Cibo

  • Un’anima fresca e integra

    All’inizio degli anni ’80, una giovane nutrizionista inglese di nome Caroline Walker cercò di risvegliare il popolo britannico sui pericoli e i veleni dell’industria alimentare.

    Caroline è nata nell’Hampshire nel 1950 e nel 1972 ha conseguito una laurea in biologia presso il Queen Elizabeth College e poco dopo ha iniziato un corso post-laurea in Nutrizione umana. Durante i suoi studi maturò la consapevolezza che il più grande scandalo nel suo Paese, e non solo, fosse il cibo malsano e contraffatto e tanto studiò che nel 1984 pubblicò un libro, divenuto un bestseller, intitolato The Food Scandal.

    Dalle poche fotografie in rete, Caroline era una donna minuta e con un ampio sorriso. Tenne molte conferenze, interviste e dibattiti non perdendo mai occasione per denunciare pubblicamente le contraffazioni alimentari. “La limonata non contiene limone” era una delle frasi di denuncia con le quali introduceva i suoi discorsi, come “I consumatori devono sapere che ciò che stanno mangiando non è cibo, ma chimica”.

    Poco più che trentenne si schierò coraggiosamente anche contro la pubblicità della potentissima industria alimentare tutta rivolta, a suo parere, a convincere le casalinghe del ceto medio sulla “bontà” dei loro prodotti. Durante i suoi incontri pubblici, Caroline era solita portare con sé sacchi di alimenti confezionati per rivelarne gli ingredienti. Una volta, un noto giornalista, intervenne chiedendole: “Ma dove ha preso questa robaccia?”. E lei rispose, sorridendo, “Dove pensa che l’abbia presa? Nel supermercato vicino casa!”.

    Nel 1986 tenne una conferenza sugli additivi chimici al Dorchester Hotel di Londra. Il suo pubblico era composto da rappresentanti dell’industria alimentare, nutrizionisti e giornalisti. Dalla sua borsa tirò fuori una bevanda di colore blu chiamata Mixed Fruit Tropic Ora, e chiese se qualcuno avrebbe voluto assaggiarla. Non un singolo rappresentante dell’industria alimentare volle farlo. Il solo che accettò la proposta fu un noto food influencer dell’epoca, Paul Levy, che dichiarò che quella fosse la peggiore bevanda che avesse mai provato. Appassionata anche di storia, Caroline ha spesso espresso la sua ammirazione per il lavoro del chimico e farmacista Frederick Accum (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/25/libero-furbo-in-libero-fessaio). Come Accum, Caroline vide l’adulterazione come una conseguenza dell’industrializzazione, unita a un’etica politica eccessivamente permissiva. Tuttavia vide una differenza importante tra la battaglia di Accum nel diciannovesimo secolo e le sue nel ventesimo. Accum, infatti, aveva denunciato frodi alimentari illegali, mentre la sua missione era quella di denunciare inganni contro i consumatori da parte dell’industria alimentare che non infrangeva alcuna legge: tanto da definirla una “frode legale verso i consumatori“. Era perfettamente legale, infatti, vendere un “Raspberry Flavor Trifle” (un dolce al gusto di lampone) che non conteneva alcuna traccia di vero lampone.

