Governo

  • South Sudan rebels reject president’s peace deal

    South Sudan rebels rejected the government’s peace offer to reduce the number of states and create three administrative areas in the country, aiming to pave the way for a unity government.

    The country’s president Salva Kiir had said he would compromise by cutting the current 32 regional states back down to the original 10, which is one of the major demands of the rebels. The number of states is controversial because the borders will determine the divisions of power in the country.

    However, Kiir also included three “administrative areas” of Pibor, Ruweng and Abyei. Rebel chief Riek Machar said he opposed the idea of three areas, saying it “cannot be referred to as reverting to 10 states” and “as such cannot be accepted”: “We therefore call upon President Kiir to reconsider this idea of creating administrative areas”, Machar said.

    Kiir said returning to a system of 10 states was a “painful decision but a necessary one if that is what brings peace”. The most controversial of the three proposed areas is the oil-rich Ruweng, in the north.

    Kiir and Machar agreed on a peace deal in 2018. However, they now face international pressure, including by the United States, to resolve their differences before a deadline set till 22 February.

  • Tutto tace

    Un’affermazione ricorrente, specie detta da coloro che governano, è che la crisi legata al mondo delle costruzioni ed ai settori collegati impedisce sviluppo e posti di lavoro. Ma nonostante le molte promesse e dichiarazioni del governo ad oggi non solo non sono partite le grandi opere ma nemmeno si è proceduto a dare avvio a quelle più piccole, a partire dalla messa in sicurezza delle scuole. Tutto tace per quanto riguarda la bonifica di troppe aree inquinate, la messa in sicurezza dai rischi idrogeologici, la ricostruzione delle aree terremotate, un piano acqua potabile per rifare il nostro sistema idrico infatti è più l’acqua che è sprecata disperdendosi nel terreno di quella che arriva nelle nostre case.

    L’edilizia non può ripartire in assenza di programmi e rapide designazioni di quelle opere che servono, a livello nazionale o regionale, a ridare sviluppo e sicurezza al paese, incredibilmente ancora oggi gran parte di ponti e viadotti non sono ancora stati controllati. Ma è anche difficile immaginare che l’edilizia si risollevi quando nel settore privato non vi sono più nuove costruzioni per le eccessive imposizioni fiscali che portano molti a rinunciare a comperarsi la casa ed altri a disfarsi di quella che hanno.

    La crisi ha colpito tutti ma uno dei fatti più allarmanti, specie in un paese come il nostro nel quale da sempre tutti mirano ad acquistarsi la casa, è l’aumento del 25%, rispetto all’anno scorso, delle case messe all’asta. Le responsabilità specifiche delle banche e dei soggetti che erogano i mutui portano decine di migliaia di cittadini a dover sottostare alla perdita della loro abitazione venduta a prezzi molto inferiori al valore reale, mentre tantissimi altri cittadini mettono in vendita, anche sottocosto, i loro beni perché non sono più in grado di mantenerli. Da un lato troppe case in vendita dall’altro quasi nulle le opzioni d’affitto e mentre tasse e balzelli vari aumentano come pensare che l’edilizia possa riprendersi e con lei tutti gli altri, molti, settori collegati? Ma il governo tace e dorme e non certo il sonno del giusto.

  • Stato di polizia come una vissuta realtà

    Quando la verità non è più libera, la libertà non è più reale.
    Le verità della polizia sono le verità di oggi.

    Jacques Prévert

    Sì, purtroppo la costituzione dello Stato di polizia in Albania è ormai una vissuta realtà. Anche ufficialmente. Proprio di uno Stato di polizia si tratta, riferendosi purtroppo alla negativa connotazione, secondo la quale si prevede l’uso massiccio e continuo delle forze di polizia per mettere in atto le decisioni di chi detiene il potere, spesso a scapito dei cittadini. Lo ha annunciato il 31 gennaio scorso la ministra della giustizia, subito dopo che il Consiglio dei ministri aveva approvato un Atto normativo. Con quell’Atto si prevedono massimi poteri decisionali e/o operazionali per il ministro degli Interni e/o per i rappresentanti della polizia di Stato. Diritti che urtano e violano palesemente quanto prevede la Costituzione della Repubblica d’Albania. Non solo, ma con quell’approvazione governativa, la Costituzione è stata violata anche e soprattutto, nelle sue definizioni riguardanti un Atto normativo. Perché un Atto normativo, con il potere della legge, viene approvato solo e soltanto nelle condizioni di “necessità e di urgenza”. Cioè solo e soltanto in quei limitati casi in cui la soluzione della problematica, tramite la procedura normale dell’approvazione della legge, non può garantire la dovuta celerità e l’efficacia necessaria. Non solo ma, vista la particolarità, comunque la Costituzione prevede e sancisce che per il controllo della costituzionalità dei casi in cui si approva un Atto normativo con il potere della legge è sempre la Corte Costituzionale, dietro richiesta, che dovrà fare una approfondita verifica e decidere, caso per caso, se ci siano state delle violazioni della Costituzione stessa. Ma, guarda caso, in Albania la Corte Costituzionale non è funzionante da più di due anni! Il che significa che nessuno può impedire l’attuazione dell’Atto normativo approvato in fretta, il 31 gennaio scorso, dal Consiglio dei ministri.

