Stato

  • In attesa di Giustizia: Libera Chiesa in libero Stato

    Con queste parole viene definita la concezione separatista in tema di rapporti tra Chiesa e Stato, utilizzata per primo dal politico e filosofo francese Charles de Montalebert, poi ripresa da Cavour al quale ne viene attribuita la paternità dopo la citazione avvenuta in seguito alla proclamazione del Regno d’Italia che portò alla individuazione di Roma come capitale; secondo il pensiero dello statista piemontese, il Papa avrebbe – quindi – dovuto dedicarsi all’esercizio del potere spirituale dimenticandosi quello temporale sui suoi possedimenti con ciò permettendo la convivenza tra Stato e Chiesa. E viceversa.

    Sono passati decenni, si sono succeduti nel tempo i Patti Lateranensi nel 1929, la loro revisione nel 1984 a regolare i rapporti (anche di natura giudiziaria) tra Italia e Santa Sede e con la Costituzione Repubblicana si è abbandonato il concetto di religione di Stato lasciando ai cittadini la libertà di credo.

    Qualche bizzarro cascame da Statuto Albertino, sia pure con qualche “arrangiamento”, si annida peraltro nelle pieghe del nostro sistema penale non meno che nel pensiero di chi  è deputato all’esercizio dell’azione penale: per esempio, la Procura della Repubblica di Crotone che ha ritenuto – non avendo, evidentemente, nulla di meglio da fare – di indagare  per “offesa ad una confessione religiosa” (art. 403 e 404 del  codice penale) Don Mattia Bernasconi,  della parrocchia di San Luigi Gonzaga di Milano.

    Cerchiamo, allora, di comprendere di quale rimproverabile ed indegna condotta si sia reso responsabile questo sacerdote, nei cui confronti sono già stati lanciati strali diocesani: ha celebrato la messa in mare per i giovani della sua parrocchia che aveva accompagnato ad un campo nella cooperativa Terre Joniche – Libera Terra. Nell’ultimo giorno di permanenza in Calabria aveva anche deciso di  portarli in spiaggia invece che in una pineta, originaria destinazione risultata, però, già occupata.

    Qui giunti, essendo domenica, a causa del caldo è maturata la scelta di celebrare la messa in mare utilizzando un materassino come altare.

    Una comprensibile coniugazione tra il rispetto del precetto domenicale e la salvaguardia della salute riparandosi dalle temperature feroci di questo periodo che non ha evitato a Don Mattia le censure dei suoi superiori prima e l’inflessibilità della legge secolare poi; il Procuratore capo di Crotone in persona ha confermato l’apertura di un fascicolo sull’accaduto delegando nientemeno che alla DIGOS lo svolgimento delle indagini. Verranno, quindi, sentiti testimoni, acquisiti filmati e foto della funzione dai telefonini, interpellati vescovi e cardinali, forse anche indagati per concorso nel reato i turisti che hanno prestato il materassino al sacerdote. Questo ci vuole per ridare dignità ad un Paese! Tolleranza zero alla maniera di Rudolph Giuliani: e partendo da una intransigente persecuzione di quelli che sembrano illeciti minori od anche semplici atti devianti che violano norme sociali si andrà realizzare una funzione salvifica e moralizzatrice a tutti i livelli.

    Saremmo stati, però, ancor più grati al procuratore di Crotone se prima di muoversi e spedire le sue truppe all’assalto, avesse prestato più attenzione a quanto prevede il codice penale e cioè che il reato di offesa ad una confessione religiosa si commette mediante il vilipendio di chi la professa, di un ministro o di oggetti di culto, strumenti liturgici, cose consacrate. Dell’uso, magari fantasiosamente improprio, dei materassini da mare per celebrare messa (da parte di un sacerdote regolarmente ordinato) in mare non si parla.

    Sembra, piuttosto, di poter dire che la scelta di Don Mattia sia stata indicativa del fatto che la fede, la preghiera, il sentimento religioso non sono legati necessariamente ad un luogo o ad un momento ma sono dentro di noi e devono potersi esprimere liberamente.

    Soccorre anche inesorabilmente alla memoria, ed a modo di conclusione, un detto proprio della saggezza popolare calabrese: “Studia, studia, se no finisci a fare il Pubblico Ministero”.

  • L’Inquisizione fiscale e lo stato confessionale

    L’inquisizione rappresentava l’istituzione ecclesiastica creata per indagare attraverso un tribunale le teorie contrarie alla ortodossia cattolica. Con “soli” pochi secoli di ritardo il nostro Paese adotta ora, nel XXI secolo appunto, il medesimo principio della supremazia statale confessionale adottata in campo fiscale attualizzando metodi e tecniche simili a quelle dell’inquisizione ma sintonizzate con l’era digitale.

    Al processo del XVI secolo come strumento di indagine viene introdotto il monitoraggio di tutte le transazioni economiche anche per importi minimi attraverso l’applicazione di rilevazioni algoritmiche.

    Un controllo assolutamente invasivo effettuato ex ante, quindi non a seguito di una “notizia di reato” come in ogni democrazia ma semplicemente alla ricerca di una motivazione o quantomeno di un plausibile dubbio tale da giustificare la stessa indagine esplorativa.

