Svizzera

  • L’Iran si conferma un posto insicuro per le feluche: diplomatica svizzera precipita dal balcone

    È giallo in Iran sulla morte di una diplomatica svizzera, trovata senza vita in un’area verde nei pressi del palazzo in cui abitava a Teheran. Secondo una prima ricostruzione, la 52enne sarebbe precipitata dal 18esimo piano di un edificio nel quartiere di Kamranieh, nella zona nord della città che nel ’79 ospitò l’aggressione e il sequestro degli americani in servizio presso l’ambasciata Usa. Una tragedia su cui le unità specializzate della polizia iraniana hanno aperto un’inchiesta, escludendo al momento l’ipotesi di un suicidio. Quando è stato rinvenuto il cadavere, ha riferito il portavoce del Dipartimento per le emergenze di Teheran, Mojtaba Khaledi, la donna era già “morta da un po’ di tempo”.

    La funzionaria lavorava presso l’ambasciata di Berna, spesso al centro dell’attenzione perché incaricata di curare gli interessi degli Stati Uniti nel Paese dalla rottura delle relazioni diplomatiche con la Repubblica islamica nel 1980. “Stamani, la cameriera della diplomatica è andata a casa sua. Non avendola trovata, ha chiamato la polizia. Successivamente, un addetto alla manutenzione in un giardino vicino all’edificio ha trovato il corpo, che è stato riconosciuto dal portiere del palazzo”, ha riferito Khaledi.

    Le indagini non escludono l’incidente né l’omicidio. Il corpo presentava fratture alla testa e a un braccio. Sarà l’autopsia a stabilire se siano effettivamente compatibili con la caduta da un balcone o una finestra, e se siano riscontrabili segni di violenza o colluttazioni. Il corpo è già stato messo a disposizione del medico legale. A Berna, il ministro degli Esteri Ignazio Cassis si è detto “scioccato dalla tragica morte” e ha espresso le sue “più profonde condoglianze alla famiglia”. Le autorità svizzere, che seguono la vicenda in coordinamento con quelle iraniane, non hanno fornito al momento dettagli sulle circostanze del decesso, né il nome della diplomatica per tutelarne la privacy. Dal canto suo, il ministero degli Esteri di Teheran ha inviato le sue condoglianze e promesso una rapida conclusione delle indagini.

    Il drammatico episodio giunge in un momento molto delicato per l’Iran, impegnato a Vienna con i partner dell’accordo nucleare nei negoziati sul ritorno degli Usa e la rimozione delle sanzioni. Trattative che secondo la Russia continuano a far segnare “progressi”. Ma la fase è tesa anche sul piano interno, dove a un mese e mezzo dalle presidenziali è scontro tra i fondamentalisti e i moderati dell’uscente Hassan Rohani sull’audio rubato in cui il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif criticava il generale dei Pasdaran Qassem Soleimani, ucciso dagli Usa nel 2020. Un clima di accuse e sospetti che rischia di avvelenarsi ancora.

  • Mentre nella democratica svizzera…

    Nel nostro povero Paese, portato allo stremo da una classe dirigente indegna e con l’attuale al governo assolutamente disastrosa, si discute di un ridicolo referendum per il taglio dei parlamentari. Una riduzione che accrescerà il potere degli eletti, ridurrà la rappresentanza democratica e soprattutto permetterà a 100 senatori di modificare la Costituzione a proprio piacimento. Questo è il risultato di un declino culturale il quale, con gli ultimi due governi Conte 1 e Conte 2, si è trasformata in una vera e propria metastasi culturale.

    Mai il livello espresso da un governo aveva raggiunto dei livelli così infimi come quello degli ultimi due anni rappresentati dai Cinque Stelle, prima con la Lega e ora col PD. Il nostro Paese, se questo referendum dovesse dare esito positivo, si avvicinerebbe ad una repubblica sudamericana come Venezuela o Argentina.

