Cibo

  • Dalla terra alla tavola proponendo piccoli gesti per grandi cambiamenti: chi è Debora Arici e perché il suo libro “Tu sei Natura” parla a tutti noi

    In un’epoca dominata da ritmi frenetici e cibi sempre più processati, il rischio più grande che corriamo è quello di perdere il contatto con ciò che ci nutre davvero. Ma tornare alla terra, alla semplicità e al benessere autentico non è un’utopia lontana: è una scelta concreta che possiamo fare ogni giorno. A guidarci in questa rivoluzione gentile è Debora Arici, nutrizionista, ex chef, forager e creatrice del seguitissimo progetto social che lei ha chiamato icookwithnature (“cucino con la natura”) che conta ormai più di un milione e mezzo di followers. Con la sua formazione presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e la passione per il riconoscimento delle piante spontanee, Debora ha conquistato migliaia di persone proponendo un approccio al cibo e allo stile di vita accessibile, spontaneo e privo di sovrastrutture, unendo la cucina tradizionale e sostenibile con le tecniche di fermentazione provenienti da tutto il mondo. Nel suo libro “Tu sei Natura: Vivere e mangiare al naturale per guadagnare salute, tempo e denaro” (Fabbri / Rizzoli), Debora raccoglie e sistematizza la sua filosofia: una guida pratica per imparare a scegliere alimenti veri, trasformare gli scarti in risorse, cucinare erbe spontanee e riappropriarsi di gesti antichi per vivere con più consapevolezza ed energia.

    In questa intervista abbiamo parlato con lei di sostenibilità, di come semplificare la quotidianità per i giovani e per le famiglie, e di come la natura e la sua biodiversità rappresentino la risposta più rivoluzionaria per il nostro futuro.

    Ciao Debora, partiamo subito dal percorso che ti ha portato fino a qui oggi. Hai una laurea all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e un percorso come nutrizionista olistica. Qual è stato il momento esatto o la scintilla in cui hai capito che le erbe spontanee e la natura dovevano diventare il vero cuore del tuo progetto?

    Sì, hai detto bene, laurea in scienze gastronomiche a Pollenzo dove ho potuto approfondire ogni aspetto relativo all’origine degli alimenti che mangiamo. Cosa a cui facciamo sempre meno attenzione. E quindi già lì, grazie a quel percorso di studi, ho potuto porre una maggiore attenzione alla natura e alle sue straordinarie leggi e dove ho potuto seguire il mio primo corso di filmaking. Ho sempre lavorato nelle cucine ma grazie a questo percorso di studi ho avuto l’upgrade di conoscenze manageriali per diventare una chef di cucina. La trattoria dove ho lavorato per sei anni ha ricevuto la valutazione massima (“I tre gamberi) dalla rivista “il Gambero Rosso”. In quegli anni sentivo dentro di me crescere una curiosità infinita su quale effetto facesse sulle persone il cibo che stavo preparando. Ecco che allora nasce la volontà di iscrivermi a Scienze della Nutrizione. Facoltà che non c’era a Brescia, la città più vicina a dove vivo, e pertanto mi sono dovuta iscrivere a Milano. Per due anni mi sono alzata alle cinque del mattino per prendere il treno per Milano dove seguivo le lezioni fino alle due del pomeriggio per poi riprendere di corsa il treno e raggiungere il ristorante dove lavoravo dalle tre e mezza del pomeriggio fino all’una di notte. Due anni così, finché mi resi conto che mi stavo per ammalare. Decisi, quindi, di lasciare il mio lavoro per dedicarmi interamente allo studio e al conseguimento della laurea magistrale in alimentazione e nutrizione umana. Dopo la laurea a Milano, è arrivata la fatidica domanda: “E adesso cosa faccio?” Non sapevo se specializzarmi bene in nutrizione o se specializzarmi in comunicazione, in editing e produzione di video, perché mi piaceva molto creare documentari. Ogni viaggio o experience che facevamo con l’università realizzavamo un documentario. Il primo l’ho fatto quando sono andata in Corea per studiare la loro cultura gastronomica. Documentario che poi è stato pubblicato sul sito internet dell’Università. Queste alcune brevi note sui miei studi.

    Questo background accademico e sul campo è fondamentale. Com’è avvenuto poi il passaggio dalla teoria al vivere quotidianamente la natura e alla scelta di fare di questo sapere il tuo progetto principale?

