Italia

  • Difesa comune?

    Molto spesso si parla del distacco tra il mondo della politica intesa nella definizione più ampia e la vita reale, e quindi le legittime aspettative dei cittadini.

    Troppo spesso anche di fronte a questo evidente distacco, la politica crede di poter imporre vincoli e schemi culturali lontani anni luce dal sentire della popolazione che stanno amministrando solo in nome dei principi istituzionali interpretati invece con l’evidente intenzione di raggiungere obiettivi particolari. Paradossalmente la politica percepisce sé stessa sempre più come élite culturale per quanto distante si dimostra nella realizzazione di modelli culturali che da decenni continua ad imporre a quello che considera il “popolino”.

    Poi esistono i bagni di umiltà o meglio il ritorno alla realtà dettato dall’esito delle iniziative politiche di chi governa le quali dovrebbero imporre una revisione delle priorità che la politica si è posta.

    In questo contesto l’esito dell’arruolamento volontario in Germania, che ha visto 300 volontari sui 20.000 ipotizzati, dimostra quanto velleitario il progetto di una difesa comune europea possa essere ancora oggi considerato ed interpretato. Questo risultato fornisce l’idea del delirio delle classi politiche e governative sia tedesca che  europee in generale tanto in ambito militare che economico le quali non condividono la realtà economica, sociale e politica dei diversi paesi che formano l’Unione Europea, non sanno più interpretare le aspettative di pace dell’intera popolazione europea .Tantomeno possiedono  nel proprio bagaglio gli strumenti culturali per imporre priorità necessarie alla  salvaguardia delle “garanzie democratiche ” .

    Solo quando la politica, abbandonando la centralità dei temi “etici” minoritari ma ad alto impatto di immagine e comunicazione, tornerà finalmente a parlare di lavoro, sviluppo, occupazione ed introdurrà nuovamente negli scenari di guerra la parola diplomazia, solo allora la politica si dimostrerà in grado di tornare ad essere la legittima interprete delle aspettative dei cittadini.

  • L’Emilia Romagna ‘vende’ Ravenna a Pechino come porto d’accesso all’Europa

    L’Emilia‑Romagna si muove forte dei numeri che la collocano tra le piattaforme logistiche e industriali più strategiche d’Europa. Tre corridoi Ten‑T attraversano la regione collegandola direttamente ai mercati del Nord e del Centro Europa; il Porto di Ravenna movimenta ogni anno tra 25 e 27 milioni di tonnellate di merci; la Zona logistica semplificata coinvolge 28 Comuni e genera circa 11 miliardi di euro di fatturato; la Data Valley rappresenta uno dei poli europei più avanzati per big data e intelligenza artificiale. A questo si aggiunge un sistema produttivo che vale l’8‑9% dell’export italiano, con filiere di eccellenza riconosciute a livello globale, dalla Motor Valley all’agroalimentare, dalla meccatronica al biomedicale.

    Su queste basi la Regione ha deciso di recarsi in Cina per una missione, guidata dall’assessora a Mobilità, Trasporti e Infrastrutture, Irene Priolo, volta a rafforzare relazioni economiche e istituzionali già consolidate con le province del Guangdong e dello Shandong e a promuovere il modello emiliano‑romagnolo di integrazione tra infrastrutture, innovazione e sostenibilità.

    Secondo Priolo, il modello sviluppato dall’Emilia-Romagna, fondato sull’integrazione tra Porto di Ravenna, rete ferroviaria, interporti, Zona Logistica Semplificata e innovazione tecnologica, rappresenta oggi un punto di riferimento per la logistica del Nord-Est e un elemento strategico per i collegamenti tra Europa e Asia. «La rete logistica è una delle infrastrutture strategiche della competitività – sottolinea l’assessora -. In una fase in cui le catene globali del valore stanno cambiando rapidamente e cresce la domanda di collegamenti sempre più efficienti, sostenibili e sicuri, la capacità di integrare infrastrutture, innovazione e servizi logistici rappresenta un fattore decisivo per sostenere la crescita delle imprese e rafforzare il ruolo dei territori negli scambi internazionali».

  • Italia prima per nuove auto immatricolate nella prima metà del 2026, ma l’elettrico nella penisola stenta

    Il mercato delle autovetture nei 31 Paesi dell’area europea evidenzia un notevole dinamismo nel mese di giugno 2026, mostrando un incremento del 13,1% grazie a 1.407.332 unità immatricolate contro le 1.243.824 dello stesso mese dello scorso anno. Tale spinta consolida la traiettoria di crescita evidenziata da inizio anno, portando il bilancio del primo semestre a 7.232.066 immatricolazioni, in aumento del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Resta tuttavia ampio il gap sui volumi registrati prima del Covid, con un calo del 14,2% sui primi sei mesi del 2019.

    Prendendo in esame le dinamiche dei cinque Major Market, il mese di giugno si caratterizza per una crescita generalizzata. La Germania guida il trend positivo con un incremento del 15,7%, seguita a pari merito da Francia e Regno Unito, entrambe attestate su una crescita dell’11,4%. Più contenuta la performance dell’Italia, che segna un +10,6%, e della Spagna, in aumento del 7,8%. Per quanto riguarda il bilancio complessivo dei primi sei mesi dell’anno, in testa si posiziona l’Italia (+9,5%), seguita da Regno Unito (+9,2%), Spagna (+6,2%), Germania (+5,8%) e infine Francia (+1,8%).

    Dal punto di vista dei volumi espressi mensilmente, l’Italia scende al quarto posto della graduatoria a giugno, pur conservando la terza posizione nella classifica cumulativa del primo semestre, come già in aprile e maggio. L’Italia resta invece in ultima posizione per quanto riguarda le auto ricaricabili (ECV), nonostante un ottimo andamento di crescita al 20,9% complessivo, composto da un 10,2% di vetture elettriche pure (BEV) — quota influenzata dal rush finale per i rimborsi degli incentivi ai concessionari, scaduti il 30 giugno, e caratterizzata da immatricolazioni concentrate in particolare su due Costruttori — e da un 10,1% di ibride plug-in (PHEV).

