Governo

  • Il teatrino della politica ed il risparmio truffato e dimenticato

    Per il risparmio tradito anche di Veneto Banca e Popolare di Vicenza tutti i governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese hanno sempre dichiarato la propria volontà di ristorare il danno subito dai risparmiatori. Mentre ancora si sentono le urla e le grida sguaiate di una campagna elettorale che ha visto come protagonista esponenti dal profilo culturale imbarazzante ecco come, ancora una volta, il risparmio tradito risulti ora anche dimenticato.

    Anche in questo caso una analisi dimostra come le reali intenzioni della classe di governo siano infantile e imbarazzante manifestazione di un presunto successo rivendicato dalle associazioni nate per la tutela degli stessi risparmiatori. I numeri, ancora una volta, risultano implacabili nel fotografare una situazione scandalosa. La domande presentate per accedere al fondo di indennizzo (30% del valore con un massimo di 100.000 euro va ricordato), infatti, al momento attuale vengono calcolate in 144.000. Queste devono venire valutate preventivamente dalla Consip e ad oggi risultano 38.000 le pratiche evase. Mentre le richieste di indennizzo vagliate ed “indennizzabili” a tutt’oggi risultano 780.

    In considerazione quindi dei tempi procedurali una stima approssimativa individua in un arco temporale di “soli” quarantasei (46) anni il periodo per le analisi di tutte le domande. Quindi le procedure per l’indennizzo di tutti i risparmiatori truffati finiranno nel 2066.

    La truffa dei risparmio tradito da una classe dirigente disonesta si trasforma nella truffa di una intera classe politica, governativa e parlamentare assolutamente indegna.

  • L’inflazione digitale

    Il dibattito scatenato nel nostro paese relativamente all’utilizzo delle risorse finanziarie del Recovery Fund dimostra tristemente il livello culturale ed il massimalismo ideologico che definisce il perimetro della nostra residuale credibilità.

    Da più parti si inneggia ad una nuova e più incisiva spinta alla digitalizzazione tanto della nostra economia quanto della pubblica amministrazione. Una direzione certamente giusta che, per quanto riguarda la pubblica amministrazione, già parzialmente introdotta nel recente passato, si è tradotta invece in un onere aggiuntivo per gli utenti e paradossalmente in una perdita di produttività della stessa pubblica amministrazione (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/). Questa ulteriore spinta alla digitalizzazione, anche se applicata nel modo corretto, pur sperando in un miglioramento del livello di servizi (e magari finalmente della produttività), con molta difficoltà si potrebbe tradurre in un incremento di nuovi posti di lavoro rispetto a quanto lo possa produrre il turnover. La digitalizzazione applicata all’economia reale, viceversa, rappresenta un adeguamento dei canali e degli strumenti informatici che determinano quindi una forte velocizzazione dei collegamenti e dei complessi processi produttivi.

    Quindi va sottolineato, ancora una volta, come la conoscenza e la cultura all’interno di una impresa rappresentano una ricchezza difficile da valutare in un bilancio tuttavia fondamentali per il futuro della stessa azienda nel complesso mercato globale.

    Rimane evidente, tuttavia, la visione parziale di queste scelte strategiche, specialmente se riferite alle strategie proposte dal governo. Il fattore velocità in un mercato aperto e competitivo sempre più diventa fondamentale se inteso come il time-to-market per rispondere ad un bisogno del mercato da parte di una azienda attraverso il proprio bene o servizio. In altre parole, l’intera economia occidentale risulta condizionata da un mercato saturo e quindi, come logica conseguenza, il sistema industriale o politico non è in grado di condizionarlo come dimostra il flop degli ecoincentivi per le auto elettriche.

    Il nostro sistema economico risulta caratterizzato da un livello di saturazione tale per cui sono le informazioni che vengono dal mercato ad indicare le tendenze dei prodotti e dei servizi richiesti (Pull) alle quali la capacità dell’impresa industriale, appunto attraverso una sempre maggiore velocità di produzione, riesce a far fronte attraverso un bene od un servizio nel minore tempo possibile. Specialmente in relazione alla indicazione proveniente dal mercato la digitalizzazione risulta quindi fondamentale nella sua individuazione e trasmissione al mondo industriale quindi produttivo. Una velocità che deve essere mantenuta anche nel processo inverso dall’azienda verso il mercato, cioè in relazione ai tempi di consegna.

    Anche nel “ritorno” della risposta rispetto a quanto appreso dal mercato per via digitale ancora una volta risulterà determinante il fattore velocità ma in fortissimo rapporto con la sua sostenibilità economica.

