Italia

  • L’insostenibile pesantezza della pressione fiscale

    “Più si aumentano le aliquote e meno le imposte rendono; per ottenere il rendimento bisogna invece diminuire le aliquote”, Luigi Einaudi

    A questo pensiero illuminato del più grande Presidente della Repubblica va aggiunto come egli fosse anche convinto che con la stessa moltiplicazione delle imposte, avendo queste sempre un costo, diminuisse l’efficienza del sistema fiscale complessivo.

    La classe politica italiana, viceversa, da oltre trent’anni anni utilizza la leva fiscale semplicemente con l’unico obiettivo di fornire le risorse necessarie ad una spesa pubblica assolutamente impazzita ed ingestibile, troppo spesso espressione di interessi lobbistici o di gruppi di interesse. La giustificazione sempre addotta per giustificare questa deriva e la contemporanea esplosione della pressione fiscale rimane quella relativa al mancato apporto finanziario legato alla quota di reddito evaso.

    Andrebbe ricordato come questa quota evasa abbia una minima incidenza con 80 miliardi di imponibile su di una spesa pubblica che sta arrivando ai 1.100 miliardi e si dimostra, quindi, un argomento più politico che economico in quanto assolutamente irrisoria nella sua entità, rappresentando meno del 5% della spesa complessiva.

    La leva, o la clava fiscale, rappresenta, quindi, l’estrema ratio, la quale consente ad una classe politica assolutamente irresponsabile di continuare ad aumentare la spesa pubblica in virtù di un ipotetico benessere per la collettività. Un concetto alquanto infantile in quanto l’effetto della realizzazione di un’opera pubblica, non venendo più realizzata da un’azienda ma arrivando da un general contractor il quale poi, a sua volta, attraverso la catena di subappalti, trasferisce a caduta ad aziende specifiche che gli assicurano i minimi costi. Di conseguenza lo stesso aumento della occupazione risulterebbe assolutamente irrisorio e a tempo determinato.

    Il raggiungimento, come il superamento, del 50% della aliquota fiscale nel nostro Paese rappresenta uno scandalo senza precedenti anche in prospettiva della continua e costante riduzione della spesa pubblica dedicata, per esempio, al sistema sanitario nazionale.

    Questa deriva economico-fiscale meriterebbe un approfondimento sulla capacità ed onestà intellettuale di chi ha gestito tanto la spesa quanto la pressione fiscale negli ultimi anni a partire dal 2011, quando il debito pubblico segnava 1987 mld mentre ora ha raggiunto i 2867 mld.

    Appare evidente come la leva fiscale e la stessa spesa pubblica e il debito che ne consegue rappresentino l’espressione di una forma di potere assolutamente svincolata dai suoi effetti per la popolazione, come ampiamente ho anticipato quasi otto anni addietro (*).

    Riportare la spesa pubblica, e la sua prima sorgente che la rifornisce, cioè la pressione fiscale, all’interno di un rapporto di valutazione costi/benefici rappresenta la prima scelta per tentare di rientrare all’interno di un sistema democratico che abbia come obiettivo la crescita dell’intero Paese.

    Nel caso contrario con questa aliquota (50,3%) lo Stato diventa semplicemente un predatore di risorse finalizzate al conseguimento di obiettivi politici ed etici, spesso espressione di deliri ideologici, e comunque sempre molto lontani dal concetto istituzionale di benessere collettivo.

    (*)  Novembre 2018 La vera diarchia https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/

  • Caso Salis: dati a confronto

    Per ogni cittadino italiano è doveroso portare rispetto al Capo dello Stato poiché rappresenta l’Italia e tutti gli italiani. Inoltre, la sua funzione non è solo al di sopra delle parti ma anche degli altri poteri istituzionali: il legislativo (può sciogliere le Camere e non controfirmare le leggi), l’esecutivo (è lui a nominare i ministri) e il giudiziario (è Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura). Naturalmente tale rispetto è giustamente dovuto anche all’attuale Presidente, l’On. Sergio Mattarella che, prima di diventare Deputato, ministro e Presidente della Repubblica, fu perfino docente di diritto presso l’Università di Palermo.