    Le distanze con gli altri Major Market europei si confermano nette: la Germania si posiziona al 39,3% di quota ECV (con BEV al 28,4% e PHEV al 10,9%), il Regno Unito sale al 42,5% (con BEV al 30,0% e PHEV al 12,5%), la Francia registra il 36,1% (con BEV al 29,6% e PHEV al 6,5%) e la Spagna si attesta al 23,2% (con BEV all’11,1% e PHEV al 12,1%). Nel totale del mercato europeo, la quota delle ECV si attesta a giugno al 36,0%, con le BEV al 25,6% (+6,4%) e le PHEV al 10,4% (+0,8%). Escludendo il mercato italiano, lo share delle elettriche pure in Europa salirebbe al 27,4%, con le plug-in stabili al 10,4%.

    La fisionomia del mercato non mostra variazioni di rilievo se si estende l’analisi all’intero primo semestre dell’anno. La Penisola resta all’ultimo posto (ECV al 17,5%, ripartito tra l’8,5% di BEV e il 9,0% di PHEV). Negli altri Major Market, invece, la diffusione di veicoli ricaricabili si attesta su livelli decisamente superiori: il Regno Unito raggiunge il 38,0% di quota ECV (con BEV al 25,0% e PHEV al 13,0%), la Germania si posiziona al 35,8% (con BEV al 24,8% e PHEV all’11,0%), la Francia al 33,8% (con BEV al 28,2% e PHEV al 5,6%) e la Spagna chiude al 21,8% (con BEV al 9,8% e PHEV al 12,0%). Nel complesso del mercato europeo, la penetrazione delle ECV nei sei mesi raggiunge il 32,5%: BEV al 22,2% (+4,7 p.p.) e PHEV al 10,3% (+1,6 p.p.). Al netto del dato italiano, la quota delle elettriche pure in Europa si attesta al 24,3% e quella delle ibride plug-in al 10,4%.

    Per quanto riguarda le politiche europee, la Commissione ha presentato l’Electrification Action Plan, piano che punta a raddoppiare l’elettrificazione nei consumi dell’Unione — inclusi quelli del settore dei trasporti — portandola dall’attuale 23% al 46% entro il 2040. Il piano sottolinea esplicitamente la necessità di ridurre il maggiore costo iniziale delle tecnologie elettriche, attivare strumenti fiscali e agevolazioni pubbliche per superare l’ostacolo rappresentato dai maggiori costi di acquisto di veicoli a zero emissioni, accumulatori e infrastrutture di rete. La rotta strategica è stata ribadita dal Commissario europeo per l’Energia, Dan Jørgensen, che ha preannunciato, entro la fine del 2026, un piano normativo teso alla progressiva cancellazione delle sovvenzioni pubbliche a favore dei combustibili fossili. Tale orientamento trova applicazione concreta anche nella flessibilità già introdotta nel Pacchetto di primavera del Semestre europeo, che prevede per gli Stati membri la facoltà di allocare fino allo 0,3% del PIL annuo per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno della decarbonizzazione nel triennio 2026-2028, con un tetto cumulativo dello 0,6%. Per l’Italia, tale flessibilità potrebbe tradursi in uno spazio fiscale complessivo nell’ordine di circa 14 miliardi di euro.

  • L’Italia si unisce agli sforzi europei senza precedenti per contrastare gli incendi boschivi

    Mentre gli incendi boschivi si propagano in tutta Europa, un numero record di vigili del fuoco, aerei ed esperti di emergenza viene mobilitato nell’ambito del meccanismo di protezione civile dell’UE.

    L’Italia continua a essere un Paese fondamentale nel garantire la solidarietà europea in caso di emergenza e un contributore stabile al contingente comune dell’UE, composto da oltre 770 vigili del fuoco provenienti da 14 Paesi europei, preposizionati strategicamente nelle aree ad alto rischio. Parallelamente, 22 aerei antincendio e 5 elicotteri della flotta dell’UE sono pronti a sostenere i Paesi colpiti.

    Gli incendi boschivi tuttora in corso in Francia e Spagna hanno dato luogo a una delle più grandi operazioni di evacuazione mai realizzate in Europa, costringendo oltre 60.000 persone a lasciare le proprie abitazioni.

    In risposta a una richiesta di assistenza delle autorità spagnole pervenuta al Centro di coordinamento della risposta alle emergenze di Bruxelles, la Protezione civile italiana ha coordinato l’invio di due Canadair antincendio per sostenere gli interventi volti a contenere gli incendi in Spagna nell’ambito del meccanismo di protezione civile dell’UE, attraverso “rescEU-IT”.

    La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato: “In momenti di emergenza, il nostro pensiero va a tutte le persone colpite e alle squadre di soccorso che lavorano nelle condizioni più difficili per salvare vite umane e proteggere le comunità. Dal profondo del cuore, ringrazio i vigili del fuoco italiani che stanno dimostrando, con i fatti, cosa significa solidarietà europea. Il loro coraggio e la loro dedizione ci ricordano una semplice verità: quando siamo uniti, siamo più forti”.

    Anche il servizio satellitare dell’UE Copernicus sta fornendo rapidamente mappe di emergenza per sostenere gli interventi sul terreno. Il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze dell’UE resta in stretto contatto con le autorità francesi e spagnole per valutare quale ulteriore sostegno possa essere mobilitato. Un funzionario di collegamento della Commissione europea si trova inoltre a Bordeaux per aiutare le autorità nazionali a coordinare l’assistenza dell’UE.

    Nell’ambito delle misure di preparazione dell’UE in vista della stagione degli incendi boschivi di quest’anno, squadre antincendio provenienti da altri Paesi europei erano già state preposizionate in Francia e Spagna prima dell’inizio degli incendi, consentendo loro di rafforzare immediatamente le squadre nazionali di intervento.

    Quando un Paese chiede assistenza attraverso il meccanismo di protezione civile dell’UE, la richiesta viene condivisa con tutti i 37 Paesi partecipanti. Ciascuno di essi può mettere a disposizione gli aerei, gli elicotteri, le squadre antincendio, le attrezzature o gli esperti di cui dispone, mentre la Commissione ne coordina e cofinanzia il dispiegamento. Se tali offerte nazionali non sono sufficienti, l’UE può attingere a rescEU, la propria riserva strategica, che comprende una flotta di 22 aerei e cinque elicotteri.

