Svizzera

  • I nuovi eroi europei ora “esuli economici” in Svizzera

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Sembra veramente incredibile che coloro i quali dovrebbero somministrare il “verbo” ed indicare la via maestra con l’obiettivo di creare le nuove condizioni per una ripresa economica, anche con l’aumento della produttività nell’Unione Europea, non abbiano scelto come adeguata sede dei propri uffici una qualsiasi sede simbolo dell’Unione Europea. Viceversa, proprio perché si considerano così “sicuri” degli effetti delle proprie dottrine, hanno deciso di scegliere come sede legale Ginevra, in Svizzera.

    Le scelta di Draghi e dei suoi Eroici Supremi della Svizzera e di Ginevra risponde a precise motivazioni strategiche. Innanzitutto la massima flessibilità e riservatezza garantita dal codice civile svizzero il quale consente di costituire un’associazione con estrema rapidità, garantendo un forte velo di riservatezza su elementi sensibili come i finanziatori, il budget e i criteri interni di governance, che al momento del lancio non sono stati resi pubblici (1).

    Poi tale scelta elvetica garantisce, sempre secondo gli elvetici esuli, una indipendenza dalle istituzioni dell’Unione Europea. Proprio posizionando la sede fuori dai confini dell’UE, il think tank si smarca dalle dinamiche politiche e burocratiche di Bruxelles (2). Questo permetterebbe  alla squadra di Draghi di muoversi come un “osservatore neutrale” volto ad esprimere pressioni sui governi europei tramite la “persuasione”.

    Questi “illuminati”, che dovrebbero fornire le ricette per lo sviluppo economico ed industriale attraverso una nuova dottrina economica espressa nell’ambito ginevrino, quando hanno dovuto assumere delle scelte strategiche, passando quindi alla fase operativa, proprio in considerazione delle problematiche europee, hanno adottato le medesime soluzioni e strategie che hanno spinto molte imprese europee a trasferire la produzione in altri paesi al di fuori dei confini europei. Confermando come la strategia economica, politica e strategica europea abbia spinto dopo le aziende stesse a scegliere anch’esse Ginevra.

    Non c’è’ che dire: chi ben comincia è già a metà dell’opera.

  • ‘L’atmosfera a Verbier? Divertimento!’. Intervista al Maestro Martin Engstroem, Fondatore e Direttore del prestigioso Festival della cittadina svizzera

    Segue la traduzione in italiano dell’intervista fatta in data 1° luglio 2026 al Maestro Martin Engstroem, Fondatore e Direttore del Prestigioso Verbier Festival (a seguire, il testo originale in lingua inglese).

    1. Maestro Engstroem, nel 1994 Lei ha trasformato un piccolo villaggio delle Alpi svizzere in una delle capitali mondiali della musica classica. Qual è stata l’intuizione iniziale e qual è un aneddoto unico o una sfida dei primissimi tempi che ricorda ancora con affetto?

    Sono sempre stato un imprenditore nel mondo della musica; ho sempre creato da solo le mie opportunità lavorative. Tra il 1975 e il 1987 ho diretto un’agenzia di management concertistico a Parigi, lavorando principalmente con cantanti e direttori d’orchestra. Tra i miei direttori d’orchestra figuravano Giuseppe Sinopoli, Karl Böhm ed Eugen Jochum; gestivo inoltre il management generale di Renato Bruson. Quando ho lasciato Parigi, nel 1987, curavo gli interessi di circa duecento artisti tra cantanti e direttori.

    La figura dell’agente si colloca costantemente tra l’artista e l’organizzatore, il che costringe ad essere un professionista del compromesso; è raro che le proprie idee personali trovino un reale spazio di ascolto. Ci si ritrova divisi tra l’artista, che esige sempre un compenso maggiore, e l’organizzatore, che richiede sempre più tempo per le prove: un equilibrio che andava e va gestito quotidianamente.

    Dopo aver lasciato l’agenzia mi sono trasferito con la mia famiglia a Montreux, in Svizzera. Verbier era molto vicina, a circa un’ora di distanza, ed è lì che abbiamo iniziato a sciare con i nostri figli, per poi affittare uno chalet. Poi, nel 1991 ho trascorso l’estate a Verbier con i ragazzi e ho scoperto la bellezza di questa stazione montana durante la stagione estiva. Era deserta, non c’erano quasi turisti; gli hotel e i ristoranti erano aperti, ma completamente vuoti. Ho pensato quindi che fosse il luogo ideale per dare vita a un festival. Poi, a tutto ciò si aggiungeva il fatto che Verbier sia una strada senza uscita, priva di traffico di transito: non ci si passa, infatti, per caso, Verbier dev’essere la propria destinazione intenzionale. La combinazione tra questa piccola isola tra le montagne e il mio desiderio di creare qualcosa di personale – non più come semplice agente, ma per tradurre in realtà le idee accumulate negli anni – ha rappresentato una grande sfida e un enorme stimolo. Desideravo inoltre fondare un festival che non includesse cantanti, poiché dopo dodici anni ne avevo abbastanza… ed ero anche sposato con una cantante, perciò volevo concentrarmi esclusivamente sugli strumentisti e sulle masterclass. È così che è nato il progetto.

    1. Creare dal nulla un festival di questa portata richiede una visione straordinaria. C’è stato un momento preciso in cui ha compreso che la scelta del villaggio di Verbier si fosse rivelata vincente?

    È difficile dirlo, poiché ogni aspetto rappresenta una costante battaglia. Non esiste un singolo momento in cui si possa affermare: «Ce l’ho fatta». Una volta concluso il festival, è necessario reperire quattordici milioni di franchi svizzeri per finanziare l’edizione dell’anno successivo. E per trovare tali fondi bisogna svegliarsi molto presto la mattina e bussare a moltissime porte. Nulla può essere dato per scontato. Siamo circondati da molte persone generose che ci sostengono finanziariamente, ma alcuni hanno interrotto le donazioni, altri sono venuti a mancare e altri ancora non desiderano più contribuire. Pertanto, è necessario ricercare costantemente nuove fonti di reddito. Di conseguenza, non si sperimenta mai un momento in cui poter dire con assoluta certezza: «Ce l’ho fatta».

    1. Milano e la Lombardia vantano una straordinaria tradizione musicale. Basti pensare al Teatro alla Scala o alle prestigiose scuole di musica presenti sul territorio. Qual è il Suo rapporto personale con la cultura musicale italiana?

    L’Italia è indubbiamente una nazione di cantanti per eccellenza. Vi è una tradizione di canto straordinaria: si canta ovunque, per strada, nei cori, a casa… Il canto fa parte del vostro DNA. Per questo motivo, ai miei occhi, l’Italia è sinonimo di voce. Naturalmente nel corso degli anni avete espresso violinisti eccellenti, come Uto Ughi e Salvatore Accardo, o pianisti del calibro di Maurizio Pollini, e oggi vi sono ottimi giovani pianisti. Tuttavia, il numero di cantanti e direttori d’orchestra rimane sbalorditivo. Per me, quindi, l’Italia è legata alla voce.

