guerra

  • Escalation degli scontri lungo i confini del Sudan

    Si intensificano i combattimenti nello Stato del Nilo Azzurro, nel sud-est del Sudan. Le Forze armate sudanesi (Saf) hanno annunciato oggi l’arrivo a Ed Damazin di unità avanzate della Forza congiunta, la coalizione di gruppi armati alleati della giunta al potere, per sostenere le operazioni contro le Forze di supporto rapido (Rsf) e le milizie del Movimento di liberazione del popolo del Sudan – North (Splm-N), loro alleate. Il dispiegamento di rinforzi da parte dell’esercito nel Nilo Azzurro avviene dopo che nelle ultime settimane si sono intensificati gli scontri con le forze dell’alleanza Rsf-Splm-N.

    I combattimenti nella regione sono aumentati dallo scorso febbraio, soprattutto nelle aree sudorientali al confine con l’Etiopia. Il dispiegamento è la seconda ondata di rinforzi che le Saf inviano nel Nilo Azzurro in una sola settimana dopo i recenti progressi ottenuti dalle Rsf e dall’Splm-N: l’alleanza ribelle ha di recente permesso di conquistare Kurmuk e Geissan, due località strategiche vicino al confine etiope, e di rivendicare a stretto giro il controllo delle basi di Bakori e Sorkam lì situate. La conquista di queste posizioni rappresenta un elemento importante nell’evoluzione del conflitto nel Nilo Azzurro, una regione strategica per la sua posizione di confine e per i collegamenti con l’Etiopia. L’esercito sudanese sostiene tuttavia che la fine della ribellione nella regione sia vicina e ha ribadito la propria intenzione di riprendere il controllo dell’intero Stato.

    Si complica intanto anche la situazione sul terreno lungo il confine con il Ciad, dove l’esercito di N’Djamena ha intensificato gli schieramenti e bloccato le rotte desertiche utilizzate per far arrivare armi e combattenti alle Forze di supporto rapido (Rsf). Fonti a conoscenza della questione citate dal quotidiano “Sudan Tribune” riferiscono che lo sviluppo segua l’intercettazione ed il sequestro di veicoli militari appartenenti alla Forza congiunta sudanese dopo il valico di frontiera ciadiano. Le tensioni lungo il confine si sono acuite dopo che lo Stato maggiore dell’esercito ciadiano ha riferito, lo scorso 23 agosto, che presunti droni militari sudanesi o di gruppi alleati hanno colpito un convoglio di veicoli nella regione orientale del Ciad di Ennedi-Est, a oltre 100 chilometri dalla frontiera. Lunedì alcune unità dell’esercito ciadiano hanno raggiunto il luogo degli attacchi aerei e hanno effettuato perlustrazioni di sicurezza nel deserto prima di allestire avamposti temporanei vicino al confine per bloccare le infiltrazioni e impedire che il territorio ciadiano venisse utilizzato come base di appoggio o via di rifornimento. Le forze ciadiane hanno anche sequestrato diversi veicoli blindati e armi a combattenti sudanesi che avevano attraversato il confine con il Ciad, hanno riferito le fonti.

    Secondo quanto riportato in precedenza dai media occidentali, N’Djamena avrebbe schierato circa 100 veicoli militari verso il confine, insieme a sistemi di difesa aerea, per proteggersi dalle incursioni di droni transfrontalieri. Nel Ciad orientale le autorità hanno anche condotto operazioni di accerchiamento e perquisizione in diversi campi profughi sudanesi a seguito di accuse secondo cui alcuni individui avrebbero partecipato a combattimenti in Sudan prima di rientrare oltre confine. Durante le perquisizioni le forze di sicurezza hanno fermato diversi giovani sospettati di essere coinvolti negli scontri. Sono stati poi rilasciati dopo aver firmato un impegno scritto a non intraprendere attività che possano destabilizzare la zona di confine. Le misure di sicurezza rafforzate hanno destato preoccupazione tra le agenzie umanitarie per l’impatto umanitario sui rifugiati sudanesi concentrati negli insediamenti di confine. Il Ciad ospita oltre due milioni di rifugiati sudanesi in 13 campi e centri di accoglienza nella parte orientale del Paese. Molti sono arrivati durante i precedenti conflitti sotto il presidente deposto Omar al Bashir, ma il numero è aumentato vertiginosamente dopo lo scoppio della guerra tra l’esercito sudanese e le Rsf nell’aprile del 2023.

  • Gravi errori di valutazione

    È scontato che non si possa scrivere la storia con i se ma, con il senno di poi (e a volte anche con il senno di prima), si possono individuare decisioni importanti molto sbagliate e con conseguenze drammatiche commesse dai vari leader prima e durante le guerre. Giusto per limitarci al secolo scorso, alcuni errori con risultati catastrofici sono oramai evidenti ai nostri occhi di posteri. Vediamone alcuni.

    Una valutazione totalmente errata fu commessa dai giapponesi quando attaccarono Pearl Arbour. In quegli anni Tokio stava espandendo in maniera che sembrava incontenibile la sua presenza in sud Asia, in Cina e in Corea.  All’epoca, gli americani avevano già occupato le Hawaii e le Filippine e, con l’intenzione di fermare il dilagare giapponese, avevano cominciato a bloccare il transito delle navi del Sol Levante che trasportavano petrolio, acciaio e altre materie prime di cui il Giappone abbisognava e che non produceva al suo interno. In quegli anni la marina e l’esercito giapponese, molto ben sperimentati per le guerre già intraprese, erano sicuramente superiori alle forze armate americane che si erano invece rilassate dopo la fine della prima guerra mondiale. Nella testa dei giapponesi l’attacco a sorpresa contro la marina militare americana avrebbe messo fuori gioco chi impediva la sicurezza dei loro rifornimenti e che nessuna vera guerra sarebbe iniziata, bensì che Washington sarebbe stata costretta ad una negoziazione da una posizione subordinata. Evidentemente la supposizione dei nipponici si dimostrò totalmente sbagliata perché sottovalutarono quanto velocemente gli USA avrebbero potuto far ripartire il loro sviluppo industriale. Il calcolo di Tokio considerava che l’opinione pubblica americana era divisa tra gli isolazionisti che non volevano più guerre e gli interventisti e che i primi avrebbe spinto per qualche accordo. Al contrario, il bombardamento a Pearl Arbour fu determinante per convincere anche i primi che non sarebbe stato possibile non reagire. L’idea di una negoziazione con il Giappone fu vista dal pubblico americano come un tradimento e tutta la macchina industriale fu immediatamente mobilitata per rinforzare esercito, marina e aviazione.  In poco tempo, la capacità bellica degli americani superò quella giapponese e finì come sappiamo.

