Governo

  • Dopo una protesta

    Finché non diverranno coscienti della loro forza, non si ribelleranno e,

    finché non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza.

    George Orwell

    Era stata annunciata il 21 gennaio scorso, dopo una riunione dei rappresentanti dei partiti dell’opposizione. E subito dopo le strutture di quei partiti hanno cominciato ad organizzare tutto. L’obiettivo era quello di garantire quanto più partecipanti per una protesta massiccia e pacifica da svolgersi a Tirana. La data prestabilita era il 16 febbraio.

    Erano ormai dei lunghi mesi, dall’aprile 2018, che l’opposizione non aveva organizzato alcuna importante protesta. Da quel periodo però sono paurosamente aumentati gli scandali governativi. E, di pari passo, aumentava anche l’irresponsabilità istituzionale e personale, nonché l’arroganza e le spudorate bugie del primo ministro e dei suoi leccapiedi che cercavano di nascondere quanto accadeva. Per tutta l’estate scorsa, diversi alti rappresentanti dell’opposizione avevano dichiarato, a più riprese, che da settembre dovevano cominciare le proteste inarrestabili contro tutte le malefatte del primo ministro e del suo governo. Le ragioni erano tante e tutte convincenti. L’autore di queste righe, in quel periodo scriveva (Patto Sociale n.322): “Sarà tutto da vedere. Forse coloro che dirigono l’opposizione hanno beneficiato di un lungo periodo di “ritiro spirituale” estivo e porteranno a termine questa azione politica. Sarà anche la loro sfida, con tutte le conseguenze. Si vedrà, ormai è già settembre!”. E purtroppo niente è accaduto nei mesi successivi.

    Nel frattempo le ragioni per protestare contro il primo ministro e il suo governo sono soltanto aumentate. Negli ultimi mesi tanti gravi scandali governativi milionari si sono susseguiti gli uni agli altri. Scandali che, alla fine, hanno costretto il primo ministro a cambiare, il 5 gennaio scorso, la maggior parte dei ministri. Mentre era lui che doveva dimettersi e allontanarsi per primo. Una disperata mossa quella del primo ministro, per “gettare acqua sul fuoco”. Su quel fuoco acceso, più di un anno fa, dalla protesta per difendere dalla demolizione abusiva il Teatro Nazionale e poi dopo dalle proteste degli studenti, degli abitanti di un quartire della capitale e altre ancora, in diverse parti del paese. Tutte proteste che hanno scoperto clamorosi scandali governativi, nei quali era coinvolto direttamente, almento istituzionalmente, lo stesso primo ministro. E per sfuggire alle sue responsabilità lui ha scaricato, come sempre, la colpa sui suoi ministri. E li ha sostituiti con altre persone venute dall’anonimato con l’unico “valore”: quello di ubbidire ciecamente ai suio ordini e di fare il prestanome.

    Il 16 febbraio scorso i cittadini sono scesi in piazza numerosi. È stata una partecipazione molto significativa e, in qualche modo, anche inattesa. Perché sono state veramente tante le delusioni avute precedentemente dai dirigenti dell’opposizione in eventi simili. Soprattutto dopo il grande e clamoroso tradimeto di tutte le aspettative e della fiduacia data dai cittadini durante i tre mesi della “Tenda della Libertà”. Tradimento sancito dal famigerato accordo, mai reso trasparente, tra il capo dell’opposizione e l’attuale primo ministro il 18 maggio 2017, dopo tre mesi di crescente e convincente protesta. Accordo che ha garantito un mese dopo all’attuale primo ministro un secondo mandato. E non è stato, purtroppo, l’unico caso. Perché in seguito ci sono state anche altre continue delusioni, evidenziate costantemente e a più riprese, fino a questi giorni (Patto Sociale n.255; 262; 268; 274, 277, 280; 291; 296; 300; 324 ecc..).

