Governo

  • Altre clamorose testimonianze di corruzione ed abuso di potere

    Il potere va definito dalla possibilità di abusarne.
    André Malraux, La via dei re, 1930

    Era la metà di dicembre del 2022, quando il primo ministro albanese ha dovuto di nuovo difendere, di fronte ai giornalisti, le sue decisioni che hanno portato a quello che ormai è noto in Albania come lo scandalo dei tre inceneritori. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese di questo scandalo. A metà dicembre 2022 è stata divulgata la notizia secondo la quale uno dei più stretti collaboratori del primo ministro era coinvolto in quello scandalo. Si trattava del vice primo ministro (2021-2022), il quale, dal 2013, è stato anche ministro dello sviluppo economico, ministro delle finanze e alla fine, ministro di Stato per la Ricostruzione del Paese, dopo il terremoto del 2019. Il primo ministro però, ha cercato di apparire ignaro del diretto coinvolgimento del suo collaboratore, come fa di solito in simili circostanze. Di fronte ai giornalisti che gli chiedevano del suo stretto collaboratore, cercando di cambiare discorso, lui ha dichiarato invece, riferendosi al progetto dei tre inceneritori, che “…anche se 100 volte tornassi indietro, 100 volte avrei detto che devono essere fatti”. Poi, riferendosi a ciascuno dei tre inceneritori, ha spudoratamente mentito. E non poteva essere diversamente, visto che, mentre il primo ministro rispondeva ai giornalisti, nessuno dei tre inceneritori era realmente operativo. Soprattutto quello della capitale, che non esisteva proprio, non era stato messo neanche un mattone. La saggezza popolare però ci insegna che la lingua batte dove il dente duole. E anche il primo ministro, senza batter ciglio, riferendosi all’inceneritore della capitale, ha detto che “…l’inceneritore della capitale […] aveva salvato Tirana una volta per tutte dalle immondizie” (Sic!). Ma i giornalisti hanno insistito per sapere l’opinione del primo ministro sul suo stretto collaboratore. Allora il primo ministro, cercando di allontanare da se stesso ogni responsabilità, come fa sempre quando si trova di fronte a dei fatti inconfutabili, ha risposto: “Se noi partiamo per una determinata battaglia e, strada facendo, qualcuno o alcuni, che sono partiti per raggiungere l’obiettivo [prestabilito], raccolgono anche pere e mele per  poi metterle nei sacchetti, dietro la mia schiena, questa è una questione che non coinvolge me ma la giustizia”.

    Ebbene, erano passati soltanto sette mesi quando, dopo che l’opposizione politica ed il coraggioso lavoro di alcuni giornalisti investigativi hanno evidenziato e denunciato proprio l’ex vice primo ministro, la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata è stata costretta a chiedere al Parlamento il permesso di procedere contro di lui. Nel frattempo però lui era riuscito a fuggire all’estero. Le cattive lingue hanno detto subito che era stato informato in tempo da chi di dovere. L’autore di queste righe informava allora il nostro lettore che “ … guarda caso, lui, l’ex vice primo ministro, che è stato anche ministro delle finanze e di altri ministeri importanti, dove si gestiva il denaro pubblico, fatti accaduti, documentati, testimoniati, resi pubblici e denunciati ufficialmente alla mano, non risulta essere accusato della violazione delle leggi in vigore che regolano le procedure seguite nel caso dei tre inceneritori e gli obblighi istituzionali del ministro. Violazioni delle procedure che porterebbero poi direttamente al primo ministro” (Inganna per non ammettere che è il maggior responsabile; 24 luglio 2023). Dall’esilio in un Paese europeo, l’ex vice primo ministro, nel febbraio scorso ha rilasciato una lunga intervista ad una rete televisiva albanese. Il nostro lettore è stato informato subito dopo che il 1o febbraio “…l’ex primo ministro ha fatto delle rivelazioni riguardanti ruberie milionarie ed abuso del potere. Lui ha accusato direttamente il primo ministro ed il sindaco della capitale come ideatori e approfittatori dei progetti degli inceneritori. Lui ha fatto delle rivelazioni che non lasciano dubbi, durante una lunga intervista televisiva seguita con grande interesse dal pubblico. Lo ha fatto da un Paese europeo dove ormai gode dello stato di avente asilo politico. Lui ha dichiarato, tra l’altro: “Porterò sulla schiena la mia croce. Ma non porterò la croce di nessun altro””. Aggiungendo anche che “…se si aprisse il dossier degli inceneritori “gli albanesi si spaventerebbero” (Rivelazioni riguardanti ruberie milionarie ed abuso del potere; 6 febbraio 2024).

