guerra

  • Bisogna reagire

    Non c’è differenza tra uccidere personalmente e prendere decisioni

    che invieranno altri ad uccidere. È esattamente la stessa cosa.

    Golda Meir

    Da lunedì 10 maggio sono ripresi gli scontri nella Striscia di Gaza. Tutto iniziò alcuni giorni prima, dopo la decisione della Corte Suprema israeliana, il 6 maggio, relativa allo sgombero di alcuni edifici abitati da palestinesi a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. Una zona quella che è sotto la giurisdizione israeliana dal 1980. Le proteste cominciate il 6 maggio si trasformarono in seguito in scontri veri e propri tra cittadini ebrei e palestinesi. Il 10 maggio scorso Hamas (organizzazione palestinese politica e paramilitare considerata come organizzazione terroristica da alcune nazioni nel mondo; n.d.a.) ha cominciato ad attaccare diverse città israeliane nella Striscia di Gaza con razzi e missili. In quegli attacchi Hamas è stata affiancata dalla Jijad islamica palestinese (gruppo militante palestinese, considerato come un’organizzazione sospetta di terrorismo; n.d.a.). Come immediata risposta Israele ha cominciato gli attacchi aerei contro obiettivi governativi e militari palestinesi nella Striscia di Gaza, ma anche su edifici civili, dove si sospettava fossero funzionanti degli uffici di Hamas. Gli scontri armati continuano incessanti dal 10 maggio e, ad oggi, secondo l’ultimo bilancio del ministero della Sanità palestinese, sono 218 le vittime palestinesi. Durante questi nove giorni di scontri armati, secondo fonti ufficiali israeliani, sono stati lanciati verso Israele circa 3150 razzi, precisando anche che circa il 90% dei razzi sono stati intercettati dal sistema israeliano di difesa missilistica. Sabato scorso è stata abbattuta anche la Torre dei Media a Gaza, l’edificio dove avevano sede sia l’Associated Press statunitense che l’emittente televisiva satellitare araba al-Jazeera. Nel frattempo gli scontri nella Striscia di Gaza continuano, nonostante le mediazioni diplomatiche di alcuni Paesi e/o organizzazioni internazionali. Domenica 16 maggio, papa Francesco, durante la preghiera della Regina Cæli, ha implorato e pregato per la pace in Terra Santa e in tutta la Striscia di Gaza.

    Il 1o febbraio scorso in Myanmar l’esercito. guidato dal capo delle forze armate birmane, ha preso il potere dopo un colpo di Stato. Sono stati arrestati tutti i massimi dirigenti della maggioranza governativa, compresa Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la Pace. Da allora in Myanmar continuano le proteste e gli scontri tra le forze armate e i cittadini. Domenica 16 maggio, papa Francesco ha celebrato la Santa messa per i cittadini birmani residenti a Roma. Il Santo Padre ha pregato per l’amato popolo birmano. Un popolo segnato e sofferente per la violenta repressione delle manifestazioni in Myanmar, dopo il golpe del primo febbraio scorso, che ha portato al potere la giunta militare. Durante la sopracitata messa un sacerdote birmano ha ricordato, tra l’altro, anche le parole dette da papa Francesco alcuni mesi fa, riferendosi a Suor Anne. La suora, le cui immagini, in ginocchio, davanti alle forze di sicurezza birmane, che scongiurava per la vita dei giovani, hanno commosso tutti. Allora papa Francesco disse: “…Anche io mi inginocchio sulle strade del Myanmar, stendo le braccia e dico cessi la violenza”. Ieri, durante la messa, il sacerdote birmano ha fatto riferimento anche di “certi interessi internazionali” di alcune grandi potenze, che appoggiano il regime dei militari in Myanmar.

    L’autore di queste righe pensa che, sia nel caso degli scontri degli ultimi giorni nella Striscia di Gaza, che nel caso degli scontri tra i cittadini e le forze armate, comprese le strutture paramilitari che appoggiano i golpisti in Myanmar, una parte della responsabilità è anche delle cancellerie occidentali e di quella statunitense. Egli pensa che certe preoccupanti e disumane realtà potevano essere state evitate se determinati atteggiamenti delle cancellerie occidentali sarebbero stati diversi. Purtroppo “certi interessi” economici e geostrategici delle grandi potenze internazionali spesso prevalgono sugli interessi delle popolazioni. Come nella Striscia di Gaza e in Myanmar.  Ed in Myanmar, ma non solo, la Cina, la Russia ed altri Paesi vendono le armi ed hanno diversi interessi. Ragion per cui “tollerano” i regimi! Interessi che hanno portato anche alla “chiusura degli occhi e delle orecchie” sia delle cancellerie occidentali che di certi “rappresentanti” delle istituzioni internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea, di fronte alla restaurazione dei regimi totalitari. Compreso quello in Albania. Hanno chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla galoppante corruzione, alle attività illecite, alla connivenza documentata del potere politico con la criminalità organizzata e tanto altro. Tutto questo perché venga “garantita” una specie di stabilità, a scapito dei cittadini. Ma per loro, chi se ne frega dei cittadini! Essi sono delle pecore, come quelle della Fattoria degli animali, maestosamente descritta da George Orwell. Purtroppo, non di rado, i rappresentanti delle cancellerie occidentali e/o delle istituzioni internazionali, tollerano i nuovi dittatori e poi, con una vergognosa e dannosa “ipocrisia”, parlano di “diritti” e di “democrazia”! Ragion per cui, spesso, loro hanno fatto e stanno facendo di tutto per mettere in piedi e mantenere funzionante la Stabilocrazia in diversi Paesi del mondo. Anche in Albania. L’autore di queste righe ha trattato per il nostro lettore questo argomento (Stabilocrazia e democratura; 25 febbraio 2019).

