UE

  • Quasi tre medicinali su quattro arrivano in Europa dall’Asia. E ora l’eccesso normativo espone la Ue al rischio di rimanere priva di forniture

    Il 74% dei medicinali utilizzati nell’Unione europea proviene dall’Asia come Roberta Pizzocaro (presidente e azionista di Olon, industria di Rodano, nel Milanese, parte del gruppo della famiglia Pizzocaro) fa presente a Stefano Righi del Corriere della Sera. Vista la situazione internazionale, la Ue è dunque potenzialmente a rischio: le forniture di medicine potrebbero interrompersi. «È una situazione allarmante a livello europeo, ma in verità la criticità supera i confini della Ue: sono moltissime le aree del mondo che sono legate, a livello di medicinali, alle forniture prodotte in Asia, soprattutto in Cina e in India. In Europa, in particolare, il 74 per cento dei principi attivi utilizzati proviene dall’Asia» afferma Pizzocaro, sottolineando che l’outsourcing della produzione di medicinali è dovuto al fatto che «le normative europee impongono costi, penso a sicurezza e smaltimento, che in Asia non sono contemplati. Quindi i produttori asiatici possono entrare nel mercato europeo offrendo livelli di prezzo non sostenibili dalle imprese europee».

    Il problema degli approvvigionamenti era già emerso all’epoca del Covid, ma il Critical Medicines Act con cui dopo quell’evento si è preso atto dell’opportunità di riportare in Europa la produzione di medicinali di primaria importanza è a tutt’oggi in via di elaborazione. E le imprese europee invocano par condicio rispetto ai produttori extra-Ue che intanto possono fare concorrenza sul mercato della Ue senza essere sottoposti a controlli tanto ferrei quanto quelli in vigore per chi produce nella Ue. «Le statine che abbassano il colesterolo vengono prodotte soprattutto in Asia, così come gli antibiotici e diversi anticancro ampiamente utilizzati negli ospedali italiani. Il diffusissimo Ibuprofene arriva dalla Cina».

    Fuori discussione la qualità dei medicinali importati – non si tratta di prodotti di serie B, sono qualitativamente validi ed infatti ne è pienamente consentita la vendita in Europa – il problema tocca da un lato la capacità industriale europea, perché una normativa troppo severa verso chi produce in Europa provoca (in questo come in molti altri campi) la chiusura di aziende europee che non riescono a sopportare oneri a cui i competitors extra-Ue non sono sottoposti, e dall’altro la tutela del consumatore e la salute in generale degli europei perché se è vero che i medicinali prodotti fuori dall’Europa non passano attraverso lo stretto di Hormuz resta comunque il fatto che le crisi internazionali, basti pensare ai potenziali problemi dei collegamenti aerei dovuti al rincaro dei carburanti per via del contesto del Golfo Persico, mettono a rischio la regolarità delle forniture.

  • Nuovo passo in Ungheria

    L’Ungheria ha votato ed ha scelto di essere sempre più Europea e non amica di Putin e di chiunque, con indifferenza e cinismo, ha violato e viola ogni regola internazionale.

    Al nuovo leader ungherese l’augurio di sapere sempre sostenere gli interessi di tutti i suoi cittadini, in quanto ungheresi ed europei, in patria e nel Consiglio europeo per realizzare quelle scelte necessarie alla costruzione dell’unione politica e della difesa comune che da troppo tempo stiamo aspettando.

    L’Unione ha bisogno di scelte coraggiose che non possono più aspettare per l’incombere di guerre, ingiustizie, crisi economiche e sociali e la grande partecipazione al voto degli ungheresi ci fa sperare che, con la elezione di Magyar si possa cominciare un nuovo cammino di democrazia condivisa.

  • La Commissione investe 400 milioni di euro per i ricercatori post-dottorato

    La Commissione europea apre il bando 2026 per borse di studio post-dottorato nell’ambito delle azioni Marie Skłodowska-Curie (MSCA), con un bilancio di 399,05 milioni di euro. Queste borse sostengono i ricercatori in possesso di un dottorato di ricerca, offrendo loro l’opportunità di svolgere attività di ricerca all’estero e acquisire nuove competenze in diverse discipline e settori. I beneficiari potranno collaborare con i principali gruppi scientifici internazionali, contribuendo con ricerche all’avanguardia alla competitività dell’UE. Le candidature sono aperte si chiuderanno il 9 settembre 2026.