    Il 28 marzo scorso, sempre in seguito alle continue e dettagliate denunce dell’opposizione, la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata ha chiesto e ottenuto l’arresto, questa volta, di alcuni dei più stretti collaboratori del sindaco della capitale. Si tratta di importanti direttori del municipio che gestivano i soldi pubblici. Ma risulta che loro non hanno preso la “loro parte”, come tangenti. Hanno invece costituito delle imprese private, con dei “trucchi” di gestione e di appartenenza dal 2016, solo alcuni mesi dopo che l’attuale sindaco della capitale ha cominciato il suo primo mandato. E tramite quelle imprese, soprattutto di una di loro, registrata come impresa edile, vincevano appalti milionari di cui loro stessi, i direttori, decidevano il “vincitore”. E dai tanti documenti ed intercettazioni ambientali, risulterebbe che tutto veniva fatto con il beneplacito del sindaco. Anzi, risulterebbe proprio che il sindaco era il vero proprietario delle imprese e di tutto ciò che a loro apparteneva. Ma, guarda caso però, la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, nonostante abbia tutto il materiale necessario per accusare ed arrestare il sindaco della capitale, ha chiuso il fascicolo.

    Sabato scorso, finalmente, il sindaco della capitale ha reagito pubblicamente all’arresto dei suoi stretti collaboratori. Ha elogiato l’operato dei suoi direttori, specificando i loro “contributi” durante tutti questi anni. (Sic!) Ma il sindaco della capitale ha usato la stessa “strategia difensiva” del primo ministro. E cioè che lui non sapeva niente degli “abusi dietro le sue spalle” dei suoi collaboratori. Il che era anche un ricatto nei confronti dello stesso primo ministro, il quale, a distanza di poche ore, ha dichiarato: “Se unisco parola e virgola” con quanto ha detto il sindaco della capitale e “appoggiava il giusto comportamento” del sindaco. Il ricatto ha perciò funzionato.

    Chi scrive queste righe continuerà ad informare il nostro lettore di questi clamorosi sviluppi tuttora in corso. Egli però è convinto che sia il primo ministro albanese che il sindaco della capitale devono essere i primi indagati per tutti i loro clamorosi abusi del potere. E, nel frattempo, devono lasciare i loro incarichi istituzionali. O perché sono cosi “ingenui” che con la loro “ingenuità”, che è anche incapacità, non capiscono quello che fanno i loro stretti collaboratori. Oppure perché mentono ed ingannano e, perciò devono essere puniti legalmente. Chi scrive queste righe è convinto però che loro due sono degli incalliti bugiardi ed ingannatori. Ma, come scriveva André Malraux, il potere va definito dalla possibilità di abusarne.

  • La politica assente davanti ai disagi di cittadini e imprese per la continua chiusura di sportelli bancari

    Aumentano le preoccupazioni degli utenti, privati od imprese, per la inesorabile, continua chiusura degli sportelli bancari, come aveva già avevamo scritto sul Patto Sociale in un articolo del 21 gennaio 2024.

    Anche Wall Street Italia si è occupato del problema segnalando che il 41% dei comuni italiani è rimasto privo di una presenza bancaria, secondo l’analisi della Fondazione Fiba di First CISL, con un evidente danno anche per le 225 mila imprese che risiedono in quei comuni privi di sportello.

    Sempre secondo l’analisi e la ricerca di Fiba nel 2023 gli sportelli chiusi sono stati 826 a fronte dei 677 dell’anno precedente, dimostrazione evidente che le banche più grandi, o quelle che comunque non sono veramente legate ai legittimi interessi del territorio dove sono nate, continuano a chiudere sportelli, licenziare dipendenti, negare ai clienti quei servizi che gli stessi pagano profumatamente per il loro conto corrente.

    Le previsioni per il 2024 fanno temere un ulteriore accelerazione con altre chiusure, visti i piani d’impresa di molti istituti di credito.

    La cosiddetta desertificazione bancaria non avviene solo nei comuni minori, come abbiamo già scritto,ma anche nelle grandi città dove, ad esempio, l’UniCredit ha eliminato dalle agenzie gli sportelli per le operazioni di prelievo, deposito etc. lasciando solo le casse automatiche. Diversa è invece l’attenzione di quelle banche, come la Banca di Piacenza, che hanno rifiutato gli accorpamenti e, pur aprendo nuove filiali anche in grandi città, rimangono legate al territorio dove sono nate garantendo la presenza di loro agenzie anche nei  piccoli comuni.

