Governo

  • Fair food Swiss Made

    Dimostrando ancora una volta come l’unica forma di democrazia che possa in qualche modo permettere il confronto sulle tematiche vicine ai cittadini sia rappresentata dalla Svizzera, il prossimo 23 settembre gli elettori elvetici verranno chiamati ad esprimersi, quale ennesimo esempio di democrazia diretta, sull’iniziativa referendaria definita Fair food. Tale iniziativa parte dalla necessità espressa dai promotori del referendum di una tutela della filiera produttiva tanto per le carni prodotte all’interno del confine svizzero quanto per quelle di importazione le quali, viceversa, non risultano essere soggette a tale tipo di normativa.

    Lo scontro, piuttosto acceso, come riporta l’amico Riccardo Ruggeri in un suo recente intervento, vede contrapposti i promotori del referendum contro gli stessi rappresentanti delle istituzioni in Svizzera i quali risultano invece ampiamente schierati contro il quesito posto dal referendum. Questi ultimi hanno addirittura l’ardire di affermare come l’introduzione di una simile normativa sulla certificazione della filiera alimentare rappresenterebbe un aggravio di costi e di conseguenza impedirebbe alle fasce meno abbienti di poter accedere a determinati tipi di alimenti.

    Dal punto di vista di chi vive al di fuori dei perimetri nazionali della Svizzera sentire parlare di difficoltà economiche per l’introduzione di una diversa normativa relativa alla certificazione filiera  fa sorridere. Tuttavia quello che risulta più imbarazzante parte dalla semplice considerazione su di una classe politica che dovrebbe rendere più veloci, digitali ed immediati i controlli di filiera anche sulle carmi di importazione in modo da rendere minimale l’aggravio dei costi per gli importatori e di conseguenza per il consumatore finale. In tal senso infatti risulta assolutamente inaccettabile come una certificazione di filiera possa trasformarsi in un fattore anticompetitivo per le carni di importazione.

    Tuttavia questo referendum dimostra ancora una volta come sia sempre più forte ed inarrestabile la volontà da parte dei consumatori e dei cittadini di poter esprimere un acquisto consapevole che scaturisca solo ed esclusivamente dalla certificazione della filiera produttiva: in altre parole dalla conoscenza.

    Questo ovviamente non significa che le produzioni a basso costo tipiche delle catene di fast food debbano sparire e tantomeno essere soggette ad esclusione o a giudizi morali di qualsiasi genere. Un mercato aperto si basa sulla possibilità per ciascun operatore economico all’interno del proprio settore di competenza di proporre un prodotto dichiarando semplicemente la propria filiera produttiva, sia per un prodotto alimentare o del tessile-abbigliamento. Mai come in questo caso la democrazia diretta svizzera dimostra quello che potremmo definire una struttura democratica aperta che pone come centrale la possibilità di espressione del “sentiment” dei propri cittadini attraverso l’istituto del referendum.

    Questo referendum in più dimostra altresì come stia cambiando sempre più velocemente l’atteggiamento dei consumatori ed in questo caso potremmo riferirci a tutti i consumatori europei e non solo svizzeri, europei che si evolvono verso prodotti a maggior valore aggiunto che risultino essi stessi espressione di una filiera alimentare o del tessile e quindi i portatori della cultura contemporanea del paese di provenienza.

    Una cadenza già presente negli Stati Uniti, come una ricerca della Bloomberg Investment dimostrò nel 2016 certificando come l’82% dei consumatori statunitensi fosse disponibile a pagare un prodotto anche il 30% in più purché espressione di un Made In reale.

    Al di là del risultato del referendum stesso che vede appunto su fronti opposti promotori contro l’establishment politico, non tenere conto di questo cambiamento culturale dei consumatori stessi che chiedono maggior chiarezza e conoscenza in merito alla qualità del prodotto grazie ad una maggiore cultura della salute rappresenterebbe il peggiore degli errori che una classe politica ed economica potrebbero mai dimostrare.

    Un mercato aperto ed evoluto deve permettere attraverso la conoscenza di essere consapevole della qualità del prodotto sia per un hamburger che per una bistecca di Chianina, evitando di privilegiare una tipologia di consumo rispetto ad un’altra.

    Un atteggiamento dell’autorità politica che si basa sulla chiarezza e conoscenza della filiera a monte e che permette quindi  al consumatore di operare una scelta consapevole. Un mercato evoluto risulta tale quando la conoscenza acquisisce un proprio valore non solo culturale ma anche economico.

  • La visita di Moavero Milanesi al generale Haftar a Bengasi

    Il recente viaggio in Libia del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, si inserisce in una situazione divenuta nuovamente esplosiva, dopo un periodo relativamente statico, senza attentati e senza attacchi armati tra una fazione e l’altra. Il governo Gentiloni si era dato molto da fare, senza riuscirci del tutto, per stabilizzare la situazione e non era stato in grado di conciliare le due fazioni più influenti: quella del Primo ministro Fayez al Sarraj, di stanza a Tripoli con il suo governo e con il Parlamento, riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dal governo italiano, e quella del generale Khalifa Haftar, di stanza a Bengasi in Cirenaica, sostenuto dal governo di Parigi. Ora il caos sembra ritornato e una nuova milizia, il Movimento giovani di Tripoli, ha attaccato con razzi l’aeroporto della capitale, che è stato chiuso e spostato in quello di Misurata, distante 187 chilometri.

    L’inviato dell’ONU in Libia, Ghassan Salamè, ha auspicato la revisione degli accordi di sicurezza per Tripoli, riducendo l’influenza dei gruppi che usano le armi per i loro interessi particolari e che si sono abbandonati al saccheggio dello Stato, dei privati cittadini e delle istituzioni sovrane. Oltre all’aeroporto, un altro attacco è stato portato alla sede della “Noc”, la compagnia petrolifera nazionale libica, a Tripoli, minacciando di colpire anche i pozzi di petrolio. Lo Stato islamico ha rivendicato l’attacco il 10 settembre scorso, confermando che “i giacimenti di petrolio che sostengono i crociati e i loro progetti in Libia sono un obiettivo legittimo dei mujaheddin e i giorni a venire ne saranno testimoni”.

