Governo

  • Le lacune lessicali

    Nel forbito lessico della classe politica e dirigente italiana, sempre infarcito di inglesismi (nonostante la Brexit), sono due i termini mai uditi, anche solo per una timida apparizione. Contemporaneamente si resta nella sostanziale assenza di una vera politica industriale in quanto la digitalizzazione interviene all’interno di asset esistenti migliorandone le performance, mentre altri dovrebbero essere gli atti di una politica economica anche in tema di fiscalità di vantaggio con l’obiettivo di favorire gli investimenti industriali, specialmente se provenienti da soggetti esteri.

    In questo contesto, invece, addirittura si propongono progetti di legge contenenti norme espressione di una ideologia che penalizzerebbe (il condizionale viene usato auspicando un ripensamento di tali dotti politici) con sanzioni quelle aziende (molto spesso espressione di gruppi esteri) che delocalizzassero all’estero le produzioni allocate ora nel nostro territorio.

    In questo modo, allora, il nostro Paese verrebbe reso ancora meno attrattivo (di quanto ora già non lo sia) per gli investimenti esteri ma anche nazionali: ancora una volta, infatti, emerge l’intenzione di intervenire allestendo un quadro normativo a valle della stessa  complessa organizzazione  (attraverso una penalizzazione) e non invece a monte della stessa (attraverso diverse forme di  incentivi), dimostrando così  lacune in termini di politica economica ed industriale decisamente  imbarazzanti (https://www.ticinolive.ch/2021/08/22/italia-prevenzione-delle-catastrofi-naturali-un-approccio-suicida/).

    In un contesto nel quale, ancora oggi, il nostro Paese si trova all’interno di una difficile ripresa economica con spunti problematici di inflazione.

    Quindi, invece di fornire mezzi e strumenti per riportare il sistema economico ad un livello occupazionale con valori pre-covid (forse l’unico vero indicatore di benessere complessivo) ci si dimostra distratti da una ideologia di transizione ecologica che esclude ogni analisi approfondita sulle reali motivazioni dei cambiamenti  climatici, specialmente per quelli attribuiti alle attività dell’uomo e dei vettori (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Tornando, allora, alle lacune lessicali della nostra classe governativa ed accademica si rileva che termini come onsharing e nearsharing applicati al settore produttivo non abbiano mai fatto capolino nelle dotte discussioni riportate dai verbali del parlamento e negli innumerevoli interventi televisivi di esponenti governativi o della maggioranza parlamentare, ad ulteriore conferma del deserto progettuale e strategico italiano ma anche europeo.

    Questi due termini, invece, rappresentano una parte importante del programma di ripresa economica dell’amministrazione statunitense del Presidente Biden (Joe Biden si ricorda del partito democratico). All’interno, infatti, della complessa strategia statunitense con il termine ONSHORING si intende una politica di sostegno economico e fiscale alle aziende che investano in siti di produzione all’interno del territorio nazionale (On), in Italia si direbbe ‘investire e tutelare la complessa filiera espressione del  Made in Italy’ (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Viceversa con il termine NEARSHORING viene indicato l’obiettivo strategico di favorire gli investimenti produttivi in territori vicini e magari confinanti (Near) al vasto territorio degli Stati Uniti. All’interno di una italica trasposizione si parlerebbe di politiche a sostegno di investimenti produttivi all’interno dei paesi dell’Unione Europea, come le riallocazioni di produzioni ora nel Far East.

    Alle lacune lessicali dimostrate dall’intera classe politica ed accademica ovviamente si aggiunge anche quella relativa agli obiettivi da conseguire con questa strategia dell’amministrazione statunitense.

    Il primo è rappresentato sia dalla volontà di ottenere una veloce e progressiva riduzione della dipendenza di filiere industriali statunitensi dalle importazioni cinesi quanto di riorganizzare la supply chain abbreviandone il perimetro d’azione e di conseguenza i tempi (1). Un traguardo economico ma soprattutto strategico finalizzato anche a sostenere la politica estera Made in Usa, specialmente all’interno di un sistema di relazioni internazionali in forte tensione e con una crescente contrapposizione tra i due blocchi Stati Uniti- Inghilterra-Australia (AUKUS) ed il colosso cinese.

    Ovviamente last but not least si intende ottenere un altrettanto importante obiettivo, cioè di aumentare le occasioni di occupazione stabile che solo il settore industriale sa assicurare: ed ecco chiaro anche il secondo traguardo dell’amministrazione Biden.

    Mai come ora, tornando alle nostre latitudini, queste lacune lessicali della nostra classe politica e governativa si dimostrano come espressione di veri e propri vuoti concettuali privi di contenuti strategici ed operativi molto preoccupanti per le sorti della nostra economia e del nostro Paese.

