Italia

  • Lettera aperta di un cittadino italiano a Trump

    Presidente Trump, ti rivolgi agli italiani dicendo che: “l’Italia non c’era per noi”.

    Detto da chi guida un Paese dove centinaia di migliaia di persone dormono e muoiono per strada fa già abbastanza ridere così. Ma continuiamo.

    Parliamo del Paese, gli Stati Uniti, in cui un problema familiare da 500 dollari manda in tilt metà delle famiglie. Dove l’insulina costa come un’auto di lusso e ammalarsi è un rischio finanziario prima ancora che sanitario. Però sì, spiegaci tu, Presidente Trump, cosa significa essere “mal governati”.

    La famosa libertà, poi: avete due milioni di persone nelle carceri, record mondiale. E molti nemmeno condannati — solo troppo poveri per permettersi un avvocato e la libertà. Un modello, davvero.

    Nel frattempo l’aspettativa di vita scende — sì, scende — mentre nel resto del mondo sviluppato sale. Ma tranquilli: i bambini si allenano a cercare di sopravvivere alle sparatorie a scuola, perché bisogna arricchire le società che producono armi.

    Salari fermi, insegnanti esausti, veterani dimenticati… zombie che camminano nelle città dopo essere caduti nel crack, e tutto questo per dimenticare la falsa democrazia americana. Però l’urgenza è giudicare gli altri. Coerenza impeccabile.

    E la Groenlandia? La sì la Sanità è universale, istruzione gratuita, meno carcere, meno disuguaglianze. Nessuno fallisce perché si ammala. Un incubo, per te evidentemente.

    Continui nelle tue esternazioni dicendo “La NATO non c’era”. Certo. Ti sei dimenticato che dopo l’11 settembre la NATO ha attivato, per la prima volta nella storia, l’Articolo 5 proprio per difendere gli Stati Uniti. E sai chi c’era? Anche l’Italia. Per anni. Con uomini, mezzi, soldi e soprattutto con molti soldati morti. Ti vorrei ricordare una parola e un luogo che noi italiani non scordiamo: “strage di Nassiriya”. E ti vorrei ricordare ancora l’Afghanistan. Ma sì, raccontiamola come ti viene meglio: nessuno c’era.

    Forse non è un problema di alleati assenti. Forse è un problema di memoria corta e voce lunga. Perché, a conti fatti, l’unica cosa davvero fuori controllo qui non è un’alleanza internazionale.

    Ma l’unico vero problema sei tu, caro Trump.

    Giampiero Damiano

  • Sanità

    La sanità è uno dei problemi più urgenti dei quali il governo si deve occupare. Non perché le opposizioni ne parlano spesso, senza proporre soluzioni o dando notizie vuoi parziali, vuoi infondate, ma perché i cittadini hanno necessità di risposte rispetto alla carenza di medici di famiglia, assolutamente sotto numero rispetto alle esigenze dei territori, alle settimane, quando non mesi, di attesa per gli esami clinici, e alla mancanza di cure in alcuni settori, come ad esempio l’odontoiatria.

    La carenza di medici di famiglia, che ha anche portato all’intasamento delle strutture di pronto soccorso con conseguente necessità di aprire piccoli centri ad hoc (che spesso non funzionano), impedisce ai pochi medici presenti sul territorio quelle visite domiciliari che loro competono, specie per i loro pazienti più anziani, senza considerare che alcuni medici non le fanno comunque!

    Aver inoltre imposto ai medici di famiglia un plafond per la prescrizione di esami specialistici, salvo incorrere in sanzioni, sta negando alla popolazione, che è sempre più anziana, tutte quelle iniziative di prevenzione che, non essendo attuate, aggravano le malattie e perciò creano danno sia al singolo soggetto malato sia al costo complessivo della sanità nazionale. Dove non c’è prevenzione, infatti, poi occorre curare.

    Mentre la sanità pubblica non è più in grado di sopperire alle esigenze di chi ha bisogno di visite e di cure, continuano ad aprirsi piccoli e medi centri privati, ai quali si rivolge chi ha veramente bisogno, non appena può permetterselo, con il rischio, sempre più evidente, che lentamente la sanità pubblica vada ad esaurirsi e proliferi sempre più quella privata: poliambulatori, studi specialistici, centri diagnostici nascono anche in Comuni di 4/5 mila abitanti e il loro continuo proliferare attesta chiaramente che i cittadini sono contenti di questo servizio, anche perché non hanno quello pubblico, e chi li apre  ne ha un evidente  beneficio economico oltre che professionale, se no chiuderebbe.

