Italia

  • Alibaba: la realtà senza tutele

    Una rassegna fieristica rappresenta l’espressione del livello raggiunto dalle imprese in un determinato settore: in altre parole rappresenta lo stato dell’arte di un determinato settore industriale o di servizi.

    All’interno di due settori trainanti per l’Italia come quello metalmeccanico e tessile-abbigliamento questi momenti fieristici presentano, attraverso la propria produzione, anche il livello di know-how (industriale e professionale) raggiunto dalle aziende ed in termini generali dal made in Italy.

    Prima dell’avvento del digitale, addirittura in occasione degli appuntamenti fieristici, in particolar modo se di prodotti intermedi, come per esempio dei tessuti o filati nel tessile abbigliamento, veniva applicata una sorta di tutela fisica dei prodotti esposti i quali potevano venire semplicemente apprezzati per la “mano” ma nulla più a fronte di tentativi di tagli e strappi finalizzati alla clonazione.

    Con l’avvento del telefonino e dell’economia digitale questi prodotti, espressione complessa di studi e ricerche notevoli, possono venire copiati in un modo istantaneo: in questo senso viene interpretato molto spesso il cartello “no photo” esposto da alcune aziende all’interno dei propri stand. In altre parole, la tutela proprio all’interno di un momento di incontro come una fiera non viene mai meno. Questo risulta fondamentale perché la semplice salvaguardia di un prodotto (finale, intermedio o strumentale non vi è alcuna differenza) rappresenta la tutela dell’intera filiera che contribuisce alla realizzazione, attraverso il proprio know how industriale e professionale, del prodotto esposto soprattutto in una logica di politica di sviluppo economico (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Da sempre la sintesi dell’azione di una classe politica e dirigente dovrebbe risultare dal doppio obiettivo di una tutela del know-how espresso attraverso i prodotti dal complesso sistema industriale sempre all’interno di una politica di sviluppo. In questo contesto, allora, ecco come l’accordo siglato dal ministro Di Maio e dall’Ice con la piattaforma Alibaba (*), sulla base del quale verranno posti on-line i prodotti (strumentali ed intermedi) del Made in Italy in una piattaforma B2B, rappresenta un autogol clamoroso in assenza di una ferrea tutela del know-how e dei diritti di copyright espressi.

    Si ricorda in tal senso che solo nel settore calzaturiero italiano sono circa duemila (2.000) i marchi clonati da aziende cinesi la cui tutela è impossibile in considerazione della vastità e complessità del sistema giudiziario cinese. A conferma, infatti, solo Zegna, Kartel e Ferrero sono riuscite ad ottenere la tutela dei propri prodotti attraverso una sentenza dei Tribunali cinesi.

    In questo contesto porre on-line il nostro “stato dell’arte” come espressione del livello tecnologico, stilistico e della ricerca raggiunto in ogni settore dal Made in Italy senza contemporaneamente l’introduzione di una chiara e precisa normativa aggiuntiva a tutela di quanto viene esposto offre così la possibilità a tutte le industrie cinesi di copiare in modo ancora più agevole.

    Francamente non si riescono a capire le ragioni dell’entusiasmo di un tale ministro Di Maio incapace di comprendere le problematiche implicite di un accordo con la piattaforma cinese e che espone l’intero settore del made in Italy, privo di tutele aggiuntive, ad un vero e proprio rischio clonazione. E’ incredibile in questo contesto anche il silenzio di Confindustria. Quasi che la tutela delle produzioni dei propri associati risulti secondaria agli accordi politici con il governo.

    Non comprendere le conseguenze delle proprie scelte quando si assumono posizioni di governo non rappresenta più un difetto ma una colpa grave.

  • Calcio economicamente imprescindibile per l’Italia: vale 5 miliardi di fatturato

    I numeri non mentono mai: 4,6 milioni di praticanti, 1,4 milioni di tesserati per la Figc, un fatturato stimabile intorno ai 5 miliardi di euro. Il calcio rappresenta il principale sport italiano, confermandosi un vero e proprio asset strategico in grado di accompagnare e favorire lo sviluppo dell’intero Sistema Paese. È quanto attesta la quinta edizione del Bilancio Integrato, sviluppato con la consulenza di PwC e pubblicato oggi sul sito della Figc, che analizzando i numeri del calcio italiano illustra i programmi di sviluppo della Federazione e i risultati raggiunti nel 2019, mettendo in luce l’efficienza organizzativa nell’ultimo anno alimentata anche dal processo di internalizzazione della strategia commerciale. Da sottolineare anche lo sviluppo delle squadre nazionali, il potenziamento dell’attività giovanile e la crescita del calcio femminile.

