Giustizia

  • In attesa di Giustizia: giù le mani da Enzo Tortora

    Proprio in questa rubrica avevamo auspicato che finissero le strumentalizzazioni del pensiero di Giovanni Falcone nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere: nei giorni scorsi è scomparsa Anna, sua sorella, e sembra che – fortunatamente – nessuno abbia approfittato dell’evento per riproporre distorsioni delle idee che il magistrato aveva sulle riforme necessarie alla Giustizia.

    Ci ha pensato, però, Marco Travaglio con un editoriale a somministrare (almeno ai lettori del Fatto Quotidiano) una bufala che è meglio definibile come sesquipedale fesseria e cioè a dire iscrivendo d’ufficio Enzo Tortora tra i migliori testimonials del NO al referendum che sembra definitivamente calendarizzato per il 22 – 23 marzo.

    Tale illuminato pensiero, espresso su quello che può definirsi l’house organ delle Procure, smentirebbe l’assunto che l’unicità delle carriere renda i giudici meno indipendenti poichè Tortora fu arrestato per un’accusa infamante, condannato a dieci anni di carcere in primo grado ma poi assolto in appello con sentenza divenuta definitiva dopo il rigetto del disperato ricorso in Cassazione della Procura Generale di Napoli.

    Secondo questa sagace interpretazione la separazione delle carriere avrebbe senso solo se gli esiti dei processi ostentassero il 100% delle condanne il che, fortunatamente, non è; ovviamente non è questo il punto, non è questa la finalità della riforma che tocca ben altri nervi scoperti dell’Ordine Giudiziario: il sorteggio dei componenti del C.S.M. per mitigare l’impatto delle correnti e degli inciuci sottostanti e la creazione di un Organo Disciplinare dotato di quella autonomia atta ad escludere una giustizia che si propone abitualmente più come addomesticata che semplicemente domestica.

    Seguendo il ragionamento di Travaglio dovremmo allora considerare degli idioti i legislatori inglesi, portoghesi, canadesi, norvegesi, danesi, indiani, americani, spagnoli, svedesi e tanti altri del mondo occidentale che hanno adottato un sistema ordinamentale inutile se non dannoso…e potrebbe anche essere, in effetti, se mancanti dei maitre à penser come Travaglio o Gratteri i quali, all’evidenza, non sanno che molte assoluzioni vengono pronunciate quando l’accusato è già civilmente morto e la riforma mira ad avere  giudici più autonomi, indipendenti e meno condizionabili dal peso politico delle Procure e delle correnti sin dalle indagini preliminari quando si gioca la partita della vita per un indagato ma l’appiattimento sulle tesi del P.M. è più evidente ed i margini di esercizio del diritto di difesa molto ridotti.  Giù le mani da Enzo Tortora, Direttore Travaglio, non è pane per i suoi denti.

  • Lettera aperta al Ministro Nordio

    Scrivo queste righe dopo aver letto l’ennesima sentenza che colpisce un carabiniere per aver reagito durante un intervento, dopo che un collega era stato ferito con un cacciavite.
    Non scrivo per polemica.
    Scrivo perché questa storia non è un’eccezione. È un simbolo.

    Io quella violenza l’ho conosciuta direttamente.
    Stessa arma.
    Stesso gesto.
    Un cacciavite conficcato nella pancia da un criminale che non aveva nulla da perdere.

    È stato arrestato.
    E, come spesso accade, dopo pochi mesi era di nuovo libero.

    Libero di tornare a casa.
    Libero di dimostrare, ancora una volta, quanto fosse pericoloso.

    Nella sua abitazione ha accoltellato sua madre, riducendola in fin di vita.
    Un fatto gravissimo, che avrebbe dovuto chiarire definitivamente la natura di quell’uomo.
    E invece no: anche dopo questo è tornato in libertà.

    A questo punto la domanda non è più emotiva, è razionale:

    Cosa pensano alcuni giudici italiani quando valutano questi casi?

    Che idea hanno della pericolosità reale, della prevenzione, della tutela delle vittime?

    Perché da cittadini — e ancor più da chi serve lo Stato — si ha l’impressione che il sistema sia capace solo di intervenire dopo, quando il danno è ormai fatto, quando qualcuno è stato ferito, mutilato o ucciso.

    Nel frattempo, chi indossa una divisa vive con una certezza amara: se reagisci, se difendi, se fai il tuo dovere in pochi secondi, verrai giudicato col senno di poi, a freddo, in un’aula lontana dalla strada, dal sangue, dalla paura.

    Nelle caserme non si urla.
    Non si invoca vendetta.
    C’è qualcosa di peggiore: la sfiducia.

    La sensazione di essere trattati come potenziali colpevoli, mentre chi delinque sembra godere di infinite attenuanti, seconde possibilità, giustificazioni.

    Questa non è una richiesta di impunità.
    È una richiesta di equilibrio, responsabilità e buon senso.

    Uno Stato che non protegge chi lo difende,

    uno Stato che rimette in libertà chi dimostra più volte di essere pericoloso,
    uno Stato che punisce l’intervento e tollera l’aggressione,

    non è uno Stato giusto.
    È uno Stato che abdica alla sua funzione primaria: la tutela dei cittadini e di chi li protegge.

    Questa lettera non nasce dall’odio.
    Nasce dalla constatazione di una realtà che molti fingono di non vedere.
    E prima o poi, questa realtà presenterà il conto a tutti.

  • In attesa di Giustizia: intelligenza con il nemico

    Confidando di non annoiare i lettori – che, peraltro, saranno chiamati ad esprimere il voto al referendum sulla separazione delle carriere e devono essere informati – è del tutto opportuno ritornare in argomento confutando con termini nuovi la inesistente paura del controllo politico sul Pubblico Ministero impiegata per suggestionare l’elettorato: quello che non ci dicono e di cui non si dolgono i sostenitori del NO è in proposito ad un’anomalia che  si rinviene già ora in quella che può definirsi intelligenza col “nemico politico”. Poiché nessuno neppure vi allude, vediamo di cosa si tratti utilizzando dati empirici per illustrarla e ferma restando l’inesistenza dei diversi timori paventati in virtù dello scudo rappresentato da una Costituzione non toccata dalla riforma sotto il profilo di garanzie di indipendenza della Magistratura.

    Se il Governo, in particolare quello in carica, fosse così ostile e pericoloso da aver osato, attraverso il Ministro della Giustizia, attentare all’autonomia dell’Ordine Giudiziario si dovrebbe dedurre che chi ne fa parte dovrebbe tenersi alla larga da politica ed Esecutivo per non contaminarsi e non dovere un giorno rispondere di collaborazionismo.

    A tacere di analoghe situazioni relative ad altri Dicasteri, il sito istituzionale del Ministero della Giustizia offre la possibilità di verificare il gran numero di magistrati collocati fuori ruolo dal C.S.M. per assumere incarichi alle dipendenze proprio del Potere Esecutivo: molti di questi provengono da Procure della Repubblica. L’elenco – per brevità – sarà incompleto ma sufficientemente esaustivo:

    Dr.ssa Giusi Bartolozzi, Capo di Gabinetto del Ministro, Dr. Vittorio Corasaniti, Vicecapo vicario; Dr.ssa Monica Sarti, Ispettore Capo, Dr. Giancarlo Cirielli Vicecapo; Dr. Antonio Mura, Capo dell’Ufficio Legislativo, Dr.ssa Linda Vaccarella, Vicecapo; Dr. Federico Carrai: Capo dell’Ufficio di Segreteria del Sottosegretario Del Mastro; Dr.ssa Antonia Giammaria: Capo del Dipartimento Affari di Giustizia; Dr.ssa Lina Di Domenico: Capo del Dipartimento Organizzazione Giudiziaria, Dr.ssa Rosa Patrizia Sinisi, Vicecapo; Dr.ssa Antonella Ciriello, Capo del Dipartimento Innovazione Tecnologica; Dr. Stefano Carmine De Michele, Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria; Dr. Antonio Sangermano, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile, Dr.ssa Cristina Rotunno, Vicecapo…e si potrebbe continuare anche con gli apicali delle Direzioni generali ed i semplici addetti ai vari uffici e dipartimenti e può concludersi che l’apparato burocratico del Ministero della Giustizia è in grandissima parte affidato a magistrati e non solo per le postazioni che richiedono competenze specialistiche proprie dei magistrati ma per tutte le altre che potrebbero essere affidate (fors’anche con migliori risultati: pensiamo  a mo’ di esempio, al dipartimento per la innovazione tecnologica) a soggetti di diversa appartenenza e formazione. A ciò si aggiunga che, tra tutti quelli nominati, sono in maggioranza i magistrati impegnati a livello associativo con l’A.N.M. e le correnti contro qualsiasi Esecutivo che ne metta a repentaglio il potere: basti pensare che Romano Prodi ebbe il veto alla nomina di Giuliano Pisapia come Guardasigilli poiché favorevole alla separazione delle carriere e, quindi, temibile nemico delle Toghe e la Giustizia fu affidata a Mastella.

    Come possono, dunque, conciliarsi le proteste contro la riforma a fronte di una disponibilità ed un attaccamento alla mission nemica, quale che sia il colore della coalizione di Governo? Prospettive di carriera, trattamento economico, soddisfazione dell’ego? Poco importa.

    Certo è che tra i tanti gesti simbolici ostentati dei Comitati del NO: dallo sfoggio di coccarde tricolori e copie della Costituzione (forse mai neppure aperta), frasi di Calamandrei, tra una maratona oratoria e l’altra dei tanti oratori che, con variabile efficacia, si stanno spendendo nella campagna referendaria, come mai non si sono mai immaginate come segnale le dimissioni in massa dei magistrati allocati fuori ruolo presso i diversi Ministeri e Authority? Questo sì, costituirebbe una inequivocabile presa di distanza dai luoghi del male.

  • In attesa di Giustizia: Buon Natale

    Continua a tenere banco la querelle innescata dalla Presidente dell’Ufficio GIP di Milano che ha richiamato i giudici ad uniformare le decisioni (allineandosi sulle richieste della Procura) relative all’indagine sulla edilizia privata: si ha ora notizia di un comunicato congiunto con il  Primo Presidente del Tribunale di Milano – forse una pezza peggiore del buco – da cui si apprende che la prassi del “fascicolo contenitore” rimane ben salda nella tradizione milanese: solo “dopo un certo periodo di tempo in presenza di una nuova richiesta proveniente dalla Procura, la stessa può essere riassegnata ad altro giudice”  il tutto senza che sia indicato un criterio temporale preciso, ma soprattutto si ricava che l’assegnazione rimane un atto discrezionale del dirigente. Sarebbe preferibile rendere conoscibili le logiche di assegnazione, a partire dal criterio di funzionamento dei softwares impiegati ai quale viene affidata la prima assegnazione dei fascicoli: rimane il criterio dei turni? i criteri sono noti ai P.M. per il c.d. canestro?

    La precostituzione del giudice naturale è un principio che la Costituzione affida alla legge, non a prassi, regolamenti e nemmeno ai macchinari o alle valutazioni discrezionali dei presidenti di sezione o del CSM, meno che mai è nota la promulgazione in Gazzetta di un codice di procedura penale ambrosiano.

    Cambieranno le cose con la separazione delle carriere? Proviamo ad immaginare come potrebbe essere vissuto il prossimo Natale negli Uffici Giudiziari…

    Un effetto collaterale potrebbe registrarsi proprio la sera della Vigilia: un Pubblico Ministero ed un Giudice, che da anni passavano il Natale insieme come vecchi amici e colleghi di scrivania, si fermano sulla soglia del Palazzo di Giustizia con il panettone in mano e l’imbarazzo negli occhi. “Scusa se non vengo nella tua stanza a festeggiare”, dice il P.M., “ora non si può più ed è meglio evitare commistioni: sai, l’apparenza…”.
    Poi, con un filo di voce, quasi commosso: “Ma tu mi vuoi sempre bene?”. Il giudice lo guarda e risponde: “SÌ, ma ognuno a casa sua. Se ci vedono mentre brindiamo, domani dicono che le mie sentenze sanno di spumante e tanto ci pensano i criteri di assegnazione dei fascicoli a tenerci vicini vicini”.  Così ognuno torna mestamente verso il proprio albero, con le lucine accese e il codice sotto il braccio.

    Si fa sera, sulla mail nome.cognome@giustizia.it di entrambi arriva quella di un avvocato proprio mentre stanno preparando la pasta con le vongole: gli avvocati, si sa, non vanno mai in ferie (quelle, tra l’altro, sono retribuite…) e sono pronti a difendere anche a Natale, a difendere il Natale.

    “Ma fate seriamente e vi separate pure la sera della Vigilia? Non vi hanno spiegato che non è una questione fisica ma di terzietà ed indipendenza? Cosa state a casa da soli a fare la scena e poi andate in vacanza insieme e vi telefonate tutti i giorni!  Venite da me, a casa mia potete stare tranquilli: è come un campo neutro, come dovrebbe essere l’aula del Tribunale, ed io sono la parte processuale che presidia il rispetto elle garanzie ad ogni costo e con il codice vigente non quello di Mani Pulite!”.

    Buon Natale al P.M., al Giudice e all’Avvocato che si ritrovano attorno allo stesso tavolo. Il P.M. porta lo spumante, il Giudice vigila sull’equo taglio delle fette di panettone e pandoro, l’avvocato assaggia per primo e se deve fare qualche obiezione sulla bontà delle bollicine o dei lievitati la formula senza esitazioni (quasi) certo della equidistanza del Giudice.

    Abbiamo voluto scherzare un po’, almeno una volta, in una rubrica che leggendola non ha mai messo allegria, nemmeno quando al Ministero della Giustizia sedeva Fofò Bonafede (ora assurto, per ignoti meriti, al Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria): può sembrare – ed è – una sorta di vignetta quella che si è intesa offrire ai lettori questa settimana. Sarebbe, però auspicabile assistere ad un simile brindisi di mezzanotte, tutti insieme: in alto i calici alla giustizia giusta ed alla separazione delle carriere ma, almeno, non a quella del Natale.

  • In attesa di Giustizia: mancanze

    Il rischio è quello di un “abuso di argomento” ma, tant’è: non si può evitare, a campagna referendaria già iniziata, con i contendenti che si battono anche sulla data e sulle giornate destinate al voto nel timore (o nella speranza) che ciò contribuisca al risultato da ciascuna auspicato ed – in qualche modo – anche questa rubrica partecipa a quella campagna cercando di fare chiarezza su alcuni punti.

    Qualcuno, lato No al referendum sulla Giustizia, ha ricordato una sentenza della Corte Costituzionale del 2020 secondo la quale “Le differenze che connotano le posizioni del PM e dell’avvocato difensore impediscono di ritenere che il principio di parità possa tradursi in un’assoluta simmetria di poteri e facoltà” il che suggerirebbe di lasciare invariato l’assetto dell’Ordine Giudiziario in ossequio ad una decisione del Giudice delle Leggi. Invero, la riforma non trasforma affatto il PM in un avvocato dell’accusa sul modello americano, ribadendone piuttosto la qualità di magistrato con tutte le corrispondenti garanzie, ma mira a garantire che il giudice, la cui imparzialità rispetto ai fatti di causa è presidiata da istituti come la ricusazione e l’astensione, sia effettivamente equidistante dalle parti che sostengono tesi opposte. Un sistema accusatorio, come è (o dovrebbe essere il nostro) funziona soltanto così tanto è vero che la riforma costituzionale sul c.d. “giusto processo” è stata clonata sull’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo. L’asimmetria dei poteri tra accusa e difesa in sede procedimentale a cui allude quella sentenza non ha nulla a che spartire con la terzietà del giudice o con la riforma, bensì è qualcosa di fisiologico nella distinzione dei ruoli; anzi, se malintesa, può compromettere quella terzietà, perché introduce nel sistema l’idea che il pubblico ministero, per via del mandato pubblico che esercita, stia un gradino più in alto del difensore mostrando nostalgia per il sistema inquisitorio.

    E che dire se, in nome della parità tra le parti, il PM non sarà più costretto a portare anche le prove a favore dell’imputato e che possa impugnare tutte le sentenze di assoluzione, facoltà che oggi gli è preclusa?

    Sia subito chiaro che è ben diverso essere tenuti a fornire prove favorevoli nelle quali ci si è casualmente imbattuti rispetto a cercarle dopo aver selezionato nelle investigazioni come prima opzione la colpevolezza, avere avviato iniziative che limitano la libertà ed esercitato l’azione penale: sarebbe un’ipotesi mitologica di cui in aula non si hanno testimonianze, tanto che se venisse abrogato l’art. 358 che prevede per il P.M. l’obbligo (non sanzionato se eluso) di svolgere indagini anche a favore dell’indagato, nessuno se ne accorgerebbe mentre impugnare o meno le assoluzioni  non è previsto per tutte già oggi e non è una conseguenza implicata dalla riforma. A tal proposito, l’idea che sia una limitazione irragionevole che il pubblico ministero possa impugnare le assoluzioni non considera la funzione strutturale del processo penale che non è quella di accertare le verità storiche e trovare un colpevole ad ogni costo ed i limiti all’appello avverso le sentenze di proscioglimento è volto a contenere il potere soverchiante dell’autorità pubblica nei confronti dei singoli accusati ed, in termini generali, contribuisce al rispetto del principio del ragionevole dubbio che non può essere più evidente che di fronte a due decisioni di segno opposto.

    Un altro tema è quello della efficienza del sistema: occorrerebbe ripensarlo questo sì, fatta la premessa maggiore che non è la stessa cosa di “velocità del sistema”, quanto piuttosto un tempo ragionevole combinato che non toglie qualità al processo in sé e della decisione. Detto questo: tutto ciò non ha a che fare né tanto né poco con la riforma ma solo con i tempi per l’attesa di giustizia.

    In questa acerrima contesa a colpi di false o volutamente confuse indicazioni al corpo elettorale una irrimediabile mancanza di voci autorevoli e serene per trattare la materia come quelle di Leonardo Sciascia e Marco Pannella.

  • In attesa di Giustizia: testimonial perfetto

    Si è già scritto su queste colonne che è bene lasciare riposare in pace Falcone e Borsellino evitando di tirarli a forza per la giacchetta nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere, non di rado travisandone il pensiero. Peraltro, chi volesse avvantaggiarsi della figura di un magistrato per sostenere le ragioni del “Sì” potrebbe ben ricorrere a quella del P.M. (ex Procuratore Aggiunto, non riconfermato nel ruolo) di Milano Fabio De Pasquale: perfetto per smentire chiunque, ANM in testa, sbandiera la cosiddetta “cultura della giurisdizione” che i pubblici ministeri perderebbero se la riforma entrasse in vigore. Ecco, basta ricordare le gesta del magistrato milanese, condannato sia in primo grado che in appello per aver occultato prove favorevoli agli imputati nel caso Eni-Nigeria, costato allo Stato tre inutili processi – portati avanti anche dopo essere stato lui stesso incriminato, reiterando il medesimo comportamento, contro imputati tutti giudicati non colpevoli per assoluta mancanza di prove.

    Che sia stata proprio quella “cultura della giurisdizione” che andrebbe perduta in caso di entrata in vigore della riforma Nordio, ad indurre De Pasquale ad accusare 15 persone di corruzione internazionale da circa un miliardo di euro per l’acquisto di un giacimento petrolifero in Nigeria, senza mai produrre uno straccio di prova del presunto accordo corruttivo né del pagamento di tangenti? E’ stato, allora, il tribunale di Milano a ricordare l’ovvio a De Pasquale ed al collega Spadaro (imputato e condannato anch’egli) richiamando il “doveroso principio che colloca l’onere della prova a carico dell’accusa”. Il tutto senza che neppure fosse necessario il disvelamento delle prove a discarico occultate, avvenuto dopo, ma che avrebbe portato all’assoluzione degli imputati già all’udienza preliminare, come scrivono i giudici di Brescia nella sentenza di appello. Bocciato dal CSM nella riconferma come Procuratore Aggiunto per assenza di imparzialità ed equilibrio (però è ancora al suo posto sia pure come semplice Sostituto), sempre in ossequio alla cultura della giurisdizione, dopo due sentenze di assoluzione diventate definitive e l’apertura del processo a suo carico, De Pasquale ne ha aperto un  altro relativo alla tranche di una mazzetta che si era ormai stabilito non essere mai esistita e nemmeno in questo ha depositato le prove a favore degli imputati: altra assoluzione e non è da escludere che il nostro faccia ricorso in appello…sempre nel rispetto della cultura della giurisdizione.

    Non è bene generalizzare: non tutti i P.M. sono come De Pasquale e Spadaro, ve ne sono una moltitudine che svolgono il loro compito con onestà intellettuale e sacrificio ma più di qualcuno della medesima stoffa non manca, così come non è insolito incontrare giudici che si appiattiscono acriticamente sulle tesi dell’accusa.

    Non sarà una legge, ancorchè costituzionale, a disperdere valori che dovrebbero essere diffusi, da tutti condivisi e fondanti del giusto processo né ad accrescerne la pratica con una nuova organizzazione dell’Ordine Giudiziario allineata con quelle di tutte le democrazie occidentali così come non sarà necessario dibattere su quale possa essere l’argomento o la figura migliore da spendere nella campagna per il “Sì”: De Pasquale è il testimonial perfetto.

  • In attesa di Giustizia: spiegatelo a Gratteri

    Questa rubrica si è recentemente occupata delle manipolazioni del pensiero di Giovanni Falcone in merito alla separazione delle carriere ad opera del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri vittima, non del tutto incolpevole, di una clamorosa fake new rifilatagli da fonte non rivelata né verificata. Vale, dunque, la pena chiarire quale fosse realmente l’orientamento del grande magistrato palermitano recuperandone un intervento tenuto ai ragazzi dell’Istituto Gonzaga dei Gesuiti di Palermo solo un paio di settimane prima della strage di Capaci: è una sorta di testamento intellettuale che nessuno potrà mai dire avere subito ripensamenti poiché così prossimo alla sua tragica scomparsa. Falcone aveva accettato di affrontare il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico; siamo nel maggio 1992, è da poco esplosa Tangentopoli e si discute accanitamente del ruolo della magistratura: c’è chi la sostiene, chi la attacca e chi propone riforme drastiche.

    La lucidità di Falcone è disarmante: “Parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile” e parla di una “magistratura filtro” tra politica e cittadini con P.M. che “giocano alla politica” e politici che vorrebbero “irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare amici ed amici degli amici”.

    Falcone è chiarissimo e sottolinea con forza che “prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile mentre adesso siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudiciDobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo ragionamenti per slogan che non fanno fare un solo passo avanti”. Dopo aver ricordato, prendendole come spunto, persino le riflessioni sulle riforme in materia di giustizia del Prof. Miglio – ideologo della Lega – Falcone afferma che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono valori da valutare storicamente e non “un privilegio di casta” che servono per l’efficienza della magistratura e che “Il pubblico ministero è sì un organo giudiziario, ma, non essendo titolare della potestà di giudicare, neppure può dirsi giudice in senso tecnico, perciò il P.M. deve avere un tipo di regolamentazione differente da quella del giudice, non necessariamente separata”. Tradotto: il P.M. è diverso dal giudice, va regolato diversamente, ma le soluzioni possono essere molteplici e non è un dogma nemmeno la separazione delle carriere. E continua dicendo che: “Ciò non per assoggettarlo all’esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l’indipendenza e l’autonomia. Fra gerarchia e indipendenza c’è tutta una serie di figure intermedie che possono fare in modo che l’indipendenza sia finalizzata al raggiungimento degli scopi per cui il pubblico ministero è stato creato”. Traduzione: il magistrato non deve essere uno strumento dell’esecutivo, ma nemmeno un potere incontrollato.

    Ed eccoci al passaggio decisivo. Quello che Gratteri ha citato non rendendosi conto di averlo frainteso di nuovo: “Indipendenza ed autonomia, se per un verso devono essere strettamente legate all’efficienza dell’azione della magistratura, dall’altro non significano affatto separatezza dalle altre funzioni dello Stato. Io credo che prima o poi si riconoscerà che non è possibile una meccanicistica separatezza perché ciò determina grossi problemi di funzionamento e di raccordo”. Di quale separatezza da evitare sta parlando Falcone? Di quella tra giudice e P.M.? No. Sta parlando della separatezza tra magistratura e altri poteri dello Stato. Sta dicendo che una magistratura chiusa in se stessa come corpo separato crea più problemi di quanti ne risolva. Spiegatelo a Gratteri.

  • In attesa di Giustizia: presunti colpevoli

    Non fosse per l’urgenza richiesta dalla approvazione della finanziaria che impone che l’esame di altri disegni di legge venga posticipata, la nuova legge sulla violenza sessuale sarebbe già in Gazzetta Ufficiale tra gli applausi bipartisan di Camera e Senato. In cosa consista è presto detto: un’ennesima dimostrazione del perdurante digiuno di diritto costituzionale da parte del legislatore e della sua insipiente sciatteria quando mette mano al diritto penale, con sprezzo del ridicolo, a caccia di consenso dell’elettorato. Dimentichiamo la campagna referendaria che offre continui spunti di riflessione per analizzare un’aberrante proposta, approvata la quale, il giusto processo, come lo definisce la Costituzione, sarà un ricordo anche per mariti focosi (e, perché no? Pure per le mogli!) raccontandosi la favola che possa essere giusto un processo nel quale il P.M. non abbia neppure il fastidio di cercare la prova.

    Il mutuo compiacimento di maggioranza e opposizione per aver trasfuso in un disegno di legge un’ideona della Boldrini impone che ne venga sintetizzato in un paio di punti il contenuto: perché un rapporto sessuale non sia considerato violenza sessuale una prima condizione essenziale è il consenso libero (e fin qui va bene ma la legge già lo prevede) mentre la grande novità è che quel consenso debba essere continuamente confermato (ma come?)…ed intendesi durante il medesimo rapporto con buona pace del coinvolgimento emotivo e passionale, persino tra coniugi che festeggiano le nozze d’argento. Della conoscenza approssimativa del diritto penale materiale da parte dei rappresentanti del popolo abbiamo detto: preoccupa di più il plauso che inizia a provenire da giuristi come Paola Di Nicola Travaglini, Consigliera di Cassazione che ha anche pubblicato manuali ben argomentati sulla violenza di genere ed il Codice Rosso, la quale in una recente intervista a Repubblica dice “Il consenso esiste se l’altra persona ha detto sì a quell’atto in modo chiaro, deciso e reiterato”. Reiterato, è la parola magica: in lingua italiana significa attuale in qualsiasi momento. Il consenso può essere negato dopo essere stato concesso, e dunque bisogna fermarsi immediatamente, come si diceva prima, durante l’amplesso e potrebbe essere – per esempio – la subitanea imposizione di un criterio contraccettivo largamente in disuso, sennò è violenza. Ma, così, non lo sarebbe nei confronti del partner uomo? Se non altro, dipende dai modi, potrebbe essere un reato di violenza privata che consiste nel costringere qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa. La questione inizia a farsi ambigua, ma lasciamo perdere la complicazione dei dettagli tra i quali potrebbe rinvenirsi la necessità di munirsi di più moduli da far sottoscrivere prima, durante e – meglio ancora – anche dopo…in alternativa, per le coppie più trasgressive si potrebbe pensare alla presenza di un notaio o di un ufficiale di polizia giudiziaria guardone.  Altro elemento introdotto dalla normativa sembra essere – si capirà dal testo definitivamente approvato – il divieto alla vittimizzazione secondaria, ovvero la violenza ulteriore a cui la donna che asserisce di essere stata stuprata è sottoposta nel corso del processo quando i difensori dell’imputato cercano di ricostruire i fatti con domande che spesso posso sembrare insinuanti o aggressive, comunque dolorose, per chi deve rispondere. La ricostruzione dei fatti non è una banalità per chi deve decidere ma quelle domande gli avvocati non potranno più porle. E, sempre come pare, non sarà una questione di semplice continenza verbale con una tutela più assidua da parte del giudice: no, sarà vietato indugiare su qualsiasi dettaglio. In sostanza non si potrà più parlare di quello che è successo. E come si fa a tenere un dibattimento se non si può parlare di quello che è successo? La spiegazione, da brividi, la offre nella intervista già ricordata, il Giudice Paola Di Nicola Travaglini: “Con la nuova legge, ecco il cambiamento, sarà chiaro che saranno i denunciati a dover dare prova, come si dice volgarmente, che lei “ci stava”..” Tradotto, una violazione bella e buona dell’art. 27 della Costituzione che, prevedendo la presunzione di non colpevolezza sottintende sia a carico del Pubblico Ministero l’onere della prova: saranno invece gli imputati a dover dimostrare la loro innocenza, anziché gli inquirenti a dover dimostrare la loro colpevolezza. Sia ben chiaro ai mariti, fidanzati, amanti, compresi financo ai frequentatori di escort che saranno tutti considerati colpevoli fino a prova contraria.

  • In attesa di Giustizia: la fiera delle falsità

    Non poteva mancare, nella turbinante campagna referendaria avviata dall’A.N.M. in vista della consultazione popolare sulla separazione delle carriere un intervento di Nicola Gratteri, uomo ormai assurto al ruolo di frontman televisivo del partito dei forcaioli: ad ospitarlo, naturalmente, LA7, emittente che gli ha offerto anche una rubrica tutta per lui.

    L’eloquio claudicante sembra non incidere sulla sicumera con cui espone le sue idee evitando, accuratamente che vi sia mai un contraddittore, non diversamente da come era assai gradito ad un Piercamillo Davigo ormai in calo di audience, soprattutto se l’argomento vada a toccare l’elevato numero di indagati di cui lo stesso Gratteri ha chiesto ed ottenuto di far arrestare – dunque sulla base presunti di gravi indizi di colpevolezza – ma, in ultimo, assolti.

    L’arte di comunicare, del resto, è un insegnamento che Gratteri non manca di dispensare: come quando, poco più di un mese addietro, si è rivolto ad una platea politica dell’Associazione Nazionale Magistrati lamentando il tentativo di interromperne la fluviale intemerata in cui si era avventurato, senza neppure il conforto dei sottotitoli in italiano, per rispettare i tempi:  “Se dovevo parlare solo cinque minuti me ne restavo a casa a raccogliere olive”, spiegò evitando i congiuntivi perché il suo illuminato convincimento è nel senso di non perdere tempo a parlare nei convegni con quei ciarlatani dei giuristi (con cui lui, uomo più di azione che di pensiero, ha poco da dirsi) ma sia indispensabile parlare al “popolo” in un linguaggio semplice e comprensibile. Ma in quell’occasione non c‘era nemmeno il popolo, c’erano magistrati.

    Martedì sera della passata settimana – invece – al cospetto di un’adorante Floris, ha mostrato come si fa, propinando una falsa notizia su Falcone, che sarebbe stato contrario alla separazione delle carriere, che provvedeva senza alcun timore a diffondere senza verificare la fonte…salvo poi essere raggiunto dalla smentita che mai Giovanni Falcone ebbe a dire certe cose in un’intervista di cui non si trova alcuna traccia e che qualcuno gli aveva passato sottobanco per farne uno scoop.

    Non è mancata la pezza peggiore del buco: la fake new gli era stata inviata da “fonti giornalistiche autorevoli”, purtuttavia senza sapere neppure genericamente quali fossero a prescindere dalla necessità di verificare in ogni caso prima di diffondere una notizia non appresa direttamente ma in forma mediata.

    Non fosse lui, della cui insuperabile esperienza e bravura abbiamo avuto ormai amplissime dimostrazioni ci chiederemmo, come Checco Zalone: “ma questo è del mestiere?” (di comunicatore, ovviamente).

    Ma come si fa a non controllare una fonte, verificare modalità e tempi di una dichiarazione? Lasciamo perdere i giornalisti professionisti che sanno come gestire simili situazioni ma persino l’ultimo dei TikToker, se dispone di un minimo di buon senso, distingue tra una notizia pubblicata sul Financial Times dal post di un filoputiniano. Gratteri si è fidato ma, a questo punto, farebbe bene a dire chi gli ha passato la “velina” con imbrattata una bufala colossale.

    Vale non solo per lui ma anche per tutti quelli che ne fanno uso indiscriminato e travisante con stucchevole quotidianità: basta trincerarsi dietro a Falcone e Borsellino interpretando liberamente – e non sempre in maniera adeguata – l’orientamento su argomenti sensibili di politica e di prospettive di riforma.

    Falcone e Borsellino sono stati due servitori dello Stato che hanno sacrificato la vita, consapevoli che sarebbe accaduto, quando lo Stato li avesse lasciati soli o, peggio e come c’è da temere, li avesse traditi per mano di altri servitori infedeli: riposino in pace evitando di farli rivoltare nel sepolcro da costituzionalisti di accatto, portatori d’acqua delle correnti della Magistratura e da una A.N.M. che di sicuro non li rappresenta.

  • ‘Il Giudice e il bambino’ di Dario Levantino vince il ‘Premio Megliounlibro 2025’

    “Dario Levantino ha spinto oltre la sua immaginazione e ha ambientato il romanzo in un Paradiso dove il giudice deve ascoltare ed esaminare le “anime sospese” prima che entrino definitivamente. Una narrazione onirica ma non troppo, uno straordinario pugno sullo stomaco per parlare di malvagità, di mafia, di rancori. Del mistero dell’amore e di Dio”. Così scrive Megliounlibro, il magazine di orientamento alla lettura di qualità che da 28 anni che segnala le “perle” nel mare dell’offerta editoriale, a proposito di Dario Levantino, giovane scrittore nato a Palermo e docente di Lettere in Lombardia, che è riuscito a dar voce al giudice Borsellino e al piccolo Giuseppe Di Matteo, i quali si incontrano in un immaginifico aldilà, e a tutto il dolore generato dalla delinquenza mafiosa, arrivando dritto al cuore.

    Per questa delicatezza e originalità nella narrazione che il suo più recente romanzo Il giudice e il bambino riceverà, il prossimo 15 novembre, il ‘Premio Megliounlibro’, edizione 2025.

    Levantino è un autore che riesce a parlare a più generazioni e ha esplorato il confine tra realtà e fantasia trattando un tema scomodo come la mafia, e con essa la giustizia, il perdono, l’amore ed il rancore, con incredibile delicatezza riuscendo a trasmettere luce.

    Il ‘Premio Megliounlibro’ nasce nel 2019 “per valorizzare testi scelti tra quelli recensiti di recente, che più degli altri abbiano saputo rapire il lettore, trasportandolo in una dimensione ricca di messaggi e portatrice di bellezza nelle sue variegate sfaccettature”.

    La Giuria popolare seleziona “la perla tra le perle” tra 300 titoli recensiti nel corso dell’anno. Poi le proposte passano alla Giuria di esperti. Già assegnato alla Bologna International Children Book Fair, per la sezione Infanzia, in questa IV edizione si rivolge alla Narrativa per premiare uno scrittore di talento, un romanzo per commuoversi e non dimenticare storie che hanno colpito il nostro Paese nel profondo.

    Nel 2025 il Premio viene dedicato alla prof. Maria Serena Bianchi, indimenticabile cofondatrice di Megliounlibro, già docente di Lettere e dirigente scolastica.

    L’appuntamento è alle ore 14 al Centro Internazionale Brera (Via Formentini, 10 – Milano). Con l’autore dialogherà Laura Prinetti, direttore responsabile del magazine ‘Megliounlibro’. L’evento, dal titolo ‘Mafia, pentimento, perdono: tra attualità e letteratura’ si colloca all’interno della rassegna BookcityMilano

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