traffico

  • Milano e l’Italia ripartirebbero in monopattino

    Ogni giorno, prima della pandemia da Covid-19, la metropolitana di Milano serviva egregiamente gli spostamenti urbani per un milione e mezzo di persone. Veloce ed economica rappresentava il “mezzo” per eccellenza negli spostamenti all’interno dell’area urbana del capoluogo meneghino.

    Ora la pandemia legata al Covid-19, in prospettiva di una riapertura completa delle attività professionali produttive e di servizi, pone delle serie problematiche alla soddisfazione di questo servizio di mobilità. Con le nuove disposizioni relative al distanziamento sociale che dovranno venire applicate anche all’interno dei servizi pubblici la metro milanese potrà soddisfare la mobilità di non oltre 350/400 mila passeggeri al giorno. Di conseguenza resterà inevasa una domanda legata al mondo professionale, universitario e studentesco per 1.100.000 utenti. Una domanda, vale la pena ricordare, relativa ad un servizio primario in quanto funzionale alle attività professionali, lavorative e di studio.

    In questo contesto di grande difficoltà, quindi, l’unica soluzione dovrebbe essere rappresentata da una deregulation relativa ai vari divieti rispetto alle classi di emissioni dei mezzi privati, alle ZTL e all’area C per una durata di 12-18 mesi.

    Già la crisi economica conseguente a questa pandemia ridurrà notevolmente il traffico, mantenere poi in un simile contesto di difficile ripresa economica degli ulteriori vincoli, tarati per un assai diverso contesto economico, penalizzando ulteriormente la movimentazione di persone e merci, rappresenterebbe un suicidio economico.

    Il Comune di Milano rende noto che ha deciso di realizzare 35 km di piste ciclabili all’interno dell’area urbana (molto interessanti sotto l’aspetto ludico ma certo con effetti ridicoli per la movimentazione  professionale) per rispondere alla necessità di movimento ma soprattutto alla ridotta capacità della metro: quindi in bicicletta e monopattino.

    Il ministro dei trasporti De Micheli ha persino affermato che saranno previsti degli incentivi fiscali per l’acquisto di un  monopattino. Dimostrazione ulteriore di come la visione strategica “dei “mezzi” urbani unisca ente locale e governo abbracciati nella avvilente ideologica operatività.

    Quindi a fronte di 1.100.000 di domanda inevasa di mobilità urbana si risponde con il monopattino e gli incentivi fiscali. A questa strategia illuminante si aggiunge anche l’ipotesi di ridurre la velocità urbana a 30 km all’ora. Tali visioni possono uscire solo da menti che non hanno mai conosciuto le tempistiche del lavoro o dello studio, legate sempre più, anche in un’ampia area urbana, alla velocità e ad una immediatezza dei mezzi pubblici o privati.

    In un simile contesto temporale caratterizzato da una drammatica riduzione del Pil bisognerebbe operare in modo da sfruttare tutte le possibilità ma soprattutto le potenzialità dei mezzi considerando come “beni strumentali” anche tutti i veicoli privati con il fine di riavviare un periodo di ripresa economica.

    Queste drammatiche intenzioni palesate dalla Giunta di Milano e dal Governo dimostrano essenzialmente come la conoscenza degli elementi fondamentali di un economia circolare non risulti ancora acquisita (https://www.ilpattosociale.it/attualita/leconomia-circolare-e-lavoisier/).

    Milano e il nostro Paese meritano una visione strategica intonata con il difficile momento economico con l’obiettivo di supportate ogni potenzialità professionale. In questo senso una temporanea deregulation potrebbe risultare funzionale.

    Ancora una volta, invece, si inseriscono ulteriori vincoli e scelte risibili nella movimentazione urbana che mortificheranno le risorse meneghine ed italiane ben in aggiunta alle note difficoltà di una  ripresa dopo la pandemia. In altre parole Milano e l’Italia dovrebbero disporre di migliori risorse umane rispetto a quelle dimostrate sia dalla giunta comunale meneghina priva del senso della realtà e dal Governo centrale. La ripresa economica non potrà mai partire con un monopattino

  • In Italia gap di infrastrutture per 40 miliardi

    La Cgia di Mestre evidenzia secondo i dati della Commissione europea gli italiani sono costretti a rimanere bloccati nel traffico per quasi 38 ore all’anno, praticamente una settimana di lavoro; nell`Europa a 27 solo Malta e Belgio registrano una situazione peggiore della nostra. Rispetto ai principali Paesi europei, segnala la Cgia, il gap di infrastrutture nel nostro Paese è significativo: se in Olanda si rimane congestionati per 32 ore all’anno, in Francia e Germania si scende attorno a 30 e in Spagna a poco più di 26. La media Ue si attesta a 30,4 ore.

