Italia

  • In attesa di Giustizia: allerta meteo

    Riferiscono i meteorologi che nei prossimi giorni una perturbazione proveniente dalla Scozia dovrebbe portare un po’ di sollievo dal caldo unitamente a piogge anche intense e nella tormentata Liguria non può mancare l’allerta meteo.

    Ma non è del clima che questa settimana intende occuparsi la rubrica, bensì di un’altra perturbazione – di cui ha già trattato – che offre in permanenza avvisi di burrasca: il riferimento è alla tormenta che sta travolgendo la Magistratura e che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi protagonisti, nuovi sconcertanti e sconfortanti episodi che rischiano di travolgere in un inarrestabile declino la fiducia dei cittadini nel sistema Giustizia.

    L’ultimo a cadere, in ordine di tempo, è stato il Procuratore Generale della Cassazione – parliamo di una delle due più alte cariche dell’Ordine Giudiziario – raggiunto da un’incolpazione per avere violato il segreto istruttorio informando Luca Palamara dell’esistenza di un’indagine a suo carico; quest’ultimo, nel frattempo, è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio dal C.S.M., o quel che ne resta, dopo che gli scandali ne hanno travolto alcuni componenti rendendo necessaria da parte del Capo dello Stato la indizione di elezioni suppletive in autunno.

    La crisi istituzionale è senza precedenti e il fatto che la genesi sia da ricondurre proprio al Consiglio superiore della Magistratura induce il ricordo delle parole di un suo ex componente, rassegnate in una lettera al Direttore di Repubblica in un giorno (il 24 giugno 2012) nel quale il Paese intero era tutto preso dai successi della Nazionale di calcio. Non faremo nomi, ribadito che moltissimi sono i magistrati che adempiono al loro dovere con competenza, sacrificio, coraggio e correttezza la voce che anonimamente verrà richiamata è quella di tutti loro, levatasi anche in forma profetica subito dopo che si era risaputo che persino il Presidente della Repubblica era finito sotto intercettazione nella indagine sul presunto patto Stato-mafia.

    La vicenda nata dalle indagini palermitane e sfociata negli attacchi al Quirinale dimostra la necessità di cambiare profondamente il meccanismo giudiziario. Sono un magistrato, sono stato componente del CSM. I magistrati non possono avere la coscienza tranquilla: hanno rifiutato il tentativo di autoriformarsi attraverso il loro governo autonomo: si trattava dell’ultima possibilità di affrontare il cambiamento. La grande intuizione del potere diffuso del giudice, cioè della libertà di interpretare la legge si giustifica solo con il possesso di una professionalità assoluta, controllabile e controllata. Altrimenti questo potere diventa solo una volgare domanda di irresponsabilità alla quale si contrappone la barbarie della responsabilità civile diretta che trasforma il cittadino giudicato in avversario in giudizio dal momento stesso in cui entra nella stanza del giudice. La vicenda spaventosa del Presidente della Repubblica ascoltato in una conversazione di Stato dimostra che non c’è più tempo. Mi auguro che le culture liberali e costituzionali facciano la parte che la storia impone.

    Una visione lucida, serena ma implacabile nella capacità autocritica e nella prospettazione quasi profetica di scenari futuri, una voce inascoltata ma che valeva la pena evocare anche per chi non l’avesse mai sentita per trovare conforto e speranza: finché ci saranno uomini così, e ve ne sono eccome, l’attesa di Giustizia potrà anche essere lunga ma non vana.

  • La politica fiscale discriminante

    L’Italia ormai rappresenta il festival del paradosso sempre più declinante verso un sistema economico-fiscale feudale. In altre parole, si evita da decenni di valutare le problematiche nella loro articolata complessità affrontandone un singolo elemento al fine di ottenerne un pubblico riconoscimento. In questo senso risulta emergenziale, e non certo da oggi, il problema dell’esodo giovanile di laureati e diplomati verso i paesi, specialmente del Nord Europa, che rappresenta, certamente molto più del calo demografico, la vera fotografia del declino politico economico del nostro Paese.

    Entrambi, sia l’esodo delle giovani generazioni che il calo demografico, sono l’espressione oggettiva di una  mancanza di fiducia nel futuro a medio e a lungo termine del nostro Paese. Valutando, per ora, il solo fenomeno dell’esodo giovanile, anche per offrire una visione della “produttività” della spesa pubblica, va comunque ricordato come lo Stato investa circa 92.000 euro di pubbliche risorse per portare i giovani italiani al diploma ed altri 30.000 per ogni anno universitario successivo fino alla laurea. Il frutto di tali investimenti pubblici, non trovando alcuno sbocco all’interno di un sistema del lavoro bloccato in un mondo nel quale l’unica strategia aziendale (va riconosciuto) è quella di abbassare il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) inevitabilmente abbandona il nostro Paese, offrendo ai paesi esteri, che sanno premiare tali professionalità a costo zero, le potenzialità che questi giovani esprimono.