  • La deriva etica ed anticostituzionale

    Quando un governo o una Regione si dimostrano incapaci di gestire una delle opzioni offerte ai lavoratori (vaccino o tamponi) per ottenere il green pass l’approccio alle problematiche legate alla gestione della “ripresa” economica e sociale dai terribili effetti della pandemia si rivela quantomeno inadeguato.

    Da lunedì infatti lo stato italiano NON sarà in grado di assicurare ad oltre due (2) milioni di lavoratori, nel solo Veneto sono trecentomila (300.000), il tampone con una validità di quarantotto (48) ore per consentire loro di accedere al proprio posto di lavoro.

    Il diritto al lavoro tutelato dall’art. 4 della Carta Costituzionale viene disatteso clamorosamente non tanto dalla contrarietà dei sostenitori al green-pass ma all’intera classe governativa statale e regionale. In questa situazione assolutamente imbarazzante per una classe governativa risulta evidente come l’intera responsabilità di un possibile rallentamento delle attività economiche e produttive non possa più venire attribuita a chi sceglie di non vaccinarsi e di affrontare i tamponi ogni 48 ore con i relativi costi da affrontare.

    Essa deve invece venire interamente addebitata alla compagine governativa, statale e regionale, in quanto entrambe hanno affrontato la complessa problematica della gestione pandemica e vaccinale in chiave anticostituzionale ed etico-ideologica.

    Anticostituzionale in quanto non si sono allestite delle strutture in grado di permettere di somministrare quanti tamponi necessari al fine di garantire, con l’ottenimento del green pass successivo al tampone, il diritto al lavoro e quindi l’applicazione dell’art.4 della Costituzione. In più, in pieno delirio etico- ideologico, le stesse istituzioni si dimostravano profondamente convinte di come l’obbligatorietà del green pass avrebbe portato ad una vaccinazione del 100%: un obbiettivo quantomeno infantile.

    Distratti, quindi, dalle proprie convinzioni hanno omesso clamorosamente di allestire, contemporaneamente alla progressione vaccinale, delle strutture in grado di rispondere alla legittima scelta di persone che non intendevano, allora come oggi, vaccinarsi affrontando la procedura dei tamponi ogni 48 ore a pagamento.

    Emerge evidente, ancora una volta, come un problema sanitario sia stato affrontato con parametri troppo spesso etici ed ideologici derubricando come non fondamentale invece l’organizzazione di una parallela “logistica” (supply chain) finalizzata all’offerta di una risposta sanitaria e soprattutto operativa ai non vaccinati.

    A questa situazione il nostro povero paese è mestamente arrivato in quanto, ancora una volta, non emerge chiaro, allora esattamente come adesso, alla classe politica italiana, compresa paradossalmente Confindustria, quale sia l’obiettivo principale da conseguire avendo già raggiunto l’80% dei vaccinati. Va ricordato, quindi, per l’ennesima volta, come l’unico vero obbiettivo, al di là di ogni considerazione relativa alle scelte dei cittadini, sia rappresentato dalla assicurazione di garantire comunque  la continuità produttiva ed economica anche attraverso il rafforzamento della campagna vaccinale e con l’allestimento di strutture per i tamponi ai non vaccinati (https://www.ticinolive.ch/2021/10/15/italia-il-primo-vero-fallimento-del-governo-draghi/).

    Lo Stato e le Regioni dimostrano in questo modo i propri limiti ideologici quanto un velato disprezzo non considerando i cittadini come persone alle quali assicurare comunque un diritto ed un servizio all’interno di un sistema sanitario, indipendentemente dalle proprie scelte anche in campo preventivo e quindi vaccinale. Inoltre, con le loro strategie le istituzioni governative si sono rivelate non in grado di assicurare quanto recitato dall’art.4 della Costituzione e, di conseguenza, si pongono al di fuori del perimetro costituzionale.

    Un’altra occasione persa da questi soggetti pubblici per dimostrare di avere intrapreso finalmente un percorso verso una democrazia liberale all’interno della quale ogni cittadino riceva la giusta considerazione e perciò una tutela dei propri diritti costituzionali, indipendentemente dai comportamenti in quanto lo Stato si attiva comunque per garantirli.

    La deriva verso uno stato etico ed allocato esternamente ai precetti costituzionali emerge già ormai come una terribile realtà.

    P.S. Si ribadisce come chi scrive sia vaccinato e titolare di green pass

  • Il primo vero fallimento del governo Draghi

    Trovarsi a un giorni all’introduzione della obbligatorietà del green pass con oltre quattro (4!!!) milioni di lavoratori senza vaccinazione (25% dell’Arma dei Carabinieri non vaccinati: 20.000 su 80.000) rappresenta il primo vero ed imbarazzante fallimento del governo Draghi ma soprattutto della sua pattuglia di “esperti ministri e consulenti”.