  • L’Italia è il quarto Paese più colpito da cyberattacchi

    Nel mese di giugno 2026 il cyberspazio globale ha registrato 71.632 attacchi informatici, in flessione rispetto agli oltre 116.000 episodi censiti a maggio. È quanto emerge dal Rapporto mensile elaborato da HORUS, la piattaforma di Cyber Threat Intelligence AI-driven di Netgroup, società italiana specializzata in cybersicurezza. Una diminuzione che gli analisti invitano a leggere con cautela: il calo dei volumi riflette verosimilmente una normalizzazione stagionale e una fase di riorganizzazione di alcuni gruppi criminali, ma non indica un arretramento strutturale della minaccia.

    Gli Stati Uniti si confermano il Paese più colpito con oltre 32.800 attacchi, seguiti da Germania (2.200), Francia (2.000) e Italia, che con 1.845 attacchi mantiene il quarto posto nella classifica mondiale. Completano la graduatoria Spagna, Canada e Regno Unito.

    Tra le tipologie di attacco, il ransomware – che crittografa i dati delle vittime fino al pagamento di un riscatto – resta la forma dominante con 43.210 casi, pari al 60,3% del totale. In controtendenza rispetto al calo generale crescono invece i data leak, con 9.993 episodi (+5% rispetto a maggio), alimentati dalla vendita di credenziali e informazioni riservate sul dark web. In aumento anche l’abuso di strumenti legittimi di assistenza remota, come AnyDesk e TeamViewer, sfruttati dagli aggressori per muoversi indisturbati all’interno delle reti aziendali.

    Il settore manifatturiero guida la classifica dei comparti più esposti con 18.450 attacchi, seguito da retail, tecnologia e sanità. Il dato più significativo riguarda però istruzione e ricerca: è l’unico tra i principali comparti ad aumentare il proprio peso sul totale degli attacchi, passando dall’8,3% di maggio al 10,1% di giugno. Università e centri di ricerca continuano a rappresentare obiettivi particolarmente appetibili per la presenza di dati sensibili e infrastrutture informatiche spesso vulnerabili.

    Sul fronte italiano, il mese è stato segnato anche dall’attività del gruppo Safepay, protagonista il 20 giugno di una campagna automatizzata su larga scala, e da attacchi che hanno coinvolto il settore legale e gli ordini professionali di settore, a conferma di come questi ambiti stiano diventando bersagli sempre più appetibili per il valore delle informazioni custodite.

    Tre le tendenze che il Rapporto HORUS indica sotto osservazione per i prossimi mesi: l’impiego dell’intelligenza artificiale come strumento offensivo, la crescita delle offensive contro istruzione e ricerca e il consolidamento dell’Italia come bersaglio prioritario nel contesto geopolitico. Gli analisti invitano a non interpretare la flessione di giugno come una tregua: la minaccia evolve più rapidamente dei suoi volumi e l’estate resta una finestra di vulnerabilità.

  • Agenzie private e lungaggini burocratiche ostacolano gli arrivi di lavori extracomunitari del decreto flussi

    L’accesso di forza lavoro extracomunitaria in Italia è fissato di anno in anno tramite il decreto flussi, ma solo una minoranza (13% nel 2023, 7,8% nel 2024) di chi riesce ad arrivare in Italia attraverso le procedure previste riesce a regolarizzare la propria permanenza nella penisola. I decreti flussi sono lo strumento con cui il governo italiano determina il numero e la nazionalità di cittadini stranieri non comunitari da occupare in vari settori produttivi, tra cui agroalimentare, edilizia e assistenza familiare. Da lì però scatta una sorta di roulette che sfugge, anzi non è sottoposta, al controllo delle autorità pubbliche. L’extracomunitario che voglia lavorare in Italia deve ottenere il rilascio del visto di ingresso per motivi di lavoro da parte delle ambasciate italiane all’estero. Prenotare un appuntamento è difficile e costa, perché diverse rappresentanze appaltano l’attività di booking a società private esterne che non sono sottoposte a controllo pubblico. Chi riesce comunque a ottenere appuntamento e visto può entrare in Italia, ma una volta in Italia dovrà sottoscrivere un contratto di soggiorno in prefettura, così da ricevere il permesso di soggiorno dalla questura, assieme al datore di lavoro che ha fatto richiesta di impiegarlo. Anche in questo caso occorre anzitutto ottenere l’appuntamento e, in secondo luogo, la compresenza del datore di lavoro. Capita però che l’appuntamento non venga ottenuto o venga fissato in tempi estremamente lunghi e capita che il datore di lavoro non si presenti all’appuntamento perché ha già fatto fronte altrimenti alla necessità di lavoratori. In circostanze simili, l’extracomunitario si ritrova in Italia ma non è in grado di restarci legalmente, perché non si sono completate le procedure per la sua ammissione legale nel Belpaese. Capita anche, poi, che l’extracomunitario inizi pure a lavorare per chi l’ha chiamato mentre attende il permesso di soggiorno, ma che all’appuntamento in prefettura quel permesso non gli venga rilasciato per le più svariate motivazioni: ad esempio (sono tutti casi veri), perché il contratto di lavoro nel frattempo è cessato, perché l’azienda non viene riconosciuta in grado di servirsi del lavoratore, perché il lavoratore stesso si è dimesso ed è passato a datore di lavoro diverso da quello che aveva fatto la richiesta di averlo in Italia. In tutti questi casi l’extracomunitario è illegale e va espulso dall’Italia.

    Per il triennio 2026-2028 gli ingressi di lavoratori extracomunitari autorizzati sono 497mila per il 2026-2028.

  • ‘L’atmosfera a Verbier? Divertimento!’. Intervista al Maestro Martin Engstroem, Fondatore e Direttore del prestigioso Festival della cittadina svizzera

    Segue la traduzione in italiano dell’intervista fatta in data 1° luglio 2026 al Maestro Martin Engstroem, Fondatore e Direttore del Prestigioso Verbier Festival (a seguire, il testo originale in lingua inglese).

    1. Maestro Engstroem, nel 1994 Lei ha trasformato un piccolo villaggio delle Alpi svizzere in una delle capitali mondiali della musica classica. Qual è stata l’intuizione iniziale e qual è un aneddoto unico o una sfida dei primissimi tempi che ricorda ancora con affetto?

