Giustizia

  • In attesa di Giustizia: compagni che sbagliano

    Lo avevamo previsto nell’articolo della settimana scorsa: come a teatro, il gran finale della stagione giudiziaria prima delle ferie propone reingressi dei protagonisti sul palcoscenico, saliscendi del sipario, ovazioni del pubblico (intese come lancio di uova preferibilmente marce).

    Giustappunto: a proposito di ferie giudiziarie, la cui mutilazione di quindici giorni per legge non è ancora stata digerita (fino a qualche anno fa duravano ufficialmente dal 1° agosto al 15 settembre, ufficiosamente circa da metà luglio fino almeno alla data astronomica dell’autunno) una menzione d’onore spetta ad un magistrato donna di Varese che ha motivato il rinvio di un’udienza da metà luglio a metà ottobre perché “il periodo di ferie deve essere del tutto effettivo ed assicurare il pieno recupero delle energie psicofisiche” con periodi “cuscinetto” di avvicinamento alle agognate vacanze e di soft landing al rientro.

    Tutto ciò è possibile nel rispetto di una “raccomandazione” del C.S.M. del 2016, Consiglio Superiore che – invece – è destinato a un duro lavoro anche in questo inizio di agosto: soprattutto la sezione disciplinare.

    Infatti, da un lato è stato disposto il rinvio di una settimana per decidere sulla richiesta di trasferimento d’urgenza del P.M. Storari – la rubrica si è occupata anche di questo – dall’altro sono pervenute altre richieste di sanzioni da parte del Procuratore Generale della Cassazione che nei confronti di cinque ex componenti del Consiglio medesimo ha chiesto la sospensione dalle funzioni: due anni per Luigi Spina, Antonio Lepre e Gianluigi Morlini, uno per Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli, ritenuti responsabili di avere partecipato ad incontri con Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri (quest’ultimo fuori ruolo in quanto deputato non si sa più bene con quale formazione politica ed, a sua volta, sottoposto a procedimento disciplinare) volti alla spartizione degli incarichi direttivi.

    Non va in ferie neppure Francesco Prete, Procuratore Capo a Brescia che ha recentemente iscritto nel registro degli indagati il suo Collega Francesco Greco, alla guida – come è noto – della Procura di Milano, per omissione di atti di ufficio in relazione alla mancata apertura di un’inchiesta sulla famigerata “Loggia Ungheria”: un colpo di coda inquietante nella vicenda dei verbali di interrogatorio secretati dell’avvocato Amara finiti ovunque tranne dove avrebbero dovuto restare o essere trasmessi.

    E non vanno in ferie nemmeno Giancarlo Caselli, ex Procuratore di Torino e Palermo (ma, tanto, è già in pensione) e Nicola Gratteri, Procuratore a Catanzaro, che da pulpiti diversi si scagliano contro la riforma del processo penale elaborata dalla Commissione istituita dalla Guardasigilli Cartabia: “la peggiore riforma della giustizia mai vista” afferma Gratteri alla trasmissione “In Onda” su La 7 nel corso di un’intervista che sarebbe stata abbisognevole dei sottotitoli in italiano.  Caselli, invece, si schiera nettamente contro la modifica della prescrizione plaudendo implicitamente all’operato di Fofò Bonafede. Si vede che in tempi di chiusura delle discoteche ha nostalgia di un dj che pochi altri rimpiangono.

    A parte la querelle destinata a non esaurirsi sulla riforma, che sarà sottoposta a voto di fiducia, prosegue incessantemente a sprofondare nell’abisso la credibilità della magistratura: un abisso nel quale, come suggeriva Nietzsche, è meglio non guardare a lungo perché anche l’abisso ti guarda dentro.

    Nonostante tutto ciò, l’Associazione Nazionale Magistrati non sembra interessata a formulare per i suoi iscritti quantomeno un richiamo generale al ritorno a comportamenti visibilmente virtuosi ed una presa di distanza netta dal verminaio scaturito in seguito all’ affaire Palamara e non solo da quello. La corporazione, piuttosto, si stringe a difesa tacita dei suoi componenti: in fondo sono solo compagni che sbagliano, come si diceva dei brigatisti quando rapine, omicidi e sequestri erano visti come un modo di interpretare il marxismo, le “diversità” viste come degenerazioni borghesi e proprio il PCI  – formidabili quegli anni in cui non si parlava di DDL Zan – discriminava gli omossessuali sino al punto di espellere Pier Paolo Pasolini dal partito per indegnità morale.

    Sipario? Forse…

  • Cinque anni che testimoniano soltanto un fallimento

    È un’esperienza che sempre si ripete nella storia;

    il fatto che qualsiasi uomo abbia del potere è portato ad abusarne.
    Montesquieu

    Sì, sono passati ormai cinque anni da quando è diventata operativa la riforma del sistema di giustizia in Albania. Purtroppo adesso, dopo cinque anni, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo anche in queste ultime settimane alla mano, si potrebbe considerare una riforma che non ha quasi minimamente realizzato i suoi dichiarati obiettivi. Perciò si potrebbe considerare una riforma fallita. Anzi, consapevolmente ideata, programmata ed attuata per diventare tale. L’autore di queste righe ha trattato ed analizzato spesso questo argomento ed ha informato a tempo debito il nostro lettore, dal 2016 in poi.

    Erano le primissime ore del 22 luglio 2016 quando tutti i deputati del Parlamento albanese hanno votato all’unanimità gli emendamenti costituzionali che permettevano l’attuazione di quella che comunemente è nota come la riforma di giustizia. Quella riforma che, sulla carta, doveva dividere definitivamente il potere giudiziario da ogni e qualsiasi influenza dai due altri poteri (esecutivo e legislativo), come previsto e sancito da Montesquieu nel suo noto libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748. Quella riforma, cioè, che doveva rendere finalmente il sistema della giustizia indipendente, non influenzabile e non influenzato, da qualsiasi intervento politico. Quella riforma che doveva spezzare definitivamente qualsiasi legame e influenza politica e/o di ogni altro tipo che potevano condizionare la sovranità decisionale del sistema della giustizia in Albania! Ma la vera e vissuta realtà dimostra ben altro adesso, dopo cinque anni da quel 22 luglio 2016, quando tutti i deputati, della maggioranza e dell’opposizione, applaudirono contenti, come mai era accaduto prima, l’approvazione all’unanimità degli emendamenti costituzionali necessari per avviare l’attuazione della riforma di giustizia. Compresi anche i “rappresentanti internazionali” presenti nell’aula del Parlamento, nonostante l’ora insolita.

    Adesso, dopo cinque anni da quel 22 luglio 2016, purtroppo risulterebbe proprio quello che avevano previsto e detto le cattive lingue. E cioè che si trattava di una strategia ideata, programmata ed attuata per permettere al primo ministro di controllare personalmente tutto il sistema, comprese le nuove istituzioni della giustizia costituite in seguito. Quanto è accaduto e sta tuttora accadendo ha semplicemente e palesemente dimostrato e testimoniato la totale cattura ed il personale controllo del sistema “riformato” della giustizia dal primo ministro e/o da chi per lui. Ormai è pubblicamente noto che si trattava di una “riforma” ideata e fortemente sostenuta, in tutte le sue fasi di stesura e consultazioni preliminari, da una fondazione con una vasta estensione internazionale, facente capo ad un multimiliardario speculatore di borsa oltreoceano. Anzi, erano proprio i massimi dirigenti in Albania di quella fondazione che, dopo il 22 luglio 2016, hanno pubblicamente espresso la loro piena soddisfazione per l’avvio dell’attuazione della riforma della giustizia. Hanno altresì dichiarato la “paternità” e hanno evidenziato il loro contributo nella stesura della riforma con i propri “specialisti”. E, guarda caso, alcuni di quegli “specialisti”, nonostante le leggi, ormai in vigore, in sostegno della riforma lo impediscano, hanno assunto e tuttora mantengono incarichi direzionali nelle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia! L’attuazione di una simile riforma di giustizia ha facilitato, anzi, è stata concepita per facilitare il consolidamento in Albania di un regime autocratico, di una nuova dittatura sui generis, camuffata da pluripartitismo. Una dittatura che in realtà è l’espressione dell’alleanza, in atto da alcuni anni, del potere politico con la criminalità organizzata che si sta rafforzando pericolosamente e con certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali.

