Giustizia

  • Il tribunale dell’Ue respinge il ricorso della catena alberghiera Marriott contro il Milan

    Il Tribunale dell’Ue ha respinto il ricorso della catena alberghiera Marriott contro il Milan ritenendo che non vi è alcun rischio di confusione tra il marchio della AC Milan e quello AC Hotels by Marriott. Nel 2013 la AC Milan, ha ottenuto, presso l’organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), la registrazione del segno figurativo AC MILAN e l’ha notificata all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) per farlo valere anche come marchio europeo per tutta una serie di beni e servizi, tra cui i servizi alberghieri. Nel 2014, la Marriott Worldwide Corp. si è opposta alla registrazione di tale segno come marchio dell’Unione europea facendo valere dei suoi propri marchi anteriori. Nel 2017, l’EUIPO ha respinto il ricorso, la Marriott ha impugnato la decisione al Tribunale dell’Unione europea, e oggi il Tribunale Ue respinge l’impugnazione escludendo che vi sia «qualsivoglia rischio di confusione, dal punto di vista visivo, fonetico o concettuale».

  • In attesa di Giustizia: Roma caput mundi

    La notizia sarà probabilmente sfuggita ai più ma nei giorni scorsi, a Roma, ancora a Roma, si è annotato un episodio particolarmente grave: sono state intercettate conversazioni telefoniche di un avvocato in spregio del diritto assoluto alla riservatezza che assiste il rapporto tra il professionista e il cliente. Tranne che non siano presunti complici…ma non è questo il caso.

    La regola vuole che in queste situazioni gli addetti all’ascolto interrompano la captazione e che quanto eventualmente già registrato sia espunto dagli atti di indagine e – comunque – non sia utilizzabile. Invece, no: si è andati avanti e senza porsi alcun problema e, anzi, le conversazioni sono state trascritte e per non farsi mancare nulla anche commentate in una informativa finale della Polizia Giudiziaria che ha persino offerto considerazioni opinando che, in quei colloqui, l’indagato apparisse preoccupato.

    La dinamica delle intercettazioni vuole che le stesse – salvo deroghe autorizzate da un giudice – siano eseguite presso gli impianti in dotazione alle singole Procure e presso di esse installati: ciò per assicurare una più agevole supervisione da parte dell’Autorità Giudiziaria di un metodo di indagine tecnica molto invasivo al fine di evitarne abusi. Autorità Giudiziaria, il Pubblico Ministero nello specifico, che poi riceve costanti aggiornamenti dagli agenti sull’esito degli ascolti, i brogliacci, le annotazioni di servizio; Autorità Giudiziaria che in questo caso (purtroppo non è l’unico divenuto noto) si è serenamente disinteressata di arginare una gravissima violazione del codice di procedura e del diritto di difesa come postulato dalla Costituzione.

    Sarà perché ormai dobbiamo considerarci tutti, in qualche modo, sotto intercettazione e, perciò, sfuma il disvalore dell’invasione nella sfera privata? Telecamere, carte di credito, bancomat, palmari, navigatori, telepass, persino le carte fedeltà dei supermercati tracciano ormai ogni momento della quotidianità e raccontano dove si è stati, cosa ci piace, cosa si è fatto, con chi e per quanto tempo. Tuttavia, se c’è un presidio rigoroso a garanzia di un diritto così sensibile come quello di difesa, la indifferenza di chi dovrebbe assicurarne il rispetto allarma e – senza dimenticare che sono moltissimi coloro che svolgono le loro funzioni con lealtà, competenza e impegno – contribuisce ad un calo di fiducia nella Magistratura.

    Sono passati i tempi degli striscioni che, per le strade di Milano, inneggiavano a Di Pietro e anche L’Italia dei Valori, figlia di quel consenso, sembra essersi disciolta.

    Un recente sondaggio Ipsos rileva che a seguito della vicenda Palamara/CSM solo un italiano su tre (35%) dichiara di aver fiducia nella Magistratura mentre il 55% non ne ha: escludendo coloro che non esprimono un giudizio è il valore più basso di sempre.