    La reazione è stata immediata e trasversale. Sia da parte dei costituzionalisti, degli specialisti della giurisprudenza, degli opinionisti e gli analisti, che dai rappresentanti dei partiti politici in opposizione con l’attuale maggioranza governativa. Ha reagito deciso anche il Presidente della Repubblica. Del caso si sono occupati, reagendo, anche i media internazionali. L’opinione pubblica è stata giustamente molto preoccupata, considerando e interpretando l’approvazione dell’Atto normativo come un’ulteriore prova e testimonianza del consolidamento di una nuova dittatura in Albania. Lì, dove la situazione sta diventando sempre più allarmante e grave. L’autore di queste righe da tempo lo sta ribadendo e denunciando questa realtà. Il nostro lettore è stato sempre informato di tutto ciò, con tante testimonianze e dimostrazioni, nonché con le analisi che hanno confermato quanto sta accadendo in Albania.

    L’Atto normativo in questione prevede la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate da parte dei condannati per delle attività criminali, per aver partecipato ad attività terroristiche, a traffici illeciti e altri crimini gravi. Fin qui niente di male, anzi! Ma in Albania esistono ormai diverse leggi appositamente approvate negli anni passati per combattere tutte le attività criminali previste nel sopracitato Atto normativo. Non solo, ma esiste, e dovrebbe essere attuata in tutti i casi che si presentano, anche la legge “anti-mafia”. Legge approvata già dal 2009 e che prevede, tra l’altro, anche la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate dei criminali, giudicate come tali. Allora è inevitabile e viene naturale la domanda: perché l’approvazione di quest’Atto normativo? Perché tutta questa grande fretta, violando la Costituzione della Repubblica? La risposta è legata alla grave situazione in cui si trova il primo ministro albanese, responsabile istituzionalmente, ma anche personalmente, della profonda ed allarmante crisi multidimensionale, in cui versa, da alcuni anni l’Albania. Per intimidire e mettere sotto pressione anche quei pochi procuratori e/o giudici “non controllati e ubbidienti”, il primo ministro, e/o chi per lui, ideò una “crociata punitiva e purificante”. Guai a quei procuratori e/o giudici che, messi alle strette dalla [fallita] riforma del sistema di giustizia, secondo lui, pensavano e agivano con il moto “Acchiappa quello che si può acchiappare”. Il diritto d’autore di questa denominazione, però, spetta esclusivamente al primo ministro. Ma si sa, il sistema della giustizia, dati e fatti alla mano, è sempre più controllato da lui personalmente. Ed era proprio lui, facendo finta di niente, come sempre, che durante la seduta plenaria del Parlamento, il 10 ottobre 2019, rese pubblica la sua “crociata punitiva e purificante”. Ma allora parlava di una legge e non di un Atto normativo. Parlava di procuratori e giudici corrotti e non soltanto di criminali. Chissà perché ha cambiato la “strategia d’approccio”?! Ed aveva tutto il tempo necessario per avviare le procedure parlamentari necessarie per approvare la legge di cui parlava il 10 ottobre 2019. Ma non lo ha fatto. E invece di una legge ha approvato un Atto normativo con il potere della legge che urta e viola palesemente con la Costituzione. Ne avrà avuto le sue buone ragioni!

    Ormai tutti sono convinti che si tratta di un Atto che ignora quanto prevede e sancisce la Costituzione. Si tratta di un Atto che passa al ministro degli Interni e alla polizia di Stato delle competenze legali che hanno, esclusivamente e come prevedono le leggi in vigore, i tribunali e le procure. Si tratta di un Atto che mette sotto il controllo del ministro degli Interni sia il procuratore generale della Repubblica che i dirigenti di altre strutture del sistema di giustizia. Si tratta di un Atto che mette, perciò, tutto e tutti sotto il diretto controllo del ministro degli Interni, cioè del primo ministro. Si tratta di un Atto che però mette a nudo tutta la propaganda del primo ministro e dei suoi, sui “successi” del “riformato” sistema di giustizia e della polizia di Stato nella lotta contro la criminalità organizzata. Si tratta di un Atto che mira anche ad “ingannare” le cancellerie europee e le istituzioni internazionali, quando verrà il momento di decidere sul percorso europeo dell’Albania. Forse tra qualche mese. Ma si tratta di un Atto che testimonia la costituzione di uno Stato di polizia. Dovrebbe diventare una forte e seria ammonizione per tutti la convinzione del noto scrittore e saggista cinese Lin Yutang, vissuto negli Stati Uniti durante il secolo passato. E cioè che “Dove ci sono troppi poliziotti non c’è libertà”!

    Chi scrive queste righe considera allarmante quanto sta accadendo adesso in Albania. Considera l’approvazione del sopracitato Atto normativo come un’ulteriore espressione di totalitarismo ed un’altra [provocatoria] mossa per consolidare la dittatura in Albania. Egli è convinto che è un dovere civico e patriottico di ogni singolo, responsabile e ancora non indifferente cittadino albanese, di agire attivamente, per impedire l’attuazione delle diaboliche e pericolose “strategie” del primo ministro. Nonostante considera l’Atto come l’ennesima buffonata propagandistica, ideata e diretta da lui per “guadagnare altro tempo prezioso”, egli valuta seriamente e condanna la spregiudicatezza delle sue decisioni e delle sue azioni concrete, nonché la pericolosità della sua concezione sullo Stato e sulla Costituzione. L’Atto normativo ha soltanto messo in evidenza tutto ciò. Ed ha dimostrato che, purtroppo, lo Stato di polizia è una vissuta realtà in Albania. Per impedire che le verità della polizia diventino le verità dominanti, bisogna che tutti gli albanesi responsabili agiscano determinati e senza indugi contro lo Stato di polizia e contro la restaurata dittatura. Chi scrive queste righe non smetterà mai di ricordare e ripetere, a se stesso e agli altri, l’insegnamento di Benjamin Franklin: “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”!

