virus

  • Number of coronavirus-infected workers grows at Kazakhstan’s Tengiz field

    NUR-SULTAN, Kazakhstan – There are 935 cases of coronavirus among the employees of 42 contractors at Kazakhstan’s giant Tengiz oil field in western Kazakhstan, the operational headquarters in Atyrau region said in a statement on May 20, adding that COVID-19 was detected in 22 camps out of 92.

    A disinfection was carried out in all centres while 1,725 ​​field workers are monitored in quarantine hospitals, the statement read. A special working group should determine measures to stabilise the situation with coronavirus at the Tengiz field, the statement added.

    Сhief sanitary doctor of Kazakhstan Aizhan Esmagambetova noted on May 20 that, due the increase of COVID – 19 cases at Tengiz, a government commission was sent to Atyrau region.

    Tengiz is the largest oil and gas field in western Kazakhstan, which is being developed by the Kazakh-American joint company TengizChevroil. The annual volume of oil production is 25-26 million tonnes.

  • I lavoratori in smart working sono aumentati di 16 volte

    Erano mezzo milione prima della pandemia Covid-19 e sono saliti a 8 milioni con il lockdown i lavoratori italiani che praticano smart working. La modalità di lavoro da remoto è diventata spesso necessità di fronte alle misure di sicurezza e alle restrizioni anti-contagio, che un lavoratore su sei vorrebbe proseguire anche dopo l’emergenza. Più gli uomini, che le donne, per le quali lavorare da casa risulta più pesante A fotografarli è la prima indagine sullo smart working promossa dall’Area politiche di genere della Cgil e realizzata insieme alla Fondazione Di Vittorio, dal titolo “Quando lavorare da casa è… smart”. Obiettivo: cogliere ragioni e percezioni alla base di questa esperienza e, guardando in prospettiva, individuare modalità per rendere “davvero smart” il lavoro da casa, perché non sia soltanto “home working”. Di fronte al balzo attuale, diventa più urgente per il sindacato definire regole precise, nell’ambito dei contratti nazionali e aziendali, come rimarcato dal segretario generale Maurizio Landini: bisogna “prevedere pause, fare distinzioni tra lavorare di giorno e di notte, di sabato e festivi, sui mezzi da utilizzare”, ma anche “evitare le discriminazioni di genere: bisogna allargare la contrattazione e fare in modo che tutte le modalità di lavoro, compreso lo smart working, siano regolamentate”, sottolinea Landini, durante la presentazione dell’indagine, evidenziando i diversi punti, dal diritto alla disconnessione alla formazione, dagli orari alla salute e sicurezza allo stop all’unilateralità.

    Quasi tutti (il 94%, secondo l’indagine a cui hanno risposto 6.170 persone), sono d’accordo sul fatto che lo smart working faccia risparmiare tempi di pendolarismo casa-lavoro, consenta flessibilità, renda efficace il lavoro per obiettivi, permetta il bilanciamento dei tempi di lavoro, cura e libero. Dello smart working fa invece paura il fatto di avere meno  occasioni di confronto e di scambio con i colleghi e l’aumento dei carichi familiari (per il 71%). La stragrande maggioranza, l’82%, spiega di essere “precipitato” nel lavoro smart in coincidenza con l’avvio delle misure di contenimento del virus. Guardando al dopo emergenza, il 60% vorrebbe proseguire l’esperienza, il 22% no, resta una quota di indecisi. Meno convinte le donne, più propensi gli uomini: per le donne, infatti, questa modalità di lavoro “è meno indifferente e soprattutto più pesante, complicata, alienante e stressante”, rileva l’indagine. “Discriminazioni reiterate anche nello smart working”, commenta l’ex segretaria generale e attuale responsabile dell’Area politiche di genere della Cgil, Susanna Camusso.

  • L’Inail equipara il coronavirus all’infortunio sul lavoro, ma limita la responsabilità del datore di lavoro

    Con una propria circolare, l’Inail ha stabilito che il contagio da coronavirus va considerato un infortunio sul lavoro. “Le patologie infettive (vale per il COVID-19, così come, per esempio, per l’epatite, la brucellosi, l’AIDS e il tetano) contratte in occasione di lavoro sono da sempre inquadrate e trattate come infortunio sul lavoro poiché la causa virulenta viene equiparata alla causa violenta propria dell’infortunio, anche quando i suoi effetti si manifestino dopo un certo tempo” si legge nella circolare.

