Governo

  • I costi occulti della crisi degli istituti bancari italiani

    Desta un sincero sconcerto l’assoluta miopia della compagine governativa, ma anche politica nella sua particolare complessità, in relazione alla gestione complessa della crisi bancaria italiana nella sua articolazione.

    Dopo che il Ministero del Tesoro investì 6,9 miliardi nel Monte di Paschi di Siena, il cui valore ora risulta svalutato di 5,5 miliardi (si ricorda che si tratta  sempre di risorse dei contribuenti ) nella gestione dei crediti inesigibili, la banca senese ha messo all’asta le pugliesi Saline di Margherita di Savoia (per circa 16,2 milioni), che rappresentano comunque un importante tassello della filiera agroalimentare italiana.

    In questo senso va, infatti, ricordato come il costante basso tasso della crescita italiana dipenda solo in parte dallo scarso aumento della produttività (unico mantra del pensiero economico italico), che ovviamente esclude dall’applicazione di tale pensiero la pubblica amministrazione. Esso dipende soprattutto dalla perdita di asset che, inseriti in filiere complesse produttive, diventano fattori non solo di creazione di valore aggiunto ma direttamente esponenti moltiplicatori del valore stesso con creazione di Pil  e successiva  crescita economica consolidata.

    Una moltiplicazione di valore aggiunto  che, viceversa, non può scaturire dalla semplice commercializzazione di “un prodotto turistico”, sempre positivo ma a scarso effetto moltiplicatore, anche sociale, di questa tipologia di economia. Da questo, infatti, la filiera produttiva si distingue proprio per il valore e l’effetto moltiplicatore dei singoli  fattori che partecipano alla filiera stessa e che contribuiscono alla creazione di un prodotto complesso che distribuisce la propria crescita di valore nelle diverse fasi di produzione.

    Ora, invece, esattamente come negli anni ‘90 vennero ceduti  tutti gli asset relativi alla filiera dello zucchero (dalla coltivazione della  barbabietola alla sua raffinazione), ora, nella complessa gestione di una crisi bancaria ancora distante dalla sua definizione, si procede nella scellerata cessione di asset compresi in filiere complesse produttive. Se poi queste determinate operazioni risultano espressione di responsabilità di una banca di fatto pubblica il senso del paradosso diventa insopportabile.

    Il problema della tutela normativa degli asset produttivi e di sostegno con politiche fiscali di  vantaggio”,  già di per sé sottovalutato da vent’anni da ogni governo, trova oggi nella gestione della crisi bancaria un ulteriore scenario sfavorevole che dovrebbe per contro far scaturite una rinnovata attenzione da parte del mondo della politica e del governo. Questi, invece, risultano assolutamente distratti dalle tematiche  di spesa pubblica (una della due forme di potere in Italia assieme alla gestione del credito https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/) contribuendo all’impoverimento progressivo di fattori produttivi che concorrono alla determinazione della crescita economica italiana.

    P.S. Nel frattempo lo stabilimento del caffè Hag e Splendid chiude per delocalizzare la produzione…

  • In attesa di Giustizia: gli ossimori di via Arenula

    Chi si ricorda di Soccorso Rosso? Era una struttura nata negli anni di piombo per offrire – tra l’altro –  assistenza legale ed economica ai militanti della sinistra extraparlamentare.

    Ora, nel terzo millennio, prende vita “Soccorso Rousseau”, chiamiamolo così per assonanza con la piattaforma internet del M5S su cui si esprimono e scambiano idee e proposte anche legislative; invero si tratta dello Scudo della rete: funzione che si propone di garantire la difesa ad iscritti e rappresentanti eletti del Movimento raggiunti da iniziative legali che il Ministro della Giustizia ritiene che non di rado siano avviate a scopo intimidatorio.

    Il Guardasigilli, attraverso il sito, si è rivolto agli avvocati in generale e con toni confidenti li ha sollecitati a mettersi a disposizione assicurando la migliore assistenza, purché a costi contenuti indipendentemente dalla complessità della causa.

    A prescindere da possibili aspetti di rilevanza deontologica di cui non è il caso di interessarsi in questa sede, del fatto che un Avvocato con la A maiuscola è votato e tenuto a dare sempre il massimo, secondo le proprie competenze effettive una volta accettato un incarico, ciò che stupisce è l’ondivaga valutazione dei professionisti e del substrato delle  imputazioni.

    Ma come? Gli avvocati non erano tutti azzeccagarbugli (parole dell’On. Bonafede) da sottoporre al vaglio di una misteriosa filiera etica per accertarne i valori morali essendo presuntivamente sospetti di prossimità con il crimine organizzato (proposta del Presidente a Cinque Stelle della Commissione Parlamentare Antimafia)?

    E dei processi non ne vogliamo parlare? Questo non è forse il Paese dove non esistono innocenti ma solo colpevoli che “l’hanno fatta franca” secondo l’autorevole opinione di un Magistrato molto apprezzato dal Movimento per la sua visione della Giustizia?

    Allora c’è speranza,  il tessuto sociale non è del tutto marciscente! Si sappia che esistono potenziali vittime di persecuzione giudiziaria, di liste di proscrizione, cittadini accusati ingiustamente perché colpevoli solo di essere seguaci di Grillo.

    A costoro, tuttavia, bisognerà garantire un giusto processo che – forse – non è quello auspicato nei più recenti proclami e subitaneamente sostenuto con proposte inascoltabili dell’Associazione Nazionale Magistrati volte – più che altro – a eliminare di fatto il giudizio di appello. E se un militante 5 Stelle fosse condannato per errore? Può succedere, la giustizia degli uomini è per sua natura fallace: pazienza, in un sistema penale da Antico Testamento forse potrà contare sul perdono di Dio, il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola.

    Ossimori…è vero che, a rigore, il termine esprime contrasto all’interno della medesima frase ma – in fondo – anche nel nostro caso caratterizza una linea di pensiero di origine unitaria che, altrettanto, esprime mancanza di senso logico.