    In altre parole viene meno il principio costituzionale basato sulla presunzione di innocenza del cittadino e quindi si adottata invece quello legato alla semplice ricerca di una potenziale eresia fiscale tale da giustificare la stessa. Prova di questo infausto declino della nostra democrazia verso uno stato confessionale del quale l’inquisizione fiscale rappresenta il braccio operativo va ricercata già nella terribile “riforma” introdotta dal ministro Tremonti il quale impose in ambito delle controversie fiscali l’inversione dell’onere della prova. Praticamente sull’eretico fiscale venne scaricato ogni onere di negazione della propria eresia fiscale.

    Così, ora, si obbliga il cittadino a dimostrare la propria innocenza invece di assegnare allo Stato, come avviene in ogni sistema democratico, il compito di dimostrare la sua colpevolezza in ragione della presunzione di innocenza.

    Questa sistematica e continua “medioevo-luzione” del sistema democratico italiano nasce dal furore ideologico di una parte degli esponenti politici e della stessa Sacra Inquisizione oggi rappresentata dai vertici della pubblica amministrazione, assolutamente intoccabile esattamente come le cariche ecclesiastiche.

    In questo contesto nessun valore viene attribuito alla conoscenza in quanto si ignora come la stessa evasione fiscale rappresenti esattamente un quarto rispetto agli sprechi della pubblica amministrazione (200 mld, fonte Cgia) la cui dilapidazione non suscita alcuna indignazione presso la classe politica.

    Non ancora sazi di questa invasione dello Stato, e di chi in suo nome opera nella privacy dei sudditi, ma sempre più motivati da un crescente ardore ideologico di stampo medievale nel 2022, in piena crisi economica, il governo in carica ha inserito un’altra alquanto folle norma alla già preoccupante evoluzione dell’economia pandemica: quella del limite all’uso del contante a 1.000 euro.

    Al di là dei risibili effetti che questa norma potrà avere nei confronti dell’evasione fiscale, la quale in buona parte risulta legata ad esterovestizioni di società italiane, in questo demenziale decreto governativo si prevede contemporaneamente per le persone provenienti dall’estero un limite di 15.000 euro all’uso dello stesso contante.

    Ancora una volta assistiamo all’ennesima dimostrazione di come lo Stato italiano consideri sempre e comunque i propri cittadini come dei veri sudditi fiscali.

    In ambito fiscale lo Stato confessionale disattende clamorosamente il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ponendo una discriminante in relazione alla residenza fiscale dei consumatori e, di conseguenza, con diversi limiti imposti.

    Sempre e solo per il vile denaro del quale uno Stato assolutamente irresponsabile risulta sempre più assetato, ci si è illusi di avere secolarizzato la nostra democrazia quando invece si è assistito ad una semplice sostituzione. Oggi il nostro Paese ha assunto i connotati di uno Stato Confessionale all’interno del quale la religione ha ceduto il posto ad un integralismo statocentrico di stampo Socialista incompatibile con qualsiasi forma di democrazia.

  • Una vera democrazia

    Uno Stato democratico deve tutelare le persone in quanto tali all’interno di sistema in continuo miglioramento. Per ogni fattispecie di reato nel codice penale vengono inserite le possibili aggravanti e le attenuanti generiche. Quando, invece, all’interno di una non meglio definita legislazione contro “i crimini d’odio” (definizione troppo vicina alla configurazione dei “reati di opinione”) ed altrettanto quando viene configurato un reato “specifico” come quello del femminicidio sulla sola base dell’appartenenza della  vittima ad uno specifico genere (femminile) in entrambi i casi  lo Stato propone una scelta che di per sé aggiunge una tutela in più rispetto ad un determinato genere ed automaticamente ne sottrae a tutti gli altri esclusi.

    In questo modo, invece di arginare un fenomeno terribile come quello dell’omicidio delle donne inasprendo le pene di omicidio e magari aumentando le risorse per il settore della giustizia, si preferisce introdurre “una specificità” attraverso un principio di disparità all’interno della legislazione nazionale punendo con maggiore durezza un reato in relazione al sesso di appartenenza della vittima. Di conseguenza, implicitamente, viene penalizzata una eventuale vittima del medesimo reato ma di sesso diverso per la sola “colpa” di non appartenere a quel genere al centro di un preoccupante fenomeno criminale.

    Ancora peggio quando si intendono introdurre nuove normative specifiche e contemporaneamente generiche contro i “crimini d’odio” in relazione alle legittime attitudini sessuali di ogni individuo qualora queste dovessero diventare oggetto di offesa.

    In questo modo lo Stato adotta ed introduce un ulteriore parametro di valutazione interpretativo (per altro demandato al giudice) in relazione non tanto ad una legittima gravità sociale già prevista dai codici quanto ad un giudizio arbitrario relativo alla tutela specifica a beneficio di determinati generi espressione di determinate attitudini sessuali. Un atteggiamento ed approccio storicamente perdente in quanto partirebbe dal principio in base al quale non riuscendo ad applicare la legge in modo da arginare un allarme e degenerazione sociale risulterebbe allora sufficiente aumentarne la pena per diminuirne l’allarme sociale.

    Viceversa, all’interno di uno Stato democratico e liberale non si considera la tutela della persona e della sua stessa vita in rapporto all’appartenenza ad uno specifico genere o, peggio ancora, ad una minoranza sociale definita solo sulla base delle proprie attitudini private e sessuali come la Lgbt: mai un ordinamento giuridico dovrebbe farne menzione in quanto sono di assoluta pertinenza privata legittimando di fatto una vera e propria ghettizzazione normativa.

