Governo

  • Far rinascere la speranza delusa e offesa

    La speranza degli infelici rinasce sempre.

    Ignazio Silone

    “L’inferno è lo stato di chi ha cessato di sperare” scriveva tempo fa il noto scrittore scozzese Archibald Joseph Cronin. E proprio un inferno sta diventando, ogni giorno che passa, la situazione in Albania e la vita della maggior parte degli albanesi. Essi si sentono profondamente delusi e offesi da tutti coloro che avrebbero dovuto gestire gli interessi del paese e dei cittadini. Ragion per cui, negli ultimi anni, è cresciuto in modo allarmante il numero degli albanesi che stanno cessando di sperare in un futuro migliore nel loro Paese. Il che li sta spingendo ad una scelta sofferta ma obbligatoria: quella dell’emigrazione. Dagli studi fatti risulterebbe che nel 2018 era circa del 78% il numero dei giovani albanesi che volevano lasciare il paese. Numero che per i primi mesi di quest’anno è ulteriormente aumentato, raggiungendo il livello di circa 84%. Il crescente flusso dei richiedenti asilo e/o di coloro che stanno andando via per una vita migliore si sente anche nelle scuole. Le classi, in tutto il Paese, si stanno chiudendo per mancanza di allievi. Quel flusso si sente ormai sempre più spesso nelle istituzioni pubbliche. Ma si sta sentendo purtroppo anche negli ospedali, con tutte le preoccupanti conseguenze per il futuro. Adesso stanno lasciando il Paese sempre più professionisti, i quali, non avendo diretti problemi di sopravvivenza, si allontanano perché non si sentono sicuri e perché stanno perdendo sempre più la speranza.

    Ed è proprio l’aumento continuo delle richieste d’asilo in diversi paesi europei uno dei più significativi indicatori della grave situazione nella quale si trovano adesso gli albanesi nella loro madrepatria. Realtà che ormai non riescono a nascondere e/o “addolcire” neanche la potente propaganda governativa e i discorsi logorroici del primo ministro. Perché non si possono nascondere e manipolare più i dati eloquenti pubblicati recentemente dalle istituzioni internazionali specializzate, quali l’Eurostat (l’Ufficio statistico dell’Unione europea), l’EASO (European Asylum Support Office – l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo) e la Banca Mondiale. Secondo l’elaborazione comparativa di questi dati risulterebbe che soltanto nei primi sei mesi di quest’anno, richiedendo asilo, hanno lasciato l’Albania mediamente 55 albanesi per ogni 1000 abitanti. Rappresentando così il numero più alto, paragonato con altri paesi che, come valore assoluto, sono tra i primi come richiedenti asilo. Per rendere meglio l’idea della gravità della situazione, sempre secondo i sopracitati dati, nello stesso periodo, i siriani richiedenti asilo sono stati 29 per ogni 1000 abitanti. Poi venivano, rispettivamente, i georgiani, i venezuelani e gli afgani con 15, 10 e 10 richiedenti asilo per ogni 1000 abitanti. Mentre, secondo il numero assoluto degli richiedenti asilo, i primi risultavano i siriani, seguiti dai venezuelani e gli afgani. Gli albanesi erano, comunque, tra i primi cinque. E formalmente in Albania non ci sono guerre e scontri armati come in Siria e in Afganistan!

    Riferendosi alla vissuta realtà quotidiana, risulterebbe sempre più credibile l’idea che, da alcuni anni, si stiano  attuando due diaboliche e complementari strategie in Albania. E tutte e due, come consapevolmente voluto obiettivo finale, cercano di spingere gli albanesi a scappare e chiedere asilo altrove. Si tratta sia della strategia che mira ad impoverire sistematicamente la popolazione, sia di quella che punta ad indebolire il sistema dell’istruzione pubblica. L’autore di queste righe è tra coloro che hanno delle buone ragioni per essere convinti di questo. Gli evidenti risultati e le preoccupanti conseguenze dell’attuazione di queste strategie si possono verificare facilmente. Si tratterebbe di scelte strategiche le quali, a lungo andare, potrebbero portare a gravi sviluppi demografici e allarmanti realtà. Sempre secondo le sopracitate fonti, risulterebbe che la popolazione in Albania stia invecchiando in fretta, mentre il numero delle nascite stia significativamente diminuendo, portando verso lo zero l’incremento naturale della popolazione.

    Nel frattempo, e mentre gli albanesi stanno andando via, recentemente il governo ha presentato una proposta di legge per agevolare le procedure, per i cittadini stranieri, ad avere un passaporto albanese. In questo modo si potrebbe sostituire la mancante manodopera con altri profughi. Tra qualche decina d’anni perciò, malauguratamente, l’Albania potrebbe non essere più il paese dove vivranno gli albanesi, ma altri cittadini venuti da altri paesi. Da lì dove, adesso o negli anni prossimi, altri disperati cittadini scapperanno dalle guerre e da altre carestie.

