guerra

  • Ci risiamo: Conte prepara autostrade per gli uomini di Putin

    Mentre aumenta la bagarre all’interno del cosiddetto campo largo, in vista delle elezioni, e i leader si affrontano per decidere chi sarà il candidato premier della coalizione di centro sinistra, mentre ci si domanda come ci potrà essere una coalizione con così diverse idee e vedute rispetto a problemi vitali quali il sostegno all’Ucraina, il riassetto militare e politico dell’Europa, lo scontro diventa kafkiano per quanto riguarda le modalità con le quali dovrebbe essere scelto il presidente del consiglio in pectore.

    Primarie in piazza? Conte è favorevole una elezione via internet.

    Sappiamo tutti che dal lontano 2015, anno del confronto elettorale tra Donald Trump e Hilary Clinton per la Casa Bianca con i diversi sospetti di ingerenze da parte dei russi per pilotare il risultato, le vie telematiche non sono più ritenute completamente sicure, inoltre gravi sospetti vi sono oggi per l’utilizzo improprio dell’intelligenza artificiale e le manipolazioni che ne possono derivare.

    Sono passati gli anni e tragicamente, nel 2022, Putin ha invaso l’Ucraina continuando, fino ai giorni nostri, una guerra sempre più crudele e devastante. Contestualmente è cominciata anche una guerra ibrida contro l’Occidente, contro i Paesi dell’Unione europea, colpevoli, secondo Putin, di difendere la sovranità dell’Ucraina e il diritto internazionale.

    Questa guerra ibrida ha portato una serie continua di attacchi hacker a siti sensibili degli Stati dell’Unione, Italia compresa, sia pubblici che privati.

    In una recente intervista al Corriere della Sera il Generale di corpo d’armata Carmine Masiello, capo di stato maggiore dell’Esercito, ha affermato che gli attacchi cibernetici gravi sono cresciuti di quasi il 50% a livello globale e di oltre il 40% in Italia.

    Senza approfondire ulteriormente rimane abbastanza evidente, anche ai più distratti, che affidare la scelta del possibile leader del cosiddetto campo largo ad un’elezione telematica può portare, con ragionevole certezza, ad una manipolazione di quelle stesse elezioni e del loro risultato da parte sia dei russi che di altri hacker, compresi quelli legati al terrorismo

    Se poi, senza accusare nessuno ma parlando solo di dati di fatto, ci ricordiamo quanto Conte, che indica le elezioni via internet, si sia battuto e continui a battersi per non inviare armi e sistemi di difesa all’Ucraina, si comprende bene come sarebbe tutto nell’interesse di Putin fare in modo che fosse proprio Conte a risultare vincitore nella sfida con Elly Schlein.

    In sintesi la mano lunga del Cremlino può ormai arrivare ovunque, sta a tutti noi, che difendiamo libertà e democrazia, impedire sabotaggi alla vita democratica del nostro Paese anche respingendo qualunque tipo di elezione che possa essere suscettibile di manipolazioni.

  • La responsabilità per crimini di guerra vale anche per droni a guida automatica. E investe pure civili

    I droni sono ormai quasi un sinonimo di killer, per la fama che si sono guadagnati di arma dei conflitti del XXI secolo, ma di per sé un drone non è poi diverso da un’auto a guida automatica. Non è necessariamente impostato per uccidere, anche se in caso di impiego bellico quella impostazione non è certo anomala, ma può uccidere, deliberatamente, come conseguenza accettata di un’altra azione o per errore. Il problema non è nel drone in sé, ma nella guida del drone che spesso, anche in azioni belliche, è automatizzata: a guidare il drone non è un uomo ma l’intelligenza artificiale.

    E qui sta il nodo giuridico: come nel caso di un’auto a guida automatica, chi risponde di un drone che provoca vittime? Va da sé che un’auto che investe e ferisce o uccide qualcuno compie un crimine, mentre un drone che uccide in un conflitto non necessariamente compie un crimine, perché il diritto di guerra riconosce che l’eliminazione dell’avversario è in sé lecita in guerra. Vi sono però dei limiti all’avversario che si può lecitamente colpire: i civili, tipicamente, non sono obiettivi legittimi che si possano uccidere.

    La scelta degli obiettivi da colpire nel caso di un fronte è spesso già predeterminata dall’intelligenza artificiale che lo guida nei suoi attacchi ma a monte l’intelligenza artificiale è stata istruita da qualcuno in carne ed ossa che quindi può essere chiamato a rispondere degli input che fornisce. Nella realtà dei fatti tuttavia, la responsabilità può non essere così lampante: un drone in un attacco automatizzato può sempre essere fermato da chi lo sta utilizzando, e finora a mandare i droni all’attacco automatizzato sono ancora uomini (Terminator per adesso è ancora solo una realtà cinematografica), ma l’intelligenza artificiale che ne guida gli attacchi è talmente rapida che la persona che comanda e segue l’attacco può non avere il tempo di bloccarlo, anche se si rende conto che sia il caso di fermare l’attacco. Se accanto a un soldato ci fosse un bambino inerme, magari usato come scudo umano, per fare un esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe comunque ordinare al drone di colpire il soldato, a costo di uccidere anche il bambino, e gli uomini che hanno comandato quell’attacco potrebbero non avere riflessi pronti quanto quelli delle macchine per bloccare quell’attacco.

    La responsabilità, peraltro, non è del solo operatore militare che segue il drone a guida automatica nello svolgimento del suo incarico, ma investe anche chi, nella gerarchia militare, ha scelto dove e quando attaccare. In un conflitto non è lecito uccidere chiunque: civili che non stiano compiendo atti ostili, soldati che non siano in grado di combattere (ad esempio perché feriti), strutture che non hanno un’immediata funzione bellica (ospedali, per fare l’esempio più facile) non sono obiettivi leciti e colpirli è un reato.

    La responsabilità infine investe anche chi militare non è e non è direttamente implicato nella scelta e nella gestione degli attacchi. Chi realizza i droni e fornisce l’intelligenza artificiale che li guida in azione può essere a sua volta chiamato a rispondere delle impostazioni che ha dato alle apparecchiature belliche. Ci sono sfumature anche in questo caso: se società che producono simili apparecchiature forniscono armi che possono colpire anche obiettivi illeciti e sono poi i militari a usarli contro tali obiettivi, il produttore non risponde dell’uso criminoso di apparecchiature realizzate rispettando i limiti che il diritto di guerra pone riguardo ai bersagli consentiti; se invece realizza deliberatamente o anche su richiesta del cliente (cioè i militari), apparecchi che ignorino i vincoli del diritto di guerra, risponderà a sua volta di condotta criminosa.