    Anche in Europa ci fu chi commesse diversi errori di valutazione. Mussolini era conscio che le nostre forze armate non erano pronte per partecipare ad un importante conflitto ma l’eccezionale e rapidissima vittoria tedesca contro la Francia e la presunta debolezza inglese gli fece pensare che se non fosse intervenuto subito, pur avendo atteso fino all’ultimo, non avrebbe potuto sedersi al tavolo della pace con i vincitori per rivendicare qualcosa. Inoltre il suo timore fu che una vittoria solamente tedesca avrebbe posto l’Italia in una Europa egemonizzata da Berlino, con il nostro Paese in posizione evidentemente subordinata ai nuovi dominatori. Fu per questo pensiero che decise di dichiarare guerra alla Francia prima che si arrivasse alla sua resa definitiva. Oggi è chiaro quanto si sia sbagliato. Non fu, tuttavia, l’unico errore commesso dal duce. Per garantirsi un maggiore controllo sui transiti del mediterraneo, controllo indispensabile per garantire contro gli inglesi rifornimenti alle nostre truppe nel nord d’Africa, pensò che la Grecia, che pure era un paese affatto ostile nei confronti del fascismo, poteva essere sconfitta in pochi giorni vista la scarsità di popolazione e forze armate estremamente ridotte. Anche qui il calcolo fu sbagliato e le nostre truppe furono ricacciate in Albania dall’improvvisa e determinata reazione greca di militari e civili. Fu necessario l’intervento in nostro aiuto dell’esercito tedesco per sconfiggere Atene.

    Anche Hitler fece due gravi errori di valutazione. Uno fu, evidentemente, l’attaccare l’Unione Sovietica puntando ad impadronirsi delle materie prime e della florida agricoltura delle regioni russa e ucraine. Era convinto che l’attacco avrebbe colto di sorpresa i sovietici e permesso una rapida avanzata con conseguente vittoria come era stato con i francesi. L’avanzata fu indubbiamente rapida ma ciò che non aveva considerato fu la reazione di Stalin che riuscì a mobilitare in poco tempo milioni di cittadini sovietici e tutta la propria macchina bellica. Il secondo errore fu di dichiarare guerra agli Stati Uniti. Convinto anche lui della superiorità giapponese nei confronti degli americani e indispettito dagli aiuti che costoro davano ai britannici attraverso l’Atlantico si convinse che gli USA, già impegnati nel Pacifico, non avrebbero osato reagire in Europa per rimanere concentrati sul pericolo più immediato. Non considerò che Roosevelt stava da tempo cercando il modo di convincere la propria opinione pubblica che bisognava impedire ai tedeschi di dominare in Europa: ricevere la dichiarazione di guerra dalla Germania fu per lui un regalo inaspettato. Quella decisione hitleriana può essere oggi considerata una delle mosse geopolitiche più stupide del secolo scorso.

    Sugli errori di valutazione commessi dagli americani in Vietnam si è già scritto talmente tanto che è inutile soffermarcisi ancora. In tempi più recenti, tra i calcoli sbagliati più gravidi di conseguenze negative possiamo enumerare l’invasione dell’Afganistan costata vite umane americane e miliardi di dollari con il risultato di una vergognosa fuga e un Paese lasciato nelle mani di barbari vittoriosi. Qui l’errore fu nel non capire le dinamiche interne di quella regione e nel mal valutare le proprie possibilità. La seconda guerra del Golfo è un’altra dimostrazione di come l’ignoranza e la supponenza portino a conclusioni drammatiche.  A parte che ancora prima dell’attacco gli osservatori più avveduti avevano sottolineato come l’eliminazione di Saddam Hussein avrebbe creato uno spazio strategico importante per l’Iran e che per controllare realmente quel paese sarebbero stati necessari ben più delle poche migliaia di soldati o della presenza di qualche società privava a contratto, l’errore più grave fu però quanto si fece dopo la vittoria dichiarata. Gli sbagli furono almeno due. Il primo fu di puntare per il nuovo governo su di un oscuro personaggio fuggito dal Paese anni prima. Era, come si voleva, uno sciita per soppiantare il potere dei sunniti al tempo di Saddam ma si dimostrò senza alcun ascendente sulla popolazione e più sensibile al potere iraniano che a quello statunitense. Il secondo fu di licenziare in blocco tutti coloro che, supposti sgherri di Saddam Hussein, gestivano i gangli dell’amministrazione. Questa mossa, oltre che distruggere l’efficienza dell’apparato statale, creò decine di migliaia di famiglie di disoccupati e fece sì che molti di loro andassero subito a riempire le file dell’ISIS. Le conseguenze di queste scelte scellerate sono diventate evidenti quando era troppo tardi per porvi rimedio.

    Tralasciando molti altri errori di geopolitica, forse meno gravi ma sempre con risultati negativi, arriviamo ai nostri giorni.

    Lo sbaglio più recente e più stupido, dovuto alla superficialità dei decisori e alla carenza di una accurata analisi, è stato la guerra contro l’Iran. Chi conosce quel Paese ha sempre saputo che nonostante esistesse formalmente un capo potentissimo nella persona di Alì Khamenei, la Guida Suprema, costui, anche per meglio gestire le varie forze presenti nell’economia e nella società, aveva saputo diversificare le posizioni di sotto-comando e, pur lasciando il mercato relativamente libero, aveva dato grande voce nel potere economico da un lato alla Guardie Rivoluzionarie e, dall’altro, a diverse Organizzazioni benefiche che in modo clientelare garantivano lavoro e sopravvivenza a centinaia di migliaia di famiglie. Ciò non bastava a procurare un consenso unanime perché le conseguenze delle sanzioni economiche, la corruzione diffusa, la forte inflazione, una recente siccità e l’esagerata invadenza dell’ortodossia religiosa avevano fatto si che fette crescenti della popolazione non ne potessero più del potere del regime. Che ci si trovi di fronte ad un sistema corrotto, repressivo, odiato da una crescente fetta della popolazione è un dato di fatto ed è importante notare che alle ultime manifestazioni di piazza dello scorso gennaio, per la prima volta, anche i commercianti del potentissimo Bazar di Teheran vi avevano partecipato. Tuttavia, il sistema continuava a basarsi, oltre che sulla forza della repressione, soprattutto sul supporto tacito o forzoso della maggioranza della popolazione e sul controllo delle leve economiche. Ciò nonostante, il trend andava verso una inesorabile erosione del potere e la dimostrazione che i vertici se ne rendessero conto furono le ultime elezioni presidenziali che videro una scarsissima partecipazione. Per cercare di mostrare alla popolazione che era in atto un qualche cambiamento (seppur, in sostanza, puramente di facciata) e per tacitare almeno una parte degli oppositori i vertici fecero in modo che fosse eletto Presidente un tale Masoud Pezeshkian, allineato al potere ma presentato come un “moderato”. Fu una mossa allentare anche l’applicazione dell’hijab e permettere che ci fossero donne che circolavano scoperte. Agli osservatori intelligenti e non faziosi erano chiare due cose: che il regime era oramai sulla strada della fine (anche se ciò avrebbe richiesto ancora qualche anno, soprattutto grazie al mantenimento delle sanzioni) e che un attacco dall’esterno simile o peggio di quello avvenuto con i bombardamenti del giugno 2025 avrebbe resuscitato un sentimento di identità nazionale con il conseguente rafforzamento del regime. Certamente, ciò non significa che tutti siano improvvisamente diventati sostenitori del sistema vigente ma, così come succede in un periodo di guerra (vedi Ucraina e Russia e, oggi, perfino nella nostra Europa che, ufficialmente, non è nemmeno in guerra) i margini di libertà per il possibile dissenso spariscono, la repressione si fa più pervasiva e il dissenso è rimandato a dopo la fine del conflitto. La rinascita del nazionalismo si spiega anche con la storia degli iraniani che per tutto il primo novecento erano stati vittime di prepotenze straniere, inglesi soprattutto, ma anche russi e poi americani (vedi il colpo di stato contro Mossadeq). L’errore di valutazione che ha portato alla guerra è stato soprattutto degli israeliani e del Mossad ma è probabile che ci siano stati anche lo zampino della CIA e l’arroganza personale di Trump.

