Stato

  • Che cos’è l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran

    Tra le varie crisi violente attualmente in corso nel mondo voglio mettere la lente di ingrandimento su uno di loro: l’Iran.

    Voglio innanzitutto premettere che ho sempre guardato con disgusto quelle realtà ove chierici di ogni religione o ideologia pretendono di guidare secolarmente la società imponendo a tutti i loro credi e decidendo cosa è giusto e cosa sbagliato. Gli ayatollah iraniani mi ripugnano come gli altri, né più né meno. Più precisamente, li sento pericolosi esattamente come tutti gli invasati, politici o religiosi in buona o cattiva fede che siano, perché non tollerano che possano esistere altre “verità” e usano tutti i mezzi per imporre la loro volontà e mantenere il potere su tutto e su tutti. Fatta questa premessa doverosa, andiamo a guardare cos’è oggi l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran.

    Nonostante la stragrande maggioranza della popolazione si consideri islamica sciita (circa 90%), sono riconosciute nella locale Costituzione altre religioni quali la cristiana (0,2-0,7), l’ebrea (0,01), la islamico-sunnita (7%), lo zoroastrismo (0,1). I cristiani hanno diritto a tre seggi nel locale parlamento (2 per gli armeni e 1 per gli assiri/caldei) e gli zoroastriani e gli ebrei un seggio ciascuno. Non risultano persecuzioni di carattere religioso e, nonostante la fortissima campagna del Governo contro Israele, gli ebrei locali sono comunemente accettati e possono tranquillamente frequentare le loro sinagoghe e condurre una vita regolarmente integrata nella società. I sunniti non hanno seggi assegnati poiché possono regolarmente essere eletti come gli sciiti in quanto islamici. Uno dei principali medici di Khomeini fu ebreo. Nel paese esiste da sempre una forte corruzione in costante crescita, proporzionale alla crisi economica e all’inflazione in gran parte dovute alle sanzioni e alla cattiva amministrazione. La maggior parte del potere economico è entrato via via sotto il controllo dei Pasdaran (le Guardia Rivoluzionarie) anche se c’è anche una fortissima componente privata. Le aziende indipendenti godono di una relativa libertà d’azione, purché questa non disturbi le volontà del Governo e delle Guardie. Molti iraniani devono le loro entrate direttamente o indirettamente allo Stato e ciò garantisce un certo consenso di base. Anche le numerose Organizzazioni Benefiche sono legate al clero locale e ciò costituisce un’altra forma di controllo sulla società. Tuttavia, il discredito di cui gli Ayatollah e i loro accoliti è molto esteso perché a loro si fa giustamente risalire la responsabilità della corruzione, del malgoverno e delle restrizioni alle libertà individuali. Anche se le donne iraniane non godono delle stesse libertà di cui godono in occidente, a differenza di ciò che succede in Afghanistan o perfino in Arabia Saudita, non si può sottovalutare il fatto che si sono avute donne ministro e che alle università sono iscritte più femmine che maschi. Il livello medio d’istruzione è molto più alto che in ogni altro Stato medio-orientale (salvo Israele) e nelle strade, nella musica, nella letteratura e nelle conversazioni private si sente il respiro di una cultura millenaria ben precedente all’arrivo dell’islamismo. Il malcontento è abbastanza diffuso ma, come spesso succede ovunque, è più forte nelle città che nelle campagne. Ciò che ha spinto e spinge ancora i manifestanti nelle strade è più la crisi economica della volontà di un cambiamento di regime, anche se coloro che auspicherebbero la fine del dominio degli Ayatollah sono sempre più numerosi. Quando mi trovai in Iran durante i pochi anni del funzionamento dello JCPOA notai la grande soddisfazione della gente comune nell’intravedere un nuovo legame di collaborazione con i Paesi Europei e con gli Stati Uniti e, soprattutto i giovani, erano finalmente contenti e orgogliosi di potersi confrontare alla pari con qualche cultura diversa. Mentre guardano con una certa simpatia verso l’Occidente, non dimenticano però un loro forte sentimento patriottico unitario nonostante la presenza nel Paese di varie nazionalità. Queste differenze etniche che altrove potrebbero essere oggetto di rivendicazioni separatiste hanno poco risalto in Iran ove la maggior parte di loro, pur nelle differenze si sente “iraniana”. Tale aspetto non può essere sottovalutato poiché, in caso di un attacco straniero dall’esterno, è molto probabile che anche le minoranze si ricompattino con lo Stato centrale contro un possibile “nemico invasore”. A puri fini di statistica, le etnie sono così suddivise: persiani circa il61%, azeri di lingua turca tra il 16 e il 24%, curdi tra il 7 e il 10%, lurs (nelle regioni occidentali) il 7%, arabi 3%, balushi 2%, turkmeni 2%, Qashqai (ex-nomadi turcofoni presenti soprattutto nella regione di Shiraz) e altri 2%.

    Attualmente gli americani stanno cercando di forzare la mano verso un accordo con il regime usando contemporaneamente il bastone e la carota. Il primo consiste nelle minacce di attacco e lo spiegamento conseguente di grandi forze militari nei mari del Golfo, oltre che un appesantimento delle sanzioni. Il secondo è l’apertura (condivisa) alla possibilità di un’intesa diplomatica. Naturalmente tutti speriamo che sia la “carota” a prevalere ma non ci si può nascondere che la strada di un accordo non sia agevole. Agli americani e ai loro sodali non interessano né l’instaurazione di una qualche democrazia, né, di là dalle dichiarazioni ufficiali, la sorte dei manifestanti rimasti uccisi durante i recenti scontri (mai si è alzata una voce forte del Governo americano contro il massacro dei palestinesi di Gaza). Ciò che a Washington e ai suoi sodali interessa è quanto segue: neutralizzazione totale di ogni velleità atomica di Tehran, eliminazione delle riserve missilistiche, fine del sostegno ai “proxi” in tutto il medio-oriente, diminuzione della vicinanza alla Cina e alla Russia e, possibilmente, crollo del regime immediato o futuro. Ciò che gli iraniani vorrebbero è: fine delle sanzioni o almeno una loro riduzione, certezza che Israele (e gli USA) non attacchino più, libertà di scegliersi gli interlocutori internazionali che preferiscono. Il regime sa bene che il popolo iraniano non riuscirà a resistere al crescente aumento dell’inflazione, alle disparità sociali che aumentano, alla disoccupazione, all’inefficienza delle amministrazioni causate soprattutto da sanzioni economiche paralizzanti. È per questo che ha accettato di provare a negoziare.

    Mentre sull’eliminazione delle velleità nucleari esistono buone possibilità di intendersi (d’altra parte l’Iran, a differenza di Israele, ha firmato da tempo l’accordo per la limitazione delle armi nucleari), rinunciare alle proprie difese missilistiche e abbandonare del tutto la battaglia per i diritti dei palestinesi contro le prepotenze israeliane significherebbe, per Tehran, diventare nel futuro un preda molto più facile da parte di chi è oggi percepito come nemico più o meno mortale quali Israele, l’Arabia Saudita e perfino la Turchia. In altre parole, sarebbe perdere ogni reale sovranità per sottostare ai diktat di chiunque voglia ricattarli con la forza militare. Ovviamente, in diplomazia tutte le strade sono sempre aperte e resta sempre possibile trovare una qualche intesa che salvi a tutti la faccia. Ciò che sarebbe invece, da parte degli americani e dei sodali, un gravissimo errore sarebbe davvero attuare le minacce di guerra perché in questo caso il risultato non sarebbe certo quello ottenuto in Venezuela. Anche l’eliminazione di Khamenei non risolverebbe il problema poiché è già prevista la modalità di una possibile sostituzione e il potere a Tehran è sufficientemente diversificato da sopravvivere a ogni decapitazione. È pur vero che sia possibile che agenti del Mossad, della CIA (o altre agenzie americane) e dei Mujahiddin del Popolo abbiano dei loro infiltrati in alcune strutture istituzionali e tra i protestanti ma questo non basterebbe a impedire una forte reazione dei Pasdaran in tutto il territorio, una reazione avversa della popolazione e il blocco totale dell’economia. L’ipotesi che Reza Pahlevi possa costituire un’alternativa politica viabile è una pura illusione creata soprattutto dagli israeliani perché la sua popolarità in patria è praticamente nulla. Inoltre, gli iraniani, se attaccati, reagirebbero con azioni anche fuori del loro territorio allargando il conflitto almeno su Israele e altrove. Anche durante i recenti bombardamenti israeliani e americani, la reazione di Tehran è stata pronta e molto forte e, nonostante Tel Aviv abbia cercato di minimizzare, i danni subiti da Israele sono stati ingenti. Proprio per l’eventualità giudicata possibile che il conflitto si allarghi, sia la Turchia sia gli Emirati sia l’Arabia Saudita che il Pakistan stanno premendo sugli americani affinché cerchino soltanto soluzioni negoziali e non commettano l’errore di un attacco.