    Non ci si giustifichi la chiusura di tante filiali con la possibilità di avere conti on line, il modo di gestire il proprio conto deve essere una libera scelta e non un obbligo e non sempre l’on line offre la garanzia ed il servizio necessari, specie alle persone più anziane o meno informatizzate. La diffusione del digitale non può consentire alle banche, per migliorare i propri utili e quelli degli azionisti, di chiudere sportelli per tagliare i loro costi, negando servizi e creando problemi sia ai privati che alle imprese, per altro soltanto il 50% degli utenti usa l’internet banking.

    Siamo stupiti dall’assenza della politica su questo problema che aumenta non solo il disagio ma anche i rischi per molte persone costrette ad utilizzare, per lunghe distanze, la macchina o i mezzi pubblici per poter raggiungere uno sportello bancario con un funzionario in carne ed ossa.

    Mentre in Italia chiudono sportelli e filiali ben diversa è l’impostazione negli Stati Uniti dove si agisce all’opposto aprendo nuove agenzie per rendere più vicina la banca ai cittadini rendendo così non solo un servizio alla collettività ma anche ai propri bilanci.

  • The Real Public Enemies

    Nella più totale assenza di un Ministero del Made in Italy, Stellantis, in una lettera inviata ai propri imprenditori associati alla filiera dell’automotive, invita gli stessi ad investire nei paesi a basso costo di manodopera, con l’obiettivo di mantenere il proprio ruolo all’interno della filiera produttiva della casa automobilistica francese (*).

    In altre parole, quella che una volta era stata l’italiana Fiat, con queste missive, intende orientare tutte le Pmi interessate al mantenimento del proprio ruolo nella filiera produttiva verso una veloce e repentina delocalizzazione produttiva la quale, ancora una volta, esprime una volontà di deindustrializzazione del nostro Paese. Per colpa di simili strategie “industriali “, il costo sociale ed economico, ancora una volta, ricadrà interamente sulle spalle del tessuto industriale ed economico italiano e sulle innumerevoli professionalità impiegate.

    Contemporaneamente, la Electrolux di Pordenone ha dichiarato perdite nell’ultimo trimestre per oltre 238 milioni e, di conseguenza, ha annunciando da subito 373 esuberi mettendo però in forse addirittura il mantenimento operativo dello stesso stabilimento in Italia.

    Le dinamiche nella recessione economica europea risultano ogni giorno sempre più complesse e articolate.

    Tuttavia le disastrose conseguenze, queste sicuramente più semplici da prevedere, vengono favorite dalla inconsistenza e trasparenza professionale della compagine governativa, la quale si dimostra più interessata ad un poco utile liceo del made in Italy (flop del ministro Urso). In questo sostenuta da una opposizione più interessata ai pericoli “fascisti” legati ad un saluto romano ma inconsapevole per la medesima inconsistenza professionale delle dinamiche economiche che interessano il nostro Paese, soprattutto in un’ottica di medio e lungo termine.

    Questo comportamento delle due sponde parlamentari politiche e governative rappresenta l’ennesima dimostrazione di come entrambe risultino assolutamente al di sotto della soglia minima di senso delle istituzioni e competenza, quindi assolutamente impreparate nella elaborazione di una strategia economica che ponga il futuro ed il benessere dei propri cittadini come obbiettivo strategico.

    La sintesi di questi fattori negativi, rappresentati da una imprenditoria e dal mondo delle multinazionali prive di ogni legame con il territorio e da un governo ed una opposizione incapaci culturalmente anche solo di ipotizzare un orizzonte che vada oltre i prossimi sei mesi (il classico appuntamento elettorale), condannano il nostro Paese ad un già conclamato declino economico, sociale ed istituzionale.

    Questo micidiale insieme di fattori rappresenta per il nostro paese The Real Public Enemies.

  • La patrimoniale ed il tradimento del PNRR

    L’Italia si trova all’interno di una crisi “perfetta”. Mentre qualcuno ha ancora coraggio di dire che l’Italia rappresenta la locomotiva d’Europa, paragonando i dati della nostra economia a quelli peggiori della Germania, andrebbero ricordate un paio di cose.

    La crisi economica italiana è talmente profonda e radicale da riuscire a fare esplodere il debito pubblico alla cifra di 2868 miliardi di euro, in quanto gli effetti dei finanziamenti ottenuti col PNRR risultano assolutamente risibili poiché le risorse aggiuntive del PNRR sono state utilizzate come semplici finanziamenti a pioggia e non certo per aumentare la produttività dell’impresa italiane.

