Governo

  • La verità sul MES

    L’opposizione politica all’adozione del MES, acronimo del Meccanismo Europeo di Stabilità, giustifica questa scelta evocando improbabili scenari di pericolosità inaudita per i destini del Paese, senza però indicarne concretamente nessuno, ma limitandosi a ipotesi generiche e approssimative, che richiamano unicamente alla memoria il duro e sacrificato salvataggio della Grecia.

    Un esempio che non calza per niente, alla luce del fatto che l’Italia non è la Grecia, che aveva a suo tempo falsificato i bilanci ed era ad un passo dal default, e soprattutto perché l’eventuale utilizzo dei prestiti, non riguarderebbe il salvataggio dello Stato, ma costi e utilizzi contenuti e sostenibili.

    Quindi siamo di fronte ad una fobia anti MES, che mal si concilia con le logiche della politica, che devono analizzare le questioni e i dossier, per trarne il giusto giudizio e cogliere la valenza delle scelte.

    Ma quando la politica si veste con l’abito della demagogia, basta gridare al lupo al lupo e la razionalità va a farsi benedire.

    Ma l’Italia davvero vuole correre il rischio di non ratificare il nuovo MES, sulla base di pregiudizi che sono inesistenti? Ovvero giocare la carta, un tantino ipocrita, del rifiuto del governo a prendere una posizione definitiva a favore della ratifica, per lasciare la purezza del rifiuto a Premier e Ministro dell’Economia, affidando al Parlamento la “libertà” di votare a favore della ratifica, salvando contemporaneamente la narrazione demagogica e il buon vicinato con i partner UE?

    Ma davvero si sente il bisogno di un finto gioco delle parti, in cui un Parlamento di nomina dall’alto e senza alcuna libertà di scelta, pena la non ricandidatura, consenta la ratifica che i leader sotto copertura euroscettica non vogliono ufficialmente concedere? Non sarebbe ora che la narrazione uscisse dalle logiche del sì o no al MES, per prendere atto che la nuova versione non costituisce per nessun Paese, e meno che mai per l’Italia, un pericolo alla propria sovranità, specie in termini di obbligo alla ristrutturazione del debito pubblico?

    Basta leggere il dossier per verificare come funziona il meccanismo di stabilità e per prendere atto della totale inesistenza di pericoli simil Grecia.

    In primo luogo perché l’unica condizione è che i fondi concessi vengano usati per spese sanitarie dirette e indirette, rafforzare la sanità territoriale, ma anche la prevenzione sanitaria in altri campi, come la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro e delle scuole. Non sono previsti altri vincoli, come quelli imposti in occasione del salvataggio della Grecia e non viene richiesta alcuna riforma economica o di bilancio.

    L’unico controllo è, prima della concessione del prestito, la valutazione del debito preesistente del Paese da finanziare, che deve essere sostenibile, cosa che l’Italia ha notoriamente avuto riconosciuto. Ma nella peggiore ipotesi, qualora non venisse riconosciuto, l’unica conseguenza sarebbe la mancata concessione del prestito, e la questione finirebbe lì.

    Ecco perché appare strumentale e parossistico l’atteggiamento di paura nei confronti delle presunte conseguenze di accedere al prestito dei fondi Mes.

    Ma c’è davvero qualcuno che potrebbe pensare che l’Italia possa finire come la Grecia?

    L’Italia con il suo PIL, il diritto di veto di cui gode, insieme a Francia e Germania, che gli proviene dalla partecipazione con il 17,7% di contributo al fondo e con la sua potenza economica, non potrebbe mai essere messa in un angolo per il prestito di appena 37-40 Mld di euro, da destinare alla Sanità nazionale, pari al valore di una manovra finanziaria.

    Come potrebbe mai un debito così insignificante, mettere il Paese in ginocchio?

    La situazione è quindi del tutto diversa, ed il punto politico non è la ratifica, ma l’utilizzo dei 37-40 Mld di euro, che oggi potrebbero se richiesti e spesi con velocità e intelligenza, riuscire a recuperare le falle mostruose della sanità nazionale, e consentire di riportare il rapporto dell’assistenza medica e ospedaliera di nuovo a livelli di civiltà, salvando migliaia di vite umane, altrimenti a rischio. Non è pensabile, per questioni ideologiche, di penalizzare ancora gli italiani.

