Italia

  • Adozioni internazionali in calo anche nel 2019, ma l’Italia rimane la più accogliente d’Europa

    Non si arresta il trend negativo per le adozioni internazionali. Nel 2019, in Italia, è stato toccato il nuovo minimo storico tanto che per la prima volta il numero delle coppie che ha adottato è sceso a 969, -14% rispetto al 2018, circa la metà (-46,7%) rispetto a cinque anni prima quando erano state 1.819. Il numero dei bambini adottati scende a 1.205 (-13,6% rispetto al 2018, -45,6% rispetto al 2015). Il dato è stato fornito dalla Commissione per le adozioni internazionali (Cai) che ha pubblicato il report 2019 cui si conferma anche a livello mondiale il consistente calo: tra il 2004 e il 2018 nei 24 principali Paesi di accoglienza si è passati da 45.483 a 8.299 adozioni, l’81,7% in meno. Tuttavia l’Italia resta il primo Paese in Europa per numero di bambini adottati all’estero e si conferma al secondo posto nel mondo, dopo gli Usa, per numero assoluto.

    In Italia, per adottare un bambino straniero sono necessari, dal momento della domanda, in media 45 mesi. L’attesa varia da Paese a Paese: i tempi più lunghi si rilevano con Haiti (73,2 mesi) e Bulgaria (63,2); i più brevi con Ucraina e Burundi (36). In media, i bambini che arrivano nel nostro Paese hanno 6,6 anni (in linea con il 2018 e in crescita rispetto agli anni precedenti) e sono in maggioranza maschi (53,3%). Il Paese di origine che spicca è la Colombia che registrando 222 (+31,3% rispetto all’anno precedente) nel 2019 ha superato la Federazione Russa che è scesa a 159 da 200 (-20,5%). A seguire, Ungheria (129), Bulgaria e Bielorussia (81). Dei 1.205 bambini autorizzati all’ingresso in Italia, 774 (64,2%; il 70% nel 2018) hanno riguardato portatori di uno o più bisogni speciali.
    Solo cinque Regioni, nel 2019, hanno superano i 100 ingressi: Campania (153), Lombardia (151), Puglia (116), Veneto (110) e Toscana (104). Considerando le coppie, invece, Lombardia (128), Veneto (101) e Campania (104). Registrano un calo di oltre il 30%, Liguria e Sicilia; mentre sono in aumento, ci sono fra le altre, Trentino-Alto Adige, Umbria, Basilicata, Sardegna. I genitori adottivi hanno un’età media che aumenta; la maggiore frequenza, alla data del decreto di idoneità, si ha fra i 40 e 44 anni, il 35,6% per i mariti e il 38,3% per le mogli. Gli over 50 sono il 15% e il 6,5% e solo un marginale 0,1% dei mariti e 0,5% delle mogli ha meno di 30 anni. Mamme e papà adottivi hanno sempre un elevato livello di istruzione; la maggioranza ha la laurea (51,6% dei mariti e 60,7% delle mogli). Rispetto alle professioni, dove nel passato la maggioranza svolgeva attività impiegatizia, nel 2018 e 2019 il lavoro più diffuso ora riguarda professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione.
    Nel panorama mondiale, secondo il Segretariato de l’Aja nel periodo 2004-2018, il calo delle adozioni è significativo, -81,7%. Meno drammatico nell’arco temporale 2009-2018, -71,8%. La Cai sottolinea che il fenomeno delle adozioni non va letto solo dal punto di vista numerico: “Attribuire alla diminuzione dei casi una connotazione negativa assoluta, rischia di inquinare l’analisi del fenomeno”. E ricorda che il costante calo dell’ultimo decennio è dovuto principalmente alle trasformazioni interne nei paesi di origine; in molti casi, modifiche legislative per rendere le adozioni più trasparenti o miglioramenti di politiche per l’infanzia lasciando l’adozione come ultima ratio. Per la Cai, si assiste anche a modiche delle dinamiche interne dei paesi accoglienti, dove si registrano instabilità nelle relazioni di coppia e crisi economica. La Cai, sottolineando di aver promosso un “costante confronto e dialogo con i paesi di provenienza negoziando, stipulando e rinnovando accordi bilaterali o protocolli di intesa con le Autorità Centrali” (attività che ha contenuto il calo), precisa di essere
    impegnata “nell’apertura di nuove frontiere e nel rafforzamento degli accordi bilaterali già in essere”.

