Cibo

  • Toghe&Teglie: risotto pere e gorgonzola

    Cari lettori de Il Patto Sociale, rieccomi a voi dopo lungo tempo: sono Francesco Toschi Vespasiani della sezione fiorentina di Toghe & Teglie. Il mio ritorno è con una proposta tipicamente stagionale, un risottino con pere, gorgonzola e altre squisitezze che lo rendono particolarmente gustoso. Ovviamente non dovete pretendere precisione nelle dosi, buone per circa quattro persone.

    Iniziate preparando un buon brodo vegetale con carota, cipolla, sedano e prezzemolo e tenetelo in caldo in pentola separata.

    Ora affettate a cubetti almeno cinque pere mature, tenendone da parte un po’, magari conditi con limone per non farli annerire, e fate cuocere i rimanenti in un pentolino con del burro, fino ad ammorbidirli riducendoli quasi ad una purea.

    Tagliate finemente del porro o dello scalogno e soffriggete in olio evo a fuoco bassissimo senza far annerire, per circa due minuti, nella stessa pentola dove verrà preparato il risotto.

    Nel frattempo dosate del riso Carnaroli, nella misura occorrente per i commensali e poi buttatelo in pentola per farlo tostare girando rapidamente con un mestolo di lego, e poi aggiungendo gradualmente il brodo vegetale per portare a cottura verso metà della quale aggiungerete le pere cotte, e continuando nel procedimento.

    Senza distrarvi troppo, sminuzzate con un pestello del pepe rosa da spolverare
    in seguito e inserite un poco di burro ed il gorgonzola in quantità adeguata per non coprire troppo il sapore delle pere.

    Giunto a cottura, impiattate spargendo un po’ di pere crude, il pepe rosa e delle lamelle di mandorle preparate affettando per lungo le mandorle con un coltello affilato.
    La decorazione può essere completata a piacimento con dei fiori edibili.

    Buon appetito!

  • A Natale ogni famiglia italiana spreca mediamente cibo per 90 euro

    Il Natale è il momento delle tavole imbandite, dei piatti della tradizione e dei pranzi trascorsi all’insegna della convivialità. È però anche il periodo dell’anno in cui il rischio di sprecare cibo aumenta sensibilmente.

    Secondo le stime, durante le festività il costo “invisibile” dello spreco alimentare può raggiungere i 90 euro per famiglia. Per vivere un Natale più attento, gustoso e sostenibile, Too Good To Go propone una guida antispreco ricca di consigli e suggerimenti pratici per celebrare le feste con un approccio davvero “spreco zero”.

    Già nel 2023, un sondaggio condotto da Too Good To Go in collaborazione con YouGov mostrava come l’86% degli italiani dichiarasse di sprecare cibo durante le feste natalizie, con il 37% che affermava di gettarne via oltre un quarto rispetto a quanto acquistato.

    Le analisi più recenti confermano che questo trend si mantiene anche nel 2024. Dal punto di vista economico, il periodo natalizio si distingue per una spesa rilevante: solo per il pranzo e il cenone del 25 dicembre le famiglie italiane spendono in media 108 euro[footnoteRef:1] e, secondo le stime di Ener2Crowd.com, il costo dello spreco alimentare durante le festività si aggira intorno ai 90 euro per nucleo familiare. Complessivamente, tra la Vigilia e Capodanno in Italia si sprecherebbero circa 575.000 tonnellate di cibo, per una perdita economica che supera i 9 miliardi di euro. [1: Fonte: Coldiretti/Ixe]

    Questi dati dimostrano come lo spreco alimentare nel periodo festivo rimanga un problema persistente, con impatti non solo economici, ma anche ambientali e sociali. La vera sfida è trasformare questa criticità in un’opportunità per adottare comportamenti più consapevoli e sostenibili, soprattutto nei momenti di festa.

    «Questi dati ci ricordano che il cibo che finisce nella spazzatura non rappresenta solo una perdita economica per le famiglie, ma anche un danno per l’ambiente e per la società” commenta Mirco Cerisola, Country Director di Too Good To Go Italia. “Il cibo non è un ornamento da esporre a tavola e poi buttare: sprecarlo significa perdere valore, risorse e occasioni di condivisione. A Natale possiamo scegliere di evitare questo costo nascosto e celebrare con consapevolezza. La scelta è nelle nostre mani».