    È proprio per queste sue indiscutibili competenze ed esperienze che stupisce quanto, a detta del sig. Salis, gli abbia espresso nella telefonata in risposta alla lettera di quest’ultimo e cioè una particolare solidarietà per il caso di sua figlia che sembrerebbe essersi recata in Ungheria con l’innocente scopo di picchiare dei locali manifestanti. La cosa più strana è che il nostro Presidente avrebbe pure affermato che la differenza tra il nostro sistema giudiziario e quello ungherese stia nel fatto che il nostro si ispira a “valori europei” mentre quello magiaro non si sa. Purtroppo, credo che il nostro rispettato Capo dello Stato sia stato vittima di alcune spiacevoli dimenticanze che, proprio in quanto Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, avrebbe dovuto ricordare.

    Vediamo di ricordarglielo noi.

    -L’Italia, così come l’Ungheria, ha aderito alla Convenzione di Roma del 1950 che impone la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali verso tutti. Tuttavia, tra il 1959 e il 2021 il nostro Paese è stato condannato ben 2466 volte per aver violato i principi di quella Convenzione ponendosi, tra i firmatari, al terzo posto dopo Turchia e Russia. L’Ungheria ha subito 614 condanne*.

    -Per nove volte l’Italia è stata condannata per torture. L’Ungheria mai.

    -Come tutti gli italiani sanno, la nostra magistratura non brilla per velocità e la Corte di Strasburgo l’ha condannata per questa ragione ben 1203 volte. L’Ungheria ha subito la stessa sorte 344 volte.

    -A proposito di “giusto processo”, noi abbiamo subito 297 condanne per non averlo rispettato. L’Ungheria ha subito “solo” 33 condanne.

    -Da noi più di un detenuto su tre è imprigionato per oltre sei mesi in attesa di giudizio.

    – Gli italiani attualmente detenuti in Stati esteri sono circa 2600 e molti di loro stanno al di fuori dell’Unione Europea. In Ungheria ce ne sono 32 di cui 12 in attesa di giudizio come la signorina Salis accusata di terrorismo. Anche i parenti di costoro scriveranno al Presidente e riceveranno la sua telefonata di risposta?

    -Dal 1991 al 2022 sono stati appurati da noi circa 30.000 casi di errori giudiziari e sembrerebbe che, in media, ogni anno si scopre che almeno 961 cittadini sono incarcerati e poi giudicati innocenti.

    -È meglio non fare paragoni tra le nostre carceri e quelle ungheresi poiché quasi la metà delle nostre non dispone di acqua calda per le docce e i suicidi tra i detenuti nel 2022 sono stati 85. Non risulta che sia lo stesso in Ungheria.

    -Si accusava il Paese magiaro di non rispettare l’indipendenza della magistratura ma il Presidente avrebbe annunciato di chiedere al nostro Governo che si interessi presso il Governo di Budapest affinché intervenga nel processo a favore della nostra connazionale? Pretendiamo una magistratura indipendente e poi vogliamo un’interferenza del loro esecutivo?

    Ho dovuto citare tutti questi dati anche perché sappiamo che il nostro amato Presidente è dichiaratamente un cristiano osservante e quindi conscio del detto evangelico che invita a non guardare la pagliuzza negli occhi altrui se i nostri bulbi ospitano addirittura una trave.

    *Tutte le cifre citate sono contenute in una lettera aperta che Augusto Sinagra ha inviato al Presidente basandosi su una accurata ricerca effettuata dal generale Raimondo Caria.

  • Guerra, Pil e Servizio Sanitario Nazionale

    La guerra può essere valutata in rapporto alla spesa sanitaria nazionale? Molto spesso si afferma che il valore del PIL non possa rappresentare e fotografare la reale situazione economica di un paese. Questo principio, se venisse accettato, risulterebbe ancora valido se diventasse un parametro nella misurazione degli effetti della economia di guerra. Da più parti, infatti, si parla della necessità di portare la spesa pubblica per gli armamenti al 2% del Pil nazionale. Un valore ed una percentuale che di per sé indicano poco ma se rapportati ad altri indicatori di spesa assumono tutto un altro significato.

    In Italia la spesa pubblica destinata al Sistema Sanitario Nazionale rappresenta il 6,3% del Pil mentre in Germania raggiunge il 10,9%, ed in Francia il 10,3%. Il raggiungimento, quindi, del tetto di spesa pubblica destinata agli armamenti fissato al 2% rispetto al PIL rappresenta contemporaneamente il 29% della quota di Pil destinata all’intera spesa sanitaria italiana.

    Viceversa in Germania il raggiungimento del medesimo obiettivo di valore economico per finanziare una guerra rappresenta poco più del 18% della quota Pil dedicata al Sistema sanitario nazionale tedesco.

    La differenza tra queste due percentuali di oltre il 10%, rapportate non più al solo Pil ma alle quote dello stesso destinate ai sistemi sanitari nazionali, Si sostanzia in termini economici in una minore disponibilità per l’Italia di circa 19 miliardi a favore del SSN ed una maggiore dotazione finanziaria per il Sistema sanitario nazionale tedesco di circa 42 miliardi.

    Questa differente dotazione finanziaria giustifica, quindi, ma non assolve la tendenza del Sistema Sanitario italiano ad assumere professionalità dai paesi in via di sviluppo e con un forte effetto deflattivo sulle retribuzioni.

    Viceversa la Germania, proprio grazie alla maggiore dotazione, può permettersi di importare personale qualificato, magari di formazione italiana, pagandolo adeguatamente rispetto alla professionalità.

    In altre parole l’ottimizzazione della spesa pubblica, soprattutto quella destinata ai servizi essenziali dei cittadini, rappresenta un parametro fondamentale nella comprensione delle motivazioni che vedono sempre più evidente la forbice tra il sistema economico tedesco e quello italiano. Una differenza tra i due paesi che tenderà a mantenersi se non addirittura aumentare durante questo terribile periodo di Forte tensione internazionale che vede molte risorse finanziarie destinate alle spese militari.

    Il continuo depauperamento del sistema sanitario nazionale, in atto sostanzialmente dal governo Monti in poi, rappresenta soprattutto ora, in quanto all’interno di un periodo prebellico, un fattore fondamentale per identificare e qualificare i parametri della spesa pubblica adottati dai governi dal 2011 ad oggi.

  • Dalla Commissione 600 milioni di euro all’Italia per promuovere la cooperazione tra gli operatori del settore della pesca e dell’acquacoltura

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano da 600 milioni di euro volto a promuovere gli investimenti nel settore della pesca e dell’acquacoltura. L’obiettivo del regime è promuovere la cooperazione e l’integrazione tra gli operatori e stimolare migliori relazioni di mercato. In particolare, il regime sosterrà lo sviluppo di contratti settoriali, attraverso aiuti agli investimenti che saranno distribuiti tra diversi beneficiari operanti nei diversi segmenti del settore, dalla produzione alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura.

    Il regime sarà aperto alle imprese di tutte le dimensioni attive nel settore della pesca e dell’acquacoltura. Nell’ambito della misura, che durerà fino al 31 dicembre 2029, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette e/o di finanziamenti agevolati.

    La Commissione ha ritenuto che il regime sia necessario e adeguato per incoraggiare gli investimenti pertinenti nel settore della pesca e dell’acquacoltura.

  • Gli investimenti scansano l’Italia

    L’Italia è una meta sempre meno attraente agli occhi degli investitori esteri, come emerge dal Global Opportunity Index (GOI) redatta dal Milken Institute. Lo stivale è slittato nella classifica mondiale dei mercati in cui investire dal 32esimo posto, occupato nel 2023, al 36esimo.

    Se l’Italia perde posizioni, cinque destinazioni tra le preferite a livello mondiale dagli investitori si trovano in Europa. La Danimarca, in particolare, sale al primo posto della classifica di quest’anno, grazie al miglioramento dei punteggi che riguardano la percezione delle imprese, facilità di fare affari in un Paese e altri parametri normativi. Seguono a ruota Svezia (ex numero uno nel 2023), Finlandia, Stati Uniti (che guadagna una posizione rispetto allo scorso anno) e Regno Unito.

    Nel complesso, le regioni E&D (Emerging & Developing Economy) “offrono opportunità interessanti agli investitori interessati ai mercati con un potenziale di crescita,” si legge nel rapporto. Anche se le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno colpito gli afflussi verso le economie asiatiche E&D, con un calo del 75,4% nel 2022 – ha spiegato il rapporto – tra le regioni emergenti, l’Asia è quella che ha ottenuto i migliori risultati, attirando più della metà (53,2%) dei fondi confluiti nei Paesi E&D tra il 2018 e il 2022.

    “Mentre le economie avanzate offrono stabilità, gli investitori alla ricerca di rendimenti in forte crescita continuano a mostrare interesse per le economie emergenti e in via di sviluppo”, ha dichiarato in un comunicato Maggie Switek, direttore senior del dipartimento di ricerca del Milken Institute.

    Tra le economie asiatiche emergenti, la Malesia è emersa come la preferita dagli investitori, posizionandosi al 27esimo posto a livello globale. Il Paese presenta le “migliori condizioni di investimento” tra tutte le economie E&D e si piazza bene per quanto riguarda il quadro istituzionale, in parte grazie al fatto che il Paese presenta “diritti degli investitori molto forti”, ha affermato Switek.  A questo proposito, vale la pena ricordare che, secondo il New York Times, la Malesia è anche il sesto esportatore di chip al mondo e produce il 23% di tutti i chip statunitensi.

  • Africa, Piano Mattei, inquinamento

    Il Piano Mattei per l’Africa, voluto dal governo Meloni, lancia una concreta nuova prospettiva di reciproca collaborazione tra i Paesi del vasto continente africano e l’Europa, con l’Italia cinghia di propulsione.

    L’Africa è stata, ed è ancora, in parte colonizzata dalla Cina e dalla Russia, pur con sistemi diversi e diverse aree di influenza, e molti problemi stanno venendo alla luce, basti pensare alle sommosse dei lavoratori kenioti contro le imprese cinesi che li trattano con disprezzo e con salari troppo bassi rispetto ai parametri del Paese.

    Liberare l’Africa dai colonialismi significa ovviamente anche aprire un mercato alla pari con l’Europa, con regole per la produzione e la coltivazione ed una collaborazione corretta in tema di ambiente.

    Tra i maggiori problemi, la mancata soluzione dei quali ha portato ad un arresto dello sviluppo ed ad aree di estrema povertà, sono la mancanza di acqua e di adeguati sistemi, specie nelle aree urbanizzate, di smaltimento dei rifiuti.

    Il problema dell’acqua può essere risolto solo con i pozzi ed, in alcuni casi, con sistemi di desalinizzazione ed è ovvio che i pozzi andrebbero fatti direttamente dalle imprese europee, villaggio per villaggio, perché altrimenti si rischierebbe un dispendio di soldi che non corrisponderebbe alla realizzazione delle opere. non per nulla i cinesi costruiscono direttamente le infrastrutture per le quali si sono accordati con i governi africani.

    Siamo ovviamente consapevoli che nel piano Mattei è ben presente la ricchezza, sotto varie forme, come i giacimenti di varie materie di interesse strategico per l’Europa, che offre il sottosuolo africano e che il continente è anche un importante partner per l’acquisto di tecnologia europea ma non dobbiamo dimenticare il problema inquinamento.

    L’Europa si è data obiettivi ferrei, a breve scadenza, per ridurre il deterioramento dell’ecosistema dovuto a varie attività umane ma nessun risultato sarà veramente raggiunto se non si terrà conto delle discariche a cielo aperto, dei roghi di immondizie e materie tossiche che oscurano spesso il cielo dei villaggi africani, se si continueranno a mandare in Africa i nostri veicoli, privati e commerciali, da noi divenuti obsoleti perché troppo inquinanti.

    Ci sono strategie di grande portata che per essere di concreta utilità devono tenere conto anche di realtà che solo in apparenza sono meno importanti: combattere l’inquinamento in Africa è combatterlo anche per il continente europeo, per il resto del mondo.

    L’importante è avere chiara la visione d’insieme e cominciare a partire con iniziative concrete, in un certo modo potremmo dire non tanto soldi quanto attività direttamente sul luogo.

  • Le “belle tasse” e la logica fiscale

    Una delle motivazioni addotte per giustificare l’alta pressione fiscale, ma non certo la sostanziale inefficienza della spesa pubblica, è legata all’alta percentuale di evasione fiscale alla quale sostanzialmente viene attribuita la responsabilità dell’alto livello delle tasse dirette ed indirette nel loro complesso. Contemporaneamente si afferma come il recupero dell’evasione fiscale rappresenti l’unica strategia che abbia come obiettivo quello di inaugurare un percorso di abbassamento della pressione fiscale complessiva, cioè l’unico percorso per ridare ossigeno alla domanda interna e quindi ai consumi a parità di retribuzioni.

    In questo contesto puramente ideologico si registra come nel 2023 risultino recuperati, attraverso la lotta all’evasione, circa 24,7 miliardi, 4,5 miliardi in più rispetto al 2022 (+22%), quindi nei due anni 2022/23 quasi 50 miliardi, la somma più alta di sempre.

    Contemporaneamente, nel medesimo anno solare, la pressione fiscale reale si è attestata al 42,5%, che diventa 47,5% per i contribuenti onesti.

    La risibile diminuzione della pressione complessiva del 2023 rispetto 2022 si attesta ad un misero – 0,2% ma interamente attribuibile alla rimodulazione degli scaglioni IRPEF, alla quale fanno riscontro un aumento dell’inflazione del + 5,3% (+8,1% dei generi alimentari) nel 2023, alla quale per l’anno in corso si aggiunge l’aumento dell’IVA del 17% nelle bollette del gas.

    Come logica conseguenza emerge evidente che nonostante il corretto e assolutamente civile recupero dell’evasione fiscale questa non si sia dimostrata la via per diminuire la pressione fiscale complessiva, ma semplicemente sia un ulteriore supporto per alimentare nuova spesa pubblica.

    Andrebbe allora ricordato come gli effetti della spesa pubblica risultino decisamente al di sotto degli standard minimi, o, se si preferisce, in rapporto a potenziali Lep europei, in quanto l’Italia rappresenta in Europa l’unico Paese ad aver visto ridotta negli ultimi trent’anni la capacità economica delle famiglie del -2,7%, mentre nello stesso periodo in Germania risulta aumentata del +34,7 mentre in Francia del +27,4%.

    Se questi rappresentano gli effetti distorsivi della spesa pubblica italiana, come logica conseguenza fornire ulteriori strumenti finanziari a questo perverso strumento non farebbe che alimentare un ulteriore impoverimento dei cittadini italiani.

    Inoltre, e certamente non meno importante, gli stessi effetti distorsivi della spesa pubblica rappresentano una delle motivazioni per la quale le retribuzioni in Germania risultino superiori di quasi il +40% a parità di contratto rispetto a quelli italiani, quindi una delle motivazioni principali dell’esodo dei giovani laureati italiani in cerca di retribuzioni adeguate al proprio titolo di studio.

    In altre parole, al di là della retorica politica, si registra come ad ogni recupero di percentuali di evasione fiscale corrisponda un aumento della spesa pubblica e mai una diminuzione della pressione fiscale in Italia.

    Nonostante questo, da sempre l’argomento dell’evasione fiscale viene utilizzata come ombrello per giustificare le inefficienze della stessa spesa pubblica, ma soprattutto un alibi per i suoi responsabili politici.

    Pur ribadendo, quindi, come il recupero dell’evasione fiscale stessa rappresenti un principio di equità, al tempo stesso andrebbe ricordato come questa non possa venire intesa come una leva per aumentare il benessere ed il livello dei servizi e tantomeno per abbassare la pressione fiscale. Senza poi dimenticare come, sempre in relazione all’evasione fiscale, una della sue massime espressioni venga rappresentata dalle allocazioni fiscali delle aziende e banche (ma anche società dello Stato) in nazioni comunitarie, come l’Olanda, che assicurano un dumping fiscale. Si calcola, infatti, in circa 4.500 miliardi le riserve finanziarie sottratte al fisco europeo grazie al sistema fiscale olandese pari al PIL della Francia e dell’Italia.

    Come logica conseguenza, se si volesse porre veramente come priorità l’evasione fiscale questa dovrebbe trovare la propria genesi all’interno di nuovi quadri normativi fiscali europei. Nel caso contrario, invece, questo mito puramente ideologico nel quale ad un ipotetico recupero dell’evasione fiscale corrisponderebbe una diminuzione della pressione, non presenta alcun riferimento reale, al contrario, paradossalmente, accentua le disparità sociali nel Paese e nei confronti degli altri membri dell’Unione europea, in quanto la storia ci dimostra come ogni recupero di finanze sottratte al fisco italiano rappresenti semplicemente un nuovo strumento finanziario destinato all’aumento della spesa pubblica.

    Alla fine, quindi, il recupero dell’evasione fiscale, pur rappresentando uno strumento di equità, contemporaneamente alimenterà   ed accentuerà proprio gli squilibri sociali ed economici alimentati da uno strumento distorsivo come la spesa pubblica.

  • La Ue garantisce equa concorrenza sul mercato e i contadini applaudono: tutela contro lo schiavismo

    Non sempre il contado usa il trattore per spargere liquame sulle istituzioni, quando viene accontentato il trattore viene usato per fare il suo lavoro nei campi e il contado plaude alla Ue. «Dopo la più grande manifestazione di agricoltori italiani a Bruxelles da oltre 25 anni, con più di 3mila associati della Coldiretti che hanno lasciato le proprie aziende nella giornata del Consiglio dei ministri agricoli dei 27, lo scorso 26 febbraio 2024» fa sapere un’entusiasta Coldiretti, «il Consiglio e il Parlamento europeo hanno infatti raggiunto un accordo sul regolamento che vieta nel mercato comunitario i prodotti realizzati con il lavoro forzato. Sarà la Commissione europea a condurre le indagini al di fuori del territorio dell’Ue con l’obiettivo di vietare l’immissione e la messa in vendita sul mercato dell’Ue di qualsiasi prodotto realizzato sfruttando il lavoro forzato. Una prima vera svolta per far rispettare, come chiesto a gran voce dalla mobilitazione della Coldiretti, il principio di reciprocità, ossia la necessità che dietro tutti i prodotti in vendita all’interno dei confini europei ci sia la garanzia del rispetto delle stesse norme che riguardano l’ambiente, la salute e anche il lavoro».

    Lavoro da fare, piuttosto che proteste contro chi possa e debba svolgere quel lavoro, del resto non manca, a detta proprio di Coldiretti. Un monitoraggio della stessa Coldiretti nei mercati degli agricoltori di Campagna amica sugli effetti concreti dei cambiamenti climatici ha infatti messo in evidenza che le fave vengono raccolte nel Lazio con oltre un mese di anticipo, così come in Sardegna e Puglia, e lo stesso vale per le fragole, mentre in Veneto sono comparsi sui banchi dei mercati contadini gli asparagi verdi; in arrivo ci sono poi anche carciofi romaneschi, piselli, erbe spontanee e agretti.

    La finta primavera, con un febbraio che è stato il più caldo mai registrato (+3,09° rispetto alla media storica) e un gennaio con +1,6° – sottolinea la Coldiretti –, ha mandato in tilt le coltivazioni nei campi lungo tutto lo stivale e stravolto completamente le offerte stagionali normalmente presenti su scaffali e bancarelle in questo periodo dell’anno rendendo impossibile una programmazione scalare della raccolta. Il risultato – precisa la Coldiretti – è un boom di primizie sui banchi di verdure e ortaggi dove è possibile trovare una grande varietà di offerta made in Italy. Per ottimizzare la spesa e non cadere negli inganni il consiglio della Coldiretti è quello di verificare l’origine nazionale, acquistare prodotti locali che non devono subire grandi spostamenti, comprare direttamente dagli agricoltori e non cercare per forza la frutta o la verdura perfetta perché piccoli problemi estetici non alterano le qualità organolettiche e nutrizionali, i cosiddetti brutti ma buoni. Nelle scelte dei consumatori grande rilievo viene dato alla freschezza del prodotto e al luogo di acquisto con una tendenza a privilegiare la spesa dal produttore. Anche perché – continua la Coldiretti – la verdura comperata direttamente dal contadino dura di più non dovendo affrontare lunghe distanze per il trasporto prima di arrivare nel punto di vendita ed è più buona e ricca di nutrienti perché raccolta quotidianamente al giusto grado di maturazione.

