Governo

  • Cercasi programma politico

    C’è l’imbarazzo della scelta: parlare delle violente repressioni del governo cinese ad Hong Kong e delle sue indebite interferenze nella politica italiana, delle complesse se non illecite attività di alcune fondazioni  o associazioni, parallele o sostitutive dei partiti, da Renzi a Casaleggio, o del tragico dissesto idrogeologico dell’Italia e della scellerata situazione nella quale versano non solo le autostrade? Parlare della confusione mentale che impedisce a tutti di spiegare, anche in termini economici, un programma politico coerente mentre si continua invece a polemizzare gli uni con gli altri minacciando querele, o parlare di una sanità sempre più disastrata, della continua sofferenza dei terremotati, delle povertà sempre in crescita mentre si sono spesi soldi di tutti senza che ne sia derivato neppure un vantaggio vero per pochi, come nel caso del reddito di cittadinanza? Gli argomenti sono innumerevoli e purtroppo sempre negativi.

    Quando i partiti hanno smesso la loro funzione ed i rappresentanti politici, anche per colpa di una legge elettorale che nomina i deputati indicati dal capo partito invece di consentire che siano votati dai cittadini, hanno abbandonato il contatto reale con le persone e si sono buttati sui social la politica è andata in letargo. Il risultato? Prima i 5 Stelle e l’ignoranza, oggi le Sardine e l’improvvisazione e forse la speranza che qualcuno capisca che è ora di ripensare il rapporto con i cittadini, altrimenti il rischio è che la piazza, pacifica e speranzosa, si tramuti e porti, magari per colpa solo di pochi, a ribellione e violenza.

    La deriva oligarchica, l’uomo solo al comando o il potere a chi non è in grado, per ignoranza, interesse o incapacità, di gestirlo per il bene comune hanno stesse conseguenze e cioè quelle di creare un paese impoverito, irrequieto e non in grado di confrontarsi, in modo adeguato, nelle sedi europee o internazionali. E tutto questo ogni giorno di più è un pericolo per tutti.

    Dalle pagine del Patto abbiamo lanciato molte proposte e preventivato molti dei problemi che poi si sono puntualmente verificati, continueremo ma perché tutto abbia un senso e si possa cominciare a risvegliare la politica bisogna che ci risvegliamo tutti dal torpore, dall’indifferenza, dalla rassegnazione altrimenti sarà la rabbia a prevaricare la giustizia.

  • Imposizione fiscale sulla plastica, ovvero l’inutile “ravvedimento”

    Il governo Conte 1 nel 2018 aveva aumentato l’imposizione fiscale (contributo Conai) sulla produzione della plastica da 187cent/kg a 208/kg: 208 euro a tonnellata. Non soddisfatto, sempre il governo in carica Conte 2 continua nel delirio pseudo-ecologista aumentando ulteriormente il carico fiscale complessivo passando da 208 centesimi a 0.5€/kg con un aumento del +240% (la proposta fu inutilmente di 1€/kg +500%), cioè 500 euro a tonnellata. Nonostante questa parziale inversione gli effetti combinati risulteranno devastanti per il settore produttivo italiano in quanto questa tassazione non colpisce i prodotti importati dall’estero perché non è una tassa sul consumo.

    Sembra incredibile come si riesca con scientifica stupidità a demolire uno dei settori principali dell’economia italiana come quello della produzione di plastica manifestando una presunzione ideologica come espressione di una corrente di pensiero ambientalista.

    In altre parole, tornando alla realtà dei fatti e partendo dal presupposto che una tassa non modifica ne può intaccare l’utilizzo di un bene strumentale come la plastica i concorrenti esteri che producono plastica hanno ricevuto da questo governo una “svalutazione competitiva” del 240% a parità di costi sostenuti.

    La follia ideologica come manifestazione infantile di un ambientalismo privo di competenza si rivela disastrosa per la tenuta del settore industriale italiano della plastica che rappresenta il 40% della produzione europea. Ed hanno pure il coraggio di definire questa parziale correzione come un ravvedimento.

  • In attesa di Giustizia: ma quale scudo, ma mi faccia il piacere!

    L’argomento di cronaca più trattato di questi giorni è quello legato alla sorte dell’ex ILVA a causa della manifestata intenzione di ArcelorMittal di recedere dal contratto stipulato: in un primo momento, ma anche successivamente in aggiunta a ragioni diverse, l’opzione della cordata franco indiana è stata fondata sulla scelta del Governo di non più concedere lo scudo penale.

