Italia

  • Dal sovranismo all’isolazionismo economico e politico

    Al fine di valutare la validità di un accordo bilaterale tra due nazioni, che peraltro non presentano alcuna “vicinanza” nella forma di  di governo e tanto meno risultano espressione dei medesimi principi democratici,  esistono diversi parametri che permettono di valutarne  gli effetti immediati ma anche quelli  più complessivi, soprattutto nel medio e lungo termine.

    La banale e semplicistica euforia dimostrata dal Presidente del Consiglio e dal vicepremier Di Maio in relazione ai possibili dati economici  di tale accordo è assolutamente infantile ma soprattutto ridicola. Dei ventinove (29) accordi sottoscritti tra i rappresentanti istituzionali diciannove (19, quindi oltre il 65% complessivo) riguardano la pubblica amministrazione. Quindi solo dieci (10) si presentano come intese reali, cioè basi di processi di sviluppo tra aziende cinesi ed  italiane: il tutto per un valore di circa 2,5 miliardi di euro.

    Pur riconoscendo i dati governativi, assolutamente ottimistici, tuttavia va ricordato come all’interno di un accordo internazionale di questo genere subentrino altri parametri legati ad un contesto politico economico internazionale con l’obiettivo di valutare complessivamente il nuovo scenario economico politico.

    Al di là dei diversi schieramenti che compongono la maggioranza governativa del  governo in carica risulta evidente come le inutili quanto insistenti pressioni dei governi tedeschi e francesi, i quali chiedevano una posizione più complessiva europea (una delle poche volte per altro), si tradurranno sicuramente in un costo politico ma soprattutto economico aggiuntivo rispetto al quale i 2,5 miliardi sbandierati dal governo risultano risibili.

    La sordità del Presidente del Consiglio alla richiesta di una posizione mediana e quindi maggiormente allineata con quelle dell’Unione Europea rasenta un comportamento narcisistico e in pieno delirio di onnipotenza. Un comportamento, ma soprattutto un atteggiamento, inappropriato all’interno di uno scenario politico istituzionale che offrirà nuove sostanziose argomentazioni per mantenere il rapporto privilegiato tra Germania e Francia e relegando inevitabilmente il nostro Paese in una posizione sempre più marginale all’interno delle politiche di sviluppo economiche dell’Unione europea.

    Questo è un errore epocale per una nazione che è la seconda economia manifatturiera ma contemporaneamente continua ad accumulare nuovo debito pubblico. L’accordo tra il nostro Paese la Repubblica cinese rappresenta l’ultima tappa di uno scellerato percorso privo di ogni considerazione per le ricadute politico economiche e con una  visione prospettiva che non va oltre la settimana successiva.

    In altre parole, dopo le farneticanti posizioni “sovraniste legate ad un ridicolo ritorno alla lira” il nostro Paese passa ad una posizione di assoluto “isolazionismo politico ed economico” all’interno della stessa Unione Europea. Un isolazionismo già dimostrato con la ridicola posizione relativa al corridoio Tav i cui effetti si andranno a sommare alla posizione odierna del governo dopo l’accordo con la Cina. Un isolazionismo già evidente e comunque ancora oggi sottostimato dalla compagine governativa ma i cui effetti risultano già in parte evidenti. Basti ricordare come in tutte le trattative a livello europeo per il rinnovo delle cariche istituzionali e finanziarie non sia presente un candidato italiano espressione dello spessore politico del governo in carica.

    I costi economici complessivi, sinonimo dell’effetto combinato economico – politico e della posizione isolazionista italiana, rappresentano in modo evidente la assoluta inadeguatezza della attuale classe politica e dirigente e condannano il nostro Paese alla più assoluta marginalità già nel contesto europeo.

  • Chi ruba il futuro agli italiani?

    Al di là delle possibili strumentalizzazioni è comunque ammirevole che centinaia di migliaia di giovani in tutto il pianeta siano scesi in piazza a manifestare contro “chi gli vuole rubare il futuro” e a difesa del pianeta minacciato dal riscaldamento globale.

    Pensavo a loro e, in particolare ai ragazzi italiani, mentre leggevo i dati aggiornati del nostro debito pubblico, riflettendo sul fatto che farebbe comodo una sedicenne come Greta Thunberg che, nel nostro Paese, ponesse con forza una priorità aggiuntiva a quella di salvare il pianeta e cioè di chiedere se le politiche economiche dell’attuale governo non minaccino anch’esse, più del riscaldamento globale, il loro futuro.