    Tempi duri per la Giustizia e chi ne resta in attesa. E se, alla fine, ci sarà chi si lamenta ma nelle urne si è espresso in un certo modo, ricordi che di questa politica non è vittima ma complice.

  • Sostenibilità efficienza energetica e sistemi industriali

    Da molto tempo, forse da troppo, uno dei concetti fondamentali per cercare di distinguersi e di offrire una visione positiva e “modernista” quanto autoreferenziale da parte di economisti e politici risulta legata alla proposizione del concetto di eco-sostenibilità come via dello sviluppo economico, quasi in contrapposizione all’immobilismo e alla mancanza di sensibilità dell’altra “parte del mondo industriale”.

    La sostenibilità ambientale rappresenta da sempre, e  non da oggi, un fattore economico tanto  importante da diventare anche un elemento competitivo semplicemente perché la sua corretta applicazione si trasforma in un passaggio importante in quanto permette una ottimizzazione del  consumo di energia per la articolata produzione. Una visione “vetero-economica” che però molte  aziende hanno già compreso, magari senza un’elaborazione concettuale da offrire al mondo della comunicazione.

    In questo senso infatti, al fine di comprendere l’attualità del concetto di eco sostenibilità, andrebbe analizzata con un occhio maggiormente obiettivo la situazione attuale del sistema industriale italiano e il  proprio posizionamento nella articolata realtà economica ed industriale europea.

    L’Italia, va ricordato, rappresenta la seconda economia manifatturiera e soprattutto i settori metalmeccanico e tessile-abbigliamento sono  i primi due settori per le esportazioni con degli attivi commerciali record per la bilancia commerciale e mantengono le preminenza rispetto ad altri settori, anche per quanto riguarda l’occupazione.

    Nella visione “eco-modernista” che contraddistingue i nuovi sostenitori di una rinnovata ricerca della sostenibilità il grafico in foto dimostra come questo concetto venga applicato CON OTTIMI RISULTATI e  con grande successo dal sistema industriale italiano in rapporto soprattutto all’Europa ed ai principali competitor. Una  semplice analisi dei dati  evidenzia senza possibilità di interpretazioni diverse l’efficienza energetica raggiunta IN QUESTO MOMENTO STORICO dal sistema industriale italiano: un risultato notevole se rapportato alle dimensioni delle nostre imprese industriali che sono perlopiù PMI (95%) e che scontino quindi una crescente e maggiore difficoltà di accesso al credito, anche a causa di una inferiore rappresentatività all’interno del sistema politico nazionale. Comunque, senza ombra di dubbio, questi risultati dimostrano come il concetto di sostenibilità sia ampiamente applicato nel nostro sistema industriale.

    I grafici, infatti, dimostrano come, per quanto riguarda il consumo energetico/per milione di unità di prodotto, tolta la Gran Bretagna (10,6) che rappresenta un’economia fortemente influenzata dalla componente finanziaria, il nostro sistema industriale necessiti di sole 14,2 tonnellate di oil/per milione di prodotto. Una quantità inferiore rispetto alla Francia (14,9), alla Spagna (15,7) ma soprattutto ben al di sotto di quanto necessiti al sistema industriale tedesco (prima economia manifatturiera europea) con 17 milioni di tonnellate, sempre per milione di prodotto, il quale dimostra come le dimensioni delle industrie non assicurino il vantaggio di usufruire di una qualche  economie di scala.

    Questo dato, da solo, annienta e ridicolizza tutti i modelli economici proposti dal mondo variegato della politica ed accademico per i quali la sola grande industria internazionale (alla quale il nostro tessuto industriale caratterizzato al 95% da Pmi dovrebbe ispirarsi) rappresenti la dimensione necessaria non solo in rapporto al mercato globale ma anche per quanto riguarda il reperimento di  investimenti anche finalizzati alla ottimizzazione energetica e quindi all’obiettivo della eco-sostenibilità.

    Questi dati annichiliscono anni di discorsi e di vision economiche inutili e prive di ogni supporto  economico e risultano assolutamente sconnesse con la realtà oggettiva quanto i loro sostenitori.

    In più, sotto il profilo della efficienza energetica, il sistema industriale italiano basato sulle PMI presenta un consumo energetico medio per milioni di prodotti di circa -2,6 milioni inferiore anche  rispetto alla media europea (16,8) e di 2,8 rispetto alla prima economia manifatturiera, cioè la Germania (17).

    Tenendo poi in considerazione i dati  relativi alle emissioni, ecco come la Francia, che da tempo ha puntato sull’energia nucleare, presenti un più basso tasso di emissioni per milione di prodotto (85,5 tonnellate di Co2/milione di prodotto), mentre l’Italia registra delle emissioni comunque inferiori rispetto alla Spagna (127,4) ed alla Germania stessa (136,7), ma anche alla media europea (130,5).

    Anche in questa analisi emerge evidente come il concetto di sostenibilità rappresenti per chi lo propone ora NUOVO OBIETTIVO invece che rappresentare un semplice bigliettino da visita autoreferenziale in considerazione dei dati qui riportati che dimostrano i traguardi già raggiunti dal sistema industriale italiano e in buona sostanza dalle Pmi.

    Paradossale andando avanti, poi, se si intendesse passare al grafico relativo alla produzione di rifiuti. Mettendo sempre in rapporto la produzione di rifiuti/per milioni di prodotto nella classifica che comprende le maggiori realtà industriali ed economiche europee, l’Italia, ed il suo articolato sistema industriale, risulta la nazione più virtuosa. Il nostro Paese, infatti, con 43,2 tonnellate/milione di prodotto, si dimostra molto più ecosostenibile rispetto ai dati molto più alti della Spagna (54,7), della stessa Gran Bretagna (64) e della Germania, da sempre il nostro competitor manifatturiero (67,6). Il sistema industriale italiano in più, anche  rispetto alla media europea, presenta una produzione di rifiuti inferiore della metà (Italia 43,2/89,3 Ue), un rapporto che conferma ancora una volta la assoluta centralità delle dinamiche di investimento relative alla sostenibilità del sistema industriale italiano di cui questi dati ne offrono la conferma.

