Governo

  • Agenzie private e lungaggini burocratiche ostacolano gli arrivi di lavori extracomunitari del decreto flussi

    L’accesso di forza lavoro extracomunitaria in Italia è fissato di anno in anno tramite il decreto flussi, ma solo una minoranza (13% nel 2023, 7,8% nel 2024) di chi riesce ad arrivare in Italia attraverso le procedure previste riesce a regolarizzare la propria permanenza nella penisola. I decreti flussi sono lo strumento con cui il governo italiano determina il numero e la nazionalità di cittadini stranieri non comunitari da occupare in vari settori produttivi, tra cui agroalimentare, edilizia e assistenza familiare. Da lì però scatta una sorta di roulette che sfugge, anzi non è sottoposta, al controllo delle autorità pubbliche. L’extracomunitario che voglia lavorare in Italia deve ottenere il rilascio del visto di ingresso per motivi di lavoro da parte delle ambasciate italiane all’estero. Prenotare un appuntamento è difficile e costa, perché diverse rappresentanze appaltano l’attività di booking a società private esterne che non sono sottoposte a controllo pubblico. Chi riesce comunque a ottenere appuntamento e visto può entrare in Italia, ma una volta in Italia dovrà sottoscrivere un contratto di soggiorno in prefettura, così da ricevere il permesso di soggiorno dalla questura, assieme al datore di lavoro che ha fatto richiesta di impiegarlo. Anche in questo caso occorre anzitutto ottenere l’appuntamento e, in secondo luogo, la compresenza del datore di lavoro. Capita però che l’appuntamento non venga ottenuto o venga fissato in tempi estremamente lunghi e capita che il datore di lavoro non si presenti all’appuntamento perché ha già fatto fronte altrimenti alla necessità di lavoratori. In circostanze simili, l’extracomunitario si ritrova in Italia ma non è in grado di restarci legalmente, perché non si sono completate le procedure per la sua ammissione legale nel Belpaese. Capita anche, poi, che l’extracomunitario inizi pure a lavorare per chi l’ha chiamato mentre attende il permesso di soggiorno, ma che all’appuntamento in prefettura quel permesso non gli venga rilasciato per le più svariate motivazioni: ad esempio (sono tutti casi veri), perché il contratto di lavoro nel frattempo è cessato, perché l’azienda non viene riconosciuta in grado di servirsi del lavoratore, perché il lavoratore stesso si è dimesso ed è passato a datore di lavoro diverso da quello che aveva fatto la richiesta di averlo in Italia. In tutti questi casi l’extracomunitario è illegale e va espulso dall’Italia.

    Per il triennio 2026-2028 gli ingressi di lavoratori extracomunitari autorizzati sono 497mila per il 2026-2028.

  • Dubbi sulle mascherine anti-Covid made in China comprate da Conte

    L’abbiamo capito tutti, Giuseppe Conte premier ha comprato coi soldi dei contribuenti il consenso da un lato delle classi subalterne, dando loro il reddito di cittadinanza, e dall’altro delle classi agiate, dando loro il rimborso integrale (anzi maggiorato del 10%) delle spese per rimettere a posto casa. Scambio legale (cioè, perseguito attraverso apposite leggi) di utilità, utilizzo discrezionale del bilancio dello Stato come giustamente è consentito a chi governa.

    Dubbio è invece l’utilità conseguita attraverso l’approvvigionamento di mascherine anti-Covid dalla Cina quando il virus flagellava la popolazione amministrata dallo statista di Volturara Appula.

    Il Giornale ha rilevato anomalie riguardo a tre fatture: anzitutto il Commercial Invoice MR20CA30 del 21 aprile 2020 da 660mila euro, per 300mila mascherine inservibili, pagate 2,2 euro l’una, partite da Shangai e non Wenzhou, sede del fornitore, in direzione Malpensa, poi di altri due documenti per importi più alti. L’intestazione delle fatture, indirizzate alla presidenza del Consiglio dei ministri — Commissario straordinario Covid-19 nelle persone di Domenico Arcuri e Antonio Fabbrocini, è errata: non risultano svariati diversi tra cui il sigillo aziendale rotondo, obbligatorio e giuridicamente vincolante negli atti cinesi.

