Governo

  • Promemoria al nuovo governo

    Chi ha vinto è giusto che sia contento e che si prepari a governare, chi ha perso che riesamini i propri errori, tutti però non dimentichino che l’astensionismo è stato il più alto che si sia mai verificato e che gli italiani attendono risposte concrete a problemi concreti.

    La politica soprattutto, ma anche i media e coloro che rivestono un ruolo nella società, devono finalmente capire quanto leggi elettorali sbagliate, dichiarazioni volte a delegittimare l’avversario, o le stesse istituzioni, e comportamenti scorretti, anche penalmente, abbiano allontanato gli elettori mettendo a serio rischio quel processo democratico che, come la società, è in continuo evoluzione.

    Crediamo non sia necessario ricordare al nuovo governo tutte le problematiche legate all’aumento delle bollette, al rincaro della vita e delle materie prime, al compimento dei progetti legati ai fondi europei, alla delicatezza dei rapporti internazionali ed alla imprescindibile necessità di continuare con determinazione a difendere l’Ucraina e il diritto di ogni Stato alla propria indipendenza territoriale.

    Ci sono però alcuni temi urgenti che in campagna elettorale non hanno avuto la necessaria considerazione e che i nuovi disastri ambientali hanno, nuovamente, dimostrato devono essere affrontati contestualmente alle altre urgenze.

    Mettere in sicurezza il territorio per salvare vite umane ed attività economiche è una delle priorità, il dissesto idrogeologico, dalla la bonifica dei letti dei fiumi e dei torrenti alla cura dei territori abbandonati, dal censimento delle costruzioni in aree a rischio, con il loro eventuale abbattimento, a norme immediate per il risparmio del suolo, dal rifacimento della rete idrica nazionale alla costruzione di bacini di raccolta d’acqua sono solo alcuni dei provvedimenti che non possono più attendere.

    Mentre ancora una volta vasti territori sono devastati dall’esondazione dei fiumi o dalle piogge torrenziali dovute al cambiamento climatico il nuovo governo dovrà dare quelle risposte che i precedenti esecutivi hanno mancato se è vero come è vero che, ad esempio, in troppe aree colpite da terremoti od inondazioni, a distanza di molti anni, non sono ancora partiti i lavori, o comunque non sono stati ultimati per riportare gli abitanti ad una vita normale.

    La riforma della burocrazia come la lotta alla corruzione e non può più aspettare e la semplificazione delle leggi, che un governo Berlusconi aveva detto di aver realizzato bruciando in pubblico, con il ministro Calderoli, tomi di leggi inutili è ancora da cominciare veramente.

    Se giustamente deve tenere desta l’attenzione di tutti il problema energetico non si può sottovalutare la sempre più probabile ipotesi di una Russia pronta ad una guerra del grano che toccherà altri prodotti vitali per l’alimentazione ed è perciò necessario che il governo italiano richiami l’Europa ad una vera mobilitazione affinché l’agricoltura trovi nuove attenzioni e sia coltivata ogni parte di terreno disponibile.

    Occorre che lo Stato affermi come i servizi essenziali e di interesse collettivo, oltre che strategico, siano di sua competenza, è inoltre necessario che per il breve periodo, si lavorerà per questo, di difficoltà energetica siano abrogate quelle norme territoriali che impediscono, a chi lo necessita, di riscaldare le proprie case con biomasse legnose.

    Abbattere le diseguaglianze significa, in primis, adeguare in ogni regione l’assistenza sanitaria e sociale e dare identici parametri di istruzione.

    Compiti gravosi che il nuovo governo saprà affrontare se al giusto orgoglio per il successo ottenuto unirà la capacità d’ascolto e di coinvolgimento di quanti ancora credono che la Politica sia una missione con una visione del futuro.

  • Terzo polo e, speriamo, la fine del bipolarismo sia vero che falso

    Dove sono io è una splendida giornata di sole mentre la  politica piange le vittime, le ultime di una lunga serie, che si sarebbero evitate se i tanti governi degli ultimi trent’anni si fossero occupati del disastro idrogeologico che ha semidistrutto l’Italia.

    Occuparsi di un problema significa risolverlo, non parlarne a morti caldi e poi soggiacere ad altri interessi, ma è una vecchia storia.

    Inutile che i vari leader enuncino i danni provocati dal consumo del suolo e dalla cementificazione selvaggia, dalla colpevole incuria nel pulire i letti di fiumi e canali o dalle conseguenze per l’abbandono di ogni controllo del territorio per poi lasciare le cose come stanno, e così è stato sia per i governi di centro destra che per i molti anni di centrosinistra, nel silenzio del parlamento.

    D’altra parte cosa possiamo aspettarci da un parlamento che da anni è frutto di leggi elettorali nate per togliere ai cittadini il diritto, con la preferenza, di scegliere i propri rappresentanti?

    I partiti più numericamente forti si sono, decenni fa, inventati che per la governabilità il bipolarismo era la soluzione perfetta e hanno dato vita, con i loro parlamentari, a leggi elettorali che credevano li avrebbero premiati mentre toglievano agli elettori il diritto di scelta.

    Le conseguenze sono chiare: l’astensionismo è diventato sempre più alto con un rischio democratico evidente e sono rinati vari partitini che, alleandosi con l’una o con l’altra coalizione, sono ancora in parlamento a far cadere o a tenere in piedi governi di vario tipo.

    Quello italiano non è bipolarismo ma è una truffa e comunque gli italiani vogliono poter votare scegliendo chi deve rappresentarli, avendo la possibilità di controllare gli eletti anche per l’attività che svolgono sul territorio.

