Italia

  • Mio figlio potato via dalla mia ex moglie

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ci ha inviato il Signor Giovanni Paolo Bocci al quale è stato sottratto il figlio, tenuto illegalmente in Kazakhstan dalla madre kazakha, destinataria di mandato di cattura internazionale e relativa richiesta di estradizione.

    Cara Redazione del Patto Sociale,

    Le scrivo in merito al caso di mio figlio Bocci Adelio Giovanni, cittadino italiano sottrattomi più di cinque anni fa.

    Ebbene, nonostante un mandato di cattura internazionale con estradizione emesso dal Tribunale di Brindisi e ricerche per mio figlio come minore scomparso dall’Italia, a tuttora le nostre istituzioni non hanno mosso un dito.

    Oltretutto ancora sto aspettando da parte del nostro ministero degli Esteri, dopo la lettera inviata nell’agosto del 2018 al ministro Moavero, una risposta riguardo al mio caso, di cui ve ne sarei grato se la pubblicate.

    Le amare conclusione di questa vicenda penosa sono:

    1) la mancanza di autorevolezza del nostro Paese, timido in materia di affrontare specialmente con paesi come il Kazakhstan di cui vi sono rapporti economici. Non capisco perché barattano la vita di un cittadino italiano, in questo caso mio figlio, portato illegalmente in questo paese.

    L’attività viene solo svolta in maniera burocratica senza il dovuto coordinamento tra le varie funzioni e competenze.

    2) Il nostro Paese e le sue decisioni non tutelano i propri cittadini come altri stati, impugnando fatti e battendo pugni sul tavolo.

    3) Non si vuol far capire che le vittime in tutto sono i bambini, cui vengono cancellati i legami con una parte importante della propria vita.

    Giovanni Paolo Bocci

  • Il primato del pubblico azzoppa ricostruzione e sviluppo del territorio

    C’è poco da stare allegri pensando che l’amministrazione pubblica sta per ricevere 209 miliardi dalla Ue. La ricostruzione ampiamente incompiuta delle aree del centro Italia colpite dal terremoto del 2016 attesta che laddove lo sviluppo del territorio non è affidato all’iniziativa privata, tale sviluppo resta soltanto sulla carta. A quattro anni dal sisma che ha danneggiato circa 79mila edifici, infatti, sono stati presentati solo 13.948 progetti e ne sono stati approvati appena 5.325, gli immobili riparati sono 2.544. La situazione è solo un po’ migliore per quel che riguarda i danni lievi (10.000 progetti circa e 4.500 approvazioni), mentre per le scuole risultano completati 17 interventi a fronte di 250 complessi scolastici su cui agire e per le chiese sono state portate a termine 100 ristrutturazioni su 944.

    La subordinazione dell’interesse dei cittadini a tornare alla normalità alle regole della pubblica amministrazione ha fatto sì che su 2.357 opere pubbliche finanziate quelle recuperate in 4 anni siano 186 ed intanto oltre 30mila persone vivono ancora in affitto con sussidi pubblici per un importo di 150 milioni l’anno.

    Il Ponte Morandi resta insomma un’eccezione più che un battistrada e qualunque sia il contesto nel quale si parla di opere pubbliche – ricostruzione post-sisma o utilizzo del Recovery fund – le buone intenzioni devono fare i conti con la realtà, lo strapotere che negli anni ha assunto la pubblica amministrazione in un Paese che crede al di là dell’evidenza nell’equazione secondo cui non c’è salvezza fuori dal pubblico.

  • L’inflazione digitale

    Il dibattito scatenato nel nostro paese relativamente all’utilizzo delle risorse finanziarie del Recovery Fund dimostra tristemente il livello culturale ed il massimalismo ideologico che definisce il perimetro della nostra residuale credibilità.

    Da più parti si inneggia ad una nuova e più incisiva spinta alla digitalizzazione tanto della nostra economia quanto della pubblica amministrazione. Una direzione certamente giusta che, per quanto riguarda la pubblica amministrazione, già parzialmente introdotta nel recente passato, si è tradotta invece in un onere aggiuntivo per gli utenti e paradossalmente in una perdita di produttività della stessa pubblica amministrazione (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/). Questa ulteriore spinta alla digitalizzazione, anche se applicata nel modo corretto, pur sperando in un miglioramento del livello di servizi (e magari finalmente della produttività), con molta difficoltà si potrebbe tradurre in un incremento di nuovi posti di lavoro rispetto a quanto lo possa produrre il turnover. La digitalizzazione applicata all’economia reale, viceversa, rappresenta un adeguamento dei canali e degli strumenti informatici che determinano quindi una forte velocizzazione dei collegamenti e dei complessi processi produttivi.

    Quindi va sottolineato, ancora una volta, come la conoscenza e la cultura all’interno di una impresa rappresentano una ricchezza difficile da valutare in un bilancio tuttavia fondamentali per il futuro della stessa azienda nel complesso mercato globale.

