Università

  • Fondi europei per 42 ricercatori italiani

    Quarantadue ricercatori italiani, su un totale di 403, potranno fare ricerca di eccellenza grazie agli starting grants dell’European Research Council (Erc), attraverso i quali l’Ue sovvenziona i migliori talenti di tutte le discipline scientifiche nelle fasi iniziali della loro carriera. In termini di nazionalità, gli italiani si collocano al secondo posto nell’UE per numero di ricercatori premiati da questo bando, dietro ai tedeschi (73 vincitori) e davanti a francesi (33), olandesi (33), britannici (22). I 403 ricercatori selezionati beneficeranno di 603 milioni di euro in totale e fino a 1,5 milioni di euro ciascuno, per creare i propri gruppi di ricerca (che coinvolgeranno altri 1.500 giovani ricercatori o studenti) e condurre progetti di frontiera.

    Carlos Moedas, Commissario europeo per la ricerca, la scienza e l’innovazione, ha dichiarato: «Oltre a sostenere i ricercatori europei nelle fasi iniziali della loro carriere, gli starting grants dell’Erc contribuiscono anche ad arricchire il settore di ricerca europeo attirando e trattenendo in Europa scienziati proveniente da altre regioni del mondo. Più di un beneficiario su dieci proviene da Paesi extra-Ue. L’Europa è aperta al mondo!». Il presidente dell’ERC, il professor Jean-Pierre Bourguignon, ha commentato: «Abbiamo ricevuto 3170 domande per gli starting grants 2018 e il processo di selezione dei 403 vincitori è stato molto competitivo. Per il secondo anno consecutivo, quasi il 40% dei beneficiari sono donne».

    Come accaduto anche nell’ultimo round di finanziamento, le ricercatrici che hanno presentato domanda hanno avuto un tasso di successo leggermente superiore (13,7%) rispetto ai colleghi maschi (12,4%). In totale, quasi il 13% delle domande è stato finanziato – anche questo dato in linea con gli anni precedenti.

    La ricerca finanziata dagli starting grants sarà condotta in 22 Paesi europei, con istituti di ricerca tedeschi (76), britannici (67) e dai Paesi Bassi (46) che ospiteranno la maggior parte dei progetti. L’Italia ne ospiterà 15: tre alla Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, due ciascuno alle Università di Pisa, Trento e la Sapienza; uno ciascuno a Politecnico di Milano, Bocconi, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Università di Pavia, Firenze e Napoli Orientale.

  • Nessun rincaro delle tasse per universitari della Ue in Inghilterra nel 2019

    Gli studenti Ue pagheranno ancora le stesse tasse universitarie (pari a 9.250 sterline) dei compagni britannici nell’autunno 2019, il momento dell’avvio del primo anno accademico dallo scattare della Brexit. E’ l’impegno preso dal segretario all’educazione del governo britannico, Damian Hinds, secondo quanto riferiscono i media britannici. I ragazzi che si iscriveranno l’anno prossimo nelle facoltà in Gran Bretagna beneficeranno ancora di questo trattamento eguale a quello degli studenti locali per il tempo del loro percorso di studi universitari. Al momento non c’è ancora nessun accordo tra Ue e Gran Bretagna sul reciproco trattamento degli studenti post Brexit. Se gli europei dovessero essere considerati studenti di Paesi terzi a tutti gli effetti, i costi d’iscrizione alle università britanniche salirebbero in modo sensibile.

  • On line i bandi per la XXI edizione dei Premi di Laurea del Comitato Leonardo

    Tornano anche quest’anno i Premi di Laurea del Comitato Leonardo, i prestigiosi riconoscimenti che premiano i giovani e le tesi più innovative nei diversi settori dell’eccellenza Made in Italy: sport, moda, gioielleria, meccanica, innovazione tecnologica, sostenibilità, nautica, farmaceutica, internazionalizzazione. Nato nel 1993 su iniziativa comune dell’ICE, di Confindustria e di un gruppo d’imprenditori, tra i quali Gianni Agnelli e Sergio Pininfarina, il Comitato Leonardo è presieduto oggi dall’imprenditrice Luisa Todini e ha come obiettivo primario la promozione dell’Italia come Sistema Paese attraverso varie iniziative finalizzate a metterne in rilievo le doti di imprenditorialità, creatività artistica, raffinatezza e cultura che si riflettono nei suoi prodotti e nel suo stile di vita. Quella del 2018 è la XXI edizione dei Premi che da sempre ricevono sostegno e collaborazione da parte di numerose aziende Associate al Comitato Leonardo. Grazie a questo sodalizio infatti nel corso degli anni oltre 150 giovani neolaureati provenienti da istituti e Università di tutta Italia hanno beneficiato di un supporto concreto per i propri studi.