    La circolare n. 22 dell’ente su ‘Tutela infortunistica nei casi accertati di infezione da coronavirus’ precisa inoltre che il riconoscimento dell’origine professionale del contagio da Covid-19 non comporta peraltro alcuna responsabilità civile e penale del datore di lavoro; quest’ultima sussiste solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche. Nel caso dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, si legge nel documento, violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche “si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del d.l. 16 maggio 2020, n.33”. “Il rispetto delle misure di contenimento, se sufficiente a escludere la responsabilità civile del datore di lavoro – si legge ancora nella circolare – non è certo bastevole per invocare la mancata tutela infortunistica nei casi di contagio da Sars-Cov-2, non essendo possibile pretendere negli ambienti di lavoro il rischio zero. Circostanza questa che ancora una volta porta a sottolineare l’indipendenza logico-giuridica del piano assicurativo da quello giudiziario”.

  • L’economia dell’Eurozona non tornerà ai livelli pre-crisi almeno fino al 2021, il presagio di Lane della BCE

    Philip Lane, capo economista della Banca centrale europea (BCE) ha avvertito, in una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais, che è improbabile che l’economia dei paesi dell’area dell’euro torni ai livelli precedenti la crisi del Coronavirus, almeno fino al 2021. Lane ha osservato che la BCE monitora costantemente la situazione e che potrebbe adeguare tutti i suoi strumenti se ciò si rivelasse necessario, compreso il programma di acquisti di emergenza Pandemic da 750 miliardi di euro (PEPP). “Se vediamo che le condizioni finanziarie sono troppo rigide o la pressione sui singoli mercati obbligazionari non riflette i fondamentali economici, possiamo adattare le dimensioni o la durata dei nostri acquisti, che possiamo comunque allocare in modo flessibile nel tempo e nei segmenti di mercato”, ha detto Lane in vista della riunione di giugno della BCE.

  • In attesa di Giustizia: indietro tutta

    E’ possibile che i lettori di questa rubrica, questa settimana, si aspettassero una nota a commento della liberazione di Silvia Romano: nient’affatto. E’ una vicenda nella quale l’unico interesse che varrebbe la pena approfondire è quello se vi sia stato o meno il pagamento di un riscatto per poi distillarne un giudizio sull’azione politica di governo e la correttezza della informazione (in questo come in simili casi) non certo per polemizzare sulla sottrazione ad altri capitoli di bilancio di risorse destinabili a più nobili scopi, trattandosi – eventualmente – di fondi riservati dei Servizi.

    La risposta al quesito è – comunque – molto semplice: basta dare un’occhiata ad una qualsiasi immagine di gruppo che immortala i militanti di Al-Shabaab e ci si rende subito conto che è fuori da ogni logica ipotizzare una liberazione che non sia stata preceduta da una battaglia campale ed è altrettanto opinabile che sia avvenuta in esito ad un amabile confronto  tra negoziatori. Tutto il resto, conversione, legami con i sequestratori, motivazioni per il volontariato in Africa non sono fatti nostri ma questioni private di Silvia Romano sulle quali non vale la pena addentrarsi rischiando, oltretutto, di sconfinare nel gossip: e questo su Il Patto Sociale non avviene.

    Magari due righe si potevano dedicare alla mozione di sfiducia al Ministro della Giustizia che andrà in Aula questa settimana ma potrà essere più utile trattarne dopo e non prima del voto. Viceversa del Guardasigilli, che chi scrive non vorrebbe nemmeno come amministratore di condominio, può essere valutata l’azione di governo nel periodo di emergenza sanitaria.

    La prima conclusione che può trarsi dal blocco pressoché totale dell’attività giudiziaria su tutto il territorio è che la Giustizia non è stata considerata un servizio essenziale; che ciò dipenda da mancanza di volontà, di risorse o da entrambe – come è più probabile – non è certamente una giustificazione ma neppure una spiegazione accettabile: meno che mai ora che, ad una settimana dall’avvio della cosiddetta Fase 2 la situazione nei tribunali è sostanzialmente immutata ed i tribunali sono nel caos. Basti dire che circa il 90% dei processi penali è stato rinviato, in molti casi già al 2021.

    Il 12 maggio resterà, dunque, come una data del tutto teorica di fine lockdown per la Giustizia rivelandosi, piuttosto, come il capodanno da non festeggiare di una Caporetto prossima ventura frutto di ulteriore crescita dell’arretrato e della mancanza di adeguati strumenti deflattivi.

    Le 131 Camere Penali territoriali hanno avviato un monitoraggio nelle rispettive Sedi (il Ministero dov’è? Non competeva, forse, ad uno dei suoi dipartimenti occuparsene?) posto che, dalle prime battute, si registra una tendenza a non ripartire, almeno con gradualità, in larga misura ingiustificata.

    Uno dei problemi principali cui si lega la criticità attuale sembra doversi rinvenire nella mancanza di linee di indirizzo omogenee, avendo il Governo scaricato sui Capi dei singoli Uffici l’elaborazione dei programmi organizzativi di ripresa. Capi degli Uffici che, sovente, nemmeno si parlano tra di loro – anche a livello locale – cosicché laddove ve ne sia più di uno, come a Milano (Corte d’Appello, Procura Generale, Tribunale di Sorveglianza, Tribunale Ordinario, Procura della Repubblica, Tribunale dei Minorenni, Procura della Repubblica per i Minorenni, T.A.R. e – perché no – Giudice di Pace) la babilonia è assicurata.

    Ne derivano, di conseguenza, problemi concreti  per comprendere il da farsi e come organizzarsi gli impegni anche all’interno di una stessa realtà. A tacere del fatto che se – poniamo, per esempio – un avvocato di Varese ha (teoricamente) prevista un’udienza a Busto Arsizio non è scontato che gli siano noti i protocolli  attuali ed attuati in un circondario di Tribunale confinante con il suo. Quindi non sa se la sua udienza si farà oppure no; ancora meno probabile è che qualcuno gli risponda al telefono per fornire indicazioni, le mail con il preavviso di rinvio arrivano, se arrivano, il più delle volte è a ridosso dell’incombente. L’ingresso nei palazzi di giustizia, peraltro, è precluso se non si dimostra l’assoluta necessità ed urgenza: ma come si fa a dimostrare che non si è stati avvisati o aggiornati su qualcosa? Allora bisogna affidarsi al consiglio e le indicazioni di qualche collega del posto oppure confidare che su qualche sito internet si trovino informazioni ed augurarsi che siano attendibili. Figurarsi come può regolare la propria agenda un testimone o un perito…

    Ovviamente nessuno sa nulla circa la dotazione di mascherine, guanti, sanificazione degli ambienti e lo smart working non è di fatto attuabile perché ai cancellieri è vietato accedere alla rete intranet da casa.

    E abbiamo trattato solo del settore penale: nel civile, con alcuni milioni di cause pendenti, le cose non vanno assolutamente meglio. Forse una schiarita si avrà in seguito alla convocazione, seguente ad uno stimolo della Unione delle Camere Penali, dei Presidenti dei Distretti di Corte d’Appello al CSM. Dal Ministero, invece, nessuna reazione.

    Così è se vi pare, questo è il meraviglioso mondo di un servizio considerato, evidentemente, di essenzialità inferiore a quella della rivendita di fiori recisi, con tutto il rispetto per i fiorai, e quando si parla di attesa di Giustizia la parola d’ordine sembra essere sempre la stessa: macchine indietro tutta!

  • I dipendenti di Twitter potranno lavorare da casa in modo permanente anche dopo l’emergenza Covid 19

    Si potrà lavorare da casa in modo permanente, anche dopo il superamento del blocco del Coronavirus. E’ quanto ha fatto sapere ai dipendenti il CEO di Twitter, Jack Dorsey, in una e-mail inviata il ​​12 maggio scorso. Per il principio secondo il quale la sicurezza delle persone viene prima di tutto il colosso del web ha incoraggiato il suo personale al telelavoro dall’inizio di marzo trasformando poi l’invito ad unica modalità lavorativa da metà marzo. Mentre alcuni dipendenti possono lavorare da casa a tempo indeterminato, altri che lavorano in posti che richiedono la presenza fisica, come la manutenzione dei server, dovranno tornare, se necessario. Chi invece desidera ritornare alla propria postazione dovrà aspettare fino a settembre. E quando si aprirà, fanno sapere dall’azienda, neanche a dirlo, con un tweet, lo si farà gradualmente. Intanto i viaggi di lavoro dei dipendenti sono stati sospesi fino a settembre e che per il 2020 non si terranno eventi aziendali di persona.

  • La metastasi finanziaria

    Da oltre un mese il governo ha sempre confermato la piena disponibilità ad accedere ai finanziamenti fino a 25.000 euro o ad una cifra pari al 25% del fatturato senza valutazione patrimoniale e quindi direttamente disponibile nel conto corrente. Al di là della sconcertante tempistica per l’evasione di queste pratiche tale volontà governativa avrebbe dovuto fornire liquidità alle imprese dopo oltre sessanta  giorni di assoluto lockdown ed interruzione dei flussi di cassa.

    A tutt’oggi solo una minima parte di questi finanziamenti risultano erogati mentre per quelli già resi operativi la criticità emerge sino ad assumere i connotati di una vera e propria truffa. A fronte di una richiesta di 20.000 euro o il 25% del fatturato di una partita IVA la quale aveva già precedentemente un accordo con l’istituto bancario per un fido di 10.000 il finanziamento complessivo che viene accreditato sul conto risulta dalla differenza tra l’ammontare, cioè 20.000 euro, ed il fido preesistente. Questa operazione rappresenta una vera e propria truffa in quanto il finanziamento dello Stato può essere utilizzato per far fronte alle scadenze che da oltre 60 giorni attendono di essere evase ma non per coprire posizioni finanziarie precedentemente debitorie.

    In altre parole, gli Istituti bancari con il tacito consenso o peggio la complice ignoranza del governo utilizzano il finanziamento erogato per assicurare tutti i rientri dai fidi drenando di conseguenza buona parte di quella liquidità che lo Stato con grande fatica ha messo a disposizione come espressione per un reale e consistente incentivo alla ripresa economica.

    Questa situazione rappresenta un vero e proprio “golpe finanziario” in quanto le risorse immesse nel circuito e destinate a dei soggetti economici vengono drenate dal sistema bancario per sanare le proprie criticità. In un simile contesto risulta paradossale il fatto poi che qualora si dovesse accedere nuovamente ad un fido si pagherebbero degli interessi aggiuntivi a quelli sulla erogazione della liquidità dello stato.

    Quindi l’erogazione risulta utilizzata sostanzialmente dagli Istituti bancari per criticità finanziarie pregresse ma non per servizi alle imprese. Una truffa che rappresenta l’ennesima conferma di una complicità, se conosciuta, o ignoranza, nel caso opposto, da parte del Governo e di una inaudita disonestà da parte del sistema bancario.

    A queste condizioni il nostro Paese è destinato alla metastasi economica.

  • Twitter announces employees can work from home permanently

    In an email sent to employees on May 12, Twitter’s CEO Jack Dorsey said they could work from home permanently, even after the Coronavirus lockdown passes.

    “We’ve been very thoughtful in how we’ve approached this from the time we were one of the first companies to move to a work-from-home model,” a Twitter spokesperson told BuzzFeed news, adding that safety of people and communities comes first.

    Twitter had encouraged its staff to telework since early March and mandated employees to work from home since mid-March.

    “We were uniquely positioned to respond quickly and allow folks to work from home given our emphasis on decentralisation and supporting a distributed workforce capable of working from anywhere,” the company said in a blogpost.

    While some employees can work from home indefinitely, others working in posts that require physical presence, such as maintaining servers, will still be requested to return, when necessary. Those wishing to return to office, will probably need to wait until at least September.

    “When we do decide to open offices, it also won’t be a snap back to the way it was before. It will be careful, intentional, office by office and gradual, Twitter’s post reads.

    The tech giant also said that employee business travel has been suspended until September and that no in-person company events will be held for the rest of 2020.

  • Culture orientali e occidentali

    Pubblichiamo di seguito un articolo del dott. Dott. Giovanni Bellani scritto per Rivista Natura (www.rivistanatura.com) il 10 maggio 2020

    Ogni civiltà, ogni cultura ha evoluto le proprie conoscenze e tradizioni in base alle condizioni geografiche e ambientali in cui si è sviluppata; così ogni popolo presenta caratteristiche proprie, sia per quanto riguarda la gastronomia e le abitudini culinarie, sia nella concezione del rapporto con gli animali selvatici che lo circondano e dei quali spesso si nutre.

    Non voglio, quindi, giudicare e tantomeno condannare la legislazione di una nazione che, come la Cina, in pochi decenni è passata da un dominio imperiale millenario che governava attraverso una struttura di tipo feudale e con un’economia agricola poverissima, fino a diventare una Repubblica popolare con la crescita economica più rapida al mondo.

    Anche noi, Paesi occidentali, abbiamo le nostre colpe nei riguardi dell’ambiente e degli animali selvatici; abbiamo distrutto gran parte del nostro territorio boschivo insieme ai grossi predatori che lo abitavano (orsi, lupi, linci, gatti selvatici, aquile e avvoltoi…).

    Abbiamo abitudini gastronomiche specifiche; infatti, ci nutriamo delle carni dei suini che, per esempio nei Paesi musulmani, non vengono consumate, così come in altri Paesi non si producono insaccati, poiché vengono schifati così come avviene per rane e lumache, animali il cui consumo non è condiviso da tutti. Abbiamo maltratto per secoli le oche, ingozzandole in modo innaturale per ottenere il fegato grasso (fois gras), uccidiamo tori torturandoli per far spettacolo nelle corride (considerate in Spagna “patrimonio culturale”) e, per quanto riguarda i gatti, le dicerie sui vicentini la dicono lunga. Per non parlare poi di certe grappe molto apprezzate perché in esse vengono annegate vipere vive che poi restano sul fondo alla bottiglia.

    I nostri allevamenti intensivi di bovini, suini e avicoli fino a qualche anno fa  erano dei veri “lager”. Con l’attenuante del risparmio economico abbiamo nutrito i nostri bovini da carne con farine di origine animale a basso prezzo, dannose per il metabolismo fisiologico di questi erbivori ruminanti,  provocando l’insorgenza di un “prione”, una molecola che provocava una malattia nervosa detta “mucca pazza”, trasmissibile anche all’uomo; nel 2001 il mercato delle carni bovine ebbe un tracollo con enormi danni economici e per anni sparì dalle nostre tavole la famosa “costata fiorentina” ottenuta dai bovini di razza “Chianina” il cui allevamento è andato quasi perduto.

    Se analizziamo tutti i fenomeni finora riportati, possiamo concludere che allevare e consumare animali detenuti secondo norme igienico-sanitarie deplorevoli, e quindi rischiose, con conseguenti maltrattamenti al limite della tortura, è molto pericoloso anche per la nostra stessa salute.

    Una potenziale soluzione che ci potrebbe guidare fuori dei pericoli di prossime epidemie potrebbe essere l’applicazione anche sui mercati orientali di alcune normative:

    Controllare ininterrottamente ed assiduamente che sui mercati non vegano vendute specie in via di estinzione che compaiono nella Red List IUCN e nella Convezione CITES

    Vietare il commercio di specie selvatiche catturate nell’ambiente naturale senza che prima vengano fatti controlli veterinari e opportuni periodi di quarantena.

    Controllare che le modalità di allevamento e di esposizione sui mercati di animali vivi, siano compatibili con le normative dettate dalle disposizioni per il “Benessere animale” che si basa sulle “5 libertà”

    L’applicazione delle Cinque libertà forse ci salverà dal pericolo di prossime epidemie

    A mio parere, una delle normative di enorme valore etico che l’Unione Europea abbia mai adottato all’interno della Politica Agricola Comunitaria si riferisce al riconoscimento del Benessere animale come diritto che si basa sulle “5 Libertà”:

    • Prima libertà: dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione garantendo all’animale l’accesso ad acqua fresca e ad una dieta che lo mantenga in piena salute
    • Seconda libertà: di avere un ambiente fisico adeguato dando all’animale un ambiente che includa riparo e una comoda area di riposo
    • Terza libertà: dal dolore, dalle ferite, dalle malattie prevenendole o diagnosticandole/trattandole rapidamente
    • Quarta libertà: di manifestare le proprie caratteristiche comportamentali specie-specifiche fornendo all’animale spazio sufficiente, strutture adeguate e, se è il caso anche la compagnia di animali della propria specie (specialmente per i Primati)
    • Quinta libertà: dalla paura e dal disagio assicurando all’animale condizioni e cura che non comportino sofferenza psicologica.

    Oggi in Europa abbiamo molte università che presentano facoltà, specialmente di Veterinaria, in cui vi sono corsi specializzati in Benessere animale.

    Secondo un sondaggio del WWF internazionale, il 90% dei cinesi intervistati nel Sud del Paese, è contrario ai wet market se non regolamentati.

    Quindi la situazione dei wet market e delle fattorie dove si allevano animali selvatici in Cina potrebbe molto migliorare se il governo di questa nazione decidesse di accettare tali normative e impiegando risorse economiche per istituire Organi di controllo intensivi e funzionanti, con personale specializzato ed efficiente in grado di farle rispettare non solo su tutto il territorio ma specialmente nei mercati per il commercio di animali vivi e/o selvatici.

    Migliorerebbe l’opportunità di tenere sotto controllo l’insorgenza di nuove forme virali avendone individuato l’ospite originale e potendo così risalire con certezza all’ospite (o agli ospiti) intermedi.

    Ma se dopo la catastrofe pandemica provocata dal COVID-19 nulla cambierà, avremo perso l’occasione per vincere un’importante battaglia etica per i diritti degli animali e al contempo per utilizzare un’arma assai efficiente per contrastare in modo tutto sommato semplice, anche se per certi versi rivoluzionario, l’insorgenza di ulteriori epidemie.

    Se così non sarà «Cominciamo ad occuparci della prossima pandemia», come dice il biologo americano Jared M. Diamond, Premio Pulitzer 1998 e grande sostenitore della chiusura dei wet market così come vengono attualmente gestiti.

  • La pandemia fa strage del lusso: in Italia quest’anno perderà dal 25% al 35%

    Il mercato dei beni personali di lusso ha perso il 25% nel primo trimestre e nel secondo andrà anche peggio, anche se recupererà nell’ultima parte dell’anno e chiudere il 2020 in perdita del 25%-35%, con un giro d’affari di 180-220 miliardi di euro. Per tornare ai livelli del 2019 (281 miliardi) bisognerà aspettare il 2022-2023 (275-285 miliardi) e per la crescita, tra il 2% e il 3%, il 2025 (320-330 miliardi). E’ quanto riporta uno studio di Claudia D’Arpizio e Federica Levato di Bain, diffuso con la Fondazione Altagamma, che riunisce 107 marchi italiani del lusso tra moda, gioielleria, food & beverage, hospitality, automotive e yacht. “Abbiamo di fronte un periodo di enorme incertezza, in cui al momento tutto dipende dalle misure di politica sanitaria per il contenimento del coronavirus. Si tratta di governare l’incertezza” ha commentato il presidente di Altagamma, Matteo Lunelli, presidente e ceo di Cantine Ferrari, presentando con Stefania Lazzaroni, direttore generale Altagamma, le previsioni sui consumi mondiali di settore.

    Nel 2025, il termine di lungo periodo in cui è stimato il ritorno della crescita, la Cina diventerà il Paese più rilevante (26-28%, ora 11%) per il lusso e i consumatori cinesi rappresenteranno quasi il 50% (35% nel 2019) degli acquisti di settore a livello globale. L’online nel 2025 conterà per il 28-30% (12% nel 2019). La fascia demografica sotto i 45 anni contribuirà al 150% della crescita, con le cosiddette generazione Z (nati dal 1997) e Y (i “millenial”, nati tra il 1981 e il 1996) che costituiranno il 50%. L’industria del lusso dovrà adattarsi seguendo i cambiamenti dei consumatori, attraverso ad esempio un’attenzione maggiore alla sostenibilità, alla ricerca di emozionalità nei negozi, per stabilire una relazione di lungo periodo col consumatore, posizionandosi per questo con rinnovata capillarità. A breve invece, ma solo dopo qualche mese d’inerzia, sono all’orizzonte delle M&A, vista la crisi di liquidità’.

    A certificare le perdite, Altagamma ha fornito la variazione del consunsus degli analisti per il 2020, con un Ebitda passato dal +4,5% della stima fornita a novembre 2019 al -30% attuale. La profittabilità delle imprese del lusso viene data in diminuzione del 30%. L’hard luxury, ovvero gioielli (-22%) e orologi (-25%), e l’abbigliamento (-21%) sono le categorie che soffriranno di più. Pelletteria (-16%) e cosmesi (-11%) i prodotti che meno decresceranno. Le aree previste più in sofferenza sono Europa (-29%) e Americhe (America Latina -21% e Nord America -22%). Meno l’Asia (-5%), con una grande influenza della Cina.

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