    Rimane evidente, tuttavia, la visione parziale di queste scelte strategiche, specialmente se riferite alle strategie proposte dal governo. Il fattore velocità in un mercato aperto e competitivo sempre più diventa fondamentale se inteso come il time-to-market per rispondere ad un bisogno del mercato da parte di una azienda attraverso il proprio bene o servizio. In altre parole, l’intera economia occidentale risulta condizionata da un mercato saturo e quindi, come logica conseguenza, il sistema industriale o politico non è in grado di condizionarlo come dimostra il flop degli ecoincentivi per le auto elettriche.

    Il nostro sistema economico risulta caratterizzato da un livello di saturazione tale per cui sono le informazioni che vengono dal mercato ad indicare le tendenze dei prodotti e dei servizi richiesti (Pull) alle quali la capacità dell’impresa industriale, appunto attraverso una sempre maggiore velocità di produzione, riesce a far fronte attraverso un bene od un servizio nel minore tempo possibile. Specialmente in relazione alla indicazione proveniente dal mercato la digitalizzazione risulta quindi fondamentale nella sua individuazione e trasmissione al mondo industriale quindi produttivo. Una velocità che deve essere mantenuta anche nel processo inverso dall’azienda verso il mercato, cioè in relazione ai tempi di consegna.

    Anche nel “ritorno” della risposta rispetto a quanto appreso dal mercato per via digitale ancora una volta risulterà determinante il fattore velocità ma in fortissimo rapporto con la sua sostenibilità economica.

    Quindi, nella prima fase la digitalizzazione è fondamentale in quanto consente di ottenere maggiori ed immediati feedback dal mercato per poi elaborarli e trasferirli in produzione in tempi altrettanto ristretti. Successivamente, però, nel percorso inverso, dall’azienda al mercato ed all’utente, risulta evidente che alla stessa velocità si deve aggiungere anche il fattore economico, entrambi determinanti e fondamentali per il completamento di questo ciclo economico e commerciale.

    Al di là quindi di ogni economia digitale risulta fondamentale il costo del trasporto delle merci e di conseguenza del gasolio. Questo sistema rappresentato dai due sensi di marcia risulta assolutamente sconosciuto, o peggio, addirittura negato in virtù di un massimalismo vetero/ecologico applicato all’economia dall’attuale governo. I suoi rappresentanti intendono entro l’anno, infatti, eliminare gli “incentivi” al gasolio virando nella  direzione opposta delle altri nazioni europee e portare il prezzo del gasolio a 1,43 al litro. Basti ricordare come in Germania attualmente il prezzo del gasolio sia di 1,03 al litro: una differenza che determina già ora rispetto al prezzo medio italiano un costo inferiore di quasi -30% rispetto al nostro prezzo medio di 1,27.

    Ora, se venisse confermata questa sciagurata strategia del ministro Costa, la differenza di costo alla pompa salirà al +43% per il trasporto merci che all’80% viaggia su gomma. Quindi, paradossalmente, le nostre merci come qualsiasi utenza professionale pagheranno un +43% in più il prezzo del gasolio al quale vanno aggiunti nel caso italiano il prezzo proibitivo delle autostrade che in Germania sono gratuite.*

    Questo aumento dei costi del trasporto delle merci innescherebbe inevitabilmente una spirale inflattiva in presenza già di una conclamata recessione economica: inflazione il cui andamento risulterà proporzionale alla velocità dei feedback del mercato e quindi dalla digitalizzazione stessa.

    Il terribile combinato inflazione e recessione economica andrebbe a gravare ancora una volta sulle spalle dei contribuenti attraverso l’aumento dei prezzi al consumo. Un disastro economico che colpirà ovviamente le famiglie a reddito Inferiore. Il tutto in nome di un massimalista vetero ambientalismo che vede nel motore gasolio (il massimo per efficienza energetica) il nemico assoluto: classico esempio di strategie ideologica la quale Individua in un nemico il fattore aggregante.

    L’effetto combinato di questo massimalismo ideologico, unito ad una incompetenza governativa mai raggiunta nella storia della Repubblica Italiana, verrà pagato dall’utenza italiana e trasformerà una opportunità come quella del Recovery Fund nell’ennesima occasione per aggravare accise e tasse e perdere competitività nei confronti del contesto internazionale.

    (*) Per carità di Patria si evita di calcolare il livello medio retributivo tedesco superiore del 30% ad un pari livello italiano in quanto porterebbe il costo del gasolio per l’utenza Italiana a +70% .