    Infatti, come in una irrefrenabile corsa vero il precipizio, oltre agli errori commessi dal governo in politica estera, sia in ordine al logoramento dei rapporti con i partner dell’UE, che hanno portato il Paese all’isolamento, sia in ordine alla controversa e opaca scelta di aderire all’accordo con la Cina sulla “nuova via della seta”, con il rischio di scenari inquietanti e rischi non calcolati, ciò che ha avuto più impatto sul fragile assetto economico nazionale sono certamente le discutibili scelte della manovra finanziaria per il 2019, a partire dal reddito di cittadinanza e dalla cosiddetta “quota 100”, per i quali è sempre stata nota l’insostenibilità economica e finanziaria.

    I nostri governanti infatti, non paghi di avere contribuito ad aggravare una fase recessiva che ha portato le previsioni del Pil del 2019 a ridursi dal già misero 1,2% allo 0,2% di oggi, e per nulla soddisfatti dall’avere bruciato le poche risorse disponibili della manovra finanziaria per distribuire regalie incapaci di produrre effetti positivi sull’andamento congiunturale e contrastare l’andamento recessivo, rispondono ai chiari segnali di fallimento delle loro perniciose decisioni con ulteriore ottuso accanimento, reiterando strategie fallimentari basate sulla distribuzione di risorse pubbliche a pioggia.

    Da qui il provvedimento denominato “sblocca-cantieri”, che non contiene alcuna idea di come fare a sbloccare i cantieri, cosa peraltro comune anche agli esecutivi precedenti, ma in compenso con in più l’assenza di qualsiasi intesa tra Lega e M5S su come arrivare agli obiettivi propagandistici e non certo economici prefissi, o promettere come fa Salvini l’approvazione entro l’anno della Flat Tax, (che costerebbe da 12 a 58 Mld di euro, a seconda di chi fa i conti), essendo il vero obiettivo non il rilancio dell’economia ma solo a chi dovrà giovare di più sul risultato elettorale, all’indomani del quale, qualunque sarà risultato, nel nostro Paese ci saranno solo macerie. In altre parole le sempreverdi “norme manifesto” utili solo alla propaganda, “Salvo Intese”.

    Ma non è tutto, perché c’è un aspetto perfino più inquietante e cioè la possibile manipolazione dei conti in merito alla gravità della situazione in cui versa realmente il Paese, in barba alle più elementari regole di onestà e trasparenza che un governo democratico ha il dovere di garantire, in particolare sulla reale entità del Debito Pubblico dello Stato.

    Infatti, pur avendo riportato tutti i mass media l’incredibile picco storico in valore assoluto raggiunto dal debito pubblico nel nostro Paese nel mese di gennaio 2019, pari a 2.358 miliardi di euro, stranamente quasi nessun organo ha riportato lo stesso dato in percentuale rispetto al PIL, forse perché sapere che ha raggiunto il vertiginoso livello del 134,44% avrebbe costituito un trauma che era meglio evitare?

    Si è preferito giocare alle “tre carte” ed invece di pubblicare che il debito a gennaio 2019 era di 2.358 euro, pari al 134,44% come normalmente si è fatto, con un’abile costruzione della notizia si è collegato il dato del debito finale del 2018 pari alla percentuale del 132,1% rispetto al PIL, di cui è stato ammesso essere il record storico, sia percentuale che in valore assoluto, ed il valore del debito di gennaio 2019 pari a 2.358 mld di €, senza comunicare il relativo dato percentuale del 134,44%, dando la sensazione di una situazione sotto controllo, perché si sarebbe passati dal 131,3 del 2017 al 132,1 del 2018 e quindi di un aumento del debito dello 0,8% che è grave, ma non drammatico.

    Ma l’operazione camaleontica è ancora più grave perché oltre a tentare di evitare il panico su un livello di indebitamento ai limiti della sostenibilità, nasconde una possibile manipolazione dei dati del dicembre 2018, perché sembrerebbe che siano stati rinviati a gennaio 2019 gran parte dei pagamenti dell’anno precedente che, se contabilizzati, avrebbero fatto schizzare il 132,1% a ben altri livelli, appunto superiori al 134%. Tale ipotesi sembrerebbe avvalorata dal dato che l’aumento del debito tra il 2017, quando ammontava a 2263,4 mld di €, pari al 131,3% del rapporto debito-PIL sia stato fino a gennaio 2019 di 72 mld di €, di cui 30,7 mld da gennaio a dicembre 2018 e ben 41,3 mld di € contabilizzati nel solo mese di gennaio 2019.

