guerra

  • Riflessioni su Israele

    Non bisogna essere antisemiti per sentirsi indignati da ciò che Israele ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Libano. In spregio a ogni presunto diritto internazionale, quelle carneficine senza fine suscitano un naturale rifiuto anche in chi, per sentimento o per convenienza strategica, guarda con simpatia verso Israele e verso gli ebrei in genere. Purtroppo per loro, l’attuale governo di Tel Aviv fa di tutto per alimentare una condanna mondiale e sembrerebbe che perfino Trump non li sopporti più perché gli stanno impedendo di raggiungere con l’Iran una qualunque pace che gli consenta di salvare la faccia. Tuttavia, non va dimenticato che la società israeliana è estremamente composita e a fianco di forsennati nazionalisti e di insopportabili fanatici religiosi c’è un gran numero di cittadini contrari al comportamento del loro governo. Quando nel prossimo ottobre, come previsto, si terranno le elezioni politiche staremo a vedere cosa sceglierà la maggioranza della popolazione.

    Un osservatore di politica internazionale che comunque voglia essere il più possibile obiettivo deve, almeno nel momento dell’analisi, prendere le distanze dalle istintive reazioni emotive e cercare di capire i punti di vista di tutti gli attori in campo.

    Della prospettiva dei palestinesi e di gran parte delle popolazioni arabe conosciamo da lungo tempo la posizione politica. Sin dalla creazione, certificata dall’ONU, dello Stato di Israele gli originali abitanti di quei territori si sono sentiti defraudati dei loro diritti su quelle terre e ben tre guerre principali, perse, erano già avvenute prima dei terribili fatti del 7 ottobre. Come non bastasse, anche i palestinesi che hanno continuato a vivere all’interno di quel che era diventato Israele nella pratica sono soltanto dei cittadini di serie B e tale condizione è stata ulteriormente confermata con la Legge Fondamentale del 2018, voluta dal governo Netanyahu. Tale Legge ha formalmente espresso essere Israele lo “Stato ebraico” (“solo il popolo ebraico ha il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele” e: “l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo ha uno status speciale” – cioè minore N.D.A.). Per quanto riguarda Hezbollah e Hamas, essi, a differenza di quanto almeno a parole dichiarava l’Autorità Palestinese, sostengono non esserci alcuna possibilità di avere “due popoli, due Stati” perché entrambe sono nate con l’esplicito obiettivo di eliminare completamente Israele e rientrare in possesso di tutto il territorio. Per questo scopo si sono armate e il rinunciare agli armamenti, come richiesto da Washington e Tel Aviv, significherebbe per loro venir meno alla loro stessa ragion d’essere.

    Prima degli avvenimenti del 7 ottobre diversi Stati arabi della zona più il Sudan, il Marocco, il Kazakhistan e il Somaliland avevano deciso di sottoscrivere con Israele un impegno di collaborazione tramite gli Accordi di Abramo. Perfino l’Arabia Saudita sembrava pronta ad aderirvi e, molto probabilmente, l’assalto del 7 ottobre fu pensato proprio per impedire quest’ultima adesione, provocando una esagerata reazione israeliana e creando così una nuova difficoltà politica per la possibile pacificazione. Pacificazione che, non dimentichiamolo, sarebbe stata comunque raggiunta sulle spalle dei diritti dei palestinesi. Inoltre, chi, per motivi di volontà egemonica sul Medio Oriente, non aveva alcun interesse a che la questione trovasse una pur parziale soluzione era l’Iran, che da tempo finanziava e nutriva con armi sia Hezbollah sia Hamas (in barba alle differenze religiose: primi sunniti, i secondi sciiti come l’Iran) accreditandosi quale unico e vero difensore dei palestinesi e dell’Islam.

    Considerato quanto sopra, le ragioni della volontà israeliana di annientare senza pietà le due organizzazioni e distruggere l’Iran sembrerebbero chiare ed evidenti, ma non si possono disconoscere altri motivi che guidano il comportamento di Netanyahu e del suo governo. Indispensabili per garantire la maggioranza sono anche due partiti di estrema destra, uno più nazionalista e l’altro con forte identità religiosa. Tra questi ultimi il leader è l’attuale Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che a febbraio scorso non si è trattenuto dall’affermare che uno dei suoi obiettivi politici è: cancellare i maledetti Accordi di Oslo, smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre la piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania e reintrodurre un’amministrazione militare israeliana nei territori occupati. Nel suo partito (e altrove) ci sono anche fanatici religiosi che prendono alla lettera quanto scritto nel Deuteronomio (20:16–18) e cioè uno dei cinque libri della Torah: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…». È pur vero che molti commentatori dei libri sacri ritengono che quelle parole vadano interpretate in senso riduttivo e non letterale, ma lo stesso problema interpretativo si pone anche con il Corano. Infatti, anche tra i musulmani c’è chi si comporta da fanatico quando parla di Jihad e chi invece cerca un’interpretazione del testo più “conciliante”. È bene ricordare che tra i religiosi fanatici israeliani ce ne sono anche che invocano la guerra ma rifiutano di prestare personalmente il servizio militare. Che dire poi di Ben Gvir, Ministro della Sicurezza nazionale, e dei suoi comportamenti visti in televisione e da lui fatti riprendere e diffondere con disgustosa supponenza?

