Governo

  • Le contraddizioni per l’interesse di Stato

    La promessa, e ormai la quasi certezza, dopo l’approvazione parlamentare del PNRR, di una disponibilità finanziaria garantita dal Recovery Fund ha dato vita ad una imbarazzante esplosione di voli pindarici applicati al mondo dell’economia dalla politica senza precedenti.

    Uno degli aspetti più preoccupanti della gestione pandemica, da febbraio 2020 ad oggi, è evidentemente l’incapacità di comprendere le conseguenze di questo shock sanitario e delle devastanti conseguenze economiche e occupazionali.

    In questo contesto di confusione la scelta del termine ‘Resilienza’ dovrebbe indicare la volontà di riportare il nostro Paese alle condizioni precedenti la pandemia da covid-19, in quanto la resilienza è la capacità di un filato di tornare alla sua forma originale dopo essere stato sottoposto ad una pressione. Il concetto di ‘Rivoluzione’ utilizzato dagli esponenti dei partiti di maggioranza risulterebbe sicuramente distonico col titolo stesso del Piano finanziario e quindi con gli obiettivi indicati.

    Al di là, tuttavia, delle contraddizioni scaturite persino nel titolo adottato, esponenti del governo e i maggiori leader dei partiti di questa ma anche delle precedenti maggioranze hanno abbracciato, vinti dall’euforia finanziaria (buona parte a debito per altro), questi temi a forte impatto mediatico senza comprenderne la loro trasposizione all’interno della realtà economica quotidiana. Tra questi sicuramente quelli più gettonati possono venire individuati nella digitalizzazione della pubblica amministrazione unita alla transizione ecologica la quale ha raggiunto addirittura i connotati di una dottrina “religiosa”.

    In particolar modo, per quanto riguarda l’ultimo argomento, nessuno ha intenzione di negare l’importanza, all’interno di un sistema economico evoluto, di indicare in modo chiaro un valore economico in relazione ad un minore impatto ambientale da poter inserire nelle caselle degli stessi bilanci. Un valore, quindi, che deve essere documentabile perché altrimenti rimarrebbe semplicemente un’espressione di un contenuto etico difficilmente trasportabile all’interno dell’agone economico.

    Contemporaneamente si avverte sempre più nitida la sensazione di come a questi postulati con connotati ancora troppo ideologici non corrispondano comportamenti adeguati e consoni, espressione della fedeltà a questi principi nella vita quotidiana e soprattutto nelle strategie economiche e nelle conseguenti politiche normative e fiscali.

    La transizione ecologica, una volta individuato il valore economico da inserire in bilancio, dovrebbe rappresentare la direzione verso la quale muoversi attraverso delle politiche fiscali incentivanti, l’accorciamento delle filiere e la tutela del made in Italy (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/ 5/3/2020).

    Contemporaneamente una attenta politica fiscale innovativa con l’applicazione di una Border carbon tax fornirebbe l’opportunità di riproporre la concorrenza su basi normative e di impatto ambientale condivise (https://www.ilpattosociale.it/attualita/sostenibilita-e-competitivita/ 22.02.2021).

    Inoltre, per la prima volta, l’imposizione di una tassa sui prodotti provenienti dalle economie con standard ambientali decisamente inferiori rispetto a quanto richiesto alle nostre produzioni avrebbe il merito di innescare una positiva rincorsa decisamente concorrenziale verso l’evoluzione dei sistemi produttivi a sempre minore impatto ambientale proprio per evitare questo tipo di tassazione.

    Questi due semplici ma reali obiettivi rappresenterebbero la direzione verso la quale l’azione del governo in carica e il parlamento dovrebbero dirigere la propria attenzione, consapevoli dell’importanza di trovare un equilibrio sostenibile tra innovazione e ed economia reale.

    In questo contesto come logica conseguenza sarebbe fortemente auspicabile un comportamento coerente di tutti i manager operanti all’interno delle società a partecipazione statale nominati dal governo attuale e da quelli precedenti.

    All’interno delle aziende con lo Stato stesso come azionista l’azione di moral suasion del governo stesso dovrebbe trovare espressione nelle strategie economiche come primo atto di una presa di coscienza di una rinnovata attenzione all’impatto ambientale nella gestione aziendale. Non va dimenticato, infatti, come lo Stato, in quanto azionista di maggioranza, attraverso il proprio management, determini l’attività economica all’interno dei mercati concorrenziali. Dovrebbe risultare facilmente riscontrabile perciò la coerenza tra l’azione dei manager nominati dallo Stato e dal governo e i principi scelti ed adottati dal medesimo governo e quindi imposti a tutti gli altri attori del palcoscenico economico.

    Poste Italiane S.p.A è controllata al 29,3% dal Mise e al 35% da cassa depositi e prestiti, il management di conseguenza risulta di nitida espressione governativa. Questa azienda ha assegnato ad una società francese la fornitura delle buste le quali verranno prodotte in Romania per rendere economicamente sostenibile la riduzione del 8% del prezzo indicato da Poste Italiane. In questo senso, quindi, il management, disattendendo quanto indicato dallo stesso governo, continua nel perseguire una strategia economica finalizzata solo a privilegiare il minor costo indipendentemente dal conseguente maggior impatto ambientale, espressione di una produzione delocalizzata lontana dal mercato di utilizzo che inevitabilmente comporta.

    In più, disattendendo clamorosamente all’innovazione governativa di una attenzione alla transazione ecologica, contemporaneamente si penalizza il sistema industriale italiano, espressione già da anni di standard di minor impatto ambientale tra i migliori in Europa (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/ 10.12.2018).