    Quindi, nella prima fase la digitalizzazione è fondamentale in quanto consente di ottenere maggiori ed immediati feedback dal mercato per poi elaborarli e trasferirli in produzione in tempi altrettanto ristretti. Successivamente, però, nel percorso inverso, dall’azienda al mercato ed all’utente, risulta evidente che alla stessa velocità si deve aggiungere anche il fattore economico, entrambi determinanti e fondamentali per il completamento di questo ciclo economico e commerciale.

    Al di là quindi di ogni economia digitale risulta fondamentale il costo del trasporto delle merci e di conseguenza del gasolio. Questo sistema rappresentato dai due sensi di marcia risulta assolutamente sconosciuto, o peggio, addirittura negato in virtù di un massimalismo vetero/ecologico applicato all’economia dall’attuale governo. I suoi rappresentanti intendono entro l’anno, infatti, eliminare gli “incentivi” al gasolio virando nella  direzione opposta delle altri nazioni europee e portare il prezzo del gasolio a 1,43 al litro. Basti ricordare come in Germania attualmente il prezzo del gasolio sia di 1,03 al litro: una differenza che determina già ora rispetto al prezzo medio italiano un costo inferiore di quasi -30% rispetto al nostro prezzo medio di 1,27.

    Ora, se venisse confermata questa sciagurata strategia del ministro Costa, la differenza di costo alla pompa salirà al +43% per il trasporto merci che all’80% viaggia su gomma. Quindi, paradossalmente, le nostre merci come qualsiasi utenza professionale pagheranno un +43% in più il prezzo del gasolio al quale vanno aggiunti nel caso italiano il prezzo proibitivo delle autostrade che in Germania sono gratuite.*

    Questo aumento dei costi del trasporto delle merci innescherebbe inevitabilmente una spirale inflattiva in presenza già di una conclamata recessione economica: inflazione il cui andamento risulterà proporzionale alla velocità dei feedback del mercato e quindi dalla digitalizzazione stessa.

    Il terribile combinato inflazione e recessione economica andrebbe a gravare ancora una volta sulle spalle dei contribuenti attraverso l’aumento dei prezzi al consumo. Un disastro economico che colpirà ovviamente le famiglie a reddito Inferiore. Il tutto in nome di un massimalista vetero ambientalismo che vede nel motore gasolio (il massimo per efficienza energetica) il nemico assoluto: classico esempio di strategie ideologica la quale Individua in un nemico il fattore aggregante.

    L’effetto combinato di questo massimalismo ideologico, unito ad una incompetenza governativa mai raggiunta nella storia della Repubblica Italiana, verrà pagato dall’utenza italiana e trasformerà una opportunità come quella del Recovery Fund nell’ennesima occasione per aggravare accise e tasse e perdere competitività nei confronti del contesto internazionale.

    (*) Per carità di Patria si evita di calcolare il livello medio retributivo tedesco superiore del 30% ad un pari livello italiano in quanto porterebbe il costo del gasolio per l’utenza Italiana a +70% .

  • Mentre nella democratica svizzera…

    Nel nostro povero Paese, portato allo stremo da una classe dirigente indegna e con l’attuale al governo assolutamente disastrosa, si discute di un ridicolo referendum per il taglio dei parlamentari. Una riduzione che accrescerà il potere degli eletti, ridurrà la rappresentanza democratica e soprattutto permetterà a 100 senatori di modificare la Costituzione a proprio piacimento. Questo è il risultato di un declino culturale il quale, con gli ultimi due governi Conte 1 e Conte 2, si è trasformata in una vera e propria metastasi culturale.

    Mai il livello espresso da un governo aveva raggiunto dei livelli così infimi come quello degli ultimi due anni rappresentati dai Cinque Stelle, prima con la Lega e ora col PD. Il nostro Paese, se questo referendum dovesse dare esito positivo, si avvicinerebbe ad una repubblica sudamericana come Venezuela o Argentina.

    A soli 40 minuti da Milano, invece, nella confederazione elvetica, i cittadini svizzeri saranno chiamati ad esprimere il proprio parere relativo al mantenimento o meno della libera circolazione dei cittadini europei all’interno dei propri confini (https://www.swissinfo.ch/ita/economia/votazioni-del-27-settembre-2020_-gli-europei-che-sono-gi%C3%A0-in-svizzera-non-hanno-nulla-da-temere–/46010378). Mentre in Italia gli stessi sostenitori del Sì al referendum si fanno promotori di una nuova legge proporzionale, che sarebbe il disastro assoluto della nostra democrazia, nella democratica Svizzera, unico esempio di democrazia diretta, gli elettori svizzeri, attraverso il voto, esprimeranno la propria opinione assolutamente vincolante in merito ad una questione problematica.

