Italia

  • L’Europa c’è ma non si vuole vederla

    In questi tempi, in cui quasi tutto sta cambiando in seguito alla pandemia del coronavirus che ha raggiunto tutti i continenti, c’è un atteggiamento che non cambia: quello di considerare l’Europa responsabile di ciò che non funziona, causa di tutti i mali che colpiscono i nostri Paesi e promotrice di povertà conseguente all’uso della moneta unica. E’ una solfa che si ripete e che invade il sistema mediatico: stampa, radio, televisione e social network. C’è una fauna politica che alimenta questo sentimento d’avversione, causato, secondo essa, dal fatto che l’Europa ha tolto sovranità agli Stati. Per questo i fautori di questo sentimento d’avversione vengono chiamati sovranisti. Vorrebbero che fossero tolti i poteri alle istituzioni dell’UE per lasciarli interamente nelle mani dei governi nazionali, il che equivale a dire che bisogna liquidare l’Europa che esiste, rinunciare alla sua integrazione e ritornare agli Stati nazionali, senza pretesa di unirli e integrarli, come invece pensavano i fondatori delle Comunità europee. Questi consideravano che, dopo la seconda guerra mondiale, fratricida come la prima, gli Stati europei si fossero indeboliti e non fossero più in grado di far fronte da soli alle sfide che il mondo in via di globalizzazione imponeva loro. Ma è vero che l’UE ha tolto la sovranità agli Stati che la compongono? Poche sovranità, tra l’altro; solo quelle che rientrano nelle competenze previste loro dai trattati costitutivi. L’UE non ha annullato nessuna sovranità. Le singole sovranità nazionali, sempre per i settori di competenza fissati dai trattati, sono state trasformate in sovranità condivisa. Nessun governo decide più per sé, ma decide insieme agli altri. E’ una sovranità rafforzata, che potenzia, rinsalda, rinvigorisce i governi dei Paesi più deboli e li mette alla pari di quelli più forti. Vengo preso dallo sconforto quanto la sera ascolto una certa giornalista di un talk show molto popolare che inveisce contro i burocrati non eletti di Bruxelles perché, secondo lei, impongono decisioni e scelte all’Italia che non sempre la favoriscono. I burocrati sarebbero i membri della Commissione europea, che però non decidono niente e quindi non impongono nulla all’Italia. “E’ ora di smetterla di ricevere ordini” – sbraita la giornalista, la quale probabilmente non sa, nella sua dorata ignoranza, che  i Commissari non decidono nulla. Gli ordini e le raccomandazioni che trasmettono non sono farina del loro sacco. Le decisioni vengono prese dai governi, riuniti nel Consiglio dell’Unione. I Commissari propongono e sono incaricati di far eseguire le decisioni del Consiglio, cioè dei governi, compreso quello italiano. Ma chi protesta per queste imposizioni che ci vengono da Bruxelles non sa probabilmente che esse portano anche la firma del governo italiano. Le decisioni sono il frutto di una sovranità condivisa, che è più forte, più significativa e più solida di una sovranità  nazionale singola. Che la giornalista si lamenti di questa situazione è affare suo, anzi, è la conseguenza della sua ignoranza di come funzionano le istituzioni europee, ma che questo atteggiamento sia condiviso dalla fauna politica sovranista di cui parlavamo è insopportabile per due ragioni: o nel pretendere la sovranità singola sono in buona fede, e allora bisogna invitarli a proporre modifiche ai Trattati, o sono in malafede, e allora bisogna mandarli al diavolo. Abbiamo l’impressione, tuttavia, che certi atteggiamenti di rifiuto e avversione verso l’Europa siano funzionali ad una ricerca di consenso. Quando le cose non vanno bene si cerca sempre un capro espiatorio, la condanna del quale attutisce la rabbia e l’avversione. E quale capro migliore dell’Europa? Tanto essa non risponde e lascia la parola ai suoi detrattori. La contraddittorietà tuttavia è palese. Questi sovranisti si lamentano spesso, di fronte a situazione di crisi e d’affanno come quella che stiamo vivendo, di non trovare l’Europa. “E’ assente e non fa nulla per noi. Sta in silenzio quando dovrebbe parlare e se parla qualche volta fa danni. Non interviene per aiutarci”.  Se questa fauna politica si vergogna di stare in quest’Europa ingiusta e sempre assente nei momenti importanti, perché la invoca e la vuole presente? E’ una contraddizione palese, a dimostrazione del fatto che per loro il consenso è molto più importante delle politiche europee.

    C’è un’altra categoria che si può affiancare ai sovranisti per il loro modo di parlare dell’Europa. Sono gli zitelloni del lamento e del pianto. Non vogliono uscire dall’Europa, anzi, Ma quando parlano di lei è per lamentarsi di quello che secondo loro non fa. Un articolo giunto nella nostra redazione ieri si lamenta addirittura della cattiva propaganda che fa l’Europa di se stessa. “A spiegarsi male una persona paga un prezzo alto, può compromettere la propria credibilità. Ma se questa incompetenza è propria di una comunità di nazioni, il prezzo da scontare travalica il caso contingente e sarà la sua storia. Che è poi la nostra”. Tutto vero! Ma perché sprecare intelligenza e competenza per parlare così dell’Europa? Non sarebbe più utile e accomandabile dire cosa fa l’Europa in questo tempo di crisi per aiutare i suoi popoli e i suoi governi?  L’Europa, nonostante le apparenze sottolineate dai suoi detrattori, c’è e sta crescendo. Il 7 aprile l’Eurogruppo ha valutato proposte che saranno girate al Consiglio europeo per affrontare la crisi generata dal coronavirus. La preoccupazione è anche un’altra: che l’Europa possa sopravvivere o meno alla pandemia mondiale. Intanto ha stanziato 2.700 miliardi di euro e ora ne stanzierà altri 3 mila per il dopo virus. Sono cifre notevoli, mai menzionate o utilizzate fino ad ora. Ma pochi sono gli articoli che pubblicano queste informazioni. Il lamento è più produttivo d’emozioni. Ad ogni modo, tanto i piagnucolosi, quanto gli europeisti, non dovrebbero dimenticare di ricordare di questi tempi che, con o senza Eurobond, ultimo argomento di accanite polemiche, l’Europa c’è, esiste, lotta, cresce e i veri suoi amici , più che cercare ogni giorno un modo per delegittimarla, dovrebbero ricordare alla fauna politica sovranista e ai cittadini tutti cosa sarebbe l’Italia se non avesse l’Europa accanto a sé.

  • Il ponte simbolo di un declino

    La semplice immagine di un ponte può rappresentare lo sviluppo e successivamente il declino del nostro Paese.

    Alla fine degli anni 50 la famiglia Perfetti creò “Brooklyn la gomma del ponte” che divenne un simbolo della libertà e dell’imprenditoria italiana nel mondo. Ancora oggi il gruppo lombardo è uno dei Top Player nel settore a livello mondiale. Il ponte, tuttavia, rappresenta anche l’emblema di quella che è stata alla  fine degli anni novanta la politica nazionale della privatizzazione giustificata con una richiesta di maggiore efficientamento.

