Giustizia

  • In attesa di Giustizia: in difesa del diritto di difesa

    Incurante delle proteste e delle forti prese di posizione levatesi in seguito alla morte di Ebru Timtik – di cui questa rubrica si è occupata alcuni numeri fa – il regime di Erdogan ha fatto incarcerare qualche altra decina di avvocati colpevoli solo di avere svolto il loro ministero assistendo dei dissidenti.

    Nel Bel Paese, le cose vanno decisamente meglio – ma non ci vuole, poi, un grande sforzo – rispetto alla Turchia ma la funzione difensiva continua ad essere invisa e mal sopportata almeno da certa parte della Magistratura, oltre che dalla opinione pubblica.

    Accade così che un eccellente avvocato romano, Alessandro Diddi, venga segnalato al competente Consiglio di Disciplina con un esposto – ad iniziativa del Presidente della Corte d’Appello – che censura alcune affermazioni pronunciate nel corso dell’arringa proprio del giudizio di appello del processo noto come “Mafia Capitale” nel quale l’avv. Diddi assisteva ed assiste uno dei principali imputati; affermazioni considerate sconvenienti e lesive del prestigio della magistratura e come tali in violazione del codice deontologico, relative al contenuto di una sentenza con cui la Corte di Cassazione aveva precedentemente, ancora nella fase delle indagini affrontato il tema della custodia cautelare, salvo poi essere smentita nel corso del giudizio.

    Forse, allora, l’avvocato Diddi non aveva tutti i torti a svolgere critiche, magari anche aspramente come può avvenire quando una difesa è molto coinvolgente; e c’è un ulteriore dato, che fa riflettere: sebbene l’arringa incriminata risalga a due anni fa – e pur avendola udita – l’arringa difensiva, curiosamente, i giudici ne hanno rilevato la portata offensiva solo ora (l’esposto è di giugno 2020), evidentemente dopo lunga meditazione.

    Sembra di poter dire che segnalare all’organo di disciplina un avvocato, per il solo fatto di avere adempiuto al suo mandato difensivo, è atto inaccettabile che attenta alla libertà dell’esercizio di difesa anche perché la notizia, sempre a proposito della tempistica, è pervenuta all’interessato solo nel mese di agosto, quando di solito non si muove foglia, e poco prima del suo ritorno in aula per svolgere l’intervento nel processo Mafia Capitale dopo l’annullamento della Cassazione.

    Siamo, fortunatamente, ancora lontani da scenari “turchi” ma dopo le minacce di morte ai Colleghi che hanno accettato la difesa per l’omicidio di Willy a Colleferro si assiste da un ennesimo attacco alla funzione difensiva che è un valore comune e deve potersi esercitare al riparo da atti che ne possano condizionare la libertà, come nel caso dell’avv. Diddi raggiunto da contestazioni inspiegabilmente tardive e perciò ingiustificabili come qualsivoglia reazione postuma.

    E’ sconcertante dover ribadire l’inviolabilità del diritto di difesa, che dovrebbe essere immune dal timore che ciò che si dirà in aula: il rispetto della funzione e della libertà dell’avvocato sono valori comuni ad ogni democrazia ed in tempi di populismo dilagante è bene rispondere con fermezza a simili attacchi che altro non producono se non rendere sempre più vana l’attesa di Giustizia.

     

  • In attesa di Giustizia: la giustizia nel paese reale

    I tempi, i modi della Giustizia, la legislazione sottostante sono l’argomento di questa rubrica e negli ultimi tempi si è visto poco di buono, meno che mai, su tutti questi fronti complice la pandemia.

    Una recente vicenda, che ha molto colpito l’opinione pubblica, però impone di essere commentata: l’omicidio di Willy, il ragazzo di colore vittima di una vile e violentissima aggressione avvenuta a Colleferro.

    Sulla sua morte orribile si è detto e se ne parla ancora moltissimo, i presunti (e, francamente, probabili) responsabili sono stati celermente individuati e tratti in arresto: tuttavia un assassino è tale solo dopo la sentenza che lo ha definitivamente ritenuto tale, altrimenti i processi non servono e la regola forse vale ancora di più quanto  più uno appare colpevole  perché se si cede a questa suggestione la Giustizia è finita e tanto vale trascinare i sospettati in piazza per darli in pasto alla folla inferocita.

    E non c’è minore violenza nello strumentalizzare frasi attribuite alle famiglie degli indagati la cui fonte è incerta, lo è invocare punizioni esemplari, scatenare una caccia al mostro collettiva con tutti i comfort tecnologici, impiegando le chat, i social network, le apparizioni, anche fugaci, sui media. Così significa alimentare la Giustizia che verrà di una carica emotiva rischiando di renderla ingiusta.

    Non è mestieri affrontare il merito della vicenda, senza disporre degli atti che però sono finiti ai telegiornali prima ancora che nella cancelleria del Giudice ed a disposizione degli avvocati. E non è neppure il caso di fare ipotesi: sarebbero solo ragionamenti astratti sulla natura del reato – omicidio preterintenzionale o volontario – le colpe dei singoli partecipi, sulle circostanze.