    Se si tiene conto che l’unico obiettivo che pone l’Unione Europea è la riduzione del debito pubblico, il cui incremento, occorre ricordare, è il frutto del ricorso per oltre quarant’anni all’uso distorto della spesa pubblica per l’acquisizione del consenso da parte delle forze politiche al potere, e che per ridurre il debito, più che operare su politiche di austerità, occorre puntare sulla crescita economica e sugli investimenti e non certo sulle medesime politiche di sperpero del pubblico denaro che hanno portato negli ultimi 40 anni il Paese all’attuale condizione di quasi dafault , appare evidente che le politiche demagogiche e i giochetti di rinvio dei pagamenti all’anno nuovo, utili solo alle campagne elettorali, costituiscono l’identikit perfetto per individuare chi in questo Paese vuole realmente rubare il futuro, non solo ai giovani.

  • In una intervista al quotidiano ‘La Verità’ sulla sentenza Tercas il presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, afferma che si trattò di una manovra Ue per distruggere le Popolari

    Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, in una intervista rilasciata il 21 marzo al quotidiano “La Verità” parla del clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò ‘aiuto di Stato’ l’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per il salvataggio di Tercas nel 2014. “Facciamo subito un passo in avanti, – dice il presidente di Assopopolari – perché le scelte della Commissione su Tercas produssero nei mesi successivi effetti pesantissimi. Dopo Tercas, infatti, nella seconda metà del 2015 si pose il tema delle quattro banche (Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), e anche allora si propose di ricorrere al fondo interbancario. Ma alla fine il governo Renzi decise di cedere”, un comportamento sulle quattro banche, secondo Sforza Fogliani, “comprensibile solo pensando a come poi le cose sono andate a finire: una sorta di anticipazione forzata del bail in (che tecnicamente sarebbe entrato in vigore solo dal 1° gennaio successivo), e una vera e propria campagna di diffamazione contro le banche popolari per giustificare la cosiddetta ‘riforma’. In realtà una controriforma, che nel frattempo era stata approvata da Matteo Renzi, e che avrebbe portato otto delle grandi banche popolari su dieci a convertirsi in spa”. Il fatto – continua Sforza Fogliani – che delle Popolari venissero screditate faceva gioco a Renzi. Anche alcuni grandi giornali, per riferirsi alle quattro banche, parlavano sistematicamente di ‘quattro Popolari’. E non era vero: erano tre Casse e una Popolare. Ho passato almeno un mese a precisare e rettificare: ma la parola d’ordine era: ‘Quattro popolari’”. Secondo Fogliani, Renzi e Padoan avevano barattato le Popolari con la legge di bilancio che volevano approvare, non si fece una vera battaglia quando all’Italia arrivò la lettera da Bruxelles, né, almeno nella fase iniziale si pretese un atto formale da parte dell’UE che potesse essere subito impugnato.

  • La giornalista Diana Lanciotti invita il Governo italiano ad affrontare con il Presidente Xi Jinping anche il tema dei diritti degli animali in Cina

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Diana Lanciotti, giornalista, scrittrice e fondatrice del ‘Fondo Amici di Paco’, in occasione della visita in Italia del Presidente cinese Xi Jinping, ha inviato al Presidente del Consiglio e ai Ministri dell’Ambiente e degli Esteri per invitarli ad affrontare anche il tema dei diritti degli animali spesso violati in Cina, con particolare riferimento alla manifestazione “Festival della carne di cane”, che si svolge ogni anno a Yulin, a partire dal 21 giugno.


    Presidente del Consiglio Giuseppe Conte
    Ministro dell’Ambiente Sergio Costa
    Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi
    p.c. Ministro dell’Interno Matteo Salvini

    Desenzano del Garda, 21 marzo 2019

    OGGETTO: Rapporti Italia-Cina e diritti degli animali

    Egregio Presidente, egregi Ministri,

    in occasione della visita in Italia del Presidente cinese vorrei portare alla vostra attenzione il “Festival della carne di cane”, una tristissima manifestazione che ogni anno si svolge a Yulin, in Cina, a partire dal 21 giugno.
    Un’usanza che comporta l’uccisione di 10.000 cani (ma si parla anche del doppio) che vengono stipati in gabbia per le strade per essere scelti dai “clienti”, e poi essere uccisi e cucinati.
    Un’atrocità che non si può giustificare appellandosi alla tradizione.

    Da alcuni anni, secondo l’approccio “non urlato” e pacato che ci contraddistingue, il Fondo Amici di Paco ha richiamato l’attenzione di media e istituzioni sul “Festival di Yulin” e ho personalmente scritto all’Ambasciatore cinese in Italia per invitarlo a far pressioni sul proprio governo affinché questa manifestazione, che giustamente indigna il resto del mondo, venga annullata per sempre.