    Secondo Il Giornale la Wenzhou Moon-ray import & export co. ltd a cui è intestata la fattura non è la «vera» (wzmoonray.com) Moon-Ray che ha una ragione sociale diversa e si scrive in un altro modo. In sostanza, lo Stato ha speso 1,2 miliardi di euro, pagando almeno una società fantasma cinese, per comprare mascherine inutili e dannose? Come è potuto succedere? La differenza sta in un ideogramma: al posto di Wen, cioè cultura, ce n’è un altro che si legge Meng, cioè sogno. Tra l’altro mancherebbe il codice fiscale cinese, la sigla USCC che sta per Codice unificato di credito sociale ed è obbligatorio dal 2015. Per la «vera» Moon-Ray è 91330302MA27YNMK2H, basta guardare su internet nel portale gsxt.gov.cn. Qui il codice USCC è vuoto. Il riferimento doganale tipo partita Iva è cruciale per capire se la società è affidabile, chi è il rappresentante legale e la sua esistenza giuridica (che infatti non c’è). A quanto pare nessuno se n’è accorto durante il controllo della merce, sostiene il quotidiano.

    Come ha spiegato più volte Il Giornale, un’interpretazione più che letterale di un articolo del Dl Aiuti ha consentito di sdoganare mascherine fasulle (anziché distruggerle) in deroga per la situazione emergenziale. Qui però l’errore è più grave, anche perché espone questa operazione al pericolo di riciclaggio per il mancato rispetto delle norme Anti-money laundering. Per la legge sugli appalti pubblici, gli operatori esteri Ue ed extra-Ue hanno il dovere di indicare l’identificativo fiscale del proprio Paese. Altrimenti c’è un codice generico (due volte la lettera O e undici volte il numero 9). In caso contrario, i contratti sono nulli, con responsabilità erariale diretta di chi li ha stipulati. Anche il contenuto di una spedizione merita un’analisi. Parliamo di 300mila mascherine FFP2 (for civil use only) senza indicazione degli standard europei. A decidere se le mascherine sono buone è la norma EN 149:2001 +A1:2009. Eppure non c’è la dichiarazione di conformità CE, manca nome e indirizzo del fabbricante cinese, mancano lotto, codice prodotto e filiera. Persino la dicitura «solo per uso civile» sembra escludere questi Dpi dall’uso professionale ad alto rischio, come medici e infermieri, a cui sarebbero stati invece destinati. Anzi, l’unica specifica tecnica è l’assenza della valvola.

    Il pagamento era avvenuto con modalità 100% payment against Bill of Lading (in gergo contestualmente alla polizza di carico ndr), che stabilisce il pagamento integrale dei 660mila euro per materiale non certificato e non idoneo a scatola chiusa, escluso dunque l’inadempimento e il recupero immediato. Anche perché l’Iban fornito, 3636 7780 9765, assieme al nome scritto in modo errato, conserva il mismatch tra la Moon ray originale e farlocca. Nonostante la compliance antiriciclaggio non c’è neanche l’Iban europeo, con la tracciabilità del denaro ridotta a zero. Le indagini della procura romana sulla vicenda sono terminate con il patteggiamento a 1 anno e 8 mesi per frode in pubbliche forniture e falso per induzione del Cts, peggiorati dall’essere forniture destinate a ovviare al pericolo comune. A beneficiarne è stato Cai Zhongkai, nato a Zhejiang il 25 dicembre 1976 e identificato come dominus dei tre consorzi.