    Anche la Cina, pur prudente come sempre, non potrebbe restare del tutto silente nel caso gli USA o Israele (o entrambi) mettano completamente a rischio le sue forniture di petrolio (scontato) in arrivo dall’Iran.

    In Venezuela Trump è riuscito, almeno per ora (ma ne parleremo), a ottenere ciò che si era prefissato ma la situazione in Iran è molto più complicata, oltre che geograficamente molto lontana.

    Un accordo darebbe certamente al regime una possibilità maggiore di sopravvivenza ma in Iran ogni possibile cambiamento politico non può che derivare da dentro il Paese. Il regime sa di essere in una posizione di debolezza interna e percepisce il crescente malcontento. Infatti ha allentato alcune norme quali l’obbligo del velo alle donne (qui va comunque ricordato che molte donne, per tradizione, lo mettono volontariamente e che è normalmente indossato lasciando fuori il ciuffo frontale, cosa che non succede in Arabia Saudita e nemmeno tra le nostre suore), ha consentito l’elezione di un Presidente (comunque con poteri limitati) considerato “moderato” e ha richiamato all’ordine la prepotenza dei Basiji intimando maggiore tolleranza. Una diminuzione del numero e del tipo di sanzioni economiche darebbe fiato al regime e contribuirebbe a sedare una parte delle proteste popolari ma, a chi conosce un poco l’Iran, ciò che sembra ineluttabile è che il regime secolare degli Ayatollah è sulla strada del disfacimento ed è solo questione di tempo, magari non brevissimo, prima che possa collare del tutto.

  • Regime e Stato di diritto come il diavolo e l’acqua santa

    L’abuso è il contrassegno del possesso e del potere.

    Paul Valéry; da “Quaderni”

    Lo Stato di diritto rappresenta uno dei pilastri sui quali si fonda una società democratica. Come concetto nasce già dall’antichità, ma si sviluppa soprattutto negli ultimi secoli, prima in Inghilterra e poi in Francia. Nel 1689 il Parlamento britanicco approva Bill of Rights (Carta dei Diritti; n.d.a.), uno storico e molto importante documento. Un documento che sancisce, tra l’altro, la libertà di parola e di opinione durante le sessioni del Parlamento, nonché impedisce al re d’Inghilterra di abolire delle leggi e/o di imporre dei tributi senza il consenso del Parlamento. Il Bill of Rights impone anche lo svolgimento di libere elezioni.

    Il concetto dello Stato di diritto si definisce alla fine del Ancien Régime (Antico regime; n.d.a.), in seguito all’inizio della Rivoluzione francese, simbolicamente legata alla presa della Bastiglia il 14 luglio 1789. Una data questa proclamata ormai come la festa nazionale di Francia. Molti storici e studiosi attribuiscono a quel periodo storico anche il riconoscimento della libertà e dell’ugualianza dei cittadini davanti alla legge. Un riconoscimento che rappresenta la base della costituzione dello Stato di diritto. Si è trattato di un importante e significativo riconoscimento che, in seguito, il 26 agosto 1789, è stato finalmente sancito con l’approvazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

    Lo Stato di diritto è un concetto trattato anche dai Padri Fondatori dell’Europa unita. Un concetto che è stato adottato dai documenti base dell’Unione. L’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea (versione consolidata) sancisce che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

    In una società dove funziona lo Stato di diritto, tra l’altro, si garantisce a tutti i cittadini una pari protezione ai sensi della legge, con un processo legislativo trasparente, responsabile, democratico e pluralistico. Il funzionamento normale di uno Stato di diritto garantisce anche l’impedimento dell’uso arbitrario del potere da parte dei governi, la tutela e il rispetto dei diritti politici e civili, nonché delle libertà civili. Sono sei i principi base sui quali funziona lo Stato di diritto in un Paese democratico: la legalità, la certezza del diritto, il divieto di esercizio arbitrario del potere esecutivo, la tutela giurisdizionale effettiva, la separazione dei poteri e l’uguaglianza davanti alla legge. Si tratta di principi che devono essere sempre rispettati in qualsiasi Paese democratico.

    Sono molte e sparse in diversi Paesi del mondo le istituzioni e le organizzazioni che analizzano il funzionamento o meno dello Stato di diritto nei singoli Paesi. Una delle organizzazioni più note è il World Justice Project (Progetto della Giustizia nel Mondo; n.d.a.), fondata nel 2006 negli Stati Uniti d’America. La sua missione, ufficialmente dichiarata, è quella di “…lavorare per promuovere lo Stato di diritto in tutto il mondo”. E per raggiungere questo suo primario obiettivo elabora e pubblica, ogni anno, l’Indice sullo Stato di diritto (Rule of Law Index; n.d.a.). L’Indice rappresenta uno strumento di valutazione quantitativa che indica la misura in cui i Paesi sotto analisi aderiscono concretamente ai requisiti che deve adempiere e rispettare uno Stato di diritto.

    L’Indice sullo Stato di diritto elaborato dalla ormai ben nota organizzazione internazionale World Justice Project, elabora, analizza e rende pubblici annualmente i dati che si riferiscono al livello dell’attuazione dei requisiti per ciascuna delle otto predefinite dimensioni dello Stato di diritto in un determinato Paese. E cioè i poteri governativi limitati, l’assenza di corruzione, l’ordine e la sicurezza, i diritti fondamentali, il governo aperto, l’applicazione della regolamentazione, la giustizia civile e la giustizia penale. Si tratta di otto dimensioni, ossia fattori, che nell’ambito delle analisi e dell’elaborazione dei dati, vengono suddivisi in quarantaquattro definiti indicatori.

    Il 28 ottobre scorso sono stati pubblicati i dati, riferiti a 143 Paesi analizzati, dell’Indice sullo Stato di diritto del World Justice Project per il 2025. Nei primi posti, come Paesi che rispettano lo Stato di diritto, da anni ormai, ci sono i Paesi nordici. Quest’anno il miglior Paese è stato la Danimarca, seguita dalla Norvegia, dalla Finlandia e dalla Svezia. Il quinto Paese era la Nuova Zelanda. Mentre l’ultimo Paese per il raggiungimento ed il rispetto dei requisiti dello Stato di diritto, analizzati dal World Justice Project per il 2025, era il Venezuela. Altri quattro Paesi che lo precedevano, in ordine decrescente, erano l’Afghanistan, la Cambogia, Haiti e il Nicaragua.

    Sempre riferendosi ai dati del rapporto dell’Indice sullo Stato di diritto del World Justice Project per il 2025, pubblicati il 28 ottobre scorso, risulta che la recessione globale dello Stato di diritto è stata accelerata durante il 2025. Il 68% dei 143 Paesi analizzati hanno subito un peggioramento dello Stato di diritto durante quest’anno in confronto al 57% di un anno prima. “Il peggioramento continuo dello Stato di diritto era stato rallentato durante gli ultimi anni. Quest’anno però stiamo constatando una forte inversione di tendenza. Molti più Paesi stanno peggiorando, mentre [sempre] meno Paesi stanno migliorando”, ha dichiarato il direttore esecutivo del World Justice Project. I dati dell’Indice sullo Stato di diritto per il 2025 dimostrano che in varie parti del mondo “…i sistemi giudiziari stanno perdendo terreno di fronte agli interventi del potere esecutivo, con un aumento dell’influenza politica nei confronti dei sistemi giudiziari”. Tutto ciò quando i poteri base di uno Stato, il potere legislativo, quello esecutivo ed il potere giudiziario, secondo il noto principio della separazione dei poteri di Montesquieu, devono essere indipendenti l’uno dall’altro.