    Questi grafici offrono la fotografia del nostro sistema industriale il quale probabilmente dovrebbe essere più consapevole delle proprie caratteristiche e prerogative, come degli ottimi risultati, già raggiunti in tema di eco-sostenibilità.

    Una consapevolezza che dovrebbe trasformarsi in iniziative propositive al fine di ottenere da una parte una maggiore tutela normativa (legge Made in Italy), con una forte pressione politica nella Unione Europea, titolare della competenza normativa, dall’altra dovrebbe contemporaneamente esprimere una nuova capacità comunicativa nelle forme come nei contenuti, con l’obiettivo di rendere noti e facilmente verificabili i propri plus di sostenibilità ad un consumatore sempre più  sensibile a queste tematiche legate al valore complessivo di un prodotto  reale, espressione della filiera produttiva italiana.

    La conoscenza di questi dati, tra l’altro, dovrebbe convincere e rafforzare le politiche di fiscalità di vantaggio relative al “reshoring produttivo”, una tematica abbandonata ormai anche delle stesse categorie dei rappresentanti industriali, troppo spesso distratte dalle dinamiche politiche e sempre meno attente alle reali aspettative del mercato, espressione complessiva della nuova sensibilità dei consumatori. Inoltre la consapevolezza del valore espresso da questi grafici dovrebbero indurre da soli, se opportunamente comunicati, un valore aggiunto e soprattutto CONTEMPORANEO per l’intera filiera del made in Italy, da troppo tempo diventata semplice cassa di risonanza della creatività senza nessun collegamento a valori indentificativi e condivisibili dagli stessi consumatori.

    Non comprenderlo e soprattutto non attuare le politiche necessarie di comunicazione, inserendo tali nuovi fattori eco-sostenibili già raggiunti come espressione attuale del valore complessivo ed articolato della filiera, rappresenterebbe il più grosso errore culturale di questo Paese e soprattutto delle diverse associazione di categoria che dovrebbero porsi il problema della perdita di valore delle politiche di comunicazioni complessive assolutamente ancorate a modelli degli anni ottanta.

    Un sistema industriale italiano criticato e persino dileggiato per la sua dimensione dalle grandi menti accademiche, ma che ora con questi dati dimostra ancora una volta come possa invece  rappresentare, anche in rapporto alla quantità di materiale necessario/per milione di prodotto,  il sistema industriale con il più alto grado di sostenibilità integrata all’interno dell’Europa.

    Un  sistema con simili Plus meriterebbe  una diversa considerazione da parte della classe politica ma anche un azzeramento della credibilità mediatica dei cosiddetti economisti che hanno sempre puntato sulle aziende di grande dimensioni come l’espressione vincente all’interno di un mercato globale.

    La sommatoria virtuale di fattori come le esportazioni, unita all’occupazione ed ora anche alla sostenibilità complessiva, di fatto azzerano la credibilità di tali modelli economici degli ultimi trent’anni, riportando al centro dello sviluppo del nostro Paese l’intero sistema industriale italiano, espressione di un sentimento ed attenzione alla eco-sostenibilità certamente poco valutata e considerata probabilmente dalle stesse associazioni di categoria. La consapevolezza richiede un immediato salto culturale dell’intero settore industriale per non vanificare il valore dei traguardi raggiunti forse “a propria insaputa”.

  • Sovranismo e populismo, ovvero il “Pensiero Unico della Spesa”

    La nascita dell’ennesimo gruppo politico proveniente dall’area della Destra che, dimentico dei suoi valori e della sua storia, come FdI, si appiattisce acriticamente su posizioni sovraniste e sposa in toto la politica della Lega e la leadership di Salvini, costituiscono una grave involuzione della Destra democratica italiana.

    Perché sovranismo e populismo sono la nuova versione dell’unica ideologia imperante nella politica italiana costituita dal PUS, e cioè il “Pensiero Unico della Spesa” e, conseguentemente, del “Partito Unico della Spesa” e fondano le loro tattiche su promesse non mantenibili e bugie che alimentano ad arte il Rancore dei cittadini (il risanamento dei conti è una prepotenza dell’Ue o un dovere dei governi di ogni colore politico, disatteso per decenni unicamente per inseguire il consenso elettorale?).

    Ecco perché nessuno dei partiti italiani parla il linguaggio della verità, perché a cominciare dalla Lega e dal M5S dovrebbero ammettere che la loro strategia è la stessa medesima di quella inventata a partire dal 1977 dagli scellerati protagonisti della I Repubblica, con l’unica differenza che oggi il livello del debito accumulato in 41 anni non consente più di continuare queste politiche suicide.

    Sovranismo e populismo hanno un solo merito, essere riusciti a creare un Corto Circuito nel buon senso comune e cioè: Buona Amministrazione uguale a interferenza dell’Ue alla nostra sovranità. Politiche scialacquatrici uguale a strumenti per la riconquista della sovranità.

    Solo il MSI ha combattuto sin dall’inizio quel sistema clientelare e parassitario ed è con forte rammarico che oggi si debba prendere atto che con l’adesione al sovranismo ciò che resta di quella tradizione abbia saltato il fosso. Sembra di vivere il dramma di Joyce “i Rinoceronti”, di colpo tutti sono diventati cavalieri della spesa e sostenitori di strategie di pura razzia e senza nessuna prospettiva e questo non solo non ha nulla di sociale e meno che mai di Destra, ma addirittura banalizza le storiche battaglie politiche a suo tempo sostenute contro la “mala politica dello sperpero parassitario” e assolve le colpe dei politici della I Repubblica, che cinicamente inventarono questo diabolico sistema di corruzione del consenso.

    Infatti, oltre che l’economia, il Pensiero Unico della Spesa ha disintegrato il senso civico e i valori degli italiani, abituandoli a vedere la politica nella sua forma più deteriore e cioè quale strumento di scambio per soddisfare ogni esigenza da ottenere senza sforzo e senza merito, praticamente la società in cui tutto è dovuto, oggi ribadita non a caso dal contratto di governo.

    In altre parole la politica come magica fonte dei desideri da barattare con gli ideali, da cui la generale omologazione di tutti i partiti al PUS, la trasformazione della lotta politica in perenne ricerca di risorse pubbliche anche a debito, la competizione fondata sul consenso, da ottenersi in una eterna asta di promesse al rialzo di gratificazioni sempre più appetibili, quanto non mantenibili e la micidiale strategia per uscire dall’Ue e dall’euro per continuare, senza controllori, l’allegra sagra dell’indebitamento fine a se stesso.

    La sovranità è quindi la libertà di un gruppo dirigente di continuare ad indebitare lo Stato e quindi il popolo per mantenersi al potere?

    Ma fino a quando si pensa che possano essere sostenute queste politiche suicide, non dire la verità al popolo, illuderlo verso falsi obiettivi? Chi è consapevole di questo e non parla, non si ribella o addirittura se ne rende complice tradisce gli Italiani e compie un attentato mortale alle future generazioni e comunque tutto ciò non è affatto inquadrabile come una politica di Destra né tanto meno di buon senso.

    Inoltre con l’assetto mondiale attuale e il risorgere dei nuovi imperi è davvero patriottico teorizzare o subire l’uscita dall’UE? O è un suicidio sovranista di massa?

    Cosa fare allora? Direi una salutare scossa per “svegliare il SONNANBULO”, che corrisponde in sede politica alla esigenza di contrastare il Partito Unico della Spesa e dare vita ad un nuovo partito che fondi la sua diversità sull’etica della verità in politica e che proponga le giuste politiche economiche e sociali per il rilancio dell’economia, degli investimenti e del lavoro, senza temere l’impopolarità e punti ad essere il referente di quella vastissima parte del Paese rimasta senza riferimenti politici e ideali e alla ricerca di un’offerta politica ragionevole e coerente con il bene comune, che vuole una Europa Unita, forte ed equa, non più di burocrati, mercanti e banchieri, ma di popoli con tanto di costituzione, esercito unico e reali diritti e doveri garantiti e non da negoziare di continuo, e soprattutto un partito alternativo al Partito Unico della Spesa, che non pensi solo alle elezioni e per questo sia pienamente credibile.

    Insomma occorre rimodulare il Sovranismo su base Europea e fare non meno, ma più Europa, essendo l’unica entità statuale in grado di competere con gli Imperi e garantire la vera sovranità dell’Italia all’interno dell’Unica Patria Europea.

    Tutto il resto è sterile velleitarismo e demagogia di bassa cucina, ed è anche l’unico modo per salvare il Paese dal default e non farci maledire dai posteri.

    *già Sottosegretario ai BB.AA.CC.

  • L’interpretazione statistica

    La caduta del livello culturale rispetto alle politiche economiche ed in relazione agli articolati effetti per l’economia reale, che vede contrapposti maggioranza ed opposizione, può venire simbolicamente rappresentata dalle “dotte analisi e deduzioni” scaturite dal grafico riportato.

    Emerge, infatti, come dal settembre 2017 al 2018 si siano persi 184.000 contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato risultano cresciuti esattamente del doppio: 368.000.

    Nel banale ed avvilente confronto politico questo dato viene presentato come una crescita della occupazione di 184.000 unità, indicatore delle politiche vincenti della coalizione di governo, ora all’opposizione (Governi Renzi e Gentiloni), soprattutto in rapporto agli ultimi dati drammatici  relativi alla crescita economica ed all’aumento della disoccupazione invece imputabili alla compagine governativa in carica.

    Uno dei principi fondativi di qualsiasi rilevazione statistica sul quale il mio professore di statistica all’Università non transigeva veniva indicato su come le rilevazioni dovessero risultare per sistemi ed elementi omologhi con l’obiettivo di ottenere dalle rilevazioni statistiche una foto reale e successivamente diventare un punto di partenza per una analisi più approfondita.

    Nello specifico, tornando al grafico, a fronte di un saldo positivo dei contratti (+184.000) abbiamo la perdita di 184.000 contratti a tempo indeterminato e molto spesso di altrettanti posti di lavoro.

    In altre parole, basterebbe riservare un approccio anche solo leggermente più professionale ed economicamente appropriato per comprendere come un semplice saldo positivo possa nascondere una realtà ben diversa proprio perché vengono confrontati numeri che sono espressione di entità economiche diverse e nello specifico addirittura con ricadute economiche opposte.

    La veridicità di tale analisi emerge dall’andamento dei consumi come del Pil dell’anno in corso che dalle rosee previsioni del Governo Gentiloni (+1,4% ma a novembre 2017 si fantasticava di un +1,6%, sempre con l’appoggio e sostengo del Centro studi di Confindustria) si sia mestamente, trimestre dopo trimestre, ripiegati verso un modesto 1,1/0,9% (confermato anche dall’Ocse), anche per la frenata della domanda estera di prodotti intermedi delle nostro Pmi e del crollo del nostro export, segnale preoccupante della incertezza dei maggiori mercati internazionali.

    Recentemente poi una ulteriore conferma della vera realtà economica che i saldi del grafico non  esprimono (o meglio le interpretazioni di “parte” non valutano) viene invece offerta dai dati relativi ai consumi. Dopo dei trimestri sostanzialmente piatti sul fronte della crescita, e con tassi di incrementi sempre ampiamente inferiori al tasso di inflazione, gli ultimi dati indicano chiaramente un crollo dei consumi del -2,5% con un allarmante flessione dei consumi alimentari (la prima dal 2012) dello -0,6%.

