Governo

  • Capire la Francia

    Charles De Gaulle è apprezzato dai francesi più di qualunque altro loro connazionale, perfino e di gran lunga più di Napoleone (41% contro 14% secondo i sondaggi).

    Trascinatore della Francia durante la seconda guerra mondiale, con una fierezza che neppure l’esilio a Londra scalfiva («Sono troppo povero per inchinarmi» disse), ha consacrato la grandeur del suo Paese, anche grazie a una notevole abilità nell’utilizzo delle telecomunicazioni (la radio durante la guerra e poi nel dopoguerra la televisione) in alcune frasi che caratterizzano tuttora la mentalità transalpina: «C’è un patto di duemila anni tra la grandezza della Francia e la libertà del mondo», «La Francia ha perso una battaglia! Ma non ha ancora perso la guerra! Alcuni governanti hanno capitolato cedendo al panico, dimenticando l’onore e consegnando il Paese al servaggio. Ciononostante nulla è perduto! Perché questo è un conflitto mondiale. Nel mondo libero ci sono forze immense che non si sono ancor arrese. Un giorno queste forze schiacceranno il nemico e occorre che la Francia, quel giorno, sia presente alla vittoria».

    Ha dato alla Francia la sua Costituzione attuale, dopo un primo tentativo fallito nel 1946 che lo aveva indotto a ritirarsi a Colombe-les-deux-Eglises, vincendo il referendum del 1958 con cui i francesi ratificarono la sua idea di un governo semipresidenziale con un esecutivo forte, anche nei confronti del Parlamento, e per questo si guadagnò il titolo di personaggio dell’anno sulla copertina del Time. Prima di perdere un altro referendum su un’altra riforma, quella del Senato, e ritirarsi definitivamente, nel 1968, diede un grande impulso all’industria nazionale, nei settori dell’aereonautico, dello spazio e dell’energia atomica.

    E’ stato anche un uomo spiritoso, che in qualche modo indusse i suoi oppositori (soprattutto i giovani contestatori sessantottini) a combatterlo con la stessa arma, declinata in una serie di soprannomi ispirati anche alla sua statura (195 cm) e aspetto fisico: Le General (il generale), Le Grande Asperge (il grande asparago), Cyrano, La Grande Zohra (la grande cammella, come lo definirono i francesi nati in Algeria per rimproverargli la rinuncia alla colonia africana). Non era invece una battuta quella con cui Georges Pompidou, succedutogli alla presidenza della Quinta Repubblica che lui aveva fondato, ne comunicò la dipartita: «Francesi, il generale De Gaulle è morto. La Francia è vedova».

  • Il duro ritorno alla realtà

    A pochi giorni dall’esito referendario, la politica italiana conferma ancora una volta quale possa essere il senso dello Stato che contraddistingue i protagonisti dello scenario italiano.

    Entrambe le due leader di FdI e del Pd interpretano l’esito referendario come una sconfitta oppure una vittoria politica, spingendo addirittura il segretario del primo partito di opposizione alla richiesta di elezioni anticipate, in questa circostanza supportata dal solito mediocre segretario dei 5 Stelle Conte.

    Viceversa il Presidente del Consiglio fa un brusco ritorno alla realtà uscendo da quella favola nella quale si considerava la regina protagonista, comprendendo finalmente di essere circondata da personaggi che stanno progressivamente riducendo il proprio consenso elettorale. Alla comunque opportuna strategia di queste dimissioni a raffica nel governo, che rappresentano una novità per l’Italia e, di conseguenza, paradossalmente un fattore positivo data la nota inamovibilità dei personaggi politici da ogni incarico pubblico, dovrebbe ora seguire un secondo passaggio. Quello di rivedere completamente le priorità del governo e, di conseguenza, mettendo in forte discussione l’operato del ministro Giorgetti, soprattutto in considerazione del momento storico assolutamente drammatico legato alla escalation della guerra in Medio Oriente.

    In altre parole, mentre gli scenari futuri possono fare intravedere un allargamento del conflitto mediorientale che veda coinvolti paesi come lo Yemen ed una possibile invasione da terra dell’Iran da parte degli Stati Uniti, i protagonisti della politica nazionale, dimostrando per una volta un minimo di senso dello Stato, dovrebbero abbandonare le polemiche politiche per operare al proprio meglio in momento di difficoltà come quella attuale.

    Viceversa solo la bramosia di potere muove ora il fronte dell’opposizione, quando effettivamente va ricordato come il Presidente del Consiglio avesse proposto un tavolo comune in considerazione della situazione geopolitica. Il governo Meloni ha moltissime colpe legate soprattutto alla inadeguatezza di molti suoi ministri ampiamente dimostrata da fatti e dichiarazioni, ma la confermata richiesta di elezioni anticipate proposta dalla leader dell’opposizione, invece di accettare l’invito del Presidente del Consiglio ad un tavolo comune
    non fa che confermare una volta di più la totale assenza di senso dello Stato.