    La situazione dello Stato di diritto sta peggiorando in una maniera preoccupante anche in Albania. Dal rapporto per il 2025 del World Justice Project risulta che il Paese si trova nel 87o posto, tra i complessivi 143. Gli otto fattori sotto analisi dello Stato di diritto, secondo il rapporto dell’Indice sullo Stato di diritto, nel caso dell’Albania sono come segue: al 105o posto per i poteri governativi limitati e sempre al 105o posto per quanto riguarda l’assenza della corruzione. L’Albania è stata elencata 99a  riferendosi alla giustizia civile, 82a riferendosi alla giustizia penale, mentre 111a  riferendosi all’applicazione della regolamentazione. Invece si trova al 55o posto per quanto riguarda l’ordine e la sicurezza, al 68o posto per quanto riguarda i diritti fondamentali e al 78o posto per quanto riguarda il governo aperto.

    Bisogna sottolineare che l’Albania viene preceduta anche dal Vietnam comunista (al 83o posto) ed altri Paesi, dove i principi della democrazia vengono spesso calpestati. L’Albania, 87a, dove da alcuni anni si sta consolidando una nuova dittatura, si trova penultima nei Balcani occidentali, lasciando dietro solo la Serbia, elencata 96a, soprattutto perché durante quest’ultimo anno sono state tante e molto massicce le proteste contro il regime del presidente serbo. Mentre la precedono la Macedonia del Nord, 64a, il Kosovo, 59o ed il Montenegro, 55o.

    Chi scrive queste righe è convinto che in tutti i Paesi dittatoriali non si possono rispettare i principi dello Stato di diritto. La storia, quella saggia maestra, c’insegna che il regime e lo Stato di diritto stanno come il diavolo e l’acqua santa. Il noto poeta francese, Paul Valéry, c’insegna che l’abuso è il contrassegno del possesso e del potere. Le dittature in diverse parti del mondo, compresa quella che si sta consolidando ogni giorno che passa in Albania, ne sono una inconfutabile testimonianza.

  • Non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele e senza la resa di Hamas

    Lo abbiamo detto e scritto per anni, insieme ad alcuni altri che via via sono aumentati: la pace in Medio Oriente poteva avvenire solo con il riconoscimento dello Stato di Israele e la creazione ed il riconoscimento di uno Stato palestinese. Uno stato palestinese  liberato dai terroristi.
    Dopo anni di guerra, una guerra programmata e voluta da Hamas, con migliaia di morti e feriti, mentre Hamas continua a tenere in ostaggio i prigionieri israeliani, quelli che ancora non sono stati uccisi, ad usare i palestinesi come scudi umani e a tenere nella propria carta costitutiva, e ragion d’essere, proprio la distruzione di Israele, difficile immaginare il riconoscimento di uno Stato che non c’è e che non ha un punto politico di riferimento considerato che da un lato ci sono i terroristi che comandano e dall’altro l’autorità  palestinese di Abu Mazen che non conta più nulla.
    Sconfiggere Hamas dovrebbe essere l’impegno di tutti se si vuole raggiungere l’obiettivo di due popoli due Stati.
    Tutto questo sembra sfuggire a chi parla di riconoscere lo Stato palestinese senza che vi sia un interlocutore credibile al quale  affidare questo ipotetico stato, inoltre la decisione dei paesi arabi di tenere, salvo Iran ed Houthi, ben lontani sia Hamas che i profughi di Gaza la dice lunga sui timori che tutti hanno nella regione.
    Tutto questo sfugge completamente ai più o meno benpensanti sia della politica di centro sinistra che di parte della così detta società civile, tutti dobbiamo essere seriamente preoccupati per la disperata situazione dei civili, attanagliati dalla fame e sotto il doppio tiro dei soldati israeliani e dei miliziani di Hamas e dobbiamo tentare tutte le strade per aiutarli ma l’aiuto non sarà certo qualche facinorosa e violenta manifestazione, qualche ritrita e sterile contestazione dell’opposizione al governo italiano.
    La sinistra, ammesso che di sinistra si possa ancora parlare, vista l’incapacità di pensiero politico, di attenzione vera e di proposte concrete ai problemi principali di questo travagliato terzo decennio del terzo millennio, smetta di blaterare su due popoli e due Stati perché non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele, senza la resa di Hamas, senza la nascita di una leadership palestinese credibile e autorevole.

  • Gaza: chi dovrebbe essere riconosciuto?

    Anche l’ultimo tentativo per trovare le condizioni per una pace a Gaza è finito con un fallimento. Israele e Stati Uniti hanno abbandonato Doha e l’inviato americano Witkoff ha accusato Hamas di esserne il responsabile. L’accusa si basava sul fatto che, fino a poche ore prima, l’accordo sembrava possibile salvo che Hamas ha preteso che in cambio di una parte degli ostaggi ancora detenuti i palestinesi incarcerati nelle carceri israeliane che dovevano essere liberati fossero qualche centinaio in più del concordato.

    Witkoff e gli stessi negoziatori di Hamas hanno entrambi ragione e torto, contemporaneamente. Il problema vero, quello che impedisce il raggiungimento della pace temporanea o definitiva, è che sia Hamas sia Israele pretendono di raggiungere un obiettivo che non dichiarano ma che sanno inaccettabile per la controparte. L’attuale governo di Israele punta non solo ad eliminare Hamas ma a creare le condizioni per cui il maggior numero possibile di Gaziani si senta costretto a emigrare. Da parte sua, Hamas vuole ottenere non una tregua, bensì una pace definitiva (almeno sulla carta) che le consenta di sopravvivere come organizzazione e consentirle di urlare alla vittoria. È bene sapere che Hamas, un gruppo integralista religioso e nazionalista, nel suo atto costitutivo ha scritto che l’obiettivo era la “distruzione di Israele come Stato” (La richiesta della “sparizione di Israele” è esplicitamente presente nella Carta del 1988 e implicita nel documento del 2017 che continua a negare la legittimità dello Stato di Israele). Se le cose stanno così ogni atto, anche la morte di qualche (sic!) palestinese, è giustificata pur di raggiungere il risultato finale.

    Se vogliamo cercare di essere obiettivi, pur in una situazione umanamente tragica, dobbiamo ammettere che il governo di Netanyahu e Hamas si stanno comportando quotidianamente in un modo che può essere definito con due semplici aggettivi: cinico e spregevole.

