Giustizia

  • In attesa di Giustizia: oggi le comiche

    Sarebbe interessante commentare – ma nulla esclude che lo si possa fare in futuro – la posizione della sinistra rispetto alla istituzione della giornata della memoria per le vittime dalla giustizia ma il caso Ranucci-Lavitola sta assumendo una curiosa forma narrativa che merita tuta l’attenzione.  Al G.I.P. sono servite quasi duecento pagine per dare coerenza a gravi indizi di colpevolezza per reati molto gravi commessi però non in danno di qualcuno bensì per favorire la presunta vittima. Siamo a cavallo tra il paradosso ed un ossimoro fattuale. Già all’inizio quando si è scoperto che Lavitola era indagato per l’attentato, Ranucci disse che era un amico vero e non credeva che avrebbe mai voluto fare del male a lui ed alla sua famiglia, liquidando come fantasiose le ipotesi investigative secondo le quali la bomba possa essere servita ad aumentare la popolarità del giornalista in vista di una possibile discesa in politica.

    Poi si scopre che Lavitola un progetto politico ce l’aveva davvero. E che aveva persino commissionato un sondaggio sulla possibile candidatura di Ranucci il quale ne era a conoscenza, ma sostiene che Lavitola sapeva benissimo che non si sarebbe mai candidato. Passano poche settimane ed arriviamo all’arresto di Lavitola, ritenendo il Giudice della cattura che il movente dell’attentato sia proprio quello che Ranucci aveva giudicato assurdo: aumentarne la popolarità per favorirne l’ingresso in politica e – ciliegina sulla torta – Lavitola confessa di essere il mandante della bomba ma offre una variante sul tema: lo scopo era far aumentare la scorta di Ranucci: ma mi faccia il piacere come direbbe il principe De Curtis!

    Insomma, abbiamo un uomo che, secondo l’accusa, mette una bomba sotto casa di un amico per aiutarlo forse a diventare più popolare, forse a entrare in politica, forse ad avere una scorta maggiore, e già qui diventa difficile seguire il ragionamento che esprime un concetto dell’amicizia un po’ impegnativo: con amici così, per il compleanno è prudente non organizzare feste a sorpresa.

    Una cosa, però, va detta con chiarezza: allo stato degli atti non vi è prova che Ranucci sapesse dell’attentato o abbia partecipato alla organizzazione. Il GIP, anzi, esclude elementi di un accordo tra lui e Lavitola…allo stato degli atti, appunto, perché suona molto strano che Ranucci potesse non sapere e suona come ingiustizia grave che rimanga a casa mentre l’amicone finisce a Rebibbia; è qualcosa che lascia aperta una domanda diversa, politicamente, giornalisticamente e giudiziariamente assai interessante: quanto davvero sapeva Ranucci dei progetti che Lavitola coltivava? Perché conoscere la commissione di un sondaggio sulla propria candidatura non significa certamente sapere della programmazione di un attentato con una bomba. L’assurdo, però, è sostenere che qualcuno stava lavorando seriamente alla trasformazione da giornalista a politico a sua insaputa come avrebbe detto Claudio Scajola.

    Conclusione provvisoria: così come costruita, anche dal punto di vista investigativo, questa vicenda merita di trovare un posto d’onore nel palinsesto di “Oggi le comiche” anche se una bomba non fa mai ridere e non prova nulla contro Ranucci. Le chat e il sondaggio, invece, meritano qualche domanda.

    E fare domande in questo caso dovrebbe essere precisamente il mestiere del giornalista prima ancora che del P.M. e magari dedicare qualche puntata di Report alle storie e le vite parallele di un pasticcione di talento che per mestiere traffica influenze da anni e di un autobiografo spericolato e narciso.

  • Un’altra ingannevole riforma

    Farsi ingannare una volta è scocciante, due sciocco, tre turpe.

    Cicerone

    La Carta europea dell’autonomia locale rappresenta un documento importante che obbliga tutti i Paesi che lo hanno ratificato di garantire alle autorità locali l’indipendenza politica, amministrativa e finanziaria, in base alle apposite leggi. Il Consiglio d’Europa presentò per la prima volta questo documento durante la Conferenza dei poteri locali e regionali nel 1981. Da allora il contenuto della proposta Carta europea dell’autonomia locale è stato analizzato, discusso e negoziato per circa quattro anni. Poi, il 15 ottobre 1985, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, durante una sua riunione a Strasburgo, ha presentato la Carta europea dell’autonomia locale, rendendola aperta alla firma. In seguito quell’importante documento è stato firmato da tutti i Paesi membri, in quel periodo, del Consiglio d’Europa. La Carta entrò poi in vigore il 1o settembre 1988.

    Un altro importante principio, che riguarda l’autonomia locale, è quello della decentralizzazione, che permette e garantisce il trasferimento di poteri, funzioni, risorse e responsabilità decisionali dagli organi dello Stato e del governo centrale alle autorità locali, come le regioni, le province e i comuni. Il che permette, altresì, alle autorità del potere locale, di includere le necessità e le richieste dei cittadini nelle loro decisioni e renderle attuate ed operative.