    Tanto in Ucraina che in Israele e Palestina il drone è di fatto il nuovo soldato del XXI secolo ed è il principale responsabile delle vittime, lecite o meno che fossero, provocate nelle fila avversarie. I principi che presidiano lo svolgimento di un’attività in sé naturalmente letale come i conflitti, principi volti a circoscrivere al minimo indispensabile le vittime, sono gli stessi che regolavano conflitti meno tecnologici e sono tuttora effettivamente validi, proprio perché ancora oggi le macchine sono solo esecutori (anche molto intelligenti ma comunque solo esecutori) di decisioni che vengono prese da uomini: la superintelligenza artificiale di Terminator che decide di eliminare l’intero genere umano resta appunto soltanto una realtà di celluloide. Nuovo è l’ambito di applicazione di quei principi e di quelle norme, perché nuova è la modallità con cui oggi si svolgono i confronti armati: si tratta quindi di creare una giurisprudenza che adegui l’interpretazione di quelle norme alla realtà dei conflitti odierni. E nuovo è soprattutto il fatto che la responsabilità per illeciti di guerra possa coinvolgere anche civili non direttamente operativi sul teatro bellico, per la progettazione degli strumenti automatici di attacco (non era così per i carri armati, perché quelli funzionavano solo col software degli esseri umani che li operavano una volta usciti dalla fabbrica).

  • Cina, la preparazione alla guerra passa anche dall’oro

    La preparazione di una grande potenza a un possibile conflitto non comincia necessariamente sul campo di battaglia. Può iniziare molto prima, dalle riserve strategiche, attraverso la ottimizzazione di catene di approvvigionamento, dalla capacità di inaugurare sistemi finanziari che permettono di sopravvivere alle possibili sanzioni.

    In questa prospettiva assume particolare rilievo, allora, la politica economica e finanziaria adottata dalla Cina nel 2026. Nei primi otto mesi dell’anno Pechino ha importato oltre 1.100 tonnellate di oro fisico, per un valore vicino ai 159 miliardi di dollari. Parallelamente, la Cina ha continuato a ridurre la propria esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense ed anche la Banca Popolare Cinese ha proseguito l’aumento delle riserve auree.

    Presi singolarmente, questi dati non dimostrano che Pechino stia preparando un’invasione di Taiwan. L’accumulo di oro potrebbe, infatti, venire spiegato anche attraverso una esigenza di diversificazione delle riserve, come per protezione dall’instabilità finanziaria, ed una riduzione della dipendenza dal dollaro. Ma se osservati insieme alle altre trasformazioni in corso, assumono un significato strategico più ampio.

    La guerra in Ucraina ha mostrato alle grandi potenze che un conflitto moderno non si combatte soltanto con missili, carri armati e navi, viceversa anche lo scenario finanziario rappresenta un terreno di confronto economico e militare.

    Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, centinaia di miliardi di dollari di riserve russe detenute all’estero sono stati immobilizzati attraverso le sanzioni occidentali. Il pericolo si dimostra quindi evidente ed è rappresentato dal fatto che anche una parte delle riserve finanziaria di uno Stato possono diventare inutilizzabili qualora si trovassero sotto la giurisdizione di Paesi che partecipano alle sanzioni.

    Viceversa l’oro fisico presenta una caratteristica differente, quando viene custodito direttamente sotto il controllo dello Stato e quindi non può essere congelato nello stesso modo di un deposito bancario o di un’attività finanziaria detenuta all’estero.

    Per Pechino, la lezione che la guerra russo ucraina ha evidenziato consiste nel fatto che in caso di crisi con Washington e con gli alleati occidentali a seguito di un’invasione di Taiwan da parte della superpotenza cinese, la disponibilità di riserve auree fisiche e di materie prime strategiche può diventare un elemento fondamentale della capacità di resistenza nazionale.

    L’oro, quindi, assume un nuovo valore e rilievo in quanto non rappresenta più soltanto una riserva di valore, ma anche una forma di assicurazione strategica contro l’isolamento finanziario in caso di un conflitto.

    All’interno di una crisi tra Cina e Taiwan, quindi, la dimensione economica si sovrappone a quella militare. Da anni Xi Jinping considera la “riunificazione” di Taiwan un obiettivo fondamentale della politica cinese. Contemporaneamente, la PLA (Esercito Popolare di Liberazione noto anche come PLA o EPL) sta aumentando le operazioni nello Stretto e intorno all’isola. Il riferimento al 2027 viene spesso interpretato come una possibile data per un’azione militare cinese.

    L’Annual Threat Assessment statunitense del marzo 2026 ha infatti indicato che Pechino non risulta attualmente impegnata in una pianificazione di invasione di Taiwan fissata per il 2027, ma anche che la PLA continua a sviluppare le capacità necessarie per un eventuale conflitto. Il 2027 appare, si spera, soprattutto come un obiettivo del raggiungimento di una capacità militare più che una data operativa già decisa.

    Nel frattempo Pechino non ha bisogno di attraversare immediatamente lo Stretto per aumentare la pressione su Taipei. Le attività militari cinesi intorno a Taiwan rappresentano una forma di pressione continua: pattugliamenti aerei e navali, attraversamenti della linea mediana dello Stretto, esercitazioni e dimostrazioni di capacità.

    Questa rappresenta la cosiddetta strategia della zona grigia, attraverso la quale Pechino può aumentare progressivamente il costo politico e militare per Taiwan senza oltrepassare necessariamente la soglia di una guerra aperta.

    Questo insieme di iniziative presenta anche un vantaggio in quanto consente alla Cina di testare le proprie forze, raccogliere informazioni, reazioni taiwanesi e statunitensi e mantenere costante la pressione senza assumersi immediatamente i costi enormi di un’invasione.

    In più andrebbe tenuto nella debita considerazione anche un altro un altro elemento fondamentale, come la possibilità che una crisi contemporanea in Medio Oriente potesse ridurre temporaneamente l’attenzione e le risorse disponibili degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico. Ma dal punto di vista strategico il principio rimane importante, per Pechino, la situazione internazionale rappresenta un elemento da osservare attentamente.

    Una Cina intenzionata a modificare gli equilibri nello Stretto dovrebbe infatti valutare non soltanto la propria forza militare, ma anche il grado di disponibilità degli Stati Uniti ad intervenire e la loro capacità di intervenire a sostegno di Taiwan. È probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’attuale strategia cinese. La costruzione della capacità militare procede insieme alla costruzione della capacità di resistere economicamente a un conflitto. Oro, energia, materie prime, produzione industriale, sicurezza alimentare, catene di approvvigionamento e sistemi di pagamento diventano così parti di una strategia da valutare nella sua interezza.

    In caso di una guerra, la Cina dovrebbe infatti affrontare contemporaneamente diversi rischi: sanzioni occidentali, restrizioni finanziarie, interruzioni commerciali, difficoltà nell’importazione di energia e materie prime e possibile isolamento dai principali circuiti finanziari internazionali. Ridurre preventivamente queste vulnerabilità significa aumentare il margine di manovra dello Stato cinese.

    Questo non significa necessariamente che Pechino abbia deciso di attaccare Taiwan, ma Pechino sembra voler evitare che, qualora una crisi dovesse trasformarsi in conflitto, la vulnerabilità economica possa diventare il principale punto debole del Paese. Per questo motivo sarebbe riduttivo interpretare l’accumulo di oro semplicemente come una scommessa sul prezzo del metallo prezioso. L’oro rappresenta soltanto uno degli elementi di una trasformazione più ampia.

    La Cina sta costruendo contemporaneamente capacità militare, resilienza finanziaria, autonomia industriale e sicurezza degli approvvigionamenti, ed è proprio questa combinazione a meritare attenzione.

    La domanda, quindi, non è soltanto se Pechino abbia deciso di invadere Taiwan nel 2027 ma quanto voglia essere pronta la Cina nel caso in cui una crisi nello Stretto trasformi improvvisamente la competizione geopolitica in uno scontro militare ed economico globale.

    Perché una cosa è ormai evidente: la preparazione cinese non riguarda soltanto la guerra che potrebbe eventualmente combattere, ma riguarda anche la capacità di sopravvivere alla guerra economica che potrebbe seguirla.

  • Preoccupanti celebrazioni balcaniche ed altro

    È comun defetto delli uomini, nella bonaccia, non fare conto della tempesta.

    Niccolò Machiavelli

    Era il 27 agosto scorso quando il generale serbo-bosniaco Ratko Maldić è morto all’età di 84 anni nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aja,nei Paesi Bassi. Arrestato nel 2011, dopo ben sedici anni di latitanza, è stato condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità durante il conflitto in Bosnia. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha condannato Ratko Maldić all’ergastolo nel 2017. Una sentenza la quale è stata confermata in via definitiva in appello nel 2021. “Il boia di Srebrenica” ed “il macellaio della Bosnia” sono stati due soprannomi molto significatici a lui attribuiti in quel periodo. Bisogna sottolineare che la guerra in Bosnia dal 1992 al 1996 ha causato circa 100.000 morti e 2.2 milioni di sfollati.

    Tra il 1992 ed il 1996 Ratko Maldić è stato il comandante dell’esercito della Repubblica Srpska. Nel luglio del 1995, Ratko Mladić pianificò e diresse l’operazione più spietata della guerra nell’ex Jugoslavia. Nonostante Srebrenica fosse una zona protetta dalle forze delle Nazioni Unite, le truppe serbo-bosniache riuscirono ad entrarvi facilmente in pochi giorni. Ma circa due mesi prima, l’11 maggio 1995, il generale cercava di apparire ben diverso, distribuendo delle caramelle ai bambini di Srebrenica e rassicurando i cittadini che non dovevano spaventarsi.

    Invece, anche queste messinscene sono state ben programmate e dovevano coprire il vero piano che Ratko Mladić aveva dettagliatamente ideato. Si trattava di un vero e proprio massacro. Sono stati presi e radunati circa 40 mila cittadini bosniaci di Srebrenica, tra donne, bambini ed anziani. Tutti loro sono stati portati nei territori musulmani del Paese. Mentre i cittadini maschi, compresi i ragazzi dai 12 anni in su, sono stati portati in ambienti circostanti chiusi, soprattutto nelle scuole, ferme per le ferie estive. Tutti loro in seguito sono stati fucilati e sepolti in fosse comuni. La lista delle persone scomparse o uccise in quei giorni a Srebrenica, che è stata compilata in seguito dalla Commissione bosniaca delle Persone Scomparse, era composta di 8.372 nomi.

    Vent’anni dopo, nel 2015, nei dintorni di un villaggio bosniaco sono state ritrovate 6939 salme in una fossa comune. Ma tanti altri luoghi comuni di sepoltura non figurano negli elenchi ufficiali, perché, dopo il massacro, i corpi sono stati di nuovo estratti e messi in altre fosse. E questo più di una volta, per perdere le traccie. Quando è stato reso pubblico un simile, crudele e barbaro massacro hanno reagito anche le istituzioni internazionali. Era il maggio 2024, quando le Nazioni Unite hanno ufficialmente stabilito che l’11 luglio sia la Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.

    Il “boia di Srebrenica”, Ratko Mladić, è stato riconosciuto colpevole di “…persecuzione politica e religiosa, sterminio, omicidio di massa, deportazione forzata, stupri e torture contro le popolazioni non serbe”. Ma il “macellaio della Bosnia” sarà ricordato anche per l’assedio di Sarajevo che durò 1.425 giorni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Si tratta di un’assedio che causò circa 11 mila vittime civili innocenti, senza distinzione d’età. Vittime causate dai cecchini e dai bombardamenti dell’artiglieria serba. In quel periodo Ratko Mladić, il comandante dell’esercito della Repubblica Srpska, non si limitò solo ai cittadini bosniaci. In più ordinò anche il sequestro di circa 200 truppe, note come i caschi blu dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Quei soldati venivano usati poi come scudi umani contro i bombardamenti messi in atto dalla forze della NATO, pur di porre fine alla guerra.

    Da qualche mese fonti mediatiche, riferendosi alle documentazioni ormai rese pubblicamente note, hanno coinvolto anche l’attuale presidente della Serbia, allora un giovane attivista, in quello che è noto come il “turismo dei cecchini” oppure il “Sarajevo Safari”. Si trattava di “imprese” che garantivano a persone facoltose finanziariamente, da vari Paesi europei, di andare nelle periferie di Sarajevo assediata per sparare sui civili inermi. Ovviamente il presidente serbo ha negato tutto, dichiarando: “Non ho mai ucciso né ferito nessuno”. Ma non era accusato di aver sparato. A sparare erano quelli che pagavano. Gli altri erano solo dei sostenitori dei “Sarajevo Safari”.

    Subito dopo la morte di Ratko Mladić, la sua salma, avvolta nella bandiera serba e nel vessillo della Republika Srpska, è stata trasportata a Belgrado il 3 settembre scorso con un volo ufficiale, accompagnata dal ministro della giustizia del governo serbo. A questo trasferimento non si era opposto neanche il MICT (Mechanism for International Criminal Tribunals – Meccanismo per i Tribunali Criminali Internazionali, con sede ad Aia, nei Paesi Bassi; n.d.a.). Secondo MICT la salma era stata “riconsegnata alla famiglia all’aeroporto di Rotterdam” prima del rientro in Serbia.

    La cerimonia funebre si è svolta il 7 settembre scorso nella chiesa ortodossa di San Luca a Belgrado partendo dalle 7 del mattino. Mentre a mezzogiorno il patriarca della Chiesa ortodossa serba ha officiato la cerimonia religiosa funebre per Ratko Mladić. Durante tutta la cerimonia funebre migliaia di persone erano presenti negli ambienti circostanti la chiesa ma anche nelle strade vicine. Fra le persone presenti in chiesa alla cerimonia erano almeno tre i ministri del governo serbo: il ministro alla Giustizia, il ministro della Cultura e quello dei Trasporti e Infrastrutture. Erano presenti anche diverse personalità importanti della Republika Srpska di Bosnia, fra cui il presidente e l’ex presidente Milorad Dodik, deposto alcuni mesi fa, il sindaco di Banja Luka e vari ministri. Nella cerimonia funebre ha preso parte anche l’ambasciatore russo a Belgrado.

    Ovviamente, per delle “ragioni strategiche”, non poteva essere presente il presidente serbo. Lui ha cercato di “rispettare” il processo europeo in cui la Serbia è stata coinvolta da anni. Ma, allo steso tempo però, lui non può ignorare neanche la memoria nazionale che continua a considerare Ratko Mladić un eroe, nonostante sia stato riconosciuto colpevole dei crimini più gravi delle guerre jugoslave, tra cui l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. Ma nella cerimonia, al posto dell’assente presidente della Serbia, era presente il suo figlio.

    I massimi rappresentanti dell’Unione europea hanno reagito subito contro questa cerimonia. Sì perché alla Serbia è stato riconosciuto ufficialmente lo status di Paese candidato per l’adesione all’Unione europea dal 1° marzo 2012. Mentre i negoziati per l’adesione sono stati ufficialmente avviati il 14 dicembre 2015. Il che significa che la Serbia deve rispettare anche il terzo criterio dei Criteri di Copenaghen, cioè quello dell’Acquis communautaire. Un criterio che prevede la capacità di ogni Paese candidato per l’adesione di recepire, applicare e farsi carico di tutti gli obblighi derivanti dalla normativa dell’Unione Europea.

    La Presidente della Commissione europea ed il Presidente del Consiglio europeo hanno rilasciato l’8 settembre scorso una dichiarazione congiunta considerando ‘scioccanti’ le scene verificatesi a Belgrado durante i funerali del criminale di guerra Ratko Mladić. “Segnali di sostegno ufficiale, così come la presenza di alcuni alti funzionari serbi ai funerali, sono profondamente sconfortanti. Essi […] contrastano con i valori alla base del percorso della Serbia verso l’Unione Europea”, hanno affermando i due alti rappresentanti nella loro dichiarazione congiunta.

    Chi scrive queste righe considera veramente preoccupanti le celebrazioni della cerimonia funebre svoltasi a Belgrado il 7 settembre scorso. E nessuno dovrebbe trascurare l’affermazione di Niccolò Machiavelli: “È comun defetto delli uomini, nella bonaccia, non fare conto della tempesta”.

  • Trump un presidente senza vergogna

    Putin ordina una costante escalation dei bombardamenti, e degli attacchi di vario genere, contro la popolazione civile ucraina, gli impianti energetici, vitali per la popolazione specie ora che arriva l’inverno, il presidente americano invita, suggerisce, ordinerebbe se potesse, a Zelensky di non colpire le raffinerie russe!!! Mentre si guarda bene dal dire al suo amico Putin di cessare con le uccisioni dei civili ucraini.

    D’altra parte cosa aspettarsi da un personaggio che vuole annetterei il Canada e la Groenlandia, che auspica l’unificazione delle due Irlande, in totale spregio del suo più stretto alleato britannico, che nega l’aiuto contro gli Houthi ad un altro storico alleato, l’Arabia Saudita, attaccata ed in pericolo proprio per la dissennata guerra iniziata da Trump contro l’Iran senza avere né chiara la situazione reale né come condurla e portarla a termine?

    Cosa dire della più grande potenza militare al mondo, gli Stati Uniti, e dei suoi presidenti che non sono stati capaci di portare l’Afghanistan ad un sistema politico minimamente civile, dopo dieci anni di guerra, che hanno lasciato l’Iraq nel caos, che non hanno sconfitto gli Houthi all’inizio della loro offensiva terrorista? Ora con Trump s’è perso anche il controllo dello Stretto di Hormuz, e non solo, con conseguenze nefaste per gran parte del mondo, e il non aver aiutato l’Ucraina, strizzando l’occhio allo zar russo, ha creato oltre a morti, feriti, distruzioni, danni irreversibili all’unità dell’occidente, all’equilibrio mondiale, ma anche alla battaglia contro la fame e la malnutrizione vista la distruzione di gran parte del terreno ucraino che era il granaio dei paesi poveri.

    Che dire di un presidente che ha messo, tolto, rimesso dazi a tutti gli stati del mondo perdendo ogni giorno più credibilità perché la sera contraddiceva e contraddice quanto ha detto o fatto la mattina e che si affida all’intelligenza artificiale per immaginare azioni di guerra che non è in grado di fare? Un presidente che promette dollari in cambio di voti?

    Mentre speriamo che il popolo americano comprenda come inesorabilmente la loro democrazia si stia rarefacendo, insieme alla libertà ed alle speranze di un futuro migliore, e capisca i pericoli dell’intelligenza artificiale che, come la bomba atomica, non può essere né nelle mani di privati né in quelle di governanti senza scrupoli, cerchiamo anche  noi di comprendere che non possiamo più attendere per dare finalmente corpo e forza ad una Europa politicamente e militarmente in grado di difendersi e che, di conseguenza, il voto a maggioranza, nel Consiglio Europeo, è una necessità urgente.

  • Pensieri

    Da un lato arrivano inquietanti allarmi, dagli addetti ai lavori: se non si interviene subito l’intelligenza artificiale, nel giro di dieci anni, potrebbe distruggere l’umanità, dall’altro la follia naturale intensifica la distruzione dei civili palestinesi, senza riuscire a sconfiggere  Hamas, mentre ormai da anni, e con rinnovata escalation, gli Houthi, non più di centomila soggetti, tengono in scacco le potenze mondiali.
    Dopo quattro anni l’unica concessione avuta da Putin è l’ammissione che l’operazione speciale contro l’Ucraina è una guerra e lo zar, mentre condanna i droni ucraini contro i territori russi come azioni di terrorismo, continua a bombardare, colpire, distruggere, in Ucraina, abitazioni civili, ospedali, supermercati, impianti energetici che danno luce e riscaldamento alla popolazione.

    L’opposizione italiana spara a zero contro il governo e contro la Meloni sostenendo che la riforma elettorale non garantisce, nonostante l’introduzione di alcune preferenze, sufficiente libertà di scelta agli elettori dimenticandosi che, nei molti anni nei quali ha governato e in quelli nei quali è stata minoranza, non ha mai sollevato il problema di ridare ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti.
    C’è un vecchio detto che dice “meglio poco che niente” e questa riforma, che ha tanti lati ancora oscuri, almeno tenta di iniziare un percorso che, noi speriamo, possa un domani portare a leggi elettorali proporzionali e preferenziali perché il bipolarismo, come dimostrano i fatti, non ha dato più libertà e democrazia ma ha allontanato dalle urne la metà degli elettori.

    Se, per la tenuta della democrazia, del diritto, della libertà e della capacità di preservare sentimenti umanamente giusti, le elezioni in Germania preoccupano per la dichiarata simpatia  per Putin dell’ Efd, non ci solleva il morale sapere che anche in Italia, e non solo, complici molti opinionisti e giornalisti sempre a caccia di novità pur di fare audience, nascono e sono pompate formazioni politiche legate con chi vuole indebolire se non distruggere l’Europa per riportarci indietro di decenni le conquiste civili.
    D’altra parte se per vincere le elezioni bisogna promettere soldi, o in contanti o con redditi di cittadinanza, spararle sempre più grosse, per catturare l’attenzione dei tanti che sono e saranno comunque scontenti, ed infilare una sfilza di luoghi comuni o di vere e proprie provocazioni, si capisce bene come il sistema democratico, dagli Stati Uniti a noi, diventi sempre più deteriorato con una classe politica arrogante e molto spesso ignorante ed incapace.

    Una volta si diceva “mal comune mezzo gaudio”, in verità se tutto il mondo, per un motivo o per l’altro, si deve confrontare con governanti confusi, dissennati o senza scrupoli, in gran parte supportati da chi detiene le vere redini del potere e cioè i proprietari della Rete, dell’Intelligenza artificiale, dei satelliti e delle terre rare, di gaudio non ce n’è più per nessuno.

  • Escalation degli scontri lungo i confini del Sudan

    Si intensificano i combattimenti nello Stato del Nilo Azzurro, nel sud-est del Sudan. Le Forze armate sudanesi (Saf) hanno annunciato oggi l’arrivo a Ed Damazin di unità avanzate della Forza congiunta, la coalizione di gruppi armati alleati della giunta al potere, per sostenere le operazioni contro le Forze di supporto rapido (Rsf) e le milizie del Movimento di liberazione del popolo del Sudan – North (Splm-N), loro alleate. Il dispiegamento di rinforzi da parte dell’esercito nel Nilo Azzurro avviene dopo che nelle ultime settimane si sono intensificati gli scontri con le forze dell’alleanza Rsf-Splm-N.

    I combattimenti nella regione sono aumentati dallo scorso febbraio, soprattutto nelle aree sudorientali al confine con l’Etiopia. Il dispiegamento è la seconda ondata di rinforzi che le Saf inviano nel Nilo Azzurro in una sola settimana dopo i recenti progressi ottenuti dalle Rsf e dall’Splm-N: l’alleanza ribelle ha di recente permesso di conquistare Kurmuk e Geissan, due località strategiche vicino al confine etiope, e di rivendicare a stretto giro il controllo delle basi di Bakori e Sorkam lì situate. La conquista di queste posizioni rappresenta un elemento importante nell’evoluzione del conflitto nel Nilo Azzurro, una regione strategica per la sua posizione di confine e per i collegamenti con l’Etiopia. L’esercito sudanese sostiene tuttavia che la fine della ribellione nella regione sia vicina e ha ribadito la propria intenzione di riprendere il controllo dell’intero Stato.

    Si complica intanto anche la situazione sul terreno lungo il confine con il Ciad, dove l’esercito di N’Djamena ha intensificato gli schieramenti e bloccato le rotte desertiche utilizzate per far arrivare armi e combattenti alle Forze di supporto rapido (Rsf). Fonti a conoscenza della questione citate dal quotidiano “Sudan Tribune” riferiscono che lo sviluppo segua l’intercettazione ed il sequestro di veicoli militari appartenenti alla Forza congiunta sudanese dopo il valico di frontiera ciadiano. Le tensioni lungo il confine si sono acuite dopo che lo Stato maggiore dell’esercito ciadiano ha riferito, lo scorso 23 agosto, che presunti droni militari sudanesi o di gruppi alleati hanno colpito un convoglio di veicoli nella regione orientale del Ciad di Ennedi-Est, a oltre 100 chilometri dalla frontiera. Lunedì alcune unità dell’esercito ciadiano hanno raggiunto il luogo degli attacchi aerei e hanno effettuato perlustrazioni di sicurezza nel deserto prima di allestire avamposti temporanei vicino al confine per bloccare le infiltrazioni e impedire che il territorio ciadiano venisse utilizzato come base di appoggio o via di rifornimento. Le forze ciadiane hanno anche sequestrato diversi veicoli blindati e armi a combattenti sudanesi che avevano attraversato il confine con il Ciad, hanno riferito le fonti.

    Secondo quanto riportato in precedenza dai media occidentali, N’Djamena avrebbe schierato circa 100 veicoli militari verso il confine, insieme a sistemi di difesa aerea, per proteggersi dalle incursioni di droni transfrontalieri. Nel Ciad orientale le autorità hanno anche condotto operazioni di accerchiamento e perquisizione in diversi campi profughi sudanesi a seguito di accuse secondo cui alcuni individui avrebbero partecipato a combattimenti in Sudan prima di rientrare oltre confine. Durante le perquisizioni le forze di sicurezza hanno fermato diversi giovani sospettati di essere coinvolti negli scontri. Sono stati poi rilasciati dopo aver firmato un impegno scritto a non intraprendere attività che possano destabilizzare la zona di confine. Le misure di sicurezza rafforzate hanno destato preoccupazione tra le agenzie umanitarie per l’impatto umanitario sui rifugiati sudanesi concentrati negli insediamenti di confine. Il Ciad ospita oltre due milioni di rifugiati sudanesi in 13 campi e centri di accoglienza nella parte orientale del Paese. Molti sono arrivati durante i precedenti conflitti sotto il presidente deposto Omar al Bashir, ma il numero è aumentato vertiginosamente dopo lo scoppio della guerra tra l’esercito sudanese e le Rsf nell’aprile del 2023.

  • Gravi errori di valutazione

    È scontato che non si possa scrivere la storia con i se ma, con il senno di poi (e a volte anche con il senno di prima), si possono individuare decisioni importanti molto sbagliate e con conseguenze drammatiche commesse dai vari leader prima e durante le guerre. Giusto per limitarci al secolo scorso, alcuni errori con risultati catastrofici sono oramai evidenti ai nostri occhi di posteri. Vediamone alcuni.

    Una valutazione totalmente errata fu commessa dai giapponesi quando attaccarono Pearl Arbour. In quegli anni Tokio stava espandendo in maniera che sembrava incontenibile la sua presenza in sud Asia, in Cina e in Corea.  All’epoca, gli americani avevano già occupato le Hawaii e le Filippine e, con l’intenzione di fermare il dilagare giapponese, avevano cominciato a bloccare il transito delle navi del Sol Levante che trasportavano petrolio, acciaio e altre materie prime di cui il Giappone abbisognava e che non produceva al suo interno. In quegli anni la marina e l’esercito giapponese, molto ben sperimentati per le guerre già intraprese, erano sicuramente superiori alle forze armate americane che si erano invece rilassate dopo la fine della prima guerra mondiale. Nella testa dei giapponesi l’attacco a sorpresa contro la marina militare americana avrebbe messo fuori gioco chi impediva la sicurezza dei loro rifornimenti e che nessuna vera guerra sarebbe iniziata, bensì che Washington sarebbe stata costretta ad una negoziazione da una posizione subordinata. Evidentemente la supposizione dei nipponici si dimostrò totalmente sbagliata perché sottovalutarono quanto velocemente gli USA avrebbero potuto far ripartire il loro sviluppo industriale. Il calcolo di Tokio considerava che l’opinione pubblica americana era divisa tra gli isolazionisti che non volevano più guerre e gli interventisti e che i primi avrebbe spinto per qualche accordo. Al contrario, il bombardamento a Pearl Arbour fu determinante per convincere anche i primi che non sarebbe stato possibile non reagire. L’idea di una negoziazione con il Giappone fu vista dal pubblico americano come un tradimento e tutta la macchina industriale fu immediatamente mobilitata per rinforzare esercito, marina e aviazione.  In poco tempo, la capacità bellica degli americani superò quella giapponese e finì come sappiamo.

    Anche in Europa ci fu chi commesse diversi errori di valutazione. Mussolini era conscio che le nostre forze armate non erano pronte per partecipare ad un importante conflitto ma l’eccezionale e rapidissima vittoria tedesca contro la Francia e la presunta debolezza inglese gli fece pensare che se non fosse intervenuto subito, pur avendo atteso fino all’ultimo, non avrebbe potuto sedersi al tavolo della pace con i vincitori per rivendicare qualcosa. Inoltre il suo timore fu che una vittoria solamente tedesca avrebbe posto l’Italia in una Europa egemonizzata da Berlino, con il nostro Paese in posizione evidentemente subordinata ai nuovi dominatori. Fu per questo pensiero che decise di dichiarare guerra alla Francia prima che si arrivasse alla sua resa definitiva. Oggi è chiaro quanto si sia sbagliato. Non fu, tuttavia, l’unico errore commesso dal duce. Per garantirsi un maggiore controllo sui transiti del mediterraneo, controllo indispensabile per garantire contro gli inglesi rifornimenti alle nostre truppe nel nord d’Africa, pensò che la Grecia, che pure era un paese affatto ostile nei confronti del fascismo, poteva essere sconfitta in pochi giorni vista la scarsità di popolazione e forze armate estremamente ridotte. Anche qui il calcolo fu sbagliato e le nostre truppe furono ricacciate in Albania dall’improvvisa e determinata reazione greca di militari e civili. Fu necessario l’intervento in nostro aiuto dell’esercito tedesco per sconfiggere Atene.

    Anche Hitler fece due gravi errori di valutazione. Uno fu, evidentemente, l’attaccare l’Unione Sovietica puntando ad impadronirsi delle materie prime e della florida agricoltura delle regioni russa e ucraine. Era convinto che l’attacco avrebbe colto di sorpresa i sovietici e permesso una rapida avanzata con conseguente vittoria come era stato con i francesi. L’avanzata fu indubbiamente rapida ma ciò che non aveva considerato fu la reazione di Stalin che riuscì a mobilitare in poco tempo milioni di cittadini sovietici e tutta la propria macchina bellica. Il secondo errore fu di dichiarare guerra agli Stati Uniti. Convinto anche lui della superiorità giapponese nei confronti degli americani e indispettito dagli aiuti che costoro davano ai britannici attraverso l’Atlantico si convinse che gli USA, già impegnati nel Pacifico, non avrebbero osato reagire in Europa per rimanere concentrati sul pericolo più immediato. Non considerò che Roosevelt stava da tempo cercando il modo di convincere la propria opinione pubblica che bisognava impedire ai tedeschi di dominare in Europa: ricevere la dichiarazione di guerra dalla Germania fu per lui un regalo inaspettato. Quella decisione hitleriana può essere oggi considerata una delle mosse geopolitiche più stupide del secolo scorso.

    Sugli errori di valutazione commessi dagli americani in Vietnam si è già scritto talmente tanto che è inutile soffermarcisi ancora. In tempi più recenti, tra i calcoli sbagliati più gravidi di conseguenze negative possiamo enumerare l’invasione dell’Afganistan costata vite umane americane e miliardi di dollari con il risultato di una vergognosa fuga e un Paese lasciato nelle mani di barbari vittoriosi. Qui l’errore fu nel non capire le dinamiche interne di quella regione e nel mal valutare le proprie possibilità. La seconda guerra del Golfo è un’altra dimostrazione di come l’ignoranza e la supponenza portino a conclusioni drammatiche.  A parte che ancora prima dell’attacco gli osservatori più avveduti avevano sottolineato come l’eliminazione di Saddam Hussein avrebbe creato uno spazio strategico importante per l’Iran e che per controllare realmente quel paese sarebbero stati necessari ben più delle poche migliaia di soldati o della presenza di qualche società privava a contratto, l’errore più grave fu però quanto si fece dopo la vittoria dichiarata. Gli sbagli furono almeno due. Il primo fu di puntare per il nuovo governo su di un oscuro personaggio fuggito dal Paese anni prima. Era, come si voleva, uno sciita per soppiantare il potere dei sunniti al tempo di Saddam ma si dimostrò senza alcun ascendente sulla popolazione e più sensibile al potere iraniano che a quello statunitense. Il secondo fu di licenziare in blocco tutti coloro che, supposti sgherri di Saddam Hussein, gestivano i gangli dell’amministrazione. Questa mossa, oltre che distruggere l’efficienza dell’apparato statale, creò decine di migliaia di famiglie di disoccupati e fece sì che molti di loro andassero subito a riempire le file dell’ISIS. Le conseguenze di queste scelte scellerate sono diventate evidenti quando era troppo tardi per porvi rimedio.

    Tralasciando molti altri errori di geopolitica, forse meno gravi ma sempre con risultati negativi, arriviamo ai nostri giorni.