    Le lunghe code che ci angosciano ogni giorno sono riconducibili, in particolar modo, a un paio di cause: la prima dovuta all’insufficienza del numero di mezzi pubblici presenti nelle nostre città (bus, tram, metro, treni, etc.) che costringe tantissimi pendolari ad usare i mezzi privati; la seconda è ascrivibile al grave deficit infrastrutturale che caratterizza il nostro Paese. “Secondo i dati del Ministero dei Trasporti, il deficit di competitività del nostro sistema logistico-infrastrutturale costa all’economia del Paese 40 miliardi di euro all’anno. Anche per questa ragione è necessario che il Governo, a seguito della grave recessione economica che si è abbattuta in queste ultime settimane, investa quanto prima in un piano nazionale per la realizzazione delle opere pubbliche che permetta di ammodernare il Paese, di renderlo più competitivo e, soprattutto, di imprimere una forte scossa positiva alla domanda interna”, sostiene la Cgia. I risultati che emergono dai confronti tra il nostro Paese e i principali Paesi europei, rileva la Cgia di Mestre, “sono impietosi e dimostrano la necessità di intervenire quanto prima”.

    “Sebbene i numeri non siano soddisfacenti – dichiara il segretario Renato Mason – anche l’Italia può comunque contare, nel campo logistico, su molte punte di eccellenza. Tuttavia, il risultato medio nazionale è insufficiente e continuiamo ad essere un Paese che ha bisogno come il pane di realizzare sia le grandi opere sia quelle di dimensione inferiore. Grazie alla cantierizzazione di questi lavori potremmo attivare una leva molto importante per aggredire la recessione e per creare nuovi posti di lavoro”. Senza contare che sono circa una decina le grandi opere che, pur disponendo dei finanziamenti, non hanno ancora visto iniziare i lavori. Alcune di queste infrastrutture strategiche ancora ferme ai blocchi di partenza, ricorda la Cgia, sono: Tav Torino-Lione (8,6 miliardi di euro); Tav Messina-Catania-Palermo (costo 8 miliardi di euro); Gronda di Genova (5 miliardi di euro); Av Verona-Padova IRICAV 2 (4,9 miliardi di euro); Terza corsia A11 Firenze-Pistoia (3 miliardi di euro); Autostrada Roma-Latina (2,8 miliardi di euro); Autostrada Pedemontana Lombarda (2 miliardi di euro); Tav Napoli-Bari lotto Irpinia-Orsara/tratta Orsara Bovino (2 miliardi di euro); Autostrada regionale Cispadana (1,3 miliardi di euro). L’auspicio, segnalano dalla Cgia, è che il “modello Genova” – adottato per la costruzione del ponte sopra il Polcevera progettato da Renzo Piano – “venga esteso a tutte le principali grandi opere già finanziate ma non ancora avviate, attraverso la tanto agognata nomina dei commissari”.

    Anche l’opinione dei grandi manager internazionali conferma lo stato di arretratezza logistico/infrastrutturale del nostro Paese. Dall’elaborazione dell`Ufficio studi della Cgia su dati del World Economic Forum (Wef), tra i 10 Paesi europei più importanti presi in esame, l`Italia si colloca sempre in fondo alla graduatoria per qualità/efficienza del sistema infrastrutturale. In particolare per: qualità delle strade; efficienza dei servizi ferroviari; efficienza dei servizi portuali; copertura della linea internet veloce (fonte: Commissione Europea). Rispetto alla Germania, che è il nostro principale competitor in campo economico, l’Italia sconta un gap del 22% per la qualità delle strade; del 19% per l`efficienza dei servizi ferroviari; del 12% per l`efficienza dei servizi portuali; del 178% per la copertura della linea internet ultraveloce.

