Governo

  • Sine cura

    Far ripartire l’Italia, attuare il decreto semplificazioni in un Paese dove alcune regioni, come la Liguria, sono praticamente isolate per i lavori e le manutenzioni stradali non fatte, sembra più una presa in giro che altro. Ogni giorno nuovi annunci e promesse da parte di una classe politica troppo spesso impudente ed imprudente e troppe delusioni per i cittadini che, dopo aver subito la crisi economica, nata oltre Oceano, il covid, regalatoci dalla via della seta e dal silenzio dell’Oms sulla realtà cinese, oggi quotidianamente vedono frustrata ogni speranza dall’insipienza di coloro che dovrebbero indicare la strada.

    Siamo quasi a metà luglio e non è ancora partito un cantiere, salvo quelli stradali di poco conto ma di grande impiccio per il traffico, quelli che potevano essere aperti proprio nei mesi scorsi quando per le strade non c’erano macchine. Neppure i lavori per mettere in sesto le scuole pericolanti, per renderle idonee, tra due mesi, ad accogliere gli studenti che dovranno stare distanziati. Sono partiti e neppure una voce si è alzata, né dalla maggioranza né dall’opposizione, per indicare come affrontare l’urgenza derivante dalla necessità di ripristino di una rete idrica al collasso in tutta Italia. Perdiamo ogni giorno un’intollerabile quantità d’acqua, bene non rinnovabile, mentre la siccità avanza ed i ghiacciai si sciolgono togliendo preziose riserve.

    La politica si incarta tra picche e ripicche e quello che serve al Paese resta una sine cura.

  • La Bce e l’ambiguità del governo Conte

    L’Italia, ma soprattutto la sua compagine politica nazionale, rappresenta un unicum politico in Europa. Sostanzialmente le compagini politiche presenti nei vari paesi che compongono l’Unione Europea si dividono tra filoeuropeisti e sovranisti, in antitesi tra loro. La contrapposizione politica tre due schieramenti si articola ovviamente nelle diverse visioni monetarie (pro euro ed euroexit), ed ovviamente ideologie politiche, che possono proporre il sostegno ad una possibile uscita dall’Unione Europea sostenuta dai sovranisti, ma anche nella strategia economica di medio e lungo termine.

    L’Italia, viceversa, con il governo Conte e la maggioranza che lo sostiene, presenta una posizione “terza” rispetto all’Unione Europea e alle proprie istituzioni.

    Alle dichiarazioni di appoggio alla politica europea in particolar modo del PD, ed ovviamente in contrapposizione alle posizioni dei sovranisti, fa riscontro nella realtà una sostanziale sordità ed ambiguità rispetto alle indicazioni che l’autorità monetaria europea indica in relazione alla politica economica del nostro Paese. “La BCE bacchetta il governo Conte e clamorosamente boccia la lotta al cash dell’Italia, avvertendo: “rischiate di colpire le fasce più deboli” (da investireoggi.it).

    La Bce, quindi, afferma una verità conosciuta da molti in Italia ma negata solo da una classe politica indegna di un paese democratico. In questo modo la politica dimostra la propria posizione non più ideologica ma semplicemente opportunista e probabilmente soggetta ad interessi terzi (https://www.ilpattosociale.it/attualita/contante-ed-telepass-finanziario/).

    Mai un governo aveva dimostrato attraverso delle opinabili scelte di politica economica e monetaria una volontà e una colpevole insensibilità così evidente nel colpire le classi più deboli. Una ambiguità confermata dalla stessa BCE alfine di ribadire una propria supposta superiorità intellettuale a fronte invece della propria sudditanza al sistema bancario ed alle compagnie telefoniche che forniscono le reti.

     

  • Una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte

    Che il governo italiano non abbia una linea univoca su: quali fondi europei utilizzare e come utilizzarli, come affrontare i prossimi mesi, dalla riapertura delle scuole alle decisioni da prendere per far ripartire l’economia, al di là delle tante promesse fatte e non realizzate, su come risolvere il vulnus costituzionale che si creerà se, insieme alle elezioni regionali, ci sarà anche il voto referendario, appare chiaro anche ai più distratti. Parliamo di vulnus alla Costituzione perché nella stessa si vieta di dare corso ai referendum contestualmente ad elezioni che abbiano carattere politico come è per la Camera, il Senato e le Regioni. I motivi di contrasto, nel governo, sono anche molti altri, mentre troppi lavoratori aspettano la cassa integrazione da mesi e ogni giorno chiudono piccole e medie attività, portando nuova disoccupazione e nuovi problemi in molti settori.