    In un sistema che, come ricorda il titolo di questa rubrica, non garantisce certo il massimo dell’efficienza non si sentiva certo il bisogno di un danno reputazionale che investe l’intero settore compromettendone la credibilità e alimentando per il futuro il dubbio che le regole siano fatte per essere infrante o che una qualsiasi inchiesta o sentenza che coinvolga uno o più politici possa essere considerata dall’opinione pubblica come frutto di un conflitto tra poteri dello Stato.

    Insomma, ci mancava solo che l’attesa di Giustizia si trasformasse, potenzialmente, in attesa di ingiustizia.

  • In attesa di Giustizia: un silenzio sottile

    La settimana scorsa abbiamo trattato della bufera abbattutasi sul Consiglio Superiore della Magistratura: un’indagine penale ha sollevato il coperchio sul sistema di gestione correntizia che presiede al delicato compito delle nomine di Magistrati in ruoli apicali: nulla che non fosse noto, tuttavia se ne parlava sottovoce e, soprattutto, nessuno aveva mai ipotizzato che un semplice scambio di favori, oltre che mortificare – talvolta – il criterio del merito, potesse essere inquinato da condotte penalmente rilevanti.
    La notizia, lo sviluppo delle indagini che dovrebbero essere più che mai rigorosamente secretate, sono accompagnati da uno straordinario clamore mediatico e da un elevato livello di dettaglio su quanto scoperto dai Pubblici Ministeri di Perugia che indagano su componenti vecchi ed attuali del C.S.M. e che, a quanto pare, si sono avvalsi anche del cosiddetto “captatore informatico” inserito nel cellulare del Dott. Palamara per seguirne passo passo ogni spostamento, ogni parola, ogni messaggio, ogni incontro.
    Tutti ne parlano, si indignano o fingono di farlo e stupisce che solo una voce taccia sebbene solitamente pronta a levarsi censorea: quella di Piercamillo Davigo, noto come il “Dottor Sottile”.
    Singolare questo silenzio: già ai tempi di Mani Pulite in una delle sue intemerate il Dott. Davigo ebbe a dire che i Magistrati erano il meglio della società e che i Pubblici Ministeri il meglio del meglio del meglio; non c’è dubbio che alla categoria debba continuare ad essere rivolto il massimo rispetto ma certi superlativi assoluti suonano oggi un po’ stonati, soprattutto con riguardo ai criteri di assegnazione dei ruoli di vertice.
    Strano che Davigo non abbia nulla da dire – neppure che per lui aveva interceduto solo San Piercamillo – a proposito del fatto che fu nominato Presidente di Sezione della Cassazione proprio da quel C.S.M. della cui Commissione che si occupava di Funzioni Direttive faceva parte Luca Palamara. Ma a prescindere dai componenti: davvero non ha mai saputo nulla della logica spartitoria che vige a palazzo dei Marescialli? Silenzio.
    Davigo è poi quello che non molto tempo fa aveva sostenuto che in circolazione non vi sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca; bisogna augurarsi che Luca Palamara e altri Magistrati oggi sotto processo siano assolti: augurarselo per loro e per ritrovare un po’ quella fiducia che oggi si sta appannando nei confronti di uno dei Poteri dello Stato. Ma se così fosse, sarebbero anche loro dei malfattori beneficiati da un sistema troppo garantista? Silenzio.
    Già, il processo penale così come è costruito, secondo il pensiero di Davigo, impedisce l’accertamento della verità diversamente dall’efficace impiego di qualche rogo ben appiccato come ai tempi della Santa Inquisizione. E che dire allora, a mo’ di esempio, del suo Collega, Luigi Spina, indagato anch’egli nell’affaire Palamara e che davanti ai Pubblici Ministeri si è avvalso della facoltà di non rispondere: è anch’egli un furbo approfittatore di incomprensibili cavilli? Silenzio.
    E adesso che siede lui in Consiglio, potrà il Dott. Davigo assicurarci che – sia pure senza commettere alcun reato: di questo sicuramente non sarebbe mai capace – non hai mai ricevuto o fatto una telefonata, due chiacchiere con qualcuno per raggiungere l’accordo su qualche nomina, accantonando per un attimo titoli e meriti dei candidati? Silenzio.
    Un silenzio, quello del Dottor Sottile che sa più dell’imbarazzo che del doveroso riserbo: comprensibili entrambi. Intanto, immaginatevi lo stato d’animo di chi debba essere processato e al banco dell’accusa riconosca – ormai lo conoscono tutti – Luca Palamara che si è solo autosospeso dall’Associazione Magistrati ma non ha chiesto quello che sarebbe stato un opportuno periodo di aspettativa. Presunto innocente anche lui, è ovvio, ma forse sarebbe preferibile che, in attesa di Giustizia, resti più defilato.

