guerra

  • Per gli Stati Uniti gli Houthi dello Yemen sono terroristi

    I ribelli Houthi dello Yemen sostenuti dall’Iran potrebbero presto essere considerati dagli Stati Uniti una organizzazione terroristica. Ad annunciarlo il segretario di Stato Mike Pompeo che ha fatto sapere che tre dei leader di Ansar Allah, meglio conosciuto come Houthi, saranno considerati veri e propri terroristi.

    La decisione di inserire il gruppo nella ‘black list’ arriva mentre l’amministrazione del presidente eletto Joe Biden si prepara a subentrare all’amministrazione Trump il prossimo 20 gennaio.

    Le associazioni umanitarie temono che tale mossa possa mettere a rischio i già delicati colloqui di pace e complicare gli sforzi per combattere la più grande crisi umanitaria del mondo.

    Lo Yemen, il paese più povero del mondo arabo, è lacerato dal conflitto dal 2014, quando i ribelli Houthi hanno occupato la capitale Sana’a e spodestato il governo del presidente Abed Rabbo Mansour Hadi. Le malattie mortali sono comuni nel paese a causa della povertà, la guerra ha ucciso più di 100.000 persone e milioni soffrono per la carenza di cibo e di cure mediche. Il conflitto è considerato una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran.

    Il ministero degli Esteri del governo yemenita sostenuto dai sauditi ha appoggiato la proposta americana e ha chiesto ulteriori “pressioni politiche e legali” sugli Houthi.

  • L’UE blocca gli aiuti all’Etiopia per il conflitto nel Tigray

    L’UE sta valutando la possibilità di congelare un sostegno di 90 milioni di euro all’Etiopia dopo l’attacco contro i ribelli nella regione settentrionale del Tigray. Lo ha dichiarato un portavoce della Commissione europea all’agenzia di stampa Bloomberg in cui si legge anche che i funzionari dell’Unione europea, che si incontreranno nel corso del mese di dicembre per discutere il trasferimento di 90 milioni di euro, potrebbero ritardare il finanziamento, a causa della forte violazione dei diritti umani che è conseguita all’attacco.

    Il commissario per la Gestione delle crisi, Janez Lenarcic, martedì si è recato in Etiopia per sollecitare il ministro della Pace Muferiat Kamil a porre fine al blocco alle organizzazioni umanitarie internazionali che accedono al Tigray e a garantire l’accesso illimitato per gli operatori umanitari a tutte le aree colpite dai combattimenti. Il giorno successivo Lenarcic ha fatto tappa nel vicino Sudan dove decine di migliaia di profughi si stanno recando per rifugiarsi.

    Alla fine di novembre la Commissione europea aveva annunciato che avrebbe mobilitato i primi 4 milioni di euro per l’assistenza di emergenza agli etiopi in fuga dal paese a causa del conflitto nella regione del Tigray. L’assistenza finanziaria è destinata alle ONG e alle agenzie delle Nazioni Unite negli stati di Kassala e Gedarif nel Sudan orientale, che sono state le più colpite dall’improvviso afflusso di rifugiati in arrivo.

    Da quando il conflitto nella regione del Tigray è scoppiato all’inizio di novembre, i due stati del Sudan hanno accolto più di 29.000 rifugiati etiopi. Secondo i rapporti, decine di migliaia di rifugiati stanno attraversando il confine dall’Etiopia al Sudan e si trovano attualmente presso il centro di accoglienza di Hamdayet.

  • A ciascuno quello che si merita

    La giustizia non è mossa dalla fretta… e quella di Dio ha secoli a disposizione.