  • L’interesse nazionale

    Ora che, presumibilmente, i problemi legati ad esponenti di governo, o al governo collegati, si sono risolti con le dimissioni, purtroppo tardive, speriamo che l’attenzione di tutti, maggioranza ed opposizioni, si concentri con quello che serve agli italiani in un momento particolarmente difficile per i riflessi che hanno, ed avranno, sulla nostra economia e sicurezza, e su quelle europee, le guerre in corso.

    Al di là delle legittime aspirazioni di ciascuno, conquistare la guida del Paese o mantenerla secondo il risultato delle ultime elezioni, vi è oggi la necessità di accantonare per un certo tempo le accuse reciproche, spesso infarcite da palesi false notizie.

    L’interesse nazionale dovrebbe prevalere sugli interessi di parte, se la politica ha ancora un senso in una società dove spesso la parola democrazia resta una parola.

    Le questioni legate alla sicurezza, all’energia, alla sanità e, non ultimo, alla presa di coscienza di una deriva sempre più violenta di troppi adolescenti, anche per colpa di un uso improprio dei social, richiedono un dialogo, tra opposti schieramenti, libero, libero per qualche tempo da cappi ideologici e sogni di rivincita.

    E’ evidente inoltre, per chi è in buona fede, la necessità di arrivare alle prossime elezioni nazionali con una legge che riporti i cittadini a poter scegliere, con un voto di preferenza, chi li rappresenterà, solo così torneremo a coinvolgere gli elettori e torneremo ad una rappresentanza parlamentare libera dalla schiavitù dei capi partito.

    Solo con una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere, con la preferenza, i parlamentari il futuro premier avrà un parlamento capace di aiutarlo a difendere e sostenere, in Europa e nel mondo, gli interessi legittimi dell’Italia.

  • Serve qualche riflessione sull’Albania per l’ok all’adesione alla Ue

    In un recente articolo, pubblicato a fine febbraio su L’Espresso, a firma Matteo Giusti, si ripropone l’annoso problema della violenta diatriba tra Edi Rama, presidente albanese, e l’eterno oppositore Sali Berisha.

    Come i nostri lettori sanno Il Patto Sociale ha pubblicato molti resoconti, del corrispondente in Albania, di fatti che hanno messo il paese di fronte a problemi di corruzione e di traffico di stupefacenti.

    Da molti anni sappiamo che la Guardia di Finanza italiana conduce varie missioni per contrastare il narcotraffico che dal mar Adriatico porta droga in Italia e da lì nel resto d’Europa e, dati alla mano, sappiamo, come è stato anche spiegato nel libro Operazione Pig di Albert De Bonnet, che la criminalità organizzata albanese è strettamente alleata con la ‘ndrangheta, con scambio di attività e favori.

    Quello che preoccupa, in questo particolare momento, è che l’adesione dell’Albania alla Ue dovrebbe avvenire entro il 2030, la chiusura dei negoziati potrebbe aver luogo già l’anno prossimo.

    Che il partito di maggioranza e di governo, di Rama, sia violentemente contrastato dal partito di opposizione guidato dall’ex presidente Berisha non è una novità. Le diverse manifestazioni di piazza, con enorme partecipazione popolare, tuttavia, insieme all’incriminazione a dicembre, da parte della magistratura, della vicepremier Belinda Ballaku, braccio destro del presidente Rama, per gravi scandali, per aver usato fondi pubblici e aver fatto vincere impropriamente appalti di enorme valore destano ovviamente domande e perplessità, ancor più ove si tenga conto della collaborazione avviata da qualche tempo con l’Italia per gli hotspot.

    Alla luce di quanto è accaduto ed è tuttora in corso, sarebbe opportuno, da parte sia delle istituzioni europee che di quelle italiane, un approfondito confronto con i sistemi di intelligence per comprendere la realtà e l’eventuale pericolosità dei problemi albanesi.

