Governo

  • I Verdi tedeschi vogliono la cancelleria dopo Merkel

    I Verdi tedeschi vogliono la cancelleria. E ai ribelli di un tempo, agli scapigliati che rivoluzionarono il look del Bundestag per migliorare il mondo, il leader ha chiesto di non aver paura del potere. “Macht

    kommt von machen”, ha detto Robert Habeck, risalendo all’etimologia della parola tedesca: “Il potere significa poter fare”. Nel suo intervento al Parteitag virtuale, lo scrittore dello Schleswig-Holstein ha chiarito una volta per tutte che in gioco, l’anno prossimo, c’è la successione ad Angela Merkel. “Nel 2019 siamo cresciuti, nel 2020 siamo cresciuti come comunità. Il 2021 sarà l’anno in cui supereremo noi stessi”.

    Via le felpe e i cappucci, che raccontano le origini sul Baltico, l’abito grigio dimostra l’intento di strappare proprio al centro quanti più voti possibile per dare un’altra spinta agli ecologisti: i consensi sono lievitati al 20% e il partito è stabilmente da tempo al secondo posto dopo aver sorpassato i socialdemocratici; ma l’Unione dei conservatori è al 36%, e per superarla bisogna fare di più. Habeck, in ogni caso, non ha attaccato la Cdu: il suo discorso ha anzi del tutto ignorato la concorrenza fra partiti, per concentrarsi sull’esigenza di spronare la truppa in vista della corsa. E per far questo le radici e il mare tornano, come metafore: “Abbiamo avuto il vento in poppa, poi lo abbiamo avuto contrario. Adesso dobbiamo remare…”.

    Il comizio ha risentito molto del Covid: le parole sono state calate in un silenzio assordante, manca il calore della sala, mancavano gli applausi, perfino i fischi che una platea fisica di delegati avrebbe restituito all’oratore. E pure la scelta di leggere un testo sul gobbo elettronico ha penalizzato l’autenticità di un politico cresciuto molto in Germania negli ultimi anni, proprio perché fuori dallo stampo degli interpreti del ‘Verantwortungsträger’ (colui che esercita la responsabilità dell’azione pubblica) col fare controllato e noioso tipico della scena berlinese. Ma i contenuti sono stati quelli dell’idealista, sceso in campo con in testa una missione: “Il terreno comune della nostra società si è inaridito. Sono nate fenditure e sorte piccole placche. Su queste placche vivono gruppi di persone e gruppetti – ha detto -. Se piove forte, un terreno così secco non può accogliere tutta l’acqua. E così viene fuori una fossa, che divide il Paese in due metà”.

    Anche a causa della grande prova della pandemia, si rischiano conflitti fra generazioni, città e campagna, fra i sessi, fra le maggioranze e le minoranze. “La base complessiva della nostra democrazia liberale viene portata via”. Dove porta tutto questo si vede anche nel controverso epilogo della presidenza di Donald Trump. E del resto in Germania la destra cerca di approfittare della situazione. “Noi però possiamo costruire un nuovo ‘noi’ – ha affermato Habeck -. Un ‘noi’ che litiga, ma sulla base di una realtà comune. Una società di molti, ma appunto, una società”. I Verdi hanno “questo compito”, ha concluso. Il fatto che non abbiano chiarito chi invieranno alla cancelleria, quando avranno vinto, è un po’ “sfrontato”, certo, e “va bene così”.

  • Alibaba: la realtà senza tutele

    Una rassegna fieristica rappresenta l’espressione del livello raggiunto dalle imprese in un determinato settore: in altre parole rappresenta lo stato dell’arte di un determinato settore industriale o di servizi.

    All’interno di due settori trainanti per l’Italia come quello metalmeccanico e tessile-abbigliamento questi momenti fieristici presentano, attraverso la propria produzione, anche il livello di know-how (industriale e professionale) raggiunto dalle aziende ed in termini generali dal made in Italy.

    Prima dell’avvento del digitale, addirittura in occasione degli appuntamenti fieristici, in particolar modo se di prodotti intermedi, come per esempio dei tessuti o filati nel tessile abbigliamento, veniva applicata una sorta di tutela fisica dei prodotti esposti i quali potevano venire semplicemente apprezzati per la “mano” ma nulla più a fronte di tentativi di tagli e strappi finalizzati alla clonazione.