    Dalla sua creazione nel 1996, oltre 150.000 ricercatori hanno partecipato alle azioni Marie Skłodowska-Curie, tra cui 23 premi Nobel, a testimonianza del loro contributo duraturo all’eccellenza scientifica e alla cooperazione internazionale.

    L’anniversario dell’iniziativa sarà celebrato per tutto il 2026 con il motto “30 anni di curiosità che cambia il mondo”, mettendo in luce i risultati e l’impatto delle MSCA sulle carriere nella ricerca. Storie, tappe fondamentali e momenti salienti sono già disponibili su una pagina web dedicata all’anniversario.

  • La Commissione offre 40.000 pass DiscoverEU gratuiti ai diciottenni

    La Commissione europea ha aperto le candidature per un nuovo round di DiscoverEU, offrendo a migliaia di giovani diciottenni l’opportunità di esplorare l’Europa in treno, gratuitamente. L’invito è si chiuderà il 22 aprile 2026 alle 12:00, in vista dell’avvio della Settimana europea della gioventù 2026.

    Sono complessivamente disponibili 40.000 pass di viaggio. I vincitori potranno viaggiare fino a un massimo di 30 giorni, tra il 1° luglio 2026 e il 30 settembre 2027. Possono candidarsi i giovani nati tra il 1° luglio 2007 e il 30 giugno 2008, compilando un quiz composto da cinque domande sull’Unione europea e un’altra sul Portale europeo per i giovani. Le tessere di viaggio saranno assegnate in base a una graduatoria, fino all’esaurimento dei biglietti disponibili.

    L’invito è aperto ai candidati provenienti dagli Stati membri dell’Unione europea e dai paesi associati al programma Erasmus+, tra cui Islanda, Liechtenstein, Macedonia del Nord, Norvegia, Serbia e Turchia. Il programma prevede inoltre un sostegno specifico per i giovani con disabilità, condizioni di salute particolari o provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati, i quali potranno viaggiare con accompagnatori o accedere a finanziamenti aggiuntivi attraverso l’azione DiscoverEU a favore dell’inclusione.

  • Elezioni in Ungheria

    C’è qualcuno più spregevole di un uomo che comanda e premia soldati e mercenari che uccidono a sangue freddo civili inermi, come è accaduto a Bucha e non solo.

    Sì, più spregevoli ancora sono i suoi lacchè, coloro che per propri interessi intessono relazioni con i nemici delle leggi internazionali, che sono spie all’interno dell’organizzazione alla quale appartengono per passare informazioni all’avversario quando questi è notoriamente un nemico della democrazia e della libertà, anche del suo stesso popolo.

    Vance avrebbe fatto meglio a stare a casa sua, dove i problemi abbondano, invece di volare in Ungheria per tentare di tirare la volata ad Orban con la speranza che lo stesso continui a governare appoggiando l’amico Putin e contrastando l’Unione Europea, che tanto sta sulle palle al suo capo Trump.

    Un mondo governato in troppi Stati da piccoli e grandi gerarchi, da piccoli uomini che si credono zar od imperatori, liberi di agire sempre e comunque seguendo i propri obiettivi e fuori da ogni legge è un mondo sempre più pericoloso.

    Se Orban, come risulta dalla telefonata con Putin, ormai si sente al suo servizio non può garantire la corretta permanenza dell’Ungheria all’interno dell’Unione, per questo, per il futuro dell’Ungheria e dell’Unione Europea, cioè per il nostro futuro di occidentali, è decisamente meglio che Orban perda le elezioni.

  • Lanciato il concorso Youth4Regions 2026 per aspiranti giornalisti

    La Commissione europea ha aperto le candidature per la decima edizione di Youth4Regions, il suo programma faro concepito per sostenere gli aspiranti giornalisti. Dal 10 al 16 ottobre 2026 i partecipanti selezionati trascorreranno una settimana a Bruxelles dove beneficeranno di una formazione impartita da esperti, vivranno un’esperienza pratica in una redazione e godranno di un accesso esclusivo alle istituzioni dell’UE e alle principali organizzazioni dei media. Le domande possono essere presentate fino al 7 luglio 2026 sul sito web del programma.

    Il programma di quest’anno accetta candidature relative a quattro differenti ambiti: giornalismo di approfondimento, videogiornalismo, audiogiornalismo e fotogiornalismo. Youth4Regions, che è aperto a studenti e giovani giornalisti provenienti dagli Stati membri dell’UE, dai paesi del vicinato europeo e dai paesi candidati, offre un’opportunità unica per sviluppare competenze, costruire reti professionali e seguire da vicino l’operato dei corrispondenti che si occupano di questioni dell’UE. Dall’avvio del programma, nel 2017, 300 giovani giornalisti hanno beneficiato del sostegno da esso erogato.

