guerra

  • Qual è il piano per il dopo?

    Le guerre non dovrebbero essere mai iniziate se però, per motivi di difesa, immediata o futura, iniziano devono essere rapide, rapidissime e decise.

    Come tutti auspichiamo che finisca al più presto il conflitto in Iran, e condividiamo la speranza che il popolo iraniano trovi un sistema politico che gli garantisca libertà e giustizia e che il popolo israeliano possa vivere finalmente in sicurezza.

    Purtroppo l’esempio di quanto sta avvenendo, da più di quattro anni, in Ucraina ci fa temere che ancora una volta la guerra possa trascinarsi per troppo tempo, se infatti gli ucraini avessero avuto gli aiuti promessi subito e non con i noti ritardi, distinguo e, per ultimo, non ci fossero state le continue mutazioni di parere di Trump, oggi la guerra potrebbe essere conclusa.

    In verità quando qualche tempo fa, sulla scena politica internazionale, si è presentata l’ipotesi, non peregrina, di un capovolgimento degli assetti mondiali, dovuto all’alleanza tra Russia, Cina, Iran ed altri paesi sud americani, Trump ha messo in essere le sue strategie sparpaglianti: colpire alcuni, l’Iran, blandire altri, Putin, tergiversare con la Cina e rendere inoffensivo il Venezuela.

    Perché le guerre, mentre le persone muoiono, servono a rendere più forti alcuni poteri economici rispetto ad altri e, ancora oggi, il petrolio gioca un ruolo fondamentale come vediamo nell’incertezza economica che si è creata in pochi giorni non solo in Europa.

    Parlare di pace però ormai non serve, se non si mettono sul piatto ipotesi concrete per azioni diplomatiche decise, bisogna sapere che, se le armi devono giocare la loro parte per poter arrivare alla trattativa, occorre essere inflessibili nell’usarle sapendo quali saranno le conseguenze sia dell’eccessivo pressapochismo che dell’incertezza degli assetti futuri.

    Ogni azione comporta la capacità d’immaginario cosa accadrà dopo, se non ci sono progetti chiari, con ampie vedute geopolitiche, se non si sa quali saranno le reazioni altrui e le nostre contromisure, le guerre rischiano di lasciare solo morti, macerie e sentimenti di odio profondo.

    Oggi, con le guerre ancora in corso, la domanda che i cittadini pongono a tutti i governi è molto semplice: qual è il piano per il dopo?

    Una società che possa vivere in pace ha bisogno di regole certe e di strumenti per farle rispettare e oggi, purtroppo, non è così.

  • La Vicepresidente esecutiva Virkkunen e il Commissario Micallef intervengono sulla partecipazione della Russia alla Biennale d’Arte di Venezia

    Entrambi condannano fermamente la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di riaprire il suo padiglione nazionale alla 61a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 2026.

    “La Commissione europea – dichiarano – è stata chiara nella sua posizione in merito alla guerra illegale di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina. La cultura promuove e salvaguarda i valori democratici, promuove il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma di propaganda. Gli Stati membri, le istituzioni e le organizzazioni devono agire in linea con le sanzioni dell’UE ed evitare di fornire una piattaforma alle persone che hanno attivamente sostenuto o giustificato l’aggressione del Cremlino nei confronti dell’Ucraina. Questa decisione della Fondazione Biennale – sottolineano – non è compatibile con la risposta collettiva dell’UE alla brutale aggressione della Russia. Se la Fondazione Biennale dovesse andare avanti con la sua decisione di consentire la partecipazione della Russia, esamineremo ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione di una sovvenzione dell’UE in corso alla Fondazione Biennale.