    Anche per il 2018 alcune prestigiose aziende italiane, Associate al Comitato, contribuiranno all’assegnazione dei Premi di Laurea. 12 i bandi indetti: 8 borse di studio del valore di 3.000 euro e 4 tirocini retribuiti, questi ultimi offerti da Bonfiglioli Riduttori, Damiani, Perini Navi ed SCM Group presso le loro sedi.

    I bandi di questa edizione sono: Premio “Clementino Bonfiglioli” Bonfiglioli Riduttori SpA “Digitalizzazione di sistemi in ambito industriale”,  Premio “Alfredo Canessa” Centro di Firenze per la Moda Italiana “La Moda e il Made in Italy”, Premio CONI “Sport ed economia: il turismo sportivo opportunità di sviluppo dei territori e di crescita del Paese. dati, analisi e trend del turismo sportivo in Italia e nel mondo”, Premio Damiani SpA “Gioielleria Made in Italy di marca ieri, oggi e domani: evoluzione nelle modalità di consumo della gioielleria di marca dagli anni ’60 ad oggi e prospettive future”, Premio Dompé Farmaceutici “Effetti dell’assunzione di Amminoacidi Ramificati (BCAA) durante l’esercizio fisico di resistenza sulla percezione della fatica, danno muscolare e metabolismo energetico”, Premio G.S.E. – Gestore Servizi Energetici “Sviluppo di sistemi energetici in ambito agro-alimentare per promuovere nuovi modelli di bio-economia circolare”, Premio Leonardo SpA “Soluzioni e tecnologie innovative nel campo della autonomia dei sistemi”, Premio Gruppo Pelliconi, “L’impatto di industria 4.0 sugli aspetti organizzativi aziendali”, Premio Perini Navi S.p.A, “Come far convivere l’anima Perini Navi in due progetti di stile MotorYacht e SailingYacht con stesse dimensioni tra i 50 e i 70 mt”, Premio SCM Group “Sensoristica MEMS per macchine utensili: tipologia, utilizzo, integrazione e bus di campo”, Premio SIMEST S.p.A. “Le imprese italiane e i mercati internazionali. La finanza del “Sistema Italia” per lo sviluppo della competitività”, Premio Vetrya “Applicazioni di intelligenza artificiale e machine learning”.

    “La cultura fa sempre la differenza: per chi si appresta ad entrare nel mondo del lavoro ma anche per chi ha già un’occupazione e magari è a capo di una grande azienda. Il Rapporto Istat sulla Conoscenza, pubblicato per la prima volta quest’anno, lo dimostra. Una buona scolarizzazione è quindi garanzia di migliori performance lavorative in ogni settore e ad ogni grado” – è il commento di Luisa Todini, Presidente del Comitato Leonardo. “Con l’iniziativa dei Premi di Laurea, il Comitato Leonardo e le aziende Associate, si impegnano da 21 anni a spronare le nuove generazioni, offrendo un aiuto concreto alla realizzazione di progetti brillanti ma anche un’occasione di confronto diretto con prestigiose realtà aziendali. Un impegno che si traduce in un investimento per il futuro, in quanto i giovani laureati di oggi saranno i manager preparati di domani.”

    I bandi integrali ed i moduli di partecipazione sono disponibili nella sezione “Premi di Laurea” del sito: http://www.comitatoleonardo.it/it/categoria-premi/premi-di-laurea-comitato-leonardo/

    E’ inoltre possibile partecipare ad uno o più bandi inviando la documentazione richiesta alla Segreteria Generale del Comitato Leonardo (c/o ICE, via Liszt 21, 00144 Roma, tel. 06 59927990-7991) entro e non oltre il 6 novembre 2018.