  • I “G.U.F.”: il vivaio fascista della classe dirigente antifascista

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Michele Rallo

    Il conformismo del “politicamente corretto” non ha limiti. E altrettanto dicasi per l’ipocrisia di regime. Prendete il sito ufficiale della Presidenza della Repubblica, per esempio, e andate a cercare la biografia del Presidente Napolitano: «È nato a Napoli il 29 giugno 1925 … – vi leggiamo – Fin dal 1942, a Napoli, iscrittosi all’Università, ha fatto parte di un gruppo di giovani antifascisti …»[1] Ora, si da il caso che il gruppo antifascista cui si riferisce il sito quirinalizio fosse il GUF, ovvero la sezione partenopea dei Gruppi Universitari Fascisti. Lo stesso Napolitano, d’altro canto, lo aveva onestamente ammesso nel libro “Dal PCI al socialismo europeo”, sua personale autobiografia politica: «La Resistenza è stata bellissima. Anche se io non l´ho fatta, perché all´epoca [cioè anche dopo il 1942 – n.d.r.] militavo nei Gruppi Universitari Fascisti.»[2] Più tardi, proverà a chiosare: «Il GUF era in effetti un vero e proprio vivaio di energie intellettuali antifasciste, mascherato e fino a un certo punto tollerato».[3]

    Tesi in verità un po’ ardita, ancorché comune a tanti “ex”, che nel dopoguerra giustificheranno i loro trascorsi fascisti asserendo che i GUF fossero stati una sorta di pensatoio ove si riunivano gli eretici che vagheggiavano un rinnovamento radicale. Dimenticavano gli “ex”, però, che il rinnovamento auspicato dai “gufini” (e soprattutto dai più eretici fra loro) era un rinnovamento fascista, spesso addirittura fascistissimo. Si veda – al riguardo – un classico della letteratura politica italiana: “Il Voltagabbana” dell’ex fascista e poi deputato comunista Davide Lajolo.[4]

    In ogni caso, ai GUF ed alle loro più illustri proiezioni intellettuali (la Scuola di Mistica Fascista e soprattutto i Littoriali della Cultura e dell’Arte che si tennero dal 1934 al 1940) si guardava come ad un vero e proprio incubatoio delle giovani promesse del regime, quelle che lo stesso Mussolini indicava come «la futura classe dirigente» del fascismo.

    Era perciò naturale che i giovani più brillanti e capaci dell’Italia di allora, quelli che aspiravano a diventare classe dirigente, aderissero ai GUF. E si trattava di adesioni «su base esclusivamente volontaria».[5] Nulla a che vedere – per intenderci – con l’iscrizione obbligatoria al PNF richiesta per gli impiegati pubblici. Ai GUF si iscriveva solo chi lo voleva. Per andare ai Littoriali, poi, si doveva sudare parecchio, essere bravi e battere la concorrenza accanita di tanti zelanti camerati.

    Una volta terminata l’epoca del fascismo – perché di un’epoca vera e propria s’era trattato – i giovani che aspiravano a diventare classe dirigente fecero nuove scelte; scelte, naturalmente, compatibili con la nuova realtà post-fascista. La cosa non era certamente scandalizzante. E non era nemmeno un “voltar gabbana”. Era semplicemente un prendere atto che era finita un’epoca e ne era iniziata un’altra.

    Molti fecero questa scelta dopo la conclusione del conflitto; taluni anche prima, durante gli ultimi anni del regime o nei giorni della guerra civile al nord. Alcuni lo fecero con stile, senza sputare nel piatto ove s’era mangiato; altri in modo meno signorile. Alcuni voltarono semplicemente pagina, senza troppi problemi; altri vissero la transizione con tormento interiore; altri, ancòra, sostennero di essere stati sempre antifascisti, anche in orbace e camicia nera.

    Fatto sta che Mussolini aveva certamente visto giusto quando aveva indicato nei GUF la palestra della futura classe dirigente italiana. Molti dirigenti dei partiti postbellici, infatti, avevano fatto la gavetta proprio nei GUF e nei Littoriali. Fra costoro, i futuri “missini” erano soltanto una minima parte: i più noti erano Giorgio Almirante, Ernesto De Marzio, Gianni Roberti, Nino Tripodi; quest’ultimo pubblicherà poi un documentatissimo libro sui Littoriali: “Italia Fascista, in piedi!”[6]

    Certamente di più erano coloro che nel dopoguerra scelsero come approdo la Democrazia Cristiana. Puntualmente, Nino Tripodi[7] sottolineava come i tre più significativi segretari della Democrazia Cristiana fossero cresciuti alla grande scuola dei GUF e dei Littoriali: si trattava di Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani ed Amintore Fanfani. I primi due si erano segnalati per la passione e la solerzia con cui avevano perseguito le rispettive brillanti scalate ai vertici dell’impegno culturale fascista, concorrendo per le sezioni più significative dei Littoriali. Aldo Moro (GUF di Bari) aveva fatto una prima apparizione ai Littoriali di Roma (1935), non ce l’aveva fatta a partecipare a quelli di Firenze (1936), ma si era poi rifatto risultando 7° nella sezione Dottrina del Fascismo ai Littoriali di Napoli (1937) e 5° nella medesima sezione ai Littoriali di Palermo (1938); dopo di che aveva intrapreso la carriera universitaria, ottenendo poi la cattedra di Filosofia del Diritto e di Politica Coloniale.[8] Paolo Emilio Taviani (GUF di Genova, poi di Pisa, più tardi comandante partigiano) aveva invece partecipato a tutti i Littoriali dal 1934 al 1940, concorrendo per la sezione Dottrina del Fascismo e/o per quella di Studi Corporativi; per conseguire una libera docenza dovrà attendere fino al 1943, ma nel frattempo otteneva una specializzazione in Scienze Corporative presso la Normale di Pisa.[9]