    Sono sempre stato un imprenditore nel mondo della musica; ho sempre creato da solo le mie opportunità lavorative. Tra il 1975 e il 1987 ho diretto un’agenzia di management concertistico a Parigi, lavorando principalmente con cantanti e direttori d’orchestra. Tra i miei direttori d’orchestra figuravano Giuseppe Sinopoli, Karl Böhm ed Eugen Jochum; gestivo inoltre il management generale di Renato Bruson. Quando ho lasciato Parigi, nel 1987, curavo gli interessi di circa duecento artisti tra cantanti e direttori.

    La figura dell’agente si colloca costantemente tra l’artista e l’organizzatore, il che costringe ad essere un professionista del compromesso; è raro che le proprie idee personali trovino un reale spazio di ascolto. Ci si ritrova divisi tra l’artista, che esige sempre un compenso maggiore, e l’organizzatore, che richiede sempre più tempo per le prove: un equilibrio che andava e va gestito quotidianamente.

    Dopo aver lasciato l’agenzia mi sono trasferito con la mia famiglia a Montreux, in Svizzera. Verbier era molto vicina, a circa un’ora di distanza, ed è lì che abbiamo iniziato a sciare con i nostri figli, per poi affittare uno chalet. Poi, nel 1991 ho trascorso l’estate a Verbier con i ragazzi e ho scoperto la bellezza di questa stazione montana durante la stagione estiva. Era deserta, non c’erano quasi turisti; gli hotel e i ristoranti erano aperti, ma completamente vuoti. Ho pensato quindi che fosse il luogo ideale per dare vita a un festival. Poi, a tutto ciò si aggiungeva il fatto che Verbier sia una strada senza uscita, priva di traffico di transito: non ci si passa, infatti, per caso, Verbier dev’essere la propria destinazione intenzionale. La combinazione tra questa piccola isola tra le montagne e il mio desiderio di creare qualcosa di personale – non più come semplice agente, ma per tradurre in realtà le idee accumulate negli anni – ha rappresentato una grande sfida e un enorme stimolo. Desideravo inoltre fondare un festival che non includesse cantanti, poiché dopo dodici anni ne avevo abbastanza… ed ero anche sposato con una cantante, perciò volevo concentrarmi esclusivamente sugli strumentisti e sulle masterclass. È così che è nato il progetto.

    1. Creare dal nulla un festival di questa portata richiede una visione straordinaria. C’è stato un momento preciso in cui ha compreso che la scelta del villaggio di Verbier si fosse rivelata vincente?

    È difficile dirlo, poiché ogni aspetto rappresenta una costante battaglia. Non esiste un singolo momento in cui si possa affermare: «Ce l’ho fatta». Una volta concluso il festival, è necessario reperire quattordici milioni di franchi svizzeri per finanziare l’edizione dell’anno successivo. E per trovare tali fondi bisogna svegliarsi molto presto la mattina e bussare a moltissime porte. Nulla può essere dato per scontato. Siamo circondati da molte persone generose che ci sostengono finanziariamente, ma alcuni hanno interrotto le donazioni, altri sono venuti a mancare e altri ancora non desiderano più contribuire. Pertanto, è necessario ricercare costantemente nuove fonti di reddito. Di conseguenza, non si sperimenta mai un momento in cui poter dire con assoluta certezza: «Ce l’ho fatta».

    1. Milano e la Lombardia vantano una straordinaria tradizione musicale. Basti pensare al Teatro alla Scala o alle prestigiose scuole di musica presenti sul territorio. Qual è il Suo rapporto personale con la cultura musicale italiana?

    L’Italia è indubbiamente una nazione di cantanti per eccellenza. Vi è una tradizione di canto straordinaria: si canta ovunque, per strada, nei cori, a casa… Il canto fa parte del vostro DNA. Per questo motivo, ai miei occhi, l’Italia è sinonimo di voce. Naturalmente nel corso degli anni avete espresso violinisti eccellenti, come Uto Ughi e Salvatore Accardo, o pianisti del calibro di Maurizio Pollini, e oggi vi sono ottimi giovani pianisti. Tuttavia, il numero di cantanti e direttori d’orchestra rimane sbalorditivo. Per me, quindi, l’Italia è legata alla voce.

    Ciononostante, i migliori musicisti d’archi – come violinisti e violoncellisti – cantano attraverso i propri strumenti. Ritengo che molti di loro potrebbero trarre grande beneficio dalla tradizione italiana e dal vostro modo di fraseggiare. Ricollegandomi alla Sua domanda iniziale, credo che in Italia non vi siano molti festival di musica da camera o di musica strumentale. Vi sono moltissimi festival lirici, ma mancano grandi rassegne strumentali; spero dunque che gli italiani amanti del pianoforte, del violino, della musica strumentale o orchestrale decidano di venire a Verbier. Siamo estremamente vicini alla Valle d’Aosta e al confine italiano e potremmo certamente accogliere un pubblico ancora più numeroso proveniente dall’Italia.

    1. Gli appassionati di musica milanesi sono abituati a palcoscenici storici e teatri tradizionali. Cosa rende, a Suo avviso, l’esperienza d’ascolto del festival nel cuore delle montagne del Vallese così unica e imperdibile per il pubblico di Milano?

    Sono fermamente convinto che un festival musicale debba differire dai concerti che si ascoltano durante il resto dell’anno. Durante la stagione concertistica ordinaria ci si reca in un auditorium o in un teatro, spazi che per definizione sono al chiuso. È lo stesso luogo che si frequenta una volta alla settimana o una volta al mese, a seconda delle proprie abitudini, e l’attenzione è focalizzata principalmente sulla musica.

    Partecipare a un festival, pur rimanendo un evento musicale, si configura anche come un’esperienza sociale ed emotiva. Vivere un festival musicale tra le montagne amplifica del doppio o del triplo questa esperienza, poiché la natura si impone con forza. La struttura in cui si tengono i nostri concerti a Verbier è una tensostruttura solida, ma non è un edificio permanente; viene montata ogni anno appositamente per l’evento. Se fuori piove intensamente o se c’è un temporale, lo si avverte chiaramente all’interno. Ci si ritrova seduti con un piede nella natura e uno nella musica, e questo connubio è straordinario.