    Ciononostante, i migliori musicisti d’archi – come violinisti e violoncellisti – cantano attraverso i propri strumenti. Ritengo che molti di loro potrebbero trarre grande beneficio dalla tradizione italiana e dal vostro modo di fraseggiare. Ricollegandomi alla Sua domanda iniziale, credo che in Italia non vi siano molti festival di musica da camera o di musica strumentale. Vi sono moltissimi festival lirici, ma mancano grandi rassegne strumentali; spero dunque che gli italiani amanti del pianoforte, del violino, della musica strumentale o orchestrale decidano di venire a Verbier. Siamo estremamente vicini alla Valle d’Aosta e al confine italiano e potremmo certamente accogliere un pubblico ancora più numeroso proveniente dall’Italia.

    1. Gli appassionati di musica milanesi sono abituati a palcoscenici storici e teatri tradizionali. Cosa rende, a Suo avviso, l’esperienza d’ascolto del festival nel cuore delle montagne del Vallese così unica e imperdibile per il pubblico di Milano?

    Sono fermamente convinto che un festival musicale debba differire dai concerti che si ascoltano durante il resto dell’anno. Durante la stagione concertistica ordinaria ci si reca in un auditorium o in un teatro, spazi che per definizione sono al chiuso. È lo stesso luogo che si frequenta una volta alla settimana o una volta al mese, a seconda delle proprie abitudini, e l’attenzione è focalizzata principalmente sulla musica.

    Partecipare a un festival, pur rimanendo un evento musicale, si configura anche come un’esperienza sociale ed emotiva. Vivere un festival musicale tra le montagne amplifica del doppio o del triplo questa esperienza, poiché la natura si impone con forza. La struttura in cui si tengono i nostri concerti a Verbier è una tensostruttura solida, ma non è un edificio permanente; viene montata ogni anno appositamente per l’evento. Se fuori piove intensamente o se c’è un temporale, lo si avverte chiaramente all’interno. Ci si ritrova seduti con un piede nella natura e uno nella musica, e questo connubio è straordinario.

    Ritengo che ciò valga anche per gli artisti. C’è un’atmosfera speciale nel partecipare a un festival estivo. Verbier si popola di musicisti: vi sono violinisti, pianisti, studenti, e tutti assistono alle esibizioni reciproche. Può capitare che Evgeny Kissin tenga un recital e che in sala vi siano Yuja Wang o Martha Argerich ad ascoltarlo. La presenza di così tanti colleghi tra il pubblico è stimolante per alcuni musicisti, mentre per altri è fonte di grande tensione e ansia. In ogni caso, è un elemento che arricchisce l’evento. Questa è l’essenza di Verbier: una piccola isola densa di artisti, musicisti e studenti che si ascoltano a vicenda, dove la combinazione tra la presenza attiva dei giovani, dei grandi interpreti, dei concerti e della natura montana crea un insieme fantastico.

    1. Il Verbier Festival è celebre per la sua capacità di far dialogare grandi leggende della musica e i migliori giovani talenti mondiali attraverso la sua Academy. Qual è, secondo Lei, l’importanza di questo passaggio di testimone generazionale in un’epoca digitale così frenetica?

    Ho sempre pensato che il pubblico sia attratto principalmente da due categorie: le grandi celebrità o i giovani talenti emergenti. Questo principio ha sempre guidato la mia programmazione artistica. Per far salire il pubblico fino a Verbier devo proporre i nomi più altisonanti, ma desidero anche stuzzicare la loro curiosità introducendo volti nuovi. Il festival è da sempre questo connubio tra star e studenti. Pur rispettando la fascia intermedia di artisti, tendo a non invitarne molti. Di conseguenza, accogliamo moltissimi giovani musicisti di età compresa tra i 13 e i 25 anni e numerose celebrità.

    Molte di queste star, come Maxim Vengerov, Yuja Wang o Evgeny Kissin, sono giunte a Verbier quando erano ancora adolescenti. Non dimentichiamo che il festival ha ormai 33 anni di storia, il che significa che abbiamo visto passare quasi due generazioni di musicisti. Coltivo inoltre uno spirito di familiarità per cui amo invitare nuovamente, anno dopo anno, quegli artisti che hanno frequentato Verbier in tenera età. Khatia Buniatishvili, ad esempio, è arrivata qui a 15 anni e da allora è tornata ogni estate. Alcuni di questi artisti hanno mosso i primi passi proprio all’interno dell’Academy: Mao Fujita è venuto a Verbier per la prima volta a 17 anni come studente dell’Academy. Cerco quindi di supportare i giovani artisti, ma non in modo indiscriminato: mi concentro solo su coloro nei quali ritengo valga davvero la pena investire. La scelta degli inviti è fortemente soggettiva: posso invitare soltanto gli artisti in cui credo personalmente. Non convoco nessuno per il solo fatto che abbia vinto un concorso, o perché un mio sponsor mi riferisca che il proprio fratello suoni il pianoforte; non assecondo queste logiche. Chiunque giunga a Verbier è stato invitato da me in prima persona, e sono sempre in grado di spiegare al mio pubblico le ragioni di tale scelta.

    1. Se dovesse descrivere l’atmosfera di Verbier a un lettore che non ha ancora visitato il Festival, quali tre parole sceglierebbe?

    Divertimento, divertimento, divertimento! (Fun, fun, fun!)

    1. Guardando al futuro del Verbier Festival, quali sono le prossime sfide che desidera intraprendere o i sogni che vorrebbe vedere realizzati?

    Un sogno che ho già realizzato è stato quello di esportare il Verbier Festival in Asia. Tra i mesi di gennaio e febbraio scorsi abbiamo inaugurato il nostro primo festival in Cina, denominato Shenzhen Verbier Festival. Abbiamo siglato un accordo a lungo termine con la municipalità cinese, realizzando circa trenta concerti in dieci giorni, oltre a numerose masterclass; è stato un successo straordinario. Hanno preso parte all’evento Martha Argerich, Mikhail Pletnev, Joshua Bell, Gautier Capuçon, Mischa Maisky, Lang Lang, Yuja Wang e molti altri amici storici di Verbier. Creare un festival musicale in Asia era un mio grande desiderio: in Europa si contano migliaia di festival e in America centinaia, mentre in Asia ne esistono soltanto quattro o cinque, e non di particolare rilievo. Il format del Verbier Festival si è rivelato un grande successo e intendiamo proseguire questa avventura.

    Un secondo sogno, non ancora realizzato, consiste nella costruzione di una sala da concerto permanente a Verbier. Abbiamo avviato i lavori di progettazione: disponiamo di un piano d’azione, del terreno e del benestare delle autorità comunali locali. Il team è di altissimo livello e comprende l’architetto Kengo Kuma e il miglior ingegnere acustico al mondo, Yasuhisa Toyota. Ora spetta a me reperire i fondi necessari, quantificabili in circa ottanta milioni di franchi svizzeri. Confido tuttavia che riusciremo nell’intento e che nell’estate del 2031 potremo accomodarci all’interno di una sala permanente. Sono convinto che se un festival di questa natura, situato in montagna, si dota di una sala da concerto propria, si trasforma in un’istituzione permanente. In questo modo, ricollegandomi alla Sua prima domanda, la continuità del festival anno dopo anno diventerà una certezza e non più un interrogativo.