    Certamente più autorevole era stata la carriera dell’altro futuro Segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani. Laureato già dal 1930 e docente universitario dal 1932, alla stagione dei Littoriali il Fanfani aveva partecipato non da discente ma da docente. La sua prima presenza come “commissario” – su designazione del Segretario nazionale del PNF Starace – era stata quella del 1935, ai Littoriali di Roma. Da allora era stato tutto un crescendo di riconoscimenti accademici e politici. Partito da una semplice cattedra di Storia delle Dottrine Economiche all’Università del Sacro Cuore, Amintore Fanfani si era affermato ben presto come uno dei più gagliardi esperti di dottrina corporativa fascista, primeggiando fra i docenti dei Littoriali e financo fra quelli dell’esclusiva Scuola di Mistica Fascista.[10] Naturalmente, i GUF allevarono una nutrita nidiata di futuri democristiani meno illustri: fra di essi, i ministri Carlo Donat-Cattin (GUF di Torino), Luigi Gui (GUF di Padova), Giuseppe Codacci Pisanelli (GUF di Roma), Mario Ferrari Aggradi (GUF di Pisa, vincitore dei Littoriali del 1937 per gli studi militari), Dino Del Bo (GUF di Milano, vincitore dei Littoriali del 1938 per la composizione narrativa).

    Numerosa anche la componente che poi sceglierà i partiti laici minori. Cito cinque esponenti che in futuro svolgeranno incarichi ministeriali: il liberale Vittorio Zincone (GUF di Roma, vincitore dei Littoriali del 1935 per gli studi corporativi), il socialdemocratico Luigi Preti (GUF di Ferrara), i socialisti Achille Corona (GUF di Napoli), Giuliano Vassalli (GUF di Roma) e Mario Zagari (GUF di Milano, poi dirigente della Scuola di Mistica Fascista).

    Quanto al Partito Comunista, numerosi furono i suoi esponenti di primo piano che avevano mosso i primi passi della politica nei Gruppi Universitari Fascisti. Voglio ricordare innanzitutto Pietro Ingrao (GUF di Littoria, oggi Latina), certamente il più significativo e carismatico fra i comunisti ex “gufini”, nonché uno dei primi a rompere col fascismo e ad aderire – nel 1940 – al PCI clandestino. Ingrao – già vincitore del premio nazionale “Poeti del tempo di Mussolini” – aveva partecipato ai Littoriali di Firenze del 1934, giungendo secondo nella sezione di composizione poetica (dopo il poeta della “generazione inquieta” Leonardo Sinisgalli). Egualmente secondo in composizione poetica giungeva ai Littoriali di Roma dell’anno seguente e, contemporaneamente, decimo in organizzazione politica.

    Ingrao a parte, l’elenco dei futuri esponenti comunisti era piuttosto nutrito: Mario Alicata (GUF di Roma), Antonio Amendola (GUF di Roma, vincitore dei Littoriali del 1935 per la critica letteraria), Felice Chilanti (GUF di Roma, nel 1942 coinvolto in un complotto “superfascista” per uccidere esponenti fascisti moderati), Davide Lajolo (GUF di Milano), Alessandro Natta (GUF di Pisa), Antonello Trombadori (GUF di Roma) e numerosi altri. Tra gli ultimi, nel 1942, giungeva Giorgio Napolitano (GUF di Napoli), poi Presidente della Repubblica Italiana.

    A parte i futuri esponenti politici, i GUF annoverarono altri nomi che, nel dopoguerra, ritroveremo nel gotha della cultura, del cinema, del giornalismo. Cito i più noti, tutti rigorosamente desunti da due diverse elencazioni di Wikipedia: gli economisti Franco Modigliani e Paolo Sylos Labini; il pittore Renato Guttuso; il regista teatrale Giorgio Strehler; i registi cinematografici Michelangelo Antonioni, Luigi Comencini, Alberto Lattuada, Carlo Lizzani, Giuseppe Patroni Griffi; gli sceneggiatori Federico Zardi e Cesare Zavattini; gli editori Alberto Mondadori, Ugo Mursia, Edilio Rusconi; il poeta Leonardo Sinisgalli; il critico letterario Gian Carlo Vigorelli; gli scrittori Giorgio Bassani, Carlo Bo, Italo Calvino, Alfonso Gatto, Pier Paolo Pasolini, Vasco Pratolini; i giornalisti Gaetano Baldacci, Maurizio Barendson, Silvio Bertoldi, Giorgio Bocca, Alberto Giovannini, Gianni Granzotto, Jader Jacobelli, Sandro Paternostro, Eugenio Scalfari.[11] E si potrebbe continuare a lungo.