    “Questa edizione del Bilancio Integrato ha un valore determinante per la programmazione dell’era post-Covid perché fotografa la dimensione e l’impatto socio-economico del calcio nel nostro Paese prima della pandemia”, ha dichiarato il presidente della Figc Gabriele Gravina. Il calcio rappresenta sempre più la grande passione degli italiani: 32,4 milioni di italiani si dichiarano interessati a questo sport, un numero rappresentativo del 64% della popolazione italiana over 18, mentre a livello globale il calcio italiano registra un’audience pari a 2,3 miliardi di telespettatori. “I riscontri sono davvero impressionanti, sia per l’enorme coinvolgimento tra i nostri concittadini, sia per il rilevante indotto economico, sociale e sanitario generato”, ha sottolineato ancora Gravina. Numeri che si traducono in importanti riflessi dal punto di vista economico: il fatturato diretto generato dal settore calcio è stimabile intorno ai 5 miliardi di euro, ovvero il 12% del Pil del calcio mondiale viene prodotto nel nostro Paese. Un sistema che continua inoltre a rappresentare il principale contributore a livello fiscale e previdenziale del sistema sportivo, con quasi 1,3 miliardi di euro generati solo dal calcio professionistico (in crescita del 47% tra il 2006 e il 2017 per un aggregato nell’arco del periodo di 12,6 miliardi di euro) e un’incidenza del 71,5% rispetto al gettito fiscale complessivo generato dal comparto sportivo italiano. A ciò si aggiunge una raccolta derivante dalle scommesse nel 2019 pari a 10,4 miliardi di euro, un numero quasi 5 volte più elevato rispetto al 2006. La Figc negli ultimi 15 anni è stata sempre in grado di produrre un utile, per un valore economico complessivamente creato pari a 48,7 milioni di euro.

    Dati importanti soprattutto nell’ottica di quanto è accaduto successivamente con la pandemia di Covid che ha di fatto rischiato di mettere in ginocchio il sistema, soprattutto quello dei club. “Il calcio è sempre più la grande passione degli italiani, come Federazione abbiamo il dovere di sviluppare programmi adeguati, come già stiamo facendo, per impedire che il Covid la pregiudichi irrimediabilmente”, ha dichiarato ancora Gravina. Rilevante, infine, l’analisi dell’impatto socio-economico generato dal Sistema Calcio; il risultato di un programma di studio sviluppato in partnership con la UEFA (SROI – Social Return on Investment Model). L’analisi, nello specifico, ha definito il rilevante impatto socio-economico del calcio italiano, che risulta pari nel 2018-2019 a 3,1 miliardi di euro, dato che considera l’indotto economico, nonché quello sociale e sanitario. Nel modello di gestione dei principali asset infrastrutturali della Figc assume particolare importanza il Centro Tecnico Federale di Coverciano, su cui la Figc ha investito complessivamente 8,4 milioni di euro nel quadriennio 2016-2019 per la messa in sicurezza, l’ammodernamento e la crescita del livello dei servizi. Nel corso del 2019, la Federazione ha inoltre investito nel percorso della futura realizzazione di una nuova accademia federale presso il Salaria Sport Village di Roma. Diversi i programmi strategici impostati dalla Figc. A cominciare ovviamente dall’attività delle 19 rappresentative nazionali, con 262 partite disputate, oltre 600 calciatori e calciatrici convocati con ottimi risultati sportivi.

    Il bilancio, infine, analizza anche lo sviluppo del calcio femminile, ovvero lo sport che sta crescendo di più al mondo e che finalmente anche in Italia sta trovando un concreto sviluppo delle sue potenzialità: solo negli ultimi 10 anni le tesserate per la Figc sono cresciute del 46,6%.

  • Boom dell’arte italiana a New York

    L’arte italiana negli Usa va forte e Magazzino Italian Art, il museo dedicato all’Arte Povera a Cold Springs nella valle dell’Hudson, annuncia un ampliamento strategico con la costruzione di un nuovo edificio per mostre, eventi e programmi didattici. Disegnato dagli architetti Alberto Campo Baeza e Miguel Quismondo (autore quest’ultimo della sede principale di Magazzino), il nuovo padiglione di 1200 metri quadri porterà a un totale di tremila metri quadri gli spazi a disposizione consentendo un rafforzamento di programmi in continua crescita.