    Mi permetto perciò di indicarvi il link al mio sito (https://www.dianalanciotti.it/2018/06/festival-della-carne-di-cane-di-yulin-ancho-me-lo-mangio-di-baci/) da cui l’anno scorso ho lanciato una campagna di sensibilizzazione sul “Festival della carne di cane”, pregandovi di voler trattare con i vostri interlocutori cinesi anche questo argomento e, più estesamente, quello dei diritti degli animali, in varie circostanze violati in Cina. Come nel caso delle “fattorie della bile”, in cui gli orsi sono tenuti prigionieri in condizioni terrificanti per estrarre loro la bile per usi “medicamentosi”, e gli allevamenti di animali da pelliccia.

    Sono sicura che prenderete a cuore la mia richiesta, che interpreta le aspettative di milioni di persone che considerano il rispetto verso ogni essere vivente un valore fondante della società civile.

    Con i più cordiali saluti, vi ringrazio e vi auguro buon lavoro

    Diana Lanciotti
    Fondatrice e presidente onorario Fondo Amici di Paco

     

  • Made in Italy: il valore ancora oggi sconosciuto

    Sembra incredibile come i medesimi errori strategici ed operativi commessi dalle compagini governative precedenti vengano riproposti in forme e contenuti analoghi dagli attuali responsabili governativi dello sviluppo economico. In altri termini, al di là delle convinzioni e degli schieramenti politici, la storia dei precedenti fallimenti risulta passata inutilmente invece di offrire un termine di paragone per le elaborazioni delle strategie future.

    Una delle più ridicole iniziative dei passati  governi trovò la propria massima espressione nella ideazione e proposta del terribile logo “Italian Taste”, attribuibile interamente alla “cooperazione intellettuale” degli allora ministri Calenda e Martina (https://www.ilpattosociale.it/2018/05/10/made-in-italy-lennesima-sconfitta/). Una iniziativa frutto della incompetenza dei ministri pari solo alla proposta di legge dell’ex ministro Fedeli definita “Italian Quality”.

    In altre parole, ignorando bellamente ogni riferimento reale al mercato, e quindi con esso ignorate le aspettative dei consumatori globali, venne creato un marchio che secondo le univoche opinioni dei responsabili dei Brand mondiali al fine di ottenere un minimo di visibilità avrebbe richiesto un ulteriore investimento di circa quattro miliardi. Per fortuna queste sciagurate iniziative (come la legge proposta dal ministro Fedeli e dal parlamentare del PD Mucchetti) finirono nell’oblio risparmiando ai loro ideatori la responsabilità di spiegarne il ridicolo fallimento.

    Viceversa, ora il governo in carica, sempre nell’illusione di favorire le esportazioni dei prodotti italiani, abbraccia l’idea di creare un nuovo “logo” da affiancare al già noto “Made in Italy” con l’illusione di creare valore e fornire impulso alle nostre esportazioni. Francamente sorge il dubbio se questi illuminati esponenti governativi attuali, come quelli dei precedenti governi, abbiano mai avuto occasione di relazionarsi con i compratori esteri (i buyer per intenderci) e se magari con loro  abbiano mai scambiato delle opinioni relative ai plus che il consumatore estero riconosce ai nostri prodotti ed assolutamente identificabile con uno dei più riconosciuti Brand del mondo: Made in Italy.

    Nel caso alla compagine governativa risultasse ignoto, innanzitutto i compratori esteri delle eccellenze italiane definite per comodità ‘delle 4 A’ (1.Tessile-abbigliamento-calzaturiero-pelletteria, 2. Agro alimentare 3. Arredamento 4. Automazione-meccanica-gomma-plastica) richiedono, ma al tempo stesso pretendono, che i nostri prodotti risultino nella loro evoluzione produttiva (la fiera produttiva da monte a valle per intenderci) l’espressione delle diverse professionalità e know-how industriali che contribuiscono alla realizzazione del prodotto finale. In altre parole i prodotti diventano espressione della cultura contemporanea italiana ed espressione del tanto apprezzato Italian way of life.        

    Inoltre gli stessi operatori internazionali stigmatizzano fortemente qualsiasi nuova iniziativa che vada a sovrapporsi o peggio a sporcare quello che loro ritengono il principale Brand di comunicazione complessa sul mercato: Made in Italy. 

    Per cui, tornando alle ridicole iniziative di governi precedenti e che ora vengono riproposte dalle medesime professionalità al governo possiamo solo constatare che la storia non insegna niente e soprattutto non esiste nessuna capacità di apprendere dalla stessa.