    Due problematiche sostanzialmente emergono evidenti. Il primo aspetto è relativo alla infantile illusione di convincere i milioni di non vaccinati ad affrontare la vaccinazione in prospettiva di una introduzione della obbligatorietà del Green Pass per accedere ai posti di lavoro. L’andamento delle vaccinazioni da settimane indica una progressiva diminuzione delle vaccinazioni presso i centri vaccinali, quindi anche l’effetto incentivante fornito dall’obbligatorietà del green pass risulta assolutamente fallimentare.

    Il secondo aspetto riguarda proprio le previsioni di una possibile mancata adesione completa alla vaccinazione ed è rappresentato dalla incapacità dello Stato di gestire milioni di persone non vaccinate attraverso delle strutture per l’utilizzo dei tamponi da 48 ore.

    In altre parole lo Stato da una parte doveva incentivare i vaccini e dall’altra attrezzarsi per dare la possibilità a chi non avesse intenzione di vaccinarsi di accedere ai tamponi non escludendo nessun lavoratore dal 15 di ottobre, allestendo quindi strutture adeguate. Perché va ricordato, ancora una volta, come il nostro Paese sia ancora all’interno di una terribile crisi economica, checché ne dica qualche sottomarca di ministro il quale vaneggia di boom economico.

    L’obiettivo principale dell’intera classe governativa, indipendentemente dalle diverse radici ideologiche dell’ampia quanto variegata maggioranza parlamentare doveva essere rappresentato quindi dalla capacità di assicurare la continuità produttiva ed economica.

    Invece, amaramente, si rileva come a poche ore si continui con la ridicola contrapposizione ideologica tra sì e no vax quando il sistema economico italiano rischia l’impasse.

    Una situazione determinata anche dalla volontà di evitare di adottare l’obbligatorietà del vaccino e quindi lo Stato di assumersi la piena responsabilità gestionale e civile, delegando il controllo relativo alla avvenuta vaccinazione (green pass) ai privati imprenditori economici.

    La sintesi di questi due aspetti ha determinato un errore decisamente clamoroso da attribuire alle deleghe che il Presidente del Consiglio ha affidato a dei componenti del governo decisamente imbarazzanti. Basti pensare al mondo dei virologi che aveva assicurato con la propria competenza specifica l’immunità di gregge con il raggiungimento della soglia dell’80% di vaccinati, ormai già ampiamente superata ma di immunità nemmeno l’ombra.

    Alla luce di tali problematiche e per evitare che anche questo governo possa venire risucchiato nella melassa della incompetenza di quelli precedenti la logica conseguenza dovrebbe vedere un avvicendamento nei Ministeri chiave e di figure politiche e di consulenti ormai ridicoli.

    Rappresenterebbe un errore capitale disperdere il patrimonio di credibilità internazionale che la Presidenza Draghi ancora oggi riesce ad assicurare nonostante alcuni componenti dello stesso governo e il detestabile e vergognoso comportamento dell’intera compagine politica della maggioranza.

  • La Supremazia democratica

    La democrazia comporta per sua stessa natura un costo “gestionale” rappresentato dal mantenimento dei principi ispiratori, evitando quindi di declinare in un posizione di forza dello Stato nei confronti dei cittadini in deroga agli stessi principi ispiratori. Questa consapevolezza è evidentemente sconosciuta a buona parte dei rappresentanti di quei partiti che troneggiano (con tutto il rispetto per i partecipanti alla trasmissione di Maria De Filippi) nel nostro Parlamento.

    La Supremazia democratica rappresenta l’essenza democratica e viene espressa anche attraverso un atteggiamento di sufficienza nei confronti degli avversari politici intenti a minarne i principi democratici (nello specifico dell’ultima manifestazione individuabili in comportamenti vietati dalle norme penali) approfittando degli spazi a loro garanzia assicurati dallo stesso sistema democratico in quanto tale.

    Nello specifico, al di là delle implicazioni penali alle quali giustamente dovranno rispondere i dirigenti di Forza Nuova ed eventuali simpatizzanti e complici dei disordini delle manifestazione a Roma, si chiede, anzi si pretende, ora lo scioglimento di Forza Nuova in virtù della legge Scelba, che vieta la ricostituzione del partito fascista, emanata successivamente alla seconda guerra mondiale e quindi dopo sessant’anni (60). Nel contesto attuale assume connotati molto più simili a un quadro normativo troppo incline alle interpretazioni e da aggiornare. Emerge evidente la necessità di evitare che questo quadro normativo si trasformi in una legge contro le opinioni opposte al sistema politico attuale ma sempre garantito dalla democrazia. A questo si aggiunga poi un aspetto paradossale rappresentato dallo spirito europeista spesso invocato da chi ora chiede lo scioglimento di Forza Nuova.