    Il risultato oggi è che gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra che non riescono a portare a termine, che hanno esposto i propri partner a ritorsioni e si sono poi fermati quando i costi reali e possibili sono diventati troppo alti. Come non bastasse, ecco la situazione attuale:  1- che anziché crollare, il regime oppressivi degli Ayatollah ne uscirà rafforzato per almeno un po’ di anni ancora, 2- che gli alleati mondiali degli USA, non interpellati né informati prima dell’attacco, hanno aumentato la loro diffidenza nei confronti del “fratello maggiore”, 3- che il fronte degli avversari degli USA si sta sempre più ricompattando (vedi ad es. l’atteggiamento cinese davanti alle ultime esternazioni trumpiane sull’allargamento delle sanzioni indirette e il nuovo patto di mutua assistenza tra sauditi, turchi e pakistani), 4- che anche i Paesi del Golfo hanno capito che la precedente “protezione” americana cui si erano affidati è diventata più un rischio che una garanzia.

    La crisi non è ancora finita ed è impossibile affermare con assoluta sicurezza quando e come finirà, ma ciò che si vede è che Trump sta cercando, a parte le minacce a vanvera mai realmente mantenute, un’uscita ad ogni costo e che è proprio lui ad avere fretta di chiudere qualche accordo, mentre il tempo gioca a favore degli iraniani.

    Per concludere, gli errori di valutazione che hanno spinto alcuni governi a fare scelte rivelatesi un fallimento sono state tante e nessuno ne ha il monopolio. Errare è umano, si dice, ma questi sbagli hanno causato morti e distruzioni di cose e persone inermi che non avevano preso parte alle decisioni e ne hanno solo sofferto. Forse sarebbe meglio che almeno nelle sedicenti democrazie si stia più attenti a chi andrà a governare. E forse qualcuno dovrebbe dirlo ai burocrati di Bruxelles e ai vari “vertici” dei Paesi dell’Unione Europea.

  • Dovute riflessioni su alcune alleanze e promesse

    Non c’è mai alleanza con chi è potente.

    Fedro

    Dopo la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, ebbe inizio anche il processo dello sgretolamento della stessa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, comunemente nota come Unione Sovietica. La dissoluzione dell’Unione Sovietica è avvenuta tra il 19 gennaio 1990 e il 31 dicembre 1991. Tutte le quindici repubbliche socialiste che allora componevano l’Unione Sovietica dichiararono la loro indipendenza.

    Una di quelle repubbliche era anche l’Ucraina, la cui indipendenza è stata proclamata proprio il 24 agosto 1991, in seguito alla sua approvazione dal parlamento. Una decisione, quella, confermata in seguito anche dal referendum popolare, svoltosi il 1º dicembre 1991.

    Bisogna però evidenziare che nel frattempo in Ucraina sono accaduti degli sviluppi politici che poi hanno permesso di nuovo alla Russia di essere attiva e presente. Nel novembre 2013, in seguito alla decisione del governo di allora di sospendere le trattative in corso per la conclusione di un accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea per raggiungere un’intesa sul libero scambio globale tra l’Ucraina e l’Unione europea, i cittadini sono scesi in piazza. Delle proteste massicce iniziarono nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2013 nella principale piazza Maidan a Kiev, subito dopo alla sopracitata decisione del governo.

    Quelle proteste, note come la rivoluzione ucraina o la rivoluzione di Maidan, continuarono anche all’inizio del 2014. I manifestanti si sono affrontati con la violenza delle forze speciali della polizia, fedeli dell’allora presidente ucraino. Durante le manifestazioni svolte tra il 18 e il 20 febbraio 2014 purtroppo hanno perso la vita decine di cittadini. Il 22 febbraio 2014, dopo la fuga in Russia del presidente ucraino, finirono anche le proteste della piazza Maidan a Kiev.

    Bisogna però evidenziare che la Russia, in seguito a quelle proteste, preparò ed attuò nel marzo 2014 l’annessione della Crimea, la più grande penisola appartenente all’Ucraina, affacciata sul Mal Nero. E, guarda caso, il presidente che ordinò l’invasione della Crimea era proprio l’attuale dittatore russo, Vladimir Putin, che il 24 febbraio 2022 ordinò l’occupazione dell’Ucraina, tramite una cosiddetta “operazione militare speciale”. Tra il 20 ed il 27 febbraio 2014 la Russia inviò in Crimea a prendere il controllo del governo locale dei militari senza simboli di riconoscimento, comunemente noti come “omini verdi”, che indossavano uniformi verdi anonime per nascondere la loro vera identità. Accusata di queste spedizioni, la Russia ha negato tutto.

    L’11 marzo 2014 un nuovo governo filorusso di Crimea, dichiarò l’indipendenza della Crimea dall’Ucraina e chiese l’annessione alla Russia in caso di consenso dal referendum popolare appositamente indetto. Solo cinque giorni dopo, il 16 marzo 2014 si tenne il referendum per decidere sull’autodeterminazione della Crimea. Ebbene quel referendum, con un’affluenza dichiarata dell’84,2% degli aventi diritto al voto, ha proclamato, con il 95,32% dei voti, la vittoria dell’opzione che proponeva l’annessione della Crimea alla Russia.