    Come tutti sanno, il problema della convivenza tra arabi ed ebrei nel territorio che fu un protettorato britannico non è mai stato totalmente pacifico ma è molto peggiorato subito dopo che l’ONU autorizzò la costituzione dello Stato di Israele (soprattutto con l’avvallo di Gran Bretagna e Unione Sovietica mentre gli USA lo riconobbero solo in seguito). Se volessimo andare più lontano nel tempo dobbiamo ricordare che quelli che si autodefiniscono ebrei non furono la popolazione originaria di quell’area ma vi arrivarono circa 1800-1500 anni avanti Cristo occupando, con la forza, terre che erano già abitate da altri popoli quali, ad esempio, i filistei, i cananei, gli amorrei e gli ittiti. Nei libri sacri ebraici (il Pentateuco = Torah) è scritto che quella terra fu loro promessa da Dio in persona e che avrebbero dovuto distruggere ogni essere vivente che ci abitava prima: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita nulla che respiri, ma li voterai allo sterminio… come ti ha comandato il Signore tuo Dio, perché non vi insegnino a imitare tutte le abominazioni che fanno per i loro dèi.» (Deuteronomio 20:16–18). Questo pensiero che noi troviamo oggi abominevole non va dimenticato perché è proprio a quella ipotetica “promessa” e l’idea di essere il “popolo eletto da Dio” che si rifanno gli attuali fanatici religiosi ebrei che hanno i numeri indispensabili per garantire a Netanyahu la maggioranza, il Governo e la conseguente garanzia di evitare di essere processato per corruzione. Molte famiglie ebraiche erano arrivate in Palestina diversi anni prima che l’ONU autorizzasse la nascita di Israele e vi si erano stabilite generalmente in modo pacifico. Lo avevano fatto in gran parte per fuggire all’intolleranza e ai vari pogrom cui erano sottoposti dagli Stati e dalle popolazioni cristiane e avevano scelto proprio la Palestina non solo perché ricordava loro la “terra promessa” ma soprattutto perché nei territori controllati dall’impero ottomano non ci sarebbero stati problemi, salvo pagare tasse a carico di chiunque non fosse musulmano.  Altri vi arrivarono più tardi dall’Europa a causa dell’aumentare dell’anti-semitismo, sentimento in crescita fino a manifestare il peggio durante il nazismo.

    Conoscere queste premesse è importante per avere maggiori elementi di comprensione dell’Israele odierna e allo stesso tempo, però, non si deve dimenticare che il mondo ebraico ha sempre avuto forti dibattiti al proprio interno tanto che perfino della Torah esistono varie versioni. Anche tra gli attuali abitanti ebrei di Israele il dibattito politico è sempre stato piuttosto vivace e non è mai esistito un pensiero unico. La risicata maggioranza su cui si regge l’attuale governo e le forti contestazioni che lo accompagnano ne sono la dimostrazione. In merito al comportamento attualmente tenuto a Gaza e all’abusiva occupazione di terre palestinesi in Cisgiordania, una gran parte degli israeliani si oppongono a ciò che il Governo e i coloni abusivi dicono e fanno.

    Dopo l’atroce carneficina del 7 ottobre 2023 (su cui per motivi politici non è stato possibile aprire una inchiesta) gli iniziali obiettivi della necessaria reazione israeliana apparvero diversi tra chi puntava soltanto a rimuovere del tutto la futura minaccia terroristica da Gaza perseguendo i capi di Hamas e chi invece nutriva obiettivi ideologici massimalistici quali una occupazione israeliana permanente, la ricostruzione degli insediamenti ebraici e l’instaurazione della piena sovranità israeliana sulla Striscia.

    Chi pensava che lo scopo dovesse essere solo quello di distruggere le capacità militari di Hamas puntava a creare zone cuscinetto dentro e intorno al territorio e ottenere, allo stesso tempo, il ritorno di tutti gli ostaggi. Rientrava in questo piano il progetto di causare dei danni significativi, fino allo smantellamento, delle infrastrutture militari dei terroristi. Mentre l’esercito partì con questo obiettivo, i partiti della destra radicale molto influenti nel governo già pensavano che non solo Hamas ma tutta la popolazione civile palestinese andasse rimossa, anche a costo di sacrificare gli ostaggi rimasti. I rappresentanti di questi partiti estremisti si sono anche sempre dichiarati contrari agli scambi con ex prigionieri palestinesi poiché, e su questo hanno avuto spesso ragione, la maggior parte di loro sarebbe tornata al terrorismo immediatamente dopo il rilascio. La dimostrazione che su ciò avevano ragione è stato Yahya Sinwar, il leader di Hamas che fu la testa dell’operazione del 7 ottobre.

    Quando IDF cominciò la campagna di guerra il 27 ottobre 2023procedette come previsto attaccando un’area alla volta per poter concentrare gli sforzi e consentire alla popolazione civile di evacuare. Li però cominciò a manifestarsi l’atroce cinismo di Hamas che ha evitato assolutamente ogni scontro diretto per usare come campo di battaglia tutte le zone urbane e fare scudo umano di tutti i civili di Gaza.    Nella loro guerriglia, i miliziani hanno usato anche le centinaia di chilometri di tunnel che avevano costruito sotto il territorio per trasformare ospedali, scuole e siti delle Nazioni Unite in rifugi militari. Per evitare una molto probabile ostilità presente in alcune parti della popolazione palestinese, i guerriglieri terroristi hanno accentuato una repressione violenta contro la popolazione e utilizzato gli aiuti umanitari dell’ONU come arma per mantenere un consenso forzato. Con questo ricatto alimentare Hamas ha anche potuto rimpiazzare le perdite di miliziani combattenti con nuove reclute “obbligate”. Come previsto sin dall’inizio dell’operazione del 7 ottobre, Hamas ha usato gli ostaggi come merce di scambio e ogni volta che un accordo è stato raggiunto ne ha approfittato per far circolare internazionalmente filmati in cui si celebrava la vittoria e si costringevano all’umiliazione gli ostaggi in via di scambio. Ogni volta che, dopo aver “bonificato” l’area l’IDF se ne andava, Hamas ne riprendeva il controllo continuando a trattare i propri civili come scudi e a controllare l’ingresso e la distribuzione dei vari tipi di aiuti, alimentari e non, che arrivavano dall’esterno. L’idea di far gestire gli aiuti umanitari ad una organizzazione americana aveva l’obiettivo di separare Hamas dalla popolazione e di consentire la nascita di una opposizione interna contro il dominio violento di Hamas. Contrariamente alle intenzioni, di questa iniziativa si è visto il risultato fallimentare anche se non si può nemmeno escludere che i disordini e alcuni dei morti in fila per ritirare quegli aiuti siano imputabili alla stessa organizzazione terroristica. L’infiltrazione dei miliziani tra la popolazione inerme e il continuo aumento delle vittime, dà la prospettiva che la lotta contro i fanatici terroristi possa continuare per anni o decenni e ogni giorno che passa rende più probabile la morte dei prigionieri israeliani, tanto è vero che alcuni di loro sembrano essere stati giustiziati proprio mentre l’IDF si avvicinava alle loro posizione.

    È indubbio che il comportamento di Hamas sia riuscito a creare problemi anche all’interno di Israele poiché le forze politiche israeliane che avrebbero voluto un atteggiamento diverso nei confronti della popolazione inerme sono stati messi sotto accusa come “sostenitori del nemico”.

    Quanto sta accadendo può anche far comodo alla destra religiosa fanatica poiché la continuazione dei bombardamenti non può che spingere sempre di più, chi può farlo, ad emigrare. Secondo il Ministro delle Finanze Smotrich la campagna “distruggerà ciò che resta della Striscia di Gaza…… i residenti di Gaza raggiungeranno il sud della Striscia e da lì, a Dio piacendo (se ne andranno) verso paesi terzi come parte del piano del presidente Trump”. Sempre che lo vogliano, verso dove potrebbero andare non è chiaro a nessuno, anche perché, per ragioni della loro sicurezza interna, tutti i paesi arabi confinanti hanno già dichiarato di non essere disposti a riceverli.

    Nonostante la repressione interna, in alcune zone del sud della Striscia sembra si stia organizzando un fronte armato anti Hamas. A capeggiarlo sarebbe Mohamed Dahlan che era, fino al 2007, il referente dell’ANP nella Striscia. Ne fu cacciato manu militari ma, per completare il suo percorso, fu anche incriminato dai sodali di Ramallah per una presunta corruzione. Ora sembra che stia preparando il suo ritorno proprio puntando sul malcontento dei Gaziani verso Hamas e degli abitanti dei Territori verso Abu Mazen e i suoi sodali tutti sospettati di malgoverno e di corruzione.