    Note biografiche del Maestro Engstroem:

    www.verbierfestival.com/en/musician/engstroem-martin/

    Segue l’intervista in lingua originale (inglese).

    Intervista trascritta dalla professionista interprete Irene Borgatti in data 1 luglio 2026.

    1. Maestro Engstroem, in 1994, you transformed a small village in the Swiss Alps into one of the world capitals of classical music. What is it that initially sparked this idea, and what is a unique anecdote or challenge from the very early days that you still remember fondly?

    I’ve always been an entrepreneur in music. I’ve always created my own jobs. I used to have a concert management agency in Paris between 1975 and 1987. I was working mainly for singers and conductors. Some of my conductors were Giuseppe Sinopoli, I worked with Karl Böhm, with Eugen Jochum, I had the general management of Renato Bruson, I had many, many, about 200 singers and conductors when I left Paris in 1987. When you are an agent, you’re always between the artist and the organizer, so you’re always an agent of compromise, and it’s rare that your ideas will find some interest. It’s between the artist, who always wanted more money, and the organizer who always wanted more rehearsal time, so you had to balance this constantly. Once I left the agency, I came to Montreux in Switzerland with my family, and Verbier was very close to Montreux. It still is, it’s one hour. And we started skiing there with our children and then we rented a chalet. In 1991, I spent the summer in Verbier with my children, and there was a moment where I discovered this beautiful mountain resort in the summer. It was empty, there were hardly any tourists, and the hotels and restaurants were all open, but nobody was there. So, I thought this was an ideal place to make a festival and then also the fact that Verbier is a dead end, there’s no traffic going through Verbier. You don’t come to Verbier by accident, you really have to see it as your destination. And so the combination of this little island in the mountain and also me, who was ready to create something for myself, not only being an agent, but, really, to transform all the ideas I had over the years into a reality, that was a big challenge and a big interest, and also, I wanted to create a festival without any singers, because after 12 years I had had enough of singers. I was also married to a singer, so I wanted to concentrate on instrumentalists and masterclasses, so that’s how it came to be.

    1. Creating a festival of this magnitude out of nothing requires an extraordinary vision. Was there a specific moment when you realized that it had paid off to choose the village of Verbier for the Festival?

    It’s difficult to say, because everything is a fight. There is never one moment when you can say “I made it”. Because once the festival is over, you have to find 14 million Swiss francs to create next year’s festival. And where do you find that money? You have to get up very early in the morning and knock on very many doors. So, there’s nothing you can take for granted. We have many generous people around us who give us money, but some people stopped, some people passed away, and some people don’t want to give any longer. So, you constantly have to find new sources of income. So there’s never really a moment where you can say “I made it”.

    1. Milan and the Lombardy region of Italy have a great musical tradition. Just think of the Teatro alla Scala or the many great music schools that are found in this region. What is your personal relationship with the musical culture of Italy?

    Italy is, of course, a nation especially of singers. It is an amazing tradition in Italy to sing. You sing everywhere, you sing on the street, you sing in choruses, you sing everywhere, at home… Singing is in your blood. Therefore, for me Italy is all about the voice. Of course, you have had some very good violinists over the years, such as Uto Ughi and Salvatore Accardo, Maurizio Pollini, and now there are also some good young pianists. But the amount of singers and conductors is amazing. So for me Italy is about the voice. But, you know, the best string players, such as violinists and cellists, sing on their instruments. So I think that many string players could learn a lot from Italian traditions and the way of phrasing. Coming back to your initial question, I think they are not many chamber music festivals or instrumental festivals in Italy. There are very many opera festivals, but not really big instrumental festivals, so I would hope that Italians who like pianists, violinists, and instrumental music or orchestra music would come to Verbier. We’re so close to Aosta Valley, we’re so close to Italy. But we still could have more public from Italy.

    1. The music lovers of Milan are accustomed to historical stages and traditional theaters. What, in your opinion, makes the listening experience of the festival, in the heart of the Valais mountains, so unique, and something that even a Milan audience will not want to miss?

    I truly believe that a music festival should be different from a concert during the year, because when you go to a concert during the year, you go to a concert hall. A concert hall is, by definition, inside. It is the same place you go to once a week or once a month, it depends on how often you go. It’s more about the music. Going to a festival is, of course, also a musical event, but it’s also a social event. It’s also an emotional event. Having a music festival in the mountains is for me doubling or tripling the experience, because the nature is so strong. The place where we have our concerts in Verbier is a strong tent, but it’s not a permanent building. It’s a building which we erect every year for the festival, so when it rains a lot outside, you hear it, if there is thunder, you hear it. So, you sit with one foot in the nature, and you sit with one foot in the music, and this combination is fantastic. I also think that, for the artists. There is a special feeling going into a music festival in the summer. Because Verbier is full of artists: there are so many violinists, so many pianists, so many students, and they all go and listen to each other. You have Kissin playing a recital, you have Yuja Wang in the hall, you have Martha Argerich listening to him… you have lots of colleagues listening, and for some musicians, this is fantastic. For other musicians, it’s a catastrophe, because they get so nervous having their colleagues listening in the hall. But it adds something. And this is Verbier. It’s a little island full of artists, full of musicians, full of students who listen to each other, and this combination between active students, active artists, and concert, mountains, nature, is a fantastic combination.

    1. The Verbier Festival is renowned for bringing together musical legends and the worlds best young talents through its Academy. What, in your opinion, is the importance of this generational passing of the baton, in this fast-paced digital age?

    I always thought that the public is interested in two things: either in the stars or in the young up-and-coming artists. That has always been how I work on my artistic programming. To get public coming up to Verbier, I have to offer them the biggest names, but I also want to tickle their curiosity, I want to introduce new names. And Verbier has always been this combination between stars and students. The middle section of artists I, of course, respect, but I don’t invite so many of them. So you have lots of young musicians, between 13 and 25 years old, and you have lots of stars. Some of these stars, like Maxim Vengerov, Yuja Wang, Kissin, and so on, they came to Verbier when they were teenagers. Don’t forget our festival is 33 years old, so it’s almost two generations of musicians who have come to Verbier. I also have this feeling of family attitude whereby I like to have musicians back, year after year, who came to Verbier as very young. Khatia Buniatishvili, for instance, she came to Verbier when she was 15, she came every year. Some of these artists also started in the Academy. Mao Fujita came to Verbier for the first time when he was 17 and he went to the Academy. So I try to take care of young artists, but not of everybody: just those I think are worth investing in. It’s all very subjective, who you invite. I can only invite those that I believe in myself. I don’t invite people automatically because they want a competition or because my sponsor tells me that his brother plays the piano… I don’t do any of that. Everybody who comes to Verbier I have invited and I can tell my public why I invited this person.

    1. If you were to describe the atmosphere of Verbier to a reader who has not yet been to the Festival, what three words would you choose?

    Fun, fun, fun!

    1. Looking to the future of the Verbier Festival, what are the next challenges you want to take on, or the dreams you want to see realized?