    L’autore di queste righe informava il nostro lettore nel luglio 2016 che “…Quanto è successo durante questi mesi e legato alla Riforma, rende chiaro che il primo ministro voleva a tutti i costi una riforma che gli poteva permettere il controllo del sistema” (Dopo il 21 luglio; 25 luglio 2016). Erano tante le evidenze che confermavano una simile conclusione. Una fra le tante era la legge, prevista e fortemente voluta dal primo ministro, per la costituzione dell’Ufficio Nazionale dell’Investigazione sotto il controllo del ministro degli Interni. Proprio di quel ministro che sarà ricordato per aver diretto la cannabizzazione di tutto il territorio del Paese. Ed accadeva, guarda caso, nel 2016! Una legge quella che è stata annullata dalla Corte Costituzionale dietro richiesta dell’opposizione. Durante questi anni sono state tante le prove inconfutabili e le evidenze che dimostrerebbero la cattura ed il personale controllo del sistema “riformato” di giustizia da parte del primo ministro. Bisogna sottolineare però che quel sistema, da anni, aveva dimostrato tanti seri problemi di funzionamento. Ragion per cui aveva urgente bisogno di essere ristrutturato. L’autore di queste righe scriveva alcuni mesi fa: “…che il sistema di giustizia in Albania avesse bisogno di essere riformato, nessuno l’ha messo mai in dubbio. Che il sistema subisse delle ingerenze politiche, ignorando consapevolmente la sua indipendenza, anche questo era un dato di fatto. Che il sistema fosse considerato corrotto e che la giustizia venisse data in funzione del “miglior offerente”, si sapeva bene”. E poi proseguiva “…adesso, sempre dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe anche che il sistema della giustizia sia pericolosamente e politicamente controllato da una sola persona. E cioè dal primo ministro e/o da chi per lui. Il che è proprio l’opposto contrario degli obiettivi strategici posti e che dovevano essere raggiunti con la Riforma del sistema di giustizia in Albania. Uno dei quali prevedeva la reale e garantita indipendenza del sistema dagli altri poteri istituzionali. L’altro prevedeva la fine dell’impunità dei politici corrotti e colpevoli, i quali costituiscono, purtroppo, una combriccola molto numerosa in Albania.” (Il fallimento voluto ed attuato di una riforma; 26 ottobre 2020). Adesso però, cinque anni dopo quel 22 luglio 2016, il sistema “riformato” della giustizia risulta essere molto più controllato di prima. E ciò che è peggio, è controllato da una sola persona, il primo ministro, mentre prima il controllo del sistema era “distribuito” tra i due/tre centri di influenza.

    Purtroppo, una simile pericolosa realtà non poteva mai e poi mai accadere senza il beneplacito ed il dichiarato appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania. E neanche senza le loro palesi e significative minacce contro coloro che non dovevano votare in parlamento quanto richiesto. Erano quei “rappresentanti internazionali” che garantivano la “bontà” della riforma e promettevano pubblicamente che tanti “pesci grandi” sarebbero stati catturati dalla “rete della giustizia”. Adesso, fatti accaduti alla mano, tutti sanno che nessun “pesce grande” ha avuto quella sorte. Anzi, sono proprio loro che controllano il sistema “riformato” della giustizia. Tant’è vero che adesso si evita anche di usare simili parole. Proprio domenica scorsa, il 25 luglio, l’ambasciatrice statunitense in Albania ad una domanda di un giornalista sui “pesci grandi” ha risposto: “…io non sono una pescatrice, sono semplicemente una diplomatica”. Chissà cosa avrà pensato il suo predecessore, proprio colui che ha molto parlato di “pesci grandi che dovevano cadere nella rete della giustizia”?! E come se fosse arrivata ieri e non conoscesse per niente la realtà albanese, lei, l’ambasciatrice statunitense che, come tutti gli altri “rappresentanti internazionali’ in Albania ha continuamente e pubblicamente parlato dei “grandi successi” della riforma di giustizia, adesso ha cambiato anche il suo approccio verbale. Domenica scorsa l’ambasciatrice ha preferito chiedere ai cittadini di “continuare ad essere non contenti” e di “…essere più esigenti nei confronti dei governanti, delle persone da loro elette”! Riesce a capire però l’ambasciatrice che in Albania ormai è restaurata e si sta consolidando una nuova e molto pericolosa dittatura?! Riesce a capire l’ambasciatrice che di fronte ad una dittatura i cittadini non possono e non devono continuare ad esigere dai loro “eletti” di avanzare con la riforma della giustizia! Riesce lei a capire che una dittatura o si rovescia con la ribellione e le proteste continue, oppure si subisce fino in fondo?! Quanto sta dicendo adesso l’ambasciatrice è ipocrisia pura, è un’offesa ai cittadini che riescono a capire ed avere una loro opinione non condizionata, né da quanto dice il primo ministro e neanche dalle dichiarazioni dei soliti “rappresentanti internazionali”, lei compresa. Ma con le sue parole di domenica scorsa, l’ambasciatrice ha ammesso, nolens volens, che la riforma della giustizia non è un “successo” come si dichiarava prima. Anzi!

    Nel frattempo sono tanti i casi oggetto di indagine da parte delle istituzioni specializzate. Perché sono tante ormai le denunce ufficialmente depositate presso la nuova Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata costituita nel dicembre 2019. La più significativa è quella riguardante la barbara demolizione del Teatro Nazionale, di cui il nostro lettore è ormai a conoscenza. Ma c’è anche il caso clamoroso di un imprenditore italiano al quale adesso i cittadini albanesi devono pagare alcune centinaia di milioni, soltanto per un “semplice capriccio” del primo ministro! Ci sono anche le denunce sul coinvolgimento delle persone molto altolocate nel riciclaggio del denaro in connivenza con la criminalità organizzata internazionale, ‘Ndrangheta compresa. Anche di questo il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Sono anche molte altre denunce ufficialmente depositate in attesa. Chissà se si avvieranno le dovute indagini però, visto il modo di operare delle nuove istituzioni del sistema “riformato” di giustizia. Una significativa testimonianza di quel modo di operare sono, tra le tante altre, anche due denunce sulle clamorose e pubblicamente note manipolazioni elettorali in Albania. Manipolazioni nelle quali sono stati coinvolti, come è stato appurato dalle intercettazioni ormai rese pubbliche, anche il primo ministro, alcuni ministri ed altri alti funzionari. Sarà una bella sfida per il “riformato” sistema di giustizia.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Albania è la solita buffonata di un primo ministro in vistosa difficoltà. Il nostro lettore è stato informato. Egli è convinto che se non si comincia ad indagare sull’operato del primo ministro e dei suoi “fedelissimi” sarà una diretta e inconfutabile prova che il sistema “riformato” della giustizia è e sarà controllato direttamente proprio dal primo ministro e/o da chi per lui. Chi scrive queste righe è altresì convinto che per le nuove istituzioni è arrivato è il momento della prova. Adesso devono cominciare a dimostrare realmente e con atti concreti la loro indipendenza dalla politica, ragion per cui è stata avviata la stessa riforma. Adesso devono dimostrare la loro integrità morale e capacità professionale, partendo dai casi che vedono direttamente coinvolto il primo ministro e i suoi “fedelissimi”. In caso contrario tutti i cittadini responsabili e patrioti albanesi hanno il sacrosanto diritto di credere ed affermare ad alta voce che in questi cinque anni è stato palesemente dimostrato e testimoniato il voluto e programmato fallimento della riforma del sistema di giustizia in Albania!