    Caroline sapeva che il Ministero dell’Agricoltura era allineato nel difendere tali aberrazioni favorito dalla ormai comune “indotta” opinione che “il cibo è parte integrante del godimento della vita e che l’occasionale consumo di un dolce al gusto di lampone, anche se senza lampone, non avrebbe mai fatto del male a nessuno”. Ovviamente, Caroline non era d’accordo e insisteva sulla “mostruosità” che questi alimenti venivano rapidamente visti e pubblicizzati dalla popolazione come cibo “normale” diventando la regola piuttosto che l’eccezione. Additivi, coloranti etc erano e sono più economici dei cibi veri e Caroline aveva ben intuito come il junk food (il cibo spazzatura, oggi imperante) stava per invadere le case di tutto il Mondo e stava per far ammalare milioni di persone. “Perché produttori senza scrupoli possono essere autorizzati dallo Stato a ingannare la gente in questo modo?”. “Cambiamo le leggi!”. “Boicottiamo questi veleni!”. Ripeteva ad ogni suo incontro. Carolin Walker sperava tanto di poter continuare a dare il suo contributo affinché tutto ciò cambiasse in meglio ma, purtroppo, non ne ha avuto la possibilità. Morì nel 1988, a soli trentotto anni di un cancro al colon (come altre centinaia di migliaia di persone in questi anni[1]). Come Accum, 160 anni prima, Caroline comprese che l’arma migliore contro l’adulterazione è la conoscenza della chimica, delle leggi e, non da meno, l’amore per gli indifesi e la natura. Una volta, ad un politico che dopo aver assaggiato uno dei cibi spazzatura che lei portava con sé e che le disse: “E’ disgustoso. Io questa robaccia non l’ho mai mangiata” lei rispose, gentilmente: “Lei no. Ma molta gente del suo Paese lo fa”. Questa giovane e coraggiosa ragazza, da vera pioniera, consigliava di evitare gli zuccheri raffinati e di sostituirli con lo zucchero della frutta vera; di evitare grassi idrogenati e di sostituirli con oli di girasole, di oliva o di noci; di evitare bevande analcoliche industriali e di bere invece veri succhi di frutta fatti in casa; di mangiare meno cibi salati ed introdurre più verdure; di mangiare sgombri e sardine invece di carni di allevamento. Nel sito della fondazione che porta il suo nome, è descritta come “una lottatrice impavida ed efficace che credeva appassionatamente nel miglioramento della salute pubblica attraverso il cibo di qualità” e della quale, il suo messaggio può essere cristallizzato in quattro semplici parole “Mangia cibo fresco e integro”. Fresco e integro come il suo spirito.

    [1] https://www.thelancet.com/journals/langas/article/PIIS2468-1253(19)30345-0/fulltext

  • Toghe&Teglie: mousse di cioccolato con zabaione e pinoli

    Ogni tanto si ricordano di me gli avvocati di Toghe & Teglie…domenica è stato il mio compleanno, mi hanno fatto un sacco di auguri e, forse, questa apparizione su Il Patto Sociale è un regalo. Apprezzo comunque. Mi avete riconosciuto? Sono Mohamed Aly, lo chef della Gnoccheria di Milano e questa settimana vi propongo un dolce che può incontrare il gusto di tutti.

    Procuratevi 1/2 litro di panna liquida, due cucchiai di zucchero a velo, sei uova (sei tuorli e tre albumi) e altri quattro tuorli, 300 grammi di cioccolato fondente all’80%, un bicchierino di vino bianco fermo, un goccio di limone, sale e pinoli q.b.

    Ora, in una bastardina di rame mettete sei tuorli, un cucchiai di zucchero a velo, la panna liquida e un pizzico di sale. Sbattete il tutto a fuoco lento finché il composto non diventa più corposo e a questo punto toglietelo dal fornello.

    A parte fate sciogliere il cioccolato a bagnomaria e montate a neve i tre albumi con un pizzico di sale e una goccia di limone.

    Ora riprendete la bastardina con il composto ed aggiungetevi il cioccolato sciolto amalgamandolo bene e poi aggiungete gli albumi montati a neve girando in senso rotatorio dal basso in alto. Mettete la musse in frigo e lasciatela per dodici ore.

    Tocca allo zabaione, nel frattempo: nella bastardina di rame mettete quattro tuorli e un cucchiaio abbondante di zucchero a velo e un pizzico di sale. Sbattete energicamente a fuoco lento anche questa volta e quando il composto prende corpo versatevi lentamente il bicchierino di vino continuando a sbattere fino a raggiungere una maggiore compattezza. Spegnete e fate raffreddare.

