Sudan

  • Scontri tribali in Sudan

    La guerra in corso tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) ha favorito una larga diffusione di armi tra i civili e la formazione di milizie tribali in tutto il Sudan. Il fenomeno appare ancora più grave nelle aree controllate dalla cosiddetta Sudan Founding Alliance, guidata dalle Rsf e dal Movimento popolare di liberazione del Sudan-Nord (Splm-N), dove la struttura tribale delle forze armate contribuisce ad alimentare ulteriori tensioni. In questo contesto, numerose tribù dispongono di armi leggere e di medio calibro, utilizzate nei conflitti locali che si sviluppano in diverse regioni del Paese. Il 30 maggio scorso sono scoppiati violenti scontri tra le tribù Bani Halba e Salamat, che hanno causato decine di morti e lo sfollamento di centinaia di persone dalle aree di Kubum e Markondi, nello Stato del Darfur meridionale, sotto controllo delle Rsf. Particolarmente significativo il fatto che anche membri delle Rsf appartenenti alle stesse comunità tribali abbiano preso parte agli scontri, utilizzando armi leggere e indossando uniformi ufficiali.

    Secondo il sito di monitoraggio degli sfollati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), tra il 2 e il 3 giugno scorsi circa 1.520 persone sono state costrette a sfollare dalle località di Kubum, Markondi e dal villaggio di Umm Labassa in seguito agli scontri intercomunitari tra le tribù arabe Bani Halba e Salamat. Gli sfollati si sono rifugiati nelle aree di Nyala Shimal, Rehaid Albirdi e Shattaya, sempre nel Darfur meridionale. Il rapporto indica inoltre che l’episodio si inserisce in una precedente ondata di violenze che il 30 maggio aveva già causato circa 350 sfollati. Nella stessa giornata del 30 maggio, le Rsf avrebbero inoltre attaccato le aree di Al-Murra e Umm Saadoun, nella località di Gharb Bara, nello Stato del Kordofan Settentrionale, provocando la morte di oltre 50 persone appartenenti alla tribù Dar Hamid. Il ministero degli Esteri sudanese ha condannato l’attacco contro i villaggi di El Murra e Umm Saadoun, denunciando la morte di numerosi civili e chiedendo alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite, al Consiglio di sicurezza, all’Unione africana e alle organizzazioni per i diritti umani di assumere una posizione chiara contro quella che definisce una strage, chiedendo inoltre di individuare i responsabili e rafforzare la protezione dei civili. In risposta, il governatore del Kordofan per l’alleanza Tasis, Hamad Mohamed Hamed, ha accusato il Movimento islamista di tentare di trascinare la regione in una guerra civile attraverso l’incitamento tribale e ha affermato che i tentativi di mobilitare la tribù Dar Hamid contro le Rsf, spingendola a combattere a fianco delle Saf, rappresentano un crimine contro il tessuto sociale sudanese.

    Il monitoraggio dell’Oim segnala inoltre che già il 28 maggio circa 160 persone erano state sfollate dal villaggio di El Murra, sempre nel Kordofan Occidentale, a causa del deterioramento della sicurezza. Anche nelle aree del Kordofan Meridionale controllate dal Splm-N guidato da Abdulaziz Al-Hilu, come Bayami e Dabi Kauda nella località di Heiban, si sono registrati scontri mortali tra le tribù Atoro e Shawaya, già a partire dallo scorso marzo. In una dichiarazione del 2 giugno 2026, il segretario generale del Splm-N, Ammar Amoun Daldoum, ha riconosciuto vittime e perdite materiali tra le due comunità, precisando che lo Stato maggiore del movimento è intervenuto per contenere la situazione e ha istituito una commissione d’inchiesta. Secondo quanto riportato, la tribù Shawaya avrebbe collaborato con la commissione, mentre parte della tribù Atoro avrebbe rifiutato di incontrarla, accusando lo Splm-N di coinvolgimento nella crisi. Daldoum ha inoltre dichiarato che all’inizio di maggio il conflitto si è esteso alle aree di Payam e Kauda, causando gravi conseguenze, tra cui uccisioni di civili e il saccheggio delle sedi dello Splm-N, delle autorità civili e dell’Agenzia sudanese per il soccorso e la ricostruzione (Srra), oltre che di alcune organizzazioni operanti nella regione. Il segretario generale ha infine invitato gli ufficiali del movimento che si sono rifiutati di collaborare con la commissione a presentarsi per chiarire la propria posizione.