    Too Good To Go invita a vivere le feste con attenzione e originalità. Dalla lista della spesa, alla pianificazione dei pasti, al riuso degli avanzi: ogni gesto può ridurre gli sprechi e valorizzare le risorse. Proprio per questo, il Natale è un’occasione per sperimentare nuove ricette, attuare comportamenti più attenti e reinventare tradizioni in chiave responsabile. In questo modo, il Natale diventa non solo attento, ma anche più divertente e sorprendente.

    Prima di acquistare, è bene controllare cosa si ha già a disposizione: spesso qualche ingrediente dimenticato può rivelarsi prezioso per le ricette delle Feste. E attenzione alla sindrome del buon padrone di casa, quella sensazione che spinge a comprare più del necessario per paura di non fare bella figura. Frigo e dispensa vanno orgnizzati con ordine: ciò che scade prima va davanti. Basta un semplice spostamento per evitare sprechi ed evitare di comprare troppo cibo.

    I dolci natalizi come panettone e pandoro risultano tra le specialità più sprecate durante le feste. Per evitare sprechi, basta un po’ di creatività: il panettone avanzato può diventare un crumble, la base per un tiramisù alternativo o una colazione golosa. Il pandoro invece può diventare un french toast natalizio o ad esempio un ingrediente per un gustoso budino al cioccolato o un classico trifle inglese. Un’attenzione in più va prestata anche al pane: si stima che ogni persona ne sprechi in media un panino a settimana. Il pane avanzato può avere nuova vita: si possono preparare gustose zuppe per i giorni successivi, oppure tostarlo e utilizzarlo per realizzare bruschette, crostini o canapè. Può anche diventare un ingrediente versatile per passatelli, canederli polpette o ripieni.

    Per oltre un italiano su tre (36%) a Natale “regalo” fa rima con cibo e prodotti gastronomici. A confermarlo è un recente sondaggio condotto da Too Good To Go tra gli utenti della propria community, dove il 74% afferma che è solito regalare cibo a Natale, spesso prodotti tipici regionali (22%) o con cesti natalizi con prodotti tipici per le festività (19%). Questa tendenza è accompagnata però da una necessità per gli italiani di contenere le spese per i regali: un terzo dei rispondenti al sondaggio ha infatti affermato che la spesa media per regalo a persona è tra i 10 e i 20 euro, mentre il 36% ha come budget tra i 20 e i 50 euro.

  • Chi si porta il pranzo da casa risparmia oltre 3.200 euro all’anno, a Milano anche di più

    Guadagnare due mensilità in più? Per alcuni è possibile, basterebbe solo rinunciare al pranzo fuori, che può arrivare a costare addirittura circa il 20% del reddito lordo mensile. Una questione a volte più di educazione finanziaria che di sacrifici. Chi sceglie di prepararsi il pranzo – la famosa “schiscia” – può risparmiare in media 263 euro al mese, quasi 3.200 euro su base annua. Se lo confrontiamo con lo stipendio medio netto mensile – che in Italia si attesta tra 1.700 e 1.850 euro (Fonte Istat) – la cifra equivale a quasi due mesi di busta paga in più.

    La differenza in termini di spesa è enorme: basti considerare che un piatto di pasta, un’acqua, un caffè fuori costano in media 16 euro al Nord, 13 al Sud. A casa, appena 1,7. Portarsi il pranzo a lavoro non fa bene quindi solo alla salute ma anche al portafogli. È quanto emerge dall’analisi di Bravo – fintech leader nella gestione del debito, che ha messo a confronto il costo della pausa pranzo fuori con quello del pranzo preparato a casa.

    Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Liguria e Trentino-Alto Adige sono le regioni dove potenzialmente si può risparmiare di più (a circa 3.500 euro). In fondo alla classifica troviamo Puglia, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo (tutte poco sotto i 2.800 euro), con un divario di quasi 670 euro all’anno rispetto al Nord. Tra le prime 20 città per risparmio assoluto dominano Lombardia (6 città), Emilia-Romagna (4), Piemonte e Veneto (3 ciascuna). Le regioni meridionali sono quasi del tutto assenti nella parte alta della classifica, complici le retribuzioni più basse e i costi inferiori della ristorazione. La situazione si ribalta però analizzando il risparmio in percentuale sulla busta paga.