    [1] http://www.quirinale.it/qrnw/statico/presidente/nap-biografia.htm
    [2] Giorgio NAPOLITANO: Dal PCI al socialismo europeo. Un’autobiografia politica, Roma-Bari, Laterza, 2005.
    [3] http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Napolitano.
    [4] Davide LAJOLO: Il “Voltagabbana”, Il Saggiatore, Milano, 1963. Nuova edizione: BUR, Milano, 2005.
    [5] http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_universitario_fascista.
    [6] Nino TRIPODI: Italia Fascista, in piedi! Memorie di un Littore, Il Borghese, Milano, 1960. Nuova edizione: Settimo Sigillo, Roma, 2006.
    [7] La maggior parte dei dati che andrò a citare in ordine alle partecipazioni ai Littoriali, sono desunti dal libro di Nino Tripodi.
    [8] http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Moro.
    [9] http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Emilio_Taviani.
    [10] http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_di_mistica_fascista_Sandro_Italico_ Mussolini#I_docenti.
    [11] http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_universitario_fascista#Iscritti_noti.5B7.
    5D; http://it.wikipedia.org/wiki/Littoriali#Partecipanti_famosi

  • Corsa a funghi, è boom nei boschi

    Stagione di funghi e scatta la corsa a porcini, finferli, trombette, chiodini nei boschi italiani con le piogge delle ultime settimane che hanno creato condizioni favorevoli soprattutto al Nord e nelle zone appenniniche mentre al Sud si dovrà ancora attendere. È quanto emerge dal monitoraggio di Coldiretti sull’inizio delle attività di raccolta. Ma la Coldiretti mette anche in guardia contro le improvvisazioni tracciando un decalogo di regole.

    In Veneto, sottolinea Coldiretti, si annuncia una stagione più che favorevole per tutte le specie che si trovano nei boschi: galletti, porcini, mazza di tamburo, finferli. È buona la raccolta in Cadore, nell’agordino, nella Val Zoldana e nelle zone colpite dalla tempesta Vaia, quindi pure nel vicentino sull’Altopiano, dove continua la proliferazione dopo uno stop dovuto allo schianto di alberi. Buona la situazione – spiega Coldiretti – anche in Trentino Alto Adige e in Friuli Venezia Giulia dove si registra una crescita abbondante per tutte le principali varietà”. In Lombardia si raccoglie in Valcamonica, nel Bresciano, con un forte aumento di porcini, russule e altri funghi. Più difficile fare previsioni per l’alta Lombardia, dove tra le province di Varese, Como, Sondrio e Lecco il caldo intenso delle scorse settimane ha rallentato di molto la crescita dei funghi, ancora assenti nella zona bassa mentre si trovano in discreta quantità solo nella fascia tra i 1500 e i 1800 metri. Allo stato attuale, oltre ai porcini, predominano le ‘russule’; i cantarelli sono stati i primi a comparire ma piccoli e poco abbondanti. In Valle Brembana, nella Bergamasca, la stagione è iniziata in questi giorni, ma sembra che sia buona, soprattutto per i porcini. “Meno buona la situazione in Piemonte, dove anche i cercatori più esperti faticano a trovare funghi – continua Coldiretti – mentre in Liguria si attende l’effetto delle ultime piogge, sperando in una buona stagione. In Toscana si preannuncia un autunno molto interessante, a partire dalle zone top di Valtiberina e Casentino (Arezzo) in cui si stima un incremento del 50% nella raccolta rispetto alla media degli ultimi anni”. Sui colli dell’Emilia sono attese ottime nascite di funghi porcini estivi, “mentre – dice Coldiretti – le previsioni sono più negative in Romagna, così come nelle Marche dove si registra ancora una scarsa presenza, soprattutto di porcini e galletti, in Umbria e nel Lazio”. Raccolta ancora al palo soprattutto al Sud.

    E per la sicurezza Coldiretti invita a: documentarsi sulla difficoltà dell’itinerario; comunicare il proprio tragitto evitando le escursioni in solitaria; fare attenzione ai sentieri nel bosco che possono diventare scivolosi a causa della pioggia; consultare i bollettini meteo; in caso fulmini non fermarsi vicino ad alberi, pietre e oggetti acuminati; usare scarpe e vestiti adatti e fare scorte di acqua e cibo; non raccogliere funghi sconosciuti; verificare i limiti alla raccolta di funghi con i servizi micologici territoriali; pulire subito il fungo da rami, foglie e terriccio; per il trasporto meglio usare contenitori rigidi e areati che proteggono il fungo.