  • I nuovi fattori di rischio della guerra e l’effetto moltiplicatore con i vecchi

    La guerra e la corsa al riarmo globale stanno provocando un significativo aumento delle emissioni di gas serra, ridicolizzando gli obiettivi climatici imposti dall’Unione Europea la quale peraltro si illude ancora in una possibile conversione del settore Automotive nel settore armamenti (*). Non va dimenticato infatti come le attività militari globali risultino responsabili di circa 5,5% mondiale della emissioni mondiali.
    Basti pensare come il conflitto russo ucraino (una “semplice” guerra regionale) a quattro anni dall’inizio abbia determinato una emissione di 311 milioni di tonnellate di CO₂ che supera le emissioni annuali di paesi come Austria, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia sommate (**). Come naturale conseguenza è evidente che nella più recente evoluzione delle crisi internazionali (l’apertura di una vera e propria guerra continentale in Medio Oriente) qualsiasi politica economica che presenti come obiettivo la riduzione delle emissioni risulti non solo  ininfluente ma soprattutto  punitiva nei confronti degli operatori economici dei paesi soggetti a questa normativa, ma che contemporaneamente devono pagare gli effetti della guerra.
    Questi ultimi, infatti, risultano già sufficienti nella creazione di problematiche eccezionali per le scelte strategiche che tutti gli operatori economici devono comunque operare, alle quali  non si possono aggiungere quelle relative al rispetto di obiettivi di emissione ora velleitari e velleitari già con il mantenimento degli asset industriali, comunque ampiamente già  superati dalle emissioni legate alle guerre.

    In un simile contesto di crisi complessa i diversi fattori di rischio non sommano i propri effetti ma li moltiplicano con un affetto paradossale.

    La perversa volontà politica, espressa anche recentemente, dell’Unione Europea con il mantenimento di una applicazione cieca e miope del Green Deal, anche in un contesto di così difficile situazione geopolitica, non può che determinare inevitabilmente un ulteriore appesantimento dello scenario economico già reso difficile a causa della guerra.

    Una situazione, quindi, che diventa impossibile penalizzando ulteriormente il sistema economico europeo a causa della moltiplicazione degli effetti bellici uniti ad una politica di decarbonizzazione, la quale rimane inalterata ed assolutamente indifferente anche di fronte all’ eccezionalità delle momento storico.

    (*) https://www.ticinolive.ch/2025/03/19/europa-la-nuova-transizione-difensiva/amp/ (2025)

    (**) solo per offrire un termine di paragone l’Italia è responsabile dello 0,7% delle missioni totali, la Svizzera dello 0,1%, mentre l’Europa del 6,7%.

  • Regimi da abbattere

    L’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti

    è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

    Karl Popper; da La società aperta e i suoi nemici, 1945

    Venerdì scorso, 27 febbraio, durante le prime ore del mattino, il Pakistan ha cominciato l’attacco contro le forze armate talebane in Afghanistan in diverse città del Paese. Da entrambe le parti sono state registrate delle vittime. L’Iran, confinando con i due paesi belligeranti si è dichiarato subito pronto ad avviare un dialogo di pace tra loro.

    Non è passato però più di un giorno, quando, sempre nelle prime ore del mattino di sabato scorso, 28 febbraio, l’Iran è stato attaccato, a sua volta, dalle force speciali congiunte degli Stati Uniti e di Israele, nonostante che fino a poche ore prima fossero in corso delle trattative per un’intesa tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran. L’obiettivo degli attacchi aerei era una delle residenze dove, in quelle ore, si trovava Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran dal 1989. Lui, insieme con alcuni suoi famigliari stretti e molti alti funzionari del regime, sono stati uccisi durante quegli attacchi.

    Bisogna sottolineare che la Costituzione iraniana, entrata in vigore il 3 dicembre 1979, basandosi sulla legge coranica nota come shari’a, riconosce l’Iran come una repubblica islamica. Tutto dopo che la rivoluzione khomeinista costrinse, nel gennaio 1979, lo schià Mohammad Reza Pahlavi a fuggire all’estero. In eguito, il 1o febbraio 1979, il suo avversario, l’ayatollah Khomeynī, tornò in Iran dopo un lungo esilio in Francia. La storia ci insegna però che il regime monarchico venne sostituito da un altro regime teocratico.

    Cosa accade in Iran in seguito è ormai di dominio pubblico. Solo durante questi ultimi anni sono state non poche le proteste contro il regime. Le ultime si sono scatenate, dal 28 dicembre scorso, in diverse città iraniane. Si tratta di proteste massicce che, cominciate per dei motivi economici, si sono trasformate, in seguito, in proteste contro il regime che ha usato metodi crudeli per dissuadere i cittadini a partecipare. E contro la brutale repressione di quelle proteste da parte del regime si dichiarò anche il presidente statunitense, il quale minacciò il regime iraniano di interventi militari. Minacce che dopo poco, chissà perché, sono state “dimenticate”. In seguito sono cominciate le trattative tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran per trovare un accordo, soprattutto sul programma nucleare iraniano. Trattative sulle quali il presidente statunitense aveva delle aspettative.

    Ma da sabato scorso il conflitto tra gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra continua con degli attacchi reciproci che causano anche molte vittime. Il conflitto ormai si sta allargando, coinvolgendo anche i Paesi vicini, dopo gli attacchi missilistici dell’Iran contro i loro territori. Si tratta di un conflitto che ha attirato tutta l’attenzione sia delle cancellerie dei Paesi più importanti del mondo e delle istituzioni internazionali, che dell’opinione pubblica. Si, perché le conseguenze di questo conflitto potrebbero essere veramente preoccupanti per molti Paesi del mondo e legate al rialzo del prezzo del petrolio e del gas, ma non solo.

    Si tratta, purtroppo, di un conflitto che si aggiunge ad altri in corso in diverse parti del mondo. Soprattutto a quello tra la Russia e l’Ucraina, cominciato il 24 febbraio 2022. Ma anche al conflitto nella Striscia di Gaza scatenato il 7 ottobre 2023 dal gruppo terroristico di Hamas contro Israele. Un conflitto questo per il quale, nonostante da qualche mese gli attacchi e gli scontri armati tra le parti siano diminuiti, ma non cessati, non c’è ancora un accordo di pace che sia diventato funzionante.

    Bisogna sottolineare che nonostante le continue dichiarazioni pubbliche del presidente statunitense per ripristinare e garantire la pace in diverse parti del mondo, purtroppo, da sabato scorso un altro conflitto è ormai in corso. E si tratta di un conflitto in cui sono stati direttamente coinvolti gli Stati Uniti d’America. Chissà se lui riuscirà ad ottenere il tanto ambito premio Nobel per la Pace?

    Bisogna seguire, adesso ed in futuro, gli sviluppi di questo conflitto in Iran. L’uccisione, sabato scorso, della Guida suprema iraniana potrebbe servire per porre fine al regime teocratico in Iran Così come potrebbe suscitare la reazione dei suoi numerosi seguaci, i convinti credenti sciiti. Lo hanno testimoniato anche le piazze subito dopo l’annuncio ufficiale della morte di Khamenei. Domenica mattina sono state migliaia le persone radunatesi nella Piazza della Rivoluzione islamica a Teheran per esprimere il loro cordoglio, piangendo e pregando. Ma la stessa domenica, in diverse città iraniane ed in altre parti del mondo sono stati in tanti anche coloro che esprimevano la loro gioia per la morte della Guida suprema.

    La storia ci insegna però che dopo la caduta del regime dello schià Reza Pahlavi nel gennaio 1979, è stato costituito un altro regime, quello degli ayatollah. Ma, fatti accaduti alla mano, la storia ci insegna altresì che in quell’area geografica non sempre la caduta di un dittatore ha permesso, in seguito, la costituzione di uno Stato non autoritario, il quale deve poi passare tutte le fasi necessarie per diventare democratico. L’Afghanistan ne rappresenta una significativa testimonianza.

    Anche in altre parti del mondo ci sono dei paesi in cui sono attivi sistemi dittatoriali e autocratici, nonostante le facciate di copertura. L’Albania è uno di loro. Dopo la caduta nel 1991 della dittatura comunista, ormai da circa tredici anni è stato restaurato e si sta consolidando, soprattutto in questi ultimi anni, un regime, una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza occulta del potere politico con la criminalità organizzata, locale ed internazionale. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato informato di una simile, preoccupante e pericolosa realtà, sempre con la dovuta e richiesta oggettività e sempre basandosi su fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti.