    Tra gli Stati europei che hanno ratificato la Carta europea dell’autonomia locale è anche l’Albania. Subito dopo il crollo del regime comunista la Commissione del Consiglio d’Europa ha concesso all’Albania, nel settembre 1991, lo status di Paese “membro associato”. In seguito, adempiendo quanto richiesto dalle procedure per l’adesione, il 13 luglio 1995, l’Albania è diventata un Paese membro del Consiglio d’Europa. L’Albania ha firmato la Carta europea dell’autonomia locale l’11 novembre 1999, con l’approvazione del Parlamento di un’apposita legge per la sua ratifica. Il che, da allora, obbliga tutte le autorità statali e governative di rispettare quanto viene sancito dalla Carta europea dell’autonomia locale e dal principio della decentralizzazione.

    Il nostro lettore però è stato spesso informato, fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, che durante questi ultimi anni in Albania è stata restaurata e si sta continuamente consolidando una nuova dittatura sui generis. Si tratta proprio di una pericolosa alleanza del potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali. Una realtà questa che, soprattutto durante questi ultimi anni, è stata riconosciuta e denunciata anche dalle strutture specializzate dell’Unione europea e quelle statunitense, nonché da molti noti media internazionali che affermano anche la costituzione nel Paese di un narcostato, il primo in Europa.

    Una simile grave, preoccupante e pericolosa realtà albanese, sempre fatti accaduti, documentati ed ufficialmente denunciati alla mano, permette però al primo ministro non solo di abusare del potere conferito dalla Costituzione e dalle leggi in vigore, ma anche di usurpare altri poteri, tra cui anche il potere locale. Violando così consapevolmente sia la Carta europea dell’autonomia locale e sia il principio della decentralizzazione.

    Questa ossessione del primo ministro è stata dimostrata e testimoniata inconfutabilmente anche dalla proposta presentata dai deputati della maggioranza governativa, il 30 luglio scorso, nella Commissione parlamentare speciale sulla riforma amministrativa e territoriale. Una proposta fatta ovviamente solo con il beneplacito del primo ministro, il quale vuol ormai controllare, costi quello che costi, tutti i poteri. Si tratta di un’ingannevole riforma che prevede l’eliminazione di 15 comuni e la loro fusione con gli altri 46 rimanenti comuni. Il proposto disegno di legge stabilisce che in Albania ci saranno 71 città, 46 comuni, 387 unità amministrative e 12 prefetture. Bisogna altresì sottolineare che la precedente riforma territoriale, che è stata approvata dal Parlamento nel 2014 solo con i voti della maggioranza guidata dall’attuale primo ministro, aveva ridotto il numero degli enti locali da 312 comuni e municipalità a solo 61 comuni. Era però una riforma che permetteva al governo centrale e cioè al primo ministro, di gestire delle competenze importanti del potere locale, in palese violazione della Carta europea dell’autonomia locale, ratificata dall’Albania l’11 novembre 1999 e del principio della decentralizzazione del potere locale.

    Risulta però che la nuova riforma territoriale, presentata il 30 luglio scorso, rappresenta la volontà del primo ministro, il quale vuole che il potere locale sia semplicemente un appendice del governo centrale e cioè che sia controllato direttamente e personalmente da lui. Risulta altresì, fatti accaduti e che tuttora stiano accadendo, fatti documentati e pubblicamente denunciati alla mano, che il primo ministro spesso tratta i sindaci rappresentanti della maggioranza governativa come se fossero i suoi dipendenti. Sono ormai tanti e di dominio pubblico i casi che testimoniano l’ubbidienza di questi sindaci, i quali hanno licenziato determinati funzionari dei comuni da loro diretti, solo e soltanto perché sono stati ordinati dal primo ministro.

    Bisogna sottolineare, tra l’altro, che la vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese testimonia inconfutabilmente, che il primo ministro tratta i comuni come se fosse lui il sindaco eletto. Lo sta facendo da più di un anno anche con il comune della capitale, dopo l’arresto del suo sindaco nel febbraio 2025. Anche di questo il nostro lettore è stato informato a tempo debito.

    Una delle dirette conseguenze del controllo, da parte del primo ministro, di tutti i poteri, sia quelli a lui riconosciuti per legge e sia quelli usurpati, nonché della diffusa corruzione da lui permessa e dell’abuso di potere, è anche il preoccupante e pericoloso spopolamento di tutto il territorio, durante questi ultimi anni. Un fatto grave, confermato anche dalle istituzioni specializzate e dal ultimo censimento della popolazione fatto nell’autunno del 2023. Risulta che la popolazione dell’Albania stia vistosamente invecchiando. Si tratta di una grave e preoccupante realtà, le cui conseguenze si stanno evidenziando da qualche anno. Il nostro lettore è stato informato di questa realtà.