    Di là dei vari fanatismi, se vogliamo trovare una qualunque giustificazione (?!) strategica alla volontà israeliana di estendere il proprio attuale territorio occorre ricordare che il Paese è circondato a sud e a nord dai nemici armati che ne chiedono la distruzione e che tra un confine e l’altro raggiunge al massino 114 chilometri e al minimo circa 10. Le guerre finora condotte, di cui una addirittura preventiva da parte di Tel Aviv, hanno visto la vittoria dell‘IDF grazie sia al forte sostegno americano sia all’abilità strategica dei suoi generali sia alla dedizione di tutti i cittadini. Nessuno può, tuttavia, dare per scontato che queste condizioni si ripetano e che altri eventuali attacchi di guerrieri altrettanto motivati e armati con mezzi moderni siano sempre automaticamente sconfitti. Invero, se la linea del fronte fosse sfondata, i cento chilometri di retrovie sarebbero ben poca cosa per consentire un contrattacco. Ecco perché, anche se ufficialmente non è ammesso, Israele si è dotata dell’arma atomica e vuole impedire che uno qualunque dei potenziali nemici, vedi Iran, se ne possa dotare. Ecco anche perché, indipendentemente dalle farneticanti dichiarazioni di Smotrich, l’IDF cercherà di non lasciare più i territori altrui che ora sta occupando.

    La logica di ciò che sta succedendo è ben chiara al Presidente libanese Aoun che, se gli fosse possibile, non solo firmerebbe immediatamente per la pace ma sottoscriverebbe volentieri un qualunque trattato di amicizia con Israele per rassicurarla che, da parte libanese, non dovranno mai temere nulla. Purtroppo tutti sappiamo che il governo di Beirut non controlla Hezbollah e che, nonostante i frequenti e ripetuti inviti al disarmo di tutte le forze politiche libanesi dopo la fine della guerra civile, Hezbollah non l’ha mai accettato e si è sempre comportata come uno Stato nello Stato esercitando il proprio potere, anche con la violenza, su certe fette di territorio (vedi il sud libanese e la Bekaa), sul governo e sui nodi infrastrutturali quali l’aeroporto e il porto di Beirut.

    Ovviamente, tutti auspichiamo che i conflitti si concludano presto e che palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, magari in due Stati vicini e confinanti, ma la reciproca diffidenza, gli opposti obiettivi e le recenti stragi stanno costruendo un muro che sarà sempre più difficile abbattere.

  • La guerra in Ucraina, Trump, Putin e l’Europa

    I nuovi eclatanti successi dell’Ucraina, con un crescente uso di mezzi tecnologici innovativi, per difendersi dalla guerra di aggressione di Putin, dimostrano, ancora una volta, la determinazione, il coraggio e le capacità degli ucraini ma anche quanto siano stati improvvidi e pusillanimi i paesi occidentali, Stati Uniti in testa, a non dare subito agli ucraini i mezzi adeguati per potersi difendere e contrastare Putin sul suo stesso terreno.
    Se l’Occidente si fosse mosso con più coraggio ed immediatezza oggi non saremmo a quattro anni di guerra e centinaia di migliaia di vittime sarebbero state risparmiate.

    Intanto Putin continua ad intensificare gli attacchi, a distruggere edifici civili mentre aumentano i morti ed i feriti tra la popolazione ucraina colpita da missili sempre più potenti, lo zar non può ammettere i suoi innumerevoli errori e continua la guerra nel totale, consueto, disprezzo della vita umana.

    La crisi economica ormai dilaga in Russia e Putin dovrà prima o poi fare i conti con il suo popolo che sta affrontando ogni giorno nuovi problemi e difficoltà, solo Trump sembra non capire e continua a sognare alleanze ed affari con l’amico russo inviando i suoi “famigli“ solo in Russia.

    Dopo i nuovi devastanti attacchi russi siamo come sempre a fianco del coraggioso popolo ucraino mentre appare sempre più evidente che le simpatie dimostrate da alcuni verso Putin sono una palese prova di come, anche da noi, il concetto di democrazia e giustizia sia sempre più labile.

    Speriamo che i vari dietro front del presidente americano, la sua politica ondivaga e pericolosa, portino, in tempi brevi, l’Europa a diventare quella forza politica, militare ed economica che i cittadini europei aspettano da decenni, per la sicurezza dei nostri Stati che di quella dei nostri vicini.

  • La crisi nel Golfo Persico colpisce l’industria chimica europea

    La guerra nel Golfo Persico sta aggravando la crisi dell’industria chimica europea, già colpita da alti costi energetici, domanda debole e concorrenza dei produttori cinesi a basso costo, riferisce il “Financial Times”, citando il caso del porto di Rotterdam, uno dei principali cluster chimici al mondo, dove due delle dieci aziende presenti hanno chiuso impianti nell’ultimo anno. Il conflitto in Medio Oriente ha offerto una temporanea tregua ad alcuni produttori europei, interrompendo l’attività di impianti cinesi dipendenti da materie prime provenienti dal Golfo, ma ha anche spinto al rialzo i costi dell’energia e aumentato la volatilità di input critici come la nafta. “Gli sviluppi in Medio Oriente stanno spingendo ancora più in alto i costi energetici, rafforzando quanto Regno Unito ed Europa restino esposti agli shock esterni”, ha dichiarato Peter Huntsman, amministratore delegato di Huntsman Corporation. Secondo Cefic, l’associazione europea dell’industria chimica, le chiusure di impianti in Europa sono aumentate di sei volte negli ultimi 4 anni, causando la perdita di quasi un decimo della capacità produttiva del continente e colpendo direttamente circa 20mila posti di lavoro.

    Gli investimenti nel settore chimico europeo sono calati di oltre l’80 per cento lo scorso anno. I dirigenti del settore indicano tra le cause principali gli alti costi dell’energia, già prima della guerra mediamente almeno doppi rispetto a Stati Uniti e Cina, ma anche lentezze autorizzative, infrastrutture obsolete e sovraccarico burocratico legato alla legislazione climatica dell’Ue. Le chiusure minacciano la capacità europea di produrre materiali essenziali, dal cloro per la potabilizzazione dell’acqua ai fenoli usati nei circuiti stampati. Il problema è particolarmente grave perché gli impianti chimici europei operano spesso in cluster integrati, nei quali il sottoprodotto di un’azienda diventa materia prima per un’altra. A Rotterdam, la chiusura degli impianti di Tronox e Westlake ha ridotto la domanda di cloro prodotto da Nobian: un eventuale stop anche di questo impianto costringerebbe altre aziende locali a importare input essenziali, aumentando ulteriormente i costi. Secondo il “Financial Times”, il rischio riguarda l’intero sistema industriale europeo, dato che Rotterdam è collegata ad Anversa e ai poli tedeschi del Reno e della Ruhr, centrali per l’industria pesante e automobilistica.

    Prima della crisi nel Golfo, i produttori europei erano già sotto pressione per l’eccesso di offerta cinese, alimentato dal rallentamento dell’economia cinese e dai dazi statunitensi, che hanno spinto maggiori volumi verso il mercato Ue. Molti impianti cinesi hanno dichiarato forza maggiore a causa della guerra, ma il sollievo per l’Europa potrebbe essere temporaneo. Un rapporto di Atradius prevede che la produzione chimica in Ue e Regno Unito calerà del 2,2 per cento nel 2026, 1,8 punti percentuali in più rispetto alle stime precedenti alla guerra. Secondo LyondellBasell, i costi energetici del suo impianto di Rotterdam sono oggi tre volte superiori a quelli dei siti statunitensi e potrebbero raddoppiare se l’Ue procederà con l’inasprimento del sistema Ets.

  • Quello che Trump e la sua amministrazione non hanno ancora compreso

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Da sempre gli Stati Uniti temono un’alleanza euroasiatica. La sola idea di un’alleanza o una stretta cooperazione tra Europa e Russia rappresenta da sempre un incubo geopolitico per gli Stati Uniti e si è sempre confermato il pericolo da scongiurare attraverso le strategie statunitensi adottate fin dall’inizio del XX secolo. Questa prospettiva, spesso citata in ambito geopolitico, si basa sull’idea che un’unione tra le risorse naturali russe e la capacità industriale e tecnologica europea (specialmente tedesca) creerebbe un polo di potere eurasiatico in grado di sfidare direttamente l’egemonia globale degli Stati Uniti .All’interno di questa strategia politica la stessa funzione della NATO, necessariamente, ha ricalibrato i propri obiettivi politici e strategici, ridefinendo i veri ed inconfessabili traguardi dell’Alleanza Atlantica, e cioè “Tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”.

    Questa strategia mirava ad impedire che la Russia espandesse la propria influenza nel continente europeo e che conseguentemente le potenze europee potessero allontanarsi e smarcarsi dall’orbita statunitense. Ora, nel più assoluto delirio, Trump minaccia di creare le basi proprio per una riedizione nel terzo millennio proprio di quella Alleanza tra Europa e Russia tanto temuta nel secolo precedente ma che molto probabilmente si potrebbe creare una volta finito il conflitto in Ucraina.

    Questa inversione di priorità dell’amministrazione statunitense di Trump renderebbe di nuovo economicamente vantaggioso un avvicinamento tra Europa e Russia e sarebbe per gli Stati Uniti sicuramente un suicidio in politica estera e strategia economica. Se, come è, il terrore degli Stati Uniti rimane un riavvicinamento dell’Europa alla Russia, sintesi di capacità industriale e risorse energetiche, persino la Cina potrebbe risultarne danneggiata.

    Questa Alleanza potrebbe poi estendersi anche al Medio Oriente, soprattutto nella prospettiva di una frammentazione degli organi di rappresentanza dei paesi produttori di petrolio (Opec), rendendolo un alleato tecnico in grado di fornire energia al posto dello shail oli statunitense a prezzi assolutamente fuori mercato.

    Il paradosso di una politica senza visione viene rappresentata proprio da “America First” attraverso la quale Trump ha cercato di isolare l’Europa dalla Russia per preservare la propria egemonia, promuovendo nel contempo una sudditanza energetica europea a favore di quella statunitense ma con dei costi decisamente superiori rispetto a quelli del “nemico” russo.

    Ma ora, abbandonare l’Europa ritirando un numero cospicuo di militari dalle basi Nato, significherebbe ricreare le condizioni energetiche ed economiche per riavviare un avvicinamento dell’Europa con la ‘nuova Unione Sovietica’, rendendo così vani tutti gli sforzi delle amministrazioni americane precedenti Questo  per gli Stati Uniti rappresenta il vero pericolo tanto a livello economico che geopolitico, che l’attuale presidente Trump ovviamente non ha ancora minimamente compreso, continuando a minacciare il ritiro dei propri soldati dalle basi Nato.

    Minacciare i propri alleati storici rappresenta un suicidio politico, strategico ed economico, che un qualsiasi politico, anche se di modeste competenze, eviterebbe accuratamente di prospettare anche se solo come una forma di pressione.

  • Aspettative

    La vita è una rincorsa di giorni che a volte sembrano lasciare le cose immutate ed immutabili ed altre volte ci pongono di fronte ad eventi che stravolgono, in tutto o in parte, quello che conosciamo, o che crediamo di conoscere.

    Anche le persone migliori a volte commettono errori.

    Anche le persone peggiori a volte, molto raramente, commettono qualcosa di buono.

    Nelle ultime ore ho pensato molto, rifacendo anche pensieri già meditati nel recente passato, e con tutta la buona volontà non ho trovato gran che di positivo tra le molte parole dette e le azioni compiute dal Presidente Trump, con buona pace di chi pensava, fino a poco tempo fa, che fosse un interlocutore credibile, un alleato affidabile, un politico di spessore, dopo essere stato un imprenditore d’assalto.

    Chi è Trump abbiamo cominciato a vederlo con i suoi comportamenti e tradimenti verso l’Ucraina, le sue strizzate d’occhio a Putin, ma qualcuno rimaneva restio a comprendere, poi sono arrivate le sue piroette sui dazi, le sue minacce su tutto e tutti, le sue ridicole performance travestito da Gesù, Papa e re, le scellerate dichiarazioni sulla sparizione dell’Iran, i suoi propositi di annettersi Cuba piuttosto che la Groenlandia, la velleità di uscire dalla Nato ed ora l’annuncio di voler togliere i soldati americani da vari paesi europei, Italia compresa.

    Non ci sentiamo di fare ulteriori commenti, sul Patto Sociale la nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio, ma ci sentiamo di augurare a tutti gli americani, ed in particolare ai repubblicani, di trovare la strada legale e democratica, attraverso il congresso ed ogni organismo deputato alla difesa della legalità, per impedire ad una persona pericolosa di continuare a nuocere al suo Paese ed al resto del mondo.

    Nel frattempo l’Unione Europea, come abbiamo detto e scritto per anni, trovi finalmente la capacità di dare seguito alle tante parole e promesse: l’Unione politica ed energetica, l’esercito e la difesa comune non possono attendere, ogni ulteriore indugio mette in pericolo i nostri popoli, la democrazia e la libertà anche dei nostri vicini.

  • Kim Jong Un praises troops who ‘self-blasted’ to avoid capture by Ukraine

    Kim Jong Un has praised North Korean soldiers who killed themselves by detonating their grenades while fighting for Russia against Ukraine, confirming a long-suspected battlefield policy.

    In a speech this week, the North Korean leader said those who “unhesitatingly opted for self-blasting, suicide attack, in order to defend the great honour” were “heroes”.

    South Korea estimates at least 15,000 North Koreans have been sent to help Russia recapture parts of western Kursk, and more than 6,000 have been killed so far. Neither Pyongyang nor Moscow have confirmed the numbers.

    Intelligence agencies and defectors have said the soldiers were under Pyongyang’s orders to kill themselves rather than be taken prisoner by Ukraine.

    “Their self-sacrifice expecting no compensation, and the devotion expecting no reward… This [is] the definition of the height of loyalty of our army,” Kim said in Pyongyang on Monday as he unveiled a memorial for fallen troops, state media KCNA reported.

    Russian Defence Minister Andrey Belousov and the speaker of Russia’s parliament, Vyacheslav Volodin, were among those who attended the event.

    In North Korea, soldiers are taught that being captured is an act of treason.

    Earlier this year, South Korean broadcaster MBC aired a programme featuring two North Korean prisoners of war in Ukraine, one of whom said on camera he regretted not taking his own life.

    “Everyone else blew themselves up. I failed,” the prisoner said.

    Seoul’s National Intelligence Service said last year they found memos on deceased North Korean soldiers that point to this extreme practice.

    In his speech on Monday, Kim also praised those who died in combat.

    “Those who fell in the vanguard of charges and those who writhed in frustration at the failure to fulfill their duties as soldiers who were given orders, rather than in pain in their bodies torn by bullets and shells – they too can be called the party’s faithful warriors and patriots,” Kim said.

    In June 2024, Russian President Putin and Kim signed a deal pledging that their countries would help each other in the event of “aggression” against either country. At the time, Kim hailed the treaty as the “strongest ever”.

    Besides sending soldiers, North Korea also promised to send thousands of workers to help rebuild Kursk.

  • Distrazione di massa o situazioni surreali?

    Il nuovo attentato a Trump, poi ci spiegheranno, se lo faranno, come mai il presidente ed il vicepresidente erano, con il rischio ipotetico che ne consegue, presenti alla stessa manifestazione, dimostra che i servizi di sicurezza o non sono all’altezza del compito, visto che per la seconda volta non bloccano l’attentatore, o che c’è qualcosa di non molto chiaro.

    Comunque l’attentato occupa l’attenzione di cittadini e media più di quanto sta veramente accadendo nei vari fronti di guerra.

    In Italia, e non solo, l’attenzione al caso Minetti, sinceramente ci eravamo dimenticati della sua esistenza, rinfocola, se ce ne era bisogno, polemiche, anche ridicole, togliendo attenzione a ben più importanti problemi che il nostro Paese deve affrontare.

    Certo commentare ogni scandalo, grande o piccolo, è più semplice rispetto all’impegno che si dovrebbe mettere per valutare le nuove leggi, più o meno complete, che stanno andando in vigore e quelle che aspettano di essere varate, come la riforma elettorale, comunque è necessario arrivare al nocciolo del problema e cioè se qualcuno ha sbagliato e chi.

    Il clamore svia l’attenzione delle persone ed ogni pretesto è buono per aggiungere confusione a confusione, una volta di più ci si chiede se chi indaga o chi deve vigilare, in ogni campo, lo fa seriamente o meno.

    Come in tutte le cose potrebbero esserci anche riflessi positivi: Trump, dopo l’attentato, capisce che sta esagerando e comincia a moderare il suo linguaggio che porta all’insofferenza anche le persone miti, i servizi americani si riorganizzeranno meglio, chi indaga in Italia diventerà più accorto e meno superficiale, i controlli all’estero impediranno che ci siano scorrette procedure di adozione etc etc

    Siamo ottimisti? Sì, incorreggibili ottimisti ma, essendo anche realisti, sappiamo bene che, almeno per ora, non dobbiamo aspettarci nulla di particolarmente positivo e tutto continuerà come prima, intanto qualcuno si ricorda che c’è ancora la guerra in Ucraina?

  • Riprendono gli scontri tra giunta militare filorussa e ribelli terroristi in Mali

    Proseguono in Mali gli attacchi coordinati lanciati da diversi gruppi armati. Esplosioni e sparatorie sono state segnalate a Bamako, la capitale, e nel sobborgo di Kati, sede di una base militare, nonché a Gao e nelle città centrali di Sevare e Mopti. Gli scontri sono ripresi oggi a Kidal, nel nord, dove il Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla) dei ribelli tuareg sostiene di aver raggiunto un “accordo” sul ritiro dei militari russi dell’Africa Corps, che supportano le forze armate maliane: secondo l’Fla, che rivendica il controllo della città, i militari russi starebbero lasciando il Campo 2 di Kidal.

    Il capo della giunta militare al governo del Mali, Assimi Goita, è stato evacuato da Kati dopo l’attacco di ieri e trasferito in un luogo sicuro. Uno dei membri della giunta è rimasto ferito: è stato colpito da due proiettili, che sono stati estratti ieri sera in una clinica della capitale. “Rfi”, inoltre, sulla base di fonti militari e della famiglia, conferma la morte del ministro della Difesa Sadio Camara, bersaglio di un attentato suicida con un camion che ha colpito la sua abitazione. Nell’attentato sono stati uccisi anche una delle sue mogli, due figli piccoli e diversi civili.

    I militari russi dell’Africa Corps a Kidal hanno “respinto quattro attacchi massicci contro la postazione principale, nonché contro le postazioni del perimetro difensivo esterno”, attacchi sferrati da un migliaio di militanti “dotati di oltre 20 veicoli corazzati da combattimento, più di 80 pick-up, droni Fpv e mortai, e operanti con il supporto di istruttori ucraini”. Lo riferisce un comunicato dell’Africa Corps. Secondo la nota, “in un solo giorno sono stati distrutti: con fuoco di artiglieria e mortai, 12 pick-up con personale e armi, per un totale stimato fino a 50 militanti” e “32 combattenti negli scontri a fuoco”. “Diversi avamposti sono stati evacuati; alcune unità si sono riorganizzate e ritirate verso posizioni più favorevoli all’interno dell’insediamento”, prosegue l’Africa Corps spiegando che “il gruppo corazzato del distaccamento è stato parzialmente accerchiato dai militanti durante la giornata e, insieme ai soldati dell’esercito maliano, ha distrutto quattro pick-up con personale e armi”.

    “Uno degli avamposti ha combattuto per tutta la giornata in completo accerchiamento, separato dalle forze principali a una distanza di sei chilometri, distruggendo sei pick-up con equipaggiamento militare; un pick-up è stato catturato insieme ad armi e munizioni”, precisa il comunicato. Gli attacchi, iniziati ieri e ripresi oggi in varie località del Paese, sono stati sferrati dal Fronte di liberazione dell’Azawad dei ribelli tuareg in coordinamento con i jihadisti del Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (Jnim). L’Fla ha rivendicato il controllo della città di Kidal e sostenuto di aver raggiunto un “accordo” sul ritiro dell’Africa Corps dal Campo 2.

    Il portavoce del Fronte di liberazione dell’Azawad, Elmaouloud Ramadane, ha parlato all’emittente britannica “Bbc” del “coordinamento” con i jihadisti del Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani. “Lavoravamo a questa operazione da molto tempo, in modo ben pianificato e, di fatto, in collaborazione”; “è difficile trovare una soluzione senza la loro partecipazione, e c’è stato coordinamento”, ha detto Ramadane. Il portavoce ha aggiunto che “tutti i punti di accesso di Gao sono caduti, ma gli accampamenti dell’esercito sono rimasti intatti”. Anche il gruppo Jnim, in un comunicato, ha confermato che gli attacchi facevano parte di un’operazione congiunta con l’Fla. Secondo fonti dell’emittente, l’Fla si è concentrato principalmente sulle città del nord, mentre Jnim sferrava attacchi simultanei in altre aree.

