Governo

  • L’innovazione tecnologica

    L’innovazione tecnologica rappresenta un processo progressivo ed inarrestabile contro il quale risulta infantile opporre una qualsiasi forma di rifiuto mentre l’attenzione andrebbe indirizzata verso gli effetti reali e non certo verso il processo. Le applicazioni che vengono quasi quotidianamente introdotte, al di là delle competenze che esprimono nella loro ideazione, vengono inserite nell’economia reale per dei motivi specifici e facilmente identificabili. Possono venire individuati tre obiettivi che si possono raggiungere attraverso l’adozione di tutti gli step progressivi dell’innovazione tecnologica, in particolar modo nel settore industriale.

    Va, infatti, ricordato ancora una volta che per il settore dei servizi è evidente come l’innovazione tecnologica tenda sostanzialmente ad eliminare ogni spazio all’intermediazione ma anche ad annullare, per determinate operazioni, il valore di una qualsiasi qualifica professionale.

    Tornando al mondo industriale l’innovazione tecnologica si pone come primo obiettivo quello di velocizzare i processi produttivi in un momento in cui, poi, il time-to-market risulta  progressivamente sempre minore, offrendo una sempre maggiore importanza al fattore “velocità di risposta al mercato” come determinante per una strategia di successo aziendale. Al contempo questo processo innovativo viene applicato anche nella fase di ideazione e di creazione di un prodotto offrendo la possibilità di analisi delle diversificazioni che da un’idea innovativa si possano sviluppare.

    In un’ottica di politica strategica, tuttavia, l’innovazione tecnologica offre la propria importante possibilità rendendo possibile l’obiettivo di avviare un processo di riduzione della concentrazione di manodopera per milione di fatturato. In questo modo si avvia un processo virtuoso che rende  maggiormente competitive le produzioni industriali italiane all’interno di un mercato caratterizzato da delocalizzazioni estreme. Un fattore strategicamente importantissimo in quanto renderebbe maggiormente competitive le produzioni italiane abbassando appunto il C.l.u.p. (costo del lavoro per unita di prodotto). Uno scenario di nuovo sviluppo fondamentale anche nell’ottica di una politica incentivante per gli investimenti se abbinato ad una fiscalità di vantaggio.

    L’effetto di sintesi renderebbe nuovamente interessante investire nel nostro sistema industriale e così riavviare una reale politica di sviluppo industriale che rappresenta una delle poche vie se non l’unica strategia al fine di accrescere la ricchezza prodotta e quindi il Pil.

    Viceversa il nuovo presidente dell’INPS Tridico è riuscito nell’intento di cancellare attraverso una semplice e ridicola affermazione questo complesso processo innovativo affermando senza vergogna che per aumentare l’occupazione andrebbe diminuito l’orario di lavoro a parità di retribuzione.

    Con questa incredibile ammissione di incompetenza economica il presidente dell’INPS è riuscito ad annullare il concetto di produttività e competitività che caratterizza il mondo odierno nel quale le aziende si trovano costrette a competere. Il novello Bertinotti 4.0 dimostra in questo modo di essere una persona inadatta alla presidenza dell’INPS in quanto si può anche non conoscere il contesto economico attuale ma per negarlo, soprattutto negli aspetti reali, risulta necessaria una incompetenza senza pari, dimostrando parallelamente come i criteri ispiratori delle politiche economiche del mondo economico ed  industriale rispondano a polarità valoriali opposte rispetto a quelle dell’Inps e del suo presidente. Ulteriore conferma del default culturale del nostro paese avviato dai governi precedenti ma reso (e senza l’ausilio dell’innovazione tecnologica) velocissimo ed inarrestabile dall’attuale governo in carica.

  • Le disuguaglianze fiscali

    E’ un assioma che “favorire una categoria di persone o classi economiche attraverso specifiche atti di politiche economiche e fiscali determini conseguentemente una penalizzazione per altre categorie escluse: e magari degne della medesima attenzione e sostegno”. Tale concetto è ancora più calzante se valutato all’interno del complesso ed ormai insostenibile sistema fiscale italiano. In questo senso infatti si rileva come siano centocinquantatré (153) le categorie di contribuenti favorite o tenute nella debita “considerazione”, quindi fruitrici di posizioni fiscali “privilegiate” ma sicuramente “finalizzate al loro sostegno” come sempre dichiarato dai governi ma soprattutto dalle rispettive maggioranze parlamentari a giustificazione delle proprie scelte. Si pensi come la famiglia, base della nostra società, spesso abbia ottenuto un trattamento fiscale di favore finalizzato al proprio sostegno, penalizzando, però, le famiglie “single” che per esempio a Milano rappresentano circa il 50% dei cittadini. Quindi, partendo anche da un proposito corretto e condivisibile (nessuno certo contesta la centralità della famiglia) si penalizzano tutti gli altri cittadini che non rientrano in questa categoria favorita dalla  politica fiscale. Le ragioni, o meglio, troppo spesso gli interessi che spingono tutte le diverse compagini governative a tali “eccezioni” normative  nel complesso sistema fiscale italiano risultano spesso di ordine appunto elettorale al fine di assicurarsi il consenso di una specifica categoria di contribuenti, come l’Iva ridotta per l’ecoturismo o sulla birra e gli ottanta euro etc.