  • In attesa di Giustizia: due pesi e due misure

    Ormai da giorni tiene banco sui principali quotidiani l’indagine giudiziaria che vede coinvolto Luca Palamara, magistrato della Procura di Roma, ex Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e già componente del C.S.M.: sospettato di corruzione per avere accettato regalie, viaggi omaggio e – forse – anche denaro per pilotare, quando era al Consiglio Superiore, nomine gradite ai vertici di talune Procure ed altri favori non meglio precisati e con Palamara risultano indagati a titolo diverso altri appartenenti all’Ordine Giudiziario.

    Evidentemente una vicenda che risulta paradigmatica di un certo modo, discutibile, di fare informazione che trova il suo presupposto nella permeabilità di quello che dovrebbe essere se non il segreto almeno il riserbo investigativo.

    L’affaire Palamara” è un boccone ghiotto perché contiene tutti gli ingredienti che suscitano interesse e una punta di morbosità nel lettore: storia di veleni interni alla Magistratura, potere, denaro e – mai farselo mancare – anche un pizzico di sesso.

    Sono diverse le riflessioni che tutto ciò suscita. Innanzitutto il clamore, senz’altro dovuto alla notorietà del protagonista principale: sbattere il mostro in prima pagina aumenta le copie vendute ma è meglio se è riconoscibile ed il suo essere trascinato nella polvere faccia più notizia; tanto è vero che i tre soggetti all’origine di questo scandalo sono assai meno conosciuti alle cronache sebbene anche tra costoro vi sia un Pubblico Ministero (che, si badi, ha già patteggiato una pena severa per corruzione e, a breve, andrà in carcere) un avvocato e l’immancabile “faccendiere”, uomo di imprecisata funzione professionale e competenza al di là del traffico di influenze.

    Vi è poi il livello di dettaglio con cui vengono dispensate le evidenze raccolte durante le indagini e che generose fonti confidenziali hanno fatto pervenire nelle redazioni: destinazione dei viaggi omaggio, valore dei soggiorni, prezzo di altre regalie, intestazione delle carte di credito usate per i pagamenti e, ovviamente, nome e cognome di chi avrebbe condiviso la camera con Palamara senza esserne la legittima consorte.

    Sarà tutto vero, sarà tutto, le fonti saranno affidabili? O nei fascicoli si trovano anche elementi di prova di segno diverso o giustificazioni?

    Certo è che Luca Palamara viene già presentato come uno per cui sarebbe superfluo spendere tempo, risorse e denaro per fare un processo: qualche testata ha persino commentato l’affanno con cui avrebbe tentato di giustificarsi in occasione di un interrogatorio fiume a riprova della solidità dell’impianto accusatorio.

    Sia ben chiaro: non è intenzione di chi scrive abiurare alla presunzione di non colpevolezza a sfavore del Dott. Palamara ed, a maggior ragione, perché gli atti non sono conosciuti se non nella misura in cui vengono propalati dagli organi di informazione: tuttavia qualcosa di opaco in taluni rapporti intrattenuti dal magistrato sembra esserci, qualcosa che – magari – potrà essere chiarito inducendo tutt’al più un giudizio di sconvenienza ma non di responsabilità penale.

    Vi è anche di che compiacersi che Palamara non sia stato arrestato: un cittadino comune, di regola, finisce in carcere molto in fretta  per molto meno e con molto meno di ciò che si dice gravante a carico del Pubblico Ministero romano (anche al netto di esagerazioni o fraintesi giornalistici): e questo non va bene, per il cittadino comune ovviamente, non è rispettoso della tutela da offrirsi alla libertà personale. Due pesi e due misure, soprattutto se la bilancia è quella della Giustizia non sono accettabili.

     

  • In attesa di Giustizia: adelante Pedro, con juicio

    Il titolo di questa rubrica sottende che tratti problematiche che affliggono in forma endemica il nostro sistema giustizia: da una normazione sciatta e disorganica, passando per decisioni giudiziarie quanto meno singolari, effetti perversi di pulsioni sociali e – naturalmente, parlando di attesa – di tempi.