    Per far fronte alla vistosa mancanza della mano d’opera, in diversi settori produttivi in Albania, da alcuni mesi la ministra dell’economia, in seguito agli “orientamenti” del primo ministro, ha svolto diverse visite ufficiali in alcuni Paesi asiatici, per sostituire la mancante mano d’opera con dei cittadini stranieri, firmando anche degli accordi con i suoi omologhi. Una chiara dimostrazione del fallimento delle politiche “lungimiranti” del primo ministro. Politiche e riforme sbandierate da lui, dalla sua potente propaganda governativa e da molti media locali a suo controllo. Politiche che purtroppo, spesso sono state sostenute ed applaudite anche da alcuni alti funzionari dell’Unione europea, in seguito a delle ben finanziate attività lobbistiche. I “successi raggiunti” dal primo ministro albanese sono stati applauditi anche da alcuni dirigenti dei Paesi europei. Ovviamente per delle “ragioni di Stato” e per niente altro. Perché invece di “successi” sono solo dei fallimenti.

    Chi scrive queste righe valuta che la sopracitata proposta, presentata il 30 luglio scorso dai deputati della maggioranza governativa durante l’ultima riunione della Commissione parlamentare speciale sulla riforma amministrativa e territoriale sostiene un ingannevole riforma. Una “riforma” che mira semplicemente di garantire la solita “vittoria” durante le prossime elezioni locali nella primavera del prossimo anno. I cittadini albanesi rimasti ancora in patria devono essere però molto attenti e responsabili. Loro devono imparare anche da Cicerone, politico e filosofo romano, che affermava, più di venti secoli fa, che farsi ingannare una volta è scocciante, due sciocco, tre turpe.

  • In attesa di Giustizia: partial defence

    E dire che Britannia e Caledonia erano province romane ed il Vallo di Adriano una fortificazione volta a prevenire le scorrerie delle tribù dei Pitti: barbari tra i barbari che si tentava di civilizzare romanizzandoli…un periodo della storia che ancora brucia agli inglesi perché nessun altro è mai più riuscito ad invadere la loro isoletta ed a tentare ad insegnare loro qualcosa; eppure, dobbiamo ammetterlo, sul piano del diritto (in cui i romani primeggiavano) qualcosa hanno avuto da insegnarci dai tempi della Magna Carta a quelli della Dichiarazione dei Diritti mentre da noi la facevano da padroni gli inquisitori Domenicani con i loro metodi spicci per ottenere confessioni di stregoneria, eresia ed apostasia e risolvendo il problema con roghi ben allestiti.

    Il caso di Mario Roggero, con tutte le polemiche e proposte (quasi sempre fuori luogo) che l’hanno accompagnato, è l’occasione per offrire ai lettori la possibilità di conoscere una disciplina che il nostro codice non contempla ma che  vale la pena almeno di conoscere e  valutare: la partial defence, letteralmente “difesa parziale”, è un istituto di common law pensato per i casi in cui la morte di un aggressore venga cagionata da chi, poco prima, ha subito la commissione di un reato, come una rapina, ma non si trova più nelle condizioni che giustificano la legittima difesa (attualità del pericolo, proporzionalità e necessità della reazione). Non si tratta né di un’attenuante né di una scriminante, ma di un meccanismo giuridico del fatto che riqualifica il reato da murder — l’equivalente, grosso modo, del nostro omicidio doloso — a manslaughter, categoria autonoma con una propria cornice sanzionatoria, più mite e con ampia forbice discrezionale nella determinazione finale della pena, a seconda dei casi.

    Questa, in sostanza, è la partial defence: un criterio di imputazione che, se riconosciuto, modifica il reato, donde l’aggettivo “parziale” perché non porta all’assoluzione, ma a una condanna per un reato di omicidio meno grave, il manslaughter che – però – non equivale neppure al nostro eccesso colposo in legittima difesa, suddividendosi in due distinte categorie. Nel voluntary manslaughter, che qui interessa, ciò che viene meno non è la volontà dell’evento morte, ma la piena rimproverabilità per aver compiuto il fatto in una condizione di alterazione emotiva riconosciuta per legge. E poi c’è l’involuntary manslaughter, dove la morte non è voluta, ma deriva da imprudenza o negligenza. La partial defence può configurarsi, ovviamente, solo con riferimento al voluntary manslaughter.

    Il legislatore britannico attraverso modifiche progressive nel tempo ha, in sostanza, voluto correggere una “difesa” percepita come troppo indulgente verso chi uccideva in un impeto di rabbia improvvisa, e troppo poco sensibile verso chi reagiva non con un’esplosione immediata, ma dopo un lungo logorio psicologico, come spesso accade nelle violenze domestiche reiterate. La legge attuale ha così eliminato il requisito della reazione “improvvisa” (sudden), prevedendo, però, che la stessa debba essere determinata da un qualifying trigger, cioè da un timore fondato di fatti di violenza estrema da parte della vittima: in un siffatto contesto si aggiunge una sorta di test oggettivo, che richiede al giudice di valutare se una persona, dotata di normale tolleranza e autocontrollo, si sarebbe potuta comportare in modo analogo nelle stesse circostanze. C’è, infine, una clausola che esclude espressamente la difesa quando risulti che l’imputato abbia agito per un “desiderio ponderato di vendetta”, ciò per impedire che una ritorsione fredda e calcolata possa essere giustificata parzialmente dalla perdita di controllo. Se la partial defence per loss of control viene accolta, il reato diventa manslaughter, e la pena applicabile, secondo i casi e le linee guida del Sentencing Council, va da un minimo di tre anni fino ad un massimo di venti: non certo buffetti sulle guance.

