Italia

  • Il combinato recessivo tra iperliquidità e tassazione dei contanti

    Già nel recente  passato erano stati considerati gli effetti di una politica monetaria espansiva, nello specifico il quantitative easing, soprattutto per il risparmio privato (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    La scelta del presidente Mario Draghi di inaugurare un nuovo quantitative easing (senza per altro indicarne il limite temporale) rappresenta sicuramente una decisione strategicamente vincente. Questa,infatti, ottiene il doppio obiettivo di condizionare la presidente subentrante Christine Lagarde ed, al tempo stesso, fornire risorse finanziarie fresche finalizzate al sostegno di una nuova ripresa economica. Questa nuova stagione di iperliquidità, tuttavia, rappresenta un’opportunità non solo per le aziende, le quali riescono a finanziarsi paradossalmente ad un tasso negativo, ma purtroppo anche per gli Stati per i quali si apre la possibilità di finanziare il debito con costi di servizio al debito in forte contrazione.

    In tal senso si ricorda come in Europa, ormai, tutti i titoli del debito sovrano abbiano tassi negativi, ad esclusione dell’Inghilterra, a causa della Brexit, e dell’Italia, sempre per il debito e la spesa pubblica fuori controllo. In questo senso basti ricordare l’esperienza degli ultimi governi,in particolare Renzi e Gentiloni, che non hanno saputo valorizzare, attraverso una riduzione del debito, la diminuzione dei costi del debito, conseguenza del  quasi azzeramento dei tassi di interesse.

    In un periodo caratterizzato perciò da questa nuova iniezione di risorse finanziarie risulterebbe assolutamente opportuno inserire la Golden Rule (la quale obbliga i governi ad accedere a nuovo debito solo per finanziare produttivi ed infrastrutturali), e non come hanno sempre fatto negli ultimi anni al fine semplicemente di finanziare nuova  spesa corrente. Gli effetti collaterali di questa politica monetaria espansiva possono risultare molto simili a quelli di una stagione  economica caratterizzata da un alto tasso di inflazione senza averne tuttavia una decaduta del  valore nominale della moneta: come detto prima la depatrimonializzazione del risparmio ne rappresenta la conseguenza poco gradita ai risparmiatori.

    In questo contesto, quindi, risulta anacronistico, ma soprattutto economicamente controproducente, la proposta di tassare i contanti i quali già perdono valore a causa della politica monetaria espansiva. Tassarli ulteriormente, tuttavia, rappresenterebbe l’atto finale e conclusivo di una strategia finalizzata ad azzerare completamente i consumi già ora in flessione (nell’anno in corso oltre 1 miliardo). Il tutto in nome di una lotta all’evasione fiscale della quale ancora oggi non si comprendono i termini ed i volumi figuriamoci le cause.

    L’idea lanciata da Confindustria di  tassare del 2% i prelievi al bancomat oltre 1.500 euro per combattere l’evasione fiscale rappresenta perfettamente lo scollamento non solo della politica ma anche della cosiddetta classe dirigente dalla realtà economica ed il comune percorso verso un declino culturale di cui quello economico ne rappresenta un aspetto. In questo modo, infatti, verrebbero penalizzati tutti i cittadini onesti che vedono versato il proprio stipendio o pensione sul proprio conto corrente e che pagherebbero una sovrattassa di oltre 1.500 euro di prelievo mentre il nero (Confindustria lo ignora) che certamente  non viene versato sui conti correnti continuerebbe a girare regolarmente (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    In questo contesto storico, nel quale anche gli Istituti di credito presentano forti difficoltà nel reperire marginalità, possono risultare comprensibili, anche se sono intellettualmente disoneste le motivazioni che spingono Confindustria, assieme al mondo degli istituti di credito, nel  proporre la progressiva eliminazione del contante in quanto assieme alle compagnie telefoniche si assicurerebbero delle vere e proprie rendite di posizione .