    In una precedente dichiarazione, il segretario dello Splm-N nella regione dei Monti Nuba, Hashim Abdullah Ibrahim, aveva definito “ribelli” i gruppi che rifiutano di sottoporsi alla leadership del movimento, spiegando che le tensioni sarebbero legate a dispute sulla demarcazione dei confini tribali e sulla proprietà delle terre, sfociate in scontri anche con l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (Spla). Nel complesso, la molteplicità di conflitti tribali e scontri tra comunità e forze armate nelle regioni del Kordofan Meridionale e Settentrionale e del Darfur Meridionale evidenzia le profonde difficoltà che la cosiddetta “Sudan Founding Alliance” incontra nel tentativo di stabilire un sistema di governance stabile nei territori sotto il proprio controllo. Resta aperta la questione se tali fragilità possano essere superate o se finiranno per indebolire ulteriormente l’alleanza.

  • «Genocidio nel Darfur», denuncia del Sudan in sede Onu

    La violenza perpetrata dalle Forze di supporto rapido (Rsf) nella città sudanese di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, porta “i segni distintivi del genocidio”. Lo hanno affermato in una dichiarazione congiunta i ministri degli Esteri del gruppo centrale sudanese presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Il gruppo conclude che la violenza condotta dalle Rsf costituisce crimini di guerra e crimini contro l’umanità e porta i segni distintivi del genocidio. I rappresentanti dei cinque Paesi – Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito – hanno inoltre dichiarato di voler formare una coalizione per impedire ulteriori atrocità in Sudan. In una dichiarazione distinta, l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato che “quasi tre anni di brutale conflitto hanno quasi trasformato il Sudan in una terra di disperazione”. Secondo Turkm “il rapporto che presento oggi è l’ennesimo capitolo nella cronaca di questa crudeltà. Descrive modelli chiari e persistenti di violenza contro i civili, tra cui uccisioni, stupri e torture. Con l’intensificarsi dei combattimenti, le violazioni del diritto internazionale da parte di tutte le parti in conflitto sono aumentate, mentre l’assunzione di responsabilità è rimasta praticamente assente”.

    Nel 2025, ha proseguito l’Alto commissario, la documentazione dell’Ufficio Onu per i diritti umani (Ohchr) indica un aumento di oltre due volte e mezzo delle uccisioni di civili rispetto all’anno precedente, mentre molte migliaia di persone risultano ancora disperse o non identificate. “Sia le Forze di supporto rapido che le Forze armate sudanesi hanno continuato a usare armi esplosive in aree densamente popolate, spesso senza preavviso, mostrando un totale disprezzo per la vita umana. Le parti hanno attaccato scuole, ospedali, mercati e siti religiosi, in flagrante violazione del diritto internazionale umanitario. Il crescente utilizzo di droni avanzati a lungo raggio ha aumentato i danni ai civili in aree lontane dalle linee del fronte, precedentemente pacifiche. Le parti – principalmente le Rsf – hanno ripetutamente utilizzato droni per colpire infrastrutture critiche, tra cui centrali elettriche, dighe e serbatoi di carburante, con enormi ripercussioni sulla popolazione civile, e ne sono stato testimone diretto quando ho visitato il Sudan all’inizio di quest’anno. Un attacco da parte delle Rsf alle infrastrutture elettriche a Kosti, sul Nilo Bianco, all’inizio dell’anno scorso ha paralizzato i sistemi di trattamento delle acque, permettendo al colera di diffondersi a macchia d’olio”, ha proseguito Turk.

    I corpi di donne e ragazze sudanesi – prosegue il rapporto – sono stati trasformati in armi per terrorizzare le comunità. “Nel 2025 abbiamo identificato oltre 500 vittime di violenza sessuale, tra cui stupri, stupri di gruppo, torture sessuali e schiavitù, in alcuni casi con esito fatale. E quando sono stato in Sudan all’inizio di quest’anno, ho ascoltato le strazianti testimonianze di almeno dieci di loro. Abbiamo anche documentato un forte aumento delle esecuzioni sommarie di civili, spesso accusati di collaborazionismo con la controparte. La detenzione arbitraria su larga scala è un altro strumento di intimidazione, utilizzato da entrambe le parti e dalle milizie alleate. Nei territori controllati dalle Saf, i civili sono stati arrestati e condannati senza un giusto processo, con molti procedimenti che hanno portato a condanne a morte o all’ergastolo. Nelle aree controllate dalle Rsf non è operativo alcun sistema giudiziario formale. In entrambi i casi, i detenuti sono stati sottoposti a tortura e maltrattamenti e sono stati tenuti in condizioni disumane e di sovraffollamento, causando epidemie di malattie mortali e la perdita di centinaia di vite umane. Abbiamo documentato – ha aggiunto Turk – picchi particolarmente intensi di violenza di ritorsione contro i civili quando il controllo di un’area è cambiato di mano”.