    One dream I have realized is to create a Verbier Festival in Asia. Last January and February, we created our first festival in China, it’s called the Shenzhen Verbier Festival. We have made a long-term agreement with this Chinese town and we had about 30 concerts there in ten days and masterclasses, and it was fantastic. There were Martha Argerich, Pletnev, Joshua Bell, Gautier Capuçon, Misha Maisky, Lang Lang, Yuja Wang, lots of friends from Verbier. It was always a dream for me to create a music festival in Asia, because there are thousands of festivals in Europe, there are hundreds of festivals in America, but there are only four or five festivals in Asia, and they’re not very interesting festivals. So the concept of the Verbier Festival became a big success, and so now we are continuing this adventure. Another dream which is not yet realized is to construct a concert hall in Verbier. We have started working on it, we have a plan, we have a piece of land, we have the OK from the local authorities, from the commune, we have an architect called Kengo Kuma, we have an acoustician, the best in the world, called Yasuhisa Toyota, so we have a good team. I have to look for the money. I have to look for about 80 million Swiss francs. But I think we’ll get there, and I think in summer 2031 we will sit in a permanent concert hall. I think that if a festival like this, in the mountains, has a concert hall, it becomes an institution, it becomes something permanent, and that way, I think, coming back to your first question, it will be less of a question every year whether the festival will continue or not.

  • L’Ambasciata di Svizzera di Roma apre le porte ai quattro film cui ha conferito il Premio per la Pace

    Cinema e Diritti umani sono i temi di cui si è discusso il 29 maggio presso l’Ambasciata Svizzera di Roma. Per la prima volta sono stati proiettati insieme gli estratti dei 4 film vincitori del Premio per la Pace: EN CAMINO di Isabella Cortese, ÇERX di Metîn EWR, STAI FERMO LÌ di Clementina Speranza e SHALOM – SALAAM – PEACE di Alexia Tsouni.

    Il Premio per la Pace è nato nel 2021 e viene rilasciato dall’Ambasciata Svizzera in Italia, all’interno del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, all’autore del film che meglio interpretata il valore della Pace.

    “L’Ambasciata è lieta di sostenere il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli già da qualche anno ed è lieta di sostenerlo in futuro anche assegnando un Premio per la Pace – dichiara Roberto Balzaretti, Ambasciatore Svizzero -. Il riconoscimento è frutto di collaborazione tra il Festival e l’Ambasciata, e noi ci auguriamo che diventi parte integrante del festival stesso. Assegnando questo premio desideriamo sottolineare la necessità di rispettare i diritti umani per ottenere una pace durevole e sostenibile. I 4 film che hanno vinto il nostro premio parlano di temi diversi: libertà di espressione e protezione delle minoranze, rispetto dei diritti delle donne e dei diritti umani per la promozione della pace specialmente nella prevenzione dei confini. I film premiati raccontano storie di disuguaglianze, di discriminazioni, di violenze, di impunità, di mancanza di diritti fondamentali. Sono onorato di poter celebrare il talento dei registi, degli autori e di rendere omaggio a chi attraverso l’arte stimola il dibattito pubblico. Loro sanno che la comunicazione attraverso le immagini crea un ponte tra lingue e culture diverse, sanno che abbattono barriere, promuovono empatia e solidarietà. Pertanto meritano il nostro rispetto e il nostro sostegno”.

    All’evento organizzato dell’Ambasciata Svizzera di Roma si è parlato quindi di pace, libertà e giustizia sociale, temi veicolati attraverso il cinema. Il talk è stato moderato dall’Ambasciatore Balzaretti e hanno preso parte Maurizio Del Bufalo, Direttore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, e la regista-giornalista Clementina Speranza, vincitrice del Premio per la Pace 2023.

    “Ringrazio ancora l’Ambasciata Svizzera in Italia per il riconoscimento e desidero sottolineare che nella motivazione del premio c’è il nome di Babak ed è il suo racconto ad aver vinto, la sua incredibile storia, la sua resilienza, la sua forza di rialzarsi, i suoi messaggi di pace e speranza. Ringrazio anche Nino Carè, uno dei montatori che oggi è qui presente in sala”, esordisce Clementina Speranza. La regista ha parlato anche dei pregiudizi e degli stereotipi verso i rifugiati politici. “Dante Alighieri, Niccolò Machiavelli, Victor Hugo, Albert Einstein, Sigmund Freud, Frederyk Chopin, Richard Wagner, Marlene Dietrich, Freddie Mercury, anche lui iraniano, erano personaggi che si sono distinti nell’arte e nella scienza. E tutti rifugiati politici, ma lo stereotipo di rifugiato politico nell’immaginario collettivo, purtroppo per ignoranza, è diverso. In tanti pensano siano clandestini, privi di competenze e miseri. Il diritto alla dignità viene violato quando si è giudicati in base a pregiudizi e si è discriminati. Il film vuole anche smentire lo stereotipo: Babak è colto, parla 6 lingue, è un artista e ama indossare la giacca. Anche il pregiudizio è violazione dei diritti umani”, ha concluso Clementina Speranza.

    “I rifugiati non hanno soltanto la preoccupazione di trovare una casa e di salvare la propria vita una volta arrivati nel Paese che li accoglie, ma c’è un problema che viene denunciato attraverso i film da tantissimi autori: nonostante gli venga offerto un tetto, del cibo, queste persone hanno bisogno di esprimersi, continuare a fare il loro lavoro, ma tutto questo viene spesso impedito dai regolamenti dell’ospitalità di grandi Paesi come la Germania, la Danimarca, l’Olanda…Ci arrivano film che sono denunce di queste persone e ci dicono ‘noi non riusciamo a stare fermi’, e anche il messaggio del film ‘Stai fermo lì’ è questo: devi stare fermo, non devi disturbare, ti diamo già da vivere. Un modo molto triste di affrontare il problema dell’ospitalità”, afferma Maurizio del Bufalo, direttore del Festival.

    In sala l’Ambasciatore dell’Ecuador in Italia Esteban Assar Moscoso Bohman, parlamentari, avvocati, giornalisti e molti personaggi del mondo del cinema, come le attrici Livia Bonifazi e Isabel Russinova, quest’ultima con il marito regista Rodolfo Martinelli Carraresi, Alina Trabattoni direttrice artistica del Festival Atena Nike e Alexia Tsouni, regista del film SHALOM – SALAAM – PEACE, Babak Monazzami protagonista di STAI FERMO LÌ, Cristiano Gassani esperto di immagine e comunicazione, Piero Pacchiarotti direttore dell’International Tour Film Festival (ITFF) grazie al quale il documentario di Clementina Speranza è stato proiettato anche al Museo di Arte Moderna di Ulsan con sottotitoli in coreano.

  • Identità, memoria e futuro a ‘OtherMovie’, il festival del cinema indipendente di Lugano

    Una ragazza nella sua stanza fissa un libro dal quale una storia prende vita: una bimba è inseguita da un mostro e, al termine della corsa, si manifesta, ansimante per il pericolo scampato, nella stanza, fissando la giovane donna che, dopo un attimo di smarrimento, si riconosce nella piccola saltata fuori, come un fumetto, da quelle pagine che fissava. Passato e presente si incontrano, reale e virtuale si fondono. Una coinvolgente storia per immagini di pochi minuti per introdurre la 14° edizione di OtherMovie – Lugano Film Festival che quest’anno ha come tema ‘Identità: la memoria che nutre il futuro”. Presentato a Milano nella sede della Stampa Estera dal direttore Drago Stevanovic, dall’arch. Piero Boschetto, da Luca M. Venturi, giornalista e architetto, moderati dalla giornalista Tatjana Dordevic, il premio si svolgerà dal 29 marzo al 5 aprile, con un prefestival dal 25 marzo, a Lugano. Con i suoi lungo e cortometraggi OtherMovies invita a riflettere sulla memoria nella vita, nella società, nella cultura e nell’arte come fondamento del concetto di identità.