    Un comandante sul campo dell’Fla coinvolto nell’assalto a Kidal ha dichiarato alla “Bbc” che il gruppo si stava preparando all’offensiva “da mesi” e che ora punta a “controllare Gao” per poi “far cadere Timbuctù”. L’esercito del Mali ha dichiarato di combattere quelli che ha definito “gruppi terroristici”, che sarebbero stati “sconfitti” con “diverse centinaia” di morti. A Bamako sono stati istituiti posti di blocco sulle strade che conducono all’aeroporto ed è stato imposto il coprifuoco dalle 21 alle 6 (ora locale) per le prossime tre notti. Il Mali è governato da una giunta militare filorussa guidata dal generale Assimi Goita, che ha preso il potere con un colpo di stato nel 2020 in un contesto critico per la sicurezza, per l’azione dei ribelli tuareg e dei militanti islamisti.

    L’Unione europea, in una nota del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), ha condannato fermamente gli attacchi terroristici nel Paese africano, porgendo le condoglianze alle famiglie delle vittime e alle autorità maliane, ed esprimendo solidarietà al popolo maliano. L’Ue ha ribadito la sua “determinazione nella lotta al terrorismo” e il suo “impegno per la pace, la sicurezza e la stabilità in Mali e in tutto il Sahel”.

    La Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeo), in un comunicato di condanna e cordoglio, ha dichiarato che “questi atti atroci dimostrano ancora una volta la natura barbarica degli autori, che continuano a minacciare la pace, la sicurezza e la stabilità dell’intera sub-regione dell’Africa occidentale”, dichiara l’organizzazione. La Cedeao ha espresso “piena solidarietà al popolo e alle autorità” del Mali e ha invitato “tutti gli Stati, le forze di sicurezza, i meccanismi regionali e le popolazioni dell’Africa occidentale a unirsi e mobilitarsi in uno sforzo coordinato per combattere questo flagello”.

    Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso preoccupazione, condanna e solidarietà, sottolineando la necessità di proteggere i civili e le infrastrutture civili. Guterres ha chiesto “un sostegno internazionale coordinato per affrontare la crescente minaccia dell’estremismo violento e del terrorismo nel Sahel e per far fronte agli urgenti bisogni umanitari”. Gli Stati Uniti, attraverso l’ufficio Affari africani del dipartimento di Stato, hanno condannato l’accaduto e inviato “condoglianze alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che sono stati colpiti”. “Ci schieriamo al fianco del popolo e del governo maliano di fronte a questa violenza. Gli Stati Uniti rimangono impegnati a sostenere gli sforzi per promuovere la pace, la stabilità e la sicurezza in tutto il Mali e nella regione”, si legge in un messaggio pubblicato su X.

  • Iran, USA, Israele: quale futuro?

    Riprenderanno, oppure no, le negoziazioni per Iran e Libano? E quando (e se) riprenderanno quali risultati potrebbero ottenere? Il cessate-il-fuoco già sarebbe qualcosa, ma al suo scadere? Rimarrà un perenne armistizio come successo con la guerra di Corea? Sembra piuttosto improbabile. Innanzitutto perché le situazioni geografica e politica sono molto diverse e poi perché le ragioni che hanno scatenato queste guerre sono enormemente diverse da quelle che videro scoppiare il conflitto coreano.

    Partiamo dalla questione iraniana.

    I due attaccanti, Israele e USA avevano in comune solo alcuni obiettivi: far cadere il regime per sostituirlo con uno accomodante ai desideri dei vincitori, distruggere la maggior parte delle capacità missilistiche offensive degli iraniani e porre fine ai suoi finanziamenti verso i proxi in Libano, a Gaza e altrove. Inoltre, si voleva che Tehran accettasse ufficialmente e definitivamente l’esistenza dello Stato di Israele. Per gli Stati Uniti, inoltre, un vero obiettivo era di ottenere la fine delle forniture di petrolio alla Cina e, soprattutto, che non venissero più fatte attraverso pagamenti in Yuan, confermando altresì l’uso del dollaro. Come comunicazione alle opinioni pubbliche la narrativa di entrambi era che lo scopo principale della guerra fosse impedire all’Iran di costruirsi la bomba atomica e, perfino con una certa ipocrisia, che un nuovo governo applicasse i diritti civili e umani verso la popolazione.

    Ebbene, se tutti questi erano gli obiettivi, nessuno di loro è stato raggiunto e, visto l’andamento del conflitto, non si capisce come potrebbero esserlo in un prossimo futuro. Oggettivamente, qualunque serio e onesto osservatore di politica internazionale e qualunque politico avveduto sapevano che si trattasse di obiettivi irraggiungibili ancora prima che cominciassero i bombardamenti. Obiettivi magari desiderabili, ma impossibili ad ottenersi per almeno due motivi. Il primo dovuto al ferreo controllo che le Guardie Rivoluzionarie hanno sull’economia e sugli armamenti del Paese. Il secondo perché, pur se una parte della popolazione non sopportava più il regime degli Ayatollah, un attacco dall’esterno avrebbe ricompattato (per vari motivi storici e culturali) la stragrande maggioranza dei cittadini attorno al governo nazionale, qualunque esso fosse.

    Perché, allora, Israele e Stati Uniti hanno comunque cominciata una guerra che non potevano vincere? La risposta, purtroppo, è nello stesso tempo sconfortante e semplice: per un misto di ignoranza e di malafede. L’ignoranza viene sia da inefficienti (o bugiardi?) servizi segreti che avevano dipinto l’”operazione” come facilmente fattibile e breve nel suo impiego, sia dalla presunzione del Presidente americano che, sopravvalutando sé stesso e le sue intuizioni personali, non ha ritenuto di considerare le giuste osservazioni e gli avvertimenti espressi da chi era più competente di lui. La malafede è soprattutto nel leader israeliano Netanyahu che conosceva la diffidenza contro l’Iran di tutta la popolazione ebraica del suo Paese e aveva bisogno di recuperare un po’ di consenso ma anche, magari, di allontanare a tempo indefinito il processo cui dovrebbe sottoporsi con la sicura sua condanna che ne potrebbe derivare.

    Ora è certamente possibile che i negoziati non trovino alcuna vera soluzione e che il conflitto ricominci. Un’invasione di terra sarebbe un massacro per i soldati americani ma Netanyahu potrebbe desiderarlo, indifferente alle conseguenze in termini di spreco di risorse, di vite umane e delle conseguenze terribili per le economie di tutto il mondo. Non è così per Trump. Quest’ultimo vorrebbe uscire il più presto possibile dalla trappola in cui si è trovato, ma non può farlo senza poter comunicare una qualche “vittoria” alla sua opinione pubblica, già pesantemente incattivita per i pessimi risultati economici e per essersi sentita trascinata in una guerra che considerano lontana e del tutto inutile per i propri interessi. Senza contare che la sua campagna elettorale fu basata sulla volontà di non fare più guerre e sulla critica a quelle iniziate da altri Presidenti. Malauguratamente per lui, comunque si chiuda, questa guerra è già persa ma deve trovare il modo di uscirne senza presentarsi formalmente come sconfitto. Va considerato che il tempo gioca a suo sfavore mentre gli iraniani sembrano disposti, anche per altre settimane, ad affrontare nuovi e pesanti sacrifici. Senza contare che, se anche si riuscisse a far cadere il Governo di Tehran, ne nascerebbe una guerra civile con esiti ancora più dannosi per la stabilità medio-orientale e per le economie di tutto il mondo. Come uscirne allora? Di là dalle rodomontiche dichiarazioni di Trump, il pallino è oggi nelle mani dei Pasdaran. Avendo subito una aggressione che ritengono giustamente di non aver provocato, oggi pretendono che gli USA si impegnino a finanziare la ricostruzione di tutti i danni subiti, la firma di un patto permanente di non aggressione, la vendita senza ostacoli del petrolio iraniano e dei suoi derivati e un accordo per la gestione libera dello stretto di Hormuz. Dovrebbe anche essere prevista l’eliminazione della maggior parte delle sanzioni attualmente in vigore e la restituzione del denaro iraniano ancora bloccato presso banche estere. In cambio, Tehran potrebbe accettare di rinunciare per sempre alle armi nucleari e di abbassare tutto il suo stock di uranio arricchito a un massimo di concentrazione del 3/4 percento. Il restante potrebbe essere conferito a un consorzio di cui farebbero parte Cina, Russia, Stati Uniti e i vicini del Golfo Persico eventualmente interessati.

    Ovviamente, in ogni negoziazione tutto può essere ri-discusso ma già una soluzione che parta dalla proposta di Tehran riguardo alla questione del nucleare potrebbe salvare la faccia di Trump e consentirgli di vantare una qualche vittoria da vendere alla propria opinione pubblica. Di sicuro Netanyahu farà tutto ciò che gli sarà possibile per far fallire ogni trattativa ma il costo politico ed economico di questa guerra è già troppo gravoso per gli americani e, nonostante le pressioni della lobby israeliana, Trump non può permetterselo.

    Per quanto riguarda il Libano e i bombardamenti israeliani la questione è molto diversa. In questo caso solo Israele è direttamente impegnata e quanto sta facendo in totale spregio delle vittime civili e delle distruzioni inutili, corrisponde esattamente a quanto ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Cisgiordania. Anche da Tel Aviv arrivano una spiegazione ufficiale e una (seconda) reale. La giustificazione raccontata è che sia indispensabile distruggere definitivamente le capacità offensive di Hamas e di Hezbollah, due organizzazioni che sono nate espressamente con lo scopo di “far sparire” Israele in quanto Stato. Questa motivazione ha una sua verità poiché è da anni che le due organizzazioni continuano a colpire con missili più o meno dannosi i territori e la popolazione israeliana. Ritenere dunque che i militanti di entrambe siano solo delle vittime è del tutto fuorviante. I bombardamenti e le uccisioni non riguardano però soltanto i guerriglieri ma colpiscono tanti palestinesi innocenti che magari neppure erano (almeno prima di ora) fiancheggiatori di Hamas o di Hezbollah. Come non bastasse, tra le vittime dei bombardamenti in Libano ci sono anche cittadini libanesi che nemmeno sono originari palestinesi e che non hanno nessuna colpa né hanno nutrito sentimenti ostili contro Israele. Qual è la seconda ragione di questa guerra che si affianca alla precedente? È quella che solo una frangia della popolazione israeliana osa pronunciare ad alta voce e che i coloni abusivi mettono in pratica: una pulizia etnica e la realizzazione della Grande Israele! Sembra incredibile che in un Paese che abbiamo sempre definito quale “l’unica democrazia del Medio oriente” si coltivi un tale proposito ma è ancora più incredibile che l’Europa non condanni come inaccettabile e condannabile quel comportamento. Dove sono quei “valori” che continuiamo a definire fondanti della nostra civiltà? Perché applicare sanzioni enormi alla Russia per presunte colpe molto meno catastrofiche e nulla fare verso atteggiamenti criminali eseguiti in barba non solo al “diritto internazionale” ma anche al senso comune? L’idea di “pulizia etnica” è diventata estranea alla nostra cultura perfino per quantità di popolazioni molto più ridotte, come possiamo accettare che la si rivolga contro addirittura milioni di persone che da millenni vivono in quelle zone? Tuttavia, cosa pensano di farne quegli ebrei ultra-nazionalisti religiosi che seguono i dettami del loro libro sacro (Deuteronomio 20:16-17 – Nelle città della terra promessa: “non lascerai in vita nulla che respira”) e vedono Amalek in ogni nemico? Ucciderli tutti? O mandarli altrove? E dove?