  • Modelli economici: l’indebitamento digitale

    Le strategie economico politiche di sviluppo nascono viziate da una legittima impostazione ideologica che determina ma soprattutto condiziona persino la semplice interpretazione dei dati oggettivi proposti da obiettive rilevazioni statistiche. La semplice sintesi, quindi, di questi approcci parziali dalle analisi alla elaborazione delle strategie e dei successivi provvedimenti legislativi trova nella politica economica dei diversi governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese degli esempi eclatanti e contemporaneamente inquietanti.

    Un approccio culturale alle tematiche economiche tipico tanto per gli schieramenti “progressisti” quanto per i “sovranisti”, viziato fin dalle prime considerazioni dei sistemi reali.

    Da anni lo schieramento politico “progressista” della nomenclatura economica e politica continua a proporre la tracciabilità di tutti i pagamenti come unica soluzione all’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) e come espressione di un modernismo anche se a tutt’oggi gli effetti acquisti risultano assolutamente sconosciuti soprattutto ai proponenti.

    Il modello Nord europeo da sempre viene indicato come quello più avanzato proprio perché buona parte delle transazioni avviene attraverso la moneta elettronica. In poco più di dieci anni in Finlandia, a fronte di un 70% di pagamenti in contanti sono passati all’80% attraverso la moneta elettronica (fonte WSJ). Contemporaneamente il venire meno del controllo fisico e giornaliero dei pagamenti in contanti ha portato ad un aumento dell’indebitamento dei consumatori. Come logica conseguenza attualmente circa il 7% della popolazione non è più in grado di pagare le bollette dell’utenza domestica: un dato allarmante cresciuto negli ultimi dieci del 33%.

    In altre parole, anche all’interno di una società considerata evoluta e moderna, come quella del nord Europa, lo strumento digitale si sta rivelando non una opportunità ma una vera e propria sciagura se non supportata da un sistema parallelo informativo per le persone meno alfabetizzate sotto il profilo digitale.

    Questa situazione di fatto pone a rischio l’equilibrio finanziario dei consumatori finlandesi e lo stesso se applicato dalla classe politica italiana ma con un maggiore massimalismo ideologico produrrà i medesimi effetti anche per l’utenza italiana la quale gode tuttavia di un “risparmio e una giacenza sui conti correnti” maggiori.

    Forse il vero obiettivo di questa adozione della moneta elettronica oltre a consentire delle laute rendite di posizione agli Istituti bancari attraverso le commissioni rappresenta l’ennesima ed implicita strategia per accedere ai risparmi depositati sui conti correnti.

    Qualsiasi possa essere lo schieramento politico (sovranisti o progressisti), questo ha la medesima responsabilità di quelle disgraziate politiche fiscali ed economiche (si pensi alla ridicola lotteria degli scontrini) tendenti alla esclusione progressiva del circolante a favore della moneta elettronica per evidenti proprie lacune culturali o torbidi interessi con il sistema bancario.

    In una democrazia liberale si lasciano liberi i diversi sistemi di pagamento offrendo l’opportunità ai cittadini di scegliere le forme che considerano maggiormente vantaggiose o idonee. Nei regimi socialisti invece lo Stato decide per i propri cittadini.

    In Italia viene quindi adottata la versione di stato socialista ma rigorosamente “ad insaputa” della stessa classe politica e dirigente che continua a definirsi democratica e liberale.

     

    Francesco Pontelli

     

  • In attesa di Giustizia: comunquemente Guardasigilli

    Non si parla d’altro, il Governo e la legislatura restano appesi agli umori di Matteo Renzi, il tema all’ordine del giorno è sempre quello della disciplina sulla prescrizione. Così anche questa rubrica deve continuare ad occuparsene per cercare di fare chiarezza sul punto ai propri lettori.

    Secondo un metodo tradizionale, l’interpretazione della legge avviene in prima battuta tramite due criteri fondamentali: il tenore letterale e la illustrazione da parte del legislatore. Noi non abbiamo ancora un testo definito della possibile modifica: si parla, soprattutto si litiga, intorno a varie proposte; però abbiamo – anche tramite una recente intervista, la parola di Alfonso Bonafede, ispiratore illuminato della prima riforma, ora esegeta del c.d. “lodo Conte”, ed è stato chiamato a quella Guardiania dei Sigilli che fu di giuristi come  Zanardelli, Rocco e Conso. Tanto per fare qualche nome.