    La mancanza di visione comune tra il Pd ed i Cinque Stelle, e all’interno di questi stessi partiti, rende sempre più difficile dare risposte in tempi brevi alle tante urgenze, né renderà facile trovare un accordo per la nuova legge elettorale che dovrebbe comunque essere varata sia per ridare maggior democrazia al voto che per risolvere i problemi conseguenti ai risultati del referendum.

    Come abbiamo più volte detto e scritto una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte e in Italia, da troppo tempo, abbiamo leggi elettorali che espropriano gli elettori di questo diritto imponendo loro le scelte fatte dai capi partito i quali decidono, scelgono chi dovrà essere parlamentare. Altra conseguenza negativa dell’attuale sistema elettorale è quella che porta gli eletti, che di fatto sono dei nominati, a non occuparsi più del territorio, delle reali esigenze dei cittadini, ma a rapportarsi solo con le gerarchie di partito perché le stesse possono garantire loro un nuovo mandato. Si è di fatto tolto al Parlamento il suo ruolo di rappresentante dell’elettorato ed i partiti, contro i quali, a partire dai 5Stelle, si è tanto gridato sono più che mai i veri detentori del potere. Un potere che esercitano senza remore anche perché non si è mai dato corso a quanto la Costituzione chiedeva e cioè che i partiti avessero quella personalità giuridica che li avrebbe costretti a rispettare regole interne di democrazia e a sottoporre il controllo dei loro bilanci alla Corte dei Conti.

    Fino a quando i cittadini non potranno eleggere i propri rappresentanti liberi dalle imposizioni dei segretari e presidenti delle varie formazioni politiche avremo sempre una democrazia incompiuta ed un Parlamento condizionato e, come è avvenuto sempre più anche negli ultimi mesi, esautorato dai suoi compiti e poteri. Uniamo tutti la nostra voce per chiedere che il referendum sulla diminuzione del numero dei parlamentari si svolga in una data diversa dalle elezioni regionali e in un momento nel quale ci si possa confrontare in dibattiti pubblici, cosa che per il Covid non si potrà fare ancora per molto. La diminuzione del numero dei parlamentari comporta una modifica costituzionale importante che non si può realizzare in tempi brevi, con un governo diviso praticamente su tutto e alieno da qualunque dialogo con l’opposizione.

    Il problema resta comunque uno, per una democrazia compiuta i parlamentari devono rispondere ai cittadini che li hanno eletti non ai partiti che li hanno nominati, per una democrazia compiuta non è importante avere qualche parlamentare in più o in meno ma avere la certezza che ogni eletto faccia il lavoro che gli compete, non sia corrotto o corrompibile e sappia quello che sta facendo perché, piaccia o meno, il potere legislativo spetta al Parlamento, onore importante dal quale discende il presente e il futuro di ciascuno di noi.

  • Conte getta anche Caio nello spreco Alitalia

    Decolla la Newco di Alitalia. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato i nomi dei vertici che prenderanno i comandi della compagnia: Francesco Caio sarà il Presidente mentre Fabio Lazzerini l’amministratore delegato. “Il vertice neo-designato potrà da subito lavorare, con gli advisor già individuati dal Ministero dell’Economia, al nuovo piano industriale, che sarà poi notificato alla Commissione europea”, afferma il premier in un post su Facebook.