    Con l’avvento del telefonino e dell’economia digitale questi prodotti, espressione complessa di studi e ricerche notevoli, possono venire copiati in un modo istantaneo: in questo senso viene interpretato molto spesso il cartello “no photo” esposto da alcune aziende all’interno dei propri stand. In altre parole, la tutela proprio all’interno di un momento di incontro come una fiera non viene mai meno. Questo risulta fondamentale perché la semplice salvaguardia di un prodotto (finale, intermedio o strumentale non vi è alcuna differenza) rappresenta la tutela dell’intera filiera che contribuisce alla realizzazione, attraverso il proprio know how industriale e professionale, del prodotto esposto soprattutto in una logica di politica di sviluppo economico (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Da sempre la sintesi dell’azione di una classe politica e dirigente dovrebbe risultare dal doppio obiettivo di una tutela del know-how espresso attraverso i prodotti dal complesso sistema industriale sempre all’interno di una politica di sviluppo. In questo contesto, allora, ecco come l’accordo siglato dal ministro Di Maio e dall’Ice con la piattaforma Alibaba (*), sulla base del quale verranno posti on-line i prodotti (strumentali ed intermedi) del Made in Italy in una piattaforma B2B, rappresenta un autogol clamoroso in assenza di una ferrea tutela del know-how e dei diritti di copyright espressi.

    Si ricorda in tal senso che solo nel settore calzaturiero italiano sono circa duemila (2.000) i marchi clonati da aziende cinesi la cui tutela è impossibile in considerazione della vastità e complessità del sistema giudiziario cinese. A conferma, infatti, solo Zegna, Kartel e Ferrero sono riuscite ad ottenere la tutela dei propri prodotti attraverso una sentenza dei Tribunali cinesi.

    In questo contesto porre on-line il nostro “stato dell’arte” come espressione del livello tecnologico, stilistico e della ricerca raggiunto in ogni settore dal Made in Italy senza contemporaneamente l’introduzione di una chiara e precisa normativa aggiuntiva a tutela di quanto viene esposto offre così la possibilità a tutte le industrie cinesi di copiare in modo ancora più agevole.

    Francamente non si riescono a capire le ragioni dell’entusiasmo di un tale ministro Di Maio incapace di comprendere le problematiche implicite di un accordo con la piattaforma cinese e che espone l’intero settore del made in Italy, privo di tutele aggiuntive, ad un vero e proprio rischio clonazione. E’ incredibile in questo contesto anche il silenzio di Confindustria. Quasi che la tutela delle produzioni dei propri associati risulti secondaria agli accordi politici con il governo.

    Non comprendere le conseguenze delle proprie scelte quando si assumono posizioni di governo non rappresenta più un difetto ma una colpa grave.

  • Interventi immediati per non sbagliare ancora

    Gli interventi da fare subito? 1) Estendere alle Università l’esonero dal pagamento di internet come è stato fatto per scuole elementari e medie, come sia stato possibile dimenticarsi delle Università è la domanda che dovremmo porre al ministro ed al governo, 2) riaprire per il pranzo quei bar, tavole calde e ristoranti che garantiscono il distanziamento, i controlli anticovid e il pranzo di lavoro perché vi sono decine di migliaia di lavoratori che non hanno un ufficio, un luogo dove poter consumare il pranzo da asporto, non si può fermarsi per strada e comunque siamo in inverno, oltre al freddo spesso piove e molti lavoratori non hanno un luogo dove poter consumare un pasto caldo ed andare in bagno, 3) verificare che tutte le persone a rischio, perché anziane, malate, non deambulanti, abbiano ricevuto a domicilio il vaccini antinfluenzale per il quale si è già in ritardo, 4) potenziare, non a parole, gli alberghi covid e le USCA che in troppe regioni sono assolutamente carenti, 5) dare un servizio medico e di controllo esterno alle Rsa ed alle strutture, case per anziani o diversamente abili, 6) potenziare finalmente gli aiuti per le persone in difficoltà economica reale e i senzatetto, 7) smetterla di far uscire veline più o meno ufficiali che annunciano e promettono ipotetiche misure meno restrittive in vista del Natale, basta creare aspettative inutili perché sono fonte, come sempre, di nuove delusioni, basta con lassismi dovuti alla volontà di accontentare questa o quella categoria, il bene comune e cioè la salute e l’economia hanno bisogno di idee chiare e ponderate non certo di aperture come quelle estive o di errori macroscopici come quello di aver riaperto le scuole senza organizzare in modo adeguato i trasporti.