    “…cioè cosa vuol dire; lo specifico perché sto leggendo di tutto (risatina, ci sta sempre). Vuol dire semplicemente che in primo grado, dopo la sentenza di primo grado, c’è una distinzione tra assolti e condannati. Per i condannati c’è l’interruzione della prescrizione, va bene! (esortazione evocativa di Vanna Marchi) Quindi non c’è più la possibilità che per i condannati ci sia poi una prescrizione in appello; per gli assolti c’è una sospensione breve COMUNQUE per garantire un tetto ma COMUNQUE per svolgere COMUNQUE il processo di appello (il termine che un laureato in legge dovrebbe usare è: celebrare).In secondo grado. Se dopo che viene svolto il giudizio (prima, infatti, sarebbe difficile) di appello chi era stato condannato in primo grado viene assolto e, quindi, è una persona dichiarata innocente (ma non ditelo a Davigo, potrebbe aversene a male anche per la sola esistenza di un giudizio di appello) a seguito del giudizio di appello, a quel punto quella persona che però è già stata dichiarata assolta recupera i termini di prescrizione (quali, quanti e soprattutto perché?) eeeee, dopo di che COMUNQUE, anche nel caso di assoluzione, anche in questo caso ci sarà eeeeee verrà dichiarata una sospensione per consentire COMUNQUE che eventualmente ci sia l’impugnazione in Cassazione che si vada insomma che si svolga il processo in grado di  Cassazione”.

    Secondo un sondaggio riportato dal Corriere della Sera solo il 5% degli italiani dichiara di conoscere in dettaglio il provvedimento che ha modificato la disciplina sulla prescrizione, il 40% nelle linee generali, il 19% non ne sa nulla; il 57% propende per la eliminazione o l’allungamento del tempo necessario per la estinzione di un reato, il 20% considera la prescrizione una garanzia, il 23% si astiene dal giudizio.

    Vi è da dubitare che le parole del Ministro abbiano contribuito a fare chiarezza elevando quella misera percentuale a una cifra di cittadini adeguatamente informati e sale la preoccupazione all’annuncio del prossimo varo della riforma del processo penale rispetto al quale una speranza supera di gran lunga tutte le altre destinate – verosimilmente – a restare deluse: che non venga introdotto il processo con giuria.

    Altro che dodici pari se, come risulta sempre dal sondaggio del Corsera, il 76% degli elettori pentastellati e il 65% di quelli DEM ostenta opinioni giustizialiste: il rischio di trovarseli preponderanti in giuria sarebbe elevatissimo, magari ci sarebbe posto anche per Travaglio e Barbacetto e con ciò bye bye al giusto processo declinato dall’art. 111 della Costituzione e attesa di Giustizia vanificata del tutto.

  • Crescente spopolamento come sciagura nazionale

    Ti verrà addosso una sciagura che non saprai scongiurare;
    ti cadrà sopra una calamità che non potrai evitare.
    Su di te piomberà improvvisa una catastrofe che non prevederai.

    Bibbia; Isaia (47,11)

    Proprio così! Il profeta Isaia affermava che non era lui, ma il Signore, “il nostro redentore che si chiama Signore degli eserciti, il Santo di Israele” che ammoniva la “vergine figlia di Babilonia” e le ordinava: “Scendi e siedi sulla polvere […]. Siedi a terra, senza trono […].Siedi in silenzio e scivola nell’ombra, figlia dei Caldei, perché non sarai più chiamata Signora di regni”. Proprio quella figlia di Babilonia, alla quale il Signore aveva affidato il suo popolo prediletto. Ma la Signora dei Regni non rispettò e non onorò la Sua fiducia. Perciò il Signore, amareggiato e deluso dal suo comportamento, le disse severamente: “…tu non mostrasti loro pietà; perfino sui vecchi facesti gravare il tuo giogo pesante”. Il profeta Isaia affermava anche che ella si illudeva che l’incarico dato dal Signore sarebbe durato per sempre e ne abusava. Ma al Signore non sfugge niente e le disse: “Tu pensavi: Sempre io sarò signora, sempre. Non ti sei mai curata di questi avvenimenti, non hai mai pensato quale sarebbe stata la fine”.

    Un’eloquente allegoria, una significativa e sempre valida lezione questa che ci viene dalle Sacre Scritture. Una lezione anche, e soprattutto, per coloro ai quali è stata data la responsabilità e la fiducia di governare e di prendersi cura di un popolo. A nessuno, in ogni tempo, niente è dato per sempre. Neanche il potere di governare. E men che meno di abusare con quel potere dato. Una significativa lezione che dovrebbe essere un forte e severo ammonimento, anche per coloro che stanno consapevolmente e gravemente abusando del potere politico in Albania. Proprio loro che hanno, o meglio, dovrebbero avere la responsabilità e l’obbligo di gestire, nel miglore dei modi, la cosa pubblica e le sorti del popolo, ma che non lo hanno fatto e continuano a non farlo. Anche a tutti loro spetterà la stessa sorte della “Figlia di Babilonia”.

    Una delle più gravi sciagure che potrebbe colpire l’Albania nei prossimi decenni sarebbe quella legata al continuo e massiccio spopolamento in atto da alcuni anni. Uno spopolamento che più di un fenomeno non ben gestito, risulterebbe essere la conseguenza diretta di una ben ideata strategia. Strategia che non è la prima nel suo genere. Il nostro lettore ha avuto modo di informasi la scorsa settimana, in occasione della commemorazione del “Giorno della Memoria”, che una simile strategia è stata concepita e adottata durante il secolo passato dalla Serbia contro la popolazione albanese del Kosovo. Strategia aggiornata a più riprese e tuttora in atto.