    Il nostro sistema sanitario è stato massacrato da una miriade di tagli nei finanziamenti degli ultimi decenni, nel corso dei quali gli investimenti sono diminuiti in maniera esponenziale e gli stipendi dei medici ed infermieri, si sono ridotti dal 40% al 30% del totale. Erano 27 miliardi di euro nel 2000, sono stati 36 Miliardi di euro nel 2019, con un aumento nominale del 32%, molto più basso dell’inflazione, che nello stesso periodo è stata del 50%.

    In termini di potere d’acquisto quindi gli stipendi del personale sanitario si sono ridotti del 18%, facendo degli operatori della sanità italiana una delle categorie meno pagate d’Europa nel loro settore.

    Da qui conseguenze a cadere con i pronto soccorso strapieni e sotto stress, l’assenza di una medicina dei territori, la riduzione del numero dei medici ed infermieri in servizio, in pratica il serio rischio di implosione dell’intero sistema.

    Per questo, ciò che c’è da fare è l’esatto contrario di ciò che si è fatto negli ultimi vent’anni, investendo su un maggior numero di medici e infermieri, realizzare più presidi territoriali, organizzare la medicina dei territori, incoraggiare di nuovo i giovani a intraprendere le carriere sanitarie e fornire servizi sanitari veri ai cittadini.

    Abbiamo con il MES una fonte di risorse a costo praticamente zero, rispetto a qualsiasi altro strumento finanziario, e non è pensabile che si possa rinunciare al suo utilizzo, per questioni di identità politica o per paure astratte, che non hanno alcuna giustificazione.

    Per questo il MES va ratificato ed utilizzato, lo impone la situazione della sanità nazionale, ed il dovere di dare risposte concrete ai cittadini italiani più fragili perché bisognosi di aiuto.

  • Politica o finanza?

    Ancora una volta lo scontro tra il mondo della politica, compresi ministri del  governo in carica, con le principali istituzioni finanziarie europee dimostra come sia precario l’equilibrio tra i due ruoli  istituzionali.

    Da una parte (1) il governo rivendica una maggiore autonomia decisionale relativa alle politiche economiche e finanziarie, ed in particolare in relazione al debito pubblico, dimostrando cosi quasi di voler tornare alla regola soppressa  nel 1981 che obbligava la Banca Centrale, nello specifico la Banca d’Italia, ad acquistare i debiti, i titoli e il debito pubblico italiano. Si dimentica però come questa fu proprio la politica monetaria che la BCE ha attuato fin dal 2011 attraverso il presidente Mario Draghi il quale acquisiva al mercato secondario  titoli invenduti del debito pubblico facendo abbassare quindi lo Spread. Successivamente questo intervento divenne istituzionale con l’introduzione del quantitative easing per offrire ossigeno alla economia europea.

    All’interno di questa contrapposizione si trovano le principali istituzioni monetarie(2) e finanziarie le quali  rivendicano innanzitutto la propria vocazione istituzionale, cioè la lotta alla inflazione, quanto la stessa autonomia. In questo contesto di separazione dal mondo della politica le stesse  giustificano le proprie scelte soprattutto in relazione alla crescita dei tassi di interesse sulla base degli scenari economici forniti dai diversi algoritmi perché va considerato e ricordato come la presidente della BCE giustificò la mancata previsione di una inflazione di lungo termine da una previsione errata degli algoritmi.

    Tornando ora allo scontro tra i due soggetti emerge evidente l’ipocrisia che entrambe le posizioni esprimono.