    Al servizio distribuite lo zabaione sui piatti e aggiungetevi sopra una pallina di mousse e guarnendo con i pinoli.

    Non è difficile, dai! Provate e ne sarete soddisfatti.

    Alla prossima

  • Toghe&Teglie: la tartetatin alle cipolle

    Buongiorno ai lettori gourmet di questa rubrica sulla quale esordisco già dopo pochi giorni dal mio ingresso nel Gruppo Toghe & Teglie; sono Fabiola del Torchio, avvocata tributarista milanese che con la sua prima preparazione presentata ai colleghi spadellatori ha avuto un inatteso successo. Tanto è vero che ora sono qui con una ricetta che non è mia originale ma, forse, meno conosciuta e che nella versione che vi offro non è nemmeno difficile da preparare: la tartetatin alle cipolle, versione salata del più noto e tradizionale dolce francese.

    Al posto delle mele, l’ingrediente principale sono, ovviamente, le cipolle e può essere servita con un aperitivo o con gli antipasti: vedete voi.

    Facile il procedimento, secondo la mia versione: in una teglia ponete dei fiocchetti di buon burro, anche se non è un Echirè meno facile da reperire, assicuratevi della qualità, spolverate con un cucchiaio di zucchero di canna e ricoprite il tutto con cipolle bianche tagliate a rondelle: volendo si può mischiare un po’ di scalogno.

    Avrete notato che non ho indicato quantità: dipendono molto dalla dimensione della tartetatin che volete realizzare e – quindi – dal diametro della teglia; badate solo di non esagerare con il burro per non incorrere in un prodotto finale che trasuda unto.

    Lasciate riposare il tutto per una decina di minuti e poi ricoprite e sigillate la teglia con della pasta sfoglia (anche quella già pronta va bene se non avete molto tempo da dedicare) che dovrete forare in alcuni punti per impedire che si bruci lo zucchero all’interno e procedete con  una cottura iniziale a fuoco basso finché la pasta sfoglia non si colorisce un po’ all’esterno.

    Intanto avrete portato il forno ventilato a 160 gradi ove sposterete la teglia per non più di  dieci/quindici di minuti: anche in questo caso regolatevi in base alla brunitura superiore raggiunta.

    Ora siete pronti per servire: ribaltate la vostra tartetatin, avendo cura di non farla frantumare ponendo il piatto di portata sopra la teglia prima di avviare l’operazione…et voilà! Manca solo una guarnizione finale, se può piacere: una manciata di pezzetti di gorgonzola duro e piccante oppure, se volete fare i transalpini fino in fondo, usate del Rochefort ponendo attenzione, nel dosarlo, alla sapidità che – di norma – è maggiore del nostro gorgonzola.

    Stuzzicante, vero? Alla prossima, quando mi meriterò ancora di rappresentare il Gruppo su Il Patto Sociale.

  • Lo spreco alimentare vale 15 miliardi, l’80% è nelle case

    La quantità di cibo che si spreca ogni anno nelle case degli italiani (si tratti di 36,54 chilogrammi a testa) ammonta a oltre 2.200.000 tonnellate e a un valore di quasi 12 miliardi di euro (che sommati ai 3 miliardi 293 milioni di spreco della filiera portano ad oltre 15 miliardi di euro in totale). Lo rende noto la “campagna Spreco Zero” che promuove la settima giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, il 5 febbraio, quest’anno nel segno della prevenzione degli sprechi per la salute dell’ambiente e dell’uomo. La Giornata ha il patrocinio dei ministeri dell’Ambiente e della Salute.

    Lo spreco domestico – secondo l’analisi compiuta per il 2018 da “Diari di Famiglia progetto Reduce” – vale fra il 75 e l’80% della filiera complessiva, che comprende lo spreco nei campi (7,8%), nell’industria (6,5%), nella distribuzione (7,4%) per un totale di 15 miliardi che equivale allo 0,86% del Pil del 2018.