    La Cgia, infine, tiene a precisare che “oltre alla realizzazione delle grandi infrastrutture materiali e immateriali abbiamo altrettanto bisogno di portare a termine moltissimi interventi ‘minori’ che sono però indispensabili per la messa in sicurezza di tanti cittadini, di moltissime città e piccoli paesi. Interventi che potrebbero dare una grossa mano alla ripresa della domanda interna”. In particolare, la Cgia ricorda che: “l`88% dei circa 8mila Comuni italiani ha almeno un’area classificata a elevato rischio idrogeologico; il 40% circa delle abitazioni di edilizia residenziale pubblica è ubicato in zone ad alto rischio sismico; su circa 6.000 opere censite (gallerie, ponti, viadotti, etc.) quasi 2.000 necessitano di interventi urgenti; il 38% dell`acqua trasportata dal sistema idrico pubblico si perde per strada a causa dell`elevato livello di deterioramento della rete”.

  • Dal Parlamento europeo una risoluzione contro il traffico illecito di animali

    Secondo le stime verificate dal Parlamento europeo ogni mese sul territorio dell’Unione vengono scambiati, cioè cambiano proprietario, circa 46000 cani, di questi una gran parte non è registrata con le ovvie conseguenze sia per il benessere animale che per la salute e la sicurezza, inoltre vi sono troppi gravi illeciti, come abbiamo denunciato più volte sul Patto.

    Nelle scorse settimane il Parlamento, riunito in assemblea plenaria a Strasburgo, con ben 607 voti a favore, ha approvato una risoluzione che chiede un’iniziativa comunitaria contro il commercio illecito di animali anche per contrastare uno dei tanti affari della criminalità organizzata che sulla la vendita illegale di cani, gatti ed altri animaletti da compagnia, ha messo in moto un affare molto redditizio. I parlamentari europei chiedono un controllo più efficace attraverso un sistema obbligatorio e certificato dell’Unione per l’identificazione di cani e gatti, con sanzioni molto più severe per coloro che promuovono, attuano il commercio illegale che truffa coloro che acquistano animali non registrati esponendo i cuccioli spesso a morte certa in quanto le vaccinazioni non sono regolari ed il loro trasporto, quando sono troppi piccoli di età, procura malattie di vario genere. La risoluzione affronta anche il tema del randagismo, purtroppo presente in tutti i paesi dell’Unione e non sempre vi sono leggi, come invece in Italia, adeguate sul problema offrendo un rifugio agli animali abbandonati. Il Parlamento europeo invita ad adottare cani abbandonati riconoscendo nell’adozione anche una funzione sociale specie nei paesi nei quali i cani randagi sono soppressi dopo pochi giorni se nessuno li reclama come propri o gli adotta. Vi è inoltre la necessità di un quadro di insieme per individuare norme più corrette per gli allevamenti visto l’aumento delle cosiddette puppy farm, vere e proprie fabbriche di cuccioli, delle razze di moda, da immettere sul mercato anche se nati da genitori non sani o non compatibili. Gli europarlamentari chiedono che in tutta Europa siano rispettati uguali livelli di tutela degli animali a partire dal divieto di vendere i cuccioli prima del compimento dei due mesi così che abbiano potuto apprendere dalla madre i modi corretti di socializzazione ed abbiano un certificato di buona salute.

    La risoluzione, che tratta diversi punti, testimonia come sull’argomento vi sia una forte intesa tra parlamentari di nazioni e partiti diversi, ora si tratterà di trovare lo strumento legislativo più idoneo per tramutare in cogenti i punti proposti tenendo conto che, purtroppo, è sempre in espansione il mercato clandestino di animali come dimostrano, in Italia, i tanti interventi della Guardia di Finanza e tutt’ora i sistemi informatici sono uno dei più noti strumenti utilizzati per questo traffico che in gran parte arriva dall’est.