    Questa vergognosa strategia seguita da un’azienda partecipata dal Mise e da CdP dimostra, ancora una volta, come i principi di attenzione all’ambiente, che si trasformeranno probabilmente in nuovi vincoli per gli operatori economici, non saranno validi per le aziende che operano in nome del governo.

    Questo doppiopesismo esclusivamente a favore delle società a partecipazione statale risulta ormai intollerabile ed insopportabile. Viene dimostrato, ancora una volta, come una disciplina normativa possa venire tranquillamente disattesa da chi opera in virtù di un mandato governativo a tutela di interessi statali “superiori”.

    In questo senso sempre più ci si avvicina ad una economia socialista e contemporaneamente ci si allontana da una liberale e democratica.

  • Pretestuose polemiche

    Che i cani marchino il territorio è naturale, che illustri esponenti politici vogliano marcare il loro spazio elettorale accapigliandosi sull’orario del coprifuoco alle 22, rischiando ricadute negative sul governo, governo che già chiaramente aveva detto e ribadito che l’orario si sarebbe rimodulato a metà maggio rispetto alla situazione dei morti e dei contagi, è veramente deprecabile. Tutti auspichiamo maggiore libertà ma la sicurezza è prioritaria ad ogni altra considerazione e, purtroppo, la sprovvedutezza e incoscienza di molti, di troppi, ha causato più volte nel passato contagi che, con maggiore rispondenza alle regole, si sarebbero evitati. Ci aspettavamo dai leader politici appelli alla prudenza non pretestuose polemiche nella speranza di aumentare i propri consensi nei sondaggi. Il coprifuoco cambierà quando avremo tutti dimostrato maggiore responsabilità, a partire da chi oggi chiede insistentemente aperture premature e pericolose.

  • Il coprifuoco

    Con il coprifuoco alle 22 o alle 23, ma anche con il minimo dubbio che non possa venire annullato per l’inizio della stagione turistica (che per le città d’arte parte sicuramente prima), fioccano già le prime disdette di prenotazioni per i mesi di giugno e luglio. Da Cortina d’Ampezzo alla Riviera romagnola i flussi turistici esteri dirottano le proprie prenotazioni verso lidi più “sicuri” non solo per la prevenzione pandemica ma soprattutto in relazione per la libertà di movimento. Il solo annuncio di un possibile mantenimento del coprifuoco (e della mancanza di certezza del suo annullamento) si è trasformato nell’ennesima mazzata per il settore turistico dopo una già disastrosa stagione invernale.

    La compagine governativa, così come la maggioranza parlamentare, sembra non possedere quel minimo di sensibilità comunicativa e di marketing che la renda in grado di comprendere gli effetti devastanti anche solo attraverso le dichiarazioni rilasciate.

    Dopo oltre 14 mesi di disastrosa gestione pandemica e finalmente alle porte di una decente piano vaccinale, il mantenimento del coprifuoco, specialmente in prospettiva della stagione turistica, rappresenta un autogol clamoroso anche per la sua scarsissima influenza sotto il profilo epidemiologico. Probabilmente è sconosciuto all’intera classe governativa lo studio pubblicato dall’università di Stanford nel quale vengono confrontati gli effetti di lockdown rigidi rispetto a politiche di contenimento del contagio meno restrittive. I risultati dimostrano come le differenze tra le due strategie risultino minime (https://www.borsainside.com/news/76083-uno-studio-e-di-stanford-rivela-i-lockdown-non-frenano-la-diffusione-del-virus/).

    Questa scellerata imposizione rappresenta un ulteriore aiuto alla concorrenza turistica estera e l’ennesima dimostrazione di come si possa annientare giorno dopo giorno, mese dopo mese uno dei principali settori di sviluppo italiano come quello turistico. Si possono ottenere tutte le risorse europee del Recovery Fund ma in considerazione dello spessore strategico dimostrato negli ultimi 14 mesi gli effetti saranno quelli di un ulteriore aumento della spesa pubblica con ricadute decimali sul PIL e ancora meno diventeranno fattori stabili moltiplicativi di sviluppo: difficile, se non impossibile, creare le condizioni per un disastro più completo.

    Durante la prima fase dell’esplosione pandemica il coprifuoco poteva rappresentare uno strumento emergenziale finalizzato ad una prima azione di contrasto alla diffusione del contagio in previsione della individuazione di una strategia alternativa in attesa della vaccinazione. Viceversa, dopo oltre un anno e con la possibilità di avviare finalmente (ma con un ritardo indegno) una campagna di vaccinazione di massa il suo mantenimento diventa semplicemente uno strumento di controllo di massa. Lo stesso nelle mani di questo governo, come di quello precedente, si manifesta anche come un fattore devastante per i suoi effetti in previsione di una ripresa dell’economia turistica.

  • Se il lavoro diventa business

    Anche nella vicenda complessa ed articolata della gestione pandemica e vaccinale, soprattutto in relazione ad una possibile riapertura, il confronto purtroppo si tinge dei colori ideologici degli schieramenti politici.

    Al di là dei contenuti scientifici che competerebbero esclusivamente al settore medico e scientifico (salvo questi ultimi affermare come verità consolidate le stesse negate anche solo poche settimane prima), il prolasso della politica spinge gli schieramenti, in particolare rispetto alle prossime possibili aperture, ad esprimere valutazioni come semplici espressioni di posizione ideologiche, spesso lontane dalla realtà quotidiana.