    Non c’è di meglio, come scelta strategica, come sembrerebbe essere, per annientare una nazione! E non bisogna dimenticare anche che, da alcuni decenni ormai, partendo dall’inizio del secolo passato, ci sono delle dottrine sviluppate da alcuni “strateghi” nei paesi confinanti che puntano proprio a questo. Proprio a questo, e si tratta di fatti di dominio pubblico. In più, e oltre a quelle dottrine, ma sempre puntando allo stesso risultato finale, sembrerebbe siano elaborate anche altre, più recenti. Le cattive lingue, che non smettono mai di borbottare e parlare, dicono convinte che dietro quelle recenti strategie ci sia un multimiliardario e speculatore di borsa di oltreoceano. Le cattive lingue dicono anche che a lui servirebbe l’Albania come paese dove “fare i cavoli suoi”. Secondo le stesse cattive lingue, questo significherebbe riciclare denaro sporco, smistare stupefacenti e altri traffici illeciti e ben altro. Esse sono convinte che si tratti di una strategia per la quale stanno lavorando sia i dirigenti attuali del governo che altre strutture occulte locali e internazionali. Strutture che avrebbero preso tutte le dovute e necessarie misure per garantire che l’attuale stato delle cose continuasse anche dopo eventuali sviluppi politici. Ragion per cui diventa imperativo, dovere civile e patriottico, che tutti i cittadini responsabili e altrettanti rappresentanti politici debbano contrastare, decisi e immediatamente, simili lugubri strategie, sia quelle precedenti che queste recenti. Il tempo, da eterno gentiluomo, dimostrerà cosa accadrà.

    Riferendosi all’attuale situazione in Albania viene naturale la domanda: perché scappano via gli albanesi? L’attuale grave e allarmante situazione in Albania è il diretto risultato e la derivante conseguenza del malgoverno e degli enormi abusi della cosa pubblica. Non poteva portare altrove la connivenza con la criminalità organizzata, la collaborazione occulta con pochi oligarchi avidi e il controllo di quasi tutti i poteri dello Stato.

    La speranza, in una simile realtà, lo potrebbe dare soltanto l’opposizione politica. Una seria e responsabile opposizione però. Ma purtroppo anche l’opposizione ha deluso e offeso tutte le aspettative e le speranze dei cittadini, con le sue ripetute promesse, regolarmente, però, mai mantenute. Soprattutto dal 18 maggio 2017 ad oggi. E così facendo ha “annientato” anche lo spirito di protesta dei cittadini contro il malgoverno e le tante ingiustizie. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito anche di tutto ciò.

    Chi scrive queste righe è convinto della gravità della situazione, dovuta al crescente flusso degli albanesi che stanno lasciando la madrepatria, delusi e offesi nelle loro speranze. Egli è convinto però che delle persone responsabili e oneste faranno rinascere la speranza per gli albanesi delusi e offesi. Credendo anche a quanto scriveva Ignazio Silone, e cioè che la speranza degli infelici rinasce sempre.

     

  • Da Monti a Gualtieri: il bullismo fiscale ed istituzionale

    La Tobin Tax rappresenta una tassazione applicata a tutte le transazioni finanziarie di borsa, inserita ed attuata unilateralmente dal governo Monti. Tale “scelta strategica” ha rappresentato un fiasco clamoroso in quanto dei possibili due miliardi di nuove risorse previste nel bilancio di previsione ne vennero incassati solo 870 milioni. La posizione del governo Monti, poi, comportò come inevitabile conseguenza un ulteriore isolamento normativo e politico in quanto le altre nazioni non applicavano tale normativa fiscale ed il valore di questa tassazione è direttamente proporzionale all’ampiezza dei sistemi normativi che l’adotterebbero.

    A questo isolamento politico del nostro Paese ne seguì quindi anche una minore attrattività della piazza finanziaria di Milano, con un ulteriore evidente danno per l’economia nazionale. Ovviamente si omise, allora come oggi, colpevolmente, di valutare ma sopratutto di comprendere le conseguenze finanziarie e politiche di questa scelta del governo Monti. Prova ne sia la volontà dell’attuale ministro Gualtieri di inserire all’interno della manovra economico-finanziaria l’applicazione della Web Tax in modalità assolutamente unilaterale esattamente come il governo Monti con la Tobin Tax.

    Mentre, infatti, l’Unione europea sta cercando con grandi difficoltà di elaborare un quadro normativo e fiscale omogeneo, e quindi inclusivo, il nostro governo, adottando l’atteggiamento sprezzante del governo Monti, inserisce questa normativa determinando un ulteriore isolamento del nostro Paese all’interno del quadro europeo.

    Gli ultimi due governi Conte hanno evidenziato una sempre maggiore marginalità del nostro Paese all’interno dell’Unione europea a causa, durante il governo Conte uno, delle farneticanti affermazioni relative ad una uscita imminente dall’euro e dell’intenzione di una “emissione a debito zero” dei  minibot  o, alternativamente, del conio di una moneta parallela. Tutto questo mentre il debito pubblico aumentava con un trend di più centosessanta (160) miliardi negli ultimi diciotto mesi.

    Confermando questa linea di comportamento, la scelta della introduzione di una Web Tax del governo Conte 2 esattamente come nel caso della Tobin tax rappresenta un atto di vero e proprio “bullismo fiscale” il quale presenta forme forse più eleganti rispetto al dozzinale “bullismo mediatico” del governo Conte 1, causando però  le medesime conseguenze.