    Non è questo il punto. Il punto è che tutti dovrebbero sforzarsi di capire che senza un giusto processo (e quelli celebrati su Facebook, a Chi l’ha visto, o durante improvvisati comizi davanti alle telecamere non solo non è “giusto” come la Costituzione vuole ma nemmeno è un processo, senza il rigoroso rispetto del solo meccanismo che autorizza lo Stato a punire un individuo, ma è qualcosa che quello che assume il nome sinistro di vendetta. Insomma, chi invoca: “Dateli a noi”, sul piano etico si comporta esattamente come si sarebbero comportati gli accusati di quel crimine: si fa giustizia da solo e a modo suo.

    E in tutto questo, non poteva mancare l’attacco a chi esercita il mestiere del difensore: gli avvocati sono stati bersaglio di insulti e minacce gravi, confermando che il popolo degli indignati non è migliore dei loro assistiti.

    Per coloro che li denigrano e provano a intimidire sarebbe utile la lettura di una sentenza della Cassazione del 29.03.2000 in cu isi legge che “Il difensore di un imputato, invero, si trova astretto a dover osservare, da un canto, veri e propri doveri giuridici connessi alla nobile funzione che è chiamato a svolgere, espressi attraverso formule dai contorni spesso assai vaghi, ma assicurati dal giuramento che presta prima di entrare a fare parte dell’ordine. È indubbio che l’esercizio del diritto di difesa, in quella accezione particolare riferibile ai soggetti legittimati al patrocinio, ha nel nostro ordinamento il più ampio ambito di espansione, nella prospettiva di assicurare l’effettiva attuazione del principio di cui all’art. 24, 2 comma, della Costituzione. Deve, quindi, essere apprezzata la condotta del difensore, che ha il diritto – dovere, costituzionalmente garantito, di difendere gli interessi della parte assistita nel migliore modo possibile nei limiti del mandato e nell’osservanza della legge e dei principi deontologici e cioè di adoperarsi con ogni mezzo lecito a sottrarre il proprio assistito, colpevole o innocente che sia, alle conseguenze negative del procedimento a suo carico.”  E senza il contributo degli avvocati, l’attesa di Giustizia sarebbe del tutto vana.

  • In attesa di Giustizia: Il potere dei più buoni e altre sconvenienze

    Questo è il titolo della più recente produzione scientifica dell’Avvocato Lorenzo Zilletti, responsabile del Centro Studi “Aldo Marongiu” dell’Unione delle Camere Penali e potrebbe ben essere una raccolta di argomenti che sono stati trattati in questa rubrica: giurisprudenza creativa, disarmonie di sistema, legislazione indigeribile. In due parole: attesa di giustizia.

    Ridotto nelle dimensioni ma ricco di contenuti, con una prosa cinica e lucidamente disincantata, il libro affronta temi di attualità coniugando impegno civile e ironia.

    In attesa di giustizia, dunque: sullo sfondo vi è il malfunzionamento del sistema penale, caratterizzato da un grottesco “rovescio comico della terribilità”.

    Dall’abuso sistematico delle intercettazioni in salsa gossip con la indebita diffusione di materiale penalmente irrilevante sui media nazionali (fenomeno ben descritto ricorrendo all’espediente narrativo di “dieci conversazioni che vorrebbero restare riservate”) e raccontando l’episodio di un praticante inesperto per poi affrontare con una tragicomica riproposizione “all’italiana” del processo a Dominique Strauss-Kahn immaginando come sarebbe andata a finire se avessero processato l’ex ministro dell’Economia francese nella penisola invece che oltreoceano.

    L’ironia, come anticipato, non manca e rende gradevole la lettura anche ai non addetti ai lavori; vi è anche una porzione dello scritto in cui si affronta il principio di legalità penale e processuale che è definito, nel suo irresistibile “vocabolario semiserio” – a cui è dedicata una sezione della seconda parte -, come “materia di studio nei corsi di laurea in archeologia”.

    E proprio a questo principio è dedica tutta la parte finale del pamphlet, o meglio, ne viene celebrato il funerale. Non solo a causa di un legislatore sempre più sciatto, incapace e schiavo del populismo penale, ma anche e soprattutto per via di chi applica, o dovrebbe applicare, le leggi: il giudice. Per Ailletti l’organo giudicante è ormai divenuto un “burocrate creativo” che, abbandonata la sua naturale funzione di arbitro, e quindi di decisore terzo ed imparziale, ha deciso di sfidare il principio di legalità creando nuove norme, aggirandosi “disinvolto nel labirintico sistema multilivello delle fonti fabbricando la regola secondo le proprie preferenze politiche e culturali”.

    D’altronde il titolo è eloquente, proprio come quello di questa rubrica: non c’è spazio per le illusioni, non esistono poteri buoni.

    Qualcosa di molto simile lo disse anche Fabrizio De André secondo il quale certo bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni.

    Forse il pensiero del cantautore non era rivolto esclusivamente al settore del diritto ma si attaglia perfettamente alla amara considerazione secondo la quale solo apparentemente il giudice sta nel mezzo, sul confine che separa il bene dal male. In ogni caso, egli si annovera tra i buoni.

