Italia

  • L’imbuto digitale

    L’innovazione tecnologica rappresenta sicuramente una leva importante finalizzata al mantenimento e allo sviluppo della competitività di un Paese ed all’ampliamento dei servizi alla cittadinanza.

    In questo contesto lo stesso complesso sistema di digitalizzazione contribuisce ad accorciare il Time to Market e quindi ad accrescere la competitività delle imprese all’interno dei mercati globali nei quali la tempistica rappresenta ormai un fattore vincente.

    Quando l’innovazione, tuttavia, viene applicata in modo univoco nei confronti dell’accesso ai servizi della pubblica amministrazione questa assume i connotati di un imbuto digitale, finalizzato alla creazione di una rendita di posizione di imprese che si occupano di servizi digitali necessari per bypassare il restringimento.

    In altre parole, all’interno di uno Stato che fosse anche espressione di valori democratici e liberali la digitalizzazione, essendo questa irreversibile, non comporterebbe tuttavia, come avvenuto in Italia, l’esclusione dai medesimi servizi di un qualsiasi altro accesso, ma non digitale.

    Così configurato questo processo di digitalizzazione diventa semplicemente una imposizione normativa di regole digitali escludenti, le quali accrescono il potere, non solo economico, di aziende e della stessa classe politica. Senza dimenticare come venga cosi ristretto il perimetro democratico all’interno del quale i diritti vengono tutelati e resi disponibili indipendentemente dall’accesso e dalla configurazione più o meno digitale.

    In questo contesto, poi, a riprova di questa ispirazione digitale come semplice espressione di interessi corporativi, risulta infatti ridicolo come gli scontrini emessi dalle casse dei supermercati abbiano assunto una lunghezza imbarazzante: una chiara quanto banale conferma di una rendita di posizione a favore delle imprese che producono carta chimica.

    In ambito internazionale si parla poi spesso di un ipotetico processo di avvicinamento normativo tra i paesi che aderiscono all’Unione Europea. Contemporaneamente si dimentica come, nello specifico, il Portogallo, la Spagna, la Francia e la Germania, cioè le più importanti concorrenti a livello economico e soprattutto produttivo del nostro Paese, non abbiano adottato, pur favorendo la digitalizzazione, lo Spid come accesso ai servizi della pubblica amministrazione e tantomeno una sua obbligatorietà.

    In fondo anche se nel terzo millennio, il nostro Paese continua ad adottare il vecchio principio delle decime anche se in versione digitale.

  • Dalla BEI 40 milioni di euro al Gruppo PUNCH per sviluppare tecnologie per la propulsione a idrogeno nelle sedi di Torino e Strasburgo

    La Banca europea per gli investimenti (BEI) e il Gruppo PUNCH, un’innovativa MidCap belga leader nello sviluppo di sistemi di propulsione e controllo per veicoli ibridi ed elettrici, hanno firmato un contratto di finanziamento di 40 milioni di euro per sostenere le attività di ricerca, sviluppo e innovazione (RSI) della società. Gli investimenti saranno effettuati principalmente presso le sedi aziendali di Torino e, in misura minore, di Strasburgo.

    Le risorse messe a disposizione dalla banca dell’UE, sostenute da una garanzia del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) consentiranno al Gruppo PUNCH di sviluppare tecnologie per motori a idrogeno e relativi sistemi di stoccaggio energetico (fuel cells) per il settore automobilistico e dei veicoli commerciali e industriali, con l’obiettivo di promuovere la mobilità sostenibile e la diffusione di tecnologie innovative in tutta Europa.

    L’operazione in oggetto è in linea con l’Accordo di Parigi e con la politica di finanziamento della Banca nel settore dei trasporti in quanto contribuisce alla decarbonizzazione del settore automobilistico, dei veicoli commerciali e industriali e all’adozione di tecnologie verdi basate sull’idrogeno e l’elettrificazione.

    PUNCH Torino nasce nel 2005 come Centro di Ingegneria e Sviluppo di General Motors. Dal 2020 fa parte del Gruppo PUNCH come sito all’avanguardia per i sistemi di propulsione e mobilità. La sua affiliata PUNCH Hydrocells sta lavorando attivamente per far confluire le competenze acquisite sui motori diesel verso l’idrogeno.

  • Ad Eni e Snam la gestione dei gasdotti dall’Algeria all’Italia

    Ha preso il via a fine 2022, dopo 14 mesi di travaglio, la partnership tra Eni e Snam per il controllo dei gasdotti che collegano l’Algeria all’Italia. Annunciata il 27 novembre del 2021, l’operazione ha visto aumentare da 385 a 405 milioni il prezzo pagato da Snam per rilevare il 49,9% di Sea Corridor. In quest’ultima Eni ha conferito tutte le partecipazioni nei gasdotti di terra (Trans Tunisian Pipeline Company, Ttpc) e di mare (Transmediterranean Pipeline Company, Tmpc) che collegano i due Paesi mantenendo il 50,1%. In virtù degli accordi sottoscritti, Eni e Snam eserciteranno un controllo congiunto sulla base di principi di governance paritetica.

    La partnership che prende il via consente, secondo i due gruppi, di «valorizzare in maniera sinergica le rispettive competenze su una rotta strategica per la sicurezza degli approvvigionamenti di gas naturale in Italia, favorendo potenziali iniziative di sviluppo nella catena del valore dell’idrogeno anche grazie alle risorse naturali del Nord Africa”. Eni e Snam ritengono inoltre che la connessione tra il Nord Africa e l’Europa rappresenti “un asse fondamentale in un’ottica di progressiva decarbonizzazione a livello internazionale a supporto della transizione energetica». Quanto al sovrapprezzo pagato da Snam, comprende un aggiustamento calcolato sulle perdite di gas che si sono verificate nel periodo intercorso dalla firma del contratto preliminare ad oggi. La cifra di 405 milioni include anche una commissione (ticking fee) del 4% legata ai 14 mesi che sono passati tra i due contratti. Snam ed Eni inoltre avevano previsto un meccanismo di ‘earn-in’ ed ‘earn-out’, (modifica del prezzo a tutela del compratore) da calcolare sulla base dei ricavi che saranno generati dalle numerose società partecipate.

  • Le istituzioni più forti della delinquenza

    Il 16 gennaio, con la cattura di Messina Denaro, segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra che tutti vogliamo sia quella del rafforzamento dello Stato, della Giustizia e della sconfitta della criminalità organizzata, sotto qualunque nome operi o si nasconda.

    Il grande lavoro di tutte le forze di sicurezza, l’abnegazione e spesso il sacrificio hanno permesso di dimostrare che le istituzioni sono più forti della delinquenza e del terrorismo partendo proprio da quanto fece il Generale Dalla Chiesa per arrivare ai giorni nostri.

    Mentre rivolgiamo il nostro ringraziamento ai Carabinieri ed alla magistratura ricordiamo a noi stessi, in questa giornata di vittoria contro la criminalità, tutte le vittime, tutti coloro che con il loro sacrificio hanno difeso la nostra libertà.

    La loro memoria è onorata dalla cattura di colui che era considerato nel mondo uno dei 10 più importanti latitanti, e continuerà ad essere onorata se tutti, dal primo all’ultimo cittadino, sapremo, a fianco di coloro che sono al servizio dello Stato, rispettare le leggi e combattere qualsiasi infiltrazione.

  • Aiuto della Commissione alla imprese lombarde

    La Commissione europea ha constatato che le modifiche a un regime italiano esistente, compreso un aumento di bilancio di 50 milioni di €, per sostenere le imprese in Lombardia nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina sono in linea con il quadro temporaneo di crisi per gli aiuti di Stato, La misura è accessibile alle imprese di tutti i settori attive in Lombardia, ad eccezione di quelle finanziarie, dell’agricoltura primaria e della pesca,

    La Commissione ha constatato che il regime italiano, così come è stato modificato, continua a essere in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi. In particolare, l’aiuto i) non supererà i 2 milioni di € per impresa; e ii) sarà concesso entro il 31 dicembre 2023.

    La Commissione ha constatato che il regime italiano, così come è stato modificato, rimane necessario, adeguato e proporzionato per porre rimedio al grave turbamento dell’economia di uno Stato membro.

  • La verità sul MES

    L’opposizione politica all’adozione del MES, acronimo del Meccanismo Europeo di Stabilità, giustifica questa scelta evocando improbabili scenari di pericolosità inaudita per i destini del Paese, senza però indicarne concretamente nessuno, ma limitandosi a ipotesi generiche e approssimative, che richiamano unicamente alla memoria il duro e sacrificato salvataggio della Grecia.

    Un esempio che non calza per niente, alla luce del fatto che l’Italia non è la Grecia, che aveva a suo tempo falsificato i bilanci ed era ad un passo dal default, e soprattutto perché l’eventuale utilizzo dei prestiti, non riguarderebbe il salvataggio dello Stato, ma costi e utilizzi contenuti e sostenibili.

    Quindi siamo di fronte ad una fobia anti MES, che mal si concilia con le logiche della politica, che devono analizzare le questioni e i dossier, per trarne il giusto giudizio e cogliere la valenza delle scelte.

    Ma quando la politica si veste con l’abito della demagogia, basta gridare al lupo al lupo e la razionalità va a farsi benedire.

    Ma l’Italia davvero vuole correre il rischio di non ratificare il nuovo MES, sulla base di pregiudizi che sono inesistenti? Ovvero giocare la carta, un tantino ipocrita, del rifiuto del governo a prendere una posizione definitiva a favore della ratifica, per lasciare la purezza del rifiuto a Premier e Ministro dell’Economia, affidando al Parlamento la “libertà” di votare a favore della ratifica, salvando contemporaneamente la narrazione demagogica e il buon vicinato con i partner UE?

    Ma davvero si sente il bisogno di un finto gioco delle parti, in cui un Parlamento di nomina dall’alto e senza alcuna libertà di scelta, pena la non ricandidatura, consenta la ratifica che i leader sotto copertura euroscettica non vogliono ufficialmente concedere? Non sarebbe ora che la narrazione uscisse dalle logiche del sì o no al MES, per prendere atto che la nuova versione non costituisce per nessun Paese, e meno che mai per l’Italia, un pericolo alla propria sovranità, specie in termini di obbligo alla ristrutturazione del debito pubblico?

    Basta leggere il dossier per verificare come funziona il meccanismo di stabilità e per prendere atto della totale inesistenza di pericoli simil Grecia.

    In primo luogo perché l’unica condizione è che i fondi concessi vengano usati per spese sanitarie dirette e indirette, rafforzare la sanità territoriale, ma anche la prevenzione sanitaria in altri campi, come la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro e delle scuole. Non sono previsti altri vincoli, come quelli imposti in occasione del salvataggio della Grecia e non viene richiesta alcuna riforma economica o di bilancio.

    L’unico controllo è, prima della concessione del prestito, la valutazione del debito preesistente del Paese da finanziare, che deve essere sostenibile, cosa che l’Italia ha notoriamente avuto riconosciuto. Ma nella peggiore ipotesi, qualora non venisse riconosciuto, l’unica conseguenza sarebbe la mancata concessione del prestito, e la questione finirebbe lì.

    Ecco perché appare strumentale e parossistico l’atteggiamento di paura nei confronti delle presunte conseguenze di accedere al prestito dei fondi Mes.

    Ma c’è davvero qualcuno che potrebbe pensare che l’Italia possa finire come la Grecia?

    L’Italia con il suo PIL, il diritto di veto di cui gode, insieme a Francia e Germania, che gli proviene dalla partecipazione con il 17,7% di contributo al fondo e con la sua potenza economica, non potrebbe mai essere messa in un angolo per il prestito di appena 37-40 Mld di euro, da destinare alla Sanità nazionale, pari al valore di una manovra finanziaria.

    Come potrebbe mai un debito così insignificante, mettere il Paese in ginocchio?

    La situazione è quindi del tutto diversa, ed il punto politico non è la ratifica, ma l’utilizzo dei 37-40 Mld di euro, che oggi potrebbero se richiesti e spesi con velocità e intelligenza, riuscire a recuperare le falle mostruose della sanità nazionale, e consentire di riportare il rapporto dell’assistenza medica e ospedaliera di nuovo a livelli di civiltà, salvando migliaia di vite umane, altrimenti a rischio. Non è pensabile, per questioni ideologiche, di penalizzare ancora gli italiani.

    Il nostro sistema sanitario è stato massacrato da una miriade di tagli nei finanziamenti degli ultimi decenni, nel corso dei quali gli investimenti sono diminuiti in maniera esponenziale e gli stipendi dei medici ed infermieri, si sono ridotti dal 40% al 30% del totale. Erano 27 miliardi di euro nel 2000, sono stati 36 Miliardi di euro nel 2019, con un aumento nominale del 32%, molto più basso dell’inflazione, che nello stesso periodo è stata del 50%.

    In termini di potere d’acquisto quindi gli stipendi del personale sanitario si sono ridotti del 18%, facendo degli operatori della sanità italiana una delle categorie meno pagate d’Europa nel loro settore.

    Da qui conseguenze a cadere con i pronto soccorso strapieni e sotto stress, l’assenza di una medicina dei territori, la riduzione del numero dei medici ed infermieri in servizio, in pratica il serio rischio di implosione dell’intero sistema.

    Per questo, ciò che c’è da fare è l’esatto contrario di ciò che si è fatto negli ultimi vent’anni, investendo su un maggior numero di medici e infermieri, realizzare più presidi territoriali, organizzare la medicina dei territori, incoraggiare di nuovo i giovani a intraprendere le carriere sanitarie e fornire servizi sanitari veri ai cittadini.

    Abbiamo con il MES una fonte di risorse a costo praticamente zero, rispetto a qualsiasi altro strumento finanziario, e non è pensabile che si possa rinunciare al suo utilizzo, per questioni di identità politica o per paure astratte, che non hanno alcuna giustificazione.

    Per questo il MES va ratificato ed utilizzato, lo impone la situazione della sanità nazionale, ed il dovere di dare risposte concrete ai cittadini italiani più fragili perché bisognosi di aiuto.

  • Politica o finanza?

    Ancora una volta lo scontro tra il mondo della politica, compresi ministri del  governo in carica, con le principali istituzioni finanziarie europee dimostra come sia precario l’equilibrio tra i due ruoli  istituzionali.

    Da una parte (1) il governo rivendica una maggiore autonomia decisionale relativa alle politiche economiche e finanziarie, ed in particolare in relazione al debito pubblico, dimostrando cosi quasi di voler tornare alla regola soppressa  nel 1981 che obbligava la Banca Centrale, nello specifico la Banca d’Italia, ad acquistare i debiti, i titoli e il debito pubblico italiano. Si dimentica però come questa fu proprio la politica monetaria che la BCE ha attuato fin dal 2011 attraverso il presidente Mario Draghi il quale acquisiva al mercato secondario  titoli invenduti del debito pubblico facendo abbassare quindi lo Spread. Successivamente questo intervento divenne istituzionale con l’introduzione del quantitative easing per offrire ossigeno alla economia europea.

    All’interno di questa contrapposizione si trovano le principali istituzioni monetarie(2) e finanziarie le quali  rivendicano innanzitutto la propria vocazione istituzionale, cioè la lotta alla inflazione, quanto la stessa autonomia. In questo contesto di separazione dal mondo della politica le stesse  giustificano le proprie scelte soprattutto in relazione alla crescita dei tassi di interesse sulla base degli scenari economici forniti dai diversi algoritmi perché va considerato e ricordato come la presidente della BCE giustificò la mancata previsione di una inflazione di lungo termine da una previsione errata degli algoritmi.

    Tornando ora allo scontro tra i due soggetti emerge evidente l’ipocrisia che entrambe le posizioni esprimono.

    Il governo ed il  mondo della politica in generale potrebbero rivendicare una maggiore autonomia dalle autorità monetarie nel momento in cui loro stessi rispondessero in proprio ed in solido degli eventuali disastri  causati con proprie strategie. Non è assolutamente sufficiente il mandato elettorale per ottenere una cambiale in bianco relativa alla propria azione quanto la sua eventuale perdita come il prezzo da pagare per gli errori commessi. Basti ricordare come la classe politica e governativa italiana abbia portato  il nostro Paese alle soglie della pandemia con un rapporto tra debito pubblico e PIL pari a 155% e, contemporaneamente, ha operato in modo da creare le condizioni per cui negli ultimi trent’anni il reddito disponibile dei cittadini italiani si sia ridotto del -3,4% mentre in Germania nel medesimo periodo è aumentato del +34,7%.

    Quando, e solo quando , il mandato elettorale risulterà revocabile come un  qualsiasi contratto nel settore privato, solo  allora la politica potrà rivendicare una maggiore autonomia, pur restando la responsabilità di rispondere in solido degli eventuali errori ma soprattutto i danni arrecati al Paese.

    Non una voce si è mai levata in cielo contro la BCE quando questa con politiche monetarie espansive come il quantitave  easing aveva inondato il mercato di liquidità portando gli interessi, e quindi i costi del servizio al debito, sotto la soglia dello  zero offrendo una possibilità unica nel suo genere dal dopoguerra ad oggi, cioè di ridurre il debito pubblico.

