Italia

  • In attesa di Giustizia: la parola alla legittima difesa

    I casi in cui si tratta di legittima difesa arrivando sino al processo, come abbiamo avuto modo di registrare in precedenti articoli, sono pochissimi: un primo indicatore della sostanziale superfluità della riforma fortemente voluta dal Ministro dell’Interno perché la disciplina tradizionale è perfettamente adeguata e funziona.

    Se ne è avuta una ulteriore dimostrazione proprio pochi giorni fa quando la Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per Fredy Pacini, un piccolo imprenditore di Monte San Savino che, ferendone mortalmente uno, il 28 novembre scorso aveva sparato a due rapinatori che avevano preso di mira la sua azienda con un’intrusione notturna.

    A quanto è dato sapere sono stati decisivi gli esiti della consulenza balistica disposta dal P.M. insieme ad altri accertamenti investigativi di una certa complessità ma esauriti nel giro di pochi mesi: Pacini, vittima di precedenti ruberie si era determinato a dormire nel suo magazzini e, armato di pistola, aveva esploso numerosi colpi ma in direzione degli arti inferiori dei malviventi attingendo l’arteria femorale di uno di essi con esiti letali.

    Oltre che nel corso della scorreria, l’uomo si è potuto difendere adeguatamente sin dall’inizio dalla incolpazione di eccesso colposo in legittima difesa riuscendo in un lasso di tempo ragionevolmente breve a far valere la sua tesi: legittima difesa putativa, cioè a dire che è risultato ragionevole il convincimento circa un’aggressione che avrebbe messo a repentaglio la sua incolumità e proporzionata la reazione sebbene i banditi siano risultati, in seguito, disarmati.

    La recente riforma, si badi, non ha svolto alcuna funzione nell’esito di questa vicenda che ora dovrà ottenere una scontata “parola fine” dal Giudice per le Indagini Preliminari cui è affidato il compito di decidere sulla richiesta di archiviazione: nei confronti di Fredy Pacini si è applicata la normativa tradizionale dimostrandone la duttile struttura in uno con la possibilità di rapida fuoriuscita dal circuito giudiziario.

    In compenso, l’imprenditore esce umanamente provato dalla esperienza ma non per avere subito indagini a suo carico ma per la consapevolezza di aver ucciso un uomo disarmato che voleva rubare delle gomme e delle biciclette.

    Pacini non parla ma tramite il suo difensore lancia un messaggio pieno di umanità e sofferenza: “Sconsiglio a chiunque di tenere armi in casa: dopo quello che è accaduto a me non si vive più”.

    La riforma inutile ma pericolosa per lo slogan che l’accompagna è ormai entrata in vigore per quanto la sua promulgazione da parte del Capo dello Stato sia stata munita di un insolito messaggio ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri in cui si rilevano improprietà tecniche della complessiva disciplina cui porre tempestivamente rimedio e rischi di incostituzionalità laddove erroneamente interpretata e applicata.

    Nei termini chiariti dal Presidente della Repubblica è logico attendersi che l’attesa di Giustizia in casi come quello di Fredy Pacini e molti altri analoghi non resterà vana ma, forse, da Sergio Mattarella sarebbe stato auspicabile un atto di maggiore coraggio prima di apporre quella firma su una legge da lui stesso, senza mezzi termini, considerata sbagliata.

  • Gardini: serve un’Europa più equa e più giusta

    Dal 2008 e parlamentare europea, una storia politica legata a Forza Italia, con la quale è stata eletta anche alla Camera dei Deputati, e una artistica in cui ha calcato tanti palcoscenici teatrali e televisivi italiani. Elisabetta Gardini, dopo il difficile addio al suo partito a causa dell’estrema confusione politica in cui Forza Italia ultimamente si sta dibattendo, si candida alle prossime Elezioni europee del 26 maggio con Fratelli d’Italia e in Europa, se eletta, siederà tra le file dei Conservatori e Riformisti europei (ECR).

    On. Gardini, lei è una parlamentare di esperienza, quali sono i risultati che non ha potuto raggiungere e quali invece gli obiettivi che è riuscita a portare a buon fine?

    In 11 anni di lavoro a Bruxelles il mio impegno è stato costante, appassionato e convinto. Mi sono sempre schierata dalla parte dell’Italia, dei nostri cittadini, delle nostre imprese e del Made in Italy.

    Questo mi ha permesso di vincere molte battaglie di cui sono orgogliosa. Ho portato a casa risultati concreti per le nostre piccole e medie imprese (penso alla soddisfazione di aver finalmente dato accesso al mercato unico a tutti i fertilizzanti, fiore all’occhiello della produzione del nostro Paese), o per i nostri pescatori. Con le associazioni dei malati mi sono battuta per facilitare e accelerare l’accesso alle cure mediche innovative, soprattutto per quanto riguarda i tumori e le malattie rare. Da relatrice ho lavorato al meccanismo della Protezione Civile ispirandomi al modello italiano e alla guida di Giuseppe Zamberletti. Puntando sulla prevenzione. Adesso c’è uno stanziamento di 28 miliardi di euro per la messa in sicurezza dei territori. L’Italia dovrà aggiudicarsene una buona parte per avere dei territori resilienti e ridare al contempo slancio alla nostra economia.

