Giustizia

  • In attesa di Giustizia: il ritorno dei grembiuli

    Questa settimana, in una rubrica che si interessa anche di legge e non solo di Giustizia, avrebbe potuto essere più divertente – si fa per dire – trattare di qualcuna delle recenti pensate del nostro legislatore: per esempio quanto previsto dalla regolamentazione delle tanto attese riaperture dei ristoranti e l’uso dei servizi igienici il cui accesso è stato consentito “solo per casi di assoluta necessità”. Chi sarà mai l’oscuro burocrate che ha pensato, e tradotto in una norma, una simile scempiaggine? E di quale autocertificazione o certificazione bisognerà essere muniti per poter andare al bagno, forse quella dell’urologo che diagnostica problemi alla prostata da mostrare (in occasione di un controllo) alle Forze dell’Ordine? Non lo sapremo mai: il Viminale, interpellato in proposito, per ora tace non meno che con riguardo al da farsi nel caso di un temporale improvviso che colga malcapitati avventori accomodati in esterno.

    Purtroppo, al peggio non c’è limite e qualche gustosa considerazione su una ennesima disciplina sciatta ed approssimativa cede il passo al commento sulle inarrestabili notizie circa il dilagante malcostume (per usare un garbato eufemismo) da cui è affetta una magistratura, con la “m” rigorosamente minuscola.

    Si apprende, infatti, che la Procura di Milano, oltre un anno fa, ha verbalizzato dichiarazioni dell’Avv. Amara, già noto per avere patteggiato accuse  di corruzione in qualche misura legate al cosiddetto “Sistema Palamara”, contenenti nuove rivelazioni ed illustrando – tanto per non farsi mancare nulla – l’esistenza della  loggia coperta “Ungheria”, una sorta di P2 del terzo millennio, fulcro dell’intreccio tra politica, ordine giudiziario e informazione: verbali in cui – salva la necessità di verificare la veridicità di quanto affermato da Amara – si rivolgono pesanti accuse a uomini appartenenti a diversi poteri dello Stato.

    Questi atti sembra che prima siano stati opportunamente insabbiati, poi – non è chiaro a che titolo ma questa è una certezza – fatti avere (peraltro in formato word e privi di firma) da parte di un Pubblico Ministero di Milano a Piercamillo Davigo, in allora componente del C.S.M., il quale, emersa molto successivamente la circostanza, sostiene di averne trattato “con chi di dovere”. Chi, appunto: il Quirinale, il Procuratore Generale della Cassazione, il Guardasigilli?

    Di tali accadimenti se ne ha notizia solo ora principalmente perché il Consigliere Nino Di Matteo, destinatario successivo di un plico anonimo con identico contenuto, ha provato a introdurre l’argomento, senza grandi risultati, nel corso del plenum di un C.S.M. sempre più delegittimato la cui difesa è affidata al suo Vice Presidente che sostiene fiaccamente essere in corso una manovra destabilizzante cui l’organo di autogoverno è assolutamente estraneo.

    Sarà…ma la vicenda si colloca nella preoccupante cornice disegnata dalle rivelazioni di Luca Palamara contribuendo alla caduta verticale di fiducia nelle istituzioni ed è curioso annotare come sia la direzione de Il Fatto Quotidiano che di Repubblica (che sono gli altri destinatari di questo scottante materiale) non abbiano immediatamente incaricato di approfondire uno dei loro indignati speciali, forse temendo una polpetta avvelenata.

    A monte di tutto vi è comunque la commissione di un crimine: la rivelazione di segreti istruttori e la norma non prevede eccezioni, neppure se commesso (come è accertato) da un P.M. e con destinatario un componente togato del C.S.M.. Su tale ipotesi di reato indaga la Procura di Roma ma, pare, solo nei confronti della ex segretaria di Davigo e con riferimento alla successiva spedizione dei verbali di Amara alle direzioni di testate giornalistiche. Per ora…

    Anche in assenza di questi chiarificatori sviluppi è evidente che Piercamillo Davigo avrebbe dovuto presentare un esposto alla Procura della Repubblica piuttosto che trattare “con chi di dovere” (e non sappiamo chi…) facendo uso addomesticato di quanto ricevuto ed appreso perché ricevere ed utilizzare qualcosa che proviene dalla commissione di un reato integra quello di ricettazione.

    C’è da temere che questa non sia l’ultima storia di corvi, gole profonde e veleni e, forse, quello che si è ipotizzato la settimana scorsa in questa rubrica circa regolamenti di conti in corso tra le toghe nel momento di massima vulnerabilità può rivelarsi un’ipotesi tristemente vera e se lo è anche il ritorno in auge di grembiuli e compassi, l’attesa di Giustizia in un sistema giudiziario fuori controllo ed irresponsabile è destinata a diventare una vana speranza.

  • In attesa di Giustizia: processi senza aula

    Sembra che i processi debbano sempre più spesso celebrarsi fuori dalle aule e in questi giorni se ne è avuta più di una preoccupante riprova.