  • Cani di razza con certificati falsi, sventata truffa commerciale

    Sei persone sono state denunciate per aver organizzato un commercio illegale di cani di razza. Coinvolto anche un medico veterinario.
    A seguito delle segnalazioni di un residente, i carabinieri della Stazione “Parco” Cinque Terre hanno scoperto un commercio illegale di cani di razza. Denunciate sei persone, inclusa la querelante e un Medico Veterinario. Le accuse, a vario titolo, sono di frode nell’esercizio del commercio, favoreggiamento, falsità ideologica, minaccia, truffa, maltrattamento di animali, cessione di cani di razza senza certificato di genealogia.
    La persona che ha fatto denuncia – riferisce la stampa locale- aveva subito minacce per la cessione di un Dobermann. I carabinieri sono arrivati a indagare persone a Reggio Calabria, Salerno, Modena, Cosenza, individuando il commercio con falsi certificati genealogici di cuccioli, separati dalle madri prima dei 60 giorni di vita.
    I reati di truffa e frode nell’esercizio del commercio sono stati commessi “con la complicità di un veterinario, che ha dichiarato il falso nei certificati, per consentire l’iscrizione dei cani nel Libro delle Origini Italiane, così da poterli vendere come tali”- si legge sul notiziario di TeleNord.
    Ad una delle persone denunciate è stata comminata una multa di 31 mila euro per aver ceduto cani di razza privi di certificato di genealogia.

    Fonte:@nmvioggi del 13 settembre 2019

  • Traffico di cuccioli, giro di affari e truffe in agguato

    Le preoccupazioni che avevamo espresso in precedenti articoli, riportando una serie di fatti accertati dalle Forze dell’Ordine, trovano, purtroppo, ulteriore conferma in nuovi recenti avvenimenti. Infatti nei giorni scorsi i carabinieri forestali di Reggio Emilia sono intervenuti per bloccare un nuovo traffico di cuccioli di cane, traffico che portava ad un giro d’affari di più di 500mila euro. La compravendita era attuata via internet, una delle tante truffe che usa i sistemi informatici. Tra il materiale sequestrato medicine, falsi libretti sanitari, cellulari, registratori di cassa, microchip e automobili utilizzate per prendere i cuccioli nei paesi dell’est e portarli in Italia. 108 i cani sequestrati tra i quali 45 cuccioli. La rete criminale si estendeva in varie regioni, oltre all’Emilia Romagna l’attività si svolgeva in Lombardia, Liguria e Toscana. Vari i provvedimenti cautelari e le denunce sia per associazione a delinquere che per maltrattamento agli animali, frode in commercio, falsità in atti e truffa, coinvolti anche negozi per la toelettatura e accessori per cani che procuravano una parte della clientela ai trafficanti di cuccioli. Ispezioni sono state effettuate a Reggio Emilia, Piacenza, Ravenna, La Spezia, Grosseto, Bergamo e Monza. Molti i cagnolini morti durante i viaggi ed altri deceduti dopo essere stati venduti, proprio l’ispezione su strada, nel 2017, di veicoli che trasportavano cuccioli in condizioni precarie, senza cibo ed acqua, e senza la obbligatoria documentazione sanitaria, ha fatto aprire una nuova indagine che si è avvalsa anche delle denunce di diverse persone che, dopo aver comperato a caro prezzo un cucciolo, si trovavano con l’animale gravemente malato o moribondo. l cuccioli appartenevano tutti a razze pregiate ma di taglia piccola, medio piccola, ed erano venduti almeno a mille euro. Secondo le stime, basate sulle intercettazioni, i cani venduti ogni anno sono stati almeno mille.

    Come abbiamo più volte ricordato i cani vanno acquistati solo da persone autorizzate, non devono avere meno di due mesi e devono essere in possesso dei libretti  sanitari con le vaccinazioni documentate ed è meglio visionare la madre ed i fratelli. Non dimentichiamo che chi vuole un amico peloso può anche cercarlo senza pedigree salvandolo da un rifugio dove è stato abbandonato.

  • Il Cheetah Conservation Fund segnala l’emergenza di traffico illegale nel Corno d’Africa con risvolti epidemici

    Riceviamo dal Cheetah Conservation Fund un comunicato stampa sul ritrovamento di alcuni cuccioli di ghepardo, vittime del traffico illegale e del bracconaggio, che il centro fondato in Namibia dall’antropologa americana Laurie Marker ha accolto e sta curando.

