guerra

  • Lo sbarco in Normandia di 75 anni fa

    Il 6 giugno ricorreva il settantacinquesimo anniversario dello sbarco degli Alleati in Normandia, il leggendario e storico D-day. A Portsmouth, nel sud del Regno Unito, c’era tutto l’Occidente per i festeggiamenti.  Ed accanto ai leader politici c’era una rappresentanza  degli  ultimi veterani rimasti di quel fatidico giorno, tutti ultranovantenni con negli occhi e nel cuore le immagini della più grande operazione di sbarco della storia, iniziata alle 6.30 del mattino del 6 giugno 1944. Nel primo giorno i caduti  furono 4.400 e quasi 8.000 i feriti  fra le forze alleate. Per i tedeschi la stima è di 4-9mila vittime, fra morti e feriti. Fino all’arrivo in agosto dei liberatori a Parigi vi furono 70mila morti fra gli alleati e 200mila fra i tedeschi. In Normandia i combattimenti dello sbarco causarono 20mila morti fra i civili. Nell’operazione gli alleati impegnarono 150mila soldati: americani, britannici, canadesi, francesi e polacchi. Per lo sbarco furono impiegati 3.100 mezzi, provenienti da 1200 navi da guerra. Nel D-day furono anche impiegati 7.500 aerei. I tedeschi  erano dislocati sulle coste della Normandia con 50mila fanti della marina e pochi aerei. Essi erano convinti che lo sbarco sarebbe avvenuto a Calais dove avevano concentrato il grosso delle loro forze.

    “Non dobbiamo dimenticare” – ripetevano i veterani e la regina Elisabetta, anch’essa ultranovantenne, ha detto: “Con umiltà e piacere, dico a nome di tutto il Paese, anzi a nome di tutto il mondo libero: grazie!”. Trump, il leader del mondo libero, ha letto la preghiera rivolta nel 1944 dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt ai soldati in partenza. Era il mondo libero riunito contro il nazionalsocialismo. Era una alleanza che dopo la guerra riunì anche la Germania e l’Italia per la difesa e la sicurezza dell’Occidente, contro un’altra terribile dittatura che era rappresentata da Stalin e dal mondo sovietico, al quale si unì quella cinese con Mao Tse.Tung. A Portsmouth c’erano gli eredi politici e militari di quell’avvenimento, che è stato l’espressione di una volontà comune contro la barbarie della dittatura e dei campi di concentramento, che annientavano gli ebrei e gli avversari del regime nazionalsocialista. Era, doveva essere, un giorno di festa. Ma c’era amarezza nell’aria. Era una festa che strideva con quanto era accaduto nei due giorni precedenti a Londra, in occasione della visita ufficiale del presidente americano. Scanzonato e senza tener conto degli elementari principi della diplomazia, ha invitato gli inglesi ad abbandonare senza accordo (no deal) l’Unione europea e offrendo un ipotetico e ottimistico avvenire commerciale al Regno Unito, mettendo zizzania non solo tra le forze politiche britanniche, che con la zizzania convivono da tre anni, ma anche tra i membri e le istituzioni dell’Unione europea, che di zizzania ne divora a josa, da quando ha a che fare con i populismi sovranisti. Seminar zizzania alla vigilia dei festeggiamenti del D day è un modo, non tanto indiretto, di venir meno al riconoscimento della positività rappresentata dal governo americano nell’impegnarsi in una guerra e in un sbarco costato moltissime vite di giovani americani per liberare l’Europa dal giogo nazionalsocialista. Non è tempo di zizzania tra gli Stati Uniti e l’Europa. Libero Trump di sentirsi solo presidente americano e non leader del mondo libero, come lo sono stati i presidenti americani dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Il “First America” non dovrebbe diventare anche “Indietro Europa”. Qual è il vantaggio che gli Usa potrebbero ricavare dall’inimicarsi gli europei? La solitudine nel mondo di oggi non gioverebbe nemmeno agli Stati Uniti, come non giova all’Europea e, ancor meno, all’Italia. Nessuno può impedire agli Usa di giocare da soli nel mondo globalizzato. Ci sembra, però, inspiegabile un atteggiamento non amichevole nei confronti dell’Europa. Se tale atteggiamento fosse stato assunto anche negli anni quaranta, non ci sarebbe stato un “D day” e la storia avrebbe preso un’altra piega, certamente meno felice per i popoli europei e meno profittevole e gloriosa per il popolo americano. In fin dei conti, per Trump, essere solo presidente degli Usa e non dell’Occidente, significa una diminutio  che i suoi predecessori non hanno conosciuto. Lasciare che l’Europa se la sbrighi da sola in fatto di difesa e sicurezza è una visione “trumpiana” che non giova a una geopolitica ragionevole e affidabile. Che l’Europa si dia una difesa comune è un’esigenza avvertita ormai da molti leader politici. Ma un conto è provvedere a questo compito, nel quadro delle tradizionali alleanze politiche e militari, e un conto è sentirselo gridare scompostamente dal capo di quella che fino ad ora è ancora una alleanza militare. Questa alleanza è l’Occidente. I tempi cambiano, è vero! Ma la sicurezza è un’esigenza che si manifesta anche nei cambiamenti, i quali più sono razionalmente condotti, più offriranno giovamento agli attori che ne sono i protagonisti.