    Complessivamente la superficie italiana coltivata ad ortofrutta – sottolinea la Coldiretti – supera 1 milione di ettari e vale oltre il 25 per cento della produzione lorda vendibile agricola italiana. I punti di forza dell’ortofrutta italiana sono l’assortimento e la biodiversità, con il record di 120 prodotti ortofrutticoli Dop/Igp riconosciuti dall’Ue, la sicurezza, la qualità, la stagionalità che si esalta grazie allo sviluppo latitudinale e altitudinale dell’Italia, una caratteristica vincente per i prodotti ortofrutticoli del Belpaese. Un patrimonio del Made in Italy sul quale pesa però la concorrenza sleale – denuncia Coldiretti – con quasi 1 prodotto alimentare su 5 importato in Italia che non rispetta le normative in materia di tutela della salute e dell’ambiente o i diritti dei lavoratori vigenti nel nostro Paese, spesso spinto addirittura da agevolazioni e accordi preferenziali stipulati dall’Unione Europea. Un esempio sono le nocciole dalla Turchia, su cui pende l’accusa di sfruttamento del lavoro delle minoranze curde. Ma ci sono anche l’uva e l’aglio dell’Argentina e le banane del Brasile gravati da pesanti accuse del Dipartimento del lavoro Usa per utilizzo del lavoro minorile. “E’ assurdo che un Paese come l’Italia che ha la leadership per la produzione ortofrutticola debba importare prodotti dall’estero che peraltro non rispettano le stesse regole alle quali sono sottoposti i nostri agricoltori in materia di ambiente, salute e diritti dei lavoratori” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’esigenza di imporre a livello Ue il principio della reciprocità, a partire dagli accordi commerciali che offrono paradossalmente condizioni agevolate all’ingresso di frutta e verdura straniere.

  • Dalla Commissione UE 750 milioni di euro a sostegno delle imprese italiane

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano da 750 milioni di euro a sostegno delle piccole e medie imprese (PMI) e delle imprese a media capitalizzazione nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina. Tali misure aiuteranno ad accelerare la transizione verde e ridurre la dipendenza dai combustibili.

    Nell’ambito del regime, gli aiuti assumeranno la forma di garanzie statali a sostegno delle PMI e delle imprese a media capitalizzazione colpite dalla crisi energetica, in modo da garantire che i beneficiari abbiano accesso a una liquidità finanziaria sufficiente. La garanzia, che sarà concessa entro il 30 luglio 2024, non supererà 280.000 euro per impresa attiva nella produzione primaria di prodotti agricoli, 335.000 euro per impresa attiva nei settori della pesca e dell’acquacoltura e 2 milioni di euro per impresa attiva in qualunque altro settore.

  • Crollano del 10% le semine di grano duro

    Crollano le semine di grano duro in Italia dove si stimano per il 2024 appena 1.134.742 ettari coltivati in calo del 10% a livello nazionale, con punte del 17% nel centro Italia e di oltre l’11% nel sud Italia e nelle isole rispetto all’anno precedente secondo l’incontro sulle previsioni di semina che si è svolto al Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare il 22 febbraio scorso.

    Si tratta di un calo significativo con le superfici coltivate che sono scese mai così basse negli ultimi 6 anni. Un andamento spinto secondo l’analisi della Coldiretti dalle basse quotazioni favorite da un incremento record delle importazioni proveniente da Paesi extra europei nel 2023 (+130% su base tendenziale) secondo le analisi del centro studi Divulga che evidenzia che Turchia e Russia, sono divenute rispettivamente secondo e terzo fornitore italiano, seguite da Canada, che ha registrato un +83% e resta comunque il primo fornitore.

    L’Italia è stata invasa nel 2023 da un’ondata di grano duro russo (+1164%) e turco (+798%), mai registrata prima, che ha fatto calare le quotazioni del prodotto nazionale del 15%. Stazionarie invece sono le superfici seminate a grano tenero pari a 606.653 ettari (+1,4%) mentre in calo dell’8% la superficie dedicata alla semina dell’orzo per un totale di 267.078 ettari.

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