    Lo sfogo di Grillo sembra la nemesi che si ritorce contro colui che ha costruito una fortuna politica sul linciaggio mediatico di presunti innocenti (presunti, perché non ancora giudicati) offrendoli con la tradizionale eleganza oratoria alla rappresentazione del vaffaday come già condannati dalla folla televisiva.

    Garantismo a corrente alternata, quindi, di chi in altre occasioni si genuflette in adorante e servo ossequio del Torquemada di turno ed invocando il “crucifige” di chiunque abbia avuto la sventura di essere sottoposto ad un indagine, seppure ben lontano da una condanna definitiva.

    Un po’ di coerenza, serietà e consapevolezza non guasterebbero: i processi sono una faccenda terribilmente seria per essere affidati agli show televisivi ed alle compagnie di giro.

    Riportando l’attenzione sulla vicenda – drammatica – di Denise Pipitone (la bimba siciliana scomparsa ormai da moltissimi anni), Quarto Grado ha voluto tener fede al proprio nome imperniando nella quasi interezza una puntata per contestare il triplice e definitivo giudizio assolutorio della sorellastra che per l’ipotesi di sequestro di persona non potrà mai più essere giudicata in nome di un divieto per legge a garanzia di chi sia stato assolto con sentenza non più appellabile.

    Ma il mondo dei media, dei social non trova mai quiete se si tratta di celebrare processi sommari: per giorni si sono agitate le acque, senza farne il nome, intorno alla figura di un magistrato uso a consumare pranzi e cene nei ristoranti vicini al Tribunale di Milano senza pagare il conto: una brutta storia ma per altri motivi.

    Alzi la mano chi crede che ci possa essere un cronista che, non si sa bene in virtù di quale illuminazione e con i locali chiusi, si mette al rintraccio di ristoratori per porre una domanda del tipo “Scusi, le è mai capitato di avere come cliente un magistrato scroccone?”. E’ chiaro che c’è stata una soffiata ed essendo altrettanto impensabile che provenga simultaneamente da diversi esercenti, non può altro che derivare dall’”interno” anche perché adesso si dice che tra i magistrati tutti sapevano tutto e del problema se ne sarebbe occupato anche il Consiglio Giudiziario.

    Francamente tutto ciò ha il sapore acre del regolamento di conti, a pochi mesi dal pensionamento e poche settimane dalla partecipazione ad un processo di grande rilievo politico economico, in quell’ambientino ormai saturo di veleni che è la magistratura.

    Ha fatto benissimo Piero Gamacchio, questo è il nome del giudice, a uscire subito allo scoperto, ammettendo tutto e ponendosi in aspettativa: se qualcuno ha pensato di tenerlo sotto schiaffo, ora ha le polveri bagnate.

    Comunque la si riguardi è una storia più triste che brutta cui ha fatto subito seguito la notizia della incolpazione del Presidente del Consiglio di Stato per induzione indebita e, per non farsi mancare nulla (una al giorno), quella dell’arresto di un giudice di Bari per corruzione.

    Ormai la credibilità dell’Ordine Giudiziario tra diffusi gossip, veleni e incriminazioni sta sprofondando in un abisso; i processi un aula sono altrettanto temuti da chi con la magistratura deve confrontarsi perché, come scriveva Nietzsche, se si guarda in un abisso anche l’abisso ti guarda dentro.

  • In attesa di Giustizia: a proposito di informazioni di garanzia

    L’articolo 111 della Costituzione recita che “la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico e disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa”: risiede in questa previsione l’istituto della informazione di garanzia che – però – non di rado viene notificata in coincidenza con la conclusione delle indagini (di cui, fino ad allora, l’accusato nulla sapeva) e quindi anche a distanza di anni non solo dai fatti ma anche dall’inizio delle indagini, con buona pace dell’allestimento di una efficace e tempestiva difesa. Oppure, si assiste a una velocissima comunicazione, normalmente priva dei crismi di riservatezza: dipende chi è il destinatario e la natura delle accuse.

    E’ storia recentissima: una funzionaria del M.I.U.R. apprende di essere indagata dalla Procura di Roma per corruzione, del fondamento dell’accusa nulla sa né può sapere perché l’informazione di garanzia contiene solo l’incolpazione preliminare: poco più che la parafrasi di un articolo del codice penale, i tempi per saperne di più e potersi effettivamente ed efficacemente difendere non saranno brevi e la donna lo immagina. Nell’attesa di incontrare il suo avvocato, mentre lo attende in sala di aspetto, cede alla disperazione e si lancia dalla finestra. Ora lotta tra la vita e la morte.