    In seguito le nuove autorità della Crimea, il 18 marzo 2014, firmarono l’adesione formale alla Russia. Lo stesso 18 marzo 2014 il presidente russo ha firmato il trattato di annessione della Crimea alla Russia. Un’annessione che però è stata fortemente contestata dall’Ucraina. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha altresì contestato l’annessione della Crimea alla Federazione Russa. Il 27 marzo 2014 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che considerava non valido il referendum del 16 marzo 2014.

    Nel frattempo sono passati più di quattro anni dall’invasione russa avviata il 24 febbraio 2022. Da allora decine di migliaia di cittadini inermi, compresi bambini e anziani, hanno perso la vita nei bombardamenti dei centri abitati ucraini e nei combattimenti sul fronte. Anche durante questi ultimi giorni in Ucraina ci sono registrate diverse vittime civili causate dagli attacchi con droni e missili lanciati dalla Russia contro la capitale ed altre città ucraine.

    E proprio oggi in Ucraina si celebra il 35° anniversario dell’indipendenza dall’Unione Sovietica. Sono arrivati a Kiev diversi dirigenti dei Paesi nordici, baltici e dei Paesi della coalizione dei volonterosi, nonché alti rappresentanti dell’Unione europea. Non sono stati presenti invece i rappresentanti ufficiali statunitensi, come avevano confermato in precedenza.

    Mentre alla vigilia delle celebrazioni del giorno dell’indipendenza, la Commissione europea ha ribadito il proprio sostegno alla sovranità, all’indipendenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina, affermando: “Continuiamo a sostenere l’Ucraina nel perseguimento di una pace globale, giusta e duratura e nel suo percorso verso l’Europa”. A fine dello scorso luglio l’Unione europea ha annunciato altre restrizioni, approvando il 21o pacchetto di sanzioni contro la Russia.

    Oggi, durante le celebrazioni del 35° anniversario dell’indipendenza, è intervenuto anche il nuovo premier britannico che, tra l’altro, ha dichiarato, riferendosi all’Ucraina: “Avete supportato 12 anni di aggressione, l’occupazione della Crimea e ora quattro anni e mezzo di invasione, su vasta scala, della Russia. Tutto con l’obiettivo di schiacciare l’indipendenza, che siamo qui a celebrare e spezzare la vostra volontà. Ma oggi, come ogni giorno, dimostrate che [i russi] hanno fallito.”. E sempre oggi l’Unione europea ha annunciato un altro supporto finanziario di 6,1 miliardi di Euro, destinato, tra l’altro, “…a rafforzare la difesa aerea e le capacità ucraina in missili e munizioni”. Il presidente del Consiglio europeo, presente alla celebrazione, ha dichiarato: “Quest’estate, più che mai, possiamo vedere che la guerra sta prosciugando le risorse della Russia. Anche le nostre sanzioni, senza precedenti, stanno avendo un impatto”.

    Durante questi mesi invece il presidente statunitense ha generato non poche preoccupazioni al suo omologo ucraino, non mantenendo determinate promesse per la fornitura di materiali e missili, come era stato ufficialmente concordato. Nel frattempo però il presidente statunitense ha spesso strizzato l’occhio al dittatore russo, con il quale mantiene sempre rapporti di collaborazione.

    E, come sempre, anche l’Ucraina ha attaccato con successo diversi centri produttivi, raffinerie e depositi di carburante in varie aree della Russia. Attacchi che hanno messo in difficoltà il governo russo. In questi ultimi giorni la Russia, noto produttore di greggio, deve comprare carburanti in Paesi come Bielorussia, Kazakhstan ed altri per far fronte alle sue emergenze. Una situazione, quella, che ha costretto alcuni giorni fa il dittatore russo ad accettare una simile situazione. Proprio intervenendo al Consiglio per lo Sviluppo strategico e i Progetti nazionali, lui ha riconosciuto che “le incursioni ucraine contro i siti industriali, le infrastrutture e i centri logistici stanno arrecando un danno effettivo all’economia russa”, pur escludendo delle conseguenze “critiche”.

    Ma durante la scorsa settimana, però, il governo ucraino ha licenziato, nell’ambito della nuova operazione anticorruzione chiamata “Forrest Gump”, la presidente del consiglio di sorveglianza della banca statale Sense Bank. Ragion per cui l’ex ministro della Difesa, destituito più di un mese fa, ha chiesto pubblicamente al presidente ucraino, se avesse delle domande sulla corruzione nel suo governo. Una domanda rimasta però senza risposta.

    Chi scrive queste righe considera che bisogno fare simili riflessioni su alcune alleanze e promesse, riferendosi soprattutto agli accordi fatti e poi disdetti dal presidente statunitense. E aveva ragione Fedro, il noto scrittore della Roma antica, che affermava: “Non c’è mai alleanza con chi è potente”.

  • Aiuti all’Ucraina

    Lo abbiamo scritto e ripetuto dall’inizio dello scellerato attacco di Putin all’Ucraina: un paese aggredito per difendersi deve avere gli strumenti idonei, se non si può difendere dagli attacchi che arrivano dal cielo e se l’aggressore, come ha dimostrato continuamente, cerca di distruggere infrastrutture e abitazioni civili, non fornire all’Ucraina i mezzi necessari significa continuare a contare vittime innocenti.

    In Italia la posizione di Conte, di alcuni suoi degni alleati e di altri più o meno, nel passato o nel presente, in amichevoli rapporti con Putin dimostra quanto sarebbe pericoloso per noi italiani avere certi personaggi, un domani, a governarci.

    Significativo, corretto e centrato l’intervento di Gentiloni, l’ex commissario europeo e presidente del Consiglio si è da sempre, onestamente e consapevolmente, schierato con l’Ucraina condividendo e promuovendo iniziative, sia in Europa che in Italia.

    Gli ucraini hanno dimostrato il loro coraggio e le loro capacità anche nell’innovazione tecnologica ma lo zar russo continua nella sua guerra senza contare neppure i tanti morti russi perciò sarà necessario, per l’Ucraina, colpire le infrastrutture russe, non solo quelle militari, viste le continue distruzioni che i russi commettono verso quelle ucraine ormai da troppo tempo.

  • Perfino la Serbia ora pensa di fare affari con l’Ucraina

    Ucraina e Serbia stanno lavorando per arrivare entro la fine dell’anno alla conclusione di un accordo per la creazione di un’area di libero scambio. Lo ha dichiarato su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, riferendo dei colloqui avuti tra il 7 e l’8 agosto con il presidente serbo Aleksandar Vucic. “Abbiamo discusso di questioni concrete che possono rafforzare le nostre infrastrutture, compresi porti e ferrovie in entrambi i Paesi, nonché dello sviluppo economico, della ricostruzione e della creazione di posti di lavoro in Ucraina e Serbia”, ha affermato Zelensky.

    I due presidenti hanno affrontato anche il tema della cooperazione energetica in vista del prossimo inverno. Secondo Zelensky, a causa degli attacchi russi “praticamente nessuna centrale termoelettrica in Ucraina è rimasta intatta” e Mosca punta a rendere “insopportabile” la vita della popolazione. “Qualunque cosa accada, alle persone deve essere garantita ogni possibilità di vivere, quindi la nostra cooperazione energetica è di grande importanza”, ha aggiunto. Zelensky ha inoltre ringraziato Vucic per un nuovo pacchetto di aiuti umanitari all’Ucraina, in particolare nei settori sanitario ed energetico. Nel corso degli incontri è stato discusso anche il percorso europeo della Serbia. “Saremo lieti se il percorso della Serbia verso l’adesione all’Ue accelererà. È importante che ogni nazione in Europa riceva un segnale chiaro che l’Europa ha bisogno di lei e che nessuno può essere lasciato indietro”, ha concluso il presidente ucraino.

    “L’Ucraina ha stipulato accordi con gli Stati Uniti che garantiscono forniture mensili di missili antiaerei di fabbricazione statunitense, ha dichiarato Zelensky. “Chi possiede missili e sistemi antibalistici? Il produttore, principalmente gli Stati Uniti. Possono aiutarci? Ci stiamo lavorando. Ci forniranno missili mensilmente? Sì. Abbiamo degli accordi in atto. Questi missili sono sufficienti? No”, ha detto Zelensky. L’aeronautica militare ucraina ha ammesso di non essere riuscita ad abbattere nessuno dei missili lanciati contro l’Ucraina nelle notti di martedì e venerdì.

    Vucic ha annunciato che “la Serbia aprirà una fabbrica di droni a settembre in collaborazione con Israele”. Il presidente serbo ha dichiarato di prevedere l’apertura della fabbrica intorno al 15 o al 20 settembre. “Lo stiamo facendo con gli israeliani. Gli ucraini hanno molto successo e possiedono numerose fabbriche di droni”, ha affermato.

  • La difesa comune

    Ancora una volta le dichiarazioni contrastanti di Trump sui Patriot per l’Ucraina dimostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’inattendibilità del presidente americano e la necessità per l’Europa di unire in modo organico i propri sistemi di difesa.

    Piaccia o meno ad alcuni, pacifisti di comodo, la sicurezza dell’Europa, come dell’Ucraina e di altri Stati che attendono l’ingresso nell’Unione, dipendo solo da noi, dalla creazione di un sistema di difesa comune, il tempo passa veloce troppe parole e pochi fatti non garantiscono la libertà e la democrazia del nostro occidente.
    Il missile, probabilmente di fabbricazione nord coreana, che ha colpito il territorio polacco come altri droni precipitati in Romania sono più che campanelli d’allarme, Putin sta testando la nostra capacità di reazione per usare poi altri strumenti di intimidazione, oltre a quelli già in essere tramite la rete, la disinformazione e gli attacchi di hackeraggio.

    Se il Nord Corea fornirà altri 30.000 soldati a Mosca, altra carne da cannone, avremo nuovamente una recrudescenza della guerra di trincea mentre un altro pericolo colpisce diversi paesi più poveri che non riescono più ad ottenere il grano ucraino per i bombardamenti russi sulle navi da carico ed altri milioni di persone rischiano, di conseguenza, la fame in aree dove o le piogge eccessive o la imponente siccità creano grandi aree prive di approvvigionamenti alimentari.

    È arrivato il momento, per l’Unione, di una revisione istituzionale da troppo rimandata, il voto all’unanimità tiene il progresso bloccato e mette a rischio la nostra incolumità di europei, come sosteniamo da anni, dobbiamo decidere come abbiamo fatto per l’euro.

    Gli Stati che sono pronti avviino il processo di unificazione dei sistemi di difesa anche attraverso una centrale d’acquisto dei mezzi e degli strumenti necessari affinché i militari possano esercitarsi su sistemi conosciuti da tutti, anche se provengono da paesi e da lingue diverse.

    Gli altri Stati entreranno nella  difesa comune quando si sentiranno pronti ma aspettare ancora diventa ogni giorno più pericoloso, siamo  di fronte a dittatori senza scrupoli come Putin e Kim Jong-un, a numerosi terroristi organizzati come gli Houti o gli Shabaab somali ed ad numero imprecisato, non solo di deviati mentali, che periodicamente, usando coltelli, autovetture o appiccando incendi distruggono le nostre vite e mettono a serio rischio sia l’economia che il senso di sicurezza al quale abbiamo diritto.

    Gli Stati Uniti oggi non sono più un punto di riferimento ma rischiano di diventare un nuovo pericolo per seguire gli interessi personali di Trump, non organizzarci di conseguenza diventa colpevole

  • Trump, l’Europa e la Cina

    Tra i circa 350 milioni di abitanti negli Stati Uniti ci sono un buon numero di eccellenze nel campo scientifico, economico, delle scienze sociali e in altre varie discipline. Ciò non toglie, tuttavia, che l’americano medio sia culturalmente piuttosto ignorante, oltre che totalmente mancante di esprit de finesse.  È principalmente a costoro che si rivolge il Presidente Donald Trump quando si esprime, verbalmente o per iscritto, con battute più o meno estemporanee. Sotto questa luce, pensando a chi sono realmente indirizzate, vanno interpretate le sue frasi idiote in merito a leader di paesi tradizionalmente alleati degli USA o perfino alla nostra Presidente del Consiglio. I suoi predecessori usavano toni e locuzioni significativamente diverse, ma non facciamoci illusioni: di là dalla forma più o meno educata e signorile, l’essenza dell’atteggiamento politico americano non è mai stato sostanzialmente differente verso noi europei, né cambierà in futuro. Come ha ben spiegato il gen. Mini in un’intervista a L’Antidiplomatico, da sempre, ogni dollaro che gli USA hanno lasciato a noi è sempre stato per il loro interesse politico ed economico. Comunque sia, come ho già avuto occasione di spiegare in un mio precedente articolo, l’apparentemente illogica estemporaneità del comportamento internazionale di Trump, segue, al contrario, logiche ben precise e chiunque sarà il futuro Presidente seguirà, nei fatti, la stessa strada impostata dal tycoon. Probabilmente con maggiore ipocrisia e buone maniere.

    Prendiamo, ad esempio, la NATO. Le pressioni verso tutti i Paesi europei per aumentare i propri investimenti nella difesa (e quindi ridurre l’impegno americano) cominciarono già con i predecessori e la sola novità riguarda i termini ricattatori usati attualmente. Il fatto è che la situazione geopolitica e quella riguardante l’economia interna americana sono cambiate drasticamente dal dopoguerra a oggi. Il rischio rappresentato dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda è scomparso e, a differenza di quanto vogliono raccontarci alcuni leader europei, a Washington nessuno crede che la Russia pensi ad espandersi verso l’Europa. Ciò non significa che gli USA, né oggi né domani, vogliano rinunciare a esercitare la loro egemonia sull’Occidente. Semplicemente, continueranno a detenere il comando della NATO, a influenzare le nostre politiche e a gestire autonomamente il potenziale utilizzo delle armi atomiche americane distribuite in alcuni Paesi europei (tra cui L’Italia). Tuttavia, a causa dei loro problemi interni “devono” ridurre il loro impegno finanziario scaricandone una parte su di noi. È oramai da lungo tempo che hanno capito che il vero pericolo alla loro supremazia mondiale è oggi la Cina e che la vera grande partita si giocherà nel Pacifico e non più nell’Atlantico. Purtroppo per loro, hanno dovuto anche rendersi conto che gli Stati Uniti mancano oramai di una forte base industriale e di produzione di armamenti capace di fronteggiare una possibile minaccia cinese. Questo aspetto non è destinato a cambiare drasticamente durante l’attuale mandato presidenziale e richiederà l’attenzione di tutti i futuri governi di Washington. Trump, nel modo prepotente che gli è consono, ha cercato di favorire l’industria locale attraverso i dazi e obbligando gli stranieri a investire in USA, ma anche Biden vi aveva provato con due leggi che penalizzavano, in pratica, le importazioni rispetto ai prodotti locali. Un problema enorme riguarda proprio le industrie della difesa che avevano esternalizzato la produzione di molte armi avanzate e non sono ora in grado di garantire approvvigionamenti del materiale bellico in tempi ragionevoli. Come hanno dimostrato la guerra in Ucraina e (ancora di più) quella contro l’IRAN, l’entità delle scorte di munizioni strategiche, di armi di precisione a lungo raggio, di intercettori per attacchi aerei e per la difesa missilistica si sono rivelate una delle enormi vulnerabilità americane. Giusto per dare qualche esempio, i media americani hanno riportato la notizia che quasi l’intero arsenale di missili da crociera stealth JASSM-ER ha dovuto essere dirottato verso il Medio Oriente dai depositi situati nel Pacifico e in altre regioni a causa dell’impossibilità dell’industria americana di poter rimpiazzare con nuove riproduzioni quelli necessari per la guerra nel Golfo. Secondo quanto riportato, dei 2300 missili a lungo raggio disponibili nel periodo prebellico lo scorso marzo ne rimanevano disponibili solo 425. Se oltre alla produzione di armamenti generici aggiungiamo l’enorme divario nella capacità di costruzione navale tra gli americani e la Cina, diventa evidente che in un’ipotetica crisi su Taiwan gli Stati Uniti non sarebbero in grado di far fronte ad una guerra di lungo termine contro gli arsenali e la capacità produttiva dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Come non bastasse, tutte le più moderne armi, sia d’attacco che di difesa e quindi missili, aerei, droni, navi ecc., necessitano di enormi quantità di “terre rare” ed è risaputo che sia la Cina il quasi monopolista mondiale per la loro raffinazione. Sopperire autarchicamente o attraverso fornitori più affidabili richiede anni, se non decenni, e grandi investimenti. Qui si arriva all’altro punto di grande vulnerabilità statunitense che continuerà ben oltre il mandato di Trump: l’enorme debito pubblico. La guerra contro l’Iran nei suoi primi sei giorni è costata ben 11 miliardi di dollari e attualmente si stima vicino ai 29 miliardi. A ciò va aggiunto il costo dell’energia, stimato in altri 40 miliardi, costo che ha toccato anche i semplici cittadini. Per far fronte alla penuria di armamenti è stato chiesto al Congresso e al Senato di autorizzare per il 2027 un budget record per la Difesa di 1.500 miliardi di dollari, pari a un aumento del 42% rispetto all’anno in corso. Si tratterebbe del più grande incremento dalla Seconda guerra mondiale e l’ok non è ancora arrivato, salvo una preliminare votazione della Commissione della Camera che ha approvato solo la propria versione preliminare del National Defense Authorization Act (NDAA) per circa 1.150 miliardi di dollari. Anche il Pentagono nel solo mese di febbraio aveva richiesto un ulteriore aumento di 200 miliardi di dollari ma, secondo un organismo fiscale apartitico, il Commitee for a Responsible Federal Budget, con queste nuove spese il debito nazionale nel prossimo decennio potrebbe aggiungere circa 7 trilioni di dollari (inclusi gli interessi) al già enorme debito pubblico (circa 40 trilioni di dollari).

    Tutto quanto sopra non scomparirà né cambierà con un nuovo Presidente ed ecco perché la politica intrapresa da Trump non potrà che essere portata avanti da chiunque gli succederà. Magari usando un linguaggio più diplomatico ma senza variazioni sostanziali.

    Un altro punto importante nel quale ogni futura amministrazione americana seguirà le politiche trumpiane riguarda la difesa del dollaro quale valuta internazionalmente dominante. Oltre a cercare di arrivare ad un accordo con la Cina da un punto di forza negoziale il più possibile forte, Trump sta cercando di spingere le stable coins. Sia Pechino che Washington sanno che le loro economie sono interconnesse sotto molti aspetti. I cinesi hanno bisogno del mercato americano (attualmente ancora il loro primo mercato mondiale di esportazione) per combattere la loro crescente disoccupazione, la locale sovraproduzione di alcuni beni e la crisi debitoria in costante crescita. Gli americani necessitano assolutamente delle terre rare, quasi monopolio mondiale del Dragone, indispensabili a tutte le loro moderne tecnologie, anche negli armamenti. Senza contare la necessità di continuare a offrire beni a basso costo ai propri consumatori.

    A differenza di altre valute digitali (quali i bitcoins), le stable coins sono basate sul dollaro e costituiscono uno dei tentativi di difendere la propria valuta come maggiore strumento per i pagamenti internazionali. È risaputo che la Cina e altri Stati stanno cercando da tempo un modo alternativo al biglietto verde per i pagamenti, se non altro per sfuggire al ricatto finanziario esercitato attraverso le sanzioni. Una delle strade seguite è la creazione di un metodo di pagamento interbancario alternativo allo Swift. Il sistema cinese si chiama CIPS (Cross‑Border Interbank Payment System) ma, accanto a esso, la Cina sta sviluppando anche mBridge, una piattaforma digitale basata su valute digitali delle banche centrali (CBDC), che rappresenta un’ulteriore alternativa tecnologica. Nonostante, ufficialmente, lo yuan rappresenti oggi solamente il 2,7% delle forme di pagamento internazionale, la realtà è che tutte quelle transazioni che passano attraverso il CIPS cinese non possono essere conteggiate e si stimano in valori molto superiori ai dati ufficiali. Se a ciò si aggiunge che le riserve nazionali di un crescente numero di Paesi precedentemente detenute in dollari sono in costante diminuzione, il bisogno di offrire forme di pagamento più economiche, più veloci ma pur sempre garantite da un substrato (cosa che valute digitali non stable non offrono) sarà un must per qualunque futura presidenza.