    Come logica conseguenza la tutela, espressione specifica del genere sesso o di altre diverse attitudini sessuali, del singolo privato cittadino diventa automaticamente discriminante per i generi esclusi. In più nel nostro Paese, la cui gestione della macchina della giustizia risulta già ampiamente compromessa per la presenza di oltre centoundicimila (111.000) leggi, una norma che preveda una specifica aggravante in rapporto alle attitudini sessuali o l’appartenenza ad un genere rappresenta di per sé il venir meno del principio di uguaglianza, situazione ancora più evidente per i “reati d’odio”.

    Un principio democratico trae la propria massima forza dal riconoscimento esplicito di tutela per ogni singolo cittadino, quindi di qualsivoglia minoranza, indipendentemente dai connotati politici, sessuali o razziali assolutamente ininfluenti nella determinazione e nella applicazione del principio stesso.

    Una minoranza, sarebbe bene ricordarlo, è tanto più tutelata in un complesso sistema normativo quando all’interno del Codice Penale e civile non risultino presenti norme specifiche legate al “privato” e considerate come fattori caratterizzanti ed elementi distintivi. Qualora si intendesse inserire una tutela specifica sulla base di fattori che attengono alla vita privata, infatti, verrebbe meno l’essenza stessa dello Stato democratico e liberale declinando verso una entità pubblica la quale scegliendo delle protezioni specifiche aggiuntive introduce una propria valutazione anche in relazione all’allarme sociale del reato. In questo modo si inserisce un elemento di discriminazione sulla base dei comportamenti sessuali ed anche allora in un secondo momento della provenienza geografica o dell’etnia.

    La democrazia ha sicuramente dei costi, uno dei quali sicuramente viene rappresentato dall’atto di fiducia dei cittadini nei confronti dell’istituzione, consapevoli come sia sempre migliorabile e molto lontana dalla perfezione.

    Solo una vera Democrazia Liberale garantisce quindi la volontà di tutelare, anche se in modo imperfetto, le persone in quanto tali, senza distinzioni di sesso, etnia ed orientamento politico o sessuale.

  • Il green pass e la presunta libertà perduta

    Le polemiche sul Green Pass e, soprattutto, le argomentazioni dei focosi oppositori dovrebbero preoccupare gli antropologi perché sono evidenti espressioni di una collettiva, sebbene per fortuna fortemente minoritaria mutazione della capacità di comprendere il senso logico dei ragionamenti e il nesso tra cause ed effetti dei comportamenti umani.

    A parte la sempre inevitabile strumentalità di alcuni contestatori, appare infatti evidente la profonda convinzione della maggioranza di questi delle proprie ragioni, specie sotto il profilo del dettato costituzionale della tutela della propria libertà.

    Ecco perché è doveroso spiegare, fino allo sfinimento se necessario, che non è assolutamente vero che il Green Pass produrrebbe discriminazioni tra i cittadini, mentre al contrario la sua mancanza le determinerebbe senz’altro. Infatti non c’è nessuna discriminazione in un Paese in cui si rispetta, forse perfino al di là di ogni oggettiva ragionevolezza, il diritto a non vaccinarsi, mentre ovviamente non si può penalizzare chi sceglie di vaccinarsi, rendendolo uguale a chi non accetta di farlo. Questa sarebbe appunto una discriminazione inaccettabile. Non è il caso di ricordare che il rifiuto a vaccinarsi, con la sola eccezione di impedimento sanitario a farlo, è un atto di asocialità perché oltre ad esporre il non vaccinato ai rischi dell’infezione, lo rende oggettivamente responsabile della salute altrui e questo comporta che un atto di libertà non può costituire nocumento per altre persone. Ma che un non vaccinato possa invocare i diritti costituzionali alla parità di trattamento, oltre che sbagliato, appare come una pretesa ingiustificata. I vaccinati hanno il sacrosanto diritto di accedere a qualsiasi luogo desiderino in assoluta sicurezza, senza la preoccupazione di essere insidiati da potenziali untori non vaccinati. Quindi il grido di libertà per tutti senza presunte discriminazioni della Meloni è sbagliato e politicamente scorretto, ed ha solo la funzione di adescare i pasdaran no vax a caccia di protettori delle loro pretese.

    Gli oppositori del Green Pass, nelle loro analisi basate su slogan senza supporti di contenuti scientifici né logici, ignorano o sottovalutano la pericolosità del Covid che, a parte la letalità, lascia al 10-15% di infettati conseguenze gravi riconosciute come patologie da “Long Covid”, che durano anche oltre sei mesi dopo la guarigione, e perfino patologie permanenti gravi o gravissime con conseguenti costi enormi per la collettività.

    Per tutte queste ragioni si impongono le limitazioni del Green Pass, che non sono punizioni, ma misure di contenimento della pandemia a chi non vuole per sua scelta l’immunità e quindi rimane soggetto a rischio. Ma poi dove sarebbe lo scandalo? Il vaccino è lo strumento riconosciuto per tornare liberi a fare una vita normale, chi lo rifiuta, rinuncia a tornare alla vita normale. E’ come se un dipendente pubblico con la licenza elementare protestasse per ottenere l’incarico di dirigente, per il quale occorre la laurea. Si tratta di una condizione e la libertà non solo non si può invocare a difesa, ma proprio perché essendo la carenza del titolo frutto di libera scelta è stata pienamente rispettata. Inoltre è assolutamente noto che il vaccino non esclude in assoluto il rischio di infezione, ma lo limita fortemente e, soprattutto, ne esclude totalmente il pericolo di mortalità. E su questo nessuno ha mai mentito. Sono stati sempre noti infatti i livelli di immunizzazione dei vaccini, le cui percentuali mai sono state superiori al 94-95%, che non è il 100%. Per questo è strumentale il tentativo di ridicolizzare i vaccini sostenendo con le battutine la loro inutilità. Senza i vaccini, almeno fino a quando non si troveranno cure efficaci per sconfiggere il virus, non c’è libertà e ritorno alla normalità per nessuno. Ma è proprio per questo che occorre che tutti si vaccinino e chi non lo vuole fare sia necessariamente assoggettato ad un regime diverso rispetto a chi invece accetta di farlo. Ecco perché insegnanti e studenti debbono essere vaccinati, perché le scuole devono riaprire ed operare in presenza, ma non possono in alcun caso diventare focolai per la diffusione del contagio.

    Per fortuna che al governo c’è Draghi, e non i soliti sensali della politica italiana, che ha istituito il Green Pass, ma deve fare di più e cioè estenderlo ai viaggi in treno, in aereo e nei mezzi di trasporto in generale e introdurre l’obbligatorietà del vaccino, dopo quella del personale sanitario, anche al personale della scuola, insegnante ed ausiliario, agli alunni dai 12 anni in su ed a tutte le categorie che hanno rapporti e contatti con il pubblico.

    Questo è il senso vero di un Paese ordinato, con un governo che tutela i diritti fondamentali dei cittadini come sancito dalla Costituzione, che stabilisce le norme a tutela della salute pubblica e la loro applicazione, con tutti i necessari controlli e relative sanzioni e che garantisce anche la libertà a chi, per sua scelta, rifiuti l’unico strumento di liberazione dal virus e dal rischio di morte, ma con le limitazioni imposte dal buon senso e dal principio etico che la libertà di ciascun cittadino finisce dove comincia la libertà degli altri.

    *Già sottosegretario ai BB.AA.CC.

  • Il ritorno di British Railway ed il silenzio liberale

    Da sempre il confronto tra la visione politico/economico/liberale e quelle “definite” keynesiana e socialdemocratica pone la propria attenzione soprattutto sul ruolo attivo o meno dello Stato all’interno dello scenario economico sempre più complesso ed articolato. Una questione fondamentale, specialmente in un periodo post-pandemico come questo, nel quale i finanziamenti provenienti dall’Unione Europea propongono come centrale il ruolo dell’istituzione pubblica, sia essa statale o europea, e della successiva gestione delle risorse.

    Ancora oggi, come principio “costitutivo”, il pensiero liberale osteggia ogni intromissione dell’istituzione pubblica nel contesto economico lasciando al solo mercato il ruolo di arbitro terzo, mentre la controparte politica indica proprio nello Stato, con un approccio anch’esso “ideologico”, lo strumento per il conseguimento di obiettivi di interesse comune in ambito economico.

    La contrapposizione politica, tuttavia, dovrebbe articolarsi partendo da valutazioni non espresse in periodi straordinari, come quello attuale, ma in termini di principi politici ed economici. I modelli ideologici di riferimento sono conosciuti ed abbastanza immobili rispetto alla costante evoluzione dei complessi quadri economico-politici. Proprio per questo è incredibile sottolineare come un “imbarazzante” silenzio sia seguito alla Rinazionalizzazione delle ferrovie britanniche deciso dal governo conservatore di Boris Johnson.

    Una scelta politica decisamente controcorrente rispetto ai postulati liberali ancora oggi proposti ed adottati nel nostro Paese da chi si definisce liberale. Una scelta del governo britannico che avrebbe dovuto suscitare un dibattito articolato ed approfondito. Questo silenzio ingiustificato di chi si preoccupa molto più delle liberalizzazioni di taxi o di altri servizi alla persona rivela invece come il “pensiero” risulti piuttosto lontano anche solo dalle complessità gestionali di infrastrutture articolate. Il tutto all’interno di un mondo sempre più lontano dai modelli accademici di riferimento colpevolmente granitici come il pensiero politico che ne deriva.

    La Rinazionalizzazione delle ferrovie britanniche parte dalla duplice ed amara constatazione, successiva ad un approfondito studio, dell’abbassamento del livello dei servizi offerti successivamente alla privatizzazione, insostenibile se poi posto in rapporto ai prezzi praticati all’utenza.

    Allargando, poi, la visuale relativa agli effetti della gestione privata di infrastrutture pubbliche, come per esempio quelle autostradali italiane, si rileva amaramente come dal momento della privatizzazione le spese di manutenzione risultino diminuite del 98% (trasformatesi in utili “impropri”, cioè sintesi speculativa di maggiori tariffe unite ai notevoli rischi aggiuntivi interamente scaricati sull’utenza). La questione relativa alla contrapposizione tra visione liberale e pensiero keynesiano e socialdemocratico dovrebbe invece, alla luce della scelta britannica, operare finalmente un salto di qualità. Si dovrebbe partire dalla valutazione delle conseguenze delle diverse strategie e conseguenti esiti relativi all’intervento statale o privato, soprattutto a livello gestionale. Quest’ultimo risulta, infatti, fondamentale all’interno di mercati che necessitano di fattori competitivi sempre più favorevoli alle imprese italiane nella competizione internazionale. Partendo innanzitutto dalla consapevolezza di come anche le grandi infrastrutture, pur restando all’interno di pubbliche gestioni, esattamente come avviene in Svizzera e in Germania, di certo non esempi di economia socialiste, possano manifestarsi come l’espressione di una felice sintesi tra competenza gestionale ed efficacia* (cioè come fattore competitivo per il sistema economico nazionale), quindi come manifestazione positiva e tangibile degli effetti della spesa pubblica sostenuta con il prelievo fiscale degli stessi utenti oltre che contribuenti. La realtà gestionale tedesca e svizzera dimostra come esista una terza via alla crescita di un paese che va ben oltre l’obsoleto confronto tra “liberali o keynesiani e socialdemocratici”.

    La rinazionalizzazione delle ferrovie britanniche unita alla disastrosa gestione privata della rete autostradale italiana di conseguenza dovrebbe inaugurare una nuova scuola di pensiero soprattutto all’interno della compagine liberale in previsione di un nuovo scenario per una economia nazionale competitiva all’interno di un mercato globale. Ad un concetto di semplice e riduttiva liberalizzazione di una rete “infrastrutturale indivisibile” come quella autostradale o ferroviaria la realtà ha dimostrato come ci si trovi di fronte al semplice trasferimento di un monopolio da un soggetto pubblico ad uno gestionale privato.

    Il presupposto di questo trasferimento nella tesi liberale viene supportata dalla corretta verifica degli effetti nefasti legati al monopolio statale. Questo, infatti, ha assicurato rendite di posizione unite ad una esplosione di ingiustificabili “nuovi livelli occupazionali” sempre sostenuti dall’utenza con i propri ticket.

    Contemporaneamente il pensiero socialdemocratico individua, anch’esso correttamente, come tutte le “ottimizzazioni” nella catena dei costi invocate come giustificazione delle concessioni a soggetti privati, unite a fumosi principi di sinergie ed economie di costo, si manifestino nell’unica forma di minori investimenti in manutenzione a favore di utili “impropri” (espressione di un approccio speculativo). Esattamente come la storia ha tristemente ed ampiamente dimostrato con il disastroso crollo del ponte Morandi a Genova.

    A questo punto si pone la questione relativa a come all’interno di infrastrutture pubbliche di importanza nazionale possano attualizzarsi il pensiero liberale e quello keynesiano o socialdemocratico.

    Il settore privato industriale, le cui caratteristiche e competenze risultano molto più ampie e diverse da quello sempre privato ma che si occupa di gestione di servizi in monopolio, si trova a competere nel mercato globale e di conseguenza deve ambire ad operare all’interno di un sistema economico ed istituzionale/amministrativo nazionale ricco di fattori competitivi a loro volta sostenuti anche dall’azione dello Stato: basti pensare agli effetti nefasti della pubblica amministrazione.

    La gestione di una struttura pubblica, specie se interviene come fattore competitivo, dovrebbe partire dalla semplice considerazione della propria importantissima funzione all’interno dello sviluppo economico. La strategia che opera verso un sistema di concessioni private invece rende queste Infrastrutture scollegate dal contesto economico e diventano dei colli di bottiglia esattamente come la pubblica amministrazione. La loro gestione, in altre parole, risulta finalizzata alla semplice sostenibilità economica e nello specifico alla creazione e distribuzione di utili agli azionisti.

    Va ricordato, tuttavia, come queste infrastrutture abbiano in sé la peculiarità del monopolio fisico e che quindi non siano soggette ad alcun tipo di concorrenza: vero principio dello spirito liberale. In questo contesto, allora, tuttala contrapposizione tra il pensiero liberale e quello socialdemocratico dovrebbe venire trasferita nell’ambito della attività gestionale e con essa alla capacità di raggiungere gli obiettivi “macro” in funzione di una crescita.

    L’attenzione deve essere riportata alla consapevolezza del ruolo gestionale nello scenario economico unita alla capacità di creare valore all’interno dello sviluppo economico di un paese. La visione, superata ormai, liberale vede invece solo l’opportunità del perseguimento del massimo profitto come l’unico traguardo da raggiungere: assolutamente legittimo se espressione di una gestione di un’azienda privata. Diventa un fattore anticompetitivo, invece, qualora si tratti di un bene pubblico in concessione senza concorrenza semplicemente, come la storia di autostrade o delle ferrovie inglesi dimostra, perché il solo perseguimento del massimo profitto viene realizzato diminuendo anche gli investimenti e i servizi resi a tariffe superiori (*). In più gli effetti di una gestione privata diventano un ulteriore costo aggiuntivo inserito nella filiera produttiva delle imprese, diventando esso stesso un fattore anticompetitivo per il sistema economico nel suo complesso.

    Il pensiero liberale dovrebbe, invece, in questo contesto svilupparsi nella capacità di individuare all’interno di uno scenario economico complesso gli obiettivi per massimizzare i servizi sotto il profilo qualitativo e quantitativo in modo da renderli fattori competitivi per la crescita economica.

    La Svizzera assieme alla Germania, ed ora la Gran Bretagna con quella della infrastruttura ferroviaria, dimostrano come anche la gestione pubblica delle Infrastrutture autostradali possano rappresentare   l’espressione di un pensiero liberale in quanto si opera con il fine di trasformarli in strumenti di sviluppo e fattori competitivi per i sistemi economici nazionali. Viceversa tanto il pensiero liberale quanto quello socialdemocratico o keynesiano risultano ancora oggi, ed in modo imbarazzante, ancorati a visioni e modelli economici del secolo precedente. La latitanza in questo contesto di un dibattito reale relativo alla “rivoluzionaria rinazionalizzazione” delle ferrovie della Gran Bretagna voluta dal governo di Boris Johnson è quantomeno imbarazzante per un liberale, anche perché la mancanza di un’evoluzione del pensiero politico ed economico liberale può indurre a credere che il modello di riferimento sia più quello argentino che non l’anglosassone.

    È paradossale rilevare come la velocità di cambiamento dei modelli di economia reale risulti maggiore alla capacità di elaborazione delle “ideologie” che li hanno scelti come loro modello di riferimento. Esistono nuovi ambiti di espressione del pensiero liberale, saperli individuare dimostra una aggiornata ed adeguata competenza, espressione del nuovo millennio.

    (*) basti ricordare come le autostrade tedesche siano gratuite per l’utenza mentre in Svizzera si paghi la vignetta valida per un anno a 38,50 euro.

  • Presidente Draghi anche la rete idrica ha bisogno di lei

    Tra le tante assurdità che abbiamo ascoltato nei mesi scorsi anche quella che il bonus rubinetti aiuterebbe a diminuire lo spreco d’acqua, come ha dichiarato l’on. Alessia Rotta del Pd. I nuovi rubinetti devono avere una portata d’acqua limitata a 6 litri al minuto. All’esponente del Pd purtroppo sfugge la realtà, e che cioè la grande dispersione di acqua, bene non rinnovabile e fonte primaria di vita, deriva dall’obsolescenza della rete idrica nazionale, problema che da anni segnaliamo, non solo dalle pagine del Patto Sociale, ai vari governi che si succedono. Governi che hanno tutti continuato ad ignorare il grave problema nonostante vi siano ancora aree prive di acqua corrente giornaliera, una perdita economica costante e, in certe regioni, un giro malavitoso dietro le cisterne che rifornisco le abitazioni prive di acqua corrente. Sulla tragica situazione del nostro sistema idrico ci sono state molte inchieste giudiziarie e molti illeciti arricchimenti e sperperi per i troppi enti inutili che dovrebbero essere preposti a gestire l’acqua nei vari territori. Enti che in molti casi hanno assicurato posti ad esponenti di partito, Pd compreso! Basti pensare che il Pd di fatto controlla l’acquedotto lucano e pugliese, ma anche Hera e Publiacqua. Il 48%, almeno, dell’acqua della rete idrica si disperde perché la nostra rete ha più di 50 anni, è in gran parte ammalorata e rotta, è di proprietà pubblica, giustamente ma, ingiustamente, è gestita da una miriade di società miste comunali, regionali o da consorzi che nulla hanno fatto per rimediare al dissesto. Mentre aumentano le dispersioni d’acqua sono aumentare le tariffe salite quasi del 100% in dieci anni a tutto danno dei cittadini per la spesa e dello Stato perché la perdita dell’acqua è una perdita anche economica, basta pensare ai periodi di siccità che devono essere affrontati dal pubblico. Le tariffe variano da territorio a territorio e nonostante il rincaro delle tariffe molte sono le perdite dovute alla mala gestione e ai poltronifici. Speriamo che il Presidente Draghi intervenga anche su questo urgente problema, che i partiti volutamente ignorano, perché rimettere in sesto la rete idrica ed eliminare tanti enti inutili e fonte di sperpero significa far risparmiare lo Stato, i cittadini e dare posti di lavoro veri ed utili.

  • Pensare al Paese reale prima di agire

    C’è un tempo per sognare ed un tempo per agire, c’è un tempo per contestare ed un tempo per collaborare, c’è un tempo per pensare ed un tempo per fare ma nessuno di questi vari tempi appartiene alla maggior parte di coloro che, dalla maggioranza o dall’opposizione, dai giornali o dalle televisioni si considerano i rappresentanti politici, culturali, scientifici degli italiani.

    C’è un tempo per tutto e, nel silenzio, i tanti in isolamento forzato sentono crescere la rabbia per i tanti errori, le tante inadempienze commessi e faticano a riaccendere quella speranza necessaria per potere immaginare quel futuro che rischia di essere così diverso dalle piccole certezze che ci eravamo conquistati.

    Si fatica perché si sente ogni giorno più forte il distacco tra il paese reale, le difficoltà quotidiane dei più e i “pasticci” di certe banche ed operazioni finanziarie, le incongruenze di certi interventi, dai banchi con le ruote ai sussidi per i monopattini elettrici, mentre troppe persone non riescono a mettere in tavola il pasto o a pagare le bollette e l’affitto.

    Se la Campania andava chiusa prima è stata la camorra a far ritardare il provvedimento? E non è forse vero che tanti contagi, malati, e perciò anche morti, li dobbiamo alla scellerata apertura delle discoteche per soddisfare gli interessi di alcuni? E quali sono le imprese che hanno guadagnato vendendo quegli stessi monopattini elettrici che ora, dopo averne finanziato l’acquisto, ci si rende conto che sono pericolosi? Quali sono i dati reali che ci sappiano dire quante attività sono state svendute per necessità e se chi le ha acquisite è collegato, a vario titolo, con le più note associazioni criminali, quelle stesse che con l’usura si sono troppe volte sostituite allo Stato? E quanto, proprio lo Stato, ha in incassato tenendo aperte, in piena pandemia, le sale da gioco dai bingo alle sale scommessa? Quanto ha incassato lo Stato, perdendo in salute dei cittadini, e quanto hanno incassato le attività criminali che, in un modo o nell’altro, controllano gran parte del gioco? Qualcuno ha pensato a quelle categorie che, nonostante le varie e diverse chiusure delle regioni, continuano a lavorare? Dove vanno a mangiare il cibo da asporto, l’unico che bar e ristoranti possono somministrare, ora che il freddo e la pioggia sono arrivati? Non tutti possono farlo sul posto di lavoro perché la loro attività non ha un ufficio! Qualcuno ha pensato che forse occorrerebbe un aiuto alle associazioni di volontariato che in diversi modi e realtà sfamano tante persone sempre più numerose e bisognose di attenzioni reali ed immediate? Quante sono le categorie che i vari provvedimenti non hanno preso in considerazione? Qualcuno sa come risolvere il problema dei vaccini antinfluenzali che in regioni come la Lombardia ancora mancano anche per le persone più a rischio? Qualcuno pensa e dopo aver pensato si confronta con la realtà, acquisisce dati, esperienze altrui e poi agisce? O forse i prossimi acquisti e sovvenzioni saranno per i banchi elettrici e i pattini a rotelle?