    “OtherMovies è un festival particolare, più piccolo, più alternativo e dalla durata più lunga rispetto al più conosciuto Festival del Cinema di Locarno” – precisa Drago Stevanovic, che aggiunge “le nostre sono piccole produzioni, indipendenti, non distribuite che si focalizzano su varie tematiche tutte legate all’identità. Sono film in lingua originale, con sottotitoli, provenienti dalle più disparate parti del mondo, non solo drammatici ma anche ironici”. Una sessantina di film, oltre quaranta dei quali in concorso, e circa una trentina di ospiti, per raccontare il cinema, e l’arte, da diverse prospettive. Come hanno sottolineato gli organizzatori, infatti, quest’anno è stata prediletta la chiave narrativa comica che permette di trattare con leggerezza temi profondi. E, non a caso, Drago Stevanovic cita il film Home Swiss Home, del regista Geert Smets, in cui un americano in Svizzera si imbatte negli stereotipi che del paese elvetico ha chi si appresta a viverlo. Una visione che spesso fa il paio con il pregiudizio e la mancanza di conoscenza di luoghi e popoli e nella quale lo stesso Stevanovic si è imbattuto da ‘immigrato’ in Svizzera molti anni fa. Non solo equivoci, nella commedia La lunga corsa di Andrea Magnani, ad esempio, identità e libertà saranno raccontate dal punto di vista di un ragazzo nato in carcere che conosce solo quella realtà, mentre Ridatemi le mie ossa di Patrizio La Bella affronta il tema del rapimento e della vendita di bambini.

    Durante la presentazione milanese si è parlato anche del binomio apparentemente ‘strano’, eppure molto concreto tra il cinema e l’architettura. Come ha sottolineato l’architetto e giornalista Luca M. Venturi “il cinema è l’architettura dei sogni, grazie al cinema conosciamo molta architettura e design”, invitando a riflettere anche su quanto una sana urbanistica nelle città limiti la delinquenza e il degrado. Ma non solo, Venturi ricorda quanto, riferendosi alla tematica del festival, la memoria e la storia siano presenti nella storia dell’arte e perciò l’architettura rappresenta la possibilità di fare sempre quel passo in più che lascia il segno. A fargli eco l’Arch. Boschetti che presenta la serata del Festival dedicata proprio all’architettura in cui sarà affrontato il tema del riuso e della nuova vita edifici mantenendo l’identità del luogo, come accaduto per la Clinica federale di riabilitazione che sarà raccontato in un cortometraggio.

    Non solo film ma anche libri che affrontano il tema dell’identità e della memoria come Il vento da Est della giornalista e scrittrice Tatjana Dordevic che racconta un pezzo di storia della Jugoslavia a trent’anni dalla guerra che sconvolse i Balcani.

  • Ok di Bruxelles all’acquisto di Vodafone Italia da parte di Swisscom

    La Commissione europea ha dato il via libera all’acquisizione di Vodafone Italia da parte di Swisscom ai sensi del Regolamento relativo alle sovvenzioni estere. Lo ha reso noto un comunicato della società di telecomunicazioni elvetica. “Questa decisione è un altro passo importante verso l’ottenimento delle autorizzazioni regolamentari necessarie per la conclusione della transazione”, ha riferito Swisscom. “A seguito del comunicato del 15 marzo 2024 in cui annunciava l’acquisizione di Vodafone Italia, come previsto dal Regolamento relativo alle sovvenzioni estere, il 19 agosto 2024 Swisscom ha notificato la transazione alla Commissione europea, direzione generale della Concorrenza. In data 23 settembre 2024, la Commissione europea ha annunciato che l’esame preliminare si è concluso e che la transazione può quindi essere completata senza riserve”, si legge nel comunicato.

    “Nel complesso, l’acquisizione di Vodafone Italia procede conformemente ai tempi prestabiliti. Swisscom si è assicurata il finanziamento per il prezzo di acquisto di 8 miliardi di euro a maggio 2024 e ha ricevuto il via libera incondizionato sia dalla presidenza del Consiglio dei ministri italiano (legislazione sul golden power) che dalla Commissione federale svizzera della concorrenza”, ha spiegato la società svizzera. “La transazione è tuttora soggetta ad altre autorizzazioni normative, tra cui quella dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato italiana. Quest’ultima ha annunciato l’11 settembre 2024 di aver avviato un’indagine approfondita sull’acquisizione ai sensi delle norme italiane in materia di controllo delle operazioni di concentrazione. Conformemente all’annuncio originale del 15 marzo 2024, Swisscom prevede che la transazione si concluda nel primo trimestre del 2025”, si conclude il comunicato.

  • Neutralità

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Cominciamo col dire che la Confederazione Svizzera, nonostante il suo nome ufficiale, non è una Confederazione. Infatti la sua stessa Costituzione è detta Federale (dal 1848) e il suo Governo, non a caso, si chiama Consiglio Federale. Di là da questo fatto di non minore importanza, il Paese elvetico ha (o aveva) due peculiarità che lo contraddistinguono (o contraddistinguevano) nel panorama politico mondale: il Governo non è composto solo dalla maggioranza parlamentare ma include anche rappresentanti della minoranza e, secondo, la neutralità (dichiarata “perpetua” dal Congresso di Vienna del 1815) che ha conservato la Svizzera fuori da tutte le guerre da più di due secoli.

    Al fianco del tempo indicativo presente ho usato, seppur tra parentesi, anche l’indicativo imperfetto poiché, mentre la struttura di governo è ancora la stessa sulla neutralità odierna della Svizzera ci sarebbe da discutere. La ragione del dubbio risiede in due aspetti: l’atteggiamento assunto verso la guerra in Ucraina e quello in merito al Trattato delle Nazioni Unite sulla Proibizione delle Armi Nucleari. Occorre anche precisare che il rapporto tra il Governo e il Parlamento (detto Assemblea Federale) non è più quello che ci si aspetterebbe da un Paese democratico, noto, per di più, attraverso il frequente ricorso alla democrazia diretta via referendum. Nel caso della guerra in Ucraina, anziché astenersi dal prendere parte per l’uno o per l’altro dei contendenti come supposto dalla definizione stessa di neutralità, la Svizzera ha deciso di schierarsi nettamente con uno dei due adottando le decisioni sanzionatorie volute da Stati Uniti, Europa e pochi altri Paese del mondo. In queste decisioni è incluso anche il congelamento preventivo dei beni dello Stato russo, degli imprenditori russi e di tutti i soggetti di quella nazionalità che avevano conti bancari o proprietà in Svizzera.