    In sole due decadi una imprenditoria privata che vive di concessioni pubbliche è riuscita a far crollare il ponte di Genova con la complicità di una classe politica ben conscia dei rischi ai quali venivano sottoposti gli automobilisti. Il ponte di Genova rappresenta ancora una volta l’emblema di quella deriva latino-americana che il nostro Paese ha dovuto subire a causa di una classe politica complice di un sistema compromesso.

    Del resto la vicina Svizzera, come la Germania, ci insegna che le infrastrutture pubbliche di primaria importanza come le autostrade devono restare a gestione statale in quanto devono dimostrarsi un  fattore competitivo per  il sistema economico.

    Di certo non si può efficientare un sistema concedendo un’infrastruttura ad un privato il quale ovviamente per massimizzare il Roe diminuirà le manutenzioni. Ma se il ponte di Genova rappresenta l’apoteosi, la tragica apoteosi di questa classe vigliacca di politici ed imprenditori che, ripeto vivono di concessioni e che nulla hanno a che fare con l’imprenditoria nazionale, il ponte caduto in Toscana dimostra come il quadro sia più generale e decadente. Questo ponte in provincia di Massa Carrara, che aveva subito un controllo da parte dell’Anas (ente pubblico al quale va ricordato che la regione Veneto ha ceduto la rete stradale), senza nessuna causa esterna è crollato miseramente.

    Per fortuna questa volta non ci sono state vittime ma la sintesi rimane la stessa. Risultavano disonesti ed in malafede allora coloro che spinsero per le privatizzazioni delle infrastrutture pubbliche con il solo fine di avvantaggiare dei gruppi di imprenditori che si trasformavano in semplici esattori. Allo stesso modo oggi il ponte crollato in provincia di Massa Carrara dimostra come la struttura pubblica e la sua gestione con i propri quadri dirigenti risultino sostanzialmente inidonei alla mansione.

    Il ponte di Genova come quello in Toscana rappresentano il declino di uno Stato che ambisce a restare all’interno del mondo occidentale e dell’Unione Europea ma ormai è già un esponente di primissimo piano della deriva sudamericana.

  • Cdp italiana come la KfW tedesca

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘Italia Oggi’ il 3 aprile 2020.

    Il coronavirus, con la sua diffusione planetaria e i suoi effetti devastanti, condiziona tutti i Paesi, a partire dall’Italia. La sfida del rilancio economico sarà epocale, per tutti. È evidente che anche il futuro dell’Unione europea passa inevitabilmente attraverso il finanziamento di un programma unitario di investimenti e di sostegni all’occupazione imperniato sull’efficienza e sulla solidarietà. Ovviamente è opportuno che vi siano anche risorse finanziarie nazionali e degli interventi più mirati alle necessità di stabilità sociale e di ripresa economica.

    La decisione del governo tedesco di mettere in campo 550 miliardi di euro di investimenti nei settori dell’economia reale, attraverso la mediazione della Kreditanstalt fuer Wiederaufbau (KfW) potrebbe essere un esempio virtuoso da seguire. Si tratta di investimenti veri destinati all’economia, senza inutili mediazioni del sistema bancario privato.

    La KfW è una banca di sviluppo pubblica, controllata dal governo federale per l’80% e dai Laender (l’equivalente delle nostre regioni ma con un potere rafforzato) per il 20%. Fu creata nell’immediato dopo guerra per emettere credito e sostenere progetti per la ricostruzione. Era un tassello del Piano Marshall dedicato alla Germania. Ottenne presto la possibilità di trasformare gli interessi dovuti agli Stati Uniti in aumenti di capitale proprio, e di ampliare così la sua capacità d’investimento.

    Nei decenni passati è stata uno dei principali motori dello sviluppo industriale, infrastrutturale, tecnologico e sociale della Germania fino a diventare un colosso economico. Oggi ha un capitale (equity) di 30 miliardi di euro e investimenti pari a 610 miliardi. La KfW affianca sempre anche le grandi corporation tedesche, come la Siemens, la Daimler o la Mercedes, nella stipulazione di importanti contratti di cooperazione internazionale, siano essi in Cina, in Russia, negli Usa o in altre parti del mondo.

    Raccoglie capitali sui mercati finanziari con l’emissione di obbligazioni, che dal 1998, per legge, sono garantite dallo Stato tedesco. Li trasforma poi in crediti per investimenti in vari settori produttivi, infrastrutture, edilizia sociale, innovazione, nuove tecnologie e in sostegno forte alle imprese. Lo fa attraverso una rete di enti che ha creato e che controlla, come il fondo per le Pmi, quelli per l’export, per lo sviluppo regionale e locale, per le nuove fonti di energia, per l’ambiente, per la cooperazione internazionale, ecc.

    Nel 2008 ha creato anche la Ipex Bank che sostiene le imprese tedesche ed europee in progetti internazionali e nelle loro operazioni di export. Oggi ha un volume di business superiore agli 80 miliardi di euro. La KfW, inoltre, è esentata dai requisiti di capitale e dalle regole dell’Unione bancaria, così come lo sono le banche tedesche di sviluppo regionale, le Landesbank.

    In verità, in Italia, anche il Medio Credito Centrale (Mcc) nel 1953 fu creato su questo modello ma con molti meno poteri e meno autonomia. Oggi, com’è noto, realizza e integra le politiche pubbliche a sostegno del sistema produttivo, in particolare delle pmi. Una mission molto importante che, purtroppo, è rimasta confinata entro dimensioni troppo limitate.

    Anche l’italiana Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) è molto simile alla struttura della KfW. A confronto, però, è anch’essa molto più limitata nelle sue attività. Entrambe sono attive in parecchie operazioni congiunte, per esempio, nel Long Term Investors Club (Ltic). Quest’ultimo, si ricordi, dopo la Grande Crisi del 2008 è stato creato proprio con il compito di promuovere investimenti produttivi e infrastrutturali di lungo periodo in alternativa alla disastrosa finanza «mordi e fuggi».

    Per statuto la nostra Cdp, che gestisce ingenti capitali generati dalla raccolta di risparmio popolare (un totale di 386 miliardi di euro), in particolare attraverso i buoni fruttiferi e i libretti emessi dalle Poste Italiane, è ingessata su operazioni specifiche relative agli investimenti locali. Da qualche anno ha creato anche un fondo di sostegno agli investimenti nelle pmi e ha dovuto cambiare lo statuto per avere la possibilità di operare anche nell’internazionalizzazione dei mercati a sostegno delle imprese italiane che esportano e operano all’estero. Prima non era consentito.

    L’emergenza economica provocata dal coronavirus, con la sospensione del Patto di stabilità europeo, potrebbe diventare l’opportunità, la classica window of opportunity, per ripensare e rimodellare certi enti italiani. Senza inventare cose nuove si potrebbe “copiare” ciò che la Germania ha fatto e dare alla nostra Cdp gli stessi poteri e le stesse prerogative della KfW.

    Certo non si risolverebbero i gravi problemi storici dell’Italia, quali un debito pubblico troppo elevato, un’evasione fiscale sproporzionata, una corruzione intollerabile, una burocrazia inefficiente e tasse elevate su produzione e lavoro. Questi sono problemi e sfide ineludibili per lo Stato italiano. Ma, almeno, avremmo un ente, una sorta di banca nazionale per lo sviluppo, certamente più controllata e più efficiente.

    Si tenga presente, inoltre, che i 550 miliardi di euro di investimenti annunciati dal governo tedesco non vanno a incrementare il debito pubblico nazionale. Saranno gestiti dalla KfW che, in quanto ente indipendente, non entra nel computo del bilancio nazionale. Lo stesso avverrebbe con l’utilizzo della Cdp rafforzata. Qualsiasi aumento della spesa pubblica da parte del nostro governo, sia per l’emergenza sia per altre esigenze, andrà, invece, ad aumentare direttamente il nostro debito pubblico. Non si tratterebbe di una furbizia ma di un semplice ritorno all’idea della «banca nazionale per lo sviluppo».

    Guardando oltre l’attuale emergenza, il presidente Mattarella giustamente ha detto che «per rinascere ci è richiesta la stessa unità del dopoguerra». E noi, più modestamente, riteniamo siano necessari anche istituzioni, tempi e programmi economici simili.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La balbuziente “parola dell’Europa”

    Esiste un commissario europeo responsabile del Meccanismo di Protezione Civile Europea. In un’Europa normale, il suo nome dovrebbe essere sulla bocca di tutti. Le sue parole dovrebbero scandire quotidianamente il senso di un’Europa che s’impegna a fondo nel rassicurare una società spaventata e nel bisogno di riferimenti autorevoli. Il suo servizio è stato creato con una specifica base giuridica dal Trattato di Lisbona e già attivato oltre trecento volte negli ultimi dieci anni. Nel 2019 è stato rafforzato, nello strumento “rescEU”.

    Ancora a marzo il Meccanismo è stato utilizzato per aiutare la Grecia nell’assistenza all’ondata di profughi in arrivo dalla Turchia, sulla crisi da Covid era intervenuto marginalmente già a febbraio, organizzando alcuni voli di rimpatrio di cittadini europei rimasti bloccati in Cina; poi, il 19 marzo, rescEU ha lanciato un’operazione di acquisto e stoccaggio di materiale sanitario da distribuire ove necessario, con uno stanziamento di 50 milioni. Dove sia stato immagazzinato questo materiale a chi sia stato consegnato, non è un’informazione ancora disponibile.

    Ad aprile inoltrato, con un’escalation drammatica giorno per giorno, il sito istituzionale del Meccanismo si limita a riportare questi due interventi, e un aggiornamento al 23 marzo… Un ruolo talmente defilato e al rallentatore in termini di immagine che sarebbe perfino meglio non esistesse. Sul sito, non si riporta nessuna significativa presa di posizione del commissario delegato.

    Ha invece parlato la Presidente della Commissione. In un recente articolo sulla stampa italiana, dedicato soprattutto al Green Deal, è riuscita a non scrivere mai le parole virus, Corona, Covid – come se vivesse in un altro pianeta. Più apprezzato è stato il suo intervento, un po’ tardivo ma chiaro, del 13 marzo: “Aiuteremo l’Italia con ogni mezzo”. Esattamente una settimana dopo, riferendosi ai Corona Bond, ha però corretto il tiro: “Non li faremo”. E ha aggiunto, schierandosi in una questione ancora di pertinenza del Consiglio: “Capisco la Germania”. Poi, il 2 aprile, ha scritto una lettera all’Italia con altre parole: “Scusateci, ma ora l’Unione Europea è con voi”.

    Quanto alla Presidente della BCE, la sua battuta «Non siamo qui per chiudere gli spread» ha fatto perdere poche ore dopo alla borsa di Milano il 16%, bruciando 84 miliardi. Ha dovuto rettificare poco dopo, rassicurando che la BCE applicherà “tutta la flessibilità”.

    Siamo lontani dalla tecnica basata sulla certezza sfoderata dalle venti parole di Mario Draghi nel luglio del 2012 per sostenere l’euro: The ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough”. Corto, empatico, con una convinzione personale: e quella frase funzionò, altroché, per prevenire altri attacchi speculativi contro l’euro. Possibile che la devastazione del Covid non abbia potuto ispirare una simile determinazione nei giusti?

    Il Presidente del Consiglio è stato più cauto, ha evitato l’eccesso di dichiarazioni, al punto di passare quasi sotto silenzio. Anche lui ha scritto una lettera, in questo caso rivolta agli spagnoli, ricordando che “Le immagini alla televisione e sui giornali mostrano un popolo che si batte con valore eccetera”.

    Le “immagini alla televisione” – appunto: perché se la Protezione Civile Europea non è stata capace di inviare in Italia, e poco dopo in Spagna, un solo anestesista o un ospedale da campo di terapia intensiva, nessun esponente delle istituzioni europee ha pensato di accompagnare un convoglio umanitario anche per una visita lampo e simbolica, ma che permettesse, soprattutto nelle primissime fasi, di vedere e sentire di persona, e per veicolare l’immagine di un’Europa presente negli epicentri. A volte non occorrono nemmeno grandi iniziative, come ha dimostrato il segretario generale del Parlamento Europeo: con un gesto semplice e concreto, ha messo a disposizione delle autorità belghe auto, autisti e locali dell’istituzione. Sono risorse in larghissima parte non utilizzate in queste settimane di quarantena e potranno servire per trasporto di materiale medico o aiuti e per ospitare malati o materiale in caso di bisogno. È stata un’offerta apprezzata.

    È risaputo che in ogni guerra la comunicazione, compresa la sua variante “propaganda”, svolge un ruolo essenziale. Ma l’Europa ne ha ignorato l’importanza capitale, incapace fin qui di usare in tempo di crisi l’arte della parola giusta al momento giusto, della continuità della posizione corretta, della costruzione di un ruolo di rassicurazione – per il tessuto sociale o per i mercati.

    Si è proceduto in ordine sparso, con una comunicazione nel complesso disastrosa,  di basso profilo in molte occasioni, sbagliata e con effetti devastanti in altri, perfino a tratti incredibilmente contraddittoria. Nei migliori dei casi è stata una comunicazione difensiva, reattiva, quasi mai “pro-Europa”, capace di anticipare con una dimensione costruttiva l’ansietà dell’opinione pubblica e affrontarla in modo sistematico.

    Forse non tutti si sono resi conto degli effetti nefasti di questi errori, in un’epoca nella quale la maggior parte dei cittadini decide cosa votare attraverso un approccio emotivo – speranze, orgoglio, rabbia, paura, vergogna, senso di appartenenza. A spiegarsi male una persona paga un prezzo alto, può compromettere la propria credibilità. Ma se questa incompetenza è propria di una comunità di nazioni, il prezzo da scontare travalica il caso contingente e sarà la sua storia. Che è poi la nostra storia.

    *Presidente di Liberi Cittadini (www.libericittadini.it)

  • Coronavirus, gli effetti del lockdown

    Con il DPCM del 1 aprile 2020, pochi giorni orsono, il Governo ha prorogato sino al 13 aprile le misure di contenimento per il contrasto alla diffusione del coronavirus.

    Ripercorriamo insieme velocemente le tappe che hanno portato al lockdown. Il 31 gennaio, è stato dichiarato lo “stato di emergenza”; dopo una serie concitata di interventi, che tralascio per non appesantire la lettura, il 22 marzo si è arrivati alla chiusura delle unità produttive non essenziali o strategiche. Tali restrizioni sono tutt’ora vigenti sino al 13 aprile.

    Senza alcun spirito polemico, rilevo che dalla data della declarata emergenza sanitaria a quella del lockdown sono trascorsi più di 50 giorni. Ora, se l’imperativo è contenere la diffusione del virus, è chiaro che la tempestività delle iniziative è fondamentale per cercare di ridurre il numero di contagi e quindi di contenere il periodo di serrata.

    La riduzione dell’epidemia va a braccetto con la ripartenza del tessuto economico: ogni mese di chiusura, queste sono le stime del consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, costa tra gli 85 e i 100 Mld di euro. Queste cifre “che fanno tremare i polsi”, così le ha commentate il presidente del CNDCEC Massimo Miani, impongono certamente di cercare di ridurre al minimo il periodo di lockdown.

    Le stime del centro studi Confindustria su dati ISTAT presentano un calo del PIL di circa 10 punti percentuali per il primo trimestre del 2020 a cui dovrebbe corrispondere, sempre che la situazione sanitaria evolva positivamente in maniera rapida e consenta la ripresa delle attività seppur con tutte le cautele e le precauzioni del caso, un calo del 6% su base annua.

    In marzo è stato varato un primo intervento di sostegno per le imprese e i cittadini per una spesa di circa 25 Mld. di euro; se altrettanto venisse fatto ad aprile con risorse europee, a parità di scenari, si avrebbe una minor riduzione del PIL di 0,5 punti percentuali. Questo dato ci aiuta a comprendere come siano necessarie misure di più ampia portata.

    Il tema principale, come da più parti sostenuto, è la necessità di immettere nel sistema un’adeguata iniezione di liquidità immediatamente fruibile per imprese e cittadini in modo da evitare un pericolo crash finanziario che comporterebbe una prolungata depressione economica e l’insorgere di dolorosi fenomeni sociali.

    In proposito, Confindustria, insieme ai paritetici organismi tedesco e francese, hanno proposto un piano europeo straordinario di 3.000 miliardi di euro di investimenti pubblici. Di questi ci sarebbe una prima tranche di circa 500 miliardi di euro da destinare alle misure di liquidità e agli investimenti in sanità, infrastrutture e digitalizzazione.

    L’obiettivo deve essere quello di evitare che il sistema si fermi per effetto della carenza di liquidità procurata dal lockdown. E questo è vero anche con riferimento a quei settori oggi ancora in esercizio e che, probabilmente, stanno sostenendo picchi di domanda poiché laddove si innestasse la pericolosa crisi senza adeguati sostegni, parecchie aziende sarebbero costrette alla chiusura, molti lavoratori sarebbero privati della capacità di spesa con conseguenze di depressione generale per tutto il sistema.

    Le imprese, dal canto loro, sono chiamate oggi ad un importante sforzo per rivedere costantemente i propri piani finanziari in modo da cercare di prevedere le proprie esigenze e adottare tempestivamente gli strumenti disponibili (ammortizzatori sociali, moratoria dei mutui, ecc.). Dovranno ripensare i propri modelli di business e i processi produttivi alla ricerca di nuova efficienza salvaguardando la salute dei lavoratori. L’obiettivo in questa fase emergenziale è quello di sostenere l’urto e prepararsi alla ripartenza. L’uso delle nuove tecnologiche affiancato alla rivisitazione dei modi di lavoro può essere di estremo aiuto.

    In modo responsabile, chi può pagare lo deve fare, certo con le dovute garanzie e cautele, evitando comportamenti scorretti di rinvio tout court dei pagamenti, sfruttando l’emergenza del momento, che non farebbero che aggravare la situazione economica generale.

    In tutto questo processo potrebbe esserci un effetto ottimizzante che porterà a privilegiare le filiere produttive di qualità accompagnando, di conseguenza, all’uscita quelle che già si collocavano ai margini.

    Il Governo e le istituzioni europee sono chiamate a interventi coraggiosi di sostegno, che non possono trovare adeguata risposta negli strumenti oggi disponibili che erano stati creati secondo logiche non più attuali. Sarà impensabile uscire da questo momento senza incremento del debito pubblico. Aggiungo che, trattandosi di un fenomeno globale, andrebbe trattato a livello sovranazionale e quindi sarebbe quanto mai opportuno, per non dire imprescindibile, che venissero varati nuovi strumenti a valere sul patrimonio di entità e istituzioni europee o comunque dalle stesse garantite.

    Chiudo con un dato positivo che lascia ben sperare anche laddove gli stati europei non riuscissero a fare quell’auspicato salto di passo: la ricchezza delle famiglie italiane a fine 2017, secondo i dati di Banca d’Italia, era pari a 9.743 miliardi di euro, di cui 4.374 detenuti in attività finanziarie. Forse, e sottolineo il forse, veri cambiamenti strutturali nel Paese che ne rivalutassero competitività e efficienza, potrebbero indurre i cittadini a sostenere il debito pubblico anche con riferimento a ipotetiche emissioni straordinarie di titoli di stato dedicati all’emergenza corona virus.

  • L’economia circolare e Lavoisier

    Come all’avvento di ogni crisi  (2008/2011/2020) anche nell’attuale lockdown ecco fiorire le richieste da parte della cosiddetta intelligentia italiana di un cambio culturale per ripartire con maggior slancio nel futuro prossimo.

    Nel 2008-2009 la crisi finanziaria Made in Usa  che poi si trasformò nella terribile crisi economica nel 2010-2011 fece coniare da questi dotti pensatori la necessità dell’avvento della cosiddetta app/sharing e gig Economy  le quali avrebbero dovuto assicurare un nuovo sviluppo all’economia nazionale ed europea.

    Paradossale che nella situazione attuale proprio l’economia legata a questo tipo di innovazione tecnologica risulti ancora attiva (e-commerce, consegna a domicilio dei pasti, etc) ma il nostro Paese contemporaneamente perda circa 100 miliardi al mese di Pil. Riconfermando ancora una volta come il parametro attraverso il quale  possa e debba venire valutata qualsiasi strategia economica viene fornito dalla semplice ricaduta occupazionale stabile. Non va dimenticato, infatti, come questa del 2020 rappresenti  la terza crisi in poco più di 12 anni che il nostro Paese deve affrontare mentre dalle precedenti non abbiamo imparato assolutamente nulla.

    Partendo dal presupposto che il coronavirus non nasce per lo stile di vita occidentale ma da cause, come tutte le pandemie, indipendenti dalla volontà umana, risulta evidente come questa terza crisi economica  non  possa venire attribuita al modello economico attuale e alla sua gestione. Per dirla in breve non è la globalizzazione ad aver posto le basi per una simile pandemia quanto l’assoluta mancanza di regole, espressioni di sistemi normativi incompatibili per un mercato che si vuole e si definisce globale ma privo di un minimo comune denominatore che non sia quello mediato dal settore finanziario, cioè speculativo.

    Non va dimenticato, inoltre, come solo fino a pochi mesi fa si enfatizzassero gli effetti vantaggiosi della globalizzazione per i consumatori in termini di minor prezzo (https://www.ilpattosociale.it/2020/01/07/il-ritardo-culturale-accademico/).

    In questo periodo ecco che si ripresentano nuove teorie per un’economia ecocompatibile ed ecosostenibile basate su dati ed elaborazioni ideologiche opinabili  che proprio questa crisi ha messo in evidenza. A Padova, in ben quattro occasioni durante lo stop totale legato al Decreto Ministeriale che ha chiuso buona parte delle attività produttive come tutte le attività commerciali, si sono superati i limiti di pm10. Dimostrando per l’ennesima volta come il traffico automobilistico, al di là dell’inquinamento acustico, rappresenti l’ultima fonte di inquinamento rispetto ad altre all’interno del perimetro cittadino. Una volta in più emerge come dietro la spinta ecologista ci sia una ideologia non molto distante da quelle che hanno condannato molti paesi al declino.

    Il concetto di sostenibilità che risulta assolutamente da condividere deve partire e venire certificato da parametri oggettivi che partono anche  dalla ricaduta occupazionale (https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

    Viceversa proprio in questi periodi di crisi riemergono simili “teorie” di una economia compatibile con l’ambiente le quali dimenticano come già il sistema industriale italiano sia stato indicato come quello a più basso impatto ambientale (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). Già nel 2018 infatti proprio le PMI, cioè le piccole e medie  aziende, rappresentarono il vero asse vincente anche sotto il profilo ambientale.

    Partendo, quindi, da questi principi già adottati dal nostro sistema economico industriale e certificati in ambito di sostenibilità e rispetto ambientale invece di avventurarsi come ad ogni crisi in nuove teorie economiche sarebbe molto più interessante adottare un’altra volta il principio di Lavoisier. In un’economia circolare “Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma” per cui anche gli scarti di produzione possono diventare materia prima e dare così inizio ad un nuovo ciclo produttivo.

    Certificati questi risultati già ampiamente raggiunti dal sistema industriale ed economico italiano, una economia circolare si basa solo sulla libera circolazione di risorse economiche, persone e beni ma con una base di regole condivise relative alla tutela dei consumatori quanto dei lavoratori: in altre parole la tutela della filiera del Made in. Tutto il resto risulta semplice ideologia applicata alle giuste tensioni ambientaliste.

  • Obiettivi mascherati di una messinscena mediatica

    Il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine sono eterne.
    Charles Péguy, da “Pensieri”

    Domenica scorsa, 29 marzo, è arrivato in Italia un gruppo di 30 medici ed infermieri dall’Albania. Dopo l’arrivo e l’accoglienza ufficiale a Verona, il gruppo è stato trasferito a Brescia, dove era stabilito che gli specialisti albanesi dovevano prestare servizio. Quell’evento è stato accompagnato da un impressionante rendiconto mediatico, seguito da un’altisonante eco, sia televisivo che della carta stampata. Al centro di tutto ciò non erano però e purtroppo i medici e gli infermieri, come giustamente e doverosamente doveva essere. No. Era, invece, il primo ministro albanese. Diversi i servizi televisivi in tutte le edizioni della domenica e anche del giorno successivo, nonché molte interviste per alcune televisioni e giornali, compreso anche uno sportivo. L’autore di queste righe, però, considera tutto ciò semplicemente l’ennesima buffonata mediatica dalla quale il primo ministro albanese ha cercato di trarre vantaggio. Riferendosi al sopracitato evento, egli scriveva la scorsa settimana per il nostro lettore (Decisioni ipocrite e pericolose conseguenze; 30 marzo 2020): “Purtroppo, a fatti ormai accaduti e ben evidenziati quotidianamente, risulterebbe che al primo ministro non interessa tanto la salute dei cittadini”. E continuava, sottolineando che “Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che al primo ministro interessi soltanto l’apparizione mediatica e le immagini di facciata per usi puramente propagandistici. Sia in Albania che, quando si può e si crea l’opportunità, anche all’estero.”. Era perciò un’altra “ghiotta opportunità per il primo ministro albanese di apparire mediaticamente a livello internazionale”. Apparire, però, non per quello che veramente è e per come ormai lo conoscono bene in patria. No. È apparso senza la mascherina, come “consiglia” i cittadini da “padre degli albanesi”, ma comunque mascherato, recitando il ruolo del dirigente politico “attraente e alla moda”, ma anche “premuroso” per le sofferenze degli altri.

    Purtroppo si è trattato di una messinscena mediatica, dalla quale, però, i cittadini italiani sono stati ingiustamente e immeritatamente non solo disinformati, ma anche ingannati. Sia sulla realtà vissuta in Albania che, e soprattutto, su quello che realmente rappresenta il primo ministro albanese. Al pubblico italiano lui è stato presentato come un “modello interessante di positività”, mentre in patria la sua irresponsabilità istituzionale e/o personale, nonché il modo abusivo di gestire il potere e la cosa pubblica risultano essere ormai un’opinione sempre più consolidata e diffusa. Durante quella sopracitata buffonata mediatica della settimana scorsa, gli attenti “registi” hanno nascosto però ai cittadini italiani un “dettaglio”. E cioè che ormai in Albania, in seguito ad una ben ideata e attuata strategia, si sta pericolosamente consolidando una nuova dittatura. Una dittatura capeggiata dal primo ministro che ormai controlla quasi tutte le istituzioni statali e governative. Da colui che oltre al potere esecutivo e legislativo, ormai ha sotto controllo quasi tutti i media. Da colui che, per mettere sotto controllo anche quella parte non controllata e non sottomessa dei media, qualche settimana fa ha fatto approvare, dai suoi “eunuchi” deputati, una nuova legge che ha chiamato la “legge anti calunnia”! Niente di tutto ciò ed altro ancora è stato detto ai cittadini italiani durante tutta quella messinscena mediatica della settimana scorsa in Italia. Così facendo, i “registi” e gli attenti “curatori” della buffonata hanno semplicemente ingannato il pubblico italiano, presentandogli il primo ministro albanese come un “santo”, un dirigente “premuroso”, sia per i suoi cittadini che per quegli italiani, in questo grave momento di grande bisogno dovuto alla pandemia. Nascondendo così il suo vero volto e il vero carattere, quello del dittatore imbroglione. Quello del primo ministro albanese non era un atto di solidarietà e di “riconoscimento” nei confronti del popolo italiano, bensì una “trovata pubblicitaria”, una boccata d’aria per un affannato che sta attraversando un periodo molto difficile in patria. A proposito e rimanendo sempre sul tema: la scorsa settimana non è stata riservata la stessa “accoglienza” mediatica ai medici arrivati dalla Polonia. Come non è stato fatto anche con i loro colleghi albanesi. E neanche con i 30 medici e infermieri (sempre lo stesso numero!) arrivati ieri in Italia dall’Ucraina. Come neanche per gli aiuti materiali arrivati, sempre ieri, dall’Egitto. Ci sono stati, sì, dei servizi televisivi all’interno dei telegiornali, ma tutto è finito lì. Nessun spazio televisivo e/o della carta stampata, alle autorità che hanno accompagnato i medici e/o il materiale sanitario. Niente di tutto ciò che è stato riservato al primo ministro albanese. Chissà perché?!

    Ormai tutta l’opinione pubblica è convinta e consapevole che l’Italia, nel frattempo e da più di un mese, sta affrontando una situazione grave, con drammatiche conseguenze in vite umane, dovuta proprio alla pandemia. Da alcune settimane, oltre alla stessa pandemia, coloro che hanno la responsabilità di gestire la cosa pubblica in Italia stanno cercando di trovare nuove ed ulteriori risorse finanziarie, indispensabili per affrontare non tanto la pandemia stessa, ma le sue conseguenze. Ormai è una convinzione comune di tutti gli specialisti e delle istituzioni specializzate in economia e finanza nel mondo che il periodo dopo la pandemia sarà un periodo molto difficile a scala globale. Italia compresa. Ragion per cui i massimi rappresentanti politici e/o quelli delle istituzioni responsabili stanno cercando di garantire un maggiore e concerto sostegno finanziario e/o delle agevolazioni di vario tipo. Da alcune settimane i rappresentanti della maggioranza governativa e delle istituzioni responsabili in Italia stanno trattando sia con le istituzioni specializzate dell’Unione europea che con i massimi rappresentanti politici dei singoli paesi. Sono ormai note a tutti le difficoltà e gli attriti che si stanno verificando e rivelando sia a livello dell’Unione europea che tra i singoli e/o raggruppamenti di paesi membri dell’Unione.

    Da alcune settimane in Italia è stata messa in moto una pungente campagna diplomatica, istituzionale e mediatica che aveva, ed ha, come obiettivo sia le istituzioni dell’Unione europea e i loro dirigenti, che quelli di alcuni Stati membri dell’Unione. Una campagna che mirava e continua a mirare all’ottenimento di supporti e/o agevolazioni finanziarie per affrontare meglio la pandemia, ma soprattutto per affrontare il grave periodo economico e finanziario che si prospetta dopo la pandemia, a livello globale. Il presidente del Consiglio italiano non è stato soddisfatto neanche dalle dichiarazioni della presidente della Commissione europea rilasciate durante un’intervista ad un quotidiano italiano. Tenendo presente tutta quella messinscena, in Albania è ormai opinione diffusa che il sopracitato supporto mediatico offerto al primo ministro faceva parte proprio di quella campagna e serviva, per quello che poteva, a “mettere in imbarazzo” l’Unione europea e i singoli paesi membri. Opinione condivisa anche dagli analisti in Italia.

    Chi scrive queste righe pensa che potrebbe veramente trattarsi di una messinscena mediatica con degli obiettivi diversi da raggiungere. Da tutte e due le parti. Egli però considera comprensibile tutta la preoccupazione dei massimi rappresentanti politici e istituzionali in Italia che stanno cercando finanziamenti ad affrontare la prevista crisi per il bene degli italiani. Mentre condanna l’ennesima buffonata del primo ministro albanese che sta disperatamente cercando “sostegno”, anche tramite messinscene mediatiche, per consolidare la sua dittatura contro il popolo albanese! La differenza è abissale! Chi scrive queste righe condivide il pensiero di Charles Péguy. E cioè che il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine sono eterne. Perciò gli albanesi non devono permettere ad una persona, afflitta da aberrazioni mentali, di rovinare il loro futuro.

     

  • Conoscere le ragioni degli egoismi e saperle superare, così si costruisce la solidarietà Europea

    Leggere di Salvini che esalta l’eutanasia del Parlamento ungherese perché ha votato a larga maggioranza i pieni poteri al suo amico Orbán, vedere lo spettacolo del vicepresidente della Camera dei Deputati Italiana, esponente di FdI, rimuovere la bandiera dell’Unione Europea dall’asta e riporla “per ora” nel cassetto, compiendo un atto gravissimo di vilipendio ad una entità istituzionale di cui l’Italia è parte essenziale, copiato da decine di sindaci italiani, leggere sui social affermazioni di odio e disprezzo nei confronti dei partner europei, evidenzia le vere  intenzioni della Destra sovranista italiana di strumentalizzare il confronto sugli eurobond per l’emergenza covid-19, per rafforzare la strategia cinica e perdente fondata sull’Italexit. Un grave errore, non solo perché esaspera il rapporto con i Paesi del Nord, ma anche perché non considera che le ragioni del loro dissenso sugli eurobond sono di duplice natura e cioè la prima riguarda la tradizionale inaffidabilità della gestione della finanza pubblica di alcuni Paesi del Sud Europa, tendenti a utilizzare il debito pubblico a scopi clientelari ed elettorali, la seconda è l’assenza di una strategia compiuta di gestione delle risorse da utilizzare con gli stessi eurobond. Riconoscere queste riserve non vuol dire che hanno ragione, ma che occorre, piuttosto di insultare, cercare le giuste modalità per affrontare questi due aspetti, altrimenti non ci potrà essere alcun accordo e l’Unione Europea può rischiare l’implosione. Per trovare una intesa, innanzitutto bisogna chiarire che l’Europa, a parte l’imperdonabile gaffe della Lagarde, ha sin da subito fatto tutto ciò che era possibile fare per onorare la solidarietà tra Paesi europei. Quando, con l’intervista della Von der Leyen del 21.03.2020, furono evidenziati da parte della BCE lo stanziamento di ben 1.120 miliardi di € per impedire speculazioni sullo spread, altri 1.800 mld di € per sostenere il credito a famiglie e imprese e soprattutto, da parte della Commissione Europea, la sospensione a tempo indeterminato del patto di stabilità, cosa mai fatta in precedenza, per giorni i sovranisti sono rimasti silenziosi e quasi annichiliti. Ma, non appena il Consiglio Europeo ha rinviato la decisione sugli eurobond, immediatamente è scoppiata la canea delle critiche e degli insulti. Non è parso vero a chi fa politica con la demagogia trovare l’occasione per ribaltare un fatto di sostanziale solidarietà e trasformarlo in un falso abbandono degli italiani al loro destino. Se a ciò si aggiunge che il governo italiano non ha immediatamente attivato le consistenti provvidenze già autorizzate dall’UE, ed è conseguentemente esplosa la protesta sulla mancanza per molti cittadini di risorse per la sopravvivenza, ecco spiegata la strategia del cinismo, finalizzato a rompere e non ad aggiustare il rapporto con l’Europa. Ma qualcuno ha mai provato in Italia a vedere le contraddizioni delle politiche di alcuni Paesi del Sud Europa, dal punto di vista dei paesi del Nord? Il fatto di avere subito l’ingresso della Grecia nell’eurozona grazie ai bilanci dello Stato falsificati per anni? O di apprendere l’incredibile creatività delle pensioni greche, concepite per dispensare soldi a chiunque, senza collegamento con alcuna contribuzione? Ovvero assistere alle allegre politiche finanziarie dei governi italiani, in perenne ritardo sulle riforme di risanamento del bilancio (la riforma delle pensioni la Germania l’attuò nel 2002, l’Italia solo nel 2011, salvo poi introdurre la deroga di quota 100), o gli 80 € di Renzi e le ipocrite battaglie per strappare le “flessibilità”, che altro non erano che autorizzazioni a creare ulteriore debito pubblico a scopi elettorali? Tutto ciò ha costituito o no motivi di fastidio che hanno avvelenato la natura di una convivenza che non è stata vissuta dagli europei del Nord in maniera paritaria? Ecco perché a tutti i costi occorre che almeno sul piano delle regole questa volta e per il futuro ci sia chiarezza e non si conceda spazio a furbizie e speculazioni di alcun tipo. Non giova quindi a nessuno un dibattito in cui esponenti politici propongano di distribuire 1.000 € a testa al mese a chiunque e senza criteri, ovvero come ha fatto Salvini di stabilire che occorrono almeno 200 mld di € per il rilancio dell’economia. Perché non 300 o 150 mld? A già, perché c’è un “almeno”, il che vuol dire che intanto partiamo con questi e poi si vedrà, senza limiti ma soprattutto senza alcuna idea di quanto sia in effetti il vero fabbisogno. Qualcuno può pensare che questa sia una base ragionevole di trattativa? O piuttosto non appare una conferma dei comportamenti demagogici e irresponsabili del passato? Ma soprattutto è un comportamento da statisti responsabili che sanno che l’economia deve ripartire ad ogni costo, ma non in maniera casuale e con finanziamenti a pioggia, ma bensì mirati e funzionali alla ripresa? Ecco perché è profondamente sbagliato ragionare confondendo gli interventi per l’emergenza, che sono assistenza sanitaria e finanziaria per garantire la sopravvivenza nel momento difficile della quarantena, e gli interventi per la ripresa, che comportano innanzitutto la conoscenza dei tempi esatti del blocco dell’attività, la cui durata incide sui costi, che variano da settore economico a settore economico, e quindi da una rigorosa quantificazione delle risorse necessarie a garantire il rimborso dei danni subiti e le risorse necessarie per ripartire. La soluzione che garantirebbe tutti è quindi che alla prossima riunione dell’Eurogruppo si definisca l’accordo formale dell’impegno sull’emissione degli eurobond, per affrontare insieme lo strategico tema della ripresa economica, subordinandone la quantificazione alla definizione di un piano di costi e risorse necessarie, settore per settore, con controlli efficaci sull’andamento e attuazione della strategia. Solo così si può salvare l’Unione Europea, la cui implosione e il cui fallimento nel rilancio dell’economia colpirebbe senza distinzione tutti i Paesi, sia del Nord che del Sud. Infatti la Germania e gli altri Paesi del Nord, con metà Europa incapace di riprendere velocemente l’attività produttiva, come farebbero per gli approvvigionamenti e a quali mercati si rivolgerebbero? La ripresa dell’economia o è continentale, o tutti ne subiranno le conseguenze, primo fra tutti l’euro che si difende solo se tutti i Paesi che lo hanno adottato ritorneranno alla piena produttività e non certo con le misure di austerity fini a sé stesse. Ecco perché non ha senso, al di là dei beceri calcoli elettorali dei noti seminatori di odio, la polemica tra europei, che invece devono capire che per eliminare una volta per sempre queste spiacevoli incomprensioni, che nessuna lettera di scuse potrà mai superare, l’unica soluzione è riprendere e completare il processo di costituzione della federazione degli Stati Uniti d’Europa e creare quell’Europa Nazione a tutela di tutti i popoli finalmente uniti del vecchio continente, puntando al patriottismo Europeo, che è l’unico sovranismo che merita di essere celebrato e condiviso.

    Già Sottosegretario per i Beni e le AA.CC.

  • Bruxelles inserisce i reperti di Ostia Antica tra i patrimoni europei

    L’area archeologica di Ostia Antica diventa patrimonio storico e culturale europeo. Lo ha annunciato la Commissione Ue, che ha insignito del ‘Marchio del patrimonio europeo’ dieci siti dell’Unione, dalla Polonia al Portogallo. Questi luoghi “offrono a tutti i cittadini europei una grande possibilità di avvicinarsi al loro patrimonio culturale e rafforzare il proprio sentimento di appartenenza all’Ue”, ha dichiarato in una nota la commissaria europea responsabile per la cultura, Mariya Gabriel.

    I siti sono stati selezionati da una giuria di esperti indipendenti. Con l’aggiunta dei 10 di oggi, salgono a 48 i

    luoghi detentori del marchio europeo, fra i quali figurano anche il Forte di Cadine (Trento) e il Museo casa Alcide de Gasperi (Pieve Tesino). A differenza di quelli patrimonio mondiale Unesco, questi siti (la cui selezione è cominciata nel 2013) sono considerati importanti per la storia e la cultura europea, non solo dal punto di vista estetico.

    Il titolo di “Marchio del Patrimonio Europeo”, assegnato su iniziativa del commissario per l’Innovazione, la Ricerca, la Cultura, l’Educazione e la Gioventù, riconosce al sito dell’antico porto di Roma – sottolinea il Mibact in una nota – un ruolo significativo nella storia e nella cultura europea, valorizzato dall’intenso programma di rilancio attuato negli ultimi anni.

    Ostia Antica – fa notare il ministero di Beni culturali e Turismo – ha guadagnato il primo posto nella classifica dei 10 siti storici insigniti quest’anno del titolo: un risultato reso possibile dall’impegno, la capacità e la passione dei tanti professionisti dei beni culturali che vi lavorano. Il Parco Archeologico di Ostia Antica – si ricorda ancora – è uno dei musei autonomi istituito con il secondo step della riforma promossa dal ministro Dario Franceschini. E’ diretto dall’archeologa Mariarosaria Barbera.

    Il riconoscimento è stato istituito nel 2013 e finora ha premiato 48 siti europei. Ostia Antica è stata scelta insieme agli altri 9 siti per il 2020 al termine di una procedura di selezione che ha visto impegnati esperti indipendenti provenienti da tutto il continente nella valutazione delle candidature avanzate dagli Stati membri.

  • L’Europa si nasconde e l’Italia vorrebbe uscire

    Talvolta sembra non esserci e tal altra sembra non voler apparire. Succede quando i 27 Paesi membri dell’UE non si trovano d’accordo, oppure quando Germania e Francia hanno opinioni diverse su un problema considerato importante per l’avvenire dell’Europa e per la soluzione di problemi contingenti che toccano da vicino i loro interessi. Ma l’Europa c’è, anche quando Olanda e Germania marciano per conto loro in seno al Consiglio europeo, come è successo la settimana scorsa, nell’opporsi alle richieste dell’Italia e di altri Paesi mediterranei per definire le iniziative da intraprendere a tutela e a difesa dell’economia europea, disastrata dalla presenza nefasta del coronavirus e dalle iniziative intraprese dai governi per combatterlo e contenerlo. L’Europa c’è, tant’è vero che alcuni governi hanno espresso giudizi molto negativi sull’atteggiamento del primo ministro olandese e sulle sue dichiarazioni offensive ed inopportune nei confronti dei paesi del Mediterraneo. Qualche voce si è alzata anche dalle istituzioni europee e il primo ministro Mark Rutte si è sentito in dovere di fare qualche precisazione che attutiva l’asprezza dei suoi insulti e l’arroganza delle sue discriminanti opinioni. C’è l’Europa, ma non si manifesta. E’ come intimidita dalle responsabilità che si deve prendere sulle spalle e dalle scelte difficili, ma importanti, che deve decidere. Diciamo anche dagli interessi che deve necessariamente toccare, soprattutto quelli dei grandi Paesi. E’ un’Europa che si nasconde, che forse non è ancora in grado di dire quello che vuole e dove vuole in definitiva arrivare. Un’Europa ancora debole, certamente, ma consapevole che se non si manifesta del tutto c’è il rischio della sua dissoluzione. E’ un’Europa frantumata, retta da una cultura decadente che ha rinunciato alla ricerca della verità e si è accontentata di un relativismo persistente e negativo, considerato come una dittatura da Papa Ratzinger. Ho davanti agli occhi la figura di un uomo in bianco che il 27 marzo, un venerdì di quaresima, nella solitudine desolata di piazza san Pietro vuota e sotto la pioggia battente, sale lentamente, tutto solo, leggermente claudicante, la scala non impervia che porta alla porta centrale della basilica di san Pietro. E’ una solitudine parlante, commovente, immagine di quella chiesa che vuole parlare al mondo, ma che il mondo e l’Europa respingono. Quella figura bianca e sola sembrava portare su di sé tutta la tristezza del creato, tutte le mancanze dell’umanità che non risponde più ai disegni di Dio e vive in un vuoto di ideali che lo allontana dalla verità, la sola che valga la pena di essere perseguita e conosciuta. La cultura imperante è agnostica, quando non è pervicacemente contraria. La politica non riconosce il valore del sacro e lo nega. Le sue istituzioni negano addirittura le testimonianze della storia e dell’arte e non riconoscono che l’Europa affondi la sue radici nei valori del cristianesimo. Che cosa ha permesso  questa aberrazione che cancella secoli di civiltà? Quali nuovi valori intravvede la politica per affrancarci da una verità storica incontrovertibile? Che cosa animava Giscard d’Estaing ed i deputati che hanno votato come lui quando hanno respinto in seno alla Convenzione europea che doveva redigere il progetto di un nuovo trattato, l’accenno alla radici cristiane dell’Europa? Convinta contrarietà al cristianesimo? Obbedienza alla massoneria? Incomprensione del fenomeno? Leggerezza di comportamento, senza immaginare le conseguenze che ne sarebbero derivate? Si nota ora come la cosiddetta civiltà occidentale, da allora, abbia raggiunto i minimi livelli ed è opinione quasi comune che ciò dipende anche dal fatto d’aver negato ed abbandonato i valori cristiani. Li ha rappresentati e portati su di sé quella bianca figura che saliva in solitudine e sotto la pioggia verso la basilica vuota, una basilica vuota splendida, ammaliante, fascinosa e incantevole. Bellissima! E il vuoto era l’emblema di un popolo rinunciatario e smarrito, incapace di affiancarsi al suo pastore solitario e d’accompagnarlo verso la verità e la ricerca della misericordia. Siamo uno strano popolo noi italiani: accettiamo e sosteniamo per vent’anni una dittatura e la sua guerra d’Abissinia; rinunciamo volontariamente, alla domanda del duce, all’oro che ricorda la nostra nozze, entriamo con fanatismo nella seconda guerra mondiale, ne usciamo distrutti nelle cose e nell’animo dopo l’8 settembre del 1943 ed il 25 aprile del 1945, e nel 1948, in un sussulto di dignità, condanniamo con il voto il fronte popolare staliniano socialcomunista e ci affidiamo alla Democrazia Cristiana, una nuova forza politica  erede del partito popolare  italiano di don  Luigi Sturzo, prete siciliano di Caltagirone, che nel giro di quindici anni porta l’Italia, insieme ai suoi alleati laici dei partiti repubblicano, liberale e socialdemocratico di Saragat, al cosiddetto “miracolo economico”, che è consistito nel trasformare l’Italia da paese povero ed agricolo a sesta potenza industriale e manifatturiera. Un risultato inimmaginabile ma raggiunto, con proposte teoriche e pratiche presentate da uomini retti e all’altezza del compito, come De Gasperi e Ezio Vanoni, valtellinese di Morbegno, primo di quattro figli di una famiglia agiata. Fu il suo programma a dare slancio alle riforme e allo sviluppo, in ciò favorito dal fatto che l’Italia, con la Francia di Robert Schuman e la Germania di Conrad Adenauer, insieme ai tre Paesi del Benelux, avevano fondato le tre Comunità Europee. Fu un periodo splendido quello della fine degli anni cinquanta e di tutti gli anni sessanta, con una progressione di sviluppo economico continua e con la trasformazione dei rapporti all’interno del Paese che si toccava con mano. Certo, non mancarono anche episodi negativi come il trasferimento  di larghe fasce di popolazione dal Sud al Nord d’Italia, ma questo fu il prezzo da pagare per il raggiungimento della  modernità, perché così era considerato il passaggio dalla  vecchia società contadina a quella nuova industriale. Tutto questo periodo di passaggio fu però astiosamente e ferocemente contrastato dal partito comunista e dai sindacati a lui facenti capo. Larga parte dei media, influenzati dalla teoria gramsciana dell’egemonia culturale, non accompagnò lo sviluppo raccontandone i benefici, ma criticò in continuazione quel che stava succedendo, vedendone soltanto i lati oscuri e mai quelli positivi e benefici per l’intero popolo italiano, comunisti e sindacati rossi compresi. Questa prima repubblica, che raggiunse quegli straordinari obiettivi, fu distrutta definitivamente dalla magistratura politicamente organizzata, che disintegrò i cinque partiti democratici con l’accusa di corruzione e salvò soltanto il partito comunista, che la corruzione l’aveva inventata con gli affari legalmente e moralmente illeciti instaurati con i paesi dell’Est europeo dominato dal bolscevismo russo. L’Italia è ancora in balia di quella scomparsa e la politica è ancora orba di una leadership autorevole e prestigiosa. Ne stiamo pagando le conseguenze, con una classe politica che non si sa da dove è sbucata e perché, ma che si vede che non è preparata a governare e non ha nessuna esperienza di potere. Ne parleremo un’altra volta, ma non rinunciamo ad affermare che questo popolo italiano è pronto a tutto, al bianco e al nero, al rosso e al giallo, purché non gli si chieda di essere serio e conseguente.

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