    Raccomandatissimo, buona lettura…in attesa di Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: porte girevoli

    Se ne parla da sempre: della inopportunità che vi siano commistioni tra magistratura e politica. In particolare sono da evitare giri di giostra dalla magistratura alla politica e ritorno che riportano alle più belle pagine di Sciascia. Chi amministra giustizia non ha solo il dovere della imparzialità ma deve anche apparire tale: il che non può essere, dopo avere operato scelte di campo e di schieramento nette, soprattutto laddove ci si debba occupare di uomini che appartengono alla categoria degli avversari politici.

    La notizia non è recentissima, risale a qualche settimana addietro, ma è l’ultima che illustra plasticamente quella inopportunità di cui si è parlato all’inizio: in argomento abbiamo il Dott. Nicolò Marino, già nella Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, ora approdato a Roma, dove è Giudice per le Udienze Preliminari dopo una parentesi come assessore all’energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana nella Giunta Crocetta e del quale, in quel segmento di vita, si trovano prese di posizione taglienti contro questo o quel personaggio.

    Ed è lui il GUP che, contraddicendo la Procura della Capitale, ha rinviato a giudizio Luca Lotti: uno dei nomi eccellenti della maxi-indagine sul caso Consip.

    Marino aveva assunto l’incarico di assessore regionale nel dicembre del 2012 e ha ultimato l’incarico di governo il 14 aprile 2014. Sedici mesi in cui la toga è rimasta piegata nell’armadietto del palazzo di giustizia, mentre di lui rimangono agli atti decine di articoli e di dichiarazioni politiche. Particolarmente entusiasta agli esordi, è entrato poi in rotta di collisione con il governatore Crocetta. Con i Dem, peraltro, ha un rapporto equivoco, un amore incompreso. È stato in seguito ad un input di Pierluigi Bersani che il PD, con Crocetta, propose un modello inedito, una Giunta fatta di volti nuovi e certamente strutturati, tra i quali appunto un magistrato antimafia come assessore alle utilities. Con Matteo Renzi – nel 2014 – prova a dialogare, e aggancia il renziano Davide Faraone, come risulta dal verbale di una audizione resa da Nicolò Marino – in veste di ex assessore regionale e non di magistrato, o forse entrambe – davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

    Ed eccoci ai giorni nostri, quando non più assessore ma giudice, Nicolò Marino si  ritrova con l’ex pretoriano di Renzi in aula per il quale il P.M. aveva già chiesto l’archiviazione e in udienza sentenza di non luogo a procedere: ma l’ex ministro Luca Lotti dovrà andare a giudizio ugualmente per rivelazione di segreto d’ufficio.

    Indipendenza dalla Procura ovvero questa decisione ha a che vedere con antagonismi politici non sopiti? Non lo sapremo mai, certezze non ve ne sono e non è affatto da escludere che la scelta del giudice Marino sia frutto solo di un giudizio sereno e privo di fattori di inquinamento;  tuttavia sarebbe decisamente meglio evitare anche l’insorgere del dubbio e gli strumenti ci sono: l’astensione per motivi di opportunità oppure, come ha fatto Gianrico Carofiglio, dimettersi dalla magistratura dopo avere ricoperto incarichi politici e dedicarsi ad altro. Ecco, in attesa di Giustizia, magari leggetevi un suo libro: Carofiglio è stato un ottimo magistrato, un senatore scopertosi poco avvezzo ai palazzi del potere (dai quali non è stato particolarmente amato) e al di là delle trame che possono piacere o no, scrive in un italiano impeccabile. Un uomo da cui c’è molto da imparare.

  • In attesa di Giustizia: quaggiù qualcuno ci ama

    Non è una novità e non è la prima volta che se ne parla in questa rubrica: certo si è che la categoria degli avvocati e – più che mai quella dei penalisti – non è ai vertici della scala di popolarità tra la gente comune, almeno fino a quando non incorre nella sfortunata esperienza di una imputazione, certamente non ha tra i suoi fans l’Associazione Nazionale Magistrati, il furore giustizialista alimentato da larga parte della classe politica la illustra come complice dei peggiori criminali.

    In un Paese nel quale, tra le tante, l’infrastruttura di cui si avverte sempre più la mancanza è una immateriale e cioè a dire la cultura, fa piacere leggere queste riflessioni tanto più apprezzate quanto inattese di Isabella Bossi Fedrigotti pubblicate sul Corriere della Sera tempo fa.

    Chi l’avrebbe mai detto che la nota scrittrice avesse un passato come quello che descrive e che ne vada così orgogliosa come traspare dalle sue parole?

    In gioventù ho assunto, controvoglia, qualche patrocinio penale. È stata un’esperienza che mi ha segnato. Poi la vita mi ha portato altrove. La difesa penale è il compito più alto, giusto e nobile che possa svolgere un avvocato, anche la difesa dei più efferati criminali. Ma come? come può essere impresa meritevole difendere i criminali?

    Anche il peggiore degli assassini (o peggio) resta un essere umano. Dovrà giustamente sottostare alla sua giusta pena. Ma non può essere condannato per qualcosa che non ha fatto solo perché è “un infame”, non può essere picchiato o torturato perché “è un mostro”, non può essere condannato sommariamente, con prove dubbie, ad una pena esorbitante perché così chiedono i media, l’opinione pubblica o un magistrato troppo zelante.