    In un contesto internazionale qualsiasi atto di bullismo, va ricordato, viene naturalmente percepito come  espressione di una volontà di prevaricazione unita ad una arroganza tanto meno giustificabile quando a risultarne responsabili siano esponenti governativi incapaci di valutare il peso e le conseguenze delle proprie decisioni politiche, fiscali e finanziarie.

    Anche queste diverse forme di bullismo istituzionale rappresentano la conferma di un declino culturale del nostro Paese del quale non si vede il limite ultimo.

  • Polvere negli occhi

    Come sempre quando i problemi  del Paese diventano più complessi, quando bisognerebbe dare risposte concrete ed immediate a problemi concreti e da tempo incancreniti, le forze politiche, al governo o all’opposizione, cercano di distogliere l’attenzione dei cittadini facendo proposte e boutade inutili  se non dannose e ridicole, negli ultimi giorni quella del voto a 16 anni della quale diversi schieramenti si contendono la paternità o maternità. Mentre da tempo quasi la metà degli aventi diritto al voto sceglie l’astensione cercando di far comprendere tutta l’insoddisfazione, che da anni aumenta, per le non scelte o le scelte sbagliate della politica, i soliti ben noti, che hanno come unico obbiettivo rastrellare voti tra uno slogan e l’altro, lanciano al Paese la proposta del voto ai sedicenni. A quei ragazzi, dei quali molti chiedono maggiore attenzione per la scuola e per le loro legittime esigenze mentre altri, purtroppo, si dilettano in azioni di bullismo dimostrando una oggettiva necessità di educazione alle più elementari regole del vivere insieme e del rispetto di se e degli altri, i leader della politica italiana offrono il diritto al voto ma non il diritto ad una società giusta e serena, il diritto a crescere nei tempi idonei, a maturare la capacità di conoscenza e riflessione necessarie per effettuare qualunque scelta, compresa quella che si esprime con il voto. E’ facile rispondere a questi lungimiranti politici che per votare sarebbe necessario avere l’opportunità, la capacità di conoscere le vere proposte dei partiti, i programmi, gli errori o le cose buone che hanno fatto, la loro storia passata e presente e che, di conseguenza, per scegliere bisogna leggere i giornali, seguire i telegiornali e le poche trasmissioni di approfondimento, aver almeno sfogliato qualche libro perché non si può decidere del proprio e altrui futuro solo sull’emozione di qualche dichiarazione o di qualche twitter e certo a sedici anni non si leggono giornali o si vedono e ascoltano telegiornali ma si viaggia sui social con parole smozzicate.

    Vero è che anche gli adulti non sono informati come dovrebbero, che i documenti e le proposte dei partiti non sono comparate alla effettiva possibilità di realizzazione ma è una colpa della quale si assumono la responsabilità, una responsabilità condivisa con chi, all’interno dei partiti e del sistema, auspica, e in tal senso opera, che gli elettori siano sempre più succubi, disposti a delegare ad altri, incapaci di ottenere il loro diritto di scegliere liberamente chi li rappresenta, come dimostrano le leggi elettorali di questi anni. I sedicenni, i minorenni hanno il diritto di pretendere di arrivare più consapevoli al tempo delle scelte mentre sia la scuola che la famiglia e la società in genere di questo non si occupano e preoccupano. Vogliamo riprendere alcuni passi della lettera della classe II del liceo Perticari di Senigallia, pubblicata a pag. 29 dal Corriere della Sera di venerdì 4 ottobre, nella quale si dice ben chiaro come i sedicenni vedano nella proposta una “strumentalizzazione nei loro confronti, un tentativo di renderli protagonisti di qualcosa che non appartiene ancora al loro mondo, ed ancora che non ritengono di avere maturato una coscienza politica, di essere troppo giovani e dunque facilmente influenzabili”. Anche la Libertà, il quotidiano di Piacenza, come altre testate, ha pubblicato un sondaggio tra  i sedicenni,  che dimostra come il diritto al voto non sia una priorità, anzi non sia proprio tra le loro necessità. Intanto mentre sul voto ai sedicenni ci si accapiglia e discute buttando altro fumo in faccia alla gente per distrarla dai problemi gravi che attendono risposta i dati dell’Osservatorio sulla sicurezza dovrebbero richiamare la politica ai suoi doveri. Soltanto l’anno scorso vi sono stati 70 crolli nelle scuole con il ferimento di altrettante persone tra allievi e personale scolastico. Il ministro ha annunciato una serie di iniziative, vedremo se partiranno visto che appartiene allo stesso partito, 5 Stelle, che ha già governato con il primo governo Conte senza dar vita a quelle ristrutturazioni delle quali, sempre senza concludere, aveva già parlato Renzi quando era Presidente del Consiglio. In verità, secondo i dati presentati dall’Osservatorio, alla sua diciassettesima edizione, dal 2013 vi sono stati 276 episodi ed incidenti, crolli, ferimenti dovuti ad un’edilizia scolastica ormai decrepita.

    Sommessamente, una volta ancora, ricordiamo alla politica i suoi compiti, chiunque e dovunque sia eletto deve agire nell’interesse dei cittadini non nell’interesse del proprio partito, e conoscere i problemi del territorio, dello Stato che si rappresenta è un dovere che troppo spesso si è dimenticato. I sedicenni non chiedono di poter votare ma di poter studiare, crescere, vivere in un paese civile.