    Come la questione potrà risolversi per ora è ancora una totale incognita. L’idea di una occupazione perenne di Gaza, progetto che piace tanto agli estremisti israeliani, è difficilmente gestibile perché il costo del mantenimento in loco di migliaia di militari in perenne stato di guerra costerebbe miliardi di dollari e sarebbero costantemente soggetti ad attentati. L’investimento necessario per tenere occupata la Striscia diventerebbe economicamente così importante da influenzare le priorità sociali di Israele, lo stato dell’economia e dell’esercito per qualche futuro decennio. Tuttavia, se Israele si ritirasse senza che siano nate le basi per un governo alternativo o la Striscia cadrebbe nell’anarchia o Hamas ritornerebbe a ricostituirsi e a dominare. Anche l’idea di assegnarne il governo all’ANP è praticamente impossibile, visto l’assoluto discredito di cui oramai gode sia a Gaza sia nella stessa Cisgiordania.

    Sempre che si riesca a mettere fuori gioco l’estrema destra israeliana (e quindi lo stesso Netanyahu) l’unica soluzione teoricamente praticabile nel prossimo futuro è quella di una insurrezione interna alla Striscia che renda possibile la nascita di un governo alternativo, magari controllato da Dahlan, che trovi l’appoggio di importanti Paesi arabi quali Arabia Saudita, Egitto e Giordania e che sia considerato accettabile da un nuovo governo israeliano. Riconoscere oggi lo Stato Palestinese, come vorrebbe fare Macron, potrebbe sembrare una buona mossa per sbloccare la situazione, salvo che ciò che manca è il soggetto: se non può essere Hamas e l’ANP è totalmente discreditata, chi dovrebbe essere riconosciuto?

    Per intanto, con l’aumentare delle distruzioni in atto e delle sofferenze dei civili palestinesi, Israele ha perso molto del consenso umano e politico che aveva raccolto in vari Paesi del mondo dopo il 7 ottobre ed è oggetto di condanne formali e di minacce di rottura di aiuti e rapporti diplomatici. Il Paese si trova oggi in una crisi morale, politica e sociale da cui ha difficoltà ad uscire e, oltre al problema di Gaza, avrà al più presto da affrontare anche la questione delle centinaia di migliaia di coloni che si sono illegalmente installati nell’attuale Cisgiordania e che per qualunque nuovo governo sarà ben difficile far sloggiare.

  • Almasri

    Penso, sperando di non sbagliare, che tutti vorremmo vivere in un mondo giusto dove il male, l’ingiustizia, sono sconfitti, un mondo abitato da persone che non fanno torto agli altri e rispettano i diritti umani.

    Purtroppo non è così, terroristi, criminali, dittatori, individui violenti in vari modi prevalgono sugli altri e minacce, fisiche ed economiche, condizionano la nostra vita, la vita dei singoli e la vita degli Stati.

    Vi sono situazioni, alcuni li chiamano giochi, che neppure immaginiamo e che spesso rendono, a noi comuni mortali, difficilmente comprensibili certe decisioni.

    In un viaggio in Cina, come co-Presidente del mio gruppo, un ministro, alle mie rimostranze per le troppe merci contraffatte e per il dumping praticato dal governo cinese, mi disse, con imperturbabile calma asiatica, che se non ci andava bene non era un problema per loro mandarci in Europa centomila e più cinesi.

    Voleva ovviamente farmi comprendere di non insistere più di tanto sul problema contraffazione salvo ritorsioni conseguenti.

    Tra gli Stati ci sono a volte situazioni che potremmo definire ricattatorie.

    Racconto questa esperienza per collegarmi al caso Almasri.

    Piace a molti creare una gran kermesse politico giornalistica su quanto è avvenuto con la liberazione di un personaggio che, più che essere sottoposto al giudizio della Corte internazionale, starebbe bene in un cimitero, ma non siamo nel far west e a regolare i conti dovrebbe essere una magistratura indipendente, capace e libera da condizionamenti.

    Sul caso Almasri vi sono molte domande senza risposta.

    Cosa ha impedito alla Corte internazionale di emettere un mandato di cattura mentre Almasri era in altri paesi europei, Regno Unito, Belgio, Germania?

    Come mai la richiesta d’arresto, nonostante Almasri fosse già stato monitorato, identificato e poi fermato in Germania, è avvenuta solo quando è arrivato in Italia?

    I servizi di intelligence italiani sono stati avvertiti in tempo utile per comunicare al Presidente del Consiglio, ed ai ministri competenti, quanto poteva accadere e poi è accaduto?

    I servizi addetti alla intelligence, dei vari Stati dell’Unione, è noto che dialogano molto poco e sembra evidente che i nostri servizi non dialogano abbastanza anche con i referenti politici e con le forze di polizia.

    Piaccia o non piaccia ad alcuni magistrati o all’opposizione, che se governasse obbedirebbe alle stesse necessità di stato dell’attuale governo, esistono  ragioni imposte dalla politica per Almasri come nel caso di Cecilia Sala ed altri.

    In Libia noi abbiamo interessi vitali per vari motivi, dal gas, senza il quale, dopo la guerra tra Russia ed Ucraina, avremmo gravi difficoltà per l’approvvigionamento energetico e per le conseguenze economiche, all’immigrazione, la Libia può invaderci di immigrati irregolari ed anche di terroristi o criminali, ricordiamo la minaccia cinese, all’obiettivo di continuare, in Italia, a non avere attacchi terroristici.

    A fronte di queste considerazioni, lasciamo perdere il volo di Stato perché solo chi è in mala fede può pensare di rimpatriare un soggetto come Almasri su un volo di linea, non si comprende perché l’iscrizione nel registro degli indagati, per Meloni e gli altri ministri, sia arrivata il giorno prima dell’audizione in Parlamento impedendo così che si svolgesse regolarmente.

    Almasri o non lo si cercava e non lo si arrestava, o si era costretti a rimpatriarlo, o a rischiare seriamente di subire le conseguenze della sua detenzione, in un film forse sarebbe spartito, ma noi siamo nella realtà.

    Moralmente è stata un operazione giusta? La moralità non c’entra, Almasri è un assassino, un violentatore, un aguzzino, mi auguro che Allah lo fulmini, che un vendicatore solitario faccia giustizia, e la realtà è che, purtroppo, la Corte penale, che non impedisce a Putin di andare dove gli pare, non ha gli strumenti per fare giustizia ed è o troppo lenta nelle sue richieste di arresto o è anche essa legata a tempistiche e giochi politici che ci lasciano perplessi.

  • Riconoscimenti irreali e ingannevoli che offendono l’intelligenza

    Nella corruzione di questo mondo, la mano dorata del delitto può scansare

    la giustizia e si vede spesso la legge farsi accaparrare dalla sua preda.

    William Shakespeare, da “Amleto”

    L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato il 31 ottobre 2003 la Convenzione contro la Corruzione. Tra l’altro la Convenzione affermava che le Nazioni Unite erano “…preoccupate per la gravità delle problematiche e delle minacce che la corruzione rappresenta per la stabilità e la sicurezza delle società”. Una preoccupazione quella che si basava sulla convinzione, espressa nella sopracitata Convenzione, che la corruzione logora e danneggia “…le istituzioni e i valori della democrazia, i valori etici e della giustizia, mettendo a repentaglio lo sviluppo sostenibile e lo Stato di diritto”. La stessa Convenzione ha proclamato la Giornata internazionale contro la corruzione, che si celebra, da allora, ogni 9 dicembre.

    Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, dal 2021, ha cominciato a conferire un premio intitolato ‘Campioni Globali dell’Anticorruzione’ (Global Anti-Corruption Champions; n.d.a.). Si tratta di un riconoscimento che ha come obiettivo quello di “…onorare delle persone, in tutto il mondo, che fanno degli sforzi straordinari per combattere la corruzione”. Un premio che adesso viene legato proprio alla Giornata internazionale contro la corruzione e, perciò, le persone premiate si proclamano proprio il 9 dicembre.