  • Gli USA e gli scenari del dopo Maduro in Venezuela

    Notoriamente Trump non è uomo di cultura e il suo comportamento è pure lontano da ogni atteggiamento ottimale in diplomazia. Tuttavia, pensare che agisca solo in base a improvvisazioni dettategli dall’istinto di uomo d’affari che punta solo a risultati immediati e si disinteressa delle conseguenze a medio e lungo termine sarebbe un errore interpretativo. Tutti vediamo che la sua politica internazionale parte dal presupposto che, almeno per ora, gli USA sono la più grande potenza economica e militare del mondo e, approfittando di ciò, rilascia dichiarazioni e assume atteggiamenti senza scrupoli tipici di un prepotente che vuole imporre i propri interessi a chiunque gli convenga. Di certo, come succede in economia, ogni scelta porta conseguenze positive per un verso e per qualcuno e negative sotto altri aspetti e per altri soggetti. Alcuni suoi comportamenti sono errori evidenti, quali crearsi troppi nemici contemporaneamente e favorire così tra di loro una alleanza, magari precedentemente non voluta né immaginata. Oppure il cambiare continuamente gli obiettivi dichiarati, togliendo così ogni credibilità alle proprie azioni del momento. Dove, però, sembra abbia agito con una certa lungimiranza e saggezza è stato il caso di ciò che ha fatto nel Venezuela.

    È ovvio che l’intervento americano in quel Paese vada contro qualunque aspetto del “diritto internazionale” e che nessuno può considerare politicamente ammissibile una tale ingerenza negli affari interni di un’altra nazione. Tuttavia, se ci asteniamo dal dare giudizi morali e ci limitiamo a osservare la convenienza di tale azione per chi l’ha compiuta, dobbiamo ammettere che si sia trattato di un colpo magistrale. Occorre premettere che, così come succedeva ai suoi predecessori, l’idea di battersi per aumentare anche altrove il livello di organizzazione democratica è soltanto un puro alibi per mascherare interessi americani molto più prosaici e che, quindi, l’eliminazione del regime dittatoriale venezuelano non era tra gli obiettivi di ciò che è stato fatto. L’interesse primario degli USA verso quell’area del mondo è la pura applicazione della “dottrina Monroe” aggiornata e cioè l’impedire che potesse confermarsi un intreccio tra quel governo e quelli di Stati considerati nemici quali la Cina, la Russia e l’Iran. Cosa che stava avvenendo seppur, apparentemente, solo sotto l’aspetto economico. Il mettere sotto possibile controllo americano la produzione petrolifera locale non è una questione prettamente economica, bensì impedisce, soprattutto ai cinesi, l’accesso a una enorme fonte di rifornimento di petrolio pesante ottimo, una volta raffinato, per ottenere un prodotto destinato a motori diesel e voraci quali quelli di aerei e navi. Inoltre, toglie a un altro grattacapo americano, Cuba, la maggiore entrata di carburante indispensabile per la sopravvivenza dell’economia locale.

    Detto ciò, chi si aspettava che l’aver “sequestrato” Maduro aprisse a un totale cambiamento di regime non teneva conto di quella che è la realtà sociale e politica del Paese. Il “colpo da maestro” di Trump e dei suoi non è consistito nel pur perfettamente riuscito sequestro di quel dittatore, bensì nell’aver preparato in anticipo la sopravvivenza del regime con però un atteggiamento molto conciliante verso Washington. Ciò che attualmente sembra probabile è che ci possono essere state diverse complicità interne pre-concordate e magari perfino la collaborazione tacita della vice presidente, oggi nominata presidente ad interim, Delcy Rodriguez. Ipotesi molto realistica, tanto è vero che il Segretario di Stato Rubio ha subito annunciato di volerla incontrare. Un’altra cosa che si potrebbe immaginare è che, di là dalle dichiarazioni ufficiali di teatro, l’operazione sia stata “accettata” da Putin durante l’incontro di Anchorage in nome del rispettivo riconoscimento delle future zone di influenza.

    La realtà interna del Venezuela è che, come dimostrato ampiamente dalle ultime elezioni, il regime di Maduro non godeva più del sostegno della maggior parte della popolazione (a differenza di ciò che succedeva al tempo di Chavez) ma che tutte le leve del potere reale sono distribuite tra coloro che di quel regime erano e continuano ad essere i beneficiari. Il malcontento origina soprattutto dalla diffusa corruzione degli alti gradi del regime, della loro incapacità gestionale e da un’economia sempre più disastrata.

    Vediamo i possibili scenari del dopo Maduro e cosa sarebbe successo se, invece di confermare la tenuta del regime, si fosse voluto imporre forzosamente una immediata democrazia.

    La prima possibilità è che con il decidere di smantellare del tutto il regime e aprire a nuove elezioni il sistema si sarebbe potuto spaccare tra gruppi armati del vecchio potere in lotta tra di loro fino ad arrivare a scontri armati. Tale eventualità, nonostante tutto, non è ancora esclusa e addirittura diventerebbe probabile se tale frattura avvenisse non solo tra gli alti vertici del regime ma anche dentro le forze armate. Non si può escludere che, fomentando un sentimento nazionalista e la non simpatia verso i gringos da sempre diffusa negli stati sud americani, una parte degli ufficiali si unisca ai gruppi guerriglieri colombiani già presenti da tempo in Venezuela. Insieme si batterebbero non solo contro l’ingerenza statunitense nel settore petrolifero ma anche darebbero la caccia ai “collaborazionisti”. In altre parole scoppierebbe una guerra civile.

