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  • Meno vendite in Cina e Volkswagen pensa a 50mila licenziamenti in tutto il mondo

    Il consiglio di sorveglianza del gruppo automobilistico tedesco Volkswagen ha approvato la scorsa settimana, dopo mesi di dispute, il piano di ristrutturazione proposto dal consiglio di amministrazione. Il piano prevede l’eliminazione di 50 mila posti di lavoro in tutto il mondo e la riduzione degli investimenti a 135 miliardi di euro (rispetto ai circa 160 del piano originario) tra il 2027 e il 2031. La crisi di Volkswagen parte dalla Cina, per anni il mercato più redditizio del gruppo. Prima della crisi l’azienda tedesca realizzava lì circa il 40 per cento dei propri ricavi. Negli ultimi anni, però, lo scenario si è ribaltato: Volkswagen, per anni primo costruttore nel Paese, è stata superata dal rivale locale Byd nel 2023 ed è scivolata al terzo posto nel 2025, mentre la quota complessiva dei produttori non cinesi sul mercato elettrico è crollata dal 57 per cento del 2020 al 32 per cento del 2025.

    Le consegne di Volkswagen in Cina si sono attestate a 971mila veicoli nel primo semestre, in calo del 26,1 per cento su base annua e ai minimi da 16 anni. In un comunicato diffuso lo scorso luglio, il gruppo automobilistico ha attribuito tali risultati al rallentamento del mercato cinese e alla crescente concorrenza dei produttori locali di veicoli elettrici. “La situazione in Cina rimane difficile e non siamo riusciti a sottrarci a un calo complessivo del mercato di circa il 20 per cento”, ha spiegato Marco Schubert, membro del comitato esecutivo allargato responsabile delle vendite. La flessione nel Paese asiatico – compensata solo in parte dalla crescita dell’8 per cento in Sudamerica e del 3 per cento nell’Europa occidentale – ha contribuito al calo del 6 per cento delle consegne globali del gruppo, scese a 4,13 milioni di veicoli nel periodo. Ad oggi, è soprattutto nel segmento della mobilità elettrica che Volkswagen punta a colmare il divario con i concorrenti cinesi. Così come riferito lo scorso luglio, l’azienda punta a lanciare oltre 20 nuovi modelli sul mercato cinese nel 2026, mentre entro il 2030 prevede di offrirne più di 30 completamente elettrici di tutti i suoi marchi.

    La causa di fondo è tecnologica più che congiunturale: i marchi cinesi come Byd e Geely offrono modelli elettrici più avanzati e più economici, sviluppati in tempi molto più rapidi rispetto a quelli occidentali, e stanno ora replicando lo stesso schema competitivo anche in Europa, il mercato “di casa” di Volkswagen. L’industria automobilistica cinese, alle prese con una concorrenza sempre più serrata nel mercato interno e con una guerra dei prezzi che comprime margini e profitti, accelera infatti l’espansione all’estero. La sovraccapacità produttiva, il calo della popolazione in età lavorativa — destinata a passare da 0,9 miliardi nel 2025 a 0,8 miliardi entro il 2040, secondo Euromonitor — e la crescente diffusione dei servizi di mobilità condivisa hanno reso infatti l’internazionalizzazione una necessità strategica per costruttori come Byd, Saic, Geely e Leapmotor. Secondo la società di analisi di mercato con sede a Londra, nel 2025 operavano in Cina 129 marchi automobilistici, in calo per la prima volta dal picco di 132 raggiunto nel 2023 e nel 2024. La produzione, tuttavia, ha continuato a crescere, raggiungendo 34,5 milioni di veicoli, il 10,5 per cento in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo, utili e fatturato sono diminuiti rispettivamente del 2,6 e dell’8 per cento, a causa dell’impennata dei costi associati a strategie commerciali sempre più aggressive.

    Come evidenziato da un’indagine del gruppo di servizi finanziari Hsbc, la tendenza alla sovraccapacità è destinata a proseguire nel secondo semestre del 2026, con il lancio previsto sul mercato di 156 nuovi modelli, di cui il 90 per cento elettrici. Secondo gli analisti interpellati dal quotidiano “South China Morning Post”, modelli altamente innovativi potrebbero debuttare con un prezzo di circa 12.700 euro nel corso dell’anno, accompagnati da una nuova ondata di promozioni destinate a penalizzare i piccoli produttori, meno capaci di sostenere gli investimenti necessari per tenere il passo sul fronte tecnologico. Il risultato è un processo di selezione sempre più duro. Secondo la società di consulenza statunitense AlixPartners, soltanto 15 dei 129 marchi che oggi vendono veicoli elettrici e ibridi plug-in in Cina saranno finanziariamente sostenibili entro il 2030. Questi gruppi dovrebbero vendere in media 1,02 milioni di veicoli all’anno e arrivare a controllare complessivamente il 75 per cento del mercato entro i prossimi quattro anni.

    Ciononostante, l’estromissione dal mercato dei piccoli produttori potrebbe essere rallentata dall’intervento delle amministrazioni locali. Come osservato da Stephen Dyer, responsabile della divisione automotive di AlixPartners in Asia, queste potrebbero infatti continuare a sostenere anche i marchi non redditizi, considerandoli strategici per l’occupazione, le economie locali e le catene di approvvigionamento. A perdere terreno sono soprattutto i produttori stranieri, penalizzati da una lenta transizione all’elettrificazione: a maggio – secondo i dati dell’Associazione cinese dei produttori di automobili – Volkswagen, Toyota e gli altri costruttori internazionali detenevano complessivamente appena il 31,3 per cento del mercato cinese, contro il 39,8 per cento del primo trimestre.

    La crescita dell’industria a scapito della sovraccapacità, del calo della domanda e della guerra dei prezzi è stata finora favorita dal governo cinese attraverso un controverso programma di sostegno pubblico al settore, finito al centro di un’inchiesta conclusa dalla Commissione europea a ottobre 2024. Bruxelles ha definito una “minaccia” i sussidi, i prestiti a basso costo e i terreni concessi da Pechino ai suoi produttori, assieme alla fornitura di batterie a prezzi inferiori a quelli di mercato, incentivi diretti all’acquisto di veicoli elettrici e condizioni di finanziamento favorevoli legate, tra l’altro, alle valutazioni creditizie assegnate ai principali gruppi del settore.