    La materia del contendere si è, come anticipato, spostata su aspetti diversi di natura eminentemente aziendalistica con implicazioni del margine di profitto, l’avvertita esigenza di evitare il dissesto dei conti attraverso la riduzione dei costi che, a sua volta, comporta migliaia di esuberi. Un termine elegante per dire: licenziamenti.

    L’asse della discussione si è poi spostato sul piano industriale e su vari tavoli di concertazione con il coinvolgimento della politica, dei sindacati oltre che della magistratura ma nessuno ha mai avuto la buona grazia di spiegare in cosa consistesse lo scudo penale la cui minacciata revoca è stata forse impiegata come pretesto per sfilarsi da una intrapresa economicamente non più appetibile. Cerchiamo di fare chiarezza per i lettori.

    La legge che lo istituisce risale al 2015 ed è cambiata nel tempo un paio di volte: suo cuore è l’articolo che prevede una vera e propria immunità penale del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati in relazione alle condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale e delle norme di tutela della salute, della incolumità pubblica e della sicurezza sul lavoro.

    Tradotto: non saranno perseguibili penalmente anche in caso di commissione di reati in materia ambientale e di igiene e sicurezza sul lavoro od omissione dei necessari interventi migliorativi delle strutture esistenti.

    Insomma, esagerando un po’ (ma non poi troppo pensando ai livelli di inquinamento provocati dall’acciaieria) è qualcosa di simile alla licenza di uccidere, quella degli agenti della Sezione Doppio Zero del MI6 immaginata da Ian Fleming.

    Senza esagerare, almeno a parere di chi scrive, è sicuramente l’ennesima dimostrazione del digiuno di diritto costituzionale praticato rigorosamente dal nostro legislatore.

    Infatti, con questo “scudo” si violano almeno due articoli della Carta Fondamentale dello Stato: il  112 che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale, che non può essere di sicuro esclusa e “parzializzata” per taluno e per taluni reati, per di più con legge ordinaria (ne servirebbe, se mai, una costituzionale) e il 101 che recita la subalternità della Magistratura soltanto alla legge e non – come in questo caso – ad una manifestazione di volontà del Governo espressa tramite una normativa di dubbia costituzionalità.

    L’Autorità Giudiziaria di Taranto, per vero, ha investito della questione il Giudice delle Leggi ma la Corte ha deciso salomonicamente di restituire gli atti (un po’ come ha fatto Mattarella con la riforma della legittima difesa e un decreto sicurezza) invitando il Governo a rivalutare se permangono dubbi di costituzionalità, correggendo il testo. Una sollecitazione al ripensamento, ad una riscrittura, caduta nel vuoto come altre e non poche volte.

    L’attesa di Giustizia, non di rado, soffre proprio di quel digiuno di principi fondamentali del diritto, un digiuno che è tutt’altro che salutare per il legislatore, che ne disturba il sonno e il sonno della ragione – come è noto – genera mostri.

  • Il suprematismo “fiscale”

    Un sistema fiscale deve assolutamente rappresentare, attraverso un quadro normativo stabile quanto affidabile, lo strumento attraverso il quale finanziarie le spese pubbliche sia correnti che per servizi i cui livelli vengono determinati come espressione politica di uno Stato liberista, liberale o socialista.

    In altre parole, non importa il quadro politico del quale questo sistema normativo risulti espressione tuttavia le caratteristiche del sistema fiscale devono essere le medesime, indipendentemente dal contesto politico, quindi anche dalle risorse finanziarie richieste. In un sistema economico in progressiva  evoluzione alla funzione del finanziamento delle spese pubbliche complessive si aggiunge anche la possibilità, in un contesto competitivo globale, di attirare attraverso una “fiscalità di vantaggio”: investimenti che possano assicurare ricadute occupazionali stabili quindi diventare volano di ripresa economica.