  • In attesa di Giustizia: gran finale

    Siamo alle soglie delle ferie giudiziarie e – come alla conclusione di uno spettacolo – il sipario si alza e si abbassa perché sia offerto il giusto tributo ai protagonisti che riappaiono uno per volta, a coppie, tutti insieme, e qualcuno concede anche il bis.  Ecco…nel nostro caso mancano gli applausi perché c’è poco di cui compiacersi.

    Lato Procura di Milano, la fuga di notizie riferisce che si sta inasprendo lo scontro con quella di Brescia che richiede atti utili per le indagini nei confronti del P.M. De Pasquale, sotto accusa per avere occultato prove a discarico di imputati nel processo c.d. “ENI – Nigeria”: ma il Procuratore Greco rifiuta di collaborare sostenendo che vi sia da tutelare il segreto istruttorio di un’inchiesta ancora in corso.

    Quel segreto istruttorio milanese ad assetto variabile che ha condotto alla incriminazione di Piercamillo Davigo, di cui questa rubrica ha dato conto la settimana scorsa, e la cui difesa prende le mosse da un’intervista al Corsera con accurata selezione – così pare leggendola – dei soggetti di cui parlare e coinvolgere; nel frattempo, in sede disciplinare, della sua fonte Paolo Storari è stato richiesto il trasferimento immediato lontano da Milano, dalla Lombardia e dalle funzioni di Pubblico Ministero accompagnato dal tradizionale garrulo volo degli stracci e messaggi trasversali.  Come dire: un bel silenzio non fu mai scritto.

    Scendendo, di poco la penisola, abbiamo la Procura di Pavia con una brutta gatta da pelare: quella dell’assessore alla sicurezza di Voghera che ha ucciso un ragazzo extracomunitario durante una colluttazione. Il politico locale è stato messo agli arresti domiciliari con provvedimento di fermo che può essere motivato solo con l’evidenza del pericolo di fuga. Che non c’è perché manca qualsiasi elemento con cui sostenere questa tesi: un po’ come accadde con gli indagati per i fatti della funivia del Mottarone. Ecco allora che, prima dell’udienza di convalida, dopo l’incolpazione (originariamente di omicidio volontario) vengono anche cambiati i presupposti della richiesta: pericolo di ripetizione del reato e di inquinamento delle prove…che però, per legge, non sono i presupposti del fermo a tacere del fatto che – essendo stato contestato l’eccesso in legittima difesa –  in ipotesi di reato colposo e soprattutto in un caso come questo, è ardito sostenere il rischio di commissione di altro fatto analogo. Quanto al pericolo di inquinamento delle prove, anche sotto tale profilo, non vi è traccia di una volontà in tal senso. L’assessore resta in carcere: qui si parla di libertà personale ad assetto variabile; il fatto è brutto ma l’andamento ondivago sussultorio dell’accusa non è poi tanto meglio.

    Scendiamo ancora: a Perugia Luca Palamara è stato rinviato a giudizio per corruzione e l’ex Presidente dell’A.N.M. ha commentato affermando che l’udienza preliminare è un “passaggio stretto”: bene, se n’è accorto, altro che udienza filtro per scongiurare le imputazioni non sostenibili in giudizio! Palamara, tuttavia, si dice certissimo che varrà assolto. Può darsi, non conosciamo gli atti nella loro interezza e nessuna ipotesi deve essere azzardata anche se cotanto ottimismo pare un filo eccessivo.

    Ed eccoci a Roma: il C.S.M. vota e boccia la riforma “Cartabia” sulla prescrizione. Ma perché, il Consiglio Superiore non sarà mica diventato una terza Camera? Già c’è chi sostiene che due siano troppe e va bene esprimere opinioni, è un diritto innegabile, ma un voto formale su questo tema prima di quello nella sede naturale sembra esorbitare dalle competenze costituzionalmente affidate al C.S.M.. Poi dicono che non condizionano la politica.

    In Parlamento, invece, la riforma sulla giustizia finirà con l’essere affidata al voto di fiducia perché le truppe cammellate dell’ex avvocato degli italiani sono in rivolta e non si può perdere tempo ad ascoltare piagnistei pentastellati  a basso contenuto di garantismo  (e denaro: quello del Recovery Fund).

    Intanto continua a  procedere di gran carriera la raccolta di firme per i referendum sulla Giustizia: non tutti i quesiti sono formulati in maniera impeccabile ma sono questioni per addetti ai lavori ed il successo, invece,  la dice lunga del sentiment dei cittadini a proposito di Giustizia.

    Cittadini che, nonostante le proteste contro il green pass, stanno tornando in massa a prenotare la vaccinazione. Magari la scelta non è dettata da un ritrovato senso civico volto a contrastare la circolazione del virus ma dal timore di non poter andare al cinema o al ristorante. Però resta apprezzabile.

    Insomma, va bene così in un Paese dove la libertà è alla mercè di un sistema allo sfascio in cui ormai sono tutti contro tutti, quella di vaccinarsi va – come concetto – capovolta: vaccinarsi è la libertà ed almeno quella non dipende dalle Procure.

    Sipario.

  • Ipocrisia, bugie e inganni che, invece, accusano pesantemente

    Ci sono tre cose al mondo che non meritano alcuna pieta: l’ipocrisia, la frode e la tirannia.

    Frederick William Robertson

    Jean de La Fontaine, uno dei più noti scrittori del Seicento, che si legge con interesse e si impara in ogni tempo, riusciva sempre ad additare e punzecchiare i vizi e i difetti della società. Seguendo con maestria e creatività le orme di Esopo, Fedro e altri favolisti dell’antichità, egli ha fatto degli animali i personaggi principali delle sue favole. La volpe e il busto è una delle tantissime favole di La Fontaine, In pochi versi il noto scrittore francese ha messo in evidenza quelle “larve di commedianti” che pretendono di essere i “grandi del mondo” e che riescono ad attirare l’attenzione soltanto delle persone incapaci di pensare, degli “ignoranti”. Coloro che La Fontaine considera dei somari, che non riescono a pensare con la propria testa. Ma per fortuna in questo mondo ci sono anche quelli che sono capaci di pensare e non permettono ai “grandi’ di farli passare per dei somari. In questa favola essi vengono rappresentati dalla volpe. La favola comincia così: “I grandi, presi in blocco, son di solito larve di commedianti, che fanno effetto sol sugli ignoranti. I ciuchi a lor s’inchinano, perché capir non sanno più in là di quel che vedono”. E poi La Fontaine prosegue, mettendo in contrasto le capacità dei “grandi” che sfruttano la stupidità dei ciuchi per ingannarli, con la saggezza e la furbizia della volpe. E cioè delle persone che non si lasciano infinocchiare e pensano con la propria testa. Si perché “…i furbi, che con più prudenza vanno, dapprima non si fidano se in ogni parte chiaro non ci vedono, o come quell’antica Volpe fanno”. E cosa fa la volpe ce lo racconta in seguito, negli ultimi versi, lo stesso La Fontaine. “Un dì (narra la favola) innanzi a un colossal busto d’un grande eroe la Volpe si fermò e subito esclamò: “Testa stupenda e nobile opera di scalpello, ma vuota di cervello”.