    Venendo invece alla tua domanda posso dirti che in questi anni ho vissuto a contatto con la natura, vicino ad un bosco dove ho sempre autoprodotto il mio cibo, curando personalmente l’orto e il frutteto. Ho sempre raccolto le erbe spontanee, in particolare il tarassaco. Erbe che ho sempre utilizzato per i pasti che portavo a tavola. Quindi ho costruito uno mio stile di vita con la natura e grazie alla natura. E nel tempo mi sono accorta che questa cosa, che per me era assolutamente spontanea, alle persone sembrava una cosa fuori norma, cioè quando veniva qualcuno a trovarmi mi diceva “Wow! Ma tu cucini così? Ma tu davvero fai questo? Ma che bello!” Come se non fosse più una cosa normale, una cosa della quotidianità delle persone. Quindi mi sono accorta che la società si stava allontanando sempre di più da quello che in realtà ci ha da sempre fatto stare bene. Da quello che è il nostro vero nutrimento, un cibo vivo, un cibo pulito, un cibo autentico che viene appunto dalla natura e da un uomo che la sa rispettare. Da un cibo che non è prodotto solo per apparire, per essere solo venduto. Al supermercato vedo mele grandi, quasi come dei meloni. Poi vedo le more, a volte più grandi dei pomodori datterini e allora mi dico: “Ma dove stiamo andando?” Perché le mele che ho nel mio frutteto sono più piccole del pugno di una mano, ma sono molto più saporite. Le more del sottobosco sono grandi come l’unghia di un dito, ma sono molto saporite. E quindi ho capito, cioè dentro di me ho sentito che dovevo fare qualcosa, dovevo assolutamente fare qualcosa affinché la millenaria memoria di utilizzo delle specie spontanee che Dio, madre natura, l’universo, ci ha dato a disposizione, sta scomparendo. Loro, queste piante spontanee sono ancora qui, sotto i nostri occhi, ma noi non abbiamo più la capacità di riconoscerle e di utilizzarle. Sia per nutrirci, ma anche per comprenderle nella nostra vita, perché le piante spontanee non hanno solo uno scopo nutritivo. Possono averne, infatti, molti altri. Possono essere utili per farne dei tessuti (penso ai vestiti realizzati con l’ortica), dei rimedi curativi (dalle tisane agli impacchi), dei farmaci, dei pigmenti colorati o anche avere un valore simbolico e profondamente spirituale e, cosa che in tanti hanno dimenticato, anche un valore ludico (dal fare collanine con le margherite al far scoppiettare le vescicole della silene vulgaris o emettere suoni con un filo d’erba).

    Mia nonna, ad esempio, mi diceva di soffiare sull’infruttescenza (il soffione) del tarassaco per affidare al vento i miei sogni affinché, come quei semini, potessero trovare il giusto terreno per nascere e crescere. Questo ancora oggi mi emoziona tantissimo. Detto questo, una pianta è stata anche galeotta nella mia vita. All’Università di Pollenzo decisi di fare una tesi in etnobotanica, scienza che unisce l’antropologia (una scienza sociale) alla botanica (una scienza biologica). A tale scopo ho intervistato le persone del mio paese sul loro rapporto con la flora locale. Mentre solo gli anziani over 80 sembravano conservare questi saperi, un solo ragazzo ventenne ha saputo darmene prova, raccontandomi di quando da piccolo mangiava i germogli di rovo. Un anno dopo quel’intervista, lui mi ha invitato a cena ed è nata la nostra storia d’amore: la dimostrazione che una pianta può davvero anche essere galeotta! Insomma, negli anni è cresciuto sempre di più in me il desiderio di fare qualcosa per trasmettere e recuperare le antiche conoscenze sull’uso delle piante spontanee. Volevo spingere le persone ad agire, perché mi sono resa conto che allontanarci da questo sapere ci rende vittime di un sistema che ha come unico fine il profitto economico. Stiamo delegando la nostra alimentazione a un meccanismo che non punta realmente a nutrirci. Questo è un segnale culturale chiarissimo. L’anno scorso, al rientro da due sole settimane di vacanza, ho trovato un nuovo supermercato proprio al centro della piazza del mio paese. Mi ha sconvolta: la piazza, che per definizione è il luogo della relazione, dello scambio di storie, semi e ricette, è stata occupata da un luogo che genera solo flusso economico, non comunità. È per questo che poi ci troviamo davanti a frutta “fuori natura” — mele perfette, more enormi. Le vedi, dici “wow!”, le porti a casa… e non sanno di niente. È l’esito inevitabile di un sistema progettato per vendere, non per nutrirci.

    Ho sentito proprio l’esigenza di fare qualcosa a 360° vedendo questi giovani che al supermercato comprano quello che costa meno, senza chiedersi da dove arriva, cosa c’è dentro o senza leggere un’etichetta. Ragazzi che quando passa un’auto riconoscono subito un’Audi, una Ford o una Mercedes, ma quando si trovano in un prato hanno quasi paura di starci. Dicono: “Oddio, mi sporco! Oddio, mi può pungere un’ape!”. E io dico sempre: “Ma guarda che l’ape, quando ti punge, muore… Secondo te vuole davvero sacrificarsi per pungere te?”. C’è una vera e propria paura di stare nella natura. Non c’è più la capacità di distinguere il verde: per molti è tutto semplicemente “verde”, non esiste più il tarassaco o la piantaggine. C’è una distanza enorme e siamo un po’ tutti vittime di questo sistema, con ripercussioni dirette sul nostro benessere. A un certo punto mi sono detta: “Va bene Debora, devi fare qualcosa”. C’era questa spinta fortissima dentro di me perché ci stiamo allontanando dalla nostra vera natura. Ecco perché il libro l’ho intitolato “Tu sei Natura”: per abbattere questo confine. La natura non è un posto dove andare ogni tanto: noi siamo natura, ne facciamo parte.

    La spinta a cambiare le cose era fortissima, ma come sei passata da questa visione e dal desiderio di scrivere un libro a metterci la faccia sul web e a costruire una community da oltre un milione di persone?