    Nel primo anno dell’assegnazione di questo premio però i nomi dei premiati sono stati resi noti il 23 febbraio 2021. Allora il Segretario di Stato statunitense ha proclamato dodici ‘Campioni globali dell’anticorruzione’. Secondo lui loro “…hanno instancabilmente lavorato, spesso affrontandosi con delle inimicizie, per difendere la trasparenza, per combattere la corruzione e per garantire il rendiconto nei propri Paesi”. Tra i dodici premiati c’era anche un giudice albanese. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito di tutto ciò. L’autore di queste righe scriveva, riferendosi a questa scelta, che lui, il giudice albanese, era “…una persona molto “chiacchierata” … Non solo perché è un ex inquisitore del regime comunista”. Aggiungendo che “…si tratta anche di un “uomo della legge” che, dati e fatti accaduti alla mano, ha continuamente infranto la legge. Anche quando, per rimanere in carica come giudice della Corte Suprema, nonostante il suo mandato fosse finito da sei anni, ha usato dei “trucchetti” ed ha beneficiato del diretto appoggio governativo. Si tratta di un “giusto” che aveva “dimenticato” di dichiarare parte dei beni in suo possedimento, come prevede proprio la legge! […] Tutto fa pensare ad una densa e ben pagata attività lobbistica” (Un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura;1 marzo 2021).

    Il 9 dicembre scorso, proprio alla ricorrenza della Giornata internazionale contro la corruzione, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha reso pubblico i nomi dei Campioni Globali dell’Anticorruzione per il 2024. Ebbene, tra i dieci nuovi premiati c’era, di nuovo, un albanese. Ma questa volta non un giudice, ma un procuratore. Anzi, il dirigente della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata. Un’istituzione costituita nel novembre 2019, nell’ambito della riforma del sistema della giustizia. Una riforma approvata dal Parlamento albanese nel luglio del 2016, sulla quale l’autore di queste righe ha spesso informato il nostro lettore con la dovuta e richiesta oggettività e sempre in base a tanti fatti, dati, denunce e documenti resi pubblici. Una riforma, quella del sistema della giustizia in Albania, che è stata ideata, consigliata ed assistita dagli specialisti e dai rappresentanti dalla Fondazione per la Società Aperta (Open Society Foundations; n.d.a.), fondata nel 1993 da George Soros, il noto multimiliardario e speculatore di borsa statunitense. Un fatto questo, dichiarato con tanto vanto e in diverse occasioni, anche dal dirigente della Fondazione per la Società Aperta in Albania. Si tratta di una riforma finanziata sia dagli Stati Uniti d’America che dall’Unione europea. Ragion per cui, bisogna dimostrare in tutti i modi che si tratta di un “successo” per giustificare i milioni spesi. Una riforma che doveva fare giustizia e condannare tutti i colpevoli, partendo dai massimi rappresentanti della politica, nel caso avessero commesso dei crimini di ogni genere, come abusi con il denaro pubblico, corruzione attiva e passiva e ben altro. Ma purtroppo, sempre fatti, dati, denunce e documenti resi pubblici alla mano, ormai risulta essere una “riforma” che ha messo tutte le istituzioni del sistema della giustizia sotto il diretto controllo del primo ministro e/o di chi per lui. Anche di questo fatto il nostro lettore è stato spesso informato con la dovuta e richiesta oggettività.

    Durante la cerimonia della premiazione, il 9 dicembre scorso, il Segretario di Stato statunitense ha detto: “…Gli Stati Uniti hanno lanciato il Premio ‘Campioni Globali dell’Anticorruzione’ nel 2021 per riconoscere le persone che hanno adottato misure straordinarie per contrastare la corruzione, nonché per dimostrare la solidarietà degli Stati Uniti con questi partner eroici’. E poi ha aggiunto: “Oggi, in occasione della Giornata internazionale contro la corruzione, riconosciamo 10 campioni della lotta alla corruzione che hanno guidato o sostenuto riforme e indagini che stanno portando un mondo più giusto e trasparente per i loro concittadini”. Ed uno di questi “partner eroici” era anche il dirigente della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata. Chissà perché?! Ma le cattive lingue hanno subito detto che si trattava di nuovo, come nel 2021, di una “scelta” ed una sponsorizzazione fatta dalle potenti lobby negli Stati Uniti, quelle che sostengono da anni il primo ministro albanese, in cambio di “servizi e ubbidienza”, proprio per dimostrare il successo della “riforma” del sistema della giustizia in Albania. E soprattutto perché si tratta di una riforma ideata e sostenuta proprio da una di queste lobby.

    Durante questi ultimi anni il nostro lettore è stato spesso informato, sempre fatti alla mano, anche dell’operato della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata in Albania e dell’ormai nota “ubbidienza” del dirigente della Struttura, appena premiato, alle “direttive” che gli arrivavano dalle massime autorità governative, primo ministro in testa. Sono tante, veramente tante le denunce che da anni “dormono” negli uffici della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata. E si tratta di denunce che coinvolgono direttamente il primo ministro, suoi famigliari ed alcuni suoi stretti collaboratori. Si tratta di una realtà confermata anche dalle dichiarazioni fatte dal noto procuratore antimafia italiano Nicola Gratteri. E proprio lui, già nel 2019, dichiarava convinto che “In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania”. Anche di questo il nostro lettore è stato sempre informato (Pericolose e preoccupanti presenze mafiose, 1 febbraio 2021; Similitudini tra l’Afghanistan e l’Albania, 30 agosto 2021; Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo, 23 aprile 2024; Altre verità rivelate da un programma televisivo investigativo, 7 maggio 2024; Minacce ai giornalisti europei che denunciano una grave realtà, 7 ottobre 2024…). Ma nonostante ciò proprio il dirigente della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata in Albania è stato tra i dieci ‘Campioni Globali dell’Anticorruzione’ per il 2024! Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe, riferendosi al sopracitato riconoscimento, è convinto che si tratta di un riconoscimento irreale e ingannevole, che offende l’intelligenza degli albanesi. E trova attuale quanto scriveva Shakespeare più di quattro secoli fa. E cioè che nella corruzione di questo mondo, la mano dorata del delitto può scansare la giustizia e si vede spesso la legge farsi accaparrare dalla sua preda. Un insegnamento che non hanno tenuto presente nel Dipartimento di Stato statunitense.

  • Proposta delirante di un autocrate in gravi difficoltà

    L’uomo non è spiegabile e, in ogni caso, bisogna indagare i suoi segreti

    non nelle sue ragioni ma piuttosto nei suoi sogni e deliri.

    Ernesto Sabato

    Fino al 1815 era noto come lo Stato Pontificio. Organizzato e funzionante come una monarchia assoluta, aveva come suo massimo rappresentante, con i pieni poteri, il Pontefice. Fino ad allora era anche uno degli Stati italiani, come il Regno di Sicilia, il Regno di Napoli, il Granducato di Toscana ed altre entità statali. Ma il 20 settembre 1870 il Regno d’Italia conquistò Roma. In seguito, dopo il plebiscito del 2 ottobre 1870, anche i territori della Santa Sede sono stati annessi al Regno d’Italia. Alcuni mesi dopo, nel maggio 1871 il Parlamento stabilì anche i diritti della Santa Sede come parte integrante del Regno d’Italia. Il Papa veniva riconosciuto ancora come la massima autorità, ma alla Santa Sede è stato riconosciuto solo il possesso e non la proprietà degli edifici a Roma e dintorni. Il papa di allora, Pio IX, non riconobbe la decisione del Parlamento e si dichiarò prigioniero in Vaticano. Una simile situazione tesa tra il Regno d’Italia e la Santa Sede durò fino al 1929, quando, dopo lunghe trattative, l’11 febbraio 1929 si firmarono i Patti Lateranensi. Dal concordato tra l’Italia e la Santa Sede il 7 giugno 1929 è stato costituito e riconosciuto lo Stato sovrano della Città del Vaticano, esteso su un territorio molto limitato, entro le mura leonine, compresa anche la piazza San Pietro. I Patti Lateranensi, sono ormai sanciti dall’articolo 7 della Costituzione della Repubblica italiana.

