Alimentazione

  • Toghe&Teglie: le uova in Purgatorio

    Un saluto a tutti i lettori de Il Patto Sociale, sono Angela Laguaragnella, avvocato partenopeo del Gruppo Toghe&Teglie all’esordio in questa rubrica. Un po’ emozionata, sono stata scelta per una ricetta che è piaciuta molto per la sua velocità di preparazione, il sapore e il profumo degli ingredienti che ne fanno una pietanza completa da ogni punto di vista anche per il potere nutrizionale dell’uovo…a tacere del fatto che non è mia originale ma è tipica della tradizione napoletana!

    Il nome, curioso, trova origine nel fatto che il bianco dell’uovo in mezzo al rosso del pomodoro richiama alla mente la iconografia delle anime avvolte dalle fiamme: e uova infernali sarebbe stato un nome eccessivo per qualcosa di delizioso per il palato.

    Come sempre il segreto di un buon piatto, soprattutto di un piatto semplice sta negli ingredienti e quelli che servono in questo caso sono davvero fondamentali e non difficili da reperire: uova fresche, grandi, aglio, cipolla bianca, passata di pomodoro oppure datterini da sugo, basilico, sale leggermente aromatico e pepe profumato.

    Detto questo, la preparazione è davvero agevole: fate soffriggere in olio extravergine uno spicchio d’aglio fino alla sua doratura facendo attenzione che non scurisca troppo perché lascerebbe un retrogusto di bruciato; togliete l’aglio e inserite, facendola imbiondire una cipolla tritata molto fine: a questo punto aggiungete la passata o i pomodori tagliati a spicchi e fate cuocere a fuoco basso badando che il sugo si addensi al punto giusto: non troppo liquido, quindi.

    Con un cucchiaio di legno formate un cerchio al centro della padella (è preferibile usare delle pentole di coccio come in foto) scostando il sugo e versatevi un uovo mantenendo la fiamma bassa e, a piacimento, anche qualche cubetto di mozzarella.

    Quando il tuorlo tende a cuocere, spegnete la fiamma perché è preferibile lasciarlo morbido; salare,  pepare e guarnire con il basilico.

    Voilà, già fatto, visto? E ora a tavola con un piatto gustoso che potrete servire sia come piatto principale, in un pranzo leggero, ovviamente, sia come piatto di mezzo in un convivio più ricco.

    Buon appetito a tutti e…alla prossima!

  • Affamata una persona ogni 9 sul pianeta, occorre rafforzare la catena alimentare

    Nel 2017 le persone denutrite nel mondo hanno toccato quota 821 milioni, in aumento di 6 milioni rispetto all’anno precedente, secondo il rapporto ‘Lo stato di sicurezza alimentare e nutrizione’ di Fao, Oms, Unicef, Ifad e Programma Alimentare. Una persona ogni 9 al mondo con cibo insufficiente è lo stesso livello che si registrava nel 2008, viene sottolineato, ma le cause di tale fenomeno (che comporta ritardi nella crescita per 151 milioni di bimbi tra i 2 e i 5 anni e anemia in un terzo delle donne in età fertile) non vanno rintracciate immediatamente nella crisi economica globale che allora investì l’intero pianeta. Il rapporto le individua piuttosto nei mutamenti climatici e nelle ripercussioni sulla produzione agricola e sui prezzi delle derrate alimentari. A fronte di simile diagnosi, il rapporto individua come rimedio il rafforzamento della capacità della catena alimentare di affrontare situazioni climatiche fortemente avverse.

  • Toghe&Teglie: il risotto all’imperiale

    Buongiorno a tutti i lettori, sono Roberto Trinchero, avvocato penalista di Torino noto nel Gruppo Toghe & Teglie come “il Presidente” per la mia carica nella Camera Penale del Piemonte. Da buon piemontese ho una inclinazione a realizzare risotti e se è vero che la pasta con gli scampi e/o i gamberi viene chiamata “all’imperiale” quello che vi propongo oggi sarà un riso all’imperiale, piatto decisamente più “sabaudo” con alcune interessanti varianti.

    Ricetta di effetto ma anche semplice. Di base parliamo di un normale risotto di gamberi che ognuno può preparare secondo le modalità preferite (dipende se si ha tempo per preparare anche un fumetto di pesce). Procuratevi dei gamberi in quantità misurata su appetito e numero dei commensali (ma almeno quattro o cinque ciascuno ci vanno), sgusciateli e preparate un soffritto di aglio nel quale farete saltare per qualche minuto le teste.

    Successivamente, toglietele, schiacciatele e utilizzare in seguito solo il loro contenuto per dare sapore, e fate passare in padella i gamberi, a loro volta sgusciati,  appena due minuti.

    Togliete anche i gamberi, mettendoli da parte per unirli al risotto quasi a fine cottura.

    A parte, e precedentemente, magari la sera prima, pulite bene le code degli scampi battendole su un tagliere per farle diventare una sorta di piccola mattonella e li avrete messi in freezer avvolti uno ad uno i un foglietto di domopack.

    Al momento della preparazione finale, togliete gli scampi dal freezer verso metà cottura del risotto affinché siano freddi, solidi ma non congelati.

    Verso fine cottura del risotto – che avrete preparato utilizzando il soffritto iniziale insaporito dai gamberi e sfumando con un po’ di vino bianco – aggiungete le code e il composto ricavato dalle teste facendo amalgamare bene. Attenzione sempre a non eccedere con la cottura del pesce che, altrimenti, si disidrata troppo e diventa legnoso.

    In ultimo, impiattate il risotto ponendovi sopra uno o due scampi “a carpaccio”, le piccole e sottili mattonelle estratte dal freezer e  un filo di olio evo a crudo.

    Giusto il tempo di servire a tavola e gli scampi a mattonella si riscaldano e si sciolgono lentamente per il calore del risotto.

    Caldo e freddo, cotto e crudo: un  mix interessante e, assicuro, molto appetitoso.

    Fatemi sapere…ma sono abbastanza certo che questo sarà un piatto che replicherete spesso dopo averlo assaggiato una prima volta.

    Alla prossima!

  • Gli under 35 si buttano sul cibo: negli ultimi 5 anni aperto uno street food ogni due giorni

    L’italiano quando deve mettersi in proprio avvia non di rado un’attività legata al cibo e i dati di InfoCamere-UnionCamere sulla ristorazione confermano questo trend.

    Dal 2013 al 31 marzo 2018 ha aperto un’attività di street food ogni due giorni, per un totale di oltre 1000 nuove imprese in 5 anni (da 1.717 a 2.729 secondo quanto risulta dal Registro delle Imprese).

    Si dedicano allo street food soprattutto gli under 35: l’iniziativa dei giovani nel settore della somministrazione on the road vale il 22% del totale, con circa 600 attività avviate negli ultimi 5 anni, soprattutto in Sicilia, Puglia e Campania. Il peso degli under 35 nella ristorazione ambulante è cresciuto del 23,9% (100 unità) nel quinquennio esaminato.

    Lo street food è diffuso soprattutto a Milano e Roma, con circa 180 nuove attività di ristorazione ambulante a testa; alle loro spalle Torino (con 130 imprese). Al Sud la tendenza è particolarmente avvertita a Lecce (128), seguita da Napoli  (94), Bari (73) e Catania (71). A livello regionale, la classifica della diffusione dello street food vede al vertice la Lombardia (389 imprese), seguita dalla Puglia (295) e dal Lazio (271). Umbria e Calabria spiccano per incremento delle attività nel quinquennio considerato, passate rispettivamente da 11 a 27 e da 35 a 62.

    Sono 327 le attività di ristorazione ambulante gestite da stranieri, di cui ben 112 avviate negli ultimi 5 anni (per un incremento del 52,1% rispetto al numero di attività di questo genere gestiti da stranieri fino al 2013), con picchi in Piemonte e Lazio.

  • Toghe&Teglie: spaghetti e vongole alla maniera del Fundador

    Buongiorno e buone vacanze a tutti i lettori de Il Patto Sociale, sono Manuel Sarno, avvocato milanese fondatore del Gruppo ‘Toghe & Teglie’…ogni tanto ho il vezzo di autocelebrarmi su queste colonne con piatti che sono – certamente – meno fantasiosi di quelli dei miei amici e colleghi, alcuni dei quali sono veri e propri alieni in cucina. Oggi propongo un classico rivisitato per l’esigenza di sgomberare un po’ cambusa e frigo prima della partenza: spaghetti alle vongole. In mancanza di un formato giusto nella scorta di pasta prodotta a Gragnano dal nostro sodale Gaetano Inserra, ho usato quelli quadrati de La Molisana che non sono per niente male e trattengono bene il condimento.

    Per quattro persone, oltre a un centinaio di grammi a testa di pasta, procuratevi un kg. circa di vongole e fatele spurgare bene in acqua prima di procedere alla cottura, della bottarga di muggine, prezzemolo q.b., uno spicchio d’aglio, olio evo e un pizzico di ‘nduja non troppo piccante, un cucchiaio di farina bianca 00 e un paio di bicchieri di spumante (io avevo una bottiglia di ottimo Ca’ del Bosco aperta che era un peccato fare diventare aceto…).

    In una padella, meglio se ampia e di alluminio che distribuisce meglio il calore, fate soffriggere l’aglio senza che si abbruni e sciogliete un cucchiaino di ‘nduja  regolando la piccantezza con aggiunte progressive prima di versare le vongole, che nel mio caso e come si vede dalla foto, erano un lotto freezato di molluschi già sgusciati, e sfumatele a fuoco moderato con un primo bicchiere di spumante o vino bianco ricordando che l’uso di vini in confezioni di tetrapak è vietato dalla Convenzione di Ginevra e considerato un crimine contro l’umanità.

    Mettete a bollore l’acqua, salatela e portate gli spaghetti a due terzi circa della cottura, non di più; intanto riaccendete il fuoco, basso, sotto il condimento per riportarlo a temperatura e fate sciogliere una parte della farina bianca che serve ad addensare l’intingolo per farlo aderire meglio allo spaghetto senza alterare il sapore.

    Mettete da parte un po’ di acqua di cottura in una tazza e poi scolate la pasta ancora molto al dente e versatela nella padella del condimento alzando il fuoco a metà potenza e aggiungendo gradualmente l’acqua di cottura e un’ultima dose di spumante o vino bianco per completare la preparazione, badando che lo spaghetto resti al dente, e – se serve – ancora un pizzico di farina: qui bisogna regolarsi a occhio sulla densità del condimento.

    All’impiattamento, un giro di olio evo, spolverate gli spaghetti con la bottarga che nel frattempo avrete grattuggiato (attenzione perché quella già pronta ha più o meno lo stesso sapore della segatura) e abbondante prezzemolo, se gradita anche un po’ di scorza di limone tritata fine…a tavola!

    Buon proseguimento e a presto!

  • Il simbolismo oscurantista

    Il XX secolo di fatto ha portato le società occidentali alla secolarizzazione intesa come forma della supremazia del pensiero umano in relazione alle  religioni ma anche alle ideologie rispetto alle vecchie culture ormai obsolete. Il distacco tra stato civile e religione viene salutato come un passaggio fondamentale nello sviluppo delle società occidentali verso la modernità e con essa verso un benessere economico conseguente che rappresenta la principale forma di libertà del singolo cittadino.

    Il XXI secolo invece vede incredibilmente il ritorno di un “simbolismo oscurantista” come nessuno avrebbe  mai potuto prevedere successivamente alla secolarizzazione della società civile del secolo precedente. L’Italia, la sua cultura ed il suo “way of  life” rappresentano un punto di riferimento “dell’arte del buon vivere” unito alle eccellenze del tessile-abbigliamento-calzaturiero e dell’arredamento (insieme all’automazione rappresentano infatti le eccellenze delle 4A). La bontà del sistema agroalimentare italiano viene ampiamente confermata anche attraverso l’età media degli italiani, ben al di sopra della media mondiale, come dimostra del resto la continua ricerca dell’INPS di un equilibrio a fronte di un aumento dell’età media appunto.

    Viceversa, l’ONU e l’organizzazione Mondiale della Sanità (in questo supportati anche da gruppi di acquisto della grande distribuzione europei), esattamente come fece l’Inghilterra l’anno scorso, intendono ‘bollinare’ tutte le magnifiche espressioni del buon vivere e del sistema agroalimentare italiano attraverso l’applicazione di un semaforo dalle tre luci di diverso colore. Il simbolo del semaforo diventa la manifestazione più oscurantista e anticulturale, perfettamente in linea con quanto deciso in Europa attraverso l’applicazione di fotografie scandalosamente trucide di persone ammalate sui pacchetti di sigarette. Invece di trovare una normativa che offra la possibilità ai consumatori di comprendere gli ingredienti e le quantità all’interno di un determinato alimento, sia esso il Parmigiano Reggiano o un junk food, si preferisce bypassare la volontà e la possibilità di scelta dei consumatori attraverso l’applicazione di un simbolo.

    Quindi, in una società civile che va verso l’abolizione dell’intermediazione commerciale ed anche culturale grazie alle nuove tecnologie, si interpone una nuova figura terza che dovrebbe, attraverso la propria attività e giudizio (e quindi arbitrio), esprimere il proprio parere relativo all’alimento attraverso l’apposizione di un colore del singolo semaforo. Questo rappresenta un fatto antistorico nell’evoluzione della società iperconnessa e tecnologica odierna.

    L’ONU dovrebbe preoccuparsi di prevenire le guerre, attività nella quale ha fallito clamorosamente mentre l’organizzazione Mondiale della Sanità, invece di riconoscere le peculiarità dell’alimentazione e dei prodotti italiani, diventa il braccio armato che ha la funzione, ancora una volta come già in altri settori, di annullare tutte le specificità del sistema agroalimentare del quale l’Italia ne rappresenta l’eccellenza mondiale assoluta.

    Paradossale poi, andando a verificare gli effetti di queste strategie basate semplicemente sulla scelta di un simbolo, come quella europea già citata, “ideata” con l’obiettivo di arginare il consumo di sigarette, che in Italia, per esempio, tale consumo risulta aumentato del 1,2%, arrivando al 11,4% ed è soprattutto in forte crescita presso gli adolescenti, dimostrando così l’assoluta inefficacia della strategia europea.

    La campagna europea contro il fumo dimostra ancora una volta come queste patetiche strategie di comunicazione vengano ideate e realizzate da professionalità assolutamente distaccate dalla  società contemporanea ed espressione di una presunzione senza limiti. Paradossale poi che i risultati non vengano mai verificati e passino direttamente nell’oblio.

    Tornando al ridicolo sistema di bollinatura “a semaforo”, già adottato in Inghilterra e in altri paesi dell’America Latina, si dimostra, ancora una volta, come le autorità politiche nazionali, internazionali e mondiali rappresentino la conferma di declino culturale rispetto all’evoluzione delle società delle quali loro non risultano sicuramente più espressione.

    Questa strategia in più si dimostra, ironicamente, anche in assoluto ritardo, oltre ad essere antifunzionale, in quanto chiunque abbia la patente verifica quotidianamente come per la maggior parte delle reti viarie, specialmente urbane, vengano eliminati sempre più i semafori che rappresentano un’imposizione che regola in modo asettico e rigido i tempi di passaggio e di attesa a favore delle rotonde che risultano autoregolamentate una volta comprese, da parte degli automobilisti, le regole fondamentali.

    Questo dimostra ancora una volta come la conoscenza completa del prodotto, dalla dichiarazione sulla confezione della filiera produttiva e del contenuto interno dell’eccellenza italiana, rappresenti l’unica soluzione per rendere  responsabile il cittadino del proprio acquisto e consumo.

    Mai come ora queste nuove strategie si dimostrano espressione di un nuovo “simbolismo  oscurantista” che meriterebbe una nuova secolarizzazione per riportare al centro dello sviluppo consapevole la conoscenza come nuova ed unica vera forma di secolarizzazione della società e dei mercati moderni e globali. Una conoscenza espressione di una cultura che rappresenterebbe anche un approccio “iconoclasta” nei confronti dei nuovi simboli di questo oscurantismo. Solo la conoscenza libera ed obiettiva può portare ad  un progressivo processo e così rendere consapevole e libero il consumatore nella propria scelta.

  • Toghe&Teglie: le crepes evergreen

    Bentrovati, lettori de Il Patto Sociale: sono Alessia Simeone, avvocata tarantina da poco entrata a far parte del Gruppo Toghe & Teglie…e già mi ritrovo nella prestigiosa rubrica settimanale di ricette ospitata su queste colonne! Noi donne del Sud con le diete abbiamo un rapporto complicato, dunque non aspettatevi una proposta coerente con la prova costume e – forse – neppure con la stagione calda: ma queste crepes sono davvero appetitose e, alla peggio, mettetele in freezer e conservatele per l’autunno: sono, come dice il titolo, un piatto che va sempre bene!

    Inutile dire che vi toccherà preparare innanzitutto le crepes, evitando rigorosamente qualsiasi acquisto di precotti, preconfezionati, insomma pre-fetenzie di opaca provenienza; per una generosa teglia come quella che vedete in foto, procuratevi 150 gr. di farina, mezzo cucchiaino di sale, 250 gr. di latte intero, due  uova intere, due cucchiai di olio d’oliva e lavorate un ingrediente per volta per non far formare grumi per poi far  riposare l’impasto un paio d’ore.

    Naturalmente, serve della besciamella che preparerete con 100 gr. burro chiarificato fatto sciogliere sul fuoco moderato senza farlo bruciare, quattro cucchiai di farina, un po’ di sale, un litro di latte che dovrà addensare sul fuoco aggiungendovi alla fine due etti di parmigiano e un cucchiaio di noce moscata.

    Fin qui avrete preparato quanto serve per le crepes e la loro ricopertura prima di infornare; ora stendete l’impasto e ritagliatene dei quadrati o triangoli che si andranno a riempire con altri ingredienti vietatissimi dai regimi alimentari più rigorosi: un giro d’olio in ogni crespella, aglio, salsiccia al finocchietto e limone che poco prima avrete fatto rosolare non senza aggiungervi un bicchiere di vino bianco.

    Riempite, dunque, le crepes con la salsiccia così preparata e del mascarpone al gorgonzola: non sia mai che il piatto risulti poco nutriente.

    Adagiate il tutto in teglia mettendo alla base della besciamella e ricoprendole con besciamella e una spolverata di parmigiano. Infornate a 180°/200° e lasciate cuocere per un quarto d’ora circa: gli ultimi minuti passate al grill fino a che si sarà formata una crosticina leggera sulla superficie.

    Vi ho spaventati? Assaggiate e ogni timore svanirà come per incanto…buon appetito!

  • Toghe&Teglie: il risotto estivo

    Buongiorno a voi, lettori de Il Patto Sociale, sono Marina Peschiera avvocato civilista mantovana del Gruppo ‘Toghe&Teglie’ di cui faccio parte, si può dire, da sempre. Noi mantovani con il risotto, soprattutto quello con la zucca in infinite varianti, abbiamo una passione e se pensate che sia un piatto preferibile per una stagione diversa da quella estiva provate prima ad assaggiare questa ricetta a base di melone il cui sapore fresco alleggerisce la necessaria temperatura del riso ed è una variante di altra simile che in passato aveva suggerito la giovane Collega di Toga e di Teglia Aurora Bendotti

    Ingredienti per quattro persone:  80/100 grammi di riso Carnaroli a persona , mezzo melone (o uno intero, dipende dalle dimensioni), brodo di carne mista, sale rosa e pepe q.b., foglie di basilico e un bicchiere di vino bianco.

    Si tratta di  un piatto molto semplice da preparare iniziando con il tradizionale fate un soffritto a base di olio – se preferite, burro –  e un poco di scalogno.

    Buttate il riso e fatelo tostare, sfumando con del buon vino bianco non troppo aromatico (vietatissimo il Tavernello e simili, buoni – tutt’al più – per lavare la macchina).

    Portate a cottura il riso aggiungendo man mano che asciuga del buon brodo di carne mista.

    A metà cottura, quindi dopo circa sette/otto minuti, aggiungete il melone che nel frattempo avrete tagliato  a piccoli pezzi, conservandone una parte da passare con il frullatore ad immersione: perché così, aggiunto verso fine cottura e badando bene di farlo asciugare lasciando il riso morbido, si apprezzerà di più il sapore del frutto.

    E’ un piatto che non prevede mantecatura con formaggi di alcun tipo, tutt’al più un goccio di latte intero freddo poco prima di spegnere il fuoco per far fare “l’onda” al riso. La panna è un po’ troppo pesante e rischia di “azzeccarlo” piuttosto che renderlo cremoso.

    Impiattate come prefereite (io uso un coppapasta, come si nota dalla forto) e guarnite il tutto  aggiungendo qualche foglia di basilico, e spolverando con sale rosa e pepe.

    Buon appetito e…buone vacanze a tutti!

  • Toghe&Teglie: ciambellone ai frutti di bosco

    Buongiorno a voi, golosi lettori de Il Patto Sociale, sono Aurora Bendotti, avvocato rodigino di Toghe & Teglie: in passato avete già letto delle mie preparazioni e oggi torno a voi  con un dolce i cui ingredienti sono di stagione e che per concludere un pasto con le prelibatezze suggerite dai miei amici, oppure anche a colazione o per uno spuntino è perfetto; si tratta  di una ciambella ai frutti di bosco.

    Ingredienti (indicativi, io vado abbastanza a occhio): circa 300 gr. di farina 00 (però si può usare la  Manitoba), 200 gr. di zucchero semolato, due vasetti da 125 gr. di yogurt bianco intero, tre 3 uova, 3/4 di un bicchiere di olio di semi, una bustina di lievito per dolci, scorza grattugiata di un limone, due cucchiai di miele, 250 gr. (una vaschetta circa) di frutti di bosco freschi ma che avrete la cura di congelare prima dell’uso.

    Procedimento:

    per cominciare, in una ciotola sbattere le uova con lo zucchero finché non diventerà un composto chiaro ed omogeneo, aggiungere yogurt e l’olio a filo e grattugiare nel composto che si va formando la scorza del limone, aggiungere il miele e mescolare il tutto.

    Aggiungere ora la farina e il lievito setacciati e lavorare l’impasto a mano. Alla fine aggiungere i frutti di bosco congelati lasciandone da parte una manciata e mescolare nuovamente tutti.

    A questo punto siete pronti per la cottura: prendere una teglia a forma di ciambella, imburrare generosamente, infarinare e versarci dentro il composto che andrà decorato come si vede nella foto con i frutti di bosco messi da parte. Infornare a 180 gradi per 40-45 minuti.

    Appena pronto, è necessario – come in quasi tutti i dolci –  fare raffreddare il ciambellone e prima di servire, se piace,  spolverare con lo zucchero a velo.

  • Toghe&Teglie: la pasta con le sarde secondo Donna Emilia

    Buona settimana a tutti i lettori, sono Emilia De Biase, responsabile del Fondo Unico Giustizia di Milano, nota nel Gruppo Toghe&Teglie come Donna Emilia: di me, napoletana DOC, spero ricorderete almeno la ricetta della pastiera mentre oggi vi propongo un piatto che non è tipico della mia terra e che ho leggermente variato nella preparazione: la pasta con le sarde. Io uso i bucatini, ma si può scegliere anche un tipo diverso, preferibilmente di pasta lunga. Meglio ancora se riuscite a procurarvi quella del pastificio Gaetano Inserra di Gragnano: eccellente, sarà perché chi la produce è uno di noi del Gruppo che non fa solo l’avvocato…quando c’è la passione…

    Bene, iniziate preparando un soffrittino di cipolla bianca tagliata molto fine in olio evo con aggiunta di alcune acciughe salate; poi sarà bene regolare il sale in base alla sapidità già data dalle acciughine.

    Forse non ve lo aspettereste ma io aggiungo al soffritto dello zafferano disciolto in un po’ d’acqua; infine inserisco nel soffritto le sarde pulite eviscerate, deliscate, ovviamente senza la testa e aperte a libro.

    Già finito? E che, volete un piatto insapore? Mo’ (come si dice a Napoli) è il momento di una manciata di pinoli ma anche della granella di mandorle e dell’uvetta fatta previamente rinvenire in acqua, sale e pepe q.b.

    Come di consueto, non metto dosaggi esatti, vedete voi come regolare le quantità in base al sapore che vorrete dare al piatto, se qualcosa non vi piace levatelo ‘a miezzo (sempre come si dice a Napoli) e al numero dei commensali.

    Nella pasta con le sarde, però, ci va anche un altro ingrediente tradizionale: io faccio scottare in acqua a bollore un bel mazzetto di finocchietto selvatico, ripulito dai rametti duri; lo scolo, lo strizzo un po’ e lo tagliuzzo, aggiungendolo poi alle sarde nel loro intingolo.

    E adesso, il tocco finale e imprescindibile: faccio tostare leggermente del pan grattato in un padella con un filo d’olio mentre nella pentola in cui avevo lasciato a bollire l’acqua del finocchietto, che ho conservato e ora è bella e insaporita, faccio lessare dei bucatini.

    Al dente, mi raccomando, non siamo alla mensa di un ospedale!  Ora posso scolare, li passo nel composto, cospargo il tutto col pan grattato e altri pinoli e granella a piacimento.

    Statemi bene, alla prossima!

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