    Anche se Hamas e Hezbollah fossero distrutti completamente, la verità è che, nell’impossibilità fisica di attuare un genocidio che alcuni fanatici (fortunatamente pochi) auspicano, il problema della convivenza su quelle terre rimarrà irrisolto e nuovi adepti anti-israeliani spunteranno tra la popolazione palestinese. L’unica soluzione vera che porrebbe fine a ogni atto di guerra e di terrorismo sarebbe la co-esistenza dei due Stati: Israele e Palestina, con reciproco riconoscimento e possibili collaborazioni. Purtroppo, oltre a diffusa ostilità tra gli attuali israeliani e tra molti palestinesi verso questa ipotesi, la presenza di almeno 750.000 coloni abusivi che hanno occupato con la violenza terre e abitazioni di palestinesi in Cisgiordania rende quasi impossibile poterlo fare. Quale geografia potrebbe avere uno Stato Palestinese? Qualunque governo a Tel Aviv che volesse provare a ri-trasferire dentro Israele i coloni abusivi pesantemente armati finirebbe con lo scatenare una guerra civile.

    Il problema è che tra israeliani e palestinesi nessuno dei due ha tutte le ragioni o tutti i torti e nessuno riesce, purtroppo, a immaginare come risolvere definitivamente la questione.

  • Il boomerang di Putin

    Mandando il suo accolito Vladimir Solovyev, giornalista noto per la violenza e l’ignoranza dei suoi interventi, ad insultare, dalla televisione russa, la Premier italiana Putin ha nuovamente mostrato la debolezza di chi ormai sente vacillare il suo impero.

    I fatti sono evidenti, tra gli altri: 1) l’amico Trump non ha tempo da dedicargli, ha dovuto mandare famigliari e famigli ad occuparsi della guerra con l Iran, che gli sta costando quel po’ di credibilità che gli restava dopo anni di dichiarazioni, smentite, tracotanze ed errori, 2) l’Ucraina continua a difendersi, con estremo coraggio della popolazione e dell’esercito e lo zar non riesce più ad avanzare mentre, con un dissennato lancio di missili e droni uccide sempre più i civili, l’operazione speciale ha il fiato corto ed il dissenso interno ormai serpeggia  chiaramente, 3) la sconfitta di Orban ha tolto a Putin un alleato fedele ed una spina nel fianco alla coesione dell’Unione Europea che ora potrà finalmente fare arrivare a Kiev gli aiuti economici da tempo promessi, 4) l’Iran non è più in grado di aiutarlo con droni ed armi varie e la Cina pensa a come utilizzare il contesto internazionale a suo favore, 5) l’Ucraina ha rafforzato la sua immagine con la messa a punto di strumenti di difesa all’avanguardia e creando nuove alleanze e sinergie con gli Stati del Golfo.

    Ecco allora il tentativo, patetico, tutto rivolto all’audience interno russo, di screditare, insultandola, la Premier italiana.

    Il classico boomerang che nasce dall’arroganza maschilista e dalla ignoranza delle conseguenze che derivano da azioni sconnesse e vili, infatti gli insulti a Giorgia Meloni hanno ottenuto il risultato, per altro che sarebbe stato evidente a chi non fosse stato obnubilato dall’ira e dalla paura della sconfitta, contrario ai desideri putiniani: le forze politiche, gli italiani in genere, l’Europa, dopo i disgustosi attacchi ed insulti, sono con Giorgia Meloni.

    Congratulazioni presidente Putin, il nuovo autogol del tuo regime ci fa veramente sperare che i tempi siano maturi per un cambio radicale, difficile pensare che possa ancora per molto continuare a governare chi si serve di personaggi così stupidi, dopo gli assassini sanguinari della Wagner e del capo ceceno Kadyrov, dopo le blasfeme preghiere di Kirill ora il futuro dell’operazione speciale è affidata all’idiozia di un giornalista?

    Quanto al gas mettiamoci tutti tranquilli, prima di parlarne Putin dovrà porre fine alla guerra che ha iniziato e rendere conto delle sue azioni.

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