    Le strategie economiche, tuttavia, dovrebbero dimostrare come obiettivo da conseguire non tanto quello di creare ulteriori vantaggi per uno specifico settore ma, viceversa, avere come traguardo  quello di creare nuovo reddito e PIL, quindi nuovo valore aggiunto. La combinazione, quindi, di una perdita del valore patrimoniali dei risparmi, e conseguentemente delle rendite, unita ad una tassazione dei contanti innescherebbe una spirale recessiva dalla quale sarebbe estremamente difficile uscirne.

    La terribile connessione tra quantitative easing ed una tassazione sul contante si manifesterebbe quindi non come la sommatoria di questi due fattori, il primo indiretto il secondo espressione di una volontà politica, ma fonte di effetti esponenziali in relazione al reddito disponibile e quindi alla capacità di spesa dei consumatori.

    La nostra economia rientrata dopo tre anni al punto di partenza avrebbe bisogno non solo una iniezione di liquidità destinata ad una sostanziale riduzione della pressione fiscale ed al finanziamento delle attività produttive ed infrastrutturali  ma anche di nuove professionalità svincolate da interessi di parte. Al tempo stesso anche di una sana iniezione di libertà che possa trovare la propria espressione attraverso competenze contemporanee.

  • In attesa di Giustizia: decisioni inopportune

    Sta facendo molto discutere la decisione della Corte d’Appello dei Minori di Napoli di autorizzare uno dei responsabili, reo confesso, dell’omicidio di una guardia giurata avvenuto solo pochi mesi fa di trascorrere a casa con i famigliari, invece che in carcere, il giorno del suo diciottesimo compleanno.

    Vero è che si tratta di un soggetto minorenne, almeno all’epoca dei fatti, e il processo minorile contempla possibilità decisionali molto ampie in termini non solo di gestione della libertà personale ma anche delle modalità definitorie del processo, non ultimo in tema di dosimetria delle pene. Il tutto tenendosi conto delle relazioni che esperti dei servizi sociali forniscono all’autorità giudicante che – a sua volta – è integrante nella composizione da professionisti non togati provenienti dal settore della psicologia evolutiva, sociologia e altri affini.

    In questo caso, come sembra sia accaduto, l’autorizzazione sarebbe stata concessa proprio sulla scorta di una positiva valutazione del giovane che – senza averla letta – è da ritenersi fondata su una rivisitazione critica positiva del proprio vissuto da parte dell’autore del fatto, di una elaborazione della condotta criminale posta in essere registrandone l’estremo disvalore.

    E sin qui va bene: se la legge lo consente – e lo consente – e vi sono i presupposti emergenti dalla relazione degli assistenti sociali, la Corte d’Appello ben poteva concedere il permesso, ma avrebbe anche potuto negarlo rilevando, per esempio, la estrema gravità del reato commesso, la prossimità temporale con il fatto, l’inopportunità dell’autorizzazione a un soggetto ancora in una fase di rieducazione iniziale attraverso il trattamento penitenziario.

    Oppure, avrebbe potuto decidere favorevolmente ma ponendo degli obblighi in capo al beneficiato quali per esempio, il divieto di festeggiamenti per così dire “pubblici”, cosa che al giorno d’oggi si può realizzare – così come si è realizzata – mediante l’impiego dei social media.

    Se da un lato è ragionevole pensare che per il giovane omicida sia stato un momento di comprensibile gioia trascorrere un compleanno importante tra gli affetti famigliari e non in carcere e lo stesso sia stato il sentimento provato dai parenti più stretti, questa occasione di giubilo è stridente con il dolore ancora recentissimo dei congiunti della vittima che non avranno più né compleanni, né Festività Natalizie, né altre occasioni per brindare con il proprio, padre, marito, amico.

    Le immagini della festa diffuse senza risparmio su Facebook piuttosto che su Instagram non sono sfuggite, provocando l’indignazione non solo dei famigliari della sventurata guardia giurata uccisa solo a marzo scorso. Tutto ciò assume il sapore di una beffa che la giustizia avrebbe dovuto e potuto impedire: da un lato un assassino conclamato che poco tempo dopo un omicidio brinda, dall’altro le lacrime ancora calde di chi ha perso per mano sua una persona cara.

