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  • Traffico di aspiranti calciatori, la versione della tratta di esseri umani del XXI secolo

    La tratta di essere umani esiste ancora oggi. Non nella versione dei secoli scorsi, ma sotto forma di “football trafficking”, tratta dei calciatori.

    Molti ragazzi del Vecchio Continente che sognano una carriera sui campi di calcio finiscono infatti vittime di truffe, ricatti ed estorsioni. Una promessa di un provino può facilmente adescare questi ragazzi e condurli a ritrovarsi vittime di rapimenti, nel migliore delle ipotesi a fini di riscatto, per ottenere versamenti in denaro da parte delle loro famiglie. Sono migliaia i ragazzi, spesso minorenni, che vengono portati illegalmente all’estero, con documenti falsificati e tutori fittizi; coloro che non riescono a ottenere un contratto vengono abbandonati senza soldi né documenti, diventando immigrati clandestini e prede facili di ulteriori forme di sfruttamento. Secondo l’ong Foot Solidaire, ogni anno circa 15.000 giovani da tutta l’Africa partono con la speranza di diventare calciatori professionisti. «Si parla di 60.000 minori coinvolti in dieci anni, ma ci sono anche stime che parlano di numeri ancora più alti» racconta Paola Cereda, psicologa e scrittrice.

    «La Fifa, la federazione internazionale del calcio, ha cercato di arginare il fenomeno vietando il trasferimento dei minori non accompagnati, ma le leggi vengono aggirate attraverso finte accademie di calcio e falsi procuratori» denuncia ancora Cereda. La morte del 17enne senegalese Cheikh Touré nei mesi scorsi è stato un triste monito per le migliaia di giovani talenti che ogni anno rischiano la vita cadendo vittime di reti di trafficanti senza scrupoli che mercificano e tradiscono il sogno.

    In Italia la Procura di La Spezia ha identificato i13 adolescenti nigeriani che tra il 2013 e il 2017 sono giunti dalla scuola calcio di Abuja e dopo essere transitati da un torneo giovanile in Europa, a Rijeka o in Liguria, sono arrivati in Italia come minori non accompagnati. Entrati nelle giovanili dello Spezia, sono stati affidati a famiglie italiane legate alla società ligure, parcheggiati in prestito in club dilettantistici della zona e infine ceduti altrove. Anche se l’inchiesta penale non è stata convalidata da sentenze di accoglimento delle ipotesi accusatorie dei PM da parte dei giudici, la Fifa ha comminato sanzioni alla società calcistica della città ligure.

  • Traffici e violenze su animali fonti di ricchezza per le zoomafie

    Il rapporto zoomafie 2025 ripropone ancora una volta una triste realtà: la criminalità organizzata continua i suoi loschi traffici, le sue violenze e gli animali, utilizzati, sfruttati, condannati ad atroci sofferenze, continuano ad essere, per i criminali, una fonte di ricchezza, di denaro sporco.

    Combattimenti tra animali, corse clandestine, sia di cavalli che di cani, allevamenti irregolari, gestione di canili ombra, traffico di cuccioli dall’estero, contrabbando di fauna selvatica, bracconaggio sia in terra che in cielo ed in mare, macellazione clandestina, sofisticazioni di alimenti di origine animale, utilizzo di prodotti alimentari per animali venduti come prodotti per umani, utilizzo di Internet per false vendite di animali, furti di animali e via discorrendo sono fonti di immensi guadagni per le varie mafie che operano non solo in Italia.

    Se un passo avanti è stato fatto per tutelare gli animali, con la nuova legge, è, purtroppo, ancora vero che non sempre la normativa viene applicata con la necessaria intransigenza e che molti reati sfuggono perché alcuni, sfiduciati od impauriti, non denunciano.

    Altro passo avanti, per certi reati connessi ai cani, sarebbe l’anagrafe canina nazionale che non è ancora in funzione.

    Una volta di più cerchiamo anche come singoli di vigilare e di denunciare quando valutiamo che ci siano comportamenti poco chiari.

  • A Prato c’è la cupola della mafia cinese che gestisce il traffico di merci diretto nella Ue

    La mafia sta a Prato ed è cinese. Lo ha segnalato, fin da poco dopo il suo insediamento, nel luglio del 2024, il procuratore di Prato, Luca Tescaroli. E lo conferma Francesco Michelotti, deputato di Fratelli d’Italia e membro della Commissione parlamentare antimafia: «Ci sono delle zone di Prato che sono proprio occupate militarmente, fisicamente dalla mafia (cinese). A Prato sembra che si sia radicata una sorta di cupola che poi si propaga a livello nazionale e internazionale». Salvatore Calleri, consulente della Commissione parlamentare antimafia, restringe il quadro e parla di due fazioni contrapposte: è una guerra tra «un gruppo che era molto forte sul territorio e un altro gruppo che non si conosce».