    Il governo ed il  mondo della politica in generale potrebbero rivendicare una maggiore autonomia dalle autorità monetarie nel momento in cui loro stessi rispondessero in proprio ed in solido degli eventuali disastri  causati con proprie strategie. Non è assolutamente sufficiente il mandato elettorale per ottenere una cambiale in bianco relativa alla propria azione quanto la sua eventuale perdita come il prezzo da pagare per gli errori commessi. Basti ricordare come la classe politica e governativa italiana abbia portato  il nostro Paese alle soglie della pandemia con un rapporto tra debito pubblico e PIL pari a 155% e, contemporaneamente, ha operato in modo da creare le condizioni per cui negli ultimi trent’anni il reddito disponibile dei cittadini italiani si sia ridotto del -3,4% mentre in Germania nel medesimo periodo è aumentato del +34,7%.

    Quando, e solo quando , il mandato elettorale risulterà revocabile come un  qualsiasi contratto nel settore privato, solo  allora la politica potrà rivendicare una maggiore autonomia, pur restando la responsabilità di rispondere in solido degli eventuali errori ma soprattutto i danni arrecati al Paese.

    Non una voce si è mai levata in cielo contro la BCE quando questa con politiche monetarie espansive come il quantitave  easing aveva inondato il mercato di liquidità portando gli interessi, e quindi i costi del servizio al debito, sotto la soglia dello  zero offrendo una possibilità unica nel suo genere dal dopoguerra ad oggi, cioè di ridurre il debito pubblico.

    Viceversa tutti i governi che si sono alternati alla guida del Paese fino alla soglia del 2020 con la terribile pandemia hanno aumentato la spesa pubblica e la pressione fiscale. Contemporaneamente si sono  ridotti gli investimenti per il sistema sanitario, dimostrando ancora una volta come la spesa pubblica rappresenti la prima forma di arricchimento per lobby e potentati vari.

    Tornando alle istituzioni finanziarie, nel 1992, in un’intervista negli Stati Uniti, un importante economista affermò che l’economia sarebbe finita di li a pochi anni in quanto in tutte le società finanziarie erano entrati i matematici con l’applicazione dei loro algoritmi. Questa sottomissione algoritmica dell’intero mondo economico ma anche politico vissuta come una possibile riduzione dei costi e aumento delle redditività se da una parte ha tolto capacità di analisi, come molteplici espressioni di professionalità di alto livello, dall’altra ha permesso a persone prive di ogni competenza di raggiungere le vette dei principali organi finanziari solo ed esclusivamente per amicizie o vicinanze politiche. L’unica competenza richiesta rimane quella di leggere i risultati proposti dagli algoritmi.

    In altre parole lo scontro tra i due soggetti non è altro che guerra fratricida tra due banali espressioni del genere umano, le quali utilizzano la politica come il palcoscenico per le proprie vanesie ambizioni o per servire gli interessi della minoranza nei confronti della maggioranza.

    Mai come ora, ed in particolare in questi giorni, l’immagine sintesi di questo scontro tra politica italiana e mondo delle istituzioni finanziarie risulta imbarazzante e degradante soprattutto in funzione delle difficoltà che le imprese e i cittadini stanno affrontando da oltre tre anni.

  • Le nuove convergenze parallele

    La storia della politica italiana ha partorito concetti in grado di andare oltre la logica fisica i quali, tuttavia, erano in grado di indicare un percorso finalizzato ad una ipotetica crescita del Paese.

    Il concetto di convergenza parallele partiva, in relazione ai due soggetti interessati, cioè la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista da una parte, dal rifiuto da parte del PCI alla realizzazione di uno Stato totalitario, e dall’altra alla caduta della pregiudiziale anticomunista della Democrazia Cristiana verso un compromesso nell’interesse dello Stato italiano.

    Il terzo millennio ha visto, come molti avevano previsto, la fine dell’ideologia e dei progetti politici di ampio respiro sostituiti da visioni di basso cabotaggio finalizzate all’ottenimento del massimo consenso nella  prossima consultazione elettorale.

    Tuttavia, pur venendo meno il quadro ideologico e politico che partorì questo possibile scenario, il medesimo principio viene ora  applicato ma con altri obiettivi. Quindi, anche se all’interno di una contraddizione  evidente, le convergenze parallele vengono trasformate dalla classe politica in strumenti finalizzati al conseguimento di obiettivi di parte.