    Se noi decliniamo verso un simil-peronismo 4.0, la vicina Svizzera ci insegna cosa sia la democrazia.

  • Friendly tax ed il sistema fiscale italiano

    All’interno di un sistema fiscale complesso ed articolato come può essere quello di un’economia occidentale le finalità da raggiungere sono sempre individuabili nel finanziamento della macchina pubblica e soprattutto nella erogazione di servizi alle persone ed alle famiglie.

    Troppo spesso si dimentica, tuttavia, come il livello dei servizi in questo modo finanziati non risulti proporzionale alla stessa pressione fiscale complessiva, ormai insostenibile, e tanto meno alla progressività delle aliquote ma alla qualità della spesa stessa. In questo contesto, quindi, parlare di “tasse amiche” rappresenterebbe quasi una contraddizione. Il sistema fiscale italiano, infatti, machiavellica risultante e complessiva sommatoria di continue ed annuali riforme “rivoluzionarie” e “sempre finalizzate ad una maggiore equità fiscale” riesce a racchiudere al proprio interno i principi ispiratori opposti stessi della politica fiscale: progressività delle aliquote e flat tax.

    Questo formale e sostanziale controsenso viene in modo inequivocabile rappresentato da un sistema fiscale italiano con una delle tassazioni più alte in Europa ma per pochi intimi amici racchiuda al proprio interno anche una “friendly tax” tra le più generose.

    Le caratteristiche di una friendly tax sono rappresentate dalla facilità di individuazione dei beneficiari e dall’aliquota irrisoria richiesta in rapporto soprattutto alla tassazione generale.

    Va ricordato infatti come dall’avvento del governo Renzi con ministro dell’economia Padoan e vice ministro Calenda ad oggi siano settecentottantaquattro (784) i titolari stranieri di grandi patrimoni che hanno spostato la propria residenza fiscale nel nostro paese.

    Questa scelta apparentemente in controtendenza rispetto a quella delle aziende italiane che, al contrario, delocalizzano sedi fiscali e legali in Olanda e in Gran Bretagna va ricercata nella semplice friendly tax applicata dal sistema fiscale italiano alle quali chiede una tassa forfettaria di 100.000 euro. In altre parole, una persona che abbia un reddito di un milione pagherà un’aliquota forfettaria del 10% nel caso di 5 milioni del 5% mentre se il reddito risultasse di 10 milioni dell’1%. Basti pensare, calandoci nella realtà quotidiana, come ad un campione di sport che avesse un reddito di 50 milioni (Ronaldo o Messi) verrebbe applicata un’ aliquota dello 0,2%.

    In questo contesto giova ricordare come per l’acquisto dei beni di prima necessità quali i generi alimentari venga applicata una aliquota IVA del 4% e contemporaneamente per i contribuenti italiani il Total Tax Rate risulti al 64%.

    Il sistema fiscale italiano rappresentato da molteplici strati normativi che si sovrappongono l’uno all’altro rappresenta il fallimento culturale di una classe politica e dirigente la quale ha saputo, con la propria disonestà intellettuale, individuare delle microaree all’interno delle quali applicare per i propri amici la friendly tax.

    Risulta evidente quindi come il principio ispiratore del sistema fiscale italiano non venga rappresentato dall’equità fiscale la quale deve fornire risorse finanziarie anche per rendere sempre più competitivo il nostro paese in un contesto di concorrenza internazionale.

    Il vero semplicissimo cardine dell’insostenibile tassazione italiana si basa sul principio dell’amicizia.

  • I parametri democratici

    Da oltre vent’anni il sistema politico italiano (inteso come la sintesi tra partiti politici, media e mondo accademico  componenti di un unico mondo in quanto media e mondo accademico hanno perso  la terzietà, nella sua articolata composizione, si prodiga in continui tentativi di riforme o  di modifiche con il fine dichiarato di  renderlo diverso e, secondo i proponenti, migliore.

    Risulterebbe interessante, tuttavia, definire dei criteri di valutazione condivisi, e quindi impermeabili all’ideologia, che potessero determinare il reale stato dell’arte.

