Tirana

  • Il tempo è dei farabutti ma….

    Il teatro resiste come un divino anacronismo

    Orson Welles

    La scorsa settimana in Albania è stata resa pubblicamente nota la decisione di passare in Parlamento una legge speciale, solo con i voti della maggioranza governativa. Legge che permetterebbe l’attuazione di un progetto di speculazione edilizia in pieno centro a Tirana. Si tratterebbe di un’idea fissa dell’attuale primo ministro, espressa pubblicamente e tentata da quanto lui era ministro della Cultura, nel 1998 e in seguito, ma sempre contestata e bloccata. Adesso, da primo ministro, ci sta provando di nuovo, con più arroganza e determinazione.

    Si tratta di un progetto che prevede la demolizione del Teatro Nazionale e dell’appropriazione illecita dell’area pubblica circostante, per poi costruire alcune altissime torri di cemento armato in pienissimo centro della capitale.Siamo davanti, perciò, ad un affare speculativo edilizio che comporterebbe profitti finanziari elevatissimi. Le cattive lingue parlano di riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, aumentati paurosamente in questi ultimi anni. E forse le cattive lingue possono aver ragione, come è accaduto spesso ultimamente in Albania. Lo confermerebbero anche diversi e autorevoli rapporti di altrettante istituzioni specializzate internazionali, che elencano l’Albania tra i primi Paesi nel mondo per riciclaggio del denaro sporco. Lo rivelava anche un’indagine della nota agenzia Euronews nel dicembre scorso, dalla qualle risultava che l’Albania era al primo posto in Europa!

    Tornando al sopracitato progetto, dopo i precedenti fallimenti per attuare la sua diabolica idea, questa volta il primo ministro ha scelto un altro percorso. Per essere sicuro nella sua impresa e scavalcare i tanti palesi e insormontabili ostacoli legali, lui ha trovato la soluzione della legge speciale. Proprio di quel tipo di leggi che, come prevede la Costituzione, si adoperano soltanto in casi eccezionali, come conflitti armati, invasioni e altre determinate e previste emergenze. L’Albania non è in guerra con nessun altro Paese. Avrebbe dovuto, invece, dichiarare guerra a tanti mali interni che lo stanno divorando. Ma non lo ha fatto, anzi! In Albania non si sta affrontando alcuna emergenza, dovuta a cause naturali e/o di altro genere. Si stanno evidenziando però e purtoppo, da alcuni anni, altri tipi di emergenze e nessuno sta muovendo un dito per arginarle. Si tratta della diffusione capilare della corruzione, della paurosa crescita delle attività della criminalità organizzata, del continuo impoverimento reale della popolazione, del problematico aumento del numero dei richiedenti asilo all’estero ecc. In una simile e grave situazione, si propone però una legge speciale per la demolizione del Teatro Nazionale e per passare tutta l’area ad un privato prescelto dal primo ministro per costruire dei grattacieli in pieno centro della capitale. I guadagni, secondo i calcoli resi pubblici dagli specialisti, sarebbero enormi. Molti giuristi e opinionisti sono convinti che si tratta di una proposta di legge del tutto anticostituzionale, totalmente clientelistica e corruttiva. In più, una simile proposta potrebbe rappresentare un pericolosissimo precedente. Anche perché l’approvazione in tutta fretta e l’uso delle leggi speciali, nell’attuale realtà albanese significano semplicemente legalizzare, cioè tutelare legalmente, la galoppante e capillare corruzione governativa, ormai ben nota anche internazionalmente. In questo modo si garantisce l’incolumità penale di tutti coloro che, d’ora in poi, si possono appropriare ingiustamente e clientelisticamente delle proprietà pubbliche, sormontando ogni precedente ostacolo costituzionale e legale.

    Di fronte ad una simile ed allarmante situazione, i primi a reagire sono stati i diretti interessati, cioè gli artisti. Tutto iniziò quattro mesi fa, quando è stata resa pubblica la diabolica intenzione di demolire il Teatro Nazionale. Allora non si sapeva ancora tutto ciò che si sa adesso. Ma quello bastava e avanzava per avviare una nuova e legitima battaglia. La battaglia tra gli artisti e il primo ministro pittore, affiancato, come facciata, dai suoi sottomessi sostenitori; il ministro della cultura, il sindaco della capitale e altri “crumiri” dalla comunità artistica. Infatti questa battaglia è, in sintesi, parte integrante della vera battaglia, che si sta svolgendo dal 2013 in Albania, e cioè la sacrosanta battaglia per la difesa della democrazia e dello Stato legale, contro la corruzione e la criminalità organizzata.