    Tra gli obiettivi che Trump si era prefissato nell’acquisire il petrolio venezuelano e nel tentare di fare la stessa cosa con quello iraniano c’era, tra l’altro, la volontà di avere sotto controllo due tra gli importanti fornitori cinesi. Da un lato affinché la vendita di quel prodotto non potesse più continuare a essere pagata in yuan e dall’altro per poter aprire o chiudere i cordoni secondo la convenienza americana. È vero che salvo imprevedibili e importanti fatti nuovi la questione del petrolio iraniano si potrebbe considerare chiusa in modo non positivo per gli USA, ma saranno ricercate altre forme possibili per acquisire un qualche condizionamento negoziale di forza.

    Ovviamente, un qualunque accordo con la Cina, l’introduzione di una valuta “stable”, la spinta per la re-industrializzazione, la nuova rincorsa agli armamenti e tutto quant’altro gli USA faranno accadrà senza il nostro coinvolgimento e, piuttosto, lo sarà “nonostante noi”, se non addirittura “contro di noi”. Siamo soltanto noi stupidi europei, guidati da incapaci o “venduti”, che ancora pensiamo che il problema sia Trump e che, dopo di lui, rinascerà un nuovo idillio transatlantico.

  • Trump incontinente nei pensieri e nelle parole

    Diciamolo con tutta la serenità possibile, Trump ci ha veramente stancato e siamo dispiaciuti per gli abitanti degli Stati Uniti che devono tenersi, per ora e speriamo per poco, un presidente che scredita l’America ogni volta che apre bocca o scrive uno dei suoi deliranti, ma continuamente contraddittori, messaggi.

    Che gli Stati Uniti non siano quel modello di democrazia che, da ragazzi, avevamo creduto, che sia uno stato sempre pronto a fare guerre lunghe, difficili, e a perderle, a danno dei suoi stessi cittadini e di coloro che avrebbero dovuto aiutare, l’abbiamo imparato negli anni ma, nonostante tutto, non avremmo mai immaginato che avrebbero avuto un presidente incontinente nei ragionamenti e nelle esternazioni.

    La guerra in Iran ha dimostrato una volta di più quanto, a livello mondiale, sia scesa la forza ed il potere contrattuale della, apparentemente, più grande potenza al mondo, il tradimento perpetrato ai danni dell’Ucraina, per biechi interessi con Putin, la difficile e ridicola stagione dei dazi al resto del mondo, l’indifferenza con la quale il presidente cinese prosegue per la sua strada sono alcun dei tanti esempi di una politica dissennata di Trump che rischia di scardinare la stabilità di tutti.

    L’unico aspetto positivo è che la rivoltante politica di Trump, ogni sua critica, insulto rivolto agli storici alleati occidentali, all’Europa, sembra che, finalmente, facciano comprendere agli europei l’immediata necessità di migliore la coesione e collaborazione perché senza una politica estera comune, senza un comune esercito europeo il nostro futuro è a rischio.

    Certo gli Stati Uniti restano il nostro alleato e al popolo americano auguriamo ogni bene, altrettanto certamente Trump è sempre più pericoloso per noi e per i suoi cittadini.

  • Riflessioni su Israele

    Non bisogna essere antisemiti per sentirsi indignati da ciò che Israele ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Libano. In spregio a ogni presunto diritto internazionale, quelle carneficine senza fine suscitano un naturale rifiuto anche in chi, per sentimento o per convenienza strategica, guarda con simpatia verso Israele e verso gli ebrei in genere. Purtroppo per loro, l’attuale governo di Tel Aviv fa di tutto per alimentare una condanna mondiale e sembrerebbe che perfino Trump non li sopporti più perché gli stanno impedendo di raggiungere con l’Iran una qualunque pace che gli consenta di salvare la faccia. Tuttavia, non va dimenticato che la società israeliana è estremamente composita e a fianco di forsennati nazionalisti e di insopportabili fanatici religiosi c’è un gran numero di cittadini contrari al comportamento del loro governo. Quando nel prossimo ottobre, come previsto, si terranno le elezioni politiche staremo a vedere cosa sceglierà la maggioranza della popolazione.

    Un osservatore di politica internazionale che comunque voglia essere il più possibile obiettivo deve, almeno nel momento dell’analisi, prendere le distanze dalle istintive reazioni emotive e cercare di capire i punti di vista di tutti gli attori in campo.

    Della prospettiva dei palestinesi e di gran parte delle popolazioni arabe conosciamo da lungo tempo la posizione politica. Sin dalla creazione, certificata dall’ONU, dello Stato di Israele gli originali abitanti di quei territori si sono sentiti defraudati dei loro diritti su quelle terre e ben tre guerre principali, perse, erano già avvenute prima dei terribili fatti del 7 ottobre. Come non bastasse, anche i palestinesi che hanno continuato a vivere all’interno di quel che era diventato Israele nella pratica sono soltanto dei cittadini di serie B e tale condizione è stata ulteriormente confermata con la Legge Fondamentale del 2018, voluta dal governo Netanyahu. Tale Legge ha formalmente espresso essere Israele lo “Stato ebraico” (“solo il popolo ebraico ha il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele” e: “l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo ha uno status speciale” – cioè minore N.D.A.). Per quanto riguarda Hezbollah e Hamas, essi, a differenza di quanto almeno a parole dichiarava l’Autorità Palestinese, sostengono non esserci alcuna possibilità di avere “due popoli, due Stati” perché entrambe sono nate con l’esplicito obiettivo di eliminare completamente Israele e rientrare in possesso di tutto il territorio. Per questo scopo si sono armate e il rinunciare agli armamenti, come richiesto da Washington e Tel Aviv, significherebbe per loro venir meno alla loro stessa ragion d’essere.