    Non sappiamo molto di questa signora e molto poco della sua vicenda: ma sono note le dinamiche sempre drammatiche che si innestano nella mente di una persona che, raggiunta da un grave sospetto, diventa una preda del branco di cacciatori di notizie, e se c’è di mezzo la Pubblica Amministrazione è sempre caccia grossa. Perché di questo si tratta: nel nome di un malinteso diritto-dovere di informare i cittadini, il mostro – anzi il presunto tale – viene subito sbattuto in prima pagina. Peccato che l’informazione non c’entri nulla: come si fa a dare informazione di qualcosa che non si conosce? Come si può rivendicare il diritto di diffondere una notizia geneticamente parziale ed unilaterale di cui non si è in grado di verificare la fondatezza? Un’ avviso di garanzia non fornisce dati sufficienti nemmeno all’indagato, figuriamoci a chi non sa nulla della vicenda…a tacer del fatto che, di per sé, quella notizia è (o sarebbe…) coperta dal segreto investigativo. Non è, non dovrebbe essere divulgabile la notizia della pendenza di una indagine su qualcuno ma le sanzioni sono ridicole, anzi inesistenti. Ovviamente, la cronaca di una indagine in corso non potrà che essere interamente modellata sulla ipotesi accusatoria, perciò parziale, e rispetto alla quale le persone coinvolte sono prive di un diritto di replica. Cosa dovrebbero dire: “sono innocente”? Come no, pensa che notiziona.

    L’ipocrisia e la viltà intellettuale che ruota intorno a questa malposta rivendicazione del diritto–dovere di informazione è intollerabile. Cosa viene sottratto alla conoscenza pubblica, vietando la diffusione di quella che è in realtà una non-notizia? Un P.M. che riceve comunicazione di un fatto che egli reputa potrebbe avere rilievo penale iscrive l’indagato nell’apposito registro ed inizia la sua attività di verifica e di approfondimento investigativo. Tutto qui, e in nome di quale diritto, e del diritto di chi soprattutto, deve essere lecito rendere pubblico un fatto che, per sua natura, è lontanissimo dall’aver raggiunto connotazioni non solo di certezza, ma nemmeno di plausibilità? Si tratta di una ipotesi unilaterale che ancora non si è nemmeno misurata con una seppur sommaria confutazione difensiva.

    Tuttavia, l’informazione anche solo limitata ad una ipotesi investigativa, è dotata di una forza devastante che attrae morbosamente la pubblica opinione per la quale una semplice tesi accusatoria si presuppone fondata promanando da soggetti assistiti da una presunzione assoluta di affidabilità, attendibilità ed imparzialità.

    Vi è poi la regola non scritta del più becero populismo giustizialista, secondo cui se un personaggio pubblico -politico, pubblico amministratore- viene raggiunto dal sospetto, merita perciò stesso che la notizia abbia la massima diffusione.

    Il costo che la persona raggiunta dagli strali della cultura della intolleranza e del sospetto deve pagare è sproporzionato rispetto al preteso diritto di informazione che vorrebbe giustificalo. Vita professionale, politica, familiare travolte spesso in modo irreparabile, reputazione personale inesorabilmente compromessa con brutale violenza dai morsi feroci della gogna mediatica.

    Nessuna vicenda umana dovrebbe affidarsi a valutazioni semplificate, meno che mai se si tratta di una vicenda giudiziaria: tra l’innocenza e la colpevolezza vi è una vasta gamma di comportamenti (imprudenze, equivoci, coincidenze, gravi azzardi) che ciascuno di noi deve poter avere il diritto di chiarire e spiegare, a sé stesso ed agli altri, prima di essere trascinato nel fango, e nella disperazione alla quale ha ceduto questa signora.

    Qualunque cosa possa aver fatto o non fatto, ha semplicemente capito di non avere già più il tempo per spiegare e di attendere Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: errare è umano, perseverare è diabolico

    Gli errori giudiziari continuano ad essere senza responsabili e responsabilità.

    Sul sito www.errorigiudiziari.com si trovano anticipati i dati relativi agli errori giudiziari e ingiuste detenzioni aggiornati al 31 dicembre 2020, sulla base dei quali è possibile fare un punto della situazione ricordando che c’è una differenza tra le vittime di ingiusta detenzione e cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi venire assolte e chi subisce un vero e proprio errore giudiziario: vale a dire quelle persone che, dopo essere state condannate con sentenza definitiva, vengono assolte in seguito a un processo di revisione, di regola dopo avere scontato molti anni di carcere.

    Per avere una prima idea, di quanti cittadini sono stati privati ingiustamente della libertà è significativo mettere insieme sia le vittime di ingiusta detenzione sia quelle di errori giudiziari in senso stretto. Ebbene, dal 1991 al 31 dicembre 2020 i casi sono stati 29.659: in media, un migliaio all’anno. Il tutto per una spesa complessiva per lo Stato (che è tenuto a riparare ai propri errori) che raggiunge la soglia di 869.754.850 euro, per una media di poco inferiore ai 30 milioni di euro l’anno.

    Attenzione, perché nel 2020 si è registrata una inversione di tendenza delle ingiuste detenzioni che sono in leggero calo rispetto al 2019: i casi sono stati 750, per una spesa in indennizzi liquidati pari a circa trentasette milioni di euro il che, rispetto all’anno precedente, denota effettivamente un netto calo sia nel numero di casi (- 250) sia nella spesa.