     

  • Il coronavirus piega quasi 9 librerie su 10 e 6 su 10 riducono il personale

    Il coronavirus ha colpito duramente il settore delle librerie: oltre il 90% ha segnalato un peggioramento dell’andamento economico della propria attività a causa dello scoppio dell’emergenza sanitaria e oltre l’84% delle imprese è in difficoltà nel riuscire a fare fronte al proprio fabbisogno finanziario (pagare i propri dipendenti, fare fronte al pagamento di bollette e affitti, sostenere gli oneri contributivi e fiscali). Lo segnala il primo Osservatorio sulle Librerie in Italia, presentato nella 76a Assemblea Generale di Ali Confcommercio. I numeri parlano da soli: a ridosso dell’estate oltre il 70% delle librerie ha dichiarato di avere adottato la cassa integrazione e il 60% delle imprese ha ridotto o prevede di ridurre il proprio personale. Nonostante le criticità, alcune hanno fatto ricorso alla evoluzione digitale per far fronte alla emergenza: il 27% ha iniziato ad utilizzare o ha intensificato l’utilizzo del commercio elettronico. “I dati confermano tutta la fragilità delle librerie italiane, ma anche tutte le grandi opportunità che le nostre imprese hanno davanti a sé”, ha spiegato Paolo Ambrosini, presidente di Ali Confcommercio. “Secondo le nostre stime – rincara la dose – nel periodo marzo-aprile si profilano ben 140 milioni di minor fatturato, pari a circa 45 milioni di euro di mancati utili lordi. Un macigno pesantissimo”, dice, che grava sulle 3.670 librerie contate dall’Osservatorio (231 in meno negli ultimi cinque anni) che occupano 11 mila addetti. Con Lazio, Lombardia e Piemonte prime per numero di esercizi (il 25% è al Nord Ovest, 18% al Nord Est, 26% al Centro e 31% al Sud).

    “In questi momenti difficili è importante stare uniti, fare gruppo per dare più forza alla nostra forza”, ha aggiunto illustrando le richieste del settore alla politica: detrazione fiscale per i libri, come le medicine; un piano straordinario per l’apertura di nuove librerie nelle parti del Paese dove mancano; la revisione dei criteri di tax credit perché sia un reale beneficio per tutte le imprese. “Con i nostri imprenditori – ha concluso Ambrosini – ci impegniamo a realizzare il primo portale delle librerie italiane, investire di più nella formazione e rivedere il nostro rapporto con il sistema bancario”.

    Le librerie possono contare su una clientela di fiducia: sul totale dei clienti che nel corso dell’ultimo anno hanno acquistato almeno un articolo in libreria, quasi sette su dieci sono persone che appartengono alla clientela storica del negozio. Sei librerie su dieci ritengono che la figura del libraio sia il vero punto di forza della libreria per la sua capacità di fare da consulente al consumatore, consigliare i libri e diffondere cultura. Tra queste, il 95,5% ritiene che la propria libreria riesca a tradurre tale presenza in un vantaggio economico. In difficoltà soprattutto le librerie indipendenti in merito all’assortimento dei libri: il 62,8% non riesce a mettere a disposizione dei consumatori un assortimento aggiornato. Sul totale dei costi di gestione che le librerie indipendenti hanno sostenuto nel corso dell’ultimo anno, il 57,4% sono stati per ‘spese incomprimibili’ (es. affitti e utenze). Il dato si è ulteriormente aggravato a causa della pandemia. Solo l’8,4% delle librerie indipendenti ha chiesto credito negli ultimi mesi. Di queste, il 72,7% ha ottenuto una risposta positiva (il 58,7% si è vista accolta interamente la domanda, il 14% si è vista concedere un ammontare inferiore a quello desiderato). Cinque librerie indipendenti su dieci si sono servite dei distributori per rifornirsi di libri (50,1%), il 25,7% dei grossisti, solo il 5,3% dai distributori online.

  • La Bce e l’ambiguità del governo Conte

    L’Italia, ma soprattutto la sua compagine politica nazionale, rappresenta un unicum politico in Europa. Sostanzialmente le compagini politiche presenti nei vari paesi che compongono l’Unione Europea si dividono tra filoeuropeisti e sovranisti, in antitesi tra loro. La contrapposizione politica tre due schieramenti si articola ovviamente nelle diverse visioni monetarie (pro euro ed euroexit), ed ovviamente ideologie politiche, che possono proporre il sostegno ad una possibile uscita dall’Unione Europea sostenuta dai sovranisti, ma anche nella strategia economica di medio e lungo termine.