    Tenendo presente tutto quanto è accaduto e sta accadendo durante questi ultimi anni in Albania, la vissuta e sofferta realtà, alcune rivelazioni mediatiche e gli sviluppi socio-politici, diventa non difficile pensare e credere che una simile strategia sia veramente in atto in Albania. Una strategia per lo spopolamento del paese. A questo punto viene naturale la domanda: “Perché, con quali obiettivi e a chi interessa l’attuazione di una simile strategia?”. Le cattive lingue dicono che si tratterebbe di interessi di alcuni raggruppamenti occulti, capeggiati e rappresentati da un certo miliardario speculatore di borse dell’oltreoceano e/o da chi per lui. Sempre le cattive lingue affermano che l’obiettivo della “strategia di spopolamento” dell’Albania sarebbe quello di annientare la memoria storica e di far diventare il territorio dello Stato albanese una specie di “zona franca”. Una “zona franca” nella quale si potrebbero svolgere delle attività illecite, come riciclaggio di denaro sporco proveniente da varie parti del mondo, traffico e/o smistamento di stupefacenti di ogni genere, attività bancarie simili e/o del tipo “off-shore” ecc. Ovviamente tutto con il beneplacito e il diretto coinvolgimento dei massimi rappresentanti politici e non solo, dietro, naturalmente dei cospicui e garantiti guadagni. Naturale, però, verrebbe la domanda: “ma se tutti stanno andando via, dove si troveranno la mano d’opera e coloro che presteranno i dovuti e/o i necessari servizi. E non soltanto servizi riguardanti le attività illecite, ma anche quelli indispensabili/necessari per la vita quotidiana di tutti coloro che rimarranno e vivranno in Albania nei prossimi decenni. Perché di quei servizi si tratta, visto che le attività produttive si stanno chiudendo l’una dopo l’altra e gli investimenti stranieri hanno abbandonato e/o ignorato, durante questi anni, l’Albania. Tranne i miliardari “investimenti” della criminalità organizzata, locale e internazionale. Ma anche a questa naturale e logica domanda c’è la risposta. La mano d’opera a basso costo, arriverebbe da paesi orientali e/o da dove si stanno svolgendo scontri etnici e vere e proprie guerre. Paesi da dove partono, da anni ormai, milioni di profughi verso l’Europa. Non a caso negli ultimi mesi il Parlamento albanese, controllato totalmente dal primo ministro, ha approvato leggi che facilitano sia l’ingresso che la cittadinanza, “per motivi di lavoro”, di mano d’opera straniera. E non a caso adesso si vedono in Albania sempre più persone con tratti somatici diversi da quelli locali. Tutto questo dicono le cattive lingue e, purtroppo, le cattive lingue hanno spesso avuto ragione in Albania durante questi ultimi anni.

    Un significativo e inconfutabile indicatore del funzionamento della “strategia di spopolamento” dell’Albania sarebbe anche il preoccupante incremento, in questi ultimi anni, del numero dei cittadini albanesi richiedenti asilo, spesso famiglie intere, in vari paesi europei. Non solo, ma per numero relativo, sono i primi, lasciando dietro i siriani, gli afgani ecc… Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di questo allarmante fenomeno sociale e demografico.

    La “strategia di spopolamento” si baserebbe su alcuni pilastri come l’impoverimento sistematico e crescente della popolazione, la delusione della fiducia data, maltrattata e abusata, la perdita della speranza per un futuro migliore, il disinteresse, l’indifferenza e l’apatia per quello che accade e potrebbe accadere. Ma non solo. Per arrivare a tutto ciò, e si è riusciti, la “strategia di spopolamento” prevede, tra l’altro, l’abbandono forzato di quelle poche attività che generano dei guadagni per il sostentamento quotidiano delle famiglie. Attività soprattutto legate all’agricoltura e/o agli allevamenti che coinvolgono e interessano una grande fascia sociale e demografica. Negli ultimi anni, ma soprattutto durante l’anno appena passato, hanno chiuso le attività, a malincuore e buttando via gli investimenti di una vita, molti piccoli proprietari. Anche perché, non avendo sovvenzioni statali e altre agevolazioni, come promesso, non riescono a vincere la concorrenza dei prodotti importati da paesi confinanti.  In più, dal 2013, non sono stati previsti e, perciò non sono stati effettuati, aumenti salariali e delle misere pensioni. Non sono state effettuate neanche le dovute indicizzazioni dei salari e delle pensioni con l’inflazione. Il che ha pesato ancora di più sul potere d’acquisto dei cittadini, di per se ormai compromesso. Sono dati ormai ufficiali che testimoniano questa grave e allarmante situazione. Quanto sopracitato, sono soltanto alcune delle cause che stanno spingendo gli albanesi a lasciare il paese, in seguito all’attuazione continua e attiva della “strategia di spopolamento”. Il nostro lettore sarà di nuovo e come sempre informato dell’attuazione e delle inevitabili conseguenze di questa strategia.

    Chi scrive queste righe è convinto e considera il crescente spopolamento dell’Albania come un fatto veramente allarmante. Lo considera come una vera e propria sciagura che, nei prossimi decenni, la “figlia d’Albania” non riuscirà e non saprà come scongiurare. Sarà una calamità le cui conseguenze non si potranno evitare. Perciò, finché c’è ancora tempo, è doveroso ricordare quanto affermava il profeta Isaia, compresa la condanna del Signore per la “figlia di Babilonia”.

     

  • La flessibilità, da volano a causa della mancata crescita

    Dall’ultima rilevazione statistica pubblicata dall’Istat emerge evidente come oltre il 16.6% dei lavoratori dipendenti risulti assunto a tempo determinato. Quindi, in un contesto di oltre diciotto milioni di dipendenti circa tre milioni possiedono un arco temporale di “programmazione” del proprio futuro molto limitato in quanto titolari di un contratto a tempo determinato. Va infatti ricordato come una delle cause per le quali aumentano i depositi presso i conti correnti in banca e contemporaneamente calano i consumi in generale venga indicata nel fattore di incertezza del quale il contratto a tempo determinato ne rappresenta la massima espressione.

    In un simile contesto anche la crescita di un punto di Pil con una struttura del lavoro così organizzata si tradurrebbe inevitabilmente in ulteriore decrescita dei consumi in quanto espressione di precarietà ed incertezza del futuro. In altre parole, se la battaglia competitiva di un mercato globale costringe ad una inevitabile compressione dei costi risulta, come logica conseguenza, che quando questa superi una certa soglia di ricorso a contratti “atipici” la crescita rimanga un valore senza conseguenze efficaci e durature. Non si traduce, cioè, lo sviluppo economico in quel benessere diffuso che a sua volta diventa volano di crescita esso stesso.

    Viceversa esistono modelli di sviluppo di aziende estere che operano in Italia e sono portatrici di vera innovazione nella organizzazione e strategia aziendale e soprattutto non fini a se stesse (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).

    Ovviamente questi modelli di grandi compagnie internazionali francesi e svizzera già operativi in Toscana rappresentano scelte progettuali che richiedono investimenti negli  anni precedenti e che solo ora stanno dando i loro frutti: la sintesi evidente di una reale strategia di sviluppo complessivo.

    Modelli che forse non possono venire applicati in tempo reale alle imprese italiane ma senza alcun dubbio possono indicare la direzione generale e corretta al fine di assicurare lo sviluppo e contemporaneamente il benessere alla più ampia fascia di popolazione, in particolar modo per la produzione italiana che si posiziona nel contesto internazionale nella fascia medio alta come espressione del miglior made in Italy.

    Inoltre, questo asset contrattuale del lavoro italiano di fatto ridicolizza ogni ricetta proposta della classe politica italiana che ponga al centro l’aumento della spesa pubblica per infrastrutture. Un ulteriore aumento della spesa pubblica determinerebbe un ulteriore aumento del ricorso ai contratti a tempo determinato.

    Quindi la sola riduzione della pressione fiscale sul reddito da lavoro, decisamente altra cosa rispetto ai bonus fiscali (vere elemosine elettorali) del governo Renzi come di quello attuale, rappresenta la via per riportare, specialmente nel settore industriale, la convenienza strategica di un contratto a tempo indeterminato, l’unica  via per assicurare crescita economica e benessere reale per un paese.

  • Somiglianze inquietanti

    Per me odioso, come le porte dell’Ade, è l’uomo che
    occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra.

    Omero

    In Albania durante questi ultimi anni, la cosa pubblica e gli interessi dei cittadini sono gestiti, purtroppo, da politici irresponsabili, incapaci, ipocriti, bugiardi e ingannatori. Loro sono alleati con il “mondo di mezzo”, un “regno sotterraneo”, quello, dove convivono e collaborano la criminalità organizzata con certi clan occulti, locali e internazionali. Quanto è accaduto durante questi ultimi anni, nonché le innumerevoli accuse e denunce pubbliche mai smentite dai diretti interessati, lo dimostrerebbe senza ombra di dubbio una simile e allarmante realtà. Ormai è convinzione diffusa che la strategia dell’attuale primo ministro, per accedere e mantenere il potere, non solo quello politico, si basa, tra l’altro, anche sulla collaborazione e la connivenza proprio con quel “regno sotterraneo”. “Unirsi con tutti i mascalzoni e le carogne” per garantire la vittoria è diventato uno slogan elettorale, nonché la base di una strategia che l’attuale primo ministro ha pubblicamente adottato durante la campagna elettorale del 2013. Ma tutto ciò, come si sa e come la storia millenaria ci insegna, ha anche un prezzo da pagare. Un prezzo che, dati e fatti accaduti alla mano, si sta pagando e si pagherà al “regno sotterraneo”. Il che sembrerebbe possa aver condizionato e continua a condizionare spesso le scelte e le decisioni del primo ministro. Lo dimostrerebbe anche il fatto, rapportato dalle istituzioni internazionali specializzate, che in Albania attualmente l’unico investitore “serio” è proprio la criminalità organizzata che investe, prima di tutto, per riciclare il denaro sporco proveniente da diverse attività illecite. Non solo, ma “i mascalzoni e le carogne”, provenienti dal “regno sotterraneo”, sono diventati ormai anche sindaci e deputati. Sono tanti i casi evidenziati. Per rendere meglio la strategia messa in atto dal primo ministro, basta riferirsi agli scandali legati al passato criminale di alcuni dei sindaci, ad ora cinque, “usciti vincenti” dalle votazioni moniste del 30 giugno 2019. Votazioni, sulle tante problematiche e violazioni costituzionali e legali delle quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Anche quando di fronte non ha rivali, le scelte del primo ministro vanno sempre a queste tipologie di persone. Chissà perché?! Un caso molto significativo e rappresentativo della “strategia vincente” del primo ministro è quello del sindaco della capitale che, tra l’altro, ormai sta diventando paurosamente anche una città invivibile. Lui risulta essere il modello per eccellenza del bugiardo, dell’ingannatore, dell’imbroglione, ma anche dell’arrogante che, fatti pubblicamente noti alla mano, sembrerebbe, sia anche il modello di colui che serve ubbidiente, ma anche ne approfitta dall’alleanza con il “regno sotterraneo”.