    Con 23 cuccioli di ghepardi intercettati nell’ambito del bracconaggio e attualmente in cura nel rifugio provvisorio di Hargeisa, il Cheetah Conservation Fund segnala l’emergenza bracconaggio nel Corno d’Africa, che assume proporzioni epidemiche. “Il CCF ha accolto dieci nuovi cuccioli negli ultimi 45 giorni; tutti si trovavano in pessime condizioni. Quattro sono stati trovati ad Hargeisa in una scatola di cartone. Due altri sono stati scoperti ad Erigavo, una regione remota del Somaliland, incatenati insieme al terreno, con corde strette intorno al collo. I tre precedenti sono stati recuperati da un contenitore giallo in plastica, senza acqua né cibo, e pochissimo ossigeno. Il cucciolo recuperato recentemente è stato intercettato ad Aynabo, legato sul fondo di un pick-up, pieno di pulci e molto spaventato”, ha dichiarato la Dr. Laurie Marker, Fondatrice e Direttore del CCF. Le nostre strutture per i cuccioli sono al limite delle loro capacità, e ci stiamo preparando a quanto succederà in seguito”.

    Dal mese di aprile del 2017, il CCF ha attivato una “casa sicura” per assistere il Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Rurale del Somaliland (MoERD) e i suoi funzionari quando confiscano cuccioli catturati in Kenya, Somalia ed in Somaliland. I cuccioli vengono catturati e trasportati via Somaliland verso i suoi porti e poi in Yemen, e la maggior parte di essi riforniscono il mercato illegale del Medio Oriente. Una volta confiscati, i cuccioli vengono portati alla struttura del CCF, dove vengono sfamati, medicati e curati da un’équipe di volontari veterinari, studenti in veterinaria e addetti al benessere animale.

    “Mentre i funzionari del MoERD e gli studenti veterinari che abbiamo formato diventano sempre più efficienti nel loro impegno, ci rendiamo conto che il numero di animali da curare potrà solo aumentare. Il nostro rifugio provvisorio era stato concepito come soluzione temporanea, un luogo sicuro dove potevamo accudire i cuccioli in attesa del completamento di un santuario permanente. Ma il santuario non sarà disponibile in tempo utile, se dovremo fronteggiare la situazione attuale, e non saremo pronti a gestire un nuovo arrivo di cuccioli”, ha affermato la Dr. Marker.

    Per riuscire a fronteggiare questa emergenza, il CCF si appella alle aziende, alle fondazioni private, ai partner della conservazione e ai singoli perché si uniscano a questa lotta. Il CCF deve raccogliere almeno 10.000 USD al mese per sostenere le attività del rifugio temporaneo con tutte le cure dei cuccioli finché il nuovo santuario sarà pronto. Per completarlo, considerando i materiali di costruzione e la rete idrica ed elettrica, sono necessari altri 200.000 USD. Questi fondi di emergenza faranno sì che il CCF possa nutrire, alloggiare e fornire le cure veterinarie ai ghepardi confiscati al mercato clandestino, acquistando carne fresca (la spesa maggiore), i farmaci, i sostituti del latte artificiali, le vitamine e i integratori di calcio, i vaccini e le spese vive per i volontari, così come l’affitto e le utenze per l’attuale rifugio. Il peso della gestione di questa emergenza è tremendo, ma è assolutamente necessario, in quanto il CCF è l’unica organizzazione per la conservazione che lavora sul territorio in Somaliland, per i ghepardi ed altri animali. La Dr. Marker ritiene che in tal senso il CCF deve fare da apripista, e sottolinea quanto la situazione sia critica. “ Riteniamo che il numero di cuccioli catturati dai bracconieri del Corno d’Africa si aggiri sui 300 esemplari. Corrispondono allo stesso numero di ghepardi adulti che si trovano al di fuori dalle aree protette in questi Paesi, cioè dove i piccoli vengono catturati. A questo ritmo, i ghepardi saranno presto estinti localmente” afferma la Dr. Marker. “Abbiamo bisogno di aiuto per porre fine a questa emergenza prima che sia troppo tardi”.

    Fin dal 2005, il Cheetah Conservation Fund (CCF) ha iniziato a sorvegliare il traffico di ghepardi assistendo le autorità locali con le confische laddove possibile. Ad oggi, il CCF ha registrato centinaia di casi che coinvolgevano più di 1500 ghepardi, o parti di ghepardi. Di questi, meno del 20% sono sopravvissuti, mentre più del 30% sono stati dichiarati morti. La stragrande maggioranza del commercio di ghepardi vivi avviene tra l’Africa Orientale e la Penisola Arabica, dove i ghepardi sono considerati animali da compagnia popolari negli Stati del Golfo. I ghepardi catturati hanno origine in Etiopia, Kenya, Somalia e Somaliland, e vengono contrabbandati soprattutto dalle coste del Somaliland.