    La premiazione si svolgerà alla presenza del Presidente della Repubblica nel corso della prossima cerimonia di conferimento dei Premi Leonardo.

  • For Women In Science, il premio al talento nella ricerca declinato al femminile

    400 candidature arrivate da tutta Italia per sei borse di studio e proseguire così, nel proprio Paese, il percorso di ricerca scientifica. Anche quest’anno, nella splendida cornice della Sala di Rappresentanza dell’Università Statale di Milano, si è tenuto il Premio L’Oréal – UNESCO “Per le Donne e la Scienza”, giunto alla sedicesima edizione in Italia, ventesima da quando è stato istituito, che premia sei ricercatrici under 35 selezionate dalla giuria, presieduta dalla scienziata Lucia Votano, sulla base dell’eccellenza riconosciuta ai loro progetti di ricerca. Le vincitrici di questa edizione sono: Gabriella Giancane, Margherita Mauri, Giulia Pasqual, Maria Principe, Gloria Ravegnini, Daniela Rosso, tutte appassionate di scienza sin da bambine e caparbie per aver portato avanti i loro sogni che salvano vite e contribuiscono al benessere di tutti.

    Dal 1998 l’Oréal e UNESCO con ‘For Women in Scienze’ hanno conferito un riconoscimento a 3.100 scienziate (82 in Italia), 3.022 sono state le giovani donne di talento che hanno ottenuto una borsa di studio per realizzare progetti di ricerca promettenti, oltre 50 sono state le istituzioni scientifiche di alto livello coinvolte in tutto il mondo, 102 le laureate premiate per avere raggiunto l’eccellenza nelle scienze, incluse tre scienziate che hanno vinto il Premio Nobel, 53 i programmi di borse di studio a livello nazionale e regionale in 117 Paesi, oltre 400 le scienziate coinvolte nel processo di selezione nell’ambito di programmi a livello nazionale e regionale. Un progetto vincente che dimostra quanto la scienza abbia bisogno delle donne  e quanto le donne siano in grado di dare un apporto concreto alla scienza.

    I numeri farebbero pensare ad un grande passo in avanti rispetto al ruolo che le donne hanno nel campo della ricerca e delle tecnologia ma, come spesso è stato sottolineato anche nelle altre edizioni del premio, è ancora troppo evidente il gap che esiste tra i risultati e i successi ottenuti, al termine del corso di studi e specializzazione, dagli uomini rispetto a quelli delle donne, sebbene, statistiche alla mano, le giovani laureate superino il numero dei colleghi maschi e i voti ottenuti durante il percorso accademico raggiungano medie molto alte. Se si potesse fotografare la statistica si vedrebbero due linee che per un po’ corrono parallele e poi, di colpo, una si arresta e l’altra prosegue verso ambitissime mete. Naturalmente il discorso, questa volta, non è tipicamente italiano, ma europeo e mondiale perché persiste ancora una certa cultura secondo la quale esistono ‘cose che le donne possono o non possono fare’. E spesso, purtroppo, la società fa sì che certi pregiudizi si trasformino in realtà concreta che porta molte ragazze ad accarezzare il sogno di una carriera scientifica per ripiegare, poi, verso mestieri tranquilli e più tradizionali, che concilino lavoro e famiglia.