    Il ritorno ad una tassazione maggiormente equa ma soprattutto senza privilegi o favoritismi risulta assolutamente auspicabile con la solo eccezione delle categorie economiche in ambito della elaborazione di una complessa ed articolata strategia economica (reshoring produttivo da incentivare con una fiscalità facilitata se non proprio di vantaggio, per esempio).Viceversa il sistema andrebbe complessivamente cambiato e finalizzato da una rimodulazione del complesso fiscale nazionale e locale.

    In tal senso allora ecco che una riduzione delle cinque aliquote fiscali Irpef per fasce di reddito e soprattutto della loro progressività (all’interno di un arco temporale  sostenibile con i nostri  vincoli di bilancio e di debito pubblico) rappresenterebbe l’unica direzione corretta. Comunque opposta a quella suggerita dal  nuovo segretario del Pd il quale invece appoggia una crescita delle stesse aliquote e della loro progressività per porre le basi di uno sviluppo “sostenibile”. Ancor più, poi, tenendo  in considerazione il progressivo peggioramento della finanza pubblica (6 miliardi di nuovo debito al mese!) aggravato nell’ultimo periodo dall’introduzione del reddito di cittadinanza e di quota cento per altro a debito la cui responsabilità risulta attribuibile all’attuale maggioranza di Governo.

    Viceversa la riproposizione della flat tax paradossalmente (tassa piatta e quindi sulla carta non soggetta a privilegiare alcuna specifica categoria economica) intesa anche come fattore di sviluppo economico dimostra come la politica nel suo complesso ed ancor più gli ispiratori di questa nuova fiscalità non abbiano compreso le dinamiche economico fiscali complessive.

    La flat tax con una aliquota proposta tra un 17 ed un 25% di fatto esclude dai vantaggi fiscali reali ed economicamente rilevanti considerato il reddito medio di 20.940 euro buona parte dei contribuenti. Va ricordato infatti come oltre il 75% dei contribuenti grazie alle deduzioni fiscali ora paghi una aliquota inferiore al 15%.

    Quindi di fatto non si porrebbero neppure le condizioni per un incremento dei consumi volano della ripresa economica come sostenuto in modo infantile dai sostenitori della flat tax, figuriamoci se modulata in due aliquote che trasformerebbe tutta la “dottrina fiscale” in una nuova “dual tax”.

    A dimostrazione, infatti, della mancanza di conoscenza della realtà economica degli ispiratori di tale politica, anche a fronte di una maggiore liquidità legata ad un minore prelievo fiscale, si tradurrebbe in un aumento dei deposito bancari come dimostrano i dati pubblicati dai maggiori istituti bancari e relativi agli  ultimi dieci anni (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Giungendo, cosi, attraverso questa semplicistica pseudo riforma fiscale al paradosso di accrescere le riserve degli istituti bancari ma non  di favorire i consumi (i quali possono crescere SOLO all’interno  di  una percezione di fiducia e non certo per una maggiore liquidità disponibile) e contemporaneamente determinerebbe tale politica fiscale a condurre la finanza pubblica ad un punto di non ritorno in considerazione dei circa sessanta miliardi di minori entrate fiscali.

    Quindi la flat tax, nella propria applicazione, sfavorirebbe la grande maggioranza dei contribuenti italiani  per favorire i percettori di redditi superiori ai 28.001 euro, riproponendo l’assioma proposto all’inizio con l’effetto paradossale che uno strumento (flat tax) di cui ne dovrebbero beneficiare tutti i contribuenti si possa trasformare in un fattore di vantaggio per pochi. Quindi perfettamente in sintonia con la disuguaglianza fiscale del nostro sistema. Anche questa incapacità di comprendere la relazione causa effetto di una politica fiscale espressione della parzialità dell’intera classe politica degli ultimi trent’anni, certificata dalle centocinquantratré (153) categorie privilegiate dagli altri governi, è espressione di un declino culturale ormai definibile come un vero e proprio default.

     

  • Politica fiscale ed Iva: il paradosso democratico

    L’incertezza relativa alle dinamiche economiche di un mercato globale sempre più articolato e  complesso investono anche la Cina. L’esito stesso delle trattative relative ad un accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina rappresentano di per sé un fattore di incertezza non indifferente.