    Dal dicembre scorso, come in Iran, anche in Albania sono ricominciate le proteste contro questo regime, contro la galoppante corruzione, partendo dai massimi livelli del potere politico ed istituzionale, contro l’abuso del potere conferito e/o usurpato, contro la sempre più diffusa povertà ed altro. Proteste alle quali, come in Iran, il regime reagisce con brutalità, usando una polizia di Stato non solo politicizzata, ma anche legata, non di rado, fatti accaduti e documentati alla mano, alla criminalità organizzata.

    Una vera, vissuta e sofferta realtà questa che ha costretto molti albanesi, soprattutto giovani, a lasciare la madre patria per cercare una vita migliore in altri Paesi europei, ma non solo. Si tratta veramente di un fenomeno molto preoccupante, visto i ritmi dello spopolamento, causato non da un conflitto armato, non da scontri etnici, bensì dal consolidamento di un regime autocratico, che cerca di camuffarsi con una facciata pluralista, dal malgoverno, dall’abuso di potere, dalla diffusa e ben radicata corruzione, che fanno svanire le certezze di una vita normale.

    Una realtà quella albanese che, soprattutto in questi ultimi mesi, è stata denunciata anche dai più rinomati media internazionali. Così come è stata espressa ufficialmente ed in altri modi, anche da alcune cancellerie europee, soprattutto quella tedesca, riferendosi a fonti mediatiche ben informate. Ragion per cui il primo ministro albanese, il diretto e principale responsabile di una simile realtà, si trova in situazioni veramente difficili. Situazioni che fino a poco tempo fa, riusciva a gestirle anche grazie alle sue “amicizie” con alcuni “grandi dell’Europa e del mondo”, nonché alle attività lobbistiche milionarie. Ma da qualche tempo queste possibilità sembrano essere diminuite.

    Chi scrive queste righe pensa che anche quello albanese è un regime da abbattere. Ma bisogna tenere presente, altresì, quanto affermava Karl Popper. E cioè che l’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

  • L’ossimoro bellico

    In ambito medicale la prevenzione rappresenta la migliore forma di cura in quanto tende ad intervenire per tempo anticipando le forme gravi di patologia.

    In ambito politico e militare, viceversa, il medesimo concetto di prevenzione stabilisce inequivocabilmente il fallimento di ogni iniziativa precedente finalizzata a destabilizzare un determinato Paese considerato, nel caso dell’Iran con ampia ragione, pericoloso nel contesto internazionale.

    In nome di una prevenzione si cerca di ottenere quei risultati che non sono stati ottenuti attraverso la pressione politica, diplomatica ed economica, ma si utilizza una forma definitiva che nulla ha a che fare con qualsiasi forma di prevenzione, cioè la guerra.

    Questa situazione nasce innanzitutto da un disastro politico attribuibile all’amministrazione Biden (*) la quale ruppe l’alleanza con l’Arabia Saudita in chiave anti-Iran siglata dalla precedente amministrazione Trump, riportando l’Iran, che nel frattempo era stato isolato, all’interno dello scenario internazionale.

    Contemporaneamente in questi anni Israele ha cercato di frenare il processo di arricchimento dell’uranio che rappresenta un pericolo per intero occidente in quanto la bomba nucleare sarebbe divenuta uno strumento di pressione politica non solo di uno stato teocratico, i cui valori in rapporto alla tutela della vita del singolo cittadino sono assolutamente incompatibili con quelli occidentali.

    L’Iran rappresentava e rappresenta tuttora un pericolo assolutamente sottovalutato in ambito internazionale dall’intelligentia europea, la quale ora si trova di fronte ad un ennesimo scenario bellico, senza avere avuto nessun ruolo e soprattutto non le verrà riconosciuto in futuro nella gestione della crisi.