    La conquista del campo di Zamzam da parte delle Rsf, ad aprile 2025, e la sua offensiva su El Fasher a ottobre hanno scatenato una carneficina che ha causato migliaia di vittime, configurandosi come crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. “Persone sono state uccise, stuprate, rapite e torturate, anche lungo le vie di fuga, con corpi ammucchiati ai bordi delle strade. Ho più volte messo in guardia dai rischi a cui andava incontro El Fasher, ma il massacro non è stato impedito. Mentre l’epicentro della guerra si sposta nella regione del Kordofan, sono estremamente preoccupato che questi crimini possano ripetersi. Perché si tratta di modelli di brutalità atroce e spietata. Stiamo già assistendo a una preoccupante escalation di attacchi con droni e blocchi da parte sia delle Rsf che delle Saf nel Kordofan e oltre, anche contro i convogli di aiuti umanitari. Dal 1 gennaio questi attacchi hanno ucciso o ferito quasi 600 civili”, ha denunciato Turk, che ha inoltre definito “straziante” la situazione delle persone con disabilità, costrette a fuggire senza supporto o accesso a cibo, assistenza sanitaria o riparo, e sono spesso soggette a molestie. Attacchi mirati contro operatori sanitari e umanitari, convogli umanitari e scorte alimentari – tutti protetti dal diritto internazionale – stanno riducendo le ultime risorse vitali e aggravando una delle crisi umanitarie più gravi al mondo”, ha detto.

    L’Alto commissario si è quindi detto preoccupato per la sorte di 13 milioni di bambini fuori dalle scuole, bombardate, convertite a uso militare o chiuse e per la crescente militarizzazione della società, incluso il reclutamento di bambini e giovani per partecipare alle ostilità. “Questa è una piaga che deve finire. La militarizzazione sta anche erodendo lo spazio civico. Entrambe le parti hanno represso il dissenso, attaccato giornalisti e difensori dei diritti umani e limitato la libertà di associazione e il diritto di riunione pacifica. L’incitamento all’odio e la retorica disumanizzante stanno lacerando le ossa di comunità già frammentate. Nel Kordofan settentrionale, ad esempio, abbiamo documentato appelli all’uccisione di attivisti per la pace, amplificati sui social media. L’impatto cumulativo di queste violazioni consolida la discriminazione e infligge un trauma generazionale, preparando il terreno a ulteriori violenze future. Questa guerra è orribile. È sanguinosa. Ed è insensata”, ha aggiunto, implorando tutte le parti in conflitto a cessare tutti gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili e invitando gli Stati a fare pressione sulle parti affinché rispettino i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale, proteggano i civili e garantiscano la distribuzione senza ostacoli degli aiuti umanitari. “Abbiamo urgente bisogno di una maggiore pressione diplomatica e politica per spingere le parti verso una tregua umanitaria che porti a un cessate il fuoco permanente. A questo devono seguire negoziati di pace e una transizione verso un governo civile inclusivo”, ha concluso.

  • Crescono le tensioni in Sudan intorno al corso del Nilo

    In Sudan il conflitto in corso tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) si è di recente intensificato nello Stato del Nilo Azzurro, un’area che per la sua posizione al confine con Sud Sudan ed Etiopia è particolarmente esposta al rischio di una destabilizzazione regionale. Negli ultimi due mesi, le operazioni militari di entrambe le fazioni si sono intensificate in aree come Al Silk, Boot e Al Kurmok, con attacchi compiuti con droni e l’uso di tecnologie belliche avanzate, allo scopo di conquistare nuove porzioni di territorio. Nel contesto del conflitto e della più ampia gestione regionale nel Corno d’Africa il controllo del Nilo Azzurro rimane del resto un obiettivo militare significativo.