    Buon segno? Giammai…perseverare nell’errore è diabolico: la flessione non è il segnale di un cambio di passo virtuoso bensì la conseguenza di un rallentamento dell’attività giudiziaria, causa covid19, delle corti di appello chiamate a decidere sulle domande di riparazione che, sia detto per inciso, nel tempo hanno elaborato le più stravaganti giustificazioni per non concederle o ridurne l’entità. Qualche esempio? L’avere frequentato cattive compagnie, avere dei precedenti penali o – persino – essersi avvalsi della facoltà di non rispondere al primo interrogatorio da arrestato (quest’ultimo è un diritto assicurato dalla Costituzione…).

    A fronte di questa situazione sorge spontanea una domanda: come mai gli strumenti della giustizia disciplinare e la normativa sulla responsabilità civile dello Stato-giustizia non frenano gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni?

    I dati sulle azioni disciplinari sono semplicemente impietosi basti dire che nel passato era stato persino mandato indenne da conseguenze un magistrato che aveva abusato di un ragazzino nelle toilettes di un cinema porno perché – poco tempo prima, in casa – gli era caduto in testa un infisso che, secondo la sezione disciplinare del C.S.M., ne aveva temporaneamente compromesso la capacità di intendere e di volere.

    E’ vero, l’esempio non c’entra con il tema delle ingiuste detenzioni e degli errori giudiziari…ma rende sicuramente l’idea di come funzioni la “giustizia domestica” dei magistrati che, nel triennio 2017/2019 su circa tremila tra errori giudiziari e ingiuste detenzioni ha avviato la miseria di 53 accertamenti di cui solo 4 conclusi con una blanda censura.

    Quanto alla responsabilità civile, basti dire che la legge che ne regola l’accertamento è burlescamente costruita in modo da renderlo sostanzialmente impossibile.

    Certo è che un migliaio di cittadini all’anno privati ingiustamente della libertà sono un numero che più che suscitare l’attesa della Giustizia provocano il fondato timore che la sua amministrazione sia troppo spesso nelle mani di pericolosi emuli di Piercamillo Davigo.

  • In attesa di Giustizia: quousque tandem abutere, Palamara, patientia nostra?

    Così si rivolgeva Cicerone a Catilina, non certo a Palamara, all’inizio della prima delle sue orazioni pronunciate  – dette, appunto, Catilinarie – denunciando la congiura che stava ordendo per rovesciare la Repubblica e che avrebbe dovuto avere inizio proprio con l’assassinio di Cicerone il quale, avvisato per tempo, sfuggì all’agguato e  denunciò subito il complotto in Senato.

    Tradotto, significa. “fino a quando abuserai della nostra pazienza?”: ed è quello che, forse, è stato detto e chiesto a Luca Palamara, riconvocato di urgenza nei giorni scorsi per un’audizione alla Prima Commissione del C.S.M..

    Tutte le ipotesi circa il contenuto di questa audizione (come si vedrà, inopportunamente secretata) sono buone e le fughe di notizie, le ipotesi, i possibili retroscena  fluiscono già copiosi.

    La Prima Commissione del C.S.M., è bene chiarirlo, è quella che si occupa delle inchieste riguardanti i Magistrati e siccome Palamara è già stato sottoposto ad un procedimento disciplinare davanti al Consiglio vi è da pensare che sia stato convocato come testimone riguardo ad altre posizioni, probabilmente a causa delle rivelazioni fatte nel libro intervista pubblicato con Alessandro Sallusti.

    In quel testo, chi lo ha letto sopportando il voltastomaco che procura lo avrà intuito, molto si dice dell’autentico malaffare che ha governato il sistema della nomine a capo degli Uffici Giudiziari e le opzioni giudiziarie condivise per condizionare la politica ma molto anche si allude senza approfondire scenari più ampi che potrebbero riguardare tanto Magistrati e nomine, quanto lo stesso Quirinale: è dunque probabile, questo sì, che il C.S.M. abbia inteso sollecitare Palamara a “vuotare il sacco” del tutto.

    Tutto ciò va bene, benissimo, in nome della indispensabile opera di “pulizia” di un Ordine Giudiziario che ha raggiunto i minimi assoluti della credibilità e della autorevolezza; ma è proprio in nome di ciò che sarebbe risultata preferibile una scelta di maggiore trasparenza invece che far trafilare la notizia della audizione senza poi illustrarne – almeno in termini generici e senza scendere nella indicazione specifica di nomi, fatti e circostanze – l’oggetto.

    Secretazione, quindi, accettabile ma fino a un certo punto e non per sempre: si doveva offrire un servizio di informazione assai più corretto ad un Paese il cui rapporto con la Giustizia e chi la amministra è in forte crisi, evitando lo scatenarsi di dietrologi e spacciatori di “veline”:  in due parole era ed è indispensabile dare il segnale di una Magistratura che vuole uscire dal guado lasciando che l’opinione pubblica possa valutare fatti e persone sulla base di una informazione puntuale.

    Tutto ciò, tra l’altro, avrebbe reso effettivo il canone costituzionale secondo il quale la Giustizia è amministrata in nome del Popolo Italiano…ammesso e non concesso che sia messo in condizione di esprimere opinioni ragionate.