    “L’impegno per lo sviluppo sostenibile e la prevenzione degli sprechi – spiega il fondatore Spreco Zero-Last Minute Market Andrea Segrè – passa attraverso il monitoraggio dei comportamenti e quindi attraverso i dati. Sei anni fa (2014) un italiano su due dichiarava di gettare cibo quasi ogni giorno, nel 2019 solo l’1% degli intervistati ha dichiarato di cestinare il cibo quotidianamente. Lo spreco del cibo resta in testa alla nefasta ‘hit’ degli sprechi per il 74% degli italiani. Seguono lo spreco idrico (52%), nella mobilità (25%), di energia elettrica (24%) e in generale legati ai propri soldi (16%)”.

    “Stop food waste, feed the planet” (ovvero stop allo spreco del cibo, nutri il pianeta) è il tema su cui è imperniato il confronto, il 5 febbraio nella sede della fondazione Enpam, tra il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri e molte istituzioni internazionali, dalla Fao al World Food Programme.

  • Il food delivery alimenta il business della ristorazione meneghina e capitolina

    I galoppini in bicicletta fanno pedalare gli affari della ristorazione. A Milano e Roma, il food delivery ha portato a una crescita degli ordini, nel 2019, rispettivamente del 98% e del 91%.  «Questi risultati – spiega Matteo Sarzana, General Manager di Deliveroo Italia – confermano non soltanto il trend positivo registrato dalla nostra piattaforma. Ma sottolineano tutte le potenzialità del nostro settore, in termini di sviluppo della ristorazione e creazione di nuovi posti di lavoro». Sarzana sottolinea che «a crescere, infatti, non sono solo le città in cui il servizio è arrivato più recentemente, ma anche quelle, come appunto Milano e Roma, in cui Deliveroo, nonostante sia ormai un’abitudine consolidata, continua a crescere in termini di nuovi consumatori, aree del territorio raggiunte, nuovi ristoranti e frequenza dell’utilizzo della App».

    Riguardo i ristoranti delle due città in piattaforma, Milano guida la classifica dei ristoranti ‘live’ con più di 2.000 mentre a Roma i ristoranti da cui è possibile ordinare cibo a domicilio sono oltre 1.500. «Il numero dei ristoranti che scelgono di collaborare con la nostra piattaforma è aumentato considerevolmente nell’ultimo anno, fino a superare, in tutta Italia, quota 9.000», riferisce ancora Sarzana sottolineando che grazie al food delivery la piattaforma «rappresenta un canale di fatturato incrementale, che non impatta sui costi fissi, che rende più efficiente il servizio e consente di aumentare, in media, il giro d’affari del ristorante in media fino al 30%».

  • Toghe&Teglie: la pasta del Commissario

    Buongiorno a tutti i lettori, sono Rossella Perricone, avvocata agrigentina del Gruppo Toghe & Teglie, poco fantasiosamente soprannominata la Girgentana. Di me avete già avuto modo di leggere proposte culinarie con i sapori tipici della mia terra e questa volta non sarà diverso con la ricetta di una pasta per la quale, pare, vada matto il Commissario Montalbano che, forse stimolato da profumi e sapori, appare sempre di robusto appetito.

    Questi gli ingredienti necessari: un centinaio di grammi di penne o maccheroncini a testa (di più se siete affamati come Montalbano), io uso la Rummo perché da queste parti quella di Gaetano Inserra non si trova ancora, poi un broccolo romano, mezzo kg. di salsiccia con semi di finocchietto,100 grammi di parmigiano (se piace un gusto più forte si può usarne uno invecchiato oltre i 24 mesi), pinoli e uva passa a piacere ma senza esagerare. Pepe q.b. solo se non è già presente nella salsiccia, sale, aglio, olio evo, burro e passata di datterini o ciliegini.

    Fate bollire il broccolo conservandone l’acqua per cuocervi successivamente la pasta e solo quando è cotto salatelo, scolatelo e friggetelo in padella finché non diventa dorato con poco olio e aggiungendo l’aglio, i pinoli e l’uva passa.Togliete l’aglio alla fine di questa fase della preparazione.