    Ma tutto questo non basta. La nostra cara vecchia Europa si merita una Unione Europea profondamente diversa, una Unione Europea dei popoli e delle nazioni, che metta fine a questa Europa dei burocrati, così distante dai reali bisogni di persone, famiglie e imprese

    Quali sono secondo lei i difetti del Gruppo Popolare e come è possibile conciliare gli interessi nazionali con i più vasti interessi europei?  È stato proprio il Consiglio europeo, dove siedono e decidono i capi di Stato e di governo, ad avere impedito, nel passato, alcune decisioni importanti quali la normativa per la denominazione d’origine dei prodotti extra UE e la revisione vera degli accordi di Dublino per l’immigrazione. E i governi italiani si stanno dimostrando troppo deboli o troppo impreparati sui vari dossier…                              

    Nel PPE gli interessi della Germania prevalgono su quelli degli altri Paesi. Inoltre, c’è il problema delle alleanze: il PPE è un partito di centro destra ma troppe volte si è snaturato prendendo posizioni incoerenti sia con i suoi valori sia con la sua visione dell’economia a causa dell’alleanza con i socialisti. Per la prossima legislatura, mi auguro che il PPE riveda la sua strategia di coalizione. In questo contesto, il peso di Fratelli d’Italia sarà fondamentale nel gruppo dei Conservatori.

    Certamente la buona riuscita della difesa degli interessi nazionali dipende anche dall’azione dei governi. Non solo la denominazione d’origine e il trattato di Dublino, ma anche la storica battaglia sul Made In, di cui Cristiana Muscardini è stata protagonista, è stata vinta dal Parlamento e poi bloccata dal Consiglio. È vero che l’assenteismo e l’impreparazione che talvolta hanno caratterizzato il lavoro dell’Italia non aiuta. Penso alla battaglia persa sull’agenzia del farmaco (che a causa della Brexit ha lasciato Londra) che era ad un passo dall’essere assegnata a Milano. Penso a Sandro Gozi che, essendo stato sottosegretario agli affari europei, avrebbe dovuto fare gli interessi dell’Italia, e invece ora è candidato alle europee in una lista bloccata con Macron.

    Quali obiettivi si prefigge di raggiungere nella prossima legislatura?

    Serve un’Europa giusta ed equa, basta al dominio di Francia e Germania che utilizzano le istituzioni per fare i propri interessi. In questo gioco al massacro chi ci rimette di più è proprio l’Italia: sono le nostre eccellenze che subiscono più danni. Dobbiamo mettere mano alle disparità che ci sono in tema di lavoro, di tassazione, di paradisi fiscali, tutti elementi che creano concorrenza sleale all’interno della stessa Unione Europea. Queste devono essere le priorità. Senza queste modifiche l’Europa non può sopravvivere!

    Diciamo sempre che vogliamo rafforzare il sistema paese: la prima cosa che farò se sarò rieletta sarà farmi promotrice di una lettera che chiederò ai colleghi italiani di sottoscrivere al governo per richiedere il raddoppio della rappresentanza permanente italiana a Bruxelles dei funzionari italiani. Sono loro che lavorano sui temi oggetto di decisione in Consiglio, sono loro che difendono l’Italia. Non è possibile che Francia e Germania abbiano il doppio del nostro personale per difendere gli interessi nazionali!

    Con il gruppo ECR ha lavorato solo nelle ultime settimane di legislatura del Parlamento europeo dopo l’addio a Forza Italia e al PPE. Che clima lavorativo e collaborativo si aspetta di trovare in una prospettiva quinquennale?

    Ho lavorato molto con gli inglesi dell’ECR fin dal 2008: loro ancora stavano nel PPE e li conosco da allora. Ci fu subito un rapporto di grande collaborazione. Del resto avevamo molto in comune: erano critici su quello che l’Europa era diventata, a differenza del resto del PPE.

    Per questo nel 2009 sono usciti e hanno dato vita alla famiglia dei Conservatori Riformisti. Come detto prima, il ruolo dell’ECR sarà strategico perché farà da ponte tra il partito popolare (che, ricordiamolo, è una formazione politica di centro destra ) e quello che si formerà alla destra del Parlamento. Per cambiare tutto in Europa è fondamentale porre fine all’alleanza tra popolari e socialisti e creare, invece, un’autentica alleanza di centro destra.

  • Pietro Marrapodi: più Italia in Europa

    Cari lettori,

    come avrete visto ‘Il Patto Sociale’, da qualche settimana, sta pubblicando le interviste ad alcuni candidati alle elezioni europee del prossimo 26 maggio i quali espongono il loro programma e i loro progetti. Per la sua vocazione apartitica ‘Il Patto Sociale’ dà spazio a chi si è messo in contatto con la redazione. E’ la volta di Pietro Marrapodi che si candida con la Lega nella Circoscrizione Nord Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria, Val d’Aosta).