    Devi farti dieci anni di galera? Va bene, ma siano dieci e non undici, le accuse siano chiare, le prove siano prove, e debitamente prodotte, la procedura sia rispettata. Per questo ci sono io che ti difendo. Non ti difendo contro la giustizia, ma per la giustizia. Perché tu, anche se assassino, resti un uomo e non diventi carne da macello.

    In secundis, la maggior parte dei criminali – non tutti – son gente ferita, squinternata, squilibrata, ignorante, grezza, impaurita, in una parola debole, che si ritrovano soli in un mondo di ufficiali di polizia, pubblici ministeri, giudici, periti, ecc., tutta gente laureata, di condotta integerrima, che fa il proprio lavoro, inserita in un sistema col suo complesso sistema di regole e regoline e che sono potenzialmente suoi nemici. È giusto che ci sia almeno uno laureato, in giacca e cravatta, che conosce il sistema e non ne è intimidito, che lavora per lui, che è dalla sua parte.

    Ma non diciamo anche noi nel Salve Regina “avvocata nostra”? Tutti finiremo di fronte ad un tribunale a dar conto di quello che abbiamo fatto e non fatto, detto e non detto. Ci vuole un avvocato anche lì, o no?

    Grazie, Isabella, lo dico da avvocato ma prima ancora da cittadino: leggendo queste righe – riportate nella loro originale interezza – scritte con intensa sintesi da chi non è di parte o emotivamente coinvolto forse sarà più facile comprendere quale sia il ministero del difensore, quale la sua cruciale importanza in quella attività così complessa ed impattante nella vita tanto dei presunti autori quanto delle vittime dei reati.

    Un attività volta a contribuire a che si renda giustizia, una giustizia quella degli uomini che sia – se non altro – il meno imperfetta possibile.

  • In attesa di Giustizia: quod deus coniunxit, homo non separet

    Tratto dal Vangelo di Matteo, in diritto canonico questo brocardo esprime il principio della indissolubilità del matrimonio e sembra attagliarsi alla perfezione alla visione che il legislatore (ispirato non poco dalla Associazione Nazionale di categoria) ha delle carriere dei Magistrati: guai a chi osi proporre di separarle come viceversa avviene in molte democrazie occidentali che adottano un sistema processuale accusatorio.

    La separazione, a partire dal concorso di accesso alle funzioni giudiziarie, tra Pubblici Ministeri e Giudicanti corrisponde ad un principio di civiltà pienamente condivisibile ma nel nostro Paese si è resa necessaria una raccolta di firme per dare vita ad un disegno di legge di iniziativa popolare perché di ciò si iniziasse – di malavoglia – a parlarne alle Camere. Dopo un primo passaggio in commissione giustizia, il testo è approdato nei giorni scorsi in Aula sostenuto nel dibattito da parlamentari di ispirazione liberale come Sisto e Costa ma, ahimè, vittima del fuoco di sbarramento (manco a dirlo) di M5S e PD che ha rimandato il d.l. in commissione con raffinati argomenti come quello del Dem Bazoli che paventa la reazione della magistratura. Confessione non necessaria di una politica tenuta sotto schiaffo.

    D’altronde proprio un grande magistrato e giurista come Renato Bricchetti lo ha affermato senza infingimenti: se la magistratura non vuole la separazione delle carriere non se ne farà niente. Dargli torto è impossibile: il PD li teme e i pentastellati sono  il partito  dei P.M., della torsione autoritaria e manettara. Serve altro o c’è ancora chi si illude che se ancora non abbiamo la separazione delle carriere,  l’assetto e l’equilibrio democratico del Paese è assicurato – tra l’altro – da quella dei poteri?

    Ancora Renato Bricchetti, presidente di sezione della Suprema Corte, intervenuto dopo la seduta alla Camera ad un webinar organizzato dall’Unione Camere Penali, con grande onestà intellettuale ha detto: “Le vere riforme non si possono fare con l’accordo di chi le subisce” ed ha, altresì osservato che sono maturi i tempi per una rivoluzione culturale, possibile però solo attraverso una rivoluzione meccanica sulle carriere: con la quale – tra l’altro – viene  restituita autorevolezza indipendenza e forza al giudice, innanzitutto al GIP rispetto al P.M., proprio attraverso la separazione di chi giudica da chi accusa.

    Bricchetti, per chi non lo conosce, è uno che la carriera se l’è separata da solo: nato giudicante non ha mai inteso nemmeno provare la funzione inquirente, come altri hanno fatto, ovviamente, anche a parti invertite. Viene in mente qualche grande Pubblico Ministero rimasto sempre tale, sia pure dando permanente sfoggio di equilibrio, come Carlo Nordio. Ma questi esempi non rappresentano la maggioranza.

    Circa la urgente necessità della separazione delle carriere vi è la prova vivente: Piercamillo Davigo, nato P.M.,  si vantava di avere denunciato alla Procura Militare dei poveri alpini di leva che trovava addormentati durante il turno di sentinella nel corso delle esercitazioni cui partecipava per l’aggiornamento come ufficiale di complemento; passato in seguito, alle funzioni giudicanti in Corte d’Appello a Milano ha lasciato dietro di sè un tappeto di tappi di bottiglie di champagne stappate quando se n’è andato…approdando, peraltro, in Cassazione.