    Sempre e in diverse parti del mondo ci sono delle persone, spesso cariche di responsabilità istituzionali anche importanti, che sono simili a quelle “larve di commedianti” della favola di La Fontaine. Loro però hanno sempre bisogno di avere intorno dei “ciuchi che a lor s’inchinano”, per far passare le loro ipocrisie, per portare a compimento i loro inganni e le loro malvagità. Loro fanno di tutto, però, a ridicolizzare, distorcere, annebbiare e, magari, annientare quello che pensano e dicono coloro che riescono a capire, e cioè le “volpi”. E come sempre e in diverse parti del mondo, anche in Albania ci sono i “grandi” quelle “larve di commedianti”, i “ciuchi che a lor s’inchinano” e le “volpi” che riescono a capire. Il primo ministro albanese, soprattutto quando si trova in difficoltà, cosa che accade spesso, soprattutto in questi ultimi anni, cerca di ingannare chi lui può e chi a lui “acconsente”. Lui, simile ad una “larva di commediante”, avrebbe voluto che tutti fossero dei “ciuchi”. Così che gli sarebbe stato facile mentire loro e ingannarli, per coprire tante malefatte, tanti abusi di potere, tanta corruzione che adesso sono di dominio pubblico. Una realtà quella che non vedono, non sentono e non capiscono soltanto i “ciuchi”, i consenzienti interessati per vari motivi e, purtroppo, anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Ma adesso neanche l’ipocrisia, le bugie e gli inganni del primo ministro albanese, dei suoi “fedelissimi” e della propaganda governativa non bastano, anzi, ormai gli si ritorcono contro. Quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in Albania lo sta testimoniando palesemente. E sono pochi i “ciuchi” che si lasciano infinocchiare dalle ipocrisie, dalle bugie e dagli inganni del primo ministro.

    Tutto quanto sta accadendo in questi giorni in Albania sta dimostrando che il sistema “riformato” della giustizia e le sue istituzioni, sono sotto il diretto controllo del primo ministro, il quale, per salvare se stesso, non bada a niente e può sacrificare chiunque. Ci sono persone, contro le quali le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia possono agire e avviare delle indagini. Così come ci sono altre persone, gli “intoccabili”, primo ministro in testa, di fronte alle quali le stesse istituzioni diventano “comprensibili e tolleranti”. Compresa anche la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, nota come la Struttura Speciale Anticorruzione. Ed è proprio l’operato di questa Struttura, dalla sua costituzione nel dicembre 2019, che lo dimostra, mettendo in evidenza il controllo del sistema da parte del primo ministro e/o da chi per lui. Tutto ciò rappresenta una grave e preoccupante realtà, che non riescono a vedere e capire soltanto i “ciuchi che a lor s’inchinano” e i “consenzienti interessati”. Ma, purtroppo, una simile realtà non la vedono e capiscono neanche i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania. Anzi, loro continuano ad applaudire i “successi” della riforma e delle istituzioni “riformate” della giustizia. Struttura Speciale Anticorruzione compresa. Ormai tutte le persone che riescono a pensare con la propria testa sono convinte che se non si comincia ad indagare sugli abusi del primo ministro e dei suoi “fedelissimi”, niente può essere più credibile sull’operato del sistema di giustizia in Albania.

    Il 2 luglio scorso era una giornata carica di avvenimenti in Albania. In mattinata è stata resa nota la decisione della Corte Costituzionale sul Teatro Nazionale. Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana (Una barbara e talebana distruzione che rivendica giustizia; 5 luglio 2021). Il 2 luglio scorso, è stato reso noto pubblicamente anche l’esito di un’operazione comune della Direzione investigativa antimafia (DIA) di Bari e delle autorità specializzate albanesi. Tutte le indagini sono state svolte nell’ambito di una Squadra investigativa comune. L’operazione è stata coordinata dal rappresentante italiano dell’Unità di Cooperazione giudiziaria dell’Unione europea (Eurojust), con sede all’Aia (Olanda). Si trattava di quattro ben organizzati gruppi criminali operanti in Albania in stretto contatto con organizzazioni criminali baresi. Gruppi che, dal 2014 al 2017, hanno trafficato ingenti quantità di droga provenienti dall’Albania. Il 2 luglio scorso, durante una videoconferenza, i rappresentanti della Squadra investigativa comune hanno reso noto che sono stati eseguiti i decreti di sequestro patrimoniale che riguardavano beni mobili e immobili, per un valore di alcuni milioni di euro. Sono stati eseguiti anche 35 provvedimenti cautelari in carcere e 3 agli arresti domiciliari in Albania, in Italia, in Spagna e in Montenegro. Le accuse sono quelle di corruzione, abuso d’ufficio, riciclaggio di denaro e traffico internazionale di droga. Risulterebbe che nell’ambito della sopracitata operazione siano state sequestrate circa sei tonnellate di droga tra marijuana, cocaina ed hashish. Droghe che dovevano portare alle organizzazioni criminali dei proventi stimati in oltre 55 milioni di euro. Sono state di grande aiuto alle indagini anche le dichiarazioni di quattro pentiti albanesi arrestati in Italia, ormai collaboratori di giustizia. Dalle indagini è risultato che la criminalità organizzata in Albania è talmente potente che riesce a gestire anche lo spegnimento dei radar che dovrebbero controllare, continuamente, ogni movimento sugli spazi marini albanesi, anche nell’ambito della NATO!

    Non è la prima volta che accadono operazioni del genere, ma è la prima vota che tra le persone arrestate e quelle ancora da arrestare, oltre ai trafficanti, ci sono anche degli alti funzionari della polizia di Stato albanese, un procuratore, funzionari dell’amministrazione pubblica e due guardie del corpo dell’ex ministro degli Interni albanese, del ”capitano della lotta contro la criminalità”, come lo chiamava il primo ministro! Il “capitano” però si è “dimesso” nella primavera del 2017 perché è stato direttamente coinvolto ad “agevolare” le attività di un gruppo criminale, diretto da suoi parenti, come risultava dalle indagini fatte dalla giustizia italiana. Tutto quanto è stato reso noto il 2 luglio scorso ha messo in grande difficoltà il primo ministro e la sua propaganda. Ragion per cui hanno subito “fabbricato” un diversivo. Il 6 luglio scorso la Struttura Speciale Anticorruzione ha chiesto l’arresto di un sindaco con l’accusa di corruzione e abuso d’ufficio. E neanche cinque minuti dopo l’arresto, guarda caso, il primo ministro ha reagito, “determinato”, contro la corruzione, “sacrificando” uno dei suoi. Perché con una fava si potevano prendere due piccioni. Si spostava l’attenzione da tutto quello che è stato reso pubblicamente noto il 2 luglio scorso e si poteva “applaudire” ai “successi” del sistema “riformato” di giustizia. E non potevano, ovviamente, mancare neanche le congratulazioni, all’operato del sistema di giustizia, da parte dei soliti “rappresentanti internazionali”. Per “annebbiare” tutto quanto è stato reso noto il 2 luglio scorso bisognava trovare, come sempre, anche dei colpevoli. E questa volta, oltre al sindaco, il primo ministro ha deciso di “incolpare” le strutture della polizia di Stato. Proprio di quella polizia che fino a pochi mesi fa era la “Polizia che vogliamo”. Detta proprio con vanto dallo stesso primo ministro e in varie occasioni pubbliche. Ma questo è il suo ben noto modo di agire, quando si trova in grande difficoltà. E questo accade molto spesso. Lui però, non avendo scrupolo alcuno ed essendo un ipocrita, un bugiardo e un ingannatore nato cerca di convincere ed entusiasmare i “ciuchi che a lui s’inchinano”. Ma sono ipocrisia, bugie e inganni che, invece di salvare, stanno accusando pesantemente sia il primo ministro che i suoi “fedelissimi”. Nel frattempo lui, direttamente e/o da chi per lui, sta coordinando altri “diversivi”, insieme con la Struttura Speciale Anticorruzione, per “offuscare” quanto è accaduto e sta tuttora accadendo. Comunque sia però, lui, il primo ministro, è il primo degli “intoccabili”. Lo ha dichiarato il 9 luglio scorso, di fronte a tutti i sindaci, che “…sarà chiunque di voi, ma non io […] che andrà davanti alla Struttura Speciale Anticorruzione per dare spiegazioni.”. Più chiaro di così!

    Chi scrive queste righe seguirà questi ultimi sviluppi, tuttora in corso, ed informerà in seguito il nostro lettore. Egli è convinto però che sono tanti, ma veramente tanti gli scandali e gli abusi del primo ministro e dei suoi “fedelissimi”. Scandali ed abusi che metteranno veramente in difficoltà il sistema “riformato” di giustizia. Ma anche i soliti “rappresentanti internazionali” e tutti i “ciuchi che a lor s’inchinano”. Chi scrive queste righe concorda però con il pastore anglicano Frederick William Robertson, che nel XIX secolo diceva: Ci sono tre cose al mondo che non meritano alcuna pietà: l’ipocrisia, la frode e la tirannia”.

  • In attesa di Giustizia: ossimori

    La settimana scorsa, nelle ore più convulse per varare in Consiglio dei Ministri la riforma del processo penale riveduta e corretta dalla Guardasigilli, un convitato di pietra attendeva l’esito della battaglia tra giacobini e liberali standosene discretamente nella sua stanza d’albergo: il Commissario Europeo alla Giustizia, giunto a Roma con l’imperativo categorico di riportare l’Italia nel novero dei Paesi dotati di un impianto processuale democratico oppure di tagliare i fondi europei.

    Il Premier, uomo di grande buon senso ed assistito nell’opera di Governo da figure di altro profilo come Marta Cartabia, ha intuito tutti i sottesi a quella presenza e si è battuto per rintuzzare i rigurgiti inquisitori della compagnia di giro pentastellata.

    Il risultato più ostico da raggiungere è stato quello sulla riforma del regime della prescrizione, che nella formulazione attuale era stato fortemente voluto dai grillini, ponendo rimedio allo scandalo di processi che durano per tutta la vita di un imputato o di una parte offesa.

    E, d’altra parte, l’Europa ha fatto bene ad imporci il cambiamento, pena la perdita dei finanziamenti: siamo il Paese più condannato per violazione dei diritti convenzionali. Abbiamo un sistema che non garantisce il rispetto della presunzione di innocenza, anzi la mortifica col pericolo concreto che l’attesa di giustizia per un imputato sia destinata ad un percorso di lunghissima ed imprevedibile durata: e fosse anche colpevole nulla cambia dal punto di vista della previsione costituzionale sulla ragionevole durata del processo.

    Intanto, e la dice lunga su come la pensano gli italiani, prosegue con un successo forse al di là delle attese la raccolta di firme per i referendum sulla Giustizia tra i quali è centrale quello relativo alla separazione delle carriere tra Giudice e Accusatore: solo in Giudice che non abbia vincoli di carriera o, peggio, di cordata associazionistica col Pubblico Ministero, potrà essere indipendente e terzo.

    Proprio in merito a quest’ultimo tra i vari quesiti referendari non è fuor di luogo ricordare che alle Camere giace un disegno di legge – oltretutto di origine popolare – fortemente inviso e perciò boicottato dai soliti noti delle solite note forze politiche: dare la parola al corpo elettorale è, dunque, l’ultima opportunità.

    Tornando al progetto di riforma licenziato da Palazzo Chigi, è importante che si sia partiti con il piede giusto ma vi è da pensare, guardando anche al precedente appena richiamato, che sarà durissima la strada del confronto parlamentare.

    La tenzone cui si appresta la fronda giacobina, infatti, è stata immediatamente preannunziata con il furore intellettuale e dialettico che gli è proprio dall’indimenticabile cabarettista Cinque Stelle assurto al soglio del Ministero della Giustizia grazie alla benedizione di Giuseppi Conte: uno che, evidentemente, da come riconosce i giuristi conosce e capisce il diritto come l’aramaico.

    Bene ma non benissimo, dunque: certamente un po’ preoccupa che le sorti di una cosa seria come la Giustizia dipendano anche dai voti provenienti da un Movimento dilaniato da lotte intestine per la mediazione delle quali il Capo Comico ha selezionato un comitato composto da sette saggi.

    Sette saggi che non sono certo Talete, Solone, Periandro, Cleobulo, Chilone, Briante e Pittaco ma il meglio del meglio di quel manipolo di parlamentari nelle cui mani è affidato – tra le altre cose – il futuro del processo penale. Come dire: ossimori, e un fondato timore resta.

  • Una barbara e talebana distruzione che rivendica giustizia

    E’ proprio del barbaro distruggere ciò che non può comprendere.

    Arthur Charles Clarke

    La Corte Costituzionale in Albania, anche se completata solo con sette giudici dei nove, come prevede la Costituzione, dopo un blocco di funzionamento di circa tre anni almeno riesce ad esprimersi. Così è stato anche venerdì scorso, 2 luglio 2021. Si doveva deliberare sul caso della demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. Una demolizione fatta nelle primissime ore del 17 maggio 2020 e in piena chiusura dovuta alla pandemia. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di quell’atto barbaro e vigliacco l’indomani dell’accaduto. Egli scriveva allora: “Da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre. Partendo dal primo ministro e dal sindaco della capitale”. E poi concludeva scrivendo: “… i vigliacchi della notte hanno distrutto ieri il Teatro Nazionale. Perché è noto che i corrotti, i pipistrelli umani, non sanno cosa sia la luce. Perciò agiscono solo di notte! (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2021).

    Venerdì scorso la Corte Costituzionale, dopo tre precedenti sedute pubbliche iniziate un mese fa e dopo aver esaminato e giudicato, si è espressa sulle tre denunce fatte dal presidente della Repubblica. Denunce che si riferivano all’edificio del Teatro Nazionale e che evidenziavano delle violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore da parte delle istituzioni. Bisogna sottolineare che quando sono state depositate le denunce la Corte Costituzionale non era funzionante. Con la prima denuncia, del 24 luglio 2019, il presidente della Repubblica chiedeva alla Corte Costituzionale di dichiarare come anticostituzionale la legge “speciale” approvata il 5 luglio 2018 dal Parlamento con solo i voti della maggioranza governativa. Nonostante due rinvii della legge, decretati dal presidente della Repubblica, argomentando anche tutte le violazioni costituzionali e legali fatte, è comunque entrata in vigore la legge che il Parlamento approvò definitivamente con i voti della maggioranza il 20 settembre 2018. La legge “speciale” sanciva le procedure per la demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale, permettendo, in seguito, la costruzione sul territorio pubblico, in pieno centro di Tirana, dei grattacieli con dentro anche un teatro. Nella denuncia presentata dal presidente della Repubblica presso la Corte Costituzionale il 24 luglio 2019 si evidenziavano diverse violazioni costituzionali e legali. Secondo il presidente la legge “speciale” per il Teatro Nazionale violava i principi dell’uguaglianza davanti alla legge e quello della libertà dell’attività economica dei cittadini. La legge non rispettava i principi costituzionali dell’identità nazionale e del patrimonio nazionale. La legge non rispettava neanche quanto prevedono gli articoli 71 e 74 dell’Accordo della Stabilizzazione e Associazione dell’Albania con l’Unione europea. La legge violava anche i principi della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (ufficializzata a Parigi il 17 ottobre 2003; n.d.a.), che l’Albania ha sottoscritto. In più violava il principio della decentralizzazione e dell’autonomia del potere locale. Secondo il presidente della Repubblica “La legge per la demolizione [dell’edificio] del Teatro Nazionale è un simbolo, un ‘capolavoro’ con il quale, come mai prima, si sta attuando in piena armonia un crimine costituzionale, nazionale e culturale; tutto questo solo per gli interessi di quella che posso chiamarla rule of oligarchs (potere degli oligarchi)”.

    L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore degli abusi di potere e delle conseguenze di quella legge “speciale”. Egli scriveva allora: “Giovedì scorso il Parlamento, con i soli voti della maggioranza governativa, ha approvato una legge speciale, con procedure d’urgenza, in palese contrasto con quanto prevede la Costituzione e le leggi in vigore nella Repubblica d’Albania. Legge che prevede l’abbattimento del Teatro, il passaggio ad un costruttore privato e la costruzione, al posto del Teatro, di alcuni mostri di cemento armato. Una fonte milionaria di profitti corruttivi per chi lo ha ideato e ormai permesso quella legge anticostituzionale.” (Dannoso operato di alcuni rappresentanti; 9 luglio 2018). L’autore di queste righe, sempre riferendosi all’attuazione del diabolico, corruttivo e clientelistico piano del primo ministro per distruggere l’edificio del Teatro Nazionale, scriveva convinto che “…per garantire la riuscita di quella diabolica impresa e scavalcare i tanti palesi e insormontabili ostacoli legali, hanno trovato la soluzione tramite la legge speciale. Proprio di quel tipo di leggi che, come prevede la Costituzione, si adoperano soltanto in casi eccezionali, come conflitti armati, invasioni e altre determinate e previste emergenze. Mentre fare una legge speciale per la demolizione del Teatro Nazionale e passare tutta l’area ad un privato prescelto dal primo ministro, per poi costruire dei grattacieli, era tutt’altro che un caso eccezionale e/o un’emergenza! Era però chiaramente una legge che permetteva di prendere due piccioni con una fava. Prima si garantiva il riciclaggio di enormi quantità di denaro sporco da investire in edilizia e poi si garantivano, a lungo andare, “puliti” guadagni, altrettanto enormi, dai ricavati delle attività svolte in quegli edifici.” (Palcoscenico salvato; 29 luglio 2019).

    Tornando alle denunce fatte dal presidente della Repubblica presso la Corte Costituzionale, la seconda denuncia era quella del 14 maggio 2020. Denuncia che riguardava una decisione del Consiglio dei ministri dell’8 maggio 2020, con la quale il governo passava i 5522 metri quadri del Teatro Nazionale, proprietà del ministero della cultura, al comune di Tirana. Una decisione che, guarda caso, è stata pubblicata in fretta e furia, lo stesso giorno, anche sulla Gazzetta Ufficiale! Insieme con la precedente era anche la terza denuncia con la quale il presidente della Repubblica contrastava la decisione presa dal Consiglio comunale di Tirana, il 14 maggio 2020, per demolire l’edificio del Teatro Nazionale, in seguito alla sopracitata decisione del Consiglio dei ministri dell’8 maggio 2020. Il presidente della Repubblica chiedeva alla Corte Costituzionale di annullare quella decisione del consiglio comunale della capitale. Anche perché proprio il 14 maggio 2020 la Corte dei Conti aveva chiesto al comune di Tirana la sospensione di ogni attuazione delle decisioni prese e/o da prendere e che riguardavano l’edificio del Teatro Nazionale. Una richiesta ufficiale, quella della Corte dei Conti, che si riferiva alle decisioni che doveva prendere la Corte Costituzionale in merito alle denunce fatte: quando doveva ritornava ad essere funzionante.

    Ebbene, il 2 luglio scorso la Corte Costituzionale ha finalmente espresso la sua decisione sulle sopracitate denunce. La Corte ha accolto due delle tre richieste del presidente della Repubblica. E cioè ha accolto la richiesta dell’abrogazione della legge “speciale” sul Teatro Nazionale e quella dell’abrogazione della decisione del Consiglio dei ministri sul passaggio di proprietà, dal ministero della cultura al comune di Tirana, del Teatro Nazionale. La Corte ha giudicato che tutte e due erano non compatibili con la Costituzione della Repubblica albanese. La Corte non ha accolto, invece, la richiesta dell’annullamento della delibera del consiglio comunale di Tirana sulla demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. La Corte Costituzionale ha, altresì, sospeso l’applicazione sia della legge “speciale” sul Teatro Nazionale che della decisione del Consiglio dei ministri sul passaggio di proprietà del Teatro Nazionale fino all’entrata in vigore della decisione finale della Corte Costituzionale. Entro i termini previsti dalla legge saranno presentate dalla Corte Costituzionale tutte le argomentazioni scritte che hanno portato alle decisioni prese il 2 luglio scorso. Allora sarà capito anche il non annullamento della decisione del consiglio comunale della capitale. Chissà, forse perché è competenza del tribunale amministrativo?!

    Comunque sia, le decisioni della Corte Costituzionale hanno messo in evidenza i tanti scandali e le tante continue violazioni consapevoli della Costituzione e della legislazione in vigore da parte dei promotori e degli’attuatori del corruttivo progetto per la demolizione del Teatro Nazionale. Partendo dal primo ministro albanese e seguito poi dagli altri suoi ubbidienti subordinati. Lunedì 5 luglio, l’Alleanza per la difesa del Teatro, in base alla decisione della Corte Costituzionale del 2 luglio scorso, ha presentato presso la Struttura Speciale Anticorruzione altri fatti documentati a carico del sindaco della capitale e di altre persone coinvolte nella demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. In seguito sarà la volta della Struttura Speciale Anticorruzione di dimostrare la sua integrità professionale e la sua indipendenza istituzionale. Se no, allora sarà un’ulteriore conferma della cattura e del controllo delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Purtroppo, ad oggi, l’operato della Struttura Speciale Anticorruzione non ha giustificato per niente le aspettative, anzi! Che sia questa la volta buona!

    Chi scrive queste righe considera quanto è accaduto il 17 maggio 2020 una barbara e talebana distruzione che rivendica giustizia. Egli, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per analizzare, trattare ed informare il nostro lettore sul caso del Teatro Nazionale. Un caso che, con il suo simbolismo, è molto rappresentativo e rispecchia la vissuta e sofferta realtà albanese. Chi scrive queste righe è convinto che quanto è accaduto con il Teatro Nazionale è la metafora di quello che accade quotidianamente in Albania. Egli è convinto anche che quanto è accaduto il 17 maggio 2020 con il Teatro Nazionale è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura. E, nel frattempo, condivide il pensiero di Arthur Charles Clarke, secondo il quale è proprio del barbaro distruggere ciò che non può comprendere.

  • In attesa di Giustizia: la Costituzione tradita

    I lettori diversamente giovani sicuramente ricordano la figura del Generale Alfredo Stroessner, dal 1954 al 1989 dittatore del Paraguay, Paese caratterizzato – nel ventesimo secolo – da condizioni di arretratezza socio economica e da un elevato tasso di povertà nonostante la crescita intervenuta verso la fine del millennio e proseguita in modo altalenante sino ai giorni nostri.

    Stroessner, uno dei più longevi golpisti della storia, riuscì a creare un regime dall’apparenza democratica: teneva, per esempio, elezioni presidenziali ogni cinque anni vincendole sistematicamente con risultati superiori al 90%: forse perché le urne erano all’aperto e sotto controllo della polizia, con l’impossibilità di garantire la segretezza del voto.

    Stroessner  poi, appena assunto il potere, dichiarò lo stato di emergenza che la Costituzione consentiva solo per novanta giorni e, rispettandola, gli bastò rinnovarlo ogni tre mesi per una trentina d’anni.

    Nel piccolo Paraguay, destinazione prediletta di gerarchi nazisti in fuga, torture, sparizioni degli oppositori del regime e omicidi politici appartenevano al quotidiano e la brutalità si poteva sfogare, assistita dalla formale discrezione,  anche negli oltre venti campi di concentramento del Paese.

    Ma quello era il Paraguay e tutti – per primi i suoi cittadini – avevano ben chiaro quale fosse il vero volto dell’Amministrazione.

    Il paragone può sembrare eccessivo ma le esagerazioni aiutano a comprendere: in questo caso è con la gravità di quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e di cui si è avuta ampia e desolante cronaca negli ultimi giorni in seguito all’arresto di numerosi agenti in servizio ed alla diffusione di intercettazioni telefoniche e filmati delle telecamere di sorveglianza che documentano violenze di ogni genere nei confronti dei detenuti che avevano osato ribellarsi alle condizioni della struttura che non garantivano la benchè minima prevenzione dal diffondersi del Covid-19. I fatti risalgono all’anno scorso, qualcosa era subito trapelato anche all’esterno, ma solo la svolta nelle indagini della Procura hanno definito i contorni di una vicenda riferendosi alla quale il Ministro della Giustizia ha parlato di Costituzione tradita.

    Sì, perché la nostra Carta Fondamentale, ispirata al pensiero di Cesare Beccaria, assegna alla pena una funzione rieducativa: il carcere dovrebbe essere luogo di recupero, paradossalmente di speranza, chi ne esce dopo avere pagato il suo debito dovrebbe essere un uomo migliore, un pericolo neutralizzato o quantomeno ridotto per la società. Vigilando Redimere, questo era l’emblematico motto del Corpo degli Agenti di Custodia che dal 1990 è diventato Polizia Penitenziaria e che dovrebbe avere competenze specifiche anche allo scopo di perseguire le finalità della Costituzione: per ottenere questo risultato i mezzi e le risorse non possono certamente essere squadracce di picchiatori in odore di impunità garantita loro da qualcuno; tutto troppo grave e palese perché il sospetto non sia più che fondato.

    Già, perché l’orrore da dittatura sudamericana di altri tempi di cui oggi abbiamo contezza sembra che fosse noto in ogni dettaglio già al tempo in cui ebbe a verificarsi; ma dal ministero della Giustizia tutto fu minimizzato, non fu neppure ritenuta necessaria una ispezione: eppure, si dice, il Ministro sapeva.

    Trattandosi, in allora, del ridente Alfonso Bonafede che – tra l’altro – amava paludarsi proprio con i giubbini della Polizia Penitenziaria vi è, tuttavia, da domandarsi non tanto se sapeva ma se aveva capito.

    Certamente, come con la Magistratura affetta da costante perdita di prestigio, credibilità ed autorevolezza, non si deve generalizzare la critica nei confronti di tutti gli appartenenti alla Amministrazione Penitenziaria la gran parte dei quali opera con scrupolo, sacrificio e professionalità.

    Resta il fatto che tra indagini insabbiate, mercato degli incarichi giudiziari ed ora – e, tristemente non è il primo caso – violenze gratuite delle Forze dell’Ordine l’immagine della Giustizia ne esce devastata ogni giorno di più.

    Benvenuti in Paraguay.

  • In attesa di Giustizia: a volte ritornano

    Tiepida la notizia che Maria Angiuoni, l’ex P.M. che per prima si occupò del sequestro di Denise Pipitone, è stata indagata a sua volta per false dichiarazioni dopo essere stata ascoltata in relazione alle sue bizzarre investigazioni private sulla sparizione della bimba siciliana, troppo occupato il C.S.M. nel bandire un concorso per otto autisti da destinare ad altrettanti Consiglieri i cui tormentati arti inferiori non possono sopportare l’affronto di spostarsi utilizzando i mezzi pubblici messi a disposizione da Virginia Raggi; è bastata una settimana senza nemmeno un arresto, senza sputtanamenti per prove a discarico nascoste alle difese, senza regolamenti di conti più o meno palesi tra correnti diverse della magistratura associata, per ridare fiato al massimo cultore del giacobinismo manettaro e coraggio ad una paio di zombie di cui, nell’agone politico, nessuno sentiva la mancanza. A volte ritornano.

    Ricorda, allora, Piercamillo Davigo che dopo una condanna ancora appellabile non si può più seriamente parlare di presunzione di innocenza e parla di effetti devastanti come conseguenza di una modifica referendaria delle norme sulla carcerazione preventiva, paventando un futuro in cui orde di criminali lasciati liberi potranno scorrere in armi le campagne.

    Nel mentre che il sipario si alza su questo teatrino che non ha nulla di nuovo, neppure quanto a falsità (peraltro, abilmente ammannite) riappaiono sulla scena due filosofi della corrente di pensiero secondo cui il fatto prova il reato e l’unica spiegazione plausibile di un fatto è un reato.

    Parliamo di Antonio Ingroia, insuperabile collezionista di fallimenti politici, e di Antonio Di Pietro che sembrano volersi mettere nuovamente in gioco cavalcando l’onda della secessione grillina.

    Sì, a volte ritornano, proprio come in una raccolta di racconti firmata da Stephen King; per fronteggiare l’orrore ed alimentare la speranza può quindi essere di conforto proporre – a dieci anni esatti di distanza – lo scritto di un Magistrato, Giuseppe Maria Berruti.

    “La vicenda nata dalle indagini palermitane (di Antonio Ingroia, n.d.r.) e sfociata negli attacchi al Quirinale, dimostra la necessità di cambiare profondamente il meccanismo giudiziario. Sono un Magistrato, sono stato componente del C.S.M.: i magistrati non possono avere la coscienza tranquilla. Hanno rifiutato il tentativo di autoriformarsi attraverso il loro governo autonomo e si trattava dell’ultima possibilità di affrontare il cambiamento. La grande intuizione del potere diffuso del giudice singolo, cioè della libertà del giudice singolo di interpretare la legge, si giustifichi solo con il possesso di una professionalità assoluta, controllata e controllabile: altrimenti diventa una volgare domanda di irresponsabilità alla quale si contrappone la barbarie della responsabilità civile diretta che trasforma il cittadino in avversario in giudizio nel momento stesso in cui entra nella stanza del giudice. La vicenda spaventosa del Presidente della Repubblica ascoltato in una conversazione di Stato dimostra che non c’è più tempo e mi auguro che le culture liberali e costituzionali facciano la parte che la Storia impone.”

    Nell’Ordine Giudiziario, come si vede (lo scritto è del 24 giugno 2011) e come in questa rubrica si è sempre sostenuto, vi sono personalità di prim’ordine, capaci di lucide e lungimiranti analisi, di autocritica severa e costruttiva e nel ritorno alla ribalta di figure come questa, piuttosto che degli indignati in servizio permanente effettivo, si deve confidare perché si possa parlare, prima ancora che di attesa di Giustizia, di rinascita dello Stato di Diritto, di un sistema che più che di riforme ha necessità di essere rifondato.

  • In attesa di Giustizia: rigore è quando arbitro fischia

    Con un anno di ritardo dovuto alla pandemia, sono iniziati i campionati europei di calcio e la Nazionale – almeno fino ad ora – vince, diverte e convince: prendiamo spunto da queste vicende sportive e azzardiamo la parodia in chiave calcistica per rievocare con una telecronaca quelle che sono state di maggiore impatto negli ultimi tempi per l’Ordine Giudiziario.

    Immaginiamo, allora, che in campo vi siano la Nazionale Magistrati (che realmente esiste) ed una squadra dell’Unione delle Camere Penali in rappresentanza dei cittadini italiani: quelli che da sempre sono in attesa di Giustizia ed oggi assistono sgomenti alla caduta verticale di credibilità della Magistratura.

    Partita sonnolenta, senza grandi spunti né da una parte né dall’altra; ma ecco che all’improvviso vi è un intervento scomposto di Raffaele Cantone che impatta sul suo compagno di reparto  Luca Palamara il quale, a sua volta, cadendo finisce con il falciare come birilli, determinando un “effetto domino”, numerosi atleti del suo team, imponendo il fermo del gioco: entrano sul terreno i massaggiatori e il medico ma nonostante le cure prestate non tutti sono in grado di riprendere la partita; vengono fatte alzare dalla panchina le riserve che, tuttavia, non sono in numero sufficiente per ripristinare la formazione ad undici elementi.

    Gli atleti della compagine avversaria assistono stupefatti all’accaduto e si aspettano che l’arbitro assuma una qualche decisione perché la Nazionale Magistrati è stata decimata e, secondo le regole, una partita non può iniziare o proseguire senza il numero minimo di sette elementi.

    Il fischietto tace e l’incontro prosegue con una delle squadre in netta superiorità ma senza che riesca ad andare a rete per la strenua difesa allestita dai tecnici dell’ANM Poniz e Santalucia: tutti i giocatori vengono dislocati in area di rigore a presidio della propria porta.

    Fraseggio stretto tra gli incursori dell’Unione, Spigarelli e Caiazza, interrotto da Riccardo Fuzio con un brutto fallo da rosso diretto al limite dei sedici metri, ma l’arbitro non lo espelle né concede la punizione.

    Continua l’assedio al bunker allestito dai magistrati e la giovane speranza delle toghe Paolo Storari tenta di alleggerire la pressione duettando con Davigo, leader storico della squadra ed idolo assoluto dei tifosi e dei capi ultràs Travaglio e Grillo: nel palleggio, peraltro, entrambi si aiutano con le mani ma ancora una volta l’arbitro chiude un occhio e lascia proseguire.

    Dagli spalti il pubblico rumoreggia all’indirizzo di una direzione del gioco che lascia perplessi e la partita non offre spunti tecnici apprezzabili con un manipolo di uomini asserragliati a pochi metri dalla linea di porta dove le azioni fallose si susseguono incessanti: Bossi, Capristo, De Pasquale e Spadaro pestano come dei fabbri ma, alla fine, solo a De Benedictis viene finalmente mostrato il cartellino rosso per doppia ammonizione: tra l’altro il suo sarebbe un fallo da rigore ma l’arbitro si limita all’inevitabile espulsione senza indicare il dischetto degli undici metri.

    Rigore è quando arbitro fischia, ricordava Vujadin Boskov da allenatore della Sampdoria…ed allora, che abbia ragione l’arbitro Mattarella il cui fischietto, tranne qualche raro e sommesso sibilo, rimane rigorosamente muto durante questa interminabile partita che sembra destinata ai supplementari?

    Forse, di certo è un silenzio imbarazzato ed imbarazzante, o entrambe le cose, mentre il quarto uomo, Salvini, segnala il tempo di un interminabile recupero.

  • In attesa di Giustizia: il volo degli stracci

    Questa settimana Verbania ha faticato per mantenere il primato nella hit parade degli orrori (sì, con la “o) giudiziari ma alla fine l’ha spuntata nonostante la serrata concorrenza di Taranto e Milano.

    Giusto per mantenere elevata l’ansia di chi – vittima o presunto autore di un reato – è in attesa di Giustizia, ecco finire nuovamente sotto processo l’ex Procuratore di Taranto, Carlo Capristo, noto come tutore del cosiddetto “Sistema Trani” fin quando è stato a Capo di quella Procura dove – secondo le ipotesi di accusa che lo avevano già portato ad una privazione della libertà personale – forniva una subdola copertura alle attività illegali intraprese dagli ex P.M. Scimè e Savasta con il contributo, ovviamente prezzolato, del GIP Nardi. Tutte personcine che sono già state condannate, almeno in primo grado, a pene assai pesanti: quasi diciassette anni di reclusione per Nardi, una decina per Savasta e quattro per Scimè.

    Passato a dirigere l’Ufficio Inquirente del capoluogo ionico, secondo quanto emerge dalla nuova indagine, Capristo avrebbe gestito la sua funzione con altrettanto e durevole asservimento della funzione giudiziaria: il che, tradotto, significa con modalità tipicamente corruttive-collusive. Tanto per non perdere le buone abitudini e, magari, arrotondare un pochino il miserevole stipendio di circa 10.000€ netti al mese (oltre indennità varie) per tredici mensilità grazie anche agli spunti offerti dalle grandi vicende giudiziarie che interessavano la ex ILVA…questo è quanto si ipotizza a suo carico: il caso vuole che del collegio difensivo che proprio in quel contesto investigativo si andava allestendo fosse entrato a far parte anche l’avvocato Amara: e, come recita l’epitaffio del monumento a Niccolò Machiavelli, tanto nomini nullum par elogium.

    Eh, sì! Ricompare anche Piero Amara, destinatario di un nuovo provvedimento di arresto mentre Capristo questa volta se l’è cavata con una misura molto più blanda, l’obbligo di dimora, in quanto è ormai in pensione e – quindi – in condizioni di non nuocere. Forse.

    Per chi non lo ricordasse, Amara è quello dei verbali della Procura di Milano secretati e destinati incomprensibilmente a Davigo invece che sortire, come sarebbe stato logico attendersi, l’avvio di un’indagine e l’iscrizione delle persone citate durante gli interrogatori nel registro degli indagati.

    E Milano, già nella bufera per questa brutta storia si vede inquisire altri due P.M. dai Colleghi di Brescia competenti per le indagini sui magistrati meneghini: Sergio Spadaro, da poco transitato alla Procura Europea e il più noto Fabio De Pasquale che – si sospetta – abbiano celato elementi di prova a discarico degli imputati nel processo per le presunte tangenti ENI per corruzione internazionale in Nigeria. Il condizionale è d’obbligo (lo si è usato anche per Capristo), perché la presunzione di non colpevolezza vale anche per coloro che praticano questo canone costituzionale con grande parsimonia.

    Fatto sta che, come si suol dire, non c’è pace tra gli ulivi anche – e soprattutto – grazie agli Uffici Giudiziari di Verbania dove, per mantenere la vetta della poco commendevole classifica, alla Dottoressa Banci Buonamici, che non ha convalidato i fermi per la strage della funivia e disposto una sola misura di arresti domiciliari, è stata tolta la titolarità sul fascicolo dal Presidente del Tribunale ricorrendo ad una fumosa giustificazione circa le assegnazioni del carico su base tabellare: parole incomprensibili ai più che non si tenterà neppure di spiegare perché il provvedimento è troppo tempestivo rispetto alle lagnanze del Procuratore (quella che non vuole più bere il caffè con la Collega Giudice) per non suscitare almeno qualche perplessità.

    Il retro pensiero è che, ormai, si sembra giunti al punto in cui il P.M si sceglie il Giudice più gradito… tanto è vero che la Camera Penale di Verbania ha protestato dichiarando lo stato di agitazione e proclamando un giorno di astensione, subito seguita dalla Giunta dell’Unione che di giornate di astensione dalle udienze ne ha indette due, stigmatizzando come quanto avvenuto, e tutt’ora in via di evoluzione a Verbania, sia tanto inaccettabile quanto indicativo di una improcrastinabile separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti.

    Questa primavera è maturata tardi, solo alle soglie dell’estate, sarà forse per questo che – invece del volo delle rondini che l’annuncia – assistiamo a quello degli stracci all’interno stesso di quell’Ordine Giudiziario che, come dice Carlo Nordio, è già tanto se gode ancora della fiducia del trenta per cento dei cittadini.

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