    Sono nato in un piccolo paese della Calabria, 45 anni fa. Nel 1993, dopo la maturità scientifica, mi sono trasferito a Milano dove ho studiato Giurisprudenza. Ho iniziato poi il mio percorso lavorativo nel mondo della pubblicità e del marketing.

    La mia passione per la politica è nata negli anni dell’Università e ho iniziato la mia attività dal Municipio di zona, dove mi sono battuto per rendere più vivibili le periferie. Vivo i bisogni degli altri come se fossero miei e penso che a ogni problema ci sia sempre una soluzione, in tal senso considero la politica l’espressione più alta di aiuto ai cittadini.

    Ci accingiamo a una grande sfida, il rinnovamento del Parlamento Europeo. Oggi più che mai è proprio all’interno delle Istituzioni Europee che si prendono le decisioni fondamentali per la vita dei cittadini.

    L’Italia sta subendo da troppo tempo questa Europa a guida franco-tedesca.

    Subiamo un’invasione continua basata sul business della finta accoglienza. È sempre più forte il bisogno di tutelare la nostra identità culturale, di ridare forza e valore alle nostre radici cristiane, spazio e voce ai valori su cui si è formata la nostra comunità: prima gli Italiani! Anche se Salvini è riuscito a bloccare l’invasione, bisogna che l’Europa si svegli e faccia delle azioni più incisive su questo tema.

    È sempre più forte il bisogno di proteggere le attività commerciali e la rete dei nostri negozi che costituisce uno straordinario tessuto economico e sociale, unico in Europa. In Europa dobbiamo tutelare il Made in Italy, i nostri prodotti sono i più contraffatti al mondo e ciò crea un danno di milioni di Euro alla nostra economia e all’immagine dell’Italia. Bisogna che vengano superate queste politiche restrittive che mettono in ginocchio le aziende italiane e non permettono il rilancio dell’economia del nostro Paese.

    Questa Europa è da rifare e per questo voglio portare più Italia in Europa!

  • Rinaldi: o gli europei sono uniti o non sono niente al cospetto delle altre potenze

    Deputato europeo e vice-presidente ALDE nel 2009-2014, un passato all’Onu a seguire le tormentate vicende dell’Afghanistan prima e da Segretario generale aggiunto del Parlamento europeo poi, un presente da funzionario europeo con l’occhio sempre rivolto alle vicende internazionali, molti libri all’attivo sulla storia recente di molti paesi africani ed asiatici, Niccolò Rinaldi torna in campo alle prossime Elezioni europee del 26 maggio candidandosi con Più Europa in Lazio, Marche, Toscana ed Umbria.

    On. Rinaldi, lei è già stato deputato europeo raggiungendo risultati importanti e impegnandosi attivamente su molti fronti, dal commercio internazionale alla tutela dei minori. Quali sono gli obiettivi che si prefigge di raggiungere in questa nuova legislatura?

    Al di là dei valori e del programma politico, come candidato assumo degli impegni di metodo del lavoro. Avendo il Parlamento europeo un ruolo di piena co-decisione nella legislazione europea e avendo perciò diretto impatto nella vita dei cittadini, ho intenzione di partecipare al dibattito nella maniera più attiva possibile con interventi, interrogazioni, emendamenti, relazioni ombra e relazioni titolari, incontri e confronti, negoziato e ricerca di compromesso, dando sempre regolare e trasparente informazione dell’attività svolta e dei risultati ottenuti.

    Ancora oggi il Parlamento europeo, e tutte le istituzioni di Bruxelles purtroppo, è percepito dalla gente come un ente lontano, geograficamente e politicamente. Come pensa si possa superare questa errata considerazione e quale sarà il suo contributo per questo?

    Il Parlamento Europeo deve assumere sempre più anche un ruolo di ponte fra la società e le altre istituzioni europee diffondendo informazioni utili, aprendosi come istituzione, favorendo confronti. Per questo è opportuno creare una banca dati e una newsletter che presenti in modo organico, trasparente e semplice l’insieme dei fondi europei e delle possibilità di mobilità a disposizione per amministrazioni locali, cittadini, associazioni culturali, università, studenti, imprese. Queste informazioni permetteranno di accedere a un’unica fonte d’informazione che aiuti l’utente a conoscere la varietà di procedure, bandi, scadenze che purtroppo contraddistingue i finanziamenti europei e che costituisce a volte un difficile ostacolo per i potenziali beneficiari, soprattutto in paesi come l’Italia che hanno maggiori difficoltà nell’ottenimento di informazioni valide. Le strutture territoriali e nazionali devono trovare nel Parlamento Europeo un interlocutore costante e affidabile, anche per rappresentare e dar corso a istanze europee di cittadini ed enti locali. Il rapporto col territorio sarà un impegno preciso e trasparente, in modo da favorire un accesso diretto alla dimensione europea e anche con l’impegno di effettuare almeno due visite politiche all’anno per ciascuna delle province del collegio, in modo da garantire un contatto diretto con elettori e istanze locali.

    Quindi non più solo Erasmus, che rimane il progetto più vincente di questa Europa, o tirocini per giovani laureati, ma un vero dialogo con tutti e per tutti fatto non di parole ma di attività concrete e tangibili

    Esatto. Il mandato sarà un percorso collettivo da condividere, tenendo aperti canali di confronto e di inclusione, compreso il settore dei cittadini meno tutelati e in svantaggiati. Bisogna fare della memoria collettiva un filo rosso a sostegno di varie battaglie, consapevole che la storia dell’Europa, e dei suoi errori, sia un pilastro di ogni azione del presente e di ogni visione del futuro. Per questo mi propongo di organizzazione presso il Parlamento Europeo varie iniziative (conferenze stampa, incontri con esperti, presentazioni di libri e film, mostre, ecc) che permettano visibilità e confronto europei per alcuni temi prioritari – lotta contro conflitti d’interessi e assenza di legalità, promozione delle pari opportunità e di una politica di anti-discriminazione, trasparenza sul costo delle istituzioni, ecc. – attraverso eventi che possono diventare altrettante occasioni per parlare della nostra Italia.

    Da sempre lei è liberale e laico e se eletto siederà di nuovo nel Gruppo ALDE. Focalizzandoci allora sull’aspetto politico, quale Europa vorrebbe Più Europa?

    Sicuramente un’Europa che ponga al primo posto la “Questione Morale”, che sia spazio di libertà fondamentali e di diritti civili avanzati, di un modello sociale universale e della piena laicità delle istituzioni pubbliche. Un’Europa dove si può vivere e trasferirsi ovunque, e provare un sentimento di appartenenza e di felicità comune, sotto la tutela della Carta dei Diritti Fondamentali per una cittadinanza europea, la cui piena applicazione è il fondamento di una nuova libertà – quella libertà che da sempre è l’obiettivo comune delle forze oggi riunite nell’ALDE. Un’Europa che persegua la piena occupazione e valorizzi i giovani con la loro energia e creatività e i meno giovani, che ponga al suo centro la filiera della conoscenza – scuola, università, ricerca e cultura – asse che consenta di innovare il manifatturiero, le piccole e medie imprese, l’agricoltura, l’artigianato e il turismo anche come strumento per la formazione della cittadinanza europea.  Un’Europa digitale, con una rete più accessibile, libera e sicura, tecnologicamente avanzata, che sia spazio di trasparenza amministrativa, di informazione e di partecipazione democratica. Un’Europa che non abbia paura dei processi globali ma sia capace, a cominciare da un seggio UE nel Consiglio di Sicurezza, di una voce unica e protagonista nella promozione della sicurezza e dello sviluppo dei popoli, anche grazie al rilancio con vigore e continuità del processo di realizzazione di una Difesa comune e dell’integrazione progressiva dell’industria a essa dedicata, una politica di difesa comune che vada ben oltre le attuali cooperazioni. Un’Europa che si batta per regole chiare e reciproche nel commercio internazionale, diritti del consumatore, valorizzazione delle nostre eccellenze e lotta alla contraffazione.  Un’Europa che affronti l’immigrazione con solidarietà e legalità, con una unica politica comune di asilo e migrazione rispettosa dei diritti umani e con la creazione di corpi europei per la gestione federale delle frontiere esterne. Un’Europa con decisi passi in avanti nel processo d’integrazione, con competenze chiare, maggiori risorse proprie e dove valgano per tutti regole comuni con decisioni democratiche e trasparenti, anziché gli attuali rapporti di forza tra singoli governi in incontri a porte chiuse – nemica della burocrazia e vicina alle imprese, ai lavoratori, alla libertà di ricerca, all’innovazione, all’autonomia dei territori. Un’Europa federalista, consapevole che nel XXI secolo o gli europei sono uniti o non sono niente al cospetto delle altre potenze– e questo dall’economia alla pace, dalle sfide ambientali alla lotta contro le mafie.

  • Pupi senza puparo

    Ascoltando le ultime dichiarazioni dei capi dei partiti al governo non possiamo cancellare l’immagine dei pupi che si confrontano, duellando, nei teatrini. Ma se ci sono i pupi dovrebbe esserci un puparo, chi muove i fili, chi consiglia, seduce, convince, eccita, chi trova giovamento dalla deriva di una politica che trova scopo e progetto solo nella conta dei voti alla fine di questa dissennata campagna elettorale, che dura da mesi e che lascerà sul campo, comunque vada, una vittima illustre: l’Italia ed i suoi abitanti.

    Scontri sempre più duri e avvelenati ma, per quanto si rivolgano reciproche accuse, chi è al governo, Presidente del Consiglio compreso, con il suo aplomb da grandi magazzini, condivide responsabilità pesanti: il debito è in continua crescita, le infiltrazioni malavitose, anche nel nord, locomotiva economica del Paese, non sono state contrastate, nessuna nuova proposta né per abbassare le tasse, né per diminuire l’elefantiaca burocrazia che affossa ogni iniziativa, né per far ripartire, con la necessaria sicurezza, i cantieri fermi da anni, né per contrastare l’evasione fiscale, né  per bonificare un territorio che, anche con le nuove esondazioni, testimonia un degrado di anni.

    Al reddito di cittadinanza non sono state affiancate proposte  serie per far ripartire il lavoro, sarebbe bastato rifare il sistema idrico italiano e mettere in sicurezza le scuole fatiscenti per creare decine di migliaia di posti di lavoro in diversi settori. Ai porti chiusi di imperio non si sono affiancate politiche per contrastare, alla fonte, l’immigrazione di migliaia di disperati né politiche e misure per evitare che altre decine di migliaia di persone, già sul nostro territorio da tempo, siano sfruttate o vivano in condizioni disumane o siano materiale umano affidato, di fatto, alle organizzazioni criminali. Nulla si è fatto per dare regole certe a chi arriva sul suolo italiano e nulla si è fatto per trovare accordi politici con il resto  d’Europa, si è urlato, minacciato e ci siamo resi  una volta di più poco credibili ed affidabili.
    C’é un puparo? Speriamo di sì, un puparo si può cercare, trovare, combattere ma se non c’è, se tutti sono autonomi nella loro dissennata corsa al voto, a prescindere dalle necessità della gente, se la povertà intellettuale ed umana è così forte ormai da aver coinvolto non solo chi governa ma anche chi dovrebbe essere  all’opposizione, se il Dio del potere e dell’arroganza, dell’autoreferenzialità e della prosopopea è ormai divenuto così potente da obnubilare le menti ed i cuori di chi dovrebbe servire il Paese, sia in maggioranza o che all’opposizione, è arrivato il tempo, nel rispetto della Costituzione, di dare vita ad una nuova resistenza.

  • Siamo alla vigilia delle Elezioni europee

    Mancano 13 giorni alle elezioni del Parlamento europeo e non si ha l’impressione d’essere in campagna elettorale. E’ vero che rispetto al passato i metodi propagandistici sono cambiati. Niente più comizi, o quasi. Niente manifesti appiccicati da tutte le parti. Niente volantini nelle buche delle lettere, casa per casa. Nemmeno la televisione pubblica, che poi è una televisione dei partiti al governo, riserva programmi speciali ogni sera per presentare i candidati delle varie liste. Sono nate, invece, molte iniziative sul web. Richiami continui ad andare a votare si succedono a immagini che ricordano fatti significativi del passato. Ma non si pubblicizzano programmi e temi in particolare, che potrebbero rappresentare altrettanti capitoli d’impegno per il futuro. I partiti sono restii ad impegnarsi su questo terreno. Quasi tutti invece parlano di cambiamento. Bisogna cambiare questa Europa, vogliamo un’Europa diversa. Nessuno però dice che cosa deve cambiare e quali proposte i partiti presentano. L’Europa diversa che auspicano, in che cosa deve diversificarsi. Lo immaginiamo: nella gestione dell’immigrazione, nella modifica dell’austerità, nel lasciare più spazio agli Stati che spendono oltre il dovuto, ecc. Sono lamentele che sentiamo da anni. Ma in che cosa deve consistere la diversità? Nel lasciare maggiore autonomia agli Stati in ordine alla politica di bilancio?  Perché allora non presentare proposte concrete per modificare gli articoli dei trattati che si riferiscono a questo argomento, o per cambiare le direttive o i regolamenti che impongono queste norme restrittive? Dire che bisogna cambiare è semplice e facile. Troppo facile! Dire invece come e che cosa, richiede una maggiore conoscenza della questione e una capacità politica che riesca ad aggregare altri Paesi alle proposte che si formulano. Già è difficile emendare le norme esistenti. Ancor più difficile, per non dire impossibile, immaginare che l’attuale governo italiano riesca ad aggregare consensi tra i 27 Paesi membri per delle riforme che non sono ancora concertate e che forse non esistono ancora nemmeno nelle menti dei partiti che parlano di Europa diversa o da cambiare. Sono penosi i discorsi che ogni tanto si sentono sull’Europa. Quelli che sono contrari, non hanno il coraggio di dichiararlo apertamente, dato che i sondaggi indicherebbero una maggioranza a favore del rimanere nell’Unione europea e del mantenimento dell’euro. Quelli che sono a favore non dicono quali sono i vantaggi dello stare insieme e quelli ottenuti con l’uso della moneta comune. C’è una certa reticenza da entrambe le parti. Da un lato, nel non dire tutto il male che si pensa dell’Europa, anche quando questo male esiste (la mancanza di una politica estera, per es.); dall’altro nel non dichiarare esplicitamente che l’UE si deve trasformare in Unione politica, in modo da essere in grado di gestire una politica estera comune, insieme ad una politica di difesa e di sicurezza. Il che presuppone un finanziamento europeo della politica di difesa e una riduzione del finanziamento della protezione americana. Quindi maggiori spese a carico dell’Europa in questo settore, dato per scontato che le alleanze militari nell’ambito della Nato rimarrebbero agibili. Un’Europa con una sua voce autonoma e sovrana nell’ambito della politica internazionale presuppone una sua capacità autonoma di difesa, sia pure nel rispetto delle alleanze e dei trattati sottoscritti. E’ già difficile da raggiungere una sovranità europea. Immaginiamo un attimo quali potrebbero essere le difficoltà oggettive di una sovranità nazionale. Siamo sovranisti, ma per una sovranità europea da raggiungere il più rapidamente possibile. Quella nazionale renderebbe impossibile quella europea e con la sua eventuale realizzazione dalla padella si cascherebbe nella brace. Il futuro dell’Europa passa da questi traguardi ambiziosi. Ma bisogna essere ambiziosi per immaginarli e per volerli. Temiamo che i capi dei nostri partiti in competizione per le europee di ambizione di questo tipo, invece, ne abbiano poca. Ne hanno molta, moltissima per il potere, che purtroppo, all’Europa serve ben poco. Non ci rimane che sperare nella saggezza del popolo elettore, il quale non andrà certamente a votare nella proporzione dell’85,6 per cento, come nelle prime elezioni europee del 1979, ma che potrebbe non fare sfigurare l’Italia e votare per quei partiti favorevoli al sovranismo europeo. Avrà questa legittima ambizione l’elettore italiano?

  • L’illusione patrimoniale

    Tra la caduta del governo Berlusconi e l’insediamento del governo Monti si alzò una timida voce la quale individuava nella necessità di una patrimoniale da 400 miliardi la soluzione per riportare il rapporto debito PIL tra il 100/105%.

    Da oltre un anno il presidente del Fondo Monetario Internazionale nelle diverse interviste che immancabilmente rilascia a testate giornalistiche internazionali afferma la necessità di una nuova imposizione fiscale attraverso “patrimoniale” (definita “tassa moderna sulla casa”) o in alternativa un prelievo forzoso sui conti correnti che vada da un 15 fino ad un 20/25%. Contemporaneamente, da oltre nove mesi in Italia da tutte le principali testate giornalistiche economiche risulta evidente un susseguirsi di studi e grafici relativi all’ammontare del risparmio privato: quasi indirettamente ad indicare la soluzione di tutti i nostri mali in una ennesima patrimoniale.

    Il risparmio privato ammonta a circa 10.200 miliardi dei quali 4.200 in risparmi, il resto in proprietà immobiliari. Per mancanza di conoscenza o per colpevole ignoranza ancora oggi viene omesso il contenuto della circolare della Banca d’Italia della primavera del 2017 nella quale veniva indicato come oltre il 50% dei risparmi italiani fossero investiti in titoli a rischio e di difficile conversione in liquidità.

    Comunque, partendo da questi valori per riportare oggi il nostro rapporto debito PIL al 100/105% sarebbero necessari quasi 510 miliardi, il 5% dell’intero ammontare del risparmio privato che rende quasi ridicolo il prelievo forzoso del 1992 del governo Amato (6 x 1000). Una cifra assolutamente spaventosa la cui sola proposta giustificherebbe la fuga dal perimetro nazionale dell’intero ammontare dei risparmi italiani al fine di tutelarne l’integrità.

    Anche se la patrimoniale risultasse comunque di un importo inferiore, questa “soluzione” rappresenterebbe ancora una volta l’approccio infantile ed assolutamente poco competente di chi individua nella patrimoniale la soluzione dei nostri problemi.

    Il vero problema del bilancio dello Stato come della spesa pubblica che ne rappresenta la sua manifestazione più evidente è relativo alla assoluta improduttività della spesa stessa  che si moltiplica a causa di scelte politiche. Aggiungere risorse ad un meccanismo così perverso offrirebbe un respiro finanziario che si esaurirebbe in dodici/diciotto mesi (a seconda dell’importo della nuova imposizione fiscale) per ritrovarsi nuovamente al punto di partenza. In altre parole, tanto la patrimoniale quanto il sogno legato al recupero dell’evasione fiscale (187 mld di fatturato evaso che tradotto in nuove entrate fiscali sarebbe meno di 1/5 del valore complessivo dei 510 mld necessari) hanno entrambi l’importante funzione di evitare di affrontare il vero problema interamente attribuibile alla classe politica degli ultimi trent’anni. Questo problema viene facilmente identificato nella incapacità di riformare interamente la spesa pubblica e soprattutto porre un freno alla sua  costante crescita. Una crescita che riguarda non solo lo Stato ma anche gli enti locali. Basti solo ricordare la grandissima occasione persa dal mondo politico durante il periodo del quantitative easing varato dal Presidente della BCE Mario Draghi. L’azzeramento dei tassi di interesse aveva senza nessun merito regalato ai governi Renzi e Gentiloni circa  trenta miliardi di risparmi sul costo dei servizi al debito scialati invece in nuova spesa pubblica improduttiva.

    A questa assoluta irresponsabilità si aggiunga il delirio economico del governo attuale con il reddito cittadinanza e quota cento. Il quadro che ne scaturisce dalle scelte di politica economica degli ultimi tre governi evidenzia in modo inequivocabile l’assoluta mancanza di competenza unita ad un senso di nuovo feudalesimo politico per il quale con la spesa pubblica si possa acquisire o meglio acquistare il consenso elettorale.

    Tornando quindi alla patrimoniale questo nuovo gettito fiscale straordinario non risolverebbe in alcun modo i problemi legati al nostro bilancio statale e tanto meno potrebbe risultare funzionale ad un miglioramento del rapporto debito PIL. Non è mettendo maggiori risorse nelle tasche bucate che si diventa ricchi e con maggiori disponibilità ma intervenendo e cucendo le ragioni di tali voragini.

  • Il governo dà i numeri e sugli immigrati sbaglia i conti

    Il governo dà i numeri: si è capito ed è anche certificato. A fronte dei 90mila irregolari presenti in Italia secondo Matteo Salvini, l’Istituto di studi politici internazionali (Ispi), rielaborando dati forniti dal Viminale, è giunto alla conclusione che tra giugno 2018 e marzo 2019 circa 51.000 stranieri sono diventati nuovi irregolari e di questi, circa 11.000 sono la conseguenza diretta del decreto sicurezza. Secondo diversi osservatori il numero di 90mila irregolari indicato dal vicepremier è ampiamente sottostimato perché i dati forniti dal vicepremier partono dal 2015, mentre gli sbarchi sono aumentati dalla fine del 2013 e nel 2014 si è arrivati a 170.100 migranti arrivati. Nella contabilità di Salvini mancano inoltre gli overstayers, cioè quanti atterranno in Italia con un visto turistico e poi si trattengono irregolarmente oltre la data di scadenza (sui barconi, infatti, non si sono mai visti cinesi, altri asiatici, migranti dell’Est e sudamericani).

    Nei dati forniti dal ministro mancano ancora altre voci. Secondo Eurostat, che ha elaborato dati del ministero dell’Interno, dal 2015 a marzo 2019 l’Italia ha compiuto 25.856 rimpatri, che non vengono menzionati dal calcolo che porta Salvini a sostenere che gli irregolari siano circa 91mila. Per assurdo, vorrebbe dire che nella penisola gli stranieri senza valido titolo di soggiorno sarebbero poco più di 65mila. Basta questo a spiegare che i conti non tornano. Il ‘ricalcolo’ del Viminale, però, apre un nuovo fronte con l’Ue.

    Salvini aveva in effetti spiegato che 478mila sono i migranti sbarcati in Italia dal 2015 precisando poi che a questa cifra vanno sottratti i 119mila che sono nel sistema d’accoglienza (Hotspost, Cara, Sprar) e altri 268.839 che sono «presenze certificate in altri Paesi Ue» (si tratta di tutti quei migranti che gli altri Paesi dell’Unione europea chiedono all’Italia di riprendersi, perché il trattato di Dublino prevede che vengano riportati nel Paese di primo ingresso). Così parlando, è stato notato, Salvini, perciò, ha implicitamente riconosciuto che l’Italia ha violato gli accordi dell’Ue. «Non commenterò direttamente le dichiarazioni del ministro dell’Interno», ma «vogliamo ricordare che i movimenti secondari da uno Stato membro all’altro non sono permessi dal diritto europeo», ha puntualmente ricordato una portavoce della Commissione Ue, Natasha Bertaud, rispondendo a una domanda in particolare sui 268mila migranti irregolari che hanno lasciato l’Italia trasferendosi in altri Paesi dell’Unione.

  • Maullu: In Europa con orgoglio, tenacia e determinazione

    Sardo di origine, milanese di adozione – sotto la Madonnina è nato nel 1962 – Stefano Maullu l’Europa la conosce già, essendo stato eletto per la prima volta al Parlamento europeo nel 2014. Per il secondo mandato, si ricandida con Fratelli d’Italia – presentandosi di nuovo agli elettori della circoscrizione Nord-Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria e Val d’Aosta) per il voto del 26 maggio – promette «orgoglio, tenacia e determinazione».

    Nella vita orgoglio, tenacia e determinazione hanno permesso a Maullu di percorrere la via dell’ascesa sociale, dalla condizione di operaio a quella di rappresentante dei cittadini prima del Comune di Milano, poi della Regione Lombardia e infine dell’Italia (in particolare del Nord-Ovest) al Parlamento europeo. In Europa, afferma, orgoglio, tenacia e determinazione sono il metodo da seguire anzitutto per costruire un’Europa delle nazioni, che sia una confederazione di Stati liberi e sovrani, nella quale l’Italia non sia il burattino di un superstato sovranazionale che poi si riduce di fatto a un’egemonia franco-tedesca che ha imposto una ricetta economica – l’austerità – dalla quale solo la Germania ha ricavato benefici, mentre tutto il resto d’Europa e l’Italia di conseguenza ha patito solo perdita di lavoro e sviluppo (è la tesi con cui tutto il suo partito si propone agli elettori per le elezioni del 26 maggio). Orgoglio, tenacia e determinazione sono ancora gli strumenti con i quali Maullu si prefigge di invertire la rotta dell’Italia in Europa, alleggerendo il peso di fisco e burocrazia, sostenendo l’economia reale e le imprese (anche attraverso un prelievo fiscale tanto più leggero quanto più numerose sono le assunzioni di lavoratori), tutelando anche tramite dazi il made in Italy (e contrastando tutti i ‘tarocchi’), introducendo misure a livello europeo che compensino gli Stati che più hanno patito dall’introduzione dell’euro. Casa e famiglia sono ovviamente al centro dell’attenzione di Maullu e delle proposte che il suo partito si propone di portare nelle sedi europee, e sono il perno su cui si vogliono imperniare misure a garanzia del benessere delle persone, dal welfare state alla protezione di ambiente e confini, dando priorità agli italiani.

    Ispirato dalla frase del grande Italiano Enrico Mattei, secondo il quale «l’ingegno è vedere possibilità dove gli altri non ne vedono», Maullu ricapitola così, nel suo programma, chi è e cosa si propone di fare per gli elettori: «Nel novembre 2018, chiude la lunga esperienza fra le fila di Forza Italia, partito nel quale non si riconosce più, e approda in Fratelli d’Italia, movimento che rispecchia i valori e gli ideali in cui ha sempre creduto e che rappresenta l’immagine di un centrodestra vicino ai sentimenti e ai bisogni degli italiani: difesa del nostro Paese in sede europea, attenzione al mondo imprenditoriale e produttivo, ai problemi dei giovani e dei pensionati, opposizione all’immigrazione selvaggia, lotta alle nuove povertà, esigenza di sicurezza e desiderio di costruire una nuova società più giusta ed equilibrata».

  • In attesa di Giustizia: passatempi costituzionali

    Chi ha la pazienza di seguire questa rubrica ben sa che la Costituzione ed il suo rispetto sono un riferimento costante e quando si parla di qualche intervento sulla Carta Fondamentale dello Stato vengono i brividi freddi: culmine della preoccupazione fu l’ampia riforma a trazione renziana, fortunatamente abortita in sede referendaria.

    Ora, spigolando qua e là tra i disegni di legge in gestazione, emerge dai lavori parlamentari una proposta di modifica dell’articolo 111, quello – per intendersi meglio – che regolamenta il cosiddetto “giusto processo”: ed è già un po’ inquietante che si sia sentito il bisogno di enunciare come principio cardine dell’ordinamento quell’equità che del giudizio dovrebbe essere una componente ovvia e naturale. Quando tale intervento fu fatto a fine millennio, peraltro, c’erano delle ragioni sulle quali non è necessario oggi dilungarsi, il legislatore fece un saggio copia e incolla dell’art. 6 della CEDU e nessuno ha avuto sino ad ora da lamentarsi.

    Il 4 aprile, di iniziativa dei Senatori Patuanelli e Romeo, è stato comunicato alla Presidenza della Camera Alta una proposta di integrazione dell’art. 111 composta da due soli commi, eccoli:

    Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. L’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti e il diritto inviolabile della difesa. In casi tassativamente previsti dalla legge è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale.

    L’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà autonomia e indipendenza.

    Tutto scontato, penserà il cittadino privo di specifiche competenze tecniche, e avrebbe assolutamente ragione. Rimarrebbe forse un po’ sorpreso dalla riserva di legge sulla autodifesa ma anche ciò è già previsto in limitati casi come, per esempio, nei ricorsi al Giudice di Pace contro le contravvenzioni al codice della strada.

    Insomma, principi noti anche nelle discussioni da bar sport. Scrivono i Senatori proponenti che l’intenzione è quella di rendere espressi principi già impliciti nella Costituzione (l’allusione è all’art. 24, chiarissimo tra l’altro) ed enunciati chiaramente nell’Ordinamento della Professione Forense (art. 1 l. 31/12/2012 n. 247), ma anche in una Risoluzione del Parlamento Europeo (Atto P6_TA(2006)0108).

    E, allora, dov’è la novità, dove l’utilità? Mistero. Sembrerebbe di essere al cospetto di un innocua interpolazione e altro non sovviene per giustificare questa iniziativa di legge costituzionale che – tuttavia – comporterà laboriosi passaggi in Commissione e Aula: tempo che, forse, sarebbe meglio impiegare altrimenti, magari per dar seguito alle indicazioni del Capo dello Stato sulla necessità di colmare rapidamente lacune evidenti nella recente modifica della legittima difesa.

    In attesa di Giustizia, di leggi più comprensibili e utili, accontentiamoci di passatempi costituzionali.

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