    Il 6 giugno 1944 è lontano, quel mondo non c’è più. Facciamo in modo che quello di oggi non diventi peggiore di quello d’allora e garantisca uno sviluppo democratico adatto ai tempi nuovi e alle nuove esigenze di sicurezza.

  • Taliban’s treatment of prisoners worries UN mission in Afghanistan

    After face-to-face interviews with 13 detainees who were freed from a Taliban detention facility by Afghan special forces troops on 25 April, the United Nations Assistance Mission in Afghanistan expressed deep concerns that the Islamist insurgent group is using its prisoners as slave labourers and bomb makers.

    The UN mission said the freed prisoners were held underground and forced to work at seven hours a day, including “making improvised explosive devices” for the Taliban that were used against Afghan and international coalition forces. Their report also said that the detainees were regularly held in sub-zero temperatures during winter and were forced to live on single rations of beans or bread and were repeatedly denied medical assistance or access to international aid groups, including the Red Crescent.

    The head of UN mission in Afghanistan, Tadamichi Yamamoto, who is also the UN Special Representative in Kabul, reiterated the mission’s concerns, saying, “I am gravely concerned about these serious allegations of ill-treatment, torture and unlawful killing of civilians and security personnel, as well as the deplorable conditions of detention”.

    The mission’s human rights chief, Richard Bennett, reminded Taliban leaders that “international humanitarian law, which is applicable to international and non-international armed conflicts, provides that every individual who does not take direct part in hostilities, or who have ceased to do so, must always be treated humanely”.

    The UN’s statement also included quoted the detainees as saying that the Taliban killed some of their captives “permanently shackled” all of those who were held in captivity.

    “They provided consistent accounts of the poor conditions in which they were held and credible claims of ill-treatment and torture, as well as the murder of civilians and security personnel. Multiple detainees reported the murder of at least 11 others by the Taliban,” the UN’s mission in Afghanistan said.

    The Taliban are a mostly ethnic Pashtun, Sunni fundamentalist movement that ruled Afghanistan from 1996-2001 following the decade-long Soviet occupation of the 1980s. After emerging as the main power base in most of the country following the devasting 1992-1996 Afghan Civil War, the Taliban, which was backed heavily by neighbouring Pakistan’s intelligence service – the ISI – ruled over most of the country through a radical form of Sharia law that was condemned internationally and resulted in the brutal treatment of many Afghans, especially women, as well as Afghanistan’s numerous sectarian and ethnic minorities.

    During their rule, the Taliban and their allies committed dozens of massacres against Afghan civilians, regularly impounded UN food supplies that were intended for starving communities and conducted scorched earth policy that included burning vast areas of fertile land and destroying tens of thousands of homes while at the same time cultivating the world’s largest opium trade.

    The Taliban became infamous for giving sanctuary to Salafist terror groups and provided shelter to Osama bin Laden and al-Qaeda, who later played a major role in the Taliban’s domestic policies while also planning dozens of terror attacks around the world.

    In 2001, only months before the 11 September attacks in the United States, the Taliban outraged the international community when it engaged in one of the worst acts of cultural genocide when it destroyed the famous 1500-year-old Buddhas of Bamiyan.

    Since being ousted by an American-led military coalition shortly after 11 September,  the Taliban has slowly regained control over large swathes of Afghanistan and is now in a position to force the Afghan government into peace talks. The group’s leaders, however, refuse to negotiate directly with the internationally-recognised and democratically-elected Afghan Government of Ashraf Ghani.