    Nessuno lo dice espressamente, ma il gruppo un tempo «molto forte» e ora sotto attacco è quello guidato da Naizhong. La procura di Prato parla di un «salto di qualità» compiuto dalla criminalità cinese, i cui gangli hanno ormai raggiunto anche la politica e gli enti pubblici. I membri della mafia cinese, infatti, «hanno una vocazione ad aprirsi per cercare di allacciare legami con esponenti delle forze dell’ordine, con esponenti delle pubbliche amministrazioni, perché hanno capito che in questo modo possono raggiungere risultati qualitativamente più significativi», sostiene il procuratore Tescaroli, avvertendo: «Cercano di giocare un ruolo nelle campagne per le elezioni».

    Di certo c’è che Prato è il centro della criminalità organizzata sinica in Europa, come attestano i numerosi incendi avvenuti a Prato ai danni di aziende della logistica che la magistratura ha collegato almeno in parte a incendi avvenuti nello stesso periodo a Parigi e Madrid. «Le strutture imprenditoriali pratesi hanno filiali e dislocazioni a Roma, in Spagna, in Francia e gestiscono affari con diverse capitali dell’Europa» e «il centro è Prato», afferma Tescaroli.

    La logistica suscita ancora di più i violenti appetiti dei gruppi criminali dal momento in cui esiste un vulnus nel sistema doganale europeo talmente profondo da permettere l’ingresso di merci nell’Ue in evasione dell’Iva per miliardi di euro: il regime doganale 42. Questo strumento prevede la possibilità di sospendere il pagamento dell’Iva su merci dichiarate come destinate a un Paese dell’Unione diverso da quello di importazione. Il suo uso lecito consente di favorire e velocizzare gli scambi commerciali. Il suo uso illecito garantisce alla malavita l’opportunità di importare ingenti quantità di merci con destinatari fittizi e farne sparire le tracce, rendendone pressoché impossibile la riscossione delle imposte evase. «Il regime 42 fa saltare il punto di controllo», commenta Davide Bellosi, direttore territoriale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli per Toscana e Umbria. «Se il punto di controllo fosse effettivamente il punto in cui tu introduci la merce sul territorio comunitario – spiega il direttore –  problemi non ce ne sarebbero, perché in quel punto lì tu dovresti assolvere integralmente la fiscalità per avere la disponibilità della merce. Il regime 42 fa saltare questo punto naturale di controllo e poi, una volta saltato, devi inseguire». Immessa nel mercato unico, la merce circola liberamente all’interno dell’Ue ed è onere di chi la riceve contabilizzare e pagare l’Iva. Questo impone alle autorità di mettere in piedi dei sistemi di verifica a posteriori e di conseguenza, in caso di frode, risalire la filiera criminale diventa molto più complicato. La situazione è aggravata dall’assenza di una legislazione armonizzata fra i vari Stati membri, che non assicura uno stesso livello di controllo, e dalla mancanza di un obbligo di condivisione delle informazioni fra i vari enti nazionali competenti.

    Questo aspetto potrebbe essere superato dalla proposta della Commissione europea di istituire un “centro dati doganali dell’Ue” (EU Customs Data Hub), ovvero una piattaforma digitale che dovrebbe centralizzare e integrare dati fiscali, doganali e logistici. Tuttavia, se approvata, la sua piena implementazione è prevista al momento solo per il 2038.

    Anche la Corte dei conti europea nella sua ultima relazione speciale afferma che «le misure esistenti non sono adeguate né per prevenire o rilevare in modo efficace le frodi Iva sulle importazioni nell’ambito di dette procedure (regime doganale 42 e sportello unico per le importazioni), né per mantenere l’equilibrio tra agevolazione degli scambi e tutela degli interessi finanziari dell’Ue». L’abuso di questa procedura non solo castra in maniera significativa il gettito fiscale, ma alimenta una concorrenza sleale che impatta negativamente sul tessuto industriale europeo sano. È evidente che poter rivendere sul mercato merci a un prezzo estremamente più basso grazie all’evasione delle imposte dia un vantaggio schiacciante. La conseguenza è una ferita profonda al bilancio dell’Ue e degli Stati membri, in un momento in cui si parla con tanta insistenza di reperire nuove risorse.