    Pulpito, quest’ultimo, dal quale ha lanciato l’intemerata secondo la quale non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca.

    Il disegno di legge sulla separazione delle carriere, con buona pace del valore aggiunto dato dal fatto che è di iniziativa popolare, viene in buona sostanza destinato ad un freezer parlamentare, Davigo e i suoi emuli, i suoi epigoni, l’Eccellenza Bonafede,  la redazione intera del Fatto Quotidiano, possono tornare a sorridere. E anche stavolta la Giustizia può attendere.

  • In attesa di Giustizia: sbatti il mostro in prima pagina

    Un cane che morde un uomo non è una notizia: lo è il contrario e così nulla vi è di più ghiotto – per chi si occupa di cronaca giudiziaria – di un operatore del settore del diritto che finisce sotto processo.

    Accadde così un paio di anni fa, e ne trattò anche questa rubrica, che l’avvocato romano Francesco Tagliaferri venisse indagato per rapporti suppostamente illeciti con esponenti della criminalità organizzata; autentico galantuomo, penalista di grande esperienza e notorietà del Foro di Roma, Tagliaferri fu messo immediatamente alla gogna da parte dei media che – come da consuetudine – più che riferire una notizia trattavano l’argomento con ampio risalto in termini che, sostanzialmente erano l’anticipazione di una sentenza di condanna. Comunque sia, Tagliaferri fu pubblicamente crocifisso per colpe tutt’altro che dimostrate.

    Per fortuna in questo Paese l’attesa di Giustizia non è sempre caratterizzata da tempi biblici e neppure le sentenze sono frutto del “modello Venezia” di cui abbiamo parlato proprio la settimana scorsa: già decise, con tanto di motivazione, prima ancora che si celebri il processo: il percorso giudiziario di Francesco Tagliaferri è stato abbastanza celere e si è di recente concluso con un’assoluzione. Assoluzione di cui nessuno ha parlato, non una riga neppure sui quotidiani della Capitale, qualcosa – tutt’al più – si trova sulla free press o setacciando Google sebbene il suo difensore abbia inviato un brevissimo comunicato stampa alle agenzie ed alle testate giornalistiche (soprattutto quelle che si erano avventate sulla notizia di un avvocato che “si vende l’anima per soldi” diventando favoreggiatore di una banda di narcotrafficanti).

    Gli avvocati, del resto, si sa che non sono esattamente dei beniamini dell’opinione pubblica e meno di tutti lo sono i penalisti che vengono sovente dipinti come complici dei loro assistiti, dunque il silenzio è il minimo che ci si debba aspettare quando viene ristabilita la verità e restituito l’onore a chi si è tentato di toglierlo con accuse azzardate e ingiustificato clamore mediatico.

    Nel frattempo a Piacenza un magistrato di grande valore ed esperienza, il Procuratore Grazia Pradella, al termine di un’indagine delicatissima condotta con largo impiego di tecnologie audio – video ne ha illustrato i contenuti e commentato gli arresti di tutti i Carabinieri, compreso il sottufficiale in comando, appartenenti ad una stazione dell’Arma che è stata messa – caso unico nella storia – sotto sequestro. I militari sono accusati di reati molto gravi, talune evidenze appaiono piuttosto solide (filmati e intercettazioni ambientali) e, comunque, vale anche per loro la presunzione di non colpevolezza.

    Il seguito delle investigazioni ed il processo accerteranno le responsabilità di ognuno, se vi sono; nel frattempo, tuttavia, c’è qualcuno che non ha perso l’occasione di parlare a sproposito dimenticandosi di collegare la bocca al cervello, ammesso che in quest’ultimo abiti almeno uno sperduto neurone.

    Non facciamo nomi, sebbene il soggetto in questione sia stato in proposito anche intervistato in un programma radiofonico molto seguito: basti dire che si tratta di un ex deputato M5S privo di qualsiasi competenza in materie giuridiche in ragione del suo differente percorso di studi, anche questo verosimilmente seguito alle scuole serali ma al buio.

    Ebbene, trattando dell’arresto di questi Carabinieri il sociologo dell’ultim’ora ha messo in evidenza come si tratti di sei meridionali su sei ed ha annotato che – sebbene essere meridionale non significhi essere delinquente – vi è sicuramente una predisposizione genetica a fare del male in chi è nato in un Sud arretrato dal quale proviene la maggior parte dei delinquenti: come esempio ha citato la mancanza di valtellinesi dediti a sciogliere i bambini nell’acido.

    Sociologia criminale di infimo livello alimentata da una notizia che, anche questa volta, si assimila a quella dell’uomo che morde il cane e non viceversa: chi è estraneo alla vicenda, non conoscendo gli atti, dovrebbe astenersi da ogni commento e meno che mai da analisi di impronta vagamente lombrosiana. Ma tant’è: a margine vi è solo da rallegrarsi che il nostro già disastrato sistema giustizia non disponga del processo con giuria se il rischio è che ci finiscano personaggi simili.

    In ogni caso e per trarne le dovute conclusioni, sappiano i lettori de Il Patto Sociale che io sono meridionale. Ma ho anche tanti difetti.

