La guerra in corso tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) ha favorito una larga diffusione di armi tra i civili e la formazione di milizie tribali in tutto il Sudan. Il fenomeno appare ancora più grave nelle aree controllate dalla cosiddetta Sudan Founding Alliance, guidata dalle Rsf e dal Movimento popolare di liberazione del Sudan-Nord (Splm-N), dove la struttura tribale delle forze armate contribuisce ad alimentare ulteriori tensioni. In questo contesto, numerose tribù dispongono di armi leggere e di medio calibro, utilizzate nei conflitti locali che si sviluppano in diverse regioni del Paese. Il 30 maggio scorso sono scoppiati violenti scontri tra le tribù Bani Halba e Salamat, che hanno causato decine di morti e lo sfollamento di centinaia di persone dalle aree di Kubum e Markondi, nello Stato del Darfur meridionale, sotto controllo delle Rsf. Particolarmente significativo il fatto che anche membri delle Rsf appartenenti alle stesse comunità tribali abbiano preso parte agli scontri, utilizzando armi leggere e indossando uniformi ufficiali.
Secondo il sito di monitoraggio degli sfollati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), tra il 2 e il 3 giugno scorsi circa 1.520 persone sono state costrette a sfollare dalle località di Kubum, Markondi e dal villaggio di Umm Labassa in seguito agli scontri intercomunitari tra le tribù arabe Bani Halba e Salamat. Gli sfollati si sono rifugiati nelle aree di Nyala Shimal, Rehaid Albirdi e Shattaya, sempre nel Darfur meridionale. Il rapporto indica inoltre che l’episodio si inserisce in una precedente ondata di violenze che il 30 maggio aveva già causato circa 350 sfollati. Nella stessa giornata del 30 maggio, le Rsf avrebbero inoltre attaccato le aree di Al-Murra e Umm Saadoun, nella località di Gharb Bara, nello Stato del Kordofan Settentrionale, provocando la morte di oltre 50 persone appartenenti alla tribù Dar Hamid. Il ministero degli Esteri sudanese ha condannato l’attacco contro i villaggi di El Murra e Umm Saadoun, denunciando la morte di numerosi civili e chiedendo alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite, al Consiglio di sicurezza, all’Unione africana e alle organizzazioni per i diritti umani di assumere una posizione chiara contro quella che definisce una strage, chiedendo inoltre di individuare i responsabili e rafforzare la protezione dei civili. In risposta, il governatore del Kordofan per l’alleanza Tasis, Hamad Mohamed Hamed, ha accusato il Movimento islamista di tentare di trascinare la regione in una guerra civile attraverso l’incitamento tribale e ha affermato che i tentativi di mobilitare la tribù Dar Hamid contro le Rsf, spingendola a combattere a fianco delle Saf, rappresentano un crimine contro il tessuto sociale sudanese.
Il monitoraggio dell’Oim segnala inoltre che già il 28 maggio circa 160 persone erano state sfollate dal villaggio di El Murra, sempre nel Kordofan Occidentale, a causa del deterioramento della sicurezza. Anche nelle aree del Kordofan Meridionale controllate dal Splm-N guidato da Abdulaziz Al-Hilu, come Bayami e Dabi Kauda nella località di Heiban, si sono registrati scontri mortali tra le tribù Atoro e Shawaya, già a partire dallo scorso marzo. In una dichiarazione del 2 giugno 2026, il segretario generale del Splm-N, Ammar Amoun Daldoum, ha riconosciuto vittime e perdite materiali tra le due comunità, precisando che lo Stato maggiore del movimento è intervenuto per contenere la situazione e ha istituito una commissione d’inchiesta. Secondo quanto riportato, la tribù Shawaya avrebbe collaborato con la commissione, mentre parte della tribù Atoro avrebbe rifiutato di incontrarla, accusando lo Splm-N di coinvolgimento nella crisi. Daldoum ha inoltre dichiarato che all’inizio di maggio il conflitto si è esteso alle aree di Payam e Kauda, causando gravi conseguenze, tra cui uccisioni di civili e il saccheggio delle sedi dello Splm-N, delle autorità civili e dell’Agenzia sudanese per il soccorso e la ricostruzione (Srra), oltre che di alcune organizzazioni operanti nella regione. Il segretario generale ha infine invitato gli ufficiali del movimento che si sono rifiutati di collaborare con la commissione a presentarsi per chiarire la propria posizione.
In una precedente dichiarazione, il segretario dello Splm-N nella regione dei Monti Nuba, Hashim Abdullah Ibrahim, aveva definito “ribelli” i gruppi che rifiutano di sottoporsi alla leadership del movimento, spiegando che le tensioni sarebbero legate a dispute sulla demarcazione dei confini tribali e sulla proprietà delle terre, sfociate in scontri anche con l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (Spla). Nel complesso, la molteplicità di conflitti tribali e scontri tra comunità e forze armate nelle regioni del Kordofan Meridionale e Settentrionale e del Darfur Meridionale evidenzia le profonde difficoltà che la cosiddetta “Sudan Founding Alliance” incontra nel tentativo di stabilire un sistema di governance stabile nei territori sotto il proprio controllo. Resta aperta la questione se tali fragilità possano essere superate o se finiranno per indebolire ulteriormente l’alleanza.