    Proprio un anno fa, il 17 maggio 2020, è stato barbaramente demolito l’edificio del Teatro Nazionale in Albania. Un edificio, in pienissimo centro di Tirana, dichiarato protetto anche da alcune rinomate istituzioni specializzate internazionali. Le immagini trasmesse dai media in quel 17 maggio 2020 sembravano e somigliavano a quelle che si vedono in questi giorni quando si trasmettono le cronache di guerra dalla Striscia di Gaza. Ma mentre, per esempio, l’abbattimento della Torre dei Media a Gaza tre giorni fa è stata causata dai bombardamenti, quello dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana, proprio un anno fa, è dovuto non a dei bombardamenti, ma da un atto vile e barbaro, voluto, ideato e programmato da anni nella diabolica e perversa mente dell’attuale primo ministro albanese.

    La scorsa settimana Cristiana Muscardini scriveva per il nostro lettore che “…In molti siamo stati inorriditi quando i talebani hanno distrutto i Buddha di Bamiyan o l’Isis ha frantumato il Tempio di Baalshamin a Palmira”. Trattando l’importanza della conservazione dei monumenti e di quanto sta accadendo in questi ultimi anni in varie parti del mondo, compresi anche dei Paesi evoluti, ella, giustamente, si chiedeva “…Di questo passo dovremmo radere al suolo le piramidi perché costruite da schiavi e forse anche gli acquedotti romani per non parlare dei templi non solo dell’Antica Grecia?” (Rimuovere la storia senza contestualizzarla; 12 maggio 2021).

    L’autore di queste righe oggi farà semplicemente riferimento ad alcuni passaggi di quello che ha scritto un anno fa sul vigliacco, scellerato e barbaro abbattimento, nelle primissime ore del 17 maggio 2020 dell’edificio del Teatro Nazionale. Un anno fa l’autore di queste righe informava il nostro lettore: “…Ebbene, da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre”. E poi continuava, scrivendo “…Barbari, come i famigerati militanti fanatici dell’ISIS che, dal 2015 e fino al 2017, hanno distrutto moltissime preziose opere d’arte dell’antica città di Palmira, in Siria. E che avevano minato e fatto saltare in aria tra l’altro, anche il santuario di Baal-Shamin e la cella del tempio di Bell. Con la sola differenza però che hanno usato delle giganti ruspe, invece che della dinamite…” L’autore di queste righe informava il nostro lettore anche del perché di questo barbaro atto: ”…Comunque sia, documenti e fatti accaduti alla mano, la distruzione di quell’edificio è stata sempre motivata da ingenti e continui guadagni finanziari” (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2020).  Egli lo aveva ribadito già nel giugno 2018, che “Siamo davanti, perciò, ad un affare speculativo edilizio che comporterebbe profitti finanziari elevatissimi. Dei profitti derivati dal riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, aumentati paurosamente in questi ultimi anni (Il tempo è dei farabutti ma….; 18 giugno 2018)”. Egli ribadiva, molto preoccupato, anche che “…Con quell’atto è stato dimostrato pubblicamente che in Albania non esiste più lo Stato di diritto. E non esiste neanche lo Stato legale. In Albania la dittatura ha mostrato tutta la sua brutalità. Quanto è accaduto il 17 maggio scorso è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura (Arroganza, abusi e canagliate di una dittatura; 25 maggio 2020).

    Chi scrive queste righe considera e, da tempo, ribadisce come molto significativo il simbolismo della vigliacca e barbara demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale in pieno centro di Tirana il 17 maggio 2020, proprio un anno fa. Ma dopo le elezioni del 25 aprile scorso e visto anche quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con l’opposizione in Albania, le ragioni per le quali i cittadini devono essere molto preoccupati sono ulteriormente aumentate. Spetta a loro scegliere tra essere pecore ubbidienti, oppure reagire contro il regime. Come in Myanmar.

  • Il 26 maggio Assad chiede ai siriani di dargli un like alle urne

    Il presidente siriano Bashar al Assad si appresta a essere confermato alla guida della Siria, martoriata da 10 anni di guerra e travolta da una crisi economica senza precedenti, per altri sette anni. Fino al 2028. on una decisione annunciata, il parlamento di Damasco ha ratificato quello che era stato già deciso dal potere incarnato da mezzo secolo dalla famiglia Assad: il prossimo 26 maggio si terranno le elezioni presidenziali. Ma la leadership formale del 55enne Bashar non sarà messa in discussione.

    Che si tratti di una formalità è chiaro anche dalla procedura indicata dal presidente del parlamento, Hammuda Sabbagh: gli aspiranti candidati all’elezione avranno solo 10 giorni di tempo per presentare le domande di candidatura. Non è chiaro quale sia il meccanismo di selezione dei candidati. Si tratta delle seconde elezioni presidenziali dallo scoppio delle violenze armate nel 2011. Le elezioni del 2014 erano state le prime dopo decenni di referendum in cui il candidato unico – prima Hafez al Assad e poi il figlio Bashar – erano stati automaticamente riconfermati ogni 7 anni. Ma anche l’apertura formale ad altri candidati non aveva impedito ad Assad di assicurarsi il 92% delle preferenze nel 2014. Allora l’Unione Europea e gli Stati Uniti avevano definito una farsa le elezioni. Anche quest’anno si prevede uno scenario analogo, con alcuni candidati di facciata che serviranno a legittimare la “vittoria democratica” del raìs al potere dal 2000.

    Assad è da più parti indicato come il “vincitore” della guerra che ha ucciso mezzo milione di persone e che ha lasciato il Paese in larga parte distrutto. La metà della popolazione siriana ha dovuto abbandonare le proprie case e circa l’80% dei siriani rimasti in patria oggi vive sotto la soglia di povertà. Il conflitto armato non si è però concluso ma da più di un anno è solo congelato da una tregua militare tra i vari attori stranieri e locali coinvolti nella spartizione territoriale del Paese. La Russia e l’Iran, alleati storici di Damasco, appoggiano le forze governative. Anche grazie a una pletora di milizie locali, irachene, afghane, libanesi e a una miriade di signori della guerra, le truppe governative controllano la maggioranza dei territori popolati, e dove si concentrano le principali città: è qui che si svolgeranno le elezioni del 26 maggio prossimo.

    Dal canto loro, le forze curdo-siriane, appoggiate dagli Stati Uniti, controllano le regioni orientali più ricche di risorse energetiche. Mentre la Turchia e i suoi ascari locali si sono impadroniti della strategica striscia settentrionale, dal Mediterraneo all’Iraq. Questo mentre i negoziati politici mediati dall’Onu continuano a rimanere bloccati.

  • L’Italia cessa il business delle forniture militari ad Arabia Saudita ed Emirati

    Prima di spirare il secondo governo Conte ha deciso di revocare, dopo 18 mesi di sospensione, l’export di missili e bombe d’aereo verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, fermando definitivamente le forniture autorizzate negli ultimi anni, relative ad ordigni utilizzati nella sanguinosa guerra dello Yemen. Le licenze erano state rilasciate dopo l’inizio del conflitto e rimane in vigore la sospensione a concedere a questi Paesi nuove licenze per tali armamenti. A dare per prima la notizia è stata la Rete Italiana Pace e Disarmo, secondo cui il provvedimento riguarda almeno 6 diverse autorizzazioni già sospese con decisione presa a luglio 2019, tra le quali la licenza MAE 45560 decisa verso l’Arabia Saudita nel 2016 durante il governo Renzi (relativa a quasi 20mila bombe aeree della serie MK per un valore di oltre 411 milioni di euro). A confermare ufficialmente il provvedimento è stato poi il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che lo ha definito “un atto doveroso, un chiaro messaggio di pace che arriva dal nostro Paese”. “La nostra azione di governo è ispirata da valori e principi imprescindibili”, ha sottolineato il ministro in un post Facebook.

    Secondo le elaborazioni di Rete Pace Disarmo e Opal la revoca decisa dall’esecutivo andrà a cancellare la fornitura di oltre 12.700 ordigni. Le Ong celebrano l’atto di “portata storica”, conseguenza della “pressione della società civile”, che “avviene per la prima volta nei 30 anni dall’entrata in vigore della Legge 185 del 1990 sull’export di armi”. “Le nostre organizzazioni Amnesty International Italia, Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Medici Senza Frontiere, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia insieme ai partner internazionali European Center for Constitutional and Human Rights e Mwatana for Human Rights esprimono grande soddisfazione per questo risultato, da loro fortemente richiesto, che diventa operativo in queste ore”, recita il comunicato.

    In una nota dei senatori M5S della Commissione Esteri di Palazzo Madama, il Movimento rivendica la responsabilità della “bellissima notizia”. “Un importante gesto di civiltà”, si legge, “il cui merito va al ministro Luigi Di Maio, al sottosegretario Manlio Di Stefano, al Movimento 5 Stelle che lo chiede da anni e alle campagne di pressione della società civile”.

    La decisione del governo era attesa, visto che la sospensione non può durare oltre 18 mesi e le condizioni in Yemen non permettevano di cancellarla. La mossa arriva dopo che la nuova amministrazione Usa ha deciso di sospendere, temporaneamente, la vendita di armi all’Arabia Saudita e di caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti, spiegandola come una “misura di routine amministrativa” nell’ambito delle “revisioni delle decisioni prese sotto la presidenza di Trump”.

  • Per gli Stati Uniti gli Houthi dello Yemen sono terroristi

    I ribelli Houthi dello Yemen sostenuti dall’Iran potrebbero presto essere considerati dagli Stati Uniti una organizzazione terroristica. Ad annunciarlo il segretario di Stato Mike Pompeo che ha fatto sapere che tre dei leader di Ansar Allah, meglio conosciuto come Houthi, saranno considerati veri e propri terroristi.

    La decisione di inserire il gruppo nella ‘black list’ arriva mentre l’amministrazione del presidente eletto Joe Biden si prepara a subentrare all’amministrazione Trump il prossimo 20 gennaio.

    Le associazioni umanitarie temono che tale mossa possa mettere a rischio i già delicati colloqui di pace e complicare gli sforzi per combattere la più grande crisi umanitaria del mondo.

    Lo Yemen, il paese più povero del mondo arabo, è lacerato dal conflitto dal 2014, quando i ribelli Houthi hanno occupato la capitale Sana’a e spodestato il governo del presidente Abed Rabbo Mansour Hadi. Le malattie mortali sono comuni nel paese a causa della povertà, la guerra ha ucciso più di 100.000 persone e milioni soffrono per la carenza di cibo e di cure mediche. Il conflitto è considerato una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran.

    Il ministero degli Esteri del governo yemenita sostenuto dai sauditi ha appoggiato la proposta americana e ha chiesto ulteriori “pressioni politiche e legali” sugli Houthi.

  • L’UE blocca gli aiuti all’Etiopia per il conflitto nel Tigray

    L’UE sta valutando la possibilità di congelare un sostegno di 90 milioni di euro all’Etiopia dopo l’attacco contro i ribelli nella regione settentrionale del Tigray. Lo ha dichiarato un portavoce della Commissione europea all’agenzia di stampa Bloomberg in cui si legge anche che i funzionari dell’Unione europea, che si incontreranno nel corso del mese di dicembre per discutere il trasferimento di 90 milioni di euro, potrebbero ritardare il finanziamento, a causa della forte violazione dei diritti umani che è conseguita all’attacco.

    Il commissario per la Gestione delle crisi, Janez Lenarcic, martedì si è recato in Etiopia per sollecitare il ministro della Pace Muferiat Kamil a porre fine al blocco alle organizzazioni umanitarie internazionali che accedono al Tigray e a garantire l’accesso illimitato per gli operatori umanitari a tutte le aree colpite dai combattimenti. Il giorno successivo Lenarcic ha fatto tappa nel vicino Sudan dove decine di migliaia di profughi si stanno recando per rifugiarsi.

    Alla fine di novembre la Commissione europea aveva annunciato che avrebbe mobilitato i primi 4 milioni di euro per l’assistenza di emergenza agli etiopi in fuga dal paese a causa del conflitto nella regione del Tigray. L’assistenza finanziaria è destinata alle ONG e alle agenzie delle Nazioni Unite negli stati di Kassala e Gedarif nel Sudan orientale, che sono state le più colpite dall’improvviso afflusso di rifugiati in arrivo.

    Da quando il conflitto nella regione del Tigray è scoppiato all’inizio di novembre, i due stati del Sudan hanno accolto più di 29.000 rifugiati etiopi. Secondo i rapporti, decine di migliaia di rifugiati stanno attraversando il confine dall’Etiopia al Sudan e si trovano attualmente presso il centro di accoglienza di Hamdayet.

  • A ciascuno quello che si merita

    La giustizia non è mossa dalla fretta… e quella di Dio ha secoli a disposizione.

    Umberto Eco

    Il 20 novembre 1945 nella città di Norimberga, nota per le celebrazioni organizzate dal Partito del Reich di Hiltler, una delle città simbolo del regime nazista, ebbero inizio i processi giudiziari contro i crimini di guerra. I processi durarono per circa un anno e sono stati svolti presso la Corte Militare Internazionale. La decisione per la costituzione di quella Corte, che doveva giudicare i crimini di guerra dei nazisti, era stata presa già prima della fine della seconda guerra mondiale dalle tre potenze vincitrici: Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Regno Unito. Nel primo processo di Norimberga venivano giustiziati i più stretti collaboratori di Hiltler, tutti giudicati colpevoli e condannati a morte per impiccagione. La stessa Corte dichiarò criminale anche la famigerata Organizzazione delle SS (le Schutzstaffel – squadre di protezione; n.d.a.). Secondo i giudici, le SS sono state colpevoli di “…persecuzione e lo sterminio degli ebrei, brutalità ed esecuzioni nei campi di concentramento, eccessi nell’amministrazione dei territori occupati, l’amministrazione del programma di lavoro schiavistico e il maltrattamento e assassinio di prigionieri di guerra”.. Un altro processo di Norimberga, chiamato anche il “processo ai dottori”, giudicava le responsabilità dei rappresentanti di rango inferiore nella gerarchia nazista. Quanto ebbe inizio 75 anni fa a Norimberga e le seguenti decisioni della Corte Militare Internazionale rappresentano una significativa e valida esperienza e non soltanto giuridica.

    Purtroppo con la fine della seconda guerra mondiale e dopo le decisioni prese dal Processo di Norimberga non ebbero fine i crimini di guerra commessi in diversi paesi del mondo. E neanche in Europa. Compresi quelli nell’ex Jugoslavia, durante l’inarrestabile processo di disgregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Sono note e testimoniate ormai le crudeltà fatte dalle forze armate, militari e paramilitari della Serbia e subite dalle diverse popolazioni dell’ex Jugoslavia. Crimini che ormai sono stati giudicati e condannati dal Tribunale Penale internazionale per l’ex Jugoslavia, un’istituzione giuridica delle Nazioni Unite con un mandato provvisorio. È stato costituito nel maggio del 1993, in base alla Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di giudicare e decidere sui crimini di guerra commessi dalle strutture militari e paramilitari dell’ex Jugoslavia dal 1991 in poi. Quel Tribunale ha avuto l’obbligo istituzionale di trattare i crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio ecc., durante i conflitti armati in Croazia (1991-1995), in Bosnia-Erzegovina (1992-1995) in Kosovo (1998-1999) ed in Macedonia (2001). Quel Tribunale ha concluso definitivamente la sua attività, come previsto, il 31 dicembre 2017.

    Tornando ai giorni nostri, il 5 novembre scorso il Tribunale speciale del Kosovo ha ordinato l’arresto del presidente della Repubblica kosovara. Negli stessi giorni sono stati arrestati, sempre con ordine del Tribunale speciale del Kosovo, anche tre altri alti rappresentanti politici di primo piano. La scorsa settimana il nostro lettore ha avuto modo di informarsi su quanto sta attualmente accadendo in Kosovo (Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze! 16 novembre 2020). Subito dopo essere stata resa nota la decisione del Tribunale, il presidente della Repubblica del Kosovo ha rassegnato le sue dimissioni. Attualmente gli arrestati si trovano nella sede del Tribunale speciale all’Aia (Olanda). Dal 9 novembre scorso sono iniziati i processi giudiziari contro gli arrestati. Bisogna sottolineare che nonostante il Tribunale speciale abbia sede all’Aia, si tratta sempre di un Tribunale del Kosovo, costituito nell’agosto del 2015, dopo l’approvazione del Parlamento in Kosovo. L’obiettivo del Tribunale è quello di indagare e deliberare sui crimini di guerra commessi dai dirigenti dell’Esercito di Liberazione Nazionale e/o da altri, contro le “minoranze etniche e oppositori politici” residenti in Kosovo, durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo (1998-1999) e negli anni a seguire. Il Tribunale speciale si compone di quattro Camere specialistiche e dell’Ufficio dei procuratori specializzati. La costituzione di quel Tribunale è stata chiesta dopo la pubblicazione di un Rapporto del Consiglio d’Europa, redatto da un senatore svizzero. In quel documento ufficiale si rapportava di crimini di guerra commessi da dirigenti e membri del Esercito di Liberazione del Kosovo, durante e subito dopo il conflitto armato del 1998-1999 tra la Serbia ed il Kosovo. In seguito, tra i rappresentanti delle istituzioni del Kosovo e dell’Unione europea, si sono negoziate e concordate le modalità del funzionamento del Tribunale speciale, dei suoi obiettivi e delle procedure da svolgere. Bisogna sottolineare però che non tutti i partiti in Kosovo hanno votato per la costituzione del Tribunale speciale. Le ragioni principali erano legate al fatto che un simile Tribunale non doveva giudicare soltanto i crimini, fatti dagli albanesi nel territorio del Kosovo durante la guerra e negli anni successivi, ma anche quelli fatti, sempre in Kosovo e sempre nello stesso periodo, dai serbi (militari e/o cittadini). In più, secondo quelli che hanno votato contro, il Tribunale, che non aveva nessun giudice dal Kosovo, doveva avere la sua sede in Kosovo e non all’Aia, perché così si minimizzava l’autorità dello del Kosovo. Quelli che hanno votato contro hanno ribadito comunque che rispettavano la professionalità e la serietà dei giudici e dei procuratori del Tribunale speciale. Da anni però in Kosovo una parte consistente dell’opinione pubblica, degli analisti e degli opinionisti ha espresso delle perplessità sulle decisioni che prenderà il Tribunale speciale. Non tanto per la professionalità, quanto, secondo loro, perché si potrebbero confondere le colpe individuali di singoli dirigenti kosovari, con la bontà e la giustezza della guerra di liberazione del Kosovo dalla Serbia. Una Guerra quella fortemente sostenuta, sia diplomaticamente che militarmente, dalle grandi potenze internazionali. Ma temendo anche dei “parallelismi” tra i crimini di guerra, ormai documentati e condannati, fatti dalla Serbia, con dei crimini di alcuni dirigenti che devono rispondere individualmente, nel caso le accuse fatte dall’Ufficio dei procuratori specializzati risultino fondate. A proposito, un’altra fossa comune è stata scoperta il 16 novembre scorso in una miniera nel sud della Serbia, dopo mesi di scavi, con dei cadaveri che secondo gli specialisti, con molta probabilità, potrebbero essere degli albanesi del Kosovo uccisi durante la guerra.

    Quanto sta accadendo in Kosovo ha suscitato reazioni anche in Albania. Subito è stata attivata la propaganda governativa per accusare il capo dell’opposizione, il quale, durante la guerra del Kosovo, era stato assunto come traduttore dall’UNMIK (la Missione dell’Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo; n.d.a.). Il primo ministro albanese ha messo in atto la sua ennesima “buffonata” propagandistica, basandosi su delle accuse “prefabbricate ad arte”, con la speranza di spostare, anche per poco tempo, l’attenzione dai suoi innumerevoli scandali.

    Chi scrive queste righe pensa che il capo dell’opposizione albanese ne ha delle colpe, ma che riguardano il modo in cui ha fatto “opposizione” a questo primo ministro. Ne ha colpe anche, e soprattutto, per aver compromesso e sgretolato sistematicamente lo spirito di rivolta e di protesta dei cittadini albanesi, dopo le tante “forti” promesse fatte da lui pubblicamente e mai mantenute. Chi scrive queste righe pensa che, sia nel caso dei dirigenti del Kosovo, ormai arrestati e sotto processo, che nel caso del capo dell’opposizione albanese, è la giustizia che si deve esprimersi.  Egli è convinto però che il tempo è galantuomo e che, prima o poi, a ciascuno sarà dato quel che si merita. Che il processo di Norimberga sia un esempio! La giustizia non è mossa dalla fretta. E quella di Dio ha secoli a disposizione.

  • Ethiopian military pushes closer to rebel capital, denies ‘ethnic bias’

    The rulers of Ethiopia’s rebellious Tigray region refused to surrender to federal troops and instead claimed they were winning a war that has further destabilised the Horn of Africa.

    “Tigray is now a hell to its enemies. The people of Tigray will never kneel”, they said in a statement on Wednesday.

    Prime minister Abiy Ahmed’s government is also claiming major victories. The government said its forces are marching on Tigray’s capital Mekelle and will triumph shortly.

    Abiy, 44, ordered air strikes and sent soldiers into Tigray on November 4 after accusing the local ruling party, the Tigray People’s Liberation Front (TPLF), of revolt and an attack on a government base. The TPLF said civilians had been killed in the attacks, allegations the task force denied.

  • Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze!

    Io credo che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

    Leonardo Sciascia

    Da molto tempo i rapporti tra la Serbia ed il Kosovo sono stati e rimangono tesi. I primi conflitti sono cominciati già dal 19o secolo, per poi continuare all’inizio del secolo passato, soprattutto durante la prima guerra balcanica (1912-1913). I conflitti non si sono placati neanche dopo la seconda guerra mondiale, nonostante fossero sporadici e localizzati. Gli scontri tra i serbi e gli albanesi del Kosovo si sono riattivati soprattutto dopo la morte di Tito nel 1980, continuando per tutto il decennio per poi accentuarsi dopo che la Repubblica Federale di Jugoslavia (costituita nel 1992 e che, in quel periodo, comprendeva la Serbia, il Kosovo ed il Montenegro; n.d.a.) cominciò a disgregarsi all’inizio degli anni ’90. In seguito tra i due Paesi c’è stata anche una guerra che ebbe inizio a febbraio del 1998. Il 5 marzo 1998 a Prekaz, un villaggio in Kosovo, c’è stato un massacro. Numerosi soldati serbi attaccarono alcune abitazioni dove vivevano famigliari e parenti di uno dei più noti comandanti dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, che era stato costituito alcuni anni prima per far fronte alle crescenti frustrazioni della popolazione albanese da parte dei militari serbi. In quel massacro sono stati uccisi 60 albanesi, di cui diciotto donne e dieci minorenni. Quanto accadde quel 5 marzo ha attirato subito l’attenzione pubblica internazionale. Immediata ed unanime è stata la condanna da parte delle cancellerie europee e di quella statunitense. L’allora segretaria di Stato dichiarò che ” Questa crisi non è un affare interno della Repubblica Federale di Jugoslavia”. In seguito ci furono diverse decisioni prese dalle istituzioni internazionali. Proprio il 23 settembre 1998, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione, la 1199, con la quale si esprimeva una “grave preoccupazione” per quello che stava accadendo in Kosovo. Perché allora da credibili fonti dell’ONU risultava che oltre 230.000 persone, albanesi del Kosovo, erano state sfollate dalle loro case a causa di “eccessi ed uso indiscriminato della forza da parte delle forze di sicurezza serbe e dell’esercito jugoslavo”. Un altro barbaro massacro è stato attuato il 15 gennaio 1999 a Račak, un villaggio in Kosovo. I militari serbi hanno prima radunato e poi ucciso 45 contadini albanesi. I corpi, seppelliti in una fossa comune, sono stati scoperti in seguito dagli osservatori internazionali dell’OSCE, mentre i serbi hanno sempre negato il massacro. Quel massacro però ha rappresentato une delle principali accuse per i crimini di guerra con le quali sono stati accusati e poi condannati Slobodan Milošević, presidente dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia ed altri alti funzionari serbi dal Tribunale penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. La guerra tra la Serbia ed il Kosovo si concluse l’11 giugno 1999, dopo l’intervento militare della NATO. Determinanti sono stati i bombardamenti aerei su Belgrado ed altri siti della Serbia.

    Valutando la gravità di un probabile conflitto armato tra la Serbia ed il Kosovo, già prima della guerra, le cancellerie occidentali hanno cercato di negoziare degli accordi per garantire la pace tra i due Paesi. Il 18 marzo 1999 è stato firmato in Francia l’Accordo di Rambouillet soltanto dai rappresentanti del Kosovo, degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito. Accordo che però non è stato firmato dai rappresentanti della Serbia e della Russia. Dopo la fine della guerra in Kosovo sono stati sempre presenti ed attivi i rappresentanti  internazionali e truppe di pace del KFOR (KFOR – Kosovo Force è stata la Forza militare internazionale, costituita in base alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, guidata dalla NATO ed entrata nel territorio del Kosovo il 12 giugno 1999; n.d.a.). Alcuni anni dopo il Kosovo, con il pieno sostegno di tutti i Paesi membri del G7, ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. In seguito più di cento altri Paesi di tutto il mondo hanno riconosciuto il Kosovo come Paese indipendente. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore in passato dei rapporti tra i due Paesi. Compreso anche l’ultimo articolo di circa due mesi fa (Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?14 settembre 2020).

    Ventuno anni dopo la fine della guerra tra la Serbia ed il Kosovo, il 12 novembre scorso, si è svolto a Belgrado un incontro tra il presidente della Repubblica serba e i cinque ambasciatori dei Paesi più industrializzati del mondo, accreditati in Serbia. Subito dopo l’incontro il presidente serbo ha fatto alcune dichiarazioni che hanno immediatamente suscitato delle dure reazioni, non solo in Kosovo, ma anche delle istituzioni internazionali. Secondo il presidente serbo “… Tanti pensano che ci troviamo in un’ottima posizione per quanto riguarda il Kosovo, per causa della situazione interna lì […] Ma il conflitto a Nagorno-Karabakh ha dimostrato che un conflitto congelato potrebbe trasformarsi in una vera e propria catastrofe”. In seguito, per essere “diplomaticamente corretto” il presidente serbo ha anche detto che “…La soluzione migliore che si possa ottenere è [quella] attraverso il dialogo e che sarebbe meglio ottenerla prima che sia tardi e [quando potrebbe] accadere qualche conflitto”. Il presidente serbo ha ribadito che la Serbia, per far fronte a qualsiasi evenienza “…continuerà a rafforzarsi economicamente e militarmente”!

    “Stranamente” c’è una significativa somiglianza tra il conflitto a Nagorno Karabakh iniziato il 27 settembre scorso e il Kosovo. Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, la regione di Nagorno Karabakh, nonostante abitata da più del 90% da armeni, apparteneva all’Azerbaigian. La regione da allora ha cercato l’indipendenza dall’Azerbaigian. Ci sono “strane coincidenze” nelle somiglianze tra il Nagorno Karabakh ed il Kosovo. Chissà se il riferimento a Nagorno Karabakh sia stato semplicemente anche una fortuita coincidenza nella dichiarazione del presidente serbo?! Ma bisogna ricordare al nostro lettore che lui è stato anche il ministro dell’Informazione dal 1998 fino al 2000, proprio durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo. Promotore di una legge sull’informazione che sanzionava duramente i media che contrastavano il regime di Milošević e la guerra con il Kosovo, l’attuale presidente della Serbia, in quel periodo, è stato messo nella cosiddetta black list e gli era vietato l’accesso nell’Unione europea. Sono note le sue ufficiali prese di posizione contro la libertà dei media ed altro, anche negli anni successivi. Nel 2014 lui, facendo riferimento a quegli atti compiuti, ha riconosciuto i suoi errori. Chissà però quanto siano state sentite quelle scuse?!

    Una decina di giorni fa venivano arrestati il presidente della Repubblica del Kosovo ad alcuni altri alti rappresentanti politici del Kosovo. Proprio a quegli arresti si riferiva il presidente serbo nella sua sopracitata dichiarazione, quando parlava di “un’ottima posizione [della Serbia] per quanto riguarda il Kosovo”. Il Tribunale speciale per i crimini di guerra in Kosovo, con sede all’Aia (Olanda) accusa gli arrestati di omicidi, torture e sparizioni forzate di cittadini serbi del Kosovo ecc., durante la sopracitata guerra tra i due paesi. Lunedì 9 novembre scorso sono cominciate le sedute nell’aula del Tribunale. Tutto il reso sarà reso ufficialmente noto in seguito. I giudici del Tribunale devono dimostrare tutta la loro professionalità e prendere tutto il tempo necessario per dare una giusta e vera giustizia alla fine del processo.

    Chi scrive queste righe, seguirà tutti gli sviluppi ed informerà in modo oggettivo il nostro lettore. Come ha sempre cercato di fare. Ma nel frattempo non può nascondere che trova difficile credere che il sopracitato riferimento del presidente serbo a Nagorno Karabakh sia stato una fortuita  coincidenza. Egli condivide però quanto scriveva Leonardo Sciascia. E cioè che [spesso] le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

  • Russian peacekeepers head to Nagorno-Karabakh after peace deal

    Russia began deploying 2,000 peacekeepers to Nagorno-Karabakh on Tuesday after Armenia and Azerbaijan agreed a peace deal to end the military conflict over the region after more than a month of fighting.

    Armenia and Azerbaijan, two former Soviet republics, have been involved in a territorial conflict since they gained independence in the 1990s. Nagorno-Karabakh, which is internationally recognised as part of Azerbaijan, but is historically an ethnic Armenian region, has been the focal point of the conflict between the two nations.

    The agreement was announced on Tuesday by Armenia’s prime minister Nikol Pashinyan, Azerbaijan’s president Ilham Aliyev and Russia’s president Vladimir Putin. Under the deal, Azerbaijan will keep territorial gains made in the fighting, including the enclave’s second city of Shushi. Ethnic Armenian forces must give up control of a slew of other territories between now and December 1.

    Putin said that a Russian force of 1,960 military personnel and 90 armoured personnel carriers would be deployed along the frontline in Nagorno-Karabakh and the corridor between the region and Armenia. He added that the peacekeepers will stay in place for at least five years.

    Aliev said that Turkey will also take part in the peace-keeping process, while Turkey’s president Recep Tayyip Erdogan hailed the truce as a “right step in the direction of a lasting solution”.

    More than 1,400 people have died since the fighting broke out on September 27, including many civilians. Fighting has surged to its worst level since the 1990s, when about 30,000 people were killed.

     

  • L’UE impone sanzioni a sette ministri siriani

    L’Unione europea imporrà sanzioni mirate a sette ministri siriani di recente nomina per il loro ruolo nella violenta repressione della popolazione civile.

    La decisione del Consiglio include un congelamento dei beni contro settanta strutture e sette ministri, insieme a un divieto di viaggio. Tra i sanzionati vi sono i ministri della giustizia, delle finanze, dei trasporti, dell’istruzione, del commercio interno e della tutela dei consumatori, nonché il ministro delle risorse idriche.

    La Siria ha espresso forte condanna per la decisione dell’UE sostenendo che si basa su informazioni fuorvianti e fa parte della campagna in corso contro lo Stato siriano.

    Le sanzioni dell’UE contro il regime di Damasco sono state introdotte per la prima volta nel 2011 e altre misure già in atto includono restrizioni su determinati investimenti ed esportazioni di apparecchiature e tecnologie di monitoraggio, un divieto di importazione di petrolio e un congelamento delle attività della banca centrale siriana detenute nel territorio europeo. I recenti divieti portano a 280 il numero di persone che sono soggette alle sanzioni economiche prese dai 27.

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