    Al di là delle sempre interessanti elucubrazioni tra stato federale o centrale e solo indirettamente e con minore intensità tra democrazia diretta (alla quale senza dignità la piattaforma Rousseau dice di ispirarsi) o delegata  i parametri di valutazione di uno stato democratico dovrebbero venire individuati soprattutto nella capacità del sistema di distribuire di benessere sociale ed economico  compatibilmente con il quadro internazionale.

    Negli ultimi vent’anni , invece, la pressione fiscale aumentata di 166 miliardi oltre il 47,4% mentre il PIL ha segnato un +43,9%, quindi la pressione fiscale risulta vincente con un +3,5%.

    A fronte di questa maggiore disponibilità economico-finanziaria che i governi degli ultimi vent’anni hanno avuto a disposizione dopo quattro dal terremoto ad Amatrice risultano avviati ottantasette (87) progetti di ricostruzione nella zona terremotata a fronte dei millesettecento (1700) progetti.

    Parallelamente Il nostro paese continua a pagare il maggior prezzo dei carburanti alla pompa e con strategie suicide (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-scellerata-politica-fiscale-del-governo-conte/) e nonostante una delle pressione fiscale più alte d’Europa i cittadini e l’economia italiani nel loro complesso sono oppressi da una burocrazia che si traduce in un livello di servizi da paese del centro America.

    Si continua a parlare e discutere della crescita zero della natalità italiana incapaci di comprendere le motivazioni della crescita positiva delle provincie di Trento e Bolzano. Queste due ultime espressione della maggior fiducia della cittadinanza che le gestioni autonome possano infondere  nella complessità politica.

    In questo contesto, ancora una volta, si cerca di cambiare il quadro politico istituzionale con la modifica numerica del parlamento  (la quale dovrebbe invece essere l’ultimo passo di una modifica istituzionale strutturale delle Camere) riducendolo in modo infantile e francamente stupido il numero dei rappresentanti . Come se questo permettesse un maggiore aumento dell’efficienza dell’organo stesso.

    In altre parole, non si interviene sulla operatività di uno stato democratico la quale rimane inalterata se non  in costante declino di anno in anno ma semplicemente variando il numero dei rappresentanti.

    In questo senso giova ricordare come nel progetto politico di Licio Gelli e della loggia P2 la riduzione dei parlamentari fosse un passaggio fondamentale per la realizzazione del proprio  progetto politico che non aveva assolutamente alcuna connotazione democratica.

    Inoltre la riduzione dei parlamentari non farebbe altro che aumentare il potere degli eletti ai due rami del parlamento i quali si troverebbero a rappresentare interessi sempre più complessi ed articolati. Un passaggio fondamentale per la creazione di una vera e propria oligarchia parlamentare.

    Sembra incredibile come per la nuova classe politica italiana la concentrazione del potere rappresenti e venga indicata come una forma evoluta di democrazia, quando generalmente è la diluizione, assieme ad un bilanciamento di poteri contrapposti, a rendere tale  la democrazia .

    La metastasi culturale del nostro paese si sta definendo nelle sue connotazioni più miserabili inserendo nella volontà di miglioramento di una democrazia i soli parametri numerici. Menti “inappropriate” generano “riforme”disastrose.

  • I misteri tragici d’Italia e quelli ridicoli di Conte

    Nel passato di tutti gli Stati ci sono misteri che non sono stati risolti, zone oscure della storia; credo però che solo in Italia i misteri del passato siano nulla in confronto ai misteri che negli anni recenti hanno insanguinato e gettato fosche ombre sul comportamento anche di chi ricopriva incarichi di vertice. I misteri di Ustica, di Bologna, i veri colpevoli della morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di Aldo Moro rimangono, insieme a tanti altri, il lato oscuro e inquietante del nostro recente passato.

    Nel nostro presente vi sono, fortunatamente, misteri meno grondanti sangue ma che comunque hanno gravi conseguenze sul nostro immediato futuro. Sono i misteri delle scelte politiche che hanno portato, in epoca di coronavirus, ad aprire le discoteche e a tenere chiusi i tribunali e le università, i misteri delle mascherine considerate prima inutili poi indispensabili e dopo ancora legate, come uso, a particolari orari come se la diffusione del virus ed i contatti tra persone svanissero in fasce orarie stabilite per legge.