    Bastava davvero poco e la Giustizia poteva avere il suo corso naturale, concedendo ciò che poteva essere concesso a un giovane che – forse – si sta davvero recuperando e ponendo i presupposti per rispettare la sensibilità delle vittime indirette delle sue azioni. Troppo veloce, questa volta la Giustizia, soprattutto è arrivata con modalità del tutto inopportune ed era questione non tanto di applicazione della legge ma di buonsenso.

  • Paolo Gentiloni Commissario europeo all’Economia nella nuova Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen

    La nuova Commissione europea non è ancora entrata in funzione e c’è già chi si diverte a mostrare i lati negativi ed i limiti della nomina di Gentiloni all’Economia o a enfatizzarla oltre misura, come se l’aver occupato il posto che era del francese Moscovici, il commissario in prima linea negli ultimi tempi per monitorare il deficit italiano, fosse una vittoria postuma contro i fautori dell’austerità europea e della rigidità di bilancio. Alla polemica politica non c’è limite, ma un minimo di serietà dovrebbe evitare interpretazioni forzate di avvenimenti – come la designazione di una nuova Commissione europea – che hanno una loro logica intrinseca e che non si dovrebbero prestare a manipolazioni. La scelta di Gentiloni, nel bailamme di nomi e di improvvisazioni causato dalla nascita di un governo a maggioranza PD/M5s, è stata una decisione propizia ed opportuna. La sua esperienza governativa, ministro degli Esteri e presidente del Consiglio, hanno fatto di lui una personalità equilibrata e rispettosa dei dettami costituzionali. La sua presidenza al Partito democratico, di cui è stato uno dei 45 fondatori, gli hanno permesso di muoversi con una certa abilità fra correnti varie e personalismi smaccati, senza venir meno ad una concezione della politica scevra di radicalismi ed estremismi. La sua candidatura a Commissario è stata dunque il coronamento di questa carriera dai tratti abbastanza positivi. La Von der Leyen ha accolto con accenti favorevoli il nuovo arrivato italiano, che sostituisce la vicepresidente uscente e Alto Rappresentante per la politica estera Federica Mogherini. Viene subito spontanea la domanda se l’Italia trae vantaggi da questa sostituzione. Verrebbe da dire subito di sì. L’incarico della politica estera era prestigioso, ma in assenza di una politica estera europea, il peso politico di chi avrebbe dovuto  gestirla era pressoché nullo. L’economia invece è una realtà quotidiana dalla quale non si può prescindere. Il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri è una delle principali funzioni della Commissione europea, che risponde all’“Ecofin”, il Consiglio competente per l’economia e la finanza. Nessuna decisione può essere presa dal Commissario o dalla Commissione in questo settore. Chi decide è il Consiglio “Ecofin”. Il Commissario esegue e propone. Nessuna eccessiva euforia quindi sull’importanza dell’incarico, che rimane “la collaborazione  in una combinazione intelligente di punti di vista diversi con il vicepresidente Valdis Dombrovskis”, lettone, vicepresidente esecutivo, quindi superiore di grado. Allora Gentiloni dipende da lui. No, Gentiloni collabora in una combinazione intelligente di punti di vista diversi. Dombrovskis infatti è un rigorista del nord Europa ed è facile immaginare che Gentiloni abbia un’opinione diversa sul Patto di stabilità. Era un rapporto di collaborazione anche con Moscovici e nulla è cambiato da questo punto di vista. Ma una valutazione della nomina può essere fatta anche, e soprattutto, tenendo conto delle cinque deleghe attribuite a Gentiloni:

    • Preparazione del semestre europeo sulle tematiche di crescita sostenibile.
    • Messa a fuoco di ulteriori approfondimenti dell’unione economica e monetaria e applicazione del Patto di stabilità e crescita usando l’intera flessibilità prevista dalle regole.
    • Assicurare all’Europa la resistenza a choc derivanti da nuove crisi economiche, tenendo conto che gli alti debiti nel settore pubblico e privato costituiscono un fattore di rischio e che è necessario persuadere i governi a ridurli.
    • Stesura di un progetto per uno schema di assicurazione europea contro la disoccupazione.
    • Coordinamento del lancio del futuro programma europeo di investimenti.