    Recentemente, infatti, il direttore di una della più importanti catene di distribuzione italiane alla domanda a cosa mai attribuisse il calo della spesa media rispose con il candore della conoscenza diretta dell’economia reale, indicando nell’esplosione dei contratti a tempo determinato la responsabilità di  tale preoccupante calo. A conferma di tale analisi va infatti ricordato come un consumatore non determini il proprio volume di acquisti in relazione alla disponibilità attuale ma soprattutto alle aspettative di guadagno future. In questo senso l’impatto economico di nuovi  contratti a tempo indeterminato risulta sicuramente superiore in quanto offre uno scenario futuro positivo e gestibile ed anche per l’accesso al credito al consumo che diventa uno strumento per acquisti importanti ma consapevoli proprio in relazione alla positiva aspettativa di retribuzione che tale contratto offre.

    Tornando, poi, al quadro generale se all’impatto per i consumi di questi saldi si aggiunge come da oltre due trimestri la crescita del Pil italiano risulti ampiamente al di sotto del tasso di inflazione (stagflazione ampiamente sottostimata se non addirittura omessa da ogni organo di informazione), il quadro economico rimane sconfortante anche se con “saldi occupazionali” fortemente positivi, i quali invece animano i deprimenti confronti politici. Il declino culturale di un paese può assumere le più diverse espressioni e forme.

    Questa incapacità dei due schieramenti politici, sia governativo come della attuale opposizione, di interpretare ed analizzare le ricadute economiche delle rilevazioni statistiche dimostra e conferma un deficit culturale imbarazzante di entrambe le compagini politiche e dei rispettivi “economisti” a gettone.

  • Time to market

    Definisce il tempo che intercorre tra l’ideazione, la realizzazione e l’immissione sul mercato di un determinato prodotto, ma rappresenta anche la capacità di un’impresa di reagire agli input che possono essere determinati dal mercato con il fine di interpretali  e così rispondere attraverso una innovazione di prodotto o miglioramento del servizio collegato.

    La politica intesa come l’arte della mediazione tra posizioni articolate ed espressione di ideologie diverse è caratterizzata da tempistiche molto diverse rispetto ai tempi di un mercato concorrenziale globale del quale, viceversa, si trovano ad operare le imprese.

    Il complesso scenario economico inteso nella sua articolata strutturazione, specialmente nella sua costante evoluzione tecnologica tipica di una società digitalizzata, a sua volta esprime tempistiche a dir poco istantanee nella applicazione di operazioni finanziarie: esistono infatti  programmi ed algoritmi ideati e realizzati per capitalizzare guadagni anche nell’arco del 1/4 di secondo. Al tempo stesso la digitalizzazione, attraverso la propria immediatezza imposta a tutti i mercati, trova riscontro anche, per esempio, nell’economia reale, come dimostra la vicenda Dolce Gabbana, soprattutto per le sue conseguenze commerciali, nella reazione allo spot incriminato che ha costretto al ritiro dei capi dalle piattaforme digitali in tempo reale.

    La politica economica, espressione legittima del mandato elettorale di cui il governo si fa portavoce, presenta  viceversa delle tempistiche che dovrebbero risultare  mediane tra le due velocità di riferimento della politica e dell’economia. In altre parole, non si pretende che la politica governativa adotti i tempi del mercato globale digitale ma neppure si può pretendere che sia il mercato a doversi adattare alle tempistiche “borboniche” delle diverse compagini governative, indipendentemente dal colore politico della coalizione che le sostiene.

    Al di là dell’andamento delle trattative che vede contrapposti il governo italiano con le autorità europee in seguito alla lettera della Commissione Europea sul complesso dei valori di crescita in rapporto ai maggiori capitolati di maggiori uscite (reddito di cittadinanza e ingresso nel sistema pensionistico a quota cento), il mercato ha già ampiamente espresso il proprio giudizio.

    Nonostante lo spread sia da mesi sopra quota trecento (300) e che soprattutto il differenziale con la Spagna (che nel valore assoluto del Pil ha superato il nostro Paese nel mese di giugno 2018) risulti sempre attorno ai duecento (200) punti, tale sfiducia si esprime con un considerevole aumento dei tassi di interesse pagati dal nostro Paese ad un operatore finanziario o semplice al risparmiatore che volessero sottoscrivere i titoli del debito italiano.

    Viceversa, lo scorso martedì, a fronte di una offerta di oltre sette (7) miliardi di titoli italiani del debito pubblico, il mercato (va ricordato “soggetto asessuato che cerca solo marginalità”) ne ha sottoscritti  poco più due miliardi (2,1 Mld), mentre esponenti della maggioranza di governo prima hanno negato ogni ripercussione imputabile alla crescita dello spread e successivamente, indicando l’aumento dei tassi di interesse (quindi un maggior costo dei servizi al debito per i contribuenti), si  sono spinti nella ardita  previsione di un interesse rinnovato da parte del mercato anche grazie ai tassi crescenti. Sembra incredibile come non risulti ancora chiaro ai responsabili economici del governo in carica come all’aumento di interesse per un titolo del debito sovrano (quindi manifestazione di fiducia relativa alla sua  solvibilità) i tassi pagati subiscano un abbassamento fino al valore negativo (titoli del debito tedesco), mentre un innalzamento degli stessi  rappresenta il maggiore rischio che gli operatori riconoscono al paese emittente. Esattamente il contrario di quanto avvenga per le comuni dinamiche dei titoli del mercato azionario.

    I numeri espressi dal mercato all’ultima asta di titoli boccia clamorosamente le politiche non solo economiche del governo attuale (al quale vanno riconosciute le conseguenze del  disastro finanziario dei precedenti governi Renzi e Gentiloni che hanno beneficiato del Quantitave Easing), ma soprattutto la gestione del debito complessiva ed anche i  rapporti  e le dichiarazioni di membri istituzionali con il mercato stesso assolutamente prive di ogni senso di responsabilità.

    La digitalizzazione ha imposto una velocità certamente difficile da raggiungere per una compagine governativa che spesso risulta la sintesi di gruppi politici con visoni differenti e con difficoltà  di sintesi operativa. Non può tuttavia rappresentare certamente la soluzione alle diverse dinamiche e velocità  l’ignorarle  o peggio negando la  stessa differenza. In un  mercato globale e concorrenziale la velocità di consegna di un prodotto rappresenta un aspetto del servizio che crea valore aggiunto. Un mercato nel quale invece il governo in carica pretenderebbe di immettere i titoli del proprio debito pubblico con regole e velocità stabilite dall’emittente.

    Mai visione della gestione della finanza pubblica risultò  più anacronistica ed “analogica” dimostrazione evidente e disarmante della assoluta mancanza di  conoscenza del significato  “Time to Market”, figurarsi delle sue molteplici applicazioni.

  • La vera diarchia

    Molto spesso nell’analisi del declino economico-culturale del nostro Paese viene indicato tra i responsabili il potere politico nelle sue diverse articolazioni. Altrettanto spesso tale individuazione risulterebbe corretta ma sostanzialmente superficiale in quanto lo stesso potere politico  è espressione o, meglio, braccio operativo di una diarchia molto più potente che utilizza ogni articolazione politica per ottenere i propri obiettivi. La prima forma di questo potere è rappresentato sicuramente dalla gestione del credito che rappresenta la vera ed assoluta forma di potere in un Paese che da sempre declina verso un debito pubblico e che soprattutto non ha ancora compreso come la gestione dello stesso, ad un livello fisiologico, rappresenterebbe di per sé una forma di libertà e, di conseguenza, di limitazione del potere della gestione credito stesso.

    Il sistema bancario, i cui disastri nella gestione pubblica con il  fallimento del Banco di Napoli e Banca di Sicilia rappresentano una delle immagini più compromesse della commistione tra interessi privati e potere politico nella sua declinazione verso il controllo e la gestione privati, ha raggiunto livelli di degrado inimmaginabili. A livello internazionale infatti va ricordato che l’inizio della crisi esplosa del 2008 negli Stati Uniti con la crisi del debito sub-prime ha trovato origine nella scellerata decisione da parte del presidente degli Stati Uniti Clinton di togliere la divisione tra banche d’affari e banche commerciali. Questa scelta politica, di fatto, ha dato inizio alle dinamiche finanziarie suicide con la complicità della Federal Reserve che adottò una politica monetaria molto espansiva per offrire linfa allo sviluppo ma che contemporaneamente  ha portato alla devastante crisi finanziaria dei mutui sub-prime.

    La seconda forma di potere che assume le più diverse forme politiche sia di centro-sinistra che di centro-destra risulta quello della spesa pubblica. Basterebbe infatti analizzare l’andamento della percentuale dedicata alla spesa in conto capitale (le risorse finanziarie destinate agli investimenti strutturali con ricadute elettorali molto più dilazionati nel tempo) in continua diminuzione fino alla percentuale infinitesimale attuale per comprendere come in buona sostanza la spesa pubblica rappresenti il vero ed unico modo adottato per acquisire quel consenso elettorale distribuendo vantaggi ed esenzioni fiscali come anche reddito di cittadinanza ingresso al sistema pensionistico o assunzioni clientelari o elargizioni di ottanta euro.

    La costante fondamentale di tutti i governi che si sono alternati negli ultimi quarant’anni  alla guida del nostro Paese nasce appunto dalla commistione tra i partito della spesa pubblica (mai diminuita a fronte di dichiarazioni menzognere senza dignità) unito alla gestione credito dal quale le politiche governative hanno trovato il sostegno finanziario  legiferando di conseguenza sempre a favore degli stessi Istituti bancari, vedi sostenitori della politica della spesa pubblica.

    In questo contesto di complicità, la via per uscire da questa diarchia nefasta viene ora rappresentata  dall’unica opzione della riduzione del debito pubblico. Entrambi i soggetti di tale diarchia traggono la propria forza dall’aumento della spesa  stessa e, contemporaneamente e conseguentemente, del debito pubblico: prova ne è come entrambi avversino la proposta in ambito europeo  di porre un limite alla detenzione di titoli di debito pubblico presso gli istituti privati presentata e proposta dalla Germania. La perdita di peso del debito all’interno del sistema economico italiano infatti renderebbe la politica stessa e il  sistema italiano nel loro  complesso  meno influenzabili  dal mondo finanziario.

    Un obiettivo che, al di là delle ricette fantasmagoriche che ogni governo periodicamente propone, deve partire con una parallela ma decisa riduzione o quantomeno ottimizzazione della spesa pubblica i cui risparmi così ottenuti vengano utilizzati per una costante e graduale riduzione della pressione fiscale quanto del debito pubblico. Attraverso la spesa pubblica, ma soprattutto attraverso il debito, lo Stato diventa il primo concorrente nel reperimento di risorse finanziarie del sistema imprenditoriale, una situazione aggravata dalla deriva finanziaria degli stessi istituti di credito.

    In un contesto così incestuoso tra due espressioni di interessi diversi che operano assieme nell’unica direzione del proprio  vantaggio la riduzione del debito pubblico  rappresenta l’unica soluzione per rompere questo sodalizio che sta strangolando la nostra economia e ridare valore alla politica economica ed in definitiva alla democrazia italiana.

  • Modelli economici e inversione ideologica

    L’intera schiera dei commentatori politici, al di là dalle posizioni singole, concorda nella perdita del valore fondativo della ideologia all’interno dei diversi schieramenti politici. Risulta tuttavia paradossale come l’ideologia sia invece sempre più viva e deleteria all’interno dei modelli economici sposati non solo dagli schieramenti politici di destra o di sinistra, ma soprattutto adottati dai rispettivi governi durante il periodo di reggenza governativa.

    Quello che emerge ancora più sorprendente, ad un’analisi più approfondita, è come tali ideologie declinate nell’ambito economico, molto spesso, vengano applicate attraverso strategie esattamente nel modo inverso rispetto al territorio di appartenenza politico.

    L’esempio più banale è quello dell’abolizione dell’articolo 18 inserito con il Jobs act approvato dal governo Renzi e dalla maggioranza parlamentare del centro-sinistra e da poco bocciato dalla Corte costituzionale nella parte relativa al calcolo dell’indennizzo, considerato insufficiente per calcolare il semplice coefficiente di anzianità.

    Volendo invece tornare ai nostri giorni con un tema molto sentito dalle nostre Pmi ed aziende artigianali, si riscontra, per esempio, l’introduzione della fatturazione elettronica che penalizza proprio l’elettorato tipico del centro-destra. Una decisione la cui responsabilità va assolutamente attribuita a Tremonti, come al governo Berlusconi, che ha tradito il mandato elettorale.

    In altre parole, l’ideologia che una volta rappresentava l’elemento distintivo dei diversi schieramenti politici ora risulta l’esempio del corto circuito economico del quale i diversi governi ne risultano un esempio lampante.

    La conferma di tale inversione ideologica è anche rappresentata, in questi ultimi giorni, da un governo nato come espressione proprio di quel ceto produttivo tipico delle regioni del nord che in mano ad una banda di analfabeti economici, che hanno sempre negato gli effetti negativi dello spread come della mancanza di effetti nella disobbedienza ai precetti dell’Unione Europea, si trova ora in una posizione insostenibile. Un governo che ora, dopo la bocciatura ampiamente anticipata dell’Unione europea, ci sta portando lentamente verso un baratro economico finanziario simile a quello del novembre 2011, confermato dall’ultima asta di titoli pubblici del debito che, a fronte di una offerta governativa di circa sette miliardi in due giorni, ha trovato finanziamenti per poco più di cinquecento (500) milioni. Un baratro molto più pericoloso rispetto a quello già devastante del novembre 2011 a causa dei 361 miliardi di nuovo debito attribuibili ai governi Monti e Letta ma soprattutto Renzi e Gentiloni, grazie al paracadute del quantitative easing della Bce.

    Gli effetti di tali scelte dei diversi governi che si sono succeduti alla guida al paese dimostrano evidente l’inversione ideologica che in questo caso potremmo definire un vero e proprio tradimento del proprio elettorato, tanto per i governi di centro-sinistra come  del centro-destra.

    Questi diversi governi sono stati e rimangono assolutamente vicini e simili nell’atteggiamento al proprio elettorato ma per loro il corpo elettorale rappresenta semplicemente (esattamente come vengono definiti i del mondo finanziario i risparmiatori) il “parco buoi” da tosare per raggiungere gli obiettivi reali di questa classe politica de-ideologizzata.

  • Angela Merkel rinuncia alla candidatura per il 4° cancellierato

    Il 7 e 8 dicembre prossimi, ad Amburgo, avrà luogo il congresso annuale della CDU (Unione Cristiano-democratica) il partito di Angela Merkel. Avendo dichiarato che non è più in corsa per la candidatura a cancelliere ed  essendo il cancelliere,  per tradizione, il capo del partito di maggioranza, il congresso avrà un’importanza storica, perché dopo tre legislature presiedute dalla Merkel, ora la CDU dovrà scegliere il suo successore all’altezza della situazione. Chi sono i possibili candidati? C’è un erede designato? Riuscirà la CDU a rimontare la china elettorale lungo la quale è precipitata nell’ultimo anno? Sono domande tutte strettamente collegate all’avvenire del partito che è stato di maggioranza fin dalla fine della seconda guerra mondiale e al futuro della Germania, dal quale non può prescindere quello dell’Europa. Una cosa positiva, comunque, sembra rappresentata dal fatto che finalmente la CDU affronterà un vero dibattito sul suo domani, dibattito che è mancato durante il periodo della  leadership di Helmut Khol e poi di quella della Merkel. Erano loro che garantivano la gestione, sempre eccellente, degli affari di partito e di quelli della Repubblica federale. Ora, tuttavia, le cose sono cambiate. Le conseguenze della globalizzazione, l’introduzione del sistema digitale per i privati e per le istituzioni pubbliche, il fenomeno della forte migrazione con l’arrivo in Germania, oltre che nel resto dell’Europa, di numerose presenze islamiche, la maggioranza delle quali non si integra nel tessuto sociale e culturale dei tedeschi e degli europei, ma pratica e rispetta le leggi della sharia, configgenti con quelle della tradizione culturale dell’Occidente, sono tutti elementi che modificano gli stili di vita praticati fino ad ora. Il fenomeno del terrorismo solleva problemi di sicurezza di non facile soluzione ed il sentimento della paura, in Germania come negli altri Paesi europei, investe larghi strati della popolazione e provoca spostamenti elettorali che privilegiano il nazionalismo populista. Non sono questioni momentanee quelle qui ricordate. Sono temi che influenzeranno le scelte popolari per i prossimi anni. E le forze politiche, fra le quali la CDU in primis, come reagiranno a questi fenomeni? Cosa proporranno agli elettori per non rimanere vittime di queste nuove realtà? Con la Merkel il partito era sotto controllo e nel blocco conservatore non furono certamente incoraggiati  i dibattiti sul futuro e/o sulle eventuali riforme. A parte qualche mormorio sulla dimensione del fenomeno migratorio accolto, non si sono mai manifestate alternative alla leadership della Merkel. Ora pare che vi siano almeno tre pretendenti alla successione. Una sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, attuale segretaria generale della CDU scelta dalla Merkel nel febbraio scorso. Già premier della Sarreland, appartiene all’ala liberale del partito, ma su posizioni più conservatrici della Merkel sulle questioni delle migrazioni e dei matrimoni gay. Un altro pretendente è Jens Spahn, 38 anni, noto per la sua manifesta ambizione. La Merkel l’anno scorso l’aveva voluto al governo come ministro della salute. Nella CDU si colloca a destra ed è molto critico nei confronti delle politiche migratorie della Merkel e della doppia cittadinanza. Infine, c’è l’ex nemico del cancelliere, il sessantatreenne Friedrich Merz. Un tempo era il capo del blocco conservatore in parlamento, che è un posto molto influente. A quel tempo, aveva ambizioni di correre contro la Merkel, finché lei non lo mise da parte senza tante cerimonie. Ora sta pianificando un ritorno, sperando di ottenere il sostegno della comunità imprenditoriale. Sebbene tutti e tre abbiano un carattere molto diverso, tutti sanno che se qualcuno di loro vuole diventare il prossimo cancelliere della Germania, deve riconquistare le centinaia di migliaia di voti che sono andati all’Alternativa di estrema destra per la Germania (AfD) o ai Verdi. Chi vincerà la corsa alla leadership del partito e spera di diventare il prossimo cancelliere non potrà non rivedere il ruolo della Germania in Europa e valutare le riforme da compiere nell’UE di fronte alla digitalizzazione, al ritmo incontrollato della globalizzazione, all’ascesa della Cina e alla definizione di nuovi rapporti con l’America di Trump. Non potrà, in altri termini, ritenere che la situazione attuale in cui si trova l’UE sia adeguata alle sfide che ha di fronte e che comprendono anche l’affermarsi in vari Paesi europei del  nazionalismo populista, generalmente euroscettico, quando non proprio antieuropeo. Sono tutte sfide che implicano un nuovo approccio alla politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. Si tratta in sostanza di proteggere i valori e le istituzioni democratiche, ora sotto pressione per i fenomeni ai quali abbiamo accennato, e di riuscire a far fare  passi avanti all’Europa politica, non solo a quella economica o finanziaria. Saranno all’altezza di questo compito immane i pretendenti? Chi di loro riuscirà vincente? Quali forze all’interno della CDU sapranno coagulare i favori per la riuscita di un candidato all’altezza della situazione? Un candidato che non fosse idoneo alla definizione di una nuova strategia sarebbe un passo indietro rispetto ai traguardi politici raggiunti dalla Merkel. La definizione di nuove strategie è la condizione sine qua non per l’affermazione della CDU nei prossimi anni e per la garanzia di sicurezza che i tedeschi richiedono al loro governo. Se ciò non avverrà, la Germania incontrerà un periodo di pericolosa instabilità, nociva non solo ai tedeschi, ma purtroppo all’intera Europa.