  • La Procura di Prato chiede di adottare le misure per i pentiti per far fronte alla criminalità cinese

    La mafia cinese è un pericolo per l’Italia già individuato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando scoprirono un traffico di stupefacenti che attraverso Bangkok, Roma e Palermo, vedeva come terminali il clan mafioso di Rosario Riccobono da una parte e Chang Chi Fu dall’altra. Negli anni ’90 iniziarono le prime indagini che portarono al riconoscimento di cinesi dello Zhejiang come mafiosi e nel 2001 la Cassazione confermò le condanne per associazione mafiosa a Khe Zhi Hsiang e sei sodali, attivi tra Toscana e Francia, responsabili di traffico di esseri umani, sfruttamento lavorativo, estorsioni, sequestri, gioco d’azzardo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel 2003 la Corte d’Appello di Roma riconobbe un’associazione mafiosa cinese operante a Roma dal 1991 al 1993, dedita a estorsioni, sequestri e traffico di clandestini, collegata ad analoghe organizzazioni in Francia.

    Oggi i gruppi criminali cinesi stringono alleanze con ’Ndrangheta, Sacra Corona Unita e gruppi albanesi, fornendo loro servizi bancari illegali di pagamenti internazionali per il narcotraffico, assicurando l’anonimato dei pagamenti e senza tracciabilità. Da giugno 2024 si è registrata una serie omicidi, pestaggi, incendi, induzione alla prostituzione) in cui sono coinvolti appartenenti alla criminalità cinese, che spaziano da Prato a Parigi. Secondo Luca Tescaroli, procuratore capo a Prato, «La grave emergenza che stiamo vivendo suggerisce la necessità di estendere anche nei confronti degli stranieri l’applicazione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza previste per i collaboratori e i testimoni di giustizia. È fondamentale disporre dell’apporto di collaboratori nelle investigazioni come insegna l’esperienza dell’ultimo quarantennio, con riferimento al contrasto dei gruppi criminali permeati dall’omertà. Oggi sussiste la possibilità di ricorrere per lo straniero che collabora solo alle misure di protezione ordinarie, che vengono applicate dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, e alle previsioni del decreto legislativo del 25 luglio 1998, n. 286, con le quali è prevista la possibilità di rilasciare permessi di soggiorno per motivi di giustizia. Un numero significativo di cittadini di origine cinese e pachistana ha iniziato una proficua collaborazione con la giustizia. Va incoraggiata e premiata con l’estensione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza previste per i collaboratori e i testimoni di giustizia, con gli opportuni adattamenti. E potrebbe essere affiancata anche dalla creazione in Prato di una sezione della Direzione distrettuale antimafia. Solo con strumenti specifici, pensati dal legislatore e dal ministero, la giustizia italiana potrà affrontare un fenomeno che lede pesantemente il tessuto imprenditoriale italiano creando i presupposti per l’espansione di nuove e pericolose mafie».

  • Ambientalismo spaziale: i satelliti inquinano

    Una pioggia di satelliti Starlink attraversa l’atmosfera terrestre: nel solo mese di gennaio ne sono rientrati 120 giunti ormai alla fine della loro vita operativa, con un ritmo di circa 4 al giorno. Si tratta di un processo necessario che rischia, però, di minacciare l’atmosfera, ed è solo all’inizio: a partire dal 2018 la SpaceX di Elon Musk ha posizionato in orbita terrestre più di 7mila satelliti per l’Internet globale, che man mano rientrano bruciando nell’atmosfera per essere rimpiazzati da quelli di nuova generazione. A questi vanno aggiunte tutte le altre mega-costellazioni in fase di dispiegamento.