    La Costituzione, facendo proprio un enunciato dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ha previsto il principio di ragionevole durata del processo: ottima cosa, tanto è vero che con la legge 89/2001, nota come “legge Pinto” dal nome del Parlamentare che ne fu estensore,  è stato previsto il diritto a richiedere allo Stato un’equa riparazione per il danno (patrimoniale o non) subito per la irragionevole durata del processo. Si è così introdotto un ricorso interno, di competenza delle Corti d’Appello che deve avviarsi prima di eventualmente rivolgersi alla Corte di Strasburgo.

    Difesa corporativa, tutela delle casse dello Stato perennemente esauste? Fatto sta che alla applicazione della legge sono state opposte iniziali resistenze e sono stati ri-appellati i singoli casi alla CEDU per disapplicazione dei parametri di una materia disciplinata a livello convenzionale; infine è dovuta intervenire la Cassazione stabilendo che i giudici nazionali devono applicare i criteri di Strasburgo nel valutare i ricorsi proposti in base alla legge Pinto.

    Con il c.d. “Decreto Sviluppo” risalente al Governo Monti, successivamente, è stata anche semplificata la procedura del ricorso in sede nazionale e precisato un tetto oltre il quale la durata del processo deve considerarsi irragionevole: sei anni complessivi per i tre gradi di giudizio.

    Con la legge di Stabilità del 2016 sono stati, inoltre, fissati  gli indennizzi…ed in termini non certo generosi: da un minimo di 400 ad un massimo di 800 euro per anno o frazione di anno superiore ai sei mesi eccedenti il termine di “ragionevolezza” con possibilità di aumenti fino al 40% a seconda dello sforamento del tempo limite.

    Insomma, se proprio si deve lavorare sulla interpretazione degli aggettivi, quei tetti di indennizzo più che equi  appaiono miserabili.

    Ciononostante, con una decisione recentissima, la Corte d’Appello di Napoli ha rigettato totalmente una richiesta risarcitoria ai sensi della legge Pinto proposta da due avvocati coinvolti a titolo personale in un giudizio che solo tra primo e secondo grado di giudizio è durato nove anni. La motivazione? E’ sotto due profili, uno più inquietante dell’altro.

    Il primo è che i ricorrenti hanno lo studio in una zona elegante di Napoli e – di conseguenza – sono presuntivamente ricchi. Il sottinteso è che non avrebbero bisogno di alcun indennizzo. Come se qualche biglietto da cento euro possa cambiare la vita di chiunque…la ratio della disciplina è certamente un’altra e si fonda su una questione di principio.

    Il secondo esplicita una volta di più come al peggio non ci sia limite: trattandosi di avvocati sono abituati alle lungaggini processuali e non avrebbero neppure dovuto proporre ricorso.

    Adelante Pedro, cum juicio, potremmo dire richiamando un passo celebre dei Promessi Sposi: l’efficienza del sistema giustizia può essere stimolata, anche dettando criteri temporali certi per mettere un punto fermo sulla ragionevole durata del processo. Ma senza esagerare.

  • In attesa di Giustizia: la parola alla legittima difesa

    I casi in cui si tratta di legittima difesa arrivando sino al processo, come abbiamo avuto modo di registrare in precedenti articoli, sono pochissimi: un primo indicatore della sostanziale superfluità della riforma fortemente voluta dal Ministro dell’Interno perché la disciplina tradizionale è perfettamente adeguata e funziona.

    Se ne è avuta una ulteriore dimostrazione proprio pochi giorni fa quando la Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per Fredy Pacini, un piccolo imprenditore di Monte San Savino che, ferendone mortalmente uno, il 28 novembre scorso aveva sparato a due rapinatori che avevano preso di mira la sua azienda con un’intrusione notturna.

    A quanto è dato sapere sono stati decisivi gli esiti della consulenza balistica disposta dal P.M. insieme ad altri accertamenti investigativi di una certa complessità ma esauriti nel giro di pochi mesi: Pacini, vittima di precedenti ruberie si era determinato a dormire nel suo magazzini e, armato di pistola, aveva esploso numerosi colpi ma in direzione degli arti inferiori dei malviventi attingendo l’arteria femorale di uno di essi con esiti letali.