    Oltre a questa spinta interiore, c’est stata anche una forte pressione esterna. Tutte le persone che venivano a trovarmi o per cui cucinavo, sentivano la necessità di condividere quello che faccio. Mi dicevano: “Ma Debora, com’è possibile che tu non sia su Instagram?”. Io non avevo nemmeno un account social, niente di niente. Poi capita che vado a lavorare come chef in un ristorante. Il mio primo giorno inizio a organizzare la cucina, a conoscere lo staff. Il giorno dopo torno, sempre carichissima per mettere a posto le cose, e tutti mi guardano e dicono: “Debora, ma ti ho cercata su Instagram e non ci sei! Come mai?”. Lì mi sono detta: “Ma guarda com’è strano questo mondo. Hai la possibilità di guardarmi negli occhi e non mi fai domande, ma appena arrivi a casa apri il telefono per vedere se ci sono su Instagram, cosa faccio o come mi vesto”. All’inizio mi sono detta: “Come posso fissare e salvare questa conoscenza che sta sparticipando? Scrivo un libro”. Poi però ho fatto i conti con la realtà: la gente legge meno e sta sempre con lo smartphone in mano. Allora ho capito che, per comunicare davvero con le persone, dovevo adeguarmi e andare dove si trovavano loro. Il primo giorno che sono venuti a fare le riprese… un disastro! Ero gasatissima, volevo spaccare il mondo, poi mi hanno puntato la telecamera in faccia e mi si è chiuso lo stomaco: non riuscivo più a dire una parola! Per me significava uscire totalmente dalla mia zona di comfort, battere la paura del giudizio, l’ansia di dover essere perfetta come gli altri. Ma poi mi sono detta: “Il mio obiettivo è troppo importante. Devo superare questi blocchi”. All’appuntamento successivo mi sono buttata e ho registrato i primi video. Questo succedeva tre anni fa. E se allora mi avessi detto: “Debora, fra tre anni avrai un milione e mezzo di followers”, ti avrei riso in faccia! Anche perché io parlo di cose semplicissime: come ricavare i semi da un ortaggio, come farlo germogliare, quali erbe raccogliere nei prati, come riconoscerle e come cucinarle per non distruggerne i nutrienti. Ho solo iniziato a condividere le mie competenze, tra studi ed esperienza sul campo. Quella che era partita come una semplice pagina Instagram oggi è una community di un milione e mezzo di persone. Anzi, oggi mi sento di dire che è un vero e proprio movimento: perché ognuno degli “amici della natura” che ne fa parte continua a diffondere questo messaggio.

    Grazie per questa esperienza così profonda e spirituale, oltre che formativa. Andare controcorrente ha rivelato un’enorme esigenza condivisa: il desiderio di fare un passo indietro, riconnettersi alla natura e ripartire dalle cose essenziali della vita. Tra le tante curiosità, vorrei chiederti una cosa più tecnica: come riesci a sintetizzare così tante informazioni in pochissimi secondi e a rendere semplice e riproducibile a casa ciò che spesso viene considerato complessissimo? Qual è il lavoro e il percorso che c’è dietro questa tua capacità?

    Per quanto mi riguarda, tutto è sempre partito da una necessità, da cui poi è nata un’intuizione. La mia necessità era inizialmente quella di ridurre lo scarto alimentare. Quando ho scoperto che sul pianeta siamo 8 miliardi, ma produciamo cibo per 12 miliardi, ho realizzato che ogni giorno buttiamo via l’equivalente del cibo necessario a nutrire 4 miliardi di persone. Lo vediamo al supermercato, ma anche a casa nostra: il frigorifero è sempre pieno, ci dimentichiamo le cose là in fondo e dopo mesi le ritroviamo tutte ammuffite. Da qui la necessità di invertire la rotta e la conseguente intuizione mi è arrivata mentre mangiavo una mela. Io mangio anche la buccia — ho la fortuna di avere i miei alberi — ma mi rimaneva in mano il torsolo. Mi sono detta: “Perché buttarlo via? Da questo torsolo si può fare l’aceto di mele! E invece di trasformarlo subito in un rifiuto organico, perché non riattivare la nostra memoria millenaria?”. C’è chi lo mette nel compost per ridarlo a Madre Natura sotto forma di fertilizzante e humus, ed è bellissimo. Ma possiamo fare ancora di più. Noi non vediamo i microrganismi con i nostri occhi e abbiamo questa falsa idea di essere separati da loro: “Io sono qui e i batteri sono lì”. In realtà i microrganismi vivono nel nostro intestino, sulla nostra pelle, dappertutto. La scienza dimostra che il loro DNA nel nostro corpo è cento volte superiore al nostro! E la stessa cosa vale per il cibo. Allora mi sono chiesta: “Perché non sfruttiamo gli acetobatteri presenti sulla buccia e sul torsolo della mela per fare l’aceto in casa?”. È semplicissimo: prendi il torsolo della mela, aggiungi una tazza d’acqua e un cucchiaio di zucchero. I microrganismi nutrendosi dello zucchero e delle fibre trasformeranno tutto in aceto di mele, creando persino la “madre”, che potrai riutilizzare all’infinito. L’ho fatto anche con i torsoli di pera! Quindi vedo che funziona, l’intuizione prende forma e lì nasce il grande entusiasmo di condividerlo: “Ragazzi, fatelo tutti, è una cosa bellissima!”. A questo punto subentra la fase di comunicazione, e devo tanto al mio professore di semiotica all’università. Lui mi ha insegnato che il canale ha il potere di modificare il messaggio. Non basta avere un’idea e lanciarla in radio, in TV o sui social: ricordate il gioco del telefono senza fili? La frase di partenza non era mai quella che arrivava alla fine. La mia voglia di far arrivare il messaggio era così forte che ho dovuto imparare la lingua specifica di quel canale per non far alterare il contenuto. Su Instagram, ad esempio, hai a disposizione 60 secondi, a volte persino meno di 40. In meno di un minuto dovevo condensare tutto. Ho capito che dovevo togliere ogni fronzolo e far emergere solo la verità, che è sempre schietta e diretta. È l’unico modo per arrivare al cuore delle persone e far percepire il valore reale di quello che stai proponendo. E vi assicuro che per fare un video di meno di un minuto, spesso dietro ci sono dalle tre alle sei ore di lavoro!

    Dal tuo lavoro traspare chiaramente la volontà di metterti nei panni degli altri e di mostrare ogni singolo passaggio con semplicità. Da antropologo e documentarista, intuisco l’enorme sforzo di sintesi che c’è dietro, unito a una spontaneità autentica che aggiunge verità al messaggio e dona una carica straordinaria di buon umore e speranza. Oggi assistiamo a un forte ritorno alla terra: molti giovani cercano un'”ecologia profonda”, spostandosi pur di ritrovare le proprie radici. Pensando a questo desiderio di ritorno all’essenziale e all’esperienza di campus e soggiorni studio dedicati a questi temi. Se dovessi immaginare un campus o un viaggio formativo per giovani under 30, ti andrebbe di parteciparvi? E soprattutto, come struttureresti la giornata tipo di questa esperienza per fare in modo che lasci un valore concreto e applicabile una volta tornati a casa?

    L’agriturismo è senza dubbio il luogo e il campus ideale: lì si vive con la natura non solo per produrre cibo, ma per produrre vere e proprie esperienze. Lo dico perché per me è stato fondamentale. Quando è finita la mia prima laurea a Pollenzo, mi sono detta: “Ho tantissime nozioni, ma non le ho mai toccate con mano”. Conoscevo il metodo di produzione di ogni formaggio, olio o pasta d’Italia, ma sentivo il bisogno assoluto di farne esperienza diretta. Così ho deciso di fare tre mesi di volontariato con il WWOOFing, lavorando nelle aziende agricole in cambio di vitto e alloggio. Lì ho trovato il pezzo che mi mancava per mettere in pratica le conoscenze, perché uno studio lo devi sempre concretizzare. Ma soprattutto, stare tre mesi sul campo mi ha fatto capire il valore reale del cibo. È incredibile pensare che per avere una testa d’aglio — l’alimento tra i più economici che ci sia — ci vogliano sei mesi! E se sbagli l’epoca di semina, salti direttamente all’anno successivo. Noi non diamo più valore né al cibo né al tempo trascorso all’aperto. Non è un caso che l’80% della popolazione sia carente di vitamina D, che è un pro-ormone fondamentale coinvolto in oltre 3.000 reazioni enzimatiche, dal sistema immunitario alle ossa. Il mio non è un discorso di nostalgia del passato, ma di pura biologia: oggi la speranza di vita si è allungata, ma arriviamo a cent’anni dipendenti dai farmaci, dalle carrozzine o dall’assistenza. Non arriviamo in salute o in vera autonomia, proprio perché già a trent’anni siamo carenti di elementi essenziali. Viviamo chiusi tra uffici, auto e case, del tutto sedentari e privi di luce solare. Ecco perché per me il campus perfetto per un under 30 deve basarsi sull’esperienza sul campo e sul WWOOFing, toccando con mano le realtà agricole per capire quanto il cibo incida sulla nostra salute e longevità. La scienza oggi conferma questa nostra necessità biologica di stare nella natura. Pensate a un esperimento straordinario fatto con degli anziani in una casa di riposo: li hanno fatti camminare a piedi nudi su un semplice prato in città. Prima di togliere le scarpe, i loro globuli rossi nel flusso sanguigno erano tutti aggregati e lenti; appena hanno camminato qualche minuto sull’erba e sono rientrati, gli eritrociti si erano completamente separati e scorrevano veloci! La frequenza magnetica della terra e la carica degli elettroliti agiscono come prevenzione cardiovascolare immediata. Per non parlare dei terpeni rilasciati dalle piante che, quando li respiriamo, stimolano la produzione di serotonina, l’ormone della felicità. La nostra biologia ci sta letteralmente chiedendo di tornare alla natura. In questo campus metterei a confronto anche le diverse realtà: farei vedere la produzione sostenibile, ma mostrerei anche gli allevamenti intensivi, per far comprendere quanto il sistema attuale possa diventare perverso e violento. Mi sconvolge che ancora oggi pochissimi sappiano leggere il codice impresso sulle uova: se la prima cifra è un 3, significa che le galline sono stipate in capannoni, chiuse in gabbie più piccole di un foglio A4, ammassate e trattate continuamente con antibiotici. E quegli antibiotici finiscono nel tuorlo dell’uovo, così come finiscono nel latte delle mucche. Non a caso i nostri bambini sviluppano un’antibiotico-resistenza preoccupante già in tenera età. Inquiniamo i mari con cromo e cadmio per rincorrere il profitto, e poi dobbiamo dire alle donne in gravidanza di non mangiare troppo tonno perché i metalli pesanti accumulati nei grassi del pesce possono danneggiare il feto. Tutto quello che immettiamo nell’ambiente torna inevitabilmente nel nostro piatto. Ecco perché serve una visione olistica. Un percorso che unisca la formazione scientifica all’esperienza diretta nelle realtà produttive è l’unico modo concreto, a mio parere, per restituire ai giovani la consapevolezza della nostra stessa esistenza.

    Per un adolescente o un giovane di vent’anni che vive ancora in famiglia con genitori che magari hanno ritmi e abitudini del tutto diversi, l’inizio di questo percorso deve essere accessibile e non divisivo. Pensando a un giovane che vorrebbe iniziare già da stasera a fare piccoli passi verso questo stile di vita, quali sono le primissime azioni concrete — tra cose da togliere o da aggiungere — che gli consiglieresti di provare subito a casa, anche per far comprendere alla propria famiglia il valore di questa scelta?

    Ti direi innanzitutto che questi giovani possono iniziare aiutando la mamma in cucina, senza starsene sul divano ad aspettare che sia tutto pronto. E soprattutto, direi loro anche di divertirsi! E come ci si può divertire? Per esempio: quando cucino, invece di buttare via il colletto dell’indivia, della catalogna, del porro o della lattuga, lo metto in un goccio d’acqua sul davanzale della finestra. In poco tempo ricresce e fa spuntare dei nuovi germogli! Questo insegna un valore bellissimo: il valore dell’attesa e l’idea che uno scarto conservi una memoria in grado di ridarci vita e nutrimento. Perché andare a comprare i germogli pronti quando possiamo autoprodurli sul davanzale e usare quelle micro-foglioline per arricchire un’insalata, un piatto di pasta o un panino? Molte volte, poi, questo scarto mette le radici e si trasforma in una vera e propria pianta — succede spesso con il sedano, con il porro o perfino con il ciuffo dell’ananas. È un’attività splendida da fare anche con i più giovani: cominciare a coltivare qualcosa, anche solo sul davanzale di casa, per toccare con mano la realtà della materia organica. Quello che ha cambiato me profondamente è stato proprio riscoprire il sapore unico delle cose appena raccolte. Se hai un davanzale al sole puoi piantare lo zafferano, il rosmarino, le fragole; se è all’ombra, puoi mettere il prezzemolo o le fragoline di bosco. Quindi ti risponderei dicendo che i primi passi sono questi: aiutare in cucina, coltivare qualcosa e iniziare a prendersi la responsabilità del proprio nutrimento. E poi, farsi delle domande. Quando si va a fare la spesa, invece di scegliere d’istinto quello che costa meno, iniziamo a leggere le etichette per cercare i prodotti con meno ingredienti e meno lavorati, dando anche il nostro contributo quando si fa la spesa. Da dove arriva davvero ciò che mettiamo nel carrello? Quel cibo finirà direttamente nel nostro stomaco, nel nostro sangue e nei nostri organi. Chiedersi se un alimento provenga da un’agricoltura o da un allevamento intensivo oppure sostenibile è il primo passo per tutelare la propria salute. Prendiamo l’esempio del pesce: è d’allevamento o pescato? Quelli provenienti dagli allevamenti intensivi sono sconsigliati perché modificano il profilo nutrizionale dell’alimento; il pesce, infatti, naturalmente ricco di Omega-3 antinfiammatori, negli allevamenti rischia di sviluppare grassi pro-infiammatori nocivi per l’organismo. Se si sceglie il pesce pescato, invece, può venirci in aiuto l’etichettatura con le zone FAO:

    Zona FAO 37 (Mar Mediterraneo) o Zona FAO 27 (Atlantico nord-orientale): le opzioni migliori da preferire. Zone ad alto rischio inquinamento (es. FAO 61 – Pacifico nord-occidentale o acquacoltura intensiva come per il pangasio): da evitare per il rischio di metalli pesanti e lunghi tempi di trasporto. Farsi queste domande al momento della spesa non è un semplice dettaglio: significa tutelare il proprio benessere immediato, la propria energia e la propria longevità. E un’altra utile domanda è senz’altro questa: “Il supermercato è davvero l’unico posto dove posso trovare da mangiare?”. Esistono reti molto più sostenibili: i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), le fattorie locali, i mercati rionali o i mercatini dei contadini che scelgono di produrre in armonia con la natura senza inquinare. Farsi delle domande significa sviluppare un pensiero critico, smettendo di prendere per buono tutto ciò che sentiamo in TV o dagli altri per iniziare finalmente a prenderci la responsabilità della nostra vita.

    Quali sono i tuoi desideri e i progetti per il futuro verso cui dovremmo concentrare le nostre energie, e come immagini la collaborazione tra le persone che condividono questi valori?

    Se devo pensare a proposte per il futuro, sicuramente ti direi senza ombra di dubbio quella di lavorare tutti insieme per salvaguardare la biodiversità. E per fare questo dobbiamo certamente fare rete tra tutte le realtà che lavorano e vivono con questo spirito. Non dobbiamo isolarci. Mi piacerebbe inoltre tantissimo vedere in ogni paese un “mercato della terra”, e un orto scolastico, tutti con prodotti locali, stagionali e coltivati in modo naturale.

    Gentile Debora, grazie per il tempo dedicatoci e buona fortuna!

  • Toghe&Teglie: spaghetti aglio, olio e peperoncino

    Ciao a tutti, sono Ivan Vaccari, della sezione laziale di Toghe & Teglie, noto come l’ayatollah della carbonara per il rigore che pretendo nella preparazione di questo piatto tipico della cucina romana…e oggi ve ne propongo un altro, come vedete dal titolo.

    C’era bisogno? La sappiamo fare tutti – direte voi – è la classica spaghettata di mezzanotte con ingredienti che si trovano di sicuro in cambusa…sarà, ma da un po’ di tempo vedo troppi chef stellati che propongono la loro formula per renderla più cremosa, per rendere unica la experience…ma che è la experience? Uno si vuole fare due spaghi veloci perché ha fame e quando li azzanna si chiama experience?! Ma valà…va!

    Il meglio, tanto per cominciare sarebbe usare degli spaghettoni trafilati al bronzo ma è fondamentale, invece, evitare l’impiego di formati di pasta lunga sottile; vanno bene anche le linguine o le bavette purchè trattengano bene il condimento.

    La versione classica “alla romana” prevede tanto olio evo scaldato a fuoco basso per fare indorare l’aglio (fresco naturalmente: vietatissime le polverine e gli insaporitori) così l’aglio sfricola ma non si brucia e – sebbene la diatriba sia aperta da generazioni – nella ricetta tradizionale non ci vanno l’acciuga o la colatura: gli ingredienti sono solo quei tre. Anche il peperoncino è meglio se fresco, aggiungetelo appena l’aglio inizia a dorare

    Intanto che l’aglio imbiondisce fate cuocere gli spaghetti e scolateli molto al dente, 3 o 4 minuti prima della cottura suggerita, e buttateli nell’olio dove poco prima avrete aggiunto (anche se l’olio sembra non gradire…) un po’ di acqua di cottura e “risottate” la pasta facendole assorbire bene il condimento.

    Impiattate dopo un gran finale con una generosissima dose di prezzemolo appena tritato, a fuoco spento.

    A tavola e…diffidate dalle imitazioni!

  • Toghe&Teglie: risotto con crema di peperoni e pesce spada

    Buongiorno e ben ritrovati, cari lettori, da Claudia Stefanelli della sezione campana di Toghe & Teglie; ultimamente sono stata un po’ discontinua nel proporre al Gruppo le mie preparazioni ma quest’ultima ha riscosso un discreto successo, fino a farla scegliere per la pubblicazione.

    La ricetta non è mia originale – va detto – ma la versione che ho realizzato con apprezzabili risultati è molto semplice.

    Per prima cosa arrostite i peperoni (due rossi e due gialli), poi spellateli e fateli saltare in padella con un po’ di olio evo e cipolla, regolando di sale e pepe. Quindi frullate il tutto col mini pimer.

    Ora preparo un brodo vegetale con sedano, carota cipolla e zucchine, può andar bene per la cottura del riso, e tagliate a dadini i tranci di pesce spada. In una pentola bassa tagliate una cipolla in fettine molto sottili e fatele soffriggere con olio evo; quando la cipolla sarà imbiondita buttate il riso (circa 100 grammi a commensale) e fatelo tostare per un paio di minuti, quindi aggiungete tre quarti di bicchiere di vino bianco e fatelo dolcemente sfumare.

    Continuate la cottura utilizzando il brodo vegetale, regolate di sale se necessario e alcuni minuti prima della cottura unite il pesce spada – non dimenticate che il pesce non va mai cotto troppo a lungo per evitare di renderne la carne stopposa – la crema di peperoni e manteco il tutto.

    Buon appetito!

  • Lezioni per una corretta educazione alimentare sin da piccoli

    La popolazione mondiale dei paesi più sviluppati soffre sempre di più di obesità e dei problemi di salute ad essa collegati.

    L’utilizzo costante di cibi e bevande, fin dalla prima infanzia, processate, ricche di zuccheri e di grassi nuoce alla salute mentre varie forme di pubblicità continuano ad invitare al loro consumo e troppi si illudono, assumendole, di nutrirsi di vitamine naturali o di usufruire di un pasto divertente, veloce e meno vistoso di un pasto cucinato.

    Altri problemi per la salute, specie per gli adolescenti che cominciano già dai dodici anni ad utilizzarle, sono procurati dalle bevande energetiche che contengono caffeina e sostanze eccitanti e stimolanti, queste bevande dovrebbero essere utilizzate solo da persone più adulte e comunque che abbiano già maturato il loro sviluppo di crescita.

    Negli adolescenti, nei quali il cervello ed il sistema cardiovascolare è ancora in pieno sviluppo, le bevande che contengono stimolanti possono creare diversi problemi tra i quali palpitazioni, insonnia, irritabilità, ansia ed aumento della pressione arteriosa.

    Uno studio della società italiana di pediatria evidenzia i problemi che queste bevande energetiche possono procurare negli adolescenti, problemi per i quali nel Regno Unito si è stabilito dal 2027 di vietare, ai minori di 16 anni, la vendita di energy drink che contengano al litro più di 150 mg di caffeina.

    Una corretta educazione alimentare dovrebbe partire già dalla scuola primaria coinvolgendo anche le famiglie per evitare che pubblicità ed interessi economici siano prevalenti rispetto alla salute, inoltre dovrebbe essere valutato quanto queste bevande possono incidere, per i loro effetti ansiogeni e di irritabilità, sugli adolescenti già troppo, in molti casi, stimolati negativamente dall’utilizzo di alcuni social.

  • Toghe&Teglie: tagliolini alla Alfredo con tartufo del Garda

    Ciao a tutti, sono di nuovo a voi dopo poche settimane: Giuseppe Barreca della sezione mantovana di Toghe & Teglie e questa volta voglio proporvi un grande classico della cucina italiana con una nota aggiuntiva personale: i tagliolini alla Alfredo.

    Per quattro porzioni procuratevi un etto a testa di tagliolini freschi all’uovo (in alternativa delle fettuccine), 120 grammi di burro di prima scelta, 150 grammi di parmigiano stagionato 24/30 mesi e grattugiato finemente, sale q.b. per l’acqua di cottura.

    Togliete il burro dal frigorifero almeno mezz’ora prima dell’impiego per renderlo morbido a temperatura ambiente e poi tagliatelo a tocchetti mettendolo direttamente nella zuppiera di portata (meglio se scaldata prima con un po’ di acqua calda del rubinetto e poi asciugata); proseguite facendo cuocere i tagliolini in abbondante acqua  non eccessivamente salata: se impiegate la pasta all’uovo per la cottura non superate i due/tre minuti e un minuto prima di scolare prelevate un paio di mestoli di acqua di cottura mettendola da parte in una bacinella e versandone un goccio nella zuppiera sopra al burro per iniziare a farlo sciogliere.