    La finta crescita economica vantata dal governo Draghi con il ministro Brunetta, che parlava del nuovo boom economico vicino e simile a quello degli anni sessanta, era sostanzialmente drogata dall’esplosione dell’inflazione causata dalla crescita dei costi energetici e delle materie prime.

    Mentre la Germania ha un rapporto debito pubblico PIL al 66,7%, il nostro supera il 140%, prova ne sia che i titoli di stato tedeschi pagano un 2,23% mentre quelli italiani il 3,79%.

    Nel frattempo la Germania, esattamente come la Francia, sta avviando una politica di approvvigionamento energetico (*) che nulla ha a che fare con i paradigmi della transizione energetica imposta dalla farneticante imposizione ideologica della Commissione europea.

    Contemporaneamente l’Italia sta avviando una politica di ulteriore privatizzazione di asset delle multiutility a favore dei fondi privati.

    In questo disastroso momento storico, che ha ancora una volta reso evidente come la spesa pubblica non abbia alcuna efficacia nella creazione di nuovo sviluppo economico stabile, l’ex Ministro Fornero del governo Monti propone senza alcuna vergogna l’imposizione di una nuova patrimoniale sugli immobili.

    In buona sostanza, a fronte di un valore degli immobili di circa 5100 miliardi, una patrimoniale dell’1% (una aliquota mostruosa di per sé) aumenterebbe la dotazione finanziaria pubblica di soli 50 miliardi, poco meno del doppio dell’Imu introdotta proprio da quel governo Monti, del quale la Fornero era ministro, e che ha fruttato fino ad oggi 270 miliardi di euro ma non ha “contribuito” a ridurre per i conti pubblici la debacle alla quale si vorrebbe ora porre rimedio con il medesimo intervento.

    L’Imu introdotto appunto dal governo Monti non ha avuto nessuna capacità di diminuire il debito pubblico, anzi ne ha contribuito alla sua esplosione paradossale.

    Ora immaginare che una tassazione straordinaria degli stessi immobili già tassati possa raddrizzare i conti dello Stato e si possano riequilibrare le sorti del nostro Paese rappresenta la peggiore forma di inadeguatezza culturale.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/2024-ed-il-mancato-adeguamento-liberale/

  • Le gravi responsabilità del governo sull’Autonomia differenziata

    L’intervista su La Sicilia del 7 gennaio scorso del Ministro del Mare Musumeci, finalizzata a esaltare, senza argomenti convincenti, quanto “il Presidente Meloni abbia a cuore tutto il Sud”, avrebbe lasciato indifferenti i siciliani, abituati alla coniugazione al futuro dei verbi della politica, se non fosse per l’omissione di un tema fondamentale per pesare realmente il futuro del Sud, e cioè l’assoluto silenzio sull’Autonomia Differenziata.

    Come mai l’unico Ministro residente siciliano nulla dice su questo tema?

    Facendo torto al Premier, che invece il 5 gennaio ha dichiarato, dopo lunghi silenzi in merito, la buona novella e cioè che “l’Autonomia si tiene perfettamente con il premierato” e soprattutto, dopo avere spiegato una contorta quanto inesistente tesi sulla funzione della riforma, concludere con l’affermazione “Questo è il tema dell’Autonomia. E io penso che può essere anche un volano per il mezzogiorno”.

    Quindi Musumeci non crede, in contrasto con il Premier, che l’Autonomia Differenziata sia un volano per il mezzogiorno e non la cita tra le mirabilie del governo per il Sud? O sa che non solo non è un volano, ma che grazie all’accordo FdI – Lega, sul Premierato in cambio dell’Autonomia Differenziata, si sta consentendo l’approvazione di un disegno di legge che abolisce il Sud e con esso il futuro dei 20 milioni di meridionali, e farà danni anche al Nord, solo per soddisfare le strategie della casta leghista, affamata di consensi, che evaporeranno in proporzioni gigantesche quando gli italiani capiranno e subiranno  le gravissime conseguenze  di questa scellerata riforma?

    L’Autonomia Differenziata infatti non perdona, nella versione del disegno di legge Calderoli, perché basta capire come funzionerà davvero, per non avere dubbi sul collasso dello Stato e del Paese, altro che difesa della Patria.

    Non è un caso che ci sia una congiura del silenzio nel Paese e non ci sia né dibattito, né aggiornamento alcuno sul tema nei media nazionali e locali.

    Pochi cittadini sanno che l’Autonomia Differenziata è stata inserita tra i disegni di legge collegati alla manovra finanziaria, senza che esista alcun collegamento tra i due provvedimenti, ma unicamente per accelerare i tempi di approvazione.

