uomini

  • In attesa di Giustizia: presunti colpevoli

    Non fosse per l’urgenza richiesta dalla approvazione della finanziaria che impone che l’esame di altri disegni di legge venga posticipata, la nuova legge sulla violenza sessuale sarebbe già in Gazzetta Ufficiale tra gli applausi bipartisan di Camera e Senato. In cosa consista è presto detto: un’ennesima dimostrazione del perdurante digiuno di diritto costituzionale da parte del legislatore e della sua insipiente sciatteria quando mette mano al diritto penale, con sprezzo del ridicolo, a caccia di consenso dell’elettorato. Dimentichiamo la campagna referendaria che offre continui spunti di riflessione per analizzare un’aberrante proposta, approvata la quale, il giusto processo, come lo definisce la Costituzione, sarà un ricordo anche per mariti focosi (e, perché no? Pure per le mogli!) raccontandosi la favola che possa essere giusto un processo nel quale il P.M. non abbia neppure il fastidio di cercare la prova.

    Il mutuo compiacimento di maggioranza e opposizione per aver trasfuso in un disegno di legge un’ideona della Boldrini impone che ne venga sintetizzato in un paio di punti il contenuto: perché un rapporto sessuale non sia considerato violenza sessuale una prima condizione essenziale è il consenso libero (e fin qui va bene ma la legge già lo prevede) mentre la grande novità è che quel consenso debba essere continuamente confermato (ma come?)…ed intendesi durante il medesimo rapporto con buona pace del coinvolgimento emotivo e passionale, persino tra coniugi che festeggiano le nozze d’argento. Della conoscenza approssimativa del diritto penale materiale da parte dei rappresentanti del popolo abbiamo detto: preoccupa di più il plauso che inizia a provenire da giuristi come Paola Di Nicola Travaglini, Consigliera di Cassazione che ha anche pubblicato manuali ben argomentati sulla violenza di genere ed il Codice Rosso, la quale in una recente intervista a Repubblica dice “Il consenso esiste se l’altra persona ha detto sì a quell’atto in modo chiaro, deciso e reiterato”. Reiterato, è la parola magica: in lingua italiana significa attuale in qualsiasi momento. Il consenso può essere negato dopo essere stato concesso, e dunque bisogna fermarsi immediatamente, come si diceva prima, durante l’amplesso e potrebbe essere – per esempio – la subitanea imposizione di un criterio contraccettivo largamente in disuso, sennò è violenza. Ma, così, non lo sarebbe nei confronti del partner uomo? Se non altro, dipende dai modi, potrebbe essere un reato di violenza privata che consiste nel costringere qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa. La questione inizia a farsi ambigua, ma lasciamo perdere la complicazione dei dettagli tra i quali potrebbe rinvenirsi la necessità di munirsi di più moduli da far sottoscrivere prima, durante e – meglio ancora – anche dopo…in alternativa, per le coppie più trasgressive si potrebbe pensare alla presenza di un notaio o di un ufficiale di polizia giudiziaria guardone.  Altro elemento introdotto dalla normativa sembra essere – si capirà dal testo definitivamente approvato – il divieto alla vittimizzazione secondaria, ovvero la violenza ulteriore a cui la donna che asserisce di essere stata stuprata è sottoposta nel corso del processo quando i difensori dell’imputato cercano di ricostruire i fatti con domande che spesso posso sembrare insinuanti o aggressive, comunque dolorose, per chi deve rispondere. La ricostruzione dei fatti non è una banalità per chi deve decidere ma quelle domande gli avvocati non potranno più porle. E, sempre come pare, non sarà una questione di semplice continenza verbale con una tutela più assidua da parte del giudice: no, sarà vietato indugiare su qualsiasi dettaglio. In sostanza non si potrà più parlare di quello che è successo. E come si fa a tenere un dibattimento se non si può parlare di quello che è successo? La spiegazione, da brividi, la offre nella intervista già ricordata, il Giudice Paola Di Nicola Travaglini: “Con la nuova legge, ecco il cambiamento, sarà chiaro che saranno i denunciati a dover dare prova, come si dice volgarmente, che lei “ci stava”..” Tradotto, una violazione bella e buona dell’art. 27 della Costituzione che, prevedendo la presunzione di non colpevolezza sottintende sia a carico del Pubblico Ministero l’onere della prova: saranno invece gli imputati a dover dimostrare la loro innocenza, anziché gli inquirenti a dover dimostrare la loro colpevolezza. Sia ben chiaro ai mariti, fidanzati, amanti, compresi financo ai frequentatori di escort che saranno tutti considerati colpevoli fino a prova contraria.