    Certo, le cose stanno cambiando e sono lontani, per fortuna, i tempi di Marie Curie e Rita Levi Montalcini in cui, a livello nazionale, le donne che studiavano medicina o fisica erano tante quante le dita di una mano. La consapevolezza verso gli studi scientifici sta crescendo ma è il mondo della ricerca che forse predilige adoperare ancora il singolare maschile (parlare al plurale, come in tutti i campi del lavoro, è faticoso!). Il numero delle donne che intraprendono una carriera scientifica è aumentato, dal 1998, del 12% sebbene solo l’11% delle donne scienziate raggiunga ruoli apicali nell’ambito universitario, meno del 30% dei ricercatori è donna e soltanto tre premi Nobel per la scienza sono stati assegnati alle donne. L’Italia, poi, è un paese che ha la più bassa istruzione rispetto agli altri paesi europei e mondiali. A questo infelice primato deve aggiungersi anche un altro dato che sottolinea come il Vecchio Continente non punti molto sulla ricerca: su 220 milioni spesi, infatti, l’Europa si attesta al 20% di spesa, USA e Canada al 30%, il resto è speso dai Paesi asiatici. Una dimostrazione di come non sia un caso se molte innovazioni e sperimentazioni arrivino dai paesi orientali. Alla luce di questi numeri è comprensibile come l’iniziativa di L’Oréal e UNESCO sia preziosissima perché dimostra come, se si vuole davvero cominciare ad abbattere il ‘soffitto di vetro’, ossia il pregiudizio attorno al binomio donna-scienza, si debba valorizzare con convinzione e costanza l’impegno di tante giovani donne. Una goccia nel mare, si direbbe, che sta producendo, però, risultati significativi visto che il numero record di 400 candidature arrivate da tutta Italia sottolinea quanto il riconoscimento sia ambito, apprezzato e soprattutto concreto. Un impegno che, visti i frutti che sta portando, non potrà che continuare, come ha dichiarato il Presidente e AD di L’Orèal Italia, Francois-Xavier Fenart che, introducendo i lavori, ha affermato: “Da molti anni lavoriamo senza tregua affinché le donne nella scienza siano riconosciute, e non smetteremo. Noi vogliamo una società in cui le disparità di genere vengano superate e dimenticate. E’ semplicemente nell’interesse di tutti volere che questo accada poiché in gioco c’è qualcosa che va ben oltre la mera questione della parità di genere: il futuro di tutti noi”.

    Anche Milano e la Lombardia si stanno muovendo, come istituzioni, affinché tutti possano usufruire del bello della scienza e non è un caso che il Comune abbia istituito il progetto ‘Steam in the City’ per promuovere la diffusione delle discipline tecnico-scientifiche e delle nuove tecnologie digitali come base formativa necessaria ad assicurare un futuro professionale alle nuove generazioni, mente la Regione abbia puntato sul Nobel per la Ricerca, con l’assegnazione di un milione di euro al miglior progetto di ricerca scientifica che verrà consegnato  durante la manifestazione che si svolgerà il prossimo 8 novembre.

    L’Europa sta puntando sempre più alla valorizzazione di scienza e tecnica tanto che il Progetto ‘Horizon 202’0 sarà riproposto insieme al progetto Erasmus, perché rivelatosi importante ogni oltre aspettativa. Come ha sottolineato l’eurodeputata Patrizia Toia adesso si chiamerà ‘Horizon Europe’ e lo stanziamento sarà di 100 miliardi di euro. “Se scienza è tecnica sono centrali per il futuro, quello della donna è un tema molto sentito in Europa perché esistono troppi stereotipi, quali quelli sulla mobilità professionale delle donne, che le fanno sentire ancora delle eccezioni”.

    In occasione del 20° anniversario del programma L’Oréal – Unesco For Women in Science è stata lanciata una nuova iniziativa, ‘Male Champions for Women in Science’, che coinvolgerà leader uomini attraverso una carta degli impegni volta a favorirne la collaborazione con le loro colleghe per cambiare il sistema e sfruttare il potenziale delle donne, a beneficio di tutti.

  • Conte e Fedeli: la credibilità istituzionale

    Conte non è il nome dell’allenatore del Chelsea ma di colui che dovrebbe diventare primo ministro e che è stato presentato come una persona specchiata e preparata. Viceversa, e purtroppo per l’Italia, molte università stanno precisando l’assoluta mancanza di riscontri inseriti all’interno del curriculum vitae del candidato primo ministro. Quello che trovo incredibile non è tanto l’aver inserito step professionali inesistenti uniti a corsi e Master altrettanto frutto di pura fantasia con l’obbiettivo di aumentare l’appeal politico ed il prestigio presso i cittadini italiani di una persona praticamente sconosciuta, francamente non ho nessun motivo per mettere in dubbio la professionalità relativa alla questione della pubblica amministrazione e dell’ inevitabile e assolutamente improcrastinabile aggiornamento e rinnovamento. Aver appoggiato però un ciarlatano venditore di fumo, come fu il promotore della vicenda stamina, qualche dubbio sull’equilibrio del candidato premier lo suscita. Quello che trovo francamente incredibile, insopportabile e assolutamente inaccettabile è che questa persona abbia ottenuto delle docenze universitarie truccando i propri curriculum e l’università non abbia verificato mai una volta se quanto affermato fosse realmente rispondente alla verità.