    Però era ed è talmente grande e crescente l’irritazione e il disaccordo dei cittadini con la diffusa corruzione governativa, l’allarmante connivenza dei massimi livelli della politica con la criminalità organizzata, il continuo impoverimento della popolazione e tante altre malefatte del primo ministro e del suo governo, che hanno spinto i cittadini a scendere in piazza sabato 16 febbraio a Tirana. Superando così anche le delusioni causate dai dirigenti dell’opposizione. Superando, allo stesso tempo, anche le paure che cercava di diffondere nell’opinione pubblica la propaganda governativa, che ha fatto di tutto perché la protesta venisse boicottata dai cittadini, in un momento di profonda difficoltà per il primo ministro. Facendo uso, oltre ai media controllati, anche delle dichiarazioni ufficiali della polizia di Stato che si riferivano ad azioni violente durante la protesta, causate da persone pericolose, conosciute dalla polizia. Tutto per dissuadere i cittadini, delusi e arrabbiati, a partecipare all’indetta protesta del 16 febbraio. Le cattive lingue si chiedevano, in questi giorni, se la polizia li conosce, allora perché non li arresta, o almeno non neutralizza quelle “persone pericolose”? Per compiere, in questo modo, il suo dovere e obbligo istituzionale. Oppure stava programmando di fare uso di infiltrati e provocatori per “sporcare” la protesta e farla diventare “violenta”? Così si chiedevano le cattive lingue durante questi giorni.

    La protesta, di fronte all’edificio del Consiglio dei Ministri, è durata circa cinque ore. E’ cominciata con un gesto simbolico. Alcuni giovani hanno offerto dei fiori ai poliziotti, in file serrate, davanti all’edificio. Fiori che sono stati fermamente rifiutati. Poi, dopo che la protesta è ricominciata, alcuni manifestanti hanno superato le file serrate dei poliziotti e si sono diretti verso l’ingresso dell’edificio. Un ingresso bloccato appositamente da alcune impalcature di tubi metallici e di reti. I manifestanti (oppure infiltrati/provocatori?!) hanno cercato di aprire le porte, facendo uso di tubi e altro, staccati dalle impalcature. Subito dopo, dall’alto, alcuni poliziotti hanno lanciato granate di gas e hanno sparato con proiettili di gomma. Queste scene si sono ripettute diverse volte. Mentre i poliziotti stavano immobili e non reagivano per impedire agli “assalitori” di continuare con i loro “atti di violenza”. Sembrava più uno scenario ben ideato ed attuato che altro. E se così sia stato, ci sono riusciti. Perché subito la propaganda governativa, in pieno svolgimento della protesta, ha parlato di una protesta violenta. Purtroppo a queste insinuazioni, si sono aggiunte anche alcune dichiarazioni, nelle reti sociali e “in diretta”, di alcuni ambasciatori. Uno di essi, messo alle strette dai commenti, ha poi “cambiato” versione, contraddicendo se stesso.

    A protesta conclusa una cosa è stata certa e nessuno può/potrà testimoniare il contrario. Propaganda governativa e alcuni ambasciatori compresi. E cioè che in realtà non c’è stato nessuno scontro e/o atto di violenza tra i protestanti e la polizia durante tutto il tempo della protesta.

    La protesta continuerà giovedì 21 febbraio. Nel frattempo il capo dell’opposizione ha dichiarato ieri che i deputati del suo partito, il più grande dell’raggruppamento, rassegneranno i loro mandati da deputato. Bisogna vedere cosa faranno gli altri partiti. Un atto che potrebbe dare vita ad altri scenari e svolgimenti della protesta. Protesta che dovrebbe continuare fino al raggiungimento degli obiettivi preposti. Perché i dirigenti dell’opposizione hanno dichiarato a più riprese che questa volta non indietreggeranno senza l’allontanamento del primo ministro e la caduta del governo. O si allontanerà il primo ministro, oppure si allontaneranno loro stessi! Rimane tutto da vedere. Che sia la volta buona!

  • Patrizia Toia: secondo Conte ‘attacchi scomposti all’Italia’? No, risposta stizzita a una presa in giro del Parlamento europeo

    Pubblichiamo, autorizzati dall’On. Patrizia Toia, il suo articolo apparso sul Corriere della Sera.