    Purtroppo negli ultimi anni, a fronte di una perdurante crisi economica ma purtroppo anche culturale, troppo spesso lo stesso sistema fiscale viene impropriamente utilizzato come veicolo per imporre una visione etica tanto in relazione ai  consumi quanto all’economia nella sua accezione più ampia. Questa ulteriore ed impropria versione di fiscalità “etica” che ogni cittadino italiano è costretto a subire viene spesso imposta e modulata in diretto rapporto alla mancanza di conoscenza e contemporaneamente intrisa di ideologia, quindi una classica espressione della peggiore sintesi per una classe politica. In questo senso la Plastic tax ne rappresenta il classico anche se purtroppo non unico esempio  (https://www.ilpattosociale.it/2019/10/24/la-vera-insostenibilita-quella-fiscale/).

    Come molto spesso succede, una qualsiasi iniziativa fiscale che intenda esprimere impropriamente un principio etico, quando non venga supportato da una conoscenza, si trasforma inevitabilmente semplicemente in  un atto dispotico e d’imperio con l’effetto peraltro di diminuire il potere d’acquisto dei contribuenti. Una  incapacità di valutazione degli effetti unita ad un approccio ideologico e ridicolmente ambientalista descrive la classe politica ignara, solo per proporre un esempio, come accade a Linz, in Austria, dove una acciaieria abbia sostituito il carbone con la plastica termovalorizzata riducendo del 90% le emissioni. Tale  tassazione aggiuntiva relative alla produzione della plastica, definita Plastic tax di pura matrice etica ed ideologica, può venire definita come la misera espressione di un nuovo “suprematismo  fiscale“, espressione della terribile sintesi tra presunzione culturale ed ignoranza contemporanea di cui questo governo si macchia senza vergogna.

    Al tempo stesso va ricordato come questa espressione  del suprematismo fiscale non sia assolutamente la prima. In questo in senso, infatti, basti ricordare la Tobin Tax (una tassazione aggiuntiva applicata a tutte le transazioni finanziarie) voluta dal governo Monti che ha spiazzato il sistema borsistico italiano rendendolo antieconomico e di conseguenza rendendo meno interessante la piazza borsistica italiana rispetto a quelle europee. Con la inevitabile conseguenza che dei 2 miliardi previsti dal  governo Monti lo Stato italiano abbia incassato  appena 780 milioni.

    Al tempo stesso il fatto che tali iniziative fiscali, espressione di questa nuova corrente di pensiero del suprematismo fiscale, il quale intende cambiare il quadro economico attraverso la fiscalità ora adottata dal governo in carica attraverso la Plastic Tax o la Sugar tax, non rappresentino una novità assoluta non  diminuiscono  la gravità e l’impatto devastante per il sistema economico complessivo italiano.

    Il risibile livello della produttività come dei servizi assicurati dalla spesa pubblica rende già di per sé insostenibile la pressione fiscale complessiva. Se a questa vengono aggiunte anche le iniziative fiscali espressione di questa nuova concezione di suprematismo fiscale risulta inevitabile il continuo declino economico del nostro Paese.

  • Parlando di politica italiana…

    A volte, seguire le notizie in televisione può causare un’intolleranza fisica anche ai più ben intenzionati. Dopo aver sentito dire dal ministro Di Maio che “i politici guardano alle prossime elezioni e gli statisti alle future generazioni” (naturalmente annoverando sé stesso tra questi ultimi), non ho potuto reprimere un sussulto. Non tanto perché si è implicitamente attribuita la paternità della frase senza citare chi l’avesse pronunciata prima di lui (De Gasperi), ma perché l’idea di vedere in lui una qualche sembianza di “statista” credo non possa venire in mente nemmeno al più sprovveduto degli italiani. Per non parlare del confronto con i suoi “colleghi” Ministri degli Esteri di altri Paesi.

    La cosa brutta è che l’Italia non vede da tempo apparire sulla scena un qualunque statista e che anche di grandi politici siamo oramai digiuni. Se chiediamo a un futuro potenziale elettore se già ha deciso per chi voterà, la maggior parte degli interpellati risponderà con una smorfia, aggiungendo che l’unica soluzione che intravede è quella suggerita, a suo tempo, da Montanelli parlando della Democrazia Cristiana: andare a votare tappandosi il naso.

    I ventri e le menti

    Lo scenario della nostra politica attuale è di una classe dirigente dominata dalla ricerca del consenso a qualunque costo, di una sovranità lasciata agli umori passeggeri raccolti attraverso i sondaggi, di una totale mancanza di strategie e perfino di idee. Dominano le comunicazioni che hanno l’unico scopo di vellicare i ventri e di ottundere le menti. Ci si fa beffe del buon senso, si mente senza pudore, si calpesta il diritto facendo leggi che smentiscono sé stesse e che vengono superate da altre che le contraddicono ulteriormente.