  • In attesa di Giustizia: stalkerizzat*

    La duplice esperienza come professionista e vittima (sì, anche vittima) di atti persecutori hanno suggerito qualche riflessione a proposito della violenza di genere al termine di un mese di ottobre grondante sangue, nella speranza che il ragionamento non sia il pretesto per aprire in dibattito in modalità “Curva Sud”.
    La premessa è che leggi, politiche di tutela ed interpretazioni giurisprudenziali sulla “violenza di genere”, la intendono come espressione di diseguaglianze storiche tra i sessi contribuendo a mettere il focus  sulla vittima donna sebbene l’uomo – con minore frequenza, è vero – possa essere altrettanto perseguitato.

    Una recente indagine di un Centro di Ascolto segnala che nel 2024 sono stati 140 gli uomini assistiti come vittime di violenza domestica da partner donne, il 68% di questi ha subito anche violenza fisica ed un articolo pubblicato nel 2023 afferma che gli uomini costituivano in allora circa il 19% delle vittime di maltrattamenti contro familiari e conviventi: una percentuale, comunque, non irrisoria.

    Alcuni fattori contribuiscono, tuttavia, ad individuare l’uomo come vittima marginale: principalmente gli stereotipi di genere che lo vedono come carnefice piuttosto che come vittima, fors’anche per una comunicazione diversamente orientata verso quella che sembra – e, verosimilmente è – l’emergenza sociale detta “femminicidio” anche quando, per fortuna, non vi sono eventi fatali a completamento di atti violenti o persecutori.

    Un altro aspetto è legato alla carenza di risorse come i centri di ascolto dedicati agli uomini ed una maggiore difficoltà nel dimostrare la soggezione psicologica quando vittima è un uomo; tutto ciò esprime un assetto mediatico-culturale che concentra l’attenzione sulla violenza contro le donne, con il rischio che gli uomini vengano trascurati in quanto non sono “vittime tipiche”. Un orientamento che la Cassazione ha ribaltato affermando che un uomo può essere vittima di maltrattamenti da parte della moglie perché la legge tutela ugualmente tale situazione essendo neutra rispetto al genere della vittima/autore. Non ci voleva molto: basti pensare alla quotidianità di casi di separazione coniugale o divorzio in cui le aspettative (soprattutto economiche) del coniuge donna vengono supportate con modalità specifiche come minacciare di togliere i figli o chiedere una verifica della Guardia di Finanza, talvolta persino di registrare video per costruire le accuse, e Dio ci salvi dalla AI generativa… La violenza femminile – pur con modalità e contesti diversi – dunque esiste e produce danni.

    Fermo resta che l’intervento legislativo e politico – talvolta con “leggi manifesto” comprese e campagne di sensibilizzazione – si è centrato sulle donne-vittime della violenza di genere, il che è, comunque, perfettamente giustificato vista la loro maggiore vulnerabilità. Al tempo stesso, le donne che commettono violenza possono essere meno frequentemente denunciate, oppure la violenza da parte delle donne viene percepita come meno grave, o “meno tipica”, e quindi può essere meno perseguita il che alimenta la percezione di un doppio standard. Una riforma utile potrebbe essere quella di adottare politiche di tutela e prevenzione che prescindano dal genere della vittima, pur mantenendo al centro la realtà delle disuguaglianze esistenti.

    Sin qui il ragionamento del tecnico del diritto che in almeno due casi è stato vittima di atti persecutori: una volta da parte di una donna e l’altra da parte di un uomo ingiustificatamente geloso; effettivamente nel primo caso la scelta è stata quella di non denunciare ma, d’altro canto, nulla era successo che fosse più di qualche fastidiosa molestia. Nel secondo caso, dopo aver registrato un certo numero di appostamenti dello stalker, in auto, sotto casa (forse per controllare ingressi o uscite della donna “contesa”) è stato sufficiente avvicinarsi al veicolo e con un coltello da parmigiano in tasca e far saltare tutte e quattro le costose gomme della sua station wagon con lui a bordo. Non è sceso a lamentarsi né si è più visto o sentito. Qualcuno penserà che tutto ciò possa essere diseducativo ma garantisco che è stato rapidamente molto efficace.