    In termini assoluti, le città dove portarsi il pranzo da casa fa risparmiare di più sono concentrate al Nord. Milano, Monza-Brianza, Parma, Modena e Bologna guidano la classifica con un risparmio annuo di 3.630 euro ciascuna. Milano, con una retribuzione mensile lorda di circa 2.780 euro (la più alta d’Italia), rappresenta il caso emblematico di come il peso della spesa alimentare quotidiana resti rilevante anche con stipendi più alti. Sul fronte opposto, tutte le città del Sud e alcune del Centro si attestano sui 2.760€ all’anno di potenziale risparmio. Il minor risparmio in valore assoluto è dovuto principalmente al costo più basso del pranzo fuori, che rende la differenza con la schiscia meno marcata in termini monetari, ma comunque significativa rispetto al reddito locale.

    Infatti, se si analizza il risparmio non in valore assoluto, ma in percentuale sulla retribuzione mensile lorda, la classifica si ribalta completamente. Vibo Valentia conquista il primo posto: qui chi si porta il pranzo da casa risparmia il 22,3% della propria busta paga mensile, circa 243 euro su 1.090 di retribuzione lorda. Seguono Grosseto (21,5%) e Imperia (21%). Queste sono le città dove rinunciare al pranzo fuori ha l’impatto più significativo sul bilancio familiare in termini relativi. Milano, nonostante sia in testa per risparmio assoluto, si posiziona ultima nella classifica percentuale con appena il 10,8%: pur essendo il risparmio elevato in valore assoluto, pesa meno rispetto a una busta paga più alta. In molte città del Sud e in alcuni centri più piccoli del Centro-Nord, l’incidenza della schiscia sul budget mensile è decisamente più rilevante.

    «A volte l’educazione finanziaria non riguarda investimenti o grandi prestiti, ma anche le piccole scelte quotidiane – ha dichiarato Santiago Onate Verduzco, Country Manager di Bravo in Italia. Portarsi il pranzo da casa invece di mangiare fuori può sembrare un gesto banale, ma nell’arco di un anno si traduce in un risparmio di quasi due mesi di stipendio. È esattamente il tipo di consapevolezza che in parte manca nel Paese. Spesso il sovraindebitamento nasce proprio da qui, dall’accumulo di piccole spese che sembrano irrilevanti ma che nel tempo diventano insostenibili. Non si tratta di fattori culturali o di scarsa istruzione, ma di una banale mancanza di consapevolezza sulle spese quotidiane e dell’assenza di una pianificazione chiara degli obiettivi di risparmio. Oltre ad aiutare nel concreto le persone a uscire da situazioni di sovraindebitamento, abbiamo ampliato il nostro impegno attraverso le Bravo Academy: percorsi di educazione finanziaria con cui vogliamo portare i nostri clienti a prendere decisioni più consapevoli, a partire dalle abitudini quotidiane. Perché la vera libertà finanziaria inizia dal controllo delle proprie spese, anche quelle apparentemente insignificanti».

  • Toghe&Teglie: mezze maniche con crema di zucchine e merluzzo nero marinato

    Un caro saluto a tutti i lettori da Giuseppe Barreca della sezione mantovana di Toghe & Teglie: questa settimana vi propongo un piatto molto più facile a farsi che a leggersi per intero la sua descrizione che, nel titolo, non è neppure completa.

    Innanzi tutto procuratevi 500 grammi di merluzzo nero (va bene anche quello bianco, l’importante che sia un pescato di ottima qualità) e mettetelo a marinare per circa due ore in salsa di soia (possibilmente non quella del supermercato, ma acquistata in un negozio specializzato in prodotti e spezie orientali), olio evo, pepe q.b. e poco sale.

    Nel frattempo preparate un leggero brodo vegetale (abbastanza sia per cuocervi in seguito la pasta che per aggiustare la crema di zucchine), pulite le zucchine – quelle romane sono le migliori – ed i loro fiori.

    Le prime, dopo averle tagliate a pezzetti, fatele andare in padella con olio, sale e una pecca d’aglio, rosolandole bene; arrivate a cottura, trasferitele nel boccale del minipimer e lavoratele sino a farle diventare una crema liscia usando prima la lama per sminuzzare e poi quella per le creme badando che non sia troppo densa: in questo potete aiutarvi con l’aggiunta di brodo vegetale q.b. Aggiustate nel finale con una spolverata di pepe bianco e un pizzico di aglio in polvere al fine di far emergere tutto il sapore delle zucchine e non fate mancare un altro goccio d’olio d’oliva a crudo.
    Tenete ora questa salsa da parte e procedete a lessare per trenta secondi i fiori di zucchina nel brodo vegetale, scolate e metteteli ad asciugare disponendoli aperti su un vassoio ricoperto di carta assorbente. Una volta asciutti, conditeli leggermente con olio, sale e pepe bianco.