    A loro signori andrebbe ricordato come, si ripete se non fosse chiaro al di là delle responsabilità penali e civili esiste comunque un fattore politico e soggettivo in relazione all’attribuzione del carattere di ricostituzione del partito fascista nell’operato di questi gruppi. Non può assolutamente, infatti, essere sufficiente per tale identificazione utilizzare il parametro della “violenza squadrista” nelle proprie azioni in quanto la medesima tipologia di violenza si riscontra anche in gruppi estremisti di sinistra, come i centri sociali, che nessuno intende qualificare come fascisti pur adottando le medesime strategie squadriste. In più quest’ultimi riescono anche a ottenere un certa accondiscendenza da parte delle istituzioni, specialmente comunali.

    Quindi rimane incerto non tanto il perimetro normativo penale (la legge Scelba dopo 60 anni ormai è quasi una legge contro la libertà di opinione) utilizzato per indicare un partito fascista quanto i principi stessi ispiratori utilizzati dalla legge stessa: prova ne sia che lo stesso Luigi Einaudi, pur preoccupato della crescita di nemici interni al sistema Democratico, non ne approvò il contenuto e tantomeno l’introduzione.

    Infine l’ordinamento italiano ma soprattutto gli europeisti a corrente alternata non tengono in alcuna considerazione la storica decisione del Parlamento Europeo che ha equiparato il nazismo e il fascismo al comunismo con una votazione nel settembre 2019.

    Come logica conseguenza di questa decisione del Parlamento Europeo all’interno di una democrazia liberale sarebbe necessario ed auspicabile certo l’aumento delle conseguenze penali e patrimoniali per i responsabili dei danni causati durante le manifestazioni, siano questi di Forza Nuova o dei centri sociali, ma senza nessuna conseguenza “politica” come un possibile scioglimento.

    Contemporaneamente lo stesso sistema dovrebbe offrire prova di una consapevolezza e stabilità democratica permettendo la coesistenza al proprio interno di associazioni di opinione, ripeto di sola opinione, avverse al sistema stesso.

    In fondo nessuno ha mai contestato la libertà di opinione ai negazionisti dell’Olocausto come agli ideologi delle Brigate Rosse o dei movimenti eversivi di estrema destra.

    La storia e la consapevolezza democratica li hanno, infatti, ampiamente ridicolizzati In modo tale da relegarli a margine della stessa società, viceversa si contestano quando qualche istituzione statale offre degli spazi ai sostenitori di queste deliranti opinioni.

    Emerge evidente una volta di più come il nuovo millennio venga rappresentato da una classe politica e dirigente espressione di un delirio autoritario e sempre meno incline alla libertà di pensiero nelle sue articolate espressioni e votata, quindi, più al controllo ed alla repressione di quelle forme di pensiero non allineate (basti pensare al delirio oscurantista del politically correct).

    In ultima analisi emerge una volontà politica finalizzata alla limitazione delle opinioni e quindi espressione di fattore distintivo di ogni sistema autoritario.

    Le garanzie democratiche alla libertà di pensiero, invece, non possono essere soggette a norme penali che possano individuare “le opinioni vietate” relative ad uno specifico partito o associazione.

    Aveva assolutamente ragione Flaiano quando affermava come in Italia i fascisti fossero di due categorie: i fascisti dichiarati e gli antifascisti.

    Uno stato democratico si dimostra forte e superiore quando risulta è in grado di convivere con opinioni ed ideologie finalizzate alla distruzione della sua stessa esistenza. Tutto il resto è modesta ideologia, espressione di una classe politica convinta di coprire le proprie lacune democratiche con un approccio ideologico oscurantista ed autoritario.

  • I banchi rotanti di Arcuri vanno a fuoco e vanno tolti dalle scuola

    Più lunghi di quello che dovevano (74 centimetri e non 60) e non ignifughi. I banchi monoposto acquistati per le scuole sotto il governo Conte tornano a far discutere, insieme alla quarantena da adottare per gli studenti contagiati, con il ministero dell’Istruzione che attende le indicazioni di quello della Salute, auspicando che “le norme siamo omogenee per tutti gli istituti”.

    Ma la polemica è sui banchi a rotelle, realizzati dalla portoghese Nautilus che sottoscrisse due contratti durante la gestione Arcuri. “Centodiecimila banchi a rotelle comprati dal precedente governo e poi non utilizzati perché non in regola con le normative antincendio. Che vergogna! Qualcuno pagherà per questo scandalo? Perché gli altri partiti non vogliono la commissione di inchiesta sugli acquisti Covid? Intanto noi siamo sempre più orgogliosi di aver mandato a casa Conte e Arcuri. Con Draghi e Figliuolo abbiamo detto basta anche allo scandalo dei banchi a rotelle”, ha scritto su Fb il leader di Italia Viva Matteo Renzi.