  • Il Ponte sullo Stretto ha quasi 60 anni. Come idea

    La prima legge che ipotizzò il Ponte sullo Stretto fu approvata il 27 marzo 1968 e prevedeva uno stanziamento di 700 milioni di lire per un concorso internazionale di idee da tenersi entro marzo 1969 che registrò 143 partecipanti (e 6 vincitori ex aequo). Il 17 dicembre 1971 fu approvata per legge la creazione di una società pubblica per realizzare un «attraversamento stabile» del braccio di mare fra Scilla e Cariddi. La società arrivò soltanto nel 1981, con una quota del 51% in mano all’Iri e poi all’Italstat. Il presidente dell’Iri Romano Prodi, il 7 settembre 1985, annunciò a Panorama: «I lavori del ponte cominceranno al più presto», ma Prodi farà in tempo a divenire premier nel 1996 e a lasciare Palazzo Chigi al rivale già sconfitto, Silvio Berlusconi, prima che il ministro delle Infrastrutture di quest’ultimo, Pietro Lunardi, dica che i cantieri saranno aperti «nel primo semestre 2004». Dopo quasi cinque anni, quanto occorre per appaltare i lavori a un consorzio guidato da Impregilo, la firma del contratto per la realizzazione del collegamento arriva, il 27 marzo 2006, due settimane prima che Prodi vinca di nuovo le elezioni politiche e blocchi, come promesso in campagna elettorale, i lavori. Nel balletto tra Prodi e Berlusconi al governo e tra sì e no al ponte, tocca al nuovo ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, governo Berlusconi, dire che i lavori inizieranno nel 2009 e che «il ponte non ci costa una lira perché si fa tutto in project financing. Come previsto», preciserà ancora Matteoli nel 2011, «dal piano finanziario allegato al progetto definitivo». Il progetto definitivo arriva però al tramonto dell’ultimo governo Berlusconi ed il subentrato governo d Mario Monti revoca il contratto con il general contractor. Il successivo governo, guidato da Enrico Letta mette poi in liquidazione la società Stretto di Messina entro il termine tassativo di solo anno. Vincenzo Fortunato, abilissimo ex capo di gabinetto di Giulio Tremonti e Antonio Di Pietro, impiega però dieci a portare a termine la liquidazione, e nel settembre 2022 il governo Meloni non deve far altro che riattivare la società concessionaria per rimettere in moto il progetto del ponte. A quel punto la Corte dei conti obietta però che non si possa considerare valido un contratto aggiudicato vent’anni prima all’equivalente di 5,6 miliardi e salito nel frattempo (delibera Cipess) a 10,5 miliardi, con un aumento reale dell’87,5%, visto che le regole Ue recepite dall’Italia impongono una nuova gara in caso di incrementi superiori al 50%.

  • Garanzie democratiche: da sei a 12 mesi

    Se verranno rispettati i tempi e non si dovessero verificare crisi di governo da adesso alla data delle prossime elezioni, manca circa un anno al prossimo turno elettorale delle Politiche. Nel caso in cui si trattasse della elezione del Presidente della Repubblica tra sei mesi scatterebbe il semestre bianco.

    Questo istituto fu introdotto per impedire che il Presidente della Repubblica potesse sciogliere le Camere negli ultimi mesi del proprio mandato con l’obiettivo di favorire una propria rielezione. È stato previsto per limitare il potere di una carica come quella del Presidente della Repubblica che rappresenta una figura di garanzia e non è titolare di uno dei tre poteri, cioè’ quello esecutivo, legislativo e giudiziario.

    Viceversa, proprio per limitare il potere esecutivo ed in considerazione di una prassi ormai consolidata, andrebbe introdotto un istituto simile al semestre bianco, che limiti l’attività del Governo in carica che andrebbe esteso a dodici mesi precedenti la scadenza dei cinque anni istituzionali (*).

    Bisogna Infatti tener presente come dal1993 a oggi, il sistema per le elezioni politiche nazionali è cambiato quattro volte e la prassi di modificare le regole a ridosso del voto si conferma quasi una costante del panorama politico italiano.

    L’obiettivo dichiarato dovrebbe essere quello di fortificare e rafforzare la governabilità e la stabilità, mentre il vero disegno è sempre quello di garantire il mantenimento della maggioranza a sostegno del governo.

    Nessuna delle modifiche del sistema elettorale, ed ancora meno quella che intende proporre il governo in carica, ha come obiettivo quello di ridare la centralità al voto dei cittadini. Infatti, solo per ricordare i principali interventi relativi al sistema elettorale, nel 2005 (Il Porcellum) venne approvato a dicembre, a soli quattro mesi dalle elezioni politiche di aprile 2006.

    Questa modifica introdusse un sistema proporzionale con un forte premio di maggioranza e liste bloccate.

    Nel 2015 l’Italicum fu approvato a maggio, sebbene non sia mai effettivamente entrato in vigore (poiché concepito per funzionare solo con una Camera e poi bocciato dalla Corte Costituzionale).

    Ancora nel 2017 (Il Rosatellum) venne approvato a ottobre, a meno di cinque mesi dalle elezioni politiche di marzo 2018.