    Un secondo scenario possibile dopo la ipotetica volontà americana di imporre subito le elezioni sarebbe stato che il desiderio di vendetta di chi aveva per lungo tempo subito le angherie del potere avrebbe potuto suscitare una reazione violenta di chi era ancora in posizione di forza, se non altro per autodifesa. Nel caso di una repressione feroce di tali manifestazioni, come avrebbero potuto (o dovuto) reagire gli americani? Inviando truppe per proteggere i “democratici” e aprire così un nuovo fronte di guerra?

    Naturalmente l’aver paradossalmente confermato il regime precedente non elimina possibili conseguenze non gradite. Chi si è battuto da tempo contro Maduro può non accontentarsi dell’eliminazione del personaggio e considerare un tradimento l’accettazione americana della continuità di un regime anche se con capi diversi. La Rodriguez potrebbe sinceramente fungere soltanto da presidente ad interim e rinnovare gradualmente, sempre garantita dagli americani, i vertici della giustizia, delle forze armate e dell’alta amministrazione in genere in modo da preparare le elezioni. Tuttavia, checché ne pensi la Machado (che ha continuato ad auspicare un intervento armato americano), l’opposizione al regime non è mai stata davvero compatta e lei non ha dimostrato di avere quel carisma che Chavez aveva avuto. Un vero consenso popolare che garantisca elezioni libere e pacifiche si potrebbe ottenere solamente nel momento in cui sarà evidente che l’economia stia fortemente riprendendo e che un relativo benessere sia potenzialmente raggiungibile da ampi strati della popolazione. Un po’ come successe in Corea del Sud dopo la guerra con il Nord. In altre parole, un regime militare destinato a durare qualche anno e la democrazia rimandata forse anche di un decennio.

    La realtà venezuelana di oggi, sgradita a chi vuole tutto e subito, è quella su cui, saggiamente, sembra aver puntato Trump ed è l’unica che potrebbe evitare una nuova situazione di grave instabilità. È comunque certo che, dopo aver infranto in modo così palese le regole della convivenza internazionale, Washington si gioca tutta la sua credibilità sulla buona riuscita del futuro venezuelano. Se Trump finisse col trovarsi di fronte a delle realtà come quelle che i suoi predecessori hanno provocato in Afghanistan, in Iraq, in Siria e in Libia (e speriamo che lui non faccia lo stesso errore in Iran) anche le sue chance di raggiungere un accordo con le altre potenze per spartirsi il mondo perderebbe ogni possibilità.

  • La fine di oltre 20 anni di retorica governativa

    Negli ultimi 20 anni (2005-2025), la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) in Italia è stata caratterizzata da un andamento troppo debole, segnato da profonde recessioni (2008/09 e 2020/21) e un recupero post-pandemico più dinamico rispetto alla media storica. Complessivamente, tra il 2000 e il 2024, il PIL reale è aumentato solo del 9,3% complessivamente quindi con un tasso medio di crescita annuale pari al 0,38%.

    Ognuno dei 14 governi delle sette legislature che si sono succeduti alla guida del Paese si sono attribuite le crescite economiche “decimali” come grandi risultati, specialmente se successive ad un periodo di crisi.

    La stessa crescita del governo Draghi nasceva dalla peggiore flessione del PIL (la base statistica) segnata dall’Italia durante la pandemia in Europa.

    Le stesse crescite decimali vengono sempre calcolate a prezzi correnti, quindi influenzate e drogate dall’andamento dell’inflazione, le quale di fatto azzerano qualsiasi merito relativo ad una ipotetica crescita.

    Da qualche anno finalmente emerge con chiarezza la retrocessione reale dell’economia italiana desumibile dall’andamento delle retribuzioni italiane in rapporto alla crescita di quelle europee contrapposta alla flessione di quella italiana con una riduzione del -4%, seconda solo quella della Grecia con un -5%.

    La qualità del maquillage economico utilizzato dai diversi ministri dell’economia come dai presidenti del Consiglio, vengono ora definitivamente azzerate dall’ultima ricerca che si occupa dell’andamento del Pil/pro capite per le macro aree regionali in Europa.

    In altre parole, questa importante ricerca pone in relazione il reddito disponibile (Pil/pro capite) delle aree economicamente più avanzate italiane con le medie dei paesi europei.

    Emerge in un modo inequivocabile come l’andamento di tali rapporti definisca un’economia in vera e propria recessione mascherata anche se sotto il profilo contabile la crescita rimane sempre superiore ad uno zero/virgola.

    Dal 1995 al 2023 il rapporto al prodotto interno lordo pro capite in Veneto ha perso 45 posizioni in Europa e in Friuli Venezia Giulia addirittura 50 mettendo in crisi il modello del NordEst.

    Anche la vicina Emilia Romagna registra una perdita di 36 posizioni mentre la Lombardia, pur sempre l’unica vera locomotiva italiana, segna una flessione di 25 posizioni, ma che rappresentano una vittoria rispetto alle 54 posizioni  perse dal Piemonte.

    Questi dati inequivocabili ridicolizzano la retorica dell’intera classe governativa che ha spacciato una crescita decimale dell’economia nazionale come una vittoria del Paese.

    Quando, invece, rappresenta solo un trucco contabile se confrontato con le crescite delle altre regioni Europee finalizzato a mascherare una reale recessione resa ora conclamata dalla rilevazione Pil/pro capite.

    Le ragioni di questa retorica governativa sono legate alla volontà di mistificare una realtà drammatica dell’economia italiana mentre le cause risultano molteplici ed articolate.

    Innanzitutto dal 2001 in poi si sono pagate le totali assenze di una politica industriale, a cominciare dalla fine degli anni ottanta, e certificata dalla mancanza di una politica energetica, allora come oggi, che rappresenta il primo anello della catena di crescita di valore, volta a fornire competitività ad un sistema industriale impegnato all’interno di un mercato sempre più globale.

    La scelta poi di puntare molto sull’economia turistica, componente importante della economia nazionale ma non certo per la creazione di valore aggiunto (*) rappresenta la dimostrazione che i pur notevoli tassi di crescita della economia turistica non si siano tradotti in un parallelo aumenti della ricchezza disponibile.

    Contemporaneamente a questa totale assenza di strategia economica ha fatto riscontro un aumento della pressione fiscale che rappresenta il sostegno economico della spesa pubblica la quale è letteralmente esplosa ma lasciando sostanzialmente invariato, anzi in diminuzione, il reddito disponibile. Parallelamente anche il debito pubblico risulta passato dai 1350 mld del 2001 ai 1987 mld nel 2011 fino ai 3131 mld del 2025.

    Come conclusione si può tranquillamente affermare che lo studio relativo all’andamento della ricchezza disponibile indicata dal rapporto PIL/pro capite abbia di fatto messo una pietra tombale alla retorica governativa dei governi degli ultimi vent’anni. Elementare definizione di una situazione nella quale anche se si cresce ma meno della concorrenza automaticamente si perdono posizioni economiche e ricchezza prodotta.

    (*) Un’economia con la più bassa concentrazione di manodopera per milione di fatturato

  • Tra Tobin Tax e debito pubblico

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La disperazione degli incompetenti alla guida del Paese in questa occasione si materializza con la crescita della Tobin Tax in alternativa ad un aumento della tassazione sui dividendi.

    La situazione economica attuale si conferma molto difficile se non disperata a differenza di quanto il governo intenda comunicare, e soprattutto in una prospettiva futura dopo oltre trenta flessioni della produzione industriale la quale avvia il Paese verso una sicura    desertificazione industriale ed occupazionale senza precedenti, soprattutto a causa della disastrosa politica europea del Green Deal.

    In considerazione, poi, del fatto che i maggiori incrementi di spesa pubblica vengano destinati agli armamenti ed alla difesa finanziati con nuove tassazioni (il fiscal drag evidentemente non risulta sufficiente!), il governo Meloni, in perfetta continuità con la politica del governo Monti, che la introdusse, aumenterà la Tobin Tax, senza considerare gli effetti di un ulteriore aumento della tassazione sulle transazioni di borsa.

    Anche se già presente in altri paesi della comunità europea, l’introduzione della Tobin Tax in Italia ha determinato una significativa diminuzione dei volumi azionari scambiati sulla Borsa Italiana. I dati indicano che i volumi azionari sono passati da 1.081 miliardi di euro nel 2013, anno di introduzione dell’imposta, a 613 miliardi di euro nel 2021.Questa flessione rappresenta un calo di circa il 43% nel periodo considerato e viene spesso correlata dagli analisti finanziari all’impatto dell’imposta che ha determinato una sostanziale riduzione dei volumi. Nonostante questo, invece di adottare delle politiche fiscali che tendano a sviluppare l’economia, il governo Meloni insiste ed accresce la tassazione destinando l’intero mondo borsistico italiano ad una  ulteriore marginalità. Ma soprattutto si conferma una perfetta continuità nelle strategie economiche e fiscali tra il governo Monti (2011) con il governo in carica (2025) che ha determinato una evoluzione del debito pubblico da1987 mld (2011) a 3081 mld (2025). Basti pensare come dai dati pubblicati dal Censis emerga come l’Italia spenda più nel pagamento degli interessi sul debito che in investimenti.

    A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro, di conseguenza nell’ultimo anno la spesa per interessi ha toccato quota 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del pil nazionale. Il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), ma molto al di sopra della media europea (1,9%). A questo si aggiunga come la situazione italiana è ancora più preoccupante in quanto i titoli del debito pubblico italiano risultano in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero, con il 33,7% del totale (più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia (della quale si vorrebbe addirittura prelevare le riserve auree).

    Mentre la precarietà dell’equilibrio finanziario italiano si dimostra sempre più un fattore destabilizzante e al governo si pensa all’ennesimo condono edilizio, ancora una volta vengono disattese le priorità del settore industriale il quale chiede, e pretenderebbe giustamente, una nuova politica energetica in grado di fornire gli strumenti per la competitività delle imprese.

  • Scandalo ai massimi livelli governativi

    Non è scandaloso che alcuni banchieri siano finiti in prigione;

    scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà.

    Honoré de Balzac; da “Cesare Birotteau”, 1837 

    I dodici discepoli, tranne Giuda l’Iscariota, divennero gli apostoli di Gesù, dopo la sua resurrezione e l’ascensione al cielo. Matteo era uno degli apostoli ed il suo Vangelo, per la Chiesa Cattolica, è il primo tra i quattro Vangeli canonici. Matteo ci racconta, nel quinto e diciottesimo capitolo del suo Vangelo cosa pensava e diceva Gesù sugli scandali.

    “Guai al mondo per gli scandali! E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco” (dal Vangelo secondo Matteo 18/7-9). Bisogna sottolineare che Geenna è una piccola valle sulla parte meridionale del monte Sion in Israele. Però nel Nuovo Testamento Geenna rappresenta l’Inferno, il luogo dove si bruciano tutti i peccatori.

    Da un mese ormai in Albania è stato reso noto uno degli scandali più clamorosi di questi ultimi anni. Sia per gli evidenziati abusi in alcuni appalti pubblici e sia perché tutto veniva personalmente gestito dalla vice primo ministro e, allo stesso tempo, ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Si tratta di appalti pubblici manipolati palesemente e legati ad una lunga galleria, a due ponti pagati ma mai costruiti e a dei sospettosi lavori di supervisione. Uno scandalo, inconfutabile espressione dell’abuso del potere istituzionale e della corruzione ai massimi livelli.

    Dopo delle lunghe indagini che sono state condotte da un procuratore coraggioso, il 31 ottobre scorso lui ha comunicato l’accusa di “violazione della parità negli appalti” alla ministra indagata. E, fino a prova contraria, il procuratore bisogna considerarlo veramente coraggioso, visto cosa è accaduto e tuttora accade con il sistema “riformato” della giustizia in Albania. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato brevemente dello scandalo ed altresì del fatto che “…da fonti credibili risulterebbe che il procuratore sia stato minacciato dal primo ministro per le sue indagini, mentre non c’è stata nessuna smentita da parte del primo ministro”. Per il primo ministro si trattava di “…..un caso unico nella storia dell’Europa […] dove non è mai successo che un procuratore ed un giudice si incontrano faccia a faccia e sospendono dall’incarico un membro del governo” (Preoccupante sostegno europeo; 24 novembre 2025).

    Il procuratore che ha indagato sul sopracitato scandalo ha evidenziato, tra l’altro, che l’accusata, in veste di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia “…ha seguito ed orientato in continuazione la procedura di questo appalto pubblico durante la fase preparatoria, durante lo svolgimento della procedura e fino al momento della proclamazione del vincitore…”. Dagli atti ufficiali dell’inchiesta risulta che l’accusata ha chiesto l’annullamento di un primo appalto sul tunnel, la riapertura delle procedure, la proclamazione del nuovo vincitore, nonostante le condizioni legali non fossero state adempiute ecc..

    Bisogna sottolineare che tutto cominciò ufficialmente nel 2021, quando un’impresa albanese vinse l’appalto per costruire il tunnel lungo più di cinque chilometri, due ponti e una strada sulla costiera ionica nel sud dell’Albania. Il costo dei lavori ammontava a circa 140 milioni di Euro. Il 3 giungo 2021 però ad Ankara, capitale della Turchia, si è svolto un incontro tra il primo ministro albanese, la ministra ormai accusata, nonché dell’allora vice primo ministro, ormai in asilo in Svizzera, con due rappresentanti di una ditta turca. Una foto testimonia quell’incontro. Bisogna sottolineare però che l’ex vice primo ministro, presente all’incontro e ormai in asilo, aveva denunciato lo scandalo già un anno fa, durante una sua intervista televisiva. Risulterebbe, altresì, che la ditta avesse anche l’appoggio del presidente turco, un “amico” del primo ministro albanese.

    Dagli atti ufficiali della procura risulta che dopo quell’incontro la ministra accusata ha ordinato di annullare tutto e di ricominciare con l’annuncio di un nuovo appalto sul tunnel. Appalto che è stato vinto alcuni mesi dopo proprio dalla ditta turca, nonostante avesse fatto un’offerta maggiore, di circa 50 milioni di euro, di quella della ditta albanese che vinse il primo appalto, poi annullato. Ma, guarda caso, la ditta albanese ha avuto poi il subappalto dal vincitore dello stesso progetto, con la stessa somma da lei offerta durante il primo appalto! Chissà perché?! Ma in Albania è tutto un magna magna, parafrasando Roberto Benigni nel ruolo di Johnny Stecchino.

    Non era però abusivo solo il secondo appalto sul tunnel che ha permesso la “strana scomparsa” di 50 milioni di euro. Dalle indagini del procuratore risulta, tra l’altro, che sono stati tali anche quello sul progetto dello stesso tunnel, con un valore di 7.4 milioni di euro, e l’appalto sulla supervisione dei lavori, con un valore di circa 2 milioni di euro. E, guarda caso, ai “supervisori” è sfuggito anche un ponte, lungo 110 metri, mai costruito. Un ponte che è stato sostituito da una grande quantità di cumuli di materiali inerti. Ma dalle stesse indagini del procuratore risulta, oltre a molte altre violazioni delle procedure ed abusi, che i lavori per la perforazione e la costruzione del tunnel sono stati avviati anche senza il permesso dei lavori, obbligatorio per legge. Un permesso che è stato reso pubblico solo il 28 maggio 2025, cioè più di tre anni dopo!

    Il 19 novembre scorso un giudice del tribunale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha deciso di sospendere l’accusata dai suoi due incarichi: quello di vice primo ministro e quello di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Il giudice ha altresì deciso che l’accusata non può uscire dal territorio albanese. Mentre un giorno dopo, il 20 novembre scorso, è stato reso noto dalla procura che è stata accusata anche di un altro caso, quello di un appalto pubblico di una parte del grande raccordo anulare di Tirana. Un altro scandalo milionario pieno di abusi.

    Da fonti ben informate risulterebbe che il primo ministro sia stato coinvolto direttamente in questi scandali e abusi. Lo confermano anche diversi messaggi scambiati tra l’accusata con un suo stretto collaboratore, ormai in prigione, il cui telefono è stato sequestrato. Chissà perché il primo ministro il 12 febbraio scorso, durante una riunione con il gruppo parlamentare del suo partito/clan, ha avvertito “ironicamente” gli organi competenti di non chiederli il suo telefono? “Non devono fare l’errore di venire a chiedere il mio telefono. Perché hanno preso tutti i telefoni dell’Albania. Che vadano a occuparsi dei fatti!” ha dichiarato il primo ministro.

    Il primo ministro, vistosamente in difficoltà dopo gli sviluppi con il clamoroso scandalo milionario del tunnel, che lo coinvolgerebbe personalmente, ha fatto ricorso presso la Corte Costituzionale contro la decisione presa dal giudice nei confronti della sua stretta collaboratrice. Lei che dando le dimissioni, come abitualmente si fa in altri Paesi europei, lo poteva aiutare molto. Nel frattempo, però, come ha sempre fatto in simili momenti di grande difficoltà, il primo ministro sta cercando di ingannare l’opinione pubblica con false ed abusive citazioni e riferimenti.

    Chi scrive queste righe informerà il nostro lettore sugli ulteriori sviluppi di questo scandalo che coinvolge i massimi livelli governativi. Ma nel frattempo, parafrasando Balzac, si potrebbe dire che in Albania non è scandaloso che alcuni governanti siano finiti in prigione o sospesi dal loro incarico, scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà. Compreso il primo ministro.

  • Teens launch High Court challenge to Australia’s social media ban

    Australia’s landmark social media ban for children is being challenged in the nation’s highest court, with two teenagers alleging the law is unconstitutional as it robs them of their right to free communication.

    From 10 December, social media firms – including Meta, TikTok and YouTube – must ensure that Australians aged under 16 cannot hold accounts on their platforms.

    The law, which is being watched closely around the world, was justified by campaigners and the government as necessary to protect children from harmful content and algorithms.

    However, 15-year-olds Noah Jones and Macy Neyland – backed by a rights group – will argue the ban completely disregards the rights of children.

     

    “We shouldn’t be silenced. It’s like Orwell’s book 1984, and that scares me,” Macy Neyland said in a statement.

    After news of the case broke, Communications Minister Anika Wells told parliament the government would not be swayed.

    “We will not be intimidated by threats. We will not be intimidated by legal challenges. We will not be intimidated by big tech. On behalf of Australian parents, we will stand firm,” she said.

    The Digital Freedom Project (DFP) announced the case had been filed in the High Court on Wednesday. Teenagers rely on social media for information and association, and a ban could hurt the nation’s most vulnerable kids – young people with disability, First Nations youth, rural and remote kids and LGBTIQ+ teenagers – the most, the group said on their website.

    Led by a New South Wales parliamentarian, John Ruddick, DFP said their challenge would hinge on the ban’s impact on political communication, and whether it was proportional to the law’s aims.

    Other measures to improve online safety should be used instead, the group argued, pointing to digital literacy programmes, the forced introduction of age-appropriate features for platforms, and age assurance technologies which have greater privacy protections.

    Noah Jones argued the government’s policy was “lazy”. “We are the true digital natives and we want to remain educated, robust, and savvy in our digital world… They should protect kids with safeguards, not silence.”

    Australian media have previously reported that Google, which owns YouTube, has also been considering launching a constitutional challenge.

    Though opposed by the tech companies who will be charged with enforcing it, the ban is supported by most Australian adults, according to polls. However, some mental health advocates say it may cut kids off from connection, and others say it could push youngsters to even-less-regulated corners of the internet.

  • Kenyan authorities paid trolls to threaten Gen Z protesters, Amnesty says

    The Kenyan authorities paid a network of trolls to threaten and intimidate young protesters during recent anti-government demonstrations, Amnesty International has said.

    A new report by the human rights organisation said government agencies also employed surveillance and disinformation to target organisers of the mass protests, which swept Kenya across 2024 and 2025.

    The demonstrations were driven largely by “Gen Z” activists who used social media platforms to mobilise.

    In response to Amnesty’s report, Kenya’s interior minister said the government “does not sanction harassment or violence against any citizen”.

    But Amnesty said it had uncovered a campaign to “silence and suppress” the protesters.

    Young women and LGBT+ activists were disproportionately targeted, with misogynistic and homophobic comment, as well as AI-generated pornographic images, the report said.

    The BBC has approached the government for further comment.

    One activist told Amnesty: “I had people coming into my inbox and telling me: ‘You will die and leave your kids. We will come and attack you’.

    “I even had to change my child’s school. Someone sent me my child’s name, the age… the school bus number plate. They told me: ‘If you continue doing what you’re doing then we will take care of this child for you’.”

    It has long been believed that the government employs a network of individuals, known as “keyboard warriors”, to push its online messages.

    The report features a man who said he was part of a team paid between 25,000 and 50,000 Kenyan shillings (about $190-$390; £145-£300) per day to amplify government messaging and drown out trending protest hashtags on social media platform X.

    As part of its research, Amnesty spoke to 31 young human rights defenders who had participated in the protests. Nine of these activists said they had received violent threats via X, TikTok, Facebook and WhatsApp.

    As well as digital abuse, the authorities have also been accused of carrying out a brutal crackdown on the protests.

    More than 100 people died, rights groups say, when police clashed with protesters during two waves of demonstrations – one in 2024 and one in 2025.

    The authorities were also accused of arbitrary arrests, enforced disappearances and using lethal force against the protesters.

    The government accepted there had been some case of excessive force by police, but also defended the security forces in other instances.

    The demonstrations railed against issues such as proposed tax rises, increasing femicide and corruption.

    Amnesty chief Agnès Callamard said the organisation’s report “clearly demonstrates widespread and coordinated tactics on digital platforms to silence and suppress protests by young activists”.

    “Our research also proves that these campaigns are driven by state-sponsored trolls, individuals and networks paid to promote pro-government messages and dominate Kenya’s daily trends on X,” she added.

    Kenya’s Interior Minister Kipchumba Murkomen said: “The government of Kenya does not sanction harassment, or violence against any citizen… any officer implicated in unlawful conduct bears individual responsibility and is subject to investigation and sanction.”

    Amnesty also raised concerns about unlawful state surveillance, including allegations – denied by Kenya’s largest telecom provider, Safaricom – that authorities used mobile data to monitor protest leaders.

Pulsante per tornare all'inizio