    Nello specifico, lo Stato sud-orientale confina con la regione etiope del Benishangul-Gumuz, dove si trovano tanto la contestata Grande diga della Rinascita etiope (Gerd) quanto il campo di addestramento di combattenti da integrare nelle fila delle Rsf rivelato da “Reuters”. L’inchiesta pubblicata il 10 febbraio ha dato prova del già acclarato coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti nel conflitto sudanese, rendendo di fatto evidente quello etiope e di altre potenze regionali. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, a tre giornalisti di Reuters ad Addis Abeba è stato revocato l’accredito ed impedito di coprire il vertice dell’Unione africana tenuto nella capitale etiope il 14 e 15 febbraio.

    Un giorno dopo la pubblicazione dell’inchiesta, l’11 febbraio, il primo ministro Abiy Ahmed ha ricevuto ad Addis Abeba il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, prima che una delegazione di Riad guidata dal viceministro degli Esteri Waleed Al Khereiji si recasse l’indomani in Eritrea. La tensione tra Addis Abeba ed Asmara è aumentata di recente in modo esponenziale, con il rischio che un nuovo conflitto esploda fra i due Paesi a soli quattro anni dalla conclusione della guerra del Tigrè (2020-2022). Martedì 17 febbraio, intanto, è stato il turno del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di visitare l’Etiopia: a lui il premier Ahmed ha chiesto sostegno nelle rivendicazioni etiopi di accesso al mar Rosso, ricevendo invece un avvertimento sul fronte del riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland, fascicolo che per Erdogan “non apporterebbe beneficio ad alcuno”.

    In un’intervista rilasciata ad “Agenzia Nova“, l’ex ministro dell’Allevamento del Nilo Azzurro, Moneir Elias, ha da parte sua confermato la grave situazione umanitaria esistente nel Nilo Azzurro, dove continua ad aumentare l’afflusso di sfollati da diverse località della regione. Moneir prevede che la situazione peggiorerà con l’intensificarsi delle attività militari e la debole risposta delle organizzazioni umanitarie. Nelle sue considerazioni, l’ex ministro sudanese ha ricordato l’impatto che l’instabilità politica e la forte polarizzazione del dibattito stanno avendo sull’aumento delle tensioni interne al Sudan, con l’esplodere di nuovi conflitti intercomunitari.

    Da questo punto di vista non appare senza importanza il ruolo che i leader tribali stanno giocando all’interno del conflitto, con il loro schieramento a favore delle Saf o delle Rsf – sostenute dal Movimento di liberazione del Sudan – Nord (Splm-N) – fin dall’inizio della guerra, nell’aprile del 2023. La posizione del Nilo Azzurro tra Etiopia e Sud Sudan lo rende anche una regione contesa per le risorse e l’accesso all’acqua, e dopo la costruzione della diga Gerd – ha osservato Moneir – lo Stato del Nilo Azzurro ha acquisito maggiore importanza nella regione. Da parte loro, le Saf hanno incassato il sostegno del movimento islamista sudanese, influente nella regione etiope di Benishangul-Gumuz attraverso le organizzazioni religiose locali, con un impatto su tutta l’area che si è avverato destabilizzante. Per l’ex ministro, il potere economico giocherà un ruolo cruciale nel determinare chi potrà imporre la propria visione sul territorio. Il Nilo Azzurro vive sotto stato di emergenza dal 2022.

  • Sudan cuts ties with UAE over alleged paramilitary support

    Sudan has cut diplomatic ties with the United Arab Emirates (UAE), after repeatedly accusing the Gulf nation of backing the rival Rapid Support Forces (RSF) in the country’s civil war.

    The announcement came as the RSF were blamed for attacks on the usually safe city of Port Sudan, which started on Sunday and have continued until Wednesday.

    On Tuesday, Sudan’s Defence Minister Yassin Ibrahim accused the UAE of violating his country’s sovereignty through its “proxy”, the RSF.

    The UAE has repeatedly denied allegations that it is giving financial, military and political support to the paramilitary force.

    Two years of conflict has killed thousands, forced millions from their homes and created the world’s worst humanitarian crisis.

    As a result of the defence minister’s announcement, the Sudanese ambassador will be withdrawn from the UAE and Sudan will shut its diplomatic missions in the Gulf nation.

    Since Sunday, drone strikes have hit an international airport, a major power station and a hotel in Port Sudan. The army has accused the RSF of being behind the assault, but the paramilitary group is yet to comment.

    On Wednesday the Sudanese army said it had foiled a strike on the country’s biggest naval base.

    “They [the drones] were met with anti-aircraft missiles,” an unnamed source told the AFP news agency.

    Until now, Port Sudan had avoided bombardment and was regarded as one of the safest places in the war-ravaged nation.