    I partecipanti avranno inoltre la possibilità di competere per il prestigioso premio Megalizzi – Niedzielski, istituito per onorare giovani giornalisti di eccezionali capacità, che sarà assegnato il 14 ottobre 2026. I vincitori saranno inoltre nominati “corrispondenti per la coesione 2027” e parteciperanno a una missione sul campo della durata di due settimane, nel corso della quale invieranno corrispondenze su progetti della politica di coesione e su come essi incidano sulla vita delle persone in tutti gli Stati membri dell’UE.

  • La simbologia della guerra

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Dall’inizio dell’attacco Russo nella Guerra russo ucraina, l’intera Unione Europea si dichiarò favorevole ad una politica di aiuto nei confronti dell’Ucraina, adottando delle sanzioni economiche assolutamente inutili nei confronti dell’economia russa e finanziando direttamente l’esercito ucraino. Per avvalorare questa strategia attraverso la rievocazione di riferimenti storici che rendessero ancora più pesante lo scenario bellico, i sostenitori degli aiuti a Zelensky affermarono come questi fossero necessari per bloccare l’avanzata di Putin fino al Portogallo, rievocando, inoltre, la certezza che si potesse rinnovare quel modello bellico del XX secolo facendo un esplicito riferimento alla seconda guerra mondiale. Persino le più alte cariche dello Stato (*) avevano avvicinato le strategie di Putin a quelle della Germania nazista di Hitler, quindi indicando come questo rappresentasse, al pari del Fuhrer, un pericolo per la stessa sopravvivenza della vita democratica in Europa, in quanto si affermava che l’obiettivo finale del leader russo fosse rappresentato, sempre secondo gli analisti europei ed italiani, dal rovesciamento dell’equilibrio mondiale partendo dal controllo totale del continente europeo.

    Se così fosse stato, allora, e se queste fossero state le reali intenzioni del leader russo, cioè sovvertire quanto meno in Europa gli equilibri nati dal dopoguerra, proprio ora scatenerebbe l’attacco finale all’Ucraina, capitalizzando così il vantaggio strategico determinato dalla crisi mediorientale.

    L’equilibrio mondiale, invece, si dimostra, e si spera solo temporaneamente, messo a dura prova dal maggiore esponente politico della prima potenza mondiale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale non solo ha deciso di riavviare una guerra contro il regime iraniano assieme ad Israele, che altro non è se non la riattivazione della guerra dei 12 giorni del giugno 2025(**). Lo stesso presidente, trovatosi ora ancora una volta dopo le pessime esperienze in Vietnam e in Afghanistan nell’ennesimo “Pantano Vietnamita” (***), annaspa in cerca di una soluzione estemporanea.

    In altre parole, l’amministrazione americana paga il fallimento colossale dell’intelligence anche israeliana relativa alla capacità di risposta militare della teocrazia iraniana, e non avendo ora nessuna idea o strategia per uscire da questa empasse, ed in presenza di un possibile rifiuto da parte degli alleati di fornire un supporto anche solo logistico, si è dichiarata intenzionata ad abbandonare questa organizzazione internazionale di difesa.

    Il vero destabilizzatore di un equilibrio già precario non è più tanto Putin, il  quale casomai vorrebbe ricostruire la vecchia URSS e così poter tornare ai due grandi blocchi contrapposti occidentale e orientale, quanto il presidente statunitense Donald Trump, il quale ha avviato una politica di espansione che lo dovrebbe portare ad ottenere i monopolio del mercato del petrolio anche sotto il profilo logistico e che nel suo delirio narcisistico considera la sua una missione messianica appoggiata anche dagli evangelici. In questo modo sarebbe in grado di imporre la propria maniacale visione politica al mondo intero, estendendo l’area di ingerenza statunitense.

    Sarebbe carino capire se finalmente anche in Europa si sia compreso come l’interpretazione della strategia militare e politica di Putin risultasse assolutamente lontana dalla volontà di distruzione di un equilibrio e quindi assimilabile alla follia nazista, che invece rappresenta la caratteristica più evidente di quella di Donald Trump.

    (*) il Presidente della Repubblica italiana si avventurò in una simile similitudine in una dichiarazione durante una visita in Francia.

    (**) La guerra Iran-Israele, sostenuta anche dagli Stati Uniti e che viene definita come la guerra di 12 giorni, ha come data di inizio il 13 giugno 2025.