    I misteri dei tamponi da effettuarsi entro 48 ore dall’arrivo dai Paesi della lista nera e che invece non sono fatti neppure dopo giorni di attesa mentre la vita dei singoli avveduti ha un’altra battuta d’arresto e quella di chi se ne frega scorre come prima lasciando tutti liberi di infettare altri sono solo alcuni dei tanti quotidiani misteri del nostro presente, un presente scandito dall’incapacità di chi governa di dare seguito immediato ed effettivo ai tanti provvedimenti che annuncia, a ragionare con cognizione di causa sulle conseguenze che tanto pressapochismo e impreparazione portano non solo all’economia ma alla vita di ogni cittadino. Il male oscuro della politica virtuale e non virtuosa purtroppo non è solo italiano ma in Italia rasenta ormai la confusione elevata a sistema, e senza pensare a complottismi, non si può negare che l’uso indiscriminato della decretazione d’urgenza coniugato con la riduzione dei parlamentari e con leggi elettorali che tolgono, da anni, al cittadino il diritto di votare direttamente i propri rappresentanti al parlamento fanno temere seriamente sulla tenuta della democrazia.

  • La scellerata politica fiscale del governo Conte

    La Germania nell’ultimo trimestre ha registrato una riduzione del PIL di oltre -10%: un valore decisamente preoccupante per l’economia tedesca ma anche per quella europea in quanto, da sempre, la Germania rappresenta la locomotiva continentale. Basti ricordare quante filiere complesse dell’industria tedesca utilizzino prodotti intermedi e strumentali, espressione delle eccellenze delle PMI italiane.

    Tornando, quindi, alla situazione contingente tedesca, il governo, di fronte a  questa nuova emergenza economica conseguente alla diffusione del covid-19, ha posto in atto una serie di iniziative economiche e fiscali finalizzate sostanzialmente alla creazione di stimoli economici ed ammortizzatori sociali per aziende e lavoratori. La strategia espressa dal governo germanico ha preso forma attraverso una serie di iniziative ed anche attraverso la riduzione del peso fiscale in determinati settori considerati fondamentali o particolarmente colpiti dalla crisi economica in modo da abbassare la soglia economica di accesso a determinati beni o servizi.

    In questa ottica va inserita l’ottima scelta di ridurre l’IVA (dal 19 al 16%) per sei  mesi anche sui carburanti, espressione di un tessuto connettivo per l’economia industriale e nella distribuzione e nel turismo. Un minor costo degli spostamenti*, infatti, grazie alla riduzione dei carburanti rappresenta, soprattutto nella movimentazione delle merci, un incentivo importante fino ad assumere la forma e la sostanza di un vero e proprio fattore competitivo in  una ripresa economica stabile (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-fattore-competitivo/).

    Tornando alla situazione italiana la rilevazione statistica del sistema economico ha individuato invece una discesa del Pil del -12,4%. Il crollo italiano, quindi, viene rappresentato da un +20% rispetto al nostro principale concorrente industriale.

    In questo contesto comparativo una minima comprensione dei principi ispiratori delle scelte della prima economia europea avrebbe dovuto portare il governo italiano a varare delle misure simili se non addirittura  uguali a quella adottate dal nostro concorrente tedesco.

    Sembra incredibile, se non addirittura agghiacciante, apprendere invece l’intenzione da parte del ministro Costa, esponente di punta di questo governo, di togliere le agevolazioni fiscali per il gasolio accrescendo il carico fiscale di oltre cinque (5) miliardi. In un paese nel quale oltre l’80% della merce viaggia su gomma l’aggravio fiscale determinerebbe un aumento dei costi di trasporto e quindi dei prezzi finali innescando una pericolosa spirale inflazionistica. Quest’ultima, sposata alla stagnazione dell’economia, potrebbe innescare le condizioni per una stagflazione causata da fattori endogeni, cioè da una becera ed immonda politica fiscale.

    Il cigno nero (covid 19) rappresenta una situazione assolutamente imprevedibile che richiede competenze ed azioni articolate e complesse per mitigarne gli effetti straordinari.

    L’azione del governo in carica, e del ministro Costa in particolare, risponde invece a  decrepite fissazioni pseudo ambientaliste, espressione di una mancanza di conoscenza della economicità dei motori diesel e che contemporaneamente confermano, ancora una volta, l’arretratezza culturale di questa compagine governativa .

    Ignorare gli effetti delle proprie azioni rappresenta la peggiore forma di ignoranza che diventa dolosa quando diventa espressione del comportamento di una carica pubblica espressione del potere esecutivo.