  • La nuova oligarchia parlamentare

    Come nasce un’oligarchia? Le modalità possono essere le più distinte a seconda del settore di competenza. Indipendentemente dallo specifico contesto economico o politico, il mantenimento del potere attribuito ad un numero inferiore di esponenti, siano questi economici o politici, ne rappresenta la forma più classica.

    In economia, viceversa, i diversi monopoli (si pensi ai servizi indivisibili di energia in ambito comunale) determinano la nascita ma soprattutto il mantenimento di un sistema di interessi che prende inevitabilmente la forma di oligarchia.

    Partendo da questo principio il taglio dei parlamentari all’interno di una deriva politica iconoclasta, senza trovare precedentemente dei pesi e contrappesi che mantengano l’equilibrio democratico, rappresenta la classica forma della creazione di una nuova oligarchia. Si pensi solo al peso e al potere di veto del singolo parlamentare che risulterà accresciuto (di un terzo quanto la riduzione numerica) all’interno di un sistema bicamerale che rimane perfetto.

    Questa “riforma”, invece, viene salutata nella confusione mediatica e politica come una forma di nuova Democrazia. A fronte, quindi, di un risibile risparmio delle spese parlamentari vengono poste le basi per una concentrazione di potere che passa nella distribuzione democratica da 945 parlamentari a soli 600. Questi ultimi risulteranno, senza una nuova legge elettorale ed istituzionale, l’espressione di un potere sempre più dilagante delle segreterie di partito comportando una conseguente diminuzione della rappresentatività dei cittadini e degli elettori.

    Solo in Italia, in un crescente e dozzinale contesto populista, la creazione delle basi di una nuova oligarchia, anche se elettiva, viene salutata come una nuova forma democrazia.

    Ormai il declino culturale del nostro Paese ha trovato anche la  propria espressione in ambito  istituzionale.

  • La triste favola del Re che portò all’estinzione i propri sudditi

    Alla fine di ogni estate il sovrano del Regno di Taxland, per ammansire i propri sudditi fiscali, individuava nella crescente evasione delle decime sul raccolto la motivazione che lo condannava e costringeva ad un aumento delle tasse sul macinato e al conseguente impoverimento del popolo lavoratore.

    Il Regnante, a giustificazione della propria inevitabile scelta, ricordava ai propri sudditi che se tutti avessero pagato il dovuto allora il maggiore gettito avrebbe permesso all’intera popolazione di avere una riduzione delle decime e perciò i sudditi avrebbero goduto di una maggiore disponibilità economica.

    Il sovrano, ovviamente, dimenticava, ma soprattutto ometteva colpevolmente, come ad ogni aumento delle tasse pagate dal popolo suddito corrispondesse parallelamente sempre un aumento delle proprie attribuzioni e costi generali per il mantenimento del palazzo e dei servitori mentre il livello di sopravvivenza della popolazione risultasse drasticamente in caduta verticale.

    In altre parole, tutte le affermazioni del sovrano erano viziate dal regale e conflittuale interesse di quest’ultimo con il semplice fine di migliorare il proprio appannaggio e conseguentemente il proprio potere attraverso l’esplosione percentuale delle decime che avrebbero trasformato i sudditi fiscali in veri e propri schiavi privi di ogni indipendenza economica e quindi progettualità di vita.

    Questa pericolosa sintesi di tasse e crescita della miseria per il popolo lavoratore si tradusse inevitabilmente in un calo demografico in quanto per una famiglia un figlio, e quindi anche solo una bocca in più da sfamare, rappresentava un costo aggiuntivo insostenibile.

    Questa progressione della pressione fiscale si tradusse quindi nella successiva estinzione della popolazione del regno che nel giro di pochi decenni passò da una posizione economica e politica importante alla propria estinzione economica e demografica.

    Tornando ai giorni nostri, nella prima metà degli anni settanta Indro Montanelli sottolineò come sempre (e soprattutto, aggiungiamo noi, esattamente come il Sovrano della favola) alla fine dell’estate i vari governi introducessero, con la complicità dei media asserviti ormai alla nomenclatura politica, la tematica dell’evasione fiscale a giustificazione dell’aumento delle tasse e della pressione fiscale complessiva.

    Da allora, ai tempi del regno, fino ad oggi nulla risulta cambiato auspicando, comunque, che l’infausto esito per il  popolo italiano non sia quello dell’estinzione come accadde nel regno di Taxland.

    Abbandonando il terreno della fantasia, l’amara realtà ha dimostrato come la classe politica italiana, nel remoto come recente passato e ancora oggi, rimanga assolutamente intellettualmente disonesta al di là di ogni colore politico. Ancora oggi infatti si cerca di ammansire le popolazioni (il cosiddetto popolo bue per il mercato finanziario) proponendo lo scenario di un favoloso futuro ma soprattutto immaginario nel quale, a fronte di un aumento di una pressione fiscale e di un contemporaneo allargamento della base, verrebbe ridotto per ogni singolo cittadino l’ormai insostenibile peso fiscale.