    Per semplice carità di patria si evita di commentare anche la polemica relativa ad un possibile posticipo alle 23 del coprifuoco (una vera e propria sospensione della democrazia va ricordato) in quanto anche solo sotto il profilo funzionale sarebbe inevitabile se si lasciassero aperti ristoranti fino alle 22. Mantenere inalterato il limite orario del coprifuoco alle 22 di fatto annullerebbe anche l’effetto “leva” generato dall’apertura del servizio di ristorazione alla sera. Il fatto stesso, invece, di come questo elementare concetto funzionale sia oggetto di discussione dimostra il livello ignobile del dibattito politico raggiunto in questo periodo.

    Emerge in più la sempre più sconcertante contrapposizione tra i due schieramenti politici (centro-sinistra e centro-destra uniti ora nella maggioranza del governo Draghi) nell’individuazione delle priorità da indicare nelle riapertura: in altre parole quali settori sarebbero da premiare con una riapertura equilibrata. Viceversa, la stessa classifica viene stilata sulla base di una propria superiorità ideologica, una serie di indicazioni ovviamente mortificante per tutti gli altri settori invece penalizzati.

    Dalla semplice analisi ed in considerazione dell’assenza, durante quest’ultimo anno pandemico, di qualsiasi tipo di investimento relativo ai mezzi pubblici da parte di tutte le religioni (competenti per materia ma private di risorse aggiuntive) risulta evidente come riportare la scuola in presenza al 100% (in zona gialla o arancione) con la medesima disponibilità di mezzi pubblici ridotta al solo  50-60% significherebbe inevitabilmente ritrovarsi alla fine di maggio con un’impennata di contagi.

    Questo andamento facilmente prevedibile, perché va ricordato come nel 2020 l’impennata dei contagi sia avvenuto ad ottobre, esattamente due settimane dopo l’apertura delle scuole, provocherebbe ora una inevitabile chiusura (lockdown) durante il periodo estivo, con un ulteriore danno per il settore turistico già fortemente compromesso dalla doppia chiusura del settore nel periodo invernale.

    In questo contesto sarebbe ‘carino’ individuare chi, nella compagine governativa e nella maggioranza parlamentare, sarebbe in grado di spiegare agli operatori turistici sia della montagna che del mare come organizzare tutte le attività turistiche le quali ORA stanno studiando una programmazione. Questo in previsione di un possibile aumento dei contagi dalla terza settimana di maggio e con probabile ricadute di chiusure nei mesi di giugno e luglio.

    Indipendentemente dall’individuazione dei soggetti istituzionali responsabili degli investimenti nel potenziamento dei mezzi pubblici la priorità di apertura riservata alla scuola rappresenta la posizione strategica e politica del centrosinistra. E per giustificare la propria legittima posizione viene indicata la corrente avversa di pensiero favorevole, invece, ad una priorità all’apertura, anche se parziale, del settore turistico e della ristorazione, come espressione della prevalenza del valore del “business” rispetto a quello dell’istruzione.

    Questa contrapposizione dimostra come, ancora una volta, la politica di fronte a pensieri complessi ed a problematiche articolate si riduca ad esprimere vecchi concetti classisti ed ideologici aggiornati magari con qualche neologismo inglese.

    Indicare il settore del turismo, della ristorazione e dell’horeca come settori legati al “business”, quindi “di basso lignaggio e speculativi rispetto al supremo valore dell’istruzione”, dimostra semplicemente la assoluta ignoranza relativa alla intensità di manodopera garantita da un albergo, un ristorante, un bar e da tutti i grossisti di bevande, prodotti gastronomici ed alimentari, servizi di lavanderia che servono questi settori (horeca).

    Perdipiù anticipare rispetto alle scuole l’apertura di questi settori economici permetterebbe di avviare una timida ripresa economica senza per contro l’aggravio di una utenza aggiuntiva per i mezzi pubblici, quindi, anche sotto il profilo della pandemia, una scelta conservativa.

    Il terzo millennio indicato come un periodo storico segnato dal declino delle ideologie dimostra invece come proprio di fronte alla complessità di un problema la classe politica utilizzi, ancora una volta, i paradigmi politici espressione del secolo precedente.

    E’ stupefacente come il lavoro una volta indicato come un diritto ora, proprio per la contrapposizione ideologica, sia diventato l’espressione di un business.

    Il declino culturale del nostro Paese dimostra ancora una volta di avere raggiunto un nuovo limite.

  • Le due montagne

    In tono trionfalistico il presidente della Regione Veneto annuncia un accordo per il “decongestionamento” dei passi tra Veneto e Trentino Alto Adige. Ancora una volta, attraverso una tempistica addirittura offensiva, la classe politica, in questo caso regionale, offre una dimostrazione del proprio distacco dalla realtà oggettiva vissuta dall’area veneta e montana in generale.

    Il nostro Paese è ancora alle prese con la difficile gestione della pandemia i cui termini ultimi non si possono considerare ancora definiti. In più ci si trova alla soglia di un timido allentamento del quadro di norme restrittive (26 aprile) invece di “liberare e togliere” ogni vincolo di accesso tanto alla montagna quanto al mare e alle città d’arte con il fine di riattivare i flussi turistici, perlomeno fino alla fine dell’emergenza sanitaria ed economica.

    Lascia decisamente sbalorditi la tempistica di questa scelta, forse dettata dall’unico fine di accreditarsi una visione ambientalista, imponendo, ancora in piena pandemia, dei nuovi vincoli, perché altrimenti non troverebbe giustificazione.