    Il rischio deriva dal fatto che, rientrando nell’atmosfera, i satelliti bruciano e si disintegrano prima di toccare il suolo per ridurre al minimo il rischio di detriti spaziali, ma così facendo rilasciano polveri di metalli inquinanti, come l’ossido di alluminio che corrode lo strato di ozono.
    “Gli Starlink sono fatti principalmente di alluminio, che quando il satellite evapora rimane in quota nell’atmosfera”, ha detto all’agenzia di stampa Ansa Alberto Buzzoni, astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. “E la stessa cosa si verifica al momento del lancio, poiché i propellenti usati dai razzi, soprattutto quelli solidi, sono a base di ossido di alluminio. Tuttavia – prosegue – quando si parla di clima e di atmosfera si ha sempre a che fare con un sistema caotico ed estremamente complesso, dunque è difficile fare previsioni sulle conseguenze di questi eventi. Ad esempio, sappiamo che le particelle di alluminio rendono l’atmosfera più brillante, come tanti piccoli specchietti”, afferma il ricercatore dell’Inaf: “Riflettono quindi una maggiore quantità di luce solare raffreddando l’atmosfera, con un’azione opposta a quella dell’effetto serra”.
    Già uno studio pubblicato a ottobre 2023 sulla rivista dell’Accademia delle Scienze americana, Pnas, ha trovato prove del fatto che la disintegrazione dei satelliti lascia tracce persistenti nell’atmosfera: nei campioni raccolti da un aereo, i ricercatori hanno scoperto che il 10% delle particelle contiene alluminio e altri metalli provenienti proprio da satelliti e razzi. Un altro studio pubblicato a giugno 2024 su Geophysical Research Letters ha rilevato che la concentrazione degli ossidi di alluminio nell’atmosfera è aumentata di 8 volte tra il 2016 e il 2022. Un dato comprensibile, dal momento che la scomparsa di un solo satellite Starlink di prima generazione produce circa 30 chilogrammi di ossido di alluminio, che possono persistere poi per decenni.
    “Oggi i rientri sono dominati dai satelliti Starlink per una chiara faccenda di numeri, sono la popolazione dominante nel contesto complessivo dei satelliti in orbita”, ha detto sempre all’Ansa anche Gianluca Masi, astrofisico e responsabile scientifico del Virtual Telescope Project. “Questa è una criticità che può rappresentare un intralcio significativo alle osservazioni astronomiche – prosegue – soprattutto in certi momenti della notte e dell’alba”.

    Il rientro di satelliti sempre più numerosi è però dovuto anche agli effetti del ciclo solare, ora al suo massimo. “L’attività solare, infatti, rende più gonfia l’atmosfera – commenta Buzzoni – che arriva alla quota alla quale si trovano i satelliti in orbita bassa intorno alla Terra, frenandoli. È una buona cosa, perché in questo modo l’atmosfera agisce da spazzino dei detriti spaziali”. In ogni caso, i 120 Starlink rientrati il mese scorso non costituiscono più un caso particolarmente eclatante: “Questa è ormai la situazione normale – conclude l’astronomo – e il tasso di rientro rimarrà probabilmente simile per tutto l’anno”.

  • Negozi chiusi e amministrazioni silenti

    A Milano è allarme per i negozi vuoti, le saracinesche abbassate, ma se andiamo a vedere altre città, grandi e piccole, comprese le cittadine di provincia ed i paesi più grandi, scopriremo che il problema è generale, ovunque esercizi che hanno chiuso l’attività.

    Il dilagare delle vendite su internet, la presenza sempre più invasiva dei centri commerciali hanno ucciso gran parte del piccolo e medio commercio e se a questo aggiungiamo, specie per quanto riguarda le città più grandi, i problemi connessi alla ztl, al caro parcheggio, o alla mancanza di parcheggi, si comprende bene come i negozi abbiano sempre più difficoltà a sopravvivere.

    Il danno, specie per quanto riguarda gli acquisti fatti attraverso la rete, e presso i giganti mondiali delle vendite on line, non è solo la chiusura di tanti esercizi e la conseguente perdita di posti di lavoro ma anche un minor introito per lo Stato perché le grandi multinazionali non pagano adeguatamente le tasse in Italia.

    Un altro problema, che si verifica spesso negli acquisti su internet, è che molti prodotti sfuggono al controllo, si acquistano inconsapevolmente oggetti contraffatti, illegali, o comunque di qualità scadente, se non addirittura pericolosi, per i loro componenti e per le tinture utilizzate.

    La chiusura di tanti esercizi svuota molte vie aumentando anche il senso di insicurezza che è ormai radicato in chi si muove a piedi in strade deserte e spesso buie.

    La vendita sempre più accentrata nei centri commerciali, o tramite le catene di distribuzione on line, porta ad una omologazione dei prodotti causando di riflesso la morte anche di molte attività artigianali con la conseguente fine di peculiarità locali e standardizzazione dei prodotti stessi, uguali ormai non solo in ogni parte d’Italia ma del mondo.