    L’Unione Europea, infatti, invece di assumere un ruolo importante di mediazione che partisse da una conoscenza minima della crisi mediorientale, che vede una netta contrapposizione religiosa tra gli sciiti iraniani coinvolti in una lotta con i sunniti dell’Arabia Saudita, si ritrova un’altra volta spettatrice di uno scenario bellico dopo avere nei decenni precedenti persino sostenuto, offrendogli un asilo politico, alla massima autorità religiosa iraniana.

    La guerra preventiva, quindi, rappresenta un ossimoro, che trae la propria forza da un sostanziale declino culturale delle principali rappresentanze istituzionali europee e da una crescente pressione dell’Industria bellica.

    “La guerra piace a chi non la conosce” (Dulce bellum inexpertis) titolò Erasmo da Rotterdam uno dei suoi Adagia pubblicati nel 1515. Cinquecento anni dopo la civiltà occidentale come quella medio orientale hanno dimostrato di non aver compiuto nessun passo nella direzione indicata dal saggista e filosofo olandese.

    In un mondo nel quale la complessità si manifesta a tutte le latitudini in ambito economico, strategico, anche militare e per i più diversi motivi, la semplificazione della guerra preventiva rimane l’unico strumento inaccettabile.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-cambio-di-valore-attribuito-alla-guerra/

  • Da che parte stare

    Telegram, con 90 milioni di utenti russi, sarà completamente bloccato dal regime di Putin che ormai, da lunghissimo tempo, sta impedendo ai suoi cittadini ogni possibilità di avere notizie da una stampa libera.

    Contemporaneamente Putin accusa gli Stati Uniti ed Israele di violazione delle leggi internazionali perché sono intervenuti in Iran per impedire che il sanguinoso regime degli ayatollah possa minacciare i paesi vicini, con la bomba atomica, e per dare una speranza di libertà agli iraniani che, da anni, stanno combattendo per la loro libertà subendo delle vere e proprie uccisioni di massa.

    A prescindere da personaggi equivoci come Orban, per non dire di peggio, i paesi europei sanno bene da che parte sta la ragione ed il diritto e continuano nel loro impegno in aiuto dell’Ucraina, occorre però che gli Stati Uniti si dimostrino finalmente più decisi nei rapporti con lo zar, troppe volte Trump si è dimostrato accondiscendente.
    L’attacco all’Iran avrà anche il vantaggio di impedire all’Iran di continuare a fornire i suoi micidiali droni alla Russia, che paga generalmente in oro, e che massacrano i civili ucraini.

  • Crescono le tensioni in Sudan intorno al corso del Nilo

    In Sudan il conflitto in corso tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) si è di recente intensificato nello Stato del Nilo Azzurro, un’area che per la sua posizione al confine con Sud Sudan ed Etiopia è particolarmente esposta al rischio di una destabilizzazione regionale. Negli ultimi due mesi, le operazioni militari di entrambe le fazioni si sono intensificate in aree come Al Silk, Boot e Al Kurmok, con attacchi compiuti con droni e l’uso di tecnologie belliche avanzate, allo scopo di conquistare nuove porzioni di territorio. Nel contesto del conflitto e della più ampia gestione regionale nel Corno d’Africa il controllo del Nilo Azzurro rimane del resto un obiettivo militare significativo.

    Nello specifico, lo Stato sud-orientale confina con la regione etiope del Benishangul-Gumuz, dove si trovano tanto la contestata Grande diga della Rinascita etiope (Gerd) quanto il campo di addestramento di combattenti da integrare nelle fila delle Rsf rivelato da “Reuters”. L’inchiesta pubblicata il 10 febbraio ha dato prova del già acclarato coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti nel conflitto sudanese, rendendo di fatto evidente quello etiope e di altre potenze regionali. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, a tre giornalisti di Reuters ad Addis Abeba è stato revocato l’accredito ed impedito di coprire il vertice dell’Unione africana tenuto nella capitale etiope il 14 e 15 febbraio.

    Un giorno dopo la pubblicazione dell’inchiesta, l’11 febbraio, il primo ministro Abiy Ahmed ha ricevuto ad Addis Abeba il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, prima che una delegazione di Riad guidata dal viceministro degli Esteri Waleed Al Khereiji si recasse l’indomani in Eritrea. La tensione tra Addis Abeba ed Asmara è aumentata di recente in modo esponenziale, con il rischio che un nuovo conflitto esploda fra i due Paesi a soli quattro anni dalla conclusione della guerra del Tigrè (2020-2022). Martedì 17 febbraio, intanto, è stato il turno del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di visitare l’Etiopia: a lui il premier Ahmed ha chiesto sostegno nelle rivendicazioni etiopi di accesso al mar Rosso, ricevendo invece un avvertimento sul fronte del riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland, fascicolo che per Erdogan “non apporterebbe beneficio ad alcuno”.

    In un’intervista rilasciata ad “Agenzia Nova“, l’ex ministro dell’Allevamento del Nilo Azzurro, Moneir Elias, ha da parte sua confermato la grave situazione umanitaria esistente nel Nilo Azzurro, dove continua ad aumentare l’afflusso di sfollati da diverse località della regione. Moneir prevede che la situazione peggiorerà con l’intensificarsi delle attività militari e la debole risposta delle organizzazioni umanitarie. Nelle sue considerazioni, l’ex ministro sudanese ha ricordato l’impatto che l’instabilità politica e la forte polarizzazione del dibattito stanno avendo sull’aumento delle tensioni interne al Sudan, con l’esplodere di nuovi conflitti intercomunitari.

    Da questo punto di vista non appare senza importanza il ruolo che i leader tribali stanno giocando all’interno del conflitto, con il loro schieramento a favore delle Saf o delle Rsf – sostenute dal Movimento di liberazione del Sudan – Nord (Splm-N) – fin dall’inizio della guerra, nell’aprile del 2023. La posizione del Nilo Azzurro tra Etiopia e Sud Sudan lo rende anche una regione contesa per le risorse e l’accesso all’acqua, e dopo la costruzione della diga Gerd – ha osservato Moneir – lo Stato del Nilo Azzurro ha acquisito maggiore importanza nella regione. Da parte loro, le Saf hanno incassato il sostegno del movimento islamista sudanese, influente nella regione etiope di Benishangul-Gumuz attraverso le organizzazioni religiose locali, con un impatto su tutta l’area che si è avverato destabilizzante. Per l’ex ministro, il potere economico giocherà un ruolo cruciale nel determinare chi potrà imporre la propria visione sul territorio. Il Nilo Azzurro vive sotto stato di emergenza dal 2022.

  • Dichiarazione congiunta della Presidente della Commissione europea, del Presidente del Consiglio europeo e della Presidente del Parlamento europeo in occasione del quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina

    Quattro anni fa, la Russia ha dato avvio alla sua guerra di aggressione illegale su vasta scala contro l’Ucraina. Oggi rendiamo nuovamente omaggio al coraggioso popolo ucraino, che continua a resistere e a difendere il proprio Paese.

    Mosca non ha raggiunto i suoi obiettivi militari in Ucraina. Non riuscendo ad avanzare sul campo di battaglia, prende deliberatamente di mira le infrastrutture civili e critiche del Paese, comprese quelle energetiche, così come ospedali, scuole ed edifici residenziali, nel pieno di un inverno rigido. Gli ucraini continuano a dimostrare straordinaria forza d’animo, determinazione e resilienza.

    Fin dal primo giorno dell’aggressione russa, l’Unione europea è rimasta fermamente al fianco dell’Ucraina e del suo popolo. Il nostro obiettivo resta una pace globale, giusta e duratura, fondata sui principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Sosteniamo tutti gli sforzi volti a conseguirla: una pace che garantisca dignità e sicurezza a lungo termine. Il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale ne è il fondamento. Nessun Paese può annettere il proprio vicino, né i confini possono essere modificati con la forza. L’aggressore non può essere premiato. Nell’attuale contesto internazionale e geopolitico complesso, ribadiamo l’importanza di mantenere la solidarietà transatlantica e globale con l’Ucraina.

    L’Unione europea continuerà a fornire all’Ucraina e al suo popolo un sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico a tutto campo. Restiamo il principale donatore del Paese. Oltre ai quasi 200 miliardi di € mobilitati dal 2022, i leader europei hanno concordato di destinare all’Ucraina 90 miliardi di € nel periodo 2026-2027, per consentirle di far fronte alle più urgenti esigenze di bilancio e di difesa e di continuare a resistere agli attacchi russi. Di questo pacchetto, 60 miliardi di € saranno destinati alle necessità militari (il “programma Porcupine”). Il primo pagamento sarà effettuato il prima possibile.

    Questo inverno, l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito un’assistenza energetica senza precedenti, insieme a sistemi di difesa aerea e anti-drone, nonché aiuti umanitari. È previsto un nuovo pacchetto di sostegno per la consegna urgente di generatori e assistenza umanitaria. Per rafforzare la resilienza energetica dell’Ucraina ed evitare il ripetersi dell’attuale emergenza, stiamo lavorando con le autorità ucraine a un nuovo piano di sicurezza e preparazione energetica, incentrato sulla riparazione e il rafforzamento delle reti, il rapido riavvio delle centrali elettriche danneggiate e l’accelerazione della produzione decentralizzata di energia rinnovabile.

    La guerra di logoramento di Putin sta progressivamente indebolendo la Russia e siamo determinati ad aumentare ulteriormente la pressione affinché Mosca ponga fine alla sua aggressione e si impegni in negoziati di pace significativi. Intendiamo rafforzare la pressione sul settore energetico e finanziario russo e adottare ulteriori interventi contro la flotta ombra.

    Allo stesso tempo, il nostro sostegno all’Ucraina guarda anche al giorno successivo alla fine dei combattimenti. L’Unione europea e i suoi Stati membri, nel rispetto delle rispettive competenze, sono pronti a contribuire a solide e credibili garanzie di sicurezza, affinché la Russia non possa mai più attaccare l’Ucraina.

    Faremo in modo che la Russia risponda dei crimini commessi e dei danni causati. Ci impegniamo a rendere operativi, quanto prima, il Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina e una Commissione internazionale per le richieste di risarcimento, entrambi nel quadro del Consiglio d’Europa.

    Il futuro di un’Ucraina sicura e prospera è nell’Unione europea. Nonostante circostanze estremamente difficili, il Paese ha compiuto progressi significativi nelle riforme per l’adesione all’UE e può contare sul nostro pieno sostegno lungo tutto il percorso di adesione e nella futura ricostruzione postbellica.

    Restiamo al fianco dell’Ucraina: per una pace giusta e duratura, per un’Ucraina forte e sovrana in un’Europa forte e sovrana.

  • 24 febbraio

    Onore al popolo ucraino, ai militari ed ai civili, al grande cuore di una nazione che unita combatte per difendersi da un sanguinario aggressore e per la libertà.

    Un appello al popolo russo, liberatevi dal giogo della menzogna e del potere assoluto che ogni giorno porta a morte certa migliaia di voi e vi impedisce di essere liberi ed in pace con gli altri popoli

    All’Europa, agli Stati che compongono un gigante economico che arranca per non aver ancora saputo darsi una politica comune e di difesa, abbiate la forza di continuare ad aiutare l’Ucraina senza tentennamenti e ritardi e procedete a realizzare l’Europea concentrica come significativo passo avanti verso la salvaguardia della nostra indipendenza.

    Al presidente americano l’augurio di comprendere che minare l’occidente è colpire anche gli Stati Uniti e che non sarà mai con una, più o meno palese, alleanza o accordo con Putin che potrà realizzare il suo sogno di potere.

    A Putin che una delle tante candele che accende, benché pluriassassino, nella chiesa del suo complice Kirill gli bruci una mano risvegliandolo alla realtà, il male, prima o poi, è sempre punito.

  • Il fascino della violenza

    Il 24 febbraio saranno passati quattro anni dall’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma la guerra era cominciata già dall’invasione della Crimea e, se si fossero guardati obiettivamente e con più attenzione i fatti, era evidente da tempo la volontà di Putin di estendere il suo potere nelle aree limitrofe alla Russia.

    Quattro anni di morte e distruzione, come accade in ogni guerra, ma alcuni fatti sono più significativi di altri e su questi dovremmo ragionare più lucidamente ed agire di conseguenza.

    1) Nonostante tutto quello che ha subito e subisce il popolo ucraino ed il suo esercito continuano eroicamente a resistere

    2) Putin sta usando, dall’inizio, sistemi particolarmente efferati, con armi di grande potenza, che colpiscono in particolare la popolazione civile distruggendo anche le centrali energetiche per rendere sempre più impossibile la vita dei civili

    3) Putin non ha esitato né esita a sacrificare centinaia di migliaia di russi in una guerra il cui scopo è solo affermare il suo potere, che non è più così solido anche all’interno, e la sua rivalsa contro la dissoluzione dell’impero sovietico, che vuole ricostruire nel contesto internazionale, sentendosi un nuovo zar. Il suo imporsi al governo in Russia, con incarichi diversi e con modifiche delle leggi, dal 1999 sono la prova provata che l’unico suo obiettivo è il personale potere, nel totale disprezzo della vita dei russi

    4) La recente decisione dello zar di dare un ulteriore giro di vite alla libertà dei russi, chiudendo gran parte dei sistemi di comunicazione, sia della rete di Internet che della telefonia, dimostra che la maggior parte dei russi è costretta a subire, nell’ignoranza, la volontà del capo assoluto

    5) L’Europa in questi anni ha dato un importante contributo alla difesa ucraina ma non è stata in grado, per la propria debolezza istituzionale, di diventare un interlocutore credibile per instaurare trattative e Trump fa di tutto per tenerla ai margini, Putin comprende solo la forza e tratta, eventualmente, solo con i forti inoltre, in troppe occasioni, gli aiuti europei promessi all’Ucraina sono arrivati in ritardo

    6) Le ondivaghe dichiarazioni del presidente americano, i suoi palesi interessi personali nello scacchiere internazionale, sia di interessi economici che di affermare sempre di più il suo ego smisurato, hanno ulteriormente rafforzato Putin con il quale Trump condivide la visione di un potere senza regole.

    Il fascino che subiscono i ragazzini che si sentono adulti e forti con il coltello o coloro che pensano che la politica si possa fare attraverso l’esercizio di un potere più o meno assoluto deve essere combattuto.

    Il maledetto fascino di chi decide ed agisce solo in base alle proprie decisioni, il fascino, diciamolo tranquillamente, del male perché è male tutto quello che porta a prevaricare gli altri, non deve trovare spazio

    7) In questi quattro anni è cambiata anche una parte della situazione internazionale: l’attacco terrorista di Hamas e la distruzione di Gaza, il ritorno sulla scena di varie compagini terroriste, il perseverare della penetrazione in Africa  di Cina e Russia, i droni diventati la nuova arma, la fine della vecchia dittatura siriana, le sanguinose manifestazioni in Iran senza intervento americano, nonostante le prime dichiarazioni del presidente, e l’ipotesi di un accordo per il nucleare o di una guerra ad ampio raggio, la presa di coscienza, vedremo fino a che punto, dell’Europa che forse comincerà a realizzare un’Unione a due velocità, o concentrica, per trovare il peso politico necessario a difendere l’occidente e il nostro sistema di vita, ormai in gran parte privo del paracadute americano, la guerra dei dazi ed gli scandali, che stanno travolgendo personaggi più o meno insospettabili, si sommano alle conseguenze di una guerra che l’Ucraina non può perdere, che noi non possiamo consentire che perda.

    Per questo è necessario che, anche in Italia, si prenda atto che il mito dell’uomo forte, di colui che crede di essere al sopra delle regole internazionali e delle leggi del proprio paese, deve essere combattuto, si tratti di Putin o di Trump non siamo disponibili a tornare ad una società basata sulla legge del più violento, nei fatti, nelle parole, nelle decisioni.

    C’è un dannato fascino che la violenza esercita sui deboli che cercano un ombrello sotto il quale ripararsi e magari trovare vantaggio, oggi o domani.

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