    Che a gestire i Livelli Essenziali di Prestazioni ed i relativi costi, saranno le commissioni paritetiche delle singole regioni, che potranno modificare o inventare nuovi LEP, avendo come unico limite le disponibilità erariali della propria regione.

    Ciò significa che le commissioni paritetiche tenteranno di trattenere nei propri territori la quasi totalità delle disponibilità erariali, e ciò a discapito dello Stato che non potrà più avere e gestire le risorse per consentire l’espletamento delle sue funzioni e garantire i principi fondamentali di solidarietà all’intero Paese.

    Che per evitare che anche pochi euro sfuggissero alle Regioni ricche per scopi solidali, nella legge non è previsto il Fondo Perequativo, sancito dall’articolo 119, terzo comma della Costituzione.

    Che, sia il Servizio di Bilancio del Senato, che l’ultimo rapporto sulla finanza pubblica, hanno nel tempo evidenziato l’insostenibilità finanziaria del disegno di legge Calderoli, mentre appare scandalosa l’approvazione di un ordine del giorno che  accetta il principio delle “Gabbie Salariali” in rapporto al costo della vita nelle varie regioni, il che è un evidente strumento di distrazione di massa, fornito per creare un atterraggio, il più morbido possibile, all’Autonomia Differenziata, il cui vero obiettivo è di fatto proprio l’aumento delle retribuzioni, con il trattenimento delle disponibilità erariali delle regioni ricche, e di conseguenza mandare a gambe in aria l’intero Paese.

    Questo è il portato dell’Autonomia Differenziata, che farà danno anche al Nord, il cui mercato principale è il Mezzogiorno, che privato di risorse, non potrà più comprare, e perché gli aumenti delle retribuzioni potranno effettuarsi solo sulle attività collegate ai LEP, e ciò creerà fortissime tensioni sociali anche nelle regioni ricche.

    Davanti a questo scenario il silenzio dei parlamentari del centrodestra è drammatico e assolutamente inaccettabile nel Paese e soprattutto al Sud.

    Nessuno di costoro a tutt’oggi ha avuto il coraggio di prendere posizione e la situazione è che non solo il Sud non lo difende nessuno, ma è l’intero Paese che rischia di implodere e di vedere la fine della stessa Unità Nazionale.

    Ma davvero si può accettare, in cambio di una modifica costituzionale come il Premierato, una riforma come l’Autonomia Differenziata che rischia di distrugge il futuro di decine di milioni di persone, senza una ragione diversa dal puro egoismo?

    Non c’è alcun rapporto ragionevole in questa intesa e quando i cittadini se ne accorgeranno i responsabili di questo scempio saranno chiamati a rendere conto.

    Ed un’ultima considerazione al Premier Meloni: un Premier ancorché eletto dal popolo, ma senza denari, a che serve?

  • Riaprire dossier archiviati e fare le strade che mancano prima di parlare ancora del ponte sullo Stretto

    L’ennesimo incidente mortale sulle strade calabresi neppure questa volta convincerà il ministro Salvini, e quanti purtroppo la pensano come lui, ad occuparsi prima di tutto della sicurezza delle strade facendo partire quelle opere pubbliche da troppi anni promesse e mai realizzate.

    Le strade in Calabria ed in Sicilia o, per meglio dire, le non strade che hanno portato e portano a tanti incidenti e lutti, le reti ferroviarie, praticamente inesistenti, dovrebbero essere il primo pensiero del ministro e del governo che invece dedicano dichiarazioni ed investimenti al progetto del ponte sullo Stretto, cattedrale nel deserto e fonte di altri sprechi ed oscure possibili, probabili situazioni di collusione tra mafia, imprenditoria, politica.

    Forse il ministro Nordio dovrebbe provvisoriamente abbandonare l’idea di una riforma della magistratura e, dopo aver letto anche il libro La verità sul dossier mafia-appalti di Mario Mori e Giuseppe De Donno, riaprire quelle indagini che negli anni non sono state fatte o sono state insabbiate perché è difficile immaginare un Paese che possa crescere quando i lati oscuri di troppo vicende passate possono rendere più che sospette iniziative presenti e future.

    Molte attività lodevoli sono state portate a termine dal governo ma ora è arrivato il momento, per il Presidente del Consiglio, di cominciare a chiedere ad ogni ministro cosa ha fatto fino ad ora il suo dicastero rispetto a diverse urgenze e problemi reali che non sono stati affrontati, partendo proprio dalle strade e ferrovie non realizzate, dai ponti e cavalcavia non messi in sicurezza, dalle tante scuole che restano ancora pericolanti.

    Forse le opposizioni, sempre più scomposte, dovrebbero essere capaci di confrontarsi sulle realtà invece che ripetere tutti i giorni le stesse critiche smentite anche dai dati Istat, ma forse neppure loro sanno cosa serve all’Italia, Calabria e Sicilia in testa.

  • La ratifica del Mes e la specificità italiana

    Al di là delle solite schermaglie politiche che caratterizzano il panorama italiano ed abbastanza avvilenti, la vicenda legata alla ratifica del Mes sta raggiungendo dei contorni imbarazzanti.

    L’opposizione preme per la firma del Mes il quale viene usato solo ed esclusivamente come strumento politico di contrasto al governo, dimenticando come il governo Draghi non l’avesse ratificato. Il governo in carica dimostra rara indecisione e tentennamenti in relazione alle strategie da adottare, ventilando una possibile ratifica in cambio di qualche concessione “decimale” relativa al deficit e probabilmente anche al debito pubblico.

    Pur essendo diretto dai 19 Ministri delle Finanze, il Mes viene gestito da una Commissione alla quale accedono persone “di competenze internazionali” che usufruiscono inoltre di uno scudo penale e civile in relazione alle proprie operatività.

    In altre parole, la “commissione tecnica” rappresenta una sorta di organo con una extraterritorialità decisionale e, di conseguenza, può imporre, qualora lo ritenga necessario, in rapporto all’andamento della finanza internazionale, anche delle ristrutturazione dei debiti pubblici per i paesi che hanno sottoscritto il trattato.

    La logica conseguenza è rappresentata dal cambiamento della natura stessa del debito pubblico e del deficit, i quali da indicatori finanziari di sostenibilità economica della politica adottata da un Paese membro si trasformano in semplici fattori finanziari e, di conseguenza, soggetti ad una valutazione di mercato immediata. Entrambi, quindi, escono da una valutazione economica di natura prospettica e relativa anche ad una credibilità della politica di un governo.

    Questa metamorfosi del debito pubblico e del deficit potrebbe rappresentare un pericolo enorme per i paesi ad alto rapporto tra PIL e debito pubblico, dei quali l’Italia ne è la più lampante espressione, anche grazie all’adozione massiccia di finanziamenti a debito del PNRR.

    L’isolamento attuale del nostro Paese, quindi, non dovrebbe essere ricondotto ad una volontà politica antieuropeista, quanto, in considerazione della particolare situazione della finanza pubblica italiana, all’espressione di un tentativo di preservare la unicità, anche se in negativo, dell’Italia.

    Non si possono porre oggi le condizioni per una stretta finanziaria nel medio termine, imposta attraverso la commissione del Mes, ad un paese che non ha ancora compreso quanto e come sia stata sprecata l’opportunità offerta con il Quantitative Easing.

    Una opportunità sprecata che ha solo creato una percezione di sospensione dalla realtà attribuibile ai governi Renzi, Gentiloni e Conte 1 ed in relazione ai fondamentali economici finanziari del Paese.

    Il Covid prima, la guerra russo-ucraina dopo, con la conseguente inflazione ed esplosione dei costi energetici, hanno sostanzialmente azzerato le mediocri illusioni dei governi precedenti.

    Il Mes ora rappresenta l’opportunità, attraverso la ratifica o meno, di dimostrare di avere una visione prospettica, invece del solito opportunismo politico che vede come protagonisti il governo e l’opposizione.

  • 2017/2023: Made in Italy tra Italian Taste e Italy X

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Nel lontano 2017 fu presentato dal vice ministro Calenda (governo Renzi) assieme all’ex segretario del PD Martina l’ennesima sovrastruttura normativa ed “innovativa a certificazione” del Made in Italy.

    Una iniziativa concettualmente ridicola e sul piano operativo disastrosa e che ha avuto il torto di creare l’ennesimo fattore di confusione all’interno della stessa tutela delle filiere industriali ed artigianali, espressioni della stessa natura del Made in Italy (maggio 2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-lennesima-sconfitta/).

    Ora lo stesso errore, figlio della medesima presunzione intellettuale di una classe politica e dirigente scollata dalla realtà imprenditoriale italiana che opera nel mercato globale, viene commesso attraverso la presentazione di un’altra “certificazione” delle eccellenze del Made in Italy con un nuovo logo Italy X nata dalla collaborazione tra Il Sole 24 ore e Confindustria.

    E’ evidente come entrambe le iniziative, anche se partorite a distanza di sei anni l’una dall’altra, esprimano la medesima e totale mancanza di conoscenza delle dinamiche dei mercati.

    Nell’ultima poi sono coinvolti due strutture in più che in questo senso tradiscono pure il proprio mandato istituzionale, cioè la salvaguardia e tutela del Made in Italy.

    Non va dimenticato, infatti, come, soprattutto in relazione alle aspettative dei buyer internazionali, quest’ultimi richiedano essenzialmente una  pulizia e quindi una immediatezza assicurata solo dal brand Made in Italy.

    In altre parole, il consumatore internazionale, del quale I buyer si fanno interpreti, intende identificare la qualità e lo stile italiano semplicemente con la certificazione garantita dal logo Made in Italy, privo, quindi, di alcuna sovrapposizione  la quale creerebbe confusione sul mercato e presso gli stessi consumatori.

    Questo ennesimo progetto intellettuale e comunicativo, Italy X, delinea senza ombra di dubbio come le risorse intellettuali, che dovrebbero essere al servizio delle imprese, rappresentino, invece, sempre più un fattore destabilizzante per l’intero sistema industriale ed economico.

    Un effetto garantito dalle stesse organizzazioni che hanno la presunzione di rappresentarle e che invece lavorano con il solo autoreferenziale desiderio di giustificare la propria esistenza in vita unita ad una inesistente capacità di analisi intellettuale.

    I primi nemici del Made in Italy, che esprime la felice sintesi di eccellenze industriali e professionali italiane, si rivelano proprio coloro che in loro nome ed a loro tutela operano con risultati assolutamente negativi per l’intero sistema industriale ed economico italiano.

    N.B. : marzo 2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/

  • La Germania e le politiche energetiche

    Il governo della Germania ha deciso di adottare un taglio delle tasse sull’energia per oltre 12 miliardi di euro all’anno. Questa strategia nasce dalla volontà governativa di garantire alle imprese tedesche di poter contare su un costo di 70 euro a MWh (contro i 129 euro in Italia).

    In Italia le due ultime manovre sul presunto taglio del cuneo fiscale (governo Draghi 8.7 miliardi e governo Meloni 11 miliardi circa) hanno ottenuto un vantaggio netto in busta paga di circa 27 euro il primo e poco meno di 30 il secondo, in più a crescere in rapporto alle fasce di reddito (600 lordi), quasi 19 miliardi che otterranno per un vantaggio reale irrisorio, basti pensare come lo sconto sulle accise del governo Draghi costasse circa quattro (4) miliardi.

    La decisione tedesca avvia il processo di azzeramento della stessa Unione Europea azzerando l’applicazione del principio della “concorrenza come fattore di sviluppo economico” applicato a garanzia dell’utenza e contemporaneamente evapora lo stesso concetto istitutivo della stessa Unione Europea, sia economica che politica. Inoltre il concetto di aiuti di Stato diventa una leva politica valida solo se pensata in italiano.

    Nel frattempo in Italia Eni presenta la migliore trimestrale della propria storia grazie alla propria attività speculativa nella erogazione del proprio servizio e soprattutto come espressione di una volontà di garantire gli investimenti del proprio azionariato composto in maggioranza da fondi privati.

    La risultante di questo disastro strategico determinerà per il sistema manifatturiero italiano una ulteriore riduzione della propria competitività rispetto a quello tedesco ma anche rispetto a tutti gli altri europei in quanto l’Italia è l’unico Paese che già nella finanziaria in corso di approvazione eliminerà ogni sostegno agli esorbitanti costi energetici per imprese e famiglie: basti pensare all’azzeramento delle clausole del mercato energetico tutelato.

    La decisione tedesca dovrebbe determinare delle precise reazioni del mondo politico europeo anche in relazione al contraddittorio mantenimento in vita di una Istituzione Europea priva ormai degli stessi principi fondativi o quantomeno della semplice applicazione di principi liberali (gli aiuti di Stato) validi solo e sempre a scapito dall’Italia. Ma soprattutto dovrebbe suscitare ed avviare un dibattito nel nostro Paese nel quale il ceto politico italiano, che dovrebbe tutelare innanzitutto interessi nazionali, risulta ancora oggi troppo distratto dalle varie transizioni ecologiche ed ideologiche.

    Contemporaneamente la classe politica nazionale si preoccupa, ancora oggi, di bonus di ogni foggia come della sempre più difficile quadratura del sistema pensionistico invece di occuparsi del futuro del sistema economico ed Industriale attraverso l’adozione di una seria politica energetica.

    Un atteggiamento confermato dalla indifferenza con la quale Stellantis chiude e mette in vendita lo stabilimento Maserati voluto da Marchionne, mandando già i macchinari in Marocco, non suscitando alcuna reazione del ministro “delle imprese e del Made in Italy” e del governo.

  • Il nanismo intellettuale del pensiero liberale italiano

    Il progetto di rendere private tutte le più importanti infrastrutture statali, in concessione come Autostrade o cedute a fondi esteri come le multiutility, sta arrivando alla sua disastrosa conclusione.

    Attraverso la privatizzazione della rete TIM, l’Infrastruttura digitale strategicamente fondamentale in quanto convoglia dati ed informazioni anche di estrema importanza militare ed internazionale, si chiude infatti quel processo di cessione di sovranità dello Stato sicuramente più deleteria nelle ripercussioni rispetto a quella monetaria.

    Un processo gestito sostanzialmente da una classe governativa e parlamentare di “piazzisti” i quali con diverse ed opposte maggioranze si sono alternati alla guida del nostro Paese dal 1998 ai giorni nostri ma tutti uniti dal medesimo obiettivo ed interesse.

    Questo delirio “liberalizzante” ha visto il proprio inizio con il governo D’Alema ed ora è in via di ultimazione grazia all’azione del primo governo a giuda femminile, dimostrando ancora una volta come non esista la differenza di genere neppure tra opposti schieramenti politici.

    Questo ennesimo disastro strategico economico rappresenta l’essenza stessa del massimalismo affaristico che coinvolge tutti i partiti dell’arco costituzionale e tutti i governi dal 1998 al 2023.

    In questo contesto, in più, emerge clamoroso il silenzio altrettanto massimalista e probabilmente compromesso della cosiddetta “area intellettuale liberale” la quale con arroganza si arroga il compito di rappresentare il pensiero di un ex presidente della Repubblica e liberale in genere.

    Queste fondazioni o istituti vari affermano di rappresentare il pensiero liberale assieme ad un fiorire di “partiti di ispirazione liberale” i quali, all’unisono, disquisiscono quotidianamente delle problematiche legate alle licenze dei taxi.

    Contemporaneamente non spendono una parola su scelte strategiche relative ad infrastrutture fondamentali con effetti e ripercussioni per la stessa comunità democratica. Evidente come espressione della loro incapacità di valutazione e confermata dall’atteggiamento rispetto alle conseguenze dell’acquisizione operata dal fondo KKR della rete TIM.

    In altre parole, il mondo liberale dimostra il proprio “nanismo intellettuale” in quanto applica in modo massimalista i principi liberali (concorrenza e legge di mercato ripetuti pedissequamente in ogni contesto) al mondo dei servizio a basso valore aggiunto, mentre rimane in complice silenzio sulle strategie complessive legate alla acquisizione della rete TIM, arrivando in sporadici casi ad appoggiare l’operazione di finanza speculativa del fondo KKR.

    Una forza politica che si definisce “sua sponte” liberale ed in contrapposizione rispetto al pensiero ed alle azioni governative si dimostra invece complice attraverso il proprio silenzio del declino nazionale.

    Un gotha liberale incapace persino di distinguere il valore, e quindi anche gli effetti, tra politiche legate ai servizi alle persone (taxi) ed altre legate alle sorti delle reti infrastrutturali strategiche, le quali meriterebbero diversi approfondimenti in relazione agli effetti per l’intera nazione.

    Questo nanismo intellettuale espresso dai vertici liberali rappresenta una delle cause principali della deriva sudamericana che il nostro Paese ha intrapreso a cominciare dal governo D’Alema e portata ora a compimento dal governo Meloni. Non va dimenticato infatti come quest’ultimo intenda rinnovare la concessione a privati di Autostrade, dimostrando come la tragedia del Ponte Morandi non abbia scosso minimamente l’anima della classe politica reggente.

    Va sottolineato, quindi, come dal 1998 fino al 2023 tutti i governi alla guida del nostro Paese abbiano potuto operare contro gli interessi degli elettori applicando in modo scolastico ed escludendoli dal contesto alcuni principi liberisti, avvalendosi contemporaneamente del complice silenzio dell’intero mondo liberale, incapace di elaborare una propria strategia alternativa in relazione a tematiche così importanti sotto il profilo strategico.

    Mai come ora il destino della rete Tim ha dimostrato quanto da oltre vent’anni la classe politica italiana si sia dimostrata priva di ogni minimo senso dello Stato, anche grazie alla complicità del mondo liberale affetto da un sempre più imbarazzante nanismo intellettuale, culturale ed umano.

Pulsante per tornare all'inizio