    Il colosso asiatico, infatti, a fronte di una riduzione delle previsioni di crescita per il 2019 che passano da un +7.5% ad un “modesto” +6/6.5% (l’Italia invece da un +1,2% ad un disastroso -0,2%!), ha avviato una sostanziale modifica della strategia economica ma soprattutto della politica  fiscale. A  conferma di questo cambiamento strategico l’IVA nel settore manifatturiero passa dal 16% al 13% (nove [9] punti in meno della attuale aliquota italiana) mentre quella applicata al settore trasporti e costruzioni dal 10% al 9%. Nel settore dei servizi rimane invece invariata al 6% ma vengono aumentate alle deduzioni. Quindi, uno stato come quello cinese, che certamente non rappresenta un esempio classico di “applicazione del principio democratico” e che per tale propria strutturazione non è vincolato dalla ricerca di un consenso elettorale, vara una politica che tende a privilegiare i consumi ed incrementa gli stessi come volano della ripresa della corsa economica che ha subito un minimo rallentamento attraverso una riduzione della pressione fiscale.

    Viceversa nella ‘democratica’ Italia l’IVA rappresenta una spada di Damocle introdotta dal governo Berlusconi ed applicata da tutti i governi successivi come elemento di “finanza creativa” sostenuta  da Tremonti e successivamente utilizzata da tutti i titolari del dicastero economico. Al di là dell’aspetto funzionale di “clausola di salvaguardia” va infatti ricordato come l’aumento dell’Iva fosse tutto sommato appoggiato anche dai ministro Padoan e vice ministro Calenda. Questo infatti confidavano attraverso l’aumento dell’IVA in una spirale inflattiva che avrebbe ridotto il peso del debito pubblico (secondo la loro visione monetaristica ormai ridicola all’interno di una valuta come l’euro). Il fatto poi che questo ulteriore aumento della pressione fiscale avrebbe diminuito ancora di più i consumi riducendo la capacità di acquisto dei cittadini italiani non era un problema preso in alcuna considerazione dai dotti esponenti del governo Renzi. La vicenda dell’ IVA italiana, in altre parole, dimostra ancora una volta come l’intera compagine politica dell’intero arco costituzionale utilizzi la leva fiscale solo ed esclusivamente al fine di incrementare la spesa pubblica corrente ed improduttiva in modo da ottenere strumenti finanziari per il proprio giardino elettorale (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Il paradosso dell’IVA dimostra in modo brutale ma inequivocabile come uno stato democratico che dovrebbe perseguire il raggiungimento del massimo benessere per i propri cittadini, dai quali  è democraticamente eletto, come propri rappresentanti si dimostri invece, attraverso una gestione della leva fiscale, assolutamente autoreferenziale (anche a confronto di uno Stato autoritario come la Cina) finalizzata solo al mantenimento del potere attraverso la gestione della spesa pubblica.

    Viceversa uno stato certamente molto meno democratico come la Repubblica cinese per perseguire gli obiettivi di crescita economica che sono fondamentali per mantenere il potere all’interno delle diverse espressioni dell’unico partito al potere attraverso delle politiche fiscali espansive determina  l’aumento del potere d’acquisto dei propri cittadini che ne risultano i primi beneficiari.

    Un paradosso talmente stridente che dovrebbe finalmente aprire una seria riflessione relativamente al peso dello Stato ma soprattutto della propria classe politica e dirigente all’interno della democrazia italiana. Se non per rivedere la sempre maggiore ingerenza dello stato nell’economia quantomeno nella individuazione degli obiettivi da conseguire attraverso le politiche fiscali i cui risultati ed effetti ormai si dimostrano paradossali.

  • Governare non significa improvvisare

    Se chi governa in Italia è tanto confuso da continuare a fare annunci smentiti dai fatti, e dal suo stesso cambio di opinione, il giorno dopo, come devono sentirsi i cittadini: confusi, inquieti, depressi? Se chi governa l’Unione europea non è ancora in grado di presentare un progetto concreto per il futuro politico ed economico dell’Unione, e si vota tra poche settimane, come devono sentirsi gli elettori consapevoli, nella maggior parte, che una volta di più non voteranno per un progetto concreto ed utile ma per arginare alternative pericolose per l’assetto non di un solo paese ma di un intero continente?

    Tutto è solo propaganda utile a singole “personalità” politiche o a singoli partiti. Nella quotidianità la verità può essere anche soggettiva la realtà no, e la realtà è che in Italia lo sblocco dei cantieri necessari non si è ancora realizzato e che nulla è stato fatto per snellire la burocrazia e contestualmente impedire i sub, sub appalti e le gare al ribasso, che tanto hanno favorito gli illeciti e la criminalità. E questo è un fatto. E’ un fatto che le scuole siano a continuo rischio crolli e che gli acquedotti continuano a perdere più  del 30% di acqua, bene prezioso non rinnovabile, e che diventa ancor più prezioso per l’emergenza siccità che si ripropone anche quest’anno ed è una realtà  che al governo mancano le volontà politiche necessarie ad affrontare questi temi. Dedichiamo più tempo, politici e mezzi d’informazione, a disquisizioni sulle inclinazioni sessuali che a ragionare e decidere sui diritti civili individuali e sulla necessità di individuare per tutti  quei doveri che, insieme ai diritti, garantiscono la civile convivenza.