    (***) Rappresenta l’immagine di un conflitto inestricabile che logora risorse e consenso rendendo il ritiro politico e militare molto problematico

  • Corea del Sud e Ue studiano come migliorare le relazioni commerciali ed industriali

    Corea del Sud e Unione europea hanno istituito un comitato congiunto speciale per affrontare nuove questioni commerciali ed economiche, tra cui le iniziative europee in materia di regolamentazione industriale. Lo ha reso noto il ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia sudcoreano. Il Comitato specializzato Corea del Sud–Unione europea sulle questioni emergenti in materia commerciale ed economica ha tenuto la riunione inaugurale a Seul, presieduta dal viceministro sudcoreano del Commercio Park Jung-sung e dalla direttrice generale europeo per il commercio e la sicurezza economica Sabine Weyand. Il nuovo organismo mira a coordinare la risposta ai cambiamenti del commercio globale, tra cui la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento e l’aumento delle politiche protezionistiche.

    Nel corso dell’incontro le parti hanno discusso questioni pendenti, inclusi minerali strategici, catene di fornitura e tecnologie avanzate. È stata condivisa l’esigenza di rafforzare la cooperazione sui minerali strategici, settore in cui entrambe le economie presentano una limitata capacità produttiva, nonché di valutare risposte comuni alla crisi in Medio Oriente tra economie considerate affini. Per quanto riguarda le recenti iniziative normative europee in ambito industriale, Seul ha accolto favorevolmente l’intenzione dell’Ue, prevista nella versione finale della legge sull’accelerazione industriale, di garantire un trattamento equivalente ai prodotti provenienti da Paesi legati da accordi di libero scambio. La Corea del Sud ha tuttavia sollecitato ulteriori chiarimenti su alcune incertezze ancora presenti nel provvedimento e ha sottolineato che eventuali riduzioni delle quote di acciaio esenti da dazi dovrebbero essere coerenti con le regole del sistema multilaterale del commercio e non limitare eccessivamente l’accesso delle imprese sudcoreane al mercato europeo.

  • Dalla Commissione 6 miliardi di euro all’Italia per l’idrogeno rinnovabile

    La Commissione europea ha approvato, ai sensi delle norme UE sugli aiuti di Stato, un regime italiano dell’importo di 6 miliardi di euro per sostenere la produzione di idrogeno rinnovabile per i settori dei trasporti e dell’industria. Il regime contribuirà allo sviluppo della capacità di produzione di idrogeno rinnovabile in linea con gli obiettivi della strategia dell’UE per l’idrogeno e del patto per l’industria pulita.

    L’aiuto assumerà la forma di contratti bidirezionali per differenza e durerà fino al 31 dicembre 2029.

    La Commissione ha ritenuto che l’aiuto sia necessario e adeguato per agevolare la produzione di idrogeno rinnovabile ai fini della decarbonizzazione dei settori dei trasporti e dell’industria. La Commissione ha inoltre concluso che l’aiuto ha un effetto di incentivazione, è proporzionato e produrrà effetti positivi, in particolare sull’ambiente, che superano gli effetti negativi sulla concorrenza

  • La Russia invade l’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Trump, impegnato in una guerra contro l’Iran che, quando e comunque finisca, rappresenta una sconfitta personale per lui e per gli Stati Uniti, ha nuovamente minacciato di voler ritirare le truppe americane da quegli Stati europei che non raggiungeranno per la difesa una spesa del 5% del proprio PIL. Probabilmente non arriverà a farlo ma, anche qualora dopo di lui fosse eletto un presidente che si mostrerà più diplomatico e meno guascone nei nostri confronti, il nostro continente non potrà più fare affidamento sicuro sull’art. 5 della NATO per garantire la nostra sicurezza in caso di guerra. Per quanto spiacevole e impopolare possa, il tempo del bengodi per noi è finito e dovremo cominciare a pensare seriamente a investire in nuovi e più completi armamenti. Dal dopoguerra, noi europei occidentali abbiamo potuto permetterci di fare solamente finta di avere eserciti nazionali in grado di difenderci nel caso di attacchi stranieri e, invece di spendere per la nostra difesa, abbiamo potuto giustamente permetterci di investire nello “stato sociale”. La nostra garanzia di sicurezza erano gli USA. Adesso saremo obbligati a spendere molto di più per le armi ma l’ideale sarebbe di farlo con gradualità e con il minimo impatto sulle spese per la sanità, l’istruzione e la previdenza di vario genere. È pure ovvio che se ci trovassimo davanti a un pericolo imminente ogni possibile gradualità sarebbe impensabile ma, nonostante quel che ci raccontano, la verità è che nessun vero pericolo ci minaccia e che nessun esercito nazionale dei Paesi europei sarebbe in grado, nemmeno se più armato e modernizzato, di sostituire la garanzia difensiva dataci fino ad ora dagli americani.