    Vi sembra che stia esagerando? Identificate, allora, se lo potete, quali siano i progetti per il futuro dell’Italia dei vari PD, 5Stelle, Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e di altri partitucoli. Quando i loro esponenti rilasciano dichiarazioni sembrano che facciano a gara tra chi ripete più volte gli slogan lanciati dai loro rispettivi capataz e tutti sono ben attenti a non dire nulla che vada contro i luoghi comuni dettati dai sentimenti più bassi e più demagogici diffusi tra il popolino più ignorante. La recente riduzione del numero dei parlamentari ne è un esempio eclatante. Non mi interessa difenderli, né come numero né come categoria. Tuttavia, mi sembra evidente che il problema non stia nel fatto che siano 1000 o 600: sta invece nella perfetta sovrapposizione tra Camera e Senato e nel fatto che, nate le Assemblee legislative Regionali, non si sono sufficientemente ripartiti i compiti con queste ultime. Senza contare che, in carenza di una riforma elettorale, la riduzione dei “rappresentanti” si configura come un peggioramento della stessa forma democratica. Ieri e oggi, tutti vogliono abbassare le tasse ma nessuno dice quali spese saranno tagliate. Ognuno è contro l’inquinamento ma nessuno ha il coraggio di calcolare, ed enunciare, quali sacrifici si debbano effettivamente affrontare per ottenere un mondo più pulito. Molti parlano del “dovere dell’accoglienza” ma non c’è chi osa dire come e quanti se ne possano accogliere.

    Le leggi lungimiranti

    Si decidono nuove regole burocratiche da imporre a chi produce (fatture elettroniche, nuovi registratori di cassa, scadenze, modulari, altro – vedi verso i benzinai ad es.) ma non si tiene conto dei costi che queste implicano per chi le dovrà applicare e non ci si domanda in quali settori ciò potrebbe significare, magari, un’importante riduzione dei margini di guadagno e quindi della convenienza di continuare a lavorare. Tra i tanti, un ultimo caso riguarda l’Ilva di Taranto: si è firmato un contratto di cessione con un investitore straniero anche sulla base di una legge che avrebbe tenuta la magistratura penale fuori dallo stabilimento di produzione per ogni possibile reato pregresso alla nuova gestione. Ciò avrebbe garantito a chi investiva più di quattro miliardi di euro e assicurava i livelli di occupazione che, per nessun motivo, gli altiforni sarebbero stati spenti su ordine di un giudice per cause non imputabili agli attuali dirigenti. Considerando le abitudini e i tempi della nostra giustizia era l’unico modo per essere certi che, una volta partita la nuova gestione e fatte salve inadempienze della stessa, il nuovo progetto avrebbe potuto realizzarsi senza improvvide interferenze. Ebbene, per accontentare quattro giustizialisti della domenica, eccoli tutti contenti di votare la revoca della legge già approvata. Con la comprensibile (e condivisibile) decisione di Arcelor Mittal di rinunciare all’investimento.

    Abbasso l’Europa!

    Qualcuno fino a poco fa (si sono ricreduti?) sparava contro l’Europa rompendo, di conseguenza, ogni possibilità di quel dialogo che avrebbe potuto consentire la modifica di regole e comportamenti che sicuramente dovranno essere cambiati. Gli stessi minacciavano di “uscire” dall’Unione, dimenticando che più della metà delle nostre esportazioni vanno proprio in quella direzione e che è l’esistenza del “mercato comune” che ci consente di continuare a farlo. Non parliamo di quegli pseudo-economisti che proponevano di abbandonare l’Euro e di quei cretini tra gli elettori che li applaudivano. Forse nessuno di costoro aveva un mutuo o altri prestiti in corso ma vi immaginate, tra le altre pessime conseguenze di macro e di microeconomia, cosa sarebbe successo a chi ne aveva se fossimo realmente tornati alla lira?