    L’Italia è l’unico paese che rappresenta e soprattutto viene rappresentato nelle sue eccellenze attraverso un unico Brand come il Made in Italy. Rappresenterebbe una scelta suicida e frutto di una pericolosa superficialità affiancare a questo Brand di livello mondiale, alla cui forza hanno contribuito le innumerevoli imprese e professionalità che partecipano alle diverse filiere produttive,  altre iniziative espressioni di mediocri competenze ma soprattutto di una mancanza assoluta di conoscenza del mercato attuale e della sue prossime evoluzioni. Un mercato globale nel quale la comunicazione compulsiva alla quale contribuiscono anche i social media determina non poco a disorientare il consumatore e nello specifico l’introduzione di un nuovo logo in affiancamento al Made in Italy risulterebbe un ulteriore elemento di incertezza e confusione.

    La storicità di un brand come il Made in Italy rappresenta invece un valore economico e commerciale per gli operatori economici come conseguenza del valore di sicurezza che esercita per i consumatori. Emerge evidente a chiunque abbia contribuito alla elaborazione delle diverse strategie per la certificazione normativa (di competenza europea) e consolidamento della filiera a monte del made in Italy come le attuali soluzioni alternative proposte dal governo in carica, come dai precedenti, risultino espressione di una incompetenza imbarazzante. Ennesima conferma di un mix pericoloso tra mancanza di riferimenti con il mercato e supponenza dal quale scaturiscono  iniziative legislative che danneggiano la reputazione e la credibilità di un dei principali brand quale è il Made in Italy, il cui valore rimane a tutt’oggi per lo più sconosciuto nelle proprie potenzialità in un mercato globale.

  • Agricoltura: l’Italia cede il passo all’innovazione

    L’Istat ha recentemente diffuso per la prima volta una stima preliminare dell’andamento del settore agricolo nel suo insieme per l’anno appena trascorso. Nel 2018 la produzione dell’agricoltura è aumentata dell’1,5% in volume. Una crescita buona si è registrata per alcune produzioni da coltivazioni arboree, in particolare vino (+14,3%) e frutta (+1,4%). Tra le coltivazioni erbacee gli aumenti più rilevanti risultano quelli delle piante industriali (+7,0%), delle coltivazioni cerealicole (+3,5%) e degli ortaggi e i prodotti orticoli (+2,1%).

    Nonostante questi dati incoraggianti, l’Italia rimane ancora arretrata per quanto riguarda l’innovazione e l’uso di nuove tecnologie nell’agricoltura. In Europa, nell’innovazione agricola, la leadership è dei Paesi Bassi, seguiti da Belgio, Germania e Danimarca. L’Italia si colloca soltanto a metà classifica. Questo è il quadro sull’innovazione nel settore agroalimentare italiano secondo l’Agrifood Innovation Index, che Nomisma ha presentato a Roma in un incontro organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e Science for Democracy.

    I risultati dello studio sono riassunti in un indice, appunto, monitorabile nel tempo e che misura (da 0 a 100) il grado di innovazione del settore primario italiano sulla base dei dati di performance produttiva e ambientale delle imprese agricole. L’indice, che mette a sistema indicatori di produttività delle colture e degli allevamenti e indicatori di sostenibilità ambientale, assegna il primo posto all’Olanda con 88 punti, seguono il Belgio e la Germania con 62, la Danimarca con 56 e, quindi, l’Italia con i suoi 49 punti.

    Secondo Nomisma, a penalizzare l’agricoltura italiana sono diversi fattori: solo il 15% dei nostri agricoltori ha meno di 44 anni e solo il 6% ha una formazione agraria completa. Con un valore di produzione di circa 43mila euro, inoltre, le imprese agricole italiane hanno una dimensione economica tre-quattro volte inferiore rispetto a quelle in Regno Unito, Francia o Germania. Siamo anche agli ultimi posti per investimenti in ricerca e sviluppo: spendiamo solo lo 0,52% del Pil, rispetto a una media Ue dello 0,72%. La spesa pubblica in Italia per l’R&D in agricoltura è di appena 4,5 euro a persona, rispetto ai 20,2 euro dell’Irlanda.