    Tra i beneficiari figura Byd. Secondo le stime della Commissione europea, nel 2024 i sussidi ricevuti dal gruppo equivalevano al 15,1 per cento, contro il 19,7 per cento di Geely e il 34,4 per cento di Saic. Proprio i tre gruppi sono finiti al centro di un contenzioso con Bruxelles davanti al Tribunale generale dell’Unione europea lo scorso anno, quando hanno contestato i dazi compensativi del 35,3 per cento (Saic), del 17 per cento (Byd) e del 18,8 per cento (Geely) applicati dalla Commissione ai loro prodotti, in aggiunta ad un dazio ordinario del 10 per cento. La forte tendenza all’internazionalizzazione delle imprese è confermata dagli ultimi dati pubblicati dall’Associazione cinese delle autovetture, secondo cui le vendite in Cina sono diminuite di un quinto lo scorso luglio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, arrivando a 1,47 milioni di veicoli e segnando il decimo mese consecutivo di calo. Parallelamente, le esportazioni sono aumentate dell’88 per cento, raggiungendo 923 mila veicoli.

    Secondo la società di consulenza tedesca Schmidt Automotive Research, tra gennaio e maggio, i marchi cinesi hanno venduto 171.800 veicoli solo in Europa occidentale, aumentando del 5 per cento la propria quota di mercato rispetto allo stesso periodo del 2025. Il Regno Unito ha assorbito un quarto delle vendite cinesi di veicoli elettrici a batteria, mentre l’Italia ha contribuito per circa un quinto del totale. Il dato italiano è tuttavia considerato “anomalo” da Schmidt, soprattutto per effetto delle vendite di Leapmotor. Il costruttore ha esportato migliaia di esemplari del modello a basso costo T03 sfruttando gli incentivi statali che, in una determinata fase, hanno portato il prezzo dell’auto a circa 5.000 euro, molto al di sotto di quello dei modelli più economici della concorrenza. La crescente presenza della Cina all’estero rappresenta una sfida particolare anche per il Giappone, superato nel 2023 dalla Cina come principale esportatore mondiale di veicoli.

    La tendenza dell’espansione all’estero ha iniziato a preoccupare le stesse autorità cinesi, timorose che una competizione basata su prezzi eccessivamente aggressivi possa danneggiare la reputazione dei marchi nazionali e alimentare nuove tensioni commerciali. Il primo settembre gli organismi di regolamentazione hanno infatti pubblicato linee guida per promuovere una distribuzione più “razionale” e “ordinata” della capacità produttiva automobilistica cinese all’estero, chiedendo ai costruttori di rispettare le norme sugli investimenti e sulle attività commerciali oltreconfine e rafforzando i controlli su antitrust, anticorruzione e responsabilità sociale. Le linee guida invitano le aziende a fissare i prezzi sulla base dei costi e delle condizioni di mercato, evitando pratiche suscettibili di creare vantaggi competitivi sleali o variazioni frequenti ed eccessive dei prezzi che possano danneggiare i consumatori o l’immagine dei marchi. I costruttori dovranno inoltre garantire informazioni veritiere nelle attività di marketing ed evitare pubblicità ingannevoli.

  • L’intelligenza artificiale si addestra su libri antichi, che rischiano di finire distrutti

    Nell’estate in cui tutti riscoprono l’Odissea, grazie al film di Christopher Nolan, anche l’intelligenza artificiale si sta facendo una cultura. Secondo il quotidiano 404 media Amazon starebbe infatti scansionando libri antichi, salvo distruggerli anche a dispetto del pregio e della rarità del libro stesso. Il quotidiano ha inviato all’azienda un libro raro su cui era stato posizionato un dispositivo di localizzazione e una volta giunto in un magazzino di Amazon a Las Vegas, in Nevada, il dispositivo sarebbe stato distrutto (i dipendenti del magazzino dicono che tagliano le rilegature dei libri per velocizzarne la scansione).

    «Amazon acquista libri tramite canali commerciali per contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei prodotti e dei servizi utilizzati dai nostri clienti», ha risposto un portavoce di Amazon a 404 Media.

    Una prassi simile era già affiorata in una causa di alcuni autori ad Anthropic, dalla quale era emerso il “Project Panama”, che consisteva nell’acquisto dei volumi, nel taglio del dorso e nella scansione delle pagine. Secondo le prime sentenze americane, la pratica sarebbe legale, perché porta semplicemente la trasformazione del formato del libro e non violerebbe le leggi sul diritto d’autore.

    A 404 media un libraio ha detto: «il fatto che i dipendenti scansionino i codici a barre o gli ISBN dei libri – un numero di serie univoco assegnato a ogni libro pubblicato – prima di scansionarne il contenuto, avvalora ulteriormente un’altra teoria avanzata dai librai: le aziende di intelligenza artificiale starebbero cercando di scansionare metodicamente ogni libro stampato al mondo, analizzando l’elenco degli ISBN. Un libraio mi ha confidato di sospettare questa ipotesi perché i grandi ordini che riceveva non includevano mai libri rari privi di ISBN».

  • Vendite di veicoli industriali in crescita nella prima metà dell’anno

    A giugno le immatricolazioni di veicoli industriali si attestano a 2.716 unità, in crescita del 6,5% rispetto alle 2.551 registrate nello stesso mese del 2025. Il risultato riflette andamenti differenziati tra i segmenti: il comparto dei pesanti oltre le 16 tonnellate resta stabile, con l’incremento dei trattori stradali (+6,2%) compensato dalla flessione dei carri (-8,7%). Nelle altre fasce di peso, i veicoli da 3,51 a 6 tonnellate registrano un calo del 13,0%, mentre i mezzi tra 6,01 e 15,99 t segnano un deciso incremento del 92,3%. Il primo semestre si chiude così con 15.065 immatricolazioni complessive, in aumento del 4% rispetto alle 14.485 unità dei primi sei mesi del 2025.

    «Il mercato si conferma in territorio positivo anche a giugno, sebbene i comparti dei carri pesanti e dei veicoli leggeri sotto le 6 tonnellate continuino a evidenziare segnali di debolezza. Ad ogni modo, il ritmo di rinnovo del parco circolante resta ancora gravemente insufficiente, con un’età media dei truck in Italia pari a 14,5 anni e oltre il 43% dei veicoli ante Euro IV”, commenta Giovanni Dattoli, presidente della Sezione Veicoli Industriali di UNRAE. «In questo contesto, – aggiunge Dattoli – il Fondo pluriennale per l’autotrasporto, le cui risorse sono state stanziate già lo scorso ottobre, è ancora in attesa del Decreto attuativo necessario a renderlo operativo. Ne sollecitiamo una rapida adozione, per scongiurare una battuta d’arresto degli investimenti nel secondo semestre dell’anno. Per favorire in modo più incisivo il rinnovo dei mezzi pesanti, sarebbe inoltre opportuno riservare una quota specifica ai veicoli a zero emissioni di massa superiore alle 16 tonnellate».