    Passate le due ore, levate il pesce dalla marinatura, riducetelo a tocchetti di circa due centimetri e fatelo saltare in un capiente wok con un po’ d’olio per due minuti: praticamente i tocchetti devono solo prendere colore restando belli sodi.

    E’ il momento di buttare la pasta. Sono ideali le mezze maniche o altra similare, tipo la calamarata, da cuocere nel brodo vegetale (per il quale potrete usare gli scarti delle zucchine) sino ad un paio di minuti dal termine di cottura al dente: tuffatela ora in un wok dapprima insieme al pesce (che tenderà a sbriciolarsi e va bene così) e, poi, portatela al giusto punto di cottura aggiungendo la salsa di zucchine a vostro piacimento. Pronta da impiattare decorando le porzioni con i fiori di zucchina.
    Per l’accompagnamento di questo piatto è perfetto un buon vino rosè ed è talmente gustoso che potrete “battezzarlo” anche con uno champagne (io ci ho abbinato un Edouard Brun Premier Cru).

    A presto!

  • Il sindaco Sala prepara la sfratto a una trattoria in procinto di diventare attività storica

    Il Casottel In via Fabio Massimo 25, al Corvetto, periferia sud di Milano, è una storica trattoria dall’anima popolare dove si respira ancora l’atmosfera genuina di un tempo e si gusta la cucina tipica milanese della tradizione, dalla cassoeula al risotto giallo con ossobuco, dal bollito misto alle polpette al sugo. Nato nel 1989, in spazi che dal 1963 in poi hanno sempre ospitato un’osteria con cucina, diventata un luogo di comunità, nel 2011 fu definito dall’allora sindaco Giuliano Pisapia «un posto con un cuore grande». Qui nell’antico borgo di Nosedo, il successore di Pisapia, che con immobili e urbanistica non sembra avere un grande feeling, ha però intenzione di dare lo sfratto, nonostante la presenza di un elemento a lui tanto caro quanto il verde garantito dal caratteristico cortile del Casottel e con buona pace di quel pubblico molto diversificato, dai giovani alternativi agli anziani che hanno trovato qui una seconda casa e che possono ritrovarsi per mangiare ma anche giocare a carte o a bocce, che frequenta la trattoria.

    «Ci mancano quattro anni per diventare un’attività storica», spiega Martina Conte, figlia di Isa e nipote di Lia, adesso alla guida della trattoria, segnalando però che il Comune, titolare dell’immobile, non intende assicurare un futuro alla trattoria: «Il nostro contratto di affitto è scaduto a fine 2022 e il Comune non ha intenzione di rinnovarlo».

    Nel 2024 la cascina in cui si trova è stata oggetto di bando di concessione per sole attività sociali e con oneri di ristrutturazione dell’intero edificio: «Tutti requisiti non affrontabili da una microimpresa come la nostra. In ogni caso il bando non è stato assegnato, quindi presumibilmente il Comune ne promuoverà un altro», spiega Conte.

    Per spiegare una volta tanto quale è la città che vogliono loro e non farsela dettare dal sindaco, i milanesi hanno lanciato una petizione, una raccolta firme «per salvare il Casottel, uno degli ultimi veri luoghi di Milano che rischia di scomparire». La speranza è di trovare un accordo con il Comune, «rinnovare il contratto di locazione e restare in questi stessi ambienti che hanno fatto la nostra storia. È vero che non paghiamo più l’affitto da quando è scaduto, a fine 2022, ma siamo disposti ovviamente a metterci in regola e saldare tutto il pregresso».

    L’attività va bene, funziona: «Siamo una microimpresa, diamo lavoro a sei dipendenti, molte donne, di età compresa tra i 40 e i 65 anni: qui siamo come una famiglia: se chiudiamo cosa ne sarà di loro? Dove potranno trovare un altro lavoro?» si domanda la titolare. Che non prende neanche in considerazione l’ipotesi di spostare l’attività da un’altra parte: «No, non siamo disposti a farlo perché non sarebbe più il Casottel: ha senso solo qui».