    Il grafico nella foto, reale quanto crudo, dimostra invece come ad ogni aumento della pressione fiscale sia sempre corrisposto un aumento della spesa pubblica, dimostrazione, ancora una volta, di come quest’ultima rappresenti la prima forma di potere per il ceto politico assieme alla gestione del credito (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Nella regno di Taxland, poi, il sovrano era con chiarezza assolutamente inattaccabile da una qualsiasi possibile critica dai sudditi fiscali in quanto protetto da un esercito di magistrati nominati a propria discrezione e rendendo quindi questa forma arcaica di sistema giudiziario al di fuori di ogni controllo terzo se non quello della famiglia reale.

    Questa triste favola dimostra ancora una volta come la realtà del vivere quotidiano dei sudditi fiscali italiani sia assolutamente più grama rispetto al più immaginifico mondo della fantasia della favola nella quale peraltro un sovrano ridusse all’estinzione i propri sudditi.

    P.S. Ogni riferimento a persone e organi contemporanei risulta assolutamente voluto e ricercato.

     

  • Magneti Marelli: dalla possibile quotazione alla cassa integrazione

    A soli dieci mesi dalla vendita  della Magneti Marelli ceduta ad una società giapponese dalla galassia del gruppo Agnelli, ecco partire la cassa integrazione per 910 dipendenti, compresi anche i centri di sviluppo in Italia che avrebbero dovuto rappresentare la garanzia di evoluzione dell’azienda stessa.

    L’allora amministratore delegato del gruppo Marchionne aveva indicato nella quotazione la via migliore per mantenere l’azienda in costante e continuo sviluppo all’interno di un perimetro dell’Automotive in forte e continuo sviluppo. Purtroppo la sua visione è risultata assolutamente disattesa ed inascoltata ed il gruppo torinese con sede legale in Olanda e fiscale a Londra ha ceduto l’azienda  al colosso giapponese Calsonic Kansei .

    Questa operazione ha portato alle casse della Holding Agnelli oltre due miliardi di extra dividendo e conferma ancora una volta il trend degli ultimi vent’anni che ha visto una diminuzione della capacità produttiva della famiglia torinese nel settore auto al 50% ed una diminuzione dei dipendenti del 40%.

    Molto spesso, e a ragione, si attribuiscono le responsabilità del declino economico del nostro paese ad una classe politica incapace di avere una visione futura di sviluppo strategico in ambito economico. Questa deficienza strategica purtroppo nello specifico è attribuibile anche alla classe imprenditoriale italiana (o meglio ad una sua parte, per fortuna) la quale perde il ruolo di traino all’interno del contesto italiano e preferisce accodarsi alla politica delle dismissioni, parallela manifestazione in ambito economico del declino culturale (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/24/1987-common-rail-2018-magneti-marelli-le-pericolose-similitudini/).

    Esattamente come avvenne con il common rail (invenzione e relativo brevetto nati in casa Fiat), destinato a rivoluzionare il motore a gasolio e che avrebbe potuto portare il gruppo torinese ai vertici mondiali, così anche in quel caso si preferì la cessione al gruppo Bosch al fine di capitalizzare immediatamente il valore dell’Innovazione. Con questa decisione si persero in un colpo solo il fattore moltiplicatore economico ed occupazionale che tale innovazione avrebbe potuto avere in ambito italiano ma anche il possibile ruolo guida che una società di imprenditori potrebbe e dovrebbe esprimere all’interno del proprio Paese.

    Mai come adesso questa tipologia di imprenditoria italiana rappresenta una delle cause del nostro declino economico.

  • Governare è prima di tutto pensare

    Poche parole per sollecitare dei fatti e ragionare sul futuro:

    1) una nuova legge elettorale non deve tenere conto dell’interesse dei partiti ma del diritto degli elettori di esprimersi e di scegliere: per questo, visto i fallimenti di questi anni, si dovrebbe tornare al proporzionale con un premio di maggioranza proporzionata non solo ai voti espressi ma anche al numero di coloro che hanno diritto al voto e che non hanno votato. Da tempo governano partiti che rappresentano minime percentuali rispetto alla vera popolazione italiana perché l’astensionismo è sempre più forte per la mancanza di fiducia e per l’impossibilità, da parte degli elettori, di scegliere i propri rappresentanti. Per questo il ritorno alla preferenza, con norme che impediscano concorrenze sleali sia per le spese elettorali che per le apparizioni televisive, riporterebbe la nostra democrazia a quella trasparenza persa da troppo tempo. E, piaccia a non piaccia, il parlamentare deve rimanere libero di mandato perché egli rappresenta prima di tutto gli elettori, devono invece essere concepite norme per impedire e per vigilare sull’acquisto di deputati e senatori da parte di altri gruppi parlamentari. Diminuire il numero degli eletti ha un senso, eventualmente, solo se questi non saranno nominati in liste bloccate od altro dai propri capi partito. Fino a che le segreterie dei partiti, anche con più o meno fittizie e pilotate primarie, continueranno a pilotare le elezioni i cittadini non avranno mai propri rappresentanti presenti sul territorio e in grado a Roma di votare con cognizione di causa e in libertà.

    2) Per contrastare le evasioni fiscali, come sosteniamo da anni, si deve dare la possibilità ai privati di scaricare le spese di idraulico, elettricista, imbianchino, avvocato, commercialista, e cioè di tutto quanto si spende per la manutenzione della casa e per dirimere vari contenziosi, bisogna aumentare le detrazioni sanitarie e veterinarie portando al minimo l’IVA per i medicinali e per il cibo per gli animali se vogliamo contrastare anche il randagismo causato dagli abbandoni.