    (*) Al 3 di agosto il gasolio in Italia alla pompa era a 1.34 €/litro, in Germania 1.13 €/lt, circa -20%

  • La riduzione del numero dei parlamentari: cose dell’altro mondo

    Riceviamo e proponiamo un articolo dell’on. Michele Rallo pubblicato il 18 ottobre 2019 e ancora attuale in vista del referendum di settembre 

    Tutto cominciò nel 2007, quando due giornalisti del “Corriere della Sera” – Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo – diedero alle stampe il libro «La casta»: un clamoroso successo editoriale, agevolato da una mastodontica campagna di amplificazione mediatica.

    Attenzione a due particolari. Primo: Stella e Rizzo non scrivevano sul “Manifesto” o su una qualche testata antagonista, ma sul Corrierone nazionale, come a dire sull’organo ufficioso del potere politico ed economico del nostro paese. Secondo: il libro parlava di una casta soltanto, quella dei parlamentari, tralasciando accuratamente le decine o, forse, le centinaia di altre “caste” che in Italia hanno vantaggi economici (e non solo economici) pari o superiori a quella dei parlamentari; penso, per fare un solo esempio, ai livelli alti e medio-alti dei quotidiani nazionali.

    Bene. Dalla pubblicazione di quel libro derivò il lancio in grande stile del fenomeno dell’anti-politica; e da questo, due anni più tardi, la nascita di un similpartito – il Movimento Cinque Stelle – privo di una qualsiasi identità politico-ideologica e dedito esclusivamente ad acquisire simpatie a buon mercato tuonando contro la classe politica. Una classe politica che l’opinione pubblica più sprovveduta identificava come l’unica responsabile di una crisi economica che aveva abbassato drasticamente i nostri standard di vita.

    Cosa – questa – che era vera solamente in parte, perché la crisi (massacro sociale, licenziamenti, riforma delle pensioni, privatizzazioni, immigrazionismo programmato, eccetera) era stata voluta e imposta da poteri extrapolitici, dai cosiddetti “mercati”, cioè dalla finanza internazionale che voleva (e vuole) strangolare i popoli attraverso la globalizzazione economica. La colpa della classe politica era stata quella di obbedire, di non opporsi, di non resistere.

    Ragion per cui, era evidente – almeno a mio modesto parere – che per combattere la crisi non occorresse certo l’anti-politica ma, al contrario, più politica. Più politica capace di opporsi ai poteri forti, naturalmente, più politica all’altezza della situazione, brava, energica, sana, preparata. Più politica che, però, poteva nascere solo dal seno dei partiti, non certamente dalla mancanza assoluta di preparazione politica e di capacità operativa, dagli improvvisatori, dai dilettanti allo sbaraglio, dai teorici del vaffa e del “sono tutti ladri”, dal nichilismo eretto a sistema. Ma “più politica” – é la mia personalissima opinione eretica – era esattamente il pericolo che i poteri forti volevano scongiurare.

    Comunque, sulle parole d’ordine dell’anti-politica sono state costruite le fortune elettorali di un similpartito che si è gonfiato fino a diventare la prima forza politica nazionale (salvo poi a sgonfiarsi repentinamente). Ma ciò è avvenuto soltanto perché le grandi catene televisive hanno fatto a gara nel rilanciare i postulati grillini sulla “casta” e, soprattutto, perché quasi tutte le forze politiche “normali” hanno accettato di fiancheggiare le esternazioni demagogiche dei pentastellati, rinunciando a spiegare al popolo italiano che la maggior parte delle cose dette da costoro era poco più che aria fritta.

    Esempio tipico, quello del taglio dei vitalizi. Uno specchietto-per-le-allodole di poca o nessuna utilità. Il problema reale non era (e non è) quello di tagliare i trattamenti previdenziali di un migliaio di ex parlamentari; ma quello di tagliare centinaia di migliaia di “pensioni d’oro” pari o superiori a quelle dei parlamentari. Nessuno ha avuto il coraggio di dirlo. Con il risultato che i grillini coi vitalizi ci hanno vinto una campagna elettorale; e dopo, quando hanno dovuto “mantenere gli impegni”, hanno partorito un provvedimento a tal punto allucinante da costringerli a varare una delibera aggiuntiva, per evitare che alcuni titolari di “vitalizi d’oro” vedessero addirittura aumentare le proprie spettanze.

    Ma, passi per la questione dei vitalizi, che era oggettivamente un argomento troppo spinoso e troppo complesso per essere spiegato ai semplici. E’ comprensibile che i partiti “normali” abbiano preferito fingere di non aver capito che si trattava soltanto di un marchingegno per raccogliere voti. Ma quello che lascia sgomenti, adesso, è l’avallo – colpevole e consapevole – della riforma costituzionale che riduce di un terzo il numero dei parlamentari.