    Quest’anno si è svolta la 79ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Dal 22 e al 23 settembre 2024, l’Assemblea ha ospitato il Vertice del futuro. In quel vertice sono stati trattati diversi temi. Per il Segretario generale delle Nazioni Unite quel vertice dovrebbe rappresentare “…un’opportunità unica per ricostruire la fiducia e riallineare le istituzioni multilaterali obsolete con il mondo di oggi, basandosi su equità e solidarietà”.

    Durante il sopracitato vertice, il 22 settembre scorso ha preso la parola anche il primo ministro albanese. Nel frattempo i suoi clamorosi abusi di potere, i continui scandali che lo coinvolgono direttamente, insieme con alcuni suoi stretti famigliari e collaboratori, il controllo da lui personalmente e/o da chi per lui del sistema “riformato” della giustizia, la galoppante corruzione partendo dai più alti livelli, sono stati trattati ed evidenziati anche dai giornali e dalle televisioni di vari Paesi europei ed di oltreoceano. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutto ciò. Così come è stato spesso informato, durante questi ultimi anni, della restaurazione e del continuo consolidamento di una nuova dittatura sui generis in Albania. Una dittatura camuffata da una facciata di pluripartitismo, ma che arresta e tiene tuttora isolato in casa, senza nessuna prova, il capo dell’opposizione. E tutti lo sanno che è stato il primo ministro a chiederlo. Come fanno anche altri suoi simili, in Russia, in Turchia, in Bielorussia, in Venezuela ed altrove nel mondo. Una dittatura, quella restaurata in Albania, espressione della pericolosa alleanza tra il potere politico, rappresentato proprio dal primo ministro, la criminalità organizzata locale ed internazionale e determinati raggruppamenti occulti molto potenti finanziariamente.

    Una grave e molto preoccupante realtà questa vissuta e sofferta in Albania. Una realtà che ha costretto durante questi ultimi anni circa un terzo della popolazione, soprattutto i giovani, a lasciare la madrepatria per cercare un futuro migliore all’estero. Una realtà questa che non riesce più a nascondere neanche la ben organizzata e potente propaganda governativa. Una realtà che ha vistosamente messo in serie difficoltà anche il diretto responsabile, il primo ministro albanese.

    Ebbene, il 22 settembre scorso, lui ha preso la parola al Vertice del futuro, organizzato nell’ambito della 79ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. E come fa sempre quando si trova in gravi difficoltà, l’autocrata albanese ha cercato, anche questa volta, di spostare l’attenzione, sia dell’aula che dell’opinione pubblica in Albania, con delle “stranezze”. E questa volta ha scelto di proclamare la costituzione di uno Stato sovrano della comunità religiosa bektashì dentro il territorio della capitale albanese. Come la Città del Vaticano a Roma. Bisogna sottolineare che in Albania coesistono pacificamente alcune comunità religiose, le più note delle quali sono la comunità musulmana sunnita, che rappresenta la maggior parte della popolazione, la comunità cristiana ortodossa, quella cattolica e la comunità bektashì, che sono dei musulmani sciiti della confessione islamica sufi. Ci sono anche altre comunità religiose minori. Risulterebbe che la comunità dei bektashì rappresenta meno del 10% dell’intera popolazione albanese. E riferendosi a quella comunità il primo ministro albanese ha dichiarato il 22 settembre scorso che avrebbe in mente di “…trasformare il centro dell’Ordine [comunità] dei bektashì, al centro di Tirana, in un centro di tolleranza e di coesistenza”. Ed intendeva quelle tra le varie religioni. Ma è un fatto storicamente e pubblicamente noto che in Albania le diverse comunità religiose hanno sempre coesistito e convissuto in armonia tra di loro. Perciò solo questo importante fatto contrasta con le dichiarazioni del primo ministro. Uno strano e, per molti, delirante annuncio quello suo, che è stato anticipato da un articolo pubblicato il 21 settembre scorso, dal noto quotidiano statunitense The New York Times. In quell’articolo era stato citato il primo ministro per aver confidato al giornalista che voleva portare avanti una sua idea: quella di costituire un piccolo Stato, un’enclave, seguendo il modello del Vaticano. Un’enclave che verrebbe governata dai bektashì. Ma già solo con questa affermazione dimostra che o non conosce la storia, oppure sta ingannando. Sì perché si tratta di due realtà e modelli ben differenti per varie ragioni; storiche, culturali, demografiche ed altro.

    Il primo ministro ha dichiarato al The New York Times che “L’Albania cerca di trasformare in uno Stato sovrano con la propria amministrazione, i propri passaporti e le proprie frontiere” la comunità dei bektashì. E conferma che nel prossimo futuro “…presenterà i piani per l’entità che sarà chiamata lo Stato Sovrano dell’Ordine dei Bektashì”. Lui ha altresì affermato al giornalista che si trattava di un piano che lo sapevano solo pochissimi suoi stretti collaboratori. Ma lui, prima di tutto, doveva informare e poi consultare i rappresentanti delle comunità religiose in Albania ed altri gruppi di interesse. Doveva informare soprattutto il diretto interessato, il dirigente della comunità bektashì in Albania. E proprio quest’ultimo ha confermato subito dopo la pubblicazione dell’articolo che “La notizia che l’Albania potrebbe dare la sovranità all’Ordine dei Bektashì … ci ha stupiti. Noi non abbiamo richiesto e non pretendiamo di creare uno Stato musulmano. L’iniziativa è totalmente del primo ministro”. Ma il primo ministro doveva, sempre obbligatoriamente, discutere questo suo “strano piano” in parlamento. Si perché per portare avanti questa sua proposta, questo piano, dovrebbe fare anche degli emendamenti costituzionali. Il comma 2 del primo articolo della Costituzione sancisce che “La Repubblica d’Albania è uno Stato unitario ed indivisibile”. Proprio così! Costituire uno Stato sovrano dentro lo Stato albanese significa violare la Costituzione. Ed il primo ministro, con la sua delirante proposta, lo ha fatto.

    Chi scrive queste righe informa il nostro lettore che in seguito alle sopracitate dichiarazioni del primo ministro le reazioni sono state immediate. Reazioni che si oppongono fortemente alla sua proposta delirante. Reazioni fatte dai vertici della comunità musulmana in Albania, da molti noti analisti, storici e religiosi. Aveva ragione Ernesto Sabato, l’uomo non è spiegabile e, in ogni caso, bisogna indagare i suoi segreti non nelle sue ragioni ma piuttosto nei suoi sogni e deliri.

  • Lo Stato di minoranza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Come istituzione lo Stato dovrebbe rendersi interprete dell’interesse dei propri cittadini, grazie all’opera degli organi istituzionali titolari dei poteri esecutivo, legislativo e giurisdizionale.

    In altre parole, ci dovrebbe essere in uno stato democratico la completa e totale identificazione degli obiettivi statali con le aspettative della maggioranza degli amministrati. Questo tipo di risultato può venire ottenuto e soprattutto mantenuto solo all’interno di una democrazia diretta, nella quale i cittadini possano esprimere la propria opinione sulle più diverse questioni di ordine economico, fiscale, politico ed anche infrastrutturale come attualmente solo in Svizzera avviene.

    Viceversa l’entità statale elabora una propria indipendente priorità di obiettivi politici, economici e, nell’ultimo decennio, anche ambientali ed etici, questi ultimi sicuramente importanti ma comunque espressione di una minoranza, in virtù di una presunta superiorità intellettuale la cui sola legittimazione deriva dal semplice mandato elettorale.

    Come logica conseguenza in questo caso lo Stato non solo diventa una istituzione non più in grado di interpretare le necessità dei cittadini ma addirittura neppure interessata alla loro conoscenza, così da rendersi distaccato e lontano ed alla fine autoritario, infatti uno Stato minoritario si dimostra tale quando la propria classe politica manifesta interesse solo ed esclusivamente per le aspettative delle minoranze.

    In quest’ultimo caso le due forme di sostentamento e di mantenimento dello Stato vengono rappresentate dalla gestione della spesa pubblica sempre in continuo aumento. In più, a questa forma di potere si aggiunge la gestione del credito esercitata da un sistema bancario che sostiene, in complicità con lo stato, l’esplosione del debito pubblico (*).

