Governo

  • Presidente Draghi anche la rete idrica ha bisogno di lei

    Tra le tante assurdità che abbiamo ascoltato nei mesi scorsi anche quella che il bonus rubinetti aiuterebbe a diminuire lo spreco d’acqua, come ha dichiarato l’on. Alessia Rotta del Pd. I nuovi rubinetti devono avere una portata d’acqua limitata a 6 litri al minuto. All’esponente del Pd purtroppo sfugge la realtà, e che cioè la grande dispersione di acqua, bene non rinnovabile e fonte primaria di vita, deriva dall’obsolescenza della rete idrica nazionale, problema che da anni segnaliamo, non solo dalle pagine del Patto Sociale, ai vari governi che si succedono. Governi che hanno tutti continuato ad ignorare il grave problema nonostante vi siano ancora aree prive di acqua corrente giornaliera, una perdita economica costante e, in certe regioni, un giro malavitoso dietro le cisterne che rifornisco le abitazioni prive di acqua corrente. Sulla tragica situazione del nostro sistema idrico ci sono state molte inchieste giudiziarie e molti illeciti arricchimenti e sperperi per i troppi enti inutili che dovrebbero essere preposti a gestire l’acqua nei vari territori. Enti che in molti casi hanno assicurato posti ad esponenti di partito, Pd compreso! Basti pensare che il Pd di fatto controlla l’acquedotto lucano e pugliese, ma anche Hera e Publiacqua. Il 48%, almeno, dell’acqua della rete idrica si disperde perché la nostra rete ha più di 50 anni, è in gran parte ammalorata e rotta, è di proprietà pubblica, giustamente ma, ingiustamente, è gestita da una miriade di società miste comunali, regionali o da consorzi che nulla hanno fatto per rimediare al dissesto. Mentre aumentano le dispersioni d’acqua sono aumentare le tariffe salite quasi del 100% in dieci anni a tutto danno dei cittadini per la spesa e dello Stato perché la perdita dell’acqua è una perdita anche economica, basta pensare ai periodi di siccità che devono essere affrontati dal pubblico. Le tariffe variano da territorio a territorio e nonostante il rincaro delle tariffe molte sono le perdite dovute alla mala gestione e ai poltronifici. Speriamo che il Presidente Draghi intervenga anche su questo urgente problema, che i partiti volutamente ignorano, perché rimettere in sesto la rete idrica ed eliminare tanti enti inutili e fonte di sperpero significa far risparmiare lo Stato, i cittadini e dare posti di lavoro veri ed utili.

  • La stagflazione politica-amministrativa

    In passato si era già affrontato il problema del nostro Paese per le inevitabili ricadute economiche della gestione delle due forme massime di potere italiano rappresentate (1) dalla gestione della spesa pubblica e da quella del credito (2) nel lontano novembre 2018 (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    L’esercizio di questi due poteri, interamente in mano alla classe politica (1) che interagisce con i vertici degli Istituti bancari (2), come poteva risultare ampiamente prevedibile invece di partorire delle politiche che potessero supportare il sistema economico italiano si sono rivelati dei veri e propri strumenti di autofinanziamento elettorale e sostegno finanziario al sistema bancario, totalmente a danno del sistema Italia.

    Questa metastasi economico-istituzionale ha prodotto negli ultimi vent’anni degli effetti devastanti, ora amplificati dopo un anno di pandemia.

    Anche durante l’ultimo anno questa alleanza tra due poteri ha dimostrato i propri effetti: basti in questo senso ricordare come dei 150 miliardi di garanzie statali destinati alle imprese stanziati dal governo Conte 2 solo 39 miliardi di reali risorse effettivamente si siano rese disponibili in termini di garanzie statali per gli imprenditori. Una buona parte di queste garanzie statali di Cassa Depositi e Prestiti risultano, viceversa, trattenute all’interno del circuito bancario ed utilizzate per rientri dei fidi della clientela e conseguentemente riduzione dei rischi stessi per l’istituto bancario.

    In questa operazione il silenzio del governo relativo a tale distorsione rispetto alla funzione originale di queste garanzie risulta assolutamente complice.

    Sicuramente la devastante pandemia da covid-19 ha amplificato un disastroso trend iniziato proprio nel 2000.

    Va ricordato, infatti, come dall’inizio del terzo millennio ad oggi la spesa pubblica sia aumentata del 85% ma con effetti fortemente contraddittori. In questo senso, per cominciare, va ricordato come, dato 100 il 1999, il sistema privato abbia aumentato la propria produttività di 29 punti (129) mentre la pubblica amministrazione lo abbia ridotto di 12,5 (87,5). L’aumento della spesa pubblica quindi, pur rendendo disponibili maggiori risorse finanziarie (frutto della sintesi di maggior debito e maggiore pressione fiscale), non ha prodotto alcun miglioramento dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione e quindi della sua efficienza a supporto dell’impresa. Addirittura, e siamo appunto all’effetto paradossale, questa maggiore dotazione finanziaria per la P.A. ha determinato un abbassamento delle produttività vanificando, così, in buona parte i risultati ottenuti dal settore privato sempre sul fronte della produttività. Un fattore determinante assieme alla scarsa crescita da oltre vent’anni caratterizzante la nostra economia (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/).

    In più, durante l’ultimo ventennio, i governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese hanno continuato a sperperare risorse pubbliche col duplice obiettivo di mantenere i propri bacini elettorali. Contemporaneamente hanno condotto delle battaglie politiche aspramente criticate dalla BCE (*) a favore della moneta elettronica (anche attraverso fiscalità premianti) come contropartita all’azione degli Istituti bancari nell’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano.

    Questa assoluta mancanza di responsabilità, che coinvolge tutti i ministri economici degli ultimi governi, parte dalla comune considerazione di come, seppur basso, un tasso di crescita potesse comunque risultare compatibile con la gestione della finanza pubblica italiana, perlomeno nell’immediato che rappresenta l’orizzonte massimo di valutazione della classe politica italiana. Un pensiero espressione di una cultura economica irresponsabile come testimoniano gli ultimi dati relativi alla crescita del reddito disponibile degli italiani.

    Va ricordato come agli inizi del 2000 il reddito medio italiano rappresentasse l’83% di quello tedesco: ora, dopo vent’anni, questo rappresenta ormai solo poco più del 67%.

    In altre parole, al di là dell’andamento sinusoidale dell’economia internazionale, il nostro Paese ha registrato una diminuzione di reddito prodotto rispetto alla Germania pari al -0,75 % annuo

    All’interno di un mercato competitivo nel quale la Germania rappresenta la prima industria manifatturiera e noi la seconda è evidente che gli effetti devastanti di questo declino economico si manifestino in una progressiva perdita di competitività e un contemporaneo aumento dei costi sia per le imprese quanto per i consumatori.

    Solo al fine di offrire un esempio di economia quotidiana: per un’impresa italiana attualmente il gasolio alla pompa viene erogato al prezzo medio di 1,48 euro, in Germania viceversa risulta di 1,21 (**), una differenza di poco superiore al 22%, ovviamente a favore dell’utenza e delle imprese tedesche.

    Se poi si valuta anche il differenziale di reddito disponibile è evidente come il carburante in Italia venga pagato circa il 50% in più di quanto in Germania.

    A questo immediato “svantaggio competitivo” per l’economia italiana risulta inevitabile aggiungere, per quanto riguarda il trasporto delle merci su gomma (82% del totale) ma anche in termini più generali per l’economia nel suo complesso, ovviamente il costo delle autostrade. La concessione di un monopolio pubblico a gruppi privati, come sostenuto dall’intera classe di economisti ad accademici negli anni 90, non ha creato alcun vantaggio per l’utenza e tantomeno aumentato gli investimenti nelle Infrastrutture. Con buona pace delle teorie economiche che sostenevano strategie diverse da quanto realizzato in Svizzera ed in Germania.

    Due semplici esempi che mettono in evidenza come la nostra struttura economica sia caratterizzata da una serie di rendite di posizione a favore tanto dello Stato quanto di gruppi privati i quali hanno determinato una diminuzione per l’impresa della competitività e dei cittadini del reddito disponibile attraverso un continuo aggravio dei costi di servizio.

    In altre parole, il costante aumento delle tariffe dei servizi (sia in termini di costi diretti quanto di qualità del servizio stesso) forniti dalla pubblica amministrazione, pur con un aumento di risorse finanziarie e compensato da una bassa inflazione, risulta il primo elemento di una stagflazione.

    Il secondo elemento è conseguenziale al primo, individuabile nella sempre bassa crescita che ha caratterizzato negli ultimi vent’anni la nostra economia.

    Una vera e propria stagflazione politica – amministrativa che definisce in modo chiaro il fallimento di una scuola economica e politica i cui effetti sono stati un progressivo aumento della spesa pubblica e del debito ma con una diminuzione del reddito disponibile dei cittadini anche per i consumi.

    Si aggiunga poi che a causa di servizi della pubblica amministrazione sempre più scadenti molti contribuenti sono stati costretti a rivolgersi a soggetti privati per ottenere gli stessi servizi finanziati già col prelievo fiscale.

    Un doppio costo che drena risorse al circuito economico. In altre parole, la sintesi di un fallimento economico politico.

    (*) solo negli ultimi sei mesi la BCE ha richiamato due volte il Governo Conte ad una posizione neutrale rispetto alle forme di pagamento.

    (**) Grazie ad una riduzione dell’IVA a sostegno della ripresa economica post pandemia.

  • In un paese normale

    All’interno di un paese responsabile tutte le diverse autorità politiche ed amministrative dovrebbero operare, specialmente in un periodo di emergenza sanitaria come quella attuale, con l’obiettivo evidente di attenuare gli effetti devastanti sanitari, economici e sociali della pandemia. Quindi, sempre all’interno del medesimo paese responsabile, gli obiettivi da perseguire dovrebbero venire individuati nell’immediato (1) nel contenimento di ogni conseguenza sanitaria legata direttamente alla pandemia, mentre nel futuro più prossimo (2) nel neutralizzarli in previsione di una terza ondata allestendo un piano pandemico adeguato.

    A novembre del 2020 il Ministro della Sanità Speranza e il suo commissario Arcuri si spesero per l’allestimento delle famose Primule dal costo di 400.000 euro ciascuna con il meraviglioso contributo creativo dell’archistar Boeri. Un progetto devastante sotto il profilo della distrazione dall’obiettivo principale che doveva essere rappresentato dalla individuazione di spazi esistenti all’interno dei quali allestire le vaccinazioni di massa, come ampiamente avvenuto in Gran Bretagna. Nel paese protagonista della Brexit le vaccinazioni sono state allestite anche all’interno delle chiese mentre in Israele addirittura nei centri commerciali dell’Ikea: dimostrazione di un felice ed intelligente pragmatismo privo di remore ideologiche.

    In un paese normale, poi, a novembre, ma forse già da ottobre, il governo italiano avrebbe dovuto preoccuparsi di ottenere delle forniture di vaccini adeguate esattamente come ha fatto la Germania. Paradossale come, per quanto riguarda l’allestimento operativo dei piani vaccinali, Gran Bretagna ed Israele non facciano parte dell’Unione Europea mentre la Germania abbia acquistato dosi aggiuntive di vaccini trasgredendo le regole dell’Unione Europea. Ulteriore conferma di come lo spirito europeista venga ancora una volta messo a dura prova dalla inconsistenza professionale e strategica dell’Unione Europea stessa, manifestazione cristallina di una inadeguatezza delle “risorse umane” europee.

    Tornando, quindi, ad un paese normale le nuove richieste di lockdown, anche se probabilmente inevitabili, ora rappresentano però in modo chiaro e limpido il fallimento delle strategie di contenimento ma soprattutto l’assenza di un’operatività per una vaccinazione di massa: ancora oggi infatti, e siamo all’inizio di marzo, non è operativo un vero e proprio piano vaccinale anche nelle direttive generali. In aggiunta, solo adesso verrà coinvolta l’industria farmaceutica in una possibile produzione di vaccini in licenza.

    In questo contesto risulta patetica, oltre che irritante, la giustificazione delle autorità europee italiane e regionali che indicano nel ritardo nella consegna dei vaccini la motivazione di questo vergognoso ritardo. Una situazione assolutamente intollerabile proprio ora che i numeri dimostrano come addirittura di alcuni vaccini vengano utilizzati solo il 10% (Astra Zeneca) mentre per quanto riguarda gli altri oltre il 30% rimanga inutilizzato.

    In questa situazione all’interno di un paese normale i responsabili di tale fallimento che coinvolge una intera classe politica nazionale e regionale (come non ricordare la frase “abbiamo 27 milioni di dosi” del presidente della Regione Veneto) i responsabili dovrebbero alzarsi in piedi e chiedere scusa per i danni che stanno arrecando con i nuovi lockdown legati più ad un ritardo nell’esecuzione di un piano vaccinale generale che non alle mutazioni del virus stesso.

    Il risultato netto legato a questa assoluta incertezza si manifesta non tanto nella difficoltà di comprendere le variabili del virus quanto nella assoluta incertezza legata alla percezione della mancanza, ancora oggi, di un piano vaccinale complessivo ed adeguato alle aspettative di un paese normale: il nostro.

  • In attesa di Giustizia: immunità di gregge o del pastore?

    In epoca di pandemia l’immunità di gregge sembra essere un obiettivo primario da raggiungere ma, a quanto pare, ci sono forme di immunità – in qualche modo collegate all’emergenza sanitaria – che sono state conseguite addirittura in anticipo: argomento che vale la pena essere affrontato non prima di avere richiamato gli sviluppi di una indagine clamoroso, in realtà non l’unica ma solo l’ultima in ordine di tempo, che ha come sfondo l’acquisto ed il commercio di dispositivi di protezione individuale.

    Il riferimento è all’inchiesta romana, coordinata da quell’eccellente magistrato del Pubblico Ministero che è Paolo Ielo, in cui insieme ad altri risulta coinvolto Mario Benotti (patron del consorzio Optel e di Microproducts) per la fornitura di milioni di mascherine da produttori cinesi, mascherine che – tra l’altro – dovrebbero avere un costo industriale incoerente con il prezzo poi praticato in rivendita, garantendosi così marginalità fuori dall’ordinario.

    Nulla che debba sorprendere più di tanto poiché in questo sventurato Paese le disgrazie e le calamità naturali sembrano costituire un richiamo formidabile per gli sciacalli: qualcosa era già successo, per esempio, in occasione della ricostruzione successiva al terremoto in Abruzzo ed anche ora, dagli ascolti telefonici, sembrerebbe che il proseguimento della pandemia e delle restrizioni precauzionali conseguenti sia stato tra gli auspici di imprenditori di modesto livello etico.

    Siamo solo in una fase di indagine, gli sviluppi potranno confermare o smentire le iniziali ipotesi di accusa e la presunzione di non colpevolezza deve essere riconosciuta a tutti ma, non c’è dubbio, il portato delle conversazioni e le ulteriori evidenze sin qui acquisite in merito al rapporto costi/ricavi propongono un quadro inquietante.

    Nel decreto di perquisizione della Autorità Giudiziaria romana destinato ai soggetti inquisiti ed alle rispettive aziende si legge che allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione di corrispettivo il che, tradotto, significa che comunque si indaga per verificare se si siano realizzati fatti di corruzione per indurre all’acquisto mediante pubbliche commesse Il Commissariato per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contrasto dell’emergenza epidemiologica: tutto ciò anche perché risultano centinaia di intercettazioni tra gli indagati e Domenico Arcuri il quale – come lamentano due di essi al telefono – si sarebbe improvvisamente sottratto alla interlocuzione, circostanza ritenuta sintomatica della imminenza di qualche problema in arrivo. A pensar male si fa peccato ma non si sbaglia avrebbe detto Giulio Andreotti ma tale repentina interruzione dei rapporti senza che vi sia, corrispettivamente, una qualche segnalazione di possibili anomalie nelle relazioni commerciali da parte dell’autorità commissariale è vagamente sospetta, come traspare dalla porzione del decreto di sequestro che è stata richiamata.

    Arcuri, intanto, già gode di una forma di immunità che non è quella di gregge ma del pastore: intrufolata – alla maniera dell’ormai ex avvocato degli Italiani – in un decreto Cura Italia c’è una norma che si cura, invece, di munire il Commissario Arcuri di poteri di spesa assai vasti e di un vero e proprio scudo rispetto a sgradite curiosità della Corte dei Conti. Nel frattempo, pure spendendo denaro pubblico per acquisti sovrapprezzati, vi è da pensare che al Commissario Arcuri sia in astratto riconoscibile il benefit di 50.000 € all’anno per obiettivi raggiunti che il suo incarico prevede…sempre che, prima dell’incasso un Commissario di altro genere non vada a bussare alla sua porta.

  • Il governo per l’Italia, pensare ai giovani, non dimenticare gli anziani

    Senza aggettivi e senza commenti o sproloqui di coloro che, per sentirsi necessari, hanno bisogno di esternare pareri, commenti, delucidazioni, critiche od osanna, il governo, dopo le parole del Presidente Draghi, può cominciare a lavorare all’insegna del bene comune. Abbiamo in modo chiaro espresso il nostro parere nei precedenti numeri del Patto Sociale e quello che, senza essere nelle stanze dei bottoni, avevamo scritto si è concretizzato sia nell’intervento del Presidente che in quelli di alcuni dei maggiori esponenti delle forze politiche. Ora si tratta di dare velocemente e ponderatamente seguito con i fatti alle parole aggiungendo solo che, tra i diversi ed urgenti obbiettivi, non va dimenticata la giusta attenzione alla parte più anziana della popolazione. I giovani sono il domani, senza di loro non c’è futuro per l’Italia, gli anziani sono la nostra memoria e tanta parte del presente e su di loro l’angoscia della pandemia ha pesato in modo particolare perchè per molti il tempo della clausura non sarà risarcito. Anziani che anche ora stanno contribuendo, con pensioni e risparmi, alla sopravvivenza di figli e nipoti senza lavoro, anziani troppe volte soli ed oppressi da sistemi informatici con i quali non hanno confidenza. Il loro ascolto è necessario perché una società democratica, repubblicana, giusta deve anche tenere conto dei tempi necessari all’adattamento di tutti e nessuno deve restare indietro e sentirsi escluso.

    Nelle parole di Draghi, pronunciate senza enfasi ma in modo sentito e determinato, riconosciamo quel progetto e quella visione che possono riportare l’Italia e gli italiani a riconoscersi come popolo e nazione fondatrice del sogno europeo, un sogno che il nostro Paese può, con altri, tradurre finalmente in realtà: un’Unione politica non soltanto un’area commerciale con dannosi dissidi tra nord e sud Europa.

    Qualcuno si è lamentato perché Draghi non esterna continuamente, non è sui social e non twitta a tutto spiano come troppi politici, in tutto il mondo, hanno fatto e stanno facendo in questi tormentati anni. Noi riteniamo che un ritorno alla sobrietà ed alla ponderazione di quanto si dichiara sia un esempio per tutti e che ogni dichiarazione dovrebbe essere preceduta dalla chiarezza e fattibilità di quanto si vuole realizzare. Se finalmente, almeno per il periodo necessario ad uscire dalla crisi sanitaria, economica e sociale, si eviteranno le politiche degli annunci a vuoto, delle confusioni tra i diversi ruoli, delle polemiche sterili e dei conflitti, ingenuamente ritenuti propedeutici a catturare un momentaneo consenso, faremo tutti un grande passo avanti nel consolidamento della democrazia e del rispetto dei cittadini. Se la tragedia mondiale, che il covid ha causato, aiuterà a comprendere finalmente il valore della vita, della correttezza, che in politica non è un optional, della necessità di preservare l’ecosistema per salvare la terra avremo ascoltato e capito l’ultimo appello che ci è stato dato, altrimenti non ci sarà più tempo per nessuno.

    Buon lavoro Presidente Draghi a lei e a tutto il governo.

  • Draghi e la mancata discontinuità

    La profonda delusione legata alla scelta dei nuovi ministri nasce da due considerazioni oggettive ed assolutamente sconfortanti.

    Era ovviamente chiaro come per ottenere l’appoggio all’interno del parlamento il primo ministro incaricato avrebbe dovuto destinare alcuni ministeri a rappresentanti delle varie aree politiche come contropartita del loro appoggio al governo stesso. In questo contesto e proprio per dare un segno chiaro di discontinuità rispetto ai governi precedenti ci si aspettava che i partiti stessi risultassero in grado di proporre delle figure professionali e competenti e che non fossero compromesse con incarichi di governo precedenti.

    Mai come in questo caso l’occasione di dimostrare una vera discontinuità confermata dalla scelta del Presidente del Consiglio incaricato avrebbe dovuto trovare un riscontro nella rosa  dei rappresentanti dei diversi dicasteri. Viceversa, i rappresentanti ministeriali delle singole aree politiche che rispondono ai vari partiti risultano elementi di perfetta continuità tanto con il governo Conte quanto addirittura con precedenti compagini governative. Caratteristiche e background entrambi espressione di quella classe governativa i cui risultati disastrosi  avevano costretto il Presidente della Repubblica ad un incarico a Draghi come elemento di assoluta discontinuità con la classe politica.

    E questo rappresenta il primo elemento sconcertante che emerge da una prima analisi della compagine ministeriale. Successivamente, ed arriviamo al secondo aspetto decisamente più preoccupante in prospettiva della gestione dell’emergenza sanitaria dei prossimi mesi, con la conferma del medesimo Ministro della Sanità del precedente  governo Conte  viene completamente ed implicitamente “premiata”

    la disastrosa strategia sanitaria e della gestione pandemica del precedente governo. Quest’ultimo forse rappresenta l’elemento più imbarazzante e preoccupante soprattutto in prospettiva di un già ampiamente conclamato e disastroso piano vaccinale interamente attribuibile all’incompetenza del ministro Speranza e del suo commissario Arcuri.

    La prima discontinuità che il governo Draghi avrebbe dovuto dimostrare e pretendere dagli stessi partiti doveva trovare la sua prima espressione nella consapevolezza di poter richiedere un ministro della Sanità magari della stessa area politica ma non già ampiamente compromesso per i disastrosi risultati fin qui ottenuti con il governo precedente.

    Due elementi, quindi, che lasciano molto perplessi sulla capacità di invertire radicalmente la rotta di una classe governativa la cui inadeguatezza aveva portato il Presidente della Repubblica alla scelta di Draghi.

    Mai come ora la discontinuità nasce e si dimostra attraverso la scelta dei diversi ministri. Il presidente Draghi come l’intero insieme dei partiti che lo appoggiano hanno perso la prima occasione per dimostrarsi migliori di chi li avesse preceduti ma soprattutto di avere compreso le reali aspettative degli elettori e dei cittadini italiani in relazione ad una chiara inversione di tendenza delle strategie governative.

    Come inizio è molto ma veramente molto  al di sotto delle minime aspettative.

  • In attesa di Giustizia: rimedi peggiori del male

    Il cosiddetto “Avvocato degli Italiani” (uno da cui non farsi scrivere neppure una diffida al vicino di casa che ascolta i Rolling Stones ad alto volume in orario notturno) ha tolto il disturbo e vi è da sperare che la politica politicante non abbia la meglio imponendo, tra l’altro, al Premier incaricato la permanenza di Fofò Bonafede al Ministero della Giustizia… salvo che non possa rendersi utile per fare delle fotocopie.

    Il cambio della guardia in via Arenula con una figura di ben altro ed alto profilo è tanto auspicabile quanto necessaria al fine di mettere in campo una riforma radicale della giustizia che è rivendicata altresì tra i presupposti fondamentali per garantirsi il riconoscimento dei fondi europei destinati a sostenere la rinascita del Paese dopo l’emergenza sanitaria.

    Al momento il legislatore (l, rigorosamente minuscola) ha elaborato un disegno di legge delega per migliorare l’efficienza del processo penale che si può definire – tanto per utilizzare un eufemismo – per nulla convincente e risolutivo se confrontato con la attuale crisi di autorevolezza ed effettività della giurisdizione. Del resto, dall’homo ridens e dalla sua compagnia di giro non poteva attendersi di meglio.

    Un progetto innovativo deve innanzitutto prevenire l’attuale irragionevole durata del processo che – con la attuale disciplina della prescrizione – ha perso certezza dei tempi. L’obiettivo può raggiungersi solo con la previsione di termini tassativi per la ultimazione delle diverse fasi e sanzioni nel caso che non vengano rispettati. Inadeguata, in proposito, appare la via ipotizzata della sanzione disciplinare – vista anche l’inaffidabilità dell’Organo preposto, quel C.S.M. ostaggio degli interessi correntizi e clientelari –  e sarebbe preferibile prevedere equi indennizzi in caso di proscioglimento se non l’improseguibilità dell’azione penale.

    E’, inoltre, necessario riaffermare la centralità del dibattimento che, attualmente, è sbilanciato a tutto vantaggio delle indagini preliminari in contrasto con lo spirito informatore del codice del 1989; si badi che il progetto di riforma prevede addirittura l’eliminazione sostanziale di termini di durata per inchieste legate a specifiche ipotesi di reato ritenute di maggiore allarme sociale cioè a dire una variabile inconciliabile con le certezze richieste da una materia che incide sulla libertà dei cittadini.

    In quest’ottica, appare irragionevole per non dire apertamente incostituzionale la previsione di una specie di “federalismo giudiziario” che rimette la selezione di criteri di priorità di trattazione dei reati da perseguire ad una casistica disomogenea e variabile misurata sui diversi uffici giudiziari presenti nel territorio nazionale.

    Cercando di sintetizzare ed esemplificare il più possibile argomenti e concetti per “i non addetti ai lavori”, non si può, infine, trascurare la mortificazione tendenziale del giudizio di appello trasformato in un simulacro della giurisdizione: meglio sarebbe, piuttosto, stabilire un regime rigoroso di inammissibilità delle impugnazioni sul modello del processo civile. Non è la soluzione ottimale ma – se non altro – offrirebbe maggiori possibilità di una trattazione più approfondita e ragionata dei processi che superino tale sbarramento.

    Tant’è: l’auspicio in questi giorni è per un “Governo dei migliori” ma basterà? Perché con le attese dei politici e la funzione parlamentare bisogna pure fare i conti e nei banchi di Montecitorio e Palazzo Madama non è che sieda proprio il meglio del Paese e una buona parte dei membri di quelle Assemblee prende ordini da una misteriosa piattaforma e da un comico che fa ridere solo il suo (ex) Ministro della Giustizia.

  • A propria insaputa

    La democrazia determina i propri tempi i quali spesso si trasformano anche in costi aggiuntivi specialmente per la comunità.

    Già l’anno scorso in primavera, in piena pandemia, era evidente l’incapacità del governo in carica (Conte 2) nella gestione della stessa emergenza sanitaria utilizzando piani sanitari taroccati nella data di aggiornamento e ridicole promesse di risorse finanziarie (6 aprile, Conte: “con questa manovra aggiuntiva arriviamo a 750 miliardi di risorse meta del Pil…”) non in quanto insufficienti quanto frutto di promesse assolutamente insostenibili (https://www.ilpattosociale.it/attualita/draghi-tra-omt-e-credito-alle-imprese/).

    Siamo tristemente passati dalla convinzione di rappresentare un modello europeo della gestione pandemica in soli pochi mesi al peggiore modello di gestione europeo dell’emergenza sanitaria, per non parlare del piano vaccinale.

    Un anno durante il quale sono state sprecate risorse finanziarie per banchi a rotelle, ora nei depositi delle scuole, bonus monopattini made in China supportati da una visione di ripresa economica priva di ogni riscontro con la realtà (“nessuno perderà il posto di lavoro”, ministro Gualtieri). Questo disastro economico-politico, per fortuna, viene mitigato dall’ottenimento delle risorse per il Recovery Fund.

    A distanza di un solo anno finalmente il presidente Mattarella ha compreso quanto questa classe politica abbia certificato la propria incapacità nella gestione di questa emergenza economica e sanitaria, e comunque priva di una qualsiasi visione economica strategica.

    La possibile nascita del governo Draghi si basa anche sulla assoluta mancanza di una vera cultura politica la cui assenza permette di passare obtorto collo ma con estrema leggerezza dall’essere sostenitori dell’uscita dall’euro ad offrire il proprio sostegno all’ex presidente della Bce. Per una involontaria fortuna la paura di perdere la posizione di privilegio che le ultime elezioni hanno assicurato permettono la formazione dell’unica compagine governativa che trae la propria vis dal proprio presidente Mario Draghi ma soprattutto da una implicita ammissione di resa incondizionata di quelle forze politiche che si apprestano a sostenerlo.

    Contemporaneamente una parte della politica (decisamente minoritaria) e del pensiero economico (numericamente già più importante) propone visioni complottistiche in relazione alla scelta del presidente Mattarella su quanto hanno operato quelle del presidente designato dal 1992 in poi.

    Vengono partorite e vomitate sul web visioni relative all’impatto e al ruolo di Mario Draghi soprattutto in relazione alla vendita dai patrimonio delle partecipazioni statale. Nel 1992 lo Stato italiano, dopo una delle peggiori crisi finanziarie, portò il governo Amato ad una decisione senza precedenti, cioè il prelievo forzoso del 6×1000 sui conti correnti per trovare liquidità: questo nonostante lo Stato stampasse moneta espressione di uno sterile sovranismo monetario. Lo spread arrivò a segnare i 769 punti base quando nella crisi che portò Monti al governo nel 2011 toccò i 528.

    All’interno di questa drammatica situazione finanziaria e con l’obiettivo di riequilibrare le finanze pubbliche inevitabilmente per reperire nuove risorse finanziarie venne ceduta sul mercato l’argenteria di casa (le diverse partecipazioni statali) fino alla vendita con il governo D’Alema di veri e propri monopoli come autostrade (questo sì un gravissimo errore anche sotto il profilo finanziario ed operativo).

    All’interno di queste risibili visioni complottistiche il presidente incaricato Mario Draghi viene indicato come la figura operativa in nome di una lobby massonico ebraica familistica. In questa visione si omette di rilevare come nel 1994 il debito pubblico italiano avesse raggiunto il 121% sul PIL.

    A fronte di questo disastro economico-finanziario l’azione di Mario Draghi, come dei governi successivi, ha avuto come unico obiettivo quello di fornire un ritrovato equilibrio finanziario al nostro Paese.

    Risulta quindi piuttosto semplice comprendere come tutte queste “analisi” non tengano in alcuna considerazione il momento storico vanificandone ogni attendibilità.

    La figura del presidente incaricato sicuramente rappresenta la nostra ultima carta ma soprattutto indica in modo inequivocabile il fallimento colossale di una classe politica la quale, dall’ingresso nell’Euro, che ci ha permesso dei risparmi notevoli sul costo del debito pubblico per i tassi di interesse minori, è comunque riuscita ad aumentare la spesa pubblica del 85% dal 2000 ad oggi.

    Un aumento della spesa pubblica che ovviamente si ripercuote sul sempre minore avanzo primario riducendolo, nonostante la continua ascesa della pressione fiscale che non riesce a coprire in minima parte le spese di servizio al debito aumentando quindi l’importo del debito stesso.

    La nascita, si spera, di questo governo ma anche la sola sua ipotesi rappresenta l’azzeramento completo del valore espresso da una classe politica la quale, nella sua articolata complessità, ha dimostrato di non meritare il mandato come la fiducia elettorale. La corsa nel salire sul carro del presidente designato ne certifica la sonora bocciatura: ovviamente a propria insaputa.

  • 2011-2021 il fil rouge di Mario Draghi

    Il governo dei tecnici viene spesso identificato in quello di Monti entrato in carica il 16 novembre 2011. Il governo dell’ex presidente della Bocconi non fece altro che aumentare le tasse disintegrando interi settori come quello nautico esattamente come un qualsiasi governo politico di basso rango: in altre parole, la figura di Monti non portò alcun valore aggiunto, anzi. Per non parlare della querelle relativa alla indicazione del numero degli esodati, neppure ora conosciuti all’ex presidente Monti quanto alla, per fortuna, ex ministra Fornero.

    La vera salvezza del governo Monti, che ebbe persino l’ardire di arrogarsi l’abbassamento dello spread, venne rappresentata dall’azione parallela del presidente della BCE Mario Draghi che acquistò tutti i titoli invenduti del debito pubblico al mercato secondario riportando sotto controllo lo spread. Una strategia decisamente importante la quale innescò anche un vivace dibattito al Parlamento tedesco in quanto il presidente della BCE venne accusato dai parlamentari tedeschi di esulare dalle proprie competenze ma soprattutto di utilizzare risorse comunitarie per obiettivi nazionali.

    Quindi Monti e Draghi rappresentano due esempi opposti di competenza in ambito governativo e soprattutto di capacità di intervenire con responsabilità a favore del nostro Paese.

    Negli anni successivi alla caduta del governo Monti il perdurare della stagnazione economica ha determinato le scelte del presidente della BCE con l’introduzione del quantitative easing e successivamente del “whatever it takes” lasciato in eredità anche alla nuova presidenza della BCE.

    Politiche di forte espansione monetaria e finanziaria che hanno permesso una vera e propria “sospensione dalla realtà” della valutazione dei titoli del nostro debito pubblico proprio grazie all’azione calmierante della BCE. Questa politica espansiva ha permesso al nostro Paese e soprattutto ai nostri governi di aumentare vertiginosamente tanto la spesa pubblica improduttiva quanto il debito contando proprio sull’effetto anestetizzante dell’azione del presidente della BCE e con la conseguente valutazione “bonaria” dei nostri titoli del debito pubblico.

    Questa situazione ora comincia a vacillare in considerazione del fatto che il tasso di interesse nei nostri titoli di Stato è superiore a quello della Grecia: un indice che esprime una valutazione molto ma molto preoccupante.

    Inoltre, rispetto alla figura di Monti, sicuro della propria superiorità intellettuale, la figura di Mario Draghi viene evocata per coprire l’incompetenza dell’attuale governo dimissionario anche nella semplice estensione del Recovery Plan. La figura dell’ex presidente della BCE deve quindi assicurare la funzionalità delle risorse del Recovery fund ottenute per il sistema economico nazionale.

    Indubbiamente la scelta del presidente Mattarella è con largo anticipo auspicata da chi scrive già nel marzo 2020 (https://www.ilpattosociale.it/attualita/draghi-tra-omt-e-credito-alle-imprese/).

    La scelta presidenziale rappresenta ora l’extrema ratio al fine di rimediare ad una situazione di assoluto stallo politico ormai insostenibile nel quale gli ultimi due governi Conte 1 e Conte 2 avevano offerto il peggio di quanto fosse umanamente possibile sopportare da parte dei cittadini italiani. Basti pensare, solo per dare un esempio: 1. ai banchi con le rotelle destinati ora ai magazzini degli edifici scolastici e bocciati persino dei medici, 2. al Cashback, 3. alla lotteria degli scontrini, 4.ai ristori sulla base del codice Ateco, 5. al bonus monopattini, 6. all’incapacità organizzativa del Piano sanitario per la vaccinazione, 7. alle vergognose primule firmate dall’archistar Boeri e che costeranno oltre 400 milioni, 8. alla vergognosa figura nei confronti del Cio per la creazione di Sport& Salute, 9. agli  imbarazzanti conti, rispetto ai costi reali, delle prossime Olimpiadi del 2026 di Cortina e Milano, 10. Agli scandalosi costi aggiuntivi per l’acquisto delle siringhe, 11. alla mancanza di un piano pandemico avendo solo aggiornato nella data, in modo truffaldino, quello del 2006, 12 .alla mancata riforma del sistema elettorale, 13. alla conclamata incapacità di redigere  un Recovery Plan mentre la Francia l’ha presentato la terza settimana di settembre, 14. ad una risibile apertura all’economia cinese priva di ogni tutela per i prodotti italiani (Via della Seta), 15. alla Sugar e Plastic tax, anche se per ora rimandate, 16. alla ridicola gestione della problematica di Autostrade che offre alla famiglia Benetton la possibilità di appellarsi all’Unione europea, 17. alla continua importazione di mascherine dalla Cina prive dei requisiti richiesti dal protocollo europeo, 18. al rifinanziamento di Alitalia con altri tre miliardi.

    Questo passaggio istituzionale voluto dal Presidente della Repubblica Mattarella apre uno scenario assolutamente nuovo per il nostro Paese ma non privo di incertezze.

    Dall’inizio della prima ondata della pandemia nella primavera del 2020 le scellerate scelte di questo governo hanno ridotto Il nostro Paese a sostenere come costi di servizio al debito un tasso di interesse superiori persino alla Grecia. Questo valore indica come in questo momento l’Italia venga considerata nello scenario internazionale finanziario esposta a rischio maggiore della stessa Grecia.

    Tutto questo è ovviamente anche la sintesi di vent’anni di disastrosa politica economica della spesa pubblica e della conseguente esplosione del debito stesso imputabile ai governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2.

    Basti pensare come al febbraio 2020 (inizio di questa terribile epidemia) il nostro Paese risultasse arrivato ad debito pari al 135 % del PIL mentre la Germania registrava un rapporto al 69%. A distanza di un solo anno la Germania arriverà ad un debito pari al 75% programmando, anche se non senza polemiche, di tornare, attraverso il pareggio di bilancio, a percentuali pre-covid già dal 2022.

    In Italia, invece, siamo passati ad un debito pubblico ora al 160% del PIL. Il governo di Angela Merkel, quindi, è riuscito, con soli 6 punti addizionali di nuovo debito, a far fronte alla pandemia, mentre il governo Conte 2, con oltre 25 punti di nuovo debito pubblico, si ritrova nella medesima situazione disastrosa avendo perso nel frattempo oltre 400 mila posti di lavoro.

    A questa disastrosa gestione governativa hanno contribuito anche i vari ed “ottimi” commissari scelti dallo stesso governo uniti ad una schiera di oltre 400 consulenti.

    In questo complesso e articolato momento politico economico che l’Italia sta attraversando sicuramente si torna ad uno scenario di ritrovata incertezza politica legato alla compagine governativa soprattutto rispetto all’individuazione della maggioranza parlamentare che dovrà sostenere il governo Draghi.

    Contemporaneamente, va sottolineato, rappresenterà invece sicuramente un plus sia politico che finanziario, la ASSOLUTA CERTEZZA di non vedere i personaggi d’avanspettacolo del governo dimissionario alla guida del nostro Paese. Una ritrovata certezza rappresenterà un fattore talmente positivo che probabilmente verrà premiato dagli stessi mercati.

    Mario Draghi sicuramente rappresenta la nostra ultima carta anche perché molti non riconoscono l’importanza della sua azione fin dal 2011, l’anno di insediamento del governo Monti, ad oggi nella sospensione dalla realtà della valutazione dei nostri titoli del debito pubblico.

    Il presidente incaricato, in altre parole, ha assicurato l’equilibrio economico-finanziario del nostro Paese nonostante i governi alla guida nell’ultimo decennio. Va ricordato, infatti, come, a differenza di quanto affermavano, tutte le compagini governative abbiano sempre aumentato la spesa corrente e il debito pubblico attraverso gli 80 euro di Renzi o il reddito di cittadinanza con quota 100 ed altre “visioni politico finanziarie”. Scelte politiche finalizzate solo ad una crescita del consenso elettorale ma finanziariamente sostenute sempre dall’azione del presidente della BCE attraverso le diverse stagioni dal 2011 al 2021 con il riacquisto dei titoli del debito invenduto: un Fil Rouge a copertura involontaria della assoluta irresponsabilità dei diversi governi.

    Di fatto Mario Draghi rappresenta l’unica figura istituzionale che dal 2011 ad oggi abbia dimostrato la capacità e la volontà di mantenere a galla l’Italia.

  • La frattura democratica

    Nella prima metà degli anni Ottanta Giovanni Spadolini affermò, nel più assoluto disinteresse totale della classe politica del tempo, come avesse rilevato una forte divisione e separazione tra il mondo reale e la vita politica, in particolar modo quella parlamentare e governativa.

    Da allora questa distanza è diventata siderale tanto è vero che ormai la politica, nelle sue molteplici manifestazioni, viaggia parallelamente al mondo reale e senza alcuna possibile “convergenza parallela” di Forlaniana definizione.

    Questo processo degenerativo nasce essenzialmente dalla scelta di un modello democratico parziale e conveniente per chi opera in nome della politica stessa. La nostra viene definita una democrazia parlamentare delegata nella quale il corpo elettorale delega ai propri rappresentanti eletti la gestione dello Stato nella sua complessità.* In questo contesto quindi il mandato rappresenta un istituto giuridico nel quale il mandatario (l’eletto) si assume l’onere di gestire nel proprio ambito le problematiche dello Stato su delega del mandante (elettore). Il presupposto fondamentale all’interno di questa relazione tra mandante e mandatario viene di conseguenza rappresentato in modo inequivocabile dall’esistenza di un rapporto fiduciario, quindi di una perlomeno minima conoscenza tra le due figure dell’Istituto del mandato.

    Anche in politica perciò il presupposto della sintesi tra conoscenza (non necessariamente personale) e fiducia rappresenta il presupposto per una scelta veramente democratica (cioè priva di limitazioni) del candidato appartenente ad una qualsiasi forza politica. Al fine di rendere operativo e reale questo rapporto interviene la definizione di un sistema elettorale, nel caso italiano invece è stata adottata la formula che non prevede la scelta dei candidati nel segreto dell’urna ma soggetto alla volontà delle segreterie politiche che non hanno dimostrato, allora come oggi, alcuna considerazione per la figura dell’elettore. L’effetto di questa delega a persone sconosciute, scelte semplicemente dalle segreterie dei partiti, rappresenta forse il vero Iato democratico che ormai è evidente tra vita reale e politica.

    Tornando all’interno delle diverse definizione di sistema democratico l’opposto a questo tipo di democrazia delegata non viene rappresentato dalle diverse forme di sistemi autoritari ma dalla democrazia diretta nella quale la delega ai rappresentanti politici rimane circoscritta in ambiti di carattere internazionale.

    A poco meno di un’ora da Milano la Svizzera invita i propri cittadini, anche con scadenze quindicinali, ad esprimere la propria opinione per posta (82% dei voti viene spedito per posta) relativamente a questioni di natura fiscale retributiva, contributiva o semplicemente per la realizzazione di una rotonda o di un ponte. Questo tipo di democrazia parte da una considerazione del legislatore nei confronti dei propri cittadini ai quali non viene precluso nessun argomento, tantomeno di natura economico o fiscale.

    I padri costituenti della Costituzione “più bella del mondo”, viceversa, avevano evidentemente scarsa considerazione dei loro propri cittadini avendo escluso dall’unico elemento di democrazia diretta, come il referendum abrogativo, la materia fiscale. Quindi, non solo la democrazia delegata, così come è stata ideata ma soprattutto realizzata, rappresenta, attraverso questo perverso sistema elettorale, una vera e propria cambiale in bianco che in nulla assomiglia all’istituto giuridico del mandato.

    Nella sua articolazione il sistema elettorale italiano permette una forma nuova di mandato elettorale che si potrebbe definire come una “donazione elettorale” ai rappresentanti politici selezionati dai partiti la cui elezione sarà in base al posizionamento altimetrico nella lista elettorale.

    E’ evidente, quindi, come una delle motivazioni fondamentali che ha portato questi due mondi paralleli, politico e reale, a correre assolutamente privi di ogni contatto sia imputabile in parte all’impossibilità da parte degli elettori di scegliere i propri rappresentanti. In altre parole, un sistema che si definisce democratico ma che non permette di offrire la possibilità ad un elettore di scegliere il proprio rappresentante diventa automaticamente una democrazia spuria o peggio ancora un sistema politico compromesso che viene gestito dalle segreterie politiche. Questi centri di potere scelgono indipendentemente dagli interessi della nazione le persone da mandare in Parlamento come portatori di visioni di parte.

    L’Italia in Europa è la nazione che ha cambiato più volte il sistema elettorale: sempre nella direzione di relegare l’esercizio del diritto del voto ad un mero atto formale in avallo a scelte esterne in capo alle segreterie dei partiti. La nostra, quindi, non può venire più definita una democrazia né diretta né delegata ma semplicemente un sistema partitocentrico espressione di interessi esterni alla gestione democratica di questo Paese.

    Nessuno elettore è in grado non solo di conoscere ma neppure di sapere chi sia stato eletto in parlamento anche con il proprio voto, anche perché a questa situazione si aggiunge un sistema di calcoli alquanto farraginoso che permettono dei ripescaggi. Il nostro Paese è quindi l’espressione di una volontà autoreferenziale della politica nel suo complesso opposta e non solo lontana dagli interessi degli elettori.

    Ovviamente la scelta dei propri rappresentanti parlamentari non garantisce la competenza degli eletti ma sicuramente avrebbe la benefica tendenza di ridurre la frattura democratica ormai insostenibile per i cittadini italiani.

    In altre parole, si parla di riforma della Giustizia e del sistema sanitario nazionale quando bisognerebbe cominciare, una volta per tutte, a ridare centralità ai cittadini con una legge elettorale che permetta loro di esercitare il democratico diritto di scelta.

    (*) mandato elettorale

     

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