    Sono deleghe importanti, soprattutto le ultime due, che rappresentano innovazione e apertura della nuova Commissione. Sarà un compito difficile per il nuovo Commissario, lo svolgimento del quale rappresenterà il peso politico che l’incarico avrà. Difficile, perché la Commissione affronta i temi dei due ultimi punti per la prima volta; difficile perché Gentiloni, essendo italiano, non potrà agevolmente muoversi tra gli auspici del suo governo in fatto di stabilità e di fiscal compact, sottolineati anche dal presidente della Repubblica, e gli orientamenti del nord Europa, più rigidi e più rigorosi. Certo, conterà molto la politica, la capacità di confronto dialettico e l’abilità nella ricerca del compromesso, tutti talenti che non mancano a Gentiloni, ma potrebbero pesare anche le cognizioni di una preparazione tecnica, che egli non ha, essendo in scienze politiche la sua preparazione accademica. Possiamo affermare in conclusione che tanto il personaggio, quanto le sue attribuzioni rappresentano degnamente il peso che l’Italia, uno dei Paesi fondatori delle Comunità europee, deve avere nel contesto istituzionale europeo.

  • Gli italiani ricchi migliorano la loro posizione, per i poveri situazione invariata

    Cresce il divario tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione. E’ quanto si legge sulle ultime statistiche pubblicate su Eurostat riferite al 2018, da cui emerge che il 10% degli italiani con i redditi più alti può contare su oltre un quarto dei redditi totali (il 25,1%), il livello più alto dal 2008 (quando i redditi dei più ricchi erano il 23,8% del totale). Il 10% con i redditi più bassi ha invece il 2% del totale, percentuale invariata rispetto al 2017, ma inferiore al 2,6% del 2008.

    Per i più benestanti, la crescita dal 2017 al 2018 è stata di 0,7 punti. Per i poveri la percentuale resta invariata rispetto al 2017, ma molto inferiore al 2,6% del 2008. Il 20% della popolazione con i redditi più bassi può contare solo sul 6,6% del reddito complessivo, meno di quello che entra nelle case del 2% con i redditi più alti(8,3% del totale).

    Il divario tra ricchi e poveri è meno ampio in Unione Europea rispetto a quello dell’Italia. La media UE(riferita all’anno 2017), infatti, è del 23,9% per il decile più ricco e il 2,8% per il decile più povero. Tra i dati disponibili per il 2018 l’Italia è il Paese dopo la Romania con la quota più bassa di reddito che entra nelle case del decile più povero. Nel 2018 le persone a rischio povertà sono diminuite di un milione rispetto al 2017, ma sono ancora 16,4 milioni, il livello più basso dopo il 2011. Secondo i dati Eurostat sempre relativi al 2018, il 12,3% dei lavoratori tra i 18 e i 64 anni è a rischio povertà.

  • Gli “effetti” della spesa pubblica

    La spesa pubblica finanziata attraverso il prelievo e la  gestione della pressione fiscale assieme alla gestione del credito rappresentano le vere due forme di potere in Italia (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/). Avendo questa superato ormai gli 840 miliardi all’anno (quasi il 49% del PIL) sarebbe interessante individuare i parametri attraverso i quali valutarne l’efficacia di tale fiume di risorse il cui fine, secondo i politici, dovrebbe risultare  quello di riequilibrare le disparità reddituali attraverso l’accesso ai servizi.

    E’evidente, infatti, come l’aumento continuo della spesa corrente (a discapito della spesa in conto capitale ormai ridotta al lumicino) assicuri un ritorno elettorale in quanto attraverso la spesa pubblica si “agevola” il proprio bacino di elettori di riferimento con l’attribuzione di risorse o semplicemente con agevolazioni ed esenzioni fiscali. Tuttavia il livello dei servizi che questa dovrebbe garantire non risulta ancora oggi sufficientemente parametrato e di fatto viene sottratto ad un confronto anche all’interno dell’Unione Europea con il fine proprio di stabilire gli effetti di tale flusso finanziario alle casse dello Stato.