    Caro direttore,
    non sono stati “attacchi scomposti” all’Italia, ma una risposta stizzita a una presa in giro del Parlamento europeo. Il problema è che Conte è venuto a Strasburgo a fare retorica europeista e a spacciare per grandi “novità” delle misure che abbiamo proposto e approvato con il voto sempre contrario delle forze che lo sostengono
    Fa un certo effetto sentire Conte definire un “impulso prezioso” il Piano Juncker degli investimenti se sei un eurodeputato che ci ha lavorato per anni e sei già indignato per il voto sempre contrario degli eurodeputati grillini e leghisti.
    E fa effetto sentire Conte che rimprovera noi con tono da mestrino perché non ci sono abbastanza fondi per l’Africa quando abbiamo già approvato il piano di investimenti per l’Africa e ancora brucia la ferita del voto contrario dei leghisti, quelli che vogliono “aiutarli a casa loro”, e l’astensione dei grillini. E fa effetto quando dice che serve “un’Europa forte e coesa” e che bisogna “sfruttare tutte le opportunità di cooperazione” in materia di difesa comune, mentre nell’aula di Strasburgo sanno che è lo stesso governo Conte che non partecipa alla Forza di intervento rapida dell’Ue, avviata da nove Paesi. E che dire quando il capo del Governo, che ha affossato in Consiglio la riforma di Dublino, votata dal Parlamento europeo, rimprovera l’Europa di poca lungimiranza sull’immigrazione perché serve “una soluzione strutturale” fuori dalla logica dell’emergenza? Come non indignarsi quando il premier che rappresenta Lega e Movimento 5 Stelle invita gli eurodeputati a “non cedere a logiche nazionaliste o regionaliste?” O quando spiega che bisogna limitare le “conseguenze negative della Brexit” mentre nella stessa aula gli eurodeputati della sua maggioranza grillina siedono ancora oggi nel gruppo guidato dall’euroscettico Nigel Farage?

    Patrizia Toia
    Capodelegazione degli eurodeputati Pd

  • Randagismo in Sicilia, audizione a Roma del consulente regionale

    Pubblichiamo di seguito un articolo apparso il 13 febbraio sul giornale on line ‘Animali e ambiente nel cuore’

    “Colmare le carenze strutturali delle strutture pubbliche e soprattutto aumentare opportunamente il numero delle strutture necessarie a garantire le sterilizzazioni a tappeto sul tutto il territorio della Sicilia”: sono obiettivi “improcrastinabili” secondo Giovanni Giacobbe, consulente della Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana, ascoltato oggi, a Roma, dall’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali sul fenomeno del randagismo nell’isola
    Fulcro della relazione l’attività della Commissione parlamentare speciale sul randagismo” voluta dal presidente dell’assemblea regionale siciliana Gianfranco Micciché per la riforma della Legge Regionale 15/2000. “In Sicilia – spiega Giacobbe – si sta provando a costruire un impianto normativo nuovo per individuare soluzioni a breve termine e contemporaneamente approntare strumenti di lungo periodo”. Occorrerà però fare i conti con le risorse effettivamente disponibili, ed è per tal motivo che Giacobbe ha chiesto all’intergruppo di perorare la causa del reperimento delle somme necessarie all’inderogabile adeguamento delle strutture che possano essere destinate alla inderogabile finalità dell’adeguamento strutturale Per fare un esempio: “La provincia di Messina, che ha il maggior numero di comuni (108 sui 390 della Regione), non ha alcuna struttura pubblica, né sanitaria né di ricovero”. Il relatore ha inoltre sottolineato l’esigenza di controlli capillari controlli da demandare alla polizia locale, alle guardie zoofile e al Corpo Forestale Regionale. “Ma se per assurdo – aggiunge Giacobbe – domani dovessimo prelevare dal territorio tutti gli animali vaganti e, sempre per assurdo, dopodomani dovessimo sterilizzarli tutti e reimmetterli sul territorio, tra sei mesi correremmo il rischio di ricominciare da capo, se non guardassimo all’obiettivo più importante: approdare ad una nuova cultura responsabile dell’allevamento e della gestione del cane. È infatti chiaro che la mancanza assoluta di controllo nella riproduzione (basti aprire un portale internet qualsiasi alla voce cani in vendita) è concausa del dilagare del fenomeno del randagismo, insieme alle malsane abitudini di certe categorie di possessori di cani, che non brillano per “perizia” nella custodia dei propri animali, che finiscono per accoppiarsi incontrollatamente, immettendo sul territorio un numero enorme di individui fertili, destinati ad una vita di vagabondaggio o da reclusi nei canili. L’aumento della popolazione canina alimenta una spirale che ha conseguenze molto negative per il benessere degli animali, l’incolumità pubblica e le casse dei Comuni”.