    Sovranisti? Ma sanno cosa significa? Io sono italiano e mi sento un italiano patriota. Non posso però dimenticare che il mondo continua al di là delle Alpi e del Mar Tirreno e che, poiché il mio caro Paese è povero di materie prime, la ricchezza che dal dopoguerra abbiamo realizzato ci arriva dal fatto che, una volta importatele, le abbiamo lavorate e rivendute con tanto di valore aggiunto. L’autarchia, se mai per qualcuno ha un senso, potrebbe (forse) funzionare per chi è autosufficiente e noi, purtroppo non lo possiamo essere. Naturalmente, a meno di accettare una drastica riduzione del nostro tenore di vita. Chi è disposto a farlo? Chi a dirlo?

    La fantasia al potere

    Nei passati anni settanta c’era chi invocava “la fantasia al potere”. Fortunatamente se ne è fatto a meno, ma oggi al potere c’è l’ignoranza. E dove non c’è, impera l’ipocrisia.

    Vogliamo dircela tutta? Questa classe politica continua a prendere decisioni che allargano il debito pubblico al fine di garantirsi consensi. Il presupposto dichiarato è che per far funzionare l’economia occorre aumentare la spesa. Così circolerebbe più denaro, tornerebbero ad aumentare i consumi e quindi le fabbriche tornerebbero a produrre. Purtroppo questa logica è totalmente sbagliata e a dirlo non è il sottoscritto, bensì le cifre in possesso di chiunque voglia saperlo e certo anche dei nostri politici. Se è vero che come Paese siamo in forte e crescente deficit (vedi il costante aumento del debito pubblico), è altrettanto vero e notorio che le banche sono piene dei risparmi degli italiani, che più dell’ottanta percento della popolazione è proprietario della casa in cui vive (record europeo) e che l’economia sommersa continua a creare una ricchezza che sfugge alle statistiche. Un interessante e recente libro di Luca Ricolfi si intitola “La società signorile di massa” e già dal titolo si potrebbe riconoscere l’Italia. Ciò non significa che da noi non esistano poveri (anzi!), ma che chi potrebbe farlo non spende a sufficienza perché non ha fiducia nel futuro del nostro Paese.  D’altra parte, come avere fiducia se chi governa (e non solo ultimamente) sono i primi a non sapere proporre e nemmeno immaginare alcun futuro?

    L’Argentina è piena di italiani d’origine ma c’è solo da sperare che l’Italia non finisca come quel Paese che sta passando da un fallimento all’altro. Anche laggiù non si ha alcuna fiducia nel futuro del proprio Paese e, chi può, nasconde i propri risparmi o li esporta altrove. Anche laggiù la politica è debole e impreparata e la gara tra i partiti non premia la sincerità e la competenza ma soltanto la demagogia. Perché non gli mandiamo lo “statista” Di Maio?

  • Venezia, il Mose e la proprietà transitiva

    I terribili effetti della devastante acqua alta nella notte tra il 12 e il 13 novembre hanno ancora una volta ferito una città unica al mondo come Venezia. A loro volta questi danni, a dir poco devastanti, se associati alle dichiarazioni successive delle varie autorità politiche dimostrano ormai il declino culturale del nostro Paese. Si percepisce un coro unanime, per altro assolutamente giustificato, di fortissima critica unita ad una altrettanto insofferenza nei confronti della classe politica tanto  nazionale e regionale, quanto più locale, le quali all’unisono hanno provocato, per ottenere dei vantaggi personali, come la magistratura ha evidentemente dimostrato, o per pura incompetenza o superficialità, questo disastro.

    Viceversa risulta chiaro come alla responsabilità della classe politica si debba affiancare anche quella del variegato mondo dei “tecnici”. In altre parole, devono venire coinvolte nell’attribuzione delle responsabilità quelle persone che in virtù di una competenza acquisita attraverso un percorso di studi legittimo vengono scelte da una classe politica mediocre (alla quale va attribuita anche questa responsabilità) per realizzare opere progettualmente e operativamente distoniche rispetto alle esigenze del territorio nel quale vengono inserite.

    I terribili avvenimenti che hanno sottoposto un’altra volta Venezia ad una disastrosa inondazione partendo dalla realizzazione del Mose dimostrano ancora una volta come non esista “alcuna  proprietà transitiva” in base alla quale la conoscenza acquisita con gli studi si trasformi automaticamente in competenza sia progettuale che realizzativa. Incompetenze e responsabilità relative ai danni conseguenti attribuibili ai diversi “tecnici” che poi la realtà drammaticamente evidenzia e la cui “competenza” acquisisce una forza che è moltiplicata proprio per l’inconsistenza culturale della classe politica.

    Questi due fattori devastanti generano dei mostri culturali e strutturali dei quali il Mose potrebbe a buon titolo rappresentarne il monumento a futura memoria.

     

  • Il Cio può attendere: nasce lo sport di Stato

    Sembra incredibile come una semplice affermazione dell’amministratore delegato Sabelli di ‘Sport&Salute’ possa risultare assolutamente chiarificatrice riguardo alla volontà del governo in carica, come di quello precedente, in relazione alla gestione del movimento sportivo in Italia.

    Il governo Conte1, non tenendo in alcuna considerazione i Principi del Cio (o probabilmente ignorandone semplicemente le inevitabili ricadute politiche), i quali stabiliscono la netta separazione tra potere esecutivo e gestione dello Sport nella sua articolata complessità, aveva istituito la società ‘Sport&Salute’ come interposizione tra il governo che attribuisce i fondi per la gestione complessiva del Movimento Sportivo Italiano ed il Coni che li gestiva con la Coni Servizi.

    L’amministratore delegato Sabelli, a conferma e giustificazione della scelta governativa, affermò che “attraverso  la creazione di ‘Sport&Salute’ …nasce lo sport di Stato”, come se il Coni fosse un ente pubblico non inserito all’interno di uno Stato dal quale risulta per altro istituito.

    Questa operazione politico-amministrativa ma soprattutto che accresce il peso della burocrazia, con oltre duecento nuovi occupati, fu ampiamente criticata dai membri del Cio ed ancora oggi proprio per questa scelta sottopone  il  nostro Paese ad un’indagine al fine di accertare se non risultino violati i principi della carta costituzionale ed istitutiva  del Comitato Olimpico internazionale (https://www.ilpattosociale.it/2019/08/14/i-giochi-olimpici-di-cortina-2026-e-la-guerra-al-cio/).

    Ad aggravare la situazione italiana ecco come dal  governo Conte2 trova corpo l’iniziativa del ministro Spadafora (sodalo di Giorgetti nella creazione di ‘Sport&Salute’) il quale si ritaglia una quota dei medesimi finanziamenti destinati a ‘Sport&Salute’ come diretto dispensatore per la gestione delle attività sportive destinate ai comuni, dimostrando ancora una volta come il vero potere non venga rappresentato in Italia dalla classica distinzione tra potere tra esecutivo, legislativo e giurisdizionale ma sostanzialmente si possa tranquillamente indicare nella diarchia tra gestione del credito e potere di spesa pubblica (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Quindi la frase scellerata di Sabelli dimostra di fatto l’intenzione di arrivare ad uno stato che intervenga direttamente nella gestione dello sport il quale invece secondo il Cio dovrebbe essere distaccato dal potere esecutivo anche al fine di evitare che possa divenire un’arma di propaganda politica e governativa. Il Comitato Olimpico internazionale, proprio attraverso le sue norme istituzionali, intendeva e vorrà sempre escludere un collegamento diretto tra uno sport, o peggio un intero movimento sportivo,  e l’espressione dello Stato, rendendolo quindi potenziale strumento di propaganda, perché questo deve essere  espressione di una cultura e perciò gestito da  un organo indipendente dall’organo esecutivo.

    Mai come oggi la validità del principio stabilito dal Comitato Olimpico Internazionale viene ribadita in presenza di questi tentativi tipici di uno Stato espressione di un socialista reale 4.0 il quale intende utilizzare lo sport per accrescere la centralità dell’organo esecutivo.

    In questo modo poi si svaluta e deprezza la cultura sportiva da un complesso sistema formativo, fonte di educazione e di civiltà ed espressione della volontà di Stato.

  • La credibilità di un paese: un patrimonio azzerato

    La vicenda delle Acciaierie ArcelorMittal dimostrano ancora una volta quale sia l’approccio anti industriale dei diversi governi che si susseguono alla guida del nostro Paese da oltre vent’anni ed in particolare dell’ultimo in carica.

    I danni economici quantificabili, per cominciare, nella perdita di circa 20.000 posti di lavoro tra diretti ed indotto aggiunti ad una probabile diminuzione del PIL del -1,2% risultano certamente enormi per i quali sarà necessario reperire risorse pubbliche aggiuntive al fine di finanziare gli ammortizzatori sociali senza precedenti. Un impatto devastante per la finanza pubblica in termini di spesa aggiuntiva al quale si deve aggiungere la perdita di ricchezza immediata ma anche di un moltiplicatore di Pil all’interno dei confini italiani. Qualora non bastasse va anche considerato come questa situazione costringerà le aziende metalmeccaniche, vera  eccellenza del Made in Italy e  primo settore per esportazione ed occupazione, a rivolgersi all’estero per l’acquisto dell’acciaio necessario, causando un ulteriore squilibrio della bilancia commerciale.

    Ragionando tuttavia nell’ottica del medio e lungo termine, questi costi, se considerati in un’ottica globale, possono risultare addirittura incredibilmente inferiori rispetto a quelli complessivi in termini di azzeramento della credibilità imputabile al  governo in carica e alla maggioranza parlamentare. In altre parole, all’interno dei flussi finanziari globali il nostro Paese perde ogni residuale attrattività nell’intercettare tali investimenti.

    Una credibilità complessiva ormai quantificabile in un valore infinitesimale se valutata in rapporto al cambiamento dei termini dell’accordo tra ArcelorMittal degli  ultimi due governi Conte che ha portato il Parlamento all’approvazione della cancellazione dello scudo penale precedentemente garantito.

    Quest’ultimo infatti rappresentava uno dei fattori determinanti per consentire gli investimenti e il ripristino di condizioni ambientali accettabili da parte del Colosso indiano. Una credibilità che viene messa a dura prova anche dalle dichiarazioni del primo ministro il quale si richiama ad una posizione di fermezza nei confronti dell’azienda stessa dopo aver causato con la propria azione di governo questo disastro economico industriale. Del medesimo livello risultano le reazioni dei partiti che compongono la maggioranza e che quindi hanno votato la cancellazione dello scudo penale ma che ora si dichiarano disponibili al ripristino della stessa, dimostrando, ancora una volta, il proprio disinteresse per le conseguenze delle proprie decisioni politiche in entrambe le due diverse occasioni parlamentari nel momento in cui hanno espresso voto favorevole all’annullamento dello scudo penale con il solo obiettivo di mantenere intatta una maggioranza ma disinteressandosi completamente delle reazioni dell’azienda stessa che vedeva cambiati i termini del contratto.

    Ora, per la medesima  ragione, cioè il mantenimento di una maggioranza, ma stupiti, nella loro superficialità, dalle conseguenze del primo voto, sono addirittura disponibili a reinserire lo scudo penale con un voto parlamentare. In questo contesto evidentemente gli interessi del Paese, nel suo complesso di lavoratori e sistema industriale italiano, non vengono tenuti in alcuna considerazione.

    In questo avvilente panorama umano e politico il patrimonio, in termini di credibilità, dilapidato da questo governo e dalla sua maggioranza non è assolutamente recuperabile agli occhi degli investitori, tanto italiani quanto esteri.

    Un paese in cui ogni dieci  mesi vengono apportate delle modifiche al quadro fiscale, anche retroattive, impedendo di fatto la valutazione di ogni investimento e del calcolo del Roe, unitamente ad una incapacità ed irresponsabilità politica di mantenere gli accordi siglati precedentemente (tav) è un sistema paese assolutamente non attrattivo per gli investitori italiani ma soprattutto esteri.

    Per questo motivo il danno economico complessivo, calcolabile in una perdita di un punto o poco più di PIL  in caso di chiusura della acciaieria ex Ilva, rappresenta un valore infinitamente inferiore se paragonato alla perdita di credibilità che il nostro Paese deve subire a causa di questa scellerata classe politica e di questa maggioranza parlamentare nella sua articolata composizione.

    La credibilità di un Paese rappresenta un patrimonio non solo economico ma anche culturale che meriterebbe una maggiore attenzione ma soprattutto una maggiore consapevolezza nella sua tutela.

  • Assunzioni di responsabilità

    I risultati catastrofici delle regionali in Umbria possono stupire alcuni ma non certo Grillo, il fondatore, garante e nume tutelare dei 5 Stelle. Tralasciando le molte, infelici esternazioni di questi anni basta ricordare l’ultima proposta di togliere il voto agli anziani per capire l’abisso di confusione mentale nel quale è caduto. Non spenderemo parole e tempo su questa proposta o su quella della sinistra, sposata da parte della destra, seppure, fortunatamente, in sordina, di far votare i sedicenni perché si commentano da sole, i risultati elettorali dimostrano quanto sono state apprezzate…!

    Rimarchiamo invece, una volta ancora, come troppe persone, che si piccano di occuparsi di politica, parlino senza coordinare il cervello con la bocca, senza rendersi conto delle conseguenze delle loro affermazioni. Conseguenze che, prima o poi, si trovano a dover affrontare con i dati elettorali. Quello che però sfugge a questi affabulatori di professione, o dilettanti della Cosa pubblica, sono le conseguenze sui cittadini dei loro vaniloqui e delle troppe promesse non mantenute. Mai come ora la mancanza di fiducia degli elettori si sta tramutando in un sentimento negativo verso tutti e verso tutto. L’irritabilità diventa ira, il moderato, gioco forza, diventa estremista, e a forza di non ottenere niente tutti vogliono tutto.

    Se in una democrazia compiuta l’alternanza è forza e garanzia proprio della democrazia  in Italia non vi è ne una sinistra moderna e attrattiva per programmi e contenuti, né una destra liberale e completamente consapevole che, in un mondo che si voglia o meno e  globale, non fosse altro per l’utilizzo dei sistemi informatici, l’identità si difende con la cultura e con la capacità di avere visione del futuro. Fino a che il contendere politico si baserà su battute, apparizioni, personalismi, messaggi virtuali e non su programmi concreti e realizzazioni certe continueremo ad avere l’altalena dei voti di protesta che di anno in anno, se non di mese in mese, si sposterà in un senso o in un altro impedendo sviluppo, crescita e il giusto benessere. In questa confusione non può essere sottaciuta la responsabilità delle forze sociali, comprese le rappresentanze delle categorie, e dei mezzi d informazione. Già riconoscere le proprie responsabilità sarebbe un passo avanti.

  • L’inizio della fine in soli due colpi

    L’introduzione scellerata della tassa sulla plastica, che rappresenta per l’economia dell’Emilia Romagna, dove viene prodotto il 40% della plastica da imballaggio, un asset fondamentale, è il primo colpo ad un sistema industriale come quello italiano che da oltre trent’anni soffre della mancanza di rappresentanza e dell’assoluta indolenza del mondo politico (https://www.ilpattosociale.it/2019/10/24/la-vera-insostenibilita-quella-fiscale/).

    La disdetta dell’accordo di Arcelor Mittal in relazione all’acciaieria Ilva rappresenta il colpo finale, e probabilmente definitivo, al futuro economico ed industriale del nostro Paese. Un declino non solo economico ma anche politico che trova la propria irreversibilità nel giorno in cui gli effetti del cambiamento degli accordi stipulati tra investitore e Governo italiano vennero cambiati dal governo 5 Stelle-PD e approvati in Parlamento dalla medesima maggioranza.

    Da questo momento qualsiasi investitore non avrà più alcuna  certezza non solo in materia fiscale ma soprattutto anche del contenuto stesso di un qualsiasi accordo siglato attraverso un contratto con il nostro Paese, a partire dalla gestione delle Acciaierie Ilva e di tutti gli stabilimenti ad esse collegati nel territorio italiano.

    Con la decisione di questi giorni il governo italiano ed il Parlamento, e di conseguenza gli elettori del PD e dei 5 Stelle, hanno reso nullo e soggetto a revisione ogni contratto di fatto, azzerandone valore e contenuto.

    Qualche mente elementare che popola questi partiti che sorreggono la maggioranza di questo ridicolo governo potrà anche sorridere per la vittoria della propria visione ideologica ed essere così convinto di poter convertire l’economia di Brindisi nell’allevamento dei mitili. Il danno è talmente imponente e devastante per la credibilità del nostro Paese che solo gli elettori, i parlamentari e i ministri del governo del PD-5 Stelle non riescono a comprendere, immersi come sono nella cecità della loro maledetta ideologia.

    Mai il nostro Paese aveva un raggiunto un livello così basso di credibilità internazionale quanto quello raggiunto con questa vicenda delle Acciaierie Ilva a conduzione 5 Stelle e PD.

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