Italia

  • Launch of new EP website: What Europe does for me

    Dear colleagues,

    Citizens often ask themselves ‘What does Europe do for me’? Today, I launched a ground-breaking, new multi-lingual, interactive website to help us all to answer that question. It offers hundreds of easy-to-read, one-page notes, giving examples of the positive difference that the EU makes to people’s lives. Each user can easily find specific information about what Europe does for their region, their profession or their favourite pastime.

    The notes are available to read, share or reuse. They exist both as online pages and as PDF files.

    You can access the new website – called what-europe-does-for-me.eu – on your computer or mobile device at any time, inside or outside the EP’s premises.

    ‘In my region’ – 1400 notes on EU regions and cities

    How is Europe present in our towns, cities and regions? How has the EU provided support in any particular area? This section of the website covers over 1400 towns, cities and regions throughout all parts of the European Union.

    Each note provides a brief snapshot of some of the many EU projects and actions in places where people live, work or spend their free time. Users can select an area on an interactive map and look at what Europe does in that specific locality. And there are useful links to further sources of information.

    ‘In my life’ – 400 notes on citizens and social groups

    How does Europe affect citizens’ everyday lives? How does it impact our jobs, our families, our healthcare, our hobbies, our travel, our security, our consumer choices and our social rights?

    This section of the website provides practical examples of the role which the EU plays in different areas of citizens’ lives. There are useful links to further sources of information and you can also listen to a series of podcasts in a growing number of languages on these themes.

    EU policies ‘In focus’

    A third section of the website will present a series of 24 longer briefing papers exploring some of the EU policy achievements in the current parliamentary term and the outlook for the future, with a specific focus on public opinion and citizens’ concerns and expectations of EU action. Altogether, the ‘What Europe does for me’ website looks at the EU from the perspective of the individual citizen. It is designed to help him or her find out more about things which may be interesting or important about the EU in one’s daily life.

    This website came into being thanks to the hard work of several European Parliament teams and I am particularly grateful to the outstanding effort of our colleagues in the following DGs:

    EPRS, Translation and Communication.

    What Europe does for me is a living project that will be updated regularly and I am confident that it will be an important tool in helping to bring Europe closer to its citizens.

    With kind regards,

    Antonio Tajani

    President of the European Parliament

  • Gli italiani si fidano più di 12 stelle che di 5

    Gli italiani tendono a fidarsi di più delle 12 stelle (quante sono quelle sulla bandiera dell‘Unione europea) che dei 5 stelle al governo del loro Paese: è quanto emerge dai primi risultati di un sondaggio Eurobarometro sull’opinione pubblica europea a livello locale, condotto fra ottobre e novembre su un campione di quasi 62 mila persone in Europa. Nella gran parte delle regioni italiane, oltre un cittadino su due (50-65%) dichiara di credere nell’Unione europea, mentre solo una fetta tra il 35 e il 50% tende a fidarsi del governo nazionale. Fanno eccezione la Campania e il Molise, dove la fiducia nel governo nazionale supera quella nell’Ue.

    La Regione più scettica nei confronti dell’amministrazione nazionale è l’Emilia-Romagna, dove a fidarsi è meno del 35% degli intervistati. Nelle Province autonome di Trento e Bolzano più del 65% dei cittadini crede nell’operato dell’Ue, il dato più alto a livello italiano. La fotografia sulla Penisola riflette una tendenza generale: il 59% degli europei intervistati tende a fidarsi dell’Unione, mentre solo il 42% crede nel proprio governo nazionale. Tra le regioni più scettiche nei confronti del governo ci sono anche quelle spagnole, quelle francesi, greche, romene e bulgare.

  • Di Maio verso l’espulsione (dall’albo dei giornalisti)

    Luigi Di Maio potrebbe incorrere in un’espulsione. Non dal governo (lì rischia di più il suo collega pentastellato Danilo Toninelli) né dal Paese (quando Matteo Salvini si dice favorevole all’alta velocità non allude a quella di un ordine di via al collega vicepremier), ma dall’albo dei giornalisti a cui risulta iscritto. «In relazione alle affermazioni del vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine della Campania, rilasciate in seguito all’assoluzione del sindaco Di Roma, Virginia Raggi, l’Ordine della Campania seguirà le procedure previste dalla normativa vigente», ha fatto sapere Ottavio Lucarelli, presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti, precisando che «dopo le numerose segnalazioni giunte gli atti saranno trasmessi al Consiglio disciplina regionale, così come previsto dalle norme». Anche il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, ha lasciato intendere che Di Maio sarà sottoposto a procedimento disciplinare, onde valutarne la compatibilità con la professione giornalistica (Di Maio è iscritto all’elenco dei pubblicisti): «Parole senza precedenti nella storia della Repubblica nei confronti della libera stampa. Siamo convinti che chi si esprime così sia incompatibile col ruolo di ministro. Di Maio non fa retromarcia, noi non ci fermeremo, mentre stiamo ancora aspettando che per un minimo di coerenza lasci spontaneamente un sodalizio dove è in compagnia di quelli che definisce ‘infimi sciacalli’».