    Umberto Eco

    Il 20 novembre 1945 nella città di Norimberga, nota per le celebrazioni organizzate dal Partito del Reich di Hiltler, una delle città simbolo del regime nazista, ebbero inizio i processi giudiziari contro i crimini di guerra. I processi durarono per circa un anno e sono stati svolti presso la Corte Militare Internazionale. La decisione per la costituzione di quella Corte, che doveva giudicare i crimini di guerra dei nazisti, era stata presa già prima della fine della seconda guerra mondiale dalle tre potenze vincitrici: Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Regno Unito. Nel primo processo di Norimberga venivano giustiziati i più stretti collaboratori di Hiltler, tutti giudicati colpevoli e condannati a morte per impiccagione. La stessa Corte dichiarò criminale anche la famigerata Organizzazione delle SS (le Schutzstaffel – squadre di protezione; n.d.a.). Secondo i giudici, le SS sono state colpevoli di “…persecuzione e lo sterminio degli ebrei, brutalità ed esecuzioni nei campi di concentramento, eccessi nell’amministrazione dei territori occupati, l’amministrazione del programma di lavoro schiavistico e il maltrattamento e assassinio di prigionieri di guerra”.. Un altro processo di Norimberga, chiamato anche il “processo ai dottori”, giudicava le responsabilità dei rappresentanti di rango inferiore nella gerarchia nazista. Quanto ebbe inizio 75 anni fa a Norimberga e le seguenti decisioni della Corte Militare Internazionale rappresentano una significativa e valida esperienza e non soltanto giuridica.

    Purtroppo con la fine della seconda guerra mondiale e dopo le decisioni prese dal Processo di Norimberga non ebbero fine i crimini di guerra commessi in diversi paesi del mondo. E neanche in Europa. Compresi quelli nell’ex Jugoslavia, durante l’inarrestabile processo di disgregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Sono note e testimoniate ormai le crudeltà fatte dalle forze armate, militari e paramilitari della Serbia e subite dalle diverse popolazioni dell’ex Jugoslavia. Crimini che ormai sono stati giudicati e condannati dal Tribunale Penale internazionale per l’ex Jugoslavia, un’istituzione giuridica delle Nazioni Unite con un mandato provvisorio. È stato costituito nel maggio del 1993, in base alla Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di giudicare e decidere sui crimini di guerra commessi dalle strutture militari e paramilitari dell’ex Jugoslavia dal 1991 in poi. Quel Tribunale ha avuto l’obbligo istituzionale di trattare i crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio ecc., durante i conflitti armati in Croazia (1991-1995), in Bosnia-Erzegovina (1992-1995) in Kosovo (1998-1999) ed in Macedonia (2001). Quel Tribunale ha concluso definitivamente la sua attività, come previsto, il 31 dicembre 2017.

    Tornando ai giorni nostri, il 5 novembre scorso il Tribunale speciale del Kosovo ha ordinato l’arresto del presidente della Repubblica kosovara. Negli stessi giorni sono stati arrestati, sempre con ordine del Tribunale speciale del Kosovo, anche tre altri alti rappresentanti politici di primo piano. La scorsa settimana il nostro lettore ha avuto modo di informarsi su quanto sta attualmente accadendo in Kosovo (Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze! 16 novembre 2020). Subito dopo essere stata resa nota la decisione del Tribunale, il presidente della Repubblica del Kosovo ha rassegnato le sue dimissioni. Attualmente gli arrestati si trovano nella sede del Tribunale speciale all’Aia (Olanda). Dal 9 novembre scorso sono iniziati i processi giudiziari contro gli arrestati. Bisogna sottolineare che nonostante il Tribunale speciale abbia sede all’Aia, si tratta sempre di un Tribunale del Kosovo, costituito nell’agosto del 2015, dopo l’approvazione del Parlamento in Kosovo. L’obiettivo del Tribunale è quello di indagare e deliberare sui crimini di guerra commessi dai dirigenti dell’Esercito di Liberazione Nazionale e/o da altri, contro le “minoranze etniche e oppositori politici” residenti in Kosovo, durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo (1998-1999) e negli anni a seguire. Il Tribunale speciale si compone di quattro Camere specialistiche e dell’Ufficio dei procuratori specializzati. La costituzione di quel Tribunale è stata chiesta dopo la pubblicazione di un Rapporto del Consiglio d’Europa, redatto da un senatore svizzero. In quel documento ufficiale si rapportava di crimini di guerra commessi da dirigenti e membri del Esercito di Liberazione del Kosovo, durante e subito dopo il conflitto armato del 1998-1999 tra la Serbia ed il Kosovo. In seguito, tra i rappresentanti delle istituzioni del Kosovo e dell’Unione europea, si sono negoziate e concordate le modalità del funzionamento del Tribunale speciale, dei suoi obiettivi e delle procedure da svolgere. Bisogna sottolineare però che non tutti i partiti in Kosovo hanno votato per la costituzione del Tribunale speciale. Le ragioni principali erano legate al fatto che un simile Tribunale non doveva giudicare soltanto i crimini, fatti dagli albanesi nel territorio del Kosovo durante la guerra e negli anni successivi, ma anche quelli fatti, sempre in Kosovo e sempre nello stesso periodo, dai serbi (militari e/o cittadini). In più, secondo quelli che hanno votato contro, il Tribunale, che non aveva nessun giudice dal Kosovo, doveva avere la sua sede in Kosovo e non all’Aia, perché così si minimizzava l’autorità dello del Kosovo. Quelli che hanno votato contro hanno ribadito comunque che rispettavano la professionalità e la serietà dei giudici e dei procuratori del Tribunale speciale. Da anni però in Kosovo una parte consistente dell’opinione pubblica, degli analisti e degli opinionisti ha espresso delle perplessità sulle decisioni che prenderà il Tribunale speciale. Non tanto per la professionalità, quanto, secondo loro, perché si potrebbero confondere le colpe individuali di singoli dirigenti kosovari, con la bontà e la giustezza della guerra di liberazione del Kosovo dalla Serbia. Una Guerra quella fortemente sostenuta, sia diplomaticamente che militarmente, dalle grandi potenze internazionali. Ma temendo anche dei “parallelismi” tra i crimini di guerra, ormai documentati e condannati, fatti dalla Serbia, con dei crimini di alcuni dirigenti che devono rispondere individualmente, nel caso le accuse fatte dall’Ufficio dei procuratori specializzati risultino fondate. A proposito, un’altra fossa comune è stata scoperta il 16 novembre scorso in una miniera nel sud della Serbia, dopo mesi di scavi, con dei cadaveri che secondo gli specialisti, con molta probabilità, potrebbero essere degli albanesi del Kosovo uccisi durante la guerra.