    Francamente risulta inqualificabile ed espressione di una imbarazzante mancanza di conoscenza delle reali condizioni economiche che stanno vivendo le realtà montane: imporre nuovi vincoli conferma il fatto  che ancora oggi, e molto probabilmente per i prossimi 24 mesi,  la montagna avrà bisogno di ulteriori supporti economici e non certo di aggravi normativi che impediscano o quantomeno limitino ogni  libertà di movimenti e di facilità d’accesso che non  siano quelle legate alla sola capacità infrastrutturale. Questa iniziativa rappresenta una forma di disprezzo nei confronti della crisi economica che la montagna ha dovuto subire per la seconda stagione invernale.

    Il mondo politico non perde occasione per dichiarare la propria vicinanza alle specificità montane ma in realtà non le conosce e neppure esprime la decenza di approcciarsi con rispetto ad esse. Al tempo stesso dimostra di non possedere alcuna idea relativa alla gestione della movimentazione turistica in un periodo così particolare come quello che stiamo vivendo.

    Questo accordo tra il Veneto ed il Trentino Alto Adige si inserisce all’interno dello scellerato Decreto Salva Montagna il quale destina il 55% (385 milioni) dei 700 (anche se ora forse se ne dovrebbero aggiungere altri cento) in dotazione al Trentino Alto Adige mentre alle altre regioni dell’arco alpino ed appenninico (*) rimane il 45% (315 milioni).

    In questo senso giova ricordare come il Trentino Alto Adige abbia 653 (poco più del 38,1%) impianti di risalita sui 1742 totali dislocati sull’intero territorio nazionale. E’ evidente come la distribuzione delle risorse risulti sproporzionata e non in linea con le imprese degli impianti di risalita italiani: ad un 38,1% corrisponde un 55% delle risorse finanziarie dimenticando, tra l’altro, l’importante apporto delle stazioni minori come vere e proprie palestre per lo sci funzionali proprio alle località più lontane ed attrezzate come quelle del Trentino Alto Adige.

    Quantomeno si sarebbe dovuto articolare per il calcolo delle risorse finanziarie da destinare alle diverse regioni una quota relativa ai costi fissi ed un’altra In rapporto ai titoli di viaggio (skipass).

    Il settore turistico del Trentino Alto Adige risulta quindi, sotto profilo economico e finanziario, già “fuori” dalla problematica legata alla pandemia, potendo contare anche sulle operazioni di finanza straordinaria assicurate dalle province autonome di Trento e Bolzano.

    Nel Veneto, esattamente come nelle altre regioni, arriveranno le briciole di questi Ristori mantenendo l’intero settore a combattere contro gli effetti di questa crisi economica e privo di un reale aiuto economico.

    Basti in questo senso ricordare come il solo fondo di ristoro per i maestri di sci sia passato nella definizione finale del decreto statale da 80 a 40 milioni.

    E’ facilmente ipotizzabile come le province di Bolzano e Trento potranno integrate questa ridicola somma per una categoria di operatori della montagna con il famoso 55% della somma complessiva. Una scelta che privilegia l’industria del turismo del Trentino Alto Adige ma che penalizza oltremodo tutto il mondo legato alla economia della neve dell’arco alpino e della dorsale appenninica.

    In questo contesto risulta ancora più imbarazzante l’accordo tra il Veneto e Trentino Alto Adige, cioè tra due realtà turistiche ed economiche che stanno vivendo in modo assolutamente diverso l’emergenza pandemica ma soprattutto due realtà che godono di sostegni finanziari assolutamente non bilanciati. Di fatto il Trentino Alto Adige gode di un doppio aiuto legato alla propria autonomia alla quale si sommano i Ristori nazionali, mentre il Veneto e tutte le altre regioni alpine e montane stanno pagando pesantemente le conseguenze.

    Due situazioni tra la realtà montana delle province autonome e le altre. Due montagne, quindi.

    (*) Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Emilia Romagna assieme alle località sciistiche di tutte le altre latitudini

  • Obiettivo: il risparmio privato

    La democrazia rappresenta un sistema che esprime e tutela determinati valori e principi all’interno dei quali i sistemi politici cercano di adattarvisi per raggiungere i propri obiettivi ed attuare l’agenda politica. Questi Valori democratici definiscono il perimetro all’interno del quale gli obiettivi programmatici delle diverse forze politiche devono rimanere nell’ arco temporale della evoluzione storica di un paese: ovviamente tanto più risultano radicati questi principi tantomeno possono venire messi in dubbio.

    Il nostro Paese viene considerato una democrazia ormai consolidata, grazie alla separazione dei poteri legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Un consolidamento democratico, ora forse anche politico, caratterizzato quindi anche da un buon livello di alternanza alla sua guida, dopo decenni di “una democrazia bloccata” legata agli effetti della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico, a livello internazionale, i cui effetti si manifestavano nella impossibilità di inserire il PCI come una reale alternativa per la guida dell’Italia. Dopo la caduta del muro di Berlino i due schieramenti di centrodestra e centro-sinistra, entrambi espressione di partiti costituzionalmente democratici, si contendono la guida del Paese nella democratica competizione elettorale.

