Governo

  • L’estinzione dell’uomo politico

    Qualche giorno fa Il Patto Sociale ha pubblicato un articolo di Anastasia Palli sulla drammatica estinzione degli elefanti. L’articolo mi ha portato a una considerazione politica riguardo all’estinzione, ormai arrivata alla quasi totalità, di politici ‘veri’. Parliamo di quelle persone che rispettano le istituzioni perché ne conoscono l’importanza e la dignità che queste rivestono per tutta la comunità, nazionale ed internazionale. Parliamo di quelle persone che, essendo fedeli ai propri obiettivi di partito, sanno comunque che gli interessi di parte non possono mai sopravanzare gli interessi comuni; parliamo di coloro che sanno che, in certi casi, la forma è sostanza e perciò rispettano, pur contrastandoli quando necessario, gli avversari, rispettano sia le diverse religioni, quando queste non ledono i più elementari diritti umani, che la laicità dello Stato e cioè la conquista della divisione tra il potere spirituale e le leggi che governano un Paese o un’associazione di Paesi. 

    Quasi estinta è quella categoria di politici che, pur con tutti i loro difetti, compresi quelli che hanno portato alla fine della Prima Repubblica, sapevano che per governare occorreva cultura, conoscenza delle istituzioni e dei reali problemi del Paese, consapevolezza di quello che si poteva promettere e realizzare e coscienza di quello che era solo un programma elettorale e cioè una serie di promesse senza futuro.

    Ripensando alle tribune stampa, dove giornalisti seri facevano domande scomode ai Berlinguer o agli Almirante e dove cittadini attenti, da casa, capivano e di conseguenza sceglievano, non possiamo che rammaricarci di quanto, contestualmente, la politica, quella con la P maiuscola, è diventata insieme all’informazione l’arte dell’intrattenere se non addirittura l’arte di giocare con i sentimenti e i bisogni. Siamo in un’epoca nella quale l’informazione è sempre più pronta alla piaggeria e alla fake news piuttosto che a informare correttamente l’opinione pubblica su quanto effettivamente avviene, al di là di boutade e tweet. 

    L’estinzione dell’‘animale politico’  non riguarda solo l’Italia, ma larga parte del mondo e questo rende le popolazioni sempre più inquiete e disabituate all’esercizio dei propri diritti costituzionali, la conseguenza è che l’astensionismo è in continuo aumento, nessuno si fida più di nessuno. Se da un lato la capacità degli elettori di cambiare la loro scelta politica è un segno di maturità democratica, quando questo avviene all’interno di una democrazia compiuta, il cambio repentino di bandiera, al quale assistiamo da qualche tempo, è la palese dimostrazione di una delusione costante del corpo elettorale rispetto alle proposte elettorali.

    Lasciamo ai tanti commentatori esercitarsi sui perché e i per come dell’attuale crisi di governo italiana. Il problema è più profondo delle vere o presunte motivazioni che hanno mosso i protagonisti di questa nuova pagina ma è evidente che non si potrà uscire né dalla crisi attuale né da quelle future se non si rinsalderanno i principi che sono alla base della democrazia e del sistema parlamentare. 

    Chiunque domani avrà responsabilità di governo, anche sulla scorta delle esperienze di questi anni, si ricordi che arroganza, delirio di onnipotenza o la convinzione di essere ispirati dal ‘divino’ non servono né al Paese né, alla lunga, alla loro personale causa. Governare significa mettersi al servizio del Paese e non pensare che il Paese debba essere convinto a seguirti facendo appello alle paure ed alle rabbie che si nascondono in ciascuno. Governare è servire, non farsi servire, non è utilizzare il consenso per la propria parte ma sentirsi responsabili di tutti, cancellando la distorta certezza di possedere, da soli, la verità rivelata, la ricetta magica. 

    Per governare occorre anche cultura, cultura politica, istituzionale, conoscenza delle realtà geopolitiche, rispetto del prossimo e almeno un filo di umiltà per essere capaci di comprendere, analizzare e solo poi decidere.

  • I Giochi olimpici di Cortina 2026 e la Guerra al Cio

    Sono passati pochi mesi dall’assegnazione alla località ampezzana ed al capoluogo lombardo dei prossimi giochi Olimpici invernali del 2026. Ero convinto, a torto, che la decisione del governo in carica di attribuire a Sport & Salute (sostanzialmente una sovrastruttura politica inserita nel Coni) la gestione della spesa complessiva dello stesso CONI avrebbe influito negativamente nell’assegnazione della sede delle Olimpiadi invernali 2026.

    Ora  la Lombardia, ed in minima parte il Veneto, avranno il compito di organizzare questo evento sportivo di respiro assolutamente mondiale mentre il governo non si rende ancora conto dell’errore commesso e soprattutto degli effetti disastrosi che potrebbe causare all’intero movimento sportivo Italiano (https://www.ilpattosociale.it/2019/06/27/olimpiadi-2026-cortina-e-milano-dal-giusto-entusiasmo-allimbarazzante-sedici-a-tre/).

    L’assegnazione delle Olimpiadi 2026 non ha comportato, infatti, alcun ravvedimento del governo il quale procede in questa direzione, quella cioè del controllo da parte dell’esecutivo in carica dell’attività finanziaria del CONI.

    Una scelta scellerata dettata dall’incompetenza più assoluta in quanto i principi fondamentali del Cio  stabiliscono l’assoluta distinzione tra Coni (ente sportivo) e gli organi politici governativi al fine di  garantirne l’indipendenza. Il Cio, infatti, con assoluta puntualità e durezza ha contestato questa riforma in sei punti minacciando non solo la  partecipazione alle olimpiadi di Tokyo, ma anche rimettendo in dubbio, come estrema ratio,  l’assegnazione delle Olimpiadi invernali di Cortina e Milano 2026.

    Ancora una volta gli organi governativi italiani nazionali e regionali hanno dimostrato una arroganza e soprattutto una mancanza di considerazione per le conseguenze di queste scellerate  decisioni politiche. Illudendosi, tra l’altro, che una volta assegnata la sede dei prossimi giochi olimpici invernali l’attenzione del Cio verso questo progetto  potesse in qualche modo diminuire. Questo contesto nel quale l’intero sistema dello sport italiano si viene a trovare è attribuibile alla sostanziale incompetenza e dal desiderio di rivalsa nei confronti del Presidente del CONI Malagò da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio  Giorgetti, il vero ideatore di questa riforma (alla quale ovviamente Zaia si è associato) affiancato dal “prezioso” apporto dell’ on. Valente dei 5 Stelle.

    Quindi, a causa di questa sete di vendetta unita al  desiderio di trovare nuove forme di potere, oltre ai duecento nuovi posti da assegnare ai propri protetti, e attraverso questa sciagurata riforma (assieme alla gestione del credito, le vere due forme di potere in Italia) si  vuole porre la spesa, una volta attribuita al CONI, sotto il controllo del governo e del Ministero dell’Economia.Una riforma  contraria ai principi del Cio i quali stabiliscono la assoluta separazione tra potere politico ed esecutivo con la gestione delle attività sportive.

    Questa volontà e desiderio di controllo politico sul Coni  e sulla sua spesa dimostra solo il delirio di onnipotenza di determinati personaggi politici, espressione e al tempo stesso sintesi dell’incompetenza oltre che della presunzione assoluta tale da non valutare gli effetti delle proprie scelte per il Paese intero.

    Ancora una volta si rischia il totale isolamento nel contesto del movimento sportivo mondiale per aver seguito il delirio di onnipotenza di due incompetenti assetati di potere e visibilità giunti ad una posizione di potere.

    “Sono dei piccoli uomini coloro che utilizzano lo Stato per vendette e piccoli vantaggi personali insensibili ai danni per la collettività…molto piccoli…”

  • Palcoscenico salvato

    Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.

    William Shakespeare; “Il mercante di Venezia”

    Per la prima volta dopo più di un anno, da quando cioè, in seguito ad un abusivo ordine governativo, il Teatro Nazionale è stato chiuso, sabato scorso è ripresa l’attività artistica. Sul palcoscenico di una sala pulita e messa in ordine poco prima che iniziasse lo spettacolo dai cittadini che ogni sera si radunano sulla piazzetta del Teatro è salito un attore che ha recitato un monodramma. La scelta non è stata casuale, visto il suo contenuto molto attuale e significativo. È stata una sfida diretta al primo ministro. Una sfida alla sua arroganza, istituzionale e personale, nonché al suo operato peccaminoso. Una sfida diretta a lui che, da tanti anni, ha fatto di tutto per demolire quell’edificio con la scusa di essere impraticabile perché pericolante e non adatto a spettacoli teatrali, perché non soddisfaceva i parametri tecnici richiesti. Sabato scorso si è dimostrato, tra l’altro, che quella sala rimane tuttora una delle migliori in Albania, anche per la sua acustica, nonostante le continue bugie denigratorie del primo ministro, dei suoi sottomessi e della frenetica propaganda governativa. E nonostante lo avessero volutamente trascurato come edificio, in modo che degradasse con il tempo per poi giustificare la demolizione. Quanto è accaduto sabato scorso, 27 luglio, in quella sala, ha dimostrato il contrario. La sala riempita di spettatori, molti dei quali anche in piedi, è stata la migliore risposta all’occulto e abusivo progetto personale di lunga data del primo ministro per distruggere quell’edificio e poi costruire delle torri in cemento armato nel pieno centro di Tirana. I cittadini hanno finalmente capito tutto e sono veramente indignati. Ragion per cui prima che iniziasse la recitazione di sabato scorso sul palcoscenico del Teatro Nazionale tutti gli spettatori in coro hanno cominciato a gridare “Teatro, Teatro” e “Abbasso la dittatura!”.Tutto ciò dopo che per tutto mercoledì scorso, fino a sera tardi, i cittadini e gli artisti non hanno permesso il compimento di un atto vergognoso e pericoloso, cominciato lo stesso giorno, di prima mattina. Atto che dovevano portare a compimento le ingenti forze speciali della polizia di Stato che avevano circondato l’area intorno al Teatro Nazionale. Come se si trattasse di un allarme di elevato pericolo derivante da attacchi terroristici. Invece no. Hanno circondato l’area, ben intenzionati ad agevolare lo svuotamento dell’edificio del Teatro Nazionale. Per poi portare finalmente al compimento il diabolico, corruttivo e scandalistico progetto del primo ministro. Proprio quel progetto ideato vent’anni fa, quando lui era ministro della cultura. Da allora quel progetto è diventato una sua idea fissa ma mai realizzata, grazie soprattutto alle diverse proteste e le contestazioni degli artisti e dei cittadini agli inizi degli anni 2000. Ma da allora le ragioni che hanno sempre spinto il primo ministro a voler realizzare quell’osceno delitto urbanistico sono aumentate. Ed è aumentato enormemente anche il suo potere decisionale. Perché ormai lui controlla quasi tutto, diventando così un autocrate che sta portando l’Albania verso un nuovo regime. Una nuova dittatura gestita da lui, in stretta alleanza con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti. Ormai ci sono molto fondate e convincenti ragioni per credere che il progetto di demolire il Teatro Nazionale e poi costruire, al suo posto, dei grattacieli in pienissimo centro della capitale, non è prima di tutto una scelta architettonica. È bensì una scelta che permetterebbe il riciclaggio del denaro sporco. Si tratterebbe di miliardi di euro, provenienti dai traffici illeciti delle droghe e altre attività criminali e di corruzione.

    All’inizio di giugno dell’anno scorso, per portare a compimento il progetto, in Parlamento è stata approvata una legge speciale, solo con i voti della maggioranza governativa. Proprio quella legge che doveva permettere l’attuazione del sopracitato progetto abusivo, clientelistico e corruttivo del primo ministro. Una legge in palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore, ma che non poteva essere contestata più presso la Corte Costituzionale, semplicemente perché quella Corte non funzionava più. E non per caso, come è stato dimostrato chiaramente da circa due anni ormai, in tante altre occasioni. Una legge che non è stata mai decretata dal presidente della Repubblica e che viola anche le normative europee, essendo l’Albania un paese che ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione europea. Ma per garantire la riuscita di quella diabolica impresa e scavalcare i tanti palesi e insormontabili ostacoli legali, hanno trovato la soluzione tramite la legge speciale. Proprio di quel tipo di leggi che, come prevede la Costituzione, si adoperano soltanto in casi eccezionali, come conflitti armati, invasioni e altre determinate e previste emergenze. Mentre fare una legge speciale per la demolizione del Teatro Nazionale e passare tutta l’area ad un privato prescelto dal primo ministro, per poi costruire dei grattacieli, era tutt’altro che un caso eccezionale e/o un’emergenza! Era però chiaramente una legge che permetteva di prendere due piccioni con una fava. Prima si garantiva il riciclaggio di enormi quantità di denaro sporco da investire in edilizia e poi si garantivano, a lungo andare, “puliti” guadagni, altrettanto enormi, dai ricavati delle attività svolte in quegli edifici. Intanto la misera scusa del primo ministro e dei suoi ubbidienti sostenitori pubblici riguardo la mancanza dei fondi pubblici per finanziare la ricostruzione dell’edificio del Teatro Nazionale fa ridere anche i polli in Albania. Di tutto ciò il lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese, dal giugno 2018 in poi (Patto Sociale n. 316, 361 ecc,). Durante questi ultimi giorni anche i media internazionali stanno rapportando con professionalità su quanto sta accadendo. Nel frattempo però, nessuno dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania si è reso conto di tutto ciò. Sono gli stessi che, in simili casi gravi, non vedono, non sentono e non capiscono niente. Chissà perché?! Intanto, il 24 luglio scorso, i rappresentanti dell’Alleanza per la difesa del Teatro hanno scritto una lettera al Parlamento europeo, informando su quanto stava accadendo quel mercoledì. Con quella lettera si chiedeva urgentemente, a chi di dovere, “l’appoggio politico, istituzionale, morale ed umano” affinché “questo progetto culturicida del governo albanese venisse fermato prima che fosse tardi’.

    Il 17 giugno scorso, trattando quanto stava succedendo da un anno con la protesta in difesa del Teatro Nazionale, l’autore di queste righe scriveva che in tutto ciò si doveva tanto alle anime nobili dei semplici cittadini e di alcuni artisti e registi. Dopo mercoledì della scorsa settimana ancora di più. Egli continua ad essere convinto anche che quanto accade ogni sera sulla piazzetta del Teatro è la metafora di quello che accade realmente e quotidianamente in Albania.

    Chi scrive queste righe esprime la sua profonda soddisfazione perché, per l’ennesima volta e grazie alla resistenza consapevole dei cittadini e di quegli artisti che non hanno venduto l’anima e la dignità umana e professionale, il palcoscenico del Teatro Nazionale è stato di nuovo salvato. Ed è convinto che, come scriveva Shakespeare, il mondo continuerà ad essere considerato come un palcoscenico, dove ognuno deve recitare la sua parte. Ognuno, senza eccezione alcuna.

  • L’inflazione desiderata

    L’annuncio del prossimo quantitative easing alla fine del proprio mandato rappresenta la migliore eredità del presidente della BCE Mario Draghi per legare e condizionare i primi mesi di attività del nuovo presidente Christine Lagarde. Sono invece piuttosto incerti gli obbiettivi e i possibili risultati  della seconda iniezione di liquidità voluta dalla BCE.

    Dal 2015 ad oggi il quantitative easing ha rappresentato sostanzialmente “una sospensione dalla realtà” nella valutazione della sostenibilità del rapporto debito pubblico PIL e la spesa pubblica (in continua progressione) della quale hanno beneficiato soprattutto i governi Renzi e Gentiloni. Questi, infatti, pur usufruendo di continue diminuzioni dello spread, con la conseguente riduzione dei tassi di interesse che hanno presentato una condizione unica dal dopoguerra ad oggi  per la riduzione del debito, hanno continuato, invece, ad aumentare la spesa pubblica in modo dissennato. Ne è prova il fatto che la  crescita del PIL dal 2015 al 2018 è sempre percentualmente inferiore alla crescita del debito e al tasso d’inflazione il cui  differenziale si è manifestato attraverso una riduzione del potere d’acquisto e, di  conseguenza, dei consumi.

    Tornando all’attualità del 2019 e al governo Conte, la Confesercenti ha rilevato come verranno meno  durante l’anno in corso oltre  un miliardo di consumi con una diminuzione del -0,4%, mantenendo quindi lo stato di deflazione. Questo secondo quantitative easing, tuttavia, si pone l’obiettivo di aumentare l’inflazione da sempre desiderato al  2% che rappresenta un livello auspicabile, ma solo e quando questa risulti essere espressione di un aumento della domanda.

    Nonostante ciò si ricerca ancora una volta questa inflazione da parte della BCE (il cui ruolo istituzionale sarebbe quello di combatterla) perché alleggerirebbe il rapporto debito/PIL nel breve periodo grazie ad una crescita nominale del PIL stesso. Una visione esclusivamente monetaristica e utilitaristica e di brevissimo respiro in quanto ad ogni rinegoziazione del debito l’inflazione verrebbe trasferita anche ai costi del servizio al debito stesso. In più questa tipologia di politica monetaria finalizzata all’aumento della semplice liquidità presenta una gravissima mancanza di valutazione relativa alla nuova strutturazione del mercato globale anche sotto il profilo finanziario. Nel mondo globale le politiche monetarie anche se continentali (BCE) sortiscono un brevissimo effetto e per altro molto limitato ma l’eccesso di liquidità porta una depatrimonializzazione degli stessi risparmi privati  (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    A questo si aggiunga come lo stesso aumento dell’inflazione da troppi anni sia espressione in Italia del semplice aumento della pressione fiscale e delle accise (come non ricordare la favorevole posizione all’aumento  dell’IVA finalizzata alla crescita dell’inflazione della ex ministro Padoan). A questa infrazione interna legata alla pressione fiscale si aggiunga quella perversa d’importazione legata alle quotazioni delle materie prime, in particolare del petrolio e  suoi derivati. Nel 2013 ebbi l’ardire di scrivere come il mondo sarebbe cambiato quando gli Stati Uniti avrebbero raggiunto l’indipendenza energetica.

    Da allora ad oggi gli Stati Uniti sono passati da primo importatore di petrolio a rappresentare il primo produttore ed esportatore di petrolio grazie agli investimenti dello Shale oil e shale gas.

    L’alleanza stretta successivamente con l’Arabia Saudita (prima nazione per riserve petrolifere) e con la Russia ha posto le condizioni internazionali perché la quotazione del petrolio si mantenga tra i 60 e i 70 dollari. Una forchetta di quotazione che garantisca alle aziende estrattive statunitensi una buona redditività  e non risulti penalizzante per i consumatori e le imprese. In questo modo risulta neutralizzato il potere dell’Opec che con il  continuo aumento dei prezzi del petrolio per anni ha rappresentato il cappio al collo alle imprese italiane e dello sviluppo mondiale.

    All’interno di un mercato globale nel quale la concorrenza determina un forte livellamento sia del prezzo al consumo quanto dei margini aziendali la politica monetaria consentirebbe di raggiungere un aumento dell’inflazione e di un miglioramento del rapporto debito/Pil della durata massima di sei  mesi. In questo modo viene evitato il problema di affrontare i veri nodi della mancanza di una crescita e di conseguenza di un reale aumento dell’inflazione da domanda la quale può essere ottenuta attraverso una riconversione della spesa pubblica ed un progressivo abbassamento delle aliquote fiscali  e della loro progressività.

    In altre parole, l’ottima eredità lasciata dal presidente Mario Draghi attraverso l’annuncio del prossimo quantitative easing di cui beneficeranno i governi in carica lascerà invariata la dinamica dei problemi italiani che vengono determinati essenzialmente da due fattori responsabili della stagnazione italiana: la spesa pubblica, con la sua costante e progressiva crescita di quella improduttiva, e la gestione del credito, cioè il sistema bancario che da anni ha abbandonato la propria missione istituzionale.

    In un simile contesto la “sospensione dalla realtà” nella valutazione dei parametri fondamentali dell’economia italiana che il Q.E. ci regala per un altro periodo potrebbe dimostrarsi il colpo finale alla nostra credibilità.

  • Achtung Binational Babies: il modello tedesco di Bibbiano

    Le recenti inchieste della magistratura relative ai casi di bambini strappati ai propri genitori per futili motivi, spesso con l’impiego delle forze di polizia, hanno svelato un modo di procedere che pare degno di una feroce dittatura e hanno reso visibile la punta dell’iceberg del mondo del business sui bambini. E’ la diffusa realtà in cui il bambino si trasforma in merce di scambio e fonte di guadagno, finalità spacciata però come “protezione” e “interesse superiore del minore”. Si tratta dello stesso “interesse del minore” al centro di numerose convenzioni internazionali, regolamenti europei e leggi nostrane. Si tratta di un concetto talmente vago e soggettivo, che l’ho definito, ormai da una decina d’anni, una sorta di scatola vuota nella quale i personaggi coinvolti, poiché dotati di poteri più o meno estesi, e comunque di gran lunga più incisivi rispetto a quelli riconosciuti ai genitori, possono mettervi ciò che vogliono e impossessarsi così della “merce bambino”, proclamando di volerlo proteggere e di voler perseguire gli interessi del piccolo.

    Adesso anche l’opinione pubblica inizia a scoprire che nulla è come sembra. Emergono metodologie ben note a chi è impegnato da tanti anni nella difesa (vera!) dei bambini, ma che per troppo tempo non sono state e ancora oggi non vengono completamente rese note all’opinione pubblica. Servizi sociali che relazionano sulla condizione abitativa di famiglie alle quali non hanno mai fatto visita, psicologi che procedono all’ascolto dei bambini senza registrazione, manipolano i bambini e solo a manipolazione conclusa passano all’ascolto in modalità registrata, in sostanza costruendo di sana pianta le prove contro i genitori e distruggendo la psiche di bambini innocenti. Operatori delle case famiglia che raccontano bugie ai bambini, nascondendo lettere e regali per far credere loro di essere stati abbandonati. Ricatti, cioè confessioni estorte di fatti mai accaduti in cambio di un incontro, che mai avrà luogo, con la mamma o il papà. Ricorso a psicofarmaci, spesso ancora in fase sperimentale e dei quali dunque non si conoscono conseguenze ed effetti collaterali, per i più ribelli. E’ orribile tutto ciò, ma non è tutto. Quando si è deciso di passare dalla protezione del bambino da pericoli concreti, come quelli rappresentati da genitori violenti o che costringono i figli a rubare o prostituirsi, alla protezione da pericoli impalpabili, come la mancata o insufficiente “capacità genitoriale”, si è aperta la porta del business dei bambini. Cioè quando l’accusa di abusi passa dall’ambito fisico a quello psicologico privo di riscontri oggettivi, si passa in realtà da qualcosa che si può provare, a ciò che è profondamente soggettivo e pertanto opinabile. L’opinione che conta di meno è sempre quella dei genitori. Ma non cerchino i tribunali di scaricare tutta la responsabilità sugli assistenti sociali. La responsabilità maggior è del giudice, perché è lui che emette ordinanze e decreti, è lui che alla fine toglie ai genitori i diritti sui propri figli. E’ lui che, in nome del popolo italiano, manda in carcere genitori innocenti. Certamente non tutti i giudici hanno agito e agiscono in questo modo, ma se anche uno solo lo ha fatto, è uno di troppo.

    Le tecniche usate, fin qui riassunte non sono un’invenzione degli operatori ora all’onore delle cronache. Ascoltate cosa affermava Federica Anghinolfi, una degli indagati nell’inchiesta Angeli e Demoni, già Responsabile del Distretto Unione Comuni Val D’Enza nel Servizio Integrato ai Minori:

    https://www.youtube.com/watch?v=ENIS9udm6yg&feature=share&fbclid=IwAR3SJnfCsRaqAJ0Fc1fz_m7WjwVGNnWil-vllOCN4_slzAw_y5fsmelEK4c&app=desktop

    Ci diceva che la richiesta di famiglie affidatarie è maggiore dell’offerta e che pertanto vengono organizzate campagne provinciali alla ricerca di famiglie affidatarie. Esattamente come in Germania, dove gli affidatari vengono cercati con gli annunci sui giornali e dove si fanno previsioni annuali sul numero sempre crescente di bambini che verranno sottratti ai genitori. E’ la stessa Anghinolfi che cita la Germania come modello e quale paese trainante nel sostenere la bontà dell’affido di bambini a coppie omosessuali e si rifà a studi tedeschi risalenti agli anni ’70. In effetti in Germania si è iniziato negli anni ’70 a sperimentare in questo campo. E’ appunto degli anni ’70 l’esperimento del pedagogo e sociologo Helmut Kentler che favorì gli abusi sessuali su bambini e ragazzi, in quanto riteneva fosse necessario affidare questi minorenni a pedofili recidivi. Egli sosteneva che tali padri affidatari si sarebbero occupati al meglio dei bambini. Il fatto che inoltre li costringessero ad avere con loro dei rapporti sessuali non era certo un impedimento, secondo Kentler. Questo suo esperimento fu sostenuto e finanziato dallo Jugendamt di Berlino, cioè dalla Amministrazione per la Gioventù tedesca che detiene poteri cento volte maggiori di quelli dei servizi sociali e che, per legge, detta al giudice la sentenza da emettere. Se infatti ci si scandalizza – a ragione – dei 30-50.000 bambini sottratti in Italia ai genitori, sarà bene riflettere sui 70-80.000 bambini che invece annualmente vengono sottratti in Germania ai genitori. Di questi bambini sottratti il 72% ha almeno un genitore di origine straniera, stando alle informazioni fornite dal Ministero tedesco. Facendo una rapida addizione, ci si rende conto che in Germania, solo negli ultimi anni sono stati sottratti ai genitori quasi mezzo milione di bambini e tra di essi quasi tre quarti non sono interamente tedeschi, cioè moltissimi sono Italiani (la Germania è la prima meta dei nostri concittadini espatriati). Sono quegli Italiani che non rientrano in nessuna statistica, che sono solo merce per il sistema tedesco, e sono tragicamente inesistenti per lo Stato italiano che preferisce non sapere. Sono bambini al macello. Dunque attenzione a pensare che lo scandalo rivelato dall’inchiesta Angeli e Demoni sia una vergogna tutta italiana. Il modello applicato in quelle sottrazioni illecite viene d’Oltralpe e da lì si sta diffondendo in tutta Europa. Quello che è stato scoperto in Italia ha portato ad inchieste ed arresti, le stesse modalità in Germania sono perfettamente legali. E’ il corposo codice sociale tedesco ad attribuire allo Jugendamt (Amministrazione per la Gioventù) poteri quasi illimitati. Lo Jugendamt interviene per legge in ogni procedimento minorile in qualità, non di consulente del giudice, bensì come parte in casa, cioè come terzo genitore. Lo Jugendamt può presentare appello in proprio della decisione del giudice. Agisce come agenzia per il lavoro, erogando sussidi ed andando a riscuotere, anche all’estero, cioè a casa nostra, il pagamento di somme per gli alimenti che lui stesso ha stabilito. E’ responsabile dell’esecuzione delle sentenze che ovviamente e in tutta legalità non esegue, se non gli aggradano. E’ autorizzato dalla Legge a mentire in tribunale (§162 FamFG). Svolge funzioni dell’ufficio anagrafe, conservando il registro degli affidi. E’ guardiano e garante del tasso di natalità in Germania che fa aumentare, impedendo ad ogni bambino, anche straniero, di lasciare la giurisdizione tedesca, mentre fa in modo che in caso di separazione i bambini vengano sempre affidati al genitore tedesco. In Germania gli Jugendamt sono 700 e dispongono di un budget annuale di 35 miliardi (dati del Ministero tedesco). Sono lo strumento di disgregazione familiare con il quale trasformare i bambini in esseri sottomessi, ubbidienti e mercificati, da spostare in base alle esigenze economiche. Sono il modello invocato da Bibbiano, ma anche il punto di arrivo che si pongono ormai troppi Tribunali italiani (in riferimento a Milano, vedi: https://www.youtube.com/watch?v=i3-yTUhcI5Q&t=24s ).

    Persino le goffe giustificazioni di Gloria Soavi, presidente del Cismai (Coordinamento italiano dei Servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’Infanzia), del quale erano associati gli operatori legati a “Hansel e Gretel”, oggi indagati, sono identiche a quelle invocate dai deputati tedeschi nel giustificare le azioni orribili dello Jugendamt: “tra i tanti fascicoli trattati, è ammissibile che si sia verificato qualche errore, ma il sistema è perfetto”:

    https://www.avvenire.it/attualita/pagine/errori-gravi-ma-noi-siamo-diversi?fbclid=IwAR3Kj43byFUyr8KXMHPLZd0kVsdV5tgzyoc4VEIIGryCjinfRwYzM9W5E1k

    Quanto accaduto a Bibbiano non va dunque considerato solo come il vergognoso scandalo di un sistema uscito dai binari. Al contrario quel sistema sta nella corsia principale di una autostrada che già troppe autorità hanno deciso di percorrere e verrà presto esportato e applicato in tutta Europa. Riteniamo che vada fermato e per farlo è imprescindibile avvalersi della competenza di chi ha già vissuto, all’estero, la realtà che attende l’Italia tra qualche anno.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Dai governi balneari alle tregue balneari del governo

    Un tempo c’erano i governi balneari, duravano poco, erano pasticciati, facevano errori, ma sembravano governare, oggi ci sono le tregue balneari all’interno dello stesso governo che dichiara molto, è in continua
    conflittualità, sembra continuamente spaccarsi  ed ogni volta ritrova una tregua che dura qualche ora. Poi si ricomincia da capo tra insulti, minacce e tregue. Il problema è che questo governo non governa, non risolve i nodi né economici né sociali, non ha autorevolezza nei consessi internazionali e neppure europei, non ha risolto né progetta di risolvere i problemi più urgenti, parole, promesse, dichiarazioni sui Social e tutto finisce lì. I 5 Stelle non hanno una linea politica, Conte cerca di rappresentare le Istituzioni ma non ha la forza e neppure l’esperienza e le solidarietà necessarie, Salvini parla di coerenza ma sembra abbia mentito, inutilmente e spudoratamente, sulla presenza di Savoini ad incontri hai quali solo chi era autorizzato e conosciuto poteva partecipare. Un tempo si sarebbe detto dilettanti allo sbaraglio ma la realtà è che l’intera politica italiana è affidata a dilettanti o incapaci, dalla maggioranza alle opposizioni tutti ripetono slogan, rispondono con polemiche alle polemiche altrui, tutti cercano un’idea ma sono privi di conoscenza della realtà e della capacità di analizzarla e di elaborare, trovare soluzioni. Certo anche il panorama intorno
    non dà buona immagine, dal Regno Unito all’America Latina, dalla Corea del Nord al Medio Oriente, dagli Stati Uniti alla Libia il panorama rende scettici sulla qualità e capacità di chi è stato chiamato a governare.
    Comunque due errori, o più errori, non fanno mai una ragione e, per occuparci di casa nostra, quello che sta avvenendo in Italia dimostra che il Paese per stare male in ogni caso può fare a meno di un governo che non c’è, di sindacati fantasma e di una magistratura che annienta, nel mal costume, il sacrificio di tanti magistrati che lavorano per la giustizia e che sono morti nell’adempimento del loro dovere. La società civile? Mai come in questo momento è risultata assente, quando non incivile, mentre i mezzi di informazione o si inchinano al comandante del vapore o si impancano in battaglie faziose, spesso utilizzando notizie false o negando la stessa realtà.
    Disperare è normale ma siamo caparbiamente convinti che i nostri concittadini meritino di più, che l’Italia sia un grande paese, una grande nazione con un grande popolo che aspetta di potersi risvegliare dall’ottundimento procurato dalle promesse false e dagli incubi che, in ormai diversi anni, si sono succeduti,
    ma non si può aspettare il messia, non si può aspettare che altri facciano quello che, almeno in minima parte, compete a ciascuno di noi e cioè alzare la testa, non farci abbindolare dalle parole ad effetto, sapere dire basta alle promesse false, chiedere quanto ci spetta, difendere la democrazia e la libertà. Nessuno combatterà al nostro posto, o lo faremo noi, come individui e poi come collettività, o non ci sarà quel futuro che una gran parte di noi si è guadagnato e che vorremmo trasmettere alle future generazioni.

  • Il camouflage fiscale degli ultimi governi

    Da oltre trent’anni il tema dell’evasione fiscale ha rappresentato la giustificazione classica per coprire le inefficienze nella gestione della spesa pubblica e contemporaneamente i risibili risultati delle ridicole politiche di sviluppo finanziate (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Di fatto questa tattica comunicativa ha permesso, in particolare agli ultimi governi Renzi/Gentiloni e Conte/Salvini, di operare delle scelte fiscali indegne se paragonate alla tanto agognata “giustizia fiscale” accomunata alla altrettanto  dichiarata “diminuzione della pressione fiscale”. Obiettivi che sicuramente rappresentano ancora oggi l’unica via per una politica di sviluppo e di sostegno alla domanda interna per i contribuenti italiani. Il governo Renzi, “ottimamente coadiuvato” dai dott. Padoan e Calenda, ha adottato come espressione della propria politica fiscale il concetto di contributo fiscale fisso di 100.000 euro per tutte le persone che residenti all’estero volessero porre il proprio domicilio fiscale in Italia. Di fatto una persona con un reddito da 1.000.000 si vedrà applicata una aliquota al 10%, o ancor meglio al 5% se il reddito risultasse di cinque milioni, per ridursi all’1%  con un reddito di 10 milioni. L’1% rispetto al 62% del total tax rate che mediamente viene pagato dai contribuenti italiani rappresenta effettivamente un insulto all’Italia che lavora. Quelli che si definiscono, rispetto al governo attuale, espressione della cultura economica occidentale hanno annullato in un solo battito di ciglia il principio dell’utilità marginale decrescente del denaro (e sicuramente a loro insaputa).

    Non pago di questo vero e proprio insulto fiscale il  governo Gentiloni, sempre in questo aiutato dai preziosi dott.  Padoan e Calenda, nel dicembre 2017 ha inserito nella legislazione fiscale l’aliquota fissa (oggi definita flat tax) per le rendite finanziarie al 26% favorendo tutte le rendite superiori ai 750.000. In più viene prevista in questa innovativa normativa fiscale anche la possibilità della compensazione tra crediti e debiti fiscali tanto invocata dal mondo del lavoro ed imprenditoriale italiano ma concessa viceversa solo ai grandi “risparmiatori”.

    In questo quadro avvilente che dimostra le priorità dei governi Renzi e Gentiloni il governo in carica Conte/Salvini/Di Maio ha convertito in legge (n.58) il decreto legislativo n.34 che prevede la riduzione del 50% del calcolo dei contributi per gli sportivi residenti all’estero da due anni ed ora tornati sul suolo italico. In altre parole viene istituzionalizzato una sorta di reshoring fiscale a vantaggio delle società prevalentemente del settore calcistico mentre l’industria, i servizi ed il turismo attendono invano la riduzione del cuneo fiscale. Quest’ultimo fondamentale per ridare un po’ di fiato alla domanda interna e rendere più competitive  contemporaneamente le aziende italiane che competono nel mercato globale.

    Quindi mentre quota 100 e reddito di cittadinanza vengono inserite a debito e contemporaneamente la flat tax, oggi finanziariamente insostenibile, viene modificata nella proposta per la  stessa definizione della tassa (la doppia aliquota per due fasce di  reddito risulta ridicola in quanto non più flat) il governo sceglie di aiutare le società sportive. In  particolare quelle del mondo del pallone le quali, a fronte di un ingaggio di dieci milioni per un calciatore, non dovranno più pagare diciotto milioni complessivamente ma solo tredici, ed ovviamente questa copertura relativa alla riduzione del cuneo fiscale andrà anche a questa il debito.

    Il nostro paese si trova nella incredibile situazione nella quale a fronte di un aumento della pressione fiscale contemporanea  ad un quasi annullamento dei tassi di interessi con riduzione dei costi di servizio al debito (espressione del quantitative easing) riesce ad avere una crescita del debito superiore a quella del  Pil.

    In questo contesto l’Italia è l’unico paese in Europa ad essere ancora al di sotto di 1,4% di reddito disponibile rispetto al 2008. Un dato che di fatto boccia senza appello il gotha economico governativo italiano.

    In ultima analisi, quindi, questi  tre esempi di “camouflage fiscale” rappresentano l’arte di camuffare dietro la dichiarata ricerca di grandi obiettivi fiscali ed economici (anche quest’anno la pressione fiscale è aumentata e i consumi sono diminuiti dello 0,4% per  oltre un miliardo) la volontà di favorire gli interessi di pochi  a spese della collettività.

  • Contrastare il randagismo ma anche i ricavi che fa la malavita con gli animali

    Continuano le indagini sui furti di cavalli purosangue e comunque non allevati per la macellazione. Sia l’anno scorso che quest’anno, secondo quanto risulta da interrogazioni parlamentari, dalle risposte del governo e dalle indagini dei carabinieri, diversi cavalli, nel Lazio, allevati per le corse e perciò anche con la somministrazione di sostanze e medicinali veterinari estremamente pericolosi per l’essere umano, qualora fossero destinati alla macellazione clandestina e alla vendita per il consumo di carne, sono stati rubati e sono misteriosamente spariti. Per quanto è nella nostra esperienza, è pero più facile e plausibile che gli animali sottratti siano stati utilizzati o saranno utilizzati per organizzare corse clandestine. E’ infatti noto, come Il Patto Sociale ha più volte denunciato, che i cavalli, purosangue o mezzo sangue, allevati per le corse, le gare d’equitazione o i maneggi siano stati rubati per incrementare le gare illegali, molte delle quali si svolgono nel centro sud. Queste gare sono organizzate dalle associazioni criminali  e intorno alle corse clandestine vi è un vertiginoso giro di scommesse sulle quali la criminalità organizzata ricava importanti introiti come abbiamo ricordato anche nel recente articolo sulle ecomafie. Che poi alla fine di queste gare molti cavalli si facciano male o siano comunque abbattuti, specie se riconoscibili dai microchip, e che la loro carne sia venduta nelle macellerie regolari o irregolari è sicuramente un pericolo per la salute umana. L’ecomafia continua ad aumentare il suo potere e giro di denaro sporco e insanguinato e se è sicuramente un passo avanti l’annuncio, ad aprile, del ministro dell’Interno di predisporre uno stanziamento di un milione di euro per la prevenzione ed il contrasto del maltrattamento animale è anche vero che i finanziamenti non sono stati ancora distribuiti nelle regioni indicate come le prime ad avere bisogno di un intervento (Puglia, Campania, Lombardia, Piemonte, Lazio, Toscana, Emilia, Marche e Sicilia) e resta un mistero il motivo per il quale sia stata saltata la Calabria, regione nella quale vi è estrema urgenza di interventi. Lo stanziamento è stato sopratutto indirizzato a contrastare il randagismo e la tragica situazione di molti rifugi e le prefetture avrebbero dovuto, entro il 30 giugno, dare al Ministero una attenta e specifica analisi della situazione. Quello che il Ministero non ha però ancora varato in termini chiari è la lotta all’ecomafia che, con le sue diverse sfaccettature, continua ad arricchirsi con i combattimenti tra cani, le corse clandestine di cani e cavalli, con le relative scommesse, l’importazione di cuccioli malati dall’est Europa, le truffe via internet etc. etc. Speriamo che questa nuova vicenda dei cavalli rubati nel Lazio riporti l’attenzione del ministro sul problema principale: se vogliamo salvaguardare correttamente gli animali è necessario 1) sradicare tutti i furbastri che aprono rifugi falsi che diventano lager ed anticamera di morte e sofferenze e perciò dare competenze e risorse vere alle strutture pubbliche e private corrette, e per garantire la correttezza occorrono veri e periodici controlli, 2) iniziare una capillare lotta alle associazioni criminali che usano gli animali per incrementare il loro business.

  • Promesse, giuramenti e poi niente ad oggi

    Il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no.
    Il più viene dal Maligno.

    Vangelo secondo Matteo; 5/33-37

    “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro…”. Così comincia la quinta parte del Vangelo secondo Matteo. In seguito l’evangelista racconta dell’importanza che Gesù dava al mantenimento delle promesse. “Avete anche sentito che agli antichi fu detto: ‘Non devi fare un giuramento senza mantenerlo, ma devi adempiere i voti che hai fatto a Geova’. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio,  né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare sulla tua testa, perché non puoi rendere bianco o nero un solo capello. Il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no, perché ciò che va oltre questo viene dal Malvagio”.

    Anche Giacomo, uno dei dodici primi apostoli di Gesù, affrontava l’argomento in una sua lettera, parte integrante delle Sacre Scritture. Una lettera che Giacomo, “servo di Dio e del Signore Gesù Cristo”, mandava “alle dodici tribù disperse nel mondo”. Nella quarta parte della Lettera, versetto 14, l’apostolo scrive, ammonendo quelli che promettono invano imprese e cose che poi non faranno, mentre non sanno quel che avverrà domani. E domanda loro “Che cos’è la vita vostra? Poiché siete un vapore che appare per un po’ di tempo e poi svanisce”. In seguito, nella quinta parte della Lettera, versetto 12, l’apostolo scrive: “Ma, innanzi tutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra, né con altro giuramento; ma sia il vostro sì, sì, e il vostro no, no, affinché non cadiate sotto giudizio”. Riconfermando così quanto scritto dall’evangelista Matteo.

    Un tema questo delle promesse fatte per essere mantenute, costi quel che costi, dei giuramenti da non dimenticare e onorare, come canoni della moralità e parte integrante delle culture di tutte le società, che è stato trattato ampiamente e sotto diversi aspetti, dall’antichità ad oggi.

    Purtroppo non sempre le promesse fatte si mantengono, in seguito, e non sempre, i giuramenti si onorano. Anzi! Per tante e varie ragioni. Non di rado tutto accade per delle scelte e calcoli premeditati. Ne sanno qualcosa gli impostori di tutti i tempi e in tutto il mondo. Come ne sanno qualcosa anche certi politici che cercano di trarre vantaggi con l’inganno. Ma la storia ci insegna che prima o poi tutto viene a galla.

    Promesse e giuramenti sono stati fatti negli ultimi mesi anche in Albania, dai rappresentanti della classe politica. Di tutte le parti. Sia da coloro che dovrebbero gestire la cosa pubblica e non lo hanno fatto, abusando del potere conferito. Sia dagli altri, che avrebbero dovuto impedire che tutto ciò accadesse. Invece la situazione sta precipitando ogni giorno che passa e la crisi in cui versa il paese si sta pericolosamente aggravando. Una crisi che non si può risolvere, mai e poi mai, con le parole, con promesse e giuramenti, ma con azioni concrete, incisive, ben definite e altrettanto ben attuate. Purtroppo niente di tutto ciò è accaduto. Nel frattempo il male che sta divorando tutto e tutti continua a causare ulteriori e pesanti danni. Un male direttamente legato a colui e coloro che governano l’Albania, in seguito ad accordi peccaminosi e pericolosi con certi poteri occulti d’oltreoceano e con la criminalità organizzata.

    Di fronte ad una simile realtà i dirigenti dell’opposizione, usciti da una lunga, inspiegabile e insolita stasi di azioni concrete, a fine gennaio di quest’anno hanno finalmente deciso di agire. Uniti, tutti i massimi rappresentanti dei partiti dell’opposizione hanno elaborato una strategia che, a loro detta, indicava come si doveva uscire finalmente dalla grave situazione. Giustamente indicavano il primo ministro come l’unica persona istituzionalmente responsabile dell’allarmante situazione e dei perché che hanno portato a tutto ciò. Giustamente hanno espresso anche la diffusa convinzione che il primo ministro, dal 2013 in poi, ha attuato una sua strategia per condizionare e controllare le elezioni e manipolare a suo favore il risultato finale. Tutto ciò in una stretta e ben dettagliata collaborazione con la criminalità organizzata. Valutando l’indiscussa importanza delle elezioni veramente libere e democratiche come base da dove partire, i dirigenti dell’opposizione hanno posto una condizione non negoziabile per uscire dalla crisi. Loro hanno chiesto le dimissioni del primo ministro, come l’ideatore e il diretto responsabile per le significative e continue manipolazioni delle elezioni. Dopo le dimissioni del primo ministro, hanno proposto la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben definiti e con tutto il tempo necessario per adempiere i compiti e portare il paese a nuove e anticipate elezioni.

    Durante quella riunione del fine gennaio scorso, i dirigenti dell’opposizione hanno deciso di organizzare anche una massiccia protesta contro il malgoverno, chiedendo ai cittadini di unirsi a loro. Hanno promesso e giurato che il 16 febbraio, giorno della protesta, sarebbe stato anche l’ultimo giorno per il governo. Il 16 febbraio i cittadini hanno risposto in decine di migliaia, ma niente di tutto ciò che i dirigenti dell’opposizione avevano promesso e giurato, a più riprese e pubblicamente, è veramente accaduto. E così anche dopo tutte le altre proteste massicce, la decima l’8 luglio scorso. In più, dopo quella decima protesta e durante queste ultime due settimane, sono state “dimenticate” le promesse fatte dai rappresentanti dell’opposizione dall’inizio di quest’anno. Non solo, ma alcuni dei massimi dirigenti dell’opposizione hanno addirittura dichiarato che si potrebbe andare alle elezioni con questo primo ministro! Pronti a elezioni anticipate tra qualche mese, nelle dichiarazioni pubbliche di queste due ultime settimane, i massimi dirigenti dell’opposizione non parlavano più neanche della costituzione del governo di transizione. Da due settimane, e almeno per il momento, non si parla più neanche di proteste. Chissà, forse a settembre, dopo le ferie. Da giovedì scorso, però, il capo del’opposizione è ritornato di nuovo sulle sopracitate condizioni non negoziabili. Si potevano evitare almeno certe ambiguità e una simile confusione per i cittadini! Oppure essere ambigui è stata una scelta e, purtroppo, confusi e senza idee sono proprio i dirigenti dell’opposizione.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi, con l’appoggio della criminalità organizzata, controlleranno, condizioneranno e manipoleranno di nuovo e come sempre i risultati elettorali. I dirigenti dell’opposizione, se continuano così con le loro promesse mai mantenute e con la loro confusione, renderanno un altro grande servizio al primo ministro, come nelle elezioni del giugno 2017. Con tutte le gravi conseguenze per i cittadini e per il paese.

    Chi scrive queste righe trae sempre insegnamento dalle Sacre Scritture, dalla saggezza popolare e dalla sana moralità su di esse basata, che è anche uno dei pilastri dei valori universali dell’umanità. Egli è convinto che bisogna sempre pensare e riflettere bene prima di promettere. E bisogna promettere soltanto quello che si può realmente fare. Poi bisogna impegnarsi seriamente e responsabilmente per fare quanto è stato promesso. Lo devono fare anche i dirigenti dell’opposizione albanese. E non dimenticare mai che, come diceva l’evangelista Matteo, il vostro ‘sì’ significhi sì, il vostro ‘no’ no. Il più viene dal Maligno.

     

  • La politica monetaria e la depatrimonializzazione del risparmio

    Prima della creazione di un mercato globale successivo all’ingresso della Cina all’interno del Wto le politiche monetarie portate avanti dalle singole banche centrali nazionali, in concerto con la direzione politica governativa, potevano sortire degli effetti nel breve e forse nel medio termine.

    In questo senso basti pensare, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, alla svalutazione competitiva tanto richiesta dalla classe politica e dirigente che assicurava un “plus” all’export come semplice applicazione della svalutazione della lira. Nessuno allora, come del resto oggi tra i sostenitori del ritorno alla Lira, e di conseguenza ad una politica di svalutazione, prese in considerazione la depatrimonializzazione dei beni mobili ed immobili che venivano ovviamente espressi nella valuta soggetta alla perdita di valore (svalutazione).

    All’interno di un mercato globale, viceversa, le politiche monetarie che vengono portate avanti dalla Bce e dalla statunitense Fed si pongono l’ambizioso obiettivo di giungere ad un punto di equilibrio tra il sostegno alla crescita (quantitative easing, Ttlro e Tassi minimi) e, soprattutto in Europa, ad una copertura finanziaria e quindi alla sostenibilità del crescente debito in particolare dei paesi del Sud Europa.

    Il diverso esito di queste politiche monetarie sostenute dalla BCE e dalla Fed, riscontrabile tra Europa, dove la crescita continua a rimanere troppo bassa in rapporto all’immissione di nuove risorse finanziarie, e Stati Uniti risulta molto semplicemente in buona parte legato al raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’economia statunitense.

    In Europa, tuttavia, questa politica monetaria fortemente espansiva della quale hanno beneficiato soprattutto gli stati a forte debito, come l’Italia, sta riportando ad una situazione paradossale relativa al risparmio, e di conseguenza per i risparmiatori, già evidenziata e simile ai tempi della svalutazione competitiva.

    I tassi negativi attraverso i quali determinati stati e aziende riescono a finanziarsi, se rappresentano un reale sostegno alla sostenibilità del debito sovrano per i primi e allo sviluppo per i secondi, tuttavia creano un danno patrimoniale per il risparmio privato. In altre parole, il valore nominale espresso in euro o altra valuta risulta sempre stabile ma all’interno di un eccesso di liquidità perde progressivamente valore in rapporto e come diretta conseguenza della immissione di nuove risorse finanziarie nel mercato. Prova ne siano le bassissime marginalità che le gestioni del risparmio privato riescono ad assicurare ai propri sottoscrittori.

    Quindi ogni politica monetaria presenta dei costi che non vengono mai valutati al momento della  propria introduzione, come negli anni ottanta e novanta avvenne per la svalutazione competitiva.

    Non  fu valutata la perdita di ricchezza complessiva legata alla depatrimonializzazione dei beni immobiliari e mobiliari espressi nella valuta oggetto della perdita di valore: la lira. Allo stesso modo ora la politica monetaria fortemente espansiva offre uno scenario, nel breve termine, di sostenibilità tanto al debito degli Stati quanto un minimo sostegno alla crescita economica finanziando le imprese, non tiene, tuttavia, in alcuna considerazione la perdita del valore del risparmio privato e soprattutto della propria redditività.

    Due esempi a distanza di quasi quarant’anni che dimostrano ancora una volta come la politica monetaria possa assicurare un approccio finanziario con un orizzonte vantaggioso solo ed esclusivamente nel brevissimo termine. I costi tuttavia di tale strategia monetaria si riverberano completamente all’interno del variegato settore del risparmio privato. La politica monetaria, in altre parole, rappresenta una scelta di minimo respiro i cui costi vengono scaricati interamente nel medio lungo termine sulle spalle dei risparmiatori. O ci si illude ancora che “stampare moneta” non presenti alcun costo come taluni ancora oggi affermano?

     

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