Giustizia

  • In attesa di Giustizia: Pinocchietti

    Nel numero della settimana scorsa questa rubrica si è occupata di quella che sembra essere la scomposta reazione di un magistrato al ritardo della Presidente Meloni nella firma di un decreto che dispone l’aumento di stipendio per i magistrati. La storiella che vi stanno raccontando è che il Governo nega ai magistrati il riconoscimento persino di arretrati mai pagati ma le cose non stanno così. I magistrati hanno ricevuto per intero gli aumenti previsti: le somme di cui oggi si discute sono la differenza tra quell’aumento e quello che risulta applicando una interpretazione della legge data dal Consiglio di Stato. Non si tratta, quindi di stipendi indebitamente negati o trattenuti, ma del ricalcolo di un residuo in termini percentuali a una cifra.

    Nel privato i contratti collettivi si negoziano tra sindacati e imprese, e i rinnovi arrivano spesso in ritardo; anche la grande maggioranza dei dipendenti pubblici rinnova i contratti trattando con un’Agenzia dedicata espressamente alla Pubblica Amministrazione…ma non tutti: magistrati, avvocati dello Stato, professori universitari e alti dirigenti di forze armate e polizia non hanno un contratto: i loro stipendi sono fissati dalla legge e si adeguano automaticamente. Per i magistrati l’adeguamento avviene ogni tre anni con un decreto del Presidente del Consiglio, sulla base dell’aumento medio delle altre categorie del pubblico impiego calcolato dall’ISTAT.

    Allora di cosa stiamo parlando? Nel 2021 il governo Draghi fissa l’aumento al 4,85%. L’Associazione Nazionale Magistrati e alcuni magistrati impugnano il decreto e il TAR Lazio dà loro torto. Nel 2025 il Consiglio di Stato ribalta la decisione: l’ISTAT avrebbe dovuto includere nel calcolo alcune voci, come gli arretrati e le indennità di missione degli altri dipendenti pubblici, e calcolare la media in modo diverso cosicchè l’aumento sale al 6,22%. Nel 2026 il TAR applica gli stessi principi al triennio successivo. Il conto stimato è di circa 970 milioni lordi, e la presidente del Consiglio ha annunciato che non firmerà il decreto per pagarli. Non c’erano dati falsi né somme negate: c’era una norma letta in due modi diversi.

    L’adeguamento vale per tutte le magistrature, ordinarie, amministrative e contabili. I giudici amministrativi, decidendo sul ricorso dei colleghi, hanno quindi deciso anche sul proprio stipendio. Giuridicamente non c’è incompatibilità, ma il problema di opportunità è evidente. E’ quello del famoso brocardo “nemo iudex in causa propria”, che, nel caso di specie, viene disinvoltamente dimenticato.

    Non c’è, dunque, stato nessun diniego all’aumento salariale sebbene così sia stata presentata la questione ed oltre a smentire una modalità di comunicazione da Pinocchietti c’è un’ultima considerazione da fare a proposito dell’ANM che da anni è andata ben oltre la tutela “sindacale” della categoria ma si comporta ormai, a tutti gli effetti, come una parte politica: il ricorso che qu interessa è del 2021, prima di questo governo, e le sentenze vanno eseguite ma chi sceglie di confrontarsi con la politica, non può stupirsi se le sue richieste vengono valutate anche con un metro politico. Dopo mesi di scontro aperto sul referendum, è difficile chiedere al governo di non domandarsi se l’insistenza di oggi non serva anche a metterlo in difficoltà, proprio mentre deve spiegare agli italiani dove trovare le risorse per sostenere famiglie e imprese. Occuparsi di amministrazione della giustizia è altra cosa e se c’è chi ha voluto trasformarsi in un attore politico deve accettare di essere giudicato come tale.

  • In attesa di Giustizia: lo spettacolo della morte

    Questa settimana il commento sulla Giustizia ci porta oltreoceano dove è prevista la diretta televisiva della fucilazione di Malik Hasan, americano di seconda generazione ed ex maggiore del corpo sanitario dell’esercito degli Stati Uniti (era uno psichiatra…) responsabile di strage nella base di Fort Hood.

    E’ dal 1961 che non vengono eseguite condanne capitali per reati commessi da militari e qualcuno potrebbe azzardare l’ipotesi che questa volta ci sta bene anche un firing show, magari con gli intermezzi tipici del Super Bowl, le majorettes e gli spazi pubblicitari venduti a peso d’oro: al Pentagono, in fondo, hanno optato per la scelta migliore con questa decisione ed è probabile che si siano ispirati alla teoria retributiva dell’ “occhio per occhio” di cui era fautore anche Emmanuel Kant: “Fanno bene, così ci pensano due volte prima di rifarlo”.

    Ma la storia e i dati dimostrano che il terrore non ha mai svolto effetti dissuasivi nei confronti del crimine: la vera forza di uno Stato non si misura da quanta paura sa incutere, ma dalla sua capacità di rimanere civile anche di fronte alla barbarie e quindi di rieducare o – almeno – provarci.

    È forse civile obbligare cinque militari ad ammazzare una persona in diretta streaming, per di più paralizzata, inerme su una sedia a rotelle e con un mirino disegnato sul petto?

    È forse etico che uno Stato, nella scelta tra il diritto di punire e il diritto alla vita, risponda in questo modo e voglia addirittura spettacolarizzare un’esecuzione trasmettendola in tutto il mondo?

    E’ vero che la storia ci ricorda le esecuzioni sulla pubblica piazza, le teste coronate che rotolano nei cesti di Madama La Guillotaine dinanzi a una folla plaudente di sanculotti e le presunte streghe arse vive tra il sollievo dei numerosi presenti ma il trionfo del pensiero illuministico sembrava avere messo fine a simili spettacoli.

    E’ ben vero che siamo lontani da orrifici riti come quello che ha preceduto l’impiccagione di Melika Azizi, 18 anni, rea di guerra contro Dio per avere partecipato ad una manifestazione di protesta: prima del supplizio questa infelice creatura è stata stuprata dai suoi aguzzini perché secondo la legge iraniana (neanche a dirlo) alle donne stuprate è comunque precluso il paradiso.

    E’ altrettanto vero che ai famigliari di Malik Hasan non verrà inviato il conto con il costo dei proiettili usati per la fucilazione come è uso nella Repubblica Popolare Cinese ma, in quello che ama definirsi l’Occidente liberale, preferiremmo non dover assistere allo show della morte.

  • Giustizia terrena

    Un cristiano non deve mai augurare la morte di una persona per quanto questi abbia commesso misfatti o sia pericoloso per altre persone, in certi casi per lo stesso genere umano.

    Nessuno, qualunque sia la religione alla quale fa riferimento, se veramente crede nel suo Dio, dovrebbe augurarsi la morte di altri.

    Ci possiamo però augurare, e se è possibile sperare, affinché persone pericolose, assetate a dismisura di potere, indifferenti alle tragedie che le loro azioni e dichiarazioni comportano, persone prive di valori, di empatia, di pietas, siano messe in condizioni di non nuocere ulteriormente.

    Ci possiamo augurare che i dittatori sanguinari od i presidenti folli perdano potere e siano isolati, e, nello specifico, che Trump perda le elezioni di metà mandato dopo aver trascinato mezzo mondo in guerre e disastri economici e che Putin debba finalmente fare i conti con il popolo che opprime, con i tanti morti che la sua sete di potere ha causato.

    Non si deve chiamare Dio a fare giustizia in terra, abbiamo il libero arbitrio e dobbiamo esercitarlo, la giustizia terrena spetta alle donne ed agli uomini di buona volontà che devono fare quanto possono per impedire che il male, l’ingiustizia, la violenza prevalgano.

  • In attesa di Giustizia: cultura della giurisdizione

    Il Pubblico Ministero è una parte processuale. Punto. Il lettore dirà: ma lo scoprite adesso? Era una cosa risaputa ed, anzi, il P.M., grazie alla profonda e comune cultura della giurisdizione di cui è intriso, è una parte che rappresenta anche il primo difensore dell’indagato perché è tenuto a investigare anche in suo favore. Così parlò Marco Travaglio.

    Contrordine compagni, non è così, non proprio almeno dal punto di vista della cultura della giurisdizione: le prove a favore dell’indagato non le cerca e valuta discrezionalmente cosa acquisire e cosa rendere noto alle difese: insomma il P.M. fa il P.M. che se la suona e se la canta, altro che comune cultura della giurisdizione!

    Traduzione per i non addetti ai lavori: durante il referendum vi hanno raccontato gigantesche balle ed a sostenere questa tesi non è qualche pericoloso sovversivo che durante la campagna referendaria attentava alla Costituzione sostenendo le ragioni del SI: ad affermare questi principi è la Corte di Cassazione così salvando i P.M. De Pasquale e Spadaro dalla condanna ricevuta e confermata in due gradi di giudizio a Brescia. Ma questo è un malizioso dettaglio, resta il fatto che, attesa l’autorevolezza della fonte interpretativa, il P.M. “parte e basta” non è più uno slogan ma è, come si suo dire, “diritto vivente”.

    Eppur è vero che, rappresentando lo Stato ed il suo potere punitivo, la parte pubblica dovrebbe avvertire l’esigenza di tutelare la libertà del singolo cittadino e così le garanzie di tutti, la parte pubblica non diversamente da quella privata dovrebbe indignarsi di fronte a ciò che appare come un sopruso e quella cultura della giurisdizione, tanto a sproposito citata, dovrebbe farla sua nelle notti insonni prima e dopo una requisitoria  provocate dall’angoscia di aver sbagliato (perché l’errore umano ed in buona fede è sempre in agguato).

    Quando si è di scena in aula, la Toga – poi –  è qualcosa che deve potersi indossare con fierezza, dignità e sentendosi come penetrati da una sorta di malia mentre se ne viene avvolti.

    Evidentemente non è così, la Cassazione dice in sostanza che si piò barare (a patto di essere un P.M…) perché nella caccia vale di più la preda che non la battuta e per il magistrato che non cerca o ignora le prove a discarico in cui si è imbattuto non è prevista dal codice nessuna sanzione.

    Peggio tardi che mai…

  • Il collasso dello Stato

    Quando è in atto una crisi, la passività non fa che accrescere l’impotenza

    Henry Kissinger

    La scorsa settimana un altro clamoroso scandalo ha attirato tutta l’attenzione mediatica e pubblica in Albania. Il 21 settembre scorso il Tribunale speciale di primo grado contro la Corruzione e la Criminalità organizzata ha preso la decisione per gli arresti domiciliari della direttrice del Servizio Informativo dello Stato. Una decisione che è stata resa pubblica l’indomani, martedì 22 settembre. Una decisione che si riferiva ai fascicoli riguardantoi gli appalti abusivi miliardari e gli scandali legati all’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, costituita dal 2013.

    Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e dettagliatamente di tutti quegli appalti abusivi resi pubblici almeno ad ora (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2026; Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo, 29 dicembre 2025; Altro scandalo clamoroso abusando del supporto alla tecnologia, 23 gennaio 2026). L’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione è considerata come “il giardino personale del primo ministro”. E non a caso. Dalle indagini risulterebbe che una delle persone che ha approfittato da quegli appalti sia lui stesso ed un suo stretto famigliare.

    L’autore di queste righe informava il nostro lettore che “un altro scandalo clamoroso è stato reso pubblico alla fine dell’anno appena passato in Albania. Si tratta di una “invenzione” diabolica per agevolare finanziariamente alcune imprese gestite da persone vicine ai massimi livelli politici. Risulterebbe altresì che un famigliare molto stretto del primo ministro sarebbe uno dei massimi approfittatori finanziari. E non solo dalle agevolazioni previste da questo progetto ben ideato, programmato ed attuato, ma anche da molti appalti pubblici gestiti dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione (Altro scandalo clamoroso abusando del supporto alla tecnologia; 23 gennaio 2026).

    Invece a fine dicembre scorso l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “Come si può credere ad una simile Agenzia che dal 2013 ad oggi è stata diretta da una “stretta collaboratrice” del primo ministro e che, intercettazioni alla mano, ha orientato e gestito tutti gli appalti abusivi ormai documentati? E non a caso il primo ministro la sta difendendo a spada tratta”. Aggiungendo altresì che “…Bisogna sottolineare che l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione da anni dipende direttamente dal primo ministro e rende conto a lui. Ragion per cui, dopo che è stato reso pubblico il sopracitato scandalo, quell’Agenzia viene considerata come “il giardino personale” del primo ministro e dei suoi più stretti famigliari. E non a caso, soprattutto durante questi ultimi anni, sono stati molti anche i progetti, accompagnati sempre da abusivi appalti legati al “controllo digitale” di sempre più ambienti pubblici (Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo; 29 dicembre 2025).

    Ebbene ormai, ci sono stati degli sviluppi investigativi che hanno messo sotto arresto due delle persone che, nonostante non fossero dei funzionari importanti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, gestivano, insieme con l’ormai ex direttrice dell’Agenzia e, ovviamente, con il beneplacito del primo ministro e dei suoi stretti famigliari tutti gli appalti abusivi pubblici. Uno di loro è stato arrestato in Francia, il 24 luglio scorso, dopo aver sorvolato con il suo aereo privato la centrale nucleare di Penly. Lui si trova tuttora nel carcere di Beauvais, mentre i suoi beni in Francia sono stati posti sotto sorveglianza dalle autorità. E di beni non aveva poco!

    Le autorità giudiziarie francesi che hanno trattato il caso hanno affermato che l’imprenditore albanese aveva in Francia “due appartamenti, un aereo privato turistico, veicoli, nonché un grande edificio medievale nel dipartimento dell’Oise, nel nord della Francia, con un valore di acquisto di circa 2,6 milioni di euro. Lui era una persona “talmente importante”, che durante una visita ufficiale del presidente Macron in Albania nel maggio 2025, ha fatto anche una foto con lui!

    Invece l’altro “intermediario” degli appalti pubblici svolti dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione era colui che, da anni ormai è considerato come l’intermediario tra il primo ministro e la criminalità organizzata. Un’accusa che è stata fatta per la prima volta dall’ex vice primo ministro che da alcuni anni si trova in Svizzera, dove ha ottenuto l’asilo politico. Durante una lunga intervista rilasciata ad una televisione non controllata dal primo ministro, oltre a quell’affermazione, l’ex vice primo ministro ha anche affermato che il primo ministro ed il suo “coordinatore” bevevano delle bottiglie di vino che costavano 33 mila euro! Accuse che quando le ha fatte l’ex vice primo ministro nessuno le ha credute.

    Però, dopo l’arresto del “coordinatore”, il 26 agosto scorso, ovviamente con il “tacito” permesso del primo ministro che si trovava in difficoltà per le accuse quotidiane fatte durante le proteste a Tirana e voleva dimostrare che il sistema della giustizia funzionava, è stata sequestrata anche una cantina piena di bottiglie molto costose. Ma guarda caso, siccome gli agenti hanno deciso il trasferimento delle bottiglie in cantina l’indomani, durante la notte tutte le bottiglie sono state “sparite”! Al coordinatore sono state confiscate, tra l’altro, anche molti beni immobiliari e conti correnti. Ebbene proprio con il coordinatore tra il primo ministro e la criminalità organizzata era molto legata l’ormai ex direttrice del Servizio Informativo dello Stato.

    Prima di aver avuto il suo incarico in Albania lei, dal 2019 al giugno 2021, ha avuto un altro incarico, quello di vice direttrice dell’Agenzia di Intelligenze del Kosovo, cioè sempre con i Servizi segreti. Però l’allora Presidente della Repubblica del Kosovo, in seguito alla richiesta del primo ministro, il 30 giugno 2021 ha decretato il suo licenziamento. Tutto perché la vice direttrice, durante il suo servizio, aveva divulgato o non aveva tutelato informazioni classificate. Il che rappresenta un “reato punibile ai sensi del Codice penale del Kosovo e della restante normativa vigente in materia di informazioni classificate”.

    Dopo il suo licenziamento lei è stata “accolta a braccia aperte” dal primo ministro albanese, che prima l’ha nominata sua consigliera per la sicurezza e poi direttrice del Servizio Informativo dello Stato. Non solo, ma il primo ministro ha consapevolmente ignorato anche tutte le denunce che svelavano chi era la sua nuova consigliera per la sicurezza che in seguito l’ha nominata come direttrice del Servizio Informativo dello Stato (Sic!). In una sua dichiarazione pubblica dopo la nomina il primo ministro aveva affermato convinto che la nuova direttrice del Servizio Informativo dello Stato era una “garanzia assoluta” per i servizi Segreti. Un’affermazione quella che è stata svalutata solo tre anni dopo.

    Uno dei compiti istituzionali della direttrice del Servizio Informativo dello Stato è anche avere dei “contatti di lavoro” con molti suoi “colleghi” di altri servizi statali, ma non solo. Lei, visto in modo come svolgeva il suo incarico istituzionale poteva, senza scrupolo, passare informazioni molto riservate ad altri servizi. E non dimenticare che l’Albania è un Paese membro della NATO. Il che significa che, con molta probabilità, possano essere diffusi non solo i segreti di Stato dell’Albania, ma anche quelli di altri Stati membri della NATO. Con tutte le inevitabili conseguenze.

    Chi scrive queste righe è convinto che lo Stato in Albania è collassato. Aveva ragione Kissinger che affermava: “Quando è in atto una crisi, la passività non fa che accrescere l’impotenza.”.

  • In attesa di Giustizia: toglietegli il fiasco

    “Punire un errore per correggerne cento” è uno sloga attribuito a Mao Zedong, come motto della Rivoluzione culturale del 1966 e come giustificazione ideologica delle azioni violente delle Guardie Rosse per presunte esigenze formative e deterrenti. In Italia, il motto divenne celebre per il suo utilizzo da parte delle Brigate Rosse nel sequestro Macchiarini del 1972, quando il dirigente della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini fu fotografato con un cartello al collo che recitava “Mordi e fuggi. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato”.

    Insomma, un motto da non prendere preferibilmente ad esempio, non fosse altro che per i precedenti è stato evocato dal Ministro degli Affari Esteri e Vice Premier Antonio Tajani mentre era in visita al Villaggio della Legalità e non al bar dopo il terzo bicchiere, lamentando una supposta eccessiva indulgenza dei giudici nei confronti degli arrestati in flagranza dalle Forze dell’Ordine.

    Tajani ha ricordato “a tutti i magistrati che decidono sugli arresti che è vero che c’è un problema di carceri sovraffollate, ma dobbiamo anche dare dei segnali che garantiscano ai cittadini il fatto che i ceffi non possono agire impuniti. Qualche segnale va dato, insomma, colpirne uno per educarne cento credo che serva. E credo che anche alcuni magistrati debbano mettersi la mano sulla coscienza. Grazie.”

    Il problema non è soltanto il linguaggio ma – se non siamo già ben oltre il terzo bicchiere – l’abissale ignoranza giuridica che quel linguaggio rivela: i giudici non devono “dare segnali” e non devono neppure tenere qualcuno in carcere per gratificare le forze di polizia che lo hanno arrestato. E soprattutto non si può privare una persona della libertà per intimidirne altre cento.

    La custodia cautelare non è una pena anticipata, ha presupposti stabiliti dalla legge, che il giudice deve verificare nel singolo caso. La persona arrestata non diventa colpevole perché la polizia l’ha arrestata: fino alla condanna definitiva opera la presunzione di non colpevolezza.

    Quello di Tajani è stato una sorta di crescendo rossiniano: prima l’uscita sulla derivazione araba del suo cognome, poi le dichiarazioni – alla kermesse politica “Itaca”, facendo l’ardita metafora con un partito politico moderato – sulle caratteristiche di una donna seria ed affidabile tra le quali spicca la gonna “un po’ più lunga”, adesso queste sulla necessità di pene esemplari.

    Se le prime inducono al sorriso per la loro innocua inconsistenza, le ultime appaiono particolarmente gravi soprattutto perché pronunciate da chi ha l’onere e l’onore di rappresentare l’Italia nel mondo e quello che sta criticando non è perdonismo, neppure indulgenza. E’ legge e Costituzione.

  • In attesa di Giustizia: incredibile ma vero

    Incredibile ma vero: il Procuratore Nicola Gratteri ignora cosa succede nelle aule di Tribunale dove sono quotidianamente impegnati i suoi sostituti e si è platealmente lamentato per il fatto che, a Napoli, secondo lui, ci sarebbero Giudici e avvocati sfaticati per cui non si celebrerebbero udienze di pomeriggio.

    Già al momento del suo insediamento aveva argomentato qualcosa di simile prendendosela con i magistrati della Procura che non aveva neppure ancora conosciuto: rei, secondo lui, di trascorrere più tempo bordeggiando sulle loro barche nel Golfo invece che dedicarsi alle indagini. Orbene, non era vero quanto paventato presentendosi con un carico inaccettabile di pregiudizi e non è vero neanche che a Napoli non si svolgono le udienze pomeridiane che, in generale, sono riservate ai processi più delicati e complessi che, come altrove, si protraggono fino a ben dopo le 17, anche a seconda della tipologia (con detenuti o imputati liberi) e della disponibilità dei segretari di udienza cui non vengono quasi mai pagati gli straordinari e l’avvocatura  non è affatto contraria alla celebrazione di udienze pomeridiane purché il programma di trattazione abbia un minimo di razionalità e rispetto degli orari: non è, infatti,  ammissibile che un avvocato entri in aula alle 9,30 perché quello è l’orario indicato su tutte le citazioni indistintamente e poi resti lì, immobile senza sapere quando il suo processo verrà chiamato. Si badi che questi ritardi si riflettono con perdite di tempo ingiustificabili anche su testimoni, periti, consulenti, imputati, agenti delle scorte della polizia penitenziaria.

    A Gratteri, probabilmente la cosa  interessa poco ma dovrebbe comprendere che tutti hanno altri impegni ed il lavoro di un avvocato, in particolare (se ne deve alludere visto che la categoria è stata citata e criticata), contempla il ricevimento degli assistiti, atti da scrivere e ore dedicate a studiare novità normative, giurisprudenza e i fascicoli (Gratteri, se mai, farebbe bene a verificare come vengono compilati gli indici dei fascicoli informatici da parte dei funzionari della procura che dirige).

    Il lamento del Procuratore si leva, poi, altissimo quando tocca il tema delle richieste di arresto pendenti presso l’ufficio G.I.P.: se la procura impiega anni per raccogliere materiale a carico di un indagato, attraverso intercettazioni, sommarie informazioni, perquisizioni, sequestri, pedinamenti, poi non si può pretendere che il Giudice controlli e valuti la robustezza di quelle evidenze, nel giro di pochi giorni e possa emettere il provvedimento gradito al richiedente (e più che mai al Capo, uomo notoriamente dalle manette facili). Grazie a Dio ci sono ancora Giudici che esercitano con senso di responsabilità la propria funzione e l’attesa di Giustizia non si confonde con urgenza di una decisione purchessia.

  • In attesa di Giustizia: c’era una volta

    C’era una volta il reato di atti di libidine che ben si distingueva (anche per la definizione degli atti stessi e non solo per il nome) da quello che si chiamava di violenza carnale: era significativamente meno grave e punito con una sanzione altrettanto più contenuta; in realtà c’è ancora adesso solo che si tratta di una condotta indefinita, genericamente descritta all’interno della norma sulla violenza sessuale – di cui prende il nome – come di minore gravità.

    A questo proposito, da qualche giorno l’indignazione popolare è rivolta ad un magistrato (donna) di Torino colpevole di aver messo in libertà un extracomunitario accusato di violenza sessuale su una tredicenne: a questa rubrica il compito di provare a fare chiarezza a fronte delle tante corbellerie ed iniziative delle quali si legge.

    Il Giudice non ha convalidato il fermo di Polizia perché il soggetto è ben radicato sul territorio, ha un regolare permesso di soggiorno ed una lecita attività lavorativa. Dunque, il solo fatto di essere straniero non consente di controbilanciare questi dati evidenziando il pericolo che si dia alla fuga rendendosi irreperibile, ed il rischio di sottrazione alla autorità giudiziaria è il presupposto cardine della legittimità di un provvedimento di fermo (che in diritto è cosa ben diversa dall’arresto).

    Il G.I.P., inoltre, non ha “scarcerato il violentatore di minorenni”, bensì applicato una misura cautelare e di controllo graduata rispetto alla carcerazione preventiva richiesta dal P.M.: l’obbligo di presentazione e firma alla Polizia due volte al giorno ed ha ben spiegato la sua decisione motivando che si trattava proprio di una  ipotesi lieve  (un fugace palpeggiamento che una volta sarebbe stato qualificato senza esitazioni come atto di libidine e non violenza carnale) che prevede una pena finale in caso di condanna, molto inferiore a quella prevista per la violenza sessuale e la legge impone che la privazione della libertà sia proporzionata al fatto ed alla personalità dell’indagato.

    Il Giudice, ovviamente, ha spiegato anche perchè ha ritenuto attenuate ma non cessate le esigenze cautelari invocate dal P.M., tant’ è che ha optato per una misura di controllo, sia pure più blanda del carcere, tra quelle espressamente previste dal “catalogo” del codice. Senza leggere una sola riga del provvedimento (peggio ancora, leggendo senza avere neppure gli strumenti per comprenderlo) si è scatenata la furia degli indignati in servizio permanente effettivo e dispiace vedere che lo stesso Ministro Nordio che di legge ne capisce – conoscendolo lo immagino adeguarsi ob torto collo a indicazioni politiche – ha preannunciato un invio degli ispettori del Ministero a Torino; è questa una scelta completamente illogica posto che la decisione del Giudice non è illegittima, può certamente non essere condivisa e per questo ci sono i rimedi previsti dalla legge: è facoltà della Procura impugnare l’ordinanza al Tribunale del riesame che dovrà decidere se confermarla o meno.

    In questa bagarre, i ripetuti riferimenti mediatici alla nazionalità dell’indagato sono irrilevanti nel processo penale, giacchè l’essere straniero non è (o, per fortuna, non è ancora…) previsto come un’aggravante e c’è seriamente da rammaricarsi che la Nazionale neppure questa volta si sia qualificata per i Mondiali: almeno, ci sarebbe stato ancora da commentarne i risultati. Erano meglio i tempi in cui questo era un Paese di Commissari Tecnici e non di giuristi di accatto…

  • In attesa di Giustizia: addio alle armi

    Rispetto alla trama del capolavoro di Hemingway non c’è nulla di romantico né di eroico nella vicenda personale e nell’addio anticipato alla toga da parte di Fabio De Pasquale protagonista di alcune delle pagine più buie di storia della magistratura milanese: dalla illusione data a Gabriele Cagliari di una imminente liberazione quando in realtà era alla vigilia di partire per le ferie strafottendosene del detenuto, dell’indagine in corso e della parola spesa (che bene, anzi meglio, avrebbe comunque fatto a tenere per sé) al flop del processo ENI – NIGERIA nonostante il tentativo di portare a casa una sentenza di condanna degli imputati barando con le prove. Sappiamo come è andata a finire in entrambi i casi ma in quello di Cagliari non ci furono conseguenze neppure sotto il profilo di un giudizio etico del comportamento di un magistrato che proseguì indisturbato la sua ascesa da stella nascente della Procura di Milano fino a diventarne uno dei Procuratori Aggiunti: sicuramente quello che era più frequente incontrare in uscita a qualsiasi ora dal Palazzo di Giustizia con la borsa brandizzata di una nota palestra che onusto di fascicoli da portare nel suo ufficio per esaminarli con furore intellettuale e diuturna applicazione allo studio.

    Con ENI – NIGERIA è andata diversamente: indagato e giudicato colpevole nei due gradi di merito per rifiuto di atti di ufficio consistente nell’occultamento volontario di prove a favore degli indagati, De Pasquale si è visto annullare la condanna dalla Cassazione nonostante che l’accoglimento di un ricorso in seguito alla cosiddetta “doppia conforme”, cioè una sentenza di primo grado confermata in appello, sia evento più raro della esplosione di una supernova nella Nube di Magellano.

    De Pasquale, dimettendosi con un anno di anticipo rispetto all’età pensionabile, ha dichiarato che la sua scelta è stata determinata dal fatto di non riconoscersi più nella giustizia attuale: bontà sua, dopo essere stato graziato almeno due volte (quelle note…) potrebbe tentare di spiegare meglio cosa disgusta un siffatto campione di equilibrio e correttezza.

    A pensar male si fa peccato ma spesso non si sbaglia: rinunciando a qualche decina di euro di una pensione (al minimo) di circa 7.000 netti al mese per 13 e almeno 200.000 di tfr, queste dimissioni anticipate garantiscono la chiusura tombale del procedimento disciplinare  – i cui presupposti sono diversi e non direttamente conseguenti da quelli della imputazione penale –  pendente davanti al CSM che, con giudizio severo, per gli stessi fatti aveva già bocciato la sua conferma quale Procuratore Aggiunto “retrocedendolo” a semplice sostituto. Non sappiamo se nel futuro di De Pasquale ci sia l’aspettativa di qualche altro incarico al di fuori dell’Ordine Giudiziario per conseguire il quale sia preferibile evitare il bagaglio di una sanzione regolamentare dalla motivazione men che lusinghiera. Certo è che – da sempre – il disciplinare rappresenta il più temibile spauracchio per un magistrato e il ricordo va alle dimissioni ancor più misteriose di Antonio Di Pietro quando era all’apice della fama e dell’apprezzamento popolare; sono troppe insidie, anche sul piano delle future relazioni personali e politiche, che si sono – almeno in parte – già compromesse perché dare addio anticipato alla toga può essere considerata una ottima scelta.

  • In attesa di Giustizia: quelli della superiorità morale

    I numeri sono impietosi: due maxi inchieste coordinate da Nicola Gratteri quando guidava la Direzione Antimafia di Catanzaro sono arrivate a sentenza proprio mentre si discute alla Camera di istituire una Giornata della memoria dedicata alle vittime di errori giudiziari. La prima, “Maestrale-Olimpo-Imperium”, del 2023 descriveva non solo le cosche ma una vasta “zona grigia” di imprenditori, professionisti, funzionari e dirigenti pubblici ritenuti collegati alla ‘ndrangheta: il primo grado si è chiuso con 79 condanne ma anche 99 assoluzioni (più della metà degli imputati) e 3 proscioglimenti per prescrizione. La seconda inchiesta è del 2022 ed ipotizzava infiltrazioni mafiose nella filiera del legname e l’impiego illecito di rifiuti.

    Furono arrestate 31 persone: la sentenza di primo grado, pronunciata anch’essa da poche settimane, è di condanna solo per otto imputati su 61, gli altri 53 sono stati assolti.

    Si tratta solo di due esempi, molto recenti e ravvicinati tra di loro, che rendono più che mai incomprensibile la scelta di astensione della sinistra sulla proposta di istituire una Giornata dedicata agli errori giudiziari: è davvero difficile commentare quando si tratta di affermare un principio elementare – ricordare chi ha pagato con la libertà, la reputazione e la vita errori dello Stato – prevale da un lato la logica politica dall’altro la sudditanza culturale nei confronti di una parte della magistratura.

    Come se riconoscere che la giustizia possa sbagliare significhi indebolirla, anziché renderla più credibile.

    Il garantismo è un principio che vale sempre, soprattutto quando è scomodo.

    Non avere il coraggio di difenderlo davanti agli errori giudiziari dimostra di considerarlo un bene negoziabile e l’appartenenza al campo largo della gogna e delle manette facili che, peraltro, ultimamente perde colpi con imbarazzanti

    inchieste costruite facendo leva sul moralismo, che presentano il conto: dal caso di Ranucci – il moralizzatore moralizzato dalle sue amicizie esplosive – che si è ritrovato a dover condannare la stessa cultura del sospetto che per anni ha alimentato con i metodi del suo “Report”  è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande in cui  si trovano altre storie: per esempio quella delle indagini sull’urbanistica a Milano il cui primo filone arrivato a giudizio ha esitato, il 16 giugno, otto imputati assolti su otto dalle accuse di abuso edilizio e lottizzazione abusiva ed anche la Corte dei Conti ha prosciolto i tre funzionari comunali accusati di danno erariale…e come dimenticare che è stato archiviato l’ennesimo filone su Dell’Utri e Berlusconi  – presunti mandanti occulti delle stragi del 1993 – ritenendo mancanti elementi concreti sui rapporti diretti con Cosa Nostra per quella specifica ipotesi.

    A tutto questo naturalmente va aggiunto il dramma vissuto dagli indignati in servizio permanente effettivo con la vicenda della grazia a Nicole Minetti con la quale hanno tentato di buttare fango persino sul Quirinale ricevendone in cambio sputtanamento in dosi massicce: basterebbero questi esempi ma se ne potrebbero fare molti altri, più o meno recenti, per ricordare  all’opposizione che non basta un algoritmo, lo stare tutti insieme contro qualcuno, per essere un’alternativa,  alla magistratura che non basta una vittoria del No al referendum per non ragionare sui limiti dell’irresponsabilità di un pubblico ministero ed al partito della gogna che avere una giustizia giusta, con meno cultura del sospetto, con meno indagini trasformate in sentenze, con meno schizzi di fango fatti volteggiare nell’aria, non è un tema legato a chi vuole prendere le parti degli accusati: è un tema che riguarda un bene comune che si chiama giusto processo, Stato di diritto, cultura delle garanzie.

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