    Sorge pertanto una domanda: se in un centro privato, per esempio, una lastra viene a costare 60 euro e il privato che ha aperto il centro ci guadagna anche affrontando tutte le spese che la prestazione comporta, perché mai nell’ospedale pubblico, allo Stato, questa lastra costa molto di più e soprattutto non è eseguita in tempo utile rispetto alle esigenze terapeutiche del paziente?

    Da anni sappiamo che gli stessi presidi sanitari, da una valvola per il cuore a una siringa per una puntura, acquistata dal pubblico ha un prezzo diverso in Lombardia o in Campania, in Emilia o in Sicilia. Questo dimostra come vi sia qualcosa di molto poco chiaro sul sistema acquisti delle strutture pubbliche.

    Perciò non è vero quanto sostiene Massimo Fabi, assessore regionale emiliano, che le risposte non ci sono perché le risorse sono state ridotte; in verità le risorse sono male utilizzate e la nomina politica dei responsabili delle Asl, una nomina spesso fatta non per merito tecnico e competenza, è uno dei tanti motivi della malasanità pubblica che ha anche il torto di pagare non adeguatamente i propri dipendenti, dall’infermiere al primario, e poi si trova, per supplire alle ovvie carenze di organico, a pagare gettoni astronomici a personale che arriva, anche dall’estero, per attività di 2-3 giorni.

    Un’ultima considerazione riguarda alcune grandi strutture sanitarie private convenzionate che da qualche anno invece di assumere direttamente i propri medici li recluta con contratto professionale. Molti medici di grandi ospedali privati convenzionati sono quindi liberi professionisti non sufficientemente tutelati nella struttura nella quale operano né dal punto di vista professionale né da quello economico.

    Queste poche osservazioni solo per ricordare al Presidente del Consiglio, al Ministro della Sanità e a tutto il governo che i tempi sono più che maturi per affrontare seriamente l’emergenza sanità in Italia.

  • Frane, ponti e poco buon senso

    Italia ormai è divisa dalle frane, frane nuove ma anche tante, troppe frane vecchie di anni e che si sono riattivate senza che nessuno sia mai intervenuto per mettere in sicurezza il territorio ed abbia fatto una mappatura vera e completa di tutte le aree a rischio idrogeologico, la parola prevenzione resta una parola.

    Tanti governi si sono succeduti, tutti indifferenti ai pericoli di tante parti del territorio italiano e, a distanza di 17 anni, la ricostruzione dell’Aquila non è ancora ultimata con i ritardi più evidenti proprio nel settore pubblico.

    Per l’ennesima volta chiediamo al ministro Salvini ed agli amanti del Ponte sullo Stretto se hanno contezza di quanto si poteva fare, e non si è fatto, con lo stanziamento previsto per un ponte che 1) in caso di terremoto, l’aerea è la più sismica d’Italia, basti pensare ai 500.000 morti del terremoto di Messina e Reggio Calabria nel 1908, rischia di non stare su o di diventare inagibile; 2) in caso di guerra sarebbe la prima infrastruttura ad essere colpita; 3) in Sicilia ed in Calabria mancano ancora strade e ferrovie; 4) gli abitanti di Messina hanno l’acqua contingentata per poche ore al giorno mentre le opere per il ponte abbisognano di enormi quantitativi; 5) l’Italia sta franando ovunque ed il primo pensiero dovrebbe essere quello di mettere in sicurezza le zone colpite e di dar corso alle opere necessarie per impedire altri disastri annunciati.

    Ma il buon senso non sempre guida la politica specie di chi parla per cercare voti e non per dare risposte reali.

  • Dalla Commissione 6 miliardi di euro all’Italia per l’idrogeno rinnovabile

    La Commissione europea ha approvato, ai sensi delle norme UE sugli aiuti di Stato, un regime italiano dell’importo di 6 miliardi di euro per sostenere la produzione di idrogeno rinnovabile per i settori dei trasporti e dell’industria. Il regime contribuirà allo sviluppo della capacità di produzione di idrogeno rinnovabile in linea con gli obiettivi della strategia dell’UE per l’idrogeno e del patto per l’industria pulita.

    L’aiuto assumerà la forma di contratti bidirezionali per differenza e durerà fino al 31 dicembre 2029.

    La Commissione ha ritenuto che l’aiuto sia necessario e adeguato per agevolare la produzione di idrogeno rinnovabile ai fini della decarbonizzazione dei settori dei trasporti e dell’industria. La Commissione ha inoltre concluso che l’aiuto ha un effetto di incentivazione, è proporzionato e produrrà effetti positivi, in particolare sull’ambiente, che superano gli effetti negativi sulla concorrenza

  • L’interesse nazionale

    Ora che, presumibilmente, i problemi legati ad esponenti di governo, o al governo collegati, si sono risolti con le dimissioni, purtroppo tardive, speriamo che l’attenzione di tutti, maggioranza ed opposizioni, si concentri con quello che serve agli italiani in un momento particolarmente difficile per i riflessi che hanno, ed avranno, sulla nostra economia e sicurezza, e su quelle europee, le guerre in corso.

    Al di là delle legittime aspirazioni di ciascuno, conquistare la guida del Paese o mantenerla secondo il risultato delle ultime elezioni, vi è oggi la necessità di accantonare per un certo tempo le accuse reciproche, spesso infarcite da palesi false notizie.

    L’interesse nazionale dovrebbe prevalere sugli interessi di parte, se la politica ha ancora un senso in una società dove spesso la parola democrazia resta una parola.

    Le questioni legate alla sicurezza, all’energia, alla sanità e, non ultimo, alla presa di coscienza di una deriva sempre più violenta di troppi adolescenti, anche per colpa di un uso improprio dei social, richiedono un dialogo, tra opposti schieramenti, libero, libero per qualche tempo da cappi ideologici e sogni di rivincita.

    E’ evidente inoltre, per chi è in buona fede, la necessità di arrivare alle prossime elezioni nazionali con una legge che riporti i cittadini a poter scegliere, con un voto di preferenza, chi li rappresenterà, solo così torneremo a coinvolgere gli elettori e torneremo ad una rappresentanza parlamentare libera dalla schiavitù dei capi partito.

    Solo con una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere, con la preferenza, i parlamentari il futuro premier avrà un parlamento capace di aiutarlo a difendere e sostenere, in Europa e nel mondo, gli interessi legittimi dell’Italia.

  • Cinquecentoquarantamila visitatori per le giornate del Fai di primavera

    Sono stati 540mila gli italiani che hanno visitato nel weekend del 21 marzo e 22 marzo i 780 luoghi d’arte, storia e natura aperti al pubblico in 400 città nelle ‘Giornate Fai di primavera’. L’appuntamento, arrivato alla 34esima edizione, ha riscosso anche quest’anno un grande successo.

    Il luogo più visitato è stato lo stadio Diego Armando Maradona a Napoli, secondo posto per la Corte Suprema di Cassazione con sede presso il Palazzo di Giustizia a Roma; sempre a Roma terzo posto per il Palazzo della Cancelleria, quarto posto per Porta Nuova e Cavallerizza presso il C.M.E. ‘Sicilia’ a Palermo. Chiude la classifica dei primi cinque il Giardino storico di Villa Sgariglia a Grottammare (AP). Le regioni che hanno registrato maggiore pubblico sono state Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.

    In occasione di questa grande ‘festa diffusa della cultura’ hanno aperto quindi le loro porte 780 luoghi in 400 città in tutte le regioni – spesso poco conosciuti o poco valorizzati, e molti dei quali solitamente inaccessibili – con visite a contributo libero rese possibili grazie all’impegno di 7.500 volontari delle delegazioni e dei gruppi Fai e di 17.000 apprendisti ciceroni, studenti della scuola secondaria appositamente formati dai loro docenti per raccontare le bellezze che li circondano. In entrambi i giorni, sottolinea il Fai, “si è registrato un eccezionale successo di pubblico, con code ordinate in attesa di entrare in numerosi luoghi visitabili, specchio dell’interesse vivo e appassionato dei cittadini per le bellezze, spesso inattese e sempre sorprendenti, che caratterizzano ogni angolo d’Italia”.

    Tra i partecipanti alle ‘Giornate Fai di primavera’ anche il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che sabato mattina ha accolto i visitatori al Palazzo del ministero, progettato da Cesare Bazzani nel 1912 ed eccezionalmente aperto nel fine settimana per sottolineare il grande valore educativo dell’evento. Anche i Beni del Fai, regolarmente aperti al pubblico, hanno partecipato alla grande festa delle ‘Giornate di primavera’, accogliendo migliaia di visitatori: il bene più visto è stato Villa dei Vescovi a Luvigliano di Torreglia (Pd), secondo posto a parimerito per Villa Gregoriana a Tivoli (Rm) e Villa del Balbianello a Tremezzina (Co), terza posizione per Villa Necchi Campiglio a Milano.

  • Gli spostamenti tra Regioni per motivi di salute hanno toccato il valore di 5,15 miliardi

    Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3 per cento rispetto al 2022 (5,04 miliardi di euro). Le analisi della Fondazione Gimbe confermano il progressivo ampliamento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un enorme flusso di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso il Nord. In particolare, verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive.

    “Questi numeri – afferma il presidente Nino Cartabellotta – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie”. Un principio recentemente ribadito anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, il 28 febbraio scorso, ha ricordato come “il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale”, sottolineando che permangono disomogeneità territoriali non più accettabili. Il Report Gimbe sulla mobilità sanitaria 2023 si basa su tre fonti ufficiali: i dati economici aggregati dal Riparto 2025; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute; i dati del Report Agenas sulla mobilità sanitaria.

    Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3 per cento rispetto al 2022 (5,04 miliardi di euro). E’ quanto si legge in una nota di Fondazione Gimbe, in occasione dei suoi 30 anni. Le analisi della Fondazione Gimbe confermano il progressivo ampliamento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un enorme flusso di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso il Nord. In particolare, verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive. “Questi numeri – afferma il presidente Nino Cartabellotta – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie”. Un principio recentemente ribadito anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, il 28 febbraio scorso, ha ricordato come “il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale”, sottolineando che permangono disomogeneità territoriali non più accettabili. Il Report Gimbe sulla mobilità sanitaria 2023 si basa su tre fonti ufficiali: i dati economici aggregati dal Riparto 2025; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute; i dati del Report Agenas sulla mobilità sanitaria.

  • Il collegamento energetico tra Tunisia e Italia potrebbe essere completato solo nel 2031

    Il costo del progetto di interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia Elmed è stimato in circa 1,014 miliardi di euro, di cui 582 milioni di euro a carico della parte tunisina. Lo ha dichiarato il segretario di Stato tunisino incaricato della Transizione energetica, Wael Chouchane, indicando che il progetto “consentirà lo scambio bidirezionale di elettricità tra i due Paesi, permettendo in particolare l’esportazione di energia prodotta da fonti rinnovabili e il rafforzamento della rete elettrica tunisina durante le ore di punta, contribuendo così alla sicurezza energetica”. Secondo le stime del governo tunisino, i ricavi annuali generati dall’infrastruttura dovrebbero essere compresi tra 71 e 182 milioni di euro, che saranno divisi equamente tra la società elettrica tunisina Steg e la sua omologa italiana. L’entrata in funzione dell’interconnessione prevista per il 2028, ha precisato Chouchane, potrebbe tuttavia “slittare al 2030 o al 2031, a causa delle tensioni internazionali che continuano a incidere sulla disponibilità di apparecchiature energetiche dall’inizio della guerra russo-ucraina”.

    Elmed prevede la realizzazione di un collegamento elettrico sottomarino in corrente continua ad alta tensione, bidirezionale, tra la Sicilia e la Tunisia, con punto di approdo nella regione industriale di El Mlaabi a Menzel Temime, nel governatorato di Nabeul. Il progetto comprende due stazioni di conversione – una a Menzel Temime e una a Partanna, in Sicilia – e un cavo sottomarino lungo circa 200 chilometri, che attraverserà lo Stretto di Sicilia a una profondità massima di 800 metri, con una capacità di 600 megawatt e una tensione di 500 chilovolt in corrente continua. Sono inoltre previste le infrastrutture di collegamento terrestre, i sistemi di telecomunicazione e i dispositivi di monitoraggio continuo del cavo.

    Un accordo di finanziamento e garanzia del valore di 43 milioni di euro, circa 145 milioni di dinari in valuta locale, destinato alla realizzazione della seconda fase del progetto di interconnessione elettrica è stato firmato a Tunisi tra il governo tunisino e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) lo scorso 16 gennaio. L’accordo mira a rafforzare la rete elettrica della Società tunisina dell’elettricità e del gas (Steg) attraverso l’installazione di linee di trasmissione aeree, comprese le linee in entrata e in uscita nel governatorato settentrionale di Nabeul. La seconda fase del progetto è denominata Grid Reinforcement Program e prevede il rafforzamento delle griglie di trasmissione su territorio tunisino. In particolare, è prevista la posa di una linea aerea a 400 kilovolt di circa 85 chilometri, che collegherà Grombalia (Nabeul) a Kondar (Sousse), attraversando quattro governatorati: Nabeul, Ben Arous, Zaghouan e Sousse. Il progetto include inoltre l’installazione di linee aeree in entrata e in uscita tra Ezzahra e Grombalia 1, collegate alla sottostazione Grombalia 2 (400/225 kV), per una lunghezza complessiva di circa 10 chilometri, nonché ulteriori linee tra Seltene e Grombalia 1, anch’esse collegate alla stessa sottostazione, per un totale di circa 10 chilometri.

  • Prendere decisioni serie

    Continua la tragedia – farsa dei bambini nel bosco, mentre le guerre infuriano e tanti bambini rimangono orfani, sbalestrati da situazioni terrorizzanti, privi a volte della stessa identità, quando arrivano da soli sui barconi dei trafficanti di esseri umani, ed altri bambini rimangono feriti ed uccisi, rimane strabiliante la decisione di allontanare la mamma del bosco dai suoi bambini.

    I bambini continuano ad essere le prime vittime di magistrature politicizzate ed ideologizzate come abbiamo più volte scritto raccontando le tragedie umane prodotte dallo Jugendamt tedesco.

    L’Europa con le frontiere aperte per le merci, che legifera su tutto, anche su quanto sarebbe di miglior competenza degli Stati nazionali, non ha ancora trovato la volontà politica ed il coraggio di difendere i bambini e la loro necessità, eventualmente anche sotto un controllo di personale veramente qualificato, di vivere con i genitori.

    Sulla scia dello Jugendamt ora anche l’Italia, che non ha mai fatto niente per difendere i genitori italiani privati, dalla Germania, del loro diritto di vedere i figli, si adegua impedendo alla mamma di stare con i suoi bambini, anche all’interno della cosiddetta casa protetta.

    Nel frattempo i bambini dei nomadi non vanno a scuola, vivono nella sporcizia, imparano a rubare e a fare accattonaggio ed altri minori sono relegati nei campi e nelle strutture per extracomunitari perdendo ogni possibilità di inserimento.

    Dire che c’è qualcosa che non va è decisamente riduttivo, qui non stanno funzionando troppe cose e al di là delle dichiarazioni politiche, che servono solo a qualche riga sui social, è arrivato il momento di prendere decisioni serie.

    La vicenda dei bambini nel bosco dovrebbe imporre alle forze politiche a formulare finalmente proposte globali e serie per l’effettiva tutela dei minori non dimenticando che, da destra come da sinistra, il silenzio dei governi italiani ed europei, sullo Jugendamt e non solo, è una macchia che andrebbe finalmente cancellata.

  • I dazi non arrestano la globalizzazione: commercio mondiale in crescita del 5% nel 2025

    Il commercio mondiale è cresciuto vicino al 5 per cento nel 2025 e nel triennio 2026-2028 è atteso in aumento medio del 2,3 per cento, con impatti di dazi e tensioni geopolitiche inferiori alle stime iniziali. È quanto emerge dalla Mappa dell’export 2026 presentata a Roma da Sace. Secondo il capo economista Alessandro Terzulli, gli shock commerciali e politici “hanno avuto impatti economici inferiori a quello che ci si poteva aspettare”, anche grazie alla capacità di adattamento delle imprese e a fattori temporanei come l’anticipo delle importazioni negli Stati Uniti.

    “Se un importatore sa che dovrà pagare dazi più alti, tende a fare scorte prima”, ha spiegato, richiamando l’effetto di anticipo delle importazioni (il cosiddetto front-loading), ossia l’aumento degli acquisti prima dell’entrata in vigore dei nuovi dazi per evitare rincari successivi, particolarmente evidente nella farmaceutica. A sostenere gli scambi hanno contribuito anche gli investimenti tecnologici, in particolare nell’intelligenza artificiale e nei semiconduttori. Tuttavia, ha avvertito Terzulli, nel medio-lungo periodo resta il rischio di “un’erosione delle regole” in un contesto di crescente frammentazione. L’incertezza resta elevata, ma “non si è tradotta in un blocco delle decisioni economiche” come temuto.

    Sul fronte italiano, il presidente di Sace, Guglielmo Picchi, ha sottolineato che “l’Italia è un Paese che cresce grazie all’export”, ricordando che nel 2025 il Paese si è confermato quarto esportatore mondiale. “Nonostante tutto e tutti, dai prezzi dell’energia ai dazi, la capacità degli imprenditori italiani di conquistare nuovi mercati è straordinaria”, ha dichiarato. Picchi ha evidenziato che investimenti pubblici e consumi interni “non riescono a dare slancio alla crescita del Pil” e che “il vero driver è l’export”. In questo quadro, Sace è chiamata a rafforzare il sostegno alle imprese, anche in coerenza con il Piano Mattei per l’Africa, dove l’agenzia svolge un ruolo di attuatore finanziario nei mercati più complessi.

    L’Africa rappresenta infatti uno degli assi strategici della Mappa. Nel Nord Africa l’Export Opportunity Index medio si attesta intorno a 54. L’indicatore, sviluppato da Sace su una scala da 0 a 100, misura il livello di opportunità per le imprese italiane Paese per Paese, combinando peso sull’export, dinamica attesa, accesso al mercato e struttura della domanda. Accanto a questo, la Mappa valuta il rischio di credito – ossia la probabilità di mancato pagamento da parte di controparti sovrane, bancarie o corporate – e il rischio politico, legato a eventi come espropri, restrizioni valutarie, guerre o disordini civili, anch’essi su scala 0-100.

    Nel caso del Nord Africa, le opportunità si accompagnano a livelli di rischio elevati ma in parte compensati da riforme e investimenti infrastrutturali. Il Piano Mattei punta a mobilitare capitali e competenze italiane in settori come energia, infrastrutture e filiere agroindustriali. Tra i Paesi più dinamici figura il Marocco, indicato come hub logistico e produttivo grazie al porto di Tanger Med, allo sviluppo dell’automotive e agli investimenti nelle rinnovabili e nell’idrogeno, oltre che nelle infrastrutture ferroviarie ad alta velocità.

    Nelle Americhe, gli Stati Uniti restano un mercato da presidiare nonostante le tensioni tariffarie, mentre il Brasile – prima economia dell’area – beneficia dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, che prevede la graduale rimozione dei dazi sul 91 per cento delle merci europee. Nonostante fragilità fiscali e incertezze politiche, il Paese mantiene un Export Opportunity Index tra i più elevati dell’area e continua ad attrarre investimenti in infrastrutture e automazione industriale.

    In Asia, l’India emerge come economia in forte espansione, sostenuta da riforme fiscali, digitalizzazione e investimenti in infrastrutture ed energia. Terzulli ha tuttavia osservato che “quanto l’India diventerà la nuova fabbrica del mondo rispetto alla Cina, questo non lo so: c’è strada da fare”. La Cina, dal canto suo, “è un mercato da cui non si può prescindere”, con oltre 15 miliardi di export italiano e un Export Opportunity Index elevato, pur a fronte di un profilo di rischio “non bassissimo” e di tensioni geopolitiche persistenti. Pechino sta raddoppiando gli investimenti in tecnologie avanzate e industrie emergenti, mentre l’approccio europeo resta improntato al “de-risking” senza chiusure.

    Più critica la situazione in Russia, che presenta un rischio di credito e politico pari a 100. “C’è un enorme problema di pagamenti”, ha ricordato Terzulli, sottolineando che l’esclusione dai circuiti finanziari e il regime sanzionatorio rendono l’operatività estremamente complessa. Anche nei Balcani e nell’Europa emergente, pur in presenza di opportunità legate alla convergenza europea e alle infrastrutture, i profili di rischio restano eterogenei. Nel complesso, la Mappa dell’export 2026 restituisce l’immagine di un mondo più frammentato ma non paralizzato. Le opportunità esistono, ma richiedono selettività, gestione del rischio e strumenti adeguati. In chiusura, il presidente di Sace ha ribadito l’impegno dell’agenzia ad accompagnare le imprese nei mercati esteri in una fase di trasformazione globale. “Le opportunità sono tante, dai dazi all’intelligenza artificiale: per noi sono tutte occasioni da cogliere in un’ottica di diversificazione. Noi siamo poco preoccupati perché il nostro compito è trasformare il rischio in opportunità”, ha affermato Picchi. “Sace è questo: un mitigatore di rischio che rende bancabili progetti che altrimenti non lo sarebbero e permette alle imprese di entrare in mercati dove da sole difficilmente riuscirebbero ad andare”, ha concluso.

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