    L’attuazione della “strategia vincente” del primo ministro, nonché la totale irresponsabilità nella gestione della cosa pubblica e l’incapacità di molti funzionari governativi, statali e/o locali, a tutti i livelli, hanno causato e stanno causando la preoccupante e quotidianamente vissuta realtà albanese. Tutto ciò genera, tra l’altro, povertà, malessere, disperazione diffusa tra gli albanesi. Fino al punto di spingerli a lasciare il paese. Ovviamente non sono soltanto gli albanesi che lasciano il paese per una vita migliore. Si tratta di un fenomeno noto e vecchio quanto il mondo. Ma quello che sta accadendo da alcuni anni con i cittadini albanesi è veramente allarmante. Le cifre paurose e preoccupanti lo dimostrerebbero senza ombra di dubbio e il nostro lettore è stato sempre informato. Ma il fenomeno dell’abbandono del paese, una delle piaghe sociali più gravi, con diverse e allarmanti ripercussioni a medio e lungo termine, non sarebbe stato mai a questi preoccupanti livelli se, dall’altra parte, si fosse generata la speranza e la fiducia che le cose sarebbero cominciate a cambiare per il meglio nel futuro. Agli albanesi, purtroppo, manca questa speranza e questa fiducia. Naturalmente e istituzionalmente, il diretto responsabile della grave situazione creata in Albania è il governo e chi lo dirige. Perché il governo e chi lo dirige hanno l’obbligo istituzionale e morale di gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica e tanto altro. Tutto ciò annienta la speranza e la fiducia. In simili condizioni, la responsabilità di creare speranza e generare fiducia spetta all’opposizione. Almeno questo accade e/o dovrebbe accadere in tutti i paesi democratici, o che mirano a diventare tali. Come l’Albania.

    Purtroppo l’opposizione, con il suo operato, fatti alla mano, ha deluso la fiducia e ha affievolito molto la speranza per un futuro migliore in patria. Soprattutto dal 2017 ad oggi. Un fenomeno che si era verificato anche prima. Ma un accordo, quello del 18 maggio 2017, quanto meno ce lo si aspettava, tra il primo ministro e il capo dell opposizione ha annientato tutto. Un accordo mai reso trasparente e arrivato come fulmine al ciel sereno. Un accordo dopo tre mesi di continue, pacifiche e massicce proteste dei cittadini contro il malgoverno e altro. Proteste che stavano vistosamente aumentando l’attenzione, il supporto e il consenso del pubblico. Un accordo dopo tante forti e ben articolate dichiarazioni pubbliche che consideravano le dimissioni del primo ministro, la costituzioni di un nuovo governo tecnico per preparare nuove elezioni libere, oneste e democratiche come condizioni non negoziabili. Un accordo che ha permesso però al primo ministro di avere facilmente un secondo mandato un mese dopo, in seguito alle elezioni sempre controllate da lui e/o da chi per lui. Soprattutto dalla criminalità organizzata.

    L’anno appena passato ha visto di nuovo i dirigenti dell’opposizione a chiamare i cittadini in piazza. Di nuovo per le stesse cose, con le stesse richieste non negoziabili come nel 2017. E di nuovo i cittadini hanno risposto numerosi, partecipando alle dieci proteste massicce a Tirana. Poi con l’estate tutto è stato “scordato” come se niente fosse e messo nel dimenticatoio. Nessuna spiegazione. Però, per “pulire la coscienza”, i dirigenti dell’opposizione hanno promesso nuove proteste a settembre. Promesse non mantenute per l’ennesima volta e come sempre. Ma loro continuavano a “giurare” la loro determinazione a non scendere a patti con il primo ministro. Anche se “stranamente” alcune delle richieste non negoziabili, come le dimissioni del primo ministro, non si sentivano più nelle loro dichiarazioni pubbliche. Anzi, lasciavano capire che potevano vincere le elezioni anche con questo primo ministro al governo. Noncuranti però delle loro bugie e di tante incoerenze logiche e programmatiche. I cittadini hanno preso di nuovo nota.

    Quest’anno è iniziato con nuovi sviluppi. Il 14 gennaio scorso, “stranamente” e di nuovo quanto meno ce lo si aspettava, il rappresentante del primo ministro, una da lui controllata, insieme con quelli dell’opposizione, si sono riuniti per avviare il processo della riforma elettorale. Altre promesse pubbliche ignorate da parte dei dirigenti dell’opposizione e altre “giustificazioni” per presentare tutto “come un successo”! Sembra che stiano mentendo e ingannando di nuovo e come al solito. Mentre i cittadini sono stati di nuovo delusi e offesi. Ragion per cui non sperano e non hanno più fiducia nelle promesse fatte e pensano soltanto di lasciare il paese. Come i tanti prima di loro.

    Chi scrive queste righe pensa che bisogna ribellarsi contro la dittatura. Pensa anche che ci sono tante somiglianze inquietanti tra quanto è accaduto in Albania in questi ultimi anni e quello che sta accadendo. Somigliano i casi, le persone coinvolte e , purtroppo, anche le conseguenze. E sono soltanto alcune di tante altre somiglianze inquietanti. Ormai anche questa è una convinzione sempre più diffusa in Albania. Quanto è accaduto e sta accadendo in Albania conferma quanto pensava Omero. E cioè che è odioso l’uomo che occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra.

  • La Corte suprema indiana non blocca la controversa legge sulla cittadinanza

    La Corte Suprema indiana si è rifiutata di applicare una nuova e controversa legge sulla cittadinanza, proposta dal primo ministro Narendra Modi, come parte del programma nazionalista del suo governo.

    Il Paese da dicembre, quando è stata approvata la legge sulla modifica della cittadinanza, è lacerato da forti proteste, seguite da coprifuoco. Il provvedimento contestato consente la cittadinanza ad indù, sikh, buddisti, giainisti, parsi e cristiani che sono emigrati illegalmente in India dall’Afghanistan, dal Bangladesh e dal Pakistan ma non consente la cittadinanza ai musulmani.

    Molti firmatari hanno sollecitato il tribunale a rinviare l’applicazione della legge ma la Corte suprema,  invece di sospendere la norma, ha chiesto al governo di rispondere entro un mese alle 143 petizioni che ne contestano la validità. La decisione ha suscitato rabbia e indignazione, con le fazioni più critiche che hanno invitato il governo a dimostrare la volontà concreta di cercare una soluzione giudiziaria in materia.

    Dal Congresso hanno fatto sapere che la questione sarà discussa a breve perché “una giustizia ritardata è una giustizia negata ed è necessaria perciò una soluzione rapida”.

  • Capolavoro a 5 Stelle: il reddito di cittadinanza spinge a divorzi fittizi

    L’Ocse torna a puntare il dito contro le criticità del Reddito di cittadinanza osservando che la bandiera politica del Movimento 5 Stelle rappresenta non solo un disincentivo a cercare lavoro ma produce anche seri effetti distorsivi: trattandosi di un provvedimento che non avvantaggia le famiglie numerose, induce addirittura a simulare divorzi.

    Carte alla mano, da un working paper di fine novembre, emerge come la misura risulti più generosa con le famiglie monoparentali e meno per i nuclei più numerosi e questo perché limitare la scala di equivalenza a 2.1 significa che i trasferimenti e le soglie di idoneità non aumentano per le famiglie più grandi di, ad esempio, due adulti e tre bambini o tre adulti e due bambini, che invece sono a maggior rischio di povertà rispetto alle piccole famiglie, alimentando il rischio di abusi con finte separazioni per accedere alla misura.

    All’origine del provvedimento vi è anche, nella migliore dell’ipotesi, una clamorosa ignoranza (se non un vero e proprio proposito di speculazione elettorale). Nel 2017, quindi prima che il M5s riuscisse a convincere un italiano su 3 ad affidargli il governo del Paese, la Grecia aveva introdotto uno schema simile e aveva riscontrato un aumento delle famiglie monoparentali 10 volte superiore rispetto alla popolazione, proprio in coincidenza con l’avvio della misura assistenziale. «L’esperienza della Grecia suggerisce innanzitutto che le domande di famiglie monoparentali necessitano di un’attenta verifica e, in secondo luogo, i parametri dovrebbero essere a vantaggio delle famiglie più numerose», si legge nel documento dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

    Il reddito di cittadinanza ha inoltre il difetto congenito che la quota invitante di sussidio previsto e gli stringenti criteri di ammissibilità, creano «forti disincentivi per i membri delle famiglie a basso reddito ad entrare nel mondo del lavoro o ad accrescere il reddito lavorando più ore». E scoraggia anche la ricerca di lavoro da parte dell’altro coniuge. «Le attuali norme fiscali e previdenziali generano un livello elevato di aliquote fiscali effettive per il secondo lavoratore nel nucleo familiare che guadagna meno. Questo scoraggia ulteriormente i disoccupati e inattivi a cercare lavoro» viene rilevato. Di fatto, così come è il provvedimento favorisce il lavoro in nero nelle famiglie con due coniugi. E c’è anche il rischio che aggravi ulteriormente il gap Nord-Sud dell’Italia. Aumentando il reddito delle famiglie beneficiarie, specialmente nelle regioni meridionali, il reddito di cittadinanza può portare «nell’immediato» ad una «piccola caduta nel tasso di povertà» ma non incide «a lungo termine sugli incentivi e sulle capacità delle famiglie passare al lavoro formale», aumentando il divario tra regioni più vulnerabili e regioni più ricche.

    Nonostante i progressi fatti dall’Italia per il contrasto alla povertà, rileva l’Ocse, “queste politiche combinate con elevata tassazione e contributi che pesano sul reddito scoraggiano il lavoro, in particolare del secondo coniuge” e “contribuiscono ad ampie disparità sociali e regionali dell’Italia”.

    Da qui la ricetta in tre punti suggerita dall’organizzazione. Primo, migliorare la capacità dei centri per l’impiego. Secondo, ricalibrare la misura integrandola con incentivi per il lavoro a basso salario. Terzo, combinare il Rdc con un sistema di imposta sul reddito semplificato e progressivo che, a fronte di un costo iniziale modesto, nel lungo termine potrà “incoraggiare l’occupazione” e aiutare lo sviluppo delle Regioni povere, conclude l’organizzazione, generando “entrate pubbliche aggiuntive che ne compenseranno il suo costo”.

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