    Mentre negli Stati Uniti si paventa una nuova crisi come quella del 2008, con le conseguenze che è facile immaginare, né in sede nazionale né europea si dice più una parola sui derivati e sul massacro delle banche popolari sane che hanno dovuto accettare di divenire, in gran parte, piccoli insignificanti ingranaggi di sistemi bancari internazionali pilotati da interessi diversi da quelli dei risparmiatori o delle PMI. La povertà aumenta ogni giorno, la borghesia è praticamente sparita, 200/300 persone a livello mondiale decidono per la vita di tutti e mentre a ciascuno, come privato, è chiesto un sacrificio per rimediare un po’ al grave problema inquinamento, il pubblico continua ad inquinare sia con i sistemi obsoleti di trasporto  o di riscaldamento che con gli esperimenti nello spazio per i quali sarebbe necessaria almeno una sospensione di 10 anni nella speranza che il buco dell’ozono non continui ad espandersi.

    Potremmo continuare con pagine e pagine, reiterando non tanto le critiche quanto le proposte che da anni abbiamo fatto nel silenzio inconcludente di chi crede che per governare basti improvvisare

  • La Banca d’Italia

    Ogni istituzione democratica è legittimamente soggetta a critiche sia per le competenze espresse ma anche e soprattutto in rapporto ai propri parametri adottati attraverso i quali vengono selezionate le professionalità che nelle varie e per le stesse istituzioni operano. La legittima critica è quindi espressione del principio democratico della indipendenza, separazione ed equilibrio dei diversi poteri, siano questi politici, istituzionali o economici.

    Di conseguenza è evidente che le critiche in determinate occasioni, sempre legittime (il che non si traduce in comprovate), nei confronti dell’operato complessivo della Banca d’Italia quanto dei singoli esponenti della stessa possono talvolta risultare espressione di tentativi maldestri per influenzarne l’attività.

    Del resto, all’interno del Governo Letta il ministro Saccomanni, ex dirigente di Banca d’Italia, dimostrò la propria assoluta incompetenza in ambito economico ed uno scollegamento dal contesto del mercato affermando, all’inizio del 2014, la convinzione di una ripresa dell’economia italiana.

    Successivamente, e arriviamo al complesso rapporto tra il mondo politico e le autorità economiche già con il governo Renzi, si registrò una fortissima resistenza alla riconferma del  governatore  Visco. Il che dimostra, in modo inequivocabile, come non siano di quest’oggi le critiche e la volontà, anche dell’attuale governo, di entrare o peggio subentrare e così sovrapporsi alle metodologie degli incarichi e delle professionalità. Un vecchio vizio della politica già presente appunto con il governo Renzi.

    In altre parole, un principio democratico come l’indipendenza della Banca d’Italia viene sottoposto alla costante pressione da parte del mondo politico, spesso assolutamente privo di ogni competenza specifica, il quale vorrebbe inserire all’interno della propria sfera di competenza anche le politiche finanziarie e non ultima la gestione delle riserve auree custodite in Banca d’Italia. Una risibile  volontà già espressa dal mondo della politica proprio nel recente passato (https://www.ilpattosociale.it/2019/02/25/1936-2019-assalto-alla-banca-ditalia-ed-default-culturale/).

    Il mandato elettorale di tutti i partiti delle diverse maggioranze che si sono sedute alla guida del nostro paese, indipendentemente dallo schieramento politico ottenuto attraverso le elezioni, non comporta ma soprattutto non determina mai la possibilità di operare al di sopra dei principi democratici che si basano su indipendenza, autonomia e bilanciamento dei poteri democratici.

    L’autonomia della Banca d’Italia, per quanto questo Istituto posso essere soggetto a mille critiche relative al proprio operato (basti ricordare la crisi delle banche Venete) quanto a quello dei singoli funzionari che in suo nome operano, tuttavia rappresenta una garanzia democratica all’interno di uno scenario democratico all’interno del quale il potere politico negli ultimi vent’anni ha dimostrato una volontà di fagocitare tutte le funzioni istituzionali in semplice virtù di un mandato elettorale.

    Il mandato elettorale, in altre parole, non rappresenta una cambiale in bianco per operare non tanto in virtù di un programma elettorale ma al di sopra degli stessi principi democratici. Anche perché spesso la storia italiana dimostra come alle pur sempre criticabili professionalità dimostrate dagli istituti economici come la Banca d’Italia molto spesso la politica contrapponga delle risibili competenze economiche basate e forti solo del mandato elettorale. Ricordando, comunque, alle due espressioni istituzionali come l’indipendenza della Banca d’Italia non si debba tradurre in uno stato di irresponsabilità mentre per il potere politico la propria attenzione non si possa mai trasformare in una manifestazione di ingerenza e controllo. Il tutto per ribadire, una volta di più, come anche in ambito economico i principi fondamentali democratici siano espressione di un quadro valoriale molto spesso sconosciuto al ceto politico.

  • Dal sovranismo all’isolazionismo economico e politico

    Al fine di valutare la validità di un accordo bilaterale tra due nazioni, che peraltro non presentano alcuna “vicinanza” nella forma di  di governo e tanto meno risultano espressione dei medesimi principi democratici,  esistono diversi parametri che permettono di valutarne  gli effetti immediati ma anche quelli  più complessivi, soprattutto nel medio e lungo termine.

    La banale e semplicistica euforia dimostrata dal Presidente del Consiglio e dal vicepremier Di Maio in relazione ai possibili dati economici  di tale accordo è assolutamente infantile ma soprattutto ridicola. Dei ventinove (29) accordi sottoscritti tra i rappresentanti istituzionali diciannove (19, quindi oltre il 65% complessivo) riguardano la pubblica amministrazione. Quindi solo dieci (10) si presentano come intese reali, cioè basi di processi di sviluppo tra aziende cinesi ed  italiane: il tutto per un valore di circa 2,5 miliardi di euro.

    Pur riconoscendo i dati governativi, assolutamente ottimistici, tuttavia va ricordato come all’interno di un accordo internazionale di questo genere subentrino altri parametri legati ad un contesto politico economico internazionale con l’obiettivo di valutare complessivamente il nuovo scenario economico politico.

    Al di là dei diversi schieramenti che compongono la maggioranza governativa del  governo in carica risulta evidente come le inutili quanto insistenti pressioni dei governi tedeschi e francesi, i quali chiedevano una posizione più complessiva europea (una delle poche volte per altro), si tradurranno sicuramente in un costo politico ma soprattutto economico aggiuntivo rispetto al quale i 2,5 miliardi sbandierati dal governo risultano risibili.

    La sordità del Presidente del Consiglio alla richiesta di una posizione mediana e quindi maggiormente allineata con quelle dell’Unione Europea rasenta un comportamento narcisistico e in pieno delirio di onnipotenza. Un comportamento, ma soprattutto un atteggiamento, inappropriato all’interno di uno scenario politico istituzionale che offrirà nuove sostanziose argomentazioni per mantenere il rapporto privilegiato tra Germania e Francia e relegando inevitabilmente il nostro Paese in una posizione sempre più marginale all’interno delle politiche di sviluppo economiche dell’Unione europea.

    Questo è un errore epocale per una nazione che è la seconda economia manifatturiera ma contemporaneamente continua ad accumulare nuovo debito pubblico. L’accordo tra il nostro Paese la Repubblica cinese rappresenta l’ultima tappa di uno scellerato percorso privo di ogni considerazione per le ricadute politico economiche e con una  visione prospettiva che non va oltre la settimana successiva.

    In altre parole, dopo le farneticanti posizioni “sovraniste legate ad un ridicolo ritorno alla lira” il nostro Paese passa ad una posizione di assoluto “isolazionismo politico ed economico” all’interno della stessa Unione Europea. Un isolazionismo già dimostrato con la ridicola posizione relativa al corridoio Tav i cui effetti si andranno a sommare alla posizione odierna del governo dopo l’accordo con la Cina. Un isolazionismo già evidente e comunque ancora oggi sottostimato dalla compagine governativa ma i cui effetti risultano già in parte evidenti. Basti ricordare come in tutte le trattative a livello europeo per il rinnovo delle cariche istituzionali e finanziarie non sia presente un candidato italiano espressione dello spessore politico del governo in carica.

    I costi economici complessivi, sinonimo dell’effetto combinato economico – politico e della posizione isolazionista italiana, rappresentano in modo evidente la assoluta inadeguatezza della attuale classe politica e dirigente e condannano il nostro Paese alla più assoluta marginalità già nel contesto europeo.

  • Chi ruba il futuro agli italiani?

    Al di là delle possibili strumentalizzazioni è comunque ammirevole che centinaia di migliaia di giovani in tutto il pianeta siano scesi in piazza a manifestare contro “chi gli vuole rubare il futuro” e a difesa del pianeta minacciato dal riscaldamento globale.

    Pensavo a loro e, in particolare ai ragazzi italiani, mentre leggevo i dati aggiornati del nostro debito pubblico, riflettendo sul fatto che farebbe comodo una sedicenne come Greta Thunberg che, nel nostro Paese, ponesse con forza una priorità aggiuntiva a quella di salvare il pianeta e cioè di chiedere se le politiche economiche dell’attuale governo non minaccino anch’esse, più del riscaldamento globale, il loro futuro.

    Infatti, come in una irrefrenabile corsa vero il precipizio, oltre agli errori commessi dal governo in politica estera, sia in ordine al logoramento dei rapporti con i partner dell’UE, che hanno portato il Paese all’isolamento, sia in ordine alla controversa e opaca scelta di aderire all’accordo con la Cina sulla “nuova via della seta”, con il rischio di scenari inquietanti e rischi non calcolati, ciò che ha avuto più impatto sul fragile assetto economico nazionale sono certamente le discutibili scelte della manovra finanziaria per il 2019, a partire dal reddito di cittadinanza e dalla cosiddetta “quota 100”, per i quali è sempre stata nota l’insostenibilità economica e finanziaria.

    I nostri governanti infatti, non paghi di avere contribuito ad aggravare una fase recessiva che ha portato le previsioni del Pil del 2019 a ridursi dal già misero 1,2% allo 0,2% di oggi, e per nulla soddisfatti dall’avere bruciato le poche risorse disponibili della manovra finanziaria per distribuire regalie incapaci di produrre effetti positivi sull’andamento congiunturale e contrastare l’andamento recessivo, rispondono ai chiari segnali di fallimento delle loro perniciose decisioni con ulteriore ottuso accanimento, reiterando strategie fallimentari basate sulla distribuzione di risorse pubbliche a pioggia.

    Da qui il provvedimento denominato “sblocca-cantieri”, che non contiene alcuna idea di come fare a sbloccare i cantieri, cosa peraltro comune anche agli esecutivi precedenti, ma in compenso con in più l’assenza di qualsiasi intesa tra Lega e M5S su come arrivare agli obiettivi propagandistici e non certo economici prefissi, o promettere come fa Salvini l’approvazione entro l’anno della Flat Tax, (che costerebbe da 12 a 58 Mld di euro, a seconda di chi fa i conti), essendo il vero obiettivo non il rilancio dell’economia ma solo a chi dovrà giovare di più sul risultato elettorale, all’indomani del quale, qualunque sarà risultato, nel nostro Paese ci saranno solo macerie. In altre parole le sempreverdi “norme manifesto” utili solo alla propaganda, “Salvo Intese”.

    Ma non è tutto, perché c’è un aspetto perfino più inquietante e cioè la possibile manipolazione dei conti in merito alla gravità della situazione in cui versa realmente il Paese, in barba alle più elementari regole di onestà e trasparenza che un governo democratico ha il dovere di garantire, in particolare sulla reale entità del Debito Pubblico dello Stato.

    Infatti, pur avendo riportato tutti i mass media l’incredibile picco storico in valore assoluto raggiunto dal debito pubblico nel nostro Paese nel mese di gennaio 2019, pari a 2.358 miliardi di euro, stranamente quasi nessun organo ha riportato lo stesso dato in percentuale rispetto al PIL, forse perché sapere che ha raggiunto il vertiginoso livello del 134,44% avrebbe costituito un trauma che era meglio evitare?

    Si è preferito giocare alle “tre carte” ed invece di pubblicare che il debito a gennaio 2019 era di 2.358 euro, pari al 134,44% come normalmente si è fatto, con un’abile costruzione della notizia si è collegato il dato del debito finale del 2018 pari alla percentuale del 132,1% rispetto al PIL, di cui è stato ammesso essere il record storico, sia percentuale che in valore assoluto, ed il valore del debito di gennaio 2019 pari a 2.358 mld di €, senza comunicare il relativo dato percentuale del 134,44%, dando la sensazione di una situazione sotto controllo, perché si sarebbe passati dal 131,3 del 2017 al 132,1 del 2018 e quindi di un aumento del debito dello 0,8% che è grave, ma non drammatico.

    Ma l’operazione camaleontica è ancora più grave perché oltre a tentare di evitare il panico su un livello di indebitamento ai limiti della sostenibilità, nasconde una possibile manipolazione dei dati del dicembre 2018, perché sembrerebbe che siano stati rinviati a gennaio 2019 gran parte dei pagamenti dell’anno precedente che, se contabilizzati, avrebbero fatto schizzare il 132,1% a ben altri livelli, appunto superiori al 134%. Tale ipotesi sembrerebbe avvalorata dal dato che l’aumento del debito tra il 2017, quando ammontava a 2263,4 mld di €, pari al 131,3% del rapporto debito-PIL sia stato fino a gennaio 2019 di 72 mld di €, di cui 30,7 mld da gennaio a dicembre 2018 e ben 41,3 mld di € contabilizzati nel solo mese di gennaio 2019.

    Se si tiene conto che l’unico obiettivo che pone l’Unione Europea è la riduzione del debito pubblico, il cui incremento, occorre ricordare, è il frutto del ricorso per oltre quarant’anni all’uso distorto della spesa pubblica per l’acquisizione del consenso da parte delle forze politiche al potere, e che per ridurre il debito, più che operare su politiche di austerità, occorre puntare sulla crescita economica e sugli investimenti e non certo sulle medesime politiche di sperpero del pubblico denaro che hanno portato negli ultimi 40 anni il Paese all’attuale condizione di quasi dafault , appare evidente che le politiche demagogiche e i giochetti di rinvio dei pagamenti all’anno nuovo, utili solo alle campagne elettorali, costituiscono l’identikit perfetto per individuare chi in questo Paese vuole realmente rubare il futuro, non solo ai giovani.