    Sudan’s army has often accused the UAE of arming the RSF.

    Both the UK and the US have singled out the UAE in separate appeals for outside countries to stop backing Sudan’s warring parties.

    However, on Monday, the UN’s top court dismissed Sudan’s case against the UAE, in which it accused the Gulf state of complicity in genocide.

    The International Court of Justice in The Hague ruled that the case could not proceed because the UAE had opted out Article 9 of the Genocide Convention, which means that it cannot be sued by other states over genocide allegations.

    Reem Ketait, the UAE’s deputy assistant minister for political affairs, said the court’s decision was “clear and decisive”.

    “The international community must focus urgently on ending this devastating war and supporting the Sudanese people, and it must demand humanitarian aid reaches all those in need,” she said.

    Both the army and RSF have been accused of war crimes.

    Additional reporting by Cecilia Macaulay

  • Putin si fa la base navale in Sudan

    Il Sudan e la Russia hanno raggiunto un accordo definitivo sulla creazione di una base navale russa sulla costa sudanese del Mar Rosso. Ad annunciarlo è stato il ministro degli Esteri sudanese Ali Youssif, nel corso di una visita ufficiale a Mosca. “Sudan e Russia hanno raggiunto un’intesa sull’accordo riguardante la base navale russa”, ha detto Youssif in una conferenza stampa congiunta con l’omologo russo Sergej Lavrov. “Siamo in completo accordo su questa questione e non ci sono ostacoli. Abbiamo raggiunto un’intesa reciproca sul tema. Pertanto, la questione è molto semplice. Siamo d’accordo su tutto”, ha aggiunto, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Il progetto per la costruzione di una base navale russa sulla costa sudanese del Mar Rosso è in cantiere da diversi anni e sembrava sul punto di essere finalizzato alla fine del 2020, tuttavia il colpo di Stato militare in Sudan dell’ottobre 2021 e il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 hanno finito per congelarlo.

    Un primo accordo per la creazione di un punto di supporto logistico (Lsp) per la Marina russa era stato concluso nel 2017. Successivamente, nel novembre 2020, i due governi avevano firmato un accordo preliminare – della durata di 25 anni – per stabilire quello che è stato descritto come un polo logistico navale russo in Sudan, che dovrebbe arrivare ad ospitare un massimo di 300 militari e fino a quattro navi da guerra, comprese imbarcazioni a propulsione nucleare. Tuttavia, a causa dell’inerzia burocratica e dei cambiamenti nel panorama politico sudanese – culminati prima con il rovesciamento del presidente di lunga data Omar al Bashir e con il colpo di Stato militare dell’ottobre 2021, poi con lo scoppio del conflitto civile nell’aprile 2023 – il progetto è rimasto congelato e non è mai stato ratificato dal parlamento sudanese, che nel frattempo è stato sciolto.

    Il Mar Rosso, del resto, costituisce una rotta strategica di vitale importanza per il commercio globale, nonché un punto caldo dal punto di vista geopolitico. Per Mosca, in particolare, disporre di una propria presenza in quell’area sarebbe d’importanza prioritaria, a maggior ragione dopo aver perso – in seguito al rovesciamento del regime siriano di Bashar al Assad – la sua base militare di Tartus, che per anni ha costituito il suo avamposto nel Mediterraneo. È con questo obiettivo che, stando a fonti citate da alcuni media internazionali, negli ultimi mesi funzionari russi avrebbero visitato la città di Port Sudan, divenuta di fatto la capitale del Sudan dall’inizio della guerra, nel tentativo di stringere legami con entrambe le parti in conflitto. Se infatti all’inizio delle ostilità il Cremlino ha sostenuto le Forze di supporto rapido (Rsf) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, con il quale ha per anni coltivato stretti legami nello sfruttamento delle miniere d’oro del Darfur, negli ultimi mesi la posizione di Mosca – mai resa ufficiale – sembrerebbe essere mutata, visti anche gli sviluppi della guerra che sembrano nel frattempo pendere a favore delle Forze armate sudanesi (Saf).