    Sul fronte degli incentivi, le PMI di autotrasporto in conto proprio e in conto terzi potranno beneficiare dei contributi previsti dal DPCM 10 giugno 2026 per l’acquisto di veicoli N2 fino a 7,2 t, modulati in funzione della massa e dell’alimentazione del mezzo, tradizionale o a zero emissioni. La prenotazione degli ecobonus avverrà tramite la Piattaforma Invitalia, non ancora resa operativa. Quanto agli aiuti al settore, dopo il ritorno delle accise alle aliquote ordinarie in vigore prima della fase emergenziale, le imprese di autotrasporto potranno contare su un credito d’imposta da 300 milioni di euro a compensazione dei maggiori costi sostenuti tra marzo e giugno 2026. Anche per questa misura, tuttavia, resta da adottare il relativo Decreto attuativo del MIT.

  • L’intelligenza artificiale fa la spesa per noi e anche le vending machines si adeguano

    Paolo Luino, general manager EMEA di Kitsune e tra i più autorevoli esperti internazionali di digital strategy, segnala che sempre più gli acquisti per i consumi individuali vengono svolti dall’intelligenza artificiale. Il cambiamento, segnala, è già visibile nelle piattaforme che milioni di persone utilizzano ogni giorno, gli strumenti di intelligenza artificiale non si limitano più a rispondere a una domanda: iniziano a compiere azioni. Un utente può chiedere un consiglio su un prodotto, delegare il confronto tra alternative, ottenere una selezione basata su criteri precisi e, in alcuni casi, arrivare fino alla scelta finale senza mai aprire un sito.

    «L’utente esprime un bisogno in linguaggio naturale -spiega Luino- e l’agente fa tutto il resto: analizza il web, confronta offerte, verifica disponibilità, incrocia recensioni e restituisce una decisione già filtrata. Il cliente interviene alla fine, quando il processo è già stato compiuto».

    È questo il punto di rottura. Nei passaggi precedenti -dal desktop al mobile- cambiava lo strumento, ma restava centrale il comportamento umano. Oggi, invece, cambia il decisore. «È il primo passaggio in cui la scelta non viene costruita da una persona, ma da un sistema che legge dati, li interpreta e li mette a confronto in pochi secondi».

    Il risultato è che il sito aziendale smette di essere una destinazione e diventa una fonte interrogata. Spesso senza essere mai visitata. E in questo nuovo contesto, tutto ciò che è stato progettato per attrarre, coinvolgere o persuadere un utente umano perde gran parte della sua efficacia.

    «Un agente non si lascia convincere -osserva Luino-. Non guarda il design, non legge headline emozionali, non si ferma sullo storytelling. Cerca informazioni. E le vuole trovare subito, in forma chiara, strutturata, confrontabile». Da qui nasce la necessità di ripensare completamente l’architettura del sito. Non più come una vetrina, ma come un sistema informativo interrogabile. E per farlo, Luino indica cinque interventi concreti, immediatamente applicabili.

    Il primo riguarda i dati: tutto ciò che l’azienda offre deve essere espresso in forma strutturata, leggibile da una macchina. Schema markup, informazioni organizzate, contenuti chiari e senza ambiguità. «Se i dati non sono strutturati, per un agente è come se non esistessero».

    Il secondo è la chiarezza: ogni pagina deve rispondere senza esitazioni a poche domande essenziali: cosa offri, a chi, a quale prezzo, con quali modalità. Senza passaggi impliciti, senza storytelling dispersivo. «Un agente è velocissimo, ma non ha pazienza: se non trova subito la risposta, passa oltre».

    Il terzo è l’interrogabilità tecnica: disponibilità di prodotto, condizioni, tempi, specifiche devono essere accessibili e verificabili. Feed aggiornati, sistemi interrogabili, informazioni in tempo reale. «Il passaggio è da azienda che si fa leggere ad azienda che si fa interrogare».

    Il quarto è la reputazione distribuita: l’agente non si limita al sito, ma incrocia segnali esterni. Recensioni, citazioni, menzioni su fonti autorevoli diventano determinanti per essere considerati affidabili. «Se il web non parla di te, l’AI non si fida».

    Il quinto è la freschezza delle informazioni: contenuti aggiornati, dati recenti, segnali temporali chiari. Gli agenti premiano ciò che è verificabile nel tempo. «Un contenuto non aggiornato è un contenuto che perde valore agli occhi dell’AI».

    A questi elementi si aggiunge un fattore strategico: la coerenza. Più un’azienda è chiara nel definire il proprio ambito, più viene riconosciuta come riferimento in quella categoria. Gli agenti apprendono per associazione, e quando quell’associazione si consolida, entra in gioco un meccanismo cumulativo che rafforza nel tempo le stesse scelte. «È un volano -spiega Luino-. Più vieni selezionato, più diventi la scelta naturale. E più diventi la scelta naturale, più continui a essere selezionato».

    Negli ultimi mesi Luino aveva sintetizzato il cambiamento in una formula chiara: la sfida non è più farsi trovare, ma diventare la fonte. Oggi, quel passaggio si evolve ulteriormente. «Non basta più essere citati: bisogna essere scelti -conclude-. Perché molto presto non saranno più le persone a visitare i siti e a confrontare offerte. Saranno gli agenti AI a farlo per loro. E a quel punto, o sei dentro il loro processo decisionale, oppure sei fuori dal mercato».

    Per le imprese, il tempo per adattarsi è limitato. Non si tratta di introdurre nuovi strumenti, ma di ripensare ciò che già esiste perché sia comprensibile, interrogabile e affidabile anche per un sistema automatico.

    «Chi continua a progettare il sito per un utente umano sta lavorando per un mondo che sta scomparendo. Il nuovo obiettivo non è essere visitati, ma essere selezionati».

    Anche sul fronte della vendita l’intelligenza artificiale si fa largo, a partire dalla distribuzione automatica: pagamenti cashless, interfacce touchscreen, macchine perennemente connesse e, sempre più, soluzioni di intelligenza artificiale stanno trasformando profondamente il vending: da semplici erogatori di prodotti a veri e propri punti vendita intelligenti, digitali e data-driven. È quanto emerge da una ricerca realizzata da JAKALA per Confida presentata in occasione di Venditalia 2026, la principale fiera internazionale del settore del vending alla Fiera di Rimini.