    Esattamente come nel caso dell’attuale Ministro della Pubblica Istruzione Fedeli la quale ha mentito per trent’anni affermando di possedere una laurea quando invece aveva la terza media. Trovavo incredibile allora come  adesso che la CGIL per la quale ed in nome della quale questa mentitrice ha operato. Trovo incredibile che la CGIL non abbia dimostrato la sensibilità di emettere un comunicato nel quale si dissociava dalla pratica truffaldina della propria esponente e dirigente.

    Ora trovo altrettanto incredibile che l’Università presso la quale questo docente detiene in modo improprio una cattedra basandosi su un curriculum inesistente non emetta una dichiarazione nella quale sospende immediatamente il professore in attesa di accertamenti.

    Ecco perché nonostante la differenza di spessore culturale evidente ed innegabile tra una povera bugiarda e una persona comunque di cultura, il caso Fedeli e Conte risultano uguali per l’assoluta inattività degli enti per i quali questi hanno operato. Il silenzio di questi due istituti fondamentali come l’università ed il sindacato di fatto avalla comportamenti quantomeno dubbi arrecando un grande disvalore patrimoniale anche solo nella considerazione generale verso due istituti.

    In altre parole il silenzio del sindacato come dell’università dimostrano come il declino culturale nasce all’interno delle strutture che sono incapaci persino di tutelare la propria onorabilità attraverso la certezza delle professionalità di coloro che in loro nome operano.

  • Erasmus un progetto europeo vincente

    Nel 1987 l’Unione europea dà vita al progetto Erasmus che consente agli studenti universitari dei Paesi membri dell’Unione europea di seguire un periodo di studi in un altro Stato. Nei 31 anni di vita, Erasmus ha consentito a 4,4 milioni di studenti, 663mila dei quali italiani, di frequentare l’università in un altro Paese della Ue. Se a questi studenti universitari si aggiungono quelli in formazione professionale, i partecipanti a scambi giovanili, i docenti e i volontari, ben 9 milioni di persone hanno potuto usufruire di un’esperienza Erasmus. Dal 2014 infatti Erasmus è divenuto Erasmus+, cioè un programma della Ue per istruzione, formazione, gioventù e sport, rivolto a tutti gli studenti dai 13 ai 30 anni, La Ue dal 2014 al 2020 ha stanziato 14,7 miliardi di euro per questa iniziativa, che offre non solo la possibilità di studiare in un altro Paese e quindi di conoscerlo ma è utile anche per creare quei cittadini europei che potranno, si spera, un domani risolvere i tanti problemi ancora irrisolti sia del loro Paese che dell’Unione.

    L’Italia è il quarto Paese, dopo Spagna, Germania e Francia, per numero di giovani in partenza per altri Stati ed è al quinto poso, dopo Spagna, Germania, Francia e UK, per studenti europei ospitati nelle proprie università. Gli italiani scelgono principalmente Spagna, Germania, Francia, UK e Portogallo e gli studenti provengono anzitutto dall’Alma Mater di Bologna, dall’università degli Studi di Padova, dalla Sapienza di Roma, dall’Università degli Studi di Torino e dalla Statale di Milano. Le università italiane che accolgono più studenti dall’estero sono l’Alma Mater, la Sapienza, l’Università degli Studi di Firenze, il Politecnico di Milano e l’università di Padova. Secondo i dati a 5 anni dalla laurea il tasso di disoccupazione degli studenti Erasmus è più basso del 23% rispetto agli studenti non Erasmus.

    Il progetto diventa sempre più importante rispetto alle note difficoltà che sta incontrando la Ue nell’affrontare temi incandescenti come quello dell’immigrazione, del terrorismo, della disoccupazione e della capacità di collaborazione e comprensione reciproca tra Paesi che per storia, tradizioni e abitudini, hanno sistemi non omogenei. La frequentazione di Erasmus non solo migliora complessivamente il grado di cultura ma aiuta anche i giovani a una maggiore consapevolezza delle realtà altrui. L’Europa per diventare effettivamente unita ha certamente bisogno di una politica comune, ma per realizzare una politica comune occorrono cittadini europei e cioè persone che rispettando le proprie nazionalità ed origini siano in grado di comprendere anche gli altri. E partire da giovani a conoscere realtà differenti, a sapersi confrontare ed integrare è un grande passo avanti per realizzare quell’unione di popoli che purtroppo è ancora lontana.