    I lavori partiranno nella primavera 2021, mentre la programmazione e le mostre continueranno senza interruzioni nell’edificio principale. Fondato dai collezionisti Nancy Olnick e Giorgio Spanu e aperto dal giugno 2017, Magazzino ha nel frattempo allargato in modo significativo il programma di mostre ed eventi, proponendosi, oltre che nella continua esplorazione dell’Arte Povera e dell’arte italiana del dopoguerra, come piattaforma per artisti contemporanei attraverso la commissione di nuove opere: da ultimo attraverso il programma “Homemade” per artisti italiani in lockdown a New York durante la pandemia: una di queste, dell’artista palermitano residente a Brooklyn Francesco Simeti, è stata proiettata questa settimana sulla facciata del Consolato Generale d’Italia su Park Avenue.

    “Magazzino è nato con la finalità di servire da polo culturale e risorsa per la comunità, dando la possibilità di creare legami, spunti di interesse e connessioni con l’arte e la creatività italiane”, ha detto il direttore Vittorio Calabrese, annunciando il nuovo padiglione che “darà la possibilità di offrire un servizio migliore ai nostri visitatori grazie anche alla flessibilità degli spazi”. Per la Olnick e Spanu, la costruzione del nuovo padiglione servirà a coinvolgere ulteriormente la comunità della Valle dell’Hudson sia nella fase della costruzione, affidata a manodopera locale, sia nell’offerta didattica.

    Costruito sul terreno di circa 4 ettari che circonda il museo, il nuovo edificio sarà adiacente, ma indipendente da quello principale di cui rispecchierà la struttura architettonica lineare. Finestre e lucernari favoriranno un dialogo tra arte, architettura e paesaggio. Ci saranno 3 nuove gallerie, due al primo piano e una terza al piano inferiore, dove saranno esposte sculture di piccola dimensione, vetri di Murano e ceramiche. Il piano inferiore ospiterà anche una sala multifunzionale per proiezioni cinematografiche, conferenze, conversazioni e altri eventi. Al piano superiore, caffetteria e sala lettura, con posti a sedere interni ed esterni, offriranno ai visitatori momenti di relax.

  • Interventi immediati per non sbagliare ancora

    Gli interventi da fare subito? 1) Estendere alle Università l’esonero dal pagamento di internet come è stato fatto per scuole elementari e medie, come sia stato possibile dimenticarsi delle Università è la domanda che dovremmo porre al ministro ed al governo, 2) riaprire per il pranzo quei bar, tavole calde e ristoranti che garantiscono il distanziamento, i controlli anticovid e il pranzo di lavoro perché vi sono decine di migliaia di lavoratori che non hanno un ufficio, un luogo dove poter consumare il pranzo da asporto, non si può fermarsi per strada e comunque siamo in inverno, oltre al freddo spesso piove e molti lavoratori non hanno un luogo dove poter consumare un pasto caldo ed andare in bagno, 3) verificare che tutte le persone a rischio, perché anziane, malate, non deambulanti, abbiano ricevuto a domicilio il vaccini antinfluenzale per il quale si è già in ritardo, 4) potenziare, non a parole, gli alberghi covid e le USCA che in troppe regioni sono assolutamente carenti, 5) dare un servizio medico e di controllo esterno alle Rsa ed alle strutture, case per anziani o diversamente abili, 6) potenziare finalmente gli aiuti per le persone in difficoltà economica reale e i senzatetto, 7) smetterla di far uscire veline più o meno ufficiali che annunciano e promettono ipotetiche misure meno restrittive in vista del Natale, basta creare aspettative inutili perché sono fonte, come sempre, di nuove delusioni, basta con lassismi dovuti alla volontà di accontentare questa o quella categoria, il bene comune e cioè la salute e l’economia hanno bisogno di idee chiare e ponderate non certo di aperture come quelle estive o di errori macroscopici come quello di aver riaperto le scuole senza organizzare in modo adeguato i trasporti.

    Se finalmente tra qualche tempo si potranno togliere alcuni divieti si tenga comunque conto che i centri commerciali, la domenica, restano fonte di assembramento e perciò di pericolo e la loro apertura non rientra certo tra i provvedimenti più urgenti e necessari.

  • Il default amministrativo

    Indipendentemente dagli obiettivi politici dichiarati dai diversi governi che si sono alternati alla guida del nostro Paese e che potevano essere addirittura opposti gli uni agli altri a seconda dell’orientamento politico, una caratteristica unisce tutte le cosiddette “riforme” fiscali ed economiche.