    Se finalmente tra qualche tempo si potranno togliere alcuni divieti si tenga comunque conto che i centri commerciali, la domenica, restano fonte di assembramento e perciò di pericolo e la loro apertura non rientra certo tra i provvedimenti più urgenti e necessari.

  • In attesa di Giustizia: senza vergogna

    Negli ultimi giorni ha suscitato interesse un’indagine condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, denominata “Farmabusiness”,  con l’esecuzione degli arresti che hanno riguardato – tra gli altri nomi di spicco – Domenico Tallini, Presidente del Consiglio Regionale della Calabria raggiunto da una incolpazione preliminare di concorso esterno in associazione mafiosa: reato che – giova ricordarlo – non è neppure previsto dal codice penale ma è una elaborazione giurisprudenziale (sfortunatamente assecondata dalla Cassazione)frutto della vèrve manettara che da tempo caratterizza tanto la legislazione quanto l’amministrazione della giustizia.

    A commentare questa  vicenda giudiziaria è intervenuto – perdendo l’ennesima buona occasione per tacere – il senatore Nicola Morra, Presidente pentastellato della Commissione Parlamentare Antimafia e primatista delle idiozie: di che pasta sia fatto, e con lui tutta la claque del capocomico, è infatti noto da tempo ma questa volta ha decisamente passato il segno affermando in un’intervista che, essendo stato il più votato nel collegio di Catanzaro, Domenico Tallini è la dimostrazione che ogni popolo ha la classe politica che si merita. Affermazioni tanto più gravi se si considera il ruolo istituzionale della persona da cui provengono.

    Non pago di avere anticipato il giudizio di colpevolezza a poche ore da un arresto in attesa di giudizio e di aver, quantomeno, dato dei presunti ‘ndranghetisti a tutti i calabresi, costui – premettendo, in un raro anelito di onestà intellettuale, di riconoscersi politicamente scorretto – ha anche affermato, con argomento fuori contesto e dai sottintesi opachi, che era altresì noto a tutti che Jole Santelli fosse una grave malata oncologica e se ai calabresi (cioè i presunti malvissuti di cui sopra) tutto questo è andato bene, ognuno deve ritenersi responsabile delle proprie scelte.

    Questa settimana la rubrica prende spunto da temi di giustizia sconfinando nella critica politica: ma di certi comportamenti non si può tacere, auspicando che il dibattito acceleri il momento di un giudizio irrevocabile non in merito ad imputati ed imputazioni ma sulla parabola, non solo politica, del cabarettista e dei suoi adepti.

    L’infelicissima uscita di Morra descrive plasticamente cosa siano e siano sempre stati  i Cinque Stelle: il nulla mischiato con l’odio.

    Consapevoli dell’irreversibile declino non può, quindi, sorprendere che alzino i toni alla loro maniera sgomentati dalla prospettiva che, al primo voto utile, torneranno alla disoccupazione dalla quale il pingue capopopolo li ha sottratti.

    Ovviamente fin quando avranno un alito di vita politica continueranno a fomentare l’odio per distrarre l’opinione pubblica dalla propria carnevalesca incapacità (che proprio sulla vicenda della sanità calabrese ha dato tragica prova di sé). Lo sopporteremo, consci che peggio di quanto fatto finora non potranno fare. Come in ogni giudizio restano però le responsabilità, e non potranno esserci amnistie.

    Berremo fino in fondo l’amaro calice che costoro ci hanno messo in tavola, comprensivo dei disastri cagionati con interventi scellerati ed omissioni gravi nel momento dell’emergenza, ma poi ne sarà chiesto conto.

    A cominciare da chi a questi cialtroni tiene il sacco, terrorizzato, non meno di loro, dal doversi trovare un lavoro mentre a noi verrà serbato il compito di ricostruire sulle macerie fumanti, del sistema giustizia,  e non solo, che hanno lasciato.

  • Il default amministrativo

    Indipendentemente dagli obiettivi politici dichiarati dai diversi governi che si sono alternati alla guida del nostro Paese e che potevano essere addirittura opposti gli uni agli altri a seconda dell’orientamento politico, una caratteristica unisce tutte le cosiddette “riforme” fiscali ed economiche.