    A parte, dopo averla privata del budello e sminuzzata, fate dorare la salsiccia in una padella con un filo d’olio e integrate con la passata di pomodoro.

    Ora potete mettere a bollore la pasta, scolatela molto al dente perché proseguirà la cottura in fase di condimento  e rimettetela nella sua pentola in cui aggiungerete una abbondante spolverata di parmigiano e un poco di burro.

    A fuoco bassissimo amalgamate bene e poi progressivamente unite il broccolo e poi il sugo di salsiccia ogni volta amalgamando nuovamente.

    Togliete dal fuoco, mettendo il coperchio, aggiungete una ultima dose di parmigiano, mantecate e lasciate riposare qualche istante…qualche istante prima di impiattare e avventarvi, come Montalbano, su questa delizia.

    Buon appetito, alla prossima.

  • Toghe&Teglie: il goulash alla trapanese

    Buona settimana ai lettori de Il Patto Sociale, alla tastiera torna con voi Marco Siragusa, avvocato penalista trapanese: mi avete già conosciuto con una ricetta tipica del mio territorio, “la pasta con le sarde a mare”, riveduta e corretta da quel pignolo di mio cugino Vito Emmolo. Questa volta, invece, non avrà voce in capitolo quel terrone! Trapani non è solo terra di couscous e gamberi rossi, si sappia…io,- soprattutto se sollecitato dai miei figli che ne sono ghiotti – posso allestire una pietanza che ha più a che fare con la tavola degli Asburgo Lorena che dei Borboni: il goulash. La mia versione, perlomeno: magari a Budapest sarà un po’ diversa ma qui siamo in Sicilia e siamo fantasiosi.

    Si può pensare che sia qualcosa di complicato e, invece, è solo questione di un po’ di attenzione, tempo (almeno un paio d’ore abbondanti) e, naturalmente, scelta dei migliori ingredienti freschi.

    Tanto per cominciare dovrete preparare l’ indispensabile soffritto di base: olio evo, cipolla, carote, sedano (il tutto tagliato a tocchetti piccoli) e un pizzico peperoncino; già, noi quaggiù ce lo facciamo mancare di rado e con la paprika vi assicuro che lega bene.

    Ora fate rosolare la carne, sale e pepe q.b.; aggiungete due cucchiai di farina bianca e sfumate con un bicchiere di vino bianco. Buono, eh?! Per essere “sul pezzo” ci vorrebbe magari un Tocaj ma se non c’è accontentavi di quello che avete ricordando che la Convenzione di Ginevra vieta la somministrazione del Tavernello ai prigionieri di guerra…

    Insieme al vinello aggiungete alcuni aromi (timo, rosmarino, salvia); prima che il bianco evapori del tutto coprite la carne con del brodo, altrettanto di carne che avrete preparato in precedenza, aggiungendo un cucchiaio di concentrata di pomodoro e la paprika regolandola secondo il gusto personale.

    Fate cuocere a fuoco lento per un’ora; nel frattempo tagliate delle patate e fatele rosolare con un po’ d’olio in padella per poi aggiungile allo spezzatino e fate proseguire la cottura mantenendo la temperatura moderata per un’altra ora. In via preferenziale impiegate sempre pentole in coccio o pietra.

    Una pietanza che non potete improvvisare se all’ultimo momento avete ospiti cui farla provare ma che, con i tempi giusti a disposizione, magari nel week end, saprà dare soddisfazione al palato.

    Alla prossima! Magari delego del tutto mio cugino Vito con qualche ricetta a base di funghi…

  • Toghe&teglie: il pasticcio di maccheroni

    Buongiorno ai lettori appassionati di cucina, sono Carlo Bergamasco, avvocato ferrarese del Gruppo Toghe & Teglie: su questo numero de Il Patto Sociale voglio presentarvi una ricetta non mia ma originale e tipica del mio territorio: tradizione che vuole il pasticcio di maccheroni preparato con pasta frolla dolce (come quella della crostata, per intenderci), in ossequio al gusto tipicamente ferrarese per l’agrodolce e con buona pace di quei ristoratori che si genuflettono troppo ai turisti e lo propongono con pasta salata.

    Per realizzarlo sono necessari, sostanzialmente, quattro diversi step di preparazione:

    1) La pasta frolla, 2) Il ragout e la besciamella, 3) La cottura dei maccheroni e il confezionamento, 4) La cottura al forno

    Suggerisco quest’ordine di fasi perché consente, in due ore, di avere tutto pronto, ma nulla vieta di usare l’ordine che si vuole (esempio, preparare il ragout il giorno prima).

    1) La pasta frolla è quella delle crostate: 5 tuorli d’uovo, 250 grammi di burro, 500 di farina, 250 di zucchero. Io amo gli ingredienti non raffinati, quindi uso farina 2 o farina integrale e zucchero di canna grezzo. La pasta frolla in questo modo diventa bruna (sembra bruciata ma non lo è, come si vede dalla foto). Se si preferiscono gli ingredienti raffinati, nulla vieta di usare la 00 e lo zucchero bianco. Preparate la pastafrolla come usualmente per un dolce e proteggetela con una pellicola domopak, poi lasciatela riposare in frigorifero per almeno 30 minuti.

    2) Il ragout: deve essere bianco. Originariamente era di piccione, ma per comprensibili ragioni oggi si ricorre ad altre carni. Io personalmente uso il vitello (800 grammi, passato alla macinatura due volte). Lo faccio rosolare per bene in una padella d’acciaio larga, in olio e burro, dopo aver fatto consumare la cipolla e dopo aver profumato il soffritto con 5 o 6 chiodi di garofano che poi elimino. Lo tiro a cottura con vino rosso, dopo averlo salato, pepato e profumato anche con noce moscata.

    3) La besciamella: la preparo nel più comune dei modi (un litro di latte, sei cucchiai di farina, preparando il roux con burro fuso), ma ritengo importante che sia leggermente salata e profumata con noce moscata, ed insaporita con parmigiano grattugiato abbondante. Quanto ai maccheroni, scegliete un formato piccolo tipo sedanini o mezze penne e fate cuocere in acqua salata ma per non più di 5 minuti, perché la cottura finirà nel forno. Dopo averli scolati, bloccate la cottura con acqua fredda.

    4) Quando tutto è pronto condite la pasta prima con il ragout, poi con la besciamella, ed infine con abbondante tartufo. Se non si trova fresco, si può ricorrere a lamelle sott’olio (meglio se neutro, per esempio di semi) o pasta di tartufo. Una volta amalgamato il tutto, stendete 2/3 della pasta frolla per foderare uno stampo da forno, precedentemente imburrato. Ora farcite il “contenitore” con i maccheroni conditi e chiudetelo a cupola con il restante terzo della frolla. A questo punto, 30 – 35 minuti di forno ventilato a 200° e la preparazione è finita.

    Il pasticcio è migliore se riposa qualche ora prima di essere nuovamente riscaldato e servito.

    Buon appetito a tutti!!

  • Toghe&Teglie: pici & pesci

    Ben ritrovati, lettori de Il Patto Sociale! Sono Enrico Ghezzi, avvocato penalista milanese del Gruppo Toghe & Teglie che avete già incontrato in questa rubrica con il nome di battaglia “Il Bolscevico”. Già, strano per uno con la mia estrazione politica scrivere su una rivista di ispirazione conservatrice ma che ci volete fare: le teglie non hanno colore politico, piuttosto hanno profumi che vanno oltre gli orientamenti soggettivi. Comunque, l’Avvocato Albertella, anch’egli della combriccola di spadellatori, mi sta rieducando gradualmente…

    Questa settimana vi propongo un primo piatto a base di pesce di agevole preparazione, sapido e bello anche a vedersi nella presentazione.