  • In una intervista al quotidiano ‘La Verità’ sulla sentenza Tercas il presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, afferma che si trattò di una manovra Ue per distruggere le Popolari

    Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, in una intervista rilasciata il 21 marzo al quotidiano “La Verità” parla del clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò ‘aiuto di Stato’ l’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per il salvataggio di Tercas nel 2014. “Facciamo subito un passo in avanti, – dice il presidente di Assopopolari – perché le scelte della Commissione su Tercas produssero nei mesi successivi effetti pesantissimi. Dopo Tercas, infatti, nella seconda metà del 2015 si pose il tema delle quattro banche (Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), e anche allora si propose di ricorrere al fondo interbancario. Ma alla fine il governo Renzi decise di cedere”, un comportamento sulle quattro banche, secondo Sforza Fogliani, “comprensibile solo pensando a come poi le cose sono andate a finire: una sorta di anticipazione forzata del bail in (che tecnicamente sarebbe entrato in vigore solo dal 1° gennaio successivo), e una vera e propria campagna di diffamazione contro le banche popolari per giustificare la cosiddetta ‘riforma’. In realtà una controriforma, che nel frattempo era stata approvata da Matteo Renzi, e che avrebbe portato otto delle grandi banche popolari su dieci a convertirsi in spa”. Il fatto – continua Sforza Fogliani – che delle Popolari venissero screditate faceva gioco a Renzi. Anche alcuni grandi giornali, per riferirsi alle quattro banche, parlavano sistematicamente di ‘quattro Popolari’. E non era vero: erano tre Casse e una Popolare. Ho passato almeno un mese a precisare e rettificare: ma la parola d’ordine era: ‘Quattro popolari’”. Secondo Fogliani, Renzi e Padoan avevano barattato le Popolari con la legge di bilancio che volevano approvare, non si fece una vera battaglia quando all’Italia arrivò la lettera da Bruxelles, né, almeno nella fase iniziale si pretese un atto formale da parte dell’UE che potesse essere subito impugnato.

  • Made in Italy: il valore ancora oggi sconosciuto

    Sembra incredibile come i medesimi errori strategici ed operativi commessi dalle compagini governative precedenti vengano riproposti in forme e contenuti analoghi dagli attuali responsabili governativi dello sviluppo economico. In altri termini, al di là delle convinzioni e degli schieramenti politici, la storia dei precedenti fallimenti risulta passata inutilmente invece di offrire un termine di paragone per le elaborazioni delle strategie future.

    Una delle più ridicole iniziative dei passati  governi trovò la propria massima espressione nella ideazione e proposta del terribile logo “Italian Taste”, attribuibile interamente alla “cooperazione intellettuale” degli allora ministri Calenda e Martina (https://www.ilpattosociale.it/2018/05/10/made-in-italy-lennesima-sconfitta/). Una iniziativa frutto della incompetenza dei ministri pari solo alla proposta di legge dell’ex ministro Fedeli definita “Italian Quality”.

    In altre parole, ignorando bellamente ogni riferimento reale al mercato, e quindi con esso ignorate le aspettative dei consumatori globali, venne creato un marchio che secondo le univoche opinioni dei responsabili dei Brand mondiali al fine di ottenere un minimo di visibilità avrebbe richiesto un ulteriore investimento di circa quattro miliardi. Per fortuna queste sciagurate iniziative (come la legge proposta dal ministro Fedeli e dal parlamentare del PD Mucchetti) finirono nell’oblio risparmiando ai loro ideatori la responsabilità di spiegarne il ridicolo fallimento.

    Viceversa, ora il governo in carica, sempre nell’illusione di favorire le esportazioni dei prodotti italiani, abbraccia l’idea di creare un nuovo “logo” da affiancare al già noto “Made in Italy” con l’illusione di creare valore e fornire impulso alle nostre esportazioni. Francamente sorge il dubbio se questi illuminati esponenti governativi attuali, come quelli dei precedenti governi, abbiano mai avuto occasione di relazionarsi con i compratori esteri (i buyer per intenderci) e se magari con loro  abbiano mai scambiato delle opinioni relative ai plus che il consumatore estero riconosce ai nostri prodotti ed assolutamente identificabile con uno dei più riconosciuti Brand del mondo: Made in Italy.

    Nel caso alla compagine governativa risultasse ignoto, innanzitutto i compratori esteri delle eccellenze italiane definite per comodità ‘delle 4 A’ (1.Tessile-abbigliamento-calzaturiero-pelletteria, 2. Agro alimentare 3. Arredamento 4. Automazione-meccanica-gomma-plastica) richiedono, ma al tempo stesso pretendono, che i nostri prodotti risultino nella loro evoluzione produttiva (la fiera produttiva da monte a valle per intenderci) l’espressione delle diverse professionalità e know-how industriali che contribuiscono alla realizzazione del prodotto finale. In altre parole i prodotti diventano espressione della cultura contemporanea italiana ed espressione del tanto apprezzato Italian way of life.        

    Inoltre gli stessi operatori internazionali stigmatizzano fortemente qualsiasi nuova iniziativa che vada a sovrapporsi o peggio a sporcare quello che loro ritengono il principale Brand di comunicazione complessa sul mercato: Made in Italy. 

    Per cui, tornando alle ridicole iniziative di governi precedenti e che ora vengono riproposte dalle medesime professionalità al governo possiamo solo constatare che la storia non insegna niente e soprattutto non esiste nessuna capacità di apprendere dalla stessa.

    L’Italia è l’unico paese che rappresenta e soprattutto viene rappresentato nelle sue eccellenze attraverso un unico Brand come il Made in Italy. Rappresenterebbe una scelta suicida e frutto di una pericolosa superficialità affiancare a questo Brand di livello mondiale, alla cui forza hanno contribuito le innumerevoli imprese e professionalità che partecipano alle diverse filiere produttive,  altre iniziative espressioni di mediocri competenze ma soprattutto di una mancanza assoluta di conoscenza del mercato attuale e della sue prossime evoluzioni. Un mercato globale nel quale la comunicazione compulsiva alla quale contribuiscono anche i social media determina non poco a disorientare il consumatore e nello specifico l’introduzione di un nuovo logo in affiancamento al Made in Italy risulterebbe un ulteriore elemento di incertezza e confusione.

    La storicità di un brand come il Made in Italy rappresenta invece un valore economico e commerciale per gli operatori economici come conseguenza del valore di sicurezza che esercita per i consumatori. Emerge evidente a chiunque abbia contribuito alla elaborazione delle diverse strategie per la certificazione normativa (di competenza europea) e consolidamento della filiera a monte del made in Italy come le attuali soluzioni alternative proposte dal governo in carica, come dai precedenti, risultino espressione di una incompetenza imbarazzante. Ennesima conferma di un mix pericoloso tra mancanza di riferimenti con il mercato e supponenza dal quale scaturiscono  iniziative legislative che danneggiano la reputazione e la credibilità di un dei principali brand quale è il Made in Italy, il cui valore rimane a tutt’oggi per lo più sconosciuto nelle proprie potenzialità in un mercato globale.

  • Emergenza inquinamento: la terra ed i suoi abitanti non possono più aspettare

    Il monito del Presidente della Repubblica Mattarella e le grandi manifestazioni degli studenti, in Italia ed in tutto il mondo, per richiamare l’attenzione di tutti, istituzioni, cittadini ed imprese, al gravissimo problema ambientale fanno sperare che anche i più protervi negazionisti del problema terra comincino a prendere atto dell’emergenza che il nostro pianeta deve affrontare in tempi rapidi. Vi sono misure delle quali parlano tutti, anche se poi non partano subito le disposizioni conseguenti, altre, di portata diversa ma tutte utili, delle quali non si parla o, se se ne parla, non vedono nessuna espressione di volontà concreta.

    Ne accenniamo alcune. Gran parte degli edifici pubblici non sono a norma per il riscaldamento e troppi mezzi di trasporto pubblico rimangono estremamente  inquinanti, manca una politica di programmazione per diminuire, sulle grandi distanze, il trasporto su gomma sostituendolo con quello su rotaie e per mare, rimane irrisolto il problema degli acquedotti che disperdono, perché obsoleti e danneggiati, più del 30% dell’acqua, bene primario e non rinnovabile, mancano misure adeguate, in agricoltura e per l’allevamento di bestiame, che sostengano i produttori per l’utilizzo di sostanze meno dannose per la salute e l’ambiente, l’incuria dei greti dei fiumi, dei torrenti e delle zone montuose e collinari abbandonate sono solo alcuni dei problemi che l’Italia dovrebbe immediatamente affrontare. Occorre però che il nostro Paese si faccia anche promotore di iniziative verso il resto del mondo: non è pensabile di contrastare l’inquinamento spedendo in Africa le nostre macchine diventate per noi inutilizzabili per le troppe emissioni di gas di scarico. Non è spostando il problema in un altro paese o continente o basandoci sull’acquisto o vendita delle vecchie quote verdi che noi potremo fermare l’avanzata del disastro ambientale.

    Sia l’Italia ad impegnare, almeno l’Europa, alla distruzione delle macchine che inquinano vietandone l’esportazione in altri paesi. Sia l’Italia a chiedere una momentanea moratoria agli esperimenti ed alle missioni nello spazio che in questo momento creano nuovi danni all’atmosfera, e ad attivarsi perché si fermino le deforestazioni a tappeto che modificano i venti ed il clima. In un mondo globalizzato i danni causati in un paese, in un continente, si rifrangono in altri paesi e continenti, per questo è necessario ci cerchino impegni vasti e comuni almeno per affrontare e alcuni problemi come quelli legate alle piattaforme che estraggono petrolio in mare e che in troppi casi, come avviene da diversi anni vicino alle coste della California, continuano ogni giorno a disperdere decine di barili di greggio perché è impossibile ripararle.

    La politica, quella vera, è saper prevenire i problemi e saper intervenire con tempestività quando questi si presentano. Globalizzato il mercato oggi va globalizzato il buon senso perché la terra ed i suoi abitanti, di qualunque colore e religione, non hanno più tempo di aspettare .

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