    Il CCF è una organizzazione non-profit con Quartier Generale in Namibia, con sedi negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, Italia, Belgio e nel Regno Unito, e con organizzazioni partner in molte altre nazioni. Fondato in Namibia nel 1990, Il Cheetah Conservation Fund è il leader globale della ricerca e conservazione dei ghepardi, dedito alla salvaguardia del ghepardo in natura. La missione del CCF è di essere riconosciuto come centro internazionale di eccellenza per la conservazione del ghepardo e del suo ecosistema, e lavora con tutti gli attori per sviluppare le migliori prassi in ricerca, educazione ed uso del territorio per farne trarre beneficio a tutte le specie, umani compresi. Per maggiori informazioni, visita: www.cheetah.org. 

  • Traffico illegale di cuccioli, un mercato che vale milioni e non dà garanzie agli acquirenti

    Nel 2018 sono state molte le azioni delle forze dell’ordine per sventare il traffico illegale di cuccioli di cane provenienti da paesi dell’est ma, nonostante i controlli, il traffico è continuato anche nel 2019, un traffico criminale che condanna alla morte centinaia di cuccioli strappati troppo presto alla madre (per legge i cani possono essere trasportati e venduti a tre mesi) e portati in condizioni precarie in Italia, molti muoiono nel viaggio, gli altri sono venduti a caro prezzo utilizzando anche compiacenti allevatori italiani. I trafficanti di cuccioli li pagano pochi euro e poi li rivendono a mille e più ma questi cagnolini spesso diventano fonte di grave dolore per i loro proprietari perché si ammalano gravemente e non sempre bastano a salvarli, nel tempo, anche lunghe cure dispendiose.

    Gli animali provenivano ancora una volta da Slovacchia ed Ungheria nel caso del grande sequestro di Udine del 2017, in quell’occasione la vice questore della Polstrada Rita Paladino ha dichiarato, come ha riportato Milanotoday,che i trafficanti dicevano che i cuccioli ammalati dovevano essere venduti subito così sarebbero morti nelle mani dei bambini e l’emozione ed il dispiacere li avrebbe convinti a comperare ancora da loro un altro cucciolo. La maggior parte di questi cagnolini sono di piccola taglia, pincher, chihuahua, bulldog francese e negli arresti sono stati coinvolti anche italiani. Pochi giorni fa è stato sventato un nuovo grande traffico dalla polizia di frontiera di Ravenna e nuovi arresti di italiani e di un commerciante di animali. Se vogliamo anche noi contribuire a debellare questo sporco  traffico, che arricchisce criminali incalliti, dobbiamo sapere che quando si acquista un cane da un allevamento bisogna pretendere  di vedere i genitori o almeno la madre del cucciolo e che chiunque vende un cane deve rilasciare immediatamente i documenti legali ed il libretto sanitario timbrato e firmato da un medico veterinario. Spesso infatti non sono rilasciati i documenti legali o sono contraffatte le vaccinazioni che sono non solo obbligatorie per legge ma anche l’unico strumenti per garantire una vita sana all’animale. Il controllo delle vaccinazioni deve essere fatto anche interpellando il veterinario che le ha eseguite, bisogna inoltre ricordare che alcune vaccinazioni, secondo quanto ha riportato anche anmvioggi, fatte nei paesi dell’est non sono regolari ed efficaci  come quelle fatte in Italia per quanto riguarda ad esempio il cimurro e la rabbia, malattia pericolosissima anche per l’uomo.

  • Italiani tra i più entusiasti delle Ztl in Europa

    Gli italiani sono tra i più favorevoli in Ue alle ztl in città. E’ quanto emerge da un’indagine Ipsos per l’ong ambientalista Transport & Environment, in base a cui il 74% dei cittadini italiani e circa i due terzi degli europei supportano le zone a traffico limitato nei centri urbani, con il divieto di circolazione delle auto inquinanti. Secondo il sondaggio, il sostegno per le zone a bassa emissione è più alto in Ungheria (77%), Italia (74%) e Gran Bretagna (73%). E circa i due terzi degli intervistati in altri Paesi Ue la pensa allo stesso modo: Polonia (66%), Spagna (65%), Svezia (63%), Belgio (60%), Francia (60%) e Germania (57%). Oggi sono 265 le zone urbane a basse emissioni in 12 Paesi dell’Ue, 250 delle quali riguardano automobili.