    La nuova società pubblica avrà una dotazione di 3 miliardi, una flotta di oltre 100 aerei ed arriva dopo oltre tre anni di amministrazione straordinaria, riportando la compagnia nelle mani pubbliche, da cui si era sfilata nel 2009 con l’arrivo dei Capitani coraggiosi. Con questa ultima iniezione di liquidità, ammonta a oltre 12 miliardi di euro il fiume di denaro pubblico confluito nelle cassa di Alitalia dal 1974 ad oggi. “In questi giorni abbiamo lavorato al dossier Alitalia in modo da procedere rapidamente alla sottoscrizione della nuova società, tramite un decreto proposto dal ministro Gualtieri e cofirmato dai ministri De Micheli, Patuanelli e Catalfo. Abbiamo condiviso le linee guida che orienteranno il piano industriale, che dovrà consentire il perseguimento di strategie aziendali nel segno della economicità di gestione, in modo da affrontare, con piena capacità competitiva, le complesse sfide del mercato dei trasporti aerei post-Covid 19”, spiega Conte nel suo post ad ampio raggio in cui parla anche dell’Ilva. Sul dossier “Ilva stiamo procedendo proprio in questi giorni per definire il coinvestimento pubblico e dare così attuazione agli accordi già sottoscritti il 4 marzo scorso”, scrive il premier. “Il soggetto individuato a questo fine è Invitalia e la trattativa con Arcelor Mittal per definire i dettagli della nuova governance è entrata nel vivo”, aggiunge Conte, sottolineando che su entrambi i dossier “ci siamo ripromessi di raggiungere ambiziosi obiettivi, ambientali e occupazionali, e siamo ben determinati a rispettare questo impegno”. Esprime soddisfazione la ministra dei Trasporti e delle Infrastrutture, Paola De Micheli, per la designazione dei vertici della Newco. “L’accelerazione di oggi con la designazione di Caio e Lazzerini apre una nuova era per la compagnia di bandiera e le qualità professionali del presidente e dell’ad siamo certi faranno maturare le condizioni per una
    nuova grande compagnia, come merita questo Paese”, afferma la ministra che nei giorni scorsi alla Camera ha spiegato che la nuova Alitalia avrà “un piano industriale in assoluta discontinuità con i precedenti modelli, che consentirà all’Italia di disporre di una compagnia aerea in grado di contribuire alla ripresa economica del Paese, ma soprattutto di competere sul mercato internazionale del trasporto aereo”.
    Intanto però i sindacati sono scettici ed in agitazione per possibili tagli al personale della newco. Nelle settimane scorse erano circolati numeri che indicavano una forza lavoro tagliata a 4-5 mila unità. In una lettera inviata oggi alla compagnia denunciano “forti criticità” sulla situazione nella quale versa il gruppo, con specifico riferimento alla “mancanza di condivisione della strategia messa in campo per la ripresa dell’attività post lockdown”, ritenendola “eccessivamente lenta, commercialmente fallace, dannosa per l’immagine della compagnia e con impatti gestionali, di turnazione, organizzazione del lavoro e retributivi su tutte le categorie, di terra e di volo, non più sostenibili”. Per cui Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto Aereo chiedendo “con estrema urgenza un tavolo di confronto” a cui far seguire “una cabina di regia permanente per l’attuazione e la verifica costante delle soluzioni congiuntamente individuate”.

  • Referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari

    Si scrive “referendum”, si legge “trappola”.

    Quando si voterà per alcune regioni, alcuni comuni e per elezioni suppletive in pochi collegi, è molto probabile che il cosiddetto “election day” richieda anche il voto per un referendum confermativo della modifica costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari.

    A differenza dei referendum abrogativi, che per essere validi devono raggiungere il quorum della maggioranza degli aventi diritto, il referendum di tipo approvativo si considera valido anche qualora vi partecipasse una minima parte dei cittadini.

    Mettendo da parte le ragioni puramente demagogiche che hanno spinto la maggioranza dei politici a votarlo, sono la data di questo referendum e il suo abbinamento con le altre elezioni che suscitano molte perplessità.  Tanti costituzionalisti storcono il naso sul fatto che elezioni politiche o amministrative possano coincidere con una consultazione referendaria perché la Costituzione prevede, addirittura, che in caso di elezioni per il Parlamento (e s’intende anche per qualunque altra elezione) un referendum, perfino se già indetto, sia posticipato di un anno o due. La ragione è che sia la campagna a favore o contro un quesito referendario non debba essere contaminata da una campagna elettorale evidentemente animata da tutt’altri obiettivi.

    A ben guardare, tuttavia, i problemi sono anche altri e purtroppo non sembra che se ne parli sufficientemente. Gli osservatori della politica sembrano convinti che la maggioranza dei votanti al referendum sia già orientata ad approvare la riduzione. Ebbene, qualora ciò avvenisse, le nuove elezioni politiche per Camera e Senato non potrebbero aver luogo prima che si realizzino altri passaggi. In particolare, per evitare intoppi o pasticci istituzionali, servirà una nuova legge elettorale che tenga conto del cambiamento del numero degli eletti. Sempre che la sostanza della nuova legge mantenga il metodo attuale che toglie agli elettori ogni possibilità di scegliersi i propri rappresentanti, servirà comunque ridisegnare i collegi elettorali. Attualmente, la discussione in merito non è neppure cominciata e nessuno può sensatamente ipotizzare quanto tempo sarà necessario per trovare un accordo. Ancora più complicate, sia nel merito sia nel tempo necessario, saranno le successive modifiche della Costituzione che si renderanno necessarie. Senza contare le modifiche ai rispettivi regolamenti interni di Camera e Senato che coinvolgeranno in totale almeno quarantasei articoli.