    In questo contesto emerge evidente come questi giovani vadano a cercare all’estero  una prospettiva di sviluppo professionale ma soprattutto contratti adeguati alla propria formazione e che si  esprimano in  retribuzioni decenti. Tutti i governi dell’ultimo decennio (all’interno del quale questo fenomeno ha preso via via sempre maggiore rilevanza) hanno  affermato di voler affrontare il problema, salvo poi lasciare tutto invariato o quasi. Anche questo  governo in carica, infatti, si allinea con i propri “comportamenti politici” ai  precedenti promettendo ancora una volta una serie di sgravi fiscali per riportare in patria “giovani emigranti culturali e professionali italiani”. Questa decisione è figlia di una visione obsoleta e soprattutto discriminante in quanto crea due ordini di ingiustizie fiscali e politiche. Innanzitutto vengono marginalizzati fiscalmente ancora una volta i giovani rimasti in Italia in cerca di fortuna e che magari non abbiano potuto usufruire di  una opportunità all’estero. Questi, infatti, subiranno un trattamento fiscale penalizzante rispetto a chi usufruirà della nuova fiscalità incentivante per favorirne il rimpatrio.

    Inoltre i giovani che, pur avendo conseguito un titolo di studio, non hanno avuto la possibilità di espatriare diventeranno loro malgrado (ed ecco la seconda ingiustizia)  economicamente e fiscalmente più costosi rispetto ai propri colleghi rientrati in Italia.

    Queste iniziative fiscali  dei governi degli ultimi vent’anni anni dimostrano ancora una volta come il vero ed unico problema venga  ancora oggi rappresentato dalla pressione fiscale nella sua complessità. Questa  tuttavia, rappresenta il veicolo di finanziamento di una  delle due vere forme di potere in Italia: la spesa pubblica che,   assieme al gestione del credito, rappresenta la vera diarchia ( https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/). In più queste scelte prettamente politiche, che tendono a creare categorie privilegiate fiscalmente, evitano  di affrontare il problema generale relativo alla pressione fiscale e pongono le basi per una sorta di riconoscenza elettorale per i privilegi fiscali ottenuti.

    Un sistema fiscale che intenda sanare determinate posizioni e recuperare nuove risorse dovrebbe partire dalla rinegoziazione di posizioni con i contribuenti che già hanno dato dimostrazione di ripianare le proprie posizioni  fiscali con grande sacrificio e magari ricorrendo addirittura al debito. Viceversa, ancora una volta, per il puro interesse economico si intendono privilegiare con “voluntary disclosure” di varia natura solo ed esclusivamente gli evasori totali nella migliore delle tradizioni delle politiche fiscali italiane in atto da oltre trent’anni anni.

    Affrontare un problema complesso come quello del raggiungimento di un equilibrio tra fiscalità e spesa pubblica con visioni settoriali rappresenta uno dei motivi della continua crisi che avvolge il nostro Paese da oltre trent’anni anni ribadendo come la nostra sia una crisi culturale. Ormai risulta ampiamente superato il senso del paradosso più assoluto declinando miseramente verso un reale stato di ingiustizia fiscale.

     

  • Allarme auto elettriche: poco profitto e futuro incerto

    Da anni l’intero settore automobilistico è stato invaso dalle nuove tecnologie e specialmente dai nuovi motori sempre più green e attenti all’ambiente. La rivoluzione ha portato continui investimenti nel settore delle vetture elettriche e ad impatto zero, ma non sembra che stia andando tutto come previsto.

    Alix Partners, una società di consulenza, descrive l’industria automobilistica ormai come un deserto del profitto. E non è il primo indizio a riguardo. Prima Standard & Poor’s ha avvisato che l’outlook sui margini tende al brutto a causa dei troppi investimenti, a fronte dei quali la risposta del mercato appare quanto meno improbabile. Poi è stata la volta addirittura del numero due di Bmw, che ha spiegato come i cittadini europei siano molto scettici nell’acquistare auto solo elettriche.

    Gli analisti guardano con preoccupazione ad alcuni indicatori del settore. Il più importante è la quantità impressionante di soldi che i costruttori stanno investendo, da qui al 2023: 225 miliardi di dollari per l’elettrificazione della gamma e altri 50 per la guida autonoma, stando alle stime di Alix Partners. Per dare un riferimento, 275 miliardi è la metà dei 553 miliardi di Ebit che i costruttori di auto e veicoli leggeri hanno generato nel quinquennio 2014/18.

    Le imprese devono costantemente fare investimenti, per andare incontro alle opportunità di nuova domanda che si prospettano all’orizzonte, ma gli analisti in verità dipingono un trend tutt’altro che espansivo nei prossimi anni. Il primo mercato del Mondo, la Cina, che ha generato in questo decennio i due terzi della crescita, pare stia tirando il freno: si proietta un meno 8% quest’anno. Gli Stati Uniti sono entrati nella fase calante del ciclo e l’Europa, per bene che possa fare, non darà i volumi necessari.

    La spinta verso l’elettrificazione arriva comunque dai governi, che impongono limiti alle emissioni impossibili da rispettare e inutili sotto il profilo ambientale, accompagnati da multe miliardarie. Davanti a queste imposizioni, i costruttori si sono sentiti incalzati. In altri termini, è la prima volta che non sono loro, i car makers, a dettare l’agenda dello sviluppo.

    Resta importante capire l’impatto che avranno questi cospicui investimenti con poco mercato e scarsi profitti. Un generale indebolimento finanziario dell’industria automobilistica, che già lo scorso anno ha mandato un’avvisaglia: una flessione del 20% dei profitti, pari a 25 miliardi di dollari, nonostante una contestuale riduzione di 44mila addetti, la prima dopo la crisi 2008/10.

    Per quanto riguarda i consumi del nostro Paese, gli automobilisti italiani sono fortemente interessati all’auto elettrica, ma sono ancora molti i talloni d’Achille che ne frenano l’acquisto. I problemi sono noti, e discussi, da anni: al momento costa troppo, almeno rispetto alle vetture convenzionali, l’autonomia genera ansia e preoccupazioni e la rete di ricarica non è sufficiente e capillare.

    Michele Crisci, presidente dell’Unrae, sottolinea che “il futuro dell’auto elettrica sarà molto legato alla capacità che le infrastrutture avranno di permettere agli utenti una ricarica continua, veloce, diffusa in maniera ampia sia domestica sia pubblica, sia nei luoghi dove lavoriamo. L’auto del futuro – conclude Crisci – sarà sicuramente un’auto elettrica, connessa e condivisa. È inevitabile un periodo di transizione. Si devono tenere in considerazione i futuri sviluppi tecnologici, ma anche la situazione presente, perché in Italia abbiamo 37 milioni di autoveicoli obsoleti rispetto a queste tecnologie”.

    In conclusione i costruttori, dopo più di un secolo di mobilità individuale a motore, oltre a meritare fiducia e rispetto, hanno le spalle per reggere questa nuova sfida. Ma le prossime strategie andranno prese con oculatezza per evitare che tutto il settore finisca in una enorme bolla senza futuro.

  • I ripetuti volteggi degli indirizzi politici del Presidente della Regione Siciliana e l’autonomia differenziata

    Nell’arco degli ultimi cinque mesi il Presiedente della Regione Siciliana ha cambiato più volte linea politica fino ad autoproclamarsi “leghista del sud”, unicamente per posizionarsi furbescamente quale punto di riferimento del sud diversamente Salviniano. Il risultato sperato non è però stato raggiunto per indisponibilità della Lega a cogliere positivamente l’offerta autoreferenziale di Musumeci, perché ha richiesto la preliminare garanzia di totale discontinuità da chi lo circonda.

    La Lega sa bene che Musumeci è prigioniero di una coalizione che comprende quasi tutti i potentati politici responsabili dei fallimenti dei governi della regione degli ultimi venticinque anni e di avere volutamente ignorato la centralità del Parlamento regionale e la sua influenza nei rapporti di forza che condizionano le scelte politiche, diventando un ostaggio della maggioranza della sua maggioranza, esattamente come il suo immediato predecessore. Per questo è interessante capire perché Musumeci avrebbe scelto la Lega quale referente politico, considerato che appena cinque mesi prima le aveva disconosciuto giustamente la matrice di partito di destra, perché manca del requisito fondamentale di nutrire alcun sentimento nazionale, essendo geneticamente legata a logiche territoriali incompatibili con il concetto di nazione, ma semmai di tribù. E quindi in che modo potrebbe costituire un referente a tutela degli interessi del sud? Ed infatti non può esserlo, tant’è che Salvini, incurante di essere stato gratificato da milioni di voti anche nel sud Italia, continua imperterrito a fare il capo della Lega Nord con la sua assillante richiesta di concessione dell’“Autonomia Differenziata”, che altro non è che una truffa per favorire illegalmente gli interessi delle regioni del nord a discapito di quelle meridionali, nel silenzio e nella complicità di FdI e appunto del Presidente della Regione Siciliana, ambedue disponibili a sacrificare il Sud in cambio di una alleanza conveniente ai fini di futuri successi elettorali.

    La truffa è iniziata con la sottoscrizione di una intesa inedita e non disciplinata da nessuna normativa vigente tra il Presidente del Consiglio Gentiloni e i presidenti delle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia e Romagna (da cui l’adesione del PD), con cui veniva stabilito, in violazione delle leggi vigenti, l’assegnazione alle Regioni richiedenti di decine di materie di competenza statale e delle relative risorse. Per capire la truffa, occorre inquadrare quale è l’attuale normativa che disciplina la materia e perché l’intesa tra Gentiloni ed i tre Presidenti di Regione è una grave forzatura del tutto illegittima e truffaldina. La norma sul trasferimento di materie dallo stato alle regioni è prevista dalla costituzione ed è subordinata, nella sua attuazione alla preliminare obbligatoria definizione dei “livelli essenziali di prestazione” (lep), della determinazione dei costi standard dei servizi da trasferire e della fissazione dei criteri di gestione del “Fondo Perequativo delle Regioni”, al fine di garantire la necessaria equità nella ripartizione delle risorse e assicurare la solidarietà tra tutti i territori dello stato, in un quadro di riequilibrio tra regioni ricche e povere. Cosa ha impedito a Lombardia e Veneto di realizzare l’autonomia differenziata con la normale procedura vigente? Solo un piccolo dettaglio: non si è mai raggiunta l’intesa per la determinazione dei “livelli essenziali di prestazione”, per la fissazione dei costi standard dei servizi da trasferire e, fino ad ora, non c’è traccia del fondo perequativo delle regioni. Quindi, senza alcuna modifica delle leggi vigenti, e data l’irragionevole incapacità di raggiungere intese in materia, ecco il colpo di scena: la decisione di capovolgere di fatto e illegalmente la normativa, procedere con una intesa inedita tra vertici esecutivi (governo nazionale e presidenti delle regioni richiedenti) all’assegnazione delle materie di competenza richieste, rinviando ad un futuro ipotetico e del tutto irrealistico le decisioni che per 18 anni non sono state raggiunte e che, una volta scappati i buoi, è prevedibile non si raggiungeranno mai. E questo è tanto vero che l’accordo prevede infatti che, qualora non si dovesse raggiungere l’intesa sui costi standard entro i tre anni successivi al trasferimento delle materie dallo stato alle regioni non ci sarebbe nessuna conseguenza, perché i servizi dovrebbero comunque essere garantiti a costi pari alla media nazionale. Se a questa clausola si aggiunge la disposizione che garantisce il diritto di Lombardia e Veneto di trattenere tutti gli eventuali surplus di finanziamenti ottenuti per i pagamenti dei servizi, si ha chiaro il disegno di Salvini, Fontana e Zaia di ottenere un lasciapassare per pagarsi i costi dei servizi anche a valori molto più alti della media nazionale e in tal modo trattenere il più possibile delle proprie entrate tributarie a fronte delle maggiori spese, ovviamente a discapito delle regioni più disagiate che non ne avrebbero le possibilità per le loro minori entrate fiscali e per la mancanza delle eventuali integrazioni in assenza del fondo perequativo regionale. L’obiettivo finale che persegue Salvini non è formalmente di rapinare le regioni meridionali, ma di raggiungere tale risultato attraverso l’autorizzazione all’aumento esponenziale delle spese delle regioni ricche, i cui maggiori consumi esauriranno le risorse per la solidarietà nazionale e sarà la fine del patto repubblicano che tiene unita l’Italia. Una vera e propria secessione economica di fatto, messa in atto e sollecitata in maniera assillante da quello stesso leader della Lega che ha preso milioni di voti al Sud e che non ha alcuna remora a condannare i suoi elettori alla definitiva marginalità economica e sociale, con servizi scolastici, sanitari e di qualsiasi altra natura da terzo mondo. Ecco perché occorre impedire assolutamente l’approvazione del progetto attuale di Autonomia Differenziata e rinunciare anche al “passaggio parlamentare” che, lungi dall’essere una “riparazione alla truffa dell’accordo verticistico”, rischia di esserne solo una ipocrita legalizzazione. L’unica strada è quella di annullare integralmente la procedura-truffa e pretendere il pieno rispetto delle leggi vigenti in tema di Autonomia e conseguentemente di mantenere l’ordine naturale delle cose a partire dalla preliminare definizione dei “LEP”, dei costi standard dei servizi e della istituzione del fondo perequativo regionale, per onorare la corretta Autonomia Regionale che, per soddisfare il bene comune, deve contribuire al rafforzamento del principio costituzionalmente garantito dell’Unità Nazionale, valore sacro, irrinunciabile e non negoziabile.

    * Già sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali

  • In attesa di Giustizia: la difesa è uguale per tutti

    La nostra Costituzione – chi scrive, sapete, è un cultore dei principi fondamentali dello Stato – all’art. 24 stabilisce che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento: il parametro, riferito perspicuamente al processo penale trova, peraltro, applicazione in ogni altra sede in cui un soggetto debba tutelare i propri diritti o interessi.

    Accade che, in una settimana nella quale si sono ulteriormente alimentate polemiche e indiscrezioni sul “sistema C.S.M.” e sulle indagini collegate, coinvolgendo – tra gli altri – l’attuale Procuratore Generale della Cassazione, nel volgere di pochi giorni nei quali un magistrato di Napoli è finito in manette per corruzione, spicca non tanto la notizia dell’avvio di un procedimento disciplinare nei confronti del Dott. Luca Palamara, c’era da aspettarselo, quanto quella relativa alla circostanza che nessun Magistrato avrebbe accettato di difenderlo: l’Ordinamento Giudiziario, infatti, prevede che in quella sede l’incolpato possa farsi assistere da un suo Collega (fino ad alcuni anni fa, solo da un altro Magistrato) ovvero da un avvocato del libero Foro. La scelta, il più delle volte, ricade su un altro appartenente all’Ordine Giudiziario anche per la migliore conoscenza della materia nel suo complesso. Scrive, peraltro, in una sua memoria difensiva il Dott. Palamara che nessuno di coloro che ha contattato per farsi patrocinare alla Disciplinare del Consiglio Superiore avrebbe accettato l’incarico.

    Ciò, certamente, non vuol dire che nessuno in assoluto abbia dato un riscontro positivo: certamente nessuno dei prescelti in questo caso che, verosimilmente, saranno stati individuati in base alla loro attitudine e competenza in quel settore. Pochi o tanti che siano, non è bello e non è un bel segnale perché, come scrive lo stesso Palamara, quell’articolo 24 della Costituzione che abbiamo ricordato all’inizio è uno dei primi insegnamenti che viene offerto a chi vuole diventare Magistrato; in realtà lo è per qualsiasi studente di giurisprudenza poiché l’esame di Diritto Costituzionale è proprio al primo anno di corso.

    Lo spettacolo cui tocca assistere è sconfortante perché chi non ha cultura della difesa non può avere quella della giurisdizione né può essere un fautore della presunzione di non colpevolezza: quello che sta accadendo ha il sapore acre del “dàgli all’untore” di manzoniana memoria, quasi che nessuno voglia rischiare di sporcarsi le mani difendendo quest’uomo o che la difesa – come in altre occasioni si è dimostrato di considerare, e ne abbiamo scritto su queste colonne – non sia un principio di civiltà ma un momento in cui si realizza una commistione con l’autore di un illecito al quale si finisce con l’essere omologati.

    Pochi o tanti che siano i Magistrati che hanno rifiutato la difesa di Luca Palamara hanno in questo modo abiurato al giuramento sulla Costituzione fatto quando hanno preso le funzioni, eludendone la richiesta di soccorso quasi che fosse portatore di una malattia infettiva.

    Il Dott. Palamara ha allora ringraziato i suoi avvocati, quelli che lo patrocinano nel procedimento penale e che, dunque potendolo fare, lo assisteranno anche nel disciplinare: uomini che non fanno gli  avvocati,  ma sono avvocati nel profondo dell’animo, uomini che non vogliono schierarsi solo dalla parte del più forte, o di chi sembra tale, della ragione o quella che sembra tale.

    Uomini che quando dalla parte della ragione – ricordo ancora una volta Bertold Brecht – sembra non esserci più posto scelgono, senza indugio, di sedersi da quella del torto. O presunto tale, perché non lo sarà fino a quando definitivamente accertato in un’attesa di Giustizia che vale e deve valere per tutti.

  • Nel 2018 il minimo storico di nati in Italia dal 1861

    La popolazione residente in Italia alla fine del 2018 è calata di oltre 124mila unità rispetto al 2017 (-0,2%). Rilevando questo dato l’Istat segnala che in Italia si assiste per il quarto anno consecutivo ad un calo demografico: dal 2015, infatti, il Paese ha perso oltre 400mila residenti, facendo registrare una popolazione complessiva di 60 milioni 359.546 persone. E se si fanno i conti dal 2014, il calo di italiani risulta equivalente alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila persone)

    Il 2018 è stato anche l’anno che ha visto il nuovo minimo storico delle nascite, calate di oltre 18mila unità (-4%). All’anagrafe sono stati iscritti infatti soltanto 439.747 bambini, il numero più basso dall’Unità d’Italia. Il saldo naturale, la differenza tra i nati e i morti, è stato di -193 mila unità, il che significa che i morti sono stati 193mila in più dei nuovi nati. La Regione dove maggiore è lo spopolamento, dove maggiore è la differenza tra nati e morti, è la Liguria, seguita da Toscana, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Molise, l’area dove migliore è il saldo tra nati e morti è quella della provincia di Bolzano (+880 unità).

    Il numero di figli per donna in età fertile, ricorda il presidente della Società Italiana di Neonatologia (Sin) Fabio Mosca, «è 1,34, siamo fanalino di coda in Europa e, secondo le ultime previsioni Eurostat, nel 2050 nasceranno appena 375 mila bambini. Questo vuol dire che stiamo ridisegnando l’idea di famiglia: tre quinti dei nostri bambini non avrà fratelli, cugini e zii; solo genitori, nonni e bisnonni».

    Il calo ha in effetti riguardato anche i decessi, che nel 2018 sono stati 633mila, cioè 15mila in meno rispetto al 2017. Il numero delle morti, però, dipende ovviamente da fattori che non hanno praticamente nulla a che fare con la volontà degli italiani e che dipendono da fattori esterni. Le condizioni climatiche e le maggiori o minori virulenze delle epidemie influenzali stagionali, per esempio, possono influire sull’andamento del fenomeno come è avvenuto nel 2015 e nel 2017, anni in cui si è registrato un visibile aumento.

  • L’indebita appropriazione

    Ad ogni pubblicazione dei dati economici relativi alla crescita economica o ad una eventuale stagnazione, o peggio recessione, come all’andamento dell’occupazione, si assiste da oltre vent’anni anni alla ricerca della subdola appropriazione ed interpretazione di questi dati per avvalorare le strategie economiche del governo in carica o dell’opposizione. Un’appropriazione decisamente indebita che risponde a logiche politiche più che all’interpretazione legittima della fotografia che tali dati dovrebbero indicare. In questo senso, infatti, questi comportamenti trovano una ulteriore conferma di fronte all’andamento dell’occupazione reso noto recentemente dall’Istat.

    Il governo in carica, ed i partiti che lo sostengono, afferma la validità delle scelte strategiche come il reddito cittadinanza e quota 100 indicando nell’aumento dell’occupazione confermati all’Istat la prova evidente. Viceversa l’opposizione ne contesta il valore reale in quanto considerati frutto di dinamiche economiche esterne alla politica del governo in carica.

    In questo senso può risultate utile ma soprattutto intellettualmente onesto effettuare un semplice confronto tra i dati odierni e quelli dell’anno precedente per il medesimo periodo. Nel 2019 l’Istat nel periodo marzo-maggio certifica la crescita degli occupati in 167.000 unità. Nel 2018 la crescita e l’occupazione risultarono del +0.5% con 114 000 nuovi occupati. Il tasso di occupazione rilevato dall’Istituto di statistica italiano per il 2019 è del 59.1% (+0,1%) a fronte di una crescita nel 2018 degli occupati al 58,8% (+0,9%).

    Sempre nel 2019 le persone in cerca di occupazione si sono ridotte di 51.000 unità (-1,9%) mentre nel medesimo periodo del 2018 le persone in cerca di occupazione erano in diminuzione del 2,9%. Nello scorso anno, quindi, con gli effetti della finanziaria approvata nel 2017 dal governo Gentiloni, vennero creati 70.000 posti di lavoro a tempo determinato e 62.000 a termine mentre nell’anno in corso risultano 96.000 i contratti a tempo indeterminato e passano a 27.000 i lavoratori indipendenti legati probabilmente alla nuova legislazione relativa alle partita IVA. Viceversa risulta stabile nel 2019 il numero degli inattivi che invece era in diminuzione  del -1,5 % per il  2018.

    Questa semplice analisi comparativa dimostra come non si registri un sostanziale scollamento nelle dinamiche occupazionali per il medesimo periodo dell’anno anche se con governi diversi e di orientamento politico opposto. Molto probabilmente, infatti, risulta più significativo il periodo di rilevazione in quanto fortemente legato ed influenzato dai contratti stagionali più di quanto possano risultare  le politiche economiche dei diversi governi. In altre parole, assistiamo ad una vera e propria appropriazione indebita, precedentemente da parte del governo Gentiloni successivamente da parte del governo in carica, dei trend occupazionali i cui quadri risultano invece sostanzialmente indipendenti (e per fortuna) dalle politiche dei governi stessi. Governi che, nel caso dell’ultimo in carica, dovrebbero preoccuparsi della riduzione della stima di crescita per il 2020 che passa dallo 0,6 % allo 0,3% (-50%!!!) a fronte di ridicole previsioni di un +3% prevista nell’ottobre 2018 da Savona (la cui competenza è stata premiata con la presidenza della Consob) collegate alle altrettanto fantasiose previsioni di una crescita per l’anno in corso del +1.4 %, ossia quattordici (14)  volte inferiore la rilevazione attuale (+0,1/0,0%).

    Ancora una volta si assiste a questa appropriazione indebita da parte dell’intera classe politica legata a una manifestazione di disonestà intellettuale nell’ambito economico che ha accomunato tutti i governi degli ultimi vent’anni. Con l’aggravante, attribuibile a quest’ultimo in carica, di negare persino l’evidenza dei trend economici decisamente preoccupanti probabilmente perché incapace di comprenderla.

  • L’aberrazione di uno Stato che si crede meglio del privato anche in famiglia

    Quando una società si deve definite gravemente ammalata? Se la giustizia, la politica, il volontariato, gli organismi di aiuto sociale, pubblici e privati, tutti insieme contribuiscono a creare una rete di illegalità che sfocia addirittura in sevizie, fisiche o psichiche questa è una società malata. Se tutti questo avviene coinvolgendo bambini, distruggendo famiglie, creando infami posizioni di lucro e di potere, questa è una società marcia nel profondo e per la quale non esistono speranze se non attraverso il radicale abbattimento di tutto quanto ha portato a queste situazioni e le pene più severe possibili per tutti coloro che, a vario  titolo, sono coinvolti nell’infame vicenda. Ancora più inquietante è che tutto questo si sia verificato nella provincia di Reggio Emilia, terra ricca sia economicamente che di antica cultura, qui dove si trova il castello di Matilde di Canossa davanti al quale l’imperatore Enrico IV rimase inginocchiato tre giorni per ottenere la revoca della scomunica, qui dove vi sono dimore antiche, prati stabili fioriti, floridi allevamenti e la produzione del Parmigiano Reggiano, qui dove comunque la ’ndrangheta ha messo da tempo le radici del suo impero di costruzioni che si è poi diramato in varie parti del nord, qui dove ferma il Freccia Rossa, che ignora Parma e Piacenza, qui dove negli anni bui del terrorismo di casa nostra si giustificava tutto e tutti e si facevano i primi esperimenti di accoglienza, un’accoglienza come sempre mirata a fini più politici che umanitari, qui è nata e ha proliferato, con la complicità di troppi, una delle più schifose attività. Un vero e proprio sequestro di bambini, poi sottoposti al lavaggio del cervello anche con strumenti elettromagnetici, ai quali veniva impedito di reincontrare i loro genitori e di ricevere da questi lettere e regali, un’associazione a delinquere supportata da motivi economici ed ideologici, un gruppo di veri delinquenti protetti dalle funzioni che avrebbero dovuto svolgere a beneficio della collettività. Le notizie più approfondite le abbiamo lette tutti sui quotidiani quello che manca e l’analisi che dobbiamo fare collegando questi fatti ai tanti altri che abbiamo letto in questi ultimi anni, fatti che hanno sempre visto coinvolte come vittime le persone più indifese, i bambini e gli anziani. E’ questa la società del progresso e della libertà, della democrazie e del diritto? L’estremo permissivismo, la pletora di leggi inapplicate, l’aumento esponenziale dell’egoismo e del cinismo, dell’indifferenza e del desiderio di guadagno facile, la mancanza di morale e l’assopimento dei valori più elementari ha creato il mostro, il mondo nel quale viviamo, del quale abbiamo paura ma per cambiare il quale non siamo capaci di impegnarci consapevolmente, così ci rifugiamo nel nostro privato sperando che la prossima volta non tocchi a noi e questo rende il mostro sempre più forte e noi sempre più deboli .

  • Il controllo facciale? Una meraviglia sull’iPhone, una minaccia in mano allo Stato

    La tecnologia aiuta a vivere meglio, è indubbio (a parte la fatica di imparare a usarla), ma quando finisce in mano allo Stato possono essere guai. La tecnologia facciale, come ben sa chi ha gli ultimi modelli di iPhone, consente di essere riconosciuti come titolari del proprio cellulare e attivarlo, escludendo che altri possano farlo. Ottimo, comodo, non c’è che dire. Ma la tecnologia facciale può anche essere usata ad altri fini, in alcuni Paesi è già così e l’Italia potrebbe prendere esempio.

    In Cina la tecnologia facciale viene già utilizzata per la ricerca di sospetti colpevoli: Mr Ao è stato individuato tra 60mila persone ad un concerto e arrestato in quanto ricercato per reati economici. L’Italia, che con questo governo ha stretto rapporti talmente buoni con Pechino (nuova via della seta) da suscitare forti perplessità in Europa ed Usa, potrebbe fare altrettanto. Una volta che una faccia sia stata ripresa da una telecamera, il controllo facciale consente di riscontrare se una certa persona è esattamente quella con quella faccia oppure no. Anche qui, si può pensare che la tecnologia sia utile ai fini investigativi e che tali fini rendano lecito usare simili tecnologie. Il problema, però, è che nulla vieta – il timore è stato espresso anche da Aldo Cazzullo su Style Magazine – che l’autorità si faccia prendere un po’ troppo la mano, visto quanto è comodo il controllo facciale, ad esempio utilizzandolo per identificare chi posteggia in doppia fila (atteggiamento non dei più commendevoli, d’accordo, ma talmente grave da giustificare un controllo simile? La pubblica amministrazione, prima di addossare colpe e multe, non dovrebbe provvedere a garantire parcheggi visto che nessuna Greta o sforzo ambientalista rende possibile ad oggi far scomparire le auto?).

    Le telecamere, sempre più numerose, che vigilano su luoghi pubblici sollevano già problemi di privacy (d’accordo la tutela della sicurezza, ma questo autorizza a registrare le facce di tutti e archiviare i relativi dati?), il controllo facciale lascia supporre che si creino immensi database/archivi con le facce di ciascuno di noi, per tempi indefiniti (perché ovviamente per usare il controllo facciale occorre avere una persona in carne ed ossa ed una faccia di cui si ha l’immagine da raffrontare). E creare questi immensi database non significa supporre che ciascuno di noi sia un potenziale colpevole non ancora scoperto. Il magistrato Piercamillo Davigo la pensa esattamente così (ma di solito circoscrive questa idea a quanti hanno a che fare con denaro pubblico e possono corrompere o essere corrotti, non la formula nei confronti di tutti indiscriminatamente), la Costituzione italiana all’articolo 27 dice che non si può ritenere colpevole nessuno neanche quando nei suoi confronti si è già arrivati a processo fino a sentenza definitiva e non più contestabile in altro tribunale. Ma se non è possibile pensare che sia colpevole chi è indagato/sotto processo, come si può sospettare chi neanche è indagato o sotto processo (certo, potrebbe compiere qualcosa di più o meno illegale nell’arco della sua vita, ma se vale questo ragionamento allora per la stessa logica securitaria dovrebbero essere incarcerati tutti i figli di coloro che siano stati ritenuti colpevoli di qualche reato).

  • In Italia il calo maggiore di domande di asilo internazionale rivolte all’Europa nel 2018

    L’Italia è il Paese Ue che ha registrato il calo maggiore di domande di asilo nel 2018 rispetto all’anno precedente: -53%, in cifra assoluta 59.950 contro 128.850. E’ quanto risulta dal rapporto annuale dell’Ufficio europeo di sostegno all’asilo (Easo), che a livello europeo segnala un calo del 10% delle richieste di protezione internazionale. La Germania, che resta il Paese a cui perviene il maggior numero di richieste (184.180), ha fatto registrare un calo del 17%, mentre la Francia ha sostituito l’Italia al secondo posto dell’anno scorso (quest’anno siamo al quarto posto) con 120.425 richieste, pari a un incremento annuo del 21%. Al terzo posto si colloca la Grecia, con 66.965 richieste, pari a un +14% rispetto al 2017. La Spagna è quinta, dietro l’Italia, con 54.050 richieste  (+48%).

    Siriani (14%), afghani e iracheni (7%) i principali richiedenti asilo, Ue, Svizzera, Norvegia e Liechtenstein l’anno scorso anno ricevuto 664.480 domande, contro le 728.470 del 2017. Quasi i tre quarti delle richieste complessive sono state presentate in Germania, Francia, Grecia, Italia e Spagna. Nei primi cinque mesi del 2019 le domande di protezione internazionale registrate in Europa sono state oltre 290mila (in aumento dell’11% rispetto allo stesso periodo nel 2018). Oltre che da Siria, Afghanistan e Iraq, le domande quest’anno arrivano in gran numero dal Venezuela.

    L’Italia si conferma al secondo posto per domande d’asilo pendenti alla fine del 2018 (102.995), preceduta di gran lunga dalla Germania (384.815) e seguita dalla Spagna (78.705) e dalla Grecia (76.330).

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