    Un’occasione persa, l’ultima tra tante e che questo permanente mistero tra i vari retropensieri che genera vi è quello circa la effettiva latitudine delle malefatte di cui Palamara è responsabile testimone. Cose taciute o solo accennate e perché? Paura, intenzioni estorsive, minore o indiretta conoscenza, pudore?

    Resta il fatto che così il nostro non è un Paese in attesa di Giustizia ma decisamente senza.

  • In attesa di Giustizia: prodigi della tecnologia

    Il dado è tratto: dopo quasi un anno di affanni per cercare di conciliare esigenze di contenimento della epidemia con le funzioni essenziali del settore della giustizia evitando assembramenti negli uffici e dopo anni di precedenti tentativi (al netto del Covid) di ottenere la informatizzazione dei servizi di cancelleria, finalmente sono stati ideati dei “portali” di accesso per il deposito e la richiesta di atti, sistemi per la trasmissione telematica di copie e per il pagamento dei diritti di cancelleria.

    Peccato che un buon funzionamento di cotanto apparato tecnologico sia, quantomeno, opinabile oltre che di tale complessità da rendere necessaria la pubblicazione in rete di veri e propri volumi di istruzioni; il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano ha persino realizzato un tutorial su You Tube…

    Sono questi gli ultimi frutti del diuturno impegno a partorire idiozie del peggior ministro della storia della umanità, con il contributo dei collaboratori che ha portato con sé e dei fornitori di servizi di cui si è avvalso: parliamo ovviamente di Fofò Bonafede e dei burocrati – tra i quali non pochi magistrati fuori ruolo – che da via Arenula hanno dispensato a lungo scelte dissennate cui solo la comicità ne attutisce la tragedia.

    Difficoltà di accesso ai portali di deposito atti vengono segnalate da più parti non solo per errori causati dalla complessa modalità di accesso da parte degli utenti ma anche per disfunzioni del sistema e la stessa chiarezza della normativa di riferimento è revocabile in dubbio.

    Si è arrivati al segno di rendere necessarie circolari esplicative e con regole protocollari in deroga da parte di Capi degli Uffici: per esempio a Roma.

    In quella Procura è stato stabilito che fino a nuova disposizione, verranno accettati “fisicamente” da segretari e cancellieri – e in deroga, appunto, alla normativa in vigore – atti in scadenza nelle quarantotto ore successive dietro dichiarazione dettagliata da parte del depositante e sotto la sua responsabilità delle difficoltà incontrate nell’inserimento dell’atto nel Portale (comprensive di utenza da cui fu fatto l’accesso e orario dello stesso).

    Il firmatario di tale provvedimento – vedremo poi chi è – precisa che a fronte di una siffatta accettazione “in deroga” l’Ufficio non eccepirà l’irregolarità del deposito, ma neppure garantisce che la regolarità sia condivisa in seguito da altri quali i giudici o differenti parti processuali e potrà essere soggetta a eccezioni e possibili decisioni in senso contrario nel corso del procedimento.

    Tradotto per i lettori in italiano: se non siete riusciti a usare il portale, passate pure – con la complicata giustificazione – in cancelleria per i depositi, ma se qualcuno avrà in seguito da ridire e il deposito del vostro atto sarà invalidato sono…diciamo, fattacci vostri.

    Firmato, ecco che ritorniamo sul punto, Il Procuratore della Repubblica Michele Prestipino Giarritta: ma, in realtà a che titolo? Costui è uno dei coinvolti nell’affaire Palamara, un apicale la cui nomina è stata annullata dal TAR perché illegale in quanto non aveva i titoli per ottenere la posizione e si dovrà pazientare sino ad una decisione del Consiglio di Stato e poi ad una nuova delibera del C.S.M per sapere chi comanda in quella Procura che, non a caso, è nota come “Il Porto delle Nebbie”.

    In attesa di Giustizia, viva l’Italia.

  • In attesa di Giustizia: varie ed eventuali

    Sono diversi gli ultimi accadimenti interessanti (o preoccupanti, a seconda) nel mondo della giustizia.

    Intanto che riprendono le preoccupazioni per il diffondersi di varianti molto contagiose della pandemia, alcuni Ordini Professionali, soprattutto in Toscana, hanno ottenuto la priorità nella vaccinazione degli avvocati; un privilegio? Niente affatto, come ha spiegato molto bene il Consigliere Giacomo Ebner, magistrato romano illuminato (sarebbe più corretto dire “normale”, ma con i tempi che corrono…) secondo il quale vi sono tre ottime ragioni alla base di questa scelta.

    Innanzitutto, quello dell’avvocato – secondo Ebner, ma soprattutto secondo la Costituzione – è un ruolo essenziale nel funzionamento della macchina della Giustizia, inoltre la categoria è stata tra quelle più segnate dalla crisi conseguente alla emergenza sanitaria ed è corretto agevolarne una ripresa in sicurezza – per sé e per gli altri –  della attività, in terzo luogo, l’avvocato svolge una funzione che rende indispensabile il contatto con le persone che non possono essere private della possibilità di conferire più adeguatamente e riservatamente con il proprio difensore senza ricorrere alla intermediazione di Skype call o telefonate. Sì, è vero, di recente, sono emersi altri casi di intercettazioni, anche video, negli studi di avvocati nonostante il divieto per legge…ma questa è un’altra storia.