  • L’Italia, l’Europa e il silenzio assordante sull’Albania

    Da anni, puntualmente, ogni settimana Il Patto Sociale L’Albania pubblica un articolo sulla situazione albanese. Lo facciamo perché l’Albania è un paese a noi vicino non solo per lo stesso affaccio sull’Adriatico, ma perché le storie dei popoli del mediterraneo sono intrecciate da millenni e quei popoli che hanno subito le tragedie del comunismo hanno necessità di una particolare attenzione che li aiuti a procedere nel cammino della democrazia e della giustizia.

    Nei molti articoli scritti in questi anni da Milosao, il nostro corrispondente in Albania, abbiamo via via conosciuto i gravi problemi che affliggono il paese dove  ancora una parte del mondo politico è adiacente ad attività criminali, e questo, purtroppo non è un problema solo albanese. Abbiamo seguito lo sviluppo economico di una parte dell’Albania, sentito di una forte presenza italiana nel settore imprenditoriale e appreso che molti nostri connazionali vi vivono per le bellezze ambientali e il più conveniente costo  della vita, inoltre alcuni progressi albanesi sono stati apprezzati  dall’Unione europea con la quale i rapporti sono diventati più stretti. Negli articoli di Milosao abbiamo saputo degli scandali, delle ingiustizie, della corruzione e dell’insofferenza che sempre più aumentava nella popolazione. Ora gran parte del popolo è sceso in piazza assediando i palazzi del potere. Questa insofferenza che cresceva di settimana in settimana nel corso di lunghi mesi come è sfuggita agli interlocutori internazionali? Agli osservatori europei? Al governo italiano che sa di avere in Albania suoi militari, specie della finanza di mare, per controllare ed impedire lo spaccio di droga, di carburante e di uomini? L’assordante silenzio di tutti, giornalisti compresi, che sembra abbiano scoperto solo ora una realtà di scontento esasperato, di difficoltà nel processo di legalità e democrazia dopo che le proteste sono esplose così forti in piazza, tutti hanno ignorato le altre manifestazioni e i diversi segnali, dimostrando una totale incapacità di visione geopolitica, incapacità che rafforza i già gravi timori che avevamo ed abbiamo.

    La politica non è Twitter, una frase ad effetto ma conoscenza e perciò studio di quanto avviene, non solo sul suolo nazionale ma anche ai nostri confini e più oltre ancora. Chi non l’ha capito non può governare né in Italia né in Europa. Ovunque stanno esplodendo situazioni difficili e pericolose anche per la nostra stabilità e sicurezza, è ora di comprenderlo e di prendere decisioni consapevoli, non come è stato fatto per il Venezuela.

  • Piacenza nord o Basso lodigiano?

    Nella vita si possono affrontare molte battaglie ma combattere contro gli ignoranti, i presuntuosi, i faziosi, se poi sono anche un po’ stupidi ed hanno degli interessi personali da difendere, è un’impresa impossibile. Vale come esempio la sostituzione, sull’autostrada del Sole, all’altezza di Guardamiglio, del cartello autostradale ‘Piacenza nord’ con quello ‘Basso lodigiano’. La grande, importante, stupida iniziativa sembra aver trovato un forte sponsor nel sottosegretario Guidesi, apparente vittoria dei  leghisti del lodigiano e grande smacco per quelli piacentini. Per tutte le persone normali, che da quando esiste l’autostrada A1 hanno serenamente vissuto col precedente cartello, sconcerto e problemi per gli automobilisti ed i turisti. Una delle tante iniziative inutili, sbagliate, destinate a creare ulteriori malumori, fatte per cercare di accaparrarsi qualche consenso in più dai propri elettori più faziosi e destinata a far perdere consensi da parte di chi non è fazioso ed usa il buon senso, perché la soluzione era semplice, bastava fare aggiungere all’indicazione ‘uscita Piacenza nord’  anche la scritta ‘Basso lodigiano’, proposta saggia  da tempo presentata dall’on. Tommaso Foti e ovviamente non presa in considerazione dagli intelligenti del governo e di autostrade. Era troppo semplice per i geni che, in un modo o nell’altro, influiscono negativamente sulle nostre vite.

    Piacenza resterà l’unica città italiana a non avere un uscita a nord? Ai posteri l’ardua sentenza: chi è il più stupido del reame?

  • Dalla finanza creativa a quella infantile

    Non passa giorno in cui il governo in carica non offra una misera dimostrazione della propria più assoluta incompetenza in ambito economico e finanziario. L’ultima ridicola dichiarazione del ministro Salvini, ma ispirata interamente alla triade economica leghista (Borghi – Bargnai – Savona) è quella relativa all’utilizzo delle 2.452 tonnellate di oro custodite presso la Banca d’Italia al fine di disinnescare le scadenze delle clausole di salvaguardia che complessivamente valgono 53 miliardi tra il 2020 e 2021.

    E’evidente che questi illustri “economisti” non conoscano il valore complessivo della riserva aurea  detenuta presso la Banca d’Italia. In più, tale deposito non è inerte ma rappresenta sempre un fattore di garanzia nella valutazione dei disastrati bilanci italiani.

    Nella Banca d’Italia sono custodite oltre 2.400 tonnellate di oro per un valore complessivo che oscilla tra i 94 e i 100 miliardi, a seconda dell’andamento delle quotazioni del metallo aureo. A tal proposito si ricorda come già dalla seconda metà del 2018 molti operatori finanziari a causa dell’incertezza dello scenario economico globale stiano convertendo per proprie posizioni dai titoli ad investimenti in oro.

    Piazzare ora sul mercato parte dei nostri depositi significherebbe rinunciare a delle plusvalenze, il che conferma il livello di incompetenza strategica messo in campo dall’attuale governo.

    Invece, forti della conoscenza scaturita da anni di studio del  Monopoli, ecco balenare la soluzione che dovrebbe porre i nostri conti al sicuro: vendere OLTRE METÀ delle riserve auree della Banca d’Italia per poter fronteggiare le clausole di salvaguardia nei prossimi anni.

    La sola idea di utilizzare queste riserve per un motivo economico finanziario volto a coprire un disavanzo strutturale generato da politiche scellerate economiche rappresenta già una follia. Probabilmente questi piccoli geni dell’economia sono convinti come gli oltre 2.400 miliardi equivalgano al nostro debito totale che è di 2.352 miliardi di euro.

    Loro probabilmente, in modo infantile, tradurranno una tonnellata di oro in un miliardo di euro.

    Tutto questo getta nel ridicolo l’intera compagine governativa ma in particolare i grandi strateghi economici che determinano la linea del governo stesso. Un’ideona che già propose Tremonti con la volontà di usare tanto le riserve auree quanto il fattore risparmio privato come garanzia di quello pubblico nel calcolo complessivo del debito del sistema italiano. Del resto fino al 2005 l’ex ministro Tremonti sosteneva senza pudore come il futuro del nostro Paese fosse nella “finanza creativa” .

    Il solo pensare di utilizzare le riserve auree per forme di coperture finanziarie a politiche strutturali e non emergenziali determina un ulteriore aggravio dello squilibrio finanziario italiano. A questo si aggiunge un fattore decisamente paradossale. Tutti gli  esponenti che si dichiarano appartenenti all’area liberale non resistono al ricorrere alle risorse statali per ovviare la propria incapacità strategica. Trasformando in questo modo quella che veniva considerata “Finanza creativa” in quella “infantile”, termine che indica il livello di preparazione e di competenza di chi la propone.

  • Due errori non fanno una ragione

    Negli ultimi mesi molti insulti sono stati indirizzati dai vicepremier e ministri italiani ai rappresentanti delle istituzioni europee, a partire dal Presidente della Commissione, e molti altri insulti sono arrivati ai massimi rappresentanti di alcuni paesi europei. Ieri dal Parlamento europeo sono partiti insulti verso il Presidente del Consiglio italiano ed in molti, certamente non simpatizzanti né di Conte ne dei partiti al governo, si sono sentiti offesi, giustamente, come italiani. Hanno sbagliato i primi ed hanno sbagliato i secondi e il rispetto delle istituzioni,al di là degli uomini che le rappresentano, è andato in soffitta. Lo scadimento della politica, l’incapacità di fronteggiarsi rispettando la forma, pur essendo durissimi nella sostanza, non è nelle capacità di chi ci rappresenta in Italia ed in Europa e questo è molto grave e può portare a pericolose conseguenze.

    Che l’Italia, per colpa dell’atteggiamento dei suoi rappresentanti di governo, non abbia spesso buona stampa in Europa è un fatto antico, almeno a partire dal diverbio Berlusconi Schulz, e che l’Italia non abbia compreso che, per farsi rispettare bisogna conoscere i dossier, e non fare sparate pressappochiste o lanciare insulti, è un fatto grave, come è un fatto grave che noti ed esperti rappresentanti di gruppi politici europei scadano in battute da bar senza rendersi conto delle conseguenze, specie in vista delle prossime elezioni.

    Certo chi la fa l’aspetti e perciò il governo italiano ha avuto indietro quello che si era cercato con gli epiteti dei mesi scorsi, ma alcuni autorevoli rappresentanti del Parlamento europeo hanno dimostrato di ignorare che due errori non fanno mai una ragione e questo è particolarmente grave. Avranno tutte le parti  in causa la capacità, il buon senso, l’avvedutezza di chiedersi reciprocamente scusa e di ripartire, pur da posizioni diverse e spesso antagoniste, per occuparsi seriamente di quanto serve ai cittadini? L’immigrazione, la disoccupazione,la crisi economica, il terrorismo, la criminalità organizzata, molte guerre, più o meno vicine ai nostri confini, il deterioramento dell’ambiente, l’aumento dell’uso criminale delle nuove tecnologie, tanto per fare alcuni esempi, hanno bisogno di un’Europa unita e di una politica comune non di insulti, ripicche ed improvvisazioni.

    Aspettiamo fiduciosi, sperando che, ancora una volta, la nostra fiducia non sia tradita e che la nostra speranza non sia vanificata dai soliti interessi elettorali.

  • Conte e “gli assenti hanno sempre torto”

    Ieri in tanti, soprattutto nei banchi della sinistra, hanno deciso di disertare il discorso e il dibattito con il Presidente del Consiglio Conte a Strasburgo. Non lo hanno ascoltato, non gli hanno parlato, lo hanno ignorato, scegliendo la strada dell’assenza e dunque del non-dialogo istituzionale.
    Sulla base della mia cultura politica lo trovo sbagliato, da molti punti di vista.
    Perché nell’Unione Europea ci si confronta con tutti i governi degli Stati Membri, altrimenti salta tutto; perché non presentandosi si finisce per mancare di rispetto non solo al governo, ma anche al popolo del paese che questo governo ha eletto democraticamente, scegliendolo anche a causa dei tanti errori commessi da altri; e perché la pratica del non-confronto altezzoso rischia di incrementare i consensi di una maggioranza che si fa interprete di un senso di stanchezza, non solo italiana, verso una buona parte del cosiddetto etsablishment.
    Conte non sarebbe nemmeno il bersaglio giusto: il Presidente del Consiglio ha tenuto una posizione corretta con le istituzioni europee, è riuscito a evitare la procedura d’infrazione per eccesso di deficit, ed è in definitiva l’interprete di quella parte che nell’esecutivo tiene botta alle improvvisazioni e alle intemperanze di altri. Una parte che l’Europa ha tutto l’interesse a sostenere, tanto più in certi frangenti, e a non sospingere nel radicalismo di chi si frega le mani all’accendere della rissa.
    Per le stesse ragioni, mentre è stato sacrosanto criticare di petto il capo del governo per il crescente ritardo economico dell’Italia, è stato sbagliato definirlo un “burattino”. Sono definizioni utilissime a fare i titoli dei giornali, ma che non costruiscono niente.
    Da parte di esponenti di questo governo abbiamo sentito, e ne sentiremo ancora, termini ben peggiori. E certi fili che tengono i burattini li vedono tutti. Ma è un errore scendere sullo stesso terreno, peraltro nell’occasione meno adatta. In questo modo non solo si ridicolizza un legittimo governo, che pasticcia parecchio ma si muove anche tra le contraddizioni altrui, ma si finisce per non entrare nel merito di un disagio sociale che c’è (tanto per dirne una: oggi Bruxelles, capitale dell’Europa, ha gli aeroporti chiusi…), di errori commessi da tutti, di un’Europa che non deve essere inter-governativa ma federale – come per la questione del seggio al Consiglio di sicurezza giustamente evocata proprio da Conte.
    Il centro-sinistra italiano, e l’europeismo italiano, non possono permettersi di fare i fighetti sottraendosi al confronto o dileggiando. Perché dietro il presidente Conte (o, ed è certo tutt’altra questione, la parte non violenta dei gilet gialli), c’è nel bene e nel male un pezzo considerevole della nostra società.
    In un certo senso ieri in molti al Parlamento europeo, se avessero potuto, avrebbero ritirato il loro ambasciatore a Roma. Col risultato di fare una bella mossa eclatante che taglia i ponti ma è poi complicato gestire, che non indebolisce l’avversario, e che purtroppo non sono sicuro di chi alla fine isoli di più.

  • Il principio di non retroattività

    La retroattività è il fatto e la condizione di avere effetto anche per il passato. Nel diritto italiano, il principio generale della non r. (o irretroattività) delle leggi, cioè il principio che la legge non dispone che per l’avvenire, è codificato nell’art. 11 disp. prel. c.c. La non retroattività della legge penale, che consiste propriamente nel divieto di applicare sanzioni previste da una legge non entrata in vigore prima che fosse commesso il reato, è un principio fissato dalla Costituzione, all’art. 25. Esso discende come corollario dall’essenza stessa della norma penale, che è comando diretto alla generalità dei cittadini: il delitto è disobbedienza, violazione di questo comando; non può esservi quindi delitto se non sussiste un comando giuridico a cui obbedire e le misure che si applicassero contro chi ha commesso un’azione che non era in contrasto con una legge in vigore al momento del fatto, non potrebbero avere valore di ‘pena’.  Così afferma l’enciclopedia Treccani. La non retroattività è dunque un principio fissato dall’articolo 25 della Costituzione. In Italia se ne è parlato molto con l’entrata in vigore della legge Severino, che ha permesso di condannare Silvio Berlusconi per reati che al momento dei fatti contestati non erano considerati tali. Quindi Silvio Berlusconi, nonostante l’art. 25 della Costituzione,  è stato condannato perché la non retroattività non è stata rispettata. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, alla quale Berlusconi aveva presentato ricorso,  non si è pronunciata sulla legittimità della legge Severino, ma ha permesso al ricorrente di esercitare i suoi diritti politici nonostante la condanna subita. Strani questi misteri delle Corti, nazionali o internazionali che siano. Dopo anni dal ricorso, non sono in grado di affermare se la non retroattività è legittima o meno. Quello che sembra palese per il cittadino comune, diventa una difficoltà, un intoppo per i giuristi esperti. A meno che, come spesso accade, non ci sia di mezzo la politica, anziché il diritto.

    Un altro esempio del non rispetto della non retroattività ci è offerto dalla polemiche e dalle decisioni di questi mesi, riguardanti le cosiddette pensioni d’oro o i vitalizi concessi ai parlamentari. Erano legali e legittime le decisioni prese a suo tempo per concedere questi benefici? Se non lo erano, è corretto porvi rimedio. Ma se lo erano, penalizzare chi ne usufruisce legalmente e legittimamente risulta una prevaricazione dispotica. Perché, oltretutto, applicare a distanza di tempo la retroattività, significa inferire un colpo mortale ad un altro principio sacrosanto: la certezza del diritto. Senza questa certezza tutto diventa casuale e provvisorio. Una società affidata al caso e al provvisorio non va molto lontano. Una società che non rispetta la non retroattività e con ciò, la non certezza del diritto, è destinata al caos, alla precarietà, alle prevaricazioni del più forte. La china del giustizialismo sembra la pista di lancio di queste aberrazioni. La garanzia è offerta dalla maestà della legge, non osservando la quale tutto diventa possibile, talvolta in nome del popolo, tal altra per ignoranza personale, ma sempre contro l’equilibrio e la legittimità del precetto. Si comincia con la retroattività e si finisce, Dio non voglia, con un pensiero unico e con un uomo solo al comando. Guai al venir meno di regole osservate per secoli da popoli e culture diverse. Ciò che ci preoccupa, tuttavia, è il silenzio, se non il tacito consenso, a questo cambiamento di comportamenti. L’uomo solo al comando non ci arriva da solo. L’esperienza del secolo appena trascorso dovrebbe averci insegnato molte cose sul valore e le conseguenze di certi cambiamenti, Si comincia, appunto, con una cosa apparentemente da niente, la retroattività, che dice poco alle moltitudini, per finire con l’incertezza totale sui sacrosanti diritti che danno un senso alla nostra vita, tra i quali poniamo in primis il diritto di poter usufruire della certezza del diritto.

  • Troppi i silenzi dell’Italia sul Venezuela

    La sempre più drammatica situazione venezuelana ci riporta ad alcune considerazioni, dal concetto di democrazia alla cosiddetta autodeterminazione dei popoli, dal diritto internazionale al dovere di difendere i diritti umani, dalla legittimità dei governi alle posizioni di politica estera che uno Stato deve avere a garanzia non di una parte politica ma della nazione che rappresenta.
    Dovrebbe essere chiaro che nessuno ha diritto di ingerenza all’interno di un altro Stato se non vi è una sollevazione popolare ed una esplicita richiesta di aiuto suffragata da fatti conosciuti. Nel caso del Venezuela la mancanza di acqua negli ospedali unita alla mancanza dei farmaci più elementari e necessari per salvare la vita alle persone, la mancanza di cibo che si registra da mesi mentre la popolazione è in ginocchio e centinaia di migliaia di persone fuggono nei paesi vicini, creando negli stessi nuovi problemi e gravi disagi, le nebulose vicende legate alle ricchezze del paese ed ai conti esteri, uniti alle molteplici richieste che arrivano dal popolo e da associazioni varie credo siano motivo più che sufficiente per condividere la decisione europea.
    Il silenzio dell’Italia preoccupa, sia esso motivato da un’incomprensibile simpatia per il sinistro Maduro o da una congenita incapacità, anche per ignoranza, di chi ci governa di capire la politica estera, la democrazia e la difesa dei diritti umani. D’altra parte la non considerazione dei diritti umani e dei diritti dei cittadini non è un problema solo di questo abborracciato governo, basti pensare ai silenzi per le incarcerazioni in Turchia, alla non volontà di pretendere campi profughi umani nei paesi nei quali essere immigrato è sinonimo di essere torturato, il silenzio sullo Jugendamt tedesco, solo per fare qualche esempio.
    Il concetto di democrazia sembra ormai essere elastico a seconda della colorazione politica e quanto si condanna se si è all’opposizione diventa lecito se si governa. Non è democrazia quella venezuelana e richiedere nuove elezioni è legittimo e doveroso, non è democrazia quella italiana dove le dichiarazioni e le scelte di governo nascono da obbiettivi elettorali e non da reale conoscenza di quanto è necessario al sistema paese, dal singolo cittadino alla più grande impresa.

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