    La misera scusa del primo ministro e dei suoi ubbedienti sostenitori pubblici è la mancanza dei fondi pubblici per finanziare la ricostruzione dell’edificio del Teatro Nazionale. Misera e ridicola scusa, perché durante questi ultimi anni sono stati ricostruiti molti edifici pubblici, anche se, spesso, non si presentava il bisogno. Ci è voluto, però, poco tempo per evidenziare che si trattava semplicemente di una grande speculazione edilizia e finanziaria, mai trasparente e con molti ben fondati sospetti di abusi finanziari con il denaro pubblico. Sono stati buttati in aria milioni per decorazioni, palme esotiche comprese, marcite poco dopo essere state piantate. Ma non sono stati mai trovati, volutamente, dei modesti finanziamenti pubblici, per ricostruire l’edificio del Teatro Nazionale. E neanche per costruire delle nuove sale, perché ormai Tirana ha bisogno non di uno, ma di diversi teatri, sparsi in diversi luoghi della capitale.

    Bisogna sottolineare che il Teatro Nazionale non è semplicemente un edificio e basta. Il Teatro Nazionale rappresenta la storia della nascita e dell’evoluzione di tutte le arti sceniche in Albania. Quell’edificio, progettato da noti architetti italiani a fine anni ’30 del secolo passato, dal 1945 in poi è stata la culla di tutte le scuole artistiche albanesi. Lì hanno debuttato l’orchestra filarmonica, il circo e il teatrino delle marionette. Il Teatro rappresenta, però, anche un importante aspetto umano, spirituale ed emozionale, non solo per gli attori e altri che hanno lavorato lì, ma per tante altre persone di diverse generazioni. Il Teatro è parte integrante della storia della capitale, dichiarata come tale soltanto nel 1920. Perciò abbattendo quell’edificio, si abbattono, si distrugono e si perdono per sempre tutti questi valori. Semplicemente per far guadagnare miliardi ad alcunti farabutti.

    Da venerdì scorso, gli artisti, appoggiati da cittadini consapevoli, si radunano ogni sera per protestare contro il progetto del primo ministro, che mira alla demolizione del Teatro Nazionale e alla costruzione, al suo posto, di mostri di cemento armato in pieno centro della capitale.

    Chi scrive queste righe è convinto che anche la scelta del tempo non è stata casuale. Il campionato mondiale di calcio attira l’attenzione del pubblico. L’estate è alle porte, ma soprattutto con la sopracitata legge speciale non si può contestare più presso la Corte Costituzionale, perché da qualche settimana è incapace di deliberare. Il primo ministro ha ormai le mani libere per realizzare il suo diabolico piano.

    Nel frattempo vibrano in aria, fanno riflettere ed emozionano le parole di uno tra i più noti attori albanesi viventi, durante uno dei raduni di protesta pacifica degli artisti. “Il tempo è dei farabutti, ma l’Albania è degli albanesi!”.

  • Non permettere che si dimentichi…

    Si può perdonare, ma dimenticare è impossibile.

    Honoré de Balzac

     “Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Una frase scritta in trenta lingue diverse su un monumento commemorativo nel campo di concentramento di Dachau. Un messaggio ammonitorio valido per tutti, in qualsiasi tempo e luogo. Un appello per non dimenticare. Per non dimenticare le tragedie collettive che hanno segnato la storia e che hanno coinvolto milioni di persone. Tragedie causate da regimi totalitari e dittature, costituite anche in paesi tra i più evoluti e colti del mondo.

    Ragion per cui si commemora, tra l’altro, ogni 27 gennaio, anche il “Giorno della Memoria” per non dimenticare le atrocità nei campi di concentramento e le conseguenze dell’Olocausto, della Shoah e delle leggi razziali. Riferendosi al “Giorno della Memoria”, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite affermava nel 2005 che “…tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno il dovere di inculcare nelle generazioni future le ‘lezioni dell’Olocausto’”.

    Ragion per cui, ogni 10 febbraio in Italia si commemora il “Giorno del Ricordo”, riferendosi alle famigerate “Foibe”. Nell’apposita legge del marzo 2004 si sancisce l’obbligo civile e morale per conservare e rinnovare “…la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati italiani, durante la seconda guerra mondiale e dell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale”.

    Per questo, anche in Albania, si dovrebbe ricordare, tra l’altro, il 20 febbraio 1991. Per commemorare il giorno, durante il quale decine di migliaia di cittadini, scrollandosi di dosso la paura, si ribellarono e abbatterono la statua del dittatore, eretta in pieno centro di Tirana. Un significativo atto storico che segnò l’inizio di un lungo e, purtroppo, ancora impantanato processo di democratizzazione del Paese.

    Gli albanesi, tutti gli albanesi responsabili, non devono e non dovranno mai permettere di dimenticare il vero significato del 20 febbraio 1991! Non solo per non dimenticare le atrocità della dittatura in Albania. Ma anche per non permettere che una cosa del genere si possa ripetere. I segnali, purtroppo, stanno pericolosamente aumentando di giorno in giorno.

    Quest’anno, sfortunatamente e nonostante l’allarmante realtà nella quale si trova l’Albania, le attività per commemorare il 20 febbraio sono state sporadiche e hanno deluso le aspettative. Sono mancate soprattutto e inspiegabilmente le attività organizzate dal partito democratico, il maggior partito dell’attuale opposizione e lo stesso che, ventisette anni fa, ispirava e guidava gli albanesi per rovesciare la dittatura comunista. Quegli albanesi che, tra l’altro, il 20 febbraio 1991, abbatterono il simbolo per eccellenza della dittatura: la statua del dittatore.

    Quanto (non) è accaduto lo scorso 20 febbraio 2018 deve allarmare tutti quelli che, da cittadini responsabili e/o da persone politicamente e istituzionalmente coinvolte, hanno il dovere di non dimenticare. Perché “mettere nell’oblio” una data così importante per la recente memoria collettiva degli albanesi potrebbe avere preoccupanti conseguenze nel futuro. Perché la dittatura, una nuova e sui generis dittatura, quella della criminalità organizzata che ormai controlla e/o collabora con la politica, sta alle porte.

    Coloro che governano adesso in Albania sono gli eredi politici del famigerato partito comunista della dittatura, adesso in Albania stanno governando di nuovo anche i discendenti diretti e i rampolli di coloro che governavano durante la dittatura. L’attuale primo ministro è uno di quelli. Come anche il ministro degli esteri e altri ancora. L’attuale presidente del Parlamento è uno dei più spietati esecutori istituzionali di tante persone, essendo l’ultimo ministro degli Interni della dittatura. La dittatura fu abolita ufficialmente in Albania nel 1992, ma, purtroppo, continua ad essere presente tuttora, tramite i suoi rampolli.

    In una simile realtà, il ruolo dell’opposizione politica in Albania diventa cruciale. Ma quanto sta facendo attualmente l’opposizione, soprattutto da un anno a questa parte, dovrebbe veramente preoccupare tutti coloro che non vogliono che la storia si ripeta di male in peggio.

    Il dramma dell’Albania adesso è doppio. Da un lato c’è un primo ministro, il quale ha ideato e attuato la strategia della ‘cannabizzazione’ di tutto il territorio e della connivenza con la criminalità organizzata, per scopi elettorali. Dall’altro lato c’è un capo del maggior partito dell’opposizione e dell’opposizione stessa che tutto sta facendo tranne quello che veramente e realmente doveva e dovrebbe fare. Si tratta proprio del capo di quel partito che rovesciò la dittatura, ispirando e motivando i cittadini anche durante quel 20 febbraio 1991 a Tirana.

    In realtà in Albania adesso il primo ministro governa senza problemi, nonostante i continui scandali, proprio perché l’opposizione gli sta servendo “da spalla”. Adesso in Albania il capo dell’opposizione e l’opposizione stessa sembrano stiano facendo e/o reggendo il gioco del primo ministro e di certi interessi occulti, compresi anche quelli di qualche speculante miliardario dall’oltreoceano.

    Nel 1991 la dittatura, in crisi di sopravvivenza, cercò di ingannare gli albanesi, rappresentando come “sistema pluripartitico” una strana miscela tra l’unico partito al potere e alcune cosiddette  “organizzazioni di massa”, controllate completamente dal regime. Organizzazioni che venivano considerate, con vanto, come “le leve del Partito”. Con ogni probabilità adesso si stia cercando di ripetere la stessa “strategia di sopravvivenza”, da parte del primo ministro. Purtroppo servendosi, in questo caso, non più delle organizzazioni di massa, come fecero i suoi predecessori nel 1991, ma bensì dell’opposizione stessa, ventisette anni dopo. Non a caso quest’anno è stata lasciata nell’oblio anche la commemorazione del 20 febbraio da parte del capo dell’opposizione!

    Chi scrive queste righe è convinto che gli albanesi non dovranno mai dimenticare di commemorare quanto accade il 20 febbraio 1991 e di riflettere sul suo significato! Sarebbe stato come se gli ebrei e tanti altri avessero dimenticato il “Giorno della Memoria” e, con quel giorno, anche l’Olocausto e la Shoah! Sarebbe stato come se gli italiani, ma non solo, avessero dimenticato il “Giorno del Ricordo” e le foibe. Sarebbe stato come se i tedeschi e altri milioni di cittadini in Europa e nel mondo avessero dimenticato il “Berliner Mauer” (il Muro di Berlino) e tutto quello che il “Muro” rappresentava e rappresenta! Chi scrive queste righe è convinto che se gli albanesi cominciassero a dimenticarsi del 20 febbraio 1991 allora bisognerebbe che qualcuno ricordasse loro quanto disse Erich Honecker sul Muro di Berlino. E cioè che “…Il Muro esisterà ancora fra cinquanta e anche fra cento anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”.

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