    Si tratta del sistema misto tuttora in vigore, che unisce collegi uninominali maggioritari e listini proporzionali.

    Tutte queste riforme, esattamente come quella attuale presentata al governo Meloni, dimostrano di avere come unico obiettivo quello di “assicurare” il mantenimento della maggioranza uscente sfavorendo l’opposizione, anche attraverso imbarazzanti rielaborazioni del concetto di stabilità politica e governativa.

    Certamente anche questo tentativo di modificare in corso d’opera il sistema elettorale non risponde ad una visione istituzionale che riesca, per esempio, a riportare gli elettori alle urne cominciando a riconoscere la centralità del voto nella dinamica democratica.

    Tenendo sempre presente che un sistema elettorale non possa da solo riportare i cittadini alle urne, di certo può allontanarli da quelle istituzioni all’interno delle quali qualsiasi governo ne rappresenta il potere esecutivo. Invece, dimostrando di non possedere alcun senso istituzionale e tantomeno rispetto per gli elettori, ancora una volta si cerca di modificare le regole del gioco a proprio favore.

    (*) Nel caso di una crisi di governo andrebbe annullata ogni modifica del sistema elettorale retroattivamente di un anno.

  • Un autocrate in difficoltà pensa solo a se stesso

    Ogni difficoltà su cui si sorvola diventa un fantasma che turberà i nostri sonni.

    Frédéric Chopin

    Da anni ormai in Albania sono stati resi pubblici molti clamorosi scandali milionari. Scandali che, fatti documentati alla mano, coinvolgono direttamente i massimi livelli politici ed istituzionali. E non poteva essere diversamente. Durante questi anni il nostro lettore è stato informato, sempre con la dovuta e richiesta oggettività, di questi scandali. Tra l’altro si potrebbe ricordare lo scandalo dei tre inceneritori che, nonostante non inceneriscano niente, accumulano milioni dai soldi pubblici. Mentre l’inceneritore della capitale non esiste neanche fisicamente! Si potrebbe fare riferimento altresì allo scandalo milionario del porto di Durazzo che, tra l’alro, compromette anche la sicurezza nazionale di un Paese membro della NATO.

    Durante questi ultimi mesi sono stati resi pubblici e documentati anche due altri scandali. Uno è quello delle “strade d’oro”, in cui è stata coinvolta personalmente l’ormai ex vice primo ministra e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Ma dalle intercettazioni ambientali a disposizione degli inquirenti, il cui contenuto ormai è di dominio pubblico, risulta che in quello scandalo sia personalmente coinvolto anche il primo ministro. E non poteva essere diversamente. Si tratta di uno scandalo, le cui conseguenze continuano a gravare sui poveri cittadini albanesi. Sia perché ormai molte di quelle “strade d’oro” diventano improvvisamente inagibili e sia perché, da qualche mese ormai, lo scandalo stia bloccando anche il percorso europeo dell’Albania.

    L’altro scandalo milionario è quello in cui sono stati coinvolti i massimi dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Si tratta di un’istituzione costituita nel 2013 e che dipende direttamente dal primo ministro. Anche in questo scandalo milionario, in base a documentazioni, il cui contenuto stia diventando pubblico, risulta che il primo ministro ed alcuni suoi stretti famigliari sono stati direttamente coinvolti. Ragion per cui, da quando molti dettagli degli abusi legati a questo scandalo sono stati resi pubblici, l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione è stata denominata il “giardino personale” del primo ministro.

    Ma questo scandalo rappresenta una particolarità rispetto agli altri scandali, compresi quegli sopracitati. La particolarità è legata al sistema diabolico concepito ed attivato, il cui obiettivo è quello di rendere quasi impossibile l’indentificazione dei miliardi convertiti in tanti beni immobiliari. Un sistema che si basa su diversi e successivi passaggi fasulli di proprietà.

    Si tratta di uno scandalo che da quasi dodici anni stia sperperando i soldi pubblici, tramite appalti truccati, controllati e vincitori prestabiliti. Il nostro lettore è stato informato su alcuni aspetti di questo scandalo (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali; 23 dicembre 2025; Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo; 29 dicembre 2025; Altro scandalo clamoroso abusando del supporto alla tecnologia, 26 gennaio 2026). Ma, ovviamente, si tratta di uno scandalo, quello legato all’Agenzia nazionale della Società d’Informazione, che continuerà ad attirare l’attenzione pubblica e mediatica con altre clamorose rivelazioni.

    Gli specialisti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione hanno “partorito” anche la prima ministra digitale al mondo. Un evento quello che è stato usato personalmente dal primo ministro per attirare l’attenzione mediatica internazionale. Al inizio ci era riuscito, ma in seguito la “ministra digitale” è diventata obiettivo di critiche e ridicolizzazioni per i media internazionali. Il nostro lettore, tra l’altro, è stato informato che “…la “ministra digitale” serve a concentrare tutti gli appalti nelle mani del primo ministro e di chi per lui. Ma anche a scaricare tutte le colpe su un essere non esistente” (Ulteriore consolidamento di un regime; 15 settembre 2025).

    Un’altra “geniale innovazione” generata dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, ovviamente seguendo gli ordini partiti da molto alto, è stata quella della costituzione di un “Parco tecnologico” in cui dovevano lavorare delle imprese “per acquisire nuove conoscenze tecnologiche o scientifiche, che consentono lo sviluppo di prodotti o servizi”. Tutto basato su una legge che è stata approvata dal Parlamento il 22 luglio 2022. Una legge che prevedeva delle agevolazioni fiscali molto vantaggiose alle imprese del Parco. E per rendere possibile l’attività di quelle imprese il 27 marzo 2024 il Consiglio dei ministri decise di consegnare ad un’impresa, ancora non esistente, una superficie di 140.000 m2 in un’area soltanto poche decine di chilometri al ovest della capitale. Un’impresa quella che è stata costituita solo circa 11 mesi dopo, il 18 febbraio 2025!

    L’autore di queste righe informava il nostro lettore che “…tutti possono verificare molto facilmente che, ad oggi, in quel territorio non c’è niente, ma proprio niente, tranne erba e cespugli!”. E poi aggiungeva: “Bisogna sottolineare però che la persona che ha maggiormente beneficiato  da quel “parco” è un famigliare molto stretto del primo ministro. Mentre due altri sui “collaboratori”, molto attivi con gli appalti pubblici dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, sono ormai ricercati dalla giustizia, accusati di diversi reati” (Altro scandalo clamoroso abusando del supporto alla tecnologia; 26 gennaio 2026).

    Il primo ministro, coinvolto personalmente nello scandalo dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, ha cominciato subito a difendere pubblicamente la direttrice dell’Agenzia, una delle sue più strette collaboratrici. Tutto cominciò dopo che lei è stata messa agli arresti domiciliari il 16 dicembre 2025, in seguito ad una decisione di un giudice coraggioso. Ovviamente con le sue dichiarazioni pubbliche il primo ministro ha mentito, cosa che per lui è molto normale quando si trova in difficoltà. Riferendosi alla direttrice dell’Agenzia, il primo ministro dichiarava il 28 dicembre 2025 che lei “…vive in una casa in affitto, dopo aver vissuto in precedenza in un appartamento dei genitori in un edificio del periodo comunista”. E poi ha affermato di conoscerla da 20 anni e che ha tutto il mio rispetto! Mentre dopo la “volontaria” consegna delle dimissioni dalla direttrice dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, il 13 febbraio 2026, il primo ministro di nuovo si è messo a difendere la sua “cara collaboratrice”, mentendo di nuovo spudoratamente. Il 26 febbraio 2026 lui dichiarava che gli hanno attribuito “…ville e auto, quando lei non guida e non possiede un’auto?”.

    Bisogna evidenziare anche un fatto ormai denunciato da un imprenditore albanese, nonché da un altro imprenditore tedesco. Negli ambienti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione venivano tenuti sequestrati coloro che potevano “disturbare” gli appalti truccati.

    Il 22 aprile scorso sono state rese pubbliche le proprietà immobiliari in possesso della “povera” direttrice dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Altro che povera! Documenti alla mano, risulta che lei possiede due ampi appartamenti a Tirana, un appartamento a sud di Durazzo ed una villa sulla costa ionica. In più possiede un uliveto di 1.500 m2 nelle periferie della capitale ed una macchina di lusso. Lei possiede anche diverse carte bancarie nelle quali sono state depositate ingenti somme, sia in moneta locale che in Euro. Da allora il primo ministro non ha detto più una sola parola sulle “modeste condizioni di vita” della sua stretta collaboratrice, colei che lui conosce da 20 anni e che ha tutto il suo rispetto! Adesso sta pensando solo a se stesso.

    Chi scrive queste righe, parafrasando un po’ Frédéric Chopin, direbbe che ogni difficoltà su cui cercherà di sorvolare, diventerà un fantasma e si tramuterà in incubi per il primo ministro albanese.

  • Il boomerang di Putin

    Mandando il suo accolito Vladimir Solovyev, giornalista noto per la violenza e l’ignoranza dei suoi interventi, ad insultare, dalla televisione russa, la Premier italiana Putin ha nuovamente mostrato la debolezza di chi ormai sente vacillare il suo impero.

    I fatti sono evidenti, tra gli altri: 1) l’amico Trump non ha tempo da dedicargli, ha dovuto mandare famigliari e famigli ad occuparsi della guerra con l Iran, che gli sta costando quel po’ di credibilità che gli restava dopo anni di dichiarazioni, smentite, tracotanze ed errori, 2) l’Ucraina continua a difendersi, con estremo coraggio della popolazione e dell’esercito e lo zar non riesce più ad avanzare mentre, con un dissennato lancio di missili e droni uccide sempre più i civili, l’operazione speciale ha il fiato corto ed il dissenso interno ormai serpeggia  chiaramente, 3) la sconfitta di Orban ha tolto a Putin un alleato fedele ed una spina nel fianco alla coesione dell’Unione Europea che ora potrà finalmente fare arrivare a Kiev gli aiuti economici da tempo promessi, 4) l’Iran non è più in grado di aiutarlo con droni ed armi varie e la Cina pensa a come utilizzare il contesto internazionale a suo favore, 5) l’Ucraina ha rafforzato la sua immagine con la messa a punto di strumenti di difesa all’avanguardia e creando nuove alleanze e sinergie con gli Stati del Golfo.

    Ecco allora il tentativo, patetico, tutto rivolto all’audience interno russo, di screditare, insultandola, la Premier italiana.

    Il classico boomerang che nasce dall’arroganza maschilista e dalla ignoranza delle conseguenze che derivano da azioni sconnesse e vili, infatti gli insulti a Giorgia Meloni hanno ottenuto il risultato, per altro che sarebbe stato evidente a chi non fosse stato obnubilato dall’ira e dalla paura della sconfitta, contrario ai desideri putiniani: le forze politiche, gli italiani in genere, l’Europa, dopo i disgustosi attacchi ed insulti, sono con Giorgia Meloni.

    Congratulazioni presidente Putin, il nuovo autogol del tuo regime ci fa veramente sperare che i tempi siano maturi per un cambio radicale, difficile pensare che possa ancora per molto continuare a governare chi si serve di personaggi così stupidi, dopo gli assassini sanguinari della Wagner e del capo ceceno Kadyrov, dopo le blasfeme preghiere di Kirill ora il futuro dell’operazione speciale è affidata all’idiozia di un giornalista?

    Quanto al gas mettiamoci tutti tranquilli, prima di parlarne Putin dovrà porre fine alla guerra che ha iniziato e rendere conto delle sue azioni.

  • In attesa di Giustizia: al bivio dell’ignoranza

    Messa fortunatamente alle spalle la buriana della campagna referendaria, per questa rubrica non sono certo venuti meno gli spunti di riflessione, tutt’altro! Questa settimana, per esempio, bruciava la penna dal desiderio di raccontare quella volta che Gratteri ed i suoi accoliti fecero finire in galera decine di persone perché non avevano saputo prima leggere e poi distinguere, in lingua italiana, un aggettivo da un sostantivo…ma ne parleremo. L’alternativa, che ha sbaragliato la concorrenza al bivio dell’ignoranza, è stata individuata nell’ emendamento al decreto sicurezza attualmente in esame alle Camere – con scadenza imminente dei termini di conversione – che, nei procedimenti a carico di immigrati clandestini con patrocinio a spese dello Stato, prevede un compenso per l’avvocato soltanto qualora il cittadino straniero assistito presenti domanda di “rimpatrio volontario” e venga effettivamente rimpatriato.

    In tal modo, allettandolo, si trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione ma non è solo questo il punto: già faceva rabbrividire l’idea originaria di privare del tutto gli immigrati clandestini del patrocinio gratuito con una violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione (parità di trattamento davanti alla legge, inviolabilità del diritto di difesa e di ammissione al patrocinio per i non abbienti) di cui si sarebbe avveduto anche uno studente di terza media alle prese con l’educazione civica. Qualcuno deve averlo sussurrato all’orecchio dei parlamentari della coalizione di Governo ed ecco servita la classica pezza peggiore del buco con una previsione che questa volta oltre ad essere incompatibile con gli articoli 3 e 24 della Costituzione lo è anche con i con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza; ragione fondante per cui, nel nostro Paese, non esiste e non può esistere un ufficio del Public Defender sul modello americano perché un difensore d’ufficio dipendente dello Stato non offre garanzie di autonomia rispetto alla sua controparte processuale, il P.M., che rappresenta quello Stato che è anche il suo datore di lavoro.

    Per una volta si è mobilitato in anticipo anche il Quirinale con dei rumours che lasciano intendere che la promulgazione di una legge siffatta è tutt’altro che scontata ed il Sottosegretario Mantovano è accorso al Colle per parlarne nel tentativo di sventare un secondo sonoro ceffone alla maggioranza in materia di giustizia.

    Non ce la farà, non ce la potrebbe mai fare perché questa previsione, oltretutto, tradisce un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione: è semplicemente irricevibile,  inaccettabile e sorprende (ma ormai non più di tanto) il silenzio – assenso di Carlo Nordio, uno che non solo è stato sempre uno schietto garantista ma proviene da una stirpe di avvocati penalisti mentre per tutti gli altri presunti giureconsulti, soprattutto quelli in salsa verde/tricolore, l’invito non può essere che quello di offrire, come meritano, le proprie braccia per la prossima campagna del grano.

  • Capire la Francia

    Charles De Gaulle è apprezzato dai francesi più di qualunque altro loro connazionale, perfino e di gran lunga più di Napoleone (41% contro 14% secondo i sondaggi).

    Trascinatore della Francia durante la seconda guerra mondiale, con una fierezza che neppure l’esilio a Londra scalfiva («Sono troppo povero per inchinarmi» disse), ha consacrato la grandeur del suo Paese, anche grazie a una notevole abilità nell’utilizzo delle telecomunicazioni (la radio durante la guerra e poi nel dopoguerra la televisione) in alcune frasi che caratterizzano tuttora la mentalità transalpina: «C’è un patto di duemila anni tra la grandezza della Francia e la libertà del mondo», «La Francia ha perso una battaglia! Ma non ha ancora perso la guerra! Alcuni governanti hanno capitolato cedendo al panico, dimenticando l’onore e consegnando il Paese al servaggio. Ciononostante nulla è perduto! Perché questo è un conflitto mondiale. Nel mondo libero ci sono forze immense che non si sono ancor arrese. Un giorno queste forze schiacceranno il nemico e occorre che la Francia, quel giorno, sia presente alla vittoria».

    Ha dato alla Francia la sua Costituzione attuale, dopo un primo tentativo fallito nel 1946 che lo aveva indotto a ritirarsi a Colombe-les-deux-Eglises, vincendo il referendum del 1958 con cui i francesi ratificarono la sua idea di un governo semipresidenziale con un esecutivo forte, anche nei confronti del Parlamento, e per questo si guadagnò il titolo di personaggio dell’anno sulla copertina del Time. Prima di perdere un altro referendum su un’altra riforma, quella del Senato, e ritirarsi definitivamente, nel 1968, diede un grande impulso all’industria nazionale, nei settori dell’aereonautico, dello spazio e dell’energia atomica.

    E’ stato anche un uomo spiritoso, che in qualche modo indusse i suoi oppositori (soprattutto i giovani contestatori sessantottini) a combatterlo con la stessa arma, declinata in una serie di soprannomi ispirati anche alla sua statura (195 cm) e aspetto fisico: Le General (il generale), Le Grande Asperge (il grande asparago), Cyrano, La Grande Zohra (la grande cammella, come lo definirono i francesi nati in Algeria per rimproverargli la rinuncia alla colonia africana). Non era invece una battuta quella con cui Georges Pompidou, succedutogli alla presidenza della Quinta Repubblica che lui aveva fondato, ne comunicò la dipartita: «Francesi, il generale De Gaulle è morto. La Francia è vedova».