    Nell’ambito della procedura, avviata dal presidente dell’Ordine campano Ottavio Lucarelli dopo le dichiarazioni su stampa e giornalisti, l’esponente pentastellato potrebbe essere convocato per esercitare il proprio diritto di difesa (non è tenuto a presentarsi).

  • La manovra del governo Conte manda anche i vescovi fuori dalla grazia di Dio

    Di fronte alla manovra del sedicente governo del cambiamento, anche la Chiesa italiana rinuncia a porgere l’altra guancia e a praticare il perdono. Alla Conferenza episcopale italiana non basta evidente la professione di fede in Padre Pio che il premier Giuseppe Conte ha fatto a favore di telecamere qualche mese fa e, tramite il suo presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha ammonito:  “Se si sbagliano i conti non c’è una banca di riserva che ci salverà. “I danni contribuiscono a far defluire i nostri capitali verso altri Paesi e colpiscono ancora una volta e soprattutto le famiglie, i piccoli risparmiatori e chi fa impresa”.

    I vescovi non hanno risparmiato poi un monito sul tema migranti: «Stiamo attenti a non soffiare sul fuoco delle divisioni e delle paure collettive – ha sottolineato Bassetti – che trovano nel migrante il capro espiatorio e nella chiusura un’improbabile quanto ingiusta scorciatoia. La risposta a quanto stiamo vivendo – ha continuato il presidente della Cei – passa dalla promozione della dignità di ogni persona, dal rispetto delle leggi esistenti, da un indispensabile recupero degli spazi della solidarietà. Stiamo attenti, dicevo: se l’Italia rinnega la sua storia e soprattutto i suoi valori civili e democratici non c’è un’Italia di riserva».

  • In attesa di Giustizia: il manifesto elettorale

    Torniamo a parlare della prescrizione: l’argomento ha tenuto banco per tutta la settimana perché la sua proposta di modifica ha condotto se non sull’orlo di una crisi di governo (ma quasi) su quella di una crisi di nervi tra componenti della maggioranza governativa (anzi oltre); poi, come politica vuole, si è raggiunto un compromesso. Si farà ma più avanti insieme a una riforma complessiva del processo penale. Quindi, forse.

    Così come pensata, sospensione definitiva dopo la sentenza di primo grado, disegnerà un sistema del processo che manterrà una persona, per un tempo assolutamente indefinito, nella qualità di imputato, anche se assolto ma la sentenza appellata dal Pubblico Ministero. Con buona pace della tutela delle parti offese dalla commissione dei reati, che attenderanno giustizia molto a lungo.

    La riforma si rivelerà, comunque, tardiva, inefficace ed irrealizzabile.

    Sarà tardiva perché applicabile solo anni dopo la sua approvazione: potrà, infatti, riguardare solo i reati commessi dopo la sua entrata in vigore e, quindi, considerando tempi di scoperta, avvio delle indagini, rinvio a giudizio celebrazione e termine del processo di primo grado.

    Inefficace perché i dati statistici provenienti dal Ministero della Giustizia segnalano che, in percentuale preponderante il termine di prescrizione matura nella fase delle indagini preliminari e riguarda reati di marginale offensività: difficile pensare che impatti su un reato di corruzione, visto che la norma sembra essere stata suggerita proprio dalla volontà di contrastare fermamente questo fenomeno,  perché già oggi servono diciotto anni. E uno Stato, un sistema, che si teme non riescano a garantire la fine di un processo in un simile lasso di tempo segnalano altro genere di problemi  strutturali cui converrebbe prestare subito maggiore attenzione.

    Irrealizzabile perché in contrasto con il parametro Costituzionale del giusto processo e della sua ragionevole durata mentre l’allungamento dei tempi prescrizionali rappresenta il presupposto di una denegata giustizia che consentirà alle Corti d’Appello ed alla Corte di Cassazione di dilatare a discrezionalmente i tempi di celebrazione ricorrendo ad una sorta di eugenetica giudiziaria con priorità offerta a taluni casi piuttosto che ad altri. Il processo, per garantire la parità dei cittadini davanti alla legge deve avere irrinunciabilmente tempi circoscritti che non possono essere lasciati ad una determinazione casuale o alla diversa organizzazione degli Uffici Giudiziari sul territorio.