    Secondo l’ultimo rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia Ue per l’ambiente, in Europa 3,9 milioni di persone abitano in aree dove sono superati contemporaneamente e regolarmente i limiti dei principali inquinanti dell’aria (Pm10, biossido di azoto e ozono). Di queste, 3,7 milioni, cioè circa il 95%, vive nel Nord Italia. L’Italia nel suo complesso è al secondo posto in Europa per morti per Pm2.5 (60.600) e al primo per le morti da biossido di azoto (20.500) e per l’ozono (3.200).

  • Aumentano i passeggeri delle compagnie aeree

    La domanda mondiale di passeggeri nel trasporto aereo ha registrato a luglio una “solida” crescita, secondo quanto rileva l’Associazione internazionale del trasporto aereo (Iata), osservando che i ricavi passeggero per chilometro sono cresciuti de 6,2% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Sono cresciute la capacità degli aeromobili (+5,5%) e il ‘load factor’ (fattore di riempimento), salito di 0,6 punti percentuali al dato record dell’85,2%. “Il settore registra un altro mese di solida crescita del traffico. E il record del load factor mostra che le compagnie aeree stanno diventando più efficienti in termini di sviluppo della capacità per far fronte alla domanda”, spiega il direttore generale e Ceo della Iata, Alexandre de Juniac. “Tuttavia, l’aumento dei costi, in particolare del carburante, probabilmente limiterà lo stimolo che ci si attende dal calo delle tariffe. Per questo ci aspettiamo di assistere ad un costante rallentamento della crescita rispetto al 2017».

  • Le mani della criminalità sul traffico di animali

    Ancora una volta i maggiori quotidiani italiani attirano la nostra attenzione sul problema, sempre in espansione, delle truffe sugli animali da compagnia. Cuccioli comperati nei paesi dell’Est per poche decine di euro e venduti, dopo viaggi tragici nei quali molti esemplari moriranno, a centinaia di euro, privi di vaccinazioni e di regolari certificati veterinari. Ed ancora animali allevati ed importati per le lotte clandestine, con un giro milionario di scommesse e guadagni esponenziali per la criminalità organizzata che ormai gestisce anche prezzolati e corrotti giudici di gara che assegnano brevetti falsi ad animali che saranno venduti carissimi in paesi extraeuropei nei quali improvvisamente il cane è diventato uno status symbol e comunque è necessario per compiti di vigilanza e sicurezza. Il business criminale è sempre più vasto come sempre più vasta è la ricchezza accumulata da chi gestisce traffici illeciti e sanguinosi combattimenti. Chissà se il Governo vorrà dare attenzione anche a questa piaga visto che non si tratta solo di difendere gli animali o di impedire che cittadini ignari siano truffati, ma di abbattere un racket sempre più forte che, aumentando le proprie disponibilità economiche, aumenta il proprio peso e potere nella società.

    Molti animali con falsi brevetti sono mandati in Cina dov’è in continuo aumento la richiesta di animali di pregio, specie cani e gatti. In Cina, dove tutt’ora si celebra la disgustosa e criminale fiera di Yulin, nella quale si uccidono e mangiano decine di migliaia di cani, si registra un forte aumento di richieste di animali da compagnia ed il nuovo business se da un lato fa sperare in una rivolta popolare per eliminare la fiera e qualunque menù nel quale compaia carne di cane preoccupa per altri aspetti, quali l’impreparazione ad accudire un animale e la folle idea di tramutarlo in un giocattolo, come dimostrano i cani colorati e toelettati per sembrare panda, o i gatti tenuti dentro una boccia di vetro.

    In sintesi c’è ancora veramente molto da fare se in Cina, come negli Stati Uniti, si pensa a verniciare le unghie dei cani o a comperare collari con gli strass e nel frattempo non ci si occupa dei cani mangiati o usati per combattimenti mortali o tenuti come nelle perreras dove l’unica speranza sembra la morte.

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