    Secondo l’Istituto per lo studio della guerra (Isw), con sede a Washington, in cambio del permesso di mantenere una presenza navale in Sudan, la Russia si sarebbe impegnata a fornire supporto militare alle Saf. Un cambio di rotta reso palese dalla visita a Port Sudan effettuata nell’aprile scorso dal vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov, che in quel frangente ha auspicato una maggiore cooperazione con il Sudan e ha espresso sostegno alla “legittimità esistente nel Paese rappresentata dal Consiglio sovrano”, il massimo organo di governo cui è a capo il generale Abdel Fattah al Burhan. In quella stessa occasione Bogdanov avrebbe anche promesso all’esercito sudanese aiuti militari “senza restrizioni”. Da allora, inoltre, Mosca avrebbe avviato le esportazioni di gasolio verso il Sudan, nel tentativo di cercare nuovi sbocchi dopo le sanzioni internazionali imposte in seguito all’invasione dell’Ucraina.

    Secondo gli analisti, la realizzazione di una base navale russa sul Mar Rosso sarebbe una logica continuazione delle azioni militari della Russia nel continente africano. Negli ultimi mesi, specie dopo la “cacciata” dalla Siria, Mosca ha ampliato la sua presenza in Libia, rafforzando le operazioni nelle sue quattro principali basi aeree: la base di Al Khadim, nell’est del Paese; la base di Al Jufra, nel centro; la base di Al Brak al Shati, a sud-ovest di Sebha, capoluogo della regione di Fezzan; e la base di Al Qurdabiya, a Sirte, nella zona centro-settentrionale. Queste basi ospitano una varietà di attrezzature militari, tra cui difese aeree, caccia MiG-29 e droni, e sono gestite da una contingente misto di militari russi e mercenari del gruppo Wagner, lontano dalla supervisione delle autorità libiche. Secondo fonti libiche consultate da “Agenzia Nova”, inoltre, Mosca ha recentemente ampliato la sua presenza con una nuova base militare, quella di Maaten al Sarra, al confine con il Ciad e il Sudan. Le immagini satellitari ad alta risoluzione pubblicate da Maxar Technologies a dicembre mostrano chiaramente l’estensione della pista e la costruzione di edifici che sembrano essere alloggi, confermando le informazioni in possesso di “Nova”.

  • L’escalation di violenza tra fazioni in Sudan induce Medici senza frontiere a lasciare Khartoum

    In Sudan, dove le Forze di Supporto Rapido combattono contro gli ex amici dell’esercito regolare, 25 milioni di persone soffrono la fame e rimangono spesso vittime delle offensive degli uni o degli altri mentre provano a fronteggiare la fame.

    Gli scontri in atto tra le opposte fazioni dal 15 aprile 2023 hanno provocato decine di migliaia di morti e 10 milioni di senza tetto. Vittorio Oppizzi, responsabile dei programmi di Medici senza frontiere nel Paese africano, ha parlato al Corriere della Sera della «più grave crisi di sfollati al mondo: una persona su 5 costretta a fuggire per la guerra».

    «A Khartoum si combatte di quartiere in quartiere. El Fashir in Darfur è sotto assedio da nove mesi. A dicembre hanno cominciato a bombardare sui campi di Zam Zam e in altre zone: Jazira e Sennar, gli Stati-granaio del Paese» ha detto Oppizzi, asserendo che «non c’è Paese al mondo dove ci sia più gente a rischio del Sudan».

    Matteo D’Alonzo, hospital manager di Emergency a Khartoum stima che «saranno 30,4 milioni i sudanesi in necessità di aiuti umanitari nel 2025, circa due terzi dell’intera popolazione del Paese». La violenza degli scontri nella capitale Khartoum ha già indotto a inizio anno Medici senza frontiere a lasciare la città, dove gestiva un ospedale