    Ora scolate i tagliolini al dente e versateli direttamente nella zuppiera sopra il burro, spolverate con metà del parmigiano e aggiungete un primo mestolo di acqua di cottura iniziando a mantecare alzando la pasta dal basso verso l’alto.

    Aggiungete il residuo parmigiano e se necessario ancora un po’ di acqua di cottura mescolando velocemente per fare amalgamare burro e parmigiano creando una cremina liscia.

    Al servizio, e qui c’è il tocco personale, grattate con generosità un tartufo: suggerisco di provare la notevole qualità di quello nero di Tignale sul Garda…non saranno più banali tagliolini al burro e tartufo ma neppure dei tradizionali tagliolini alla Alfredo bensì qualcosa di indimenticabile al palato!

    A presto, amici de Il Patto Sociale.

  • Toghe&Teglie: panature originali

    Buongiorno a tutti i lettori da Ivan Vaccari, noto come l’Ayatollah della carbonara (sezione laziale di T&T, ovviamente) ma anche cultore di cucina creativa con influssi orientali…o meglio, con l’influsso di quel che si trova in dispensa.

    Nella dispensa, però, non devono mai mancare delle spezie e recentemente mi sono state utilissime nella trasformazione di un banale petto di pollo in un comfort food di tutto rispetto grazie alla panatura.

    Badate bene che anche la base – cioè il pangrattato – può essere frutto di facile preparazione domestica suggerendo di frullare del pane a cassetta (non secco! Fresco o, al più, leggermente raffermo) privato della crosta e tritato grossolanamente nel mixer: lo farete asciugare e seccare in seguito stendendo le scaglie di pane su una carta da forno e passando a forno ventilato a 100-120° per un quarto d’ora circa. Badate bene che deve perdere umidità restando bianco senza tostare o dorarsi! In questo modo avrete ottenuto il panko giapponese che assicura fritture leggere e croccanti ma ovviamente va sempre bene anche il pangrattato classico sia fatto in casa che comperato, magari arricchito (provare per credere) con dei corn flakes non zuccherati e sbriciolati finemente.

    Ora aprite i barattoli delle spezie: dalla mia più recente esperienza suggerisco di mescolare tra loro e con la panatura della paprika dolce, curry verde, aglio in polvere e un pizzico di chili isot biber, un peperoncino turco in polvere.

    Ovviamente vi potrete sbizzarrire e sperimentare i mix più vari ed anche una banale fettina di pollo o di tacchino diventerà gustosissima.

    Buon appetito!

  • Toghe&Teglie: noodles con verdure e gamberi

    Buongiorno a tutti da Giuseppe Barreca della sezione mantovana del Gruppo Toghe & Teglie; da me non aspettatevi la ricetta dello stufato d’asino o dei cappellacci di zucca bensì piatti che non sono semplicemente ricette ma piccoli viaggi, incontri di profumi e sapori, ricordi e contaminazioni che nascono dalla voglia di sperimentare e, soprattutto, dalla passione per la cucina come questi noodles con verdure e gamberi, un piatto che racchiude tutto quello che cerco quando cucino: semplicità, equilibrio, carattere e quella voglia di portare a tavola qualcosa che faccia venire voglia di fare subito un altro boccone.

    Li salto nel wok con verdure croccanti e gamberi e li avvolgo in una salsa nata dall’incontro tra Oriente e Mediterraneo: salsa di soia, aceto di riso giapponese, tahina e colatura di alici di Cetara.

    La colatura di alici è il mio piccolo tocco italiano: l’ho utilizzata al posto della salsa di pesce, perché trovo che dia una profondità incredibile al piatto. La tahina, invece, si avvicina moltissimo alla Neri Goma, la pura pasta di sesamo giapponese, regalando cremosità e profumo di sesamo. E’ proprio questo che mi piace della cucina: non avere confini. Prendere ingredienti di culture diverse, rispettarli e farli dialogare tra loro.
    Ingredienti per due persone:

    160 grammi di noodles, di riso o di grano, 200 grammi di code di gamberi, già puliti, una carota, una zucchina, un peperone leggermente piccante da insalata, due cucchiaini di salsa di soia, uno di aceto di riso giapponese, uno di colatura di alici di Cetara ed uno colmo di tahina. Olio extravergine di oliva q.b. ed acqua di cottura dei noodles q.b.

    Prima di tutto cuocete seguendo i tempi indicati sulla confezione e scolateli, conservando un po’ di acqua di cottura: sarà proprio quell’acqua ricca di amido a rendere il condimento cremoso, lucido e avvolgente. Ora preparate la salsa.

    In una ciotolina mettete la tahina, la salsa di soia, l’aceto di riso e la colatura di alici e mescolate con pazienza, fino a ottenere una crema liscia. Se la tahina è troppo compatta, aggiungete un goccio di acqua calda e continuate a lavorarla.

    Raccomando di avere una mano leggera con la colatura: è molto sapida e ne basta davvero poca per dare al piatto una grande profondità…e siete arrivati al momento del wok.

    Tagliate la carota, la zucchina e il peperone a striscioline ed intanto fate scaldare bene il wok con un filo d’olio e saltate le verdure a fuoco vivo per circa 3-4 minuti per farle rimanere croccanti, vive, colorate; aggiungete quindi i gamberi e saltateli per un paio di minuti, giusto il tempo di farli diventare rosa e succosi. Ora abbassate la fiamma e aggiungete i noodles e versate la crema di tahina, soia, aceto di riso e colatura facendo saltare tutto insieme per un minuto, non serve di più.

    Se vedete che il condimento è troppo asciutto, aggiungete poco alla volta qualche cucchiaio dell’acqua di cottura dei noodles: e qui succede la magia: la salsa diventa cremosa, lucida e avvolgente, si lega ai noodles e abbraccia ogni verdura e ogni gambero.

    Impiattate i noodles ancora fumanti: come sempre servono buoni ingredienti, rispetto per quello che state cucinando e soprattutto tanta passione.

    E per accompagnare questo piatto? Una birra giapponese è perfetta tanto quanto un buon sake.

    Buon appetito a tutti…e soprattutto, cucinate con passione.

  • Toghe&Teglie: risotto ai mirtilli e fichi

    Buon autunno, cari lettori, da Massimiliano D’Alessandro della sezione tarantina di Toghe & Teglie: questa settimana ho fatto venire l’acquolina ai miei amici e colleghi (e spero, ora, anche a voi) con questa originale preparazione.

    Fate ravvivare dei mirtilli secchi con del prosecco ma si può azzardare anche l’uso del cognac.

    Mentre i frutti si riprendono, tostate del riso senza nessuna aggiunta ma bagnatelo con brodo vegetale.

    A cottura avanzata, almeno a metà, strizzate ed aggiungete i mirtilli e dei fichi rossi tagliati a pezzi continuando a bagnare con il brodo sino a cottura ultimata.

    A fuoco spento, anche se la cosa vi sorprenderà, mantecate con una bella noce di burro e del parmigiano grattugiato…impiattate e decorate con fettine di fichi come si vede nella foto. Una bottiglia di rosè ghiacciato è l’accompagnamento perfetto di questo piatto che ha un vago sentore di cucina anni ’80 quando in ogni pietanza impazzavano panna e rucola e il risotto alle fragole era visto come una squisitezza esotica…invece me lo sono inventato io qualche giorno fa con quello che ho trovato nella dispensa ed il risultato è stato più che soddisfacente.

    Provare per credere, alla prossima!

  • Toghe&Teglie: la focaccia di Recco

    Cari lettori, quella della settimana è proprio la ricetta di uno dei più golosi alimenti della tradizione nazionale, non solo ligure, tant’è che ve la illustro io, Emilia De Biase del Gruppo Toghe & Teglie che sono campana!

    Iniziamo con le istruzioni per l’impasto: su una spianatoia, create una fontana con la farina e unite acqua, olio ed un pizzico di sale. Incorporate piano piano i liquidi nella farina e poi impastate bene con le mani fino a ottenere un panetto liscio e omogeneo.

    Ora dividetelo in due parti: una più grande che servirà per la base e una più piccola che servirà da copertura.

    Mettete le due porzioni in ciotole con un coperchio a chiudere, o avvolte nella pellicola, e lasciatele riposare per una mezz’ora. Trascorso il tempo di riposo, iniziate a stendere la base su di un piano infarinato usando un mattarello e la porzione più grande di impasto.

    Sollevate la sfoglia e fatela roteare in modo che diventi ben sottile per effetto della gravità.
    A questo punto oliate una teglia rettangolare di dimensioni adeguate a quella della sfoglia e fatela aderire bene passando a  distribuire delle “noci” di stracchino qua e là in modo uniforme e poi stendete l’altro panetto dopo averlo trattato allo stesso modo della base: prima con il mattarello e poi facendolo assottigliare; coprite, dunque, la base coperta di stracchino con la seconda sfoglia facendo aderire bene premendo con i palmi delle mani.

    In ultimo, fate dei buchi in corrispondenza delle “noci” di stracchino strappando leggermente la pasta con i polpastrelli, eliminatene l’eccesso eventuale ai bordi e completate con un giro di olio in superficie.

    Infornate in forno statico, preriscaldato a 220°, per 12 minuti ed una volta pronta, tagliate a quadrotti e servite la focaccia ancora calda.

    Alla prossima!

  • Toghe&Teglie: tartare di anguria marinata

    Ben ritrovati affezionati lettori di questa rubrica: sono Massimo Schirò, il Serial Griller del Gruppo Toghe & Teglie, e questa settimana tocca a me farvi una proposta che trasforma (anche per il nome) una macedonia in un piatto di alta cucina ma è di facile preparazione che, parola, potrete usare come aperitivo o come contorno di una carne o un pesce alla griglia e – ovviamente – anche come portata finale.

    Prendete un’anguria piccola, di quelle senza semi, ottima la “Perla Nera”, e tagliatela a fette spesse circa un cm, dosando mezza fetta a commensale, e rimuovete la buccia.

    Ora mettetele in una capiente terrina e cospargetele di sale grosso, poi mettetele in frigo coperte a contatto con della pellicola per una marinatura di circa 4 ore decorse le quali sciacquate le fette e tamponatele con carta.

    A questo punto tagliate le fette a cubetti e conditele con un “nonnulla” d’olio d’oliva per poi rimetterle in frigo dedicandovi ad un paio di avocados da tagliare a loro volta a cubetti, spruzzateli con il succo di un lime e un altro “nonnulla” di olio evo badando che l ‘avocado diversamente dall’anguria non va salato.
    Quando tutto sarà pronto, componete le porzioni in ciotoline monodose: sotto va messo l’avocado e sopra, al centro, l’anguria marinata.

    Guarnite al servizio con una foglia di basilico e qualche goccia di aceto balsamico invecchiato (o crema di balsamico). Va servito freddo.

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