    Il Guardasigilli, peraltro, ha anticipato importanti interventi mirati alla assunzione di personale nel comparto giustizia che consentirà migliorie di funzionamento della macchina della giustizia che se vi fosse – magari! – non richiederebbe alcun intervento sulla prescrizione: in ogni caso si tratta di un mero annuncio perché la generica previsione di spesa non è supportata da una adeguata analisi delle necessità del settore, posto prima di qualsiasi intervento strutturale è necessario studiare i motivi della inefficienza come diversificati per specifici ambiti operativi e territorio. Di qualcosa di simile non vi è traccia.

    Lo stesso principio della certezza della pena, così caro alle forze di Governo alla perenne ricerca di consenso, è nella realtà tradito perché paradossalmente la pena non sarà più certa: a prescindere dalle aspettative delle vittime, un imputato non saprà più quando verrà definitivamente assolto o condannato. Se condannato, certamente ci sarà una pena: ma una pena tardiva può considerarsi come giusta e certa e diventare un efficace strumento dissuasivo? Quello della modifica della prescrizione non è un intervento mirato e pensato nell’interesse del Paese e della Giustizia (questa volta con la G maiuscola) ma solo l’ennesimo manifesto di una politica in perenne campagna elettorale.

     

  • Il settore auto si interroga sul proprio futuro elettrico

    Il futuro delle automobili diesel è ormai segnato. Dal 2015, anno in cui è esploso lo scandalo del “dieselgate” negli Stati Uniti, i costruttori hanno dovuto fronteggiare una rivoluzione senza precedenti.

    L’EPA, l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente, aveva infatti riscontrato sui veicoli del gruppo Volkswagen la presenza di un software in grado di aggirare le normative ambientali sulle emissioni di NOx e di inquinamento da gasolio. Grazie a questo dispositivo era così possibile superare agevolmente i test sulle emissioni, mentre nelle normali condizioni di percorrenza stradale le vetture avrebbero superato fino a 40 volte il limite consentito dalla legge. Dopo questo scandalo la corsa al blocco delle auto diesel dal 2020 si è diffusa in tutta Europa. Città come Parigi, infatti, hanno annunciato l’abolizione del diesel proprio dal 2020.

    L’ultimo colpo di grazia alle auto con motori diesel è arrivato poco tempo fa dalla Germania. Il tribunale amministrativo federale di Lipsia, infatti, ha emesso una sentenza con la quale ha vietato la circolazione di questi veicoli nei centri urbani per ridurre il tasso di inquinamento, ma ha lasciato libertà ai vari municipi di applicare questa sentenza in modo graduale.

    Nonostante la progressiva abolizione del diesel, il mercato italiano non sembra aver risentito di questa chiusura legislativa. Nel 2017, infatti, le nuove immatricolazioni di auto diesel nel nostro Paese sono cresciute del 3,8% anche grazie ad una politica di generosi incentivi adottata dai costruttori e da un prezzo del gasolio generalmente più conveniente rispetto alla benzina. Tuttavia, i primi dati di settembre e ottobre 2018 evidenziano un crollo rilevante.

    Nonostante le nuove e più restrittive normative, alcune case come Toyota hanno deciso per una sospensione istantanea della vendita delle vetture diesel in Italia, altri costruttori, come Mercedes, hanno promesso grandi investimenti per lo sviluppo della propulsione elettrica senza abbandonare il motore diesel.

    Questo repentino sviluppo del settore sta mandando in crisi diverse aziende, legate a quelle dell’automotive. Un grosso problema per chi negli anni ha sviluppato il proprio business sullo sviluppo di tecnologie e parti di motori diesel.

    Un prima stima identifica in cinque miliardi il giro d’affari legato ai motori a gasolio, che per il Centro per l’innovazione e la mobilità automotive (Cami) coinvolge il 7% delle aziende componentistiche e oltre 17.000 addetti della filiera. Il numero di aziende in allerta, però, pare di molto superiore, tenendo conto che ben il 30% dei fornitori (650 aziende, su un totale di 2190) prevede danni alla propria competitività dalla diffusione del motore elettrico.

    Tra frizioni e ingranaggi, differenziali e trasmissioni, centraline e sistemi di scarico, anche andando oltre i motori è difficile trovare un settore immune ai cambiamenti, anche perché per tutti inciderà comunque il tema dei pesi, da alleggerire per migliorare l’autonomia.

    Tra le aziende italiane intervistate solo il 19% ha partecipato a progetti di sviluppo di powertrain elettrici o ibridi, poco meno del 70% ha dichiarato di non aver seguito alcuno sviluppo di nuove tecnologie.

    A pesare è certamente l’inerzia di Fca, primo cliente del settore (vale in media il 42% dei ricavi), costruttore che di fatto è ancora all’anno zero nell’avviare un piano strategico nel campo delle motorizzazioni elettrificate.

    “Certo questa situazione pesa. Anche se alcuni progetti come la Renegade ibrida o la 500 elettrica stanno partendo – spiega Giuseppe Barile, presidente dei componentisti Anfia – e quindi possiamo avere un moderato ottimismo. Quel che è certo è che la filiera non può vivere solo di internazionalizzazione. La transizione è un’opportunità ma è troppo rapida, ora la gente è disorientata, molte famiglie rinvieranno gli acquisti e per il 2019-2020 prevedo un mercato in calo. Ad ogni modo, la filiera può recuperare il gap a patto di agire subito: metà del comparto, cioè 80mila addetti, sarà coinvolta in questa rivoluzione”.

  • Formiche o cicale?

    Se lo chiede il Wall Street Italia del 5.11.18 in un articolo di Alessandra Caparello.

    Durante la 94esima Giornata mondiale del Risparmio, di cui Il Patto Sociale ha parlato qualche giorno fa (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/02/italiani-popolo-di-risparmiatori-malgrado-il-futuro-incerto/), un’indagine realizzata dall’Acri, ovvero dall’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio insieme all’Ipsos, ha fatto emergere come la propensione degli italiani al risparmio resta alta, ovvero all’86% come lo scorso anno.

    Ebbene, ora altri dati mostrano il contrario, almeno paragonando la capacità degli italiani di economizzare  con quella dei colleghi europei. Se nel 1995 il 16% del reddito lordo delle famiglie italiane veniva risparmiato, ventidue anni dopo, nel 2017, tale percentuale è crollata al 2,4%. Questi i dati raccolti dall’Ocse e riportati oggi in un articolo de Il Sole 24 Ore.  E’ vero che le condizioni economiche in ventidue anni sono profondamente cambiate, vuoi per l’abbassamento del costo del denaro, la creazione della moneta unica e la crisi economica che ha colpito duramente dieci anni fa, contribuendo tutti insieme a cambiare le abitudini delle famiglie.

    Tuttavia, il confronto con altri paesi è molto deludente: Francia e Germania, che, pur con diversi esiti, hanno avuto le stesse condizioni dell’Italia, sono riuscite nel mantenere tassi di risparmio più o meno sugli stessi livelli, al 10% circa del reddito lordo disponibile.

    In ogni caso la media dei paesi che adottano la moneta unica presenta un valore doppio del tasso di risparmio rispetto all’Italia. L’immagine che spesso si ha della famiglia del nostro bel paese “previdente”, che mette da parte una parte consistente dei guadagni del proprio lavoro, è solo un ricordo. Oggi i campioni del risparmio, le famiglie “formichine”  – almeno tra i paesi Ocse – si trovano oramai in Svizzera, Cina e Svezia.

  • Le piccole e medie imprese italiane contano di crescere, ma meno delle concorrenti europee

    La maggior parte delle piccole e medie imprese italiane che hanno ambizioni internazionali si aspetta di crescere nel prossimo anno, una su tre conta di creare nuovi posti di lavoro e il 46% pensa di aumentare la propria quota di mercato. Sono i risultati contenuti nelle ‘Prospettive di crescita per le pmi 2018-19’ (Sme growth outlook) pubblicate dallo Entreprise Europe network (Een), la rete creata dalla Commissione europea 10 anni fa che oggi riunisce circa 600 organizzazioni a supporto dell’imprenditorialità in oltre 60 Paesi.

    I dati di Een si basano su un sondaggio condotto fra le pmi europee. Il 63% di queste si attende una crescita degli affari nei prossimi 12 mesi, un dato in leggero calo rispetto allo scorso anno, quando gli imprenditori ottimisti erano il 65%. Cresce invece dal 32% al 33% il tasso di chi crede di riuscire a creare nuovi posti di lavoro, mentre resta invariata al 54% la fetta di chi si aspetta di espandere la propria fetta di mercato.