    Due generali sono gli attori principali della escalation in cui il Sudan precipita sempre più: da un lato Abdel Fattah al Burhan, presidente del Consiglio supremo di transizione e comandante in capo delle forze armate, dall’altro il suo vice Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemeti”, a capo dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Nell’aprile del 2019 i due furono protagonisti del colpo di Stato che rovesciò il regime di Omar al Bashir, l’uomo che aveva dominato la vita politica del Sudan sin dalla fine degli anni Ottanta. L’accordo tra Al Burhan e Dagalo ha però iniziato a vacillare dopo l’accordo per la formazione di un nuovo governo di transizione a guida civile. Una delle parti più sensibili del documento prevedeva infatti l’integrazione delle Rsf guidate da Dagalo – che negli anni hanno accumulato enormi ricchezze attraverso la graduale acquisizione di istituzioni finanziarie sudanesi e delle riserve auree – e la cessione di lucrose proprietà militari nell’agricoltura, nel commercio e in altre industrie, una fonte cruciale di potere per un esercito che ha spesso esternalizzato l’azione militare alle milizie regionali. Dagalo e i suoi uomini vantino strettissimi rapporti con la compagnia paramilitare russa Wagner e con gli Emirati per quanto concerne lo sfruttamento delle miniere d’oro. Abu Dhabi è infatti un hub globale dell’oro, a cui la Wagner rivende quello dal Sudan e con gli Emirati “Hemeti” aveva costruito negli anni un rapporto privilegiato andato tuttavia deteriorandosi da quando il generale ha iniziato a stringere alleanze con i capi tribù del Darfur (di cui è originario), molti dei quali sono islamisti esponenti di spicco del vecchio regime di Bashir. Dall’atra parte l’Egitto di Abdel Fattah al Sisi ha allacciato legami molto stretti con il Consiglio sovrano di Khartum, effettuando frequenti esercitazioni militari congiunte. Al Sisi condivide con Al Burhan l’aver fatto carriera come militare e vede in Burhan un referente più affidabile per quel che riguarda la posizione del Sudan rispetto alla Grande diga della rinascita (Gerd), la maxi infrastruttura in fase di costruzione sul Nilo Azzurro in Etiopia e ritenuta dal Cairo come una minaccia esistenziale alla propria autonomia energetica.

  • Il contrabbando di carburante in Libia alimenta la guerra civile in Sudan

    Il capo del Consiglio presidenziale della Libia, Mohamed al Menfi, avvierà in settimana un’indagine sul contrabbando di carburante che starebbe contribuendo ad alimentare la guerra civile in Sudan. Lo riferisce il quotidiano britannico “The Guardian”, sottolineando che le accuse, che vanno dallo sperpero di denaro pubblico alla corruzione, non sono solo una questione interna libica. Secondo il giornale britannico, infatti, il contrabbando – favorito dalla cattiva gestione della National Oil Corporation (Noc) – “aiuta a fornire carburante alle Forze paramilitari di supporto rapido che combattono in Sudan”, come evidenziato in un recente rapporto presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non solo. Parte del denaro potrebbe anche andare indirettamente al gruppo Wagner, sostenuto dalla Russia, ora rinominato Africa Corps.

    Sebbene la Libia sia un Paese ricco di petrolio, importa la maggior parte del suo carburante, dato che le raffinerie nazionali non producono abbastanza per soddisfare la domanda interna. Le autorità di Tripoli importano quindi il carburante dall’estero e lo distribuiscono in patria a prezzi fortemente sovvenzionati, tanto che il prezzo ufficiale per un litro di benzina è di 3 centesimi di dollari al litro. Gli oli combustibili, che comprendono gasolio da riscaldamento, gasolio e combustibili pesanti, sono venduti in media a un prezzo inferiore del 70 per cento rispetto all’acquisto da parte del governo. E secondo il “Guardian” il 40 per cento del carburante importato viene poi riesportato e contrabbandato fuori dal Paese con ampi margini profitto illecito.

    Secondo il governatore della Banca centrale libica, Al Saddiq al Kabir, i sussidi per il carburante sono aumentati da 20,8 miliardi di dinari (3,97 miliardi di euro) nel 2021 a 61 miliardi di dinari nel 2022 (11,64 miliardi di euro), denunciando uno “squilibrio, una distorsione e una cattiva gestione” del fenomeno. Un documento interno della Noc datato settembre 2023, citato dal “Guardian”, afferma che il costo gonfiato dei sussidi è diventato quasi la metà dell’importo delle entrate derivanti dalla vendita di petrolio e gas. Fonti citate dal giornale britannico affermano che la maggior parte del carburante importato proviene dalla Russia, tramite Paesi come la Turchia, e viene venduto illegalmente in Europa con ingenti guadagna dei contrabbandieri, mentre molti libici sono costretti a fare lunghe ore per fare rifornimento alle pompe di benzina.

  • Sudan conflict: Thousands flee fresh ethnic killings in Darfur

    Thousands of people have been forced to flee the Sudanese region of West Dafur amid fears of ethnic cleansing, a medical charity says.

    Witnesses have accused the paramilitary group Rapid Support Forces (RSF) of targeting and killing non-Arabs, with reports of hundreds of deaths.

    This comes after the RSF captured the Sudanese army headquarters in West Darfur capital of El Geneina.

    The RSF says it is not involved in what it describes as a “tribal conflict”.

    It has been battling the army for control of the country since April.