    Le modifiche costituzionali da approvarsi dopo la possibile approvazione di questo referendum (e prima di nuove elezioni politiche) riguardano il superamento della base regionale per l’elezione dei senatori a favore di una base circoscrizionale e la riduzione da tre a due dei delegati regionali che parteciperebbero di diritto all’elezione del Presidente della Repubblica. Tra le condizioni chieste dalle sinistre per approvare la riduzione dei parlamentari c’era anche, per il Senato, l’abbassamento a 25 anni dell’elettorato passivo e a 18 per quello attivo. I 46 articoli dei Regolamenti di Camera e Senato da cambiare riguardano invece il funzionamento dei lavori interni. Essi vanno dalla modifica al numero legale richiesto per certe attività, a quale numero di parlamentari debba essere necessario per ottenere che un voto sia segreto e, in genere, a tutte quelle attività che richiedono esplicitamente un numero specifico e definito di deputati e senatori.

    Se queste ultime modifiche sono modificabili con tempi relativamente veloci poiché interne alle singole camere, le modifiche costituzionali necessarie richiederanno, invece, tempi piuttosto lunghi. Per modificare la Costituzione è necessario che le votazioni siano essere almeno due per ogni camera (Senato- Camera e poi ancora Senato-Camera o viceversa) e che tra il primo turno e il secondo passino almeno tre mesi. Inoltre, qualora il risultato favorevole fosse inferiore alla soglia dei 2/3 degli aventi diritto è possibile che, come successo nel caso attuale, si debba superare lo scoglio di uno, o più, nuovi referendum popolari confermativi da approvarsi prima che le modifiche possano entrare in vigore.

    E’ interessante ricordare che nei primi passaggi parlamentari sulla riduzione del numero dei rappresentanti del popolo, sia il Partito Democratico, sia Liberi e Uguali avevano votato contro il provvedimento, salvo sacrificare il proprio orientamento pur di entrare in maggioranza e sostenere un nuovo governo Conte. Se ora decidessero di tornare alle loro prime convinzioni e invitassero i propri elettori a votare NO, ciò implicherebbe la rottura dell’attuale maggioranza e quindi la caduta del Governo. La cosa sembra quindi altamente improbabile.

     

    Il vero problema è che, una volta che il referendum fosse approvato, sarà impossibile avere nuove elezioni politiche fino a che sia i regolamenti interni delle Camere, sia la Costituzione non siano adeguatamente corretti.

    Che questo voto rappresenti una “assicurazione sulla vita” per l’attuale Parlamento?

    Il sospetto è forte e non si può escludere che proprio questo sia il calcolo di qualcuno. E’ vero che, dal punto di vista strettamente tecnico, tutte le procedure potrebbero risolversi in pochi mesi ma occorrerebbe una forte volontà politica che è difficile attribuire all’attuale maggioranza. Com’è possibile immaginare che chi si trova oggi in Parlamento si precipiti a redigere e approvare una nuova legge elettorale che implicherebbe la fine della legislatura e l’improbabilità di essere rieletto? E come si potrebbe ipotizzare che tutti si precipitino a votare a raffica la stessa legge di modifica costituzionale, due volte alla Camera e due al Senato, per ottenere poi il risultato di andarsene a casa? Non hanno già lasciato tutti intendere che, comunque vadano le cose, vorranno essere sempre loro a votare per il nuovo Presidente della Repubblica?

    Certamente tutto può succedere, ma è molto probabile che chi voterà favorevolmente al referendum per ridurre il numero dei Parlamentari convinto di fare un ennesimo atto di “antipolitica” contro la “casta”, contribuirà invece a garantire agli attuali “rappresentanti” di poter godere un po’ più a lungo dei benefici che godono attualmente. Benefici che molti di loro non riuscirebbero mai più a ottenere quando ritorneranno alla vita “civile”.

  • Effetto annuncio: la relazione causa effetto

    Persino ad una mente infantile non dovrebbe sfuggire l’effetto che determinati annunci possano causare all’economia in generale e ai consumi particolare.