    3) Bisogna fare partire subito sia le grandi opere, come il ripristino della fatiscente rete idrica italiana che sperpera più di un terzo di acqua potabile, e la messa in sicurezza di strade, ponti, viadotti, sia le opere minori ma altrettanto urgenti come quelle che le nostre scuole attendono da anni. Ancora oggi le aree terremotate sono sommerse da macerie e gli sfollati non possono ritornare ad una vita normale, solo questo esempio ci fa capire che governare è pensare e poi fare, non parlare, e parlare troppo, come si sta facendo da troppi anni.

  • La produttività delle politiche monetarie

    Il grido di allarme dell’uscente presidente della Bce Mario Draghi relativamente al rallentamento delle crescita economica europea dovrebbe finalmente aprire una seria valutazione sull’impatto delle politiche monetarie espansive inserite in un contesto di mercato  global, anche finanziario. La crescita insufficiente, infatti, lamentata dal presidente del Q.E. era ampiamente prevista in considerazione degli effetti della prima stagione di iniezione di liquidità ai quali si aggiungono fattori politici ed economici specifici che trovano espressione nel sentiment in constante flessione dei consumatori.

    L’ultimo quantitave easing ha permesso ai diversi Stati, in particolare al nostro, di applicare una politica di esplosione della spesa pubblica (+5% ogni anno) utilizzando in aggiunta anche i minori costi  regalati dal calo dei tassi di interesse e quindi dei costi di servizio al debito pubblico. Questa “reale sospensione dalla realtà delle valutazioni dei fondamentali economici del nostro paese” ha illuso tutti i governi, dal 2015 in poi, ed indotto gli stessi ad aumentare la spesa pubblica anche se finalizzata alla semplice copertura della sola spesa corrente mentre la stessa  in conto capitale, e quindi in fattori competitivi, veniva quasi azzerata: basti pensare agli 80 euro come al reddito di cittadinanza e a quota cento.

    Contemporaneamente la sovrabbondanza di liquidità ha letteralmente depatrimonializzato i risparmi i cui rendimenti con estrema difficoltà riescono a trovare rendimenti superiori allo zero virgola (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).In questo contesto macro-economico risulta difficile immaginare una crescita dei consumi, e quindi una conseguente inflazione da domanda, in quanto il sentiment del consumatore trova la propria manifestazione nella crescita della liquidità nei conti correnti (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Una scelta fortemente criticata dal mondo politico ed economico il quale, tuttavia, ancora oggi non ha compreso l’entità dell’impatto devastante che la crisi  degli Istituti bancari come Popolare di Vicenza e Veneto Banca abbia determinato nel rapporto fiduciario tra risparmiatori e prodotti finanziari.

    Tornando alle dichiarazioni del presidente della Bce e relative alle cause della frenata della crescita della eurozona, queste vengono sostanzialmente indicate nel clima di incertezza legato alle tensioni internazionali (come la contrapposizione nel mondo arabo tra Arabia Saudita ed Iran) e al rallentamento del commercio mondiale a causa delle politiche “protezioniste” con una evidente accusa mossa all’amministrazione statunitense.

    Innanzitutto va ricordato che le politiche protezioniste furono inaugurate dall’Unione Europea, cominciando dall’alluminio cinese al riso ed alla ceramica da consumo fino ai pneumatici cinesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/22/free-o-fair-trade-i-diversi-casi-di-ceramica-riso-e-tessile/). In più, in ambito strategico risulterebbe opportuno utilizzare come parametro economico non tanto il commercio (che risulta espressione di valori già prodotti) quanto i prodotti sintesi di  valore aggiunto legato al know how ed alle professioni, espressione quindi di un valore economico e culturale di un sistema economico nazionale.

    In una recente ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia viene certificato come le retribuzioni medie in Italia statisticamente risultino in diminuzione soprattutto a causa dell’aver puntato sul settore turistico a basso valore aggiunto come alla concorrenza nei lavori a bassa professionalità della manodopera extracomunitaria. Da questi dati emerge la seconda motivazione per la quale la crescita italiana in primis ed europea, nonostante l’iniezione di liquidità, non aumentano in quanto il turismo (il petrolio italiano si affermava)non offre  un valore aggiunto simile a quello generato dal sistema industriale. Un minore valore aggiunto che si traduce in una minore capacità di acquisto e di consumo.

    Una crisi economica come quella cominciata nel 2008 ovviamente ha evidenziato come le strategie economiche degli ultimo vent’anni di fatto ci abbiano impoverito. In questo senso, infatti, non sarà mai troppo tardi ricordare come le delocalizzazioni produttive di fatto abbiano rappresentato un semplice elemento speculativo (di clonazione finanziaria) e abbiano permesso alle aziende una svalutazione competitiva del bene finale o intermedio (escludendo ancora il fattore valutario) ed una svalutazione del bene importato dai paesi a basso costo di manodopera. Una strategia all’interno di una logica di breve periodo, espressione della  classifica azione speculativa che il  settore industriale con colpevole leggerezza ha adottato.

    In un contesto così articolato e complesso, quindi, risulta illusorio credere che una politica monetaria espansiva possa offrire degli effetti positivi relativi alla crescita degli asset industriali quando gli Istituti bancari (il vero tessuto connettivo della crescita) stanno riducendo il credito alle imprese.

    Ma il grido d’allarme del presidente della BCE andrebbe anche rivolto non solo ai responsabili delle scellerate politiche della costante crescita della spesa pubblica dei paesi sud-europei ma anche e soprattutto a tutto quel mondo economico che negli ultimi anni aveva  individuato nella sharing, App e gig Economy la strada maestra verso lo sviluppo economico ed in più sostenibile.

    Non appena la locomotiva tedesca, per lo più legata al settore automobilistico (che non è stato assolutamente tutelato dalla Merkel con sua  grandissima colpa) ha mostrato segnali di rallentamento ecco che le produzioni espressione dei nostri distretti industriali sono precipitate del -34,7% il distretto metalmeccanico di Lecco mentre un -30,8% il distretto dei metalli di Brescia e persino il settore delle mele dell’Alto Adige segna un -18,5 %, dimostrando ancora una volta come un mercato globale condizioni settori tra loro distanti. Una tendenza macro comune a tutti i distretti italiani, come per il  tessile abbigliamento pratese e il settore della rubinetteria di Lumezzane che segnano flessioni di produzioni molto preoccupanti. La stessa confusione strategica relativa alla sostenibilità della economia globale, della quale il mondo politico sembra accorgersi seguendo una adolescente svedese, genera una incertezza che blocca qualsiasi iniziativa ed investimento economico. Basti pensare come il nostro sistema industriale delle Pmi risulti il più eco sostenibile d’Europa e come lo stesso continente europeo abbia ridotto le emissioni dal 2000 ad oggi del -16% mentre Cina ed India rispettivamente del +208% e 155%.

    Quindi l’eccellenza industriale italiana ed europea, che trova la massima espressione nel settore automobilistico nel motore diesel a basse emissioni e nella produzione di energia nucleare, ora si trova sotto accusa per responsabilità di altri paesi lontani da noi non solo geograficamente ma soprattutto nelle normative di tutela dell’ambiente così come dei lavoratori ed ovviamente dei prodotti.

    Tornando al  contesto europeo ed italiano  caratterizzato dalla assoluta estemporaneità del ceto politico, la cui visione di crescita strategica parte dalla tassazione delle merendine e ripropone l’ennesima lotta all’evasione fiscale ignorando gli oltre 200 MLD di sprechi delle spesa pubblica, è normale che il consumatore e il lavoratore posticipano gli acquisti lasciando la liquidità nei conti e di fatto ponendo un altro ulteriore freno alla crescita.

    Ripensando, quindi, alle considerazioni del purtroppo uscente presidente Draghi risulta evidente come il nostro continente, dopo anni di declino culturale, abbia imboccato la strada del precipizio culturale, figlio di una classe dirigente e politica selezionata con criteri assolutamente inadeguati in considerazione di un mercato globale e sempre più complesso. In altre parole, le economie europee, come quella italiana, non crescono non perché la produttività industriale diminuisca ma perché la produttività delle politiche monetarie risulta quasi ininfluente in rapporto all’entità degli strumenti finanziari utilizzati all’interno di un mercato globale.

  • L’agonia della democrazia

    Al governo nuovo battibecco, questa volta anche, l’apparentemente, imperturbabile Conte l’ha fatta fuori dal vaso minacciando nuovi balzelli sulle merendine. Si noti bene non un aumento di tasse per contrastare l’eventuale eccessivo utilizzo di prodotti troppo zuccherati e in parte colpevoli di far prendere qualche kilo di troppo a chi li usa per supplire a incertezze, paure, delusioni e non per riempire velocemente un buco nello stomaco. Le merendine sono qualche volta troppo utilizzate ma non è penalizzandole e penalizzando bambini, consumatori e produttori che si risolvono i problemi!

    Questo nuovo balzello non è per difendere la salute dei cittadini ma per succhiare altri soldi a chi già paga troppe tasse, dirette ed indirette, soluzione spiccia per chi al governo non è in grado di colpire i grandi evasori, la criminalità e la corruzione. Ridicole ma anche pericolose infatti tutte le battute e le parole non ponderate che portano polemiche nel governo, riprese ovviamente dalla stampa, e che fanno aumentare la sfiducia delle persone in genere e di chi in particolare dovrebbe o potrebbe investire.

    I dati ci dicono che sui conti correnti ci sono fermi più di mille quattrocento miliardi, secondo quanto riporta il Corriere economia del 23 settembre. Ed ovviamente nessuno sa quanti sono gli italiani che, non fidandosi delle banche, e purtroppo molte volte hanno avuto ragione, tengono i loro risparmi “sotto il materasso”.

    La presenza di tutto questo denaro contante e fermo deriva dalla mancanza di fiducia che le persone hanno verso il sistema in se e verso chi governa in particolare. Da anni la sfiducia aumenta e non è immaginabile che le persone, poco o tanto, investano se non si conoscono i reali programmi di coloro che governano. Se ogni giorno si parla di patrimoniale, di tassa sulla prima casa, di diminuzione dei servizi sanitari, se le pratiche per aprire una qualsiasi minima attività sono più di 60, se ciascuno lavora per più di sei mesi per pagare le tasse, se i nostri figli non trovano lavoro e dobbiamo continuare a pensare a loro, se i nostri vecchi e noi stessi da vecchi non troviamo dal pubblico l’assistenza necessaria, se in verità non si capisce più dove va la politica come si può avere fiducia? Perché di fatto la politica è morta da tempo e molti di quelli che sono a Roma, nelle Regioni o nei Comuni, sono solo comparse e prestanome di interessi che con la politica non hanno nulla da spartire, è perciò difficile immaginare che torni la fiducia e di conseguenza cresce l’astensionismo al voto e l’immobilizzo di qualsiasi tipo di investimento .