    Nel dibattito italiano dove si blatera di difesa che è sempre legittima e di clemenza obbligata nessuno sembra aver preso in considerazione l’esperienza anglosassone della partial defence, eppure questo antico istituto potrebbe rappresentare, nella prospettiva di riforma, il punto di equilibrio fra le contrapposte esigenze di giustizia: non legittimare la vendetta privata, non destrutturare la legittima difesa e, al tempo stesso, considerare la perdita di controllo. I nuovi barbari del diritto siamo noi.

  • In attesa di Giustizia: grazia e giustizia

    La domanda di grazia al gioielliere Mario Roggero continua a tenere banco e da più parti viene arricchito lo stupidiarium juris di accompagnamento alla sentenza di condanna ed alla perorazione per un sollecito provvedimento di clemenza che – detto da un avvocato difensore qual è il curatore di questa rubrica – oggi, sarebbe un grave errore: significherebbe porre nel nulla i presupposti del riconoscimento della legittima difesa che è un istituto giuridico, ampiamente esteso con una iniziativa di legge proprio a matrice salviniana, in anni recenti ma senza autorizzare condotte analoghe a quelle del gioielliere piemontese. Ed allora, se la legge voluta da chi oggi la contesta dovesse essere vanificata dalla concessione della grazia che ne sarebbe della certezza del diritto e della giustizia? Chi potrebbe mai sostenere, infatti, che se dovesse verificarsi da qui in avanti un caso analogo il responsabile non dovrebbe essere subito graziato dal Presidente della Repubblica, “come nel caso Roggero”? Si autorizzerebbe di fatto, seppur indirettamente, il superamento della disciplina penale, l’inseguimento del rapinatore in fuga e la sua esecuzione sul posto: una “giustizia” fai da te, una vendetta legalizzata. Resta più che comprensibile il dramma umano che questa vicenda porta con sé la figura tragica di un uomo che da vittima è diventato carnefice e ed ha varcato la soglia del carcere, ma una società matura e civile ha il dovere di fare rispettare le sue regole sempre, senza scorciatoie emotive, populiste e pericolose per gli equilibri di una convivenza ordinata tra le persone. Chi alimenta pulsioni istintive e sommarie nell’opinione pubblica è un irresponsabile, alla ricerca di un consenso facile, ma con un prezzo altissimo da pagare per l’intera società…né più né meno che mutatis mutandis sta accadendo con la vicenda bolognese che ha visto morire un immigrato. L’indagine della Procura dovrà accertare come è morto Fakir.

    Quello che abbiamo visto indica comunque un fatto certo: un uomo è morto nelle mani dello Stato, quello Stato che dovrebbe proteggere i cittadini, che sia avvenuto per colpa, per incapacità, per ignoranza, di polizia e operatori del 118 presenti, non cambia la sostanza delle cose perché lo Stato deve anche sapere prendere in custodia una persona, perché quando la vita di una persona è nelle mani di chi ne esercita funzioni e poteri non deve essere stritolata. Senso di impunità, fondato sulle leggi-sicurezza che preservano gli operatori delle Forze dell’ordine dalla perseguibilità dei loro errori, o scarso addestramento o le due cose insieme rischiano di distruggere la civiltà della nostra convivenza e anche la percezione della sicurezza generale, messa in crisi da un sistema di polizia che non rispetta l’essere umano e davanti al quale avere paura, se non si interviene immediatamente a ristabilire l’equilibrio dei rapporti tra la forza dello Stato e i cittadini. Nessuno si senta escluso, asserita brava gente compresa.

    Le riprese dell’intervento su Fakir sono durissime ma bisogna guardarle e non è questo il genere di tutela che si auspica per evitare che ci si faccia giustizia da sé in condizioni di reale o presunta autodifesa altrimenti non si è altro che in presenza di declinazioni diverse del codice di Hammurabi.

  • In attesa di Giustizia: vendetta di Stato

    Si parla un po’ meno di Garlasco, tiene banco l’attentato a Ranucci che si sta rivelando una gustosissima bufala e passa sotto silenzio la vicenda umana e giuridicamente incomprensibile che tocca Gilberto Cavallini…ma certo chi se ne frega di un fascista in carcere da quasi mezzo secolo?

    Per esempio “Nessuno tocchi Caino” che ha fatto in modo che fosse depositata un’interrogazione al Ministro della Giustizia su questa vicenda.

    Per chi non lo sapesse, Gilberto Cavallini, è un ex appartenente ai NAR, oggi ultrasettantenne e detenuto da 43 anni.

    Il 15 gennaio 2025, in seguito alla condanna definitiva all’ergastolo per la strage di Bologna, pronunciata 45 anni dopo l’attentato e dopo che in un precedente processo per gli stessi fatti era stato condannato ad undici anni riconoscendogli un ruolo marginale, a Cavallini sono stati revocati i benefici della semilibertà ed è stata disposta nei suoi confronti l’esecuzione di tre anni di isolamento diurno.

    Cavallini, l’anziano Cavallini è un signore che si è dissociato da tempo dalla lotta armata, si è laureato con 110 e lode all’Università Cattolica di Milano e, dopo un lungo periodo di condotta esemplare, aveva ottenuto nel 2017 il beneficio della semilibertà. Tuttavia, qualche mese fa, il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della misura alternativa alla detenzione, sostenendo che doveva ancora espiare la sanzione dell’isolamento diurno, collegata a una condanna all’ergastolo inflittagli nel 1991 e che tale sanzione accessoria non fosse mai stata eseguita, nonostante ripetute circolari del DAP abbiano chiarito che l’isolamento diurno deve essere scontato nella fase iniziale della pena  per non compromettere il successivo percorso rieducativo. Inoltre, Cavallini era già stato ammesso in passato a benefici penitenziari ai quali non si può accedere senza aver prima espiato tale sanzione. Gli istituti penitenziari, tuttavia, non sono oggi in grado di documentare con certezza se l’isolamento diurno sia stato effettivamente scontato o meno. Resta il fatto che Cavallini è stato ricondotto in carcere e sottoposto a un regime che lo priva della possibilità di parlare con qualcuno che non siano gli agenti della polizia penitenziaria e i suoi avvocati, chiuso per 23 ore al giorno nella propria cella da cui può uscire sono per l’ora d’aria da trascorrere rigorosamente in solitudine.

    Siamo di fronte ad una regressione trattamentale senza precedenti e senza giustificazioni ma nessuno o quasi ne parla e se ne preoccupa: forse perché questo trattamento sancisce la morte civile di un detenuto modello che, però, non può ostentare il patentino antifa e, in fondo, uccidere un fascista non è un reato come intonavano i cori estremisti negli anni ’70.

    Gilberto Cavallini è stato un giovane feroce che sparava e uccideva ma mezzo secolo dopo è un uomo molto diverso e chi conosce le carte della strage di Bologna sa benissimo che a carico dei NAR e Cavallini non c’è uno straccio di prova degna di questo nome: quella raccontata questa settimana è una storia di clamorosa ingiustizia, di furia giustizialista, di pura vendetta dello Stato che offende lo stato di diritto dimenticando che l’Italia ha firmato una convenzione internazionale che vieta la durata dell’isolamento diurno oltre i quindici giorni; la cosa, però, sembra non interessare nessuno sebbene uccidere un fascista sia un reato e farlo come lo si sta facendo con Gilberto Cavallini è un reato molto grave.

  • In attesa di Giustizia: grandi vecchi, poteri occulti e mandanti

    Un’indagine condotta con solerzia e – pare – con efficace fiuto investigativo ha condotto all’arresto dei presunti attentatori di Ranucci ma non ha sopito le attese dei cercatori di ectoplasmi, perché non bastano i nomi, non bastano gli arresti, non basteranno neppure i processi e le sentenze di condanna (se vi saranno): i dietrologi vogliono «la verità», che tradotto significa che vogliono quella loro, una verità orrifica fatta di retroscena inquietanti in cui si muovono mandanti cauti ed insidiosi che vestono i grembiulini dei massoni, le barbe finte di servizi segreti deviati, ma anche potenze straniere ed ostili e un immancabile grande vecchio, che non si comprende a cosa debba la sua grandezza, perché sia vecchio ed alla sua età non vada a godersi la pensione.

    Parliamo di soggetti che sono tutt’altro che professionisti che con le loro teorie del complotto infestano la politica e la cronaca: non hanno mai scoperto nulla, il loro contributo al giornalismo e alla verità resta al di sotto dello zero, ma questa verità ricercata ossessivamente per loro continua a essere una priorità che non deve scoraggiare se difficile da svelare perché si colloca ad un piano superiore, forse, due, magari tre, poi in soffitta, in orbita… a livelli occulti, deviati, indicibili: anche se poi, con il loro linguaggio diventa dicibile e narrabile: perché quella del mandante è una funzione narrativa che serve a non chiudere (mai) una storia, proprio come fanno a Report.

    Sia chiaro: massima solidarietà a Ranucci, vittima di un attentato ma nessuna al suo metodo di fare giornalismo. Giustizia ed indagini sono un’altra cosa…

    In questi giorni le reazioni agli sviluppi investigativi sembravano proprio i contenuti di una puntata delle sue: un parlamentare grillino ha invitato subito a «risalire ai mandanti», un capogruppo dei Verdi alla loro «individuazione» e al biasimo per i «continui attacchi della destra contro Report».

    Tra i tanti merita menzione l’uomo con la scorta più inutile d’Italia: Sandro Rutolo, ex reggicoda di Michele Santoro oggi teoricamente «responsabile informazione, cultura e memoria» (chissà “responsabile della memoria” cosa significa…) di Elly Schlein che  ha fatto un comunicato in cui ha avuto il buongusto di citare anche se stesso quale improbabile obiettivo della camorra (come Ranucci) per via di un suo servizio del 2013 poi rivelatosi falso («Inferno atomico» che ipotizzava che in Campania avessero sepolto scorie nucleari) che indignò tanta gente normale, ma anche un camorrista che, sfortunatamente intercettato, lo minacciò.

    Nel 2019 il governo (di sinistra) preannunciò la revoca della scorta a Ruotolo per inattualità del rischio e l’inferno atomico lo fecero il sindacato unitario giornalisti, Articolo 21, pezzi del Pd e grillini non mancando di incolpare pure la «bestia» salviniana.

    Così la scorta è ancora lì, a fare status. Ma chi voleva togliere la scorta a Ruotolo? Fuori i mandanti, si sveli il grande vecchio marionetta della sezione Operazioni Coperte della CIA e sia fatta giustizia.

  • In attesa di Giustizia: le due facce della stessa medaglia

    Nei giorni scorsi si sono spalancate le porte del carcere per Mario Moretti, per la verità ha bussato lui a quelle porte andando a costituirsi dopo che è diventata definitiva la sentenza di condanna per la strage di Viareggio: un capolavoro di giustizia negata, una condanna fondata su null’altro che la necessità di trovare un colpevole purchessia e, se possibile, un “potente” il che aumenta il giubilo delle italiche genti. Senza entrare nel complesso dettaglio delle prove, si domandi il lettore, facendo uso del buon senso comune, cosa mai avrebbe potuto fare Moretti dalla sua posizione di amministratore delegato delle Ferrovie per prevenire, impedire, quantomeno ridurre il rischio che un convoglio merci che trasportava materiali infiammabili ed esplodenti prendesse fuoco proprio mentre era di passaggio da una stazione. Per semplificare ancor di più il ragionamento e le valutazioni del caso si domandi, altresì, il lettore perché mai Moretti avrebbe dovuto rinunciare alla prescrizione – una rinuncia che ora gli costa il carcere – se non avesse avuto la granitica certezza di avare la coscienza pulita. Ma un colpevole ci vuole sempre, anche un colpevole innocente per placare la serpeggiante sete di vendetta sociale che non ha necessariamente  l’espressione grifagna di Marco Travaglio o lo stolido ghigno di Fofò Bonafede e se si vuole misurare lo sprofondo giustizialista che ha inghiottito il Paese è sufficiente porre attenzione a cosa è accaduto domenica al Teatro Comunale di Vicenza allorquando l’onorevole Roberto Vannacci ed il giornalista Giuseppe Cruciani, sul palco, si sono tolti la maglietta per indossare una t-shirt bianca sopra la quale c’è scritto: “Siamo tutti Mario Roggero” facendo esplodere la sala in un tripudio di applausi.

    Ma…Mario Roggero, chi è? E’ un gioielliere di Grinzane Cavour, nel cui negozio, il 28 aprile 2021, entrarono tre rapinatori: uno con un coltello, un altro impugnando una pistola giocattolo e la rapina si conclude rapidamente e senza violenze, i tre escono, per raggiungere la macchina e fuggire ma, a quel punto, Roggero prende la sua pistola vera, esce dal negozio e li insegue in strada sparando alle spalle di chi sta scappando e non costituisce più un rischio per la incolumità personale. Uccide Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli e ferisce Alessandro Modica alla gamba; mentre Spinelli, colpito a morte, riesce a trascinarsi per qualche secondo, agonizzante, sull’asfalto, Roggero lo raggiunge e lo prende a calci in faccia. La ricostruzione è della Corte d’Assise d’Appello di Torino che ha condannato Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione per omicidio volontario e per un simile eroe Cruciani, al microfono, ha lanciato la proposta a Futuro Nazionale: “Candidate Mario Roggero”: ma sì, candidatelo e mandatelo in Parlamento a scrivere leggi su giustizia, sicurezza, legittima difesa, mandate a rappresentare l’Italia l’uomo che ha inseguito in strada chi fuggiva e gli ha sparato alle spalle e che ha preso a calci in faccia un moribondo sull’asfalto.

    Esiste una differenza tra difendersi e giustiziare, tra proteggersi da una rapina, un crimine ovviamente odioso, e inseguire in strada chi scappa per finirlo a terra: “occhio per occhio” era la regola dettata dal Codice di Hammurabi ma nel 1750 avanti Cristo. Da allora l’umanità ha fatto qualche passo avanti: ha deciso che a punire non può essere la mano del singolo armato in mezzo alla strada, ma la legge. È la differenza tra la civiltà e la barbarie al cui ritorno, ha applaudito, a Vicenza, un teatro intero. E lo chiamano futuro nazionale…

    Sono queste le due facce della stessa medaglia di quell’Italia forcaiola che gli istituti di diritto penale più equilibrati, come quello sulla legittima difesa, li ritrova ancora nel codice che porta ancora la firma del Re, Alfredo Rocco e Benito Mussolini.

  • In attesa di Giustizia: lontano dai riflettori

    C’è una notizia che non è proprio recentissima ma se ne è saputo soltanto da pochi giorni: Patrizia Martucci, G.I.P. in servizio al Tribunale di Firenze, ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri, nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi di mafia del ’93.

    Questa archiviazione non sarebbe neppure una notizia in sé, trattandosi della sesta nell’arco di trent’anni durante i quali le Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze si sono affannate nel tentativo di dimostrare che dietro ad alcuni dei più gravi fatti di sangue riferibili alla criminalità organizzata ci fosse come mandante il Cavaliere valendosi dei buoni uffici e delle relazioni pericolose del suo intimo amico e collaboratore, Marcello Dell’Utri, colpevole – questo sì e senza ombra di dubbio – di essere siciliano, anzi, palermitano il che integra un indizio grave.

    Ci sarebbe da ridere se non fosse per il tormento dato a due cittadini per oltre un trentennio inseguendo un’irrealistica ipotesi di accusa e per le risorse umane ed economiche dislocate nel tentativo disperato di far quadrare vaghi sospetti trasformandoli in elementi di prova del concorso in gravissimi delitti sebbene né Berlusconi né Dell’Utri avrebbero avuto un solido ed accertato movente.

    Errare è umano ma perseverare è diabolico e non è da escludere che qualcuno in futuro riapra le indagini per questi fatti: tanto il reato di strage non si prescrive e tirare qualche palata di fango su Forza Italia e dintorni è un’occasione da non perdere.

    Intanto però, abbiamo la decisione della Giudice Martucci che il 15 gennaio scorso scrive nel provvedimento di archiviazione: “Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”.

    I terrapiattisti del Fatto quotidiano e dintorni diranno che archiviazione non vuol dire assoluzione, il fascicolo si può riaprire, come è già avvenuto (e fare la stessa fine per la settima volta…)

    Intanto, però, la Dott.ssa Martucci così ha deciso, per mancanza di riscontri, lo ha fatto cinque mesi fa rimanendo volutamente lontana da conferenze stampa, comunicati ufficiali, interviste e partecipazioni a talk show e la domanda che ci si deve porre, come ha fatto Marina Berlusconi, è una sola: questa notizia sarebbe rimasta sommersa per settimane se Patrizia Martucci avesse deciso diversamente?

  • In attesa di Giustizia: lo spettacolo del cuore

    Sul numero della scorsa settimana era stato “minacciato” un articolo su aspetti per nulla conosciuti ed emersi nel corso della attuale indagine sull’omicidio di Chiara Poggi: qualcosa di diverso che potrebbe valere non tanto ad indizio nei confronti di Andrea Sempio, di cui saranno altri ad occuparsi e non certo questa rubrica,  quanto ad alibi postumo ad elevato valore scientifico aggiunto per Alberto Stasi, utile nell’auspicato processo di revisione…e, invece, no: forse un’altra volta, forse mai perché è molto più confortante dedicarsi più che alla spettacolarizzazione del processo allo spettacolo del cuore offerto da uno scritto ritrovato di una valentissima Collega del Foro di Napoli, Valentina Varano, che ha i “quarti di nobilità” essendo figlia e sorella di due grandi penalisti partenopei…una famiglia di Avvocati con la A maiuscola. E passo la parola a Valentina.

    “La prima volta che ho varcato le porte del Tribunale di Napoli ero minorenne, entrai con un permesso speciale richiesto da papà per farmi partecipare a un processo per duplice omicidio, Corte di Assise. Gli imputati erano nella gabbia, uno dei tre aveva gli occhi più brutali che avessi mai visto, e, forse è ancora così.

    Erano morti due fidanzatini, lei era minorenne e lui, ricordo avesse 20 anni.
    Si erano appartati per un po’ di intimità sulla spiaggia del Granatello, ed in un tentativo di furto del vecchio motorino del ragazzo ne nacque una sparatoria. I due innamorati restarono nella sabbia con un colpo in testa. Una brutalità senza fine, ed inutile: forse lui aveva cercato di proteggere la fidanzatina, aveva estratto l’arma che deteneva in qualità di guardia giurata e di lì la tragedia. Aveva cercato di proteggere la sua fidanzatina mentre oggi le ragazze si devono proteggere da chi le tiene per mano.

    Racconto questa storia perché sono passati 30 anni forse, ma io ho stampata nella mente un’immagine che non sfuma nei contorni, nonostante il passaggio del tempo.
    La mamma della ragazza era in aula, ad ogni udienza: una statua di sale, un viso senza tempo, guardava nel vuoto, e aveva gli occhi che mi ricordavano la descrizione di quello dello squalo, proprio come nel film: vuoti, fissi, una pallina nera.

    Ricordo che nonostante papà fosse impegnato nella durissima difesa di uno degli imputati, non potei che avvicinarmi a quella donna, perché sapevo di non poter capire del tutto il suo dolore.

    Ero una ragazzina, ma volevo che sapesse che io la rispettavo per quel suo dolore e per la dignità con cui partecipava a ogni udienza, per chiedere giustizia per la sua bambina.
    Oggi dopo trent’anni vedo mamme a cui ammazzano le figlie andare in tv, registrare i video su tik tok, partecipare a desolanti trasmissioni pubblicitarie con la foto della figlia morta sulla maglietta.

    Io non mi riconosco in questa epoca dal sapore pacchiano, volgare, dove il dolore non ha più dignità, in cui tutto è spettacolo, uno spettacolo deplorevole e dai toni sempre più bassi.

    Abbiate rispetto dei morti, del dolore, facciamo silenzio. Non mi riconosco in questa epoca, rimpiango di non essere nata decenni fa e che i miei dolcissimi figli vivano un mondo così tracotante di vuoto”.

    Questa struggente riflessione è lo spettacolo del cuore, il cuore che batte nel petto dei difensori, quelli che esercitano il loro ministero ogni giorno, con impegno, in silenzio, lontano dai riflettori ma vicini a chi – imputato o vittima di un crimine – si ritrova, in attesa di giustizia, solo al cospetto del Potere dello Stato.

  • In attesa di Giustizia: illegalità diffusa

    Sembra il sequel dell’articolo della settimana scorsa ed in un certo senso lo è: per i lettori benpensanti che dovessero continuare a ritenere che le intercettazioni illegali siano una rarità frutto di qualche mera e comprensibile svista ecco servite le ragioni della protesta proclamata dagli avvocati penalisti che si asterranno dalle udienze per tutta la prima settimana di giugno.

    Nel corso di un procedimento penale pendente alla Procura della Repubblica di Perugia, è emersa la sistematica intercettazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori svoltisi nelle apposite salette del carcere locale “Capanne”; tali intercettazioni erano state disposte nell’ambito di una indagine per associazione a delinquere relativa al traffico di stupefacenti ma il provvedimento autorizzativo del giudice riguardava esclusivamente i colloqui intercorsi tra uno specifico difensore (a sua volta indagato, il che ne consente l’ascolto) ed il suo assistito; viceversa, dalle risultanze processuali, è emerso che le operazioni di intercettazione sono durate sei mesi registrando i colloqui di almeno altri quindici avvocati e detenuti diversi da quelli indagati indicati nel decreto autorizzativo, conversazioni nel corso delle quali i difensori hanno interloquito con i loro assistiti nell’esercizio delle loro funzioni ed in tali conversazioni, protette dal segreto professionale, sono stati inevitabilmente trattati argomenti di natura strettamente difensiva, ivi incluse le strategie processuali che gli indagati e/o imputati avevano il diritto assoluto di non anticipare all’accusa, nonché vicende personali e riservate che nulla avevano a che fare con il fatto-reato oggetto delle indagini.

    Posto, quindi, che uno solo dei soggetti intercettati era imputato in un procedimento trattato dal titolare delle indagini che aveva originato l’intercettazione, l’ufficio del pubblico ministero si è trovato nelle condizioni di conoscere in anticipo le mosse di difese estranee alla posizione attenzionata, violando la legge e procurandosi una posizione di indebito vantaggio processuale.  Le registrazioni dei colloqui illegittimamente captati, avrebbero dovuto essere immediatamente distrutte ed invece sono state inserite nel materiale investigativo e poste a disposizione delle parti processuali, con ciò moltiplicando e aggravando la violazione già consumata.

    La normativa vigente da oltre vent’anni impone l’immediata interruzione delle operazioni di intercettazione non appena risulti che non riguarda soggetti per i quali vi è l’autorizzazione, e che tale obbligo avrebbe potuto e dovuto essere rispettato adottando elementari accorgimenti tecnici e organizzativi, quali, ad esempio, il monitoraggio in tempo reale degli accessi alle sale colloqui. La mancata adozione di tali misure – prescindendo dai possibili profili di responsabilità penale e/o disciplinare – integra una gravissima violazione del diritto di difesa e del segreto professionale e risulta clamorosamente violata una regola fondamentale e invalicabile di uno Stato di diritto, costituita dalla libera, effettiva, piena e garantita fruibilità di tale diritto, una violazione tanto più esecrabile in quanto compiuta ai danni di soggetti privati della libertà, del tutto estranei all’indagine. Chi autorizza e chi dispone una modalità di indagine così invasiva, attuata in uno dei luoghi coperti dal massimo livello di tutela costituzionale della riservatezza e del diritto di difesa, è gravato da una evidente responsabilità, laddove è ragionevole prevedere lo sviamento o comunque l’errore da parte degli operatori ai quali è affidato il compito operativo il che impone all’autorità giudiziaria ed agli agenti di polizia giudiziaria una rigorosissima sorveglianza sul rispetto dei limiti entro i quali la captazione è stata (come si presume) legittimamente disposta…e, tanto perché si sappia sta succedendo la stessa cosa anche a Napoli. Forse la rubrica ne tratterà la settimana prossima anche se ci sarebbe una interessante questione su una prova fisica raccolta durante l’autopsia di Chiara Poggi, prima trascurata e poi dimenticata per diciannove anni in un congelatore che potrebbe confermare la bontà dell’alibi di Alberto Stasi, trascurata anche dai media perché sottende aspetti tecnici e medico legali che mal si adattano a sbraitanti commentatori…e l’attesa di giustizia continua.

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