affari

  • Scandalo ai massimi livelli governativi

    Non è scandaloso che alcuni banchieri siano finiti in prigione;

    scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà.

    Honoré de Balzac; da “Cesare Birotteau”, 1837 

    I dodici discepoli, tranne Giuda l’Iscariota, divennero gli apostoli di Gesù, dopo la sua resurrezione e l’ascensione al cielo. Matteo era uno degli apostoli ed il suo Vangelo, per la Chiesa Cattolica, è il primo tra i quattro Vangeli canonici. Matteo ci racconta, nel quinto e diciottesimo capitolo del suo Vangelo cosa pensava e diceva Gesù sugli scandali.

    “Guai al mondo per gli scandali! E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco” (dal Vangelo secondo Matteo 18/7-9). Bisogna sottolineare che Geenna è una piccola valle sulla parte meridionale del monte Sion in Israele. Però nel Nuovo Testamento Geenna rappresenta l’Inferno, il luogo dove si bruciano tutti i peccatori.

    Da un mese ormai in Albania è stato reso noto uno degli scandali più clamorosi di questi ultimi anni. Sia per gli evidenziati abusi in alcuni appalti pubblici e sia perché tutto veniva personalmente gestito dalla vice primo ministro e, allo stesso tempo, ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Si tratta di appalti pubblici manipolati palesemente e legati ad una lunga galleria, a due ponti pagati ma mai costruiti e a dei sospettosi lavori di supervisione. Uno scandalo, inconfutabile espressione dell’abuso del potere istituzionale e della corruzione ai massimi livelli.

    Dopo delle lunghe indagini che sono state condotte da un procuratore coraggioso, il 31 ottobre scorso lui ha comunicato l’accusa di “violazione della parità negli appalti” alla ministra indagata. E, fino a prova contraria, il procuratore bisogna considerarlo veramente coraggioso, visto cosa è accaduto e tuttora accade con il sistema “riformato” della giustizia in Albania. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato brevemente dello scandalo ed altresì del fatto che “…da fonti credibili risulterebbe che il procuratore sia stato minacciato dal primo ministro per le sue indagini, mentre non c’è stata nessuna smentita da parte del primo ministro”. Per il primo ministro si trattava di “…..un caso unico nella storia dell’Europa […] dove non è mai successo che un procuratore ed un giudice si incontrano faccia a faccia e sospendono dall’incarico un membro del governo” (Preoccupante sostegno europeo; 24 novembre 2025).

    Il procuratore che ha indagato sul sopracitato scandalo ha evidenziato, tra l’altro, che l’accusata, in veste di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia “…ha seguito ed orientato in continuazione la procedura di questo appalto pubblico durante la fase preparatoria, durante lo svolgimento della procedura e fino al momento della proclamazione del vincitore…”. Dagli atti ufficiali dell’inchiesta risulta che l’accusata ha chiesto l’annullamento di un primo appalto sul tunnel, la riapertura delle procedure, la proclamazione del nuovo vincitore, nonostante le condizioni legali non fossero state adempiute ecc..

    Bisogna sottolineare che tutto cominciò ufficialmente nel 2021, quando un’impresa albanese vinse l’appalto per costruire il tunnel lungo più di cinque chilometri, due ponti e una strada sulla costiera ionica nel sud dell’Albania. Il costo dei lavori ammontava a circa 140 milioni di Euro. Il 3 giungo 2021 però ad Ankara, capitale della Turchia, si è svolto un incontro tra il primo ministro albanese, la ministra ormai accusata, nonché dell’allora vice primo ministro, ormai in asilo in Svizzera, con due rappresentanti di una ditta turca. Una foto testimonia quell’incontro. Bisogna sottolineare però che l’ex vice primo ministro, presente all’incontro e ormai in asilo, aveva denunciato lo scandalo già un anno fa, durante una sua intervista televisiva. Risulterebbe, altresì, che la ditta avesse anche l’appoggio del presidente turco, un “amico” del primo ministro albanese.

    Dagli atti ufficiali della procura risulta che dopo quell’incontro la ministra accusata ha ordinato di annullare tutto e di ricominciare con l’annuncio di un nuovo appalto sul tunnel. Appalto che è stato vinto alcuni mesi dopo proprio dalla ditta turca, nonostante avesse fatto un’offerta maggiore, di circa 50 milioni di euro, di quella della ditta albanese che vinse il primo appalto, poi annullato. Ma, guarda caso, la ditta albanese ha avuto poi il subappalto dal vincitore dello stesso progetto, con la stessa somma da lei offerta durante il primo appalto! Chissà perché?! Ma in Albania è tutto un magna magna, parafrasando Roberto Benigni nel ruolo di Johnny Stecchino.

    Non era però abusivo solo il secondo appalto sul tunnel che ha permesso la “strana scomparsa” di 50 milioni di euro. Dalle indagini del procuratore risulta, tra l’altro, che sono stati tali anche quello sul progetto dello stesso tunnel, con un valore di 7.4 milioni di euro, e l’appalto sulla supervisione dei lavori, con un valore di circa 2 milioni di euro. E, guarda caso, ai “supervisori” è sfuggito anche un ponte, lungo 110 metri, mai costruito. Un ponte che è stato sostituito da una grande quantità di cumuli di materiali inerti. Ma dalle stesse indagini del procuratore risulta, oltre a molte altre violazioni delle procedure ed abusi, che i lavori per la perforazione e la costruzione del tunnel sono stati avviati anche senza il permesso dei lavori, obbligatorio per legge. Un permesso che è stato reso pubblico solo il 28 maggio 2025, cioè più di tre anni dopo!

    Il 19 novembre scorso un giudice del tribunale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha deciso di sospendere l’accusata dai suoi due incarichi: quello di vice primo ministro e quello di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Il giudice ha altresì deciso che l’accusata non può uscire dal territorio albanese. Mentre un giorno dopo, il 20 novembre scorso, è stato reso noto dalla procura che è stata accusata anche di un altro caso, quello di un appalto pubblico di una parte del grande raccordo anulare di Tirana. Un altro scandalo milionario pieno di abusi.

    Da fonti ben informate risulterebbe che il primo ministro sia stato coinvolto direttamente in questi scandali e abusi. Lo confermano anche diversi messaggi scambiati tra l’accusata con un suo stretto collaboratore, ormai in prigione, il cui telefono è stato sequestrato. Chissà perché il primo ministro il 12 febbraio scorso, durante una riunione con il gruppo parlamentare del suo partito/clan, ha avvertito “ironicamente” gli organi competenti di non chiederli il suo telefono? “Non devono fare l’errore di venire a chiedere il mio telefono. Perché hanno preso tutti i telefoni dell’Albania. Che vadano a occuparsi dei fatti!” ha dichiarato il primo ministro.