    L’incertezza legata alla possibile estensione degli Ecobonus anche alle autovetture Euro 6 benzina, Diesel gpl e metano di fatto sta bloccando il mercato dell’auto in attesa di chiarimenti ed opportunità. Una situazione che secondo le ultime rilevazioni statistiche potrebbe portare alla chiusura del 50% dei concessionari automobilistici entro la fine dell’anno.

    Viceversa la scellerata affermazione del primo ministro su una possibile diminuzione dell’IVA, anche se temporanea,  ha un effetto negativo se non devastante per tutti quei consumi non di prima necessità. La loro stessa natura (non di prima necessità) permette infatti ai consumatori di poter procrastinare un acquisto in attesa degli effetti della diminuzione dell’IVA “promessa”. Ad una già difficile situazione economica legata alla diffusione del Covid-19 si aggiunge quindi l’infantile incapacità del Presidente del Consiglio e di tutti i Ministri economici di questo scellerato governo i quali, con le loro “grida manzoniane”, contribuiscono ad aumentare l’incertezza in relazione alle  dinamiche economiche immediate.

    Questo nuovo fattore determinato dalla incapacità di valutare strategicamente le proprie affermazioni  si trasforma inevitabilmente in maggiori costi economici in aggiunta ad un già difficile quadro economico nazionale.

    Sembra incredibile ma gli unici che ancora oggi danno ulteriore dimostrazione di non aver compreso  il valore fortemente depressivo di tali dichiarazioni sembra proprio la compagine governativa come i partiti che la sostengono.

    Non conoscere la relazione causa-effetto in relazione alle proprie affermazioni ma ancora peggio ignorarne le conseguenze dimostra l’assoluta inadeguatezza dell’intera compagine governativa.

  • Gli Stati Generali: passerella senza contenuti

    Francamente la convocazione degli Stati Generali per affrontare la crisi da covid-19 lascia fortemente perplessi. Innanzitutto perché la scelta di Villa Pamphilj  esautora ancora una volta la centralità del Parlamento italiano, luogo indicato dalla Costituzione per il confronto politico delle diverse tesi politiche ed economiche per affrontare la crisi. Una sede istituzionale che prevede anche l’intervento in contemporanea di professionalità esterne quindi non elette ma espressione di competenze riconosciute. In secondo luogo perché il governo, non sazio di aver nominato 450 esperti i quali hanno elaborato un programma di sviluppo decisamente opinabile, spera di riottenere in questo modo il consenso attraverso un’operazione semplicemente mediatica.

    Il combinato di queste due perplessità di fatto da una parte offre la convinzione che il governo in carica intenda esautorare il Parlamento dalla sua centralità all’interno di un confronto politico. Dall’altra dimostra l’attenzione dello stesso governo indirizzata verso operazioni di pura comunicazione in quanto privo di capacità propositiva di contenuti. Basti pensare che contemporaneamente il medesimo governo ha intenzione di prolungare per altri tre anni lo split payment, una disastrosa riforma voluta ed introdotta dal governo Renzi con la complicità dei ministri Padoan e viceministro Calenda. Una ulteriore scelta che drena liquidità alle aziende alle quali vengono pagate dalla pubblica amministrazione le fatture prive di IVA.

    Del resto, in un paese normale, nel quale il presidente dell’INPS accusa di pigrizia le imprese per la loro mancata riapertura dimenticando come ancora oggi centinaia di migliaia di lavoratori attendano la cassa integrazione, un governo privo di idee convoca gli Stati Generali.

    Le idee rimangono poche e  ben confuse ma vengono espresse nei diversi contesti istituzionali e comunicativi sperando nell’effetto moltiplicatore della loro percezione.

    Paradossale poi come in termini di spessore professionale non sia stato invitato l’ex presidente della BCE Mario Draghi, l’unica persona alla quale vada riconosciuto il merito di aver fatto galleggiare dal 2011 ad oggi  i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte 1 e 2: il governo Monti attraverso l’acquisto al mercato secondario dei titoli invenduti del debito pubblico (OMT), i successivi, invece, fino a quello odierno, attraverso la politica espansiva monetaria (Quantitative Easing) che ha abbassato i costi del servizio al debito pubblico creando di fatto la sospensione della realtà, della valutazione, della sostenibilità economica italiana. Di quest’ultima nessun primo ministro ha dimostrato di comprenderne il valore e tantomeno avviare politiche di riforme strutturali abbandonandosi invece ad un veteropopulismo legato agli 80 euro di Renzi e al reddito di cittadinanza e quota 100 dei governi Conte 1 e 2.