    Oltre che nel corso della scorreria, l’uomo si è potuto difendere adeguatamente sin dall’inizio dalla incolpazione di eccesso colposo in legittima difesa riuscendo in un lasso di tempo ragionevolmente breve a far valere la sua tesi: legittima difesa putativa, cioè a dire che è risultato ragionevole il convincimento circa un’aggressione che avrebbe messo a repentaglio la sua incolumità e proporzionata la reazione sebbene i banditi siano risultati, in seguito, disarmati.

    La recente riforma, si badi, non ha svolto alcuna funzione nell’esito di questa vicenda che ora dovrà ottenere una scontata “parola fine” dal Giudice per le Indagini Preliminari cui è affidato il compito di decidere sulla richiesta di archiviazione: nei confronti di Fredy Pacini si è applicata la normativa tradizionale dimostrandone la duttile struttura in uno con la possibilità di rapida fuoriuscita dal circuito giudiziario.

    In compenso, l’imprenditore esce umanamente provato dalla esperienza ma non per avere subito indagini a suo carico ma per la consapevolezza di aver ucciso un uomo disarmato che voleva rubare delle gomme e delle biciclette.

    Pacini non parla ma tramite il suo difensore lancia un messaggio pieno di umanità e sofferenza: “Sconsiglio a chiunque di tenere armi in casa: dopo quello che è accaduto a me non si vive più”.

    La riforma inutile ma pericolosa per lo slogan che l’accompagna è ormai entrata in vigore per quanto la sua promulgazione da parte del Capo dello Stato sia stata munita di un insolito messaggio ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri in cui si rilevano improprietà tecniche della complessiva disciplina cui porre tempestivamente rimedio e rischi di incostituzionalità laddove erroneamente interpretata e applicata.

    Nei termini chiariti dal Presidente della Repubblica è logico attendersi che l’attesa di Giustizia in casi come quello di Fredy Pacini e molti altri analoghi non resterà vana ma, forse, da Sergio Mattarella sarebbe stato auspicabile un atto di maggiore coraggio prima di apporre quella firma su una legge da lui stesso, senza mezzi termini, considerata sbagliata.

  • In attesa di Giustizia: separati in casa

    Giochereste una partita di pallone in cui l’arbitro vesta, invece della divisa, la maglia della squadra avversaria? Probabilmente no, comunque qualche dubbio sulla sua imparzialità sarebbe fondato.

    Ebbene, nel nostro ordinamento giudiziario le cose funzionano sostanzialmente così: il Giudice arbitro delle controversie – che per disposto costituzionale dovrebbe, dunque,  assicurare assoluta terzietà – appartiene al medesimo Ordine del Pubblico Ministero, proviene dal medesimo concorso, la funzione giudicante/inquirente è interscambiabile senza eccessive difficoltà, dulcis in fundo avanzamenti di carriera, incarichi direttivi, autorizzazioni per lucrosi incarichi fuori ruolo non meno che (rarissime) sanzioni disciplinari dipendono dal Consiglio Superiore della Magistratura composto tanto da giudicanti che da Pubblici Ministeri e governato dalla logica delle correnti e del compromesso non di rado anche a sostrato politico.

    Secondo l’impostazione tradizionale del processo penale accusatorio, nel nostro sistema introdotto ormai trent’anni fa, le carriere di Giudici e P.M. sono nettamente separate, addirittura gli uffici sono ubicati  in edifici diversi; nel nostro Paese, tuttavia,  ogni tentativo di intervenire normativamente in proposito incontra un fitto fuoco di sbarramento da parte della Magistratura paventando – innanzitutto – il rischio che, separando le carriere, il Pubblico Ministero diventerebbe dipendente dal potere esecutivo e, pertanto, subordinato alla politica: nulla di meno vero perché per conseguire questo scopo non basterebbe neppure una legge ordinaria ma bisognerebbe intervenire su tre o quattro articoli della Costituzione che i Padri Costituenti avevano opportunamente elaborato proprio per scongiurare questo rischio.

    Una politica pavida e perennemente tenuta sotto scacco dalla Autorità Giudiziaria ha traccheggiato, dunque, per circa sei lustri senza mai  varare questa opportuna riforma dell’Ordinamento Giudiziario. Si è, allora, provveduto alla raccolta di firme per un disegno di legge di iniziativa popolare promosso dalla Unione delle Camere Penali che, coronata da successo, è approdato alla Camera ed è ora sostenuta da un gruppo molto trasversale di una cinquantina di deputati ed assegnata alla Commissione Affari Costituzionali.

    Dunque, vi è per la prima volta la concreta possibilità che la separazione delle carriere divenga legge generando sgomento e allarme all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati e motivo di ennesima frizione tra i due Vice Premier uno dei quali – Salvini – è favorevole alla riforma, l’altro no.

    E’ recente un incontro tra la Giunta dell’A.N.M. e il Capo dello Stato (che è anche Presidente del C.S.M., giova ricordarlo) nel corso del quale si è voluto affrontare l’argomento della separazione delle carriere con Sergio Mattarella spendendo – tra l’altro – argomenti fuorvianti e autenticamente ingannevoli come quello del rischio di perdita di indipendenza del P.M. (per evitare equivoci, il disegno di legge prevede espressamente l’indipendenza da qualsiasi potere dell’Ufficio Requirente) e, soprattutto tentando indebitamente di coinvolgere il Presidente della Repubblica in un prossimo, libero, dibattito parlamentare.

    Gli ingredienti per rendere accidentato il percorso di una riforma, che si propone come ammodernatrice del sistema giudiziario e volta ad attuare i principi del giusto processo, ci sono tutti: il conflitto strisciante tra poteri dello Stato, il contrasto interno alle forze di Governo, non mancheranno dunque le polemiche al momento del voto alle Camere orientato dalla disciplina di partito.

    Nel frattempo, mentre i Magistrati si sgomentano all’idea di diventare separati in casa, diverse decine di migliaia di cittadini, che hanno sottoscritto il disegno di legge recandosi ai gazebo allestiti in tutta Italia dagli avvocati penalisti, restano a guardare, restando ancora una volta in attesa di Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: passatempi costituzionali

    Chi ha la pazienza di seguire questa rubrica ben sa che la Costituzione ed il suo rispetto sono un riferimento costante e quando si parla di qualche intervento sulla Carta Fondamentale dello Stato vengono i brividi freddi: culmine della preoccupazione fu l’ampia riforma a trazione renziana, fortunatamente abortita in sede referendaria.

    Ora, spigolando qua e là tra i disegni di legge in gestazione, emerge dai lavori parlamentari una proposta di modifica dell’articolo 111, quello – per intendersi meglio – che regolamenta il cosiddetto “giusto processo”: ed è già un po’ inquietante che si sia sentito il bisogno di enunciare come principio cardine dell’ordinamento quell’equità che del giudizio dovrebbe essere una componente ovvia e naturale. Quando tale intervento fu fatto a fine millennio, peraltro, c’erano delle ragioni sulle quali non è necessario oggi dilungarsi, il legislatore fece un saggio copia e incolla dell’art. 6 della CEDU e nessuno ha avuto sino ad ora da lamentarsi.

    Il 4 aprile, di iniziativa dei Senatori Patuanelli e Romeo, è stato comunicato alla Presidenza della Camera Alta una proposta di integrazione dell’art. 111 composta da due soli commi, eccoli:

    Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. L’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti e il diritto inviolabile della difesa. In casi tassativamente previsti dalla legge è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale.

    L’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà autonomia e indipendenza.

    Tutto scontato, penserà il cittadino privo di specifiche competenze tecniche, e avrebbe assolutamente ragione. Rimarrebbe forse un po’ sorpreso dalla riserva di legge sulla autodifesa ma anche ciò è già previsto in limitati casi come, per esempio, nei ricorsi al Giudice di Pace contro le contravvenzioni al codice della strada.

    Insomma, principi noti anche nelle discussioni da bar sport. Scrivono i Senatori proponenti che l’intenzione è quella di rendere espressi principi già impliciti nella Costituzione (l’allusione è all’art. 24, chiarissimo tra l’altro) ed enunciati chiaramente nell’Ordinamento della Professione Forense (art. 1 l. 31/12/2012 n. 247), ma anche in una Risoluzione del Parlamento Europeo (Atto P6_TA(2006)0108).

    E, allora, dov’è la novità, dove l’utilità? Mistero. Sembrerebbe di essere al cospetto di un innocua interpolazione e altro non sovviene per giustificare questa iniziativa di legge costituzionale che – tuttavia – comporterà laboriosi passaggi in Commissione e Aula: tempo che, forse, sarebbe meglio impiegare altrimenti, magari per dar seguito alle indicazioni del Capo dello Stato sulla necessità di colmare rapidamente lacune evidenti nella recente modifica della legittima difesa.

    In attesa di Giustizia, di leggi più comprensibili e utili, accontentiamoci di passatempi costituzionali.

  • In attesa di Giustizia: un anno bellissimo, ma anche no

    Tra le promesse post elettorali il Governo aveva formulato quella di un anno bellissimo a venire dopo l’insediamento a Palazzo Chigi: il pronostico era riferito all’economia e non è questa la sede per commentarlo, in questa rubrica parliamo di giustizia e siccome anche questo ambito rientra nelle priorità di intervento dell’esecutivo, qualche considerazione – invece – si può fare.

    A Bari, tanto per cominciare, alle soglie dell’estate si era verificata l’inagibilità del Tribunale: criticità affrontata inizialmente con la celebrazione delle udienze (non tutte, sia chiaro) in una sorta di accampamento tendato esposto a temperature elevate non meno che alle piogge, e sarebbero i problemi minori. Da allora la situazione non è molto migliorata: gli uffici giudiziari sono stati sottratti alle tensostrutture per essere trasferiti in vari plessi che vanno da un ex palazzo della Telecom a sedi giudiziarie circumvicine chiuse perché soppresse; il tutto con una quotidiana, necessitata, transumanza di fascicoli, magistrati, cancellieri, avvocati e imputati con quanto ne consegue in termini di dignità delle persone, dei ruoli ma anche di efficienza e salvaguardia degli atti processuali che rischiano continuamente di andare smarriti, degradati per l’incuria o confusi tra loro. Si teme che anche quest’anno verrà decretata la sospensione dei processi penali per i tre mesi estivi con blocco della prescrizione, che in questo caso è incostituzionale. Come dire, la soluzione è nel non fare qualcosa intanto che ci si arrangia.

    Proseguiamo: la Corte Costituzionale, oltre un anno fa, aveva invitato il legislatore a por mano alla legge sugli stupefacenti perché prevedeva pene minime ritenute irragionevoli, quindi in contrasto con l’articolo 3, per i reati “di confine” tra le ipotesi di minore gravità e quelle ordinarie non aggravate. Ovviamente, un legislatore sensibile solo al tema della certezza della pena, confuso con quello della sua durata, si è ben guardato dal seguire le indicazioni del Giudice delle Leggi che, così, nel mese di marzo è dovuto intervenire nuovamente dichiarando l’incostituzionalità di quelle sanzioni non senza rimarcare, tra le righe della sentenza, una colpevole inerzia da parte di chi avrebbe dovuto provvedervi da tempo.

    Un’altra “legge manifesto” è stata quella a contrasto dei reati contro la Pubblica Amministrazione, il cosiddetto Decreto Spazzacorrotti che prevedeva – tra l’altro – l’esclusione immediata dei condannati, anche per fatti anteriori alla sua entrata in vigore,  dalla possibilità di ottenere taluni benefici previsti dall’Ordinamento Penitenziario. Proprio di questa norma il Guardasigilli andava molto fiero, senonché sono già almeno quattro le ordinanze di altrettanti Tribunali di Sorveglianza di trasmissione alla Corte Costituzionale per non manifesta infondatezza di eccezioni di costituzionalità sollevate.

    Pochi giorni fa, dopo lunghissima riflessione, il Capo dello Stato ha promulgato la riforma della legittima difesa accompagnandola con un fattore eccezionale: una missiva ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri con la quale da un lato si invita il legislatore a colmare immediatamente evidenti lacune tecniche del testo e dall’altro interpretando la complessiva disciplina in termini che la propongono come del tutto superflua, non diversamente dal commento che su queste colonne era stato offerto qualche settimana addietro.

    In ultimo, la Commissione Europea ha censurato pesantemente il “sistema giustizia” italiano, maglia nera tra i Pesi UE, per lentezza e inefficienza. Allora, forse, non sono quegli Azzeccagarbugli degli avvocati (così definiti da Bonafede) la causa di tutti i mali della Giustizia che impone il previsto blocco della prescrizione dal 2020.

    Il Ministro a tale autorevole critica ha già risposto che in uno dei prossimi Consigli verrà proposto il piano di intervento per dimezzare i tempi dei processi: se la tecnica normativa sarà analoga agli esempi proposti non c’è da stare tranquilli e l’unico anno bellissimo di cui favoleggiare è possibile che resti quello cantato da Lucio Dalla.

  • In attesa di Giustizia: in nome del popolo italiano

    La giustizia è amministrata in nome del popolo, così recita l’articolo 101 della Costituzione, nella intestazione delle sentenze non può mancare – a pena di nullità – l’intestazione “In nome del popolo italiano”. Il parametro costituzionale esprime, tra l’altro, il potere di verifica da parte dell’opinione pubblica sulla amministrazione della giustizia.

    Un tempo, almeno con riguardo ai processi (soprattutto quelli penali) più coinvolgenti, la abituale e talvolta massiccia presenza di pubblico alle udienze costituiva l’estremo fisico del controllo sull’andamento della giurisdizione; oggi le cose sono cambiate, e salvo rari casi, le presenze sono ridotte a qualche familiare o a gruppi di ragazzi in visita scolastica.

    Tuttavia, un controllo in quel settore è ancora possibile e lo è ancor più agevolato  grazie ai media; sempre che, ovviamente, l’informazione non sia distorta, di parte o volta ad assicurare più che altro maggiori vendite o share.

    Il 17 aprile è mancato Massimo Bordin, voce storica di Radio Radicale: uno di quelli che l’informazione giudiziaria la sapeva fare con quella trasversalità ed indipendenza che sono patrimonio dei radicali ma anche con rigore e competenza. L’Unione delle Camere Penali, due giorni dopo la scomparsa, ha istituito un premio a lui intitolato da assegnare ogni anno al giornalista o alla testata che si sarà maggiormente distinta per correttezza e completezza della informazione su vicende giudiziarie con particolare riguardo al concreto rispetto della dignità delle persone coinvolte e del principio di non colpevolezza.

    Sino a fine marzo, invece, Piero Sansonetti è stato Direttore de “Il Dubbio”, testata giornalistica che ha come editore la Fondazione dell’Avvocatura Italiana del Consiglio Nazionale Forense e che si è proposta come pubblicazione garantista, rivolta contro le forme di giustizialismo e destinata a chi intenda approfondire le ragioni della difesa e non solo quelle dell’accusa cui – di solito – si offre maggiore spazio in cronaca.

    Non è ben chiaro cosa abbia indotto il licenziamento di Sansonetti: a sentir lui una delle ragioni  risiederebbe nell’esigenza per “Il Dubbio” di essere più filogovernativo perché giornale di una Istituzione Pubblica, l’altra nell’averlo orientato troppo a sinistra.

    Se fosse vera la prima, grande sarebbe la preoccupazione perché sottende il concetto di stampa di regime, riferita per di più ad un’area – quella della Avvocatura – che dovrebbe farsi garante di indipendenza assoluta; se fosse vera la seconda ostenderebbe il tradimento della filosofia di impostazione della testata, posto che la politica giudiziaria della sinistra ha una deriva forcaiola inequivocabile.

    Resta, a margine di queste vicende di vita così diverse ma con un minimo comun denominatore professionale, la riflessione sull’importanza di una informazione giudiziaria corretta, destinata a dare vita a quel canone costituzionale ricordato all’inizio da cui discende la rilevanza e la dignità dell’opera del cronista giudiziario.

    Su queste colonne ci proviamo: fornendo notizie e spunti senza altra pretesa che stimolare curiosità e approfondimento autonomo del lettore, qualche certezza solo se supportata da evidenze incontrovertibili.

    Su queste colonne scrivo io che non sono – come furono per la cronaca giudiziaria negli anni ’50 – Dino Buzzati per il Corriere della Sera o Alfonso Gatto per Il Mattino ma respiro quell’aria di libertà che l’editore mi lascia senza se e senza ma.

    E la libertà, quando della Giustizia si deve restare in perenne attesa, è un bene di valore assoluto.

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