    Il primo ministro, vistosamente in difficoltà dopo gli sviluppi con il clamoroso scandalo milionario del tunnel, che lo coinvolgerebbe personalmente, ha fatto ricorso presso la Corte Costituzionale contro la decisione presa dal giudice nei confronti della sua stretta collaboratrice. Lei che dando le dimissioni, come abitualmente si fa in altri Paesi europei, lo poteva aiutare molto. Nel frattempo, però, come ha sempre fatto in simili momenti di grande difficoltà, il primo ministro sta cercando di ingannare l’opinione pubblica con false ed abusive citazioni e riferimenti.

    Chi scrive queste righe informerà il nostro lettore sugli ulteriori sviluppi di questo scandalo che coinvolge i massimi livelli governativi. Ma nel frattempo, parafrasando Balzac, si potrebbe dire che in Albania non è scandaloso che alcuni governanti siano finiti in prigione o sospesi dal loro incarico, scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà. Compreso il primo ministro.

  • Rappresentanti diplomatici che violano la Convenzione di Vienna

    Esistono cinque categorie di bugie: la bugia semplice, le previsioni del tempo,

    la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale.

    George Bernard Shaw

    Durante la Conferenza delle Nazioni Unite del 18 aprile 1961, svoltasi a Vienna, i rappresentati dei Paesi membri hanno discusso su una bozza presentata dalla Commissione internazionale di giurisprudenza. Gli autori della bozza avevano concepito ed elaborato un materiale in cui venivano definite delle norme di diritto internazionale, con l’obiettivo di regolare e stabilire i rapporti tra gli Stati firmatari. Si trattava di un insieme di precetti che sancivano tutti gli obblighi ed i diritti dei rappresentanti diplomatici nello Stato accreditatario. Il 18 aprile 1961 il documento è stato adottato dai primi 60 Paesi firmatari. Da allora quel documento, composto da 53 articoli, è pubblicamente noto come la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. La Convenzione è entrata in vigore il 24 aprile 1964. Ormai hanno aderito 190 dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

    Il comma 1 dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stabilisce ed obbliga che “Tutte le persone che godono di privilegi e immunità sono tenute, senza pregiudizio degli stessi, a rispettare le leggi e i regolamenti dello Stato accreditatario. Esse sono anche tenute a non immischiarsi negli affari interni di questo Stato”. Mentre il comma 2 dello stesso articolo 41 della Convenzione sancisce che “Tutti gli affari ufficiali con lo Stato accreditatario affidati dallo Stato accreditante, alle funzioni della missione, sono trattati con il Ministero degli Affari esteri dello Stato accreditatario o per il tramite di esso, oppure con un altro ministero convenuto”. Ragion per cui tutti i rappresentanti diplomatici, partendo dall’ambasciatore/capomissione e fino all’ultimo funzionario in ordine gerarchico, sono obbligati a rispettare anche quanto è sancito dall’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

    La storia però ci insegna che non tutti i rappresentanti diplomatici, partendo dai massimi livelli, hanno rispettato quanto prevede la Convenzione di Vienna. Anche la storia degli ultimi decenni. Quanto è accaduto in varie parti del mondo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, lo dimostra e lo testimonia. Così come testimonia anche la rettitudine, l’onestà ed il rispetto della Convenzione di Vienna di molti altri rappresentanti diplomatici. Sono veramente tanti coloro che osservano e rispettano i propri obblighi istituzionali previsti, mentre affrontano con la dovuta responsabilità civile, morale ed istituzionale anche delle situazioni difficili.

    Ma purtroppo, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, alcuni rappresentati diplomatici dei grandi ed influenti Paesi, soprattutto quelli statunitensi, in alcuni Paesi si comportano come dei “governatori”. Ovviamente anche con il beneplacito di coloro che governano in quei Paesi, in cambio di reciproci e voluti supporti. Quanto da anni ormai sta accadendo in Albania rappresenta una testimonianza inconfutabile di una simile realtà. Sempre fatti accaduti e documentati alla mano risulterebbe che soprattutto durante quest’ultimo decennio, i massimi rappresentanti diplomatici statunitensi, hanno palesemente appoggiato l’operato dell’attuale primo ministro, che dal 2013 sta al potere. E lo hanno fatto, mentre tutti i rapporti ufficiali delle istituzioni governative, compreso anche quelli del Dipartimento di Stato, funzionari del quale sono gli ambasciatori statunitensi, da anni ormai considerano l’abuso del potere, la galoppante corruzione, la ben nota connivenza del potere politico con la criminalità organizzata in Albania come preoccupanti problematiche. Il che testimonia, altresì, che i massimi rappresentanti diplomatici statunitensi, violando palesemente la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, seguono e realizzano altri interessi. Compresi quelli personali. E purtroppo, simili atteggiamenti hanno avuto anche i massimi rappresentanti della Delegazione dell’Unione europea in Albania. Ma così facendo però, si intromettono nelle faccende che devono riguardare e devono essere risolte solo e soltanto dai fattori istituzionali, politici e sociali del Paese nel quale simili rappresentanti diplomatici sono stati accreditati.

    L’ultima ambasciatrice statunitense è stata ufficialmente accreditata in Albania nel gennaio 2020, per poi lasciare il suo incarico nel giugno 2023. Dopo di lei gli Stati Uniti d’America sono stati rappresentati da un incaricato d’affari, visto che le istituzioni competenti statunitensi non hanno ancora nominato un nuovo ambasciatore. Bisogna sottolineare che l’operato dell’ambasciatrice statunitense in Albania ne è un’inconfutabile testimonianza, sempre fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, di come si possa abusare dei diritti e di come si possano violare i doveri sanciti dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Lei verrà ricordata come una dichiarata sostenitrice dell’attuale primo ministro albanese, eseguendo le direttive mandate da diversi canali, ufficiali e non. Direttive concepite da un noto multimiliardario e speculatore di borsa statunitense, ben influente nel Dipartimento di Stato. E si sa pubblicamente che il primo ministro albanese è un suo prescelto, nonché un dichiarato “fratello” di suo figlio, il quale da qualche anno gestisce l’impero miliardario del padre. Il nostro lettore è stato spesso informato con la dovuta, necessaria e richiesta oggettività di tutto ciò (Ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili, 27 settembre 2021; Consapevolmente dalla parte del male, appoggiando una dittatura, 6 dicembre 2021; Ricattabile ostaggio dei propri peccati; 14 febbraio 2022; Tempo di scelta tra la dittatura e la democrazia, 7 marzo 2022; Testimonianze di crudeltà, sofferenze ed inganni istituzionali, 2 maggio 2022; Messinscena ingannatrice con una conferenza anticorruzione; 20 giugno 2022; Gravose conseguenze di certe complicità internazionali, 31 ottobre 2022; La doppia faccia di certi rappresentanti internazionali, 17 aprile 2023; Continua ad ingannare per coprire una grave e scandalosa realtà, 31 luglio 2023 ecc…).