    Viceversa tutti i governi che si sono alternati alla guida del Paese fino alla soglia del 2020 con la terribile pandemia hanno aumentato la spesa pubblica e la pressione fiscale. Contemporaneamente si sono  ridotti gli investimenti per il sistema sanitario, dimostrando ancora una volta come la spesa pubblica rappresenti la prima forma di arricchimento per lobby e potentati vari.

    Tornando alle istituzioni finanziarie, nel 1992, in un’intervista negli Stati Uniti, un importante economista affermò che l’economia sarebbe finita di li a pochi anni in quanto in tutte le società finanziarie erano entrati i matematici con l’applicazione dei loro algoritmi. Questa sottomissione algoritmica dell’intero mondo economico ma anche politico vissuta come una possibile riduzione dei costi e aumento delle redditività se da una parte ha tolto capacità di analisi, come molteplici espressioni di professionalità di alto livello, dall’altra ha permesso a persone prive di ogni competenza di raggiungere le vette dei principali organi finanziari solo ed esclusivamente per amicizie o vicinanze politiche. L’unica competenza richiesta rimane quella di leggere i risultati proposti dagli algoritmi.

    In altre parole lo scontro tra i due soggetti non è altro che guerra fratricida tra due banali espressioni del genere umano, le quali utilizzano la politica come il palcoscenico per le proprie vanesie ambizioni o per servire gli interessi della minoranza nei confronti della maggioranza.

    Mai come ora, ed in particolare in questi giorni, l’immagine sintesi di questo scontro tra politica italiana e mondo delle istituzioni finanziarie risulta imbarazzante e degradante soprattutto in funzione delle difficoltà che le imprese e i cittadini stanno affrontando da oltre tre anni.

  • Adesso basta

    C’è un limite a tutto, anche alla pazienza dei più pazienti e questo limite è stata decisamente superato da una parte “sinistra” dei partiti d’opposizione contestando il ricordo della nascita del Msi fatto da Isabella Rauti, Ignazio La Russa ed altri.

    Solo degli uomini piccoli, i quaquaraquà, possono ancora oggi sostenere che un partito che dalla sua nascita è stato presente nelle istituzioni italiane e poi europee non sia stato un partito democratico.

    Non sono bastati i morti ed i feriti che l’Msi ha purtroppo annoverato tra i suoi iscritti e simpatizzanti né i voti favorevoli all’Europa, mentre il Pci votava contro, non è bastato che sia stato l’unico partito uscito indenne da Mani Pulite e Tangentopoli. A distanza di anni dalla chiusura di un movimento che ha contribuito alla crescita politica dell’Italia, continuano le calunnie e le mistificazioni di troppi che parlano di democrazia mentre nei fatti la calpestano anche con leggi elettorali che espropriano gli elettori dal loro diritto di scelta.

    Il Movimento Sociale Italiano diventa troppe volte il pretesto per attaccare Fratelli d’Italia in un gioco sporco che, fortunatamente, non trova sponda nelle persone, negli elettori, un gioco sporco che si ritorce contro chi lo ha iniziato e continua a giocarlo.

    Le radici profonde non muoiono e danno vita a nuove realtà, le radici del male, del comunismo sovietico hanno dato vita a Putin ed alla sua vigliacca e crudele guerra, le radici del Msi hanno contribuito a dar vita al pensiero di quegli italiani, a partire da Fratelli d’Italia, che sono a fianco dell’Ucraina, con l’Europa e il mondo civile, per far vincere la libertà, l’integrità nazionale, il diritto internazionale, la giustizia.

  • L’illusione europea ed italiana

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    All’interno della Unione Europea un accordo rappresenta la sintesi della volontà politica  espressa da Paesi diversi uniti nella realizzazione di un progetto comune. Al di là del contenuto normativo e strategico (1) andrebbe sottolineato come uno dei fattori fondamentali per il successo di un qualsiasi progetto sia indubbiamente rappresentato  dalla tempestività (2) con la quale viene raggiunto e reso operativo.

    L’accordo relativo ad un tetto al prezzo del gas (#pricecap) non presenta alcuno dei sopracitati fattori fondamentali per il suo successo. A questo si aggiunga come i due ultimi governi italiani alla giuda del nostro Paese abbiano posticipato ogni iniziativa straordinaria per rendere meno impattante l’escalation dei costi energetici in quanto entrambi erano avvinti in una speranzosa attesa, di oltre dieci mesi,  di un parto normativo europeo.