    Gli Stati Generali rappresentano l’ennesima conferma di un imbarazzante livello della politica italiana, e non da oggi.

  • Qual è il senso degli Stati Generali dell’economia?

    In questi giorni quando sento parlare di “Stati generali dell’economia” mi viene la tentazione di fare un atto liberatorio parafrasando il caro rag. Fantozzi e mettermi a urlare: Gli Stati Generali sono… una boiata pazzesca!

    Cosa potrebbero essere altrimenti? Un nuovo e temporaneo organo costituzionale con il compito di esaminare la società italiana e suggerire al Governo e al Parlamento cosa dovrebbero fare? Non si voleva chiudere il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro)? Secondo la sua vocazione dovrebbe essere: “un organo di rilievo costituzionale italiano con funzione consultiva rispetto al Governo, alle Camere e alle Regioni. Le materie di sua competenza sono la legislazione economica e sociale, nell’ambito delle quali ha diritto all’iniziativa legislativa”. Si tratta allora di un doppione?

    E poi: prima di fare una qualsiasi legge, le Commissioni Parlamentari hanno il diritto di “audire” i rappresentanti delle categorie interessate a quella legge e chiunque altro sia in grado di dare un potenziale contributo affinché il Parlamento legiferi a ragion veduta. E anche: tutti gli ultimi Governi non hanno nominato stuoli di consulenti che hanno elaborato corposi studi su cosa si potrebbe fare per affrontare le crisi finanziaria ed economica che soffriamo da diversi anni (l’ultimo il gruppo Colao)? Tutto vano? Tutto inutile? Cosa ne dice la Costituzione?

    Purtroppo, occorre ammettere che non c’è da stupirsi che i politici attuali non sappiano raccapezzarsi e non abbiano alcuna idea su cosa fare. Il vezzo dell’antipolitica sobillata da fuori (e perfino da dentro) il Parlamento non ha lasciato scampo.

    Una volta esistevano i partiti che erano, o almeno si pensava fossero, un raggruppamento di persone che avevano più o meno le stesse idee di come andasse organizzata la società. Chi li sosteneva e chi li votava lo faceva perché, almeno a grandi linee, condivideva le loro proposte. Ogni partito rappresentava un modo di come avrebbe dovuto essere ordinato il vivere comune, l’economia, la politica internazionale. Era naturale che dentro gli stessi partiti ci fossero dibattiti, confronti, magari anche scontri, ma sempre sulle idee, sui progetti, su una visione del mondo. È così che proprio attraverso quei dibattiti interni i politici facevano esperienza, che si rinforzavano nelle loro idee e guadagnavano la capacità di difenderle nelle varie sedi istituzionali. Qualcuno ha perfino dato vita a scuole di formazione interne, utili sia per l’approfondimento delle idee sia per conoscere le tecniche di gestione del bene collettivo.

    Così come accade ad ogni struttura, e già lo scriveva il politologo Robert Michels all’inizio del novecento, ogni organizzazione tende a burocratizzarsi e finisce col privilegiare l’obiettivo della propria stessa sopravvivenza. Nessuno può negare che sia ciò che è successo ai partiti. La loro involuzione in quella direzione è diventata sempre più manifesta e questo spiega perché l’opinione pubblica e vari commentatori siano arrivati a definire il mondo politico come una “casta”. Quegli stessi critici dimenticano però che anche altre consorterie hanno seguito la stessa strada nonostante non se ne parli. Se i politici sono una “casta”, lo sono anche i magistrati (vedi il caso Palamara, che ha portato allo scoperto qualcosa che già tutti sapevano). Lo sono i giornalisti, che hanno goduto grandi privilegi pensionistici nonostante le leggi Dini e Fornero. Lo sono i sindacati, di cui nessuno parla in merito a quanti soldi ricevono continuamente e a vario titolo dallo Stato senza risponderne ad alcuno che a sé stessi. Lo sono tante altre corporazioni, i preti, i professori universitari, ecc. La differenza, importante, è che i politici hanno la responsabilità di gestire TUTTA la cosa pubblica e non solo una parte di essa. All’interno dei vecchi partiti avveniva una selezione naturale che lasciava emergere, verso ruoli istituzionali man mano più importanti, quelli che meglio sapevano difendere le proprie idee e che più erano preparati verso il ruolo che avrebbero assunto.