    In tutte le strategie governative ha prevalso il principio della “parzialità fino all’esclusività” intese come l’intenzione di salvaguardare una parte od una fascia ed una percentuale di mercato di lavoratori o di industrie: come se le diverse crisi che si sono susseguite nel nostro Paese avessero colpito solo una parte dei contribuenti. Una visione veramente anacronistica se poi queste stesse politiche devono integrarsi in un mercato globale.

    In trent’anni anni le manovre economico finanziarie, magari abbinate a contemporanee riforme fiscali, si sono sovrapposte l’una all’altra ma soprattutto alle normative preesistenti. La semplice somma matematica di queste riforme, con le conseguenti nuove normative, ha creato un materasso legislativo di normative fiscali e, conseguentemente, un sistema di “fruibilità” amministrativa ora impossibile da dipanare.

    Solo per ricordare l’ultima prodezza del governo in carica basti pensare agli sgravi contributivi per le aziende del Sud che di fatto penalizzano tutte le altre imprese allocate nel resto del Paese. Ed ancora, si valuti l’ultima trovata del ministro Gualtieri con il ministro del lavoro Catalfo di assicurare l’azzeramento alla contribuzione per i giovani assunti (a costo dello Stato ed ovviamente a debito).

    Di fatto in questo modo, seguendo il principio della parzialità, nel favorire i giovani si penalizzano i professionisti di media età che hanno raggiunto con decenni di lavoro una professionalità fondamentale per riavviare il ciclo economico del nostro Paese.

    Come logica conseguenza di questa volontà programmatica di non tutelare chi esprime know how professionali acquisiti con anni di lavoro si destina il nostro Paese ad un veloce declino non avendo come primo obiettivo il valorizzare l’apporto culturale e valoriale della professionalità. A questo si aggiunga poi anche la presunzione da parte della stessa classe politica che il sistema amministrativo così com’era stato ideato ed organizzato venisse considerato in grado di sopravvivere nella sua essenza indipendentemente dalle professionalità che in esso operano. In altre parole, il sistema amministrativo gode di una presunta supremazia nella considerazione della propria sopravvivenza rispetto anche a chi in suo nome opera. Questa presunta supremazia del sistema amministrativo rispetto ai propri componenti ha permesso alla stessa classe politica di nominare amici e lacchè di ogni sorta, come questa crisi sta dimostrando, assolutamente inadeguati e con esperienze professionali nel mondo reale praticamente assenti.

    Il fallimento amministrativo reso ormai evidente dalla lontananza assoluta tra le reali esigenze, anche in materia sanitaria, in un periodo emergenziale e le scelte del governo (per esempio relative ai monopattini e ai banchi a rotelle) nasce dalle nomine politiche e clientelari nelle posizioni apicali della pubblica amministrazione. La spesa pubblica stessa diventa un patrimonio politico legato ad obiettivi che vengono assicurati dalla stessa burocrazia di nomina clientelare.

    Si aggiunga, poi, come lo stesso processo della digitalizzazione si sia rivelato semplicemente come il sostanziale trasferimento dell’onere sia digitale che cartaceo all’ utenza. Una giungla normativa, quindi, unita ad un uso specifico dell’intero sistema amministrativo per il conseguimento di obiettivi politici rappresentano il fallimento sostanziale della macchina amministrativa. Da sempre il vero potere in Italia viene rappresentato dalla gestione del credito così come della spesa pubblica che rappresentano una vera e propria diarchia italiana (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    La parziale e poco obiettiva gestione della spesa pubblica inoltre ha determinato degli squilibri anche nella macchina amministrativa i cui effetti disastrosi risultano più evidenti in un momento di crisi sanitaria come questa. La responsabilità va attribuita all’intera classe politica che ha gestito la macchina amministrativa come braccio operativo della spesa pubblica per conseguire obiettivi parziali, troppo spesso espressione di interessi particolari e molto lontani da quelli più generali dell’intera popolazione italiana.

  • Pensare al Paese reale prima di agire

    C’è un tempo per sognare ed un tempo per agire, c’è un tempo per contestare ed un tempo per collaborare, c’è un tempo per pensare ed un tempo per fare ma nessuno di questi vari tempi appartiene alla maggior parte di coloro che, dalla maggioranza o dall’opposizione, dai giornali o dalle televisioni si considerano i rappresentanti politici, culturali, scientifici degli italiani.