  • Solidarietà e tutela della persona dipendono dall’efficienza dello Stato

    Chi ha di più ha il dovere di dare a chi non ha per salvare vite, per dare vite dignitose, per dare opportunità che possano far raggiungere vite dignitose? Il caso della banana di Cattelan e della foto fatta alla banana dalla giovane donna kazaka affetta da grave leucemia, che non può curarsi adeguatamente per i costi elevati e i limiti assicurativi, ripropone, non solo per gli Stati Uniti, il problema del diritto alla salute e i conseguenti doveri che dovrebbero esistere nei Paesi civili. 

    Più o meno ogni giorno leggiamo di collette, sottoscrizioni aperte per trovare i fondi per curare questo o quel bambino, per rimpatriare chi si è ammalato all’estero, per pagare l’affitto a chi, anziano e solo, non ce la fa più. Mille casi, diversi e disperatamente umani, ci ricordano, se abbiamo voglia di pensare e di ricordare, che  anche nei nostri paesi ricchi sono troppo numerose le persone che fanno una vita di stenti o che perdono quella stessa vita. Se poi lo sguardo vuole avere il coraggio di osservare altrove, gli scenari di sofferenza estrema sono immensi. Come coniugare, al di là delle tante generosità dei singoli, la libertà di mercato, la globalizzazione, le importanti scoperte tecnologiche o i viaggi nello spazio con l’umana disperata sofferenza di chi non ha i soldi per curarsi o la possibilità di sfuggire al degrado ed alla guerra? Come salvaguardare il diritto di chi legittimamente ha con quello di chi non ha, dalla sicurezza nelle strade alla certezza del pane, dell’acqua, della chemioterapia? Come riuscire, in una società che vogliamo rimanga libera, a preservare e garantire diritti e doveri?

    A Roma e non solo adolescenti sfidano, trovano la morte correndo tra le macchine in corsa o facendo selfie sui binari dei treni in arrivo; altrove le esplosioni, le mutilazioni, gli sgozzamenti sterminano adolescenti inermi, bambini, adulti. Negli Stati Uniti non c’è assistenza sanitaria per i poveri, nel Regno Unito l’età avanzata diventa un problema per l’assistenza ospedaliera.

    Più volte, ormai ovunque, ti chiedono se sei fumatore, come se non fossimo ormai tutti fumatori di smog, e qualche volta capisci che le cure potrebbero essere più o meno intense a seconda della tua risposta. Il servizio sanitario paga il cambio di sesso ma non sempre le ricerche essenziali per conoscere e debellare le malattie rare o per dare l’assistenza necessaria a chi forse potrebbe salvarsi.

    Discutiamo del diritto all’eutanasia ma lo Stato, il sistema ha il diritto di condannare a morte chi non ha i soldi per curarsi, di condannare ad una vita di miserevoli stenti chi non è stato in grado di uscire dal tunnel della povertà o vi è caduto dentro per circostanze ed eventi? Il volontariato, la disponibilità di innumerevoli singoli e di qualche associazione benefica provano a supplire alla mancanza di interventi che competono agli Stati, ai governi e questa non è già più una società libera e giusta.

  • Il Cio può attendere: nasce lo sport di Stato

    Sembra incredibile come una semplice affermazione dell’amministratore delegato Sabelli di ‘Sport&Salute’ possa risultare assolutamente chiarificatrice riguardo alla volontà del governo in carica, come di quello precedente, in relazione alla gestione del movimento sportivo in Italia.

    Il governo Conte1, non tenendo in alcuna considerazione i Principi del Cio (o probabilmente ignorandone semplicemente le inevitabili ricadute politiche), i quali stabiliscono la netta separazione tra potere esecutivo e gestione dello Sport nella sua articolata complessità, aveva istituito la società ‘Sport&Salute’ come interposizione tra il governo che attribuisce i fondi per la gestione complessiva del Movimento Sportivo Italiano ed il Coni che li gestiva con la Coni Servizi.

    L’amministratore delegato Sabelli, a conferma e giustificazione della scelta governativa, affermò che “attraverso  la creazione di ‘Sport&Salute’ …nasce lo sport di Stato”, come se il Coni fosse un ente pubblico non inserito all’interno di uno Stato dal quale risulta per altro istituito.

    Questa operazione politico-amministrativa ma soprattutto che accresce il peso della burocrazia, con oltre duecento nuovi occupati, fu ampiamente criticata dai membri del Cio ed ancora oggi proprio per questa scelta sottopone  il  nostro Paese ad un’indagine al fine di accertare se non risultino violati i principi della carta costituzionale ed istitutiva  del Comitato Olimpico internazionale (https://www.ilpattosociale.it/2019/08/14/i-giochi-olimpici-di-cortina-2026-e-la-guerra-al-cio/).