    In due occasioni, tuttavia, nel novembre del 2011 e nel febbraio del 2021, la politica ha alzato bandiera bianca lasciando la guida nostro Paese prima a Monti ed ora al prof. Draghi. La democrazia italiana al di là delle diverse rotte politiche sostanzialmente si è sempre basata sulla “divisione operativa” dei poteri, una vera e propria diarchia, all’interno della quale la politica gestisce la spesa pubblica mentre il sistema bancario il settore creditizio (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    Come logica conseguenza di questa “divisione” dei poteri la storia della politica italiana ci dimostra come mai nessun governo, anche se espressione dei più diversi accordi di coalizione politica, si sia rivelato in grado di ridurre la spesa pubblica. Anzi, nella sua articolata complessità l’intera classe governativa ha sempre inserito nuovi capitoli di spesa per raggiungere quegli obiettivi di consenso politico che in una democrazia permettono il raggiungimento oppure il mantenimento del potere.

    La pandemia da covid-19 ha così visto il nostro Paese presentarsi nel febbraio 2019 con un debito pubblico al 135% sul PIL mentre buona parte delle altre nazioni non raggiungevano il 100% e la Germania il 69%. Numeri che indicano la responsabilità di tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi 20 anni alla guida nostro Paese e che hanno portato ad un aumento del +85% della spesa pubblica. In questo contesto l’emergenza pandemica di fatto ha reso necessario il reperimento di nuovi fondi straordinari distruggendo così questo fragile equilibrio espressione di tale diarchia.

    L’assoluta insufficienza della disponibilità finanziaria dello Stato per far fronte alle emergenze economiche e finanziarie legate alle chiusure forzate delle attività economiche ha offerto l’occasione per avanzare da parte del sistema degli istituti di credito, appoggiato da buona parte della classe politica, ad individuare come ultima chance operativa strategica il risparmio privato. In questo senso va ricordato come l’ammontare totale raggiunto dal risparmio privato attualmente vada oltre i 10.000 miliardi di euro mentre le risorse liquide “giacenti” sui conti correnti risultino di circa 1.740 miliardi, pari sostanzialmente al valore annuale del PIL italiano.

    Con questi valori le strade che si aprono ad una classe politica e dirigente italiana in difficoltà nel reperire nuove risorse finanziarie ed avendo già aumentato dall’inizio della pandemia ad oggi il debito pubblico di 25 punti percentuali (135% al 160%/Pil mentre la Germania dal 69% al 75% sono sostanzialmente due: la prima rappresentata da una patrimoniale (1) ed una seconda più articolata.

    La patrimoniale venne imposta ai contribuenti italiani nel 1992 dal governo Amato sotto forma di prelievo forzoso del 6×1000 sui conti correnti per una crisi di liquidità. Come scelta strategica di finanza straordinaria presenta comunque un orizzonte di breve termine oltre a dovere presentare come contropartita una semplificazione e una riduzione della pressione fiscale (L. Einaudi).

    La seconda opzione, invece, torna a porre al centro dell’attenzione il risparmio privato in continua crescita. Questo fenomeno risulta evidente da oltre 10 anni e si manifesta con una espressione cristallina della insicurezza del contribuente italiano nei confronti degli esiti della gestione pubblica delle risorse, quindi come logica conseguenza della mancanza di fiducia della cittadinanza nei confronti della propria classe politica.

    Con la pandemia questo senso di insicurezza ha trovato nuove motivazioni. In questo contesto la classe politica e dirigente italiana, che rappresentano la principale causa di questa situazione di incertezza, intendono penalizzare gli effetti della propria inadeguatezza in perfetta sintonia con il sistema degli istituti di credito. L’idea individua nella penalizzazione delle “giacenze” di liquidità (superiori a 50.000 euro?) a causa dell’emergenza sanitaria ed economica e conseguentemente finalizzarla verso consumi ed investimenti (2).

    All’interno, invece, di un sistema democratico consumi ed investimenti devono rappresentare la libera scelta di un consumatore e di un risparmiatore ed entrambi possono venire influenzati da sgravi fiscali e non certo penalizzati attraverso penalizzazioni fiscali.

    Anche il solo pensiero progettuale di appropriarsi del risparmio privato rappresenta la limpida espressione di uno Stato che intende sacrificare i principi costitutivi della democrazia per la “banale” ricerca di nuova liquidità straordinaria.

    Le risorse economiche rappresentano, anche nella semplice forma di liquidità depositata presso gli istituti di credito, il frutto legittimo delle attività professionali e dei sacrifici dei contribuenti. Queste già vengono mantenute all’interno del sistema bancario con l’obiettivo di trasformarsi in credito al sistema produttivo e così favorire la crescita economica.

    La pandemia ha evidenziato come tali risorse anche se in forma di liquidità non risultino più sufficienti non tanto alla crescita economica ma quanto al finanziamento complessivo della stessa diarchia. Sostanzialmente questa seconda opzione risulta finalizzata al finanziamento, ancora una volta, della spesa pubblica anche se in un momento di emergenza pandemica e magari contemporaneamente fornire risorse aggiuntive al sistema bancario stesso con l’obiettivo di acquistare anche i titoli del debito pubblico.

    Il frutto quindi di un comportamento virtuoso del quale il risparmio ne presenta l’espressione diventa adesso l’oggetto del desiderio dei soggetti titolari della diarchia i quali non esitano a bypassare senza ritegno anche gli elementari principi democratici a tutela del risparmio e del lavoro.

    L’Italia, e non da oggi, rappresenta un sistema di interessi politici ed economici nel quale la ragione di Stato esprime priorità sempre superiori anche ai principi costitutivi di un vero Stato democratico dal quale passo dopo passo il nostro Paese si sta irrimediabilmente allontanando.

  • Il Covid spinge Bolsonaro sulla via di Conte, il premier brasiliano s’aggrappa a un rimpasto

    Terremoto politico in Brasile, già in ginocchio per la pandemia. Jair Bolsonaro procede ad un rimpasto di governo per provare a scrollarsi di dosso le critiche per la pessima gestione del Covid tentando di compiacere gli alleati del ‘Grande centro’, unico scudo politico contro le richieste di impeachment pendenti contro di lui alla Camera, e garantirsi al contempo l’appoggio dell’ala più radicale delle Forze armate.

    Dopo aver incassato le dimissioni del ministro degli Esteri Ernesto Araujo e del ministro della Difesa, generale Fernando Azevedo e Silva, il presidente brasiliano ha cambiato altri quattro ministri, garantendo l’entrata della deputata centrista Flavia Arruda e piazzando al ministero chiave della Difesa il generale Walter Souza Braga Netto, più in linea del suo predecessore con le posizioni autoritarie del presidente. Braga Netto ha rimosso subito i comandanti delle 3 Forze armate, Edson Pujol (Esercito), Ilques Barbosa (Marina) e Antonio Carlos Moretti (Aeronautica), che avevano messo gli incarichi a disposizione del nuovo ministro. E’ la prima volta dalla dittatura militare che i comandanti delle 3 Forze armate vengono rimossi tutti insieme senza un cambio di governo.

    La notizia ha colto di sorpresa gli osservatori in quanto si attendeva la rimozione solo di Pujol, mostratosi insofferente alle pressioni di Bolsonaro di associare le Forze armate al suo governo. Pujol è stato anche attaccato da Bolsonaro per aver criticato la nomina del generale Eduardo Pazuello a ministro della Salute in piena emergenza sanitaria. Ma i fatti gli hanno dato ragione: il presidente è stato infatti costretto a sostituire Pazuello, quarto ministro della Salute dall’inizio della pandemia, con il cardiologo Marcelo Queiroga, che sembra aver cambiato rotta rispetto alla strategia negazionista del governo dichiarandosi favorevole alle misure di isolamento e alla vaccinazione di massa.

    Bolsonaro è fortemente criticato da molti governatori e dai sindaci delle più importanti città del Paese – dove contagi e morti aumentano a causa della variante di Manaus e le terapie intensive sono al massimo dell’occupazione – per la gestione caotica della pandemia e per le sue continue esternazioni antiscientifiche. Al coro delle critiche si è unita di recente anche la voce dell’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, che ha accusato Bolsonaro di essere “responsabile del più grave genocidio della storia del Brasile”. Dopo la cancellazione delle condanne inflittegli nella Tangentopoli brasiliana, Lula è tornato al centro della scena politica e il suo consenso è in aumento. “Non ho mai visto il popolo brasiliano soffrire così tanto come oggi. Si muore nelle corsie degli ospedali, è tornata la fame”, ha rincarato Lula, che sembra sempre più intenzionato a sfidare Bolsonaro alle presidenziali del 2022. L’attuale capo di Stato di estrema destra non nasconde di puntare alla rielezione ma dopo un anno di pandemia la sua popolarità è offuscata e le sue possibilità di un secondo mandato iniziano a vacillare.

    Il Brasile ha superato la soglia dei 300mila morti, è il Paese dove si muore di più al mondo per il Covid-19 con una media di 2.400 morti giornalieri, e sta affrontando una grave crisi economica. Elementi che rischiano di ampliare ulteriormente la forbice sociale. Il Pil è calato del 4,1%, la disoccupazione è intorno al 14% e quasi 15 milioni di famiglie vivono sotto la soglia di povertà. Un dato allarmante per un Paese che un decennio fa era la locomotiva trainante dell’America latina. Il governo Bolsonaro è intervenuto garantendo un sussidio mensile di emergenza di 600 reais, circa 100 euro, ma il programma di aiuti federali è stato sospeso alla fine del 2020. Forse riprenderà, in maniera ridotta, ad aprile.

    Ma l’emergenza sanitaria in Amazzonia, con le terribili immagini degli ospedali di Manaus senza più ossigeno da somministrare ai pazienti Covid e le ruspe al lavoro giorno e notte nei cimiteri per scavare fosse comuni, il ritardo nell’acquisto dei vaccini, dopo averne negato l’utilità in maniera sprezzante, hanno messo Bolsonaro all’angolo. Una terza ondata pandemica, da molti virologi ritenuta inevitabile, potrebbe decretare la fine politica dell’ultimo leader negazionista alla guida di un grande Paese dopo la sconfitta elettorale di Donald Trump.

  • Governo Draghi: i conti non tornano più

    A questo punto qualcosa non torna più tanto nelle strategie quanto nei risultati raggiunti dal governo Draghi. Dopo un anno di lockdown che ha messo in ginocchio le attività economiche italiane ed in particolare il settore del turismo l’imposizione della zona rossa in tutte le regioni italiane nel periodo pasquale costringe ancora una volta il sistema ricettivo alberghiero alla chiusura, a Cortina come Venezia e a Roma.

    Viceversa, fino a ventiquattro (24) ore fa, con due semplici tamponi, uno all’andata e l’altro al ritorno, era possibile raggiungere le località turistiche spagnole ed i rispettivi alberghi.

    A fronte delle legittime proteste dell’intero settore turistico ancora offeso da una simile miopia, ennesima espressione di una incapacità sostanziale del Ministro della Sanità, ora si “impone” al ritorno una quarantena “volontaria” di cinque (5) giorni, un numero assolutamente arbitrario che rappresenta l’ennesima offesa al settore del turismo italiano.

    E’ evidente, tuttavia, il doppiopesismo con il quale si favorisca la movimentazione turistica verso l’estero mentre si obbligano alla chiusura totale le strutture italiane.

    Quindi se il tampone è sufficiente per assicurare l’interesse della tutela sanitaria nazionale per partire e rientrare da uno stato europeo (i 5 giorni di isolamento arbitrario sono solo l’ennesima beffa) non si vede perché non possa esserlo nella movimentazione interregionale per raggiungere una località turistica italiana, magari anche solo all’interno dei confini regionali.

    Oppure la metastasi culturale di questa classe dirigente, e quindi anche di questo governo, ha preso il sopravvento sui legittimi interessi degli operatori economici italiani in quanto non va dimenticato come, contemporaneamente a questa disastrosa gestione dell’economia turistica, ancora una volta la questione Alitalia, come ampiamente anticipato, rimane bloccata presso la Commissione europea nonostante la “brillante” iniziativa dei ministri Giorgetti e Giovannini. La sintesi delle loro competenze ha portato ad una strategia di rilancio della compagnia italiana che prevede aiuti di oltre 666.666 euro/dipendente: 4,5 miliardi per 4.550 dipendenti. Mentre il governo di Angela Merkel ne assicura 66.666 (1/10 rispetto ad Alitalia, con 9 mld e 135.000 dipendenti) ma chiedendo contemporaneamente la cessione del 20% delle azioni e anche di alcuni slot (https://www.ilpattosociale.it/attualita/alitalia-la-storia-infinita/).

    Rientrando nel contesto del settore turistico rimane inspiegabile come una personalità del prestigio internazionale di Mario Draghi possa supportare queste ridicole iniziative con l’unico risultato di penalizzare ancora una volta l’economia turistica italiano. In questo senso il quesito emerge sovrano quanto rimane privo di risposta.

    In termini generali, tuttavia, è evidente come manchi la comprensione da parte dell’intera classe politica e dirigente espressa dai governi Conte1, Conte2 ed ora Draghi sia in relazione allo stato di difficoltà delle imprese economiche quanto ad una insopportabile incapacità di sostenerne le priorità.

    E’ veramente inaudito il doppiopesismo utilizzato per le attività economiche italiane rispetto ai favoritismi nello specifico al settore turistico spagnolo.

  • Domande in attesa di risposta

    In molte regioni, Lombardia per prima, la vaccinazione va troppo a rilento anche per il deficit di alcuni sistemi informatici scelti. Per velocizzare le vaccinazioni per quale motivo, a livello nazionale o regionale, non si è chiesto ai medici di base di fornire l’elenco dei loro assistiti anziani e non si è organizzato con loro, su base volontaria e concordando un contributo, la vaccinazione nei loro ambulatori, almeno per i più anziani, per le categorie a rischio e per i portatori di patologie invalidanti? Per i medici che avrebbero aderito ci sarebbe stato un indennizzo economico, avremmo accelerato le vaccinazioni ed evitato che persone molto anziane, o con gravi patologie, si dovessero spostare per decine di chilometri per raggiungere il megacentro adibito ai vaccini su larga scala. Rimane il mistero del perché gli allettati siano in troppe regioni ancora senza vaccinazione a domicilio e perché non si sia chiesto all’Inps l’elenco degli invalidi visto che l’Istituto ha tutti i tabulati che servono al pagamento delle pensioni di invalidità e di accompagnamento. E’ noto purtroppo che i vari cervelloni che contengono i dati delle diverse amministrazioni ed enti non dialogano tra di loro, lo si denuncia da tempo ma nessuno provvede.

    Il presidente dell’Emilia Romagna, Bonaccini, ha giustamente detto che il personale sanitario che rifiuta la vaccinazione deve essere spostato ad altre mansioni lontano dai pazienti, ogni giorno infatti ci sono nuovi infettati negli ospedali e nelle case di riposo per colpa di personale che non si è voluto vaccinare. Per quale motivo ancora oggi manca una legge in merito? I pazienti infettati o i loro famigliari potrebbero fare anche una denuncia per procurata strage, è urgente che governo e parlamento facciano chiarezza su un problema molto grave. Va inoltre tenuto conto che chi, nello svolgimento del suo lavoro sanitario, si infetta ha giustamente diritto alla copertura e al sostegno dell’Inps, ma questo può valere anche per chi ha rifiutato il vaccino e si ammalato? Qualcuno ha affrontata la questione?

    Domenica 28 marzo durante la trasmissione dell’Annunziata è stato confermato, anche dal Presidente del Parlamento Europeo On. Sassoli, che in Europa è stata vaccinato il 4,1% della popolazione ma continuano a dirci che per fine luglio si arriverà all’80%! Cerchiamo di avere i piedi per terra, anche se arriveranno tutti i vaccini promessi e si accelererà in ogni paese la vaccinazione sarà veramente difficile se non impossibile raggiungere quanto promesso, non sarebbe il caso di essere più chiari ed onesti con i cittadini?

    Benissimo il cosiddetto passaporto sanitario ma sembra un po’ utopistico parlarne ora con solo il 4% di vaccinati e con la confusione e le difficoltà che porteranno ad avere immunizzati alcuni membri della famiglia ed altri ancora senza vaccinazione con i problemi conseguenti. Resta inoltre molto pericoloso ed assurdo che oggi, mentre in Italia siamo quasi tutti in zona rossa e non si può raggiungere la regione vicina per andare al mare o in montagna, restino aperti i viaggi all’estero per turismo, molti italiani sono già partiti per la Spagna ed altre località europee. Chi si sta occupando della gestione di questi problemi?

    Il presidente Draghi ha dato un forte richiamo all’Europa sia per i vaccini sia con la proposta di iniziative economiche e poi è indiscusso il cambio di marcia che c’è stato con la nomina di Curcio e del Generale Figliuolo ma troppi marcano il passo sia negli uffici ministeriali che in certe Regioni e non c’è tempo da perdere, bisogna intervenire con decisione.

  • Alitalia: la storia infinita

    Nel 2021 il nuovo governo Draghi si è insediato alla guida del nostro Paese con l’importante funzione di segnare un importante e definitivo punto di svolta rispetto alla disastrosa gestione pandemica ed economica dei governi Conte 1 e Conte 2. Le sfide da affrontare erano e sono tutt’oggi molteplici, articolate e di difficile soluzione.

    Molto spesso, inoltre, le diverse problematiche da affrontare rappresentano la infelice risultante di politiche gestionali le cui proprie origini, come le responsabilità, devono venire individuate in un arco temporale che comprenda gli ultimi vent’anni.

    In questa situazione la compagnia di bandiera Alitalia sicuramente rappresenta l’emblema di una struttura mantenuta in vita da tutti i governi e costata fino ad oggi oltre 12 miliardi per ritrovarsi immancabilmente ogni sei mesi in crisi di liquidità. Dai capitani coraggiosi passando per Cimoli, condannato a 8 anni per la propria gestione di Alitalia, fino all’attuale dirigenza nulla è cambiato e soprattutto, in considerazione delle professionalità e delle strategie presentate dai responsabili del nuovo governo Draghi, nulla cambierà. Alla nuova Alitalia, infatti, verranno assegnati, ancora una volta, altri tre (3) miliardi di aiuti di Stato per una compagnia che conta 45 velivoli e 4.500 dipendenti. Questa scelta è interamente attribuibile alla competenza del nuovo ministro delle Infrastrutture e della movimentazione sostenibile Giovannini unita a quella espressa dal ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Anche la tedesca Lufthansa, come tutte le grandi compagnie aeree, ha subito sostanzialmente quasi un azzeramento del proprio fatturato. A fronte di questa situazione insostenibile sotto il profilo finanziario il governo di Angela Merkel ha assegnato alla compagnia tedesca aiuti di finanza straordinaria per nove (9) miliardi. In considerazione del profilo dimensionale dell’azienda va ricordato come Lufthansa abbia nel proprio organico 135.000 dipendenti (30 volte quelli di Alitalia) e 265 velivoli. A fronte di questi aiuti statali straordinari la compagnia tedesca sarà comunque costretta a cedere il 20% delle proprie azioni al governo, così come alcuni slot, per aumentare la concorrenza sui cieli germanici.

    La sostanziale “cilindrata” tra la struttura di Alitalia e di Lufthansa risulta evidente in modo imbarazzante ma non evidentemente al pluriaccademico Giovannini e, ovviamente, neppure al ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Il ministro Giovannini, in pieno delirio gestionale, sempre all’interno di una visione di compatibilità e di una maggiore sostenibilità della quale si considera un sostenitore, avrebbe addirittura in previsione di avviare un accordo tra l’Italia e Trenitalia (l’unica vera concorrente nelle tratte brevi nazionali della compagnia di bandiera). Una strategia finalizzata alla creazione di un cartello nel settore dei servizi trasporto che l’Unione Europea non boccerebbe sicuramente.

    Sembra incredibile come, ancora una volta, si stia assistendo al salvataggio di un’azienda decotta come la compagnia di bandiera italiana incapace da due decenni di trovare il proprio posizionamento all’interno di un mercato molto concorrenziale. Un’operazione che vede impegnato, per di più, un sostenitore della mobilità sostenibile dimostrando per l’ennesima volta come questo concetto si traduca sostanzialmente, sotto il profilo gestionale, in un ennesimo maggiore esborso per i contribuenti italiani. Il semplice ed imbarazzante confronto, infatti, tra le risorse destinate ad Alitalia dimostra come queste siano circa 666.666 euro per dipendente e rappresentano una cifra pari a dieci (10) volte rispetto all’aiuto finanziario del governo di Angela Merkel che ha destinato a Lufthansa pari a 66.666 euro per singolo dipendente: 1/10 appunto di quanto riconosciuto per Alitalia.

    Il mondo accademico rappresentato da Giovannini unito a quello professionale rappresentato da Giorgetti, colui che ci portò a 24 ore dalla squalifica dalle Olimpiadi di Tokyo con la complicità dell’ex ministro Spadafora per la creazione con il governo Conte 1 di Sport&Salute, hanno perso un’altra occasione per dimostrare la propria competenza all’interno di una problematica gestionale. In particolare la credibilità stessa del mondo accademico si dimostra, alla verifica dei fatti, una semplice sintesi di competenze teoriche unite a concetti prettamente di convenienza politica completamente svincolati dall’economia reale.

    La “innovativa” strategia della compagnia di bandiera Alitalia mette ancora una volta a nudo il declino culturale del nostro Paese con un universo accademico incapace di convertire delle competenze teoriche in scelte di economia reale. La nuova Alitalia rappresenta un ulteriore esempio della mala gestione governativa di allora come oggi. Il nuovo che avanza assomiglia sempre più al peggiore passato ed il concetto di sostenibilità tanto caro al neo Ministro Giovannini si traduce come sempre in un maggior onere per i contribuenti.

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