  • Italiani sempre più popolo di mantenuti, grazie ai provvedimenti grillini

    Sempre più gli italiani che si aspettano di essere pagati per il solo fatto di esserci, aumentano infatti le famiglie con il Reddito o la pensione di cittadinanza. Il numero dei nuclei che beneficiano dell’aiuto ha superato, ad agosto, quota 1,3 milioni, coinvolgendo nel complesso oltre tre milioni di persone. La parte del leone la fa il Reddito (percepito da 1,17 milioni di famiglie, per oltre 2,9 milioni di cittadini) contro la pensione di cittadinanza (quasi 136 mila nuclei), la stessa misura ma riconosciuta agli over 67. Tanto che l’Rdc segna un incremento dei nuclei del 25% rispetto a gennaio scorso. La fotografia aggiornata arriva dall’osservatorio Inps, che certifica l’andamento della ‘carta’, che si può ottenere a fronte di un Isee (Indicatore di situazione economica equivalente) inferiore a 9.360 euro annui. Un andamento in crescita negli ultimi mesi, che potrebbe essere legato anche al progressivo invio delle pratiche Isee.

    La fotografia conferma, comunque, che Reddito e pensione di cittadinanza prendono una larga fetta della popolazione tra Sud e Isole, dove arrivano ad interessare più di 800mila famiglie, per oltre 2 milioni di cittadini (contro le quasi 304mila al Nord e 198mila famiglie al Centro). E nelle regioni più grandi. A livello regionale, infatti, in cima alla classifica si piazzano ancora Campania (265.753) e Sicilia (235.491), terza Lazio (122.489) e poi Puglia (119.727) e Lombardia (109.587).

    E’ partita, intanto, l’ultima finestra per il Reddito di emergenza, la misura temporanea di sostegno al reddito introdotta per supportare i nuclei familiari in una condizione di difficoltà economica a causa dell’emergenza Covid-19. L’aiuto oscilla tra i 400 e gli 800 euro a seconda dei componenti e può integrare l’Rdc. E’ infatti online sul sito dell’Inps la procedura per richiedere la terza mensilità del Rem, prevista nel decreto Agosto. “Un ulteriore sostegno economico per i cittadini più colpiti dagli effetti dell’epidemia”, sottolinea la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo. Per ottenere l’ulteriore mensilità va presentata una nuova domanda, indipendentemente dall’avere già richiesto, ed eventualmente ottenuto, il beneficio. Il termine entro cui farlo è il prossimo 15 ottobre.

  • Downsizing del Parlamento: le cifre

    E’ la quarta volta dal 2001 che gli elettori sono chiamati a votare il referendum confermativo (senza quorum) su una riforma costituzionale. Allora si trattò delle modifiche al Titolo V, e a prevalere fu il “si'”. Le due successive consultazioni, invece, quelle del 2006 e del 2016 che includevano anche la riduzione del numero dei parlamentari, bocciarono le riforme istituzionali dei governi Berlusconi e Renzi.

    Il 20 e 21 settembre prossimi i cittadini si pronunceranno solo sul taglio degli eletti (da 945 a 600 tra deputati e senatori) che, secondo i fautori della riforma, avvicinerebbe l’Italia alla media degli altri Paesi europei. Vale quindi la pena dare un’occhiata oltre i confini nazionali, tenendo conto che una comparazione è possibile solo rispetto alle “camere basse” (la nostra Camera dei deputati) che hanno funzioni analoghe e sono elette direttamente dai cittadini, mentre le “camere alte” (il nostro Senato della Repubblica) o non esistono o hanno funzioni ed elettività diverse.

    Un dossier messo a punto nel 2019 dal Servizio studi di Camera e Senato ha raccolto i dati più significativi per fare un confronto compiuto in termini di rappresentanza democratica: non solo, quindi, in base al numero assoluto di eletti, ma anche in relazione al rapporto numerico tra seggi e cittadini. Per quanto riguarda il totale dei parlamentari delle due camere, attualmente in cima alla classifica troviamo il Regno Unito (1.426), seguito da Italia (945), Francia (925), Germania (778) e Spagna (616). Con il taglio proposto dal referendum, l’Italia scenderebbe al quinto posto, seguita dalla Polonia (516). Una discesa che sarebbe confermata anche in relazione al rapporto tra eletti e cittadini.

    Attualmente, infatti, Regno Unito e Italia hanno un deputato ogni 100 mila abitanti, Olanda, Germania e Francia 0,9, la Spagna 0,8. Altri Paesi come Malta, Lussemburgo, Cipro, Lettonia, Estonia e Lituania hanno invece da 14 a 5 deputati ogni 100mila abitanti. Con la riduzione a 400 deputati, quindi, l’Italia finirebbe all’ultimo posto in Europa nel rapporto di rappresentanza: 0,7 deputati ogni 100mila abitanti, ovvero uno ogni 151.210.