    Lo sbaglio più recente e più stupido, dovuto alla superficialità dei decisori e alla carenza di una accurata analisi, è stato la guerra contro l’Iran. Chi conosce quel Paese ha sempre saputo che nonostante esistesse formalmente un capo potentissimo nella persona di Alì Khamenei, la Guida Suprema, costui, anche per meglio gestire le varie forze presenti nell’economia e nella società, aveva saputo diversificare le posizioni di sotto-comando e, pur lasciando il mercato relativamente libero, aveva dato grande voce nel potere economico da un lato alla Guardie Rivoluzionarie e, dall’altro, a diverse Organizzazioni benefiche che in modo clientelare garantivano lavoro e sopravvivenza a centinaia di migliaia di famiglie. Ciò non bastava a procurare un consenso unanime perché le conseguenze delle sanzioni economiche, la corruzione diffusa, la forte inflazione, una recente siccità e l’esagerata invadenza dell’ortodossia religiosa avevano fatto si che fette crescenti della popolazione non ne potessero più del potere del regime. Che ci si trovi di fronte ad un sistema corrotto, repressivo, odiato da una crescente fetta della popolazione è un dato di fatto ed è importante notare che alle ultime manifestazioni di piazza dello scorso gennaio, per la prima volta, anche i commercianti del potentissimo Bazar di Teheran vi avevano partecipato. Tuttavia, il sistema continuava a basarsi, oltre che sulla forza della repressione, soprattutto sul supporto tacito o forzoso della maggioranza della popolazione e sul controllo delle leve economiche. Ciò nonostante, il trend andava verso una inesorabile erosione del potere e la dimostrazione che i vertici se ne rendessero conto furono le ultime elezioni presidenziali che videro una scarsissima partecipazione. Per cercare di mostrare alla popolazione che era in atto un qualche cambiamento (seppur, in sostanza, puramente di facciata) e per tacitare almeno una parte degli oppositori i vertici fecero in modo che fosse eletto Presidente un tale Masoud Pezeshkian, allineato al potere ma presentato come un “moderato”. Fu una mossa allentare anche l’applicazione dell’hijab e permettere che ci fossero donne che circolavano scoperte. Agli osservatori intelligenti e non faziosi erano chiare due cose: che il regime era oramai sulla strada della fine (anche se ciò avrebbe richiesto ancora qualche anno, soprattutto grazie al mantenimento delle sanzioni) e che un attacco dall’esterno simile o peggio di quello avvenuto con i bombardamenti del giugno 2025 avrebbe resuscitato un sentimento di identità nazionale con il conseguente rafforzamento del regime. Certamente, ciò non significa che tutti siano improvvisamente diventati sostenitori del sistema vigente ma, così come succede in un periodo di guerra (vedi Ucraina e Russia e, oggi, perfino nella nostra Europa che, ufficialmente, non è nemmeno in guerra) i margini di libertà per il possibile dissenso spariscono, la repressione si fa più pervasiva e il dissenso è rimandato a dopo la fine del conflitto. La rinascita del nazionalismo si spiega anche con la storia degli iraniani che per tutto il primo novecento erano stati vittime di prepotenze straniere, inglesi soprattutto, ma anche russi e poi americani (vedi il colpo di stato contro Mossadeq). L’errore di valutazione che ha portato alla guerra è stato soprattutto degli israeliani e del Mossad ma è probabile che ci siano stati anche lo zampino della CIA e l’arroganza personale di Trump.

    Il risultato oggi è che gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra che non riescono a portare a termine, che hanno esposto i propri partner a ritorsioni e si sono poi fermati quando i costi reali e possibili sono diventati troppo alti. Come non bastasse, ecco la situazione attuale:  1- che anziché crollare, il regime oppressivi degli Ayatollah ne uscirà rafforzato per almeno un po’ di anni ancora, 2- che gli alleati mondiali degli USA, non interpellati né informati prima dell’attacco, hanno aumentato la loro diffidenza nei confronti del “fratello maggiore”, 3- che il fronte degli avversari degli USA si sta sempre più ricompattando (vedi ad es. l’atteggiamento cinese davanti alle ultime esternazioni trumpiane sull’allargamento delle sanzioni indirette e il nuovo patto di mutua assistenza tra sauditi, turchi e pakistani), 4- che anche i Paesi del Golfo hanno capito che la precedente “protezione” americana cui si erano affidati è diventata più un rischio che una garanzia.

    La crisi non è ancora finita ed è impossibile affermare con assoluta sicurezza quando e come finirà, ma ciò che si vede è che Trump sta cercando, a parte le minacce a vanvera mai realmente mantenute, un’uscita ad ogni costo e che è proprio lui ad avere fretta di chiudere qualche accordo, mentre il tempo gioca a favore degli iraniani.

    Per concludere, gli errori di valutazione che hanno spinto alcuni governi a fare scelte rivelatesi un fallimento sono state tante e nessuno ne ha il monopolio. Errare è umano, si dice, ma questi sbagli hanno causato morti e distruzioni di cose e persone inermi che non avevano preso parte alle decisioni e ne hanno solo sofferto. Forse sarebbe meglio che almeno nelle sedicenti democrazie si stia più attenti a chi andrà a governare. E forse qualcuno dovrebbe dirlo ai burocrati di Bruxelles e ai vari “vertici” dei Paesi dell’Unione Europea.

  • Dovute riflessioni su alcune alleanze e promesse

    Non c’è mai alleanza con chi è potente.

    Fedro

    Dopo la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, ebbe inizio anche il processo dello sgretolamento della stessa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, comunemente nota come Unione Sovietica. La dissoluzione dell’Unione Sovietica è avvenuta tra il 19 gennaio 1990 e il 31 dicembre 1991. Tutte le quindici repubbliche socialiste che allora componevano l’Unione Sovietica dichiararono la loro indipendenza.

    Una di quelle repubbliche era anche l’Ucraina, la cui indipendenza è stata proclamata proprio il 24 agosto 1991, in seguito alla sua approvazione dal parlamento. Una decisione, quella, confermata in seguito anche dal referendum popolare, svoltosi il 1º dicembre 1991.

    Bisogna però evidenziare che nel frattempo in Ucraina sono accaduti degli sviluppi politici che poi hanno permesso di nuovo alla Russia di essere attiva e presente. Nel novembre 2013, in seguito alla decisione del governo di allora di sospendere le trattative in corso per la conclusione di un accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea per raggiungere un’intesa sul libero scambio globale tra l’Ucraina e l’Unione europea, i cittadini sono scesi in piazza. Delle proteste massicce iniziarono nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2013 nella principale piazza Maidan a Kiev, subito dopo alla sopracitata decisione del governo.

    Quelle proteste, note come la rivoluzione ucraina o la rivoluzione di Maidan, continuarono anche all’inizio del 2014. I manifestanti si sono affrontati con la violenza delle forze speciali della polizia, fedeli dell’allora presidente ucraino. Durante le manifestazioni svolte tra il 18 e il 20 febbraio 2014 purtroppo hanno perso la vita decine di cittadini. Il 22 febbraio 2014, dopo la fuga in Russia del presidente ucraino, finirono anche le proteste della piazza Maidan a Kiev.

    Bisogna però evidenziare che la Russia, in seguito a quelle proteste, preparò ed attuò nel marzo 2014 l’annessione della Crimea, la più grande penisola appartenente all’Ucraina, affacciata sul Mal Nero. E, guarda caso, il presidente che ordinò l’invasione della Crimea era proprio l’attuale dittatore russo, Vladimir Putin, che il 24 febbraio 2022 ordinò l’occupazione dell’Ucraina, tramite una cosiddetta “operazione militare speciale”. Tra il 20 ed il 27 febbraio 2014 la Russia inviò in Crimea a prendere il controllo del governo locale dei militari senza simboli di riconoscimento, comunemente noti come “omini verdi”, che indossavano uniformi verdi anonime per nascondere la loro vera identità. Accusata di queste spedizioni, la Russia ha negato tutto.

    L’11 marzo 2014 un nuovo governo filorusso di Crimea, dichiarò l’indipendenza della Crimea dall’Ucraina e chiese l’annessione alla Russia in caso di consenso dal referendum popolare appositamente indetto. Solo cinque giorni dopo, il 16 marzo 2014 si tenne il referendum per decidere sull’autodeterminazione della Crimea. Ebbene quel referendum, con un’affluenza dichiarata dell’84,2% degli aventi diritto al voto, ha proclamato, con il 95,32% dei voti, la vittoria dell’opzione che proponeva l’annessione della Crimea alla Russia.

    In seguito le nuove autorità della Crimea, il 18 marzo 2014, firmarono l’adesione formale alla Russia. Lo stesso 18 marzo 2014 il presidente russo ha firmato il trattato di annessione della Crimea alla Russia. Un’annessione che però è stata fortemente contestata dall’Ucraina. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha altresì contestato l’annessione della Crimea alla Federazione Russa. Il 27 marzo 2014 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che considerava non valido il referendum del 16 marzo 2014.

    Nel frattempo sono passati più di quattro anni dall’invasione russa avviata il 24 febbraio 2022. Da allora decine di migliaia di cittadini inermi, compresi bambini e anziani, hanno perso la vita nei bombardamenti dei centri abitati ucraini e nei combattimenti sul fronte. Anche durante questi ultimi giorni in Ucraina ci sono registrate diverse vittime civili causate dagli attacchi con droni e missili lanciati dalla Russia contro la capitale ed altre città ucraine.

    E proprio oggi in Ucraina si celebra il 35° anniversario dell’indipendenza dall’Unione Sovietica. Sono arrivati a Kiev diversi dirigenti dei Paesi nordici, baltici e dei Paesi della coalizione dei volonterosi, nonché alti rappresentanti dell’Unione europea. Non sono stati presenti invece i rappresentanti ufficiali statunitensi, come avevano confermato in precedenza.

    Mentre alla vigilia delle celebrazioni del giorno dell’indipendenza, la Commissione europea ha ribadito il proprio sostegno alla sovranità, all’indipendenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina, affermando: “Continuiamo a sostenere l’Ucraina nel perseguimento di una pace globale, giusta e duratura e nel suo percorso verso l’Europa”. A fine dello scorso luglio l’Unione europea ha annunciato altre restrizioni, approvando il 21o pacchetto di sanzioni contro la Russia.

    Oggi, durante le celebrazioni del 35° anniversario dell’indipendenza, è intervenuto anche il nuovo premier britannico che, tra l’altro, ha dichiarato, riferendosi all’Ucraina: “Avete supportato 12 anni di aggressione, l’occupazione della Crimea e ora quattro anni e mezzo di invasione, su vasta scala, della Russia. Tutto con l’obiettivo di schiacciare l’indipendenza, che siamo qui a celebrare e spezzare la vostra volontà. Ma oggi, come ogni giorno, dimostrate che [i russi] hanno fallito.”. E sempre oggi l’Unione europea ha annunciato un altro supporto finanziario di 6,1 miliardi di Euro, destinato, tra l’altro, “…a rafforzare la difesa aerea e le capacità ucraina in missili e munizioni”. Il presidente del Consiglio europeo, presente alla celebrazione, ha dichiarato: “Quest’estate, più che mai, possiamo vedere che la guerra sta prosciugando le risorse della Russia. Anche le nostre sanzioni, senza precedenti, stanno avendo un impatto”.

    Durante questi mesi invece il presidente statunitense ha generato non poche preoccupazioni al suo omologo ucraino, non mantenendo determinate promesse per la fornitura di materiali e missili, come era stato ufficialmente concordato. Nel frattempo però il presidente statunitense ha spesso strizzato l’occhio al dittatore russo, con il quale mantiene sempre rapporti di collaborazione.

    E, come sempre, anche l’Ucraina ha attaccato con successo diversi centri produttivi, raffinerie e depositi di carburante in varie aree della Russia. Attacchi che hanno messo in difficoltà il governo russo. In questi ultimi giorni la Russia, noto produttore di greggio, deve comprare carburanti in Paesi come Bielorussia, Kazakhstan ed altri per far fronte alle sue emergenze. Una situazione, quella, che ha costretto alcuni giorni fa il dittatore russo ad accettare una simile situazione. Proprio intervenendo al Consiglio per lo Sviluppo strategico e i Progetti nazionali, lui ha riconosciuto che “le incursioni ucraine contro i siti industriali, le infrastrutture e i centri logistici stanno arrecando un danno effettivo all’economia russa”, pur escludendo delle conseguenze “critiche”.

    Ma durante la scorsa settimana, però, il governo ucraino ha licenziato, nell’ambito della nuova operazione anticorruzione chiamata “Forrest Gump”, la presidente del consiglio di sorveglianza della banca statale Sense Bank. Ragion per cui l’ex ministro della Difesa, destituito più di un mese fa, ha chiesto pubblicamente al presidente ucraino, se avesse delle domande sulla corruzione nel suo governo. Una domanda rimasta però senza risposta.

    Chi scrive queste righe considera che bisogno fare simili riflessioni su alcune alleanze e promesse, riferendosi soprattutto agli accordi fatti e poi disdetti dal presidente statunitense. E aveva ragione Fedro, il noto scrittore della Roma antica, che affermava: “Non c’è mai alleanza con chi è potente”.

  • Aiuti all’Ucraina

    Lo abbiamo scritto e ripetuto dall’inizio dello scellerato attacco di Putin all’Ucraina: un paese aggredito per difendersi deve avere gli strumenti idonei, se non si può difendere dagli attacchi che arrivano dal cielo e se l’aggressore, come ha dimostrato continuamente, cerca di distruggere infrastrutture e abitazioni civili, non fornire all’Ucraina i mezzi necessari significa continuare a contare vittime innocenti.

    In Italia la posizione di Conte, di alcuni suoi degni alleati e di altri più o meno, nel passato o nel presente, in amichevoli rapporti con Putin dimostra quanto sarebbe pericoloso per noi italiani avere certi personaggi, un domani, a governarci.

    Significativo, corretto e centrato l’intervento di Gentiloni, l’ex commissario europeo e presidente del Consiglio si è da sempre, onestamente e consapevolmente, schierato con l’Ucraina condividendo e promuovendo iniziative, sia in Europa che in Italia.

    Gli ucraini hanno dimostrato il loro coraggio e le loro capacità anche nell’innovazione tecnologica ma lo zar russo continua nella sua guerra senza contare neppure i tanti morti russi perciò sarà necessario, per l’Ucraina, colpire le infrastrutture russe, non solo quelle militari, viste le continue distruzioni che i russi commettono verso quelle ucraine ormai da troppo tempo.

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