  • In attesa di Giustizia: salvis iuribus

    Salvis iuribus è una locuzione latina utilizzata in giurisprudenza – generalmente apposta in calce a lettere o atti – che sta a significare: fatti salvi i diritti.

    In pratica è una formula che serve ad indicare l’intenzione di chi scrive di avvalersi di tutti i mezzi consentiti e previsti dalla legge per tutelare i propri diritti: secondo prassi viene annotata al termine degli atti introduttivi delle cause civili ma ciò non toglie che chi è sottoposto ad un processo penale abbia ampia facoltà di estendere le proprie ragioni (con testimonianze, consulenze, controinterrogatorio dei testimoni a carico, e la deposizione propria a discarico) la cui sintesi è affidata all’arringa dell’avvocato in cui consiste il culmine del processo, l’atto finale prima della decisione.

    In sostanza, un processo non può e non deve essere deciso prima che l’intero insieme delle evidenze a discolpa sia illustrato dal difensore in una corretta dialettica con l’organo dell’accusa che conclude per primo.

    Sembra, peraltro, che non sempre così vadano le cose: talvolta si scopre che vi sono addirittura sentenze scritte prima del giudizio, era già capitato a Brescia qualche tempo fa, è successo un paio di settimane fa e nuovamente a Venezia, in Corte d’Appello.

    La sensazione, forse più di una sensazione, che simili accadimenti siano tutt’altro che isolati ed infrequenti c’è e c’è sempre stata basandosi su taluni indicatori: ma quando il sospetto diviene una certezza, lo sgomento non è minore. Sarà che la speranza è l’ultima a morire e nella Giustizia, intesa come categoria dello spirito comportante vincoli etici e indicazioni culturali inderogabili, si continua a credere. Magari a torto, da quel che si vede.

    E’ necessario premettere e chiarire in Corte d’Appello – per legge – il processo inizia con la relazione fatta da uno dei tre magistrati il quale illustra cosa è accaduto nel precedente grado di giudizio, sintetizza la sentenza di primo grado e le ragioni di ricorso dell’appellante.

    A Venezia, come anche altrove, è invalso l’uso di trasmettere, con posta elettronica qualche giorno prima dell’udienza, la relazione ai difensori ed al Sostituto Procuratore Generale assegnatario del fascicolo: un metodo più che accettabile che consente di dedicare più tempo a discussione e decisione ma…invece che la relazione è accaduto che agli avvocati sia stata spedita una bozza di motivazione di condanna, per di più frutto evidente di un “copia e incolla”. Altro che salvis iuribus: siamo di fronte al fenomeno delle condanne anticipate, alla ritenuta superfluità del processo. Il passo successivo ricalcherà – per chi la ricorda – la trama di Minority report?

    Poco convincente la spiegazione data dai vertici degli Uffici Giudiziari della Laguna: si tratterebbe di un sistema invalso di bozze contenenti ipotesi di decisione redatte sulla base di uno schema fisso. Sarà, ma guarda caso sono sempre bozze di sentenze di condanna (fu così anche a Brescia, nel precedente analogo e noto) con buona pace della presunzione di innocenza.

    Gli avvocati del Foro di Venezia sono insorti e hanno chiesto al Ministro l’invio degli ispettori: il seguito lo sapremo, forse, nelle prossime puntate.

    Nel frattempo sta per iniziare anche il processo disciplinare a carico di Luca Palamara il quale – per una prima volta, seguirà poi il processo penale – sta verificando cosa significhi difendersi avendo gli strumenti per farlo e ha depositato una lista con circa 130 testimoni: nei processi, per vero, conta di più la qualità che non la quantità di chi depone e qui sembra che la prima, con moltissimi nomi di persone coinvolte nelle sue trame, scarseggi un po’. Ma la giustizia deve seguire il suo corso ordinario ed ordinato ed anche per l’ormai ex P.M. vi è da augurarsi che le regole siano rispettate e non che una decisione sia già scritta ed avvenga al grido di “muoia Sansone con tutti i fi…libustieri!”

  • In attesa di Giustizia: cucchiaio di legno

    Il cucchiaio di legno è il trofeo destinato alla nazionale di rugby che si classifica ultima nel torneo chiamato Sei Nazioni e deriva il suo nome da una antica tradizione dell’Università di Cambridge secondo la quale gli studenti con i voti di profitto più bassi veniva scherniti con la consegna di un simile utensile da cucina: da inizio millennio la nostra nazionale di palla ovale lo ha vinto già quattordici volte.

    Se un analogo riconoscimento ci fosse anche per l’amministrazione della Giustizia, non avremmo rivali: durante il question time  l’ineffabile Bonafede ha rilevato la impraticabilità a breve – per motivi burocratici e di logistica – del reimpiego degli immobili (chiusi ed inutilizzati) delle sedi giudiziarie soppresse al fine di aumentare il numero delle udienze, assicurando il distanziamento fisico ed aggredendo l’arretrato enorme che si è creato durante il lockdown. Certo, tutto ciò è inevitabile se ci si pensa solo adesso… peraltro, il Guardasigilli si è autocelebrato affermando di aver affrontato degnamente la crisi e di aver fatto il possibile per far uscire la Giustizia dalla paralisi dovuta al Covid – 19. A fonte della accertata Caporetto del sistema il cucchiaio di legno è meritatissimo come il suggerimento di cambiare pusher: evidentemente gli vende roba di cattiva qualità.

    Nel frattempo, invece che dedicarsi a qualcosa di più costruttivo nel settore, sembra che il Senato sia impegnato nell’esame di un disegno di legge che prevede di istituire una giornata di commemorazione delle vittime di errori giudiziari, Enzo Tortora in primis. Inutile dire che PD e M5S hanno votato contro e vi è da presumere che la posizione del Guardasigilli corrisponda a quella del suo partito.

    Sarà…ma la giornata di celebrazione degli errori dello Stato in danno dei cittadini è una di quelle cose che, se non ci fosse da piangere, dovrebbe far ridere.  Purtroppo – anche per i soldi sborsati dai contribuenti in risarcimenti – non c’è proprio nulla da ridere.

    A voler cercare il pelo nell’uovo (ed il legislatore certe cose dovrebbe saperle), il nome scelto non è neppure corretto: errore giudiziario è quello che definisce una sentenza irrevocabile che si scopre, in seguito ad un procedimento di revisione, essere sbagliata, non un arresto seguito da assoluzione. Tortora non c’entra nulla perché alla fine, fu assolto e le sentenze soggette a revisione non sono moltissime come le carcerazioni preventive ingiustificate.

    Sono, invece numerosi – se ne è trattato in altre occasioni su queste colonne –  i casi di arresti ingiusti, seguite da riparazioni economiche che, tra l’altro, pesano sul bilancio dello Stato. Forse si dovrebbe chiamare “giornata delle misure cautelari sbagliate”:  cacofonico, ma renderebbe meglio l’idea.

    Così facendo, però, dovremmo interrogarci su un sacco di cose, a cominciare dalla facilità con la quale si emettono i provvedimenti restrittivi e, inevitabilmente, rendersi conto che servono una riforma del codice e dell’ordinamento giudiziario (compresa la responsabilità civile dei magistrati), altro che una inutile giornata della memoria.

    Insomma, per esemplificare: se quello che leggiamo è tutto vero, errore giudiziario è la condanna di Silvio Berlusconi. Il caso Tortora, invece e semmai, è la prova che, a volte, le cose funzionano: lentamente ed anche con il sacrificio della libertà. Da noi l’attesa di Giustizia ha i suoi tempi, spesso pagando il prezzo di milioni di euro all’anno di risarcimenti e richiami della CEDU per i più disparati motivi: in compenso è sempre garantita la vittoria di un cucchiaio di legno del settore.

    Manuel Sarno

  • Similitudini

    …La corruzione è dappertutto, il talento è raro. Perciò, la corruzione è

    l’arma della mediocrità che abbonda, e voi ne sentirete ovunque la punta.

    Honoré de Balzac; da “Papà Goriot”

    Così diceva convinto Vautrin al giovane Eugene de Rastignac. Correva l’anno 1819. In quel tempo tutti e due vivevano a Parigi. Vautrin, ladro e usuraio, era stato condannato ai lavori forzati, ma era evaso appena aveva potuto. Il suo vero nome era Jacques Collin, ma negli ambienti della malavita parigina lo avevano soprannominato ‘Inganna-la-morte’ (Trompe-la-Mort). La polizia lo stava cercando dappertutto, perché era una persona molto pericolosa. Eugene de Rastignac invece, uno dei personaggi non solo del romanzo Papà Goriot, ma anche di molti altri romanzi della Commedia Umana di Balzac, era un giovane di 21 anni, arrivato a Parigi per studiare legge. Lui non sapeva niente di Vautrin. Un giorno Vautrin cercava di spiegare a Rastignac che in questo mondo “non ci sono principi, ma soltanto eventi. Non ci sono leggi, ma soltanto circostanze”. E che “…l’uomo intelligente si adatta agli eventi e alle circostanze per dominarle”. Vautrin consigliava a Rastignac di “non insistere con le proprie convinzioni”, e nel caso servisse, se qualcuno glielo chiedeva, “doveva vendere i suoi principi”. Si, proprio vendere, in cambio di soldi o altro! Vautrin rappresentava a Parigi la “Società dei diecimila”, che era un raggruppamento non di ladri comuni, ma “di ladri di alto livello”. E lui gestiva enormi quantità di denaro per conto della Società. Balzac ci racconta che i soci erano persone che “non si sporcano le mani per delle piccole cose e non si immischiano in affari se non riescono a guadagnare, come minimo, diecimila franchi”. Da buon usuraio qual era, Vautrin vede anche in Rastignac una persona dalla quale poteva approfittare, essendo lui un povero giovane di provincia, ma ambizioso ed arrivista, Vautrin propone a Rastignac un accordo, dal quale poteva avere un guadagno del 20% come commissione. Accordo che non si concluse, anche perché, finalmente, Vautrin viene arrestato dalla polizia.

    Duecento anni dopo quegli eventi, maestosamente raccontati da Balzac nel suo romanzo Papà Goriot, le cose si ripetono, generando, tra l’altro, delle similitudini. In ogni parte del mondo, così come in Albania. Guarda caso, l’attuale primo ministro viene chiamato anche il “signor 20%”. Lo hanno soprannominato così dopo le diverse accuse pubbliche, fatte da quando era il sindaco di Tirana. Secondo quelle accuse lui, o chi per lui, chiedeva ai costruttori una commissione del 20% dell’investimento in cambio del permesso per costruire. Durante questi ultimi anni il primo ministro albanese è stato accusato ripetutamente e pubblicamente, documenti alla mano, in albanese e in altre lingue, di molti fatti gravi. Le accuse pubbliche riguardavano e riguardano, tra l’altro, gli stretti legami che lui, e/o chi per lui, ha con la criminalità organizzata. Legami che si basano su un solido supporto reciproco. Una collaborazione quella, che secondo le documentate e ripetute accuse pubbliche, ha permesso al primo ministro i suoi due mandati istituzionali e altre vittorie elettorali. Mentre alla criminalità organizzata ha garantito affari miliardari. Compresi, tra l’altro, la diffusa coltivazione della cannabis su tutto il territorio nazionale e il traffico illecito di stupefacenti. Traffico che continua indisturbato, come dimostrano i fatti resi noti dalle procure dei paesi confinanti, ma soprattutto quelle italiane. Soltanto una settimana fa è stato sequestrato sulle coste italiane un grosso carico di droga proveniente dall’Albania.

    Il primo ministro albanese è stato accusato di aver nascosto delle condanne in altri paesi europei. Accuse fatte, anche quelle, sia in albanese che in altre lingue. Una decina di giorni fa un noto collezionista di icone, durante un’intervista televisiva in prima serata, ha ripetuto la sua accusa. E cioè che l’attuale primo ministro albanese è stato arrestato e condannato in Francia agli inizi degli anni ’90 per traffico di icone rubate! Quella del collezionista, durante l’intervista televisiva una decina di giorni fa, non era soltanto una ripetuta accusa ma, come ha dichiarato lui, era anche una sfida pubblica al primo ministro. Ad oggi però, il primo ministro, che ha denunciato ufficialmente “per calunnia” molte persone, compresi politici, giornalisti e/o redazioni di giornali e altri media in Albania e in altri paesi, non ha detto neanche una sola parola e non ha presentato nessun ricorso “per calunnia” contro il collezionista di icone. E se fossero vere le accuse fatte dal collezionista, ma non solo da lui, sia in albanese che in altre lingue, allora si aggiunge un’altra similitudine tra il primo ministro albanese e Vautrin.

    Le similitudini non finiscono qui però. Sempre in base alle tante denunce e accuse pubbliche, risulterebbe che il primo ministro albanese sia anche il rappresentante istituzionale degli interessi miliardari di certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Guarda caso, un altra similitudine con Vautrin, che era il rappresentante della sopracitata “Società dei diecimila”, come ci racconta Balzac nel suo romanzo Papà Goriot. Il nostro lettore conosce ormai l’emblematico caso del barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, il 17 maggio scorso, dell’edificio del Teatro Nazionale, in pieno centro di Tirana. Si tratta proprio del caso per eccellenza che dimostra e testimonia la stretta collaborazione tra il potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. Una pericolosa collaborazione che sta alle fondamenta della nuova dittatura sui generis ormai restaurata ed operativa in Albania. L’unica incognita, almeno pubblicamente, è chi comanda in quella “combriccola”. Tutti ormai sanno però, che l’abbattimento del Teatro Nazionale rappresenta un affare criminale miliardario, che parte dal riciclaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti e dalla corruzione ai più alti livelli, per poi continuare con grossi investimenti e introiti garantiti. Per agevolare ed ufficializzare tutto ciò, il primo ministro albanese presentò ed approvò in Parlamento una “legge speciale”, in piena estate del 2018, per passare in grande fretta la proprietà pubblica ad un privato, noto cliente del potere politico. Ormai il riciclaggio del denaro sporco è un’allarmante realtà in Albania. Una realtà che è stata testimoniata, tra l’altro, anche dai due ultimi rapporti annuali del MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa). Dai rapporti si evidenzia che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro in Albania”. E che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro”! Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020). E non poteva essere diversamente, con un simile “rappresentante istituzionale” qual è il primo ministro albanese. Come era anche Vautrin per la sopracitata “Società dei diecimila”. E queste sopracitate sono soltanto alcune delle similitudini tra i due.

    Chi scrive queste righe trova attuale quanto scriveva Balzac nel suo Papà Goriot. E cioè che anche in Albania nel 2020, come in Francia del 1819, la corruzione la trovi dappertutto. Ed è l’arma della mediocrità che abbonda, la cui punta si sente ovunque. L’autore di queste righe è convinto però che, diversamente da quanto accadeva a Parigi nel 1819, dove Vautrin veniva arrestato dal sistema della giustizia, in Albania nel 2020 il sistema della giustizia è controllato personalmente proprio dal primo ministro. Nel 1819 Vautrin consigliava a Rastignac che, se servisse, “doveva vendere i suoi principi”. Mentre il primo ministro albanese, nel caso abbia mai avuto dei principi, ormai li ha già venduti ai richiedenti. Ad un buon prezzo però!

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