  • Un augurio, una preghiera, una promessa

    Molti seguono le vicende legate alla salute del Papa come un importante fatto di cronaca di portata internazionale, altri perché interessati ad un eventuale nuovo conclave, troppi sperano nelle dimissioni di Francesco.

    La maggior parte delle persone, invece, segue le notizie della malattia del Papa sperando in una sua rapida guarigione, tanti gli sono vicini con una preghiera perché Francesco ha saputo toccare il cuore e la mente di chi è capace di empatia e assetato di giustizia.

    Viviamo anni molto difficili, la tecnologia sta uccidendo l’umanità, la capacità di sedare la nascita di conflitti, attraverso mediazioni e dialogo, che avevamo imparato nel secolo scorso, dopo due guerre mondiali, più che assopita sembra cancellata dall’irrefrenabile desiderio di imperialismo che è ormai comune a dittature e ad alcune democrazie.

    Non c’è molto di nuovo, la parte violenta e malvagia dell’essere umano prima o poi rispunta, il diavolo non ha le corna ma spesso si presenta con vestiti firmati, ricchezze spropositate, potere immenso, fascino persuasivo, non tutti sono capaci di resistere alle sirene del potere, alla gratificazione di essere considerati da chi è più forte.

    Il diavolo non ha le corna ma è presente nella violenza degli spacciatori di droga, nei trafficanti di esseri umani, nel bullismo, nella negazione della vita e della dignità dell’altro.

    Il male è nelle parole di coloro che, forti della loro posizione, possono scatenare guerre, o dichiarare che è colpevole chi è stato invaso e non chi ho invaso il territorio altrui.

    In questa epoca difficile, dove il mondo sembra rovesciato perché troppo spesso trionfa la verità di parte e non la realtà nella sua evidenza, la presenza di Papa Francesco è un punto di riferimento, tiene viva la speranza, fa sentire tutti coloro che si riconoscono nel proprio prossimo, anche i più deboli ed umili, che non si è soli, che comunque vale la pena di credere, di spendersi per una società di valori e di principi condivisi.

    Un augurio, una preghiera, una promessa.

  • Dichiarazione della Vicepresidente Jourová e dei Commissari Schmit e Dalli in occasione della Giornata europea della parità retributiva

    “In occasione della Giornata europea della parità retributiva 2024 ribadiamo il nostro impegno a costruire un’Europa in cui le donne e le ragazze possano prosperare e in cui il loro contributo al mercato del lavoro sia pienamente valorizzato.

    Nell’Unione europea le donne continuano a guadagnare meno degli uomini, con un divario retributivo medio di genere che per il terzo anno consecutivo si attesta nell’UE a circa il 13%. Ciò significa che, per ogni euro percepito da un uomo, la retribuzione di una donna è pari 0,87 €. Tale divario retributivo di genere si traduce in una differenza di circa un mese e mezzo di salario all’anno. Considerando questa perdita di reddito, la Giornata europea per la parità retributiva, che cade il 15 novembre, vuole indicare simbolicamente l’inizio del periodo in cui le donne nell’Unione europea cominceranno a “lavorare gratuitamente” fino al termine dell’anno. Si tratta di un evento simbolico finalizzato a migliorare la sensibilizzazione sul divario retributivo di genere”.

  • Giornata della parità retributiva: il divario nell’UE rimane al 13%

    Nell’Unione europea le donne continuano a guadagnare meno degli uomini, con un divario retributivo medio pari al 13%. Ciò significa che, per ogni euro guadagnato da un uomo, una donna riceve solo 0,87 €. La Giornata della parità retributiva, che quest’anno si è celebrata il 15 novembre, segna la data che simboleggia il numero di giorni aggiuntivi che le donne devono lavorare fino alla fine dell’anno per guadagnare quanto gli uomini nello stesso anno. Sebbene La parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, sancita dal trattato di Roma nel 1957, sia uno dei principi fondanti dell’UE, quest’anno tuttavia i progressi verso l’eliminazione del divario retributivo di genere sono in fase di stagnazione e nel corso degli anni sono stati lenti. “Ciò ci ricorda che gli stereotipi di genere continuano a colpire le donne e gli uomini in tutti gli ambiti della vita, anche sul luogo di lavoro, e che sono necessarie azioni specifiche per attuare il principio della parità retributiva”, hanno dichiarato in una nota congiunta Věra Jourová, Vicepresidente per i Valori e la trasparenza, e Helena Dalli, Commissaria per l’Uguaglianza.

    La Commissione lavora senza sosta per promuovere la parità di genere nell’UE, come dimostra l’entrata in vigore, a giugno di quest’anno, della direttiva sulla trasparenza retributiva.

  • Vil razza dannata

    Agli amanti della lirica, e non solo, è nota la frase dell’opera Il Rigoletto, dell’imperituro Giuseppe Verdi, “cortigiani vil razza dannata”.

    Siamo ovviamente ben contenti che il termine razza esca dal vocabolario quando il termine è usato per definire persone di un colore, di una religione, di un territorio o di un altro.

    Siamo certi che il legislatore saprà come affrontare il problema per gli animali, distinti in razze diverse anche se appartenenti a categorie che hanno aspetti comuni: la mucca è un mammifero come la tigre ma non vanno confuse.

    Il problema si fa più complesso quando dobbiamo riferirci a quei cortigiani citati nel Rigoletto che hanno anche oggi tanti loro simili che vivono tra noi, dalle pieghe della politica al mondo degli affari, in ogni campo della società.

    Il problema diventa poi insolubile se dobbiamo, per forza, parlare di “esseri” come Alessandro Impagnatiello che ha ucciso la fidanzata ed il suo bambino di sette mesi, e dei tanti altri, veramente troppi, che hanno trucidato, violentato, persone inermi, di coloro che, attraverso la grande criminalità, lo spaccio di droga, hanno distrutto migliaia, decine di migliaia di vite.

    Come riverirci a costoro se non con dicendo razza infame, razza dannata,” vil razza dannata”?

  • Trasparenza per colmare il divario retributivo di genere nell’UE

    Lo stesso lavoro merita parità di retribuzione: si tratta di un principio fondante dell’Unione europea. Non è possibile affrontare il problema dell’ingiustizia del divario retributivo di genere senza modificare gli squilibri strutturali della società. Per questo motivo la Commissione ha raddoppiato gli sforzi a favore della parità di genere e delle cause profonde della disuguaglianza retributiva”. E’ quanto hanno dichiarato congiuntamente Věra Jourová, Vicepresidente per i Valori e la trasparenza, e Helena Dalli, Commissaria per l’Uguaglianza in occasione della Giornata europea della parità retributiva caduta quest’anno il 15 novembre. “Ci troviamo ora nella fase finale per rendere l’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione una realtà in tutta l’UE. Abbiamo già introdotto nuovi diritti che consentono a donne e uomini di avere una scelta più ampia e di condividere meglio le responsabilità di assistenza e il lavoro. E contiamo sugli Stati membri per garantire che l’istruzione prescolastica e l’assistenza a lungo termine siano accessibili, abbordabili e di buona qualità come prerequisito per la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Dobbiamo emancipare le donne affinché possano realizzare il loro potenziale.

    Manca tuttavia un elemento importante del puzzle: la trasparenza retributiva. La trasparenza contribuisce infatti a porre fine ai pregiudizi retributivi di genere fin dall’inizio e consente ai lavoratori di far valere il loro diritto alla parità di retribuzione per lo stesso lavoro o per un lavoro di pari valore. Chiediamo al Parlamento europeo e al Consiglio – concludono Jourová e Dalli –  di adottare senza ingiustificati ritardi la nostra proposta di direttiva sulla trasparenza retributiva. Tutti ne beneficiano, quando tutti sono ugual”.

  • Gli umani ed i mostri

    Cosa differenzia un essere umano da un mostro?
    Gli esseri umani provano sentimenti i mostri no, gli umani fanno le guerre, purtroppo, ma mediamente cercano di non uccidere appositamente i civili, i mostri distruggono scuole, ospedali, abitazioni, sparano sugli inermi, non hanno remore davanti a nulla, sono mostri.
    I mostri non hanno etichette di destra o di sinistra perché sono convinti di essere loro l’assoluto, non apprendono nulla dagli errori o dalle tragedie del passato, non combattono per difendersi ma solo per conquistare e in alternativa distruggere.
    I mostri si ritengono onnipotenti e tutti gli altri appartengono a una razza inferiore da annientare o da asservire perchè i mostri non hanno un popolo ma solo schiavi sotto di loro.