    Ad aggravare la situazione italiana ecco come dal  governo Conte2 trova corpo l’iniziativa del ministro Spadafora (sodalo di Giorgetti nella creazione di ‘Sport&Salute’) il quale si ritaglia una quota dei medesimi finanziamenti destinati a ‘Sport&Salute’ come diretto dispensatore per la gestione delle attività sportive destinate ai comuni, dimostrando ancora una volta come il vero potere non venga rappresentato in Italia dalla classica distinzione tra potere tra esecutivo, legislativo e giurisdizionale ma sostanzialmente si possa tranquillamente indicare nella diarchia tra gestione del credito e potere di spesa pubblica (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Quindi la frase scellerata di Sabelli dimostra di fatto l’intenzione di arrivare ad uno stato che intervenga direttamente nella gestione dello sport il quale invece secondo il Cio dovrebbe essere distaccato dal potere esecutivo anche al fine di evitare che possa divenire un’arma di propaganda politica e governativa. Il Comitato Olimpico internazionale, proprio attraverso le sue norme istituzionali, intendeva e vorrà sempre escludere un collegamento diretto tra uno sport, o peggio un intero movimento sportivo,  e l’espressione dello Stato, rendendolo quindi potenziale strumento di propaganda, perché questo deve essere  espressione di una cultura e perciò gestito da  un organo indipendente dall’organo esecutivo.

    Mai come oggi la validità del principio stabilito dal Comitato Olimpico Internazionale viene ribadita in presenza di questi tentativi tipici di uno Stato espressione di un socialista reale 4.0 il quale intende utilizzare lo sport per accrescere la centralità dell’organo esecutivo.

    In questo modo poi si svaluta e deprezza la cultura sportiva da un complesso sistema formativo, fonte di educazione e di civiltà ed espressione della volontà di Stato.

  • In attesa di Giustizia: allerta meteo

    Riferiscono i meteorologi che nei prossimi giorni una perturbazione proveniente dalla Scozia dovrebbe portare un po’ di sollievo dal caldo unitamente a piogge anche intense e nella tormentata Liguria non può mancare l’allerta meteo.

    Ma non è del clima che questa settimana intende occuparsi la rubrica, bensì di un’altra perturbazione – di cui ha già trattato – che offre in permanenza avvisi di burrasca: il riferimento è alla tormenta che sta travolgendo la Magistratura e che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi protagonisti, nuovi sconcertanti e sconfortanti episodi che rischiano di travolgere in un inarrestabile declino la fiducia dei cittadini nel sistema Giustizia.

    L’ultimo a cadere, in ordine di tempo, è stato il Procuratore Generale della Cassazione – parliamo di una delle due più alte cariche dell’Ordine Giudiziario – raggiunto da un’incolpazione per avere violato il segreto istruttorio informando Luca Palamara dell’esistenza di un’indagine a suo carico; quest’ultimo, nel frattempo, è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio dal C.S.M., o quel che ne resta, dopo che gli scandali ne hanno travolto alcuni componenti rendendo necessaria da parte del Capo dello Stato la indizione di elezioni suppletive in autunno.

    La crisi istituzionale è senza precedenti e il fatto che la genesi sia da ricondurre proprio al Consiglio superiore della Magistratura induce il ricordo delle parole di un suo ex componente, rassegnate in una lettera al Direttore di Repubblica in un giorno (il 24 giugno 2012) nel quale il Paese intero era tutto preso dai successi della Nazionale di calcio. Non faremo nomi, ribadito che moltissimi sono i magistrati che adempiono al loro dovere con competenza, sacrificio, coraggio e correttezza la voce che anonimamente verrà richiamata è quella di tutti loro, levatasi anche in forma profetica subito dopo che si era risaputo che persino il Presidente della Repubblica era finito sotto intercettazione nella indagine sul presunto patto Stato-mafia.

    La vicenda nata dalle indagini palermitane e sfociata negli attacchi al Quirinale dimostra la necessità di cambiare profondamente il meccanismo giudiziario. Sono un magistrato, sono stato componente del CSM. I magistrati non possono avere la coscienza tranquilla: hanno rifiutato il tentativo di autoriformarsi attraverso il loro governo autonomo: si trattava dell’ultima possibilità di affrontare il cambiamento. La grande intuizione del potere diffuso del giudice, cioè della libertà di interpretare la legge si giustifica solo con il possesso di una professionalità assoluta, controllabile e controllata. Altrimenti questo potere diventa solo una volgare domanda di irresponsabilità alla quale si contrappone la barbarie della responsabilità civile diretta che trasforma il cittadino giudicato in avversario in giudizio dal momento stesso in cui entra nella stanza del giudice. La vicenda spaventosa del Presidente della Repubblica ascoltato in una conversazione di Stato dimostra che non c’è più tempo. Mi auguro che le culture liberali e costituzionali facciano la parte che la storia impone.

    Una visione lucida, serena ma implacabile nella capacità autocritica e nella prospettazione quasi profetica di scenari futuri, una voce inascoltata ma che valeva la pena evocare anche per chi non l’avesse mai sentita per trovare conforto e speranza: finché ci saranno uomini così, e ve ne sono eccome, l’attesa di Giustizia potrà anche essere lunga ma non vana.

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