    Aver distrutto i partiti, ci piaccia o non ci piaccia, ha cancellato sia la “gavetta” sia la competenza. Oggi la maggior parte di coloro che dovrebbero gestire la cosa pubblica sono persone senza arte né parte. Non si sa da dove vengano, né quali esperienze possano aver accumulato.

    Quando nacque Forza Italia sulle rovine della cosiddetta Prima Repubblica, si pensò che occorreva sostituire i politici di professione con persone esperte della vita economica quotidiana. Molti dei primi politici di quel partito venivano dal mondo dell’industria, del commercio, o avevano, comunque, una passata esperienza in associazioni di qualche genere. Si trattò, già allora, di un grave errore perché gestire la cosa pubblica è ben diverso dal gestire una azienda o dallo svolgere una attività commerciale. In questi settori l’obiettivo è, necessariamente, il profitto dell’organizzazione per cui si lavora. Fare politica è, invece, tentare di conciliare per quanto possibile gli interessi di tutti, anche quando tra loro contrapposti.

    Insistere con la retorica antipolitica e antipartitica, come si continua a fare, peggiora soltanto la situazione. Molti degli attuali parlamentari, e addirittura qualche ministro, non solo non aveva mai fatto politica ma nemmeno svolto alcun lavoro. Anche chi lo ha fatto, non ha avuto né il tempo né l’opportunità di un qualunque ruolo minimamente dirigenziale.

    C’è da stupirsi che tutti siano concordi nel definire questo Parlamento e questo Governo come una massa di incompetenti? C’è da stupirsi di questa ridicola trovata del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di voler dar vita ai cosiddetti “Stati Generali”?

    Qual è l’obiettivo cui i fautori di questo pseudo progetto puntano? Farsi dire da qualche professore o, semplicemente, da qualche amico degli amici cosa il Governo dovrà fare? Ha forse quel governo elaborato in precedenza la strada da intraprendere e vuole sentire l’opinione dalla società civile? Se veramente Conte ed i suoi accoliti avessero già una proposta non sarebbe istituzionalmente (e costituzionalmente) più naturale sottoporla al dibattito ed al giudizio del Parlamento?  Questi parlamentari sono stati eletti (anzi, più correttamente dovrei dire “nominati”) attraverso il voto dato a dei partiti. Ma quei partiti hanno cercato il consenso in base a qualche proposta politica oppure hanno solamente sollecitato la pancia dei loro elettori senza dire mai nulla di concreto e operativo?

    Se i nostri rappresentanti alla Camera e al Senato fossero stati eletti per le idee e per le proposte che avanzavano, se esercitassero veramente il loro ruolo di rappresentanti del popolo, allora toccherebbe a loro audire il parere di vari soggetti sulla proposta elaborata dalle Camere o arrivata a loro dal governo.

    Convocare degli Stati Generali dell’economia, riunirli al di fuori del Parlamento, affrontarli alla cieca senza avere precedentemente elaborato una qualunque idea completa, significa veramente essere arrivati al gradino più basso della vita politica e istituzionale. E non si tratta nemmeno di una grande revisione costituzionale che miri a qualche cambiamento radicale della vita collettiva! Farlo per chiedere consigli, non si sa bene a chi, su quali decisioni economiche intraprendere è un’ammissione evidente che chi dovrebbe decidere si trova senza idee. In altre parole: è allo sbando.

    Quasi quasi c’è da sperare che si tratti, come qualcuno ha suggerito, soltanto di una passerella mediatica.

     

  • L’Olanda ed il meridione d’Italia…

    Nell’ultimo periodo caratterizzato dalla crisi da Covid 19 le diverse normative fiscali e soprattutto le diverse aliquote applicate dai diversi Stati in Europa hanno suscitato grandissime critiche in particolar modo in Italia.

    L’Olanda, in particolare, anche per l’opposizione del suo governo alla destinazione di risorse finanziarie a fondo perduto per i paesi colpiti dalla pandemia, rappresenta il primo soggetto, assieme all’Irlanda e al Lussemburgo, di tali critiche grazie alle proprie aliquote molto basse applicate ai redditi di impresa. Sfruttando il giusto principio della libertà intraeuropea molte aziende infatti hanno scelto come sede fiscale della  holding di controllo proprio l’Olanda, avvantaggiandosi quindi di una pressione fiscale molto inferiore rispetto, per esempio, a quella italiana. Il principio della concorrenza che il mercato globale applica senza alcuna correzione o attenuazione al mondo dei beni e dei servizi forniti da soggetti privati evidentemente non vale all’interno di una Comunità Europea versione moderna dell’iniziale Mercato Unico Europeo (MEC).