    Quasi il 90% degli operatori dichiara infatti di voler introdurre o integrare soluzioni di intelligenza artificiale entro i prossimi cinque anni. Le applicazioni più strategiche riguardano la riduzione degli out-of-stock (82%), la personalizzazione dell’offerta (82%), la previsione della domanda (73%) e la manutenzione predittiva (58%). Un’evoluzione che porterà l’AI a diventare uno dei principali motori di trasformazione del vending, migliorando efficienza operativa, qualità del servizio ed esperienza del consumatore finale.

    «La fotografia è di un settore che ha ormai imboccato una direzione chiara», commenta il Presidente di Confida Massimo Trapletti. «La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale rappresentano un’opportunità concreta per rafforzare la competitività del vending e consolidarne il ruolo come canale moderno di retail di prossimità. Tra l’altro, i fabbricanti italiani di vending machine sono leader a livello internazionale ed esportano la loro tecnologia Made in Italy in tutto il mondo”.

    La diffusione dell’AI si inserisce in un contesto di digitalizzazione già avanzata. Oggi il 60% dei gestori utilizza sistemi digitali per la gestione e il monitoraggio delle vending machine, mentre un ulteriore 13% ne sta valutando l’implementazione. Anche l’evoluzione dell’interfaccia e dei pagamenti è ormai matura: oltre il 70% degli operatori ha già installato macchine dotate di touchscreen e i pagamenti digitali – tramite app, mobile e contactless – sono ampiamente diffusi, ben il 38% delle macchine ne è dotato. In particolare, il valore delle transazioni via app è cresciuto del 33,8% rispetto al 2024. È proprio questa infrastruttura tecnologica – fatta di connettività, dati e interazione digitale – a rendere possibile l’adozione efficace dell’intelligenza artificiale, trasformando i dati raccolti in insight operativi per ottimizzare rifornimenti, manutenzione ed esperienza utente.

    In questo scenario si colloca anche SmartLink, il nuovo protocollo di comunicazione per le vending machine presentato ufficialmente a Venditalia. SmartLink rappresenta un tassello chiave della transizione digitale del settore, abilitando un’infrastruttura più efficiente, connessa e pronta per il futuro, in linea con un vending sempre più connesso e orientato ai dati.

    Il contesto è favorevole anche a livello macro. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato dell’AI in Italia ha raggiunto nel 2025 un valore di 1,8 miliardi di euro, con una crescita annua di circa +50%. A trainare l’accelerazione è in particolare la “generative AI”, che oggi rappresenta quasi la metà del valore complessivo del mercato (46%). Una dinamica che segna il passaggio dalla sperimentazione all’implementazione concreta nei processi aziendali e che apre nuove opportunità anche per settori tradizionali come il vending, sempre più chiamati a integrare l’intelligenza artificiale per efficienza operativa, personalizzazione e nuovi modelli di servizio.

  • Ampio turnover tra le aziende di e-commerce italiane

    In Italia l’e-commerce si conferma un comparto vitale ma sempre più selettivo: nel 2026 sono entrate nel panorama digitale 21.717 nuove aziende (di cui quasi 12.000 società di capitale le nuove società di capitale), ma nello stesso periodo 23.211 realtà attive nel 2025 non sono più presenti. L’analisi fotografa un totale di 87.000 aziende italiane attive nell’e-commerce, registrando un calo del 4,4% rispetto al 2025, secondo i dati dell’Osservatorio sui siti e-commerce italiani realizzato da Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale in Italia, in collaborazione con Cribis – società del Gruppo CRIF che fornisce informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese. Di queste, oltre il 90% sono micro e piccole imprese. I settori più inclini alla digitalizzazione, ovvero con la maggiore incidenza di e-commerce rispetto al totale delle aziende del proprio comparto, sono la Cosmetica (35,3%), l’Industria dei Giocattoli (33,5%) e l’Editoria (24,7%).

    Queste alcune delle evidenze presentate nel corso della XXI edizione di Netcomm Forum, l’evento di riferimento dell’e-commerce e Digital Retail, intitolato “Value Commerce – The New Era of Digital & Omnichannel Experience”, e realizzato con il supporto tecnico di TIG – The Innovation Group, il 6 e 7 maggio 2026 presso l’Allianz MiCo di Milano.

    “I dati dell’Osservatorio Netcomm in collaborazione con Cribis evidenziano un passaggio chiave: l’e-commerce italiano entra in una fase di maturità selettiva, in cui non conta più solo la crescita del numero di operatori, ma la sostenibilità dei modelli di business”, commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Il saldo negativo di circa 4.000 società di capitale e la contrazione nei numeri registrata rispetto al 2025 mostrano chiaramente che il mercato sta evolvendo verso modelli di business più complessi e paradigmi differenti.  Oggi non basta essere online: è necessario sviluppare competenze, efficienza operativa e capacità di investimento per competere in un contesto sempre più complesso, dove il valore si costruisce nel tempo attraverso relazione, fiducia e integrazione tra canali.”

    Marco Preti, amministratore delegato di Cribis riceve che “i dati dell’Osservatorio evidenziano la straordinaria vitalità delle micro e piccole imprese italiane che, in uno scenario in costante evoluzione, rappresentano il 90% del totale di aziende che sono oggi dotate di un e-commerce. A livello settoriale, è il manifatturiero a mostrare i trend di crescita più interessanti e, nello specifico, i comparti dell’arredamento, della cosmetica e dei giocattoli. Ma i dati mostrano anche un mercato sempre più competitivo e polarizzato, con un calo nel numero complessivo di quelle che hanno un canale di vendita online rispetto allo scorso anno. Per restare sul mercato, e cogliere le opportunità offerte dagli spazi virtuali, è dunque necessario rafforzare ulteriormente gli investimenti in persone e tecnologie ed ottimizzare l’attività di tutta la rete di vendita. Sia quella digitale che, dove presente, quella fisica.

    Il forte turnover del mercato – 21.717 nuovi ingressi a fronte di 23.211 uscite – è un segnale di evoluzione. Le società di capitale con e-commerce sono 47.000, pari al 54% del totale, ma generano il 96,1% del fatturato complessivo: un dato che evidenzia come il mercato si stia progressivamente concentrando attorno a operatori più strutturati e capaci di sostenere modelli di business digitali nel lungo periodo.

    Sul piano dimensionale, il riassestamento è significativo: le micro imprese crescono del 37,7%, mentre le grandi registrano un calo del 14,3%. L’e-commerce italiano si conferma così un ecosistema capillare e frammentato, con il 68,4% del tessuto composto da micro imprese e il 23% da piccole.

    A livello settoriale, il mercato mostra dinamiche opposte. Crescono i comparti dell’Arredamento (+6,5%), della Cosmetica (+5,9%) e dei Giocattoli (+4,5%), mentre registrano cali marcati il Turismo (-29,7%), il Ticketing (-21,2%) e l’Editoria (-11,9%). Fashion e Food & Beverage restano i settori più rappresentati in valore assoluto, rispettivamente con 5.728 e 4.712 Società di Capitale attive nell’e-commerce.

    In un confronto europeo, in Italia il numero di aziende con e-commerce e la percentuale sul totale aziende (1,3%, che sale a 2,6% per le società di capitali) è simile alla Germania – che conta 89.000 aziende con e-commerce – ma inferiori ai paesi best player (2,1% in Svizzera).

    La riduzione del numero di imprese è sintomatica di uno spostamento del mercato verso paradigmi più sostenibili e competitivi. Le aziende attive mostrano infatti una solidità finanziaria superiore: nel 2024, il 77,7% delle società di capitale con e-commerce ha registrato un utile di esercizio, contro il 74,2% della media delle società di capitale. L’analisi evidenzia inoltre una rischiosità commerciale inferiore: solo il 17,2% delle società di capitale con e-commerce presenta una rischiosità elevata, a fronte del 30,1% registrato mediamente dalle società di capitale italiane che non vendono online.

    Dall’Osservatorio emerge inoltre una progressiva crescita della Digital Attitude tra le imprese italiane: nel 2026, il 24,5% delle aziende registra un livello medio-alto di maturità digitale, in aumento rispetto al 22,7% del 2025.

    Il dato più eclatante emerge però dal confronto tra modelli di business: il 63,9% delle società di capitale con e-commerce raggiunge un livello di Digital Attitude elevato, contro appena il 7% delle società di capitale che non operano online: un divario che conferma come la presenza nel commercio digitale sia ormai un indicatore strutturale di innovazione e solidità aziendale.

    Anche sul fronte dell’innovazione, il livello si attesta su standard medio-alti, con un picco nel settore dell’elettronica, dove il 47,8% delle imprese mostra una spiccata propensione tecnologica. Tuttavia, la sfida resta aperta sul fronte dell’internazionalizzazione: il 55% del campione totale presenta ancora un livello di proiezione estera basso o Medio-Basso. In questo scenario, l’Elettronica si conferma ancora una volta il comparto più dinamico e orientato ai mercati globali, vantando un tasso di internazionalizzazione alto nel 55,3% dei casi.

    In Italia, il 2,6% del totale delle società di capitali ha implementato un canale e-commerce, con una distribuzione geografica che vede in testa il Sud (31,5%), seguito dal Nord-Ovest (25,8%) e dal Centro (23,2%). A livello provinciale, i principali hub del commercio digitale si confermano Milano (9,4%), Roma (9,3%) e Napoli (6,7%). Sotto il profilo dimensionale, il tessuto è composto prevalentemente da Micro imprese (68,4%) e Piccole (23%). L’anzianità aziendale si attesta tra i 6 e i 25 anni: rispetto al 2025 si osserva un innalzamento dell’età media, segnale di una consolidata maturità del comparto e di una stabilizzazione delle imprese che operano nel digitale.

    Sul fronte della comunicazione, i social media sono ormai un elemento imprescindibile: l’83,4% delle aziende con e-commerce è presente su almeno una piattaforma, in crescita rispetto all’82,7% dell’anno precedente. Sebbene Facebook resti tra i più utilizzati (pur perdendo circa 2 punti percentuali), si registra il boom di Instagram, che passa dal 69,6% al 73,8%. L’Osservatorio evidenzia infine una forte specializzazione strategica: YouTube è il canale privilegiato per l’Elettronica, Pinterest domina nell’Arredamento e X si conferma il punto di riferimento per l’Editoria.

    L’analisi delle Società di Capitale con e-commerce rivela un mercato ancora fortemente focalizzato sull’ambito nazionale: il 76,6% delle aziende offre infatti un sito in un’unica lingua, mentre solo il 16% prevede la possibilità di scelta tra due lingue.

    Emerge dai dati una progressiva diversificazione degli strumenti di pagamento, segnale di una crescente attenzione verso la customer experience. La maggioranza delle imprese (79,1%) offre oggi più di un metodo di pagamento, mentre solo il 20,8% del campione rimane ancorato a un’unica opzione. PayPal si conferma lo strumento più diffuso sia per le aziende con metodo unico sia per quelle con opzioni multiple, seguito da Un dato di rilievo riguarda l’ascesa delle soluzioni Buy Now Pay Later: nelle configurazioni con oltre 4 metodi di pagamento si segnala la forte crescita di Klarna. Analizzando la dimensione aziendale, PayPal domina tra le Micro e Piccole imprese, mentre le Grandi aziende puntano maggiormente su Carta di credito/debito e Pagamento alla consegna. Klarna trova la sua maggiore diffusione proprio tra le Micro imprese, a conferma di una forte spinta all’innovazione anche nei piccoli operatori.

    Su un totale di 87.000 realtà che hanno integrato il commercio elettronico nel proprio modello di business in Italia, ad oggi sono circa 40.000 le imprese individuali e società di persone. Anche in questo caso risentono di differenze regionali: a prevalere è il sud e le isole con il 31,2% di aziende con un e-commerce, a seguire il nord ovest con 26,3% trainato dalla Lombardia e il nord est con 21,8%. Le tre province più popolose di aziende con e-commerce sono Milano (5,3%), Roma (5,1%) e Napoli (4,8%). Sotto il profilo della longevità aziendale, la fascia d’età più rappresentata è quella compresa tra gli 11 e i 25 anni di attività. Ciò indica una crescente maturità del settore e una stabilizzazione delle imprese che, nate in contesti tradizionali, hanno saputo consolidare la propria presenza nel digitale nel lungo periodo. Per quanto riguarda le categorie merceologiche, il mercato è dominato dal Fashion, seguito dal Food & Beverage, che si confermano i comparti trainanti per la piccola impresa italiana online.

  • Amazon consente alle Pmi italiane vendite per 2,5 miliardi fuori dai confini

    Amazon annuncia la quinta edizione dei Made in Italy Days: dal 13 al 19 maggio sarà disponibile sul negozio online una speciale finestra promozionale dedicata a un’ampia selezione di prodotti di migliaia di piccole e medie imprese (PMI) e dei marchi italiani più famosi, in collaborazione con Agenzia ICE.

    Sono oltre 5.500 le eccellenze Made in Italy ospitate all’interno della vetrina dedicata, disponibile nei negozi online di Amazon in ben 11 Paesi del mondo – oltre all’Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone, Belgio, Svezia, Polonia e Paesi Bassi – per un totale di più di 3 milioni di prodotti. La vetrina Made in Italy è uno dei principali strumenti che Amazon mette a disposizione delle PMI e delle aziende del nostro Paese per supportare lo sviluppo del loro business a livello internazionale, contribuendo a portare il valore delle vendite all’estero dei partner di vendita italiani di Amazon a 3,5 miliardi di euro nel 2025.

    I Made in Italy Days di Amazon sono riconosciuti anche nel 2026 dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy tra le attività legate alla Giornata Nazionale del Made in Italy, che quest’anno valorizzerà con particolare attenzione le iniziative legate alle competenze per il Made in Italy. Anche per questo, Amazon ha pianificato due ulteriori eventi con l’obiettivo di aiutare imprenditrici e imprenditori italiani a cogliere le opportunità del digitale nell’ambito della promozione e della tutela del loro brand anche al di fuori dei confini nazionali: il 28 aprile, a Roma, presso la Sala Salvadori del Palazzo dei Gruppi parlamentari, in Via Uffici del Vicario, 21, si è tenuto l’evento “Sostenere il Made in Italy nel mondo: PMI, e-commerce e politiche per l’export”; il 19 maggio, presso la Sala degli Arazzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, avrà luogo l’evento di chiusura del progetto “IP Education Plan”, un percorso di formazione di Agenzia ICE nato dalla collaborazione pubblico/privato nell’ambito del protocollo d’intesa firmato da Ministero degli Affari Esteri, Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste e Amazon lo scorso aprile 2024.

    “Nell’ambito del Patto per l’Export del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, che individua nell’e-commerce uno dei principali strumenti per l’internazionalizzazione delle imprese, Agenzia ICE conferma il proprio impegno a supportare le PMI tricolori rinnovando la collaborazione con Amazon per la vendita dei prodotti sulle vetrine Made in Italy dei marketplace di Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Polonia, Belgio, Irlanda e Stati Uniti. La quinta edizione dell’accordo ICE-Amazon prevede il potenziamento delle attività promozionali tramite pacchetti marketing sulle vetrine online, un servizio di supporto per le aziende italiane venditrici e l’attivazione di percorsi di consulenza strategica rivolti sia ai nuovi venditori sia a quelli già presenti sulla piattaforma. In un mondo dove con l’e-commerce più sviluppato è già possibile ricevere un pacco entro 15 minuti dalla richiesta – con un record fissato negli Emirati Arabi di appena 6 minuti – lo sviluppo dell’e-commerce diventerà sempre più centrale nelle abitudini dei consumatori che potranno beneficiare di velocità e varietà di scelta a tutto vantaggio delle imprese che sapranno meglio usare uno strumento che diventa sempre più potente. Oggi anche come soluzione delle aziende che vogliono continuare a raggiungere le zone critiche del Medioriente dove lo snellimento delle fasi commerciali diventa una condizione indispensabile”, ha dichiarato Matteo Zoppas, Presidente di Agenzia ICE.

    “I Made in Italy Days rappresentano da ormai cinque anni un momento significativo per celebrare e promuovere le eccellenze del nostro Paese sul piano internazionale. Amazon è orgogliosa di essere al fianco delle imprese italiane, sostenendo la promozione e l’internazionalizzazione del Made in Italy attraverso strumenti concreti che permettono alle nostre PMI di raggiungere milioni di clienti in tutto il mondo.” Ha dichiarato Giorgio Busnelli, VP e Country Manager di Amazon Italia. “La collaborazione con le istituzioni, come quella con Agenzia ICE, è fondamentale per creare un ecosistema favorevole alla crescita: solo lavorando insieme possiamo mettere le piccole e medie imprese nelle condizioni di vendere agevolmente online, superando le barriere burocratiche e tecnologiche che ancora oggi limitano il loro potenziale. Il nostro impegno non si ferma alla promozione: attraverso la formazione e la tutela della proprietà intellettuale, vogliamo garantire che i brand italiani possano competere con successo sui mercati globali, preservando l’autenticità e la qualità che rendono unico il Made in Italy”.

    Agenzia ICE e Amazon collaborano dal 2019 con il più ampio obiettivo di favorire la crescita economica delle aziende italiane e rafforzare le relazioni commerciali internazionali. La sinergia, che verrà ufficializzata prossimamente con la sigla del rinnovo dell’accordo, punta a promuovere e supportare le aziende che aderiscono al bando a vendere tramite Amazon e la sua vetrina Made in Italy attraverso specifiche attività di marketing per l’e-commerce. La collaborazione tra Agenzia ICE e Amazon ha coinvolto finora oltre 2.800 PMI italiane e messo a disposizione dei clienti Amazon a livello internazionale più di 650.000 nuovi prodotti Made in Italy.

    Da quando Amazon è arrivata in Italia, nel 2010, ha investito oltre 25 miliardi di euro per costruire infrastrutture, creare posti di lavoro e supportare migliaia di imprese locali. Solo nel 2024, gli investimenti hanno superato i 4 miliardi di euro. Attualmente l’azienda impiega nel nostro Paese oltre 19.000 persone con contratto a tempo indeterminato, attive in oltre 60 strutture distribuite su tutto il territorio nazionale – tra cui sedi logistiche, uffici corporate, data center e il servizio clienti. A questi si aggiungono i posti di lavoro indiretti: secondo le stime di Keystone, nel 2024, si stima che gli investimenti di Amazon in Italia abbiano sostenuto oltre 40 mila posti di lavoro indiretti e più di 10 mila posti di lavoro indotti in settori come costruzioni, logistica e altri servizi professionali. Migliaia di piccole e medie imprese italiane si sono affidate ad Amazon per vendere online. Per loro, l’azienda si impegna ogni giorno a creare nuovi strumenti e servizi per aiutarle a cogliere tutti i vantaggi del canale digitale. Tra questi c’è anche Accelera con Amazon, il programma gratuito di formazione lanciato nel 2020 in collaborazione con partner istituzionali e aziende, pensato per fornire gli strumenti e le competenze necessarie per avviare una nuova attività online, o per potenziarne una già esistente.

  • Borsalino apre a Shanghai

    Borsalino, storica maison italiana del cappello di lusso, accelera l’espansione in Cina continentale con l’apertura prevista in estate di un primo punto vendita a Shanghai, in uno dei principali centri commerciali di fascia alta della città. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”, secondo cui il gruppo, fondato 169 anni fa e noto anche per avere realizzato il fedora indossato da Humphrey Bogart in “Casablanca”, punta ad aprire complessivamente cinque punti vendita in Cina entro la fine dell’anno, a fronte dei venti attualmente operativi nel mondo.

    “Riteniamo che questo sia il momento giusto per entrare nel mercato”, ha dichiarato l’amministratore delegato Mauro Baglietto, definendo la Cina “un mercato molto importante” che richiede però “un approccio più disciplinato rispetto al passato”. Secondo il quotidiano, l’azienda intravede un potenziale fino a quaranta punti vendita nella Grande Cina, ma senza adottare un piano di crescita aggressivo.

    L’espansione si inserisce nel rilancio del marchio dopo il fallimento del 2017 e la successiva acquisizione da parte del fondo svizzero Haeres Equita per 18 milioni di euro. Borsalino, che produce circa 300 mila cappelli l’anno e continua a realizzare a mano i suoi Panama, sta inoltre ampliando l’offerta anche alle borse in pelle. Secondo analisti citati dal giornale, il mercato cinese del lusso resta debole, ma i marchi legati a un’estetica tradizionale e di alta qualità starebbero mostrando una tenuta migliore.

    Lo sguardo alla Cina fa parte di una strategia di espansione e diversificazione che ha portato l’azienda italiana a realizzare la sua prima linea di borse ed accessori in pelle, siglando una partnership con Gamat, azienda svizzera con cui alla fine del 2025 Borsalino ha siglato un contratto di licenza quinquennale per la creazione, produzione e distribuzione di accessori a marchio proprio. Quest’ultima dovrebbe arrivare sul mercato a settembre 2026 nei punti vendita monomarca Borsalino, in una selezione di boutique e nei department store internazionali. Risale ancora al 2025 il lancio di una prima capsule di occhiali e il ritorno nell’universo dei profumi, che aveva già esplorato in passato, con il lancio di una proposta di fragranze di alta gamma realizzate da Perfume Street, il “braccio licenze” di DPLG, azienda specializzata nella creazione e distribuzione globale di fragranze e cosmetici, che ha oltre 30 anni di esperienza nel settore e vanta una storia lavorativa con grandi nomi del profumo come Coty, Interparfums, L’Oréal e Clarins.

    Haeres Equita srl, cui oggi fa capo il marchio, nel 2024 ha generato 23,6 milioni di euro di ricavi, con 2,6 di debiti netti. Si tratta del miglior bilancio a partire dal 2024, che ha segnato il ritorno all’utile (24,2 mila euro) per l’azienda, di cui il Tribunale di Alessandria aveva dichiarato il fallimento sette anni prima, quando ancora si chiamava Borsalino Giuseppe e Fratello spa. Alla sentenza si era arrivati dopo che i giudici avevano respinto la richiesta di concordato preventivo presentata dalla società, per la seconda volta. Le difficoltà non erano legate al mercato o alla qualità del prodotto, ma a vicende finanziarie esterne, in particolare il crac da 3,5 miliardi di euro dell’imprenditore Marco Marenco, allora azionista di maggioranza, in seguito al quale l’iconico cappellificio aveva chiesto e ottenuto l’ammissione al concordato in bianco.Per fortuna della società nonostante la dichiarazione di fallimento la produzione non si è mai fermata, visto che la gestione del ramo d’azienda dal 2015 era già stata affidata in affitto alla società Haeres Equita di Philippe Camperio, che nel 2017 ha rilevato per 17,5 milioni di euro il marchio Borsalino da Mediocredito, che lo aveva in pegno a fronte di un finanziamento mai onorato. L’anno successivo la stessa Haeres Equita ha vinto l’asta per acquistare capacità produttiva e negozi della società, che nel 2023 è confluita nel portafoglio di ChimHaeres Investment Holding, come accennato ad inizio articolo.

  • Artigianalità e tradizione valgono vendite per 3,4 miliardi nel comparto alimentare

    L’Osservatorio Immagino di GS1 Italy* ha dedicato mi dossier di approfondimento ai prodotti alimentari che richiamano in etichetta rispetto della tradizione nella formulazione (con indicazioni come “regionale”) artigianalità della lavorazione (con claim come “trafilato al bronzo” e garanzia di controlli qualitativi totali (per esempio, citando la “filiera”).

    L’analisi condotta dallo studio ha permesso di individuare 6.685 prodotti che riportano in etichetta almeno uno dei 14 claim rilevati in quest’ambito. Questo paniere in un anno ha sviluppato vendite per circa 3,4 miliardi di euro tra supermercati, ipermercati e negozi a libero servizio, incidendo per quasi il 7% sul totale alimentare rilevato. Il carrello della spesa composto dai prodotti che evidenziano valori di qualità e tradizione gode di buona salute. In 12 mesi ha aumentato di +3,8% il giro d’affari e di +3,1% i volumi, supportato dal sostegno dei produttori (+1,5 punti percentuali la componente di offerta) e soprattutto dall’interesse dei consumatori (+2,2 punti percentuali la componente di domanda), che per alcuni claim cresce a doppia cifra.

    Tra i 14 claim analizzati, ce ne sono quattro, in particolare, che brillano per i risultati raggiunti. Il più diffuso (2.790 prodotti) è “filiera”, avanzato in 12 mesi di +1,8% a volume e di +2,6% a valore, per un giro d’affari complessivo di quasi 2 miliardi di euro. Presente in diverse categorie di prodotto (e in crescita soprattutto in quarta gamma, uova, patate e carni), ha registrato un interesse crescente presso i consumatori a fronte di un’offerta stabile. Il claim più dinamico è “nostrano”, che in 12 mesi ha ottenuto un +18,0% a volume e un +19,1% a valore, arrivando a 57 milioni di euro di sell-out generati dalle vendite di 71 prodotti. Bilancio positivo anche per “artigianale”, indicato su 794 prodotti e avanzato in 12 mesi di +15,5% a valore e +15,8% a volume, per un giro d’affari complessivo di 184 milioni di euro. Crescita annua a doppia cifra anche per i 332 prodotti che si presentano on pack con l’indicazione “lavorato a mano”, arrivati a un giro d’affari di 194 milioni di euro.

  • Notizia per Beppe Sala: vendite di biciclette in calo del 4% nel 2025

    Il mercato italiano della bicicletta archivia il 2025 con un nuovo segno negativo, confermando la fase di difficolta già emersa negli ultimi anni. Secondo i dati elaborati da Confindustria ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori) presentati allo stabilimento Pirelli di Bollate (MI), le vendite complessive di biciclette ed e-bike si attestano a 1.303.000 unità, in calo del 4% rispetto al 2024. Nel dettaglio, le biciclette tradizionali scendono a 1.047.000 pezzi (-3%), mentre le e-bike si fermano a 256.000 unità (-7%).

    Il dato complessivo restituisce un mercato che, solo in apparenza, limita la flessione. La contrazione della domanda nel canale specializzato resta infatti significativa e continua a riflettere le preoccupanti difficoltà vissute da larga parte della rete dei negozi (-14% di vendite e-bike, -8% pedalata muscolare), che rappresenta il riferimento principale per il settore e per la grande maggioranza delle imprese associate. Nello stesso tempo, il recupero di altri canali di vendita – dalla grande distribuzione specializzata all’online – contribuisce a contenere il calo finale e a ridefinire gli equilibri del sell-out.

    Sul fronte industriale, il 2025 mostra invece segnali timidamente più favorevoli per il comparto delle biciclette tradizionali. La produzione sale a 1.805.000 unità (+6%), l’export raggiunge 1.042.000 pezzi (+11%), mentre l’import si riduce a 284.000 unità (-28%). Anche in valore, le esportazioni di biciclette crescono da 276 a 317 milioni di euro (+14,8%), mentre l’import scende da 136 a 133 milioni (-2,2%).

    Più articolato il quadro dell’e-bike, che registra una frenata sia sul mercato interno sia sul versante produttivo e commerciale. Nel 2025 la produzione si attesta a 281.000 unità (-17%), l’export cala a 107.000 pezzi (-20,7%) e l’import scende a 82.000 unità (-7,8%). Anche in valore il comparto evidenzia un arretramento: l’export passa da 153 a 139 milioni di euro (-9,2%) e l’import da 138 a 124 milioni (-10%).

    Nel complesso, la bilancia commerciale del settore ciclo rimane positiva e sostanzialmente allineata all’anno precedente, attestandosi a +172 milioni di euro, contro i +175 milioni del 2024. Un risultato che conferma comunque una certa capacità competitiva della filiera italiana, anche in una fase di mercato ancora debole e disomogenea. A sostenere il profilo industriale del comparto contribuisce anche la dinamica della componentistica: nel 2025 l’export di parti di biciclette cresce a 550 milioni di euro (+14,5%), mentre l’import sale a 577 milioni (+25,4%). Si tratta di numeri che segnalano, da un lato, una filiera produttiva ancora reattiva e, dall’altro, un contesto competitivo che impone molta attenzione a margini, posizionamento e politiche di mercato.

  • Nel 2025 sono aumentate le vendite di scooter ma sono calate quelle di moto

    Il 2025 consegna alle due ruote a motore un mercato italiano a doppia velocità. I dati annuali delle immatricolazioni diffusi oggi in esclusiva da Confindustria Ancma (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori) delineano uno scenario articolato: forte avanzata degli scooter, in crescita del 5,5%, e contrazione delle moto, che chiudono l’anno con un calo del 19,2%. Nel complesso, il mercato di ciclomotori, scooter e moto registra una flessione del 7,5% rispetto al 2024.

    Un risultato che riflette dinamiche contrastanti e che va letto anche in una prospettiva più ampia. Il confronto con il 2023 – anno privo di effetti distorsivi – restituisce infatti un saldo complessivamente positivo del +2,2%, con scooter in forte progresso (+13,53%) e moto ancora in territorio negativo (–7,5%).

    «Sul 2025 – spiega il presidente di Ancma, Mariano Roman – hanno inciso in modo significativo gli effetti del surplus di immatricolazioni di fine serie registrato a fine 2024, legato all’entrata in vigore dello standard Euro 5+. Tuttavia, il calo delle moto appare meno riconducibile a un fenomeno episodico: sarà necessario approfondirne attentamente dinamiche e cause nei primi mesi del nuovo anno».

    «Al netto delle distorsioni legate all’Euro 5+ e dei condizionamenti geopolitici e macroeconomici che hanno inciso sulla fiducia dei consumatori – prosegue Roman – le due ruote confermano il loro ruolo centrale nelle scelte di svago, turismo e sport. E il successo degli scooter dimostra inoltre come questi veicoli rappresentino oggi una risposta concreta, fruibile ed efficiente alle esigenze di mobilità urbana sostenibile. Nel quadro complessivo si segnala infine anche un discreto dinamismo dell’usato».

    L’ultimo mese dell’anno risente in modo evidente dell’effetto fine serie Euro 5 che, a dicembre 2024, aveva portato all’immatricolazione di 373.344 unità, il miglior risultato dal 2011. Il raffronto risulta quindi fortemente penalizzante e l’analisi del dato mensile deve pertanto tenere conto di questo effetto distorsivo. A dicembre 2025 il mercato registra un calo del 62,10% con 11.213 unità vendute. I ciclomotori segnano una contrazione del 74,21% (774 unità), gli scooter arretrano del 39,91% (5.906 unità), mentre le moto cedono il 72,95%, fermandosi a 4.533 immatricolazioni.

    Il dato cumulato annuo, pur condizionato dalle dinamiche di fine serie, offre una fotografia più rappresentativa dell’andamento del settore. Il 2025 si chiude con 345.287 veicoli immatricolati e una flessione complessiva del 7,52%. Nel dettaglio, i ciclomotori perdono quasi un terzo del mercato (–31,93%) con 13.764 unità. Gli scooter si confermano invece il vero motore della domanda, chiudendo in positivo con un +5,57% e 197.043 immatricolazioni. Decisa il rallentamento delle moto, che registrano un calo del 19,22% con 134.480 unità targate.

    Il mercato delle due ruote elettriche chiude il 2025 in territorio negativo, con una flessione del 15,82% e 8.561 veicoli immatricolati. A pesare maggiormente sono i ciclomotori elettrici, in calo del 27,22% (2.994 unità). Meno marcata la contrazione degli scooter elettrici, che perdono il 13,95% e si attestano a 4.850 unità.

    Segno meno anche per il mercato dei quadricicli, che chiude l’anno con un calo del 16,93% e 16.964 veicoli venduti. L’analisi per alimentazione evidenzia però una netta divergenza: i modelli a motorizzazione termica, penalizzati dalle dinamiche di fine serie, dimezzano i volumi (–46%, 3.854 unità), mentre i quadricicli elettrici riescono a contenere le perdite (–1,32%, 13.110 unità), anche grazie agli incentivi attivati nella scorsa primavera.

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