    Il tempo in attesa di questa annunciazione, tuttavia, non è certamente passato, in quanto i governi Draghi prima e Meloni adesso si trovano a gestire un tasso di inflazione pari, se non superiore, al doppio di quella dei partner europei (*). Questa, poi, mina alla base ogni fattore competitivo delle imprese italiane e la stessa sopravvivenza economica di molte famiglie del ceto medio.

    A questa inedia politica degli ultimi due governi italiani, i cui costi vengono tranquillamente scaricati sui ceti produttivi, si aggiunge un banale ed inappropriato favore espresso dal governo in carica, motivato da una discesa delle quotazioni del gas, e quindi del costo dell’energia elettrica alla quale ancora rimane agganciato, attribuito proprio all’approvazione di tale messianico accordo. Quando, invece, tali quotazioni in discesa rispetto ai mesi precedenti dipendono da un forte rallentamento della domanda di energia -15% (A) certificata da una preoccupante discesa della produzione industriale pari al -1% sul mese precedente e -1,9 quella annuale (B).

    L’indice negativo di segnali economici esprime un forte rallentamento del ciclo produttivo ed economico ma anche la cristallina espressione degli effetti di una  speranzosa inattività dei governi Draghi e Meloni i quali di fatto hanno abbandonato a sé stessi le categorie produttive e le famiglie del ceto medio basso.

    Nessuna correlazione si può individuare quindi tra una ancora futura applicazione dell’accordo relativo al tetto del prezzo del gas e la sua discesa nelle quotazioni internazionali. Viceversa, di certo, l’inedia governativa degli ultimi due governi, unita ad un inaccettabile quanto imbarazzante entusiasmo per il conseguimento del price cap, hanno portato il nostro sistema economico e soprattutto industriale all’interno di una crisi molto più problematica rispetto ai partner europei.

    (*) La Germania ha appena destinato una manovra finanziaria di duecento miliardi (200) il cui effetto si dimostrerà nella seconda metà del 2023

  • Immigrazione: l’Europa non conclude, la Francia nasconde i problemi di Mayotte

    Mentre in Italia continuano gli sbarchi manca ancora una soluzione europea, vera ed applicata, per i ricollocamenti dei profughi, di quella moltitudine di migranti che troppo spesso per cercare una vita migliore o per scappare da guerre e violenze trovano la morte in mare o sulla rotta dei Balcani. La incapacità di decidere crea situazioni sempre più drammatiche e molti governi, di Orban in testa, hanno dimostrato la totale indisponibilità a quella collaborazione che è il collante dell’Europa.
    Manca anche un intervento europeo per contrastare i trafficanti di uomini, per imporre condizioni di vita più umane nei lager libici, né siamo a conoscenza della reale situazione in Turchia nonostante il grande flusso di denaro che dall’Europa è arrivato ad Erdogan.
    Nelle scorse settimane abbiamo assistito, stupefatti ed increduli, alle polemiche innescate dal governo francese contro l’Italia.
    Vale la pena allora, con calma e senza rivalse inutili ma per onore della verità, ricordare alcune realtà.
    Il governo francese deve affrontare uno dei più gravi problemi legati all’immigrazione ma al momento è risultato incapace e la sua politica è diventata un vero colabrodo che consente l’arrivo di migliaia di migranti a Mayotte, in Africa, il centunesimo dipartimento dell’esagono costituito principalmente dalle isole di Petite Terre e di Grande Terre dove i clandestini arrivano da ogni parte per tentare di diventare cittadini europei. Gli ospedali sono pieni di donne immigrate che partorendo a Mayotte, in territorio francese, per lo ius soli avranno figli francesi e cioè europei. E poi il ricongiungimento familiare farà il resto.
    Nelle isole di Mayotte, senza che Parigi sia intervenuta concretamente, vi sono vere e proprie guerre tra bande di ragazzini mandati avanti dai mercanti di esseri umani e i clandestini sono ormai quasi il doppio degli abitanti regolari. Da fonti giornalistiche risulta che l’unico aeroporto sia praticamente in mano ai trafficanti di uomini e i dieci reparti speciali mandati, più o meno tre mesi fa, da Parigi non ha che incrementato gli scontri.

    Mentre la Francia fa barriera a Ventimiglia contro i migranti, mentre chiude i suoi porti e contesta l’Italia, di fatto non è in grado di impedire quella che sta diventando una vera catastrofe ed un serio pericolo per tutta l’Europa, per questo è arrivato il momento che questo problema sia affrontato anche dagli altri membri dell’Unione.

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