    Alle forze politiche non importa la sfiducia ed il conseguente astensionismo degli elettori, cercano solo di conquistarsi un posto al governo anche se governeranno con la maggioranza relativa del solo 50% degli aventi diritto al voto, cioè di fatto con il consenso di meno di un terzo degli italiani.

    Di quale prova ulteriore abbiamo bisogno? In piena campagna elettorale tutti i leader di partito hanno dichiarato come la legge elettorale sia sbagliata ma nei cinque anni della legislatura si sono ben guardati dal modificarla. Mentre la precedente legge elettorale era stata addirittura dichiarata incostituzionale!

    Bugie ed insulti reciproci si sono susseguiti per tutta la campagna elettorale mentre si è tralasciato di affrontare i gravi problemi legati al dissesto idrogeologico o alla sicurezza delle strutture come ponti e cavalcavia e le vittime di tante sciagure, dai terremoti alle alluvioni, attendono ancora la ricostruzione.

    Ben venga allora la nascita di un terzo polo nella speranza che i nuovi parlamentari, di ogni schieramento, vogliano dare subito vita alla riforma elettorale per riportare l’Italia sulla strada di una vera democrazia partecipata.

    In ogni modo votare è insieme un diritto ed un dovere e non andare a votare rafforzerebbe tutti coloro che ci hanno espropriato del nostro diritto di scelta consegnandolo ai capi partito.

    PS: Secondo i dati pubblicati dal Corriere i fondi per la messa in sicurezza del fiume Misa sono stati stanziati nel 1986, il progetto ad oggi è ancora fermo, nel frattempo ci sono state tre alluvioni e almeno 20 morti senza considerare l’immenso danno economico.

    Burocrazia? Errori di progettazione? Incapacità, indifferenza? L’unica cosa certa è che non si è fatto nulla in tempo utile!

  • L’eutanasia dei partiti

    I partiti hanno fatto Harakiri, perché il loro degrado, ed ormai l’evidente incapacità di elaborare analisi politiche, li ha portati irrimediabilmente al suicidio.

    Una stupidata incomprensibile, commessa da un ex premier che non ha mai brillato per carisma e personalità, spinto da ciò che resta dell’intellighenzia, si fa per dire, dei rivoluzionari grillini, è stata di colpo fatta propria da parte dell’intero centrodestra, accecato dalle dinamiche di concorrenza interna, che si è addossato la responsabilità di essere il vero killer dell’unico governo che avrebbe potuto realizzare le riforme, che costituiscono l’unico vero strumento per salvare l’Italia dalle perniciose logiche dell’immobilismo delle lobby, che la stanno logorando.

    I partiti, che erano sull’orlo di una crisi esistenziale, impediti nel ricorso alla spesa pubblica dal cerbero Draghi, hanno pertanto strumentalizzato l’errore di Conte e vinto la loro più importante battaglia, di tornare ad avere le “mani libere”, con cui potere affrontare le elezioni potendo tornare al tradizionale carosello di promesse ed elargizioni a puro scopo di acquisizione dei consensi elettorali.

    Il risultato di questa follia, sarà nientepopodimeno che la ripetizione dei disastri del passato, con l’aggravante di elezioni anticipate senza alcun soggetto politico concorrente, riconosciuto capace di esprimere una strategia per tutelare il presente e il futuro dell’Italia.

    Chiunque vincerà queste elezioni sarà incapace di realizzare, come negli ultimi quarant’anni, le riforme, non riuscirà per questo a consumare i passaggi per ottenere le rate ancora spettanti del PNRR, non sarà in grado di ultimare i progetti e sarà costretto a ripetere unicamente il ricorso all’ulteriore aumento del debito pubblico, fino a vedere realizzare gli scenari tremendi di fine 2011, che portarono alle dimissioni di Berlusconi, travolto dai mercati, dall’aumento esponenziale dello spread e dal ritorno dello spettro del default.

    La mancanza di competenze, di senso politico e di responsabilità dei partiti, specie quelli del centrodestra, che per tradizione culturale e storica dovrebbe sentire più degli altri questi valori, porterà l’Italia al disastro.

    Ed a rendere lo scenario ancora più cupo, dopo la scelta oscena dei partiti, in particolare del centrodestra, di assentarsi dal voto, nessuno è in grado di valutare il contraccolpo che la fine improvvisa e traumatica del governo Draghi provocherà sugli orientamenti del corpo elettorale nazionale, mai tenero con i responsabili delle elezioni anticipate, che oltretutto sarà chiamato a votare, per la quarta volta, senza una nuova auspicata legge che sottragga ai capi partito l’intollerabile esproprio del diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti.

    Il disastro annunciato, gli assalti alla diligenza delle risorse UE e del bilancio nazionale, il ricorso all’indebitamento per acquisire consensi, senza più freni da parte di nessuno, non potranno che portare, in tempi brevi, all’inevitabile commissariamento della politica, per salvare, come nel 2011 il Paese dal default.

    E questa volta, speriamo, sarà la fine degli imbonitori da fiera e l’inizio di una nuova era di recupero della politica, fondata su partiti nuovi e costruiti sulla base di ideali valori, contenuti, progetti e soprattutto visioni, in un quadro di rafforzamento della coesione Europea, per affrontare le sfide dei nemici della democrazia e del nostro stile di vita.

  • Un triste spettacolo

    Dopo aver ascoltato oggi gli interventi di molti senatori comincio a chiedermi se non avesse ragione Renzi a chiedere l’abolizione del Senato…

    Come la gran parte degli italiani: lavoratori, pensionati, imprenditori, autorevoli rappresentanti dei mondi della cultura e del volontariato, esprimo la mia solidarietà a Draghi e la tristezza per lo spettacolo al quale abbiamo, ancora una volta, assistito per colpa di coloro che hanno tramutato la Politica nello strumento dei loro interessi.

    C’è però una buona notizia, con le prossime elezioni gran parte di quei deputati e senatori che ci hanno ammorbato con le loro insipienze non torneranno più, il problema è, però, purtroppo, che fino a che non ci sarà una legge elettorale che riconsegni agli elettori il diritto di scegliere i loro rappresentanti continueremo ad avere alla Camera e al Senato i nominati e servi dei capi partito.

  • Se Draghi…

    Se Draghi dovesse seguire il suo personale interesse perché mai dovrebbe accettare di rimanere, per qualche mese, a presiedere un governo formato da partiti che, chi più chi meno, hanno comunque dimostrato di preferire il proprio tornaconto elettorale all’interesse comune?
    Draghi è arrivato a Palazzo Chigi avendo già ottenuto dalla vita, per suoi meriti, i massimi successi e riconoscimenti, come dimostrano, una volta di più, le recenti dichiarazioni di tanti capi di Stato e di governo, accreditati organi di stampa e mondi economici.
    Se Draghi, come ha dimostrato in tante occasioni, tiene più al bene dell’Italia e dell’Europa, agli interessi legittimi di tutti quei cittadini, personalità culturali, categorie ed imprese, ed anche amministratori pubblici, che in questi giorni hanno alzato la testa chiedendogli di restare, Draghi non potrà che rimanere accettando il rischio.
    Rischi ce ne saranno e bocconi amari da far perdere la calma anche ad un santo perché molti di quelli che oggi gli chiedono di restare saranno i primi a cercare  di portarlo, poi, ai margini di quel mondo politico che credono di rappresentare.
    Se Draghi se ne va molti diranno che ha abbandonato la nave nella tempesta, che ha fatto prevalere l’orgoglio alle necessità del Paese.
    Se resta gli stessi, e non solo, diranno che si vuole appropriare della politica usurpando i partiti dal diritto di voto e che la democrazia ha subito un nuovo vulnus.
    La verità è che, comunque, Draghi, grazie alla sciagurata scelta di Conte, che una volta di più ha dimostrato di non capire niente, ha, proprio in questi giorni, trovato quella legittimità politica che i partiti hanno perso da tempo.
    Se ieri Draghi era stata una scelta di Mattarella, accettata per necessità dalla coalizione di tutti, salvo FdI, oggi, con la richiesta di rimanere che gli hanno espresso più di 1300 sindaci, il corpo accademico, sindacati di lavoratori ed imprenditori, associazioni della società civile e con il consenso espresso da tanti cittadini, Draghi ha ottenuto quell’investitura politica necessaria a renderlo personalità sopra le parti e politicamente, profondamente, dentro la cosa pubblica, la res pubblica.
    Come sempre mentre vi è chi cerca di costruire ponti per superare la crisi  altri distruggono e più si parla più è a rischio la credibilità italiana nel mondo e intanto i problemi si aggravano.
    Alcuni sembrano non essere  in grado di comprendere che se in democrazia votare è un diritto dovrebbe essere un dovere delle forze politiche, specie di quelle che chiedono ad ogni piè sospinto il voto come se fosse un mantra, chiedersi da dove deriva quella sfiducia che ha portato il partito dell’astensione ad essere ormai maggioranza relativa.
    I partiti promettono quello che, se governeranno, non saranno in grado di mantenere, si nutrono di atteggiamenti arroganti e frasi fatte, non hanno democrazia interna, continuano a scippare agli elettori il diritto di scelta, nominano i parlamentari secondo la loro vicinanza alla leadership invece che farli scegliere dai cittadini. La incapacità, non solo dei leader, di autocritica, l’assoluta certezza di avere la verità rivelata, la difesa di alcune categorie senza valutare le conseguenze nel contesto generale della società, la mancanza di cultura geopolitica, di empatia e l’indifferenza ad ogni seria analisi sociale sono tra le cause che,se continueranno, renderanno sempre più forte l’astensione.
    D’altra parte a un certo tipo di leader non importa che vadano a votare tutti ma solo che vadano a votare i loro sostenitori perché per certi politici politicanti la democrazia non è portare il più gran numero di elettori a poter scegliere liberamente ma arrivare al governo con la maggioranza di quella minoranza che si recata alle urne!

    Il retro pensiero di troppi è ormai da tempo “meno vanno a votare meglio è“, per averne conferma basta analizzare i dati delle elezioni di questi anni.

  • Corruzione scandalosa e clamoroso abuso di potere

    Quello che c’è di scandaloso nello scandalo è che ci vi si abitua.

    Simone de Beauvoir

    Sir John Emerich Edward Dalberg-Acton, conosciuto però meglio come Lord Acton, è stato un noto storico e politico britannico del XIX secolo. Grazie alle sue capacità, alla sua formazione scolastica al St. Mary’s College, noto seminario cattolico, nonché alla sua propensione per la storia, essendo anche un poliglotta, si distinse soprattutto come un rispettato sostenitore del cattolicesimo liberale. Con i suoi articoli e le sue lettere, pubblicate su The Times, Lord Acton prese parte al dibattito sui rapporti tra la Chiesa cattolica e il liberalismo. Si distinse molto anche durante la crisi in cui si trovò la Chiesa in seguito al sostegno che il Papa Pio IX diede al dogma dell’infallibilità papale, schierandosi pubblicamente contro quella decisione. Tra le tante sue pubblicazioni è nota anche una lettera che Lord Acton scrisse al noto storico Mandell Creighton il 5 aprile 1887. Creighton era un eminente professore di storia ecclesiastica all’Università di Cambridge e Canonico di Windsor. Quella lettera era parte di un lungo scambio di opinioni tra Lord Acton e Mandell Creighton, il quale era propenso però a un relativismo morale acritico nel riguardo delle alte autorità della Chiesa Cattolica arrivando fino al punto di sostenere che bisognava “chiudere un occhio” sulla corruzione e/o sugli abusi dei papi e di altri, mentre Lord Acton è stato sempre molto critico rispetto alla corruzione e agli abusi di chiunque fosse, papi compresi. Riferendosi all’Inquisizione e alle sue drammatiche e crudeli ripercussioni, ma soprattutto al ruolo dei papi e delle alte autorità ecclesiastiche, Lord Acton scriveva al professor Creighton: “…Questi uomini istituirono un sistema di persecuzione, con un tribunale speciale, funzionari speciali, leggi speciali. […] Hanno inflitto, per quanto potevano, pene di morte e dannazione a tutti coloro che vi si opponevano”. E poi proseguiva, scrivendo “…quello che mi stupisce e mi disabilita è che tu parli del Papato non come se esercitasse una giusta severità, ma come se non esercitasse alcuna severità […], ma ignori, neghi anche, almeno implicitamente, l’esistenza della camera di tortura e del rogo”. In seguito Lord Acton esprimeva il suo fermo convincimento, il quale ormai, anche dopo più di un secolo, rimane molto attuale e significativo. Lord Acton scriveva: “…Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente. I grandi sono quasi sempre uomini cattivi, anche quando esercitano influenza e non autorità: ancor di più quando si aggiunge la tendenza o la certezza della corruzione per autorità. Non c’è eresia peggiore di quella che l’ufficio santifichi il detentore di esso”. Una convinzione, quella di Lord Acton, tuttora attuale e che rapporta il comportamento dei “grandi”, di quegli che esercitano poteri istituzionali nel mondo di oggi e che non sono più i papi ai quali si riferiva il noto storico britannico nella sua lettera del 5 aprile 1887 inviata a Mandell Creighton.

    La scorsa settimana è stato pubblicato il rapporto dell’Eurostat sulla corruzione in Europa, che si riferiva al periodo 2015-2021. L’analisi prendeva in considerazione non solo i dati riguardanti i Paesi europei, ma anche una combinazione delle inchieste e le valutazioni sulla corruzione basati su 13 fonti diverse. Ebbene, da quel rapporto l’Albania e la Russia risultavano essere i due Paesi con gli indici di corruzione maggiormente peggiorati in Europa. Dai risultati di quel rapporto risultava che l’Albania e la Russia erano i due Paesi con la più alta percezione sulla diffusione della corruzione nel sistema pubblico. In più risultava che l’Albania aveva avuto un peggioramento dell’indice della corruzione anche in riferimento a se stessa durante il periodo 2015-2021. Ma nel rapporto si evidenziava che i sistemi efficaci della giustizia rappresentano una precondizione nella lotta contro la corruzione. Dal rapporto risultava che la corruzione causa, oltre al grande danno finanziario, anche un danno sociale, legato soprattutto al reale rafforzamento delle attività della criminalità organizzata. Il rapporto dell’Eurostat evidenziava la stretta correlazione tra l’indice della corruzione e la percezione dell’indipendenza del sistema della giustizia. L’Albania rappresenta un significativo esempio, che testimonia come nei Paesi con un sistema di giustizia non indipendente, se non addirittura controllato, la diffusione della corruzione è molto alta.

    Se si trattasse semplicemente della sceneggiatura di un film sull’evasione fiscale, sulle attività illecite o temi del genere, tutti sarebbero stati concordi che all’autore non mancavano una spiccata immaginazione e una spinta di fantasia. Ma in realtà non si tratta per niente della sceneggiatura di un film. Si tratta, invece, di un clamoroso scandalo corruttivo realmente accaduto in Albania. Di uno scandalo convintamente documentato ed ufficialmente denunciato, da alcuni anni e a più riprese, presso le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia. Si tratta di uno scandalo che, nel caso fosse stato verificato, anche in minima parte, in un normale Paese dove funziona il sistema della giustizia, e cioè uno dei tre poteri indipendenti di uno Stato democratico, avrebbe causato non solo l’immediata caduta del governo centrale e di alcune amministrazioni locali, ma anche una vasta inchiesta giudiziaria per consegnare alla giustizia tutte le persone coinvolte, nessuna esclusa. Quello scandalo accaduto in Albania, sul quale, soprattutto durante quest’anno sono pubblicate e depositate tante prove documentarie, comunemente noto come lo scandalo degli inceneritori, di tre inceneritori, uno dei quali nella capitale, riguarda delle vere e proprie “concessioni” corruttive per degli impianti che da anni vengono pagati con dei milioni dalle casse dello Stato, cioè con dei milioni del denaro pubblico e non dai privati. Strane “concessioni” quelle. E non sono solo le tre concessioni degli inceneritori, ma bensì la maggior parte delle concessioni “generosamente offerte” in questi ultimi anni in Albania dallo Stato ai privati. Privati che presentano soltanto la richiesta per “sviluppare” un progetto, ma che non pagano niente; semplicemente approfittano enormi guadagni sanciti con delle “leggi speciali” e/o con delle decisioni governative. Così è stato anche nel caso dei tre inceneritori. Milioni di euro pagati ma che però, dati e fatti alla mano, adesso anche documentati ed ufficialmente depositati, non sono stati spesi per la costruzione degli impianti. Perché non ci sono degli impianti. E men che meno degli impianti funzionanti. Nel caso della capitale non esiste proprio niente! Ma da anni gli abitanti pagano una tassa supplementare per affrontare i costi dell’inceneritore, i cui lavori non sono mai stati avviati! Si tratta di uno scandalo che coinvolgerebbe tante persone, alcune molto altolocate, compreso il primo ministro, alcuni sindaci, compreso quello della capitale ed altri funzionari dell’amministrazione pubblica, centrale e locale. Un significativo ruolo in questo scandalo sembrerebbe lo abbia avuto il segretario generale del Consiglio dei ministri, un fedelissimo del primo ministro, noto come la sua eminenza grigia. Il nostro lettore è stato informato in questi ultimi mesi di diversi scandali, compreso quello dei tre inceneritori. Così come è stato informato anche delle “abilità” dell’eminenza grigia del primo ministro e dei suoi legami con esponenti della criminalità organizzata, sia in Albania che in Italia (Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano, 4 aprile 2022; A ciascuno secondo le proprie responsabilità, 26 aprile 2022; Diaboliche alleanze tra simili corrotti, 9 maggio 2022; Da quale pulpito arrivano quelle minacciose prediche, 16 maggio 2022).

    In Albania ormai da alcuni anni si sta parlando dello scandalo dei tre inceneritori. Sono state fatte delle denunce pubbliche, soprattutto da esponenti di un partito dell’attuale opposizione. L’anno scorso è stata costituita anche una commissione parlamentare per indagare e verificare tutto quello che si sapeva allora sulle “concessioni” dei tre inceneritori. Tutto si concluse con un rapporto e poi niente. Nessuna indagine avviata però dalle istituzioni del “riformato” sistema della giustizia in Albania, nonostante il rapporto della commissione parlamentare dava delle indicazioni, sulla base delle quali si potevano aprire diverse inchieste. Niente! Tranne due arresti, quello di un ex ministro dell’ambiente due anni fa, rappresentante di un partito di coalizione governativa e l’altro, l’anno scorso, dell’ex segretario del ministero dell’ambiente, anche quello rappresentante dello stesso partito della coalizione governativa nel periodo che sono state avviate le procedure delle tre “concessioni” degli inceneritori. Si tratta di un partito che ormai sta all’opposizione. Ragion per cui loro due, gli “illustri arrestati” si potevano “consegnare” alla giustizia, per dimostrare sia la “volontà” politica del primo ministro per non “ostacolare” le indagini, sia la “determinazione” del sistema “riformato” della giustizia per condannare i “veri responsabili”. Cosa che fa ridere anche i polli. Perché in Albania tutti sanno, almeno quegli che ragionano incondizionati e con il proprio cervello in base ai fatti accaduti da anni ormai, pubblicamente noti e non solo quelli relativi agli inceneritori ma anche di tanti altri, che i veri responsabili non sono e non possono essere quei due arrestati. I veri responsabili sono ben altri e molto più altolocati. Partendo dal primo ministro in persona. Ma lui e la sua ben organizzata e potente propaganda hanno fatto di tutto per “annebbiare” l’effetto delle denunce e delle accuse pubbliche basate sui fatti d’allora. Il primo ministro, per dimostrare la “bontà” degli inceneritori, ha cercato di convincere tutti che si trattava di progetti in difesa dell’ambiente e della pulizia delle città. Si perché, oltre alle tre città dove si dovevano costruire gli inceneritori anche altre, circostanti, dovevano portare a bruciare i propri rifiuti. Ma tutto dietro dei pagamenti che oltrepassavano le capacità di pagamento dei rispettivi comuni. Fatto di per se che ha creato e sta tuttora creando dei grossi problemi finanziari. Ma soprattutto non risolve niente, perché i rifiuti non si bruciano non avendo ancora degli inceneritori funzionanti e neanche costruiti. Nonostante ciò il primo ministro, per convincere della “bontà” delle concessioni degli inceneritori ha, addirittura, organizzato in pompa magna li dove si doveva costruire e fare funzionare uno degli inceneritori, anche delle riunioni del consiglio dei ministri nella primavera del 2018. Lo ha rifatto di nuovo nel autunno del 2020 con delle strutture del partito durante la campagna elettorale per le elezioni del 25 aprile 2021.

    Mentre quanto sta emergendo in queste due ultime settimane fa veramente rabbrividire. Dati e fatti inconfutabili che dimostrano e testimoniano senza ombra di dubbio una corruzione scandalosa e degli abusi clamorosi del potere, partendo dai massimi livelli politici ed istituzionali. Dati e fatti che porterebbero fino allo stesso primo ministro, al sindaco della capitale, al segretario generale del Consiglio dei ministri, nonché a diversi attuali ministri ed alti funzionari delle istituzioni pubbliche. Dai dati documentati risulta che quanto sta emergendo in queste due ultime settimane, come ormai testimoniano anche i diretti interessati, dei pensionati, alcuni ultra novantenni, persone che non riescono a mettere insieme pranzo e cena e, addirittura, anche una persona defunta, sono stati, senza saperlo, proprietari milionari di alcune “ditte fantasma” che servivano semplicemente per far circolare i milioni per dei lavori mai fatti negli inceneritori. “Strano” però il silenzio del primo ministro sugli inceneritori. Da due settimane nessun commento, neanche un leggero “cinguettio” in rete. Proprio lui, che non lascia perdere un’occasione per intervenire, dalla mattina alla sera. E come lui anche i soliti “rappresentanti internazionali. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe poteva riempire tante altre pagine, informando il nostro lettore di questo scandalo e del clamoroso abuso di potere tuttora in corso. Auspicando però che non si avveri, nel caso dei cittadini albanesi, quanto affermava Simone de Beauvoir. E cioè che loro non si devono abituare allo scandalo in corso. Ma anche a tanti altri. Devono, invece, reagire determinati, tenendo sempre ben presente la convinzione di Lord Acton, secondo la quale il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente.

  • Tutte le ragioni di Draghi e il nuovo patto per salvare il Paese

    Non occorreva avere il dono della premonizione del futuro per intuire che tutti i partiti, dopo le elezioni del Presidente della Repubblica, avrebbero intrapreso la strategia per il progressivo logoramento di Draghi.

    E se è vero che a dare fuoco alle polveri è stato Conte, che in tal modo ha definitivamente confermato la sua inadeguatezza a qualsiasi ruolo politico, per assenza congenita di acume e carisma, non è purtuttavia l’unico responsabile del processo di delegittimazione continua delle attività dell’esecutivo a guida Draghi, che è la vera ragione delle dimissioni del Presidente del Consiglio.

    Non v’è dubbio infatti che Draghi abbia ragione su tutta la linea.

    Fino all’uscita scomposta e disperata di Conte, quali sono state infatti le dinamiche all’interno della maggioranza in relazione alla coerenza del patto di governo?

    Quale è stato il comportamento di tutti i partiti, specialmente su due elementi fondamentali e dirimenti per le sorti presenti e future del Paese e cioè le riforme e la politica di spesa pubblica, per non parlare dell’Ucraina?

    Sei mesi di dure polemiche quotidiane su ogni punto delle riforme, che sono state stravolte, mutilate, accantonate, svuotate e oggetto di battaglia politica, confermando la volontà dei partiti di non volere alcun effettivo cambiamento del sistema obsoleto, che costituisce il principale freno allo sviluppo economico e sociale nazionale.

    Non era, quindi, solo il M5S a creare problemi, che purtuttavia con le sue “battaglie identitarie”, dal superbonus di 32 miliardi di euro, e le sue conseguenti truffe plurimiliardarie, insieme al reddito di cittadinanza, ha fatto strame di risorse, penalizzato il mercato del lavoro e che, proprio sul mantenimento di queste norme assurde, ha avviato la crisi, ma anche Salvini ci ha messo molto di suo e FI, quando si è trattato di temi come la giustizia, la concorrenza o il fisco, a giocare all’opposizione e minare le proposte del governo, o lo stesso PD, che non si è sottratto alle “battaglie identitarie” e, oltre a concorrere alle modifiche delle proposte governative, votate da tutti i ministri all’unanimità, ha pensato bene di aggiungere altri temi divisivi come lo Jus scholae o la liberalizzazione delle droghe leggere, offrendo ulteriori motivi a chi cercava solo ragioni di scontro.

    Un Governo di unità nazionale, nato per le emergenze, che viene messo da mesi in costante stato di assedio e ricatto da tutti i partiti che lo compongono, come può adempiere al proprio mandato?

    Questa è la domanda, l’unica possibile di Draghi, nel decidere di dimettersi.

    Perché il vero problema è l’evidenza che ormai da anni i partiti italiani non hanno alcuna dignità, coerenza e visione politica.

    La cosiddetta rivendicazione della identità, sotto forma di provvedimenti, è la più patetica forma di ammissione di non avere alcuna reale identità, né ideologica, né ideale, né culturale, e soprattutto contenuti, progetti e visioni di un originale modo di concepire il governo del Paese.

    Partiti ridotti a comitati elettorali, che si auto-referenziano con la personalizzazione dei leader che, a loro volta, passano le giornate a pronunciare slogan del tutto vuoti di significato ed inseguono algoritmi come fanno i peggiori influencer della rete.

    Ecco perché quando la Meloni invoca le elezioni non è credibile, perché il popolo elettore non può essere chiamato a scegliere nel vuoto pneumatico in cui versa la politica attuale.

    Demandare al voto popolare, per la quinta volta consecutiva dopo il Porcellum, una scelta sul nulla è vergognoso e onestamente patetico, specialmente per l’esproprio della scelta dei rappresentanti, che rimane totalmente prerogativa dei capi partito. Quindi un vuoto politico ed una totale assenza di riferimento popolare sugli eletti, pura espressione della casta dei capi partito.

    Ma che sistema democratico è questo?

    Ma proprio perché la situazione è così devastata che occorre salvaguardare Draghi, quale oggettivamente unico soggetto dotato degli strumenti per offrire ciò che realmente serve al Paese, che è del tutto ignorato dalla politica.

    Ma Draghi non accetterà mai di restare alla Presidenza senza la certezza che questa politica faccia davvero un passo indietro.

    Ed allora l’unica soluzione è la stipula di un nuovo patto politico che fissi il perimetro delle riforme, delle linee di gestione dell’economia e della spesa pubblica, delle politiche di contrasto alla  pandemia e la conferma dell’impegno alla difesa dell’Ucraina dall’aggressione Russa, insieme ai partner europei, con un impegno d’onore che l’adesione a tale patto costituisca per tutti i firmatari un obbligo da osservare per tutta la durata del governo e definisca in questo l’identità dei partiti che hanno scelto l’unità nazionale quale bene comune da preservare e il rilancio del Paese attraverso le riforme.

    Un patto anti lobby, che dovrebbe essere condiviso da tutti i partiti per il bene comune e che produrrebbe in pochi mesi ciò che la politica italiana non è riuscita a realizzare in oltre 40 anni.

    Tale patto andrebbe sottoposto a tutti i partiti, compresi FdI, perché sarebbe l’unico modo giusto per azzerare le differenze elettorali per le prossime elezioni da tenersi nel 2023.

    I temi al di fuori del patto, che non riguardano le questioni del governo di unità nazionale, resterebbero terreno di confronto politico che non inficerebbe l’azione di salute pubblica, ma che consentirebbe il libero confronto dei partiti con i cittadini.

    Così si qualificherebbero nei fatti i veri patrioti e chi non ci sta, evidentemente, non lo sarebbe.

    Solo a queste condizioni, e con l’impegno dei partiti di fare una riforma elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scelta dei propri rappresentanti in Parlamento, si potrebbe uscire dall’empasse e scongiurare una ennesima elezione inutile, al servizio unicamente della casta politica ingiustamente e catastroficamente dominante.

  • Gli interessi dietro le leggi elettorali e il disastro idrico

    Continua da mesi, ora più scoperta ora più in sordina, la solita diatriba sulla legge elettorale. Ormai mancano pochi mesi al voto, voto che da tempo alcuni sostenevano e sostengono di volere subito, voto che rischia di tramutarsi nella nuova vittoria dell’astensionismo.

    Ancora una volta, come nel passato, i partiti non sono alla ricerca di un sistema elettorale che rafforzi la democrazia, riportando gli elettori ad essere protagonisti delle scelte, ma sono concentrati, con alchimie e calcoli, per cercare di trovare la legge che ritengono più premiante per il loro schieramento.

    Nonostante tutti gli evidenti fallimenti del bipolarismo alcuni ancora cercano di scimmiottare sistemi e paesi diversi dal nostro che, per altro, vedono anche  loro la sempre maggior disaffezione degli elettori.

    Per chi vuole una democrazia più forte, con una più responsabile partecipazione degli elettori, le strade da percorrere e le decisioni da prendere sono evidenti.  Occorrono:

    1) un sistema elettorale proporzionale preferenziale con limite di sbarramento e rigide regole che impediscano spese scellerate o scorrette (senza la preferenza i deputati non saranno espressione dei cittadini ma continueranno ad essere scelti, nominati dai loro capi partito e non saranno mai veramente presenti e disponibili sul territorio ma più legati e dubbi al centro di potere partitico);

    2) nuove norme che portino i partiti ad avere statuti che garantiscano la democrazia interna ed il dibattito, con l’obbligo di avere i bilanci approvati dalla Corte dei Conti, problemi che già la nostra Costituzione affrontava ma che sono rimasti insoluti;

    3) riconquistare la fiducia dei cittadini con proposte serie per tutto il Paese, progetti che si occupino del presente guardando lontano, avendo una visione delle realtà economiche, scientifiche, geopolitiche e sociali. Le battute, gli slogan, le provocazioni e ancor di più la difesa degli interessi solo di alcune categorie, le promesse mai mantenute, gli interventi pubblici fumosi e tesi solo a colpevolizzare l’avversario, senza mai ammettere i propri errori, aumentano l’astensionismo e la ripulsa che i cittadini hanno ormai verso la politica.

    Tra i tanti gravi problemi di oggi, e di domani, alcuni, per essere risolti, necessitano di un comune senso di responsabilità:

    1. a) l’invasione dell’Ucraina ha smascherato le mire espansionistiche di Putin e la crudeltà di parte dei suoi eserciti, una guerra in Europa, con eccidi e stragi, non può essere accettata anche per la nostra stessa sicurezza perciò, ovviamente, mentre dovranno continuare tutte le iniziative per arrivare ad un tavolo di pace giusta dovremo continuare a dare all’Ucraina tutto il sostegno economico e militare necessario.
    2. b) L’aumento delle povertà ha bisogno di interventi che riportino il lavoro, e la sua equa retribuzione, al centro dell’attenzione senza pannicelli caldi o nuovi inutili bonus, per questo le opere pubbliche, dalle grandi alle piccole, non possono più attendere, pensiamo ai tanti cavalcavia e ponti da mettere in sicurezza, alle scuole fatiscenti, alle barriere architettoniche ancora presenti negli edifici pubblici, alla mancanza di una politica di edilizia popolare sia per nuove abitazioni che per ristrutturare quelle degradate che ci sono anche in grandi metropoli come Milano, Roma, Napoli. Pensiamo all’elefantiaca burocrazia che impedisce il decollo o la sopravvivenza di tante attività, dall’artigianato agli impianti per l’energia rinnovabile, alla mancanza di sufficiente preparazione di molti percorsi scolastici che, di conseguenza, non offrono sbocchi, o alle centinaia di migliaia di pratiche che giacciono nei tribunali per capire che non è il momento di proposte per catturare qualche consenso elettorale ma che la realtà ci impone di  ragionare su quanto si può effettivamente fare subito.
    3. c) La siccità, e le sue conseguenze economiche ed alimentari, mette in evidenza non solo i ritardi con i quali sono stati affrontati i cambiamenti climatici e la storica mancanza di attenzione all’ecosistema ma anche la colpevole indifferenza con i quali i tanti precedenti governi hanno ignorato la necessità di creare invasi, di mettere in funzione quelli esistenti, di rifare la rete idrica nazionale, che perde la metà dell’acqua potabile mentre ci sono ancora case che non hanno l’acqua corrente. Si è preferito ascoltare gli interessi di alcuni, enti, regioni, consorzi, si sono spesi molti soldi, sbagliando, per cementificare le sponde dei canali di irrigazione, non si sono puliti i letti di fiumi e torrenti e si è continuato a costruire a ridosso di corsi d’acqua torrentizi mentre il dissesto idrogeologico ha continuato ad essere solo raramente materia di dibattito senza che seguisse alcun intervento concreto. Forse qualcuno potrebbe cominciare a pensare ad un’azione comune contro i responsabili di quei governi che, ignorando il problema acqua, hanno, per agevolare interessi o per ignavia e incompetenza, portato all’attuale disastro idrico.

    È evidente che questi sono solo alcuni dei molti temi che dovrebbero vedere le forze politiche confrontarsi concretamente specie durante un governo che ha visto tutti i partiti, salvo Fratelli d’Italia, avere ministri, vari prestigiosi incarichi e voce in capitolo.

    In verità si sta assistendo a continue sceneggiate e proclami e veramente in pochi, solo Draghi e qualche  ministro e sottosegretario, sembrano aver compreso la gravità della situazione.

    Così mentre attendiamo i prossimi proclami e ricatti non abbiamo bisogno di qualche sondaggista né della palla di vetro per essere convinti che, se non si cambia prima la legge elettorale e la mentalità con la quale si  fa politica, anche alle prossime elezioni il partito di maggioranza sarà quello dell’astensione.

  • Non siamo giapponesi perciò abbiamo bisogno di certezze non di raccomandazioni

    Da giorni sappiamo, e ci è continuamente ricordato, che il covid è in forte espansione con un elevato indice di trasmissibilità mentre aumentano, oltre ai contagiati, i ricoveri e le vittime.

    Da giorni autorevoli voci sottolineano come sia raccomandato l’uso della mascherina al chiuso e all’aperto nei casi di sovraffollamento, nel frattempo la maggioranza delle persone si guarda bene dall’usarla mentre si susseguono concerti con decine di migliaia di presenze e legittime e affollate feste nei piccoli comuni.

    Certo è estate, tutti abbiamo voglia di libertà e di stare insieme agli altri, altrettanto certo è che l’aver dimentica ogni precauzione ci ha portato ad una situazione molto grave che può ancora drammaticamente peggiorare come dimostra la riapertura, in molti ospedali, dei reparti covid.

    Come è noto a tutti siamo un popolo di anarchici in pectore, un po’ paurosi ma molto più strafottenti, sempre convinti di essere immuni dal pericolo, non siamo giapponesi ligi anche alle raccomandazioni per senso del dovere, le raccomandazioni a noi non bastano, a volte non bastano neppure le leggi!

    Per questo rivolgiamo un preghiera alle autorità competenti, a partire dal ministro della Sanità,: cerchiamo di non avere il solito timore di critiche o di cali di consenso e abbiano il coraggio di dire che la mascherina, fino a che i contagi non scenderanno significativamente, non è un optional ma un obbligo nei luoghi chiusi e all’aperto, quando c’è folla.

    Certo cominceranno subito le polemiche, si parlerà di autoritarismo, si rivendicherà il  proprio diritto anche ad ammalarsi e a contagiare il prossimo, è un film già visto ma la salute collettiva vale di più delle proteste di qualche militante o leader di partito o delle contumelie dei soliti negazionisti e terrapiattisti.

    La mascherina ai concerti ed alle feste in piazza o nei grandi magazzini e supermercati non lede nessuna sacrosanta libertà ma tutelerà un po’ di più la salute di tutti.

    E, non ultimo, gli addetti ai lavori ci spieghino meglio chi sono per loro i soggetti fragili specificando le varie fragilità, diabete, tumore, cardiopatia, asma… e ricomincino a spingere sulla campagna vaccinale per quelle seconde e terze dosi che non sono mai state fatte!

    Tutto il resto è ancora una volta aria fritta, paura di prendere decisioni perchè si sa che, in Italia, l’unica cosa che la cosiddetta classe dirigente teme è l’impopolarità e l’unico obiettivo è cercare consenso anche dicendo o facendo proposte inutili o pericolose. Certo ci sono le elezioni ma come ben sappiamo la maggioranza dei cittadini, sempre più delusi, o non va a votare o vota per sfregio perciò cerchiamo di avere un po’ di coraggio e di fare il meglio per tutti non solo per i nostri ipotetici elettori.

  • Le due diverse ratio

    Il governo Draghi  ha sospeso la concessione all’imprenditore Toto per inadempienze contrattuali relative agli investimenti per la manutenzione della rete autostradale in concessione e all’autostrada dei Parchi. Le indagini  sulla gestione della manutenzione dell’impero Autostrade by Benetton hanno dimostrato come questi  investimenti fossero diminuiti del -98%.

    La scelta del governo Draghi dimostra come sia stata sempre praticabile, sotto il profilo normativo, la possibilità per un governo di sospendere una concessione autostradale anche prima della scadenza fissata dal contratto e per inadempienza. Considerando, quindi, assolutamente legittime le ragioni e le considerazioni che hanno spinto il governo a questa sospensione emerge evidente un dubbio in rapporto ai parametri applicati per una sospensione delle concessioni autostradali sia dai governi precedenti che da quello attuale.

    In altre parole, un inadempimento contrattuale relativo alla manutenzione viene, quindi, considerato sufficiente e legittima una revoca della concessione nella considerazione del governo. Mentre i quarantatré (43) morti per il drammatico crollo del ponte Morandi di Genova e con l’intera classe dirigente della società Autostrade ora sotto processo a Genova, della quale Benetton era azionista di maggioranza, non  risultano legittimanti da una revoca senza alcun indirizzo precedente la data di scadenza.

    In questo contesto lo Stato invece di revocare la concessione ha addirittura versato otto miliardi e quattrocento milioni (8.4000.000.000) per rilevare le quote azionarie della società Aspicontrollata dai Benetton.

    Risulta difficile comprendere le due diverse ratio* delle  scelte governative che penalizzano il responsabile di una  inadempienza manutentiva mentre vengono premiati i responsabili della morte di 43 persone causata, per altro, dalla medesima inadempienza.

    Laddove non emerge la logica spesso si nasconde l’inganno.

    (*) Ingiustificabile anche se supportata da un contratto capestro sottoscritto dal governo D’’Alema ad esclusivo favore del gruppo Autostrade by Benetton

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