    Si tratta – in questo caso – solo e soltanto di una manovra a fini elettorali, e senza neanche la giustificazione del rancore sociale che aveva alimentato altre cosiddette “battaglie” grilline. Servirà ai Cinque Stelle per salvare la faccia, nel momento in cui hanno fatto un governo con chi sino a ieri additavano come il peggio del peggio del peggio. Il tutto, gabellato per un “taglio delle poltrone” che avrebbe fatto registrare enormi risparmi per le finanze dello Stato.

    Niente vero. Il taglio dei parlamentari produrrà un risparmio “ufficiale” di 82 milioni l’anno (in realtà di circa 50 milioni, considerato che quasi un terzo della cifra tornerà allo Stato attraverso tasse e trattenute). Gli strateghi della comunicazione grillina si sono presi la libertà di “arrotondare” a 100 quei 50 o 82 milioni. Successivamente hanno moltiplicato gli ipotetici 100 milioni per 5, quanti sono gli anni di una teorica legislatura, ed hanno tirato fuori il risparmio – assolutamente fantasioso – di 500 milioni. Ovvio che, se avessero moltiplicato la stessa cifra per 50 o per 100 anni, avrebbero ottenuto un risparmio piú importante da agitare davanti al naso dei gonzi. Tutto questo, perché una economia di 50 milioni annui nel bilancio di uno Stato é una cifra ridicola, come avrebbero rilevato anche i più ingenui degli elettori del vaffa.

    Queste cose – é ovvio – erano perfettamente note ai vertici dei partiti “normali”, che però hanno scelto di ignorarle e di far “passare” la vulgata grillina dei 500 milioni da risparmiare.

    Comportamento inspiegabile, quello dei partiti, perché il provvedimento che ne è seguito non gioverà certo alla loro causa. Andrà contro i loro interessi elettorali, specialmente contro quelli dei partiti minori, che rischieranno di essere cancellati da un parlamento che fosse ridotto ai minimi termini.

    Né ad essere penalizzati saranno solamente i partiti, ma anche le realtà territoriali. Soprattutto – anche in questo caso – le minori. Non occorre essere dei docenti di statistica applicata per immaginare che i parlamentari “ridotti” dalla riforma saranno soprattutto quelli dei territori periferici. In Sicilia, per esempio, le prossime elezioni politiche saranno probabilmente un affare privato fra Palermo e Catania, con esclusione praticamente delle altre 7 province.

    Sarà un altro passo – gigantesco – in direzione del progressivo allontanamento dei cittadini dalla partecipazione politica e dalla vita democratica. Una direzione cara ai poteri finanziari (i quali sostengono che in Italia e in Europa ci sia “troppa democrazia”), e cara anche a certa anti-politica che guarda ai meccanismi elettorali come a fastidiose sovrastrutture, magari sostituibili con pochi clic su una piattaforma privata o, meglio ancora, con l’estrazione a sorte dei parlamentari (come vorrebbe Grillo per il Senato).

    Ora, che il PD regga la candela ai barzellettieri, non mi meraviglia. E’ il prezzo che Zingaretti e compagni devono pagare per mantenere in vita questo governo e per non fare le elezioni.

    Mi meraviglia, invece, che la riduzione del numero dei parlamentari abbia ricevuto l’avallo anche di Lega e Fratelli d’Italia. Mi sgomenta che al carro dell’antipolitica si siano aggiogate anche forze politiche responsabili, che peraltro non avevano alcun interesse a consentire ai grillini di “portare a casa” questo risultato.

    Per i sovranisti è stata un’occasione perduta. Spero che non abbiano a pentirsene.

    (“Social” n. 340 – 18 ottobre 2019)

  • E se avesse ragione l’Olanda?

    Incredibili le affermazione del ministro De Micheli – colei che ha bloccato praticamente la Liguria applicando una delibera del 1967 relativa alle verifiche della sicurezza nelle gallerie nel mese di luglio invece che durante il lockdown – che, in merito alla selezione ex ante della distribuzione delle risorse finanziarie straordinarie, ha indicato come non meno del 40% del Recovery Fund verrà destinato al meridione d’Italia. Una strategia confermata dal Presidente del Consiglio il quale assegna al sud del Paese la priorità per quanto riguarda la distribuzione delle risorse del Recovery Fund.

