Giustizia

  • In attesa di Giustizia: gratta che ti passa

    Per ora il sistema Giustizia è decisamente in stallo e non mancano le preoccupazioni su come gestire tanto l’emergenza quanto il periodo successivo con l’enorme accumulo di arretrato che si sta generando.

    Per fortuna, tra le risorse umane del Paese, c’è Il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, che ha una soluzione o una spiegazione per tutto a cominciare dalle preoccupazioni per la diffusione della epidemia all’interno degli istituti di pena che, con inarrestabile solerzia, contribuisce a rimpopolare.

    Numeri alla mano, Nicola Gratteri offre l’immagine di carceri che costituiscono piuttosto un insuperabile baluardo contro la pandemia, tanto che i detenuti dovrebbero considerarsi dei privilegiati;  intervistato da Lilli Gruber, ha snocciolato le cifre che gli darebbero ragione:  solo ventuno contagiati su 60.000 detenuti e duecento agenti penitenziari su 120.000. Se poi le fonti sono imprecisate, i dati non sono aggiornati, o non lo sono tutti i giorni, mancano proiezioni, pazienza.

    L’indice di contagio di  1 a 3 valido per i liberi, in questi termini, non lo è per i detenuti e, quindi, che restino tutti dove sono: lo facciamo per il loro bene. Questa epidemia si risolve in una opportunità da non perdere per chi predica il credo del “buttiamo via la chiave”.

    Il sovraffollamento, però, è in ogni caso un problema da risolvere a prescindere dal momento attuale, su questo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ci ha già diffidato, non è disponibile a trattare.

    Il Procuratore fa allora notare, questa volta dalle colonne de Il Fatto Quotidiano, che il problema non sono i troppi detenuti ma le poche carceri e il rimedio è lì sotto i nostri occhi miopi:  basta edificare in sei mesi (testuale, sei mesi) quattro carceri da cinquemila posti l’uno (si, ha detto cinquemila: San Vittore, per fare un esempio, ha una capienza regolamentare inferiore a novecento unità).

    Un gioco da ragazzi per le ricche casse dello Stato, pronte a fronteggiare anche il reclutamento di migliaia di nuovi agenti della penitenziaria, funzionari civili, personale sanitario da adibire ai nuovi istituti di pena e la snella burocrazia che presiede alla realizzazione di opere pubbliche. Voi credevate che ci volesse un quarto di secolo a struttura? Siete dei disfattisti: se lo dice Gratteri significa che si può fare in sei mesi.

    Così come si possono fare molti più processi risolvendo in un amen ogni arretrato rendendo ordinarie le regole che sono state previste per evitare la paralisi totale durante la fase di emergenza sanitaria. Come? Semplicissimo dice Gratteri: trasformando la amministrazione della Giustizia in una attività di smart working.

    Basta munirsi di un computer, installare Skype  o qualcosa di simile, e le udienze si possono celebrare tranquillamente stando a casa (o in galera) riducendo i tempi morti e – quindi – aumentando la produttività, le notifiche si potrebbero, a questo punto, fare via Instagram e le copie degli atti e delle sentenze ordinate e consegnate da Glovo.  La rete è satura, il wi-fi funziona male, un terminale si guasta nel bel mezzo di una discussione? Poco male, tanto non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca  – la linea di pensiero, in ultimo, è sempre quella – e il dispositivo di una sentenza, magari, può essere inviato con WhatsApp (letto in piedi, mi raccomando).

    Il futuro è arrivato e ci voleva il covid-19 per scoprirlo! Come diceva Confucio, il male è il bene che ancora non si conosce…o, forse, lo diceva Gratteri? La Giustizia è in panne e non arriva mai? Preoccupazione fuori luogo: Gratta che ti passa.

  • In attesa di Giustizia: il giorno dello sciacallo

    Secondo taluni economisti una crisi non è totalmente negativa ma offre delle opportunità; in effetti può essere vero, si tratta di una condizione sfidante che può stimolare nuove iniziative volte ad affrontarla, superarla, generando virtuosi effetti e conseguenze sul piano sia della produzione che della occupazione e – quindi – della ripresa anche finanziaria di singoli e imprese.

    Ma la crisi è anche occasione propizia per far arricchire speculatori od intentare operazioni di mercato non sempre del tutto commendevoli e ciò ad ogni livello: quanto avvenuto recentemente con riguardo al mercato delle mascherine protettive è paradigmatico.

    Triste a dirsi ma qualcosa di analogo sta accadendo anche tra gli avvocati: categoria professionale di cui sullo scorso numero di questa rubrica è stata pubblicata la toccante elegia scritta da un magistrato.

    Qualche settimana addietro, “In attesa di Giustizia” si era interessata ad offrire un’interpretazione ragionata sui comportamenti consentiti per rispettare le iniziali limitazioni di movimento declinate per decreto; la scelta era stata dettata non solo da spirito di servizio ma anche per fare chiarezza dopo che si erano realizzati i primi esempi di “consulenze” in argomento diffuse da taluni avvocati tramite i social media ed altri possibili mezzi di comunicazione disponibili.  Promozioni di sé basate su interpretazioni della legge tutt’altro che puntuali, corrette e dignitose per la trasparente finalità di accaparrarsi clientela cui, in seguito, non fare omaggio di nessun consiglio, buono o inaffidabile che possa rivelarsi ma di farselo pagare facendo leva su timori e confusione.

    Spesso, se non quasi sempre, in questa rubrica vengono trattati errori giudiziari, malfunzioni del sistema, incoerenze della legislazione ma bisogna fare sempre attenzione nello scagliare pietre sui tetti altrui se i nostri hanno di tegole di vetro o, quantomeno, bisogna averne consapevolezza e prendere atto con equidistanza e correttezza  dei problemi che riguardano l’avvocatura.

    Come in questi casi di cui si stanno già occupando gli Ordini Professionali e i Consigli di Disciplina che successivamente adotteranno i provvedimenti più opportuni.

    Tra gli altri, l’Unione Lombarda degli Ordini Forensi ha preso una posizione molto determinata con un comunicato nel quale viene dato atto della propalazione di video e messaggi di avvocati che si autoattribuiscono competenze offrendo la propria opera professionale per fronteggiare le più disparate problematiche derivanti dalla emergenza epidemiologica, talvolta promuovendosi con l’usbergo di associazioni con finalità più o meno solidaristiche, altre ancora attraverso una sorta di intermediazione di realtà aziendali conniventi che non hanno nell’oggetto sociale la assistenza legale.

    Non mancano le sollecitazioni ai congiunti di vittime del convid 19 ad intraprendere azioni nei confronti dei medici curanti e delle strutture ospedaliere a fronte di ipotizzabili casi di responsabilità medica non meno delle offerte di assistenza legale, anche gratuita, al personale sanitario per contrastare tali azioni nei loro confronti.

    Comportamenti inaccettabili di alcuni che non intercettano i bisogni di una utenza tanto vasta quanto allarmata bensì ne alimentano le ansie a proprio vantaggio. Comportamenti che meritano di essere sanzionati con rigore anche perché gettano discredito sulla intera categoria della quale tratteggiano un volto che non è quello dei moltissimi professionisti che si pongono come interlocutori necessari e competenti nella tutela dei diritti dei cittadini.

    Doveva accadere anche questo e, in fondo, c’era da aspettarselo: nell’ attesa di Giustizia è arrivato anche il giorno dello sciacallo.

     

  • In attesa di Giustizia: grazie

    Questa settimana la rubrica avrà di mio solo queste poche righe di introduzione e una battuta in conclusione. Se c’è qualcosa di positivo nella epidemia è che sta facendo emergere il meglio della società civile, come questi magistrati, uno lo conosco molto bene ed è un gran galantuomo; mi riferisco al Presidente della III Sezione Penale del Tribunale di Milano, Ilio Mannucci, dalla cui pagina Facebook ho tratto questa nota:

    “Copio e incollo il post del mio amico e collega Nicola Russo, che ha saputo esprimere in maniera efficace quello che tutti noi magistrati sentiamo in questo momento.

    Parole che sottoscrivo in maniera incondizionata.

    Per gli Avvocati:  in questo momento sono tante le categorie delle professioni e dei mestieri in difficoltà per la mancata produzione di redditi. Ciò che dico potrebbe valere per ciascuna di esse.

    Io però voglio scegliere di parlare di quella che mi è più vicina, perché fatta di persone che incontro ogni giorno nel mio lavoro e di un lavoro che pure io ho sperimentato con modesti risultati dopo la laurea. VOGLIO PARLARE DEGLI AVVOCATI.

    Parlo degli avvocati anche perché quando mi capita di promuovere iniziative di beneficenza me li trovo al mio fianco sempre, con passione e generosità. Mai per piaggeria. Nessuno mai mi ha ricordato il proprio impegno a sostegno di questa o quella iniziativa. Sono generosi, spesso più dei miei colleghi.

    Ebbene, agli avvocati che questo mese e forse nei prossimi mesi non vedranno, a differenza mia, maturato un reddito vanno il mio pensiero e il mio rispetto. Perché continuano a difendere e promuovere giustizia. Certo, secondo una prospettiva di parte. Ma questa è l’essenza della Giustizia. Difendere e promuovere pretesi diritti affidandosi ad un giudizio. Non c’è arte professionale che di più incarni la Democrazia.

    A queste donne e questi uomini che ogni giorno, soprattutto qui al sud, devono confrontarsi con chi, pur rivolgendosi alle loro competenze, spesso si siede di fronte a loro nutrendo sospetti, celando retropensieri, provando immotivate invidie, va il mio abbraccio di magistrato. Io so quanto la difficoltà della vostra professione faccia a gara con la sua bellezza. Talora la prima rischia di superare la seconda e chi non ce la fa può vedere in qualche momento la propria toga consumarsi o con gli orli nel fango.

    Le mie sono solo parole di uno sconosciuto su un mezzo di comunicazione, ma vi giungano con tutta la sincerità con cui le sto pronunciando. In queste situazioni e su questi argomenti mi troverete sempre al vostro fianco in lotta.”

    Grazie, sapere che l’amministrazione della Giustizia è nelle mani anche di persone come queste, con questa sensibilità – non tutti sono come Piercamillo Davigo che non sottoscriverebbe mai qualcosa di simile – è  rasserenante, fa riflettere sulla possibilità che non sempre l’attesa di Giustizia sia un’aspettativa vana.

  • In attesa di Giustizia: istruzioni per l’uso

    In tempi di epidemia e di legislazione emergenziale all’intempestivo e confuso susseguirsi di interventi normativi hanno fatto il paio altrettanto abborracciate spiegazioni, provenienti anche da addetti ai lavori o presunti tali, su quali comportamenti siano penalmente rilevanti e quali no in termini di spostamento dal proprio luogo di abitazione, sull’impiego della autocertificazione, sulle conseguenze della inosservanza degli obblighi imposti.

    La rete ha, sfortunatamente, amplificato la diffusione di informazioni false, parziali, incomplete sulla scorta di non meno incomplete informazioni offerte dai media o – perlomeno – da gran parte di essi.

    Per i lettori de Il Patto Sociale, se avranno la pazienza di scorrere queste righe, vi è da augurarsi che problemi interpretativi non ve ne saranno.

    E’ opportuno, innanzitutto, considerare che il provvedimento governativo limita la libera circolazione dei cittadini sul territorio, la sconsiglia ma non la vieta totalmente soprattutto se ricorrono determinate condizioni.

    E per essere più chiari: non è proibito e non è tantomeno un reato andare a farsi una passeggiata, da soli o con il proprio cane per fargli espletare i suoi bisogni purchè si rispetti la distanza di un metro con altre persone (poche) che si dovessero incontrare: è solo fermamente sconsigliato.

    E’, viceversa, consentito senza limitazioni recarsi a fare la spesa di alimenti o medicinali, alla posta o in banca per operazioni non diversamente eseguibili e si può approfittare di queste occasioni per limitare la permanenza in casa alleggerendone la comprensibile pressione. In caso di controllo non dovrebbero esservi problemi ad affermare senza autocertificare la natura dello spostamento.

    Altrettanto è consentito recarsi al lavoro utilizzando qualsiasi mezzo: a piedi, in auto, con i trasporti pubblici (se fosse vietato qualsiasi movimento non circolerebbero neppure) evitando di farlo se vi è l’alternativa del cosiddetto smart working. A maggior ragione è giustificata l’uscita da casa per motivi di sottoposizione a terapie, attività diagnostica di qualsiasi tipo, sostegno a parenti prossimi anziani o comunque bisognosi di assistenza.

    Le visite di cortesia, no, le cene organizzate con gli amici nemmeno, la serata con la fidanzata neppure: queste, a mo’ di esempio, sono elusioni della permanenza in casa non giustificabili attraverso l’autocertificazione per la quale i moduli sono disponibili e facilmente scaricabili da internet.

    Ma, direte voi, allora in cosa consiste il reato previsto dall’art. 650 del codice penale di cui si minaccia la contestazione a viandanti, viaggiatori, automobilisti sprovvisti di un motivo valido? E’ il fatto di chi contravviene ad un ordine legittimo dell’Autorità per ragioni – tra l’altro – di pubblica sicurezza o igiene. Tralasciando il cittadino che richiesto cosa faccia fuori casa risponda “due passi e rientro”, al quale non verrebbe contestato nulla, negli altri casi è necessario avere con sé o compilare al momento l’autocertificazione. Si badi bene: qualora quest’ultima non rispondesse a realtà il rischio è – invece – l’imputazione per un reato di falso, molto più grave di quello previsto dall’art. 650.

    In conclusione, se dovete uscire per fare il giro dell’isolato non preoccupatevi di nulla in tutti gli altri casi portate con voi l’autocertificazione già compilata in maniera veritiera e non vi succederà nulla. Le Forze dell’Ordine, peraltro, sembra che stiano operando con rigoroso equilibrio “attenzionando”, come si dice in gergo, soprattutto chi si sposta in auto su direttrici che conducono dentro e fuori i confini cittadini. Detta tutta: con negozi, bar, ristoranti chiusi chi uscirebbe se non per una delle ipotesi – tutte giustificabili – che si sono indicate?

    Ciò detto evitate di ascoltare messaggi vocali e videomessaggi privi di qualità che in questi giorni stanno circolando a cura di taluni co-iscritti al mio medesimo Albo professionale (mi rifiuto di considerarli colleghi) che hanno il solo scopo di provare ad accaparrarsi un po’ di clientela in tempi di magra: di costoro si stanno già interessando i Consigli di Disciplina.

    E se in televisione dovesse ricomparire Davigo e vi dicesse che non esistono immuni al virus ma solo malati che l’hanno fatta franca, non date retta nemmeno a lui (meglio non dargliela mai) perché l’epidemia è una cosa molto seria e va affrontata con la forza di volontà, lo scrupolo e lo spirito di sacrificio che il Popolo Italiano sa mettere in campo in ogni momento di difficoltà.

  • 13 giudici slovacchi arrestati per legami con il mandante dell’omicidio del giornalista Jan Kuciak

    In Slovacchia tredici giudici e altre cinque persone sono stati arrestati e accusati di corruzione e ostruzione alle indagini sulll’omicidio del giornalista Jan Kuciak. L’arresto è stato annunciata da una unità speciale di polizia che indaga sui contatti tra diversi giudici e l’uomo d’affari Marian Kocner, sospettato di aver ordinato l’assassinio.

    Kocner e altri tre imputati sono attualmente sotto processo per gli omicidi di Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova. Kuciak aveva indagato sulle attività commerciali di Kocner nell’ambito di un’evasione fiscale che aveva coinvolto magnati e personaggi politici del paese.

    L’uomo di affari è stato accusato di corruzione di giudici, politici e pubblici ministeri ed a febbraio era stato condannato a 19 anni di prigione per un’altra vicenda che lo vede coinvolto in contraffazione e reati finanziari.

    L’omicidio di Kuciak nel 2018 ha scatenato grandi manifestazioni che alla fine hanno portato il primo ministro Robert Fico e il capo della polizia del paese a dimettersi, nonché all’elezione a Presidente dell’attivista anti-corruzione Zuzana Caputova.

  • In attesa di Giustizia: allarme giallo

    “Attenzione al pericolo giallo. Nei prossimi decenni ci dovremo guardare dall’espansionismo cinese: Invaderanno il mondo con la loro smisurata prolificità, con i loro prodotti a basso prezzo e con le epidemie che coltivano al loro interno”. Così disse Benito Mussolini nel discorso di saluto a Galeazzo Ciano, nominato ambasciatore a Shangai. Era il 1927, trapassato remoto rispetto all’anno primo dell’era del covid-19 che – peraltro – non è l’unico rischio giallo che corre il Paese: dobbiamo fare i conti anche con il pericolo derivante dal governo a trazione Pentastellata. Giallo, appunto, e che nella gestione della crisi sta mostrando il peggio di sé.

    Il settore della Giustizia – ne abbiamo trattato la settimana scorsa – è allo sbando più che mai tra provvedimenti tardivi e volti in apparenza a dare regole uniformi sul territorio ma, invero, confusi anche sotto il profilo dell’uso della lingua italiana e portatori di ulteriori incertezze. Basti dire che con l’ultimo di questi si prevede che, decorso un primo periodo (più o meno coincidente con il mese di marzo), la sospensione o la ripresa di talune o tutte attività giudiziarie è lasciata alla determinazione dei singoli capi degli Uffici.

    Come dire: in maniera dispari, a macchia di leopardo sul territorio, con tempistiche probabilmente diverse da un Distretto all’altro e magari anche criteri differenti all’interno degli stessi e con la evidente difficoltà per avvocati, testimoni, periti di conoscere se una certa udienza si farà oppure no, programmando i propri impegni perché le situazioni possono mutare un giorno per l’altro senza che ne si abbia contezza tempestivamente.

    Gli interventi sono talmente fumosi che, di volta in volta, è necessario ricorrere a circolari esplicative che se un obiettivo raggiungono è quello di confondere ancora di più il quadro.

    In tutto questo – e l’argomento, come si vedrà, si collega al tema della Giustizia – il culmine dell’insipienza politica (a tacere della equivocità, ancora una volta, dei contenuti) si è avuto con il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri con cui veniva disposta la “chiusura” di mezzo Nord Italia il cui testo – ancora provvisorio – è stato oggetto di una inaccettabile fuga di notizie con immediato scarica barile su altre amministrazioni locali. Il tutto a voler trascurare il dato che anche il testo definitivo, quasi uguale, rassegnava imprecise quanto allarmanti determinazioni per contenere l’espansione del contagio.

    La sconsiderata superficialità con cui si è gestita dapprima la doverosa secretazione del provvedimento e successivamente le modalità di comunicazione, unita all’assenza di linee guida per attuarne le previsioni, ha determinato fughe precipitose verso il centro-sud con ogni mezzo di trasporto possibile. Fughe scomposte di possibili portatori del virus, assembramenti oltre l’immaginabile, tra l’altro, sulle carrozze ferroviarie mentre i Governatori di altre Regioni ordinavano la quarantena per i fuggiaschi o invitavano alla calma e ad evitare questi trasferimenti più che inopportuni.

    Qualche conseguenza in termini di contagio, purtroppo, vi è da temere che sia stata portata oltre i confini della Lombardia da queste migliaia di persone e tutto ciò ha un nome, in diritto penale: violazione degli articoli 438 e 452 del codice penale: epidemia colposa i cui responsabili – tra i quali la “gola profonda” dei media a Palazzo Chigi – dovrebbero essere individuati, e dovrebbero esserlo a prescindere da una estensione del coronavirus, per essere cacciati dal posto che occupano: sicuramente vicini a un governo così ossessionato dalle manette, purché siano degli altri. Intanto, per l’ansia crescente, nelle carceri scoppia la rivolta e, con tutta probabilità, per questo scempio a tutto tondo non ci sarà mai giustizia, inutile aspettarla.

  • In attesa di Giustizia: giustizia ai tempi del coronavirus

    Curioso ma non troppo: in tempi di influenza, epidemia, pandemia – chiamatela come volete – la preoccupazione si è rivolta subito alla diffusione del contagio, alla ricerca di un vaccino, alle ricadute sulla economia e a molti altri aspetti ad essa collegati. Tranne uno: l’amministrazione della giustizia.

    Eppure non è un problema secondario e ciò non solo nel territorio dei comuni isolati dove e da dove dei professionisti, parti, imputati, testimoni, periti, agenti delle Forze dell’Ordine, si devono recare o dai quali dovrebbero uscire ma non possono…e la criticità si è estesa più velocemente del coronavirus.

    Vale la pena fare qualche esempio: con l’allarme scattato nel corso di un fine settimana, già all’inizio di quella successiva circolari interne dei capi degli uffici disponevano la limitazione di accesso del pubblico alla Procura della Repubblica di Milano mentre nelle aule destinate ad udienza gli avvocati sono stati fatti entrare a seconda che la causa di loro interesse venisse chiamata oppure no. Tutto questo per evitare assembramenti in aula di esseri umani costretti pericolosamente a respirare in prossimità dei Magistrati; è stata anche individuata una distanza di sicurezza da mantenere non inferiore ai due metri (mistero su chi sia deputato a misurarla e farla rispettare). Fuori dall’aula, invece, può succedere qualsiasi cosa e dall’edificio del Tribunale sono stati del tutto esclusi i praticanti avvocati; le segretarie no e non si capisce il perché. Il presidio sembra funzionare, tanto è vero che di magistrati contagiati non si ha notizia mentre – come pare – un avvocato napoletano ha infettato tutto il suo studio (sette persone) al rientro da una trasferta a Milano.

    Dàgli all’untore! A Potenza degli avvocati giunti per un delicato processo a carico di dirigenti dell’ENI si sono visti respingere all’ingresso riservato non appena mostrato come riconoscimento il tesserino dell’Ordine di Milano.

    In Corte d’Appello a Reggio Calabria un avvocato è stato rampognato dal Presidente poiché non aveva avvisato che sarebbe andato a discutere il suo processo sebbene proveniente dalla Lombardia e intimato di “stare distante” dal banco delle Eccellenze Loro. La legge è uguale per tutti, il diritto alla salute sembrerebbe di no: infatti negli ospedali non c’è scritto.

    A Siracusa, per accedere al carcere e far firmare a un detenuto (sotto processo a Milano ma poco comprensibilmente detenuto in Sicilia) una procura per un’attività difensiva da svolgere tassativamente entro pochi giorni due avvocati milanesi hanno dovuto chiedere uno speciale nulla osta al Direttore dell’Istituto e redigere, previamente, una sorta di autocertificazione di sana e robusta costituzione. Il disbrigo di queste procedure ha consentito di procedere alla firma un giorno solo prima della scadenza del termine. Se non altro, nessun problema a trovare posto su un volo verso il nord: aerei sostanzialmente vuoti.

    C’è voluta una settimana perché, tra iniziative e provvedimenti dispari, a macchia di leopardo sul territorio, qualcuno al Governo si ricordasse che era il caso di intervenire dando uniformità alla gestione della crisi e con decreto legge del 28 febbraio si sono adottati provvedimenti a valere sino al 31 marzo: dal rinvio di ufficio delle udienze civili pendenti  presso gli uffici giudiziari dei circondari dei Tribunali cui appartengono i Comuni di cui ad un elenco allegato al decreto, estensibile a seconda dell’eventuale estendersi della epidemia. Anche per i giudizi penali, con talune eccezioni, è stato previsto il rinvio dei processi nei quali sia impegnato un avvocato residente in uno dei Comuni dell’elenco medesimo, i termini processuali sono sospesi con analogo criterio “territoriale” di individuazione dei casi.

    Il 28 febbraio era venerdì, il decreto deve andare alla firma del Capo dello Stato e poi essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale affinché entri in vigore. Passeranno altri giorni nel disagio, passerà – forse – anche la psicosi da coronavirus o forse no. Nel frattempo, e lo spazio ha consentito di fare solo qualche esempio, si sono realizzati problemi notevoli, qualcuno sicuramente non più rimediabile. Ma tanto, si sa, la Giustizia può attendere.

  • In attesa di Giustizia: Basso Impero

    Il 26 febbraio, dunque in questi giorni, è convocato un tavolo di concertazione presso il Ministero della Giustizia con oggetto il disegno di legge sulla riforma del processo penale. Sua Eccellenza il Guardasigilli sarà sorridente come sempre, compiaciuto di una proposta che – tuttavia –  si può definire in un solo modo: inguardabile. Un progetto che ha stravolto completamente il lavoro certosino che allo stesso tavolo avevano faticosamente condiviso l’Associazione Nazionale Magistrati, l’Unione delle Camere Penali, il Consiglio Nazionale Forense e l’Ufficio Legislativo del Ministero.

    L’accordo individuava tre aree di intervento per ridurre i tempi del processo: potenziamento dei riti alternativi (patteggiamento e giudizio abbreviato) e della funzione filtro della udienza preliminare sulle imputazioni di opinabile sostenibilità in giudizio ed una corposa depenalizzazione perché il nostro sistema penale è zeppo di “reati nani” che ingolfano il motore di Procure e Tribunali e potrebbero essere trasformati in illeciti amministrativi sanzionati con sola pena pecuniaria che è probabile che sia più deterrente, più immediata ed efficace e meno onerosa per lo Stato nella sua gestione piuttosto che un processo.

    Sarebbe complesso entrare in questa sede nel dettaglio dell’articolato ma qualche esempio può essere di interesse. Forse basterebbe dire che il mancato rispetto dei tempi previsti per la conclusione di ogni fase del processo, profilo cruciale, comporterebbe una mera conseguenza disciplinare per i magistrati che ne siano responsabili ma solo se conseguenza di dolo o colpa grave. Provate a inserire su Google “responsabilità magistrato colpa grave o dolo” sulla base della vigente normativa il risultato è: 0 tondo.

    Vi è poi l’affidamento ai vertici delle Procure della individuazione periodica, con assoluta discrezionalità e dispari determinazione da territorio a territorio, dei procedimenti da trattare in via prioritaria: una sostanziale elusione del parametro costituzionale sulla obbligatorietà dell’azione penale con licenza di arbitrio destinandone altri all’oblio della prescrizione che si interromperebbe solo in un momento successivo. Altrettanto incostituzionale la norma che vorrebbe l’appello praticabile solo se il difensore viene munito di una procura speciale “ad hoc” rilasciata dopo la sentenza di condanna di primo grado: e con l’imputato non più reperibile dal difensore, anche solo temporaneamente e con una manciata di giorni per risolvere il problema come la mettiamo?  Come la mettiamo soprattutto con l’articolo 24 che afferma che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento? Ma della Costituzione, lo abbiamo scritto in altre occasioni, non sembra interessare a nessuno e su nessuno dei Colli: tanto è vero che nei giorni scorsi altre previsioni della c.d. “Spazzacorrotti”, dopo la prima già dichiarata incostituzionale e di cui si è trattato recentemente in questa rubrica, altre sono state ritenute meritevoli di scrutinio e trasmesse dalla Cassazione al Giudice delle Leggi.

    Sistema a basso livello di garanzie, superfetazione delle condotte da ritenersi penalmente rilevanti: così lo Stato, questo Stato, regola i suoi conflitti sociali con interventi dettati dalla emergenza – o presunta tale – del momento invece che dislocare ed impiegare efficacemente risorse economiche ed umane.

    E la preponderanza del diritto penale è tipica degli Stati autoritari con la eccezione parziale del nostro Codice Rocco che risente di influenze liberali più che di regime. In termini di legislazione assistiamo a qualcosa che sembra ispirato dal Codice Teodosiano con il trionfo del diritto criminale e della pubblica repressione.

    Altro che attesa di Giustizia: aspettiamoci cose da Basso Impero.

  • In attesa di Giustizia: comunquemente Guardasigilli

    Non si parla d’altro, il Governo e la legislatura restano appesi agli umori di Matteo Renzi, il tema all’ordine del giorno è sempre quello della disciplina sulla prescrizione. Così anche questa rubrica deve continuare ad occuparsene per cercare di fare chiarezza sul punto ai propri lettori.

    Secondo un metodo tradizionale, l’interpretazione della legge avviene in prima battuta tramite due criteri fondamentali: il tenore letterale e la illustrazione da parte del legislatore. Noi non abbiamo ancora un testo definito della possibile modifica: si parla, soprattutto si litiga, intorno a varie proposte; però abbiamo – anche tramite una recente intervista, la parola di Alfonso Bonafede, ispiratore illuminato della prima riforma, ora esegeta del c.d. “lodo Conte”, ed è stato chiamato a quella Guardiania dei Sigilli che fu di giuristi come  Zanardelli, Rocco e Conso. Tanto per fare qualche nome.

    “…cioè cosa vuol dire; lo specifico perché sto leggendo di tutto (risatina, ci sta sempre). Vuol dire semplicemente che in primo grado, dopo la sentenza di primo grado, c’è una distinzione tra assolti e condannati. Per i condannati c’è l’interruzione della prescrizione, va bene! (esortazione evocativa di Vanna Marchi) Quindi non c’è più la possibilità che per i condannati ci sia poi una prescrizione in appello; per gli assolti c’è una sospensione breve COMUNQUE per garantire un tetto ma COMUNQUE per svolgere COMUNQUE il processo di appello (il termine che un laureato in legge dovrebbe usare è: celebrare).In secondo grado. Se dopo che viene svolto il giudizio (prima, infatti, sarebbe difficile) di appello chi era stato condannato in primo grado viene assolto e, quindi, è una persona dichiarata innocente (ma non ditelo a Davigo, potrebbe aversene a male anche per la sola esistenza di un giudizio di appello) a seguito del giudizio di appello, a quel punto quella persona che però è già stata dichiarata assolta recupera i termini di prescrizione (quali, quanti e soprattutto perché?) eeeee, dopo di che COMUNQUE, anche nel caso di assoluzione, anche in questo caso ci sarà eeeeee verrà dichiarata una sospensione per consentire COMUNQUE che eventualmente ci sia l’impugnazione in Cassazione che si vada insomma che si svolga il processo in grado di  Cassazione”.

    Secondo un sondaggio riportato dal Corriere della Sera solo il 5% degli italiani dichiara di conoscere in dettaglio il provvedimento che ha modificato la disciplina sulla prescrizione, il 40% nelle linee generali, il 19% non ne sa nulla; il 57% propende per la eliminazione o l’allungamento del tempo necessario per la estinzione di un reato, il 20% considera la prescrizione una garanzia, il 23% si astiene dal giudizio.

    Vi è da dubitare che le parole del Ministro abbiano contribuito a fare chiarezza elevando quella misera percentuale a una cifra di cittadini adeguatamente informati e sale la preoccupazione all’annuncio del prossimo varo della riforma del processo penale rispetto al quale una speranza supera di gran lunga tutte le altre destinate – verosimilmente – a restare deluse: che non venga introdotto il processo con giuria.

    Altro che dodici pari se, come risulta sempre dal sondaggio del Corsera, il 76% degli elettori pentastellati e il 65% di quelli DEM ostenta opinioni giustizialiste: il rischio di trovarseli preponderanti in giuria sarebbe elevatissimo, magari ci sarebbe posto anche per Travaglio e Barbacetto e con ciò bye bye al giusto processo declinato dall’art. 111 della Costituzione e attesa di Giustizia vanificata del tutto.

  • In attesa di Giustizia: buon anno a tutti

    Il 31 gennaio si è celebrata la inaugurazione dell’Anno Giudiziario a Roma e il sabato a seguire negli altri capoluoghi di Distretto delle Corti d’Appello.

    L’occasione si è proposta per riaffermare la contrarietà della Avvocatura alla deriva giustizialista che caratterizza l’azione politica ed è, in particolare, alimentata dalle considerazioni in aperto contrasto con parametri costituzionali del componente del C.S.M. Piercamillo Davigo, sostenuto nella sua battaglia da raffinati costituzionalisti del calibro di Marco Travaglio e Gianni Barbacetto.

    Atteso a Milano per la cerimonia del 1° febbraio, Davigo si è visto opporre la protesta della Camera Penale, poi concretizzatasi nella uscita dall’Aula Magna, quando ha avuto la parola, di decine di avvocati in toga brandendo cartelli con segnati gli articoli della Costituzione che sistematicamente il Magistrato stravolge nel significato.

    La preordinazione di un flash mob di sicuro impatto è trapelata alimentando una polemica a distanza anche con Palazzo dei Marescialli, cui è stato notificato un documento nel quale si manifestava dissenso rispetto alla partecipazione di Piercamillo Davigo alla Inaugurazione dell’Anno Giudiziario a Milano.

    Quali le ragioni della agitazione, nel dettaglio? Lascio la parola al comunicato del Consiglio Direttivo della Camera Penale milanese.

    Ci siamo sentiti dire, pubblicamente, da un Magistrato, giudice di Cassazione e componente del CSM che noi  avvocati siamo sostanzialmente dei venduti, che per una parcella facciamo scelte inutili per i clienti e che dovremmo pagare personalmente per poter esercitare il diritto di impugnazione, così la smetteremmo con quelle bieche tattiche dilatorie come impugnare le sentenze di condanna.

    Avremmo potuto rispondere, sempre pubblicamente, che ci sono magistrati che impiegano anni per depositare le sentenze, che commettono per superficialità gravi errori giudiziari, che i criteri di nomina degli Uffici Direttivi potrebbero essere condizionati da logiche del tutto estranee al buon funzionamento degli uffici stessi. Non lo abbiamo fatto, convinti che il mal funzionamento del sistema non derivi dalle cattive condotte del singolo ma da un complesso di fattori che riguardano, innanzitutto, le norme che ad esso presiedono e le risorse che ad esso sono destinate.

    Ci siamo limitati a chiedere rispettosamente che il rappresentante del CSM che, pronunciando quelle affermazioni offensive della intera avvocatura aveva screditato una figura essenziale per il corretto funzionamento dell’intero procedimento, non fosse il portavoce dell’intero CSM per il Distretto di Corte d’Appello di Milano, con il portato che tale designazione avrebbe determinato.

    Ora il Comitato di Presidenza del CSM ci ricorda che tutti, e dunque anche il Consigliere Davigo, possono liberamente manifestare il loro pensiero e che siamo noi irrispettosi a chiedere di rivalutare la designazione.

    Si rassereni l’Onorevole Consiglio: noi siamo stati e saremo sempre rispettosi della Magistratura, critici e vigili come la legge ci impone ma sicuri che il sistema possa funzionare con l’impegno e la considerazionereciproca di tutte le sue componenti come la nostra Costituzione prevede.

    E così continueremo, rispettosamente, a batterci affinché chi ne scredita una componente non assurga a pubblico rappresentante dell’altra.

    Bravi, difensori fino all’ultimo dei canoni fondamentali di uno stato di diritto forse li avete visti ai telegiornali o sui quotidiani, e… in attesa di Giustizia,  buon anno a tutti.

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