    Il governo in carica da poco più di tre mesi è riuscito in soli due Consigli di Ministri ad eliminare gli sconti fiscali dei carburanti per oltre 30 centesimi, non tenendo in alcuna considerazione di come, all’interno di un contesto europeo, l’economia italiana presenti il più alto tasso di inflazione ed in particolare nel settore alimentare, quello cioè maggiormente soggetto alle variazioni dei costi di distribuzione. Una decisione giustificata dapprima con la ricerca di fondi per i Comuni, quasi una tassa di scopo, e successivamente entrata nei rivoli  della spesa pubblica e quindi esentati dalla  definizione di un obiettivo.

    Gli effetti di tale decisione saranno disastrosi per quanto riguarda l’inflazione nel settore alimentare che si sta proiettando verso un +13% ed in particolare per quelle fasce di popolazione meno abbienti  costrette per motivi di lavoro utilizzare i mezzi privati.

    Al di là di ogni considerazione relativa alla coerenza tra le promesse elettorali e la realtà governativa di questa coalizione e della considerazione dimostrata verso i propri elettori, questa decisione ha ricevuto  l’appoggio persino di un esponente considerato l’economista del PD: Carlo Cottarelli. Il rappresentante del pensiero economico del PD ha sottolineato come sia stata giusta l’eliminazione di questo conto in quanto aiutava anche i “possessori di Ferrari”.

    E’ evidente che quando una manovra fiscale finalizzata all’aumento della pressione fiscale ottiene il favore dell’opposizione questa già sulla carta ha le stimmate per rivelarsi assolutamente contraria agli interessi dei paesi e dei suoi cittadini. Andrebbe infatti ricordato, tanto agli esponenti economici del governo in carica quanto a Cottarelli, il principio dell’utilità marginale decrescente del denaro sulla base del quale ogni diminuzione del carico fiscale applicato ad un bene di consumo determini un maggiore vantaggio immediato per le fasce di popolazione a medio e basso reddito.

    Contemporaneamente la loro sospensione, come quella attuata dal governo Meloni, non viene neppure recepita dalle fasce di popolazione ad alto reddito indicate in modo grossolano dai guidatori di Ferrari.

    Il concetto di nuove  convergenze parallele si dimostra quindi assolutamente attuale anche se nel precedente millennio era applicato ad una visione politica ed ideologica dello Stato, mentre ora viene utilizzato n modo subdolo ed intellettualmente disonesto con l’unico obiettivo di aumentare ancora di più la spesa pubblica che rappresenta da sempre la prima forma di potere nel nostro Paese (*).

    Questa convergenza di intenti tra maggioranza ed opposizione dimostra ancora una volta come, al di là quindi delle collocazioni meramente geografiche dei diversi partiti all’interno del Parlamento, questi si dimostrino uniti consapevolmente nella strategia  finalizzata a mantenere il proprio potere attraverso sia la costante crescita della spesa pubblica e, di conseguenza, del  carico fiscale come confermato dagli ultimi trent’anni della storia politica italiana. La logica politica ma soprattutto utilitaristica che sottende una  tale visione puramente economica e  contabile sostenuta dalla costante crescita della pressione fiscale risponde alla volontà di rafforzare l’esercizio del potere a spese del contribuente che ha visto nell’ultimo decennio ridursi il reddito disponibile del -12%. Contemporaneamente rappresenta la versione “moderna” di uno Stato Socialista.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/ (novembre 2018)

  • In attesa di Giustizia: un popolo di farabutti, evasori, di mercanti infedeli e riciclatori

    Giustizia, economia e politica si intrecciano nel commento di questa settimana ed il titolo potrebbe suggerire il testo di un nuovo bassorilievo, “modello EUR”, da scolpire, magari, sul portone di ingresso di Palazzo Chigi a perenne memento del Governo delle più retrive caratteristiche degli italiani e di cui tenere conto nell’amministrarli.

    Lo spunto è offerto dalla polemica sull’impiego del contante, che si è rinfocolata dopo la proposta di elevare nientemeno che a 60 euro la soglia fino alla quale quei malvissuti di baristi, tabaccai, norcini e fruttaroli possono evitare il pagamento cashless (che detto così fa anche molto fine) accettando – pensate che vergogna – banconote e spicci che non sono quelli del Monopoli bensì vili denari emessi dalla Banca d’Italia. E sempre sia lodato Romano Prodi per il tasso di cambio della lira negoziato a suo tempo.