    Sgombriamo quindi il campo da facili illusioni e da grida allarmistiche lanciate volutamente da politici bugiardi e/o da produttori di armi malignamente interessati e guardiamo in faccia la realtà.

    Numero uno: fino a che non esisterà, se mai succederà, una unità politica europea ogni esercito unitario dell’Unione è impossibile. Infatti, chi dovrebbe comandarlo? Chi deciderà il suo eventuale impiego? Chi ne stabilirà l’organizzazione, la dislocazione, gli obiettivi? Se non esiste una volontà statuale politica unitaria e democratica è certo impensabile lasciare che sia un qualche generale (e di quale Paese?) a decidere autonomamente. Immaginare che l’ultima decisione spetti alla Commissione suona assurdo, se non addirittura ridicolo, vista la sua composizione (immaginate che ben tre commissari vengono dai minuscoli Paesi baltici) e la sua totale non-rispondenza alle volontà popolari. Anche immaginare che la volontà politica dipenderà da un accordo tra un piccolo gruppo di Stati e non dall’intera Unione non risolve il problema visto che, come dimostrato da tutte le crisi politiche mondiali che abbiamo affrontato recentemente, ogni Governo se ne è andato per proprio conto perseguendo, a torto o ragione, ciò che giudicava il proprio interesse nazionale. Il massimo che si potrà fare è cercare il maggiore coordinamento negli acquisti degli armamenti in modo che i vari eserciti, alla bisogna, possano avere armi interscambiabili. Anche se questo è il minimo che si debba fare nelle condizioni attuali, abbiamo dovuto costatare (ad esempio per quanto riguarda i nuovi sistemi aerei da combattimento) che, comprensibilmente, il problema sta in chi e dove quegli armamenti saranno progettati e costruiti.

    Numero due: smettano politici in malafede e giornalisti servili di ripeterci che la Russia è il nostro pericolo numero uno e che, finita la guerra in Ucraina, il suo prossimo obiettivo sarà qualche Stato europeo. Tale ipotesi è totalmente campata per aria e lo è per motivi politici, economici e anche militari.

    Innanzitutto domandiamoci per quale motivo la Russia dovrebbe attaccare Paesi che fanno oramai parte dell’Unione Europea. La Russia ha il maggior territorio del mondo e le maggiori riserve di materie prime. Cos’altro cercherebbe in Europa? Da quando Putin è al potere ogni dichiarazione e ogni azione del Cremlino ha puntato a sottolineare che il suo obiettivo è sempre stato di poter garantire la sicurezza dei propri confini e, nei limiti del possibile, poter gestire una qualche “influenza” negli Stati post-sovietici. Anche la guerra in Ucraina è stata obiettivamente motivata dal voler impedire che la NATO, già estesa ai Baltici, potesse installarsi anche sull’immensa pianura ucraina ottenendo così un facile accesso alla via per Mosca. Di là da ciò, la parte est di quel Paese, il Donbass, è stata russa da secoli e così anche la Crimea, con l’aggravante (per Mosca) che Kiev nella NATO avrebbe messo a rischio il controllo russo sulla sua principale base navale nel Mar Nero, Sebastopoli.