    A rispondere alle polemiche è stato proprio l’ex commissario precisando che i nuovi banchi, “richiesti dal Ministero dell’Istruzione alla Struttura Commissariale, sono stati acquistati secondo regolari procedure di gara, verifiche, collaudi e consegnati a seguito di formale accettazione da parte dei dirigenti scolastici”. Arcuri ha fornito una serie di precisazioni per difendere il suo operato a partire dalle richieste arrivate dai dirigenti scolastici, che hanno riguardato 2.008.689 banchi di tipo tradizionale e 435.118 sedute innovative.

    “Il contratto dell’ex struttura del Commissario con l’azienda portoghese Nautilus per la fornitura di banchi tradizionali (e non a rotelle) prevedeva la consegna di 110.100 banchi (5% del totale di banchi acquistati). L’offerta – ha affermato Arcuri – come tutte le altre pervenute, è stata esaminata da una commissione composta per i 4/5 da membri esterni alla struttura commissariale (due dirigenti del Ministero dell’Istruzione e due indicati dal Comitato tecnico scientifico di cui un dirigente dell’Inail) che l’ha ritenuta in possesso dei requisiti previsti e il contratto è stato successivamente sottoscritto nell’agosto del 2020. Il 19 ottobre 2020 si è proceduto alla risoluzione del contratto con Nautilus per inadempienze e ritardi. A quella data, l’azienda aveva consegnato 37.000 banchi su 110.000 (1,5% del totale dei banchi richiesti), di cui 31.000 regolarmente accettati dai dirigenti scolastici”. Dunque “le contestazioni riguardavano solo 6.000 banchi, tutti sostituiti con prodotti poi regolarmente accettati. Alla data di cessazione dell’incarico della vecchia struttura commissariale erano, inoltre, già pervenuti i verbali di collaudo, firmati dai dirigenti scolastici, di 12.000 dei 31.000 banchi consegnati”.

    Arcuri ha sostenuto infine che, come da requisiti richiesti dal ministero dell’Istruzione, i banchi potevano avere due dimensioni quanto alla larghezza: 60 cm o 70 cm. “E sulla base delle indicazioni della Commissione, la struttura commissariale ha proceduto a concludere il contratto con l’azienda Nautilus, i cui prodotti erano stati giudicati idonei quanto a caratteristiche di qualità e dimensioni. La larghezza di tali banchi, infatti, che eccedeva di soli 5 cm quella richiesta dai dirigenti scolastici, era stata giudicata idonea dalla Commissione aggiudicatrice”.

  • Il pericoloso abbrivio antidemocratico

    Il mondo della comunicazione in questo periodo si spende con passione nel confronto ideologico tra le interpretazioni dei risultati delle elezioni amministrative di ottobre, nelle analisi di saluti romani ed ovviamente a proposito delle manifestazioni no green pass.

    Contemporaneamente, proprio venerdì 08.10.2021, a pagina due de Il Sole 24 Ore svettava un titolo che avrebbe dovuto suscitare i brividi ai garanti della democrazia a corrente alternata del mondo televisivo. Questo recitava così: “Il diritto alla Privacy cede il passo. Priorità alla lotta all’evasione”. Un diritto fondamentale come quello della libertà individuale, del quale la tutela della privacy ne rappresenta una propria estensione, per restare tale tanto nella definizione e nella sua articolata applicazione non può venire limitato a seconda del momento ed usato come strumento nel raggiungimento di un obiettivo politico o, peggio, ideologico.

    In altre parole, per combattere un reato definito da leggi ordinarie del codice penale si limitano i perimetri di garanzie costituzionali espressione dei principi della Carta Costituzionale.

    Nel nostro Paese, ormai, si stanno cedendo ancora oggi, nella più assoluta indifferenza, quote importanti dei diritti espressione di una seppur imperfetta democrazia: un processo cominciato a partire dal 2011 con il governo Monti, una vera sciagura sotto il profilo delle democrazia applicata al mondo della privacy dei correntisti, mentre i risultati economici vantati dal senatore a vita vanno interamente attributi all’allora Presidente della BCE Mario Draghi grazie all’acquisto al mercato secondario dei titoli del debito pubblico invenduti   che permise la discesa dello spread.

    Tornando alle garanzie Costituzionali, questo pericoloso declino democratico risulta ordito con l’obiettivo di creare nuovi orizzonti istituzionali ed ideologici espressione di una precisa fede politica antiliberale.

    Nello specifico, poi, dell’evasione fiscale (fenomeno conclamato quanto complesso) le fonti di questa ideologia politica risultano già ampiamente ridicolizzate da approfondite analisi di organi molto più competenti delle stesse segreterie di partito (https://www.cgiamestre.com/gli-sprechi-sono-il-doppio-dellevasione/).