    In tutte le strategie governative ha prevalso il principio della “parzialità fino all’esclusività” intese come l’intenzione di salvaguardare una parte od una fascia ed una percentuale di mercato di lavoratori o di industrie: come se le diverse crisi che si sono susseguite nel nostro Paese avessero colpito solo una parte dei contribuenti. Una visione veramente anacronistica se poi queste stesse politiche devono integrarsi in un mercato globale.

    In trent’anni anni le manovre economico finanziarie, magari abbinate a contemporanee riforme fiscali, si sono sovrapposte l’una all’altra ma soprattutto alle normative preesistenti. La semplice somma matematica di queste riforme, con le conseguenti nuove normative, ha creato un materasso legislativo di normative fiscali e, conseguentemente, un sistema di “fruibilità” amministrativa ora impossibile da dipanare.

    Solo per ricordare l’ultima prodezza del governo in carica basti pensare agli sgravi contributivi per le aziende del Sud che di fatto penalizzano tutte le altre imprese allocate nel resto del Paese. Ed ancora, si valuti l’ultima trovata del ministro Gualtieri con il ministro del lavoro Catalfo di assicurare l’azzeramento alla contribuzione per i giovani assunti (a costo dello Stato ed ovviamente a debito).

    Di fatto in questo modo, seguendo il principio della parzialità, nel favorire i giovani si penalizzano i professionisti di media età che hanno raggiunto con decenni di lavoro una professionalità fondamentale per riavviare il ciclo economico del nostro Paese.

    Come logica conseguenza di questa volontà programmatica di non tutelare chi esprime know how professionali acquisiti con anni di lavoro si destina il nostro Paese ad un veloce declino non avendo come primo obiettivo il valorizzare l’apporto culturale e valoriale della professionalità. A questo si aggiunga poi anche la presunzione da parte della stessa classe politica che il sistema amministrativo così com’era stato ideato ed organizzato venisse considerato in grado di sopravvivere nella sua essenza indipendentemente dalle professionalità che in esso operano. In altre parole, il sistema amministrativo gode di una presunta supremazia nella considerazione della propria sopravvivenza rispetto anche a chi in suo nome opera. Questa presunta supremazia del sistema amministrativo rispetto ai propri componenti ha permesso alla stessa classe politica di nominare amici e lacchè di ogni sorta, come questa crisi sta dimostrando, assolutamente inadeguati e con esperienze professionali nel mondo reale praticamente assenti.

    Il fallimento amministrativo reso ormai evidente dalla lontananza assoluta tra le reali esigenze, anche in materia sanitaria, in un periodo emergenziale e le scelte del governo (per esempio relative ai monopattini e ai banchi a rotelle) nasce dalle nomine politiche e clientelari nelle posizioni apicali della pubblica amministrazione. La spesa pubblica stessa diventa un patrimonio politico legato ad obiettivi che vengono assicurati dalla stessa burocrazia di nomina clientelare.

    Si aggiunga, poi, come lo stesso processo della digitalizzazione si sia rivelato semplicemente come il sostanziale trasferimento dell’onere sia digitale che cartaceo all’ utenza. Una giungla normativa, quindi, unita ad un uso specifico dell’intero sistema amministrativo per il conseguimento di obiettivi politici rappresentano il fallimento sostanziale della macchina amministrativa. Da sempre il vero potere in Italia viene rappresentato dalla gestione del credito così come della spesa pubblica che rappresentano una vera e propria diarchia italiana (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    La parziale e poco obiettiva gestione della spesa pubblica inoltre ha determinato degli squilibri anche nella macchina amministrativa i cui effetti disastrosi risultano più evidenti in un momento di crisi sanitaria come questa. La responsabilità va attribuita all’intera classe politica che ha gestito la macchina amministrativa come braccio operativo della spesa pubblica per conseguire obiettivi parziali, troppo spesso espressione di interessi particolari e molto lontani da quelli più generali dell’intera popolazione italiana.

  • Pensare al Paese reale prima di agire

    C’è un tempo per sognare ed un tempo per agire, c’è un tempo per contestare ed un tempo per collaborare, c’è un tempo per pensare ed un tempo per fare ma nessuno di questi vari tempi appartiene alla maggior parte di coloro che, dalla maggioranza o dall’opposizione, dai giornali o dalle televisioni si considerano i rappresentanti politici, culturali, scientifici degli italiani.

    C’è un tempo per tutto e, nel silenzio, i tanti in isolamento forzato sentono crescere la rabbia per i tanti errori, le tante inadempienze commessi e faticano a riaccendere quella speranza necessaria per potere immaginare quel futuro che rischia di essere così diverso dalle piccole certezze che ci eravamo conquistati.

    Si fatica perché si sente ogni giorno più forte il distacco tra il paese reale, le difficoltà quotidiane dei più e i “pasticci” di certe banche ed operazioni finanziarie, le incongruenze di certi interventi, dai banchi con le ruote ai sussidi per i monopattini elettrici, mentre troppe persone non riescono a mettere in tavola il pasto o a pagare le bollette e l’affitto.

    Se la Campania andava chiusa prima è stata la camorra a far ritardare il provvedimento? E non è forse vero che tanti contagi, malati, e perciò anche morti, li dobbiamo alla scellerata apertura delle discoteche per soddisfare gli interessi di alcuni? E quali sono le imprese che hanno guadagnato vendendo quegli stessi monopattini elettrici che ora, dopo averne finanziato l’acquisto, ci si rende conto che sono pericolosi? Quali sono i dati reali che ci sappiano dire quante attività sono state svendute per necessità e se chi le ha acquisite è collegato, a vario titolo, con le più note associazioni criminali, quelle stesse che con l’usura si sono troppe volte sostituite allo Stato? E quanto, proprio lo Stato, ha in incassato tenendo aperte, in piena pandemia, le sale da gioco dai bingo alle sale scommessa? Quanto ha incassato lo Stato, perdendo in salute dei cittadini, e quanto hanno incassato le attività criminali che, in un modo o nell’altro, controllano gran parte del gioco? Qualcuno ha pensato a quelle categorie che, nonostante le varie e diverse chiusure delle regioni, continuano a lavorare? Dove vanno a mangiare il cibo da asporto, l’unico che bar e ristoranti possono somministrare, ora che il freddo e la pioggia sono arrivati? Non tutti possono farlo sul posto di lavoro perché la loro attività non ha un ufficio! Qualcuno ha pensato che forse occorrerebbe un aiuto alle associazioni di volontariato che in diversi modi e realtà sfamano tante persone sempre più numerose e bisognose di attenzioni reali ed immediate? Quante sono le categorie che i vari provvedimenti non hanno preso in considerazione? Qualcuno sa come risolvere il problema dei vaccini antinfluenzali che in regioni come la Lombardia ancora mancano anche per le persone più a rischio? Qualcuno pensa e dopo aver pensato si confronta con la realtà, acquisisce dati, esperienze altrui e poi agisce? O forse i prossimi acquisti e sovvenzioni saranno per i banchi elettrici e i pattini a rotelle?

  • Italia: nuove emergenze e vecchie strategie

    Il nostro Paese all’interno della seconda ondata della pandemia da covid-19 si è trovato sostanzialmente impreparato in considerazione degli “investimenti strategici” (leggi  banchi a rotelle e monopattini elettrici) i quali ovviamente non hanno alcun effetto nel contenimento della pandemia.

    In questo momento di profonda incertezza, al quale si aggiunge la possibilità che si verifichi una terza ondata nel mese di febbraio/marzo, stupiscono e sorprendono le anticipazioni della prossima manovra finanziaria per il 2021. Va considerato, infatti, come alla fine di questo periodo emergenziale le negative ripercussioni per il tessuto economico nazionale ed internazionale si manterranno per un medio – lungo termine. Questo per ricordare come le manovre finanziarie, tanto per l’Unione  Europea quanto nel nostro Paese, dovranno avere un respiro molto più ampio in senso temporale rispetto alla fine della pandemia sanitaria. In questo senso quindi la politica economica del governo dovrà, o meglio dovrebbe, da una parte dimostrare di sostenere la ripresa dell’economia italiana dall’altra incentivare investimenti dall’estero.

    In questo contesto doppiamente emergenziale sotto il profilo sanitario ed economico l’ultima trovata del governo Conte 2, in piena pandemia, è sostanzialmente rappresentata dalla sciagurata reintroduzione della Sugar e della Plastic tax (https://www.ilpattosociale.it/attualita/lepidemia-economica-sugar-free/).

    Innanzitutto credere di modificare i comportamenti  di consumo  delle persone attraverso la legislazione fiscale rappresenta l’aberrazione dello Stato etico i cui effetti contro  la lotta al fumo risultano  assolutamente risibili.  Inoltre la Sugar tax sostanzialmente colpisce le bibite gassate ed ovviamente i redditi più bassi essendo piatta (flat): un effetto evidentemente sconosciuto a chi si erge a favore delle fasce più deboli della popolazione. La Plastic Tax, invece, riuscirà a mettere in forte difficoltà il settore leader della plastica italiano il quale, durante la pandemia, ha fornito sistemi sanitari monouso fondamentali per il contenimento della pandemia stessa.

    Il settore della plastica italiana detiene in Europa una posizione leader assoluta la cui competitività verrà minata da un’ulteriore imposizione fiscale specifica oltre a quella ordinaria già di per sé insostenibile.

    La risultante di questa strategia delinea in modo ancora una volta cristallino come la classe politica e governativa sia convinta di attivare la ripresa economica attraverso un ulteriore incremento della pressione fiscale generale e specifica. Una scelta ideologica espressione dell’incapacità di comprendere i flussi economici e gli effetti di queste scelte strategiche soprattutto in  prospettiva della attrattività del nostro Paese per eventuali investimenti esteri. Il solo aver annunciato queste due nuove forme di tassazione ha escluso il nostro Paese da qualsiasi manifestazione di interesse per investimenti futuri relativi a questi due settori.

    Una scelta politica e strategica che di fatto uccide la speranza residuale di diventare finalmente un paese che attrae investimenti. Il nostro Paese, quindi, rappresenta un unicum all’interno dell’Unione Europea ma probabilmente anche nel mondo.

    Paradossale, poi , se si considera come tutte le nazioni egualmente colpite da questa pandemia intendano attraverso la fiscalità di vantaggio reimportare le produzioni una volta delocalizzate (reshoring produttivo).

    Viceversa l’Italia, anche attraverso il solo annuncio di questa nuova tassazione alla fine dello scorso anno,  ha già determinato la delocalizzazione in Albania dello stabilimento Coca-Cola di Catania con la perdita di 350 posti di lavoro. In questo modo, in piena pandemia, le possibilità di sviluppo e ripresa economica vengono minate ancora una volta dalla solita politica fiscale la quale determina una sempre maggiore pressione fiscale.

    La miopia di questa classe politica impedisce persino di copiare modelli virtuosi come la Germania la quale,  fin dal primo lockdown, ha  abbassato l’IVA riducendo anche i prezzi dei carburanti, mentre la Francia, con le risorse da Recovery Fund, diminuirà la tassazione per gli edifici  strumentali (la nostra IMU) di circa 20 miliardi.

    Caso unico al mondo invece l’Italia, per uscire da questa terribile pandemia e dalla devastante crisi economica, intende aumentare la pressione fiscale ed in questo modo favorire la delocalizzazione produttiva.

    A questo punto non c’entra neanche più l’impostazione ideologica nel determinare le scelte di politica economica e fiscale in quanto basterebbe copiare chi da sempre presenta un quadro economico e finanziario nazionale  sicuramente  migliore del nostro: ma anche per copiare è necessaria un’intelligenza media unita alla capacità di riconoscere modelli superiori.

    La perseveranza in un ulteriore aumento della pressione fiscale è la semplice ed evidente manifestazione di una congenita e pericolosissima stupidità e di un massimalismo ideologici uniti alla elementare incapacità di comprendere l’eccezionalità degli effetti di questo periodo nel medio-lungo termine.

    In ultima ed amara analisi l’Italia è l’unico paese al mondo che intende uscire dalla crisi pandemica attraverso un aumento della pressione fiscale. Una forma di miopia che il nostro Paese non si può più permettere.

  • Il Commissario per la sanità in Calabria e i relativi insegnamenti

    Attaccare il governo per la vicenda del commissario ad acta per la sanità in Calabria, il generale Saverio Cotticelli, che essendo stato nominato dal governo giallo-verde prima della pandemia, quindi anche indirettamente da quel Salvini che, da par suo, ha tempestivamente attaccato i responsabili di tale misfatto, inconsapevole del suo oggettivo coinvolgimento, non ha mai realizzato in oltre nove mesi di pandemia di essere anche responsabile del “Piano Covid” della stessa regione di cui era il responsabile della sanità, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

    Certo si tratta di una gaffe imperdonabile, che ha fatto indignare l’intera nazione, in particolare giustamente i Calabresi, ma che appare in tutta la sua gravità non solo per il fatto in se, ma soprattutto per le verità nascoste e le conseguenti gravissime responsabilità che questa vicenda rivela e denuncia.

    Perché la vera questione è che, a parte il Piano Covid del tutto ignorato, il generale Cotticelli è stato nominato commissario per risanare e riorganizzare la sanità Calabrese il 7 dicembre 2018, quindi quasi due anni fa, quale ennesimo commissario di un comparto amministrativo che risulta commissariato da oltre dieci anni. Uno scandalo nello scandalo, che la dice lunga sulla incapacità dello stato di trovare soluzione ai problemi del Paese.

    Ma tornando a Cotticelli e ai suoi due anni, è evidente che in tutto questo periodo sembrerebbe che non abbia fatto praticamente nulla rispetto al mandato commissariale che aveva ricevuto, e quindi la vera domanda è come hanno fatto il Governo, i Ministri competenti, le varie autorità dello Stato a non accorgersene e a restare del tutto inerti, lasciando la sanità calabrese a macerare nella sua autodistruttiva e interminabile inedia?

    A nessun responsabile è venuto mai in mente di vedere a che punto era la questione? Di chiedere un aggiornamento dello stato della sanità calabrese rispetto alle molteplici problematiche a base del commissariamento? Di non disporre alcun controllo, nessuna verifica, nessuna ispezione? Neanche di chiedere un resoconto del lavoro svolto in occasione dei ripetuti rinnovi? Neanche per verificare il Piano Covid?

    Funziona davvero così, in Italia, il sistema pubblico? E quello ancora più delicato delle centinaia di gestioni commissariali via via istituite e che hanno avuto probabilmente la stessa sorte della sanità calabrese? Cioè della serie fatta la nomina, risolto il problema?

    E soprattutto funziona così ad ogni livello burocratico e lavorativo nel settore pubblico, in cui controlli e verifiche sono stati di fatto cancellati, e l’unica speranza è di affidarsi al senso di responsabilità dei singoli, essendo il sistema anestetizzato in relazione alle esigenze di dare servizi efficienti ed efficaci ai cittadini?

    Purtroppo la risposta è affermativa.

    Ecco perché nel nostro Paese abbiamo una burocrazia che soffoca il sistema economico e perché non si riesce a trovare soluzioni al problema del corretto funzionamento dello stato, mentre il settore privato, ovviamente opera in condizioni ben diverse in termini di produttività, efficienza e efficacia.

    Fino a quando la politica abdicherà al suo ruolo, che non può essere solo di indirizzo, ma anche e necessariamente di verifica e controllo, non ci sarà alcuna possibilità di reale cambiamento e di ripresa dal declino cui sembriamo condannati senza speranza.

    Per questo occorre lottare per una incisiva riforma della burocrazia e soprattutto per il ripristino di un sistema di verifiche e controlli ad ogni livello amministrativo, che riesca a fare valere i principi della meritocrazia, dell’impegno e della gratificazione per il lavoro svolto bene, che non a caso costituiscono i valori di indirizzo che ispirano la proposta politica della Buona Destra, che è nata per dare discontinuità all’attuale degrado e per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana sulla esigenza di impegnarsi per uno Stato più efficiente e per una burocrazia finalmente all’altezza delle aspirazioni di un Paese che vuole ritrovare competitività e alti standard di qualità della vita per i suoi cittadini.

    Nel frattempo niente paura. Il nuovo commissario alla sanità in Calabria nominato dal governo è un negazionista della pericolosità della pandemia e ritiene la mascherina un orpello inutile.

    Chi meglio di lui per realizzare un ottimo piano Covid per la Calabria?

  • Il Terrorismo mediatico

    Sicuramente questo concetto viene abusato in diversi ambiti, e molto spesso a sproposito, ignorandone persino le conseguenze più immediate. Molto spesso questo tipo di comunicazione nasconde l’incapacità personale o condivisa ma addirittura talvolta può essere espressione della più assoluta ipocrisia che tende a coprire la propria inadeguatezza.

    Anche una persona dotata di un’intelligenza normale conosce benissimo i tempi necessari per verificare gli effetti dei Dpcm con le norme tendenti a ridurre la curva dei contagi. In questo senso si ricorda come siano due le  settimane necessarie, o 15 i giorni  nel caso non fosse chiaro.

    Al di là delle legittime proteste il più delle volte assolutamente democratiche delle categorie che pagano in prima persona gli effetti di questi decreti i cittadini italiani hanno dimostrato, ancora una volta, di adattarsi alle nuove disposizioni con sacrifici in termini economici ed umani non indifferenti. Perché sarebbe vergognoso non riconoscere il senso di lealtà che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani sta dimostrando con i propri comportamenti virtuosi.

    La consapevolezza di questa prova di civiltà della buona parte del popolo italiano meriterebbe una maggiore considerazione da parte di questo governo di incapaci ed in particolare del  Presidente del Consiglio Conte e del ministro Speranza (da dover scrivere rigorosamente in minuscolo in considerazione loro spessore culturale, umano e professionale).

    Arrivati ormai, però, alla seconda settimana del mese di novembre 2020 risulta assolutamente inaccettabile, offensivo e persino destabilizzante questo continuo richiamo ad un ulteriore inasprimento del Dpcm quando ancora non risultano chiari gli esiti di quelli precedenti in quanto dal loro varo ad oggi non sono passate ancora due settimane.

    La tenuta di una democrazia come la capacità di rappresentarla nascono dal reciproco riconoscimento dei propri ruoli e dei limiti a questi imposti dalla legge. L’azione del governo Conte come del presidente del consiglio e del ministro della Salute Speranza con questo giornaliero rilancio di un possibile inasprimento dei Dpcm, e quindi con essi delle libertà individuali, rappresentano la vera forma istituzionalizzata di TERRORISMO MEDIATICO. Il quale, come qualsiasi forma di terrorismo, porta ad una subdola ma inevitabile destabilizzazione delle strutture democratiche.

     

  • Errori reiterati

    Sbagliare è umano, perseverare diabolico, nel nostro caso riteniamo sia colpevole reiterare gli errori quando procurano tragiche conseguenze alla vita altrui.
    Sapranno i tanti scienziati, coinvolti a vario titolo e che in questi mesi hanno fatto dichiarazioni pubbliche, dirci quanto hanno inciso, nell’aumento dei contagi e perciò nei ricoveri ospedalieri, nello stravolgimento delle vite personali e dell’economia, nei costi sanitari, nei ritardi e nei disservizi, nei rischi e nelle sciagurate conseguenze, alcune decisioni prese o non prese? Le aperture delle discoteche in estate e le movide non controllate, le sale bingo e sale scommesse rimaste aperte fino ad ora, le elezioni regionali ed il referendum, i trasporti colpevolmente non organizzati con i necessari controlli e limiti di capienza, quanto hanno inciso sulla recrudescenza del virus, sull’aumento esponenziale dei contagi? Quale danno ha procurato alla salute pubblica ed alla vita sociale e lavorativa di tutti non avere effettuato in primavera i concorsi per anestesisti, aver lasciato da anni migliaia di giovani medici senza la possibilità di accedere alle scuole di specialità mentre tutti sappiamo che già prima della pandemia si richiamavano in servizio i medici in pensione per mancanza di personale? Mancano da anni radiologi ed infermieri, anestesisti e medici sul territorio e se la sanità ospedaliera, almeno in certe regioni ed aree, è efficiente risulta assolutamente carente e disorganizzata la sanità territoriale.

    Da maggio ad oggi molto si poteva fare e non è stato fatto e molto si è fatto di sbagliato come nei giorni scorsi i concorsi per insegnanti in piena pandemia o lasciare che sui mezzi pubblici si assiepassero le persone come se non esistesse il covid. E che dire dei molti appelli, iniziati in primavera, per ricordare a tutti la necessità di vaccinarsi contro l’influenza mentre ad oggi la maggior parte delle regioni non hanno i vaccini neppure per le categorie a rischio?

    Se tutti possiamo capire le incertezze e gli errori di febbraio e marzo oggi non vi sono più giustificazioni, si è vanificato tutto lo sforzo fatto dagli italiani nei mesi di chiusura, il sacrificio di medici ed infermieri, si è di fatto irriso alla morte di chi è spirato senza neppure il conforto di un famigliare, si è irriso al dolore di chi non è neppure certo di aver seppellito il proprio genitore o un estraneo. Si sono sciupati mesi preziosi per insipienza, arroganza, confusione tra forze politiche diverse e per paura di una crisi politica, di un possibile ritorno alle urne, si sono tenuti al loro posto ministri pericolosi per la loro impreparazione e caparbietà. Anche i ritardi di questi ultimi giorni, con i Dpcm che si susseguono, dimostrano che la realtà è in continuo peggioramento e che non è impossibile pensare a responsabilità per disastro colposo.

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