    A soli 40 minuti da Milano, invece, nella confederazione elvetica, i cittadini svizzeri saranno chiamati ad esprimere il proprio parere relativo al mantenimento o meno della libera circolazione dei cittadini europei all’interno dei propri confini (https://www.swissinfo.ch/ita/economia/votazioni-del-27-settembre-2020_-gli-europei-che-sono-gi%C3%A0-in-svizzera-non-hanno-nulla-da-temere–/46010378). Mentre in Italia gli stessi sostenitori del Sì al referendum si fanno promotori di una nuova legge proporzionale, che sarebbe il disastro assoluto della nostra democrazia, nella democratica Svizzera, unico esempio di democrazia diretta, gli elettori svizzeri, attraverso il voto, esprimeranno la propria opinione assolutamente vincolante in merito ad una questione problematica.

    Se noi decliniamo verso un simil-peronismo 4.0, la vicina Svizzera ci insegna cosa sia la democrazia.

  • Sorpresa! La Cia spiava anche i Paesi alleati degli Usa

    Stupirsene sarebbe francamente ingenuo, ma adesso un’inchiesta del Washington Post, dell’emittente tedesca Zdf e della svizzera Srf attestano che il fatto che la Cia spiasse anche i suoi alleati è qualcosa di più della sensazione di chi sa come gira il mondo.

    Per mezzo secolo l’intelligence americana, in un’operazione congiunta avviata con gli 007 dell’allora Germania Occidentale, ha captato le informazioni top secret di mezzo mondo. In codice si chiamava ‘Operazione Thesaurus’ e in seguito ‘Operazione Rubicon’.

    Almeno 120 i Paesi a loro insaputa sotto osservazione, tra governi rivali dell’Occidente e governi alleati, compresi l’Italia e il Vaticano. Si tratta di tutti quegli Stati che dall’inizio della Guerra Fredda fino all’inizio degli anni 2000 godevano dei servizi della società svizzera Crypto Ag, leader mondiale nelle comunicazioni criptate ma segretamente controllata dalle ‘barbe finte’ americane e tedesche. In pratica la Crypto AG forniva a tantissimi Stati a suon di milioni di dollari le macchine per criptare i messaggi e i cablo diplomatici che poi però venivano consegnati alla Cia e alla centrale di intelligence tedesca Bnd, i cui uomini venivano messi in grado di decifrare i codici e dunque di decodificare anche le comunicazioni più riservate e segrete.

    Nella rete sono finiti Stati ostili agli Usa come l’Iran, l’Iraq, la Libia, oppure gli avversari sul fronte nucleare come Pakistan e India, e ancora alleati di ferro come Arabia Saudita, Giordania e Corea del Sud. Nel corso degli anni si sono avvalse dei servizi della Crypto AG anche molte delle ex giunte militari dell’America Latina. La lista dei clienti della società svizzera comprendeva, almeno fino agli anni ’80, pure diversi Paesi della Nato oltre all’Italia, come Spagna, Grecia e Turchia. L’elenco non comprende invece le due potenze che hanno rappresentato i più temibili avversari dell’Occidente negli ultimi decenni: Russia e Cina.

    I sospetti sul doppio gioco della Crypto AG cominciarono a circolare molti anni fa, ma la difficoltà è stata sempre quella di trovare delle prove concrete. Tanti però gli Stati (compresa l’Italia) che nel tempo hanno disdetto i contratti con la società elvetica che ha il suo quartier generale nella città di Zugo. L’inchiesta di Washington Post, Zdf e Sfr ha portato a individuare gli ex 007 che hanno coordinato il programma di spionaggio attraverso la Crypto AG e i manager del gruppo incaricati di attuare quel programma.

  • Svizzera e Toscana: i modelli di sviluppo Richemont

    La realtà supera spesso ogni  modello di riferimento. Al di là della la specificità del mercato alto di gamma della orologeria svizzera, della quale IWC è sicuramente uno dei massimi esempi, l’essenza del nuovo sito di produzione IWC dovrebbe rappresentare l’esempio della nuova strategia industriale che il gruppo di Schaffhausen sta consolidando.

    All’interno del nuovo centro di produzione infatti verranno realizzati sotto il medesimo tetto tutti  i vari componenti dei prestigiosi orologi, come le casse, ma  anche i movimenti degli orologi IWC.