    Il secondo fatto che mina il concetto di neutralità e mette a rischio il rapporto tra Parlamento e Governo riguarda la non ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari. Il 5 giugno del 2018 con 100 voti a favore, 86 contrari e 1 astenuto il Consiglio Nazionale (una delle due Camere parlamentari) aveva approvato, invitando il governo ad adeguarvisi, una mozione (la 17.42.41) che approvava la firma e la ratifica di quel trattato. Il 12 dicembre dello stesso anno anche il Consiglio degli Stati (l’altra Camera) aveva approvato la stessa mozione con 24 voti favorevoli, 15 contrari e 2 astensioni. Purtroppo, nonostante questi voti teoricamente impegnativi, il Governo (cioè il Consiglio Federale) nello stesso 2018, nel 2019 e ultimamente il 27 marzo 2024 ha dichiarato che, “almeno per ora”, non avrebbe firmato quel Trattato. Occorre ricordare che l’accordo sulla proibizione di armi nucleari è entrato in forza nel 2021 ed è già stato ratificato da 70 Stati, tra cui tra i Paesi occidentali l’Irlanda e l’Austria. La giustificazione del Governo, piuttosto sorprendente da un Paese autodefinitosi neutrale, è che “Nessuno degli Stati nucleari né la maggioranza dei Paesi occidentali ed europei lo riconosce”. E poi: “Unirsi al Trattato di Non Proliferazione Nucleare complicherebbe la posizione della Svizzera nelle partnership per la sicurezza. Questo è particolarmente vero in relazione alla Nato che è un’alleanza dichiaratamente nucleare e rimarrà così nel prevedibile futuro”. Inoltre: “Unirsi a tale Trattato non è negli interessi della Svizzera dato l’attuale contesto internazionale”. Viene inoltre precisato che: “Come sodale del Trattato di Non Proliferazione Nucleare la Svizzera abbandonerebbe l’opzione di considerarsi esplicitamente sotto un “ombrello nucleare” nel quadro di tali alleanze (N.d.A.: Nato e Unione Europea). In linguaggio ancora molto più esplicito: non accettando di aderire a quel Trattato il Governo sta annunciando una adesione “di fatto” alla Nato.

    A ulteriore dimostrazione di questa concezione piuttosto originale da parte di un Paese neutrale, il Governo svizzero ha espresso commenti in merito all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato: “Due Stati che hanno coltivato una lunga tradizione di neutralità durante la guerra fredda e in seguito si sono evoluti da neutrali a stati non allineati quando si sono uniti all’Unione Europea ed è entrato in vigore il Trattato di Lisbona sono ora giunti alla conclusione che la loro sicurezza è meglio garantita dalla Nato”.

    Queste parole significano che la Svizzera ha già scelto di essere, se non proprio un membro, almeno un alleato della Nato? Il timore che il Governo voglia diventarlo è rappresentato esplicitamente in una mozione approvata dalla Commissione per la Politica di Sicurezza del Parlamento Nazionale che, il 20 febbraio 2024, temendo una possibile decisione simile da parte del Governo, proibisce perentoriamente ogni forma di partecipazione a esercizi militari congiunti con la Nato.

    A parte che l’ipotesi che la Russia possa attaccare qualche Paese della Nato subito dopo la fine della guerra in Ucraina è pura propaganda basata sul nulla e contraddetta dal minimo buonsenso, c’è qualcuno in Svizzera che teme la Russia intenda attaccare il Paese elvetico? È veramente per questa assurda paura che il Governo rifiuta di adempiere alla volontà del suo Parlamento?

    Purtroppo, anche nella tradizionalmente neutrale Svizzera c’è davvero qualcuno che teme, o finge di temere, che qualcuno la voglia invadere tanto è vero che, indifferente al sentimento della maggioranza degli svizzeri, il Governo di Berna il 10 aprile scorso ha deciso di partecipare alla “European Sky Shield Initiative” lanciato nell’agosto 2022 dalla Germania e composto da 11 Stati europei con lo scopo di “rafforzare la difesa aerea in Europa e migliorare gli sforzi comuni”. Dov’è finita la “perenne neutralità”?

    È un peccato dover prendere atto di quanto sopra. Noi tutti abbiamo sempre ammirato e invidiato sia il sistema eccezionalmente democratico della Svizzera che conoscevamo, sia il suo lunghissimo atteggiamento di neutralità totale. Dobbiamo purtroppo dover constatare che anche la Confederazione Svizzera è ormai diventata un Paese come un altro.

  • Il Credit Suisse e i derivati

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 22 marzo 2023

    Il credito di salvataggio di ben 54 miliardi di dollari da parte della Banca centrale svizzera non è bastato a stabilizzare il Credit Suisse. Anche la fusione con la più grande banca elvetica, l’Ubs, non sembra calmare le acque turbolente dei mercati finanziari internazionali. La ragione, di cui si tende a non parlare, è una e semplice: l’esposizione in derivati finanziari speculativi otc, quelli non regolamentati e tenuti fuori bilancio, del Credit Suisse e delle banche too big to fail. In particolare quelle americane.

    L’ultimo rapporto sui derivati dell’Office of the Comptroller of the Currency, l’agenzia Usa di controllo bancario, ha rilevato che, al 30 settembre 2022, quattro banche statunitensi detenevano ben 195 mila miliardi di dollari di derivati finanziari, pari all’88,6% del valore nozionale di quelli presenti nel sistema bancario nazionale. JPMorgan Chase ne deteneva 54.300 miliardi di dollari, Goldman Sachs 50.970, Citibank 46.000 e Bank of America 21.600. Sebbene la legislazione Dodd-Frank promulgata dopo la grande crisi del 2008 richiedesse che i derivati passassero attraverso la compensazione centrale, il 58,3% di essi non lo fa, rimanendo nella totale opacità.

    Anche un recente studio della Banca dei regolamenti internazionali analizza le gravi complicazioni nella gestione dei derivati ed evidenzia che «le banche estere con sede al di fuori degli Stati Uniti hanno un debito in derivati otc di 39 mila miliardi. Più del doppio del loro debito registrato in bilancio e più di 10 volte il loro capitale». Un’esposizione ritenuta «sbalorditiva» e foriera di nuovi sconvolgimenti.

    Il Tesoro Usa sta esaminando l’esposizione delle banche statunitensi verso il Credit Suisse. Non si scopre adesso che il sistema bancario internazionale è strettamente interconnesso e che la crisi di un componente importante può diventare sistemica. Perciò, non regge la giustificazione secondo cui il problema sarebbe di origine estera, come le autorità americane hanno più volte sostenuto.

    Negli Usa il quadro normativo distingue le banche con sede sul territorio nazionale da quelle con sedi estere. Queste ultime non sono sottoposte agli stessi standard, come i requisiti patrimoniali e una liquidità più stringente. Conoscendo bene i rischi, l’hanno fatto per attirare negli Usa capitali, anche speculativi, per restare, a tutti i costi, il mercato dominante.

    La storia delle crisi del Credit Suisse è stata bellamente ignorata per anni e consapevolmente sottovalutata. D’altra parte, rivelava la malattia dell’intero sistema che non s’intendeva affrontare drasticamente e curare.