    Tutto questo avviene quando ancora il nostro Paese non può dichiararsi uscito dall’emergenza sanitaria pandemica e di certo sta attraversando una drammatica crisi economica e sociale senza precedenti dal dopoguerra, nonostante un ministro continui a parlare di boom economico ottenendo solo la conferma di essere espressione egli stesso di una sottomarca di classe politica e governativa.

    La elementare consapevolezza del contesto drammatico, certificata dalla perdita di oltre un milione e centomila (1.100.000) posti di lavoro ai quali la ripresa di quest’anno porterà 490.000 nuovi contratti ma tutti a tempo determinato, avrebbe dovuto modificare le priorità di chi ha avuto ed ancora oggi detiene le redini del futuro del nostro Paese (10.01.2019 https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    La costante riduzione del perimento democratico degli ultimi anni riservata all’esercizio di diritti dei singoli cittadini si può immaginare come una strada in discesa con una fortissima pendenza nella quale ogni valore democratico viene sacrificato con estrema facilità grazie all’abbrivio favorito dalla discesa stessa.

    Viceversa la stessa definizione e riconquista delle medesime libertà risultano da sempre la difficile sintesi dell’impegno e del sacrificio di generazioni le quali hanno percorso la medesima strada in senso opposto, cioè IN SALITA.

    La storia, poi, insegna come ciascuna porzione di democrazia sacrificata in nome di una qualsiasi ideologia politica dominante oltre a vanificare il sacrificio delle precedenti generazioni, le quali in suo nome si sono battute, non sarà mai più recuperabile se non a costo di drammatici sacrifici politici ed umani.

  • Iva agevolata su spese veterinarie e alimentazione animale

    La riforma delle aliquote è nell’agenda di Palazzo Chigi e della Commissione Europea. Anche il Premier è un pet owner.

    (Cremona 7 ottobre 2021) – “Siamo fiduciosi che il Presidente del Consiglio Mario Draghi riesca a spostare la nostra IVA in fascia agevolata. Può essere davvero la volta buona”. Lo dichiara Marco Melosi, Presidente dell’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (ANMVI).

    Questo perché anche Mario Draghi possiede un cane? “Perché questo è il momento storico più favorevole- spiega Melosi- e perché sulle aliquote si muovono contemporaneamente sia il Governo Draghi che la Commissione Europea”.
    Da sempre i Medici Veterinari italiani chiedono l’aliquota agevolata (al 10%) sulle cure veterinarie e sugli alimenti per gli animali da compagnia (oggi su entrambi grava l’IVA del 22%). Adesso che l’Unione Europea e il Governo Draghi hanno avviato la revisione delle aliquote, si aprono nuove prospettive per una fiscalità più proporzionata ed equa.
    Essendo a sua volta proprietario di un cane, un bracco ungherese, il Presidente Draghi sarà più sensibile alla causa di milioni di proprietari? “I proprietari italiani conoscono ormai bene il concetto one health, sanno che curare gli animali è curare le persone. E sanno anche che alimentarsi è un bisogno primario anche per gli animali da compagnia, sia nelle case che nei rifugi. Lo ribadisco, l’ANMVI crede in questo contesto storico straordinario” – chiosa Melosi.

    Restano valide e attuali le argomentazioni della lettera aperta firmata nel 2020 da numerose sigle promotrici di un allineamento definitivo, al ribasso, delle aliquote IVA applicate al settore della salute e del benessere animale. Nel 2021 le stesse ragioni sono avvalorate dalla concomitante riforma europea delle aliquote alla quale si aggancerà la riforma fiscale italiana.

    Fonte: Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani

  • La logica fiscale

    Una delle riforme che l’Europa ci chiede per l’assegnazione dei finanziamenti del PNRR è relativa ad una riforma fiscale complessiva ed articolata che riguardi anche quella del catasto. L’obiettivo primario del governo in carica è ovviamente quello di ottenere i finanziamenti promessi dall’Unione Europea ma altrettanto importante sarebbe mostrare la medesima attenzione verso una reale riduzione del carico fiscale verso i contribuenti e le imprese. In questo contesto ricordare le condizioni attuali del sistema fiscale italiano può venire in aiuto.

    Nel 2020, in piena pandemia quindi, la pressione fiscale è aumentata dal 42,3 al 42,8% come espressione di una strategia economico-politica esattamente opposta rispetto a quella, per esempio, della Germania. Il governo di Angela Merkel ha diminuito l’Iva con l’obiettivo di fornire gli strumenti economici necessari per invertire il trend pandemico dell’economia. Da questo semplice confronto tra sistemi economici concorrenti (le due maggiori realtà manifatturiere europee) emerge chiaro come non si possa considerare sufficiente la rassicurazione di una riforma fiscale a somma zero per i contribuenti espressa dal governo in carica. Una riforma fiscale dovrebbe garantire, inoltre, una maggiore equità e, nello specifico del caso italiano, contemporaneamente ridurre la pressione complessiva in quanto il Total Tax rate italiano ha raggiunto l’insostenibile percentuale indicata al 59,9% (fonte Rapporto Payng Taxes 2020).

    Se l’obiettivo dichiarato della riforma del catasto è riuscire a fare emergere oltre un milione di immobili non accatastati ai quali applicare ovviamente una fiscalità, questa emersione dovrebbe quindi dimostrare delle conseguenze positive anche per i contribuenti oltre che per le finanze pubbliche. Partendo dal raggiungimento di questo obiettivo programmatico e lasciando invariati i saldi della pressione fiscale sugli immobili come all’art.7 “…Il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata” non verranno utilizzati per “…la determinazione della base imponibile dei tributi”

    Cosi viene rappresentato di per sé un aumento della pressione fiscale in quanto l’invarianza dei saldi a fronte di nuovi contribuenti, e quindi nuovo gettito, sarebbe raggiunta solo ed esclusivamente attraverso una contemporanea riduzione delle aliquote applicate. In più, la sola ipotesi di un aumento dell’Iva sui consumi energetici, quando andrebbero sostanzialmente diminuite le accise sui carburanti anche solo per attenuare l’ondata inflattiva, non depone a favore della filosofia adottata dal governo nella elaborazione della riforma fiscale.

    Rimodulare le aliquote sull’Irpef come la riduzione dell’Irap rappresentano un obiettivo importante ed assolutamente condivisibile esattamente quanto una prima ed ovviamente parziale riduzione della pressione complessiva.

    L’attenuazione dell’ormai insostenibile peso fiscale rappresenta l’unica strategia nell’immediato in grado di offrire un sostegno alla domanda interna e quindi un aiuto alla ripresa dei consumi “domestici” il cui effetto risulta ancora oggi ampiamente sottostimato all’interno di una crescita sostanziale di un’economia, anche in considerazione dell’andamento delle retribuzioni e di un possibile malefico ritorno del fiscal drag con l’avvio ormai conclamato di una stagione a forte reflazione. Emergendo nuovi contribuenti con la riforma del catasto e con la sempre promessa della lotta all’evasione, e quindi con un nuovo gettito, allora le dinamiche di una politica fiscale si riducono sostanzialmente a due. Lasciando invariate le aliquote il nuovo gettito si sommerà al precedente (1) determinando un ulteriore aumento della stessa pressione anche se a saldi costanti oppure si utilizzerà l’intero ammontare (2) delle nuove risorse fiscali per allentare la presa fiscale non solo per le aziende ma anche riducendo le tasse di consumo e fornire così, per la prima volta nella storia del nostro Paese, un sostegno alla domanda interna. Un fattore economico da sempre dimenticato anche se “sostenuto” da risibili lotterie degli scontrini o cash back degni più del gioco del Monopoli che di una politica economica di un paese serio.

    Non può esistere concettualmente una riforma fiscale a saldi invariati che non preveda l’abbassamento delle aliquote a fronte di un aumento delle risorse disponibili. Una questione di logica più che di matematica.

  • Chi paga l’inflazione

    Alla fine l’inflazione esogena* è arrivata con grande e malcelata soddisfazione da parte della classe politica e dirigente italiana. Di per se l’inflazione può divenire un indicatore di situazioni diverse tra loro. Un valore, infatti, attorno al +2-3% può esprimere un paese in crescita economia, quindi sintesi contemporanea di aumenti del Pil e dei consumi, e rappresenta un valore positivo certificando una crescita complessiva, non solo legata all’export.

    La medesima crescita del +2-3% di inflazione, ma in questo caso importazione, quindi legata l’andamento dei prezzi delle materie prime, dovrebbe indurre il governo in carica a tamponarne gli effetti attraverso un reale alleggerimento fiscale sia per l’utenza privata che per le imprese con l’obiettivo di evitare di deprimere consumi e crescita economica.

    L’aumento, Infatti, del solo valore nominale dei prodotti manifatturieri (come sintesi finale dell’impennata dei prezzi delle materie prime e di quelle energetiche a monte della filiera) e dei servizi migliora nel breve termine il rapporto con il debito pubblico. Non va in dimenticato, infatti, come il debito pubblico, indipendentemente dal contesto, continui la propria esplosione avendo raggiunto quota 2.727 miliardi di euro anche per effetto dei primi finanziamenti europei legati all’attuazione del PNRR. La previsione legata agli effetti dell’aumento dell’inflazione risulta quindi quella di passare, nel rapporto tra debito pubblico e PIL, da un recente 160% al 158/155% nel breve periodo.