    Dai tempi del liceo si parla della necessità di una “efficentazione della spesa pubblica sanitaria che introduca parametri del settore privato”. In altre parole, attraverso queste fumose dichiarazioni, da oltre trent’anni, si manifesta l’intenzione di eliminare gli sprechi mantenendo o addirittura aumentando il livello di servizi garantiti alla popolazione. La semplice comparazione degli effetti di tale strategia seguita da tutti i governi italiani, nessuno escluso, nella gestione della spesa sanitaria ed anche dalle regioni, da quando ne hanno avuto competenza, potrebbe aprire uno scenario decisamente imbarazzante. In tal senso, infatti, va ricordato come la spesa sanitaria attualmente rappresenti circa l’80% del bilancio regionale la quale parametrata agli “effetti ” degli altri stati  dell’Unione Europea viene assolutamente ridicolizzata.

    In termini generali in tutta l’Unione Europea si è avviato un processo di riordino e riduzione di qualche punto percentuale dei posti letto. La Germania, tuttavia, prima economia manifatturiera  con un PIL di 3564 miliardi di euro, offre una disponibilità di 883 posti letto per 100.000 abitanti.

    La Polonia, che rappresenta da parecchi anni uno dei principali poli industriali europei nel settore automobilistico, assicura ai propri concittadini 663 posti letto per 100.000 abitanti. La stessa Francia, alla quale noi spesso facciamo riferimento, con un PIL di 2544 mld, riesce ad offrire alla propria cittadinanza 621 posti letto per 100.000 abitanti.

    Il paradosso poi che conferma l’assoluta distrazione della spesa pubblica rispetto agli obiettivi dichiarati viene attraverso il confronto con economie anche notevolmente inferiori in termini assoluti rispetto a quella  italiana. Il Belgio, per esempio, nonostante un pil di 499 miliardi di euro assicura alla propria popolazione 634 posti letto per 100.000 abitanti e persino il Portogallo ha una offerta di 332 letti avendo un pil di 272 miliardi. Il nostro Paese, con un pil di circa oltre 1750 mld di euro, presunti come per i precedenti del resto, assicura 331 posti letto per 100.000 abitanti.

    Questa semplice analisi comparativa dimostra, ancora una volta, come la spesa pubblica non risulti finalizzata ad alcuna redistribuzione del reddito attraverso il prelievo fiscale e diminuzione delle disparità retributive attraverso i servizi finanziati. Semplicemente la spesa pubblica, come la sua gestione, rappresentano la prima forma di potere in Italia attraverso la quale poter assicurare a chi opera in nome dello Stato strumenti impareggiabili di influenza economica e politica.

    Una ulteriore ed inattaccabile conferma dell’assoluta e totale disonestà intellettuale di chi gestisce la spesa pubblica, non tanto  per il conseguimento del maggiore benessere per i cittadini ma esclusivamente per conseguire ed instaurare, attraverso il sistema pubblico e la sua spesa, vere e  proprie rendite di posizione e servitù di passaggio.

    N.B. I dati relativi al numero di posti letto sono forniti da www.quotidianosanita.it e The Spectator Index (@spectatorindex).