    Per ottenere il mantenimento di questa diarchia, lo Stato inevitabilmente non cerca di migliorare l’efficienza della spesa pubblica, e conseguentemente il benessere dei propri cittadini, ma canalizza tutte le proprie attenzioni verso obiettivi ancora una volta politici ed etici come la lotta alla evasione, in quanto l’obiettivo principale non è quello di razionalizzare la spesa, in relazione alla cui efficienza l’Italia è al 123° posto dietro ad Haiti, ma di aumentare la dotazione finanziaria della stessa e di conseguenza il potere di chi lo gestisce.

    All’interno infatti di una spesa pubblica che ha raggiunto i 1.129 miliardi e ben oltre il 57% del PIL, avrebbe un effetto minimale il recupero anche dell’intera evasione fiscale e contributiva attuale attorno agli 82 miliardi di imponibile.

    La sua resa finanziaria risulterebbe di circa 42 miliardi, anche applicando l’aliquota massima, il recupero totale, in ultima analisi, si attesterebbe al 3,5% della spesa pubblica totale. Quindi affermare che la sola lotta all’evasione possa essere la soluzione per sanare gli squilibri ingiustificabili causati dalla stessa spesa pubblica rappresenta un controsenso o peggio la tipica espressione di uno Stato assolutamente minoritario.

    Con questo termine si definisce quella entità statale espressione di una democrazia malata con un sistema elettorale bloccato dagli stessi partiti all’interno della quale la delega non rappresenta più una garanzia di democrazia, ma semplicemente una cambiale in bianco che viene utilizzata per sostenere e sviluppare interessi particolari.

    In questo contesto ecco allora che Stato ponendo la sua attenzione e la propria tecnologia digitale nella sola lotta all’evasione, causata anche dai “materassi normativi” creati da ogni governo, in barba a qualsiasi tutela della privacy utilizza sempre più strumenti invasivi della legittima sfera personale (**) assumendo sempre più i connotati orwelliani. Mentre se il medesimo impegno venisse indirizzato nel combattere i reati “minori”, ai quali la pessima riforma Cartabia del governo Draghi ha annullato la procedibilità d’ufficio, probabilmente i reati contro il patrimonio potrebbero sicuramente essere contrastati con maggiore efficienza.

    Risulta evidente, quindi, come l’attuale entità statale ora rappresenti non più gli interessi della comunità, ma semplicemente lo strumento per il conseguimento di interessi particolari sostenuti finanziariamente attraverso la spesa pubblica e la gestione del credito.

    In fondo non si rileva una grande differenza nella elaborazione delle priorità, espresse anche in sede europea, tra le teocrazie islamiche e gli attuali asset istituzionali minoritari attualmente espressi sia dall’Italia che dalla stessa Unione Europea.

    (*) novembre 2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/

    (**) giugno 2024 https://www.wallstreetitalia.com/anonimometro-gia-operativi-i-controlli-sui-conti-correnti/

  • La nudità ideologica

    Da sempre, da troppo si potrebbe aggiungere, in Italia si assiste ad un pietoso spettacolo offerto, indipendentemente dal proprio orientamento politico, dalle diverse cariche istituzionali rappresentate da figure politiche.

    Solo poche ore fa un portavoce della Regione Lazio ha rilasciato delle dichiarazioni a titolo personale in relazione alla strage di Bologna, dimenticandosi completamente del ruolo che ricopre all’interno della Regione stessa. Anzi, ha affermando di parlare a titolo personale, dimenticando come nel momento in cui si assume un incarico il fattore personale non dovrebbe neppure venire più preso in considerazione a favore del ruolo pubblico.

    Negli ultimi mesi, in più riprese, il Presidente del Senato La Russa ha avuto modo di esternare affermazioni espressione di un proprio e forte orientamento politico.

    In altre parole, esattamente come nelle precedenti legislature gli stessi miserevoli comportamenti potevano venire attribuiti all’ex Presidente della Camera Fico e alla Boldrini, continua un orrido spettacolo offerto ai cittadini all’interno di ogni singola legislatura.

    Questo conferma, ancora una volta, come il ceto politico nostrano, nella propria articolata complessità e completezza, abbia solo compreso quali e quanti onori implichi una rappresentanza, una carica istituzionale, ma contemporaneamente ignori quali e quanti obblighi comporti la sua accettazione.

    Pur consapevoli quindi che una qualsiasi carica istituzionale, a maggior ragione se a livello nazionale, offra un prestigio unico ad un qualsiasi esponente politico, tuttavia sarebbe opportuno anche rendersi conto che implica inevitabilmente una serie di attenzioni, la prima delle quali dovrebbe essere quella di dimostrarsi in grado di rappresentare l’intero Paese e non la sola parte della maggioranza elettorale.

    Anche perché, in considerazione tanto della legge elettorale, la quale impedisce di scegliere i propri rappresentanti agli aventi diritto, quanto dell’astensionismo, molto spesso al governo finiscono coalizioni che rappresentano poco più di un quarto dell’intero popolo elettorale.

    Proprio in ragione di questa situazione la figura istituzionale dovrebbe essere una figura unificante e non certamente divisiva della sua attività politica ed istituzionale ed a maggior ragione nelle proprie esternazioni.

    Viceversa, da anni le maggiori cariche istituzionali esprimono personaggi passati direttamente da un ideologico bar all’angolo ai vertici dello Stato ed esternano il solo proprio chiaro orientamento politico e, di conseguenza, dimostrano di non essere in grado di rappresentare lo Stato nella propria unità.

    Dismettere le vesti ideologiche e politiche ed assumere una “nudità ideologica” dovrebbe rappresentare la conditio sine qua non in grado di assicurare la rappresentanza dell’intero Paese.

  • I tre asset istituzionali

    La maggioranza di governo persegue due obiettivi programmatici ambiziosi e considerati compatibili.

    Il primo è rappresentato dal riconoscimento di una maggiore autonomia per le regioni del Veneto(*),  Lombardia ed Emilia Romagna. Il secondo, viceversa, prevede una forte riforma istituzionale e contemporaneamente della divisione di poteri attraverso l’elezione diretta del Presidente del Consiglio o in subordine del Presidente della Repubblica

    Nel caso in cui queste due importanti riforme venissero entrambe approvate dai due rami del Parlamento ci troveremmo di fronte a un asset istituzionale caratterizzato da un insostenibile terzetto di istituzioni locali. in quanto alle cinque regioni a statuto autonomo si dovrebbero aggiungere altre tre dotate di una maggiore autonomia amministrativa sulle materie delegate ed infine una terza rappresentata dalle regioni a statuto ordinario.

    In questo contesto la stessa elezione diretta del Presidente del Consiglio rappresenterebbe per gli abitanti delle tre tipologie di regioni prerogative ed aspettative decisamente differenti proprio in rapporto al livello di autonomia conseguito dalla propria regione di residenza.

    Uno stato federale, infatti, non si può reggere su tre diversi asset istituzionali la cui differenza si basa sul riconoscimento di tre tipologie di autonomia amministrativa e fiscale.  Viceversa, tutti gli asset istituzionali basati sul riconoscimento del federalismo trovano la propria ragione costitutiva quando esprimono un stato centrale più o meno titolare di prerogative, in aggiunta al riconoscimento dei poteri locali demandati ai singoli Stati o alle regioni.

    Al di là, quindi, delle dichiarazioni formali della maggioranza, emerge evidente come molto probabilmente verranno disattese le legittime aspettative di maggiore autonomia amministrativa da parte dei veneti  e  contemporaneamente si abbandonerà una qualsiasi riforma verso un presidenzialismo anche se spurio.

    La realtà politica attuale dimostra come nessuno di questi obiettivi di “riforme istituzionali” sia nella realtà raggiungibile in quanto il vero l’obiettivo di queste “visioni istituzionali” rimane quello di sostenere un alto interesse che rappresenta la molla per mantenere il proprio consenso elettorale.

    (*) A fronte anche di un referendum dall’esito plebiscitario

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