    I mostri sono sempre terroristi perchè seminano il terrore per potere fiaccare ogni resistenza, col terrore cercano di impadronirsi del corpo e dell’anima e trovano sempre menti deboli che li fiancheggiano per sentirsi anch’esse forti.

    I mostri si nutrono delle paure altrui, distruggono chi prova sentimenti o comprensione, dileggiano chi parla di pace e di dialogo, annientano tutto ciò che non è funzionale al raggiungimento del loro scopo: il potere assoluto.
    La storia ci ha insegnato che periodicamente i mostri ritornano, prima o poi soccombono ma dopo aver portato morte e distruzione, soccombono senza lasciare altro che l’orrore del loro ricordo come Hitler ieri, come Putin oggi.

    Annientare I mostri non è l’unico obiettivo :gli esseri  umani, le società civili, dovrebbero cominciare a pensare seriamente come si può evitare che risorgano o come si possano, si debba, stroncarli sul nascere.

    Per combattere i mostri scesi in guerra occorrono le armi, e dopo averli resi inoffensivi, per impedire che altri mostri ritornino, occorre che sia resa sempre più forte,sempre più condivisa, partendo dalle nuove generazioni, la culture della libertà, della conoscenza del passato, della giustizia, della democrazia.

  • Transgender ideology e Self Id

    Transgender ideology e “Self Id”, in italiano “ideologia dell’auto-identità” o meglio, nell’uso corrente, ideologia dell’identità di genere, un’ideologia già molto diffusa nei paesi anglofoni e ancora poco, ma sempre più presente anche nel nostro Paese.

    Nei succitati paesi sono ormai state promulgate leggi a difesa di questo concetto, a difesa cioè del diritto di decidere della propria identità di genere, a prescindere dalla realtà biologica.

    L’ideologia dell’identità di genere parte dal presupposto che l’uomo e la donna siano due identità e non due realtà biologiche. Mentre per le altre specie si continua a parlare di leone e leonessa, di gallo e gallina etc., non si ritiene che “uomo” e “donna” si riferiscano rispettivamente al maschio e alla femmina adulti della specie umana, bensì che si tratti della percezione di appartenenza all’uno o all’altro sesso, indipendentemente dalla realtà biologica. Se dunque un uomo si veste da donna, ama truccarsi e “si percepisce” come donna andrà considerato come tale (e viceversa). Tutto ciò ha portato ad un epidemico aumento delle richieste di “transizione” da parte di ragazzine in età preadolescenziale. Il messaggio è chiaro: se non ti piacciono i trucchi, se non ti interessano le bambole e ti piace giocare a calcio, non puoi essere una ragazza (!). “Sei nata in un corpo sbagliato” e le “gender clinic” ti aiuteranno con mastectomie (in alcuni stati avvenute anche a 13 anni) e testosterone di sintesi. Peccato che – andrebbe forse ricordato – non siamo cernie, pesci marini che possono cambiare sesso, e l’unica cosa certa che questi interventi ormonali e chirurgici hanno creato è innanzi tutto un enorme giro di affari.

    Diretta conseguenza di questa ideologia è che per esempio nello sport aumenta il numero di uomini che “si identificano in donne” e che pertanto potranno partecipare alle competizioni sportive nella categoria femminile. Un caso che recentemente ha fatto molto discutere è quello del nuotatore “Lia Thomas”, il cui vero nome è Will Thomas. Questo sportivo ha in sostanza trovato il modo di passare dall’essere un atleta mediocre (quando gareggiava con altri uomini) a diventare una “campionessa”, appunto da quando si identifica in Lia e può pertanto gareggiare con le donne.

    Leggiamo infatti in un sito femminista e sicuramente non conservatore: “USA: il caso “Lia” Thomas, IL nuotatrice ruba-trofei. Will Thomas ha trovato il modo di battere ogni record: chiamarsi Lia e sbaragliare le avversarie, passando dal 462° posto nello stile libero maschile al primo in quello femminile” (https://feministpost.it/magazine/primo-piano/usa-il-caso-lia-thomas-la-nuotatore-ruba-trofei/). Non si tratta di un caso unico, ma di uno dei tanti sportivi che, in nome del Self ID, riesce a primeggiare tra le donne, lasciandosi alle spalle un passato di mediocrità. Va da sé che le atlete che osano ribellarsi vengano tacciate di transfobia.