  • L’insostenibilità di un sistema circolare

    Sembra incredibile come in relazione al numero degli iscritti all’Università del 2018 due tra i maggiori quotidiani nazionali affermino il primo che si assista una notevole diminuzione e il secondo che ci si trovi di fronte ad un aumento. Ciò dimostra, ancora una volta, la faziosità ed anche una scarsa professionalità della stampa nazionale. A puro titolo di cronaca l’errore clamoroso nasce  dall’aver calcolato, da parte di una redazione, non solo le nuove matricole ma anche quelli iscritti al primo anno di laurea già immatricolati. Queste due diverse posizioni dimostrano “matematicamente” come l’approccio alla individuazione di un semplice parametro numerico due tra le maggiori testate italiane arrivino a conclusioni diverse quando sarebbe stato sufficiente consultare i dati del Miur.

    Le considerazioni comunque che possono scaturire da questo semplice confronto dimostrano come ormai l’acquisizione di notizie non possa più basarsi sulla lettura di un’unica testata perché espressione di parzialità o quantomeno di posizioni viziate da influenze ideologiche e politiche.

    Tornando alla questione centrale è evidente che anche un settore come quello universitario non possa sottrarsi ad una analisi, e conseguente valutazione, approfondita attraverso l’utilizzo di  parametri economici ed aziendali per valutarne la propria efficacia sia a livello qualitativo che quantitativo del servizio offerto, in modo da offrire una valutazione relativa alle strategie e alle decisioni degli ultimi anni, in relazione soprattutto a quelle future, non sintonizzandosi neanche con il momento economico del nostro paese.

    Conseguenza di questo approccio è come il sistema universitario (come vedremo in seguito) rappresenti un perfetto sistema circolare completamente svincolato da ogni parametro economico e, ancor peggio, da ogni relazione con il momento complessivo economico. Un’azienda infatti in un’ottica di una strategia del breve medio come  lungo termine decide di prefiggersi come obiettivo la crescita dei propri profitti attraverso l’abbattimento o quantomeno all’abbassamento della soglia economica di accesso al proprio bene o servizio. L’obiettivo del maggior fatturato in questo caso viene conseguito attraverso un aumento dell’accesso di potenziali utenti precedentemente esclusi dalla soglia stessa. L’ultima rilevazione statistica  relativa al sistema universitario italiano vede l’Italia come il Paese con il più basso numero di laureati. Al tempo stesso  il nostro paese risulta in grado di  scalare la classifica delle tasse universitarie più care d’Europa fino al terzo posto. Logica conseguenza quindi che il numero dei laureati risulti ma soprattutto continui ad essere in continua decrescita  come espressione della scelta di alzare la soglia economica di accesso all’università. Per altro, anzi, una scelta con l’aggravante di non tenere in assoluto conto il momento storico che dal 2008 investe l’Italia nella sua complessità, non riconoscendo quindi una crisi economica. Un ulteriore elemento a conferma dell’assoluto svincolamento della realtà universitaria dal contesto economico nazionale.

    Se poi un’azienda per vendere il proprio prodotto o servizio crea attraverso degli investimenti propri oppure utilizzando delle  risorse pubbliche al fine di  un abbassamento della “soglia tecnologica di accesso” al servizio (si pensi ad esempio all’importanza della alfabetizzazione informatica che ha permesso a molti utenti di accedere ai servizi web) i risultati appaiono immediatamente evidenti, confermati dall’aumento dell’utenza potenziale, nel breve o medio termine, anche del fatturato. Un incremento del fatturato espressione diretta della maggiore platea di clienti ed utenti potenziali.

    Viceversa il mondo universitario continua nella strategia di innalzare la soglia tecnologica-culturale  di accesso attraverso i test di ingresso che hanno ulteriormente diminuito e scremato il numero degli iscritti e quindi, in prospettiva, dei potenziali laureati. Risulta evidente che il prodotto come il servizio subirà un ulteriore restringimento della base potenziale di utilizzo da parte dei potenziali clienti o, nel caso universitario, degli studenti. In questo senso infatti va interpretata la percentuale di oltre il 40% dei corsi universitari che avviene attraverso un test d’ingresso che rappresenti un indiscusso innalzamento della soglia culturale di accesso. Quest’ultimo poi trova la propria “giustificazione” nella selezione degli studenti che dovrebbero portare a compimento il proprio percorso di laurea. Un dato che viene sonoramente smentito dal fatto che l’Italia, come sempre, risulta fanalino di coda proprio nella produzione di laureati in Europa.

    Tale scelta supportata dalla classe politica e dai rettori per il test d’ingresso avrebbe dovuto assicurare una migliore preparazione ed un migliore sfruttamento delle poche risorse e di conseguenza un miglioramento dei contenuti dei corsi di laurea. Una tesi che dovrebbe venire confermata da una minore dispersione durante gli anni del corso di laurea degli studenti, fino dall’obiettivo della laurea stessa. I miseri dati relativi al numero di laureati dell’Italia rispetto all’Europa dimostra invece esattamente il contrario.

    Paradossale poi che nonostante oggi l’Italia presenti la più bassa percentuale di laureati questi invece di essere ricercati vengano obbligati ad una emigrazione culturale. Non va dimenticato infatti che molti laureati fanno parte di quella pattuglia di 215mila giovani, assieme ai diplomati, che lasciano ogni anno  l’Italia a causa dell’impossibilità di trovare un posto di lavoro adeguato al proprio titolo di studio e conseguentemente una retribuzione adesso adeguata. Inserendo anche in questo contesto una valutazione prettamente economica, considerando che allo Stato un diploma rappresenta mediamente un investimento di circa 92.000 euro di risorse pubbliche investite (fonte Ocse) e ed ogni anno di laurea viceversa 30.000, le risorse pubbliche che annualmente vengono disperse risultano circa di 23 miliardi alle quali vanno anche aggiunti 10 miliardi di mancato Pil.

    Potrà sembrare arbitrario o ingeneroso nei confronti di quella che dovrebbe essere la “eccellenza della produzione culturale italiana” ma  quando gli iscritti e il numero dei laureati risultano in costante e continua diminuzione è evidente che il problema deve essere individuato nella gestione e nella attuazione del progetto culturale come nella gestione della struttura stessa.

    Emerge evidente quindi, in ultima analisi, come il sistema circolare dell’Università risulti  assolutamente svincolato da ogni logica di mercato e di riscontro nei confronti dell’utenza e rappresenti  un lusso per il solo corpo docente  universitario ed un costo insostenibile per la collettività.

    La conseguenza è un’apertura dell’Università ad un contesto di confronto internazionale nel quale i fattori economici intervengono a determinare una base di parametri fondamentali per ottimizzare la gestione finalizzata ad arricchimento dei contenuti come all’aumento della platea degli studenti interessati, con il conseguente  riconoscimento del valore delle lauree stesse che  attualmente in Italia non trova assolutamente riscontro.

     

     

  • L’Italia rifiuta corsi di laurea in inglese, la Danimarca propone consorzi tra università europee

    Nel mondo globalizzato, l’Ue subisce la pressione di altri continenti che hanno accelerato la crescita e lo sviluppo, anche nella ricerca e nell’istruzione. Oggi le università dei paesi dell’Ue sono sottorappresentate nella fascia più alta delle classifiche internazionali delle università e in Paesi come l’Italia corsi di laurea interamente in inglese sono stati bocciati da ricorsi alla magistratura in nome della difesa della lingua autoctona (mentre le aziende italiane danno per scontato che chiunque cerchi lavoro sappia l’inglese e almeno un’altra lingua). Programmi come il Consiglio europeo della ricerca e le azioni Marie Skłodowska-Curie hanno aumentato la mobilità dei ricercatori europei tra i vari atenei del Continente ma manca ancora un progetto organico, capace di attrarre le persone più talentuose di ogni dove, così da gettare le basi per i più alti standard di istruzione e ricerca in tutto il mondo. Soren Pind, ministro danese dell’Istruzione superiore, ha proposto come primo passo per arrivare a quel traguardo la creazione di consorzi tra università e istituti di istruzione superiore e di ricerca di tre o più Paesi, col sostegno finanziario dell’Unione.