    E’ questo un dettaglio che sembra sfuggire agli ayatollah del bancomat dimentichi del fatto che sulle banconote della compianta liretta campeggiava la scritta “pagabili al portatore” seguita dalla firma del Governatore ad imperituro ricordo del valore e della validità per gli scambi commerciali della moneta circolante che, molto semplicemente, non può essere rifiutata a pareggio di una transazione, perlomeno nei limiti della ragionevolezza.

    Ora sembra che la panacea di tutti i mali che affliggono il sistema economico di questo Paese risieda nell’impedire di spendere più di mille euro in contanti e di costringere all’acquisto di cappuccino e cornetto con l’American Express così debellando criminali piaghe bibliche quali il riciclaggio, l’evasione e – mai sia che ci si dimentichi – la corruzione.

    Gli epigoni di questa soluzione sembrano – tra le tante cose – dimenticare che una delle principali risorse dell’economia nazionale è il turismo e che il turismo alto spendente è in massima parte quello straniero: e francamente,  per fare un esempio, non è un problema nostro se il russo (di tempi andati) a casa sua paga le imposte o se si guadagna da vivere vendendo casse di Kalashnikov sottobanco, quello che conta è che vengano correttamente scontrinate le bottiglie di Cristal che prosciuga al Quisisana a Capri non tanto la corresponsione del prezzo estraendone il controvalore da un fascio di banconote. Basta avere un minimo di conoscenza dei principi contabili per sapere che quelle bottiglie non possono essere state acquistate altrimenti che contro fattura e bolla di accompagnamento, caricate a magazzino e, per avere una quadra di bilancio deve esserci corrispondenza tra acquisto e successiva vendita ricavabile proprio dall’incrocio tra prezzo di carico, listino prezzi ufficiale dell’esercizio e scontrinatura. Questo, almeno, nelle grandi strutture commerciali, nei negozi delle grandi firme, nei ristoranti stellati e nelle catene alberghiere dove circolano cifre sostanziose: forse, nei chiringuiti di Capalbio le cose vanno diversamente.

    Il rischio di evasione, quella che fa la differenza anche per il singolo contribuente, pertanto, rimane sostanzialmente invariato ed il contrasto al fenomeno passa attraverso ben altri strumenti che non mortificano il libero commercio; altrettanto deve dirsi del riciclaggio che – a regola – riguarda ben altri e milionari importi il cui “lavaggio” viene operato tramite complesse triangolazioni bancarie (sovente estero su estero) a monte e reimpiego in attività produttive lecite a valle.

    Molto altro potrebbe considerarsi in argomento, lo spazio è tiranno ma consente un’ultima riflessione. Manca solo l’esortazione implicita al ricorso al diritto penale, magari con la creazione di nuove figure di reato, o ad elevare le pene per quelli già previsti e fors’anche – ciliegina sulla torta – affiancare alla Guardia di Finanza una nuova Forza dell’Ordine: la Polizia Morale.

  • Basta con la politica dell’annuncio

    Comprensibile l’entusiasmo che alcuni ministri o esponenti di partito possono avere nell’annunciare questa o quella nuova norma che il governo intende varare, meno comprensibile che poi, puntualmente, la norma debba essere rivista e modificata a fronte di ragionamenti più approfonditi.

    La fretta non è mai una buona consigliera specie quando si tratta di argomenti delicati che riguardano tutti i cittadini, con riflessi in vari settori.

    Il limite del contante a 10.000 poi, giustamente, riproposto a 5,000, tema che avrebbe dovuto dividere il problema tra quanto si può prelevare dal proprio conto, senza incorrere in controlli che comunque suonano un po’ vessatori visto che ognuno dovrebbe essere padrone dei propri soldi, e quanto si può pagare in contanti.