  • Allarme di Coldiretti: Italia invasa da grano duro canadese di bassa qualità

    Coldiretti lamenta che due dei simboli della dieta mediterranea come grano e olio d’oliva sono sotto attacco, con gli arrivi di prodotto di bassa qualità dall’estero che mettono a rischio il lavoro degli agricoltori italiani facendo crollare le quotazioni all’origine. Secondo Coldiretti, infatti, oltre la metà del grano duro canadese è quest’anno di qualità pessima con chicchi fortemente germogliati, danni da insetti e funghi, secondo i risultati delle analisi delle autorità del Canada sul raccolto nazionale. Si tratta di una vera e propria beffa per i nostri agricoltori – afferma ancora Coldiretti – considerato che gli arrivi di prodotto canadese nei porti tricolori nel 2025 sono praticamente raddoppiati, con un effetto dirompente sulle quotazioni del prodotto nazionale.

    Ricordando di essere stata l’unica a opporsi alla ratifica dell’intesa che ha portato oggi ad un aumento esponenziale delle importazioni di grano canadese mettendo a rischio la sicurezza e la qualità delle nostre produzioni e danneggiando gli agricoltori italiani che garantiscono invece standard di eccellenza e di qualità unici al mondo, Coldiretti addebita la penetrazione del grano canadese sul mercato italiano al dazio zero che l’Unione Europea ha concesso ai cereali del Paese dell’acero per via dell’accordo commerciale Ceta.

    Contro questo scandalo – ricorda un comunicato stampa – sono scesi in piazza ventimila agricoltori della Coldiretti con un’imponente mobilitazione che ha portato il governo ad accogliere la piattaforma di proposte elaborata dall’organizzazione agricola per fermare le speculazioni e l’azione dei trafficanti di grano. Grazie a questa azione, non solo è stata invertita la tendenza del mercato nazionale, ma è stata bloccata la corsa al ribasso dei prezzi che altrimenti sarebbero ulteriormente peggiorati.

    Quotazioni che restano però ancora su livelli inferiori rispetto ai costi di produzione definiti da Ismea. A rendere ancora più inaccettabile la situazione è il fatto che il grano canadese viene trattato con il glifosato, il cui utilizzo nel nostro Paese è vietato nella fase di pre raccolta a causa dei timori per i possibili effetti cancerogeni. Un fenomeno che mette a rischio la salute dei cittadini oltre a rappresentare una forma di concorrenza sleale verso gli agricoltori italiani, visto che nei Paesi extra Ue si continuano ad usare sostanze e pesticidi che in Europa sono vietati da decenni, grazie alla mancata applicazione del principio di reciprocità Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Difficile anche la situazione dell’Uliveto Italia. Le importazioni di olio straniero sono quasi raddoppiate nel 2025 con un’accelerazione che alimenta le speculazioni ai danni dell’extravergine italiano, le cui quotazioni sono crollate del 20% nel giro di poche settimane, piombando sotto i costi di produzione. Nei primi otto mesi dell’anno gli arrivi di olio d’oliva straniero sono saliti a 427 milioni di chili, il 67% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un’impennata nel mese di agosto (+93%), alla vigilia della campagna di raccolta. Una vera e propria invasione che ha impattato sulle quotazioni del prodotto nazionale, sotto la spinta di contratti al ribasso. Da inizio ottobre il prezzo dell’extravergine è passato da 9,4 euro al chilo a 7,74 euro, con un calo di quasi il 20%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea. Una situazione inaccettabile che danneggia gravemente le imprese, poiché la remunerazione dell’olio evo tricolore sta scendendo sotto i costi di produzione. Si tratta peraltro di un’anomalia evidente, soprattutto se si considera la situazione del Frantoio Italia. Secondo l’ultimo rapporto dell’Icqrf le giacenze di olio al 31 ottobre 2025 risultano del 32,7% superiori rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, grazie soprattutto all’aumento della disponibilità di extravergine (+37,5%).

    Se si va però a guardare alla provenienza del prodotto, l’olio evo italiano è cresciuto di appena l’8,7%, mentre quello straniero è esattamente raddoppiato (+100%). Secondo Coldiretti non può essere dunque spiegabile un simile crollo delle quotazioni anche alla luce dell’arrivo dell’extravergine “nuovo” che normalmente dovrebbe portare a un incremento dei prezzi. Coldiretti e Unaprol chiedono all’Ispettorato Centrale Controllo Qualità l’istituzione di una Cabina di Regia straordinaria per coordinare le operazioni di contrasto alle irregolarità nel settore olivicolo. Sollecitano inoltre un piano straordinario di controlli nei porti e nei punti di ingresso delle merci per verificare l’origine dei prodotti e il rispetto dei limiti sui residui fitosanitari. Infine, propongono di monitorare i contratti “futures” sulle principali Borse Merci per prevenire fenomeni speculativi e frodi sull’origine. Secondo analisi settoriali pubblicate negli ultimi giorni, la produzione potrebbe attestarsi nella parte alta della forchetta e portare la Tunisia al secondo posto mondiale nella stagione in corso, dietro la Spagna. La stima più ottimistica fissa l’output a circa 500 mila tonnellate. A livello territoriale, primi dati regionali confermano il trend positivo: a Monastir si prevedono 90 mila tonnellate di olive, equivalenti a poco più di 18 mila tonnellate di olio. L’avvio della raccolta è indicato fra metà ottobre e inizio novembre a seconda delle regioni. Il quadro tunisino si inserisce in un contesto mediterraneo in normalizzazione dopo due annate siccitose: le previsioni del settore segnalano un aumento dell’offerta nell’Ue e una domanda internazionale in graduale recupero. Gli indicatori del Consiglio oleicolo internazionale mostrano inoltre prezzi alla produzione in calo rispetto ai picchi del 2023-2024, con il baricentro dei listini ancora legato all’evoluzione delle rese autunnali. Sul fronte interno, le autorità finanziarie e di settore hanno avviato riunioni operative per sostenere la campagna, con il coinvolgimento del sistema bancario e richiami alla valorizzazione del prodotto tunisino tramite etichettatura e confezionamento. L’obiettivo dichiarato è accrescere il peso dell’olio imbottigliato rispetto allo sfuso, migliorando margini e notorietà sui mercati terzi. Resta, tuttavia, un nodo di mercato: il calo dei prezzi internazionali ha già compresso il valore medio all’export nell’ultima stagione, nonostante i volumi in aumento. Gli operatori segnalano l’esigenza di liquidità per l’acquisto della materia prima, una logistica più snella e una maggiore promozione del brand Tunisia per assorbire l’offerta attesa e difendere i listini. Se le rese di ottobre e novembre confermeranno le attese, la Tunisia si avvia verso una stagione di svolta, con la possibilità di scalare le gerarchie globali già nel 2025-2026. La tenuta dei prezzi e la capacità di spingere l’olio confezionato sui mercati extraeuropei saranno i fattori decisivi per tradurre il potenziale produttivo in maggiori entrate in valuta e in un rafforzamento strutturale della filiera.

  • Toghe&Teglie: scialatielli con crema di peperoni e ragù di mare

    Buona settimana a tutti da Pietro Adami, socio fondatore del Gruppo Toghe & Teglie: per voi lettori ho fatto il nobile gesto di provare almeno ad approssimare le dosi per la preparazione di questo piatto che è un risotto combinato con i sapori della terra e quelli del mare; si tenga conto che è una mia recente esperienza e ho cucinato per otto persone. Le dosi indicate, quindi, vanno ragionate su un numero maggiore o minore di commensali.

    Dunque, procuratevi, un peperone rosso medio-grande, una cipolla, un bicchiere di prosecco, 250 grammi di code di gambero sgusciate, circa 200 grammi di polpa di canestrelli, altrettanti di polpa di canocchie, due barattolini di polpa di datterini, un cucchiaio di concentrato di pomodoro, olio evo q.b.,
    mezzo cucchiaino di aglio in polvere, peperoncino e prezzemolo tritati a piacere.

    Ora tagliate a piccoli cubetti il peperone, affettate sottile la cipolla, passate in padella e dopo qualche minuto aggiungete il bicchiere di vino. Fate asciugare a fiamma moderata poi diluite con mezzo bicchiere d’acqua e ripetete l’operazione fino a quando la cipolla inizierà a sfaldarsi.