    Una scelta strategica ed una politica industriale confermata anche dall’investimento che lo stesso gruppo Richemont sta realizzando parallelamente in Toscana. Il gruppo svizzero di proprietà sudafricana infatti ha trasformato quella che era una azienda di pelletteria, “Mont Blanc pelletteria”, nel gruppo “Richemont pelletterie” che produrrà per l’intero gruppo che possiede marchi di altissimo prestigio,  cinture, accessori e borse, quindi con un “valore unitario” certamente inferiore rispetto  all’alta orologeria svizzera. Tuttavia  viene  confermata la filosofia di organizzazione industriale.

    L’investimento di Schaffhausen nel sito di produzione dei famosi orologi IWC, come quelli in Toscana, dimostra la volontà del gruppo svizzero di organizzare la produzione attraverso una centralizzazione e gestione interna in assoluta antitesi rispetto all’outsourching, che ha come obbiettivo strategico la trasformazione di tutti i costi fissi in costi variabili.

    La scelta strategica viceversa viene considerata dal  gruppo svizzero valida sia per prodotti ad alto valore aggiunto, come l’orologeria, che per prodotti di pelle che hanno un valore inferiore, quindi indipendentemente dal ” valore intrinseco” del prodotto,ma semplicemente dal posizionamento nell’alto di gamma per ogni settore merceologico.

    In un mercato globale nel quale non esistono più le canoniche stagioni di vendita come di produzione l’intero arco dell’anno si presenta come una unica  stagione per entrambe le funzioni industriali, sempre  in costante e continua ricerca della sintonia con i mercati  che manifestano  esigenze e peculiarità tra le più diverse, il gruppo svizzero dimostra la propria soluzione strategica a tale richiesta del mercato globale  ed una delle ragioni del proprio  successo e della crescita rispetto alle altre dottrine economiche anacronistiche  per un  mercato globale. In più, l’applicazione della digitalizzazione nell’organizzazione produttiva (la tanto osannata industria 4.0) permette al gruppo svizzero di minimizzare l’impatto dei costi  della gestione ed organizzazione interna della produzione rispetto al vantaggio di un Time to Market assolutamente vincente e minimo rispetto ad un’azienda terziarizzata così da risultare perfettamente in sintonia con le diverse stagionalità di un mercato globale.

    Questa organizzazione strategico-industriale si confronta nel nostro Paese con il  senso generale della ineluttabilità delle vendita dell’ennesimo gruppo italiano, Versace, ad un azionista statunitense. Le ragioni possono risultare molteplici e non escludono una incapacità dell’attuale proprietà  di interpretare le innovazioni e richieste di un mercato sempre più esigente e competitivo.

    Sembra del resto incredibile come ancora una volta si assista ad una incapacità di interpretazione ma soprattutto di comprensione di come il sistema moda risulti  superato, in termini di riferimento, come modello industriale  dall’ agroalimentare e dal sistema del mobile e dell’arredamento.

    Certamente la legittima cessione dell’azienda da parte dalla famiglia nasce anche da un abbandono del mondo del credito che sempre meno sostiene le imprese e tanto meno i loro programmi di sviluppo, specie se Pmi.

    Ora, tornando al gruppo svizzero Richemont, resta da chiedersi come possano esistere, in Svizzera ed  in Italia, realtà economiche assolutamente  contemporanee e vincenti ma al tempo stesso distanti  da quella proposta economico strategica sostenuta dal mondo politico e dal mondo accademico negli ultimi vent’anni.

    Paradossale poi come “i nuovi e vincenti  modelli economici e soprattutto aziendali” non vengano più dalla elaborazione di modelli legati alla sola vitalità delle nostre Pmi (che continuano impavide e sole nel mercato internazionale) ma da aziende estere che hanno saputo rielaborare il nostro modello di “creazione del valore” classico degli anni ottanta ma che nel loro sviluppo risultano arenate anche per incapacità di sintonizzazione  delle proprie evoluzioni con il mercato globale.

    Non cogliere il significato strategico delle scelte del Gruppo Svizzero in Svizzera e in Toscana rappresenterebbe un errore di dimensioni epocali…

  • Fair food Swiss Made

    Dimostrando ancora una volta come l’unica forma di democrazia che possa in qualche modo permettere il confronto sulle tematiche vicine ai cittadini sia rappresentata dalla Svizzera, il prossimo 23 settembre gli elettori elvetici verranno chiamati ad esprimersi, quale ennesimo esempio di democrazia diretta, sull’iniziativa referendaria definita Fair food. Tale iniziativa parte dalla necessità espressa dai promotori del referendum di una tutela della filiera produttiva tanto per le carni prodotte all’interno del confine svizzero quanto per quelle di importazione le quali, viceversa, non risultano essere soggette a tale tipo di normativa.