    “All’Italia non basta essere nella media europea per tasso di innovazione agricola. La patria della Dieta Mediterranea, patrimonio mondiale Unesco, può diventare leader nel progresso agroalimentare in Europa, ma deve finanziare di più Ricerca & Sviluppo su tutta la filiera”. Così Deborah Piovan, portavoce di Cibo per la mente, il Manifesto per l’innovazione nel settore primario che riunisce 14 associazioni dell’agroalimentare italiano, ha commentato il risultato dell’Agrifood Innovation Index di Nomisma. “Innovazione, investimenti, impresa, infrastrutture, internet, istruzione, informazione: l’Italia deve puntare su queste ‘7 I’ per colmare il gap agricolo con Olanda, Germania e Francia. Ripartiamo dall’Indice di misurazione di Nomisma e speriamo di registrare i primi progressi già dall’anno prossimo”, ha aggiunto Piovan.

    L’import in Italia di mais, una delle due filiere considerate da Nomisma, è salito nel periodo 2006-16 del 71%, con un parallelo -68% di export. Nello stesso arco di tempo il valore della produzione è diminuito del -23,1%.

    L’autoapprovvigionamento, che alimenta la filiera d’eccellenza dei prodotti DOC, DOP e IGP, è sceso dall’80% al 60%. Intanto, sono aumentati il valore della produzione per ettaro (+23,2%) e la resa (+13,5%), mentre le superfici sono scese da oltre 1,1 milioni di ettari a 660mila ettari (e 614mila nel 2018, dato Istat).

    “Produrre di più e meglio da meno è il messaggio chiave di Cibo per la mente – ha concluso Deborah Piovan, “ma è necessario farlo in base a una scelta consapevole, condivisa e coordinata da parte di filiere, politica e istituzioni, informando in maniera adeguata e trasparente i consumatori sul valore dell’innovazione in agricoltura”.

  • Emergenza inquinamento: la terra ed i suoi abitanti non possono più aspettare

    Il monito del Presidente della Repubblica Mattarella e le grandi manifestazioni degli studenti, in Italia ed in tutto il mondo, per richiamare l’attenzione di tutti, istituzioni, cittadini ed imprese, al gravissimo problema ambientale fanno sperare che anche i più protervi negazionisti del problema terra comincino a prendere atto dell’emergenza che il nostro pianeta deve affrontare in tempi rapidi. Vi sono misure delle quali parlano tutti, anche se poi non partano subito le disposizioni conseguenti, altre, di portata diversa ma tutte utili, delle quali non si parla o, se se ne parla, non vedono nessuna espressione di volontà concreta.

    Ne accenniamo alcune. Gran parte degli edifici pubblici non sono a norma per il riscaldamento e troppi mezzi di trasporto pubblico rimangono estremamente  inquinanti, manca una politica di programmazione per diminuire, sulle grandi distanze, il trasporto su gomma sostituendolo con quello su rotaie e per mare, rimane irrisolto il problema degli acquedotti che disperdono, perché obsoleti e danneggiati, più del 30% dell’acqua, bene primario e non rinnovabile, mancano misure adeguate, in agricoltura e per l’allevamento di bestiame, che sostengano i produttori per l’utilizzo di sostanze meno dannose per la salute e l’ambiente, l’incuria dei greti dei fiumi, dei torrenti e delle zone montuose e collinari abbandonate sono solo alcuni dei problemi che l’Italia dovrebbe immediatamente affrontare. Occorre però che il nostro Paese si faccia anche promotore di iniziative verso il resto del mondo: non è pensabile di contrastare l’inquinamento spedendo in Africa le nostre macchine diventate per noi inutilizzabili per le troppe emissioni di gas di scarico. Non è spostando il problema in un altro paese o continente o basandoci sull’acquisto o vendita delle vecchie quote verdi che noi potremo fermare l’avanzata del disastro ambientale.

    Sia l’Italia ad impegnare, almeno l’Europa, alla distruzione delle macchine che inquinano vietandone l’esportazione in altri paesi. Sia l’Italia a chiedere una momentanea moratoria agli esperimenti ed alle missioni nello spazio che in questo momento creano nuovi danni all’atmosfera, e ad attivarsi perché si fermino le deforestazioni a tappeto che modificano i venti ed il clima. In un mondo globalizzato i danni causati in un paese, in un continente, si rifrangono in altri paesi e continenti, per questo è necessario ci cerchino impegni vasti e comuni almeno per affrontare e alcuni problemi come quelli legate alle piattaforme che estraggono petrolio in mare e che in troppi casi, come avviene da diversi anni vicino alle coste della California, continuano ogni giorno a disperdere decine di barili di greggio perché è impossibile ripararle.

    La politica, quella vera, è saper prevenire i problemi e saper intervenire con tempestività quando questi si presentano. Globalizzato il mercato oggi va globalizzato il buon senso perché la terra ed i suoi abitanti, di qualunque colore e religione, non hanno più tempo di aspettare .