    Un’altra storia che non è pensabile che offra preoccupazioni a Piercamillo Davigo, della cui giacobina presenza non ci siamo ancora liberati, anzi…nonostante il pensionamento, continua ad imperversare. Editorialista del Fatto Quotidiano lo era già in pectore da magistrato e, sfortunatamente, anche i talk shows continuano ad assicurargli soliloqui che ne esaltano (almeno apparentemente) virtù da oracolo posto che rappresenta la permanente ed effettiva corrente di pensiero dominante nella magistratura italiana, o – almeno, è ciò di cui finiscono con l’essere convinti i cittadini cui non vengono offerte misure di confronto.

    Ultimamente gli è stato richiesto di commentare Paolo Mieli, che ha profetizzato per Draghi infauste ghigliottine giudiziarie ove dovesse azzardarsi – come puntualmente accaduto in passato – a mettere mano alla riforma della giustizia senza il placet della magistratura italiana.

    Davigo orripila ed accusa Mieli di parlare di cose che ignora…sarà ma Mieli era il Direttore del Corriere della Sera durante Mani Pulite: ma l’ex magistrato spiega (siamo a Piazza Pulita) che “per aprire un provvedimento ci vuole una notizia di reato, non è che il pubblico ministero si sveglia la mattina e dice: chi incrimino oggi?”.

    “Però non è detto che quei reati vengano dimostrati”, osserva Formigli, il conduttore. “Questo è un altro discorso – è costretto ad ammettere Davigo -, tra l’altro possono non essere dimostrati perché non ci sono, o perché per mille e una ragione non si riesce a dimostrarli, magari per le leggi particolari che abbiamo in questo Paese e che altri Paesi non hanno”.

    E qui viene il bello (si fa per dire): può accadere che una accusa sia infondata? Il dott. Davigo ammette con enorme fatica, che ciò che soprattutto accade è che la Verità, naturalmente insita nella originaria ipotesi poliziesca, venga soffocata dalle regole del processo penale italiano, intriso di inaccettabili trappole garantiste. Per esempio che le evidenze acquisite durante le indagini preliminari di regola non valgono durante il dibattimento, e questo spiega perché persone che erano state raggiunte da elementi molto forti e concreti ma non utilizzabili nel processo poi vengano assolti. In realtà la ragione è molto semplice: proprio il codice dice che ciò che viene raccolto durante le indagini – con alcune eccezioni – non costituisce prova ma solo elemento utile per valutare la sostenibilità di una incriminazione nel giudizio il quale è regolato dalla Costituzione; durante il processo che gli elementi di accusa vengono valutati dal giudicante in seguito al contraddittorio tra le parti senza tener per buono le deposizioni di testimoni sentiti in solitudine in un commissariato, le intercettazioni telefoniche riassunte e selezionate a propria discrezione dalla Polizia Giudiziaria, le consulenze tecniche anche in discipline scientifiche adoperate in modo unilaterale dal P.M.

    Questa roba qui, secondo il nostro, sarebbe la ragione per la quale spesso accade – orrore! – che gli imputati vengano assolti. Insomma, ecco il disastro della giustizia italiana: è il processo in quanto tale.

    Davigo ne resterà disgustato ma c’è anche chi il processo lo evita del tutto perché l’ipotesi accusatoria frana già al termine delle indagini. Come nel caso di Alex Schwarzer, l’atleta sospettato di impiego di doping la cui posizione è stata archiviata. Ci sono voluti quei quattro/cinque anni (che in una carriera agonistica rimasta ferma pesano non poco) ma per lui l’attesa di Giustizia non è stata vana.

  • Achtung, binational babies: la doppia faccia della giustizia familiare

    La settimana scorsa abbiamo illustrato come un trasferimento in Germania possa comportare la perdita dei figli, portando ad esempio il caso concreto di un papà italiano. Oggi vogliamo illustrare, sempre basandoci su storie vere e ben documentate, ciò che succede se invece è la mamma del bambino ad essere italiana e il padre è tedesco. L’inizio della vicenda non ha nulla di particolare, i due si conoscono in Italia, si innamorano, si sposano, dal loro amore nasce un bambino. Poi lui la convince a trasferirsi in Germania ed è così che tutta la famiglia si trova sottoposta alla giurisdizione tedesca. Lei, come la maggior parte delle persone, ovviamente non sa nulla del sistema familiare di quel paese, inoltre pensa che tutto ciò non la riguardi, perché loro tre sono una famiglia unita. Quando però il comportamento del marito cambia e lei scopre con orrore il passato, ed ora anche il presente nascosto dell’uomo che ha sposato, dovrà scoprire anche come funziona il sistema familiare tedesco. Il marito era tossicodipendente ed è ora ricaduto nella dipendenza, ecco il motivo del suo cambiamento. La vita in comune si fa insostenibile e per tutelare sia se stessa che il bambino, si separa. Resta in Germania e continua a far frequentare al figlio il padre, cercando di nascondere al piccolo la triste dipendenza. Si adopera in tutti i modi affinché il piccolo continui a guardare il padre come il suo eroe, affinché i legami con la famiglia paterna si mantengano forti, affinché loro due genitori continuino a dialogare per il bene del bimbo. Lui si dimostra riconoscente nei confronti della moglie, lodandola spesso per come educa il bambino e per come ha imparato a gestire la sua vita in un paese straniero. Sembrerebbe che i due adulti siano riusciti in modo lucido e responsabile a gestire la nuova situazione e, tra un ricovero in clinica e l’altro, la famigliola si incontra per far sì che papà e figlio si vedano, ma i due non restano mai da soli, bensì sempre con almeno un membro della famiglia paterna presso cui la mamma porta il bambino. Ma quest’uomo, questo padre, mentre da un lato continua a dire e scrivere alla moglie quanto apprezza il suo operato, dall’altra la trascina in tribunale, sostenuto da un’avvocatessa decisa a far passare questa mamma per una, come oggi si dice, “madre malevola”.

    Poiché non le si può oggettivamente rimproverare nulla e per fare in modo che la sua accondiscendenza vacilli, le si chiede di dar via a degli incontri in cui padre e bambino restino da soli. Di fronte ai problemi del marito, la donna non se la sente di avvallare tale modalità e chiede con forza la presenza di una terza persona che si prenda la responsabilità di quanto potrebbe accadere o meglio, che impedisca si concretizzino situazioni problematiche. Lei non vuole assolutamente essere sempre presente, ma chiede che gli incontri si svolgano con un parente (della famiglia paterna, visto che la sua è in Italia!) o con la persona che il giudice vorrà designare ed alla quale conferirà la responsabilità degli incontri. Il padre è unanimemente riconosciuto come affetto da dipendenza da sostanze e, secondo quanto scrive la sua stessa avvocata, in maniera irreversibile ed è forse per questo che nessuno vuole assumersi tale responsabilità. Il giudice non è stato fino ad ora in grado di nominare nessuno che svolga questo ruolo e le udienze in tribunale continuano. In quelle aule si procede lentamente ma inesorabilmente al capovolgimento dei fatti: il problema non è più il padre con dipendenze che entra ed esce dalle cliniche, ma la madre italiana che impedirebbe il rapporto padre-figlio. La spiegazione sintetica di quanto accade è una sola: la mamma è italiana e il padre è tedesco e questa è la giustizia equa e giusta del 2021 in Germania, Europa.

    Contatto in caso di necessità: sportellojugendamt@gmail.com

  • In attesa di Giustizia: immunità di gregge o del pastore?

    In epoca di pandemia l’immunità di gregge sembra essere un obiettivo primario da raggiungere ma, a quanto pare, ci sono forme di immunità – in qualche modo collegate all’emergenza sanitaria – che sono state conseguite addirittura in anticipo: argomento che vale la pena essere affrontato non prima di avere richiamato gli sviluppi di una indagine clamoroso, in realtà non l’unica ma solo l’ultima in ordine di tempo, che ha come sfondo l’acquisto ed il commercio di dispositivi di protezione individuale.

    Il riferimento è all’inchiesta romana, coordinata da quell’eccellente magistrato del Pubblico Ministero che è Paolo Ielo, in cui insieme ad altri risulta coinvolto Mario Benotti (patron del consorzio Optel e di Microproducts) per la fornitura di milioni di mascherine da produttori cinesi, mascherine che – tra l’altro – dovrebbero avere un costo industriale incoerente con il prezzo poi praticato in rivendita, garantendosi così marginalità fuori dall’ordinario.

    Nulla che debba sorprendere più di tanto poiché in questo sventurato Paese le disgrazie e le calamità naturali sembrano costituire un richiamo formidabile per gli sciacalli: qualcosa era già successo, per esempio, in occasione della ricostruzione successiva al terremoto in Abruzzo ed anche ora, dagli ascolti telefonici, sembrerebbe che il proseguimento della pandemia e delle restrizioni precauzionali conseguenti sia stato tra gli auspici di imprenditori di modesto livello etico.

    Siamo solo in una fase di indagine, gli sviluppi potranno confermare o smentire le iniziali ipotesi di accusa e la presunzione di non colpevolezza deve essere riconosciuta a tutti ma, non c’è dubbio, il portato delle conversazioni e le ulteriori evidenze sin qui acquisite in merito al rapporto costi/ricavi propongono un quadro inquietante.

    Nel decreto di perquisizione della Autorità Giudiziaria romana destinato ai soggetti inquisiti ed alle rispettive aziende si legge che allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione di corrispettivo il che, tradotto, significa che comunque si indaga per verificare se si siano realizzati fatti di corruzione per indurre all’acquisto mediante pubbliche commesse Il Commissariato per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contrasto dell’emergenza epidemiologica: tutto ciò anche perché risultano centinaia di intercettazioni tra gli indagati e Domenico Arcuri il quale – come lamentano due di essi al telefono – si sarebbe improvvisamente sottratto alla interlocuzione, circostanza ritenuta sintomatica della imminenza di qualche problema in arrivo. A pensar male si fa peccato ma non si sbaglia avrebbe detto Giulio Andreotti ma tale repentina interruzione dei rapporti senza che vi sia, corrispettivamente, una qualche segnalazione di possibili anomalie nelle relazioni commerciali da parte dell’autorità commissariale è vagamente sospetta, come traspare dalla porzione del decreto di sequestro che è stata richiamata.

    Arcuri, intanto, già gode di una forma di immunità che non è quella di gregge ma del pastore: intrufolata – alla maniera dell’ormai ex avvocato degli Italiani – in un decreto Cura Italia c’è una norma che si cura, invece, di munire il Commissario Arcuri di poteri di spesa assai vasti e di un vero e proprio scudo rispetto a sgradite curiosità della Corte dei Conti. Nel frattempo, pure spendendo denaro pubblico per acquisti sovrapprezzati, vi è da pensare che al Commissario Arcuri sia in astratto riconoscibile il benefit di 50.000 € all’anno per obiettivi raggiunti che il suo incarico prevede…sempre che, prima dell’incasso un Commissario di altro genere non vada a bussare alla sua porta.

  • In attesa di Giustizia: giustizia feudale

    Quando questo numero de Il Patto Sociale andrà in stampa (si fa per dire) alla guida del Governo dovrebbe ormai esserci Mario Draghi e nella compagine, con certezza, mancherà Alfonso Bonafede: un bene per il Paese ma, paradossalmente, un pregiudizio per questa rubrica privandola della possibilità di commentare le sistematiche castronerie di cui si è mostrato capace.

    D’altronde, dire che la fine dell’Esecutivo sia stata determinata da un sabotaggio di Italia Viva è una mera esemplificazione: l’iniziativa di Renzi ne è stata solo la causa formale e la crisi affonda le sue radici nella inefficienza dell’azione di governo, partitamente in ambiti molto sensibili quali l’organizzazione del programma vaccinale, la gestione del piano Next Generation e – naturalmente per quanto qui interessa – l’amministrazione della Giustizia.

    L’opacità delle menti di coloro cui sono state affidate le sorti dell’Italia ha sortito interventi confusi e inadatti a fronteggiare l’emergenza determinando, piuttosto, un significativo aggravamento della crisi di efficienza in cui, comatosamente, già versava quest’ultimo settore.

    Invece di dar vita ad una disciplina organica e strategicamente pensata per consentire la prosecuzione della attività dei tribunali in tempi di pandemia l’emergenza è stata affidata a disarmoniche e cervellotiche previsioni, mutanti nel tempo ed interpolate nei decreti ristori, che ha determinato forme di supplenza peggiorative della situazione.

    Il riferimento è ad una sorta di delega verso il basso della potestà normativa che si è concretizzata – se ne è trattato anche in altri numeri de Il Patto Sociale – in una babele di protocolli e decreti di sapore feudale perché emanati e sottoscritti alla “periferia dell’Impero” dai Capi degli Uffici Giudiziari in assenza di un qualsivoglia coordinamento anche nell’ambito del medesimo territorio.

    Gli esiti sono stati disastrosi a prescindere dalla impossibilità per gli operatori di settore di comprendere il da farsi a seconda di dove e come si doveva, per esempio, depositare un atto o richiedere le copie di un fascicolo. Più recentemente, tra l’altro, si è rilevata anche esistenza di atti “dimenticati” perché, pur formalmente inviati ad un indirizzo pec corretto sono rimasti sospesi nel web a causa di confusa e complessa ripartizione interna degli indirizzi tra cancellerie di un medesimo Ufficio, giusta la disposizione di un Presidente di Corte d’Appello.

    Ed è stata proprio la latitanza del Governo a determinare – senza peraltro alcun rispetto della gerarchia delle fonti –  il ricorso a rimedi sovente rivelatisi peggiori del male.

    Nel frattempo sono decine se non centinaia di migliaia i fascicoli che rimasti del tutto fermi o arenati intasando i ruoli di udienza con semplici rinvii per la mancanza o imperfezione di qualche notifica: ed all’orizzonte non si vede alcuna prospettiva migliore anche perché gli strumenti promessi e preannunciati come di imminente consegna per consentire il lavoro agile ai funzionari amministrativi non si sono ancora visti.

    L’aggravamento della situazione è tale che, per quanto possa essere competente il Guardasigilli che Mario Draghi sceglierà, risolverla si presenta come un’impresa disperata e complicata anche dalla esigenza di porre fine al devastante “diritto protocollare” che nel frattempo è invalso evitando che il superamento con norme omogenee sul territorio determini ulteriori difficoltà per problemi di interpretazione circa l’efficacia o meno nel tempo di talune disposizioni.

    Forse la soluzione per ritornare ad una parvenza di normalità (almeno nel settore penale) può rinvenirsi in un’amnistia a maglie larghe: si tratta di un male più che mai necessario, e che – tipicamente – segnala l’incapacità dello Stato, di questo Stato e di quel Governo di fornire un adeguato servizio Giustizia.

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