    Nel 2021 la banca aveva perso 5,5 miliardi di dollari a seguito di derivati pericolosi con l’hedge fund speculativo americano Archegos Capital Management, poi fallito. I segnali di allarme furono ignorati da tutti, non solo dal Credit Suisse. Quest’ultimo era già stato coinvolto, con forti perdite, anche nello scandalo e nel fallimento di Greensill Capital, la società di servizi finanziari britannica, che aveva lasciato un buco di 10 miliardi. In precedenza aveva pagato una multa di 5,3 miliardi di dollari alle autorità americane per aver ingannato gli investitori sul rischio dei titoli subprime legati alle ipoteche immobiliari.

    Credit Suisse, quindi, ha sempre operato sul mercato Usa. Da anni controlla la First Boston. Tra i suoi azionisti vi sono gli arabi, Arabia Saudita e Qatar, con il 20% e, poi, come sempre c’è l’onnipresente fondo americano BlackRock con circa il 5% delle azioni. Ben sapendo che si mettono in difficoltà le banche che hanno ingenti investimenti in titoli di Stato a lunga scadenza e a basso rendimento, l’aumento dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali sembra essere una scelta obbligata. Nelle loro intenzioni mettere un freno all’inflazione resta la priorità, per evitare sconquassi economici e sociali. Per gli istituti finanziari in crisi metteranno a disposizione decine, centinaia di miliardi.

    È chiaro, però, che simili salvataggi pubblici non sono la soluzione. A ogni crisi il problema si ripresenta in dimensioni maggiori e peggiori. Perciò non ci si dovrebbe mai stancare di ripetere che una riforma globale della finanza è necessaria e ineludibile. Per riportare un po’ di sanità nel sistema finanziario, sarebbe opportuno ritornare alla separazione bancaria, alla legge Glass Steagall Act del presidente Franklin Delano Roosevelt, e battere la speculazione attraverso l’accantonamento dei derivati otc e il divieto della cosiddetta leva finanziaria.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La finestra svizzera

    Voltaire una volta scrisse: “Se vedi un banchiere svizzero saltare dalla finestra salta dopo di lui perché c’è sicuramente qualcosa da guadagnare”. Una frase che esplicita quale potesse essere una volta la percezione della affidabilità dei banchieri svizzeri unita alla sicurezza ed alla professionalità espressa nella gestione degli istituti di credito svizzeri.

    Da Voltaire ad oggi molte cose sono cambiate, non sempre nella direzione auspicabile, e soprattutto l’ultima vicenda legata alla crisi di Credit Suisse ha dimostrato come le peculiarità del “Sistema Svizzero”, e quindi comprensivo delle azioni del management, risultino diluite all’interno del mondo della finanza globale.

    Negli ultimi due anni l’istituto di Zurigo ha subito sanzioni per oltre 12 miliardi in relazione ad operazioni fraudolente come quella dei titoli venduti alla clientela privi di assicurazione, senza dimenticare lo scandalo del Mozambico.

    In questo contesto gestionale opaco si inseriscono la vicenda del Ceo pedinato dall’istituto e il patteggiamento a Milano per 110 milioni di evasione fiscale.

    Tuttavia il quadro reputazionale della banca toccò il minimo storico con la sentenza del 27 giugno 2022 nella quale il tribunale di Bellinzona, in Canton Ticino, riconobbe colpevole l’istituto di credito di Zurigo di riciclaggio a favore di un narcotrafficante bulgaro.

    Decisamente una sentenza storica nell’ambito del sistema bancario svizzero che compromise inevitabilmente la ieratica immagine dell’Istituto stesso ma anche dei Banchieri svizzeri in generale.

    Del resto non va dimenticato come lo stesso salvataggio di Credit Suisse vede protagonista UBS, la quale aveva ottenuto una ricapitalizzazione con le finanze pubbliche della Confederazione durante la crisi finanziaria del 2008.

    All’interno di un mondo finanziario assolutamente globale e digitale, specialmente nell’ultimo decennio, gli istituti bancari svizzeri si trovano stretti in un angolo dalla concorrenza dei fondi privati nella creazione di nuove ricchezze e conseguenti dividendi.

    Contemporaneamente hanno perso la propria posizione monopolista, diventata nei tempi passati quasi ormai una rendita di posizione, nella gestione dei grandi patrimoni.

    In questo contesto contemporaneo in continua evoluzione la priorità dell’intero sistema bancario elvetico dovrebbe focalizzarsi nel raggiungimento di una nuova credibilità da ottenere anche attraverso la elaborazione di un nuovo protocollo simile nei contenuti e nella forma a quello entrato in vigore per la tutela della produzione industriale: lo Swiss Made.

    Nello specifico questo dovrebbe rappresentare una sicurezza aggiuntiva per la clientela internazionale rispetto alle rinnovate competenze, espressione anche di un codice etico Suisse Made, applicato anche al management esattamente come lo Swiss made assicura la filiera industriale ed alimentare.

    Da Voltaire ad oggi molti lustri sono passati e le vicende relative a troppi istituti bancari elvetici ne hanno minato il patrimonio reputazionale.

    In attesa di una rinnovata credibilità espressa dalla classe politica e dirigente svizzera attraverso una nuova tutela normativa, nel caso in cui si dovesse assistere ad un banchiere che si gettasse dalla finestra sarebbe indicato neppure affacciarsi a quella finestra.

  • Il Bail-in Swiss Made

    Il Bail-in, che in Europa interviene per i depositi superiori ai 100 mila euro mentre negli Stati Uniti il limite è fissato a 250.000 dollari, rappresenta una forzatura del contratto di sottoscrizione dei servizi del depositante presso l’istituto bancario. In caso di difficoltà dell’istituto bancario con questa normativa vengono chiamati a concorrere con le proprie risorse anche i semplici titolari di conti correnti dopo gli azionisti e gli obbligazionisti.

    In altre parole, si è imposta una metamorfosi contrattuale, proprio attraverso l’introduzione del bail-in, sostenuta dagli organi istituzionali e dagli Istituti bancari, attraverso la trasformazione di un contratto di servizio in una vera e propria sottoscrizione di rischi molto simile ad un investimento azionario, escludendo però contemporaneamente il correntista da ogni possibilità di intervento nella strategia gestionale dell’istituto. Una normativa chiaramente a favore di una più ampia sostenibilità finanziaria, introdotta con questa norma, e per gli equilibri patrimoniali di ogni Istituto bancario.

    Il parziale salvataggio di Credit Suisse, tuttavia, propone un ulteriore passo verso l’obiettivo della assoluta irresponsabilità degli istituti bancari e del loro management. All’interno della operazione, infatti, emerge come mentre le azioni del Credit Suisse, titoli di rischio, vengano acquistate da UBS ad un valore inferiore del -68% rispetto all’ultima quotazione, le obbligazioni AT1 (*), cioè i certificati di credito emessi dalla banca stessa ai risparmiatori, vengono invece azzerate per un valore complessivo di oltre diciassette (17) miliardi.

    Si assiste in questo modo al sovvertimento totale del principio dell’investimento di rischio il quale nello specifico risulta interamente a carico dei creditori, cioè gli obbligazionisti ma salvando i correntisti, mentre, anche se solo in parte, viene addirittura indennizzato il settore delle azionisti i quali rappresentano il capitale di rischio e quindi soggetto ai rischi gestionali e operativi dell’Istituto di credito.