    Medecins Sans Frontieres (MSF) says that most of the 7,000 people who have crossed into Chad in the past three days are women and children who are fleeing with nothing.

    Hatim Ali, a local human rights monitor, said he had fled to Chad after the RSF and allied militias arrived on horses, camels and motorbikes and besieged Erdamta, just across a river from El Geneina.

    He said they “killed so many men and raped a lot of women”, adding that hundreds of people may have been killed.

    Since the capture of El Geneina, the RSF and allied Arab militias have been accused of murdering ethnic Masalit people, looting homes and raping women.

    The RSF and Arab militia even reportedly attacked a camp for internally displaced people in Erdamta, where some 800 people are said to have been killed.

    A man who fled the camp with his family before the attack told the BBC: “I’m still alive, but I lost a lot”.

    Alaa Babikr, a resident of El Geneina, told the BBC that civilians had no way to escape the fighting.

    While many people have fled to Chad, thousands remain trapped in Sudan as Arab militias demand huge sums of money to cross the border, an aid worker told BBC.

    Pierre Honnorat, the head of the World Food Programme (WFP) in Chad, told the BBC the key challenge was feeding the thousands of refugees.

    “We need support, and we need it now. We do need to secure a meal a day to them all. They have nothing,” he said.

    The RSF originated in Darfur and has been accused of atrocities against non-Arabic groups in the region during this year’s conflict.

    The paramilitary group has been gaining more territory in Darfur since the beginning of this month, taking control of four of the region’s five states.

    Peace talks in Saudi Arabia have been unfruitful as efforts to secure a ceasefire have failed, according to Reuters.

    The UN refugee agency says “an unimaginable” humanitarian crisis is unfolding in Sudan.

    Nearly six million people have been forced from their homes since the war began.

  • UN chief ‘appalled’ by Darfur’s ethnic and sexual violence

    UN chief António Guterres says he is appalled by reports of large-scale violence in the Darfur region of Sudan.

    His spokesperson says Mr Guterres has called on all warring parties to stop fighting and commit to a durable cessation of hostilities.

    “He is highly worried about the increasing ethnic dimension of the violence, as well as by reports of sexual violence,” Stéphane Dujarric said.

    “With nearly nine million people now urgently requiring humanitarian aid and protection in Darfur, he stresses the need for an end to looting and widened access so aid can reach those who most need it.”

    Earlier the UN’s head of mission for Sudan, Volker Perthes, said these attacks appeared to have been committed by Arab militia and the paramilitary Rapid Support Forces (RSF).

    “These reports are deeply worrying and, if verified, could amount to crimes against humanity,” he said in a statement.

    Meanwhile, Saudi Arabia has announced it will jointly lead a conference on the humanitarian response to the war in Sudan next week. Saudi Arabia and the US have been trying to mediate in the eight-week conflict between the army and the RSF.

  • L’UE lancia un ponte aereo umanitario per fornire beni di prima necessità in Sudan

    Alla luce delle crescenti esigenze umanitarie dovute al conflitto dilagante in Sudan, l’UE ha lanciato un ponte aereo umanitario per trasportare forniture essenziali da consegnare ai nostri partner impegnati in operazioni umanitarie a Port Sudan. Le 30 tonnellate di articoli essenziali (provviste idriche, servizi igienico-sanitari, attrezzature di accoglienza ecc.), sono state trasportate dai magazzini delle Nazioni Unite a Dubai a Port Sudan. Al loro arrivo, i beni sono stati consegnati all’UNICEF e al Programma alimentare mondiale.

    Il ponte aereo umanitario è organizzato nel quadro della Capacità europea di risposta umanitaria, uno strumento concepito per colmare le lacune in termini di risposta umanitaria ai rischi naturali e alle catastrofi provocate dall’uomo.

    L’UE ha già stanziato 200 000 € per il soccorso immediato e l’assistenza di primo soccorso alle popolazioni ferite o esposte a rischi elevati nella capitale, Khartoum, e in altre zone colpite dalle violenze in corso. Inoltre l’UE sostiene la società della Mezzaluna Rossa sudanese nella fornitura dei primi soccorsi, di servizi di evacuazione e di sostegno psicosociale. Questi finanziamenti si aggiungono ai 73 milioni di € già assegnati al Sudan nel 2023 per l’assistenza umanitaria, mentre ulteriori 200 000 € sono stati assegnati alla Mezzaluna rossa egiziana per fornire sostegno ai rifugiati che arrivano in Egitto dal Sudan.

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