    L’Italia, viceversa, con il governo Conte e la maggioranza che lo sostiene, presenta una posizione “terza” rispetto all’Unione Europea e alle proprie istituzioni.

    Alle dichiarazioni di appoggio alla politica europea in particolar modo del PD, ed ovviamente in contrapposizione alle posizioni dei sovranisti, fa riscontro nella realtà una sostanziale sordità ed ambiguità rispetto alle indicazioni che l’autorità monetaria europea indica in relazione alla politica economica del nostro Paese. “La BCE bacchetta il governo Conte e clamorosamente boccia la lotta al cash dell’Italia, avvertendo: “rischiate di colpire le fasce più deboli” (da investireoggi.it).

    La Bce, quindi, afferma una verità conosciuta da molti in Italia ma negata solo da una classe politica indegna di un paese democratico. In questo modo la politica dimostra la propria posizione non più ideologica ma semplicemente opportunista e probabilmente soggetta ad interessi terzi (https://www.ilpattosociale.it/attualita/contante-ed-telepass-finanziario/).

    Mai un governo aveva dimostrato attraverso delle opinabili scelte di politica economica e monetaria una volontà e una colpevole insensibilità così evidente nel colpire le classi più deboli. Una ambiguità confermata dalla stessa BCE alfine di ribadire una propria supposta superiorità intellettuale a fronte invece della propria sudditanza al sistema bancario ed alle compagnie telefoniche che forniscono le reti.

     

  • Referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari

    Si scrive “referendum”, si legge “trappola”.

    Quando si voterà per alcune regioni, alcuni comuni e per elezioni suppletive in pochi collegi, è molto probabile che il cosiddetto “election day” richieda anche il voto per un referendum confermativo della modifica costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari.

    A differenza dei referendum abrogativi, che per essere validi devono raggiungere il quorum della maggioranza degli aventi diritto, il referendum di tipo approvativo si considera valido anche qualora vi partecipasse una minima parte dei cittadini.

    Mettendo da parte le ragioni puramente demagogiche che hanno spinto la maggioranza dei politici a votarlo, sono la data di questo referendum e il suo abbinamento con le altre elezioni che suscitano molte perplessità.  Tanti costituzionalisti storcono il naso sul fatto che elezioni politiche o amministrative possano coincidere con una consultazione referendaria perché la Costituzione prevede, addirittura, che in caso di elezioni per il Parlamento (e s’intende anche per qualunque altra elezione) un referendum, perfino se già indetto, sia posticipato di un anno o due. La ragione è che sia la campagna a favore o contro un quesito referendario non debba essere contaminata da una campagna elettorale evidentemente animata da tutt’altri obiettivi.

    A ben guardare, tuttavia, i problemi sono anche altri e purtroppo non sembra che se ne parli sufficientemente. Gli osservatori della politica sembrano convinti che la maggioranza dei votanti al referendum sia già orientata ad approvare la riduzione. Ebbene, qualora ciò avvenisse, le nuove elezioni politiche per Camera e Senato non potrebbero aver luogo prima che si realizzino altri passaggi. In particolare, per evitare intoppi o pasticci istituzionali, servirà una nuova legge elettorale che tenga conto del cambiamento del numero degli eletti. Sempre che la sostanza della nuova legge mantenga il metodo attuale che toglie agli elettori ogni possibilità di scegliersi i propri rappresentanti, servirà comunque ridisegnare i collegi elettorali. Attualmente, la discussione in merito non è neppure cominciata e nessuno può sensatamente ipotizzare quanto tempo sarà necessario per trovare un accordo. Ancora più complicate, sia nel merito sia nel tempo necessario, saranno le successive modifiche della Costituzione che si renderanno necessarie. Senza contare le modifiche ai rispettivi regolamenti interni di Camera e Senato che coinvolgeranno in totale almeno quarantasei articoli.