    Lo scontro, piuttosto acceso, come riporta l’amico Riccardo Ruggeri in un suo recente intervento, vede contrapposti i promotori del referendum contro gli stessi rappresentanti delle istituzioni in Svizzera i quali risultano invece ampiamente schierati contro il quesito posto dal referendum. Questi ultimi hanno addirittura l’ardire di affermare come l’introduzione di una simile normativa sulla certificazione della filiera alimentare rappresenterebbe un aggravio di costi e di conseguenza impedirebbe alle fasce meno abbienti di poter accedere a determinati tipi di alimenti.

    Dal punto di vista di chi vive al di fuori dei perimetri nazionali della Svizzera sentire parlare di difficoltà economiche per l’introduzione di una diversa normativa relativa alla certificazione filiera  fa sorridere. Tuttavia quello che risulta più imbarazzante parte dalla semplice considerazione su di una classe politica che dovrebbe rendere più veloci, digitali ed immediati i controlli di filiera anche sulle carmi di importazione in modo da rendere minimale l’aggravio dei costi per gli importatori e di conseguenza per il consumatore finale. In tal senso infatti risulta assolutamente inaccettabile come una certificazione di filiera possa trasformarsi in un fattore anticompetitivo per le carni di importazione.

    Tuttavia questo referendum dimostra ancora una volta come sia sempre più forte ed inarrestabile la volontà da parte dei consumatori e dei cittadini di poter esprimere un acquisto consapevole che scaturisca solo ed esclusivamente dalla certificazione della filiera produttiva: in altre parole dalla conoscenza.

    Questo ovviamente non significa che le produzioni a basso costo tipiche delle catene di fast food debbano sparire e tantomeno essere soggette ad esclusione o a giudizi morali di qualsiasi genere. Un mercato aperto si basa sulla possibilità per ciascun operatore economico all’interno del proprio settore di competenza di proporre un prodotto dichiarando semplicemente la propria filiera produttiva, sia per un prodotto alimentare o del tessile-abbigliamento. Mai come in questo caso la democrazia diretta svizzera dimostra quello che potremmo definire una struttura democratica aperta che pone come centrale la possibilità di espressione del “sentiment” dei propri cittadini attraverso l’istituto del referendum.

    Questo referendum in più dimostra altresì come stia cambiando sempre più velocemente l’atteggiamento dei consumatori ed in questo caso potremmo riferirci a tutti i consumatori europei e non solo svizzeri, europei che si evolvono verso prodotti a maggior valore aggiunto che risultino essi stessi espressione di una filiera alimentare o del tessile e quindi i portatori della cultura contemporanea del paese di provenienza.

    Una cadenza già presente negli Stati Uniti, come una ricerca della Bloomberg Investment dimostrò nel 2016 certificando come l’82% dei consumatori statunitensi fosse disponibile a pagare un prodotto anche il 30% in più purché espressione di un Made In reale.

    Al di là del risultato del referendum stesso che vede appunto su fronti opposti promotori contro l’establishment politico, non tenere conto di questo cambiamento culturale dei consumatori stessi che chiedono maggior chiarezza e conoscenza in merito alla qualità del prodotto grazie ad una maggiore cultura della salute rappresenterebbe il peggiore degli errori che una classe politica ed economica potrebbero mai dimostrare.

    Un mercato aperto ed evoluto deve permettere attraverso la conoscenza di essere consapevole della qualità del prodotto sia per un hamburger che per una bistecca di Chianina, evitando di privilegiare una tipologia di consumo rispetto ad un’altra.

    Un atteggiamento dell’autorità politica che si basa sulla chiarezza e conoscenza della filiera a monte e che permette quindi  al consumatore di operare una scelta consapevole. Un mercato evoluto risulta tale quando la conoscenza acquisisce un proprio valore non solo culturale ma anche economico.

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