  • Addio a Giacomo Bulleri, simbolo della ristorazione milanese e italiana

    Lutto nel mondo della grande ristorazione milanese e italiana. Il 7 settembre, all’età di 94 anni, è morto  Giacomo Bulleri, un simbolo della città e della cucina italiana. Nel 1958 aveva aperto a Milano il suo primo ristorante, Trattoria Da Giacomo, in via Donizetti, dove sono passate celebrità come la Callas, Kissinger, Versace, Mondadori, Montanelli, Letizia e Gianmarco Moratti. Nel 2017 il New York Times lo aveva definito «The man who cooked for Italy”. Nato a Collodi, in Toscana, nel 1925, Bulleri si era trasferito giovanissimo a Torino, dove aveva lavorato “a bottega” per carpire i segreti della cucina italiana. Nel 1958 a Milano l’apertura del primo ristorante, Trattoria Da Giacomo, appunto, in cui prende forma la visione filosofica della sua arte culinaria che, partendo dalla tradizione italiana, si arricchisce di spunti ogni volta diversi. In quegli anni l’incontro con l’architetto Mongiardino che segna una svolta nella ‘filosofia’ culinaria di Giacomo che decide di unire la visione della cucina alla cura dell’estetica del luogo che l’accoglie. Nel 2009 il connubio tra la figlia di Giacomo, Tiziana, e il genero Marco Monti con lo Studio Peregalli porta all’apertura di altri ristoranti, dove Giacomo è sempre stato presente.  Da quel primo locale di via Donizetti Giacomo si è espanso fino a creare ben otto locali: tre ristoranti, un bar, una pasticceria, una rosticceria e una tabaccheria. Ai quali si aggiunge il più recente, a Pietrasanta in Toscana. Ha costruito un impero, Giacomo Bulleri, partendo dalla gavetta, grazie a lungimiranza, collaborazione con la famiglia e i suoi diversi staff e soprattutto al rispetto per il cliente. Amatissimo dalle star italiane e straniere i suoi ristoranti sono stati e sono meta di tanti personaggi quali Franca Sozzani, Mike Bongiorno, Michelle Obama, Woody Allen, Maradona, Morgan Freeman, Mick Jagger, Madonna, Rania di Giordania diventati ormai amici e con i quali lo si poteva vedere chiacchierare e scambiare battute. La sua filosofia è stata consacrata da Elisabetta Sgarbi nel 2013 nel libro “Ricette di vita” e premiata con l’Ambrogino d’oro nel 2015 e l’insegna di Negozio Storico della Regione Lombardia. Un non milanese che alla città di Milano ha dato tanto lustro.

  • Tre fondi, BlackRock, Vanguard e Ssga controllano tutte le corporation Usa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato il 4 settembre su ItaliaOggi.

    Le grandi istituzioni economiche, come il Financial Stability Board e il Fmi, alla fine hanno dovuto ammettere che il sistema finanziario non bancario, ufficialmente chiamato «shadow banking», ha surclassato il tradizionale sistema bancario nella gestione del risparmio e degli investimenti finanziari.

    Un recente paper, «The specter of giant three», preparato da due professori americani, Lucian Bebchulk e Scott Hirst, e pubblicato dalla rinomata Harvard Law School University di Cambridge, Massachusetts, analizza in dettaglio il ruolo dominante degli exchange trade funds (etf) nel variegato e sempre meno controllato mondo della finanza.

    «Lo spettro dei tre giganti» non è soltanto un titolo provocatorio. Esso mostra una precisa fotografia del crescente potere di tre etf americani, i fondi BlackRock, Vanguard e State Street Global Advisors (SSGA).

    Il primo è di gran lunga il più conosciuto in quanto a suo tempo venne utilizzato dal Dipartimento del Tesoro per «fare pulizia» di titoli tossici presenti in varie istituzioni finanziarie americane.

    I fondi indicizzati etf sono fondi d’investimento che raccolgono capitali e risparmio da diversi soggetti e li investono in un «portafoglio di titoli» di corporation comprese in alcuni indici borsistici di Wall Street. Il caso emblematico è quello di Standard&Poor’s 500. Detti fondi comprano un ventaglio di partecipazioni azionarie, replicando così fedelmente la composizione dell’indice di riferimento. Com’è noto, gli etf sono anche quotati in borsa.

    I Tre Giganti complessivamente gestiscono ben 14.000 miliardi di dollari di attivi (assets under management).

    La loro crescita è stata vertiginosa, anche per le non irrilevanti agevolazioni fiscali. In dieci anni, di tutti i capitali confluiti nei vari fondi d’investimento, l’80% è finito nei tre colossi. In venti anni la loro partecipazione azionaria nelle grandi corporation americane, che fanno parte dello S&P 500, è quadruplicata, passando dal 5,2% al 20,7%.

    BlackRock e Vanguard, di fatto, detengono ognuna più del 5% delle azioni di tutte le corporation comprese nell’indice menzionato. Il paper succitato stima che i Three Giants rappresentino il 25% dei voti nelle assemblee direttive delle imprese in questione.