    Le modifiche costituzionali da approvarsi dopo la possibile approvazione di questo referendum (e prima di nuove elezioni politiche) riguardano il superamento della base regionale per l’elezione dei senatori a favore di una base circoscrizionale e la riduzione da tre a due dei delegati regionali che parteciperebbero di diritto all’elezione del Presidente della Repubblica. Tra le condizioni chieste dalle sinistre per approvare la riduzione dei parlamentari c’era anche, per il Senato, l’abbassamento a 25 anni dell’elettorato passivo e a 18 per quello attivo. I 46 articoli dei Regolamenti di Camera e Senato da cambiare riguardano invece il funzionamento dei lavori interni. Essi vanno dalla modifica al numero legale richiesto per certe attività, a quale numero di parlamentari debba essere necessario per ottenere che un voto sia segreto e, in genere, a tutte quelle attività che richiedono esplicitamente un numero specifico e definito di deputati e senatori.

    Se queste ultime modifiche sono modificabili con tempi relativamente veloci poiché interne alle singole camere, le modifiche costituzionali necessarie richiederanno, invece, tempi piuttosto lunghi. Per modificare la Costituzione è necessario che le votazioni siano essere almeno due per ogni camera (Senato- Camera e poi ancora Senato-Camera o viceversa) e che tra il primo turno e il secondo passino almeno tre mesi. Inoltre, qualora il risultato favorevole fosse inferiore alla soglia dei 2/3 degli aventi diritto è possibile che, come successo nel caso attuale, si debba superare lo scoglio di uno, o più, nuovi referendum popolari confermativi da approvarsi prima che le modifiche possano entrare in vigore.

    E’ interessante ricordare che nei primi passaggi parlamentari sulla riduzione del numero dei rappresentanti del popolo, sia il Partito Democratico, sia Liberi e Uguali avevano votato contro il provvedimento, salvo sacrificare il proprio orientamento pur di entrare in maggioranza e sostenere un nuovo governo Conte. Se ora decidessero di tornare alle loro prime convinzioni e invitassero i propri elettori a votare NO, ciò implicherebbe la rottura dell’attuale maggioranza e quindi la caduta del Governo. La cosa sembra quindi altamente improbabile.

     

    Il vero problema è che, una volta che il referendum fosse approvato, sarà impossibile avere nuove elezioni politiche fino a che sia i regolamenti interni delle Camere, sia la Costituzione non siano adeguatamente corretti.

    Che questo voto rappresenti una “assicurazione sulla vita” per l’attuale Parlamento?

    Il sospetto è forte e non si può escludere che proprio questo sia il calcolo di qualcuno. E’ vero che, dal punto di vista strettamente tecnico, tutte le procedure potrebbero risolversi in pochi mesi ma occorrerebbe una forte volontà politica che è difficile attribuire all’attuale maggioranza. Com’è possibile immaginare che chi si trova oggi in Parlamento si precipiti a redigere e approvare una nuova legge elettorale che implicherebbe la fine della legislatura e l’improbabilità di essere rieletto? E come si potrebbe ipotizzare che tutti si precipitino a votare a raffica la stessa legge di modifica costituzionale, due volte alla Camera e due al Senato, per ottenere poi il risultato di andarsene a casa? Non hanno già lasciato tutti intendere che, comunque vadano le cose, vorranno essere sempre loro a votare per il nuovo Presidente della Repubblica?

    Certamente tutto può succedere, ma è molto probabile che chi voterà favorevolmente al referendum per ridurre il numero dei Parlamentari convinto di fare un ennesimo atto di “antipolitica” contro la “casta”, contribuirà invece a garantire agli attuali “rappresentanti” di poter godere un po’ più a lungo dei benefici che godono attualmente. Benefici che molti di loro non riuscirebbero mai più a ottenere quando ritorneranno alla vita “civile”.

  • Effetto annuncio: la relazione causa effetto

    Persino ad una mente infantile non dovrebbe sfuggire l’effetto che determinati annunci possano causare all’economia in generale e ai consumi particolare.

    L’incertezza legata alla possibile estensione degli Ecobonus anche alle autovetture Euro 6 benzina, Diesel gpl e metano di fatto sta bloccando il mercato dell’auto in attesa di chiarimenti ed opportunità. Una situazione che secondo le ultime rilevazioni statistiche potrebbe portare alla chiusura del 50% dei concessionari automobilistici entro la fine dell’anno.

    Viceversa la scellerata affermazione del primo ministro su una possibile diminuzione dell’IVA, anche se temporanea,  ha un effetto negativo se non devastante per tutti quei consumi non di prima necessità. La loro stessa natura (non di prima necessità) permette infatti ai consumatori di poter procrastinare un acquisto in attesa degli effetti della diminuzione dell’IVA “promessa”. Ad una già difficile situazione economica legata alla diffusione del Covid-19 si aggiunge quindi l’infantile incapacità del Presidente del Consiglio e di tutti i Ministri economici di questo scellerato governo i quali, con le loro “grida manzoniane”, contribuiscono ad aumentare l’incertezza in relazione alle  dinamiche economiche immediate.

    Questo nuovo fattore determinato dalla incapacità di valutare strategicamente le proprie affermazioni  si trasforma inevitabilmente in maggiori costi economici in aggiunta ad un già difficile quadro economico nazionale.

    Sembra incredibile ma gli unici che ancora oggi danno ulteriore dimostrazione di non aver compreso  il valore fortemente depressivo di tali dichiarazioni sembra proprio la compagine governativa come i partiti che la sostengono.

    Non conoscere la relazione causa-effetto in relazione alle proprie affermazioni ma ancora peggio ignorarne le conseguenze dimostra l’assoluta inadeguatezza dell’intera compagine governativa.

  • Un italiano su tre farà le vacanze nel giardino di casa

    L’emergenza coronavirus pesa anche sulla fase 3 e la paura del contagio da Sars-Cov-2 spinge un 32% degli italiani a dire no alle vacanze. Stando infatti al sondaggio effettuato in questo mese di giugno da Kantar per idealo – e che l’Adnkronos ha potuto consultare – il 31,9% degli italiani non andrà affatto in villeggiatura, il 31,7% dei nostri connazionali è ancora oggi indeciso su cosa fare mentre solo il 36,5% degli interpellati ha risposto che andrà in villeggiatura quest’estate.

    Insomma un ‘new normal’ che ha fatto contemporaneamente crescere la necessità di preparare la propria casa per l’estate. Tanto che le ferie di quest’anno si stanno delineando come le vacanze ‘in giardino’, preferibilmente nella seconda casa e scandite dalla ‘piscina-mania’. Un trend, rivela idealo, che mostra infatti sul fronte delle compere online un vero e proprio “boom di ricerche sul web di piscine gonfiabili, tende da sole, barbecue o mobili outdoor”. “L’anomalia” del primo trimestre “emerge chiaramente – sottolinea l’Istat – alla luce del fatto che al rallentamento della crescita del tasso di occupazione corrisponde un aumento degli inattivi più distanti dal mercato del lavoro, cioè di coloro che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare, associato al calo dei disoccupati”. A spiegarla è proprio l’impatto dell’emergenza sanitaria su disoccupazione e inattività. Dinamica che caratterizza in particolare, come sottolinea ancora l’Istituto, il mese di marzo, quando la progressiva chiusura dei settori produttivi non essenziali e le limitazioni nella possibilità di movimento delle persone per l’emergenza sanitaria hanno modificato i comportamenti individuali nella ricerca di lavoro. Mettersi alla ricerca di un lavoro o essere disponibile ad iniziare un impiego entro due settimane è stato “difficile, se non quasi impossibile” durante il lockdown. Così sono diminuiti i disoccupati e aumentati gli inattivi.

    Sono infatti circa 6 su 10 le abitazioni in Italia che dispongono di uno spazio all’aperto che, come emerge dalle ricerche online condotte sul portale idealo.it nell’ultimo mese, gli italiani stanno allestendo come ‘nuova meta’ dove trascorrere le prossime vacanze. In particolare, il portale di comparazione basato a Berlino anticipa all’Adnkronos che si sta registrando “un boom di interesse per le piscine con punte di crescita record del 5.052,9%. Non solo. Con gli occhi puntati alle vacanze nell’era Covid-19, le ricerche online degli italiani di tavoli da giardino sono cresciute del +2.843,1%, degli ombrelloni da esterno del 2.174,4% e dei set di mobili da giardino del 2.008,0%, accompagnate da ricerche di sedie da giardino (+1528,6%) e senza tralasciare il tradizionale barbecue (+442,7%).

    Per coloro che andranno in vacanza quest’anno, sembra essere indifferente la meta purché si tratti “di vacanze in movimento, all’aria aperta e distanziate”. Dalle ricerche condotte nell’ultimo
    mese su idealo.it risultano infatti in crescita quelle di prodotti per sport acquatici e pesca (+472,8%), abbigliamento e accessori outdoor (+220,8%) e articoli per arrampicata e alpinismo (+151,3%).