    Da parecchi giorni, a dimostrazione di quanto detto, si nota come una parte degli esponenti del governo, spalleggiato da servili quotidiani, parli impropriamente di una “discesa del debito pubblico”, quando invece è in discesa il solo rapporto con il Pil.

    Dopo stagioni di crescita zero dei prezzi fino alla soglia della deflazione, “finalmente” la tanto agognata inflazione permette allo storytelling governativo di “testimoniare” l’esito positivo delle strategie governative e il proprio entusiasmo vantando una “riduzione” del debito pubblico quando invece si ottiene la riduzione del rapporto del debito sul PIL, in buona parte legata all’avvio dell’inflazione (3%)**.

    Ovviamente questo incremento del tasso di inflazione verrà interamente pagato dai cittadini in quanto a margine di una minima riduzione dell’incremento delle bollette elettriche e del gas attraverso una manovra fiscale rimangono assolutamente escluse da questi benefici fiscali ovviamente le medie e grandi imprese e quindi viene drasticamente ridotta la loro competitività. Ed ovviamente non si pensa assolutamente di ridurre le accise sui carburanti (scelta invece operata dal governo tedesco).

    In questo contesto una manovra fiscale con la riduzione del carico fiscale sull’utenza rappresenterebbe l’unico modo per mantenere invariato il potere d’acquisto.

    L’inflazione, infatti, rappresenta la perdita di potere d’acquisto e, di conseguenza, la possibilità di avere un incremento dei consumi il quale unito ad una crescita del PIL rappresenta l’unica forma di crescita economica.

    Uno scenario ancora molto lontano da quello raccontato dal ministro Brunetta il quale inneggia ad un nuovo boom economico semplicemente legato ad un aumento della produzione industriale (+7%???) e comunque già in discesa a settembre (-0,5%) il cui valore comunque è espressione della splendida versione export-oriented della manifattura italiana ma non certo una crescita sostanziale e complessiva del Paese.

    Alla fine come sempre, ancora una volta, i costi del maggior debito (2.727) verranno scaricati, anche attraverso l’artificio contabile che l’inflazione permette, interamente sui cittadini italiani con una sostanziale riduzione del loro potere di acquisto.

    Francamente, invece di incontrare Greta Thunberg, sarebbe molto meglio preoccuparsi degli effetti devastanti sul reddito disponibile che l’inflazione al 3% determinerà.

    (*) malefica perché di importazione e non espressione di una crescita economia e dei consumi

    (**) un maquillage contabile agognato anche dal ministro Padoan e v.ministro Calenda da sempre favorevoli all’aumento dell’Iva nei governi Renzi e Gentiloni

  • Patto sociale ma patti chiari e rispettati da tutti

    È indubitabile che con il governo Draghi si siano fatti grandi passi avanti, infatti l’Italia ha ripreso il giusto peso sia in Europa che nel mondo e questo dimostra che non era il Paese, il popolo italiano ad essere poco credibile ma poco credibile era il sistema della politica delle troppe parole e dei fatti confusi e contraddittori. Draghi sta offrendo a tutti, lavoratori, imprenditori, cittadini e forze politiche un patto sociale che richiami ciascuno alle proprie responsabilità sulla base di accordi condivisi per il bene dell’intera Italia. Siamo di fronte a riforme che sono necessarie non solo per avere ed utilizzare i fondi europei ma per rimettere l’economia al passo con le necessità sociali, per riportare la giustizia ad essere celere e certa, il fisco più equo, la sanità presente sul territorio e via discorrendo. Certo ci vorrà un po’ di tempo, nessuno ha la bacchetta magica ed occorre che l’intera macchina riprenda a funzionare in modo sinergico, dal parlamento al governo fino al più piccolo comune. La riforma della burocrazia sarà uno degli scogli più difficili anche perché eliminare le leggi inutili, semplificare il sistema senza sbavature e senza lasciare spiragli di incomprensione, utili a chi vuole fare affari sporchi, non è semplice. Saranno le parti politiche in grado di comprendere così come sembra abbiano intenzione di fare le parti sociali ed hanno in gran parte già fatto i cittadini? Saranno in grado per qualche tempo di mettere da parte le rivalità squisitamente elettorali e di facciata, le proposte che dividono, per seguire un percorso comune? Saranno cioè in grado di pensare agli italiani tutti prima che ai propri veri o presunti elettori, provando finalmente a ridare spazio alla politica, quella vera, quella che ormai da anni è stata abbandonata?

    Noi che da decenni scriviamo su questa testata che a ragione si chiama il Patto Sociale, noi che abbiamo sempre tentato di distinguere la notizia dal commento e cercato di comprendere, al di là delle apparenze, quello di cui effettivamente l’Italia e l’Europa avevano necessità crediamo che il Progetto di un vero patto sociale sia necessario pur nelle mille difficoltà che dovremo tutti affrontare per fare spazio al bene comune rispetto a quello individuale.

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