    Questo, ci sembra, l’aspetto più preoccupante. I manager delle Tre Big sarebbero nella posizione di essere azionisti dominanti in tutte le più importanti company americane, soprattutto in quelle ad azionariato diffuso e senza un azionista di controllo. Non è un caso, quindi, che molte istituzioni pubbliche, a cominciare dal Dipartimento di Giustizia Usa e dalla Commissione federale del commercio, che vigila sulla concorrenza, siano attenti al rispetto delle leggi anti trust, al conflitto d’interesse e in generale alle eventuali manipolazioni dei mercati e delle borse.

    Dopo la Grande Crisi del 2008 giustamente si era molto parlato della concentrazione di potere delle banche cosiddette «too big to fail» per tentare di introdurre nuove regole per contenerne lo strapotere. Oggi, invece, i giganti dello «shadow banking» hanno bypassato il sistema bancario, creando un nuovo e più potente oligopolio finanziario.

    Nessuno può essere indifferente. Con un’attività sempre più agguerrita i Tre Giganti puntano verso i mercati asiatici e verso quelli europei. Si spera che la Commissione Antitrust dell’Ue vigili con puntualità.

    È molto preoccupante assistere alla faticosa e spesso poco produttiva rincorsa delle varie agenzie di controllo dietro questi attori della grande finanza, che naturalmente corrono più veloci rispetto ai controllori. I numeri in questione e i tanti rischi per l’economia reale di molti paesi sono troppo grandi perché siano sottovalutati da parte dei decisori globali.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Matrimoni e Patrimoni, quando la finanza parla al femminile

    In Italia una donna su due non lavora, le donne sposate non autonome finanziariamente sono sempre più a rischio, la carriera di una donna spesso ha un percorso non regolare e, per non farci mancare nulla, le donne hanno una longevità superiore rispetto agli uomini diventando, loro malgrado, protagoniste del cosiddetto longevity risk, letteralmente il rischio di sopravvivere al proprio patrimonio. Secondo i dati ISTAT, infatti, le anziane sole sarebbero la categoria più soggetta a povertà. A tutto questo va aggiunta una poca, spesso scarsa, competenza in materia finanziaria che le rende più propense a distorsioni cognitive. Di questo scenario e delle sue possibili soluzioni se ne parlerà durante l’aperitivo letterario T-ESSERE La finanza parla al femminile? organizzato da Women&Tech mercoledì 11 settembre a Milano, alle ore 18,30, allo Spazio Open di Viale Montenero 6 in cui verrà presentato il libro “Matrimoni & Patrimoni” (Hoepli Editore) scritto da Debora Rosciani, giornalista di Radio 24 e Roberta Rossi Gaziano, consulente finanziario indipendente. Il volume proverà a fornire una ideale cassetta degli attrezzi per affrontare un contesto sempre più sfidante, soprattutto per le donne. Con le due autrici dialogheranno Barbara Alemanni, affiliate professor of banking and insurance, SDA Bocconi School of Management e Milena Bardoni, senior private banker, Banca Mediolanum, a fare da moderatrice Paola Rota, autrice e conduttrice. Un libro, ed un incontro, per imparare a dotarsi delle basi minime per affrontare il mondo degli investimenti, comprendere l’attuale contesto economico e pianificare il proprio futuro finanziario per non subire una decrescita tutt’altro che felice e non affrontare impreparate le sfide che ci attendono. Per non dover dire un giorno “Ah se ci avessi pensato prima”.

  • In Italia ci sono già patrimoniali per 45,7 miliardi

    In Italia sono già in vigore tasse patrimoniali per 45,7 miliardi di euro, rileva Ferruccio De Bortoli su L’Economia, e se anche il governo Conte2 varerà misure fiscali di quel genere, come appare probabile per tenere a bada i conti, la novità che il premier ha promesso essere rappresentata dal suo governo bis sarà una novità ben poco confortevole per gli italiani. La patrimoniale colpisce infatti beni registrati, che non possono essere occultati proprio perché registrati, ma ne deprime il valore: il valore di un immobile diminuisce nel momento in cui il possibile acquirente teme di dover pagare su di esso tributi prima non in vigore e chi pensi di cambiare auto non è certo incentivato a farlo se teme di veder applicati nuovi balzelli su di essa. Insomma, la novità promessa da Giuseppe Conte rischia di consistere semplicemente nello svilimento del patrimonio degli italiani. E peraltro, se patrimoniale sarà, il Conte2 si muoverà all’insegna di una continuità che risale addirittura all’Italia monarchica. Altro che novità, la patrimoniale comparve nell’Italia repubblicana già un anno prima della Costituzione, nel 1947. Ma la sua prima apparizione risale al 1919, primo governo Nitti. Prima di Mario Monti e Giuliano Amato, gli ultimi premier che vi hanno fatto ricorso, fu utilizzata anche dal Fascismo, nel 1936 e nel 1940.