    Quanto sta accadendo in Kosovo ha suscitato reazioni anche in Albania. Subito è stata attivata la propaganda governativa per accusare il capo dell’opposizione, il quale, durante la guerra del Kosovo, era stato assunto come traduttore dall’UNMIK (la Missione dell’Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo; n.d.a.). Il primo ministro albanese ha messo in atto la sua ennesima “buffonata” propagandistica, basandosi su delle accuse “prefabbricate ad arte”, con la speranza di spostare, anche per poco tempo, l’attenzione dai suoi innumerevoli scandali.

    Chi scrive queste righe pensa che il capo dell’opposizione albanese ne ha delle colpe, ma che riguardano il modo in cui ha fatto “opposizione” a questo primo ministro. Ne ha colpe anche, e soprattutto, per aver compromesso e sgretolato sistematicamente lo spirito di rivolta e di protesta dei cittadini albanesi, dopo le tante “forti” promesse fatte da lui pubblicamente e mai mantenute. Chi scrive queste righe pensa che, sia nel caso dei dirigenti del Kosovo, ormai arrestati e sotto processo, che nel caso del capo dell’opposizione albanese, è la giustizia che si deve esprimersi.  Egli è convinto però che il tempo è galantuomo e che, prima o poi, a ciascuno sarà dato quel che si merita. Che il processo di Norimberga sia un esempio! La giustizia non è mossa dalla fretta. E quella di Dio ha secoli a disposizione.

  • Ethiopian military pushes closer to rebel capital, denies ‘ethnic bias’

    The rulers of Ethiopia’s rebellious Tigray region refused to surrender to federal troops and instead claimed they were winning a war that has further destabilised the Horn of Africa.

    “Tigray is now a hell to its enemies. The people of Tigray will never kneel”, they said in a statement on Wednesday.

    Prime minister Abiy Ahmed’s government is also claiming major victories. The government said its forces are marching on Tigray’s capital Mekelle and will triumph shortly.

    Abiy, 44, ordered air strikes and sent soldiers into Tigray on November 4 after accusing the local ruling party, the Tigray People’s Liberation Front (TPLF), of revolt and an attack on a government base. The TPLF said civilians had been killed in the attacks, allegations the task force denied.

  • Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze!

    Io credo che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

    Leonardo Sciascia

    Da molto tempo i rapporti tra la Serbia ed il Kosovo sono stati e rimangono tesi. I primi conflitti sono cominciati già dal 19o secolo, per poi continuare all’inizio del secolo passato, soprattutto durante la prima guerra balcanica (1912-1913). I conflitti non si sono placati neanche dopo la seconda guerra mondiale, nonostante fossero sporadici e localizzati. Gli scontri tra i serbi e gli albanesi del Kosovo si sono riattivati soprattutto dopo la morte di Tito nel 1980, continuando per tutto il decennio per poi accentuarsi dopo che la Repubblica Federale di Jugoslavia (costituita nel 1992 e che, in quel periodo, comprendeva la Serbia, il Kosovo ed il Montenegro; n.d.a.) cominciò a disgregarsi all’inizio degli anni ’90. In seguito tra i due Paesi c’è stata anche una guerra che ebbe inizio a febbraio del 1998. Il 5 marzo 1998 a Prekaz, un villaggio in Kosovo, c’è stato un massacro. Numerosi soldati serbi attaccarono alcune abitazioni dove vivevano famigliari e parenti di uno dei più noti comandanti dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, che era stato costituito alcuni anni prima per far fronte alle crescenti frustrazioni della popolazione albanese da parte dei militari serbi. In quel massacro sono stati uccisi 60 albanesi, di cui diciotto donne e dieci minorenni. Quanto accadde quel 5 marzo ha attirato subito l’attenzione pubblica internazionale. Immediata ed unanime è stata la condanna da parte delle cancellerie europee e di quella statunitense. L’allora segretaria di Stato dichiarò che ” Questa crisi non è un affare interno della Repubblica Federale di Jugoslavia”. In seguito ci furono diverse decisioni prese dalle istituzioni internazionali. Proprio il 23 settembre 1998, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione, la 1199, con la quale si esprimeva una “grave preoccupazione” per quello che stava accadendo in Kosovo. Perché allora da credibili fonti dell’ONU risultava che oltre 230.000 persone, albanesi del Kosovo, erano state sfollate dalle loro case a causa di “eccessi ed uso indiscriminato della forza da parte delle forze di sicurezza serbe e dell’esercito jugoslavo”. Un altro barbaro massacro è stato attuato il 15 gennaio 1999 a Račak, un villaggio in Kosovo. I militari serbi hanno prima radunato e poi ucciso 45 contadini albanesi. I corpi, seppelliti in una fossa comune, sono stati scoperti in seguito dagli osservatori internazionali dell’OSCE, mentre i serbi hanno sempre negato il massacro. Quel massacro però ha rappresentato une delle principali accuse per i crimini di guerra con le quali sono stati accusati e poi condannati Slobodan Milošević, presidente dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia ed altri alti funzionari serbi dal Tribunale penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. La guerra tra la Serbia ed il Kosovo si concluse l’11 giugno 1999, dopo l’intervento militare della NATO. Determinanti sono stati i bombardamenti aerei su Belgrado ed altri siti della Serbia.

    Valutando la gravità di un probabile conflitto armato tra la Serbia ed il Kosovo, già prima della guerra, le cancellerie occidentali hanno cercato di negoziare degli accordi per garantire la pace tra i due Paesi. Il 18 marzo 1999 è stato firmato in Francia l’Accordo di Rambouillet soltanto dai rappresentanti del Kosovo, degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito. Accordo che però non è stato firmato dai rappresentanti della Serbia e della Russia. Dopo la fine della guerra in Kosovo sono stati sempre presenti ed attivi i rappresentanti  internazionali e truppe di pace del KFOR (KFOR – Kosovo Force è stata la Forza militare internazionale, costituita in base alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, guidata dalla NATO ed entrata nel territorio del Kosovo il 12 giugno 1999; n.d.a.). Alcuni anni dopo il Kosovo, con il pieno sostegno di tutti i Paesi membri del G7, ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. In seguito più di cento altri Paesi di tutto il mondo hanno riconosciuto il Kosovo come Paese indipendente. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore in passato dei rapporti tra i due Paesi. Compreso anche l’ultimo articolo di circa due mesi fa (Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?14 settembre 2020).

    Ventuno anni dopo la fine della guerra tra la Serbia ed il Kosovo, il 12 novembre scorso, si è svolto a Belgrado un incontro tra il presidente della Repubblica serba e i cinque ambasciatori dei Paesi più industrializzati del mondo, accreditati in Serbia. Subito dopo l’incontro il presidente serbo ha fatto alcune dichiarazioni che hanno immediatamente suscitato delle dure reazioni, non solo in Kosovo, ma anche delle istituzioni internazionali. Secondo il presidente serbo “… Tanti pensano che ci troviamo in un’ottima posizione per quanto riguarda il Kosovo, per causa della situazione interna lì […] Ma il conflitto a Nagorno-Karabakh ha dimostrato che un conflitto congelato potrebbe trasformarsi in una vera e propria catastrofe”. In seguito, per essere “diplomaticamente corretto” il presidente serbo ha anche detto che “…La soluzione migliore che si possa ottenere è [quella] attraverso il dialogo e che sarebbe meglio ottenerla prima che sia tardi e [quando potrebbe] accadere qualche conflitto”. Il presidente serbo ha ribadito che la Serbia, per far fronte a qualsiasi evenienza “…continuerà a rafforzarsi economicamente e militarmente”!

    “Stranamente” c’è una significativa somiglianza tra il conflitto a Nagorno Karabakh iniziato il 27 settembre scorso e il Kosovo. Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, la regione di Nagorno Karabakh, nonostante abitata da più del 90% da armeni, apparteneva all’Azerbaigian. La regione da allora ha cercato l’indipendenza dall’Azerbaigian. Ci sono “strane coincidenze” nelle somiglianze tra il Nagorno Karabakh ed il Kosovo. Chissà se il riferimento a Nagorno Karabakh sia stato semplicemente anche una fortuita coincidenza nella dichiarazione del presidente serbo?! Ma bisogna ricordare al nostro lettore che lui è stato anche il ministro dell’Informazione dal 1998 fino al 2000, proprio durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo. Promotore di una legge sull’informazione che sanzionava duramente i media che contrastavano il regime di Milošević e la guerra con il Kosovo, l’attuale presidente della Serbia, in quel periodo, è stato messo nella cosiddetta black list e gli era vietato l’accesso nell’Unione europea. Sono note le sue ufficiali prese di posizione contro la libertà dei media ed altro, anche negli anni successivi. Nel 2014 lui, facendo riferimento a quegli atti compiuti, ha riconosciuto i suoi errori. Chissà però quanto siano state sentite quelle scuse?!

    Una decina di giorni fa venivano arrestati il presidente della Repubblica del Kosovo ad alcuni altri alti rappresentanti politici del Kosovo. Proprio a quegli arresti si riferiva il presidente serbo nella sua sopracitata dichiarazione, quando parlava di “un’ottima posizione [della Serbia] per quanto riguarda il Kosovo”. Il Tribunale speciale per i crimini di guerra in Kosovo, con sede all’Aia (Olanda) accusa gli arrestati di omicidi, torture e sparizioni forzate di cittadini serbi del Kosovo ecc., durante la sopracitata guerra tra i due paesi. Lunedì 9 novembre scorso sono cominciate le sedute nell’aula del Tribunale. Tutto il reso sarà reso ufficialmente noto in seguito. I giudici del Tribunale devono dimostrare tutta la loro professionalità e prendere tutto il tempo necessario per dare una giusta e vera giustizia alla fine del processo.

    Chi scrive queste righe, seguirà tutti gli sviluppi ed informerà in modo oggettivo il nostro lettore. Come ha sempre cercato di fare. Ma nel frattempo non può nascondere che trova difficile credere che il sopracitato riferimento del presidente serbo a Nagorno Karabakh sia stato una fortuita  coincidenza. Egli condivide però quanto scriveva Leonardo Sciascia. E cioè che [spesso] le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

  • Russian peacekeepers head to Nagorno-Karabakh after peace deal

    Russia began deploying 2,000 peacekeepers to Nagorno-Karabakh on Tuesday after Armenia and Azerbaijan agreed a peace deal to end the military conflict over the region after more than a month of fighting.