    In Italia i dati sono sotto la media Ue in tutte e tre le categorie: il 55% si attende una crescita degli affari, il 29% pensa di creare nuovo lavoro e il 46% crede in un aumento della quota di mercato.

    Nel 2017 il network europeo ha permesso a 2.177 pmi italiane di ricevere servizi di consulenza, a 13.374 di partecipare a sessioni informative o di formazione, e a 409 di beneficiare di pacchetti di supporto all’impresa.

  • Dall’Europa fondi per quasi 2 milioni per mettere in sicurezza il territorio in Italia

    Quasi 2 milioni di euro per adattare il territorio ai cambiamenti climatici e prevenire i danni provocati dalle alluvioni. Sono i soldi stanziati dall’Ue attraverso il programma Life per due diversi progetti italiani, che puntano prima di tutto a coinvolgere le comunità locali per ottenere risultati concreti. Si chiama ‘Beaware’ l’iniziativa di cui è capofila il comune di Santorso (Vicenza) alla quale andranno 1,2 milioni di euro su 2,1 di costo complessivo. L’obiettivo è adattare i territori ai cambiamenti climatici migliorando il trattenimento delle acque pluviali nelle aree urbane e rurali, partendo innanzitutto da azioni di informazione e di coinvolgimento dei cittadini, sia di Santorso che del vicino comune di Marano Vicentino. In questo modo saranno portate a termine operazioni di prevenzione che potranno poi essere esportate in altre zone d’Italia e dell’Ue.

    ‘Beaware’ rientra nella lista di 30 progetti italiani finanziati dal programma Life per 73,5 milioni di euro totali, l’ammontare più alto tra tutti i paesi Ue. Fra questi c’è anche ‘SimetoRes’, che vuole adattare il territorio della siciliana Valle del Simeto alle sempre più frequenti precipitazioni estreme. Grazie a 600mila euro stanziati dall’Ue (su 3 milioni totali del progetto), l’iniziativa guidata dal Comune di Paternò si concentrerà sulle sulla costruzione di nuove infrastrutture e sulla modifica delle aree urbane esistenti, incoraggiando la partecipazione delle comunità locali.

  • Rana e Barilla brevettano le proprie paste negli Usa

    Penne, spaghetti, fusilli, ma anche tortellini, agnolotti e ravioli sono patrimonio comune della cucina italiana e non sono quindi esclusivi per alcun produttore dell’industria italiana della pasta. Il loro valore, di conseguenza, non sta tanto nelle forme geometriche quanto nelle ricette: penne all’arrabbiata, trenette al pesto, tortellini in brodo, spaghetti alla chitarra e orecchiette con cime di rapa.

    Alcune grandi aziende come Barilla e Giovanni Rana hanno voluto intraprendere un nuovo percorso per rivalorizzare le forme della pasta, rendendole patrimonio aziendale e hanno chiesto, ottenendola, la protezione internazionale dall’Ufficio brevetti degli Stati Uniti per lo sviluppo di nuovi formati.

    La multinazionale parmense Barilla, leader di mercato nel settore della pasta in America, ha ottenuto l’approvazione per il design esclusivo di sette nuovi formati di pasta creati con una stampante 3D (un nuovo progetto che potrebbe aprire un nuovo percorso nell’approccio al consumo di pasta). La società sta ancora lavorando allo sviluppo di questa idea. I formati brevettati di Barilla sono stati sviluppati da designer italiani e internazionali, come Antonio Gagliardi, che ha lavorato a Barilla fino al 2017 nel reparto di ricerca e sviluppo, e in futuro potrebbero forse essere sviluppati commercialmente attraverso la distribuzione di stampanti 3D.

    Parallelamente Giovanni Rana – il cui fatturato legato alle esportazioni proviene in gran parte dagli Stati Uniti – ha ottenuto la protezione di quattro forme di ravioli. Il fondatore dell’azienda italiana Giovanni è ora il proprietario del design. I nuovi formati spaziano da un’amigdala a una palla da rugby, a una farfalla stilizzata, ecc. Non è la prima volta che Rana mette sotto protezione del design per uno dei suoi prodotti. Nel 2012 e nel 2013 alcune altre forme di ravioli – disegnate da Gian Luca Rana – sono state brevettate e quindi prodotte.

    Viceversa, nessun brevetto negli Stati Uniti per De Cecco, un altro grande nome nel settore della pasta italiana, che è ben noto all’estero. Negli ultimi anni, l’unico modello di design per cui l’azienda ha ottenuto protezione è una bottiglia – disegnata da Saturnino De Cecco – utilizzata per la sua linea di oli extra vergine di oliva.

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