    In seguito alle riforme della nuova amministrazione statunitense per ristrutturare le istituzioni, che hanno coinvolto anche il Dipartimento di Stato, da credibili fonti mediatiche, ma non solo, si è saputo che l’ex ambasciatrice statunitense in Albania aveva patteggiato, accettando di allontanarsi dal servizio, purché non ci fosse svolta nessuna verifica sul suo operato diplomatico.

    Ma la scorsa settimana lei ha fatto sapere che aveva cominciato una nuova esperienza lavorativa come Senior director presso l’ExxonMobil, uno dei maggiori gruppi petroliferi mondiali. Lo stesso gruppo, però, che nel 2022, con l’intermediazione diretta dell’ambasciatrice statunitense in Albania, aveva vinto un appalto milionario. Secondo il contratto firmato con il governo albanese, il vincitore dell’appalto doveva portare nel porto di Valona, in Albania, due navi generatore, che usavano il petrolio per produrre energia elettrica. Bisogna sottolineare che le navi in quel periodo non erano neanche proprietà del gruppo, bensì di una compagnia del Bangladesh. Ebbene, quelle navi ancora oggi, attraccate al porto di Valona, non hanno generato neanche un solo kilowatt di energia. Ma nel frattempo i firmatari del contratto hanno intascato centinaia di milioni e continuano ad intascare altri. Ragion per cui assumere come Senior director l’ex ambasciatrice statunitense in Albania, in cambio degli introiti milionari, rappresenta un “dovuto riconoscimento” per lei.

    Chi scrive queste righe pensa che durante il suo operato in Albania, l’ambasciatrice statunitense, oltre a chiudere gli occhi e le orecchie di fronte ai continui e clamorosi scandali che coinvolgevano direttamente il primo ministro albanese, seguiva e realizzava anche i suoi interessi personali, violando così clamorosamente la Convenzione di Vienna, ma anche confermando che la bugia diplomatica è una delle cinque categorie delle bugie, come affermava George Bernard Shaw.

  • Similes cum similibus congregantur

    Ancora una volta gli Stati Uniti tolgono munizioni e sistemi di difesa all’Ucraina mentre Putin aumenta, con una continua violenta escalation, la sua sciagurata guerra.

    Non c’è molto da dire, l’hanno già detto gli antichi: similes cum similibus congregantur.

    E cioè i simili vanno con i loro simili, Trump e Putin sono uomini di violenza e d’affari, il loro unico fine è il potere e non hanno nulla a che vedere con il rispetto di regole o diritti internazionali, con i diritti dell’uomo o con la giustizia.

    Noi dobbiamo tutti subire di fronte ai signori della guerra, la guerra delle armi o dei dazi, delle menzogne o dei ricatti, degli affari di pochi contro il diritto dei molti, questa è la realtà, possiamo criticarla ma dobbiamo subirla perché lentamente abbiamo lasciato ad un pugno di uomini nel mondo il diritto e la forza di decidere per tutti.

    Subire o ribellarsi? Occorrerebbe avere almeno gli attributi necessari ma tutti teniamo famiglia, i nostri interessi, piccoli ma sempre interessi, e siamo ormai troppo abituati al nostro smartphone, ai giochini, ai social, al Grande Fratello, all’Isola dei famosi, alle coglionate che ci propinano e che alla fine ci piacciono perché ci distraggono dalla realtà, dal dover prendere posizione.

    Perciò diamoci pace, prima moriranno gli ucraini e poi tutti gli altri, noi compresi, fatto salvi quegli utili idioti che servono al potere, chi vuole si dia pace io continuerò a sostenere l’Ucraina anche con piccoli gesti quali non comperare nulla di russo, americano o cinese e ad augurarmi che il Kim Jong-un della Corea del Nord affoghi nel suo grasso.

  • Lombardia eldorado di tutte le sigle della criminalità organizzata italiana

    La Lombardia, con il suo tessuto produttivo florido e diversificato, si conferma il principale snodo finanziario del Paese. Le mafie hanno saputo radicarsi e proliferare adottando modelli operativi che si discostano dal controllo militare del territorio tipico delle regioni di origine e prediligendo una strategia di basso profilo, che riserva la violenza a circostanze mirate e necessarie a mantenere le posizioni economiche acquisite.

    Le recenti inchieste giudiziarie hanno evidenziato la spiccata propensione delle mafie lombarde all’impiego di strumenti finanziari illeciti. Tra questi, spiccano frodi fiscali realizzate con l’emissione e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, compensazioni di crediti tributari fittizi, riciclaggio e auto-riciclaggio anche a livello internazionale, oltre a intestazioni fittizie di beni e bancarotte fraudolente. Per molti imprenditori, l’ingresso nel circuito mafioso ha rappresentato un’opportunità apparentemente vantaggiosa, una provvidenziale iniezione di liquidità. Tuttavia, questo si è tradotto in un progressivo asservimento, culminato nella perdita del controllo aziendale a vantaggio dell’organizzazione criminale. Questo sistema inoltre non solo danneggia la libera concorrenza, ma crea un incentivo per l’imprenditore a non denunciare l’estorsione, rendendo il fenomeno difficile da intercettare.

    Le indagini recenti rivelano anche una crescente cooperazione tra diverse matrici criminali. Si registrano intese tra la Cosa Nostra gelese e la ‘Ndrangheta calabrese per la gestione del traffico di stupefacenti, e sinergie tra la ‘Ndrangheta in Piemonte e la comunità sinti per il rifornimento e la custodia di armi.

  • Nebbia fitta

    Ci sono notizie eccellenti: il Papa è tornato a casa, potremo ancora contare sulla sua profonda fede ed umanità, sul suo inarrestabile impegno per la giustizia, per la pace, sulla sua dedizione per tutti coloro che hanno bisogno di ritrovare rispetto e dignità

    Ci sono notizie pessime, e sono sempre troppe, tra queste le dichiarazioni dell’amico personale di Trump, Steve Witkoff che ha completamente, ad oggi, sposato le tesi e le menzogne di Putin per l’Ucraina.

    Il presidente americano continua a sostenere che la pace è vicina, partendo da un accordo per il cessate il fuoco mentre, invece, si sono intensificati gli attacchi di Mosca alle zone residenziali ed alle strutture ucraine, e Witkoff dà per scontato che le zone occupate debbano rimanere russe.

    L’inviato speciale di Trump vede già nuove elezioni per sostituire il presidente Zelensky con persona più vicina e gradita allo zar e ovviamente ignora i crimini di guerra commessi da Putin e la deportazione di migliaia di bambini ucraini dei quali si sono perse le tracce.

    Se ci fermiamo a pensare un attimo a questi uomini d’affari, grandi imprenditori e giocatori di golf, che possono disporre del futuro di milioni di persone, forse anche dello stesso pianeta, quando per i loro interessi si mettono d’accordo, l’ira e lo sconforto si assommano

    Sempre più avanzano in varie parti del mondo sistemi autoritari che defenestrano la democrazia in nome di gruppi oligarchici o di dittatori che hanno anche la presunzione di farsi eleggere con la forza e la paura, quanto sta avvenendo in Turchia aumenta le preoccupazioni anche per le conseguenze che ne scaturiranno per l’Ucraina e per l’Europa.