  • Il 2019 prossimo futuro

    Al di là delle correzioni relative alla crescita del 2019 attuate dal  governo in complice e speranzoso silenzio (crescita prevista dall’1,6 % ad un 1,5%), emergono evidenti i numeri fantasiosi dello stesso governo rispetto a quelli degli organi internazionali, assolutamente ignorati anche dai maggiori media nazionali.

    Ad un crescendo imbarazzante delle previsioni di crescita del 1,5% presente nel Def e sulla base del quale vengono calcolate sia le uscite a debito che quelle previste come copertura finanziaria per il prossimo anno, fanno riscontro le previsioni dell’Ocse di oltre un mese fa che indicavano nel +1,1% la crescita prevista del Pil per il 2019 per l’Italia. Il differenziale del – 0,4% tra le previsioni risulta per ora assolutamente in linea con la medesima previsione per l’anno in corso del Governo Gentiloni e con la triste realtà economica: da un +1,4% ad un modesto +1% se nel quarto trimestre la crescita subirà una impennata del +0,4%. Nel caso contrario venisse mantenuto il trend dell’ultimo Q3 (crescita +0%) l’obiettivo per la crescita annuale si fermerebbe ad un ben più modesto +0,8/1,0%.

    Tornando al governo in carica, tale sua previsione già di per se viene rivista al ribasso da Goldman Sachs che indica una crescita di +0,4% prevista del PIL italiano per il 2019 a fronte di una crescita europea del +1,6%: cresceremo quindi un quarto della media europea e perciò con un differenziale tra crescita media europea e italiana del -1,2%. Alla Germania, viceversa, viene attribuita una crescita del +1,9% con un differenziale, questa volta positivo del +0,3%, mentre rispetto alla nostra crescita l’economia tedesca ci supera di quasi cinque volte (+1,9% rispetto al nostro +0,4%), mentre la Francia di “sole” oltre quattro volte (+1.7% rispetto al nostro sempre +0,4%). Anche per la Francia il differenziale tra crescita stimata europea e quella nazionale registra un +0,1% essendole attribuita un +1,7 di aumento del Pil.

    In poco più di un mese abbiamo assistito alla riduzione di tre quarti (3/4 dal +% 1.6 al +0,4%) delle previsioni di crescita del Pil italiano per il 2019, dimostrando essenzialmente come risultasse assolutamente arbitrario il livello indicato dal governo e come contemporaneamente risulti assolutamente priva di ogni fondamento economico l’indicazione a 2,4% del deficit previsto per il 2019, destinata a crescere ben oltre il 3% come logica conseguenza della rivisitazione al ribasso di  questi tassi di crescita, per di più con una spesa corrente in costante aumento.

    Contemporaneamente la Spagna, che ha superato in valore il nostro Pil nel giugno del 2018, nell’anno in corso crescerà più del doppio rispetto al Pil del nostro paese (Italia +1.1% /+2,6% Spagna). Passando invece alle previsioni di crescita del 2019, sempre la Spagna presenterà un tasso di crescita quasi sei (6!) volte superiore al nostro tasso di crescita, con un +0,4% del Pil italiano rispetto ad un +2,3% di quello spagnolo.

    Questi numeri dimostrano inequivocabilmente il fallimento di un’intera classe politica la quale è riuscita a portare il nostro paese nelle medesime condizioni del novembre 2011, accusando alternativamente ora l’euro ora la Bce oppure le politiche nazionaliste, infine il mondo ed il mercato globalizzati. Tali dati inesorabilmente dovrebbero finalmente indicare il livello di preparazione della classe dirigente politica ed accademica che ha permesso questo disastroso risultato nella più assoluta irresponsabilità. Tutto questo in un paese normale dovrebbe portare come logica conseguenza ad un azzeramento delle classi dirigenti per avviare un piano a medio e lungo termine elaborato da professionalità indipendenti da volgari interessi elettorali, espressione delle mefitiche ingerenze politiche.

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