    Non è un problema solo di chi ci governa oggi ma anche di chi vi ha governato prima e ancora prima: molto più lunga del ventennio fascista è l’agonia della nostra democrazia.

  • L’isolazionismo strategico italiano e la posizione conservativa internazionale

    Non passa giorno che la classe politica italiana non offra una conferma del proprio scollamento dalla realtà tanto nazionale quanto internazionale.

    Confindustria, che crede ancora di essere l’espressione della massima intelligenza imprenditoriale italiana, propone di tassare i prelievi bancomat sopra i 1500 euro con un 2% come azione a contrasto della evasione fiscale. Il governo, nella propria miopia assoluta (in questo assolutamente in linea con le professionalità proposte dai governi Renzi, Gentiloni e Conte1), invece di valutare gli effetti non solo politici ma soprattutto  economici delle tensioni internazionali  come fattori scatenanti  di una probabile recessione o quantomeno di  una frenata importante della crescita  economia internazionale dichiara in modo imbarazzante l’avvio di una nuova politica di investimenti. Questi, secondo le intenzioni dei nuovi responsabili dei dicasteri economici, si articolerebbero in strutturali per la crescita ed infrastrutturali come fattori di competitività, uniti parallelamente ad una progressiva riduzione del carico fiscale a partire dai redditi più bassi. Non escludendo, ovviamente, una riduzione del cuneo fiscale: tutte queste buone intenzioni si traducono in spesa pubblica aggiuntiva la cui copertura non può che essere richiesta al mercato attraverso la nuova emissione di titoli del debito pubblico aggiuntivi.

    L’ assoluta convinzione di non dovere mai rendere conto delle promesse rende tali dichiarazioni addirittura insultanti in considerazione del contesto internazionale in rapida e sempre più incerta evoluzione. Recentemente, infatti, è stata pubblicata dal Wall Street Journal un’analisi relativa alle scelte strategiche che i titolari di grandi capitali hanno cominciato ad attuare per acquisire una posizione conservativa e porre così le basi per ovviare ad una possibile fase di recessione scaturita dalle sempre maggiori tensioni internazionali ma anche dagli sterili traguardi delle  politiche monetarie poste in atto tanto dalla Bce che dalla Fed.

    Sostanzialmente vengono indicati tre passaggi fondamentali per raggiungere, appunto, una posizione conservativa  che si pone l’obiettivo di mantenere le posizioni. Innanzitutto viene indicato come primario  l’abbandono delle obbligazioni a breve, la cui  curva dei rendimenti si sta abbassando ed è indicatrice di una possibile se non recessione quantomeno di frenata della crescita economica. Contemporaneamente si rileva e si invita ad una diminuzione della propensione ad investimenti short, espressione caratterizzante di azioni speculative in ambito borsistico, contemporaneamente ad una azione finalizzata a ripianare tutti i debiti. L’ultima opzione indicata, però, risulta essere sicuramente la più importante per evitare posizioni pericolose in relazione ai propri investimenti e capitali: viene infatti suggerito di investire in valuta, cioè accumulare contanti, quindi restare liquidi.

    In altre parole, esattamente come per l’oro o l’argento all’interno di una possibile crisi finanziaria le cui evoluzioni risultano incerte quanto difficili da calcolare, l’investimento in valuta, quindi in contante, rappresenta un bene rifugio, probabilmente espresso in dollari o in franchi svizzeri.

    Si può dire quindi che la strategia proposta per la difesa dei grandi capitali dimostra ancora una volta come esista una forte scissione tra l’economia reale, della quale le valute o contanti ne rappresentano un aspetto, rispetto all’economia finanziaria dei titoli che possono essere soggetti a variazioni e tracolli nominali e valoriali  disastrosi.

    Questo comportamento, assolutamente condivisibile, impatterà ovviamente con effetti ulteriormente regressivi per l”economia finanziaria e globale. Conseguenze che si riverbereranno anche per il mercato dei titoli del debito sovrano, che rappresentano l’unica forma di finanziamento della spesa pubblica come dei faraonici progetti del nuovo governo oltre alla asfissiante pressione fiscale.

    La liquidità, quindi, diventa una espressione di posizioni conservative quando nel nostro Paese esiste una volontà di sottoporli ad una tassazione aggiuntiva la cui volontà dimostra, ancora una volta, lo scollamento abissale tra la classe dirigente politica italiana, compresa Confindustria, e la realtà economico finanziaria internazionale.

    Mai come ora la classe dirigente italiana è espressione di una mediocrità imbarazzante, incapace persino di analizzare e successivamente valutare i comportamenti degli operatori del mondo economico e magari trarne degli spunti per esempio per migliorare l’indice di attrattività del nostro Paese in relazione agli investitori internazionali.

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