    Ritengo che ciò valga anche per gli artisti. C’è un’atmosfera speciale nel partecipare a un festival estivo. Verbier si popola di musicisti: vi sono violinisti, pianisti, studenti, e tutti assistono alle esibizioni reciproche. Può capitare che Evgeny Kissin tenga un recital e che in sala vi siano Yuja Wang o Martha Argerich ad ascoltarlo. La presenza di così tanti colleghi tra il pubblico è stimolante per alcuni musicisti, mentre per altri è fonte di grande tensione e ansia. In ogni caso, è un elemento che arricchisce l’evento. Questa è l’essenza di Verbier: una piccola isola densa di artisti, musicisti e studenti che si ascoltano a vicenda, dove la combinazione tra la presenza attiva dei giovani, dei grandi interpreti, dei concerti e della natura montana crea un insieme fantastico.

    1. Il Verbier Festival è celebre per la sua capacità di far dialogare grandi leggende della musica e i migliori giovani talenti mondiali attraverso la sua Academy. Qual è, secondo Lei, l’importanza di questo passaggio di testimone generazionale in un’epoca digitale così frenetica?

    Ho sempre pensato che il pubblico sia attratto principalmente da due categorie: le grandi celebrità o i giovani talenti emergenti. Questo principio ha sempre guidato la mia programmazione artistica. Per far salire il pubblico fino a Verbier devo proporre i nomi più altisonanti, ma desidero anche stuzzicare la loro curiosità introducendo volti nuovi. Il festival è da sempre questo connubio tra star e studenti. Pur rispettando la fascia intermedia di artisti, tendo a non invitarne molti. Di conseguenza, accogliamo moltissimi giovani musicisti di età compresa tra i 13 e i 25 anni e numerose celebrità.

    Molte di queste star, come Maxim Vengerov, Yuja Wang o Evgeny Kissin, sono giunte a Verbier quando erano ancora adolescenti. Non dimentichiamo che il festival ha ormai 33 anni di storia, il che significa che abbiamo visto passare quasi due generazioni di musicisti. Coltivo inoltre uno spirito di familiarità per cui amo invitare nuovamente, anno dopo anno, quegli artisti che hanno frequentato Verbier in tenera età. Khatia Buniatishvili, ad esempio, è arrivata qui a 15 anni e da allora è tornata ogni estate. Alcuni di questi artisti hanno mosso i primi passi proprio all’interno dell’Academy: Mao Fujita è venuto a Verbier per la prima volta a 17 anni come studente dell’Academy. Cerco quindi di supportare i giovani artisti, ma non in modo indiscriminato: mi concentro solo su coloro nei quali ritengo valga davvero la pena investire. La scelta degli inviti è fortemente soggettiva: posso invitare soltanto gli artisti in cui credo personalmente. Non convoco nessuno per il solo fatto che abbia vinto un concorso, o perché un mio sponsor mi riferisca che il proprio fratello suoni il pianoforte; non assecondo queste logiche. Chiunque giunga a Verbier è stato invitato da me in prima persona, e sono sempre in grado di spiegare al mio pubblico le ragioni di tale scelta.

    1. Se dovesse descrivere l’atmosfera di Verbier a un lettore che non ha ancora visitato il Festival, quali tre parole sceglierebbe?

    Divertimento, divertimento, divertimento! (Fun, fun, fun!)

    1. Guardando al futuro del Verbier Festival, quali sono le prossime sfide che desidera intraprendere o i sogni che vorrebbe vedere realizzati?

    Un sogno che ho già realizzato è stato quello di esportare il Verbier Festival in Asia. Tra i mesi di gennaio e febbraio scorsi abbiamo inaugurato il nostro primo festival in Cina, denominato Shenzhen Verbier Festival. Abbiamo siglato un accordo a lungo termine con la municipalità cinese, realizzando circa trenta concerti in dieci giorni, oltre a numerose masterclass; è stato un successo straordinario. Hanno preso parte all’evento Martha Argerich, Mikhail Pletnev, Joshua Bell, Gautier Capuçon, Mischa Maisky, Lang Lang, Yuja Wang e molti altri amici storici di Verbier. Creare un festival musicale in Asia era un mio grande desiderio: in Europa si contano migliaia di festival e in America centinaia, mentre in Asia ne esistono soltanto quattro o cinque, e non di particolare rilievo. Il format del Verbier Festival si è rivelato un grande successo e intendiamo proseguire questa avventura.

    Un secondo sogno, non ancora realizzato, consiste nella costruzione di una sala da concerto permanente a Verbier. Abbiamo avviato i lavori di progettazione: disponiamo di un piano d’azione, del terreno e del benestare delle autorità comunali locali. Il team è di altissimo livello e comprende l’architetto Kengo Kuma e il miglior ingegnere acustico al mondo, Yasuhisa Toyota. Ora spetta a me reperire i fondi necessari, quantificabili in circa ottanta milioni di franchi svizzeri. Confido tuttavia che riusciremo nell’intento e che nell’estate del 2031 potremo accomodarci all’interno di una sala permanente. Sono convinto che se un festival di questa natura, situato in montagna, si dota di una sala da concerto propria, si trasforma in un’istituzione permanente. In questo modo, ricollegandomi alla Sua prima domanda, la continuità del festival anno dopo anno diventerà una certezza e non più un interrogativo.

    Note biografiche del Maestro Engstroem:

    www.verbierfestival.com/en/musician/engstroem-martin/

    Segue l’intervista in lingua originale (inglese).

    Intervista trascritta dalla professionista interprete Irene Borgatti in data 1 luglio 2026.

    1. Maestro Engstroem, in 1994, you transformed a small village in the Swiss Alps into one of the world capitals of classical music. What is it that initially sparked this idea, and what is a unique anecdote or challenge from the very early days that you still remember fondly?

    I’ve always been an entrepreneur in music. I’ve always created my own jobs. I used to have a concert management agency in Paris between 1975 and 1987. I was working mainly for singers and conductors. Some of my conductors were Giuseppe Sinopoli, I worked with Karl Böhm, with Eugen Jochum, I had the general management of Renato Bruson, I had many, many, about 200 singers and conductors when I left Paris in 1987. When you are an agent, you’re always between the artist and the organizer, so you’re always an agent of compromise, and it’s rare that your ideas will find some interest. It’s between the artist, who always wanted more money, and the organizer who always wanted more rehearsal time, so you had to balance this constantly. Once I left the agency, I came to Montreux in Switzerland with my family, and Verbier was very close to Montreux. It still is, it’s one hour. And we started skiing there with our children and then we rented a chalet. In 1991, I spent the summer in Verbier with my children, and there was a moment where I discovered this beautiful mountain resort in the summer. It was empty, there were hardly any tourists, and the hotels and restaurants were all open, but nobody was there. So, I thought this was an ideal place to make a festival and then also the fact that Verbier is a dead end, there’s no traffic going through Verbier. You don’t come to Verbier by accident, you really have to see it as your destination. And so the combination of this little island in the mountain and also me, who was ready to create something for myself, not only being an agent, but, really, to transform all the ideas I had over the years into a reality, that was a big challenge and a big interest, and also, I wanted to create a festival without any singers, because after 12 years I had had enough of singers. I was also married to a singer, so I wanted to concentrate on instrumentalists and masterclasses, so that’s how it came to be.

    1. Creating a festival of this magnitude out of nothing requires an extraordinary vision. Was there a specific moment when you realized that it had paid off to choose the village of Verbier for the Festival?

    It’s difficult to say, because everything is a fight. There is never one moment when you can say “I made it”. Because once the festival is over, you have to find 14 million Swiss francs to create next year’s festival. And where do you find that money? You have to get up very early in the morning and knock on very many doors. So, there’s nothing you can take for granted. We have many generous people around us who give us money, but some people stopped, some people passed away, and some people don’t want to give any longer. So, you constantly have to find new sources of income. So there’s never really a moment where you can say “I made it”.

    1. Milan and the Lombardy region of Italy have a great musical tradition. Just think of the Teatro alla Scala or the many great music schools that are found in this region. What is your personal relationship with the musical culture of Italy?

    Italy is, of course, a nation especially of singers. It is an amazing tradition in Italy to sing. You sing everywhere, you sing on the street, you sing in choruses, you sing everywhere, at home… Singing is in your blood. Therefore, for me Italy is all about the voice. Of course, you have had some very good violinists over the years, such as Uto Ughi and Salvatore Accardo, Maurizio Pollini, and now there are also some good young pianists. But the amount of singers and conductors is amazing. So for me Italy is about the voice. But, you know, the best string players, such as violinists and cellists, sing on their instruments. So I think that many string players could learn a lot from Italian traditions and the way of phrasing. Coming back to your initial question, I think they are not many chamber music festivals or instrumental festivals in Italy. There are very many opera festivals, but not really big instrumental festivals, so I would hope that Italians who like pianists, violinists, and instrumental music or orchestra music would come to Verbier. We’re so close to Aosta Valley, we’re so close to Italy. But we still could have more public from Italy.

    1. The music lovers of Milan are accustomed to historical stages and traditional theaters. What, in your opinion, makes the listening experience of the festival, in the heart of the Valais mountains, so unique, and something that even a Milan audience will not want to miss?

    I truly believe that a music festival should be different from a concert during the year, because when you go to a concert during the year, you go to a concert hall. A concert hall is, by definition, inside. It is the same place you go to once a week or once a month, it depends on how often you go. It’s more about the music. Going to a festival is, of course, also a musical event, but it’s also a social event. It’s also an emotional event. Having a music festival in the mountains is for me doubling or tripling the experience, because the nature is so strong. The place where we have our concerts in Verbier is a strong tent, but it’s not a permanent building. It’s a building which we erect every year for the festival, so when it rains a lot outside, you hear it, if there is thunder, you hear it. So, you sit with one foot in the nature, and you sit with one foot in the music, and this combination is fantastic. I also think that, for the artists. There is a special feeling going into a music festival in the summer. Because Verbier is full of artists: there are so many violinists, so many pianists, so many students, and they all go and listen to each other. You have Kissin playing a recital, you have Yuja Wang in the hall, you have Martha Argerich listening to him… you have lots of colleagues listening, and for some musicians, this is fantastic. For other musicians, it’s a catastrophe, because they get so nervous having their colleagues listening in the hall. But it adds something. And this is Verbier. It’s a little island full of artists, full of musicians, full of students who listen to each other, and this combination between active students, active artists, and concert, mountains, nature, is a fantastic combination.

    1. The Verbier Festival is renowned for bringing together musical legends and the worlds best young talents through its Academy. What, in your opinion, is the importance of this generational passing of the baton, in this fast-paced digital age?

    I always thought that the public is interested in two things: either in the stars or in the young up-and-coming artists. That has always been how I work on my artistic programming. To get public coming up to Verbier, I have to offer them the biggest names, but I also want to tickle their curiosity, I want to introduce new names. And Verbier has always been this combination between stars and students. The middle section of artists I, of course, respect, but I don’t invite so many of them. So you have lots of young musicians, between 13 and 25 years old, and you have lots of stars. Some of these stars, like Maxim Vengerov, Yuja Wang, Kissin, and so on, they came to Verbier when they were teenagers. Don’t forget our festival is 33 years old, so it’s almost two generations of musicians who have come to Verbier. I also have this feeling of family attitude whereby I like to have musicians back, year after year, who came to Verbier as very young. Khatia Buniatishvili, for instance, she came to Verbier when she was 15, she came every year. Some of these artists also started in the Academy. Mao Fujita came to Verbier for the first time when he was 17 and he went to the Academy. So I try to take care of young artists, but not of everybody: just those I think are worth investing in. It’s all very subjective, who you invite. I can only invite those that I believe in myself. I don’t invite people automatically because they want a competition or because my sponsor tells me that his brother plays the piano… I don’t do any of that. Everybody who comes to Verbier I have invited and I can tell my public why I invited this person.

    1. If you were to describe the atmosphere of Verbier to a reader who has not yet been to the Festival, what three words would you choose?

    Fun, fun, fun!

    1. Looking to the future of the Verbier Festival, what are the next challenges you want to take on, or the dreams you want to see realized?

    One dream I have realized is to create a Verbier Festival in Asia. Last January and February, we created our first festival in China, it’s called the Shenzhen Verbier Festival. We have made a long-term agreement with this Chinese town and we had about 30 concerts there in ten days and masterclasses, and it was fantastic. There were Martha Argerich, Pletnev, Joshua Bell, Gautier Capuçon, Misha Maisky, Lang Lang, Yuja Wang, lots of friends from Verbier. It was always a dream for me to create a music festival in Asia, because there are thousands of festivals in Europe, there are hundreds of festivals in America, but there are only four or five festivals in Asia, and they’re not very interesting festivals. So the concept of the Verbier Festival became a big success, and so now we are continuing this adventure. Another dream which is not yet realized is to construct a concert hall in Verbier. We have started working on it, we have a plan, we have a piece of land, we have the OK from the local authorities, from the commune, we have an architect called Kengo Kuma, we have an acoustician, the best in the world, called Yasuhisa Toyota, so we have a good team. I have to look for the money. I have to look for about 80 million Swiss francs. But I think we’ll get there, and I think in summer 2031 we will sit in a permanent concert hall. I think that if a festival like this, in the mountains, has a concert hall, it becomes an institution, it becomes something permanent, and that way, I think, coming back to your first question, it will be less of a question every year whether the festival will continue or not.

  • Vendite di olio di oliva italiano negli Usa crollate del 40%

    L’export di olio d’oliva italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 40% in valore nei primi mesi del 2026, passando da 370 a 223 milioni di dollari, con i volumi in calo del 33%. È quanto emerge dalle rilevazioni dell’US Census Bureau (gennaio-aprile) elaborate dall’Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins, che indica nei dazi statunitensi sull’agroalimentare premium del Made in Italy il principale fattore della frenata.

    Le contrazioni registrate nel primo quadrimestre riflettono l’impatto delle barriere tariffarie sui consumi americani di prodotto d’importazione. A giugno l’ente americano per il commercio (USTR) ha pubblicato i risultati di un’indagine sul lavoro forzato estesa a 60 Paesi, prospettando nuovi dazi del 10% o del 12,5%. Nello scenario delineato, la Tunisia si attesterebbe allo 0% e l’olio di cocco risulterebbe esentato, mentre l’olio d’oliva europeo resterebbe escluso dalle tutele. Sul fronte del dialogo, la NAOOA (North American Olive Oil Association) continua a sollecitare un’esenzione specifica per l’olio d’oliva, sostenendo che il mercato statunitense dipende strutturalmente dalle importazioni. Il quadro tariffario resta quindi un elemento di forte incertezza, che gli operatori seguono con attenzione in vista delle prossime settimane.

    Sul mercato interno italiano, il segmento dell’extravergine italiano registra una netta inversione rispetto ai picchi degli ultimi anni. Le quotazioni, intorno agli 8 €/kg tra novembre e dicembre scorsi, si sono stabilizzate tra maggio e giugno in una fascia compresa tra 5,80 e 6,00 €/kg a seconda di qualità e origine, con una flessione superiore al 30% su base annua. A spingere i prezzi al ribasso concorre il livello elevato delle scorte lungo tutta la filiera. Al 31 maggio 2026 le giacenze totali di olio d’oliva in Italia hanno raggiunto circa 277.000 tonnellate, in aumento di circa il 45% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste, circa 221.800 tonnellate sono extravergine, e tra queste 132.700 tonnellate di extravergine di origine strettamente nazionale. L’eccesso di offerta interna, unito alla pressione competitiva degli oli d’importazione da Paesi a minor costo, è oggi al centro delle preoccupazioni delle associazioni di categoria.

    In Spagna, primo produttore mondiale, le aspettative sul prossimo raccolto restano ottimistiche. I rilievi fitosanitari condotti su 13 uliveti pilota nelle aree chiave di Jaén e Córdoba indicano uno stato delle piante generalmente ottimo. Il carico è omogeneo a Jaén (70-75%) e più frammentato a Córdoba (dal 20% all’80%, con la maggioranza dei lotti tra il 75 e l’80%). Rispetto alla campagna precedente si stima un incremento produttivo del 50% a Jaén e del 30% a Córdoba, con previsioni preliminari per il raccolto spagnolo orientate tra 1,7 e 1,8 milioni di tonnellate. Un outlook che continua a sostenere la tendenza dei prezzi al ribasso, pur con la cautela legata al superamento della finestra estiva.

    Se il breve termine è segnato da frizioni geopolitiche e da uno scollamento tra prezzi e costi, l’orizzonte di lungo periodo offre importanti segnali di sviluppo. Secondo uno studio dell’analista ed economista agrario Juan Vilar, i consumi mondiali di olio d’oliva sono attesi in crescita tra il 14% e il 20% entro il 2050, pari a una domanda aggiuntiva tra 500.000 e 700.000 tonnellate annue. L’aumento sarà trainato soprattutto dai grandi mercati importatori e non produttori (o a produzione limitata) come Stati Uniti, Brasile e Canada. I mercati tradizionali del bacino del Mediterraneo (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Marocco e Turchia), che oggi concentrano circa metà del consumo mondiale, potrebbero invece registrare una lieve flessione.

    “Ci troviamo di fronte a un mercato a due velocità, in cui le tensioni contingenti sui prezzi e l’inasprimento tariffario negli Stati Uniti non devono offuscare la traiettoria di sviluppo di lungo periodo del settore – commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins – I dazi penalizzano l’origine europea sul mercato nordamericano, ma non arrestano un trend di crescita strutturale dei consumi. Proprio i mercati oggi sotto pressione sono quelli destinati ad ampliarsi di più: presidiarli adesso con promozione coordinata, filiere certificate e diversificazione commerciale significa costruire la stabilità del settore olivicolo italiano ed europeo dei prossimi anni.

  • Dubbi sulle mascherine anti-Covid made in China comprate da Conte

    L’abbiamo capito tutti, Giuseppe Conte premier ha comprato coi soldi dei contribuenti il consenso da un lato delle classi subalterne, dando loro il reddito di cittadinanza, e dall’altro delle classi agiate, dando loro il rimborso integrale (anzi maggiorato del 10%) delle spese per rimettere a posto casa. Scambio legale (cioè, perseguito attraverso apposite leggi) di utilità, utilizzo discrezionale del bilancio dello Stato come giustamente è consentito a chi governa.

    Dubbio è invece l’utilità conseguita attraverso l’approvvigionamento di mascherine anti-Covid dalla Cina quando il virus flagellava la popolazione amministrata dallo statista di Volturara Appula.

    Il Giornale ha rilevato anomalie riguardo a tre fatture: anzitutto il Commercial Invoice MR20CA30 del 21 aprile 2020 da 660mila euro, per 300mila mascherine inservibili, pagate 2,2 euro l’una, partite da Shangai e non Wenzhou, sede del fornitore, in direzione Malpensa, poi di altri due documenti per importi più alti. L’intestazione delle fatture, indirizzate alla presidenza del Consiglio dei ministri — Commissario straordinario Covid-19 nelle persone di Domenico Arcuri e Antonio Fabbrocini, è errata: non risultano svariati diversi tra cui il sigillo aziendale rotondo, obbligatorio e giuridicamente vincolante negli atti cinesi.

    Secondo Il Giornale la Wenzhou Moon-ray import & export co. ltd a cui è intestata la fattura non è la «vera» (wzmoonray.com) Moon-Ray che ha una ragione sociale diversa e si scrive in un altro modo. In sostanza, lo Stato ha speso 1,2 miliardi di euro, pagando almeno una società fantasma cinese, per comprare mascherine inutili e dannose? Come è potuto succedere? La differenza sta in un ideogramma: al posto di Wen, cioè cultura, ce n’è un altro che si legge Meng, cioè sogno. Tra l’altro mancherebbe il codice fiscale cinese, la sigla USCC che sta per Codice unificato di credito sociale ed è obbligatorio dal 2015. Per la «vera» Moon-Ray è 91330302MA27YNMK2H, basta guardare su internet nel portale gsxt.gov.cn. Qui il codice USCC è vuoto. Il riferimento doganale tipo partita Iva è cruciale per capire se la società è affidabile, chi è il rappresentante legale e la sua esistenza giuridica (che infatti non c’è). A quanto pare nessuno se n’è accorto durante il controllo della merce, sostiene il quotidiano.

    Come ha spiegato più volte Il Giornale, un’interpretazione più che letterale di un articolo del Dl Aiuti ha consentito di sdoganare mascherine fasulle (anziché distruggerle) in deroga per la situazione emergenziale. Qui però l’errore è più grave, anche perché espone questa operazione al pericolo di riciclaggio per il mancato rispetto delle norme Anti-money laundering. Per la legge sugli appalti pubblici, gli operatori esteri Ue ed extra-Ue hanno il dovere di indicare l’identificativo fiscale del proprio Paese. Altrimenti c’è un codice generico (due volte la lettera O e undici volte il numero 9). In caso contrario, i contratti sono nulli, con responsabilità erariale diretta di chi li ha stipulati. Anche il contenuto di una spedizione merita un’analisi. Parliamo di 300mila mascherine FFP2 (for civil use only) senza indicazione degli standard europei. A decidere se le mascherine sono buone è la norma EN 149:2001 +A1:2009. Eppure non c’è la dichiarazione di conformità CE, manca nome e indirizzo del fabbricante cinese, mancano lotto, codice prodotto e filiera. Persino la dicitura «solo per uso civile» sembra escludere questi Dpi dall’uso professionale ad alto rischio, come medici e infermieri, a cui sarebbero stati invece destinati. Anzi, l’unica specifica tecnica è l’assenza della valvola.

    Il pagamento era avvenuto con modalità 100% payment against Bill of Lading (in gergo contestualmente alla polizza di carico ndr), che stabilisce il pagamento integrale dei 660mila euro per materiale non certificato e non idoneo a scatola chiusa, escluso dunque l’inadempimento e il recupero immediato. Anche perché l’Iban fornito, 3636 7780 9765, assieme al nome scritto in modo errato, conserva il mismatch tra la Moon ray originale e farlocca. Nonostante la compliance antiriciclaggio non c’è neanche l’Iban europeo, con la tracciabilità del denaro ridotta a zero. Le indagini della procura romana sulla vicenda sono terminate con il patteggiamento a 1 anno e 8 mesi per frode in pubbliche forniture e falso per induzione del Cts, peggiorati dall’essere forniture destinate a ovviare al pericolo comune. A beneficiarne è stato Cai Zhongkai, nato a Zhejiang il 25 dicembre 1976 e identificato come dominus dei tre consorzi.

  • Trump incontinente nei pensieri e nelle parole

    Diciamolo con tutta la serenità possibile, Trump ci ha veramente stancato e siamo dispiaciuti per gli abitanti degli Stati Uniti che devono tenersi, per ora e speriamo per poco, un presidente che scredita l’America ogni volta che apre bocca o scrive uno dei suoi deliranti, ma continuamente contraddittori, messaggi.

    Che gli Stati Uniti non siano quel modello di democrazia che, da ragazzi, avevamo creduto, che sia uno stato sempre pronto a fare guerre lunghe, difficili, e a perderle, a danno dei suoi stessi cittadini e di coloro che avrebbero dovuto aiutare, l’abbiamo imparato negli anni ma, nonostante tutto, non avremmo mai immaginato che avrebbero avuto un presidente incontinente nei ragionamenti e nelle esternazioni.

    La guerra in Iran ha dimostrato una volta di più quanto, a livello mondiale, sia scesa la forza ed il potere contrattuale della, apparentemente, più grande potenza al mondo, il tradimento perpetrato ai danni dell’Ucraina, per biechi interessi con Putin, la difficile e ridicola stagione dei dazi al resto del mondo, l’indifferenza con la quale il presidente cinese prosegue per la sua strada sono alcun dei tanti esempi di una politica dissennata di Trump che rischia di scardinare la stabilità di tutti.

    L’unico aspetto positivo è che la rivoltante politica di Trump, ogni sua critica, insulto rivolto agli storici alleati occidentali, all’Europa, sembra che, finalmente, facciano comprendere agli europei l’immediata necessità di migliore la coesione e collaborazione perché senza una politica estera comune, senza un comune esercito europeo il nostro futuro è a rischio.

    Certo gli Stati Uniti restano il nostro alleato e al popolo americano auguriamo ogni bene, altrettanto certamente Trump è sempre più pericoloso per noi e per i suoi cittadini.

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