  • Studiare e laurearsi in Italia: quasi metà degli universitari si lamenta

    Il 38% degli universitari in Italia non è soddisfatto della propria vita, e ancora di più sono quelli (46% del totale) insoddisfatti del proprio percorso accademico. Gli studenti di India (82%), Cina (76%), Regno Unito (75%), Stati Uniti (73%) e Spagna (70%) risultano essere decisamente più appagati dalla propria vita studentesca. Ben il 36% degli italiani ha pensato almeno una volta di abbandonare l’università, contro il 5% dei cinesi e il 20% degli indiani, preceduti solo dai pari età inglesi (37%). A preoccupare gli studenti in Italia sono l’eccessivo carico di lavoro (51%), la mancanza di equilibrio tra studio, socializzazione e lavoro (44%) e la possibilità di trovare lavoro dopo la laurea (43%). Il tempo dell’insegnamento appaga il 56% del totale contro il 70% della media mentre il 43% degli studenti si dichiara preoccupato dalla gestione delle spese quotidiane, dato poco superiore alla media sovranazionale (40%). Infine, più di un terzo degli studenti (37%) pensa di aver ottenuto un buon rapporto qualità-prezzo dai servizi offerti dal proprio ateneo, valore inferiore a quelli di tutte le altre nazioni, fatta eccezione per il Regno Unito. Gli studenti italiani sono anche tra i più pessimisti nel ritenere che l’università possa aiutarli a risolvere i loro problemi, come quelli legati all’alloggio (53%), alla salute (47%), alla vita sociale (46%) e alle finanze (44%), valori sopra la media.

    Lo scontento è emerso dal sondaggio a livello mondiale condotto da Sodexo intervistando oltre 4000 studenti provenienti da Italia, Cina, Stati Uniti, Spagna, Regno Unito e India relativamente allo stile di vita universitario. Alcuni dati lasciano però perplessi sulle inclinazioni degli italiani, anche quando accedono ad alti gradi di istruzione. «Sorprende un poco la scarsa soddisfazione per il rapporto costi-benefici dell’istruzione universitaria. Le università pubbliche italiane, a dispetto di certi luoghi comuni, presentano costi di accesso fortemente contenuti a fronte di una qualità media elevata che ci viene internazionalmente riconosciuta», spiega Paolo Cherubini, Prorettore Vicario dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Per Loredana Garlati, Prorettore all’Orientamento e Job Placement dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, invece: «La preoccupazione del futuro in un società complessa come quella attuale e in un momento di crisi economica ma anche di valori sembra scoraggiare e condizionare la visione di un percorso universitario, come se si avvertisse una mancanza di proporzionalità tra l’impegno di studio e le possibilità di lavoro. Vista dal lato positivo, lo studente non vede più l’università come un “esamificio”, ma come una comunità da cui attendere non solo qualità didattica ma anche supporto nella soluzione dei propri problemi attraverso servizi orientamento, counselling, alloggi, luoghi di aggregazione, sport etc, oltre a servizi efficienti, ma su questo le università italiane hanno ancora molto da fare”. Infine Michele Rostan, Delegato al Benessere Studentesco presso l’Università degli Studi di Pavia, spiega che: “I risultati dell’indagine ci segnalano che ciò che facciamo, soprattutto nei primi mesi del percorso universitario degli studenti, non sembra sufficiente per rispondere positivamente alle loro domande. Occorre, quindi, un maggiore impegno nel contrastare la dispersione formativa, nell’accompagnare gli studenti nel loro percorso, una maggiore attenzione alla didattica e l’offerta di maggiori spazi dedicati allo studio, soprattutto insieme ad altri studenti».

    Tra i giovani del Bel Paese che hanno pensato di abbandonare l’università il 57% l’ha fatto per problemi legati allo studio, il 28% per problemi economici, il 22% per problemi familiari, il 21% per l’insoddisfazione legata alla qualità dei servizi in relazione al rapporto qualità/prezzo, il 16% per problemi di salute e il 12% per problematiche legate alla vita sociale.

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