  • Acqua bene prezioso ma c’è chi consente che sia dispersa

    Se è vero che 2 miliardi di persone non hanno acqua, se è vero che per l’emergenza idrica le scorte italiane possono finire tra un mese come dobbiamo valutare il fatto che né i precedenti governi né quello attuale hanno predisposto la revisione e l’ammodernamento della nostra rete idrica che da anni disperde più del 30% dell’acqua che dovrebbe arrivare nelle nostre case? Acqua è un bene prezioso, una risorsa naturale non rinnovabile, chi consente che sia dispersa, perduta è un incompetente o….? Ai cittadini la risposta

  • La via della seta e l’imbarazzante strategia governativa

    La proposta del governo di Pechino di aderire a questa opera infrastrutturale, ma soprattutto la valutazione del suo impatto economico, dimostra il livello di preparazione culturale ed economica tanto del governo italiano in carica quanto dell’Unione europea. Entrambi i soggetti politici infatti dimostrano un “infantilismo economico” assolutamente imbarazzante. Il Presidente del Consiglio assieme agli esponenti dei 5 Stelle si dimostrano convinti che questa infrastruttura permetterà alle nostre merci di avere un accesso diretto al mercato cinese e, di conseguenza, si trasformerebbe in un veicolo di sviluppo delle esportazioni italiane. Sembra incredibile come questi non risultino in grado di comprendere come il nostro asset industriale ed imprenditoriale sia la declinazione di mercato concorrenziale ed al tempo stesso di strutture politiche democratiche.

    Attraverso l’adesione a questo progetto, viceversa, tutti gli asset economici ed industriali italiani si troveranno  in competizione con altrettante aziende, direttamente o meno, supportate da politiche anche di fiscalità di vantaggio di un regime autoritario nel quale la programmazione viene effettuata solo ed esclusivamente dal comitato politico.

    In altre parole, grazie alla scelta di questo governo, si aprirà la porta principale all’invasione dei prodotti cinesi (molti dei quali già delocalizzati in aree a minore costo della manodopera), espressioni di quadri normativi inesistenti rispetto a quelli italiani. Uno scenario assolutamente disastroso, in particolar modo nel settore dei  beni intermedi, che metteranno in serie difficoltà le nostre PMI appartenenti alle filiere nazionali e soprattutto internazionali. A tal proposito si ricorda come infatti alle PMI vada riconosciuto il merito di aver mantenuto in equilibrio export-oriented la nostra economia come unica espressione di crescita economica. Questa  incapacità di analisi politica, tuttavia, che va interamente attribuita al Presidente del Consiglio e al partito di maggioranza relativa trova una sponda anche all’interno dell’Unione Europea.

    Innanzitutto la Germania rimane su una posizione molto negativa rispetto alla via della seta (pur essendo l’interscambio con la Cina di oltre 200 miliardi). Addirittura, poi, il governo tedesco assieme all’associazione della Confindustria tedesca stanno creando un fondo che potrà venire utilizzato per opporsi alle scalate ostili da parte di capitali cinesi nei confronti di aziende tedesche ritenute strategiche.

    In Italia,  invece, l’intera classe politica ed anche Confindustriale plaudono alla vendita di un’azienda ad un colosso all’estero, intesa come dimostrazione della appetibilità del nostro settore manifatturiero.

    Va altresì ricordato ovviamente come in Germania l’associazione degli industriali si associ ed elabori un’azione di difesa delle aziende considerate strategiche .

    La nostra associazione di categoria confindustriale invece si diletta in modo altrettanto infantile nelle previsioni di crescita o di reddito di cittadinanza dimostrando anch’essa un declino culturale imbarazzante.

    Inoltre, ad aprire il mercato attraverso le opere infrastrutturali alla potenza cinese, va ricordato come la stessa Unione Europea operi contro le forme di aggregazione di colossi europei che possano competere nel mercato mondiale.

    La decisione della commissione antitrust contraria alla fusione tra Alstom e Siemens dimostra essenzialmente la visione domestica e non mondiale delle dinamiche economiche del mercato alla  quale invece si risponde proprio con la creazione di colossi europei (https://www.ilpattosociale.it/2019/02/11/lunione-europea-espressione-del-ritardo-culturale/). E’ imbarazzante in questo senso la assoluta incapacità della burocrazia europea di comprendere come i termini e le dinamiche siano mondiali e all’interno di queste i colossi europei possono competere solo ed esclusivamente attraverso le associazioni o la fusione di imprese.