    Nel frattempo anche i desideri si stanno omologando fino ad arrivare all’omologazione dei pensieri che gli algoritmi ci suggeriranno sempre di più, mentre lentamente la nostra capacità di giudizio e di scelta sarà sempre più rarefatta.

    Forse anche di questo dovrebbe occuparsi la politica partendo dalle amministrazioni locali che invece sembrano, in troppi casi, contribuire alla chiusura dei negozi con piani per la viabilità completamente sconclusionati, a partire da Milano.

  • Dieci ispezioni della Ue su navi a gennaio per contrastare il traffico d’armi verso la Libia

    Nel mese di gennaio 2025, l’operazione EuNavFor Med – “Irini”, la missione aeronavale dell’Unione europea incaricata di applicare l’embargo Onu sulle armi in Libia, ha svolto dieci ispezioni a bordo con il consenso dei comandanti (contro le quattro di dicembre per un totale di 702 cosiddetti “approcci amichevoli” da inizio mandato) e indagate 381 navi mercantili tramite chiamate radio (a ottobre erano 501, per un totale di 17.142). L’operazione ha inoltre monitorato 52 voli sospetti (a dicembre erano 44, 1.750 in totale) e ha continuato a vigilare su 25 aeroporti e 16 porti e terminali petroliferi. Dal lancio della missione il 31 marzo 2020, EuNavFor Med–Irini, attualmente comandata dal contrammiraglio Valentino Rinaldi, ha sequestrato carichi violatori dell’embargo in tre occasioni, dirottando le navi verso porti dell’Unione europea. Irini ha prodotto 68 rapporti per il Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, la maggior parte dei quali riguarda violazioni dell’embargo sulle armi e attività di contrabbando di petrolio. Attraverso la Cellula di informazione sulla criminalità, integrata nella missione, sono state emesse 92 raccomandazioni per ispezioni in porti europei (di cui una emessa a dicembre 2024), con 73 ispezioni effettivamente condotte dalle autorità competenti.

    Il Consiglio Ue dovrebbe disporre nelle prossime settimane il rinnovo della missione, in scadenza il 31 marzo 2025. Dopo la prima Conferenza di Berlino, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di lanciare, il 31 marzo 2020, l’operazione militare denominata EuNavFor Med–Irini, principalmente marittima e incentrata sull’attuazione dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi alla Libia. Irini fa parte dell’approccio integrato europeo alla Libia che prevede sforzi politici, militari, economici e umanitari per portare stabilità e sicurezza nel Paese. I compiti dell’operazione sono: contrastare il traffico illegale di armi, sostenendo l’attuazione dell’embargo sulle armi nei confronti della Libia sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (compito principale); raccogliere informazioni sul contrabbando di petrolio, in particolare per le sue conseguenze sull’economia libica e il suo possibile utilizzo per finanziare il mercato delle armi; contribuire all’interruzione del modello commerciale del traffico di migranti raccogliendo informazioni con mezzi aerei e condividendole con Frontex e le autorità nazionali competenti; sostenere lo sviluppo della capacità di ricerca e soccorso delle pertinenti istituzioni libiche attraverso la formazione. In particolare, quest’ultima attività non è stata ancora attuata.

    Lo scorso mese di gennaio 2025, il Consiglio di sicurezza ha aggiornato il regime di sanzioni sulla Libia, esentando alcune attività dall’embargo sulle armi. In particolare, il Consiglio ha deciso che il suddetto embargo sulle armi non si applicherà a nessuna assistenza tecnica o formazione fornita dagli Stati membri alle forze di sicurezza libiche, intesa esclusivamente a promuovere il processo di riunificazione delle istituzioni militari e di sicurezza libiche. Inoltre, il Palazzo di vetro ha affermato che tale embargo sulle armi non deve essere applicato ad aeromobili militari o navi militari temporaneamente introdotti nel territorio libico esclusivamente per consegnare articoli o facilitare attività altrimenti esentate o non coperte dall’embargo.

  • Il Canale di Suez prova a sfruttare la tregua Israele-Hamas per riprendersi

    L’Autorità del Canale di Suez è pronta a lavorare a pieno regime per riportare gradualmente il commercio globale al vecchio corso, considerato che la situazione della sicurezza nel Mar Rosso e nella regione di Bab al Mandab inizia a stabilizzarsi. E’ quanto emerso durante un incontro fra il capo dell’Autorità del Canale di Suez, Osama Rabie, e il segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale (Imo), Arsenio Dominguez. A causa delle tensioni in Medio Oriente e, in particolare, agli attacchi dei miliziani yemeniti Houthi alle navi mercantili in transito nel Mar Rosso e poi attraverso il Canale di Suez per collegare l’Europa all’Asia, le principali compagnie di navigazione hanno interrotto il transito a fine 2023 e per tutto il 2024. Adesso, a pochi giorni dall’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, con l’auspicio che possa essere l’inizio di una fase di stabilità nella regione, si susseguono le indiscrezioni sul possibile ripristino del transito mercantile lungo Suez nel lungo periodo. Tuttavia, il ritorno al transito da Suez potrebbe richiedere diverso tempo ancora.

    La prima compagnia che potrebbe preferire Suez alla più lunga rotta del Capo di Buona Speranza, circumnavigando l’Africa, potrebbe essere la francese Cma Cgm, nell’ambito del servizio Europe Pakistan India Consortium (Epic). A partire da giovedì 23 gennaio, il Canale di Suez accoglierà un gruppo di navi della compagnia di navigazione Cma Cgm, fanno sapere dal Cairo. Tuttavia, un portavoce di Cma Cgm ha detto a “The Loadstar” che la portacontianer “Columba navigherà attraverso il Canale di Suez per raggiungere il porto di Gedda (in Arabia Saudita) nell’ambito di un unico servizio ad hoc. Le navi del servizio Epic non navigheranno quindi sistematicamente attraverso il Canale di Suez”. “Cma Cgm sta monitorando da vicino gli sviluppi in corso nella regione e spera in un ritorno alla stabilità e alla sicurezza per tutti. Per quanto riguarda il Mar Rosso, la massima priorità del gruppo rimane la sicurezza dei suoi marittimi, delle sue navi e del carico dei suoi clienti”, hanno aggiunto fonti della compagnia francese citate da “The Loadstar”.

    Il tema del ripristino del transito mercantile attraverso il Canale di Suez è dunque sul tavolo, soprattutto per quanto concerne le misure necessarie per avviare il ritorno delle principali linee di navigazione, man mano che la situazione della sicurezza nella regione del Mar Rosso inizia a stabilizzarsi, in concomitanza con l’attuazione dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas. Il segretario dell’Imo ne ha parlato anche con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, alla presenza del tenente generale Kamel El Wazir, vice primo ministro per lo Sviluppo industriale e ministro dell’Industria e dei Trasporti.

    A causa delle tensioni nel Mar Rosso, il numero di navi che attraversano il canale è diminuito del 51% durante il primo trimestre dell’anno fiscale 2024/2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche i ricavi del transito del Canale di Suez sono diminuiti drasticamente del 61,2% a 931,2 milioni di dollari nel primo trimestre dell’anno fiscale 2024/2025, in calo rispetto ai 2,4 miliardi di dollari dello stesso periodo dell’anno scorso. Nel 2024, i ricavi egiziani del Canale di Suez sono crollati a 4 miliardi di dollari, con una diminuzione del 60,7% rispetto ai 10,2 miliardi di dollari del 2023. Il numero di navi che transitano annualmente attraverso il canale è diminuito di circa il 50%, da 26.400 nel 2023 a circa 13.200 nel 2024. Il traffico giornaliero è sceso da 75-80 a 32-35 navi durante lo stesso periodo.

    La sicurezza lungo il Canale di Suez non è l’unico fattore che potrebbe ostacolare il ritorno alla normalità del transito mercantile. Dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza il 19 gennaio scorso, i miliziani yemeniti Houthi hanno minacciato di continuare a colpire non solo navi legate a Israele, ma anche quelle con interessi di Stati Uniti e Regno Unito. Questi Paesi, negli ultimi mesi, hanno condotto numerosi attacchi contro obiettivi dei miliziani filo-iraniani, che hanno risposto colpendo la libertà di navigazione a sostegno della causa palestinese. Un articolo del quotidiano economico israeliano “The Marker” sottolinea come, nonostante il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, sia improbabile che il traffico nel Canale torni presto alla normalità. “La minaccia degli Houthi rimane concreta e, anche se venisse eliminata, l’eccesso di navi portacontainer sul mercato potrebbe ritardare il ritorno a rotte marittime più brevi”, si legge nell’articolo.

    “Almeno due delle principali compagnie di navigazione, Maersk e Hapag-Lloyd, hanno annunciato che non torneranno nel Mar Rosso finché non ci sarà certezza che la situazione sia completamente stabilizzata. La verità è che, al momento, non dovrebbero nemmeno pensarci”, ha detto l’ex direttore dell’Autorità portuale israeliana, Yigal Maor, al quotidiano economico “The Marker”. Secondo Maor, “oggi ci sono molte nuove navi e, se la rotta venisse accorciata, molte di queste risulterebbero superflue. Attualmente, i costi aggiuntivi derivanti dal circumnavigare l’Africa vengono assorbiti, quindi nessuno ha fretta di accorciare la rotta, almeno finché non sarà garantita una sicurezza totale. Non dimentichiamo che ora gli Houthi hanno un conto aperto non solo con Israele, ma anche con Stati Uniti e Regno Unito, che hanno attaccato obiettivi Houthi di recente”. Anche il presidente della Camera di Commercio israeliana, Yoram Zeva, ha confermato questa tendenza: “Per il momento, tutti i piani delle principali linee di navigazione prevedono percorsi che circumnavigano il Capo di Buona Speranza”. Le dichiarazioni riflettono una situazione di incertezza geopolitica che continua a influenzare il commercio globale, con il Mar Rosso al centro di una crescente tensione internazionale.

    Se le compagnie di navigazione dovessero riprendere il transito attraverso il Canale di Suez, potrebbero trovarsi sotto pressione per ridurre i costi, complici l’eccesso di offerta di navi portacontainer. “Un ritorno alla normalità, se gli Houthi dovessero interrompere gli attacchi, comporterebbe un surplus di circa l’8 per cento delle navi, molte delle quali finirebbero senza impiego. Questo porterebbe inevitabilmente al disarmo di alcune navi e a una riduzione dei prezzi di trasporto”, riporta il quotidiano economico israeliano The Marker. Un ulteriore motivo che potrebbe spingere gli Houthi a continuare i loro attacchi è il sospetto, evidenziato nello stesso articolo, che alcuni leader del gruppo stiano lucrando sull’assedio estorcendo denaro alle compagnie di navigazione. Sebbene questa accusa non sia stata ancora dimostrata, un rapporto delle Nazioni Unite ha menzionato questa possibilità, stimando che un simile meccanismo di estorsione potrebbe valere fino a 180 milioni di dollari al mese. Anche qualora la guerra a Gaza si concludesse, sottolinea The Marker, gli Houthi potrebbero non essere disposti a rinunciare a questa redditizia fonte di guadagno. Una situazione che mantiene alta l’incertezza sui futuri sviluppi nella regione e sulle implicazioni per il commercio globale.

  • Diretto in Europa il più grande carico di cocaina di sempre sequestrato in Repubblica Domenicana

    Nascosta in una spedizione di banane, i funzionari hanno trovato 9.500 kg di droga in un porto della capitale, Santo Domingo. La cocaina era nascosta in 320 sacchi con un valore di mercato stimato di 250 milioni di dollari (196 milioni di sterline). Almeno dieci persone collegate al porto sono sotto inchiesta e le prime indagini hanno mostrato che le banane erano arrivate dal Guatemala, secondo la Direzione nazionale per il controllo della droga.

    Il responsabile delle comunicazioni Carlos Denvers ha affermato la droga sarebbe stata trasferita in un container che sarebbe stato spedito in Belgio su una nave. Il bottino supera di gran lunga i 2.580 kg sequestrati dalle autorità dominicane nello stesso porto nel 2006.

    Le agenzie di monitoraggio hanno segnalato che i Caraibi stanno riemergendo come una delle principali rotte del traffico di droga dalla Colombia all’Europa. Un rapporto dell’anno scorso ha scoperto che l’uso di cocaina è in aumento in diversi paesi dell’Europa occidentale, tra cui Regno Unito, Belgio, Francia e Spagna. L’Europa ha rappresentato il 21% dei consumatori di cocaina del mondo nel 2020, secondo un rapporto delle Nazioni Unite. Dati recenti mostrano che i decessi per droga in Inghilterra e Galles hanno raggiunto il livello più alto in 30 anni, alimentati da un aumento del 30% dei decessi dovuti alla cocaina.

  • Satellite inglese per controllare i flussi migratori, Orban punta sul Ciad

    Il Regno Unito lancerà nel 2025 il satellite Amber-2, sviluppato dall’azienda britannica Horizon Technologies, per migliorare la sicurezza marittima e contrastare attività illegali come l’immigrazione clandestina e il traffico di stupefacenti.