    Volenti o nolenti, consapevoli o indifferenti, inetti o conniventi, abbiamo mondializzato il sopruso e la violenza politica, il diritto di alcuni di sopprimere i legittimi diritti di tutti gli altri, la manipolazione della realtà per trasformarla in verità di parte.

    In questo quadro sempre più allarmante vediamo un’Europa ancora incapace, salvo singoli tentativi, di raddrizzarsi e concludere quel processo di Unione politica tanto annunciato e mai realizzato con la conseguenza, al di là delle dichiarazioni, di diventare ogni giorno meno determinante o per meglio dire ininfluente.

    La guerra è in Europa ma al tavolo delle trattative l’Europa non c’è, Trump la tiene inchiodata a discettare sui dazi, disposto anche a far soffrire il popolo americano pur di eliminarla dalla politica internazionale.

    Sembra ormai che una nebbia fitta avvolga la mente di chi dovrebbe saper analizzare gli eventi nei loro molteplici risvolti e ciascuno, teso a difendere, malamente, i propri interessi di parte contribuisce a lasciarci scivolare nella palude, Italia docet.

  • Groenlandia al voto. Stavolta più di Copenhagen preoccupa Washington

    L’11 marzo gli abitanti della Groenlandia sono stati chiamati alle urne per eleggere il governo locale, in quello che potrebbe essere un voto cruciale per il futuro dell’isola, la più grande al mondo. Negli ultimi tempi, la Groenlandia si è infatti trovata oggetto di attenzioni inusuali per un territorio così isolato e marginale nella politica internazionale. L’isola, che gode di una semi-autonomia dalla Danimarca, è stata infatti definita dal presidente statunitense Donald Trump come “indispensabile per la sicurezza nazionale e internazionale”, in virtù della sua posizione strategica, tra l’Oceano Atlantico e il Circolo polare artico, e per via delle ingenti ricchezze del suo sottosuolo. Per queste ragioni, il titolare della Casa Bianca ha promesso di fare il possibile affinché la Groenlandia passi sotto il controllo statunitense, nonostante ciò voglia dire scontrarsi con una nazione alleata all’interno della Nato, la Danimarca. I toni usati da Trump negli ultimi mesi non sembrano tenere in particolare conto nemmeno la volontà della popolazione locale dell’isola, che da decenni vive un complesso dilemma tra la volontà di una maggiore autonomia politica da Copenaghen, se non una totale indipendenza, e la realtà di non avere strumenti economici alla portata per assicurare la sostenibilità di tale progetto.

    I groenlandesi sono infatti dipendenti dal sostegno finanziario che il governo danese fornisce loro ogni anno (oltre 500 milioni di euro), necessario a coprire i limiti di un’economia basata prevalentemente sulla pesca e sul turismo. La grande ricchezza della Groenlandia, costituita dalle risorse naturali e minerarie, rappresenta un capitolo a parte: il timore di vedere il proprio territorio profondamente alterato dall’attività estrattiva ha fatto prevalere tra gli elettori un sentimento di diffidenza verso quelle iniziative economiche che potrebbero senz’altro assicurare grandi rendite e quindi favorire il processo di indipendenza. Tale approccio “conservatore”, motivato da considerazioni ecologiste e politiche, ha consegnato la vittoria al partito Inuit Ataqatigiit nelle ultime elezioni locali nel 2021. All’epoca lo sfruttamento minerario era stato al centro del dibattito tra le varie formazioni groenlandesi, in particolare per quanto concerneva il giacimento di terre rare di Kvanefjeld. A distanza di quattro anni, la posta in ballo non è più limitata alle scelte economiche ma coinvolge anche il futuro della Groenlandia e la sovranità del territorio, a fronte delle ambizioni rivendicate da Trump. Allo stato attuale l’isola gode di una grande autonomia dalla Danimarca, eccetto per gli affari esteri, la difesa e la politica monetaria, che spettano a Copenaghen – nel cui Parlamento sono comunque assicurati dei seggi ai rappresentanti groenlandesi. Sebbene i sondaggi confermino la predominanza del sentimento indipendentista tra i cittadini, non c’è uniformità di giudizio sulle tempistiche dell’effettivo distacco dalla Danimarca e il potenziale impatto di tale decisione sulle finanze pubbliche e sugli standard di vita.

    Le proposte dei principali partiti groenlandesi rispecchiano questa dinamica. Il già citato Inuit Ataqatigiit, formazione socialista e ambientalista attualmente al governo con il suo leader Mute Bourup Egede, si dice formalmente indipendentista ma non ha presentato piani concreti per questo obiettivo, sottolineando le difficili condizioni economiche in cui la Groenlandia potrebbe trovarsi una volta ottenuta una piena sovranità. Linea similare è quella del partner di maggioranza, il partito di impostazione socialdemocratica Siumut, che sostiene una secessione graduale dalla Danimarca e che in passato ha lanciato l’idea di un referendum da tenersi a breve termine, salvo poi ritirare tale iniziativa. Naleraq, la principale forza di opposizione, ritiene invece che una rapida transizione verso l’indipendenza sia possibile e che gli abitanti della Groenlandia ne trarrebbero beneficio economicamente grazie a un rilancio dell’industria della pesca e in generale delle esportazioni. Un tema su cui Naleraq ha insistito in campagna elettorale è anche quello relativo a un accordo di difesa con gli Stati Uniti, che già operano alcune basi sull’isola. Contrari all’indipendenza sono invece gli esponenti di Atassut, partito conservatore che promuove invece il proseguimento del rapporto con la corona danese nel contesto del Commonwealth con Copenaghen.

    I desideri di Trump non sembrano dunque sposarsi con quelli delle formazioni politiche groenlandesi, in particolare per quel che riguarda il controllo dei giacimenti minerari e in generale delle risorse naturali del territorio artico. Recenti sondaggi condotti in Groenlandia per testate locali e danesi hanno evidenziato come solo il 6% dei cittadini sia favorevole a un passaggio sotto la sovranità Usa, a fronte dell’85% di contrari a qualsiasi prospettiva del genere. Gli elettori chiamati domani a rinnovare i 31 seggi dell’Inatsisartut, il Parlamento di Nuuk, dovranno dunque decidere in che direzione condurre la Groenlandia, in un complicato equilibrio tra istanze di indipendenza e un gioco politico di dimensioni transatlantiche.