    Al di là delle soluzioni tecniche che verranno adottate per ricreare e soprattutto mantenere un colosso bancario elvetico nato dalla fusione dei due principali istituti bancari, l’effetto di questa strategia risulterà dirompente in relazione al rapporto fiduciario con il mondo del risparmio, tradito ancora una volta.

    Privilegiare il titolo di rischio ed azzerare un titolo di credito rappresenta l’annullamento di un qualsiasi rapporto fiduciario tra imprese ed risparmiatori, la cui responsabilità andrà interamente a carico delle istituzioni statali quanto delle banche.

    In altri contesti molto spesso si parla della certezza del diritto come uno dei fattori fondamentali come deterrente della criminalità. Questa strategia adottata per il salvataggio di Credit Suisse rappresenta l’annullamento di ogni certezza e un insulto nei confronti dei risparmiatori. Un’operazione che crea una voragine normativa nel diritto bancario senza precedenti e con conseguenze incalcolabili in termini di rapporto fiduciario con il mondo del risparmio.

    (*) I titolari obbligazioni AT1 partecipano agli squilibri gestionali finanziari dell’istituto di credito ma sempre successivamente agli azionisti

  • Swisscom e Deutsche Telekom: i modelli liberali contemporanei

    A poche giorni dalla manifestazione di interesse del fondo statunitense Kkr per il 100% di Tìm si cominciano a vedere le reazioni della nostra classe politica, sindacale ed intellettuale.

    Negli anni ‘90 Telecom fu considerata una delle migliori aziende di telecomunicazione ma il governo d’Alema con il ministro Letta (attuale segretario del Pd) diedero parere favorevole alla Opa di Colaninno e Gnutti completamente a debito. Da allora la società è stata spogliata prima del vantaggio tecnologico e successivamente, con un nuovo management nella gestione Tronchetti Provera, privata anche del patrimonio immobiliare.

    Un fondo statunitense con uffici a Londra si propone adesso per una acquisizione totale della azienda nella quale Vivendi (azionista francese) detiene la maggioranza ma comunque lo Stato italiano mantiene una presenza con Cassa depositi e Prestiti (CdP) a poco meno del 10%.

    Per valutare le implicazioni di questa operazione e le strategie di ispirazione che hanno portato il principale operatore di telefonia italiano alle soglie di questa Opa potrebbe essere utile proporre un esame comparativo con la prima economia manifatturiera in Europa ed il nostro principale concorrente, la Germania, ma anche con la vicina Svizzera come unica espressione di democrazia diretta e reale economia liberale.

    Nella prima economia europea le infrastrutture tedesche fisiche (autostrade) e tecnologiche (Deutsche Telekom) rimangono all’interno della gestione pubblica, ovviamente con delle necessarie ed evidenti specificità. Nel settore delle telecomunicazioni le forti tensioni concorrenziali sulle tariffe come i notevoli investimenti tecnologici per il continuo aggiornamento richiedono delle risorse e delle competenze alle quali lo Stato tedesco attinge anche con l’apporto di altri soci privati. Rimane, tuttavia, il controllo della maggioranza relativa in mano allo Stato tedesco quanto il potere di indirizzo dell’ex monopolista tedesco.

    Nella vicina Svizzera Swisscom rappresenta la principale società di telecomunicazione ed il 51% è posseduto dalla Confederazione Elvetica (CH). Delle gestione delle autostrade, poi, si è già abbondantemente parlato in passato ma va ricordato  come il controllo “statale”  di queste infrastrutture risponda allo logica di una visione avveduta dei diversi governi germanico e svizzero i quali li hanno preservati e mantenuti in quanto consapevoli della loro  importanza come fattori competitivi per le imprese tedesche nella competizione globale, quindi rendendoli di fatto non disponibili a operazioni finalizzate al trasferimento di monopoli ad interessi privati speculativi.

    Nel nostro Paese, invece, governato da oltre trent’anni da intere compagini politiche, dirigenti ed accademiche autodefinitisi ispirate dal modello “liberale”, le autostrade, o meglio le loro concessioni, sono state oggetto di “privatizzazioni” compiacenti che hanno portato nel solo giro di poco meno di un ventennio alla riduzione degli investimenti in manutenzione del 98% creando di conseguenza le condizioni perfette per la tragedia del ponte Morandi.

    Tornando alla vicenda Telecom, nella quale l’unica presa di posizione del “mondo liberale” emersa fa riferimento alla sospensione del golden power, questa dimostra un sostanziale ritardo nella elaborazione di un pensiero liberale contemporaneo. Chissà che nel prossimo futuro non si decidano di fare un giretto nella vicina Svizzera e magari apprezzino il modello gestionale della rete autostradale (la famosa Vignetta) o in Germania, dove le autostrade restano gratuite e la gestione delle infrastrutture comunicative risponde alle logiche degli interessi collettivi del Paese in considerazione della loro valenza come fattori competitivi a favore dell’intero sistema paese.

    In Italia, invece, in piena sintonia con il modello “di sviluppo latino-amaericano” i servizi statali ex monopolisti diventano occasioni di speculazione per capitali privati i quali possono operare non solo a danno dell’utenza (43 le vittime del Ponte Morandi) ma anche contemporaneamente dello stesso sistema paese.

    Solo in Italia nella vicenda Tim l’intelligentia liberale si definisce tale solo dal semplice e scolastico richiamo alla eliminazione del golden power*, come se Svizzera e Germania rappresentassero dei modelli economico-politici della ex cortina di ferro, dimostrando, ancora una volta, come non si possa solo pensare di operare in una società liberale solamente in base alla titolarità di un servizio o, meglio ancora, delle infrastrutture  quanto, viceversa, dai parametri gestionali adottati espressione di strategie complesse a medio e lungo termine.

    La definizione di cultura liberale non può più reggersi nel mondo contemporaneo sulle mera dichiarazione della tutela degli interessi del singolo individuo e dei soli valori del mercato ma contestualizzarsi in un sistema economico e politico contemporaneo sempre più complesso che vede spesso nuovi soggetti economici cercare e trovare opportunità di business speculativo.

    La contemporaneità del modello liberale dovrebbe così prevedere a una “sublimazione” degli interessi del singolo cittadino e della propria contemporaneità culturale ed economica e ricevere, di conseguenza, una tutela superiore in contrapposizione agli interessi speculativi dei pochi (come la tutela del Made in Italy).

    Invece dal mondo liberale si ode solo uno scolastico richiamo alla rimozione del golden power della vicenda Tim come risoluzione di una importante partita strategica.

    Una posizione assolutamente non sufficiente in previsione della futura gestione di asset strategici o, meglio, di quello che rimane come nella questione molto importante nel sistema difensivo e della possibile acquisizione estera della Oto Melara, prestigiosa azienda operante nel sistema della difesa.

    Si sente forte la necessità di un salto culturale non solo nel governo quanto anche nelle componenti politiche ed ideologiche una volta faro dello sviluppo ed ora arroccate su posizioni scolasticamente corrette ma ormai obsolete in ragione della stessa evoluzione della complessità del mercato.

    (*) solo in Italia considerato in contrapposizione con la locale visione liberale ma già ampiamente adottato tanto in Europa quanto negli Usa

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