    Il progetto, sostenuto dalla Uk Space Agency con un investimento di 1,2 milioni di sterline (1,4 miliardi di euro), mira a migliorare le capacità di sicurezza marittima del Regno Unito, monitorando le cosiddette “navi fantasma”, ossia quelle che disattivano il loro Sistema di Identificazione Automatica (Ais) per evitare il rilevamento. Il satellite sarà in grado di rilevare segnali a radiofrequenza, permettendo l’identificazione delle navi anche quando i loro sistemi sono spenti. Tuttavia, l’amministratore delegato di Horizon Technologies, John Beckner, ha osservato che il mercato dell’osservazione terrestre basata su frequenze radio è ancora in fase di sviluppo, simile al tracciamento tramite Ais. Ciò indica che il successo di questo nuovo satellite richiederà una combinazione di sistemi terrestri e dati spaziali.

    Per contrastare l’immigrazione irregolare verso l’Europa il primo ministro ungherese Viktor Orban ha invece stipulato con il governo del Ciad un accordo di partenariato di cooperazione. Il documento è stato firmato a settembre dal ministro ungherese degli Affari esteri e del commercio, Peter Szijjarto, e dall’omologo ciadiano Abderahman Koula Allah, e si declina in quattro accordi di cooperazione distinti, due dei quali nel settore della difesa. Secondo la presidenza del Ciad, uno di questi riguarda lo status dei soldati ungheresi di stanza in Ciad, Paese crocevia dei traffici migratori e partner tradizionale dell’Occidente nel contrasto all’immigrazione illegale.

    Il governo Orban puntava da mesi a fare del Ciad, dopo il Niger, il nuovo bastione saheliano contro i flussi irregolari provenienti dall’Africa sub sahariana. “La migrazione dall’Africa verso l’Europa non può essere fermata senza i Paesi della regione del Sahel. Questo è il motivo per cui l’Ungheria sta costruendo un partenariato di cooperazione con il Ciad”, ha scritto Orban su X nei giorni degli incontri. Soddisfazione è stata espressa in modo esplicito dalla presidenza ciadiana, secondo cui “con questo bilaterale” fra Orban e Deby “l’asse N’Djamena-Budapest è ormai chiaro”: per la giunta militare “si apre ora una nuova era grazie al desiderio manifestato dai due leader di dare impulso alle relazioni tra i due Paesi”. In base agli accordi, peraltro, il figlio 32enne del primo ministro ungherese, Gaspar Orban, oggi capitano dell’esercito nazionale, diventerà “agente di collegamento per aiutare a preparare la missione in Ciad”.

    Per contribuire alla lotta contro l’immigrazione clandestina ed il terrorismo, il parlamento ungherese ha autorizzato a novembre del 2023 il dispiegamento di 200 militari in Ciad. Secondo diversi osservatori internazionali, tuttavia, inviando queste unità nel Paese africano, Orban ha sostenuto unicamente i propri interessi economici nella regione. L’Ungheria ha di recente concluso accordi di cooperazione per la promozione del commercio e degli investimenti in Ciad, e le autorità dei due Paesi stanno valutando l’apertura di un centro di assistenza umanitaria e diplomatica nella capitale N’Djamena, oltre che altri accordi nei settori dell’agricoltura e dell’istruzione. L’agenzia governativa ungherese per gli aiuti umanitari e lo sviluppo, Ungheria Helps, ha inoltre aperto il suo primo ufficio di rappresentanza in Africa proprio a N’Djamena, all’inizio del 2024.

    L’avvicinamento di Budapest a N’Djamena si inserisce, non da ultimo, nei mutati equilibri geopolitici che interessano il Sahel. Il Ciad, infatti, ospita oggi l’ultima delle basi francesi ancora presenti nella regione, dove Parigi ha lasciato circa mille uomini, ma da tempo ormai il governo Deby – così come già fatto, in maniera più plateale, dai vicini Mali, Niger e Burkina Faso – guarda alla Russia, di cui subisce l’influenza politica e diplomatica. Agli occhi ciadiani, dunque, l’Ungheria – che intrattiene ottimi rapporti con Mosca – si configura come un collegamento con l’Europa alternativo alla Francia, con cui sviluppare molteplici ambiti di cooperazione ma, soprattutto, rafforzare l’apparato di difesa regionale in un territorio fortemente instabile, dove i combattenti dell’ex gruppo paramilitare russo Wagner – ora ribattezzato Africa Corps – sono sempre più presenti.

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