    Alle considerazioni di chi teme che pagare in contanti porti ad un aumento del “nero” il governo dovrebbe rispondere dando, finalmente, nuove indicazioni in materia fiscale utili a contrastare tanta parte di evasione. Basterebbe consentire anche ai privati, come avviene per partite iva e imprese, di poter detrarre almeno l’iva di alcune spese quali quelle per idraulico, elettricista, imbianchino, o giardiniere.

    Anche i privati fanno girare l’economia dando lavoro e non si comprende per quale motivo debbano essere penalizzati: tasse le pagano già sul loro reddito e su tutto quello che acquistano, servizi compresi, per quale motivo devono ulteriormente pagare l’iva sulle spese di manutenzione della casa o del verde? Se ci fosse una norma che consentisse la detrazione dell’iva, per le voci sopra indicate, eviteremmo l’evasione in molti settori.

    Si è parlato di togliere l’obbligo del pos per cifre inferiori a 60 euro e già ci si corregge pensando di diminuire l’importo, un’altra inutile confusione che crea sconcerto ed incertezza nei singoli e in diverse categorie.

    Basta con la politica dell’annuncio che ci ha ammorbato per troppi anni, grazie a troppi governi, si passi, in questo che vorremmo fosse il nuovo corso della politica, a dare notizia di un nuovo provvedimento solo dopo che si sono valutate tutti i pro ed i contro, sempre ovviamente disponibili ad ascoltare il Parlamento per eventuali modifiche ma non correggendosi da soli in continuazione.

  • Pos: repetita iuvant

    La libertà di utilizzare una determinata forma di pagamento non si può definire tale e tantomeno democratica se il suo costo viene attribuito ad uno solo dei due soggetti interessati alla transazione. L’equa riparazione di vantaggi ed oneri rappresenta uno dei fattore qualificanti lo stesso sistema democratico.

    In più, risulta assolutamente ridicolo credere che tracciando i pagamenti anche al di sotto il limite dei 60 euro questo possa rappresentare una lotta all’evasione (*).

    Questa battaglia si delinea ancora una volta come puramente ideologica e finalizzata solo alla crescita dei fatturati del sistema bancario, il quale, andrebbe ancora una volta ricordato, già oggi viene determinato al 50% dal valore delle sole “commissioni” (**).

    La migliore versione della sudditanza culturale e politica si dimostra quando il cittadino si convince di lottare con l’obiettivo di mantenere o raggiungere una libertà democratica mentre invece si stanno solo acquistando le corde della propria schiavitù.

    (*) 10 gennaio 2019 https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/

    (**) 30 agosto 2021 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-metamorfosi-bancaria/

  • In attesa di Giustizia: No Martini, No Party

    Bisogna ammettere che, come esordio del Governo in materia di giustizia, c’era da aspettarsi di meglio: trascurando per questioni di spazio oltre che di complessità tecnico giuridica quanto deciso circa il rinvio della entrata in vigore della “Riforma Cartabia”, stretta nella morsa tra impreparazione degli Uffici Giudiziari a mandarla a regime ed il rispetto dei tempi per conseguire i fondi del PNRR, ed i limiti da porre all’ergastolo ostativo, è il decreto anti rave party che merita commento fatta la premessa maggiore che, curiosamente ma non troppo, proviene dal Ministero dell’Interno e non da quello della Giustizia e sembra proprio scritto da uno di quei questurini di altri tempi che facevano carriera nell’Ufficio Affari Riservati.

    Tecnica redazionale ed impiego della lingua italiana a parte, una norma che preveda come reato «l’invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica e la salute pubblica consiste nella invasione arbitraria di terreni … allo scopo di organizzare un raduno quando dallo stesso può derivare un pericolo per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica» è il trionfo delle ovvietà inutili. Inutili anche perché esistono già altre figure di reato applicabili ed aderenti all’ipotesi concreta di un rave party e soprattutto per il motivo che così come descritte le condotte rimproverabili sono pericolosamente generiche e sottratte al principio costituzionale di tassatività della norma. Tanto è vero che si è dovuti subito intervenire offrendo una prima interpretazione (il decreto è legge in vigore fino ad avvenuta conversione o mancata tale nel termine previsto) che tranquillizzi gli organizzatori di addii al celibato, autorizzi contests di barbecue all’aperto, consenta la celebrazione delle sagre di paese con somministrazione di vini sfusi e salamelle artigianali. Chissà, poi, a chi e come spetterà il compito di attestare il numero dei partecipanti (che, per integrare il nuovo crimine, non devono essere inferiori a 50) da cui, pure, dipende l’illegalità degli eventi verbalizzando il conteggio e distinguendoli da eventuali passanti o curiosi, umarell, come si dice a Milano,…o magari agenti sotto copertura della narcotici.

    Non è finita: questo nuovo reato viene addirittura fatto rientrare nel catalogo di quelli previsti nel codice antimafia ai fini della applicabilità di misure di prevenzione personale: il che, tradotto, significa che ad un rave party è riconosciuto il potenziale genetico dello stesso allarme sociale di una cosca mafiosa, di una associazione finalizzata alla tratta di esseri umani o di un sequestro di persona a scopo di estorsione.

    Vedremo che destino avrà il decreto in sede di dibattito parlamentare mentre già si levano i primi mea culpa insieme ad auspici e promesse che venga migliorato in Aula. Non sarebbe male se ciò avvenisse metabolizzando il canone costituzionale che all’articolo 17 sancisce la libertà di riunione dei cittadini, e che limita il potere di veto da parte dello Stato, previo avviso dell’evento all’Autorità, esclusivamente a “comprovati motivi di sicurezza ed incolumità pubblica” che sono cosa ben diversa dai motivi di “ordine pubblico”: categoria giuridicamente molto più ampia della “sicurezza pubblica”.

    Detta tutta, quei raduni, di cui generalmente si ha notizia anticipata, sono l’apoteosi della illegalità, durante i quali accade di tutto a prescindere dalla occupazione abusiva di terreni e luoghi: spaccio di droga, mescita di alcolici ai minorenni, violenze di varia natura. Cose che succedono – tra l’altro e quotidianamente – nelle zone della “movida” di città grandi e piccole e rispetto alle quali è necessaria innanzitutto la prevenzione, questa sì affidata alle Forze dell’Ordine con gli strumenti di cui già dispongono e quale che sia il contesto in cui si registrano situazioni simili.

    Iniziare meglio era sicuramente più facile che partorire un esempio di muscolare sciatteria normativa insensibile ai limiti costituzionali: e quanto all’arsenale punitivo è più che bastevole quello già esistente, nel caso con qualche minimo ritocco evitando di arricchire il codice penale con un reato da sbirri da operetta alla cui formula manca solo la causa di non punibilità per chi si presenti senza una bottiglia di spumante da condividere: no Martini? No rave party.

  • Limite al contante, lotta al sommerso e reddito di cittadinanza

    Con tutte le gravi problematiche da risolvere ci auguriamo che le opposizioni trovino modo di offrire proposte concrete e di condividere quanto il governo potrà fare per sopperire alle urgenze di cittadini ed imprese.

    Ci auguriamo che non si perda tempo a discutere sull’aumento del contante, provvedimento che viene incontro alle richieste che provengono da tante parti, la moneta elettronica, infatti, usata per cifre modeste arricchisce solo le banche e, nei vari passaggi, vanifica il reale valore del denaro in inutili e plurime commissioni.

    Va inoltre ricordato che vi sono mille esigenze per le quali ciascuno di noi può avere necessità di chiedere ad altri di acquistare qualcosa e non si può certo affidare a terzi la propria carta di credito o bancomat. Se a questo aggiungiamo che in altri paesi europei non esiste il limite attualmente vigente in Italia si comprende bene come certe regole possano anche rendere più complessi la competitività e gli intercambi.

    Il buon senso dovrà stabilire un limite ai pagamenti in contanti che vada nell’interesse comune.