    Armenia and Azerbaijan, two former Soviet republics, have been involved in a territorial conflict since they gained independence in the 1990s. Nagorno-Karabakh, which is internationally recognised as part of Azerbaijan, but is historically an ethnic Armenian region, has been the focal point of the conflict between the two nations.

    The agreement was announced on Tuesday by Armenia’s prime minister Nikol Pashinyan, Azerbaijan’s president Ilham Aliyev and Russia’s president Vladimir Putin. Under the deal, Azerbaijan will keep territorial gains made in the fighting, including the enclave’s second city of Shushi. Ethnic Armenian forces must give up control of a slew of other territories between now and December 1.

    Putin said that a Russian force of 1,960 military personnel and 90 armoured personnel carriers would be deployed along the frontline in Nagorno-Karabakh and the corridor between the region and Armenia. He added that the peacekeepers will stay in place for at least five years.

    Aliev said that Turkey will also take part in the peace-keeping process, while Turkey’s president Recep Tayyip Erdogan hailed the truce as a “right step in the direction of a lasting solution”.

    More than 1,400 people have died since the fighting broke out on September 27, including many civilians. Fighting has surged to its worst level since the 1990s, when about 30,000 people were killed.

     

  • L’UE impone sanzioni a sette ministri siriani

    L’Unione europea imporrà sanzioni mirate a sette ministri siriani di recente nomina per il loro ruolo nella violenta repressione della popolazione civile.

    La decisione del Consiglio include un congelamento dei beni contro settanta strutture e sette ministri, insieme a un divieto di viaggio. Tra i sanzionati vi sono i ministri della giustizia, delle finanze, dei trasporti, dell’istruzione, del commercio interno e della tutela dei consumatori, nonché il ministro delle risorse idriche.

    La Siria ha espresso forte condanna per la decisione dell’UE sostenendo che si basa su informazioni fuorvianti e fa parte della campagna in corso contro lo Stato siriano.

    Le sanzioni dell’UE contro il regime di Damasco sono state introdotte per la prima volta nel 2011 e altre misure già in atto includono restrizioni su determinati investimenti ed esportazioni di apparecchiature e tecnologie di monitoraggio, un divieto di importazione di petrolio e un congelamento delle attività della banca centrale siriana detenute nel territorio europeo. I recenti divieti portano a 280 il numero di persone che sono soggette alle sanzioni economiche prese dai 27.

  • Tra Israele e Libano colloqui sui confini marittimi

    Un’altra svolta positiva in Medio Oriente. L’1 ottobre Israele e Libano hanno annunciato in contemporanea il prossimo avvio di negoziati per la definizione dei confini marittimi, nell’intento di dare impulso all’esplorazione e allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale nella zona. Il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri (leader del movimento sciita Amal) ed il ministro degli Esteri israeliano Gaby Ashkenazi hanno menzionato con riconoscenza la mediazione condotta dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo.

    Berri ha comunque tenuto a precisare che questo sviluppo è estraneo al graduale processo di normalizzazione fra Israele ed alcuni Paesi arabi, avviato sotto l’amministrazione Trump. Pompeo, da parte sua, ha egualmente auspicato che i colloqui diano un contributo “alla stabilità, alla sicurezza e alla prosperità economica di entrambi i Paesi”, che sono in stato di belligeranza da oltre 70 anni.

    Mediati dagli Stati Uniti, i negoziati dovrebbero iniziare ”verso il 14 ottobre”, secondo quanto ha anticipato alla stampa israeliana il consigliere di Pompeo, David Schenker. Si svolgeranno, ha aggiunto, sotto gli auspici dell’Onu nella sede dell’Unifil (il contingente Onu nel Libano sud) a Naqoura, il punto di valico sul mare fra i due Paesi. Tuttavia Israele si trova in uno stretto lockdown per il coronavirus e non è escluso che i colloqui possano tenersi, almeno nella fase iniziale, via zoom. La delegazione del Libano sarà messa a punto dal presidente Michel Aoun. Per Israele il coordinatore dei colloqui sarà il ministro dell’Energia Yuval Steinitz.

    Gli Stati Uniti, ha precisato Berri, hanno preso nota che “la delimitazione dei confini marittimi dovrà avvenire sulla base del meccanismo tripartito (Israele, Libano, Onu) concordato nel 1996″. Da parte sua Schenker ha confermato che si tratterà di colloqui tecnici e, ha confermato, ”senza nesso alcuno con una normalizzazione fra i due Paesi”.

    Dall’anno scorso gli emissari di Pompeo hanno mantenuto una spola serrata fra Gerusalemme e Beirut per mettere a punto il quadro dei negoziati per delimitare un’area marina di centinaia di chilometri quadrati, nota come ‘Bloc 9’. Questi contatti hanno avuto di recente un impulso per l’aggravarsi della crisi economica libanese (la peggiore degli ultimi 30 anni) e anche per i contraccolpi dell’esplosione di due mesi fa al porto di Beirut. Secondo la radio statale israeliana, è presumibile che la ripresa dopo tre decenni dei contatti israelo-libanesi sia stata approvata, almeno tacitamente, dal leader degli Hezbollah Hassan Nasrallah, strenuo nemico dello Stato ebraico. Ed un allentamento delle tensioni militari nella zona è appunto quanto si attendono le compagnie occidentali interessate allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale.

  • Azerbaijan, Armenia reject talks as Karabakh conflict widens

    Armenia and Azerbaijan accused one another on Tuesday of firing directly into each other’s territory and rejected urges to hold peace talks as their conflict over the Nagorno-Karabakh region continued.

    Both countries were part of the Soviet Union and have been involved in a territorial conflict since gaining independence within the 1990s. The main issue is the disputed Nagorno-Karabakh region, internationally recognised as part of Azerbaijan but controlled by ethnic Armenians.

    Armenian Prime Minister Nikol Pashinyan said on Tuesday that the atmosphere was not right for talks with Azerbaijan. Azerbaijan’s president Ilham Aliyev has also rejected any possibility of talks with Armenia.

    On Tuesday, Armenia’s foreign ministry said a civilian was killed in the Armenian town of Vardenis after it was shelled by Azeri artillery and targeted in a drone attack. Azerbaijan’s defence ministry said that from Vardenis the Armenian army had shelled the Dashkesan region inside Azerbaijan. Armenia denied those reports.

    Armenia, which earlier accused Turkey of sending mercenaries to back Azerbaijani forces, said a Turkish fighter jet had shot down one of its warplanes over Armenian airspace, killing the pilot. Turkey has denied the claim.

    On Tuesday, the United Nations’ Security Council expressed concern about the clashes, condemned the use of force and backed a call by UN chief Antonio Guterres for an immediate halt to fighting.

    Nagorno-Karabakh has reported the loss of at least 84 soldiers. The current incident is the most serious spike in hostilities since 2016, the when the nations fought for 4 days in the region. The violence resulted in the deaths of over 90 troops on each side and over a dozen civilians.

  • La Libia cerca una tregua e pensa a elezioni a marzo ma Haftar non accetta

    La cautela è d’obbligo dopo nove anni di guerra civile alternati da periodi di tregua più o meno
    lunghi. Ma nel cammino accidentato della Libia post-Gheddafi torna ad affacciarsi la possibilità di una svolta: le autorità rivali del governo di Tripoli e del parlamento di Tobruk hanno annunciato un cessate il fuoco duraturo e, soprattutto, la convocazione di elezioni a marzo. Con il plauso della comunità internazionale. Anche se per il momento l’uomo forte dell’Est, il generale Khalifa Haftar, tace.