    Da un punto di vista strettamente economico e politico, una guerra contro un Paese dell’Unione innescherebbe delle conseguenze che diventerebbero insopportabili per Mosca. Non va dimenticato che il PIL combinato dei Paesi europei è molte volte superiore a quello della Russia e una guerra aperta provocherebbe per Mosca un isolamento economico quasi totale, una ulteriore dipendenza da pochi partner, una militarizzazione dell’economia interna con conseguente riduzione del benessere generale. La Russia in caso di un conflitto con l’Europa otterrebbe un esproprio effettivo (non solo il congelamento) dei suoi asset detenuti nel continente (più di 200 miliardi di dollari), affronterebbe sanzioni economiche ancora maggiori, la totale perdita di investimenti dall’estero e l’isolamento finanziario totale. Già per questa guerra il Cremlino ha dovuto ricorrere a un reclutamento in misura minore per non svuotare esageratamente la forza lavoro interna e per evitare la nascita di un malcontento non controllabile. Una guerra contro l’Europa comporterebbe mobilitazioni molto più ampie, perdite umane più elevate e un possibile malcontento sociale.  Dopo quattro anni di guerra la Russia ha conquistato non più di un quinto del territorio ucraino con una perdita (si stima) di circa 150.000 caduti e molti feriti. Ha persino fatto ricorso a mercenari stranieri per rimpinzare le file del suo esercito. Le difficoltà incontrate dalla Russia in Ucraina rappresentano un indicatore dei limiti operativi dell’esercito russo e del punto a cui un qualunque governo stesse a Mosca possa spingersi. È possibile immaginare che, se Putin non avesse ascoltato i suoi servizi segreti che l’avevano assicurato che a seguito di un’invasione a Kiev ci sarebbe stato un immediato colpo di stato e se avesse immaginato quanto poi successo, avrebbe pensato due volte prima di lanciare il conflitto. Il problema fu che lui e il suo staff avevano sopravvalutato la propria potenza militare e sottovalutato gli aiuti che l’Occidente aveva dato (e continuato poi) a fornire agli ucraini. La Russia resta una potenza militare significativa, ma con forti limiti militari, economici e demografici.

    Limitiamoci, comunque, a considerare l’aspetto puramente militare. La NATO ha creato nove gruppi di battaglia situati nei Paesi considerati “in prima linea”. Gli Stati Uniti ne guidano solo uno stanziato in Polonia e gli altri sono così suddivisi: in Finlandia leader è la Svezia, in Estonia la Gran Bretagna, in Slovacchia è la Spagna, in Romania la Francia, in Bulgaria l’Italia e l’Ungheria si guida da sola. In Lituania è la Germania a comandare la forza Nato e in loco ci saranno circa 500 militari tedeschi. Nel caso a Mosca si decidesse, irrazionalmente, di attaccare la Lituania, di là dal fatto che è membro NATO e della UE, lo farebbe partendo dalla Bielorussia. Vilnius sta a meno di cento chilometri dal confine ma Varsavia è a meno di 200 chilometri e così anche Riga in Lettonia e Tallin in Estonia. Le truppe americane in Polonia ammontano a circa 10.000 uomini molto ben armati. Se si attaccasse la Lituania, le truppe invasori sarebbero esposte immediatamente sul fianco sinistro che confina con la Polonia. Anche considerando un attacco di sorpresa e velocissimo, una reazione europea e americana sarebbe immediata e basterebbe che uno solo dei militari euro-americani venisse colpito per obbligare a una guerra che si estenderebbe molto di là dei soli baltici. In Lituania le difese sono state predisposte in modo da ottenere una rapidissima distruzione dei ponti chiave per i passaggi non desiderati e in Polonia come barriere difensive atte a rallentare le truppe sono state aumentate le superfici delle terre paludose e di quelle umide. È pur vero che Trump abbia spesso parlato di un disimpegno in Europa ma il suo obiettivo è di raggiungere, se ci riuscisse, un accordo con Mosca per spartirsi le zone d’influenza e l’Europa rientra sempre nei piani americani. Un attacco su quest’area sarebbe un insulto personale al presidente americano e costui non potrebbe far finta di niente. Non va dimenticata poi la realtà di Kaliningrad, exclave russa circondata da Stati, e quindi eserciti, europei che sarebbe ben presto espugnabile in caso di conflitto. Esiste, teoricamente, anche la possibilità di una guerra “ibrida” lanciata dalla Russia contro cavi sottomarini, satelliti, e con attacchi informatici fantasma ma atti di tale genere, quando identificata la provenienza, determinerebbero una uguale reazione e le capacità russe nel settore non sono certo superiori a quelle Occidentali. Infine, qualcuno ipotizza che i russi potrebbero usare armi nucleari contro l’Europa. Di là dal fatto che nonostante le difficoltà incontrate sul terreno nessuno che ne possieda le ha mai usate sino a ora, l’uso di tali armi da parte dei russi autorizzerebbe anche francesi, inglesi e americani a fare lo stesso. Con le conseguenze terribili che si possono immaginare per il mondo.

    In conclusione, a meno che a Mosca impazziscano tutti (e proprio tutti), la possibilità che la Russia attacchi Paesi europei è totalmente inverosimile poiché i costi militari, economici e politici supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile beneficio. La si smetta dunque di sventolare fantasmi inesistenti e, se si vuole giustamente potenziare le difese militari dell’Europa, lo si faccia con buon senso e con tempi realistici.

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