    C’è un tempo per tutto e, nel silenzio, i tanti in isolamento forzato sentono crescere la rabbia per i tanti errori, le tante inadempienze commessi e faticano a riaccendere quella speranza necessaria per potere immaginare quel futuro che rischia di essere così diverso dalle piccole certezze che ci eravamo conquistati.

    Si fatica perché si sente ogni giorno più forte il distacco tra il paese reale, le difficoltà quotidiane dei più e i “pasticci” di certe banche ed operazioni finanziarie, le incongruenze di certi interventi, dai banchi con le ruote ai sussidi per i monopattini elettrici, mentre troppe persone non riescono a mettere in tavola il pasto o a pagare le bollette e l’affitto.

    Se la Campania andava chiusa prima è stata la camorra a far ritardare il provvedimento? E non è forse vero che tanti contagi, malati, e perciò anche morti, li dobbiamo alla scellerata apertura delle discoteche per soddisfare gli interessi di alcuni? E quali sono le imprese che hanno guadagnato vendendo quegli stessi monopattini elettrici che ora, dopo averne finanziato l’acquisto, ci si rende conto che sono pericolosi? Quali sono i dati reali che ci sappiano dire quante attività sono state svendute per necessità e se chi le ha acquisite è collegato, a vario titolo, con le più note associazioni criminali, quelle stesse che con l’usura si sono troppe volte sostituite allo Stato? E quanto, proprio lo Stato, ha in incassato tenendo aperte, in piena pandemia, le sale da gioco dai bingo alle sale scommessa? Quanto ha incassato lo Stato, perdendo in salute dei cittadini, e quanto hanno incassato le attività criminali che, in un modo o nell’altro, controllano gran parte del gioco? Qualcuno ha pensato a quelle categorie che, nonostante le varie e diverse chiusure delle regioni, continuano a lavorare? Dove vanno a mangiare il cibo da asporto, l’unico che bar e ristoranti possono somministrare, ora che il freddo e la pioggia sono arrivati? Non tutti possono farlo sul posto di lavoro perché la loro attività non ha un ufficio! Qualcuno ha pensato che forse occorrerebbe un aiuto alle associazioni di volontariato che in diversi modi e realtà sfamano tante persone sempre più numerose e bisognose di attenzioni reali ed immediate? Quante sono le categorie che i vari provvedimenti non hanno preso in considerazione? Qualcuno sa come risolvere il problema dei vaccini antinfluenzali che in regioni come la Lombardia ancora mancano anche per le persone più a rischio? Qualcuno pensa e dopo aver pensato si confronta con la realtà, acquisisce dati, esperienze altrui e poi agisce? O forse i prossimi acquisti e sovvenzioni saranno per i banchi elettrici e i pattini a rotelle?

  • Nel 2020 sono arrivati in Italia 32mila migranti

    Il fenomeno migratorio ha delle “implicazioni globali e multilivello che rendono imprescindibile la collaborazione tra Stati. E’ cruciale il ruolo che assume l’Ue”. Luciana Lamorgese si è presentata in audizione di fronte alla commissione Affari costituzionali della Camera in procinto di esaminare il decreto Immigrazione, testo che ha di fatto modificati i decreti Sicurezza firmati da Matteo Salvini. La ministra dell’Interno ha insistito sulla necessità di governare i flussi attraverso una politica europea e lamenta il ritardo con cui Bruxelles si muove. Il lavoro della commissione “ancora non vede quegli aspetti di riforma di Dublino da noi auspicati. Lo sforzo negoziale dell’Italia punta a meccanismi di solidarietà e di redistribuzione obbligatoria. E’ necessario che ci sia una solidarietà da parte di tutti gli Stati europei nei confronti degli Stati come il nostro, di primo approdo”, ha detto.

    I numeri del 2020, del resto, parlano chiaro. Nel corso di quest’anno, al 15 novembre, ha chiarito la titolare del Viminale, “abbiamo avuto un incremento dei flussi migratori: sono circa 32mila gli arrivi di cui in grande parte di nazionalità tunisina, il 38,7% del totale”. Gli arrivi, ha sottolineato, “si verificano nel pieno dell’emergenza Covid ed è un fattore di complicazione per tutti gli Stati e in particolar modo per l’Italia che è frontiera esterna dell’Ue”. Il blocco dei voli dettato dall’emergenza, poi, complica i rimpatri. Fin qui sono circa 3mila quelli effettuati, di cui 1.564 verso la Tunisia. In aumento anche il numero di minori non accompagnati sbarcati in Italia: sono circa 3.500 quelli arrivati nel 2020. Attualmente, poi, lungo le nostre coste, in Sicilia, ci sono cinque navi-quarantena, con a bordo 2.730 persone. Tra questi i positivi al Covid (isolati su ponti riservati) sono il 9%, mentre nei centri di accoglienza il tasso di contagiati scende all’1,5%.”Nessun quadro idilliaco”, insomma. “Non ho mai detto questo – ha rimarcato Lamorgese – Le criticità ci sono e sono costituite dal fenomeno degli sbarchi autonomi su cui è difficile intervenire se non con i paesi di provenienza” e, ovviamente, “dalla pandemia”.

    La ministra dell’Interno ha lamentato poi la situazione relativa ai centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).  “Abbiamo attualmente 1.525 posti e di questi sono attivi 700 circa per i danni causati nel corso degli anni dai trattenuti e sono in corso le opere di manutenzione. La permanenza allungata a 180 giorni ha fatto sì che si arrivasse a un tappo. Stiamo cercando di individuare anche altri centri d’intesa con i presidenti delle regioni e stiamo facendo una ricognizione sui territori. I posti dei Cpr, anche fossero tutti attivi, non sarebbero sufficienti per i numeri che attualmente abbiamo sui territori”, è stata la sua denuncia. Di qui la decisione di inserire nel decreto una misura che diminuisce il tempo massimo di permanenza. Il sistema, secondo la titolare del Viminale, potrebbe funzionare solo con un sistema di rimpatri veloce. E questo, è la linea ribadita ancora una volta, potrebbe essere messo in piedi solo a livello europeo. “Non riusciamo a fare velocemente i rimpatri anche perché l’Europa non ha accordi di rimpatrio con i Paesi africani – ha sottolineato Lamorgese – Noi lo facciamo al nostro livello ma servirebbero accordi a livelli europei”.

    La ministra dell’Interno, comunque, ha tenuto a sottolineare la distanza rispetto ai provvedimenti e alla gestione Salvini, insistendo sulla necessità di portare avanti come Governo “la previsione di canali di migrazione regolare”, contrastando così quelli illegali e il traffico di esseri umani. Quando ci sono persone in mare, ha messo in chiaro, “insorge l’obbligo di intervenire a soccorso e di mettere in sicurezza i migranti. La vera e l’unica strada è quella di agire come prevenzione, di concentrare gli sforzi sulle partenze. E’ quello che ho rappresentato in Europa: intervenire sui paesi di partenza cercando di migliorare le condizioni di vita”. Perché due sono, sottolinea, i beni primari da tutelare: “La sicurezza dei cittadini e la dignità dei migranti”.

  • Italia: nuove emergenze e vecchie strategie

    Il nostro Paese all’interno della seconda ondata della pandemia da covid-19 si è trovato sostanzialmente impreparato in considerazione degli “investimenti strategici” (leggi  banchi a rotelle e monopattini elettrici) i quali ovviamente non hanno alcun effetto nel contenimento della pandemia.

    In questo momento di profonda incertezza, al quale si aggiunge la possibilità che si verifichi una terza ondata nel mese di febbraio/marzo, stupiscono e sorprendono le anticipazioni della prossima manovra finanziaria per il 2021. Va considerato, infatti, come alla fine di questo periodo emergenziale le negative ripercussioni per il tessuto economico nazionale ed internazionale si manterranno per un medio – lungo termine. Questo per ricordare come le manovre finanziarie, tanto per l’Unione  Europea quanto nel nostro Paese, dovranno avere un respiro molto più ampio in senso temporale rispetto alla fine della pandemia sanitaria. In questo senso quindi la politica economica del governo dovrà, o meglio dovrebbe, da una parte dimostrare di sostenere la ripresa dell’economia italiana dall’altra incentivare investimenti dall’estero.

    In questo contesto doppiamente emergenziale sotto il profilo sanitario ed economico l’ultima trovata del governo Conte 2, in piena pandemia, è sostanzialmente rappresentata dalla sciagurata reintroduzione della Sugar e della Plastic tax (https://www.ilpattosociale.it/attualita/lepidemia-economica-sugar-free/).

    Innanzitutto credere di modificare i comportamenti  di consumo  delle persone attraverso la legislazione fiscale rappresenta l’aberrazione dello Stato etico i cui effetti contro  la lotta al fumo risultano  assolutamente risibili.  Inoltre la Sugar tax sostanzialmente colpisce le bibite gassate ed ovviamente i redditi più bassi essendo piatta (flat): un effetto evidentemente sconosciuto a chi si erge a favore delle fasce più deboli della popolazione. La Plastic Tax, invece, riuscirà a mettere in forte difficoltà il settore leader della plastica italiano il quale, durante la pandemia, ha fornito sistemi sanitari monouso fondamentali per il contenimento della pandemia stessa.

    Il settore della plastica italiana detiene in Europa una posizione leader assoluta la cui competitività verrà minata da un’ulteriore imposizione fiscale specifica oltre a quella ordinaria già di per sé insostenibile.

    La risultante di questa strategia delinea in modo ancora una volta cristallino come la classe politica e governativa sia convinta di attivare la ripresa economica attraverso un ulteriore incremento della pressione fiscale generale e specifica. Una scelta ideologica espressione dell’incapacità di comprendere i flussi economici e gli effetti di queste scelte strategiche soprattutto in  prospettiva della attrattività del nostro Paese per eventuali investimenti esteri. Il solo aver annunciato queste due nuove forme di tassazione ha escluso il nostro Paese da qualsiasi manifestazione di interesse per investimenti futuri relativi a questi due settori.

    Una scelta politica e strategica che di fatto uccide la speranza residuale di diventare finalmente un paese che attrae investimenti. Il nostro Paese, quindi, rappresenta un unicum all’interno dell’Unione Europea ma probabilmente anche nel mondo.

    Paradossale, poi , se si considera come tutte le nazioni egualmente colpite da questa pandemia intendano attraverso la fiscalità di vantaggio reimportare le produzioni una volta delocalizzate (reshoring produttivo).

    Viceversa l’Italia, anche attraverso il solo annuncio di questa nuova tassazione alla fine dello scorso anno,  ha già determinato la delocalizzazione in Albania dello stabilimento Coca-Cola di Catania con la perdita di 350 posti di lavoro. In questo modo, in piena pandemia, le possibilità di sviluppo e ripresa economica vengono minate ancora una volta dalla solita politica fiscale la quale determina una sempre maggiore pressione fiscale.

    La miopia di questa classe politica impedisce persino di copiare modelli virtuosi come la Germania la quale,  fin dal primo lockdown, ha  abbassato l’IVA riducendo anche i prezzi dei carburanti, mentre la Francia, con le risorse da Recovery Fund, diminuirà la tassazione per gli edifici  strumentali (la nostra IMU) di circa 20 miliardi.

    Caso unico al mondo invece l’Italia, per uscire da questa terribile pandemia e dalla devastante crisi economica, intende aumentare la pressione fiscale ed in questo modo favorire la delocalizzazione produttiva.

    A questo punto non c’entra neanche più l’impostazione ideologica nel determinare le scelte di politica economica e fiscale in quanto basterebbe copiare chi da sempre presenta un quadro economico e finanziario nazionale  sicuramente  migliore del nostro: ma anche per copiare è necessaria un’intelligenza media unita alla capacità di riconoscere modelli superiori.

    La perseveranza in un ulteriore aumento della pressione fiscale è la semplice ed evidente manifestazione di una congenita e pericolosissima stupidità e di un massimalismo ideologici uniti alla elementare incapacità di comprendere l’eccezionalità degli effetti di questo periodo nel medio-lungo termine.

    In ultima ed amara analisi l’Italia è l’unico paese al mondo che intende uscire dalla crisi pandemica attraverso un aumento della pressione fiscale. Una forma di miopia che il nostro Paese non si può più permettere.

  • Autostrade: la sintesi vergognosa tra politica e “prenditori”

    Le frasi ironiche estrapolate dalle conversazioni dell’attuale presidente di Edizioni Holding Mion con i vertici di Autostrade in relazione alla felicità dei Benetton, i quali traevano maggiori profitti dalla minore manutenzione, lascia allibiti per la qualità umana dei protagonisti. Dimostra, ora in modo inequivocabile, quello che una volta poteva essere semplicemente ipotizzato, il vergognoso spessore culturale ed etico di questa famiglia di “prenditori” del nord est trasformatasi in semplici esattori.

    Contemporaneamente non solo il Re è Nudo ma anche l’impero brucia. In questo vergognoso scambio di valutazioni tra questi biechi personaggi che agivano in nome e per conto della famiglia trevisana viene contemporaneamente messa a nudo quella dottrina politico-economica degli anni ‘90 che i governi Prodi, D’Alema e Berlusconi, con i loro ministri economici, hanno portato avanti.

    La storia, infatti, testimonia come l’intera classe politica, accademica e dei media appoggiasse tutta unita la cessione di monopoli infrastrutturali come autostrade e successivamente Telecom Tim a soggetti privati con la già risibile allora motivazione legata ad una ricerca dell'”efficentamento” e finalizzata “al miglioramento del servizio” per l’utenza. Obiettivi raggiungibili secondo questa dottrina politica tutta italiana solo con un sano spirito imprenditoriale privato.

    Allora come oggi la privatizzazione di un servizio indivisibile come autostrade è essenzialmente la donazione ad un concessionario privato per il quale il concetto di efficientamento rappresenta una clamorosa menzogna in quanto il monopolio rimane tale.

    La Germania e la Svizzera dimostrano, invece, come un’infrastruttura fisica ed indivisibile non possa essere soggetta alla concorrenza e quindi un semplice trasferimento di un monopolio da pubblico a privato non possa assicurare alcun efficientamento. Come logica conseguenza delle strategie economiche di questi due paesi, che certamente non fanno parte dell’area socialista, all’interno di un sistema economico la gestione pubblica diventa un fattore fondamentale nella crescita della competitività dell’intero sistema nazionale. In Italia, viceversa, la gestione di un servizio indivisibile diventa un’occasione speculativa offerta dalla politica ad un’imprenditoria incapace ormai di reggere il confronto con il mondo globale.

    Si rimane comunque basiti di fronte a questa insensibilità dimostrata dai manager scelti su mandato dell’azionista e per perseguire gli obiettivi economici indicati dall’azionista di riferimento.

    Una povertà morale, umana ed etica dimostrata in questa vicenda drammatica dal gruppo trevisano nella sua articolata complessità nella quale, si ricorda, sono decedute quarantatré (43) persone solo ed esclusivamente per responsabilità della mancata manutenzione.

    Una scelta speculativa ed irresponsabile che però assicurava un extra dividendo all’azionista. Vergognatevi.

  • Italia penultima per impiego dei fondi Ue, ne ha spesi solo il 30%

    Italia sempre in coda nella capacità di usufruire dei fondi strutturali messi a disposizione dei singoli Stati dall’Unione Europea. Secondo i dati contenuti nella relazione annuale della Corte dei Conti Ue nel 2019 l’Italia ha speso solo il 30,7% dei fondi stanziati a suo favore a fronte di una media Ue pari al 39,6%. Un livello che colloca il nostro Paese, storicamente in ritardo nella capacità di spesa dei fondi Ue, al penultimo posto della classifica comunitaria. Peggio ha fatto solo la Croazia con il 30% mentre al top della classifica spiccano Finlandia con il 66,2%, Irlanda con il 60,6% e Lussemburgo con il 57%. Un andamento che però continua ad essere deludente in tutta Europa. Nota infatti la Corte dei Conti di Bruxelles che “l’assorbimento dei Fondi strutturali e di investimento europei da parte degli Stati membri continua ad essere più lento del previsto: a fine 2019, penultimo anno dell’attuale dotazione finanziaria settennale, era stato erogato solo il 40% (184 miliardi di euro) dei finanziamenti UE stabiliti per il periodo 2014-2020 e alcuni Stati membri ne avevano utilizzato meno di un terzo. Ciò – osserva la Corte – ha contribuito all’ulteriore aumento degli impegni non ancora liquidati, che a fine 2019 hanno raggiunto i 298 miliardi di euro, valore quasi pari a due bilanci annuali. Tale situazione comporta sfide e rischi aggiuntivi, perché è necessario che la Commissione e gli Stati membri concedano altro tempo per l’assorbimento nel nuovo periodo di pianificazione finanziaria”. Complessivamente nel 2019, la spesa Ue è ammontata in totale a 159,1 miliardi di euro, pari al 2,1 % della spesa pubblica totale degli Stati membri e all’1,0 % del reddito nazionale lordo Ue. La rubrica ‘Risorse naturali’ ha rappresentato la percentuale più consistente dei fondi sottoposti ad audit (47 %), mentre la spesa per la sottorubrica ‘Coesione’ ha costituito il 23 % e quella per la sottorubrica ‘Competitività’ il 13 %. Circa due terzi del bilancio sono spesi in regime di “gestione concorrente”: sono gli Stati membri a distribuire i fondi, selezionare i progetti e gestire le spese Ue.

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