     

  • Iran in guerra cibernetica con gli Usa, per creare tensioni tra gli americani

    Negli ultimi 6 mesi, secondo la rivista INSS Insight, le società di sicurezza informatica e le società tecnologiche hanno rilevato un’ampia attività cognitiva iraniana nel cyberspazio rivolta principalmente al pubblico americano, con l’Iran che cerca di esacerbare i dibattiti interni degli Stati Uniti tra diversi gruppi sociali. Gli sforzi di influenza dell’Iran nel cyberspazio riflettono l’importanza che Teheran attribuisce alla lotta ideologica in patria e contro i suoi nemici esterni, in primo luogo gli Stati Uniti. Agli occhi del regime, gli Stati Uniti, oltre alla sua guerra politica ed economica, stanno conducendo una lotta ideologica per i cuori e le menti del pubblico iraniano contro i valori della rivoluzione islamica. Pertanto, la campagna di influenza cibernetica dell’Iran non è solo una contromisura per le mosse degli Stati Uniti (reali e immaginari), ma anche un altro passo nel desiderio di vecchia data dell’Iran di destabilizzare gli Stati Uniti indebolendo la sua robustezza interna. Israele, allo stesso modo un obiettivo degli sforzi di influenza cibernetica iraniana, farebbe bene a monitorare le capacità di attacco cibernetico in via di sviluppo dell’Iran, insieme alle capacità minacciose dell’Iran nelle armi convenzionali e non convenzionali.

     

  • A Piacenza il convegno ‘Giuseppe Manfredi e la fine della Grande Guerra’

    Sabato 17 novembre 2018 dalle ore 9, presso la Sala Panini di Palazzo Galli, sede della Banca di Piacenza, si svolgerà il Convegno Giuseppe Manfredi e la fine della Grande guerra. L’evento sarà preceduto, alle 8,30, da un omaggio alla tomba di Giuseppe Manfredi, nella chiesa di San Francesco in cui interverrà il Vicepresidente del Comitato di Piacenza dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Gen. Eugenio Gentile.

  • Incubi e pretese irredentistiche

    La violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno
    diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

    Papa Giovanni Paolo II

    Giovedì scorso, 8 novembre, una cerimonia religiosa ortodossa di sepoltura, in un villaggio in cui vive in pace una minoranza greca in Albania, è stata trasformata in una manifestazione violenta antialbanese. Tutto dovuto ad interventi offensivi, intollerabili e legalmente condannabili di gruppi organizzati paramilitari di estremisti ultranazionalisti greci, venuti appositamente dalla Grecia. Espressione arrogante di pretese, incubi e richiami di irredentismo covati e mai nascosti, da più di un secolo. Mentre le frontiere tra l’Albania e la Grecia sono state definitivamente delineate dal Protocollo di Firenze delle grandi potenze del 27 gennaio 1925 e in seguito sancite, il 30 luglio 1926 a Parigi, dalla Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze (Patto Sociale n.330). Ciò nonostante, le pretese greche su determinati territori albanesi continuano e si manifestano, come una costante, di volta in volta. Si tratta però, di pretese che non solo non hanno credibili fondamenta storiche, ma che, purtroppo, non di rado sono state appoggiate anche da coperture e manipolazioni religiose.

    Da più di settanta anni, un fatto storico ha offerto un cavillo alla diplomazia greca e non solo, per sancire le loro rivendicazioni irredentistiche. Ai greci sono venuti in aiuto gli scontri militari tra loro e l’esercito italiano. Il 28 ottobre 1940 cominciò quella che è stata riconosciuta come la campagna italiana in Grecia. Nel frattempo l’Italia aveva invaso l’Albania nell’aprile 1939. Da allora, Vittorio Emanuele III, oltre ad essere Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia si proclamò anche il Re dell’Albania. Dal territorio albanese il Regio Esercito italiano cominciò l’offensiva contro la regione greca dell’Epiro. Ma la campagna italiana contro la Grecia risultò subito un totale fallimento. Le forze greche, in poco tempo, cominciarono un vasto contrattacco, respingendo le truppe italiane oltre frontiera. Ma non si fermarono lì. Per i greci era rappresentata una ghiotta occasione per entrare e occupare dei territori albanesi. Territori che, per i greci, facevano parte di quella regione per la quale avevano coniato il nome “l’Epiro del Nord”. L’esercito italiano comunque riuscì, a fine febbraio 1941, a tener testa all’avanzata greca. Poi tentarono una massiccia controffensiva per respingere i greci dall’Albania, che purtroppo si concluse con un altro sanguinoso fallimento. Nel frattempo la Germania, con degli interventi ben organizzati e attuati, riuscì ad invadere sia la Jugoslavia che la Grecia. Paesi che subito sono stati costretti ad accettare la capitolazione. Soltanto grazie all’intervento tedesco, la campagna italiana in Grecia si concluse il 23 aprile 1941 come vittoriosa nel finale, nonostante sia stata considerata come un grave insuccesso politico e militare.

    Per la Grecia l’importanza storica del conflitto armato con l’Italia è talmente grande che come Festa Nazionale è stata proclamata non la fine della Seconda Guerra Mondiale, bensì l’inizio del conflitto con l’Italia, cioè il 28 ottobre. Una data questa che, da un anno a questa parte, è entrata ufficialmente anche nei rapporti tra l’Albania e la Grecia. In seguito anche il perché.

    Stranamente però, la Grecia mantiene tuttora lo “stato di guerra” con l’Albania, mentre da tempo non lo ha più con l’Italia! E questo perché la sopracitata campagna greca cominciò dal territorio albanese! Un ragionamento questo che fa acqua da tutte le parti, ma che la diplomazia greca porta ancora avanti. Nonostante l’Albania e la Grecia abbiano anche ratificato un Trattato di Amicizia tra di loro, che è entrato in vigore il 5 febbraio 1998. Tutti questi sopramenzionati fatti storici e ufficiali non bastano però a placare, una volta per sempre, i piani irredentistici della Grecia verso determinati territori albanesi.

    Parte integrante di questi piani, sembrerebbe sia anche la presenza di alcuni cimiteri militari dei caduti greci in territorio albanese durante la controffensiva del 1941. Cimiteri distribuiti nel sud e sud-est dell’Albania, in seguito a lunghe trattative tra l’Albania e la Grecia. Ma secondo credibili testimonianze storiche e/o di anziani abitanti, spesso nei luoghi scelti per i cimiteri non è stato mai combattuto! In questo ambito non sono mancati neanche gli scandali. Scandali condannabili non soltanto legalmente, ma soprattutto moralmente. Si è trattato di consapevoli riempimenti di bare non con le ossa dei soldati greci, bensì con scheletri di bambini e donne. Scandali che sono diventati ancora più clamorosi perché sono stati coinvolti anche alcuni preti ortodossi, sia albanesi che greci, e altri rappresentanti delle due chiese. Fatti gravi, evidenziati e resi pubblici in diverse parti del territorio albanese, sempre nell’ambito della costruzione dei cimiteri militari per i caduti greci. Da una delibera del 13 dicembre 2017 del governo albanese è stata stabilita anche la data della ricorrenza: ogni 28 ottobre. Tutto questo e altro ancora è storia vissuta.

    Tornando alla realtà di queste ultime settimane, il 28 ottobre scorso, durante la ricorrenza per i caduti greci del 1941, in un villaggio della minoranza greca nel sud dell’Albania, un abitante ha provocato e ha sparato con un mitra, prima in aria e poi verso una macchina della polizia. Dopo alcune ore, continuando a non consegnarsi e sparando contro i poliziotti, l’aggressore è stato ucciso dalla polizia albanese. Si è saputo in seguito, secondo fonti mediatiche, che la vittima era un estremista e ben addestrato per l’uso delle armi e non solo. Tutto ciò è diventato subito un caso diplomatico tra i due paesi. A gettar benzina sul fuoco è servita anche una irresponsabile dichiarazione del Primo Ministro albanese. E, guarda caso, un giorno dopo le tante discusse dimissioni del ministro degli Interni. Un’ottima opportunità per spostare l’attenzione pubblica e mediatica.

    Dopo le dovute verifiche e le procedure legali, è stato dato anche il nulla osta per la sepoltura. La cerimonia ha avuto luogo nel villaggio natale della vittima, l’8 novembre scorso. Un villaggio di pochi abitanti ormai. Ma durante la cerimonia, oltre ai familiari, i parenti e i compaesani erano in tanti, alcune migliaia, quelli venuti dalla Grecia. E, purtroppo, si trattava di persone con degli obiettivi ben definiti e che poco avevano a che fare con la pacificità e la sacralità della cerimonia di sepoltura. I manifestanti, tenendo delle gigantesche bandiere della Grecia, gridavano “ascia e fuoco contro i cani albanesi”. Altri tenevano dei grandi manifesti offensivi nei quali, tra l’altro, era scritto “Qui è Grecia”. Inequivocabili incitamenti dell’odio nazionale e testimonianze dell’offesa nazionale. In seguito sono arrivate le dovute reazioni diplomatiche da entrambe le parti. La faccenda non è chiusa ancora, almeno mediaticamente.

    Chi scrive queste righe, riferendosi a quanto sopra e ad altri precedenti avvenimimenti, considera quanto è accaduto una grave e aggressiva offesa fatta alla dignità nazionale albanese sul proprio territorio. Egli è convinto anche dell’incapacità dei politici albanesi, e soprattutto del primo ministro, di affrontare come si deve situazioni del genere. Essendo altresì convinto che, come diceva Papa Giovanni Paolo II, la violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

  • Il tram milanese durante la Prima Guerra Mondiale

    Si intitola Il tram e la Grande Guerra la mostra, gratuita, organizzata dal Gruppo storico ATM in programmazione il 15, giornata inaugurale, e il 16 novembre presso la Fondazione ATM, via Farini 9 – Sala convegni 2° piano. In occasione delle celebrazioni a ricordo del conflitto mondiale 1915 – 1918 e del centenario della Vittoria dell’Italia si ricorda il contributo dei tramvieri milanesi in quegli anni attraverso un’inedita mostra con documenti e fotografie.

  • La vittoria italiana nella I Guerra Mondiale

    Sabato 3 novembre, alle ore 11, alla sala Umberto in via della Mercede 50 a Roma, si svolgerà il convegno Fino a Trieste, fino a Trento… per parlare della vittoria Italiana nella I Guerra Mondiale, nel centesimo anniversario del compimento dell’Unità Nazionale. Saranno presenti  S.A.R. il Principe Aimone di Savoia Aosta e il presidente dell’UMI Alessandro Sacchi.

     

  • Martiri di carta, il racconto dei giornalisti caduti durante la Grande Guerra

    Sarà presentato mercoledì 31 ottobre alle ore 11 in Piazza Adriana 3 a Roma, nell’auditorium dell’Anmig – Associazione nazionale dei mutilati ed invalidi di guerra il volume Martiri di carta. I giornalisti caduti nella grande guerra a cura di Pierluigi Roesler Franz e di Enrico Serventi Longhi, edito da Gaspari, Udine, 2018, per conto della Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”. In 448 pagine, frutto di 7 anni di ricerche, si racconta la storia – finora mai scritta – di 264 intellettuali di tutte le Regioni italiane e in gran parte decorati al valor militare (fra i quali Battisti, Serra, Gallardi, Niccolai, Umerini, Stuparich e Timeus Fauro) morti nel conflitto mondiale 1914-1918. La maggior parte dei caduti erano giovani ventenni che, provenienti da tutte le parti d’Italia ed alcuni tornati appositamente dall’estero, avevano cominciato a scrivere su grandi e piccoli giornali e riviste. Si tratta in gran parte di personaggi di assoluto rilievo storico e di notevole importanza, rimasti purtroppo fino ad oggi del tutto sconosciuti.  Tra “i martiri di carta” che hanno perso la vita combattendo eroicamente per la patria, vi figurano cattolici ed ebrei, patrioti, politici, sindacalisti, nazionalisti, interventisti, neutralisti, massoni, socialisti, radicali, democratici, liberali, repubblicani, mazziniani, irredenti (trentini, giuliani, dalmati e istriani), garibaldini e nipoti di garibaldini della spedizione dei Mille, ex combattenti in Libia, Benadir, Eritrea e a Rodi. Alcuni giornalisti erano stati chiamati alle armi, mentre altri erano andati volontari al fronte quasi tutti come ufficiali in rappresentanza dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. Ma sono poi finiti ingiustamente da oltre un secolo nel dimenticatoio. Martiri di carta è un contributo capace di interessare storici, giornalisti, appassionati e semplici lettori, anche in virtù della categoria scelta, quella dei giornalisti: storie vere, di uomini in carne in ossa, restituite grazie a una sistematica ricerca storica basata su un’ampia bibliografia, su centinaia di articoli di giornali e su documenti d’archivio.

  • Noi siamo sempre nel giusto

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Dario Rivolta *

    La storica belga di origine italiana Anne Morelli pubblicò nel 2010 un interessante libro: “Principi elementari della propaganda di guerra” (nella precedente versione del 2001 il sottotitolo era: “Utili in caso di guerra fredda, calda o tiepida”).

    Poiché mi sembra che il contenuto sia tuttora di attualità, credo sia molto interessante leggere cosa scriveva la studiosa. Ecco riassunti i punti principali.

    1. Noi non volevamo la guerra e non siamo noi ad averla cominciata. Solo il nostro avversario/nemico è responsabile del conflitto. Questo è ciò che chiamerò la fase della prosecuzione. (corsivo dell’autrice)
    2. I capi e i seguaci del nemico sono disumani e sono il diavolo. Qui comincia la diffamazione.
    3. Noi stiamo difendendo una nobile causa mentre l’avversario difende i suoi propri interessi o, peggio, il suo interesse nazionale. La causa dell’avversario è abominevole, senza valore, egoistica, mentre noi difendiamo un ideale, i diritti umani, la democrazia, la libertà, la libera iniziativa. Noi rappresentiamo il bene, loro personificano il male. Questa è la fase moralizzatrice.
    4. Il nemico commette sistematicamente delle atrocità. Se noi manchiamo o facciamo errori, è involontario e perché il nemico ci inganna o ci provoca. Nella sua lotta il nemico è pronto a qualunque cosa, compreso l’uso di armi illegittime (gas, uccisione di civili, abbattimento di aerei di linea, assassini su commissione. NDA) Lui è anche il solo ad usare notizie false (fake news), attacchi informatici e interferenze via internet nelle elezioni altrui. Noi, al contrario, rispettiamo le leggi di guerra, la convenzione di Ginevra, l’etica giornalistica e lo sforzo di essere imparziali. Noi non saremmo mai capaci di prendere parte a una “guerra dell’informazione” o fare propaganda. Questa è la fase del lavaggio del cervello e del condizionamento dell’opinione pubblic
    5. Noi non soffriamo perdite e, quando ci sono, sono piccole. Le perdite dell’avversario, tuttavia, sono enormi. Fase della minimizzazione.
    6. Artisti, scienziati, accademici, esperti, intellettuali e filosofi, ONG e la società civile ci supportano mentre il nemico è isolato nella sua torre d’avorio e slegato dalla sua società. Fase espansiva nella sfera della guerra nobile.
    7. La nostra causa è sacrosanta e quelli che la mettono in discussione sono pagati dal nemico. Fase del sacrificio.

    Chi sa a chi, e a cosa, si possono applicare oggi le parole della Morelli?

    P.S. La “democratica” Atene obbligò il “traditore” Socrate al suicidio perché svolgeva “propaganda nefasta” verso i giovani della città, cioè non aveva sposato le verità “ufficiali”.

    *Già deputato dal 1996 al 2008

  • Iran, Israele e Russia: il ‘grande gioco’ in corso in Siria

    L’Iran in Siria determina i combattimenti sul campo da parte della coalizione pro-Assad, controlla i valichi di frontiera Siria-Iraq e Siria-Libano e conduce la riorganizzazione di aree e comunità basate su un elemento etnico. L’influenza spesso decisiva che Teheran esercita sul ritmo dei combattimenti ha luogo in consultazione con la Russia e Assad. Israele, che gode della supremazia dell’intelligence in Siria, attualmente sta ignorando la presenza dei delegati iraniani e delle altre forze sotto il comando iraniano nel sud della Siria, sembra infatti ritenere che queste forze non costituiscano una minaccia imminente, almeno nel prossimo futuro, e si sta concentrando sulla prevenzione del consolidamento di notevoli capacità militari iraniane in Siria, ovvero missili, razzi, veicoli aerei senza equipaggio, sistemi di difesa aerea e armi avanzate. In questa fase, Israele fa affidamento sulla Russia e sul regime di Assad per mantenere le forze iraniane e i suoi delegati lontani dal confine. È altamente discutibile, tuttavia, se la Russia e Assad abbiano la volontà o la capacità di liberarsi della presenza iraniana sul territorio siriano, specialmente in vista dell’integrazione dei comandanti iraniani e dei combattenti sciiti nelle forze locali.

     

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