    La miopia politica, o meglio, lo strabismo espressione di una ideologia politica  trasforma, in più, l’applicazione di questo principio di concorrenza quale giudizio fortemente negativo in ambito europeo addirittura in una espressione di un valore aggiunto nel caso venga applicato al meridione d’Italia. Il governo in carica, infatti, ha annunciato un taglio delle imposte per le piccole e medie imprese che risiedono al Sud cercando di incentivarne l’attività e magari anche la creazione di nuove. Questa decisione assolutamente legittima è esattamente la copia della politica olandese applicata all’interno dei confini dell’Unione Europea.

    Nel suo complesso, quindi, questa politica di fiscalità di vantaggio applicata all’interno dei confini italiani si rivela come una concorrenza fiscale assolutamente negativa nei confronti delle imprese che nella loro maggior parte risiedono nel nord Italia. Paradossale poi se si considera che quello che viene fortemente criticato nell’ambito dell’Unione Europea, cioè il principio di “fiscalità di vantaggio di uno Stato rispetto ad un altro per agevolare la migrazione di aziende ed holding estere”, subisca una metamorfosi, qualora applicato in Italia, “in fattore positivo e propositivo finalizzato ad una politica economica di espansione”.

    I principi, che siano legali, economici o fiscali, rappresentano il proprio valore indipendentemente dal perimetro nazionale o internazionale all’interno del quale vengano applicati. Paradossale come chi abbia criticato la posizione olandese ora manifesti la sfacciataggine di dichiarasi apertamente favorevole ad una fiscalità proprio di tipo “olandese” (quindi di vantaggio ed in applicazione del principio della concorrenza) per il Sud del nostro paese la quale ovviamente penalizzerà ancora una volta le industrie del Nord. Le strategie economiche ma anche le stesse posizioni politiche rimangono poche ma ben confuse.

  • La metastasi finanziaria

    Da oltre un mese il governo ha sempre confermato la piena disponibilità ad accedere ai finanziamenti fino a 25.000 euro o ad una cifra pari al 25% del fatturato senza valutazione patrimoniale e quindi direttamente disponibile nel conto corrente. Al di là della sconcertante tempistica per l’evasione di queste pratiche tale volontà governativa avrebbe dovuto fornire liquidità alle imprese dopo oltre sessanta  giorni di assoluto lockdown ed interruzione dei flussi di cassa.

    A tutt’oggi solo una minima parte di questi finanziamenti risultano erogati mentre per quelli già resi operativi la criticità emerge sino ad assumere i connotati di una vera e propria truffa. A fronte di una richiesta di 20.000 euro o il 25% del fatturato di una partita IVA la quale aveva già precedentemente un accordo con l’istituto bancario per un fido di 10.000 il finanziamento complessivo che viene accreditato sul conto risulta dalla differenza tra l’ammontare, cioè 20.000 euro, ed il fido preesistente. Questa operazione rappresenta una vera e propria truffa in quanto il finanziamento dello Stato può essere utilizzato per far fronte alle scadenze che da oltre 60 giorni attendono di essere evase ma non per coprire posizioni finanziarie precedentemente debitorie.

    In altre parole, gli Istituti bancari con il tacito consenso o peggio la complice ignoranza del governo utilizzano il finanziamento erogato per assicurare tutti i rientri dai fidi drenando di conseguenza buona parte di quella liquidità che lo Stato con grande fatica ha messo a disposizione come espressione per un reale e consistente incentivo alla ripresa economica.

    Questa situazione rappresenta un vero e proprio “golpe finanziario” in quanto le risorse immesse nel circuito e destinate a dei soggetti economici vengono drenate dal sistema bancario per sanare le proprie criticità. In un simile contesto risulta paradossale il fatto poi che qualora si dovesse accedere nuovamente ad un fido si pagherebbero degli interessi aggiuntivi a quelli sulla erogazione della liquidità dello stato.

    Quindi l’erogazione risulta utilizzata sostanzialmente dagli Istituti bancari per criticità finanziarie pregresse ma non per servizi alle imprese. Una truffa che rappresenta l’ennesima conferma di una complicità, se conosciuta, o ignoranza, nel caso opposto, da parte del Governo e di una inaudita disonestà da parte del sistema bancario.

    A queste condizioni il nostro Paese è destinato alla metastasi economica.

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