    In altre parole la via della seta dimostra ancora una volta il declino culturale della classe politica italiana ora al governo quanto dell’Unione Europea incapace di comprendere come le regole del mercato devono necessariamente partire da una analisi e da una successiva elaborazione di un quadro normativo comune. Questo sarebbe infatti  la base per rendere la concorrenza espressione dell’aumento della produttività e della ricerca tecnologica invece di un approccio speculativo ad un minore costo della manodopera. Tutto questo conferma, ancora una volta, come il declino della nostra società sia legato ad una incapacità culturale della classe politica e dirigente tanto italiana e quanto europea.

  • Le riforme funzionali per uno stato democratico

    La storia insegna come risulti molto difficile per un sistema complesso come il nostro stato burocratico riuscire ad autoriformarsi verso una maggiore efficienza. Un sistema per sua stessa definizione rappresenta un insieme di soggetti i quali allestiscono un quadro normativo che possa rappresentare una base comune con il principale obiettivo di tutelare gli interessi dei singoli aderenti quanto nella  loro declinazione  comune. Tuttavia le priorità indicate nei tentativi di riforma degli ultimi anni, fallite la prima  con l’esito del referendum costituzionale del dicembre 2016 o la seconda, sempre più evanescente come l’autonomia del Veneto ( 92% di consensi), dimostrano come il sistema italiano sostanzialmente dimostri ancora una volta la propria impermeabilità ai cambiamenti e confermi la minima capacità di autoriformarsi.

    In più gli argomenti da sempre oggetto di tali modifiche istituzionali sono sicuramente molto importanti ma all’interno di un contesto economico espressione del mercato globale anche il loro eventuale successo avrebbe procurato degli effetti minimi nell’ottica di rendere il nostro paese più attrattivo per  gli investimenti esteri.

    La stessa azione degli ultimi  governi dimostra esattamente questa  miopia politica. Il governo Renzi nel 2015 partorì l’Investment Compact il quale aveva tra le proprie caratteristiche l’introduzione della

    non-retroattività fiscale (che diventa quindi un fattore attrattivo) per gli investimenti ma solo se superiori ai 500 milioni. Un classico esempio della errata  percezione di un fattore fondamentale in quanto la non retroattività fiscale rappresenta un parametro fondamentale per quanto riguarda l’analisi ma soprattutto il Roe (Return of investment) di investimenti in un determinato paese.

    La soglia dei 500 milioni automaticamente escludeva tutti i finanziamenti  relativi alle PMI che necessitano di supporti finanziari  inferiori e contemporaneamente rappresentano il 95% del tessuto produttivo italiano.

    Pochi giorni fa, ed arriviamo ad un secondo esempio, la sezione unita della Cassazione ha stabilito che lo Stato per i buoni fruttiferi postali possa retroattivamente modificare i tassi di interesse praticati anche senza avvertire il risparmiatore. Di fatto i vecchi buoni risultano decaduti e soggetti alla nuova normativa in tema di maturazione  degli interessi.

    Due esempi  così lampanti da dimostrare come il parametro da modificare immediatamente risulti  proprio il principio della retroattività fiscale (utilizzato anche dal governo Prodi con ministro Visco) che rappresenta un controsenso nel diritto e che non valuta il nuovo contesto competitivo nel quale l’economia italiana si trova. I limiti di un sistema della propria capacità di autoriformarsi partono dalla incapacità di percepire quali siano i problemi fondamentali all’interno di un contesto internazionale.

    L’attrattività per quanto concerne gli investimenti (primo aspetto) ed il rapporto fiduciario tra risparmiatore e le diverse forme di investimento e del credito (secondo aspetto), già fortemente incrinato dalla vicenda delle banche Venete, dimostra ancora una volta come il principio della non-retroattività fiscale debba essere inserito assolutamente all’interno delle modifiche costituzionali con il fine di ridurre per una volta la lontananza tra il mercato reale, i cittadini ed il mondo economico – istituzionale.

    La retroattività fiscale modifica, inoltre, radicalmente la funzione stessa dello Stato il quale in virtù di questo principio non risulta più un sistema articolato che tutela interesse di investitori, risparmiatori e cittadini ma una vera e propria entità superiore che opera e legifera a proprio favore. La sentenza delle sezione unite della Cassazione per quanto riguarda i buoni fruttiferi dimostra come da sistema normativo che rappresenta una base normativa comune per diversi soggetti si sia direttamente  passati alla prevalenza degli interessi dello Stato che opera per proprio esclusivo interesse. Non è sicuramente questa la declinazione di uno stato democratico.

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