  • La mia Italia e la proprietà transitiva ideologica

    Trovo francamente miserabile utilizzare il clamore mediatico di alcuni episodi di cronaca nera per dipingere un quadro degradato del nostro Paese ma soprattutto degli italiani.

    Una tecnica politica rodata da anni e che mira ad affossare e svilire un riferimento (il primo termine di paragone, cioè la cittadinanza italiana) al fine di esaltare, viceversa, la propria differenza (ed ecco il secondo termine) e quindi élite personale, ancora più se politica.

    Risulta evidente come attraverso ogni strumento di comunicazione si cerchi di avviare un processo di identificazione tra il nostro Paese e questi efferati delitti di una banda di criminali o di un fratello intollerante nei confronti dei gusti sessuali della sorella attraverso l’applicazione di una “proprietà transitiva ideologica”, la quale trova la propria giustificazione in un sostanziale disprezzo per il popolo italiano.

    Nonostante questa disgustosa operazione, poi, in ambito prettamente politico, si propone come risposta all’applicazione della proprietà transitiva la propria esistenza politica la quale altrimenti risulterebbe difficile da giustificare ed identificare.

    L’Italia che io conosco e frequento, invece, è un insieme di persone perbene, che lavorano tra mille difficoltà, ma trovano anche il tempo per donare il sangue, amano le persone a loro vicine ma non per questo escludono l’attenzione per quelle a loro lontane.

    Dipingere il nostro Paese attraverso questi efferati delitti rappresenta una visione politica ed ideologica che disprezza la gente comune e che utilizza questi delitti per trovare motivazioni ad una visibilità ma soprattutto ad una propria superiorità ideologica. Considero queste persone delle vere e proprie espressioni della miseria politica ed umana imbevute di una volgare ideologia politica.

    L’Italia che io conosco e frequento è molto diversa da quella che viene dipinta da questi Miserabili.

    Da questa Italia composta da simili sciacalli politici che sfruttano delitti efferati per ergersi a censori e giudici per proporre la propria visione politica ed etica mi allontano sempre più per sentirmi in questo caso veramente diverso.

  • In attesa di Giustizia: la giustizia nel paese reale

    I tempi, i modi della Giustizia, la legislazione sottostante sono l’argomento di questa rubrica e negli ultimi tempi si è visto poco di buono, meno che mai, su tutti questi fronti complice la pandemia.

    Una recente vicenda, che ha molto colpito l’opinione pubblica, però impone di essere commentata: l’omicidio di Willy, il ragazzo di colore vittima di una vile e violentissima aggressione avvenuta a Colleferro.

    Sulla sua morte orribile si è detto e se ne parla ancora moltissimo, i presunti (e, francamente, probabili) responsabili sono stati celermente individuati e tratti in arresto: tuttavia un assassino è tale solo dopo la sentenza che lo ha definitivamente ritenuto tale, altrimenti i processi non servono e la regola forse vale ancora di più quanto  più uno appare colpevole  perché se si cede a questa suggestione la Giustizia è finita e tanto vale trascinare i sospettati in piazza per darli in pasto alla folla inferocita.

    E non c’è minore violenza nello strumentalizzare frasi attribuite alle famiglie degli indagati la cui fonte è incerta, lo è invocare punizioni esemplari, scatenare una caccia al mostro collettiva con tutti i comfort tecnologici, impiegando le chat, i social network, le apparizioni, anche fugaci, sui media. Così significa alimentare la Giustizia che verrà di una carica emotiva rischiando di renderla ingiusta.

    Non è mestieri affrontare il merito della vicenda, senza disporre degli atti che però sono finiti ai telegiornali prima ancora che nella cancelleria del Giudice ed a disposizione degli avvocati. E non è neppure il caso di fare ipotesi: sarebbero solo ragionamenti astratti sulla natura del reato – omicidio preterintenzionale o volontario – le colpe dei singoli partecipi, sulle circostanze.

    Non è questo il punto. Il punto è che tutti dovrebbero sforzarsi di capire che senza un giusto processo (e quelli celebrati su Facebook, a Chi l’ha visto, o durante improvvisati comizi davanti alle telecamere non solo non è “giusto” come la Costituzione vuole ma nemmeno è un processo, senza il rigoroso rispetto del solo meccanismo che autorizza lo Stato a punire un individuo, ma è qualcosa che quello che assume il nome sinistro di vendetta. Insomma, chi invoca: “Dateli a noi”, sul piano etico si comporta esattamente come si sarebbero comportati gli accusati di quel crimine: si fa giustizia da solo e a modo suo.

    E in tutto questo, non poteva mancare l’attacco a chi esercita il mestiere del difensore: gli avvocati sono stati bersaglio di insulti e minacce gravi, confermando che il popolo degli indignati non è migliore dei loro assistiti.

    Per coloro che li denigrano e provano a intimidire sarebbe utile la lettura di una sentenza della Cassazione del 29.03.2000 in cu isi legge che “Il difensore di un imputato, invero, si trova astretto a dover osservare, da un canto, veri e propri doveri giuridici connessi alla nobile funzione che è chiamato a svolgere, espressi attraverso formule dai contorni spesso assai vaghi, ma assicurati dal giuramento che presta prima di entrare a fare parte dell’ordine. È indubbio che l’esercizio del diritto di difesa, in quella accezione particolare riferibile ai soggetti legittimati al patrocinio, ha nel nostro ordinamento il più ampio ambito di espansione, nella prospettiva di assicurare l’effettiva attuazione del principio di cui all’art. 24, 2 comma, della Costituzione. Deve, quindi, essere apprezzata la condotta del difensore, che ha il diritto – dovere, costituzionalmente garantito, di difendere gli interessi della parte assistita nel migliore modo possibile nei limiti del mandato e nell’osservanza della legge e dei principi deontologici e cioè di adoperarsi con ogni mezzo lecito a sottrarre il proprio assistito, colpevole o innocente che sia, alle conseguenze negative del procedimento a suo carico.”  E senza il contributo degli avvocati, l’attesa di Giustizia sarebbe del tutto vana.

  • Il tempismo francese e la irresponsabilità italiana

    Il presidente Conte e il ministro dell’economia Gualtieri hanno confermato che le risorse del Recovery Fund non verranno utilizzate per abbassare le tasse. Contemporaneamente in Francia il governo Marcon ha già presentato il piano per utilizzare le risorse europee varate al fine di offrire uno scenario di sviluppo all’economia europea nei prossimi anni.

    Nel nostro paese, invece, in piena e profonda recessione economica si attende, senza speranza, tale “governo” Conte il quale serenamente indica nel quindici (15) di ottobre la data per l’appuntamento nel quale prenderà contatti con l’Unione Europea.

    A seguito di questo primo contatto, i progetti per ottenere i finanziamenti da Recovery Found verranno presentati nei primi giorni di gennaio: 2021. Da quel momento del nuovo anno in poi si comincerà ad elaborare e sottoporre i progetti strategici economici per il cui finanziamento necessitano della approvazione europea.

    Il governo francese, con una grande tempistica, dimostra un’attenzione sicuramente più responsabile verso le conseguenze della crisi da covid-19. In questo senso, infatti, all’interno dell’articolato piano “Marshall” francese delle risorse disponibili, oltre venti (20) miliardi verranno utilizzati per abbassare le tasse. Una prima tranche per ridurre l’imposizione fiscale sul valore aggiunto (la nostra Iva) ed una seconda sulla fiscalità degli immobili strumentali (la nostra Imu). Come anticipato pochi giorni fa, la Francia sta ponendo in atto una avveduta strategia di politica economica finalizzata al raggiungimento del traguardo del secondo posto, come economia manifatturiera, in Europa ora appannaggio del nostro sistema industriale.

    Nella più assoluta distrazione di questo governo stiamo assistendo all’ultima tappa della desertificazione industriale ed economica del nostro paese guidata da una classe politica indegna la quale dimostra per l’ennesima volta un mix devastante di superficialità ed arroganza, classiche esalazioni di un deficit culturale.

    Non passa giorno in cui elementi del governo dichiarino la propria volontà della ricerca di svolta ecologica: un concetto privo di ogni riferimento economico reale ma soprattutto ignaro di ogni traguardo già raggiunto dal nostro sistema industriale.

    Va ricordato come proprio il nostro sistema industriale sia tra i meno impattanti sotto il profilo ambientale in ambito europeo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). La mancanza di conoscenza (l’ignoranza per intenderci) di questo ottimo traguardo già raggiunto dal sistema industriale italiano qualifica l’attuale governo il quale, nella determinazione delle linee guida relative all’utilizzo dei Recovery Fund, realizza il disastro perfetto economico. Un traguardo, invece, riconosciuto ed ammirato all’estero e per questo la Francia ora cerca di superare proprio nella componente industriale l’economia italiana.

    In un paese normale con un governo decente al fine di determinare le strategie economiche risulterebbe evidente partire dalla considerazione dei risultati e dei traguardi già raggiunti precedentemente alla crisi da covid-19, valorizzandoli ed offrendo agli esset industriali più supporto economico e finanziario. Ricordando, poi, come il fattore temporale risulti fondamentale nel conseguimento degli obiettivi da raggiungere.

    Viceversa, il governo, in preda ad un delirio ideologico ambientalista, si conferma incapace anche solo di comprendere come contenuti e tempistica rappresentino la sintesi per offrire una prospettiva di crescita del nostro Paese.

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