    Sono in particolare i gommoni e kayak i prodotti più cercati, con un aumento di 1.230,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sottolineano gli analisti. Non solo. Gli italiani stanno anche puntando di più sul campeggio visto che aumentano, rispetto al 2019, anche le ricerche di articoli per il camping con una crescita in media del +102,3% per i prodotti della categoria. E, in fine, tra coloro che andranno in vacanza, la maggioranza netta (60,9%) ha riferito che ha scelto una località di mare.

  • Famiglie più connesse durante la pandemia, ora urge il 5G

    Nel periodo di marzo e aprile Fastweb ha registrato un incremento nella richiesta media giornaliera di nuove attivazioni del 40% nel mercato residenziale rispetto ai due mesi precedenti. Un trend che si è confermato anche nel mese di maggio. A dirlo è Walter Renna, Chief Operating Officer di
    Fastweb intervenuto alla tavola rotonda nell’ambito dell’evento Telco per l’Italia organizzato da CorCom. Aumentata in modo significativo – di 20 punti percentuali circa – anche la richiesta di nuove linee, non derivanti da migrazioni da altri operatori. “La domanda di connessioni performanti è in crescita perché evidentemente le abitudini di consumo digitali sono cambiate”, ha commentato Renna. “Se prima del lockdown il 40% delle famiglie italiane faceva a meno della connessione fissa perché si appoggiava al mobile, oggi è emersa la necessità di una connessione ultrabroadband performante e affidabile”. Questo conferma, secondo il Coo di Fastweb, che la barriera all’adozione delle linee fisse non è il costo, visto che i prezzi degli abbonamenti ad Internet in Italia sono tra i più bassi d’Europa, ma il “bisogno di connettività”.

    Durante l’emergenza Covid tutte le attività (lavoro, studio, servizi) si sono spostate sul digitale dando un impulso deciso alla domanda di connessioni fisse. Secondo Renna “Ora è fondamentale lavorare su competenze e digital transformation delle famiglie e delle imprese per consolidare queste nuove abitudini e trasformarle in un vantaggio per il paese”.  Fastweb nei prossimi mesi svilupperà una rete 5G FWA per coprire le aree non raggiunte dalla fibra e raggiungere 8 milioni di famiglie in città medio-piccole entro il 2023. “Il 5G FWA è la soluzione definitiva per raggiungere rapidamente chi è sprovvisto di connettività ad un Giga e riteniamo sia l’unico modo per risolvere il problema dell’Italia a due velocità”, ha concluso Renna.

  • In Europa allo studio oltre 20 vaccini per il coronavirus

    Sono oltre venti i candidati europei alla realizzazione del vaccino contro il Sars-Cov2, e tre di questi già nella fase di sperimentazione sugli esseri umani. Il più avanzato al mondo finora in questa fase di test continua ad essere il vaccino di Oxford, realizzato in tandem con l’azienda Advent-Irbm di Pomezia. A breve saranno diffusi i risultati della fase 1 della sperimentazione, arrivata già alla fase 3 su 10 mila persone. Intanto il gruppo di Tubinga CureVac ha ottenuto l’ok per iniziare i test clinici su candidati volontari, dopo che il ministero dell’Economia ha reso noto che lo Stato ha fatto il suo ingresso nell’azienda con una partecipazione di 300 milioni di euro. E sempre questa settimana partiranno i test clinici sul prototipo di vaccino sviluppato dai ricercatori dell’Imperial College di Londra, il secondo trial più avanzato fra quelli in via di sperimentazione nel Regno Unito. Che in totale coinvolgerà per il momento 300 volontari, tra i 18 e i 70 anni, per valutare gli eventuali effetti collaterali, le possibili controindicazioni, la risposta immunitaria. Al lavoro sul vaccino anche gli italiani, oltre all’azienda di Pomezia, con la presenza di ReiThera, l’Università di Trento con BiOMViS, e Takis. In fase di sperimentazione avanzata (fase1/2) sugli esseri umani anche la tedesca BioNTech/Fosun Pharma/Pfizer.

    La corsa al vaccino contro Covid-19 vede impegnato tutto il mondo scientifico, dalla Cina, agli Stati Uniti, al Canada, alla Corea. Ma il fronte europeo è ben rappresentato anche quantitativamente e i laboratori sono al lavoro notte e giorno, pure dove la sperimentazione è ancora in fase pre-clinica. Come alla Adapt Vac nei Paesi Bassi, la Sanofi in Francia, la AJ danese, la Janssen belga, il Karolinska Institute con Cobra Biologics in Svezia. Grande impegno anche in Spagna, uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia, dove stanno testano il vaccino alla IDIBAPS-Hospital Clinic e al Centro Nacional Biotecnologia.

    All’imponente attività di ricerca concorrono praticamente tutti i giganti della farmaceutica, proprio quelli che potranno poi garantire le strutture industriali per la produzione del vaccino che tutto il mondo chiede. Le vie scientifiche seguite dai ricercatori non sono naturalmente tutte uguali: alcuni utilizzano il codice genetico necessario dalle cellule umane per la sintesi di un antigene virale, mentre altri, come nel caso del vaccino Oxford, usano l’adenovirus, che causa il raffreddore, ed è capace di trasportare nelle cellule un gene sintetico.

  • Sul blog di Grillo e su quello del M5S una lunga liason col Venezuela

    La liason tra grillini e Hugo Chavez e poi Nicolas Maduro è un tema ricorrente nel Blog di Beppe Grillo e nel Blog delle Stelle (house organ ufficiale del Movimento). E, come ha scoperto l’agenzia Adnkronos, il ‘bolivarismo’ grillino non nasce da interesse per Los Roques o Isla Margarita, mete turistiche di pregio.

    Il 22 febbraio 2019, sul sito di Grillo, Fabio Massimo Parenti scrive che “il mondo non accetta più i diktat statunitensi” e che “la maggioranza dei paesi rappresentati all’Onu” riconoscono “la legittimità dell’unica presidenza votata, quella di Maduro”. Pochi giorni prima sullo stesso Blog appare un post dal titolo ‘Venezuela: l’oro nero che fa gola a molti’ firmato da Danilo Della Valle (studioso di relazioni internazionali che scrive per ‘L’antidiplomatico’). Nel pezzo non mancano critiche a Juan Guaidó, presidente dell’Assemblea nazionale venezuelana dal 5 gennaio 2019 al 28 marzo 2019 e riconosciuto come presidente del Venezuela, tra gli altri, da Usa, Francia, Regno Unito. Ma non dall’Italia. “Prima dell’elezione a presidente dell’Assemblea nazionale” solo “un venezuelano su cinque conosceva Guaidó”, definito dal “sociologo Marco Teruggi un ‘personaggio creato ad hoc in laboratorio. Un mix di elementi che portano alla costruzione di un personaggio a metà tra il preoccupante e il ridicolo’; secondo lo scrittore venezuelano Sequera ‘Guaidó è più popolare all’estero, soprattutto nei circoli delle èlite della Ivy League di Washington”: sono solo alcuni dei giudizi sferzanti riportati dal Blog di Grillo, dove si ricorda che “il Paese che diede i natali a Bolivar possiede la più grande riserva al mondo di oro nero” e che dopo la morte di Chavez sono arrivate le “sanzioni imposte da Usa ed Ue, che costano al Venezuela circa 33 miliardi di dollari” gettando il Paese in una crisi, “con scarsità di beni di prima necessità e medicine, e un aumento della pressione interna ed internazionale, ai danni del governo in carica”.

    E’ del 2015 il post ‘Uscire dai #petrodollari, uscire dalle guerre’, questa volta a cura di Marinella Correggia, dove il Venezuela di Chavez viene citato tra i Paesi che si sono ribellati al petrodollaro. “Nel mirino – scrive l’autrice – sono del resto tutte le nazioni dell’Alleanza Alba (Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua) che non solo si sottraggono ai diktat del Fondo Monetario Internazionale ma cercano anche di sviluppare un proprio sistema finanziario basato sulla moneta virtuale sucre e perfino sul baratto”. Sempre nel 2015 il Blog di Grillo ospita un intervento del regista americano Oliver Stone dal titolo ‘Il colpo di Stato della Cia in #Ucraina’. “Ricordate il cambio di regime/colpo di stato del 2002, quando Chavez è stato temporaneamente estromesso, dopo che manifestanti pro e anti-Chavez erano stati colpiti da misteriosi cecchini nascosti in palazzine di uffici? Assomiglia anche alla tecnica usata all’inizio di quest’anno in Venezuela quando il governo legalmente eletto di Maduro è stato quasi rovesciato con l’uso di violenza mirata contro i manifestanti anti-Maduro”, si legge nel post del cineasta.

    Nel 2014 compare un articolo di Massimo Fini dedicato sempre alla situazione in Ucraina, dove però non mancano passaggi sul Paese sudamericano: “Prendiamo il Venezuela, adesso, dopo la morte di Chavez, guarda caso ci sono queste rivolte. E’ chiaro che in ogni Paese c’è del malcontento, a parte il fatto che la politica di Chavez in Venezuela era stata una politica non alla Castro. Chavez non era un comunista, ma un socialista e eletto democraticamente. E’ altrettanto chiaro che gli Stati Uniti soffiano su questi malcontenti o li foraggiano”.

    Facendo un salto indietro nel tempo – è il 2007 – ci si può imbattere in una lettera dello scrittore americano Gore Vidal con uno sperticato elogio a Chavez: “Guardo con ammirazione a quello che sta facendo Hugo Chavez, per esempio. E’ un’ispirazione per il mondo intero, a differenza degli Stati Uniti, che non sono un’ispirazione per nessuno, tranne per potenziali dittatori”. Non è da meno il Blog delle Stelle quando il 12 febbraio 2019 riporta il lungo intervento pronunciato in Aula dal deputato Pino Cabras sulla situazione in Venezuela. “Siamo ben lontani dal considerare Maduro un modello”, affermava il parlamentare, sottolineando però che riconoscere Guaidó presidente “in termini diplomatici, è un atto impraticabile, avventato e incompatibile con gli obiettivi dell’Italia”. Sempre il Blog delle Stelle ospitò il 4 febbraio dello stesso anno un post di Alessandro Di Battista che invitava il governo a mantenere una posizione “neutrale” rispetto alla crisi venezuelana: “L’Europa – scriveva l’ex deputato – dovrebbe smetterla una volta per tutte di obbedire agli ordini statunitensi”. Si contano poi diversi interventi a firma Manlio Di Stefano: tra questi, il post del 4 marzo 2017, nei giorni in cui l’attuale sottosegretario agli Esteri guidava una delegazione pentastellata in visita in America Latina: in Venezuela, racconta il parlamentare, il M5S tenne “diversi incontri con i rappresentanti delle organizzazioni regionali dell’America Latina, come la Celac, l’Unasur e l’Alba-TCP” nonché “incontri bilaterali con i diversi rappresentanti governativi della regione” che arrivarono a Caracas il 5 marzo in occasione dell’anniversario della morte di Hugo Chavez.

     

  • La differenza tra Germania e Italia? Lufthansa licenzia, Alitalia riceve più fondi delle scuole

    Come a rispecchiare la differenza tra la solidità tedesca e la debolezza italiana, mentre Alitalia ha trovato nel coronavirus l’ennesima boccata d’ossigeno, oltre 3 miliardi di aiuti pubblici (ben più di quanto stanziato per l’istruzione) per evitare il fallimento anche formale oltre che di fatto del vettore, Lufthansa, pure beneficiaria di aiuti pubblici, è pronta a licenziare. Secondo voci raccolte dalla stampa tedesca la compagnia ha in progetto il taglio di circa 26 mila posti su scala mondiale per far fronte alla crisi provocata dal coronavirus.

    La notizia è emersa al termine di un vertice che si è svolto ieri tra azienda e sindacati concluso, come riferisce il sindacato Ufo, con la possibile decisione di arrivare a un taglio complessivo di 26 mila posizioni, di cui almeno 22 mila a tempo pieno. Un taglio, fanno notare i sindacati, che di fatto raddoppierebbe quanto finora previsto sul fronte della riduzione del personale, con un naturale irrigidimento della trattativa. Ufo nei giorni scorsi si era detto pronto a possibili concessioni, ma in un quadro di garanzie che con la mossa odierna verrebbe meno.

    Lufthansa, che possiede anche Swiss, Austrian Airlines e Brussels Airlines, ha dichiarato nei giorni scorsi che prevede di avere circa 100 aerei in meno in servizio dopo la pandemia. Il sindacato ricorda però che negli scorsi giorni, era stato approvato il piano di salvataggio della compagnia pari a circa 9 miliardi di euro, che vedrà il governo tedesco diventare primo azionista del gruppo con il 20% del capitale. Un piano che gli azionisti della compagnia dovranno valutare in un Cda straordinario fissato per il 25 giugno. La situazione ha avuto pesanti ripercussioni in Borsa con il titolo della compagnia che a Francoforte alla fine della giornata in cui sono emerse le indiscrezioni sui possibili tagli ha ceduto il 9,94% a 10,06 euro.

Back to top button
Close

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker