Italia

  • Aiutiamoli – Aiutiamoci

    “Aiutiamoli a casa loro”, “aiutiamoli a casa nostra”.  Tra i proclami degli uni e degli altri politici e maestri di pensieri, di fatto, i disperati non sono stati aiutati da  nessuno. In compenso si sono arricchiti gli scafisti, gli aguzzini dei campi profughi, i governi liberticidi, le associazioni criminali ed i terroristi, molti detentori di centri di accoglienza e agricoltori ed imprenditori senza scrupoli che da anni, con il lavoro nero, truffano la gente e lo Stato. E’ dei giorni scorsi la notizia dell’arresto di sei persone che gestivano almeno 500 migranti con un’organizzazione di caporalato, complici un sindacalista ed un ispettore del lavoro. La copertura dell’organizzazione criminale era una cooperativa di Sezze. Sono di questi giorni le notizia di nuovi tragici naufragi.

    Chissà se il ministro dell’Interno, mentre blocca i porti e non fa una piega di fronte alla morte, annunciata ed avvenuta, di tante povere persone e bambini, o il ministro dello Sviluppo economico o il Presidente del Consiglio hanno pensato di promuovere le necessarie iniziative non solo per una grande mobilitazione dell’ispettorato del lavoro che possa mappare e colpire chi sfrutta e tratta come schiave le persone ma anche per verificare che all’interno dell’ispettorato del lavoro non si annidino connivenze. Inoltre bisogna ripulire, con polizia e carabinieri, quelle vaste sacche di delinquenza italiana e straniera che tengono in ostaggio le persone normali, siano esse italiane o straniere, e che si dedicano, seminando la paura, alle più svariate attività criminali.

    Chissà se qualcuno sta veramente organizzando aiuti per costruire, nelle zone più povere dell’Africa, pozzi e desalinatori o se anche questo è lasciato all’azione cinese che dell’Africa si è in gran parte appropriata. Chissà se qualcuno ha pensato ad emanare una legge che stabilisca che chi arriva in Italia è obbligato, comunque, ad imparare subito la lingua e la Costituzione e deve avere, nel frattempo, un minimo di lavoro socialmente utile, nel territorio dove è stato mandato, così da non essere in alcuni casi spinti a delinquere o comunque a diventare accattoni o nullafacenti. Chissà se qualcuno, al governo o all’opposizione, oltre a lanciare cinguettii di dubbio gusto ed intelligenza, ha pensato a disegni di legge, a proposte di legge, a ragionamenti compiuti. Chissà se qualcuno ha capito che per ottenere qualcosa dall’Europa il sistema non è insultare e minacciare ma presentare progetti realizzabili e, avendo ben chiari i dossier che il Consiglio deve approvare, utilizzare il proprio voto contro quegli Stati che non rispettano gli impegni che prevedono quote di immigrati per ogni Paese membro dell’Unione europea. Ogni Stato ha interessi da difendere, noi da troppi anni non difendiamo i nostri e non conosciamo quelli degli altri e così non possiamo aprire nessuna trattativa per raggiungere quei necessari compromessi che vedano rispettate le nostre esigenze.

    La politica non è improvvisazione o battute ad effetto ma conoscenza del passato, studio del presente e visione del futuro. I voti servono per andare al governo ma per governare, per saper governare non basta il consenso della piazza che, come sa bene non solo Renzi, è oltremodo mutevole.

  • Riso nell’Unione Europea: finalmente i dazi

    L’economia reale molto spesso supera quella teorica ed accademica attraverso le sue molteplici applicazioni, anche perché la prima valuta gli effetti e la realtà oggettiva mentre  la seconda spesso  non li conosce arrivando persino a negarli.

    Da anni considero “l’ideologia economica” con i propri dogmi applicati al libero mercato come un’utopia indicatrice non solo di una scelta strategica ma anche del distacco con le realtà oggettive di un mercato complesso. Un mix di schemi politico economici rigidi che non tengono in nessun conto, per esempio, dei diversi quadri normativi delle diverse espressioni statali che operano nel libero mercato in materia di sicurezza per i lavoratori e dei processi di produzione fino al prodotto finito, per esempio per le norme  igienico sanitarie come espressione dello sviluppo dei paesi.

    Per anni, anzi per troppi anni, abbiamo assistito allo scempio delle strutture industriali italiane quasi azzerate dalla invasione  di prodotti a basso costo, espressione di civiltà e complessi normativi incompatibili con il nostro livello di sviluppo e di considerazione per il consumatore finale ed il prodotto stesso.

    Finalmente la scelta dell’Unione Europea di introdurre i dazi sul riso proveniente dalla Cambogia e dal  Myanmar sembra  offrire l’espressione di una valutazione reale del  diverso complesso normativo alla base del settore agroalimentare italiano ed europeo nei confronti di quelli dei paesi dell’estremo oriente.

    L’importazione di riso tax free ha portato il valore della tonnellata del prezioso alimento di cui l’Italia detiene il primato mondiale della qualità da 700 a 300 euro alla tonnellata. Una riduzione che ha di fatto (considerati i costi incomprimibili delle filiera italiana) estromesso dal mercato molti  produttori italiani. Sopratutto però tale riduzione  di oltre il 60%del costo del riso/tonnellata non ha prodotto alcun vantaggio per i consumatori sia italiani che europei.

    Questa mancata traduzione sul prezzo finale a causa della “maggiore concorrenza” della riduzione del costo per tonnellata annienta la teoria economica tanto cara ai vari Alesina e Giavazzi i quali indicano nel semplice aumento della produttività la risposta alla invasione tax free di prodotti a basso costo. In più, come principio, ogni schema o teoria economica devono trovare una specifica caratteristica per ogni mercato di riferimento (saturo/maturo/in via di sviluppo etc.), per cui la semplice declinazione di qualsiasi principio economico privo di aggiornamento  in tempo reale e senza una specifica taratura per il mercato di riferimento risulta possedere il valore di una recita scolastica. Dimenticando, poi, come un prodotto attualmente  rappresenti la sintesi culturale di un sistema economico e normativo in un determinato momento storico.

    Quindi a fronte di un “vantaggio normativo ed economico” che i paesi in via di sviluppo ( soprattutto a scapito  di tutela del lavoro e sanitaria) offrono,  risulta impossibile attraverso il solo parametro dell’aumento della produttività rispondere a prodotti sintesi di “lacune normative inaccettabili nella nostra cultura contemporanea”.

    In una parola, si passa in questo modo dal prodotto  espressione di una filiera complessa ed articolata (per esempio il Made in Italy) ad un prodotto espressione della applicazione del principio speculativo di origine finanziaria applicato al mondo della produzione.

    In questo senso e contesto  l’introduzione dei dazi sul riso delle due nazioni  destituisce di ogni fondamento reale, finalmente e definitivamente, l’illusione che il libero mercato senza un adeguamento normativo comune  di base per tutti gli attori  possa trovare una applicazione ed un via di sviluppo propria.

    Il mercato libero e basato sulla concorrenza non può che scaturire da una precedente condivisione di normative base di tutela del diritto dei lavoratori e di condizioni igienico sanitarie valide fino al prodotto finale: SOLO da questa condivisione si possono creare le basi per un mercato concorrenziale che spinga le aziende ad aumentare la competitività e la produttività. Tutto il resto riamane un semplice concetto  speculativo di derivazione finanziaria applicato al mondo dell’industria e dell’agro-alimentare.

    Una Unione Europea peraltro,  va ricordato, piuttosto ondivaga che ha molto criticato i dazi della amministrazione statunitense di Trump sull’alluminio cinese dimenticandosi di averli applicati mesi prima.

    Si spera ora che una linea coerente venga intrapresa e seguita finalmente a tutela delle attività  produttive del settore agroalimentare ed industriale le quali devono venire poste nelle condizioni di competere  ad armi pari con i concorrenti internazionali (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/10/libero-scambio-quale-modello/).

    Certamente l’utilizzo dei dazi rappresenta un passaggio di un percorso molto più completo ed articolato che dovrebbe portare i diversi sistemi economici espressione degli Stati sovrani  come anticipato alla condivisione di un quadro normativo di base dal quale poi  tutti gli attori del mercato globale possano esprimere le proprie peculiarità e porre le basi per un mercato concorrenziale e competitivo. Anche in questo senso l’amministrazione statunitense dimostra la propria centralità e visione nella gestione delle diverse problematiche concedendo nell’accordo con il Canada il tax free per quei prodotti del settore automotive espressione al 75% di realtà industriali con una remunerazione minima di 14 dollari all’ora per le maestranze (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/08/the-one-and-only-way-to-development/).

    Per fortuna dopo molti tentennamenti  e cambi di direzione improvvisi la Ue comprende la necessità di rendere proprie le esigenze di un mercato come quello della risicoltura italiana che rappresenta il 50% della produzione europea  e detiene il primato in qualità come la migliore a livello mondiale.

    L’introduzione di dazi (si daranno pace i grandi economisti italiani) non significa un tradimento del libero mercato concorrenziale ma semplicemente la presa di coscienza del fatto che le differenze normative si traducono  in termini di costi rendendo impossibile la creazione di un mercato libero senza l’imposizione di dazi che permettano salvaguardia dalle produzione stessa.

    Certamente  i dazi rappresentano un passaggio di un percorso più ampio ed articolato che la nomenklatura economica vorrebbe risolvere attraverso il solo parametro dell’aumento della produttività e quindi della concorrenza sbilanciata e speculativa: cioè speculatrice di fattori economici impropri come il basso costo della manodopera, espressione non solo del livello economico ma soprattutto della lacunosa normativa applicata al mondo del lavoro.

    Mai come in questo caso la via più semplice risulta anche quella peggiore e comunque sbagliata.

  • Ritratti di coraggio. Un libro per ricordare i magistrati italiani ammazzati

    Mercoledì 23 gennaio sarà presentato presso la sala convegni della Fondazione di AN il libro Ritratti del coraggio. L’opera ricorda i 27 magistrati italiani che, dal 1969 ad oggi, sono stati assassinati ed è stata scritta da magistrati che, nel ricordo dei loro valorosi colleghi, hanno voluto rammentarne profili personali e professionali.

  • L’Italia in crisi nel mercato delle automobili

    Il mercato automobilistico sta vivendo sicuramente un periodo molto complesso ed articolato. Con le grandi città che sembrano sempre più ostili verso le auto diesel e benzina, i consumatori si sentono sempre più frastornati in un mercato che ultimamente offre tantissime alternative ma non sempre di livello. Tutto questo si ripercuote ovviamente sulle vendite finali del settore.

    Il 2018 del mercato automobilistico si è concluso con un sostanziale pareggio in Europa, con l’Italia che si caratterizza per una battuta d’arresto più marcata che altrove.

    L’Acea, l’associazione dei costruttori a livello continentale, ha diffuso il bilancio dello scorso anno chiudendo la rilevazione con dicembre. Le immatricolazioni di auto nell’Europa dei 28 più Paesi Efta (Svizzera, Islanda e Norvegia) sono stabili nel 2018 rispetto all’anno precedente: 15.624.486, lo 0,04% in meno del 2017. L’anno si chiude però con un nuovo dato negativo: a dicembre sono state vendute 1.038.984 vetture, l’8,7% in meno dello stesso mese dell’anno precedente.

    In questo contesto, Fiat Chrysler ha immatricolato 1.021.311 auto nel 2018 nell’area, facendo peggio del mercato con un calo del 2,3% sul 2017. La quota è pari al 6,5% a fronte del 6,7%. Tra i brand del gruppo registra un balzo del 55,6% Jeep (168.674 unità vendute). A dicembre la tenuta è stata invece migliore: le auto vendute da Fca sono 60.926, con una flessione del 2,5% e la quota è pari al 5,9% (era 5,5%).

    Ai risultati deludenti dell’Italia si somma il calo di Germania (-0,2%) e Regno Unito (-6,8%) che si contrappone alla crescita di Francia (+3,0%) e Spagna (+7,0%). A sostenere il mercato ed ad evitare un calo ancora più consistente ci sono poi i buoni risultati Romania (+23,1%), Ungheria (+17,5%) e Polonia (+9,4%). Il sesto mercato continentale, il Belgio, segna invece un +0,6%.

    Al primo posto troviamo Volkswagen Group con un +0,4% che deriva dal +2,7% del marchio capofila Volkswagen, dal +3,4% di Skoda, dal +12,8% di Seat e dal -12,4% di Audi. Secondo e in forte crescita è il gruppo PSA che mette a segno un poderoso +32,5%; il merito è del +156,2% di Opel, mentre Peugeot e Citroen si attestano entrambi su un più fisiologico +5,0%. Terzo e in leggero miglioramento è il Gruppo Renault (+0,8%) che contrappone il +11,7% di Dacia al meno entusiasmante -3,9% del marchio Renault classico.

    A riflettere su questi dati sono gli esperti del Centro Studi Promotor, per i quali il bilancio 2018 del mercato auto dell’area Unione Europea e paesi dell’Efta può essere considerato “sostanzialmente positivo”.

    Il presidente Gian Primo Quagliano ha ricordato come ci siano stati fattori che hanno trascinato al ribasso il mercato nel corso dell’anno: “In primo luogo la congiuntura economica, pur rimanendo positiva, è gradualmente peggiorata. In secondo luogo l’introduzione dal primo settembre del nuovo sistema di omologazione Wltp ha fatto si che diverse case avessero problemi di fornitura. In terzo luogo ha pesato sulle vendite la demonizzazione del diesel per motivazioni più ideologiche che di reale tutela dell’ambiente”.

    Il risultato del 2018 – sottolinea il Csp – non è negativo anche perché chiude in crescita la maggior parte dei mercati nazionali e in sostanziale pareggio (-0,8%) il gruppo dei cinque maggiori mercati che valgono il 71,7% delle immatricolazioni dell’area.

    Proprio per il mercato italiano, Promotor sottolinea che il 2018 segna un battuta d’arresto. Al calo maggiore che negli altri Paesi, Gran Bretagna a parte, si somma che le previsioni per il 2019 non sono positive sia per l’andamento dell’economia sia per le misure sull’auto recentemente adottate dal Governo.

    Il sistema di bonus-malus, secondo il Centro Studi Promotor, determinerà un calo delle immatricolazioni.

    Resta da vedere quali incentivi saranno introdotti per il rilancio di tutto il settore.

  • Vivere (e sorridere) da scienziata

    La ricerca deve essere al di sopra di ogni politica. Questo il messaggio di Diana Bracco, presidente della ‘Fondazione Bracco’, in occasione dell’inaugurazione della mostra Una vita da scienziata – I cento volti del progetto #100esperte al Centro Diagnostico Italiano di via Saint Bon a Milano (16 gennaio – 30 giugno 2019). Non è la prima volta che una struttura medica, in Italia, ospita un’esposizione artistica e quella del centro milanese non è una casualità visto che i volti ritratti sono quelli di scienziate, ricercatrici, informatiche, biologhe, ingegnere (questa volta è d’obbligo la ‘e’ per il femminile plurale!) che sottolineano quanto la presenza femminile in settori considerati da sempre ‘per soli uomini’ sia diventata numerosa, propositiva, fondamentale.

    La mostra, ideata e curata da ‘Fondazione Bracco’ a partire dal progetto 100 donne contro gli stereotipi, attraverso gli scatti del celebre fotografo Gerald Bruneau, si incentra sulle STEM (Science, Technology, Enginering and Mathematics) e vuole contribuire al superamento dei pregiudizi nella pratica scientifica che l’immaginario collettivo declina ancora al maschile. Numerose ricerche sulla presenza femminile nell’informazione dimostrano infatti che solo di rado le donne sono interpellate dai media in qualità di esperte, a fornire spiegazioni o teorie sono quasi sempre gli uomini, l’82% secondo i risultati nazionali del ‘Global Media Monitoring Projects 2015’. Per contribuire al raggiungimento delle opportunità, in cui il merito sia l’unico discrimine per carriera e visibilità, nel 2016 è nato il progetto 100 donne contro gli stereotipi da un’idea dell’Osservatorio di Pavia e dall’Associazione Gi.U.Li.A., in collaborazione con Fondazione Bracco e con il supporto della Rappresentanza in Italia della Commissione europea che promuoverà l’iniziativa anche in Europa. I volti delle scienziate, in posa con gli strumenti e nei luoghi del mestiere, sono il mezzo di narrazione più immediato per raccontare al grande pubblico come la ricerca non sia solo studio ma anche bellezza, passione, divertimento.

    Grande l’entusiasmo delle scienziate intervenute che, nel presentarsi al pubblico e nel soffermarsi con il pubblico, per raccontare di se hanno rimarcato, con leggerezza e allegria, la passione per il proprio lavoro e il divertimento dell’esperienza fotografica. Mai pronunciate le parole ‘sacrificio’ o ‘rinuncia’. Un monito questo, per incentivare le giovani ad avvicinarsi agli studi scientifici, concetto ribadito anche dall’Assessore alla trasformazione digitale del Comune di Milano, Roberta Cocco, e da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, che ha ricordato quanto sia importante uscire dai luoghi comuni e cominciare a modificare la società per combattere il ‘gender gap’.

    Oltre all’esposizione ci sono una banca dati on line e due volumi, editi da Egea, con i profili eccellenti di esperte di diversi settori.

    E dopo le scienziate ‘Fondazione Bracco’, in collaborazione con l’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), si è posta un nuovo obiettivo: raccontare le donne nella politica internazionale.

  • Achtung Binational Babies: i bambini non sono tutti uguali

    Riceviamo e pubblichiamo lo scritto della D.ssa Marinella Colombo[1] che da oltre 10 anni si batte per il diritto dei bambini alla bigenitorialità e affinché lo Stato Italiano inizi davvero a difendere i propri figli, soprattutto contro gli abusi del sistema familiare tedesco controllato dallo Jugendamt.

    “All’inizio di maggio del 2009, i miei bambini sono stati prelevati con la forza dalla scuola elementare (https://www.youtube.com/watch?v=l7IXfmQRtoE&t=70s ) che, con accordo scritto del padre tedesco (accordo firmato davanti al vice questore di Milano), stavano frequentando. A mia insaputa, avevano tutti cambiato idea, i miei figli dovevano tornare in Germania. Per ottenerlo, la pressione tedesca su politici e magistrati italiani è stata inaudita. L’ubbidienza totale. L’ufficio dell’allora ministro Franco Frattini rispose alla mia richiesta di giustizia con il commento: “abbiamo troppi interessi commerciali con la Germania, se vogliono questi due ragazzini, diamoglieli”. Da allora la persecuzione alla mia persona, provatamente finalizzata ad ottenere il mio silenzio, non è ancora terminata. Dopo la prigione, la confisca dei miei risparmi, il sequestro di quelli di mia mamma e la condanna a pagare quasi 100.000 euro di risarcimento alla parte tedesca che, forte del sostegno totale del SUO sistema, mi ha impedito di mantenere una relazione con i miei figli, ricevo pochi giorni fa la comunicazione dell’agenzia delle entrate che vi invio. Sto ancora pagando il risarcimento a chi non ha rispettato gli accordi, ma evidentemente non basta: l’agenzia delle entrate mi chiede di pagare la mensa di figli che sono stati impacchettati e spediti in Germania, perché non ho dato la disdetta con il dovuto preavviso!

    Qualcuno potrà chiedersi perché ho aspettato tanti anni, facendo salire gli interessi e i costi reclamati fino a 700,- euro. Non è così. Quando ho ricevuto la prima comunicazione (2013-2014) mi sono rivolta al Comune di Milano, all’origine della richiesta. Mi ha ricevuto il sig. Basilio Rizzo, al tempo Presidente del Consiglio Comunale (Giunta Pisapia), assicurandomi che il problema sarebbe stato risolto poiché si trattava di un’ingiustizia. Lo richiamai due o tre volte per esserne certa, poi in effetti non ricevetti più nulla. Fino alla settimana scorsa. Vi scrivo perché sono certa di non essere l’unica a subire tali soprusi, perché i bambini italiani trattenuti in Germania sono migliaia e perché è ora che, quando si affronta il tema dei bambini, ci si ricordi che i bambini sono tutti uguali, che possono avere diversi colori di pelle e di capelli, provenire da famiglie agiate o modeste, ma hanno tutti il diritto a non subire traumi e a vivere un’infanzia serena. Anche i bambini italiani.

    Vorrei chiedere a quei politici, scrittori e cantanti che sono scesi in piazza affinché i bambini stranieri potessero usufruire della mensa scolastica anche in mancanza della presentazione completa per l’esenzione, perché non una parola per il problema che da anni rappresento in tutte le sedi, quello dei bambini italiani mandati o trattenuti all’estero?  Perché vengono idolatrati i sindaci che dichiarano di non voler rispettare una Legge dello Stato e invece una madre che ha aperto il vaso di Pandora delle relazioni italo-tedesche viene trattata per questo come una criminale?

    Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale motivo i bambini e i genitori italiani hanno meno diritti degli altri; vorrei sapere perché si infrange la legge pur di trasformare in criminale ogni genitore con i figli all’estero e che tenta di battersi, forzatamente da solo, per riportare a casa il suo tesoro più grande.

    Come hanno agito i governi passati, lo sappiamo. Al governo attuale chiedo si metta fine all’autorazzismo e al complesso di inferiorità nei confronti degli altri Stati e della Germania in particolare; chiedo si concluda questa persecuzione pseudo legale contro di me, contro chi ha aperto questo vaso di Pandora: guardateci in quel vaso, troverete un disgustoso commercio di bambini finalizzato a convenienze politiche.

    Sono mesi che chiedo di mostrarvi le evidenze e sottoporvi le soluzioni elaborate insieme ad un gruppo di esperti, ma c’è sempre qualche tema più urgente. Ma i bambini crescono in fretta e in un attimo sono uomini e donne traumatizzati. Per favore non attendiamo oltre.

    I bambini sono tutti uguali. Anche quelli italiani!

    Vi ringrazio per l’attenzione.

    Dott.ssa Marinella Colombo

    [1] Membro della European Press Federation, Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus, Membro dell’Associazione Enfants Otages, Membro dell’Associazione Federiconelcuore Onlus, Membro dell’Associazione Crisalide Onlus.

  • Allarme dell’Onu per le condizioni dei migranti in Libia

    Un rapporto dell’Onu denuncia che i migranti in Libia sono sottoposti a «privazione della libertà e detenzione arbitrarie in centri ufficiali e non ufficiali; tortura, compresa la violenza sessuale; rapimento per riscatto; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali» a dispetto delle ingenti quantità di euro che l’Europa fornisce a governo e milizie locali perché fermino le partenze verso l’Italia. Il dossier, inviato al Consiglio di sicurezza dell’Onu e acquisito dagli investigatori della Corte penale internazionale dell’Aja, sottolinea che «i colpevoli sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali» ed invita il governo di concordia di Tripoli a «raggiungere il controllo di tutti i centri di detenzione presenti in Libia, scongiurando l’influenza o l’interferenza di milizie e gruppi armati»

    «Durante il periodo in esame c’erano oltre 669.000 migranti in Libia, tra cui donne (12% dei migranti identificati) e bambini (9%)», precisa il segretario generale dell’Onu, Guterres, e di questi «3.700 hanno bisogno di protezione internazionale» (meriterebbero cioé di venire trasferiti in Europa).

  • Chi ha ucciso deve tornare in Italia

    Battisti è finalmente stato riconsegnato alla giustizia italiana, speriamo che ora si plachi il clamore perché troppe volte abbiamo visto, nel tempo, che i colpevoli si sono tramutati in vittime ed in estensori di libri, interviste, memorie. Concentriamoci invece sui tanti latitanti ed assassini che sotto il cappello della politica e dei diritti civili sono fino ad ora sfuggiti alla giusta pena per i loro delitti. Sono ancora all’estero troppi rappresentanti di organizzazioni terroriste di estrema sinistra che, non solo negli anni di piombo, hanno insanguinato il nostro Paese spezzando vite innocenti. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera del 14 gennaio Giorgio Pietrostefani, fondatore di Lotta Continua, Sergio Tornaghi, brigatista, Simonetta Giorgieri, brigatista, Narciso Manenti, commando di Guerriglia Proletaria, Enrico Villimburgo, brigatista, Marina Petrella, brigatista, vivono in Francia, Alvaro Lojacono, brigatista è oggi cittadino svizzero, Alessio Casimirri, brigatista, e Manlio Grillo di Potere Operaio vivono in Nicaragua, Oscar Tagliaferri di Prima Linea è in Perù dove sembra essere anche Maurizio Baldasseroni di Prima Linea, Leonardo Bertulazzi, brigatista, è in Argentina. 12 esponenti di primissimo piano di quell’estrema sinistra che per troppo tempo fu coperta da una certa politica ed intellighenzia che tutt’oggi non ha fatto i conti con la propria storia passata e recente ed un solo così detto neofascista, Vittorio Spadavecchia, rifugiatosi a Londra dopo aver assaltato la sede dell’OLP a Roma. Come sempre pesi e misure diverse anche nel valutare la gravità dei reati. Ma il tempo spesso è galantuomo e chi ha ucciso deve tornare in Italia a scontare la giusta pena affinché non solo i morti ma anche l’intero Paese possa finalmente tornare a credere nella giustizia.

  • In attesa di Giustizia: prossima fermata Rebibbia

    L’ala del Falcon bianco senza insegne dei servizi segreti si inclinò quasi a fare un inchino mentre l’aereo iniziava la virata verso il litorale laziale dopo un lungo volo dalla Bolivia: Cesare Battisti stava ritornando a casa.

    Ne avevamo trattato alcune settimane fa, formulando l’auspicio che le difficoltà connesse alle ricerche su un territorio molto esteso non estenuassero gli investigatori alla ricerca dell’assassino fuggiasco: i nostri agenti si sono dimostrati ancora una volta all’altezza della situazione con un’indagine tecnica di meticolosa e mirata intercettazione accompagnata da un lavoro tipico da “piedipiatti” battendo palmo la zona dove avevano tracciato la presenza del latitante e mostrandone la foto a negozianti, baristi, passanti.

    Rapidissima è stata la consegna da parte delle Autorità Boliviane, che hanno deluso le aspettative di un nuovo asilo politico, e questa tempistica richiede qualche spiegazione per rispondere a immaginabili domande che i lettori si saranno fatti in proposito.

    Molto semplicemente, la Bolivia  potendo scegliere tra dare corso a una doppia richiesta di estradizione pendente sul capo di Battisti (una, storica, dell’Italia e una più recente legata al mandato di arresto emesso dal Brasile) ha optato per una terza via possibile: l’espulsione come persona non grata dal territorio nazionale dopo averne eseguito la cattura che è avvenuta ad opera di una squadra mista di operanti boliviani dell’Interpol e italiani.

    Come conseguenza, non diversamente da quanto accade quando da noi viene espulso un extracomunitario, Battisti è stato imbarcato sul primo volo diretto al Paese di origine: con la differenza che non si trattava di un semplice cittadino straniero privo del permesso di soggiorno ma di un latitante in stato di arresto e – dunque – consegnato agli agenti incaricati della sua cattura.

    Questa scelta, tra l’altro, oltre che a velocizzare l’iter (diversamente si sarebbe dovuti passare da una procedura di estradizione prima nei confronti del Brasile e poi a quella verso l’Italia con tutte le immaginabili conseguenze sotto il profilo dei ritardi a causa di appelli e ricorsi) ha garantito che la pena che verrà eseguita sarà quella dell’ergastolo. Anche questo profilo va spiegato.

    Invero il Brasile, come molti Paesi di ispirazione giuridica iberica, non conosce nel proprio ordinamento il carcere a vita, dunque l’estradizione avviene solo con il patto che al condannato verrà fatta scontare una pena massima non perpetua: come dire, trent’anni al massimo. Si immagini che proprio per questa ragione la Spagna era diventata negli anni ‘70/’80 il buen retiro di molti catturandi italiani che rischiavano o avevano già avuto irrogato l’ergastolo e si dovette arrivare ad un trattato apposito ad inizio millennio per facilitarne arresto e consegna. Del resto, anche noi, per analoghe ragioni, non estradiamo verso gli Stati Uniti soggetti a rischio di pena capitale se non viene assicurato che soggiaceranno – al più – all’ergastolo.

    Tutto questo in base a norme del diritto internazionale, trattati di cooperazione giudiziaria ed estradizione. Ma l’espulsione è un’altra cosa, è istituto giuridico ben diverso ed ha segnato, infine, il destino di un uomo sfuggito per fin troppo tempo alle sue responsabilità.

    Qualcuno dirà: ma dopo quarant’anni ha ancora senso una sanzione che, per dettato costituzionale, dovrebbe essere con finalità rieducative? Certo che sì, perché la pena assolve anche a scopi diversi, di natura retributiva: diversamente l’illecito penale resterebbe privo di conseguenze per decorso del tempo (e già, in parte, è così per reati meno gravi dell’omicidio).

    Comunque, un po’ di rieducazione non farà male nemmeno a Cesare Battisti, ammesso che riesca: unico tra una cinquantina di latitanti in condizioni analoghe alla sua che aveva il vezzo di farsi beffe della giustizia, delle sue vittime, del nostro Paese, facendosi ritrarre sorridente a brindare alla libertà e alla fortuna che ne accompagnava la fuga ogni volta che segnava una nuova tappa.

    All’aeroporto di Ciampino gli sarà stato consegnato un ordine di esecuzione con la dicitura “fine pena: mai” e da lì sarà stato condotto, come vuole la legge, nel carcere più vicino: quindi Rebibbia. E tutto questo, probabilmente, gli avrà spento il sorriso. L’attesa di Giustizia è durata quasi otto lustri ma, alla fine, è stata soddisfatta.

  • Pitti Uomo gennaio 2019: la rivincita dell’uomo sempre più in solitaria

    L’ultima edizione della fiera internazionale dell’abbigliamento maschile tenutasi a Firenze nel gennaio 2019 ha dimostrato come il settore tessile abbigliamento, considerato a lungo come un settore in declino (old economy), rappresenti ancora un punto di forza dell’industria italiana.

    Il trend di crescita per l’anno 2018 risulta infatti superiore con un +1,5% all’andamento dell’economia italiana nel suo complesso come dimostrano gli ultimi indicatori economici italiani. In più, la quota export indicata con un notevole +3,9% è quasi quattro volte superiore all’andamento della crescita del PIL e comunque fortemente superiore all’andamento generale dell’export italiano.

    Recentemente poi è stata pubblicata una ricerca che ha dimostrato come oltre il 70% delle giacche e dei pantaloni di fascia medio-alta che vengono commercializzati in ogni parte del mondo attraverso tutti i canali commerciali abbinati ai più diversi brand risultino comunque e sempre prodotti in Italia. Un implicito riconoscimento alla qualità della intera filiera italiana, espressione culturale del Made in Italy.

    A fronte di queste positive ed incoraggianti rilevazioni statistiche purtroppo si devono registrare altre che invece indurrebbero ad una maggiore attenzione anche da parte della politica e dei diversi governi  alla guida del nostro Paese nell’arco degli ultimi anni.

    Il dettaglio indipendente italiano continua a perdere importanza nell’economia commerciale a causa delle politiche aggressive dell’e-commerce ma anche a causa delle miopi politiche di sindaci privi di ogni competenza di base che chiudono i centri storici ad auto, anche con tecnologie all’avanguardia, sull’onda di una emotività infantile. Una difficoltà del dettaglio indipendente confermata da un calo delle presenze dei buyer italiani vicino all’8%.

    I dati, poi, ancora parziali e relativi all’andamento della campagna vendite autunno-inverno 2018-19 sembrano confermare una flessione delle vendite attorno al 30% (!) per quanto riguarda le piccole e medie superfici degli operatori del centro storico delle città. In questo contesto la pessima riforma fiscale con l’introduzione della fatturazione elettronica voluta da Tremonti non fa che aggravare una situazione già difficile.

    Tuttavia un dato risulta molto più allarmante che, in parte mitiga quello positivo del 70% della produzione  italiana di “alto di gamma” per pantaloni e giacche. A fronte infatti di un aumento del fatturato globale del settore uomo, il valore della produzione italiana è diminuito del -2,8%. Questo dato evidenzia come il settore produttivo ancora non abbia invertito quel nefasto andamento relativo alle delocalizzazioni produttive addirittura incentivate dal governo Prodi. Un dato tendenziale molto preoccupante ed  assolutamente ignorato  da ogni media del settore e generalista.

    Una strategia alla quale l’amministrazione Trump ha posto rimedio abbassando le tasse per le imprese statunitensi  ed introducendo nell’ultimo accordo con il Canada il tax free, cioè l’esenzione di dazi per quei prodotti che risultino al 75% espressione di know-how industriali con un salario base di 14 dollari. In questo rispondendo ad una forte tendenza del mercato della distribuzione la quale, per azzerare i costi di magazzino, tende ad acquistare sempre minori quantità ma molto più frequentemente. Il che ovviamente determina delle problematiche logistiche la cui gestione risulta difficile per le aziende che producono i paesi lontani dai mercati di sbocco.

    Viceversa l’Italia, in pieno declino culturale di cui quello economico rappresenta una semplice declinazione, invece di attuare una politica di fiscalità di vantaggio finalizzata a favorire il reshoring produttivo (termine sconosciuto alla nomenklatura economica ora al governo) come massima espressione della propria incompetenza elabora e partorisce una fiscalità di vantaggio per i pensionati che dovrebbero in questo modo rientrare dai paesi a bassa fiscalità  e successivamente ripopolare il  Sud Italia.

    Risulta molto difficile definire ed esprimere un giudizio relativo a questa imbarazzante miopia strategico- economica, assolutamente inappropriata per un paese in cerca una via di sviluppo complessivo.

    Si passa in questo modo dalla fiscalità di vantaggio del “reshoring produttivo” a quelle innovative ed uniche del mondo finalizzata al “reshoring pensionistico“. Dimenticando, una volta di più, come il sistema industriale, nello specifico il tessile-abbigliamento  assieme a quello metalmeccanico, rappresentino i primi due settori in termini di occupazione, esportazione e saldo positivo della bilancia dei pagamenti. Una mancata attenzione che, va ricordato, non risulta attribuibile solo al pessimo governo in carica ma anche ai governi precedenti. Basti ricordare alla disgraziata gestione della crisi finanziaria Cantarelli che ha portato una storica azienda da 12 milioni gestita da un commissario incompetente nominato dal governo Renzi all’azzeramento del fatturato con la complice ed assoluta latitanza della regione Toscana.

    Il settore uomo, tornando così alla più importante rassegna fieristica del settore, continua a progredire attingendo solo ed esclusivamente alle proprie professionalità e risorse finanziarie avendo ancora una volta come primo nemico nella competizione del mercato globale il governo in carica, spesso “coadiuvato” anche da enti locali nel complesso esercizio delle proprie incompetenze.

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