    Di fronte quindi ad una scelta strategica e ad una valutazione tipicamente politica ex ante e non ex post, cioè successiva rispetto alle progettualità proposte, prende corpo l’ipotesi che avesse ragione l’Olanda la quale si dimostra ancora oggi molto scettica nei confronti dell’utilizzo di queste risorse da parte della nostra classe politica.

    Al di là delle motivazioni politiche che spingono i partiti nazionalisti olandesi a schierarsi contro il Recovery Fund, è evidente come il governo abbia intenzione di utilizzare questi fondi indipendentemente dai progetti, che rappresentano, invece, l’unica reale motivazione per accedere a tali finanziamenti.

    In questo senso va ricordato come già ora galleggino all’interno del bilancio italiano poco meno di 70 miliardi di fondi europei assolutamente inutilizzati per l’incapacità da parte della classe dirigente della pubblica amministrazione, come di quella politica, di presentare dei progetti da finanziare.

    Adesso il governo in carica imprime una lettura e soprattutto una strategia di applicazione nettamente politica all’interno della quale il Recovery Fund verrà utilizzato “con il principale fine redistributivo” e non tanto per finanziare i progetti che possano diventare volano di sviluppo per i quali probabilmente non esistono neanche le competenze professionali per redigerli.

    Questa classe politica di governo si propone come obiettivo il raggiungimento di una nuova pianificazione economica e sociale e quindi, ancora una volta, attraverso un piano di finanziamenti a pioggia indipendentemente dalle progettualità presentate.

    Chi avesse dei dubbi rispetto alle reali ragioni del trionfalismo di questo governo in relazione alla funzione del Recovery Fund ha trovato ora l’ennesima conferma da parte delle farneticanti affermazioni di questo ministro e dello stesso presidente del Consiglio che rappresentano il sentiment governativo.

    Dispiace molto dirlo ma avevano ed hanno ragione gli olandesi con le loro giustificate perplessità relative all’utilizzo delle risorse aggiuntive europee. Questa classe politica italiana, pur nella sua articolata complessità, non merita un euro in prestito e tanto meno a fondo perduto.

  • La Repubblica delle parole

    Mentre luglio finisce in un calore eccezionale e chi può cerca di fuggire dai cementi arroventati delle città e finisce ad arroventarsi nelle code delle strade stravolte dai lavori in corso, ancora troppi italiani stanno ancora aspettando le liquidità promesse mesi fa dal governo, siano esse prestiti, anticipazioni o sostitutivi dello stipendio. Ancora nessun intervento è partito per snellire e rendere efficiente quella burocrazia responsabile di perdite di tempo e di denaro ma anche di quelle disfunzioni che colpiscono troppi e beneficano pochi. Si sa che fatta la legge è subito trovato l’inganno per poterla aggirare dai soliti evasori a tutto campo, tutti coloro cioè che non evadono solo le tasse ma evadono dal rispetto delle regole di comune convivenza. L’evasore a tutto campo getta i rifiuti per strada, non mette la mascherina, fa lavorare le persone in nero e le paga poco, in sintesi fa come gli pare e resta impunito perché nessuno controlla mai veramente e quando controlla non mette in comunicazione tra loro i vari sistemi informatici così tutto è inutile.

    Mentre il caldo diventa particolarmente insopportabile per gli anziani forse ci diranno ancora, come in passato, di portarli nei centri commerciali ma ora si rischia l’assembramento e il covid è in agguato, perciò anziani e bambini che non possono abbandonare, per motivi economici, le aree urbane saranno di nuovo abbandonati a loro stessi. E ancora nessuno ha fatto iniziare le ristrutturazioni degli edifici scolastici pericolanti né affidato almeno lo studio per il ripristino della rete idrica.

    A Milano si ripropongono gli stessi problemi dei quali si parlava nel lontano 1980 in consiglio comunale, il Lambro e il Seveso, le loro cicliche esondazioni, ogni volta che piove il fango che dilaga nei negozi e nelle strade, la sicurezza dei cittadini che continua a non essere garantita, quarant’anni per essere punto e a capo. Ai cittadini oggi non importa se sei di sinistra, di destra o di centro ma come sei capace di risolvere i problemi, invece abbiamo esponenti politici di ogni colore che parlano dei problemi ma non sono in grado neppure di ipotizzare come affrontarli. E’ la Repubblica delle parole e più parole dicono meno fatti fanno. In un attimo finirà l’estate e poi?

Back to top button
Close

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker