Italia

  • Glory and Pride Made in Usa

    La foto apparsa sul Corriere della Sera esprime il sentimento di riconoscimento e di orgoglio del Presidente degli Stati Uniti nei confronti dell’industria ed in questo caso dell’Industria dei grandi mezzi di trasporto. In questa visita ad uno dei più grandi costruttori di camion statunitensi il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha confermato che la pubblica amministrazione americana (il primo acquirente di beni e servizi al mondo) passerà immediatamente nell’acquisto dall’attuale 55% al  60%  di beni e servizi prodotti negli Stati Uniti per raggiungere il 65% nel 2024 ed il 75% nel 2029.

    La strategia per riprendersi dalle conseguenze devastanti della pandemia a livello mondiale per l’amministrazione Democratica statunitense è quella di  puntare sulla produzione di beni e servizi Made in Usa attraverso l’azione diretta della pubblica amministrazione.

    La foto è assolutamente impensabile per un leader italiano ed europeo e dimostra il sentimento di orgoglio  di un presidente degli Stati Uniti per il livello raggiunto ed espresso  attraverso i propri prodotti dal settore del trasporto merci. Una strategia che parte dall’orgoglio e dal riconoscimento del valore anche come volano esercitato all’interno dell’economia statunitense da questi fondamentali asset industriali.

    Contemporaneamente, tuttavia, questo orgoglio non impedisce alla stessa amministrazione statunitense di investire parallelamente in nuovi percorsi ferroviari tanto per le merci quanto per i cittadini. Quando una politica di sviluppo parte dal sincero sentimento di riconoscimento dei risultati ottenuti da tutti i settori economici, nessuno escluso, quanto dall’orgoglio per il  valore degli stessi come sintesi di investimenti in ricerca tecnologia (1) e know how industriale (2) e professionale (3) allora in questo rinnovato contesto di fiducia ogni investimento, anche in settori diversi, produrrà un effetto moltiplicatore sull’economia complessiva del paese avendo mantenuto e tutelato  la produzione nazionale e i suoi asset storici.

    L’amministrazione statunitense sta dimostrando al mondo e soprattutto all’Europa e all’Italia come la ripartenza dopo una grave pandemia debba trovare la propria ispirazione dal riconoscimento del valore espresso in tecnologia e capacità industriale e professionale che i prodotti attualmente esprimono offrendo loro nuove risorse finanziarie ma anche normative per un miglioramento anche a livello di impatto ambientale.

    L’Italia viceversa, e l’Europa in particolare, con la semplice introduzione del divieto di vendita dei motori endotermici dal 2035 di fatto annulla quel vantaggio tecnologico europeo dimostrando di non avere nessun sentimento di riconoscimento e quindi un sostanziale disprezzo per l’intera filiera produttiva e contemporaneamente nessun tipo di orgoglio per il livello tecnologico raggiunto e per  le potenzialità di sviluppo dei prodotti del settore automotive.

    Dalla foto emerge quindi la vicinanza di un Presidente degli Stati Uniti ad un settore industriale in particolare ma anche un’attenzione a tutte le filiere produttive  nazionali con l’introduzione di nuovi protocolli della pubblica amministrazione statunitense.

    Joe Biden esprime in questo modo il proprio riconoscimento con la  Gloria e l’Orgoglio  per il livello attuale dei prodotti americani.

    Glory and Pride Made in Usa

  • L’unico modello di sostenibilità in Italia

    Da tempo sostengo, inascoltato, come la carenza di manodopera che molte aziende denunciano da una parte sia sicuramente legata alla mancanza di figure tecnico-professionali, quindi da decenni di mancati investimenti nella  formazione professionale tanto degli enti statali quanto di quelli  regionali. Contemporaneamente questa mancanza di “professionisti” è  legata anche ad una abbassamento del livello retributivo offerto come espressione, specialmente nei livelli professionali più bassi, della concorrenza tra lavoratori.

    Nel secondo caso risulta fondamentale il ruolo giocato dalle cooperative le quali usufruendo di un regime fiscale assolutamente privilegiato si trasformano in fornitrici di manodopera a basso costo proprio in virtù di un regime fiscale che le favorisce. La vicenda della Grafiche Venete dopo uno scandalo simile alla Fincantieri denota il comportamento di alcune grandi aziende le quali crescono “importando  i costi della delocalizzazione“, cioè attraverso l’utilizzo di manodopera a basso costo fornita da cooperative esenti da ogni obbligo fiscale.

    Ecco perché da anni ad una crescita economica delle imprese in termini di fatturato e di occupazione solo parzialmente corrisponda in minima parte la crescita  dei consumi. Una dinamica economica che dovrebbe anche determinare minori  aspettative relative all’impatto economico ed occupazionale delle risorse europee del PNRR, in particolar modo nel settore infrastrutturale, molto simile alla dinamica perversa dei subappalti. Troppo spesso, infatti, questa crescita di fatturato e redditività è frutto di un abbassamento del livello retributivo per le figure professionali meno qualificanti e si manifesta anche attraverso ritmi e ore lavorate molto più simili ai paesi dell’estremo Oriente che non all’occidente avanzato.

    A questa depatrimonializzazione e svalutazione progressiva  del valore del lavoro si aggiunge il ruolo di figura “terza” dello Stato il quale assicura a tutto il mondo delle cooperative un regime fiscale assolutamente ingiustificato specialmente quando queste forniscono manodopera a basso costo. Si evita ogni commento sulla assenza totale di un controllo, anche superficiale, dei quadri dirigenti del variegato mondo della cooperazione.

    Da questa latitanza dirigenziale nascono cooperative prive di ogni controllo e molto spesso si trasformano in strumenti  di vessazioni inaudite.

    Mentre il Parlamento, come espressione della un sistema politico e sindacale, rimane distratto dalla lodevole  tutela delle minoranze  “di genere” non si cura della tutela di quel “genere” dei lavoratori in questi ambiti cooperativi.

    Il mondo delle imprese non può pensare di crescere semplicemente attraverso il fatturato il quale ovviamente rappresenta sempre il parametro principale. Contemporaneamente la stessa azienda deve contribuire in parte alla crescita economica dell’area geografica di appartenenza attraverso il lavoro valutato e retribuito con parametri occidentali. Questa nuova attenzione non può ovviamente tradursi in una specie di autarchia professionale cioè attraverso l’assunzione di  sola manodopera autoctona ma semplicemente con l’applicazione dei  contratti nazionali  integrati da quelli aziendali per quanto riguarda anche  la manodopera delle figure di più basso livello professionale. Un principio ormai disatteso, come dimostra questo pessimo esempio di una parte dell’imprenditoria veneta ma già evidente da anni nel settore dei servizi.

    Mai come ora la politica ed i sindacati cavalcano l’onda di un nuovo paradigma di sostenibilità con l’obiettivo di rilanciare la propria centralità di figure istituzionali dopo aver disatteso clamorosamente una delle principali  funzioni  legata alla tutela dei lavoratori, dimostrandosi, ancora una volta, incapaci di elaborare un quadro di sviluppo economico veramente sostenibile ed al tempo stesso compatibile con le esigenze minime dei lavoratori e delle professionalità espresse.

    Mai come ora il concetto di sostenibilità andrebbe rivisto adottando cosi parametri  legati al contesto economico italiano all’interno di un mercato globale e di conseguenza lontani dall’ ideologia di sostenibilità massimalista.

    Questa semplice scelta politica produrrebbe effetti notevoli sul benessere dei lavoratori e delle imprese e del contesto sociale nel quale operano (02.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

    Solo questo può rappresentare il modello di sostenibilità di cui ha bisogno il nostro Paese con l’obiettivo di assicurare una crescita economica unita a quella dei consumi e a quella sociale e culturale.

    P.S. A parte qualche caso isolato emerge il silenzio degli autori dei libri alla cui realizzazione partecipavano lavoratori pakistani con turni anche di 16 ore al giorno. Il mondo della cultura ha perso un’altra occasione per dimostrare la propria diversità dal mondo dell’ interesse economico speculativo. La cultura evidentemente ha un prezzo ed evidentemente è già stato ampiamente pagato come il silenzio degli autori dimostra.

  • Il green pass e la presunta libertà perduta

    Le polemiche sul Green Pass e, soprattutto, le argomentazioni dei focosi oppositori dovrebbero preoccupare gli antropologi perché sono evidenti espressioni di una collettiva, sebbene per fortuna fortemente minoritaria mutazione della capacità di comprendere il senso logico dei ragionamenti e il nesso tra cause ed effetti dei comportamenti umani.

    A parte la sempre inevitabile strumentalità di alcuni contestatori, appare infatti evidente la profonda convinzione della maggioranza di questi delle proprie ragioni, specie sotto il profilo del dettato costituzionale della tutela della propria libertà.

    Ecco perché è doveroso spiegare, fino allo sfinimento se necessario, che non è assolutamente vero che il Green Pass produrrebbe discriminazioni tra i cittadini, mentre al contrario la sua mancanza le determinerebbe senz’altro. Infatti non c’è nessuna discriminazione in un Paese in cui si rispetta, forse perfino al di là di ogni oggettiva ragionevolezza, il diritto a non vaccinarsi, mentre ovviamente non si può penalizzare chi sceglie di vaccinarsi, rendendolo uguale a chi non accetta di farlo. Questa sarebbe appunto una discriminazione inaccettabile. Non è il caso di ricordare che il rifiuto a vaccinarsi, con la sola eccezione di impedimento sanitario a farlo, è un atto di asocialità perché oltre ad esporre il non vaccinato ai rischi dell’infezione, lo rende oggettivamente responsabile della salute altrui e questo comporta che un atto di libertà non può costituire nocumento per altre persone. Ma che un non vaccinato possa invocare i diritti costituzionali alla parità di trattamento, oltre che sbagliato, appare come una pretesa ingiustificata. I vaccinati hanno il sacrosanto diritto di accedere a qualsiasi luogo desiderino in assoluta sicurezza, senza la preoccupazione di essere insidiati da potenziali untori non vaccinati. Quindi il grido di libertà per tutti senza presunte discriminazioni della Meloni è sbagliato e politicamente scorretto, ed ha solo la funzione di adescare i pasdaran no vax a caccia di protettori delle loro pretese.

    Gli oppositori del Green Pass, nelle loro analisi basate su slogan senza supporti di contenuti scientifici né logici, ignorano o sottovalutano la pericolosità del Covid che, a parte la letalità, lascia al 10-15% di infettati conseguenze gravi riconosciute come patologie da “Long Covid”, che durano anche oltre sei mesi dopo la guarigione, e perfino patologie permanenti gravi o gravissime con conseguenti costi enormi per la collettività.

    Per tutte queste ragioni si impongono le limitazioni del Green Pass, che non sono punizioni, ma misure di contenimento della pandemia a chi non vuole per sua scelta l’immunità e quindi rimane soggetto a rischio. Ma poi dove sarebbe lo scandalo? Il vaccino è lo strumento riconosciuto per tornare liberi a fare una vita normale, chi lo rifiuta, rinuncia a tornare alla vita normale. E’ come se un dipendente pubblico con la licenza elementare protestasse per ottenere l’incarico di dirigente, per il quale occorre la laurea. Si tratta di una condizione e la libertà non solo non si può invocare a difesa, ma proprio perché essendo la carenza del titolo frutto di libera scelta è stata pienamente rispettata. Inoltre è assolutamente noto che il vaccino non esclude in assoluto il rischio di infezione, ma lo limita fortemente e, soprattutto, ne esclude totalmente il pericolo di mortalità. E su questo nessuno ha mai mentito. Sono stati sempre noti infatti i livelli di immunizzazione dei vaccini, le cui percentuali mai sono state superiori al 94-95%, che non è il 100%. Per questo è strumentale il tentativo di ridicolizzare i vaccini sostenendo con le battutine la loro inutilità. Senza i vaccini, almeno fino a quando non si troveranno cure efficaci per sconfiggere il virus, non c’è libertà e ritorno alla normalità per nessuno. Ma è proprio per questo che occorre che tutti si vaccinino e chi non lo vuole fare sia necessariamente assoggettato ad un regime diverso rispetto a chi invece accetta di farlo. Ecco perché insegnanti e studenti debbono essere vaccinati, perché le scuole devono riaprire ed operare in presenza, ma non possono in alcun caso diventare focolai per la diffusione del contagio.

    Per fortuna che al governo c’è Draghi, e non i soliti sensali della politica italiana, che ha istituito il Green Pass, ma deve fare di più e cioè estenderlo ai viaggi in treno, in aereo e nei mezzi di trasporto in generale e introdurre l’obbligatorietà del vaccino, dopo quella del personale sanitario, anche al personale della scuola, insegnante ed ausiliario, agli alunni dai 12 anni in su ed a tutte le categorie che hanno rapporti e contatti con il pubblico.

    Questo è il senso vero di un Paese ordinato, con un governo che tutela i diritti fondamentali dei cittadini come sancito dalla Costituzione, che stabilisce le norme a tutela della salute pubblica e la loro applicazione, con tutti i necessari controlli e relative sanzioni e che garantisce anche la libertà a chi, per sua scelta, rifiuti l’unico strumento di liberazione dal virus e dal rischio di morte, ma con le limitazioni imposte dal buon senso e dal principio etico che la libertà di ciascun cittadino finisce dove comincia la libertà degli altri.

    *Già sottosegretario ai BB.AA.CC.

  • Incontro G20 sull’ambiente, clima ed energia: quali priorità?

    Fino a domani a Napoli si svolgerà il G20 sulle tematiche ambientali e su come favorire la transizione ecologica. La Presidenza del G20, com’è noto, attualmente è dell’Italia. L’ISPI ha presentato una disanima in merito dal titolo Come realizzare la transizione ecologica? Come affrontare il cambiamento climatico? Quali sono le opportunità di una ripresa sostenibile e inclusiva.

    Per i ministri dell’Ambiente e dell’Energia del G20 che si incontrano a Napoli i principali obiettivi sono: conciliare la tutela dell’ambiente con la crescita economica e la giustizia sociale; salvaguardare gli ecosistemi e prevenire la perdita di biodiversità; dare priorità e attuare politiche di crescita verde a basse emissioni di carbonio nei pacchetti di ripresa post-pandemia; favorire la transizione energetica verso le rinnovabili per ridurre le emissioni globali: questi alcuni degli obiettivi della Riunione Ministeriale che si terrà a Napoli il 22-23 luglio.
    Su questi temi la Presidenza italiana ha avanzato proposte per sollecitare la comunità internazionale verso obiettivi più ambiziosi.
    Cosa può fare davvero il G20 per gettare le basi di una ripresa davvero sostenibile? Quali azioni concertate possono essere intraprese per costruire un sistema socio-economico a basse emissioni di carbonio e resiliente al clima?
    Con circa il 90% del PIL mondiale, circa i due terzi della popolazione mondiale e circa l’80% delle emissioni di gas serra, i paesi del G20 sono chiamati a svolgere un ruolo significativo nel limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e nel trovare soluzioni praticabili per combattere il cambiamento climatico.
    Il lavoro della Ministeriale sarà articolato in tre macro-aree:
    1) biodiversità, protezione del capitale naturale e ripristino degli ecosistemi; 2) uso efficiente delle risorse ed economia circolare; 3) finanza verde.
    L’ultimo numero, la finanza verde, è stato protagonista della Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici, tenutasi l’11 luglio a Venezia, durante la Riunione Ministeriale delle Finanze del G20. I leader del G20 hanno mostrato una crescente consapevolezza della necessità di rendere il settore privato un partner cruciale poiché gli investimenti necessari per “verdirne” l’economia globale superano di gran lunga i fondi pubblici disponibili. La Presidenza italiana ha puntato i riflettori sul sostegno finanziario alla transizione verde istituendo il Sustainable Finance Working Group (SFWG), che dovrebbe anche puntare a coinvolgere investitori privati e definire meglio il ruolo che lo sviluppo e le banche regionali possono svolgere nel sostenere i paesi poveri e in via di sviluppo .
    Sebbene i paesi del G20 sembrino allineati sull’obiettivo della neutralità del carbonio e dell’economia a basse emissioni di carbonio nei prossimi decenni, permangono alcune divergenze su questioni chiave come il meccanismo di regolazione delle frontiere del carbonio: aumenta il rischio di “protezionismo verde”? Come progettarlo per renderlo compatibile con le regole del commercio internazionale? Su queste e altre pressanti questioni ambientali globali, il T20 – e in particolare la Task Force su Clima, Energia Sostenibile e Ambiente coordinata dall’ISPI – ha raccolto le sue raccomandazioni politiche in una dichiarazione presentata ai ministri dell’Ambiente e dell’Energia del G20.

    Fonte: ISPI

  • Clamoroso errore di comunicazione e strategia

    Considero francamente un grandissimo errore politico, ed anche sotto il profilo della comunicazione, quello di Mario Draghi e del suo governo nell’aver scelto la professoressa Fornero come consulente del governo in carica. Esistono moltissime figure professionali che possono arricchire le dinamiche governative in particolar modo in un momento così complesso.

    Rappresenta una scelta veramente sconcertante aver introdotto all’interno della compagine dei propri consulenti governativi una figura già ampiamente compromessa con il governo Monti, come l’ex ministro Fornero, ed anche per questo ancora oggi fortemente divisiva.

    In un momento, poi, in cui si chiedono ancora una volta alla cittadinanza ulteriori sacrifici, navigando assolutamente a vista relativamente alle problematiche della variante Delta, mentre contemporaneamente si allunga la lista delle multinazionali, specialmente nel settore Automotive, che avviano le procedure dei licenziamenti per le molte filiali industriali collocate nel nostro Paese.

    All’interno di una stagione ancora difficile, soprattutto per i cittadini, e a “soli” diciassette (17) mesi dall’inizio della pandemia, sarebbe stato sicuramente più opportuna una figura professionale nuova e, come ho detto prima, non divisiva in relazione al proprio operato come l’ex ministro del governo Monti.

    La percezione della distanza tra il governo in carica e buona parte della popolazione e degli elettori comincia a diventare imbarazzante soprattutto quando contemporaneamente lo stesso governo si appella ancora una volta ad un senso del bene comune con l’obiettivo di superare questo ulteriore terribile periodo.

    Risulta francamente imbarazzante come un Presidente del Consiglio, seppur privo di un qualsiasi mandato elettorale proprio per l’eccezionalità del momento storico, non dimostri alcuna attenzione per il sentiment generale e per le aspettative dei cittadini, i quali, dopo oltre un anno e mezzo di sacrifici, non possono ritrovarsi il ministro del governo Monti che ancora oggi non è n grado di indicare quanti fossero gli esodati.

    Una responsabilità, va ricordato, condivisa con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per la programmazione ed il coordinamento economico, tale Tabacci Bruno, vero superstite dalla prima Repubblica che ha cambiato nove (9) partiti, sempre per il “bene del Paese” ovviamente.

    È mai possibile che non esista nell’emisfero occidentale un professionista (F/M) non ancora in pensione ed ovviamente non compromesso come la pensionata (dal 2018) Fornero? Il classico caso di un errore di comunicazione e strategia che esprime il senso di lontananza tra la presunzione del governo e le aspettative dei cittadini.

  • In 10 anni gli italiani hanno dovuto pagare 46 miliardi in più di tasse

    Decennio ‘amaro’ per le famiglie italiane, culminato con la crisi Covid, che ha eroso ulteriormente il loro potere d’acquisto: a partire dal 2011, il Prodotto interno lordo è salito di 2,8 miliardi, mentre la pressione fiscale è cresciuta di 46 miliardi. A metterlo nero su bianco il Consiglio e la Fondazione nazionali dei commercialisti, il cui Osservatorio ha censito “333.000 famiglie, il 20% in più rispetto al 2019”, precipitate, a causa dei fendenti della pandemia, “nell’area della povertà assoluta”, mentre il ‘peso’ dei tributi non si è attenuato. L’anno passato, infatti, “la pressione fiscale generale pari al 43,1%, è aumentata di 0,7 punti di Pil, mentre quella delle famiglie, pari al 18,9%, è cresciuta di 1 punto di Pil”, si legge nel dossier.

    La perdurante congiuntura economica negativa del decennio passato ha depresso fortemente i guadagni, poiché “dal 2003 al 2018, il reddito medio in termini reali ha perso l’8,3% del suo valore”, e nel contempo è incrementato il divario Nord-Sud (+1,6%), arrivando a raggiungere i -478 euro al mese. Laddove, poi, in casa prevale il reddito da lavoro autonomo, la crisi ha colpito ancora più duramente: la perdita in termini reali è stata pari al 28,4%, recita l’analisi dei professionisti. Nel Mezzogiorno, viene sottolineato, la spesa mensile media di una famiglia nel 2020 risulta pari al 75,2%, rispetto ad una che vive nelle regioni settentrionali: 1.898 contro 2.525 euro.

    Appare, perciò, “evidente” come i nuclei della Penisola, su cui grava il peso dell’Irpef, hanno pagato e continuano a pagare un conto salatissimo a causa degli squilibri macroeconomici e di finanza pubblica del nostro Paese, dichiara il presidente dei commercialisti Massimo Miani, visto che “la principale imposta italiana, includendo anche le addizionali locali, nel 2020 ha raggiunto il livello di 191 miliardi, pari all’11,6% del Pil”.

  • Il ruolo e le idee dei liberali italiani

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, pubblicato sul ‘Corriere della Sera’ il 21 luglio 2021.

    Caro direttore,

    tutti gli elementi a disposizione portano a ritenere che nessuna intesa sarà possibile in questo scorcio di legislatura per il varo di una nuova legge elettorale, pur indispensabile alla luce dello sciagurato referendum costituzionale che, insensatamente, ha tagliato il numero dei parlamentari.

    La Fondazione Luigi Einaudi in quell’occasione ha dato un segnale preciso, portando, praticamente da sola, oltre il 30% degli italiani a votare contro quello scempio di democrazia. Quel seme darà i suoi frutti.

    E forse è possibile partire proprio da lì. Li c’è un’Italia che vuol voltare pagina.

    Oggi abbiamo una sinistra che vorrebbe tenere tutto insieme, senza una visione del futuro, in nome del pericolo rappresentato dalle «destre al potere», e una destra che continua a chiedersi «che cosa è», visto che è tutto e il contrario di tutto: europeista e sovranista, garantista e giustizialista, liberista e statalista.

    E poi c’è un’area centrale dell’elettorato, che potremmo definire liberale o per comodità «draghiana», su cui si incentrano le attenzioni di molti analisti politici.

    Dall’osservatorio privilegiato della Fondazione Einaudi scrutiamo sogni, ambizioni e velleità di questo mondo, che pur ci appartiene. Dicevo della legge elettorale, cioè delle regole del gioco. E le regole sono importanti, anche se non determinanti. Cercherò di spiegare il perché. Determinante è esistere, indipendentemente dalle regole del gioco, che in Italia cambiano anche troppo spesso.

    Primum vivere… i liberali tedeschi (Fdp) in questi decenni sono stati alternativamente al governo, presenti in Parlamento, ma anche al di fuori per non aver raggiunto la soglia di sbarramento (in Germania del 5%). Ma sono sempre loro, sono presenti e rappresentano una fetta di elettorato, anche un insediamento sociale ben individuato e indipendente dalle fortune elettorali. In Italia per tutta la cosiddetta seconda Repubblica un soggetto di tal fatta non è esistito.

    Dopo questa necessaria premessa torniamo alle «regole del gioco». Siamo ben consapevoli che anche se hai undici Maradona in squadra e quando entri sul terreno di gioco trovi i canestri del basket le buschi da chiunque. Ora i liberali italiani sono in una condizione anche peggiore: hanno undici leader che si credono ognuno un Maradona e che, nella maggior parte dei casi, non sono neanche Comunardo Niccolai (ricordo solo per i più anziani). Con l’aggravante che invece di giocare di squadra non solo non si passano la palla, ma quando passa vicino un compagno gli tirano un calcione. In queste condizioni è veramente difficile costruire alcunché.

    A chi quotidianamente chiede un intervento risolutivo alla Fondazione Einaudi rispondiamo sempre alla stessa maniera: siamo una fondazione culturale, vogliamo continuare ad occuparci di storia e cultura liberale, provvedano altri a svolgere il compito.

    Se si dovesse palesare qualcosa di serio e credibile all’orizzonte, la Fondazione Einaudi farà la sua parte. Fornirà idee, donne, uomini, docenti, professionisti di vaglia e progetti. Lo auspichiamo vivamente. Altrimenti, faremo di tutto per assicurare comunque la presenza di una pattuglia autenticamente liberale prima nel Parlamento italiano e, successivamente, nel 2024 nel Parlamento europeo.

    Non ha importanza come. Alleati con chiunque e a una sola condizione: che gli eletti si relazionino direttamente con il gruppo di Renew Europe e con il partito dei liberali europei (ALDE), inevitabilmente sempre più transnazionale. Insomma offriamo il meglio del nostro mondo a chi degli schieramenti in campo prospetterà le condizioni migliori, senza alcuna mediazione sulle nostre idee che sono e resteranno sempre le stesse: un europeismo senza se e senza ma; un garantismo intransigente; un economia di mercato in cui lo Stato faccia il suo, senza limitare concorrenza e innovazione affinché siano valorizzate le capacità di individui liberamente diseguali.

    Giuseppe Benedetto

    Presidente Fondazione Luigi Einaudi

  • Soldati italiani nell’Africa occidentale per contrastare l’Isis

    L’operazione Takuba vedrà soldati italiani impegnati nella regione del Liptako-Gourma, a cavallo del confine fra Niger, Mali e Burkina Faso: il Parlamento ha autorizzato la partecipazione di 8 elicotteri e circa 200 uomini con compiti di ricognizione ed evacuazione sanitaria. Ma, come ha spiegato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini alle Camere, “prevediamo a partire dal 2022, di estendere l’attività anche all’addestramento delle componenti di forze speciali locali”. Il rischieramento del contingente è cominciato a marzo, nelle basi di Gao e Menaka, e dovrebbe diventare operativo “subito dopo l’estate”. Inoltre a Niamey, proprio in queste settimane, è iniziata la costruzione di una base italiana quale hub regionale per l’addestramento delle forze locali.

    Nelle loro comunicazioni in Parlamento sia Guerini sia il ministro degli Esteri Luigi Di Maio hanno chiaramente spiegato che, oggi, il focus di interesse strategico per l’Italia è il Sahel. Lì verranno concentrati i nostri sforzi e questo non piace all’Isis, che proprio in quella regione dell’Africa sta vivendo una fase di espansionismo. In questo contesto va collocato, secondo la nostra intelligence, l’ ‘editoriale’ minaccioso dedicato anche all’Italia e al ministro Di Maio pubblicato l’8 luglio nel numero 294 del settimanale al-Naba, organo propagandistico del Daesh, veicolato sul circuito social “rocket.chat”. Lo spunto è stata la riunione ministeriale della coalizione anti-Daesh tenutasi a Roma il 28 giugno, presieduta dal ministro degli Esteri italiano e dal Segretario di Stato Usa Anthony Blinken. A pagina 3, nell’articolo dal titolo “La coalizione dei crociati tra Roma e Dabiq”, si dà spazio a tutta la retorica jihadista nella sottolineatura dell’impossibilità di sconfiggere il Califfato nonostante gli sforzi dei Paesi “crociati”. E si evidenzia come l’Isis, in ritirata da Siria e Iraq, si stia espandendo in altre aree, in particolare la regione centro occidentale dell’Africa. Contro le iniziative anti-Isis discusse e messe a punto durante il summit, il Daesh promette di continuare la Jihad fino a conquistare “Dabiq, Ghuta, Gerusalemme e Roma”, città che viene citata 12 volte nel testo e che viene indicata come possibile obiettivo non appena se ne presenterà l’occasione. Alla stessa stregua dell’Italia (come Paese nel suo complesso), citata tre volte e considerata un target ‘prioritario’ della campagna di conquista dello Stato islamico, attraverso i suoi soldati provenienti dall’Africa.

    Secondo gli analisti della nostra intelligence, che hanno studiato a lungo il documento, in esso la propaganda del Daesh è finalizzata ad affermare la propria vitalità, nonostante le sconfitte degli ultimi anni. E viene individuato proprio il Sahel quale attuale terreno di scontro, dove alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, hanno dato vita alla nuova missione Takuba. Ora, le minacce non sono certo una novità, ma in questa particolare congiuntura gli 007 ritengono che non possano essere minimizzate e che oggettivamente innalzino il livello di rischio per i connazionali e gli interessi italiani dislocati in quell’area, dove peraltro sono già stati attaccati contingenti internazionali, francesi e maliani, e dove la situazione è destinata a peggiorare. Non solo. La minaccia è presente anche in Europa, non tanto per effetto dell’Isis come organizzazione, quanto di elementi, spesso isolati e non organicamente riconducibili al Daesh, desiderosi di accreditamento e visibilità. I cosiddetti lupi solitari self-starter, soggetti auto-radicalizzati o con difficoltà ad integrarsi nel tessuto sociale nazionale, che devono essere dunque attentamente monitorati. Per gli 007, non vi sono “indicatori concreti di minaccia” che possono mettere in pericolo figure istituzionali italiane o della coalizione anti-Isis, e neppure vi sono al momento informazioni di reti o network terroristici strutturati all’interno dei nostri confini, ma bisogna essere consapevoli – avvertono – che l’impegno nel Sahel espone l’Italia a possibili azioni di ritorsione, al pari della Francia. 

  • Quella bandiera che mancava

    Tutto bello alla finale, tutto e tutti. E una vittoria a un Europeo non s’improvvisa, viene da lontano, e l’Italia quando vuole sa ancora essere grande tra i grandi. Però – una bandiera europea poteva saltare fuori nei festeggiamenti su quel campo, Wembley dopo il Brexit, in un’Europa dove dagli scozzesi ai belgi, dagli spagnoli ai greci, dai danesi (abbiamo vinto anche per loro) ai tedeschi, dagli irlandesi a perfino quasi tutti i francesi, per non parlare in America Latina o in Africa, tutti tifavano per noi. Una bandiera europea che è anche nostra e sventoliamo su tutti i comuni o scuole. La vittoria sarebbe stata ancora più forte, l’avremmo come offerta a quell’Europa che vuole essere unita. Il grazie a tutti, e anche la soddisfazione, avrebbero avuto qualcosa in più. Peccato, perché per molti sugli spalti o in televisione, il messaggio sarebbe stato forte, e la sconfitta ancora più sconfitta. Del resto, col poco rispetto per inno e altro, la platea inglese avrebbe forse avuto da riflettere al cospetto delle dodici stelle in campo blu, vittoriose. La nostra ciliegina sulla torta. Senza che si sia rovinata la festa, un’occasione è stata mancata.

    Non è stata una dimenticanza: è che ancora ne resta di lavoro da fare per questi “simboli” che ravvivano un’appartenenza e un destino ma ancora poco sentiti.

    (E neanche io avevo una bandiera europea a portata di mano, ahimè).

  • Vilipendio delle Forze Armate

    Il 30 giugno 2021 le nostre forze armate italiane sono rientrate in Italia dopo avere lasciato l’Afghanistan per un impegno ultradecennale all’interno di una azione internazionale. Al loro arrivo in Italia nessuna autorità governativa o politica ha avuto la decenza di andare ad accogliere i nostri corpi scelti i quali, durante il periodo di servizio in Afghanistan, hanno perso 53 unità di cui 31 in azioni ostili del nemico. Alle Forze Armate andava riservato un ultimo doveroso riconoscimento ufficiale per l’opera svolta in campo nemico e così, contemporaneamente alle cinquantatré famiglie dei caduti, è stato negato l’ultimo tributo al sacrificio del proprio congiunto.

    Ancora una volta le nostre Forze Armate sono state utilizzate e sacrificate come un semplice strumento di pressione e come forma estrema di pressione politica e militare all’interno dei diversi scenari internazionali, e nello specifico in Afghanistan. Le nostre Forze Armate sono state utilizzate e sfruttate da una variegata classe governativa e politica susseguitasi alla guida del nostro Paese nell’ultimo decennio ma unite nella sostanziale scarsa considerazione per chi è disposto a sacrificare la propria vita per valori superiori nazionali.

    La stessa politica si dimostra ancora priva di un minimo senso di riconoscenza verso chi mette a repentaglio la propria vita per pura fedeltà alla patria ed alla bandiera italiana.

    Ancora oggi la medesima compagine governativa non manifesta neppure la decenza con la sola presenza al loro arrivo di rispettare il loro impegno e dedizione pagato con il proprio contributo in vite umane sia in termini di impegno che nel perseguimento degli obbiettivi assegnati.

    Un governo con i suoi molteplici rappresentanti, una maggioranza parlamentare con i propri deputati e senatori e l’intera classe politica con l’articolato mondo dei partiti che non porti rispetto per la divisa militare e per chi la indossa non può avere nessun rispetto per i cittadini.

    In un paese normale solo questo comportamento avrebbe come immediata conseguenza le repentine dimissioni del ministro della Difesa, “tale” Guerini Lorenzo, per manifesta indegnità rispetto alla carica ricoperta e vilipendio delle forze armate.

    Onore alle nostre Forze Armate.

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