    In questo contesto burrascoso la visita di Moavero a Khalifa Haftar conferma la volontà dell’Italia di tenere aperto il dialogo con tutti, per evitare la caduta definitiva del Paese nelle mani delle milizie jihadiste. I buoni rapporti stabiliti con Il Cairo e quelli ormai consolidati con gli Emirati Arabi Uniti, entrambi sponsor di Haftar, hanno contribuito a vedere in Haftar un possibile interlocutore per garantire il ritorno della pace in Libia ed il raggiungimento di un equilibrio tra i due maggiori leader anti jihadisti, al Sarraj e Haftar, appunto. Moavero ha avuto a Bengasi un lungo e cordiale colloquio con Haftar. In un clima di consolidata fiducia “in cui vi è stata ampia convergenza per un’intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile”. Moavero ha auspicato che “ i cittadini libici devono essere messi in grado di esercitare la propria sovranità e di poter decidere liberamente il proprio destino”. Il riferimento è chiaramente rivolto alla Francia che vorrebbe le elezioni nel prossimo dicembre, mentre l’Italia considera che attualmente non vi sono le condizioni di sicurezza e di intesa nazionale necessarie. Haftar, tuttavia, ha espresso a Moavero il suo apprezzamento per l’impegno di politica estera dell’Italia, impegno ritenuto imprescindibile per la Libia, grazie anche alle svariate e articolate iniziative e proposte che lo caratterizzano. Il generale inoltre ha aggiunto di “essere pronto a dare il suo contributo per supportare attivamente la sicurezza, la stabilizzazione e il dialogo del Paese, per il bene di tutti i libici”. Un netto passo avanti, quello di Haftar, rispetto ad una recente intervista in cui definiva l’Italia come “il nemico”, minacciando un golpe militare contro “i terroristi” di Tripoli. Riavvicinamento concreto o solo di facciata? Una risposta l’avremo in novembre alla Conferenza internazionale sulla Libia ospitata in Italia. Se Haftar non vi partecipasse la conferenza perderebbe ogni significato, ma l’Italia, ciò nonostante, è costretta dai suoi interessi a perseguire un doppio obiettivo: da un lato coinvolgere Haftar per trovare un’intesa con Tripoli che favorisca la nostra ex colonia, ma dall’altro mantenere un saldo appoggio al governo di Al Serraj, perché in Tripolitania abbiamo i nostri interessi energetici ed è da quelle coste che si configurano le continue minacce dei flussi di immigrati illegali. Ma non si possono fare i conti senza la Francia che ha dimostrato di volersi interessare della Libia addirittura con una guerra disastrosa. Macron non mollerà la presa, ma dovrà rendersi conto che non potrà aspirare ad una leadership in Europa se nello stesso tempo vorrà perseguire una politica coloniale a suo uso e consumo in Africa, aggiungendo anche la Libia ai 14 Stati ex colonie, che già controlla accuratamente.

  • Importanti decisioni da prendere

    Nella vita di qualunque nazione viene sempre il momento

    in cui restano solo due opzioni: arrendersi o combattere.

    Nelson Mandela

    L’Albania viene ufficialmente classificata dalle istituzioni specializzate internazionali come un paese con “una democrazia ibrida”, rimanendo ancora, dal 1991, in un lungo e sofferente periodo di transizione. Ma il peggio è che l’Albania, da alcuni anni, sta tornando inarrestabilmente verso una nuova dittatura. Sono tante le evidenze e i fatti accaduti che lo testimonierebbero. Gli ultimi, il 16 settembre scorso, rendendo omaggio all’ex dittatore comunista durante alcune attività ufficiali.

    In una simile e allarmante situazione, le responsabilità dell’opposizione dovrebbero aumentare di pari passo con l’aumento degli abusi del potere da parte di coloro che governano, con la preoccupante diffusione della corruzione, con la grave e problematica connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, con la drammatica realtà causata dalla povertà diffusa ecc.. In una simile e allarmante situazione dovrebbero aumentare le reazioni forti e determinate dell’opposizione per contrastare ed evitare il peggio.

    Ormai è passato oltre un’anno dalla massiccia manifestazione pacifica ad oltranza (18 febbraio – 18 maggio), organizzata dall’opposizione e nota anche come la “Tenda della Libertà”. Durante quei tre mesi di protesta l’opposizione chiedeva garanzie per delle elezioni libere, oneste e democratiche in vista di quelle che si dovevano svolgere il 18 giugno 2017. Come conditio sine qua non l’opposizione chiedeva le dimissioni del primo ministro ed un nuovo governo tecnico che dovevano portare il paese verso le elezioni, non più a giugno ma in autunno 2017 (Patto Sociale n.255; 262). Purtroppo, dopo un lungo e mai trasparente incontro notturno tra il capo dell’opposizione e il primo ministro, loro dichiararono che si era giunti ad un accordo, che non è stato mai reso noto. Un accordo che ha permesso al primo ministro di vincere le elezioni con un risultato inaspettato anche per lui. Ma soprattutto un accordo che ha deluso tutte le aspettative dei manifestanti della “Tenda della Libertà”, deridendo e beffando i loro sacrifici (Patto Sociale n. 268). Il tempo ha dimostrato in seguito, soprattutto con il collasso elettorale dell’opposizione, che la giusta e sacrosanta causa di quella protesta è stata tradita senza rimorsi e senza alcuna convincente spiegazione da parte del capo dell’opposizione durante quell’incontro notturno del 17 maggio 2017 con il primo ministro.

    Da quel momento ad oggi la credibilità del capo dell’opposizione ha raggiunto i più bassi livelli. Soprattutto dopo la clamorosa sconfitta elettorale del giugno 2017 e l’altrattanto chiacchierata e contestata gara interna per l’elezione del capo del partito. In Albania ormai è opinione diffusa che il capo dell’opposizione sia, purtroppo, una persona poco affidabile. Mentre il primo ministro spesso, quando parla di lui, lo considera “un bravo ragazzo”. Chi sa perché?! Ormai in Albania c’è un’opposizione che più passa il tempo e più non convince nessuno, neanche coloro che la rappresentano. Ma essi, ognuno a modo suo e per delle proprie ragioni, cercano di trarre profitti e vantaggi. Così dicono almeno le cattive lingue. Mentre i cittadini patiscono le conseguenze. Una simile opposizione potrebbe servire al primo ministro, ma mai e poi mai all’Albania e agli albanesi. (Patto Sociale n.280; 291; 296; 300 ecc..).

    In una situazione del genere, è tempo di fare alcune domande, riferendosi alle accuse dell’opposizione, e che hanno bisogno di chiare risposte.

    È vero che la criminalità organizzata controlla tutto e tutti in Albania, potere politico compreso, oppure l’opposizione non conosce la realtà? È vero che la massiccia coltivazione della cannabis, diffusa su tutto il territorio, nonché il suo traffico illecito e di altre droghe pesanti, ha il beneplacito ed il supporto delle strutture statali e/o governative, oppure l’opposizione accusa a scopo politico? È vero che negli ultimi anni l’Albania è diventata, anche dai proventi della cannabis, un centro di lavorazione e di smistamento di droghe pesanti, cocaina compresa, verso i paesi europei, oppure l’opposizione sta delirando? È vero che il potere politico, tramite la criminalità organizzata, anche con i miliardi provenienti dalle droghe, condiziona, controlla e decide i risultati elettorali, oppure tutte queste accuse sono delle fandonie dell’opposizione? È vero che la corruzione sta cancrenizzando tutte le strutture e le istituzioni dello Stato e dell’amministrazione pubblica, oppure l’opposizione sta farneticando? È vero che l’Albania è diventato uno dei primi paesi nel mondo e il primo in Europa per il riciclaggio del denaro sporco, oppure l’opposizione e le istituzioni internazionali specializzate non stanno dicendo la verità? È vero che l’Albania è diventato uno tra i primi paesi per il numero di richiedenti asilo nei paesi europei, oppure l’opposizione sta cercando di incupire la realtà? È vero che le ragioni per le quali gli albanesi, soprattutto i giovani, lasciano il paese sono la disperazione, la povertà diffusa e la mancanza di qualsiasi speranza, oppure l’opposizione mente? È vero che la povertà sta aumentando paurosamente e che sta affliggendo sempre più famiglie, oppure l’opposizione accusa il governo ingiustamente? È vero che il sistema dell’istruzione pubblica si sta sgretolando con tutte le gravi conseguenze per il futuro del paese, oppure l’opposizione sta bluffando? È vero che alcuni, pochissimi oligarchi, legati al potere politico con accordi occulti, concepiscono la stipulazione di determinate leggi e/o altri atti normativi ad personam e poi condizionano la loro approvazione, oppure l’opposizione fa delle accuse infondate? È vero che con alcuni atti irresponsabili del primo ministo e di chi per lui si stanno minacciando seriamente gli interessi del paese e l’integrità territoriale dell’Albania, oppure l’opposizione parla a vanvera? È vero che l’incapacità della Corte Costituzionale e della Corte Suprema di svolgere le proprie funzioni è conseguenza diretta di un piano diabolico del primo ministro, oppure l’opposizione sta cercando di creare una tempesta nel bicchiere? È vero che la riforma del sistema della giustizia, sbandierata come un enorme successo dal primo ministro è, in realtà, un totale fallimento, oppure l’opposizione sta calunniando? È vero che ormai tutto il sistema della giustizia è controllato dal primo ministro, oppure l’opposizione sta cercando di ingannare l’opinione pubblica a casa e le istituzioni internazionali? È vero che in Albania si sta restaurando una nuova dittatura, quella in cui il potere politico, la criminalità organizzata e alcuni oligarchi, legati da accordi occulti, controllano e decidono su tutto e tutti, oppure l’opposizione sta facendo una disperata propaganda? Perché se tutto o parte di quelle accuse fossero vere, allora bisogna agire immediatamente. E non con delle parole e promesse non mantenute.

    Chi scrive queste righe è convinto che la situazione in Albania è veramente grave. Tenendo presente la realtà, egli crede fermamente nell’importanza e nell’indispensabilità delle proteste. Perché è convinto che quando il governo viola e calpesta i diritti dei propri cittadini, allora il più sacro diritto e l’indispensabile dovere dei cittadini è la ribellione contro il governo per rovesciarlo.

  • Equità fiscale: 3.7 milioni, 23.3 milioni , 150 persone…

    Uno dei concetti più usati per ragione contro la flat tax è relativo al fatto che questa favorisca mediamente i redditi oltre i 30.000 euro e quindi escluda dai benefici di una aliquota piatta quasi l’80% della popolazione italiana. Da anni i fatti continuo ad indicare, per una riduzione del carico fiscale vista come unica soluzione finanziariamente sostenibile, la riduzione delle aliquote e della loro progressività. L’unicità della soluzione nasce dalla sostenibilità finanziaria anche in considerazione del fatto che il nostro Paese continua a dimostrare una crescita del debito pubblico  due volte e mezza superiore rispetto alla crescita del PIL. In tal senso si ricorda anche che in presenza di una riduzione del PIL reale rispetto a quello previsto (2018 anno in corso 1.1% attuale rispetto alle previsioni di 1,4 %) questo determini automaticamente un aumento della pressione fiscale stessa.

    Tornando quindi alla politica fiscale strutturata in una costante lieve riduzione delle aliquote e della loro progressività per ridare un po’ di supporto alla domanda interna, contemporaneamente la leva fiscale dovrebbe venire utilizzata anche come fiscalità di vantaggio al fine di favorire gli investimenti nel nostro Paese. Questa fiscalità offre  la possibilità di raggiungere il doppio obiettivo di favorire il reshoring produttivo di attività una volta delocalizzate in un paese a basso costo di manodopera e, di conseguenza, aumentare l’occupazione di buon livello, sia professionale che retributivo. Quindi come obiettivo correlato si otterrebbe anche un sostegno alla crescita della domanda interna.

    Ovviamente per trovare la propria copertura si dovrebbe avviare un’azione di ottimizzazione della spesa pubblica, la famosa spending review, mentre  l’anno successivo la copertura dovrebbe  arrivare dal maggiore gettito fiscale legato alle nuove attività industriali con forte ricaduta occupazionale presenti sul nostro territorio. Non va infatti dimenticato che in un mercato complesso e globale come quello attuale, l’economia non rappresenta un sistema perfetto nel quale applicare teorie economiche con manieristica ottusità  ma un insieme complesso ed articolato sempre alla ricerca di un proprio equilibrio senza mai trovarlo.

    Partendo da questo oggettiva considerazione è evidente quindi come la fiscalità, o meglio, la politica fiscale attuata dai vari governi possa rappresentare molto più della politica monetaria, uno dei fattori performanti e competitivi che possano favorire una crescita economica successivamente alla quale può anche subentrare la funzione di redistribuzione del reddito con i servizi erogati dallo Stato attraverso il prelievo fiscale.

    La rinuncia ad una quota della fiscalità normale viene in questo modo ripagata dal maggior gettito dell’anno successivo grazie alla maggiore occupazione creata con gli investimenti allettati appunto dalla fiscalità di vantaggio ma anche grazie al benessere diffuso che, di conseguenza, si riverbera attraverso la crescita dei consumi e il maggiore gettito dell’ IVA e delle altre accise sui consumi.

    In questo senso si ricorda che l’Italia rispetto alla crisi del 2010 risulti ancora al di sotto di oltre il 2% come livello di consumi, il che dimostra come  le politiche fiscali degli ultimi anni non abbiano ottenuto neppure un effetto redistributivo del reddito ma solo quello di coprire assieme al debito l’esplosione della spesa pubblica improduttiva.

    E’ perciò evidente come il livello dei consumi rappresenti un indicatore inequivocabile del benessere diffuso che la politica economica e quindi anche quella fiscale abbiano determinato negli ultimi anni. In questo senso allora può risultare interessare constatare come l’indice dei consumi risulti inferiore a quello dell’inflazione dello 0,3%. In questo contesto disastroso va ricordato invece come il  governo Gentiloni abbia inserito la flat tax al 26%  per le rendite finanziarie che favorisce le rendite oltre i 750.000 euro, in più con una possibilità esclusa per le imprese di compensare anche le minusvalenze.

    Ancora più insultante è l’intervento del governo Renzi che ha inserito la cedolare fissa di 100.000 euro per tutti i percettori di reddito superiore al milione che intendessero scegliere l’Italia come propria residenza fiscale. Solo per dare un esempio: una persona con un reddito di  un milione di euro verserà al fisco italiano centomila euro applicando una aliquota del 10%, mentre se il reddito risultasse di dieci milioni l’aliquota applicata risulterebbe essere del’l,1%.

    Una fiscalità di vantaggio per le singole persone dai redditi milionari non avrà e non può avere nessun tipo di ricaduta per la collettività e per i contribuenti cittadini italiani, se non forse l’aumento del valore degli immobili di prestigio. Si ricorda invece come la tassazione sul lavoro sia del 48%!

    In considerazione quindi allo stato attuale di questo sistema fiscale, assolutamente sbilanciato, la prima riforma fiscale che un governo di persone oneste e competenti dovrebbe varare dovrebbe venire individuata nella soppressione di questa volgare ed iniqua cedolare secca per i redditi multimilionari che rende l’Italia un paese indegno e non certo europeo. Anche perché a tal proposito si ricorda che la fiscalità di vantaggio dei paesi dell’Unione Europea riguarda la volontà di essere maggiormente attrattivi per gli investimenti e le imprese estere che generano occupazione e non certo dei singoli percettori di alto reddito come in Italia. Si continua infatti a parlare a sproposito di investimenti in infrastrutture la cui ricaduta risulta positiva nel medio lungo termine (come fattore competitivo per le imprese), mentre la politica fiscale ha degli effetti immediati sul reddito disponibile dei cittadini e dei contribuenti e rappresenta l’unico modo per ridare un po’ di fiducia che troverebbe sicuramente una manifestazione anche attraverso un aumento dei consumi. Oltre ovviamente a riportare un senso di equità fiscale che attualmente è completamente dimenticato tanto dai sostenitori della flat tax e dell’uscita dall’euro quanto dei loro predecessori. Atteggiamenti entrambi figli di una incompetenza e disonestà intellettuale ormai senza orrore di se stessa.

    P.S. Nel caso qualcuno si chiedesse il significato dei numeri del titolo: persone ed aziende sottoposte al regime fiscale con aliquota media del 48% 3.7 milioni di imprese; 23.2 milioni di occupati; numero di persone che ottengono il regime fiscale forfettario con cedolare fissa a 100.000 euro per reddito oltre 1 milione: 150 …

     

  • Proposte per governare invece che dichiarare o blaterare

    Ogni giorno il sistema dell’informazione è ridondante di dichiarazioni e smentite dei due vicepremier e di alcuni ministri mentre rimane praticamente silente il presidente del Consiglio. Le dichiarazioni riguardano praticamente sempre gli stessi temi: flat tax, reddito di cittadinanza, immigrazione. Silenzio, invece, per quanto riguarda le iniziative possibili per far ripartire il sistema economico e trovare quei posti di lavoro dei quali il Paese, la gente, ha necessità.

    La ricostruzione del ponte di Genova, che ha creato più polemiche che vero cordoglio per le vittime ed un impegno immediato per evitare che sciagure annunciate abbiano a ripetersi, dovrebbe aprire la strada alla ricostruzione, o bonifica, di migliaia di ponti e viadotti, una parte dei quali è già stata riconosciuta come pericolante (mentre di tanti altri non si conosce ancora l’esito delle ispezioni, ammesso che queste siano state disposte e/o siano in corso). Questa ‘operazione sicurezza’, oltre ad essere una necessità,  sarebbe sicuramente un volano per l’economia: oltre alle maestranze occorreranno tecnici qualificati, materiale edile e quanto di conseguenza.

    Nella ‘operazione sicurezza’ andrebbero finalmente inserite tutte quelle scuole italiane che da tempo necessitano di interventi urgenti. Si parla di 14 miliardi necessari a portare a compimento la messa in sicurezza degli edifici nei quali studiano i nostri figli!

    L’Italia inoltre ha da decenni una rete idrica che perde più della metà dell’acqua potabile, con un danno gravissimo per una risorsa, l’acqua appunto, che è un bene sempre più prezioso, come dimostra la situazione tragica di città e Paesi del Sud Italia che hanno l’acqua soltanto ad orario o addirittura a giorni prestabiliti. La siccità del 2017 ha dimostrato che anche nel Nord Italia la carenza d’acqua ha costretto al razionamento e all’approvvigionamento tramite autobotti. Un progetto serio per riformare la rete idrica porterebbe vantaggi considerevoli ed ulteriore incremento delle attività lavorative, includendo oltre alle opere edili il materiale per le tubazioni.

    Costi sicuramente enormi ma ancora più enorme sarebbe la ripresa economica del Paese se queste opere fossero poste in essere immediatamente. Altrettanto certamente l’Europa non sarebbe sorda ed immobile di fronte a progetti specifici per opere necessarie. Tanto lo sforamento del 3% non può essere accettato per un reddito di cittadinanza tout court o per una flat tax, tanto la ricostruzione di quanto sopra detto, così come delle zone terremotate, vedrebbe l’avallo della Ue, anche con fondi specifici della stessa Unione.

    Da più parti si è sempre sostenuto che l’edilizia è uno dei principali volani per far ripartire l’economia e l’edilizia che fa da volano non è certo quella che costruisce qualche fatiscente villetta bifamiliare o che consuma inutilmente il suolo, ma quella che tramite le opere necessarie contribuisce al rilancio del Paese

    Ma c’è ormai non più soltanto l’impressione ma la certezza che il governo non sia preparato ad affrontare questi temi ma che cerchi, tra una dichiarazione urlata e un tweet accattivante, di trascinare l’alleanza fino alle elezioni europee, in una continua campagna elettorale alla fine della quale, come facevano i bambini a scuola, verificare chi ce l’ha ‘più lungo’.

    Purtroppo anche i partiti dell’opposizione, da destra a sinistra, sono coinvolti nello stesso gioco elettorale e trascinati dalle vicende interne in uno sterile avvitamento, con la conseguenza che anche da parte delle opposizioni non arrivano proposte che convoglino l’attenzione dell’opinione pubblica su temi seri e che impongano al governo di governare invece che dichiarare.

    Anche l’assenza, sul piano delle proposte, delle rappresentanze di categoria e dei sindacati, così come del mondo della cultura, contribuisce all’immagine di un Paese incapace di guardare non solo avanti ma anche al giorno dopo. E questa immagine, che di fatto non corrisponde ai milioni di persone che quotidianamente, in silenzio e con determinazione, lavorano per migliorare la propria azienda o per salvaguardare la propria famiglia, è quella che ci rappresenta all’estero, che ci toglie ogni giorno credibilità e, di conseguenza, possibilità di alleanze non suddite, di ottenere ascolto e assenso alle eventuali proposte.

  • Vent’anni di inutile storia

    Un arco di tempo di vent’anni può rappresentare un valido arco temporale per valutare i risultati ottenuti in rapporto alle dichiarazioni ed alle promesse elettorali dai vari governi. Più di vent’anni rappresentano anche l’arco di tempo scelto dalla Cgia di Mestre, dopo un’accurata analisi, per indicare in duecento (200) miliardi la pressione fiscale aggiuntiva. Negli ultimi vent’anni quindi risultano sottratti dalle tasche dei contribuenti duecento miliardi di euro a parziale copertura della ingovernabilità ed insostenibilità della spesa pubblica. A questa maggiore pressione fiscale fa riscontro, per di più, un livello dei servizi mediamente erogato dallo Stato o dagli enti locali qualitativamente di livello inferiore di anno in anno.

    Risulta allora interessante ricordare come nel 1998, quindi sempre vent’anni addietro, il debito pubblico risultasse di 1.731.058 miliardi di euro all’epoca del governo Prodi e D’Alema.

    Attualmente risulta già ampiamente raggiunta la soglia di 2349 miliardi di euro (fonte Istituto Bruno Leoni) di debito pubblico. Appare quindi imbarazzante la somma tra le nuove tasse unite alla crescita del debito pubblico.

    Sempre negli ultimi vent’anni ammonta ad oltre seicentoventi miliardi (620) il nuovo debito pubblico, +200 di maggiore di imposizione fiscale. Totale 820 miliardi “solo” in vent’anni utilizzati semplicemente a copertura della maggiore spesa corrente essendo la spesa in conto capitale praticamente azzerata. Una cifra assolutamente improponibile anche per un bilancio dello Stato e che rappresenta la fotografia del disastro economico, finanziario e gestionale che accomuna nella responsabilità l’intero arco costituzionale dei partiti che si sono succeduti alla guida del nostro Paese,  in particolare dalla seconda metà degli anni novanta fino ad oggi, come emerge evidente dal grafico in foto.

    Questo dimostra inequivocabilmente come non sia mai diminuita la spesa pubblica e tantomeno la pressione fiscale seguite dal costante aumento del  debito pubblico: una strategia comune a tutti i governi di centro-destra come di centro sinistra. L’esplosione poi emerge evidente a partire dal 2015/2016, periodo nel quale il debito, con il governo Renzi e Gentiloni, aumenta di 2,5 volte più velocemente del PIL portandosi alla drammatica situazione attuale di un rapporto insostenibile di oltre il 130% tra debito e PIL.

    Tornando all’analisi dell’ultimo ventennio è evidente come a fronte di queste cifre iperboliche di nuova spesa pubblica (sostenuta e dall’aumento del debito pubblico e della pressione fiscale) non abbia mai fatto riscontro un aumento del livello dei servizio, dimostrando, ancora una volta, come siano gli enti pubblici nella loro erogazione dei servizi stessi il vero problema dell’ inefficienza della pubblica amministrazione. Questa responsabilità va ovviamente equamente condivisa tanto tra chi ipotizzava una diminuzione “di un giorno lavorativo” come la esemplificazione di una visione semplicistica ed impropria relativa all’ingresso nell’euro. Quando invece si sarebbero dovuti diversamente utilizzare i risparmi sui costi al servizio del  debito pubblico grazie alla riduzione dei tassi medi invece di finanziare nuova spesa pubblica.

    Una responsabilità che ovviamente coinvolge anche brillanti candidati al premio Nobel  per l’economia convinti di risolvere il problema della inefficienza della pubblica amministrazione attraverso l’introduzione dei tornelli, mentre invece si sarebbe semplicemente dovuto inserire su un parametro di efficienza che valutasse l’esito tra le pratiche presentate ed  evase per aumentare la produttività della stessa amministrazione.

    Un disastro talmente evidente dato dalla somma del maggiore debito pubblico e della maggiore pressione fiscale (820 mld) che emerge dal semplice confronto tra i dati dei consumi del 2010 in Germania che sono aumentati di oltre il 13%, in Francia di oltre 10% mentre in Italia risultano  inferiori ancora del 2%.

    L’incrocio tra i dati  relativi all’aumento del debito pubblico dalla seconda metà degli anni ‘90 fino ad oggi unito alla maggior pressione fiscale degli ultimi vent’anni dimostrano inequivocabilmente come la gestione della macchina amministrativa presenta delle falle incontenibili che mostrano un costo doppio per la collettività e soprattutto per le imprese e per i  lavoratori.

    Il primo viene indicato dalla mancanza di un servizio finanziato attraverso la pressione fiscale e il debito che si rivela di scarso livello e non certamente in linea con le aspettative che un mercato globale impone ad una nazione come l’Italia.

    In questo senso basti pensare a tutte le classifiche che ci vedono tra gli ultimi posti tanto in Europa quanto nel mondo come numero di laureati al quale il mondo accademico risponde attraverso l’adozione del numero chiuso. In più esiste un secondo costo che viene rappresentato dalla necessità per gli stessi cittadini come per le imprese obbligati a ricercare nel settore privato quei determinati servizi che la pubblica amministrazione non sa offrire ad un livello adeguato. Si pensi ai diversi tempi di attesa per una visita con lo stesso medico all’interno della medesima struttura ospedaliera a seconda che si vi si acceda attraverso la via pubblica o privata.

    Sempre nell’ultimo ventennio il PIL dell’Irlanda è cresciuto ad una velocità molto superiore rispetto a quello italiano tanto da passare in termini assoluti da 1/25 di quello italiano al livello attuale di 1/5. Sono gli effetti di una gestione della pubblica amministrazione e della finanza pubblica assolutamente insostenibili, come la Corte dei Conti ogni anno ammonisce senza ottenere mai una risposta dal mondo politico stesso e tantomeno da quello accademico che, in questo caso, risulta  legato a doppio filo con quello politico.

    Una situazione talmente grottesca da coinvolgere persino la classe politica attuale che si considera nuova e che vorrebbe portare o meglio riportare il nostro Paese ad una valuta debole (la lira) convinta che questo porterebbe ad una esplosione delle esportazioni. Anche in questo caso una imbarazzante analisi come visione semplicistica che ridicolizza le competenze in campo economico  in quanto il debito pubblico andrebbe comunque pagato in valuta pregiata e non soggetta ad una  continua svalutazione: il che provocherebbe una ulteriore spinta inflazionistica legata all’esplosione dei costi al servizio del debito stesso.

    La storia economica degli ultimi vent’anni insegna e dimostra i “risultati” ottenuti attraverso determinate politiche economiche e sociali. Oltre ottocentoventi miliardi di nuova spesa pubblica finanziata, 620 a debito e 200 con nuove tasse. Un aumento che i ministeri sono riusciti ad ottenere attraverso la “contabilizzazione extra bilancio”, già fortemente criticata dalla Corte dei Conti, tanto da accrescere la spesa dei ministeri negli ultimi cinque  anni di altri cento miliardi.

    Questi numeri suggeriti dalla Cgia di Mestre incrociati con quelli dell’esplosione del debito pubblico e della spesa pubblica dimostrano come in Italia gli ultimi vent’anni di storia risultino  passati inutilmente e come la nostra crisi economica rappresenti solo un aspetto di una ben più grave crisi culturale. Appunto …Vent’anni di inutile storia.

  • In attesa di Giustizia: giustizia per pubblici proclami

    Nel corso di una gremita conferenza stampa, il Premier Conte ha annunciato l’approvazione in Consiglio dei Ministri del testo di decreto che individua nuovi interventi a contrasto della corruzione.

    Il testo non è ancora disponibile e, dunque, ragioniamo solo sulle anticipazioni fatte senza poter scendere più di tanto nei dettagli tecnici individuando eventuali criticità. A prima vista, alcune sono già evidenti.

    Non vi è dubbio che il malaffare pubblico-privato sia uno dei mali endemici del nostro Paese e che imponga un contrasto adeguato: la sensazione è che – ancora una volta – si proceda per pubblici proclami volti essenzialmente a soddisfare le aspettative un po’ forcaiole della piazza. Dunque, di chi vota e, forse, tornerà a votare prima di cinque anni.

    Vediamo quali sono le linee guida dell’intervento proposto: utilizzo di infiltrati delle Forze dell’Ordine, inasprimento delle pene, creazione di nuove figure di reato (pare oltre una mezza dozzina), DASPO sul modello della giustizia sportiva ai corrotti e cioè a dire esclusione dai pubblici appalti a vita, salvo riabilitazione ma con termini molto maggiori di quelli previsti in via ordinaria per tutti gli altri reati:  omicidi, fatti di grande criminalità mafiosa, traffico di stupefacenti e violenze sessuali incluse.

    Una prima domanda che sorge spontanea è: ma se uno dei soggetti coinvolti nei fatti di corruzione è necessariamente un funzionario dell’apparato dello Stato non dovrebbe forse essere l’Amministrazione da cui dipende a dover vigilare per prima sui propri dipendenti? Senza, dunque, alcuna  necessità di ricorrere ad agenti sotto copertura che non è ben chiaro al momento in che modo, quando e con quale ruolo dovrebbero e potrebbero infiltrarsi non potendo fungere da agenti provocatori e cioè stimolare l’illecito.

    Una seconda perplessità riguarda il cosiddetto DASPO e in particolare i termini per ottenere la riabilitazione (vale a dire la cessazione per buona condotta dagli effetti pregiudizievoli di una condanna penale) più che raddoppiati rispetto alla previsione normativa per altre tipologie di delitti anche gravissimi: disposizione in odore di incostituzionalità ai sensi dell’art. 3 che detta la uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge in combinazione con l’art. 27 che tratta le finalità rieducative – dunque non meramente afflittive – della pena.

    E ancora a questo proposito: quale funzionario della Pubblica Amministrazione condannato per corruzione dovrebbe mai restare al suo posto e non essere licenziato? E quale corruttore privato avrebbe, già oggi, i requisiti per contrattare con la Pubblica Amministrazione che, facendo buon governo della sua discrezionalità, lo può (lo dovrebbe) comunque escludere dalla partecipazione alle gare? Il DASPO lo abbiamo già, volendo, basta sapere impiegare gli strumenti a disposizione

    Non mancano infine, come anticipato, né l’inasprimento delle pene, né la introduzione di nuovi reati: vedremo questi ultimi in cosa consistono e, soprattutto, come sono costruite le ipotesi auspicando che non siano confuse o doppioni di altre già esistenti o di difficile omologazione con il palinsesto punitivo già esistente.

    Quanto all’inasprimento delle pene, presunto rimedio frequentemente adottato a fronte di emergenze reali o presunte, basterebbe che il nostro legislatore dia una lettura anche superficiale al saggio “Punizione Suprema” che illustra come, nel sistema  americano, nemmeno la pena di morte  abbia svolto alcun effetto dissuasivo rispetto alla commissione di omicidi il cui numero e tasso percentuale rimane inesorabilmente invariato nonostante l’impegno profuso dal boia negli Stati dove è prevista. Andrà a finire che ad un aumento del rischio, invece che ridursi il fenomeno, aumenterà  il prezzo della corruzione: come è già avvenuto dopo “Mani Pulite”.

    Forse è presto per criticare, bisognerà leggere il testo quando verrà reso pubblico e soprattutto quello approvato; qualcosa, tuttavia, lascia già perplessi e per prima la considerazione che ancora una volta si è pensato a come reprimere e sanzionare comportamenti illegali  che inquinano il sistema economico  e non a prevenirne efficacemente la commissione.

  • L’importanza di un vaccino

    Caro Direttore,
    anni fa, quand’ero Assessore regionale alla Sanità della Regione Lombardia, ricevetti un’Associazione di genitori che mi chiesero di eliminare le vaccinazioni: non dissi nulla, mi alzai dalla poltrona, girai intorno alla scrivania e mi posi di fronte a loro. Alzai poi il pantalone della mia gamba destra che mostrai nella sua magrezza ed insufficiente muscolatura dovute agli esiti di una poliomelite avuta nel 1949 a 4 anni.

    Non ci fu più bisogno di parlare, si alzarono ci salutammo cortesemente e li accompagnai alla porta. Poco tempo dopo il 1949 venne scoperto il Sabin e grazie a quel vaccino oggi, come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la poliomelite è quasi completamente scomparsa nel mondo. Perché Le scrivo tutto ciò? Perché mi auguro che i partiti presenti in Regione ed in particolare quelli del centro destra, usino il cervello e la volontà politica per sollecitare l’Assessorato alla Sanità ad emettere un’ordinanza per l’obbligatorietà delle vaccinazioni.

    La politica non deve intromettersi nella gestione della scienza se non per la parte che riguarda il finanziamento per la sua ricerca, che è ancora basso, ed è utile per tutti i cittadini.

    La politica è una visione della Società e per realizzarla nel modo più perfettibile umanamente deve anche educare e fare scelte (con priorità) che possono anche non essere condivise da una parte della popolazione. Ma se la politica si limita ad accettare supinamente ed addirittura ampliare ancor più gli umori dei singoli allora muore e rimane solo l’anarchia inconcludente e dannosa per tutti gli uomini.

    Grazie

    Carlo Borsani
    ex Assessore alla Sanità della Regione Lombardia

  • Ritroviamo la voce

    A prescindere dalle valutazioni politico partitiche e dalle loro dirette conseguenze lo scenario italiano è complesso e le prospettive non lasciano sereni. La Lega, per la confisca dei beni, rischia di doversi rifondare  e non si sa in che formula rispetto agli altri movimenti del Centrodestra, nei Cinque Stelle è sempre più evidente la presenza di anime diverse: da Di Maio a Fico, da Grillo a Di Battista, anime diverse e progetti confusi ed in gran parte irrealizzabili. Il Partito Democratico, persa da tempo l’identità, non trova un ubi consistam e si attorciglia nella rissa interna invece che preparare, come sarebbe d’obbligo in una democrazia, un progetto per l’alternanza. In sintesi, chi governa non sembra al momento in grado di governare e chi dovrebbe rappresentare l’opposizione, per costruire un’ipotesi alternativa, non è influente o è addirittura assente.

    Nel frattempo l’Europa rimane latitante sui temi urgenti, dall’immigrazione all’economia, si occupa di quisquiglie, quali l’ora legale, e assiste imbelle al franare di tutti i progetti sul Mediterraneo mentre si rinsaldano i rapporti tra alcuni paesi membri e la Russia e questo, ovviamente, non aiuta quella fantomatica unione politica che dovrebbe essere alla base dell’Europa stessa. Intanto il Regno Unito non ha ancora deciso cosa fare in seguito alla Brexit e tra i tanti problemi che ne discendono vi sono anche quelli legati alle prossime elezioni per il Parlamento europeo e per il presidente della Commissione.

    Negli Stati Uniti è sempre più insistete la voce di impeachment per il Presidente Trump e comunque le elezioni di metà mandato potrebbero aprire nuovi scenari, intanto in America Latina, a partire dal Venezuela, la situazione è sempre più drammatica e continuano, da alcuni paesi, esodi di massa dovuti non solo alle nuove povertà ma anche alla mancanza di cibo.

    Inutile commentare le tragedie africane, le guerre in corso, non solo in Libia ed in Siria, il ritorno strisciante ma inesorabile dei movimenti terroristi, la disperazione di milioni di persone che subiscono massacri e torture e non sono certo rosei gli scenari nei paesi del Golfo e in tutta l’area orientale.

    Dal punto di vista economico la mondializzazione dei mercati continua incontrollata, per la decennale incapacità di riformare l’Organizzazione Mondiale del Commercio e per la spregiudicatezza di gran parte di un sistema industriale arrogante e autoreferenziale che sta portando il capitalismo ad essere espressione sciagurata, per le conseguenze sulle persone, tanto quanto il comunismo.

    Scenari che rischiano di diventare apocalittici come la profezia di Nostradamus o più semplicemente scenari dovuti all’arroganza e all’ignoranza di uomini che, in un delirio di onnipotenza e impreparazione, stanno scavando, con le loro mani, la fossa alla democrazia, allo stato sociale, alla libertà e al benessere così faticosamente raggiunto nei decenni passati.

    Parlare della sempre più pericolosa situazione del clima o delle infrastrutture obsolete che macinano morti non fa che evidenziare quanto sia da troppo temo carente il senso del dovere di coloro che rapprendano le istituzioni ed inesistente la coscienza di tanta imprenditoria, di tanta parte del sistema informativo ma anche di tanti cittadini abituati ormai più a seguire gli impulsi della “pancia” che a ragionare sui problemi. Sembra la stagione di Sodoma e Gomorra o del Diluvio universale nel ripetersi di cicli storici che vedono le società morire quando si illudono di essere al di sopra di ogni regola. Forse tutto è ormai inevitabile o invece forse potremmo invertire la rotta, riprovare a raddrizzare la colonna vertebrale, tornare ad avere il coraggio di fare qualcosa, anche nel nostro quotidiano. In realtà in una società cloroformizzata nella quale i maestri del disimpegno hanno da tempo la meglio e si confonde il giusto per tutti con il politicamente corretto per pochi anche i più coraggiosi rischiano di arrendersi. Per questo ogni voce, capace di unirsi ad altre voci, per rifondare una comune coscienza civile e politica è necessaria ed urgente per farsi sentire.

  • Ormai è già settembre

    L’uomo vuole sempre sperare. Anche quando è convinto di essere disperato.

    Alberto Moravia

    Nel 1969 veniva proiettato un film del regista Sydney Pollack “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They shoot horses, don’t they?). Tutto tratto dal romanzo pubblicato nel 1935 dallo scrittore Horace McCoy, titolo compreso. Evocando quanto accadeva in California subito dopo la grande depressione succeduta alla crisi del 1929, il film rimane sempre attuale con le sue allegorie e i suoi messaggi. Tutto si svolge durante una maratona di ballo. Erano gare diffuse in quel periodo. Gare massacranti, alle quali partecipava gente disperata e portata agli estremi fisici e psicologici, dalla schiacciante povertà causata dalla crisi. Coppie di ballerini, create spesso a caso, dovevano gareggiare fino all’esaurimento delle loro forze, in maratone che duravano per tanti giorni, con la sola speranza e l’unico obiettivo: vincere un premio in denaro. Gente di età, formazione e provenienza molto diversa, spinta dalla disperata necessità e speranza di sopravvivenza. Ignara però che dal premio in denaro i vincitori dovevano cedere una cospicua parte all’organizzatore della maratona, che era in realtà il vero vincitore. Quando Gloria, un’aspirante attrice e una delle protagoniste principali del film, viene a sapere questa crudele verità chiede al suo compagno di ballo di spararle, come si farebbe con un cavallo zoppo. Proprio come si fa vedere all’inizio del film; l’uccisione di un cavallo che non serviva più a niente. Un’allegoria su quanto succede quotidianamente, anche adesso, in diverse parti del mondo. Un’allegoria che si riferisce alla predestinata sorte di tutti coloro che si illudono, non essendo in grado e/o non riuscendo a prendere seriamente in considerazione quello che può veramente succedere in una realtà che precipita di male in peggio.

    Un’allegoria che si verifica quotidianamente anche in Albania in questi ultimi anni. Quanto sta succedendo dimostra le sofferenze continue, le umilianti situazioni in cui si trovano, loro malgrado, sempre più persone. Persone che, spinte dalla disperazione, si aggrappano a qualsiasi effimera opportunità per avere qualche soldo in più. Vendendo corpo e anima, vendendo la dignità e annientando ulteriormente le aspettative per un futuro migliore. Futuro che, certo, non lo salva neanche l’indifferenza. Anzi! Tutto in un paese sul quale sta incombendo lo spettro di una crisi multidimensionale. I segnali non mancano e stanno aumentando paurosamente con il tempo. Non a caso sempre più persone stanno scappando dall’Albania verso i paesi europei. Tanti richiedenti asilo che, come numero, sono ai primi posti, insieme con i siriani, gli afgani, gli eritrei ecc.. Sono fatti e cifre che smentiscono ogni e qualsiasi tentativo di propaganda governativa. Attualmente l’Albania sta precipitando in una situazione, che purtroppo ha tante cose in comune con quanto accadeva in America durante la grande depressione, dopo la crisi del 1929.

    Ma quanto sta succedendo in questi ultimi anni in Albania dimostra anche il cinismo, la spietatezza e la crudeltà di coloro che governano, criminalità organizzata compresa. Sì, perché ormai sono stati tanti i fatti accaduti e pubblicamente noti, non solo in Albania, che testimoniano la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata. Fino al punto che non si sa chi governa realmente. Anche perché è noto: criminali non sono soltanto quelli che uccidono, trafficano, rubano e violentano. Anzi! I veri criminali sono proprio quelli che concepiscono, organizzano, ordinano e rendono possibile che tutte quelle cose accadano.

    La connivenza tra lo Stato, governo in testa, e la criminalità organizzata in Albania, la testimoniano le enormi quantità di cannabis coltivate sul tutto il territorio e il suo inarrestabile traffico illecito verso le coste italiane e altri paesi europei. Cose del genere non possono mai e poi mai succedere senza il beneplacito politico e l’appoggio delle strutture dello Stato. Quantità che, soltanto l’anno scorso, si valuta abbiano portato introiti miliardari in euro. La testimonia, altresì, l’aumento delle quantità delle droghe pesanti, cocaina compresa, che si smistano dall’Albania verso altri paesi europei. La testimonia il coinvolgimento, ormai evidenziato, di molti alti funzionari della polizia di Stato in una simile attività criminale. Una connivenza testimoniata anche dal fatto che l’ex ministro degli Interni, grazie ad una lunga indagine della procura di Catania, ormai è sotto inchiesta in Albania. Le cattive lingue dicono che se non sia stato ancora arrestato lo deve solo e soltanto alla copertura politica e alla pressione sulla procura che sta indagano. Tutto orchestrato dal primo ministro in persona, dopo alcuni chiari e molto significativi messaggi mafiosi che gli ha mandato l’ex ministro. Una connivenza testimoniata palesemente anche da un altro fatto. E cioè che “stranamente” l’attuale ministro degli Interni (un ex inquisitore durante il regime comunista), colui che è succeduto a quello sopracitato, ha degli scheletri nell’armadio. Suo fratello è stato condannato in Italia per traffico illecito di stupefacenti. Come mai? Ma la connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata la dimostrano anche tanti altri fatti ormai pubblicamente noti. La dimostra, tra l’altro, quanto sta accadendo ultimamente, durante questi mesi, con la recrudescenza delle attività criminali e la “strana” incapacità della polizia di Stato e delle procure ad intervenire. Come succedeva nell’America degli anni’30 del secolo passato con le bande criminali che cercavano di controllare il territorio per lo spaccio delle droghe e altro.

    Anche durante questi mesi estivi non sono mancati altri allarmanti fatti, eloquenti avvisaglie di una situazione grave e molto preoccupante. Proprio perché durante questi mesi estivi c’era il campionato mondiale di calcio e, in generale, con l’attenzione pubblica un po’ assopita, alcune diaboliche menti hanno scelto proprio questo periodo per portare avanti dei progetti corruttivi, in palese contrasto con la Costituzione della Repubblica e le leggi in vigore.

    Oltre all’esempio per eccellenza dell’abuso del potere politico ed istituzionale, e cioè quello del Teatro Nazionale (Patto Sociale n.316), durante questi mesi estivi se ne sono aggiunti altri. Sono stati evidenziati ulteriori casi che testimoniano il [voluto] fallimento della riforma di giustizia e il controllo, da parte del primo ministro, di tutto il sistema. Sono stati denunciati molti appalti pubblici abusivi e corruttivi. Sono stati denunciati altri gravi scandali, tuttora in corso. La criminalità organizzata è stata molto attiva con delle uccisioni mafiose. Una giornalista investigativa è stata minacciata a suon di raffiche di mitra contro l’abitazione. Tutto ciò e altro soltanto durante questi due mesi estivi.

    Nel frattempo l’opposizione ha dichiarato pubblicamente che a settembre cominceranno le proteste inarrestabili, con l’unico obiettivo: la caduta del governo. Chi scrive queste righe auspica che non sia l’ennesima delusione. Sarà tutto da vedere. Forse coloro che dirigono l’opposizione, hanno beneficiato di un lungo periodo di “ritiro spirituale” estivo e porteranno a termine questa azione politica. Sarà anche la loro sfida, con tutte le conseguenze. Si vedrà, ormai è già settembre!

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