    A questo punto togliete dal fuoco e dalla padella, e fate raffreddare in una ciotola. Subito dopo, nella stessa padella soffriggete i frutti di mare, dopo averli tritati a coltello in maniera grossolana, l’aglio ed il peperoncino; passato qualche minuto aggiungete il pomodoro (sia la polpa che il concentrato) e un cucchiaino di prezzemolo portando a cottura con l’integrazione di mezzo bicchiere di vino bianco, se necessario.
    Frullate nel frattempo il composto di peperone e cipolla che si sarà completamente raffreddato ed, una volta cotto il pesce, aggiungetevi la crema insieme ad una grattata di buccia edibile di limone bio facendo sobbollire fino a raggiungere la consistenza desiderata.

    Fate riposare il sugo almeno mezz’ora (meglio ancora, un’ora) prima di riscaldarlo per condire.
    Come pasta ho usato degli scialatielli al limone, tipologia che assorbe parecchio il sugo e, quindi, richiede un condimento più fluido rispetto ad altre tipologie ma potete regolarvi come preferite anche con della pasta corta.

    Al servizio ci sta bene una seconda e leggera spolverata di buccia di limone tritata fina e di prezzemolo.

    Buon appetito.

  • Toghe&Teglie: torta salata di zucca e porcini

    Ben ritrovati, cari lettori: sono Manuel Sarno, il curatore di questa rubrica ed anche di quella sulla Giustizia, fondatore di Toghe & Teglie. Qualche volta intervengo proponendo piatti di mia preparazione invece che limitarmi a illustrare quelli realizzati dai miei – molto più bravi – amici e colleghi del Gruppo e questa settimana, visto che mi è venuto bene un esperimento, vi suggerisco di provare anche voi a mettere in tavola questa torta salata in cui ho messo – un po’ a casaccio – quello che ho trovato nel frigorifero durante il week end. Molto più facile a farsi che a descriversi, con la novità delle dosi che ho pensato di dettagliare invece che andare a “occhio e sentimento”: eccole insieme agli ingredienti.

    1/2 zucca delica, 150 grammi di speck, 70 grammi di formaggio rosa camuna, 70 grammi di formaggio montasio, parmigiano reggiano a piacimento, 100 ml. di panna fresca, tre funghi porcini,  7/8 foglie di cavolo nero ed un porro.

    Stendete la sfoglia per torte salate (non baro, avevo quella già pronta) e disponete il tutto a strati: sul fondo lo speck, poi uno strato di formaggio tagliato a fette sottili, poi – a crudo – la zucca affettata con la mandolina, poi ancora un composto fatto andare in padella con olio evo di porro, funghi porcini, cavolo nero miscelato con un filo di panna, sale e pepe q.b. ed il parmigiano reggiano grattugiato.

    Ripetete l’operazione per realizzare un secondo strato e ricoprite con altra sfoglia poi infornate per un’oretta a 170 gradi controllando in ogni caso la doratura superiore della sfoglia per evitare che bruci.

    L’impiattamento, come mio solito lascia a desiderare e ho preferito una visione laterale che lascia più spazio ad un appetitoso ripieno…provatela!

  • Toghe&Teglie: cosce di pollo allo speck

    Cari lettori de Il Patto Sociale, ecco a voi questa settimana una ricettina semplice semplice! Sono Enrico Ghezzi della sezione lombarda di Toghe & Teglie, appassionato di cucina casalinga, senza tanti fronzoli, di sapori un po’ dimenticati e così ecco cosa ho recentemente preparato e vi suggerisco di replicare.

    Procuratevi delle cosce di pollo già disossate dal macellaio: l’importante è la qualità del pollo, possibilmente non alimentato con qualche fetenzia chimica o pompato con miscugli misteriosi che persino il sindacato statunitense dei boia si rifiuta di usare per fare l’iniezione letale: un buon pollo, quindi, e se si ha tempo e voglia si possono anche disossare le cosce.

    Mettete in un tegame olio evo, due spicchi d’aglio, un rametto di rosmarino e, ovviamente, le cosce da fare rosolare bene su entrambe le parti.

    Verso la metà della cottura aggiungete le fettine di speck che danno un ottimo aroma e bagnate generosamente con vino bianco: a piacimento si può optare per la birra.

    Sfumata la “parte alcolica” regolate di sale e pepe badando che nel tegame deve sempre esserci un po’ di liquido così il pollo cuoce rimanendo morbido.

    Sempre a metá cottura aggiungete un trito di salvia e rosmarino e continuate a cuocere in tegame coperto a fuoco moderato/basso, complessivamente per 45/60 minuti: il liquido asciugherá e si formerà una bella crosticina in superficie.

