tortura

  • Appello per due gemelle e un’altra donna che l’Iran vuole impiccare

    Due gemelle iraniane arrestate a gennaio scorso durante l’ultima grande ondata di proteste contro il regime, Taraneh e Romina Rahimi, sono state condannata la prima a morte per impiccagione, l’altra a scontare 25 anni di carcere. Ed il mondo sembra voltare le spalle riguardo al loro destino così come le ha voltate a Benjamin Netanyahu durante il suo discorso all’assemblea generale dell’Onu.

    Tra l’8 e il 9 gennaio del 2026 le due sorelle, all’epoca diciannovenni e ancora studentesse al liceo, furono prelevate di notte dalle loro abitazioni a Isfahan da uomini incappucciati, in seguito identificati come appartenenti al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Per quattro mesi la madre delle due ragazze, Marzieh Nourmohammadi, ha cercato invano notizie delle figlie rivolgendosi a ospedali e istituzioni statali, prima di riuscire a rintracciarle in un carcere a Dowlatabad, nella città di Isfahan.

    Quando ha potuto visitarle in carcere, lo scorso maggio, le due ragazze – “trattenute in regime di isolamento” –  erano irriconoscibili, ha spiegato il cugino alla testata britannica. Il racconto che la madre ha fatto al cugino è agghiacciante: a stento ha riconosciuto le sue stesse figlie che, “a seguito di tremende percosse, avevano i volti gravemente tumefatti, con lividi su tutto il corpo, ai gomiti, alle nocche e avevano i piedi rotti”.

    In mancanza di una confessione credibile per il regime – come racconta la testata britannica Guardian – Taraneh avrebbe ricevuto dalle guardie carcerarie la minaccia di uno stupro ai danni della sorella Romina di fronte a lei. Il quotidiano riferisce anche che “il loro cuoio capelluto è stato completamente compromesso. Praticamente – racconta la madre – le due giovani non avevano più capelli perché venivano tirate per i capelli e trascinate da una cella all’altra”.  Una storia che si ripete inesorabile nella Repubblica islamica sciita, da 47 anni impegnata a combattere contro i capelli delle donne costrette a coprirli con un hijab obbligatorio sin dall’età di 7 anni. Così vuole la lettura della sharia e così aveva voluto e vuole la rivoluzione khomeinista.

    Secondo Hengaw, con sede in Norvegia, e dalla Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, la magistratura iraniana avrebbe condannato anche un’altra donna alla pena capitale con la stessa accusa. Si tratta di Leila Abolhasani 43 anni e madre di due adolescenti, è stata invece giudicata colpevole di aver incendiato un negozio durante le manifestazioni. I suoi familiari hanno respinto l’accusa, affermando che la donna si era limitata a filmare l’incendio.

    Insieme a loro per gli stessi disordini avvenuti in una piazza di Isfahan, sono stati condannati a morte anche nove uomini. Accusati di aver provocato la morte di due persone, tra cui un membro delle forze di sicurezza.

    Dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, Teheran ha giustiziato 29 uomini per reati legati alle proteste, secondo l’ong norvegese Iran Human Rights (IHR). E sono almeno 16 donne le donne “giustiziate” per altri reati dall’inizio dell’anno.

  • Torturati ai confini dell’Europa

    Dati precisi non ce ne sono ma è certo che nell’ultimo anno il flusso migratorio attraverso il corridoio balcanico è aumentato. E con esso anche la violenza dei respingimenti e le torture inflitte ai migranti in Croazia. Arrivati in Bosnia da Tunisia, Afganistan, Siria, Iraq, Africa del Nord, appena provano a varcare il confine con la Croazia, porta per l’Europa, subiscono dalla polizia locale indicibili violenze, le cui conseguenze portano spesso alla morte. Come è accaduto al tunisino Khobeib, per tutti Alì, di 31 anni che, arrivato in Croazia dalla Bosnia a febbraio, è stato selvaggiamente picchiato, denudato e privato delle scarpe dalla polizia croata che lo ha poi rispedito in Bosnia. Per giorni ha camminato nella neve e quando è giunto all’ospedale bosniaco di Bihac, i suoi piedi erano ormai in cancrena. E’ morto pochi giorni dopo, in preda al dolore fisico e al delirio. Di questa storia ne ha parlato sulla rivista online NuoveRadici la volontaria triestina Lorena Fornasir che con suo marito Gian Andrea Franchi, da più di tre anni, porta assistenza e beni di prima necessità nei campi profughi bosniaci, sul confine nord occidentale. I due raccolgono le storie e le testimonianze delle sevizie che i migranti subiscono dagli agenti di frontiera quando vengono respinti e poi le rendono pubbliche con foto. La signora Fornasir nei giorni scorsi ha indetto una raccolta firme indirizzata alla Corte europea dei diritti dell’uomo, contro quelle che definisce “torture di stato”. “La Croazia – si legge nella petizione – che ha ricevuto milioni e milioni di euro per contenere i flussi migratori, è stata dotata di strumenti tecnici sofisticatissimi per la cattura di esseri umani. Sono già state denunciate le sevizie che applica su uomini, donne, bambini. Ora è giunta a perpetrare anche la tortura”. Come quella di Alì nella petizione sono state menzionate altre storie, come quella di Adnan, che è stato privato delle scarpe e torturato dalla polizia croata con una sbarra incandescente che gli ha scorticato la gamba o quella di un minore di 15 anni che è stato seviziato con scariche elettriche. Il sito borderviolence riporta oltre 500 casi di abusi e violenze. Tutti i migranti sono costretti così a tornare in Bosnia dove, si stima, siano circa 8mila quelli bloccati, concentrati soprattutto nella zona di Bihac, rappresentando il 10% della popolazione, e di Velika Kadusa. Secondo l’Unhcr, in Bosnia arriverebbero circa 450 profughi a per fare quello che loro stessi definiscono il “game”, cioè il tentativo di raggiungere l’Europa e lì chiedere asilo.

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