  • La “trappola di Tucidide” di Cina e Usa. E l’insussistenza Europea

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Dario Rivolta apparso su notiziegeopolitiche.net il 27 luglio 2024

    Da un po’ di tempo a questa parte diversi analisti di politica internazionale usano volentieri i concetti della “Trappola di Tucidide” per parlare dei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Tucidide fu uno storico greco che sostenne fosse inevitabile scoppiasse la guerra tra una potenza dominante in declino e una nuova potenza nascente che aspirasse a prenderne il posto.
    Se applicassimo quel criterio alla situazione del mondo di oggi non dovremmo nemmeno domandarci se scoppierà una guerra tra la Cina e gli Stati Uniti. La sola domanda che potremmo porci è: quando.
    Per cercare di rispondere al quesito è interessante leggere l’intervista che l’americano Graham Allison ha concesso poche settimane orsono ad un giornale indipendente di Hong Kong. Il personaggio non è un qualunque politologo: fu assistente segretario alla Difesa nell’amministrazione Clinton ed è ora professore di Government alla Harward University, oltre che rettore e fondatore della John F. Kennedy scuola di Government, sempre alla Harward. In un libro dal titolo “Destinati alla guerra” naturalmente parla proprio di Washington e Pechino come classici rivali.
    Poco prima di rilasciare l’intervista aveva compiuto un viaggio in Cina dove incontrò non solo il ministro degli esteri Wang Yi e altri alti livelli del ministero degli Esteri, ma anche lo stesso presidente Xi Jinping per una lunga conversazione a due. Allison descrive l’uomo come fortemente ambizioso, sicuro di sé e determinato a far sì che la Cina diventi ogni cosa che potrà essere. Parole particolarmente curiose e interessanti sono quelle di Xi quando riferisce di una conversazione avuta con Barak Obama. Il presidente cinese ricorda che Obama gli disse che se i cinesi fossero diventati benestanti come gli americani e come loro consumassero la stessa quantità di energia con conseguente emissione di gas nocivi, la biosfera sarebbe diventata inabitabile per tutti. Dopo una pausa Xi aggiunse ad Allison: “Si immagina dunque che noi dovremmo essere felici di essere benestanti solo un quinto di quanto lo sono oggi gli americani?”. E dette lui stesso la risposta affermando che comunque la Cina era intenzionata a modernizzarsi in un suo proprio modo pur senza effetti negativi per l’intero mondo. Era fiducioso che, poiché i cinesi sono gente intelligente e grandi lavoratori, avrebbero facilmente raggiunto almeno la metà del PIL pro capite degli americani. E poi: “Faccia un conto aritmetico. Poiché noi siamo una popolazione quattro volte più numerosa significa che il nostro Pil pro-capite sarà due volte quello degli Usa. E con un PIL doppio avremo un budget della difesa che sarà il doppio, un budget per l’intelligence due volte più grande e una leva economica con altrettanta proporzione”.
    Sembrerebbe ovvio che, qualora ciò avvenisse, la “Trappola di Tucidide” potrebbe diventare una realtà.
    Allison non si dichiara però pessimista. Ritiene che esista, di là da un certo determinismo, un fattore umano che potrà influenzare il possibile comportamento dei leader. In particolare, riferendosi alla storia dei due millenni passati, ricorda che, pur in presenza di una potenza ascendente e di una in declino, non sempre ciò ha dato luogo ad una guerra. L’alternativa possibile dei nostri tempi è che i leader dei due Paesi, consci di ciò che potrebbe significare per il mondo un conflitto atomico, potrebbero scegliere di continuare a confrontarsi a distanza anche per trenta, quaranta o altri cinquant’anni senza ricorrere al conflitto. In questo caso sarebbero la storia e le rispettive popolazioni a decidere quale dei due sistemi, quello cinese o quello americano, meglio soddisfi ciò che i cittadini vogliono e il conflitto andrà appianandosi automaticamente.
    A una domanda in merito al risultato dell’incontro che Biden e Xi ebbero mesi fa a San Francisco, Allison risponde che, pur senza conoscere i dettagli di quell’incontro riservato, è probabile che si siano trovati d’accordo su diversi punti. Ammette tuttavia che entrambi possano aver nutrito e continuato a nutrire dubbi sulla buona fede e sul rispetto degli accordi da parte dell’altro. Sicuramente, continua, qualunque intesa sia stata raggiunta non ne saranno stati definiti i dettagli e quindi ciascuno potrà interpretare le cose a modo suo. Una seconda osservazione importante che Allison fa è che i poteri di un presidente Usa e di quello cinese sono molto diversi: mentre il primo opera in un sistema con più voci e con la presenza di contrappesi, il secondo può più facilmente imporre al proprio Paese le decisioni che intende assumere. E ciò potrebbe avere conseguenze, ma non necessariamente quelle di mutua soddisfazione.
    Un argomento cui l’intervistatore non rinuncia è di chiedere cosa pensi l’intervistato dei rapporti tra Cina e Russia. Allison risponde che molti politologi e politici statunitensi hanno continuato a ritenere innaturale, e quindi impossibile, una alleanza tra Cina e Russia e tuttora stentano ad accettare il fatto che sia stata proprio Washington a spingerli verso una alleanza sempre più stretta. La logica, ahimè negletta anche da politici altrimenti intelligenti, è “il nemico del mio nemico è mio amico”. È esattamente ciò che sta accadendo: Mosca e Pechino hanno il comune obiettivo di rendere innocuo quello che definiscono l’ordine egemonico statunitense “unipolare” per favorire invece un ordine multipolare in cui entrambe possano diventare dei poli strategicamente importanti nel mondo. Resterebbe solo da aggiungere che la Russia non aveva altra scelta dopo essere stata emarginata politicamente ed economicamente dall’occidente.
    Alla domanda “se la Russia è impegnata in una grande guerra contro l’Ucraina e se gli Stati Uniti si focalizzano su di essa, quale opportunità potrebbe crearsi per la Cina? Se nello stesso tempo esiste un Medio Oriente in fiamme e anche esso richiede l’attenzione degli Usa, come può Washington affrontare tre pericolosi scenari contemporaneamente?”. Anche in questo caso la risposta, non si sa se totalmente sincera o perché non è facile accettare di diventare una Cassandra, è relativamente ottimista: “L’atteggiamento dell’amministrazione statunitense nei confronti della Cina dovrà avere tre componenti: una ferma competizione, una continua comunicazione e una sincera cooperazione. A quale fine? Per ottenere una competizione pacifica, a lungo termine che consenta di vedere in 25 anni o in mezzo secolo quale dei due sistemi risponda con maggior successo a ciò che i popoli vogliono”. Inoltre, aggiunge, gli americani stanno saggiamente costruendo una rete di alleanze come l’AUKUS, il QUAD, il rafforzamento dei trattati con Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine, e ciò assicurerà un sufficiente contrappeso alla Cina nel contesto asiatico. È ovvio, continua ancora Allison, che gli Stati Uniti dovranno fare delle scelte poiché è impossibile, nonostante siano la più grande potenza militare del mondo, fronteggiare contemporaneamente tre aree di crisi lontane tra loro. Sarà allora ovvio che le risorse destinate all’Europa dovranno essere ridotte sostanzialmente e occorrerà fare una scelta anche dal punto di vista economico per assicurare che alcuni prodotti importanti attualmente controllati dalla potenza dominante siano garantiti e non resi disponibili ai concorrenti.
    A questo punto l’intervistatore pone una domanda cruciale che pochi, anche tra gli storici, oserebbero porre. “Quale parallelo si può fare tra questa situazione con la Cina e le sanzioni statunitensi che portarono alla guerra tra il Giappone e gli Stati Uniti nel 1940?“.
    La risposta: “E’ certo vero che, storicamente, un certo numero di rivalità tucididee si siano manifestate proprio sulle risorse… se noi forziamo un concorrente a scegliere tra un suo strangolamento sicuro entro sei mesi o un anno, oppure tentare una soluzione rischiosa ma magari con la possibilità di vincere una guerra… Può diventare razionale per un contendente scegliere la guerra. Ora, io penso che nell’attuale rivalità tecnologica l’amministrazione Biden sia determinata nel cercare di mantenere il più ampio possibile il gap con i cinesi in tutte le frontiere tecnologiche quali intelligenza artificiale, semiconduttori, genomica o quantum per la biologia sintetica. Tuttavia in nessuno di questi gli Usa saranno capaci di impedire alla Cina qualche versione diversa di capacità. Potrebbe essere questione di una generazione o due… i cinesi sono intelligenti e grandi lavoratori e hanno ogni anno dieci volte più laureati degli americani… in Cina, dove c’è una competizione molto più forte tra le compagnie produttrice di macchine elettriche, la società BYD (partecipata finanziariamente anche da Warren Buffett) è attualmente quella che ha preso la maggiore fetta di mercato che fu di Tesla. La mia scommessa sarebbe che la rivalità tecnologica sarà forte ma non arriverà al punto da strangolare le opportunità per la Cina di svilupparsi per conto proprio o di trovare altre fonti… Siamo in una economia globalizzata e ci sono altre fonti potenziali per quasi qualunque cosa gli Stati Uniti cercherebbero di tenere sotto controllo… Gli sforzi americani potranno ritardare ma non impedire gli sforzi cinesi su questi fronti… non penso che queste intenzioni americane possano diventare un decisivo fattore di guerra”.
    A questo punto ognuno tragga le valutazioni che preferisce dal contenuto di questa intervista, ma è corretto notare che in nessuno dei temi toccati nell’intervista si trova un qualunque ruolo per l’Europa. L’unica volta in cui la si menziona è quando si afferma che affinché gli Usa possano concentrarsi efficacemente nelle aree considerate di crisi è necessario per Washington ridurre gli impegni che ha verso il Vecchio continente. Naturalmente nessuno può auspicare che scoppi una guerra mondiale ma, se dovesse succedere, gli europei vi verrebbero trascinati solo come obbedienti vassalli e, se fortunatamente nessun conflitto accadesse, i veri “grandi” troveranno un qualunque accordo tra di loro e ciò accadrebbe alle spalle o addirittura sulle teste degli europei stessi.

    Sarà mai possibile che qualche politico europeo capisca che l’Europa deve assolutamente cambiare e mettere mano ai Trattati esistenti per costruire, con chi lo vorrà, una vera Unione politica di carattere federale? Altrimenti il destino degli europei sarà solo quello del “vaso di coccio” di manzoniana memoria.

    * Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.

  • Scelte che evidenziano determinati interessi geopolitici

    Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo

    obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.

    Proverbio cinese

    La scorsa settimana è stata molto attiva per il Presidente della Repubblica popolare della Cina, allo stesso tempo segretario generale del partito comunista cinese. Ha effettuato tre visite di Stato in Europa: il 6 ed il 7 maggio era in Francia, poi è arrivato in Serbia ed, infine, in Ungheria. Il Presidente cinese ritornava in Europa dopo cinque anni. Il motivo dichiarato ufficialmente delle visite in Francia ed in Ungheria era la celebrazione del 60° e 75° anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche, rispettivamente, con la Francia e l’Ungheria. Mentre in Serbia si ricordava il bombardamento del 7 maggio 1999, durante la guerra in Kosovo, dell’ambasciata cinese a Belgrado dagli aerei della NATO. Bombardamenti che causarono la morte di tre giornalisti cinesi ed il ferimento di diverse persone. Ma un altro motivo importante delle visite del Presidente cinese nei tre sopracitati Paesi era quello economico e geopolitico.

    A Parigi il Presidente cinese è stato accolto all’Eliseo, il palazzo presidenziale, dal suo omologo francese. Durante l’incontro ufficiale ed ai successivi colloqui ha partecipato anche la presidente della Commissione europea. Quest’ultima ha affrontato, durante l’incontro, questioni di interesse per l’Unione europea, come le diverse controversie commerciali con la Cina. Ma è stata affrontata anche la situazione in Ucraina. Il Presidente francese ha sottolineato, tra l’altro, che il ruolo della Cina è decisivo, riferendosi alla guerra in Ucraina. Ma anche a quella nella Striscia di Gaza. Mentre, per quanto riguarda i rapporti commerciali tra i Paesi dell’Unione europea e la Cina, il Presidente francese ha ribadito che è necessario che siano stabilite e rispettate delle “regole eque per tutti”. Aggiungendo: “…L’avvenire del nostro continente dipenderà chiaramente anche dalla nostra capacità di continuare a sviluppare in modo equilibrato le nostre relazioni con la Cina”. Anche la presidente della Commissione europea, dopo l’incontro trilaterale, riferendosi alla guerra in Ucraina, ha dichiarato, che il Presidente cinese “…ha avuto un ruolo importante sulla riduzione delle minacce nucleari irresponsabili di Mosca” e di essere fiduciosa “che continui a farlo, anche alla luce degli ultimi sviluppi”. Ma ha anche chiesto alla Cina di intervenire sulle “minacce nucleari russe”. Mentre, per quanto riguarda i rapporti economici e commerciali, la presidente della Commissione europea ha sottolineato che con il Presidente cinese avevano discusso “delle questioni economiche e di commercio”. Specificando: “…Ci sono degli squilibri che suscitano gravi preoccupazioni e siamo pronti a difendere la nostra economia se serve”. Il Presidente cinese ha ammesso che tra la Cina e l’Unione europea ci sono “numerose controversie”, ma ha anche ribadito che “come due grandi potenze mondiali, la Cina e l’Ue devono rimanere partner, perseguire il dialogo e la cooperazione, approfondire la comunicazione strategica, rafforzare la fiducia reciproca strategica, consolidare il consenso strategico e impegnarsi nel coordinamento strategico”. Bisogna però evidenziare e sottolineare che, nonostante le massime autorità della Cina dichiarino la loro “neutralità” nell’ambito della guerra in Ucraina, la stessa Cina non ha mai condannato l’aggressione Russa in Ucraina. Non solo, ma fatti alla mano, risulterebbe che l’aumento reale degli scambi commerciali tra la Cina e la Russia durante l’anno scorso abbia contribuito a diminuire l’effetto reale delle sanzioni economiche poste dall’Unione europea, ma non solo, contro la Russia.

    Un altro Paese che ha stretto molti rapporti di vario tipo con la Russia è anche la Serbia. E in rispetto di questi rapporti, la Serbia, un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea, non ha condiviso le sanzioni poste alla Russia dalla stessa Unione, dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Ebbene, in seguito alla visita ufficiale in Francia, il Presidente cinese è arrivato in Serbia la sera del 7 maggio scorso. Ricordando così il bombardamento di 25 anni fa, proprio la sera del 7 maggio 1999, dell’ambasciata cinese a Belgrado dagli aerei della NATO.  L’indomani, l’8 maggio, l’illustre ospite è stato accolto dal suo omologo, il Presidente serbo, con tutti gli onori previsti dal protocollo ufficiale. Lui, dopo aver convintamente affermato il grande interesse della Serbia ad aumentare la collaborazione tra i due Paesi, ha ringraziato il Presidente cinese “…per aver scelto la Serbia come una tappa del suo primo viaggio in Europa dopo cinque anni”. Bisogna evidenziare che la Cina rappresenta il secondo Paese, dopo la Germania, per quanto riguarda i rapporti economici e gli investimenti fatti in Serbia. Mentre il Presidente cinese era in Serbia, veniva pubblicata dal quotidiano serbo Politika una sua lettera intitolata “Possa la luce della nostra amicizia d’acciaio risplendere sulla cooperazioni tra Serbia e Cina”. In quella lettera, tra l’altro, il Presidente cinese affermava che “…L’amicizia serbo-cinese, forgiata col sangue dei nostri compatrioti, rimarrà nella memoria condivisa dei popoli serbo e cinese e ci ispirerà ad andare avanti a grandi passi”. Nell’ambito della visita sono stati firmati ben 29 accordi bilaterali tra i due Paesi. La Serbia è uno dei Paesi che ha attivamente aderito alla nota iniziativa strategica cinese nota come la Nuova Via della Seta (in inglese Belt and Road Initiative; l’Iniziativa un Nastro ed una Via; n.d.a.). C’è stata anche un’espressa intesa politica e geopolitica. Per la Serbia, come dichiarato dal Presidente serbo, “Taiwan è Cina”. Lui ha altresì ribadito che la Cina sosterrà la Serbia in tutte le questioni che vengono discusse alle Nazioni Unite; compresa la questione del riconoscimento dello Stato del Kosovo.

    Dalla Serbia il Presidente cinese è arrivato in Ungheria. Una visita che coincide con il 75° anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi che hanno stabilito buoni rapporti di vario tipo, quegli economici compresi. Il Presidente cinese ha anche dichiarato che “…Cina e Ungheria sono buoni amici e partner che si fidano l’uno dell’altro”. E, guarda caso, la Cina finanzia quasi tutto il progetto della costruzione di una linea ferroviaria tra Budapest e Belgrado. Una linea che trasporterà merci di vario tipo, arrivate al porto greco di Pireo e dirette verso l’Europa occidentale. Un progetto parte integrante dell’iniziativa strategica cinese la Nuova Via della Seta. Bisogna sottolineare che l’Ungheria è il primo Paese dell’Unione europea che ha aderito a questa iniziativa, nota anche come Belt and Road Initiative. Il 9 maggio scorso l’ospite è stato onorato dalle massime autorità ungheresi. Ed anche in Ungheria sono stati firmati diversi accordi bilaterali tra i due Paesi.

    Chi scrive queste righe avrebbe altri argomenti di trattare per il nostro lettore, che riguardano  le scelte di collaborazione con la Cina, fatte dalla Serbia, dall’Ungheria, ma anche da altri Paesi. Scelte che evidenziano comunque degli interessi geopolitici, economici ed altro. Ma lo spazio non lo permette. Egli però chiude queste righe con un proverbio cinese che avverte: possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.

  • Pechino discute con la Libia dell’insediamento di sue aziende

    l ministro dell’Economia e del Commercio del Governo di unità nazionale della Libia (Gun), Muhammad al Hawaij, ha impartito istruzioni per fornire tutto il sostegno necessario alle aziende cinesi interessate a operare nel mercato libico. E’ quanto emerge dall’incontro tra il ministro Hawaij e l’incaricato d’affari cinese in Libia, Liu Jian, tenuto lunedì 22 aprile con l’obiettivo principale di rafforzare le relazioni economiche e commerciali tra i due paesi. Una nota del dicastero del governo libico con sede a Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, precisa che al colloquio erano presenti anche il direttore del dipartimento del Commercio estero e della Cooperazione internazionale del ministero, il vice direttore generale dell’Autorità di vigilanza sulle assicurazioni e un rappresentante del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

    Durante l’incontro si è discusso dell’attivazione e del sostegno del Consiglio degli imprenditori libico-cinesi per facilitare il lavoro del settore privato, consolidare la cooperazione economica e commerciale, promuovere gli scambi di visite e istituire comitati di cooperazione congiunta nei due paesi. Da parte sua, l’incaricato d’affari di Pechino ha espresso il forte desiderio delle imprese cinesi di riprendere le loro operazioni in Libia e di contribuire alla realizzazione di progetti di investimento. Il diplomatico ha inoltre proposto di stabilire canali diretti di comunicazione tra l’ambasciata cinese e le istituzioni affiliate al ministero dell’Economia e del Commercio, organizzare visite e incontri bilaterali coinvolgendo imprenditori, camere di commercio e camere congiunte, al fine di creare vere opportunità di partenariato nel settore privato libico.

    Intanto, nell’est del Paese nordafricano diviso in due amministrazione politiche rivali, un consorzio guidato dalla Cina ha recentemente espresso interesse per la ricostruzione di Derna, la città libica devastata dalle inondazioni della tempesta subtropicale provocata dal passaggio del ciclone “Daniel”. Ali al Saidi, ministro dell’Economia del cosiddetto Governo di stabilità nazionale (Gsn) designato dalla Camera dei rappresentanti, il parlamento eletto nel 2014 e con sede nell’est, aveva ricevuto nei mesi scorsi una delegazione del Bfi Management Consortium, alleanza che secondo il quotidiano libico “Libya Herald” annovera la China Railways International Group Company e la britannica Arup International Engineering Company. “L’economia libica richiede un deciso impulso verso l’apertura agli investimenti come alternativa alla dipendenza dallo Stato”, aveva affermato Al Saidi, sottolineando che i progetti attualmente in fase di proposta “avranno un impatto significativo sul miglioramento dei servizi forniti ai cittadini”.

    A fine ottobre 2023, il ministro libico “orientale” Al Sidi aveva dichiarato a “Radio France International” che “la Cina è oggi la potenza effettiva che potrebbe costruire ponti, infrastrutture e strade in brevissimo tempo”. Secondo il ministro, la Cina starebbe finanziando in Libia un progetto da 30 miliardi di dollari (28 miliardi di euro) per costruire metropolitane proprio attraverso il consorzio Bfi. “In realtà si tratta di informazioni esclusive che nessuno conosce tranne il mio ministero e le parti coinvolte nell’accordo”, aveva aggiunto Al Sidi. Fonti libiche di “Agenzia Nova” a Tripoli, tuttavia, hanno riferito che allo stato attuale non risultano avviati investimenti cinesi nel comparto delle infrastrutture nordafricane.

    Sarebbe sbagliato sottovalutare il ruolo che la Cina ha giocato e sta ancora giocando in Libia. Prima della guerra civile del 2011, la cinese China National Petroleum Corp disponeva di una forza lavoro in Libia di ben 30 mila operai e tecnici cinesi, riuscendo ad incanalare oltre il 10 per cento delle esportazioni di greggio “dolce” libico. Ma è soprattutto nel settore delle infrastrutture, marchio di fabbrica dei progetti di Pechino “chiavi in mano”, che la Cina ha puntellato la sua presenza in Libia. Ai tempo dell’ex Jamahiriya del colonello Muammar Gheddafi, China Railway Group aveva avviato nell’ex Jamahiriya tre importanti progetti del valore totale di 4,24 miliardi di dollari. Il caos della guerra civile ha bloccato tutto, ma una possibile stabilizzazione (o partizione) del Paese potrebbe far ripartire i progetti.

  • Cina all’opera per evitare la deglobalizzazione e porsi come polo d’attrazione degli investimenti

    La Cina opera per attrarre sempre più investimenti, nonostante la crisi ucraina e quella, paventata, per Taiwan inducano a riflettere se non si sia all’alba di una fase di deglobalizzazione o, secondo altri, di una globalizzazione polarizzata, democrazie da un lato e non-democrazie dall’altro. Su Il Transatlantico di Andrew Spannaus, Paolo Balmas riferisce quanto segue:

    «Tencent, la casa madre di WeChat, ha concluso un accordo con i fornitori di carte di credito straniere, Visa, MasterCard e JCB, al fine di permettere a turisti e businessmen in visita in Cina di utilizzare il sistema di pagamento Weixin Pay, interno all’app di WeChat. Ciò incentiva l’uso dell’app che rende alcuni servizi più efficaci. Ad esempio, si può fare una fila senza dover rimanere in piedi o in prossimità del luogo di servizio. Soprattutto senza l’erogazione di un numeretto su un talloncino di carta, pratica che in molti luoghi della Cina è ormai semplicemente primitiva. Si possono prenotare ristoranti sul momento (i QR code si trovano all’ingresso degli stessi ristoranti) e sapere quanto tempo si ha prima che il tavolo sia pronto per voi, con un messaggio automatico che vi avverte quando il cameriere o cameriera vi attendono. Alipay di Ant Group aveva già aperto i suoi servizi alle carte di credito straniere nel 2022, in un momento in cui la Cina stava cominciando a riaprirsi dopo quasi tre anni di chiusura dovuta al Covid-19. La notizia non aveva avuto un grande effetto perché non si attendeva un grande ritorno di turisti in Cina, ma ora con gli Asian Games a settembre sono attesi molti arrivi e il numero di attività commerciali che non accettano più contanti e carte sono in aumento. Tuttavia, prima era possibile aprire un account e usufruire in parte di questi servizi, ma ora è possibile accedere a nuovi mondi, come ai sistemi per lo shopping online. Non è detto però che i rivenditori spediscano i prodotti fuori dalla Cina se si prova a utilizzarli dall’esterno. Se questo è il futuro, arriverà presto il giorno in cui Amazon scoprirà di avere competitor interessanti.
    Il governo cinese ha emanato nuove regole per l’industria dei fondi di investimento, private equity (PE) e venture capital (VC), che entreranno in vigore dal primo settembre 2023. Secondo le testate che hanno riportato la notizia (fra cui Bloomberg e Caixin), le preoccupazioni maggiori delle agenzie che si occupano del settore finanziario cinese, riguardavano i servizi di custodia. Come per le azioni e le obbligazioni, chi lancia un fondo di investimento lo deve mettere sotto la custodia di entità che garantiscono la sicurezza per gli investitori (solitamente a farlo sono le grandi banche di investimento – nel mondo nordatlantico le grandi banche statunitensi come, ad esempio, State Street hanno più o meno il monopolio, in Cina ci sono le grandi banche di stato come la CCB). La preoccupazione principale riguardava la definizione delle responsabilità di tali custodi. Inoltre, un altro punto riguardava il ruolo dei manager dei fondi. Gli osservatori spiegano che se il testo di legge lascia alcuni punti con una sorta di vaghezza, è perché specifiche agenzie aggiungeranno nel corso dei prossimi mesi varie regole aggiuntive sul piano legale, che andranno nei dettagli. L’industria cinese dei fondi PE e VC ha raggiunto un valore equivalente di circa tremila miliardi di dollari e attrae sempre di più gli investitori occidentali che negli ultimi anni hanno aperto sedi in Cina, come JPMorgan e altri grandi nomi di Wall Street.
    L’Ufficio delle Finanze della provincia di Qinghai ha rilevato circa il 20% (che apparteneva a un’altra agenzia statale) della Banca di Qinghai, dopo che le agenzie di rating cinesi l’avevano declassata. Nel 2022, la Banca di Qinghai aveva registrato un declino nei profitti di oltre il 60%, dovuto alle sofferenze in aumento nell’ambito dei prestiti alle famiglie e dei mercati delle proprietà e dell’energia. Il malessere della banca riflette il diffuso problema del real estate che si estende su buona parte della Cina. Il declino del mercato immobiliare ha fatto registrare una crescita inferiore alla media nazionale in ben 15 giurisdizioni (su un totale di 28). La Cina nel primo trimestre del 2023 è cresciuta del 6,3% e del 5,5% nei primi sei mesi. Mentre tre giurisdizioni erano in linea con la crescita nazionale, nei primi sei mesi del 2023, dieci l’hanno ampiamente superata, con il record di Shanghai in crescita del 9,7%. Su base trimestrale, il record è stato della provincia di Hainan, con il 10,3%, grazie anche a un forte aumento delle attività turistiche sull’isola. I dati segnalano anche un calo di export e produzione, dovuto a un calo generale della domanda internazionale. Emerge un quadro insolito, con province, da un lato, che hanno registrato una crescita del solo 2%, con chiari segni di crisi del settore delle costruzioni e difficoltà per le banche a elargire il credito di cui l’economia e le statistiche hanno bisogno. Dall’altro, ci sono province e distretti con crescite oltre le aspettative, capaci di attrarre investimenti anche esteri, malgrado il continuo attacco mediatico contro la Cina».

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