necessità di una manovra correttiva.

    La seconda, ora (MA SOLO ORA), cioè la manovra correttiva, viene prospettata come possibile se non probabile eventualità confermando lo spessore risibile delle professionalità economiche impegnate alla guida del Paese.  A fronte di una tale incapacità di considerare la nostra economia inserita all’interno di uno scenario economico internazionale, questo comportamento risulta tipico di una prova di fedeltà, come di affiliazione, ad una setta religiosa/economica (tipo Scientology) più che ad una condivisione di conoscenze, professionalità e competenze in un quadro economico sempre  in forte deterioramento.

    L’ultimo dato allarmante ci riporta al 2009, nel pieno della crisi finanziaria statunitense: la diminuzione del fatturato industriale del -7,3% del dicembre 2018 infatti riporta a quel terribile periodo.

    Le analogie del resto non finiscono qui. La stessa Bce sta ipotizzando una seconda emissione di Tltro (targeted longer-term refinancing operations) per fornire liquidità ai diversi sistemi bancari nazionali che li dovrebbero immettere nel mercato del credito alle imprese e di conseguenza finanziare se non una ripresa economica quantomeno arrestare la decrescita.

    Quindi la Bce, partendo dalla considerazione che il pericolo stagnazione e recessione europea vada assolutamente contrastato (il nuovo presidente della Consob Savona ancora ad ottobre 2018 parlava di una crescita del 2% per il 2019  e del 3 per il 2020!!!), sta considerando l’avvio di una seconda politica monetaria espansiva al fine di fornire concreti strumenti economici alla ripresa o, per lo meno, al contenimento della stagnazione/recessione.

    Quindi l’intenzione anti-ciclica della direzione della Bce dimostra la preoccupazione per un andamento della economia mondiale ed europea nelle cui dinamiche ogni sistema economico, espressione di Nazioni sovraniste o meno, cerca di intervenire per favorire comunque la crescita. Solo il governo italiano, fedele alla dichiarazione di fedeltà alla nuova “Scientology governativa”, continua cieco e sordo ad ogni input esterno nel tentativo di  raggiungere i falsi traguardi venduti come possibili in campagna elettorale.

    Tornando per fortuna alla Bce non è da escludere come successivamente alla scelta di una politica monetaria espansiva con l’utilizzo dei Tltro segua un nuovo Quantitave Easing che, come il precedente, permetterà di sospendere da ogni responsabilità nella creazione di nuovo debito pubblico i paesi europei ed in particolare l’Italia.

    Una irresponsabilità che vedrà accomunati i precedenti governi Renzi e Gentiloni (che hanno creato nuovo debito pubblico spacciando la timida ripresa economica come frutto di tali nuove risorse finanziarie mentre era semplicemente estero-vestita) al governo attuale il quale in più, con la propria sordità ad ogni elemento che giunga dal contesto internazionale, persegue i propri obiettivi elettorale dimostrandosi fedele e sordo come solo un adepto ad una religione pagana dimostra di essere.

  • L’Arabia Saudita chiude i rubinetti di petrolio e i prezzi volano alle stelle

    Dopo una serie di sedute in calo torna a salire il prezzo del petrolio. A pesare la decisione dell’Arabia Saudita di ridurre le vendite e la possibilità discussa dai Paesi Opec/non Opec di procedere a un nuovo taglio alla produzione per sostenere i prezzi dell’oro nero, che nel mese di ottobre ha segnato un calo del 20% circa.

    Secondo quanto deciso dal ministro dell’Energia Khalid al-Falih, l’Arabia Saudita, leader ufficioso dell’Opec,  prevede di ridurre la fornitura di petrolio ai mercati mondiali di 500.000 barili al giorno a partire da dicembre. Il taglio rappresenta una riduzione della fornitura globale di petrolio di circa 0,5 per cento.

    Immediata la reazione del mercato: nella mattinata del 12 novembre i contratti sul greggio Wti con scadenza a dicembre hanno guadagnato 92 centesimi a 61,11 dollari al barile. Il Brent ha guadagnato 1,45 dollari a 71,63 dollari al barile.

    La mossa dell’Arabia Saudita potrebbe essere seguita presto dall’Iraq, secondo più grande produttore di OPEC. Un funzionario del Kuwait, altro paese membro dell’Opec, ha inoltre affermato che i maggiori esportatori di petrolio nel fine settimana hanno “discusso una proposta per una sorta di riduzione della fornitura il prossimo anno”, sebbene il funzionario non abbia fornito alcun dettaglio.

    Intanto, Peter Kiernan, analista presso l’Economist Intelligence Unit di Singapore, ha spiegato che la riunione dello scorso fine settimana si è “focalizzata sulla necessità di mitigare i rischi al ribasso dei prezzi” dopo il calo dello scorso mese causato da un’impennata dell’offerta, in particolare dai primi tre produttori, gli Stati Uniti , Russia e Arabia Saudita.

    Fonte: Wall Street Italia

     

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