    Se non è bello perdere la competizione perché superati dal nuotatore Lia, è ancora più grave rischiare di subire violenza a causa della stessa ideologia. Bagni pubblici, spogliatoi, centri accoglienza per donne vittime di violenza maschile dei paesi in cui già sono in vigore le leggi a difesa di questo diritto di auto-identità sono invasi da uomini che si identificano in donne. Recentemente in California un pedofilo, che stuprò nel 2014 una bambina di dieci anni in un bagno pubblico, è stato condannato e incarcerato in una prigione femminile minorile, perché così si sente James Tubbs, ormai Hannah.

    Foxnews riporta “Un giudice della contea di Los Angeles giovedì ha condannato Hannah Tubbs, una donna transgender californiana, a scontare due anni in una struttura giovanile dopo essersi dichiarata colpevole di aver aggredito sessualmente una bambina di 10 anni nel 2014”. Tubbs ha ora 26 anni, mentre al momento delle molestie stava per compierne 18. Allora e fino al momento dell’arresto si sentiva uomo, solo dopo si è percepito come Hannah (https://www.foxnews.com/us/transgender-ca-woman-molesting-sentenced).

    Dai documenti da noi visionati sembrerebbe, ma approfondiremo ulteriormente, che questa ideologia più che tutelare discrimini senza ritegno.

  • La pandemia rallenta il percorso verso la parità di genere

    Lo shock pandemico, con il duro colpo inflitto alla partecipazione femminile al lavoro, allontana di ulteriori 36 anni il momento in cui il mondo dovrebbe vedere l’uguaglianza di genere: “nonostante si stiano creando condizioni di parità in termini di educazione e condizioni sanitarie, le donne non hanno le stesse opportunità, fronteggiano ostacoli economici, un peggioramento della partecipazione politica e difficoltà nel mantenere il posto di lavoro”.

    A tracciare il bilancio della situazione globale delle disparità di genere è il World Economic Forum nel suo Gender Gap Report, che come ogni anno fa il conto, sulla base delle condizioni attuali, degli anni che in prospettiva ci vorranno per arrivare alla parità. Un bilancio nettamente peggiorato nell’anno segnato dal Covid, che ha colpito l’occupazione, inasprito le disparità familiari con incombenze mediamente ricadute soprattutto sulle madri, falcidiato opportunità per le ragazze: dai 99,5 calcolati nella precedente edizione, ora ce ne vogliono 135,6. “La pandemia ha fortemente l’eguaglianza di genere, sia nel posto di lavoro che a casa, riportando indietro le lancette dopo anni di progressi”; spiega Saadia Zahidi, Managing Director del World Economic Forum.

    In testa alla classifica della parità di genere si mantengono i Paesi nordeuropei, a partire da Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia, quest’ultima preceduta dalla Nuova Zelanda e seguita dalla Namibia. Gli Usa sono solo 30esimi. Pur con tutte le difficoltà vissute dalle donne in Italia, nient’affatto immuni al trend globale che le ha viste pagare il prezzo più salato dell’impatto socio-economico della pandemia insieme ai giovani, la Penisola segna un miglioramento degli indicatori calcolati dall’organizzazione di Ginevra. La posizione dell’Italia migliora infatti di 14 posizioni, al 62esimo posto su 156 economie prese in considerazione: nel 2020 era 76esima: va meglio, ma resta distanza dalle vicine Germania (11esima) e Francia (16esima). E’ al 41esimo posto nella scala dell’emancipazione politica femminile, 33esima quanto a numero di donne con posizioni ministeriali.  Più indietro, tuttavia, al 55esimo posto sul fronte dell’educazione, con strada da fare in particolare nella partecipazione femminile ai corsi di studio con più futuro: come le materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) da dove provengono solo il 15,7% delle laureate, quasi la metà rispetto ai maschi (33,9%). E ancora, parità di genere lontana nel lavoro part time (49,9% delle donne, contro il 21,4% degli uomini) e nei redditi: la media femminile è del 42,8% più bassa rispetto agli uomini, e persino quando svolgono mansioni simili, le donne soffrono ancora un gap di ben il 46,7% rispetto agli stipendi degli uomini.

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