    Prima degli avvenimenti del 7 ottobre diversi Stati arabi della zona più il Sudan, il Marocco, il Kazakhistan e il Somaliland avevano deciso di sottoscrivere con Israele un impegno di collaborazione tramite gli Accordi di Abramo. Perfino l’Arabia Saudita sembrava pronta ad aderirvi e, molto probabilmente, l’assalto del 7 ottobre fu pensato proprio per impedire quest’ultima adesione, provocando una esagerata reazione israeliana e creando così una nuova difficoltà politica per la possibile pacificazione. Pacificazione che, non dimentichiamolo, sarebbe stata comunque raggiunta sulle spalle dei diritti dei palestinesi. Inoltre, chi, per motivi di volontà egemonica sul Medio Oriente, non aveva alcun interesse a che la questione trovasse una pur parziale soluzione era l’Iran, che da tempo finanziava e nutriva con armi sia Hezbollah sia Hamas (in barba alle differenze religiose: primi sunniti, i secondi sciiti come l’Iran) accreditandosi quale unico e vero difensore dei palestinesi e dell’Islam.

    Considerato quanto sopra, le ragioni della volontà israeliana di annientare senza pietà le due organizzazioni e distruggere l’Iran sembrerebbero chiare ed evidenti, ma non si possono disconoscere altri motivi che guidano il comportamento di Netanyahu e del suo governo. Indispensabili per garantire la maggioranza sono anche due partiti di estrema destra, uno più nazionalista e l’altro con forte identità religiosa. Tra questi ultimi il leader è l’attuale Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che a febbraio scorso non si è trattenuto dall’affermare che uno dei suoi obiettivi politici è: cancellare i maledetti Accordi di Oslo, smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre la piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania e reintrodurre un’amministrazione militare israeliana nei territori occupati. Nel suo partito (e altrove) ci sono anche fanatici religiosi che prendono alla lettera quanto scritto nel Deuteronomio (20:16–18) e cioè uno dei cinque libri della Torah: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…». È pur vero che molti commentatori dei libri sacri ritengono che quelle parole vadano interpretate in senso riduttivo e non letterale, ma lo stesso problema interpretativo si pone anche con il Corano. Infatti, anche tra i musulmani c’è chi si comporta da fanatico quando parla di Jihad e chi invece cerca un’interpretazione del testo più “conciliante”. È bene ricordare che tra i religiosi fanatici israeliani ce ne sono anche che invocano la guerra ma rifiutano di prestare personalmente il servizio militare. Che dire poi di Ben Gvir, Ministro della Sicurezza nazionale, e dei suoi comportamenti visti in televisione e da lui fatti riprendere e diffondere con disgustosa supponenza?

    Di là dei vari fanatismi, se vogliamo trovare una qualunque giustificazione (?!) strategica alla volontà israeliana di estendere il proprio attuale territorio occorre ricordare che il Paese è circondato a sud e a nord dai nemici armati che ne chiedono la distruzione e che tra un confine e l’altro raggiunge al massino 114 chilometri e al minimo circa 10. Le guerre finora condotte, di cui una addirittura preventiva da parte di Tel Aviv, hanno visto la vittoria dell‘IDF grazie sia al forte sostegno americano sia all’abilità strategica dei suoi generali sia alla dedizione di tutti i cittadini. Nessuno può, tuttavia, dare per scontato che queste condizioni si ripetano e che altri eventuali attacchi di guerrieri altrettanto motivati e armati con mezzi moderni siano sempre automaticamente sconfitti. Invero, se la linea del fronte fosse sfondata, i cento chilometri di retrovie sarebbero ben poca cosa per consentire un contrattacco. Ecco perché, anche se ufficialmente non è ammesso, Israele si è dotata dell’arma atomica e vuole impedire che uno qualunque dei potenziali nemici, vedi Iran, se ne possa dotare. Ecco anche perché, indipendentemente dalle farneticanti dichiarazioni di Smotrich, l’IDF cercherà di non lasciare più i territori altrui che ora sta occupando.

    La logica di ciò che sta succedendo è ben chiara al Presidente libanese Aoun che, se gli fosse possibile, non solo firmerebbe immediatamente per la pace ma sottoscriverebbe volentieri un qualunque trattato di amicizia con Israele per rassicurarla che, da parte libanese, non dovranno mai temere nulla. Purtroppo tutti sappiamo che il governo di Beirut non controlla Hezbollah e che, nonostante i frequenti e ripetuti inviti al disarmo di tutte le forze politiche libanesi dopo la fine della guerra civile, Hezbollah non l’ha mai accettato e si è sempre comportata come uno Stato nello Stato esercitando il proprio potere, anche con la violenza, su certe fette di territorio (vedi il sud libanese e la Bekaa), sul governo e sui nodi infrastrutturali quali l’aeroporto e il porto di Beirut.

    Ovviamente, tutti auspichiamo che i conflitti si concludano presto e che palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, magari in due Stati vicini e confinanti, ma la reciproca diffidenza, gli opposti obiettivi e le recenti stragi stanno costruendo un muro che sarà sempre più difficile abbattere.

  • La guerra in Ucraina, Trump, Putin e l’Europa

    I nuovi eclatanti successi dell’Ucraina, con un crescente uso di mezzi tecnologici innovativi, per difendersi dalla guerra di aggressione di Putin, dimostrano, ancora una volta, la determinazione, il coraggio e le capacità degli ucraini ma anche quanto siano stati improvvidi e pusillanimi i paesi occidentali, Stati Uniti in testa, a non dare subito agli ucraini i mezzi adeguati per potersi difendere e contrastare Putin sul suo stesso terreno.
    Se l’Occidente si fosse mosso con più coraggio ed immediatezza oggi non saremmo a quattro anni di guerra e centinaia di migliaia di vittime sarebbero state risparmiate.

    Intanto Putin continua ad intensificare gli attacchi, a distruggere edifici civili mentre aumentano i morti ed i feriti tra la popolazione ucraina colpita da missili sempre più potenti, lo zar non può ammettere i suoi innumerevoli errori e continua la guerra nel totale, consueto, disprezzo della vita umana.

    La crisi economica ormai dilaga in Russia e Putin dovrà prima o poi fare i conti con il suo popolo che sta affrontando ogni giorno nuovi problemi e difficoltà, solo Trump sembra non capire e continua a sognare alleanze ed affari con l’amico russo inviando i suoi “famigli“ solo in Russia.

    Dopo i nuovi devastanti attacchi russi siamo come sempre a fianco del coraggioso popolo ucraino mentre appare sempre più evidente che le simpatie dimostrate da alcuni verso Putin sono una palese prova di come, anche da noi, il concetto di democrazia e giustizia sia sempre più labile.

    Speriamo che i vari dietro front del presidente americano, la sua politica ondivaga e pericolosa, portino, in tempi brevi, l’Europa a diventare quella forza politica, militare ed economica che i cittadini europei aspettano da decenni, per la sicurezza dei nostri Stati che di quella dei nostri vicini.

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