  • Il duro ritorno alla realtà

    A pochi giorni dall’esito referendario, la politica italiana conferma ancora una volta quale possa essere il senso dello Stato che contraddistingue i protagonisti dello scenario italiano.

    Entrambe le due leader di FdI e del Pd interpretano l’esito referendario come una sconfitta oppure una vittoria politica, spingendo addirittura il segretario del primo partito di opposizione alla richiesta di elezioni anticipate, in questa circostanza supportata dal solito mediocre segretario dei 5 Stelle Conte.

    Viceversa il Presidente del Consiglio fa un brusco ritorno alla realtà uscendo da quella favola nella quale si considerava la regina protagonista, comprendendo finalmente di essere circondata da personaggi che stanno progressivamente riducendo il proprio consenso elettorale. Alla comunque opportuna strategia di queste dimissioni a raffica nel governo, che rappresentano una novità per l’Italia e, di conseguenza, paradossalmente un fattore positivo data la nota inamovibilità dei personaggi politici da ogni incarico pubblico, dovrebbe ora seguire un secondo passaggio. Quello di rivedere completamente le priorità del governo e, di conseguenza, mettendo in forte discussione l’operato del ministro Giorgetti, soprattutto in considerazione del momento storico assolutamente drammatico legato alla escalation della guerra in Medio Oriente.

    In altre parole, mentre gli scenari futuri possono fare intravedere un allargamento del conflitto mediorientale che veda coinvolti paesi come lo Yemen ed una possibile invasione da terra dell’Iran da parte degli Stati Uniti, i protagonisti della politica nazionale, dimostrando per una volta un minimo di senso dello Stato, dovrebbero abbandonare le polemiche politiche per operare al proprio meglio in momento di difficoltà come quella attuale.

    Viceversa solo la bramosia di potere muove ora il fronte dell’opposizione, quando effettivamente va ricordato come il Presidente del Consiglio avesse proposto un tavolo comune in considerazione della situazione geopolitica. Il governo Meloni ha moltissime colpe legate soprattutto alla inadeguatezza di molti suoi ministri ampiamente dimostrata da fatti e dichiarazioni, ma la confermata richiesta di elezioni anticipate proposta dalla leader dell’opposizione, invece di accettare l’invito del Presidente del Consiglio ad un tavolo comune
    non fa che confermare una volta di più la totale assenza di senso dello Stato.

  • L’interesse nazionale

    Ora che, presumibilmente, i problemi legati ad esponenti di governo, o al governo collegati, si sono risolti con le dimissioni, purtroppo tardive, speriamo che l’attenzione di tutti, maggioranza ed opposizioni, si concentri con quello che serve agli italiani in un momento particolarmente difficile per i riflessi che hanno, ed avranno, sulla nostra economia e sicurezza, e su quelle europee, le guerre in corso.

    Al di là delle legittime aspirazioni di ciascuno, conquistare la guida del Paese o mantenerla secondo il risultato delle ultime elezioni, vi è oggi la necessità di accantonare per un certo tempo le accuse reciproche, spesso infarcite da palesi false notizie.

    L’interesse nazionale dovrebbe prevalere sugli interessi di parte, se la politica ha ancora un senso in una società dove spesso la parola democrazia resta una parola.

    Le questioni legate alla sicurezza, all’energia, alla sanità e, non ultimo, alla presa di coscienza di una deriva sempre più violenta di troppi adolescenti, anche per colpa di un uso improprio dei social, richiedono un dialogo, tra opposti schieramenti, libero, libero per qualche tempo da cappi ideologici e sogni di rivincita.

    E’ evidente inoltre, per chi è in buona fede, la necessità di arrivare alle prossime elezioni nazionali con una legge che riporti i cittadini a poter scegliere, con un voto di preferenza, chi li rappresenterà, solo così torneremo a coinvolgere gli elettori e torneremo ad una rappresentanza parlamentare libera dalla schiavitù dei capi partito.

    Solo con una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere, con la preferenza, i parlamentari il futuro premier avrà un parlamento capace di aiutarlo a difendere e sostenere, in Europa e nel mondo, gli interessi legittimi dell’Italia.

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