    La patrimoniale peraltro ha sempre reso meno delle attese, nel 2018 le varie misure di questo tipo (bollo auto, imposta di registro, Imu e Tari) hanno reso l’equivalente dell’1,2% del Pil, 45,7 miliardi appunto. Ma per un governo di sinistra come si preannuncia il Conte2 il rincaro dell’Iva – frutto delle misure del governo Conte1 (reddito di cittadinanza e quota 100) – sarebbe esiziale. Non tanto e non solo perché deprimerebbe i consumi mentre venti di recessione spirano sul mondo intero, quanto perché l’Iva è un’imposta indiretta che tutti pagano in identica misura a prescindere dal loro reddito e dai loro averi. La patrimoniale può essere invece una misura progressiva o classista, tarata solo su alcuni (e infatti a un liberista come Luigi Einaudi non piaceva).

    Certo, c’è sempre la lotta all’evasione per far fronte alle necessità finanziarie dello Stato. Ma un governo la cui componente maggiore ha già dimostrato di amare moltissimo affacciarsi al balcone per dare annunci tonitruanti come la sconfitta della povertà potrà mai rinunciare a misure propagandistiche, di consenso elettorale? Ecco allora che la persistenza dell’evasione elettorale offre l’alibi a quella classe politica per continuare a prendere in giro le masse con promesse da Bengodi. Basta mettere a preventivo entrate per tot euro alla voce recupero dell’evasione per poter dire che interventi dal chiaro intento elettoralistico godono della copertura finanziaria di cui per legge ogni intervento governativo in ambito economico deve godere. Ma certo, se l’evasione fosse davvero debellata, un simile giochetto non si potrebbe più fare. Il partito (movimento) dell’onestà dovrebbe riconoscere i limiti di azione  in cui inevitabilmente il governo incorre. E a quel punto la Casaleggio non potrebbe più vantare l’entusiasmo con cui la gente partecipa alle votazioni sulla piattaforma Rosseau.

  • Urge occuparsi delle acque

    Tra le emergenze che l’Italia deve affrontare vi sono anche quelle legate ai depuratori. Nonostante le norme di adeguamento risalgano al 1991 la Commissione europea ha dovuto chiedere nuovamente all’Italia l’applicazione delle norme su fogne e depuratori, infatti ben 237 località italiane, con più di 2.000 abitanti, sono ancora gravemente fuori norma, specialmente in alcune Regioni come Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana. Come si vede sono equamente ripartite tra Nord, Sud e Centro Italia! Dalla procedura di infrazione, aperta dalla Ue l’anno scorso, su 276 località, 39 sono state sistemate. Già da maggio 2018 l’Italia è stata condannata dalla Corte Ue a pagare 25 milioni di euro, più 30 milioni per ogni trimestre di ritardo, per la messa a norma di oltre 70 aree con oltre 15mila abitanti ancora sprovviste di reti fognarie e di sistemi di depurazione delle acque.

    Se a questo problema aggiungiamo la drammatica situazione della rete idrica, che ha portato anche questa estate a gravi disagi agli abitanti di varie località, dal Sud al Nord, risulta chiara la necessità, da parte di qualsiasi governo, di procedere alle manchevolezze dei precedenti occupandosi immediatamente sia dei sistemi fognari e di depurazione che delle condotte dell’acqua potabile. Tali interventi non solo eviteranno ulteriori infrazioni e sperpero di denaro, non solo sono necessari per la tutela della salute pubblica, ma rappresenteranno un forte volano per le attività lavorative e imprenditoriali.

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