    L’accompagnamento ideale è un purè che potete preparare mentre il pollo cuoce facendo bollire le patate, rigorosamente con la propria buccia, in acqua o anche nel latte ed a cottura ultimata schiacciatele in una casseruola aggiungendo acqua (o il latte caldo rimasto dalla preparazione iniziale se avete usato quello) burro e parmigiano senza risparmio, regolate di sale e mescolate con una frusta per montarlo leggermente…le dosi esatte?  Amore e fantasia.

    A presto!

  • Calano gli acquisti delle macchine automatiche

    Nei primi sette mesi dell’anno, il settore della distribuzione automatica ha registrato un sensibile calo delle consumazioni (-4,6%). Questo trend negativo arriva dopo la lieve ripresa iniziata nel 2021 (+10,48%), proseguita nel 2022 (+5,07%) e stabilizzatasi nel 2023 (+0,74%). È la fotografia scattata da Confida, Associazione Italiana Distribuzione Automatica, durante gli Stati Generali del Vending tenutisi a Roma nella sede di Confcommercio-Imprese per l’Italia alla presenza di 200 imprenditori del settore e numerosi rappresentanti delle istituzioni.

    Il comparto paga il calo della produzione industriale con il conseguente aumento della cassa integrazione (la distribuzione automatica, infatti, sviluppa il 37% delle consumazioni nel manifatturiero), l’effetto dell’inflazione che ha causato una contrazione dei consumi alimentari fuori casa (oltre un terzo degli italiani nell’ultimo anno ha peggiorato la propria situazione economica), e l’utilizzo dello smart working, oggi utilizzato regolarmente dal 31% degli italiani. Parallelamente, sono cambiate le abitudini di consumo che ora virano verso scelte sempre più personalizzate, causando una frammentazione crescente delle identità alimentari. Per il 79% degli italiani, tuttavia, le vending machine rappresentano un’alternativa comoda e veloce per il consumo di bevande e alimenti, offrono un’esperienza di uso semplice e immediata (79%); rappresentano un momento di evasione dalla routine (74%) e il 64% dei consumatori lo considera anche un settore innovativo; è quanto emerge da una ricerca Ipsos per Confida.

    “Il calo delle consumazioni della distribuzione automatica ha portato, come conseguenza, anche ad una riduzione del 28% nei primi sei mesi del 2025 della vendita di vending machine nuove: una produzione di eccellenza del Made in Italy, che vive anche una crescente concorrenza di produttori asiatici le cui vending machine, talvolta, non rispettano le normative europee oppure provengono da Paesi in cui la manodopera è sottopagata e poco tutelata. Per questo. – commenta Massimo Trapletti, Presidente di CONFIDA il Piano Transizione 5.0 era un provvedimento molto atteso dalle aziende del settore, che tuttavia non si è potuto utilizzare per le difficoltà applicative. Auspichiamo pertanto che la revisione contenuta nella Legge di Bilancio renda più agevole l’accesso al beneficio per le nostre imprese.”

    In aggiunta, il settore richiede un protocollo integrativo al contratto collettivo del commercio a cui fanno riferimento i lavoratori del comparto, al fine di inquadrare al meglio le peculiarità delle professionalità della distribuzione automatica.

    “Il settore della distribuzione automatica include circa 30.000 addetti, per un totale di 3.000 imprese – commenta Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio – Un numero decisamente sufficiente per prendere in considerazione di elaborare un protocollo dedicato al mondo del vending che integri il nostro principale contratto collettivo nazionale al prossimo rinnovo, dando al settore le specifiche necessarie a valorizzare le proprie qualità.”

    Infine, la distribuzione automatica dovrà affrontare anche le criticità che emergono dal regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio (Ppwr), che entrerà in vigore il prossimo anno. In particolare, gli obbiettivi di riutilizzo e l’introduzione dei sistemi di deposito e cauzione vanificherebbero gli investimenti fatti negli anni sul riciclo degli imballaggi con il progetto economia circolare “RiVending” ormai diffuso in tutta Italia con oltre 16 mila cestini per il riciclo della plastica posizionati in 2.500 aziende. Il comparto, quindi, chiede alle istituzioni italiane nell’applicazione della PPWR di esentarlo da quelle previsioni inapplicabili per le caratteristiche intrinseche della distribuzione automatica.

Pulsante per tornare all'inizio