    Per quanto riguarda la lotta al sommerso ricordiamo alle forze politiche e, ovviamente al governo in primis, che combattere il sommerso passa dalla possibilità, per ogni cittadino non solo per le partite iva, di poter dedurre dalla propria dichiarazione dei redditi, in tutto o solo in parte, quanto speso  per la gestione della propria abitazione, imbianchino, idraulico, elettricista per fare esempi concreti.
    Speriamo che le opposizioni comincino ad occuparsi di come modificare quel reddito di cittadinanza che, scopriamo ogni giorno, ha dato vita a truffe con ingente sperpero di denaro pubblico, cioè dei contribuenti: i milioni d’euro dati a persone che non avevano diritto sono stati tolti ad altri che ne potevano avere realmente bisogno od oggi avrebbero potuto servire per rendere le bollette meno onerose per le fasce deboli della popolazione.

  • La desinenza

    All’interno di una democrazia liberale il Presidente del Consiglio rimane tale ed esercita pienamente i poteri conferiti indifferentemente dal fatto che sia una donna od un uomo.

    Proprio il carattere liberale di questo ordinamento, in più, garantisce la possibilità di definirsi anche La Presidente del Consiglio nel caso in cui il politico (o la politica) incaricata dal Presidente della Repubblica fosse una donna garantendo la assoluta ininfluenza nell’esercizio della propria funzione.

    Viceversa, nel nostro sistema politico contemporaneo, sempre più vicino ad un integralismo ideologico oscurantista, si pretende dalla candidata alla Presidenza del Consiglio, tra l’altro obbligatoriamente, che venga definita e chiamata La Presidente del Consiglio e per di più indipendentemente dalla sua stessa opinione e preferenza.

    Mai come ora il delirio ideologico integralista oscura quelle menti minimali di chi non è neppure in grado di riconoscere la vera espressione democratica e soprattutto liberale, individuabile nella possibilità di offrire un ventaglio di opzioni in ogni situazione, ed a maggior ragione per una questione risibile come questa della scelta della desinenza, tutte assolutamente legittime.

    Il nostro Paese sta vivendo una delle fasi più oscurantiste dal dopoguerra nella quale le stesse libertà di scelta, vera ed unica espressione liberale, vengono negate in nome della imposizione dei precetti “religiosi” di un integralismo politico ed Ideologico.

  • Salvini e i porti

    Come primo atto di  Salvini, come Ministro delle Infrastrutture, ci saremmo aspettati, come sempre troppo ingenui e fiduciosi, che si mettesse all’opera sui dossier che riguardano le tante situazioni pericolose che minacciano la vita degli italiani: università e cimiteri che crollano, scuole gravemente dissestate che possono ogni giorno creare nuovi disagi e vittime, cavalcavia, ponti, strade a rischio continuo, lavori e controlli mai fatti, opere iniziate da mesi, anche da anni, e non completate, rete idrica quasi al collasso e via discorrendo.

    Invece il ministro Salvini, come primo atto, si è occupato dei porti, non per verificarne la sicurezza, non per capire meglio quanti siano di fatto in mano ai cinesi, senza controllo sulle legalità delle merci sdoganate o in mano alla criminalità organizzata, che contrabbanda, spesso impunita, armi e droga proprio dai porti italiani, l’interesse di Salvini nel suo primo giorno è stato tutto concentrato a chiarire 1) che i porti sono suoi e non del Ministero del Mare, 2) che la cosa che gli interessa è impedire l’arrivo di navi con extracomunitari salvati in mare da morte sicura.

    Chiariamo subito: il problema dell’immigrazione clandestina è grave e va affrontato immediatamente in sede europea e nazionale, e l’Europa deve prendersi le sue responsabilità, rispettare gli impegni presi e disattesi e la questione dovrà essere definitivamente chiarita nel Consiglio europeo, e con accordi bilaterali con i paesi del nord Africa (quelli con i quali è possibile).

    Ma col dicastero di Salvini l’immigrazione c’entra poco, sarebbe più proficuo per tutti, e per il governo, che è appena entrato in carica ed è oberato di difficili dossier, che Salvini dimenticasse di essere stato ministro dell’Interno, per altro di un governo che lui stesso ha fatto cadere, e cominciasse a fare il Ministro del suo dicastero, senza confusioni e occupandosi di come portare le nostre infrastrutture a livelli degni.

Back to top button