    Procuratevi una padella abbastanza capiente (all’interno della quale verrà fatta amalgamare, o “risottare” la pasta a fine cottura) e mettetevi dei pomodori datterini tagliati a metà, olio evo, uno spicchio d’aglio, sale, pepe e peperoncino a piacimento.

    Fate appassire i pomodorini e poi aggiungete della passata di pomodoro q.b., un po’ di capperi dissalati e del prezzemolo fresco diluendo successivamente il tutto con un po’ di acqua, anche di cottura della pasta, quando questa sarà a bollore (volendo, potete togliere lo spicchio d’aglio a metà cottura o lasciarlo: a piacimento).

    Intanto che il sugo va a cottura, a parte, fate a pezzetti del branzino sfilettato, pesce spada e coda di rospo, fate saltare tutto velocemente in una diversa padella con olio evo, sale e uno spicchio d’aglio: ricordate che il pesce non deve quasi mai essere cotto troppo a lungo!

    Unite, infine, il pesce al sugo portato a cottura e far amalgamare per qualche minuto,  aggiungendo altra acqua di cottura e olio a crudo se necessari. Ora scolate la pasta, molto al dente, inseritela nel  condimento e terminate la sua cottura facendola amalgamare lasciando che il tutto rimanga morbido.

    Ideale è una pasta lunga ma abbastanza grossa e che “tenga” bene il sugo: la mia proposta è di usare i pici: se non li conoscete – non sono difficili da trovare nelle catene della grande distribuzione – si tratta di un tipo di pasta fatta a mano, simile agli spaghetti ma più grossi, originari del sud della Toscana. Presentateli come nella foto usando un coppapasta, così, tanto per giocare un po’ agli chef, ma al lato estetico preferirete sicuramente il sapore.

    Buon appetito e, a presto!

  • Toghe&Teglie: i biscotti di Alessandra

    Buon anno a tutti i lettori de Il Patto Sociale! Chi avrebbe mai pensato di essere prescelta, con una mia ricetta, per rappresentare in questa Rubrica il Gruppo Toghe & Teglie?! Soprattutto non avendo ancora reso pubblica la mia versione della carbonara… Sono Alessandra Pietrantoni, avvocata penalista romana e questa settimana mi trovo a competere con la strepitosa proposta di un dessert al caffè che nei giorni scorsi è uscita a firma dallo Chef Aly; mi rimbocco le maniche e ci provo, offrendovi la semplicissima preparazione dei biscotti alle mele come io la interpreto: ottimi per una prima colazione e con il vantaggio che – se non li divorate tutti subito – possono essere messi in dispensa per più giorni.

    Facili da reperire gli ingredienti e veloce, senza complicazioni, la realizzazione di almeno una dozzina di questi appetitosi dolcetti (tutto dipende, poi, dalle dimensioni che darete): per iniziare procuratevi e sbattete energicamente due uova intere; alla emulsione ottenuta aggiungete 100 grammi di zucchero e continuate a mescolare.

    Reso omogeneo il composto, inseritevi 100 grammi di burro precedentemente ammorbidito a temperatura ambiente e, una volta amalgamato il tutto, è il momento di versare 350 grammi di farina e una bustina di lievito: raccomando di inserire la farina con la frusta e quando l’impasto si addensa continuate con una spatola a mano.

    Ora è il momento delle mele, un paio con questi quantitativi, tagliate a pezzettini e da mescolare a loro volta nell’impasto.

    Formate a mano i biscotti e adagiateli su una teglia rivestita di carta forno; per la cottura bastano 15/20 minuti con forno statico a 180 gradi. Regolatevi anche in base alla doratura superiore. Forno statico.

    Non perché li faccio io ma sono strepitosi oltre che tutt’altro che complessi da preparare come avrete potuto notare… provare per credere!

    Alla prossima, magari con il mio suggerimento per la carbonara e di una romana vi potete fidare.

Back to top button
Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.