    La notizia di una cessazione delle ostilità è arrivata dopo settimane di intensi negoziati tra le parti, sotto la regia dell’Onu. Favoriti dallo stallo prolungato sulla linea del fronte Sirte-Jufra, dove a giugno la controffensiva delle truppe fedeli al premier Fayez al Sarraj si era fermata per la
    resistenza delle milizie di Haftar.  A rompere gli indugi è stata Tripoli in una nota in cui Sarraj “ha ordinato a tutte le forze militari di osservare un cessate il fuoco immediato in tutti i territori libici”. Come atto di “responsabilità politica e nazionale”, ma anche in considerazione “dell’emergenza coronavirus”. Sarraj ha inoltre formalizzato la “richiesta di elezioni presidenziali e parlamentari a marzo sulla base di un’adeguata base costituzionale su cui – ha affermato – le parti concordano”. In un comunicato distinto anche le autorità della Cirenaica hanno dichiarato il cessate il fuoco e previsto elezioni “prossimamente”. “Cerchiamo di voltare pagina”, ha detto Aguila Saleh, il leader del parlamento di Tobruk che ha costituito il braccio politico di Haftar nella sua lunga e infruttuosa campagna per prendere il controllo di Tripoli.  L’accordo, se dovesse essere finalizzato, porterebbe finalmente alla piena ripresa dell’attività petrolifera, vitale per l’economia libica. Ripresa già in qualche modo avviata nei giorni scorsi da Haftar, che ha riaperto i pozzi della Mezzaluna dopo 7 mesi. Nel frattempo i ricavi dell’export di greggio saranno congelati nella banca dell’ente nazionale, la Noc.

    La possibile svolta nel conflitto libico è stata accolta con unanime sollievo. Dall’Onu alla Lega Araba, dagli Stati Uniti all’Italia.  I nodi nel percorso di pace, tuttavia, restano. Almeno a leggere per esteso le dichiarazioni dei due schieramenti. Tobruk, ad esempio, non ha esplicitato una data delle elezioni, al contrario di Tripoli. C’è poi la questione Sirte, che Sarraj vorrebbe “smilitarizzata”. Mentre Saleh a questo non ha fatto accenno, anzi ha rilanciato proponendo che la città natale di Muammar Gheddafi, a metà strada fra Tripoli e Bengasi, diventi la capitale di un nuovo governo. Entrambi hanno fatto riferimento alla necessità dell’uscita dal paese di “forze straniere e mercenari”, ma Tobruk ha insistito anche sullo “smantellamento delle milizie”. Che di fatto sono state la rete protettiva di Sarraj. Dopo 48 ore di silenzio, però lo stato maggiore di Khalifa Haftar ha messo in chiaro che i giochi in Libia sono tutt’altro che chiusi. Il suo portavoce ha liquidato l’annuncio del cessate il fuoco proclamato da Tripoli come “marketing mediatico” per nascondere un attacco a Sirte con il sostegno turco.

    Il portavoce di Haftar, Ahmed al Mismari, ha affermato che “la Turchia con le sue navi e fregate si prepara ad attaccare Sirte e Jufra”, dove le milizie dell’est sono asserragliate dopo aver arrestato la controffensiva dei governativi. Mismari ha aggiunto che “delle forze sono state trasferite da Misurata alle zone di Al Hicha, a sud est della città, dopo una riunione tra il capo di stato maggiore turco e un numero di ufficiali e capi milizia di Misurata”. Ossia il gruppo di combattenti più preziosi per Tripoli, che grazie al decisivo sostegno di mezzi militari turchi e dei combattenti siriano filo-Ankara sono riusciti a riconquistare il nord-ovest del Paese. Secondo Mismari, “è prevedibile che le forze e le milizie che avanzano ora si preparino ad attaccare le nostre unità a Sirte e Jufra, per avanzare poi verso la zona della Mezzaluna petrolifera, a Brega e Ras Lanuf”. E se ciò avvenisse, ha avvertito, “le nostre forze armate sono pronte a fronteggiare il nemico”.

    Haftar attraverso i suoi ha fatto sapere di respingere una “iniziativa” di pace “scritta da un’altra capitale”. Un’iniziativa che rischia di far tramontare definitivamente la sua stella, tanto più se lo stesso Saleh dovesse scaricarlo, prendendo atto che la sua campagna per cacciare Sarraj da Tripoli debba essere archiviata una volta per tutte. Sarraj, del resto, ha più volte ripetuto che nel futuro della Libia “non c’è posto per chi ha le mani sporche di sangue”. Ossia Haftar.

    Gli sponsor dei vari contendenti, nel frattempo, restano alla finestra. E non è detto che, bizze di Haftar a parte, Paesi come Turchia, Egitto o Russia siano pronti a rinunciare alla loro influenza sulla Libia. Nonostante gli auspici di Tripoli e Tobruk “sull’uscita delle forze straniere e dei mercenari”.

Back to top button

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker