Giustizia

  • Violenza contro le donne: imparare a combatterla sin dalle scuole elementari

    Il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, un dramma sul quale andrebbero accesi i riflettori tutti i giorni, senza mai spegnerli. Il problema, malgrado leggi più punitive e iniziative istituzionali e private, è ancora purtroppo molto grave, come raccontano le cronache quotidiane, perché le violenze domestiche, fisiche e psicologiche, sono in aumento e restano le discriminazioni. Combattere questa piaga si può anche con una adeguata educazione che inizia sin dalle scuole elementari.

  • In attesa di Giustizia: senza vergogna

    Negli ultimi giorni ha suscitato interesse un’indagine condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, denominata “Farmabusiness”,  con l’esecuzione degli arresti che hanno riguardato – tra gli altri nomi di spicco – Domenico Tallini, Presidente del Consiglio Regionale della Calabria raggiunto da una incolpazione preliminare di concorso esterno in associazione mafiosa: reato che – giova ricordarlo – non è neppure previsto dal codice penale ma è una elaborazione giurisprudenziale (sfortunatamente assecondata dalla Cassazione)frutto della vèrve manettara che da tempo caratterizza tanto la legislazione quanto l’amministrazione della giustizia.

    A commentare questa  vicenda giudiziaria è intervenuto – perdendo l’ennesima buona occasione per tacere – il senatore Nicola Morra, Presidente pentastellato della Commissione Parlamentare Antimafia e primatista delle idiozie: di che pasta sia fatto, e con lui tutta la claque del capocomico, è infatti noto da tempo ma questa volta ha decisamente passato il segno affermando in un’intervista che, essendo stato il più votato nel collegio di Catanzaro, Domenico Tallini è la dimostrazione che ogni popolo ha la classe politica che si merita. Affermazioni tanto più gravi se si considera il ruolo istituzionale della persona da cui provengono.

    Non pago di avere anticipato il giudizio di colpevolezza a poche ore da un arresto in attesa di giudizio e di aver, quantomeno, dato dei presunti ‘ndranghetisti a tutti i calabresi, costui – premettendo, in un raro anelito di onestà intellettuale, di riconoscersi politicamente scorretto – ha anche affermato, con argomento fuori contesto e dai sottintesi opachi, che era altresì noto a tutti che Jole Santelli fosse una grave malata oncologica e se ai calabresi (cioè i presunti malvissuti di cui sopra) tutto questo è andato bene, ognuno deve ritenersi responsabile delle proprie scelte.

    Questa settimana la rubrica prende spunto da temi di giustizia sconfinando nella critica politica: ma di certi comportamenti non si può tacere, auspicando che il dibattito acceleri il momento di un giudizio irrevocabile non in merito ad imputati ed imputazioni ma sulla parabola, non solo politica, del cabarettista e dei suoi adepti.

    L’infelicissima uscita di Morra descrive plasticamente cosa siano e siano sempre stati  i Cinque Stelle: il nulla mischiato con l’odio.

    Consapevoli dell’irreversibile declino non può, quindi, sorprendere che alzino i toni alla loro maniera sgomentati dalla prospettiva che, al primo voto utile, torneranno alla disoccupazione dalla quale il pingue capopopolo li ha sottratti.

    Ovviamente fin quando avranno un alito di vita politica continueranno a fomentare l’odio per distrarre l’opinione pubblica dalla propria carnevalesca incapacità (che proprio sulla vicenda della sanità calabrese ha dato tragica prova di sé). Lo sopporteremo, consci che peggio di quanto fatto finora non potranno fare. Come in ogni giudizio restano però le responsabilità, e non potranno esserci amnistie.

    Berremo fino in fondo l’amaro calice che costoro ci hanno messo in tavola, comprensivo dei disastri cagionati con interventi scellerati ed omissioni gravi nel momento dell’emergenza, ma poi ne sarà chiesto conto.

    A cominciare da chi a questi cialtroni tiene il sacco, terrorizzato, non meno di loro, dal doversi trovare un lavoro mentre a noi verrà serbato il compito di ricostruire sulle macerie fumanti, del sistema giustizia,  e non solo, che hanno lasciato.

  • In attesa di Giustizia: profondo rosso

    Ne abbiamo appena parlato ma, sfortunatamente, si deve tornare in argomento: nulla è cambiato a dispetto di promesse e proclami e l’amministrazione della Giustizia si avvia al tracollo finale, sopraffatta anch’essa dalla seconda  ed ampiamente prevista ondata di contagi.

    I rimedi e gli interventi annunciati – e non solo nel settore di cui si occupa questa rubrica – quando ci sono  (e non è scontato) nel migliore dei casi sono tardivi e nel peggiore raffazzonati se non entrambe le cose come a proposito della estensione del metodo di celebrazione del processo a distanza la cui disciplina è stata inserita nei decreti “ristori” con una tecnica legislativa bizzarra per la assoluta disomogeneità degli argomenti.

    Questa non è, peraltro, una novità assoluta né un primato dell’attuale maggioranza di Governo: anni fa venne modificato il Testo Unico sugli Stupefacenti con un decreto legislativo che conteneva disposizioni sulla celebrazione delle Olimpiadi Invernali di Torino: c’è voluto un po’ ma quella modifica è stata sbriciolata dalla Corte Costituzionale per eccesso di delega creando, tuttavia, una serie di problemi non indifferenti a causa delle decine di migliaia di processi per droga celebrati, nel frattempo e per anni, con una “legge illegale”.

    Nessuno, allora, ebbe la decenza di ammettere – scusandosi in qualche modo – la commissione di un errore pacchiano per il c.d. “legislatore”: ma da sempre, quando si tratta di riconoscere i propri  errori, la nostra classe politica ha un comportamento simile (per chi lo ricorda…) a quello di Fonzie di Happy days a cui si attorcigliava la lingua proprio in quel momento cruciale.

    Ogni tanto viene anche da chiedersi se – con qualche lodevole eccezione – gli accademici assurti ai sogli della politica nazionale non abbiano conseguito i propri titoli con un concorso in cui sono richiesti i punti fragola dell’Esselunga.

    A tacere della tecnica e della topografia normativa, ritornando in maniera più mirata alla soluzione, accettabile a talune condizioni, di celebrare i processi a distanza è appena il caso di dire che ci sono sedi giudiziarie che la primavera scorsa non avevano gli strumenti tecnologici necessari e che non li hanno tutt’ora e non parliamo di scienza missilistica: con buona pace della criticità data dal dover far spostare avvocati, testimoni, periti ed imputati anche da una regione rossa ad un’altra. I rinvii delle udienze sono la conseguenza scontata.

    L’On. Bonafede, che al Ministero della Giustizia occupa la scrivania che fu di di Zanardelli, Rocco, Vassalli e Conso (per citarne alcuni che si rivoltano nella tomba), qualche settimana fa aveva annunciato trionfalmente la distribuzione in corso di migliaia e migliaia di computer nuovi che avrebbero consentito a cancellieri e funzionari amministrativi di lavorare da casa con aumento della produttività e riduzione del rischio di contagio.

    Interpellato in proposito un Dirigente del Tribunale Penale di Milano ha così risposto: “se crede anche a Babbo Natale, visto il periodo, gli scriva la letterina e veda se, almeno per me, un computer per il collegamento da remoto me lo fa avere…”.

    Processi rinviati, Tribunali senza connessione, personale amministrativo a casa a non lavorare, incolpevolmente… cancellerie semi deserte, il vuoto delle aule affidato all’isolato passaggio di un Carabiniere a guardia del nulla: è l’immagine del lock down di una Giustizia in profondo rosso ma, lo può ben spiegare Rocco Casalino – memore dell’esperienza del confessionale del Grande Fratello – anche la solitudine può essere un momento di beatitudine.

  • In attesa di Giustizia: giustizia in rosso

    Ci siamo: almeno in alcune regioni è di nuovo zona rossa e molte attività  sono state chiuse,  la libertà di movimento grandemente limitata. Il governo, tra le altre cose si è occupato delle aule scolastiche, ma ha sostanzialmente dimenticato quelle in cui si amministra Giustizia. Cosa tutt’altro che insolita.

    O meglio: un decreto legge in cui si tratta di giustizia c’è ma è anteriore al DPCM che distingue il Paese in fasce di rischio contagio e si basava su una situazione di fatto che, oggi, potrebbe valere forse per le zone arancioni, ma non per quelle rosse.

    Sarebbe infatti davvero singolare che, vietate le lezioni in presenza a 20 alunni, si consentisse la celebrazione di processi con più avvocati, magistrati, cancellieri, testimoni ed imputati in ambienti in cui spesso il ricircolo dell’aria è problematico. Del resto, il concetto di aula non cambia se muta la natura dell’attività svolta al suo interno.

    Intanto già si moltiplicano i rinvii dei procedimenti già fatti slittare durante il lockdown di primavera perché, come era immaginabile, con i servizi amministrativi adibiti ad un “lavoro agile” sprovvisto degli strumenti necessari ad evitare che fossero in realtà ferie retribuite, un numero sgomentevole di notifiche non è stato fatto o lo è stato in maniera irregolare.

    Una soluzione che si sta riproponendo per evitare che le esigenze di sicurezza e prevenzione del contagio confliggano con quelle di prosecuzione della attività giudiziaria è quella che prevede – per tempi  e materie definite – la trattazione da remoto: che convince poco anche per la permanente mancanza di strumenti tecnologici adeguati, ma rappresenta (almeno per le zone rosse) un’alternativa prudentemente praticabile.

    Anche in questo caso, come è accaduto nel settore della sanità, vi è stato il tempo per allestire le migliori condizioni di lavoro e di supporto logistico volte a fronteggiare la prevedibilissima “seconda ondata” facendo tesoro dell’esperienza maturata nei primi mesi dell’anno e invece…

    …invece abbiamo i proclami del Guardasigilli a proposito della distribuzione di migliaia di nuovi computer portatili che renderanno finalmente possibile l’assolvimento delle funzioni di cancelleria anche in smart working ma – per ora – non se ne sono ancora visti e ci sono uffici che neppure dispongono di una casella pec. Il raffinato giurista, peraltro, è di buonumore a giudicare dall’espressione ridente scolpita in permanenza sul volto: forse perché ha letto la bozza del decreto “ristori bis” nella quale, tra le molte perle, in merito al processo penale di appello, si prevede che la trattazione “fisica” dell’udienza debba essere richiesta dagli avvocati almeno 25 giorni prima della data prevista per la celebrazione.

    Senonché la legge prevede che l’avviso di fissazione sia notificato almeno 20 giorni prima della medesima data.

    Forse è questo che alimenta il buonumore di Bonafede: dal processo da remoto si sta passando al processo per veggenti ed una classe forense dotata di capacità predittive sarà anche in grado di pronosticare l’esito dei processi evitando di iniziare o proseguire quelli il cui destino è già noto.

    Un po’ quello che avevano pensato gli autori e sceneggiatori di Minority Report solo che nel nostro caso sono gli autori dei testi a far pensare ad una minoranza, o meglio ad una minorazione. Quella mentale, con buona pace di una Giustizia perennemente in rosso, dimenticata da tutti la cui attesa inizia ad apparire disperata.

  • Ukraine’s constitutional court crisis alarms IMF and Western backers

    Ukraine’s president Volodymyr Zelensky has submitted a bill to dismiss all 15 judges of the Constitutional Court that will plunge Ukraine into a major constitutional crisis.

    The judges have accused Zelensky of trying to carry out a constitutional coup, as neither the president nor parliament have any powers to remove judges on the Constitutional Court. Judges can only remove each other with a two-thirds majority vote, and even then it can only be done because of health problems.

    The bill follows a controversial decision by the court to strike down key anti-corruption laws that were put in place at the insistence of the country’s main donors, including the International Monetary Fund.

    Last week, the court dismissed punishment for politicians who falsely declare their assets. Zelensky called the judges’ decision “worthless” and taken by the judges amid a “real conflict of interest”, according to Zelensky’s draft bill. The head of the country’s national defense council, Oleksy Danilov, said the ruling was a threat to national security.

    The IMF has been holding back some of its funds until it is satisfied with the country’s progress in dealing with corruption, which is considered one of Ukraine’s biggest issues. Zelensky told the media that the IMF threatened to pull its support after the court verdict.

    The ambassadors of the G7 nations, which includes the US, the UK, Germany, France, Canada, Japan, and Italy, said they “stand with the Ukrainian people” following the Constitutional Court verdict.

     

  • La Commissione UE deferisce Belgio, Grecia, Paesi Bassi e Polonia in tribunale per pratiche fiscali

    La Commissione europea ha deciso di deferire Belgio, Grecia, Paesi Bassi e Polonia alla Corte di giustizia europea (CGUE) per alcune pratiche fiscali che si ritiene violino le leggi dell’Unione.

    L’azione legale intrapresa dall’esecutivo dell’UE mira a garantire che gli Stati membri rispettino i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione, a beneficio dei cittadini e delle imprese.

    Secondo la Commissione il Belgio penalizza i contribuenti non residenti attraverso la sua legislazione sulla deducibilità dei pagamenti degli alimenti dal reddito imponibile dei non residenti. La detrazione dei pagamenti degli alimenti, noti anche come pagamenti di matrimonio o di mantenimento, dal reddito imponibile dei non residenti che guadagnano meno del 75% del loro reddito nel paese viene rifiutata dal Belgio. Viene inoltre rifiutato nei casi in cui il contribuente non abbia un reddito imponibile significativo nello stato di residenza, rendendo impossibile la detrazione dei pagamenti di cui sopra dal reddito imponibile nello stato di residenza. La Commissione sostiene che i contribuenti non residenti hanno esercitato il diritto alla libera circolazione dei lavoratori, tuttavia il Belgio non consente la detrazione degli assegni alimentari né dal loro reddito imponibile nel loro stato di residenza, né in Belgio, che è considerato come lo stato di occupazione. La CGUE aveva già stabilito che tale legislazione è contraria alla libertà di circolazione dei lavoratori.

    Per quanto riguarda la Grecia, la mossa della Commissione ha come obiettivo la legislazione fiscale del paese che differenzia il trattamento fiscale tra le perdite di affari subite a livello nazionale e le perdite in un altro stato dell’UE/SEE. Sebbene entrambe le imprese siano soggette a tassazione in Grecia, il trattamento delle perdite subite all’estero è limitato, con l’UE che sostiene che il trasferimento costituisce una restrizione al diritto di stabilimento. La Commissione ha intrapreso la prima fase della procedura di infrazione nel 2018, inviando una lettera di costituzione in mora alla Grecia, mentre un parere motivato è seguito un anno dopo.

    Circa i Paesi Bassi, l’azione riguarda tre diverse norme olandesi relative al regime fiscale transfrontaliero delle pensioni. In particolare, i fornitori di servizi stranieri sono tenuti a fornire garanzie alle autorità olandesi se il capitale pensionistico viene trasferito dai Paesi Bassi a un fornitore straniero o se i fornitori stranieri vogliono fornire servizi sul mercato olandese. Lo stesso vale per gli ex dipendenti che trasferiscono il capitale pensionistico a un fornitore di servizi straniero o che cercano di acquistare servizi pensionistici da un fornitore straniero. Il terzo caso si riferisce ai lavoratori mobili impiegati fuori dal Paese. I trasferimenti del capitale pensione a fornitori stranieri sono esenti da imposta solo se i fornitori stranieri si assumono la responsabilità per eventuali crediti fiscali, o se sono gli stessi contribuenti a fornire una garanzia. Secondo la Commissione, le condizioni imposte dai Paesi Bassi limitano gravemente la libera circolazione dei cittadini e dei lavoratori, la libertà di stabilimento, la libera prestazione di servizi e la libera circolazione dei capitali.

    Un altro stato membro da deferire alla CGUE è la Polonia, in quanto il paese viola le norme dell’UE sull’esenzione dell’alcol importato utilizzato nella produzione di medicinali. Le norme dell’UE prevedono un’esenzione obbligatoria dall’accisa per le importazioni di alcol etilico utilizzato nella produzione di medicinali, tuttavia la Polonia non concede questa esenzione quando gli importatori di alcol non scelgono di utilizzare un regime di sospensione dei dazi.

    Nel caso della Polonia, la Commissione ha sostenuto che Varsavia viola le disposizioni dell’UE sull’armonizzazione delle strutture delle accise sull’alcole e sulle bevande alcoliche e il principio di proporzionalità, non rimborsando le accise pagate sull’importazione di alcol etilico utilizzato per produrre medicinali dopo che il dazio è stato pagato.

  • In attesa di Giustizia: il lungo addio

    Questo era il titolo di un romanzo di Raymond Chandler che può ben attagliarsi alla vicenda del pensionamento di Piercamillo Davigo intervenuto per raggiunti limiti di età mentre sedeva come Consigliere a Palazzo dei Marescialli. L’ex P.M. di Mani Pulite le ha provate tutte pur di rimanere al C.S.M., sebbene vi fossero – tra l’altro – precedenti regolati dal Consiglio di Stato in senso contrario alle sue aspettative. Ospite di Piazza Pulita su LA 7, l’ormai ex magistrato ha detto che se solo avesse avuto un cenno (dal Presidente Mattarella, si intende) circa l’orientamento del Comitato di Presidenza in senso opposto alla sua permanenza, si sarebbe immediatamente dimesso.

    Ma, vien da dire, ce ne sarebbe stato veramente bisogno? Un uomo che conosce la legge e la sua interpretazione non avrebbe dovuto avere dubbi circa le proprie prospettive e l’accanimento con cui ha perseguito il tentativo di restare al Consiglio non trova giustificazione.

    Tuttavia, in questa vicenda, vi è forse qualche affiorante retroscena che potrebbe spiegare le ragioni per cui nessun cenno gli è stato fatto, facendogli anzi coltivare l’illusione che l’epilogo potesse avere un lieto fine: non è da escludere che fino all’ultimo sia cercato di salvare, più che il soldato Davigo, l’assetto politico del C.S.M. che aveva appena giudicato e rimosso dalla magistratura, con molta fretta (ne abbiamo trattato di recente), Luca Palamara.

    Se e fino a qual punto il dott. Davigo (che faceva parte della sezione disciplinare del CSM) avesse fatto affidamento proprio su questa inerzia, lo sa solo lui; ma la partita  è probabile che si sia giocata su questo tavolo, non certo su quello della controversia tecnico-giuridica.

    Ma quando poi, con malcelata amarezza, egli lamenta che quel silenzio ingannevole dei vertici del C.S.M. lo abbia ingenerosamente esposto ad un danno di immagine, come di un magistrato “attaccato alla poltrona”, scivola nella retorica populistica un po’ troppo facile, ancorché a lui assai congeniale.

    Il dott. Davigo (che per non farsi mancare nulla, pare, abbia avviato altra controversia per veder retroattivamente rivalutata la sua sconfitta nella corsa a Primo Presidente della Corte di Cassazione) deve prendersela solo con sé stesso. Il quadro dei principi era ed è chiarissimo, il Consiglio di Stato si era già pronunciato esattamente sul punto quando egli ha deciso di ingaggiare questa battaglia. Ed anzi, egli aveva avuto altre due eccellenti occasioni per buttare dignitosamente la spugna: il giudizio negativo della Commissione che di norma lui stesso presiedeva ed il parere drasticamente negativo della Avvocatura dello Stato, incredibilmente secretato: il che la dice lunga su quanto il Consiglio o gran parte di esso stesse cercando di sostenerlo. Imputet sibi avrebbero detto i latini.

    Una vicenda un po’ squallida, detto senza infingimenti e dai contorni resi ancor più opachi dal voto finale espresso dal CSM, che conferma una volta di più l’attuale crisi di autorevolezza e credibilità della magistratura italiana e del suo vertice istituzionale. Ancora una volta, su una questione del tutto tecnica, si è votato per schieramenti e per dosimetrie correntizie. Il tema era se un magistrato in pensione possa rimanere in carica: cosa c’entra la corrente di appartenenza? Ogni commento è superfluo e si ponga attenzione alla critica che è stata rivolta al voto libero ed “imprevisto” del dott. Nino di Matteo che per il solito Travaglio – che incarna l’idea platonica della faziosità più incontinente – sarebbe un voto “inspiegabile”; per molti, anche all’interno della stessa magistratura, sarebbe stata addirittura una ritorsione contro il silenzio di Davigo sulla nota vicenda della mancata nomina di di Matteo a capo del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria. Insomma saremmo al cospetto di una guerra tra bande. Piace, invece, presumere, almeno presumere, un gesto di onestà intellettuale e di libertà morale da parte di un magistrato in un momento in cui la crisi della giurisdizione rende sempre più vana l’attesa di Giustizia.

  • Il fallimento voluto ed attuato di una riforma

    Quando la legge non può far valere i propri diritti, rendete almeno

    legittimo che la legge non impedisca di infliggere i torti.

    William Shakespeare; da “Re Giovanni”

    La riforma del sistema della giustizia in Albania, ad oggi, risulterebbe essere una delle più negoziate, discusse e contestate. Ma purtroppo, fatti realmente accaduti alla mano, risulterebbe essere un fallimento voluto e programmato come strategia d’azione per essere, in seguito, anche attuato. Sono tanti, ma veramente tanti tutti quei fatti accaduti, evidenziati e noti pubblicamente che dimostrerebbero e testimonierebbero questa affermazione. L’autore di queste righe, a più riprese, ha trattato l’argomento durante questi anni, cercando di informare sempre il nostro lettore in modo oggettivo, riferendosi soltanto ai fatti pubblicamente noti ed accertati.

    Che il sistema di giustizia in Albania avesse bisogno di essere riformato nessuno l’ha messo mai in dubbio. Che il sistema subisse delle ingerenze politiche, ignorando consapevolmente la sua indipendenza, anche questo era un dato di fatto. Che il sistema fosse considerato corrotto e che la giustizia venisse data in funzione del “miglior offerente”, si sapeva bene. Soprattutto da coloro che perdevano ingiustamente e clamorosamente cause soltanto perché l’altra parte poteva pagare o perché era politicamente raccomandata. Che il sistema avesse “contribuito” che le proprietà dei cittadini, soprattutto quelle costituite prima dell’avvento della dittatura comunista nel 1944 e poi, dopo il crollo della dittatura, ereditate dai veri proprietari, attualmente risultino “alienate”, anche questo è un dato di fatto. Lo sanno bene adesso tanti proprietari che vengono considerati, sarcasticamente e ingiustamente, come “ex proprietari” e che non riescono ad appropriarsi delle loro proprietà. Ma adesso, sempre dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe anche che il sistema della giustizia sia pericolosamente e politicamente controllato da una sola persona. E cioè dal primo ministro e/o da chi per lui. Il che è proprio l’opposto contrario degli obiettivi strategici posti e che dovevano essere raggiunti con la Riforma del sistema di giustizia in Albania, uno dei quali prevedeva la reale e garantita indipendenza del sistema dagli altri poteri istituzionali. L’altro prevedeva la fine dell’impunità dei politici corrotti e colpevoli, i quali costituiscono, purtroppo, una combriccola molto numerosa in Albania.

    Il funzionamento di uno Stato democratico, o che mira a diventare tale, si basa sulla separazione dei poteri. E per poteri si intendono il potere legislativo, quello esecutivo ed il potere giuridico. In più, tutti i tre poteri devono essere indipendenti l’uno dall’altro. E proprio l’indipendenza tra i tre poteri garantisce il buon funzionamento di uno Stato democratico, impedendo ingerenze ed abusi di potere, nonché fenomeni di corruzione. La necessità della divisione dei poteri in uno Stato era già prevista da Aristotele e Platone nell’antica Grecia circa 2300 anni fa. Un principio quello della divisione dei poteri che è stato trattato anche nei secoli scorsi da vari filosofi, tra i quali anche Locke e poi Montesquieu. A quest’ultimo si attribuisce la formulazione dell’attuale teoria della divisione dei poteri. Per Montesquieu era indispensabile la separazione dei tre poteri, rendendoli indipendenti l’uno dall’altro, in modo da evitare l’assolutismo e salvaguardare la libertà dei cittadini. Lui era convinto che “… chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”, Ragion per cui, secondo Montesquieu, in modo che “… non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere” (Spirito delle leggi; 1748). E per garantire che tutto ciò funzioni, in tutti gli Stati democratici, o che mirano a diventare tali, vengono prese tutte le necessarie misure legali che garantiscono il funzionamento del principio “Check and balance – Controllo e bilanciamento [reciproco]”. Un principio questo che prevede il funzionamento di strutture e meccanismi, basati sulla legge, per mantenere e garantire sempre l’equilibrio tra i tre poteri che operano in uno Stato.

    Ovviamente quando si parla di un sistema di giustizia, si fa riferimento all’insieme delle strutture necessarie che lo compongono e a tutto l’organico che fa funzionare quelle strutture. In Albania era diventato indispensabile l’avvio di una seria e ben concepita riforma radicale del sistema della giustizia. Da anni se ne parlava e finalmente, a fine del 2014, si diede inizio alla riforma. Adesso però, a fatti accaduti e compiuti alla mano, risulterebbe che quella riforma è stata voluta e attuata non per riformare e mettere finalmente ordine sul sistema, ma per far controllare quel sistema dal potere esecutivo. Le cattive lingue però ne parlarono già da allora. E il tempo adesso sta dando loro ragione. In Albania il potere esecutivo controllava pienamente il potere legislativo, soprattutto dal febbraio del 2019, quando i deputati dell’opposizione scelsero di consegnare i loro mandati parlamentari. Attualmente però controlla anche il potere giudiziario. Ed essendo ormai, purtroppo, una realtà facilmente verificabile che il potere esecutivo in Albania, dal 2013, viene identificato nella persona del primo ministro, allora risulterebbe che lui controlla tutti e tre i poteri che, secondo Montesquieu garantiscono il funzionamento di uno Stato democratico. Da sottolineare però che quando Montesquieu formulava la sua teoria della separazione dei poteri non esistevano i media come un quarto potere, come ormai vengono definiti. Sempre dati e fatti accaduti ed ufficialmente denunciati alla mano, da anni ormai il primo ministro albanese controlla personalmente, o tramite persone a lui legate, anche i media. Una preoccupante e pericolosa realtà questa che si sta evidenziando e si sta aggravando in Albania, giorno dopo giorno! Tutto il resto è semplicemente e vistosamente un disperato tentativo propagandistico per nascondere questa realtà vissuta e sofferta quotidianamente dalla maggior parte dei cittadini albanesi.

    Tornando al fallimento voluto ed attuato della riforma del sistema di giustizia, diventa doveroso evidenziare anche il ruolo che hanno avuto in tutto ciò i “rappresentanti internazionali”. Anche di questo l’autore di queste righe ha scritto spesso ed ha informato sempre il nostro lettore. Come sopracitato, uno degli obiettivi della riforma era la reale e garantita indipendenza del sistema dagli altri poteri istituzionali. L’altro prevedeva la fine dell’impunità dei politici corrotti e colpevoli. Proprio di quei politici che uno dei “rappresentanti internazionali” chiamava i “Pesci grandi”. Ma purtroppo la Riforma ha fallito, anche sotto gli occhi dei “rappresentanti internazionali”, in tutti e due suoi basilari obiettivi. Non solo, ma addirittura ormai non si parla più dell’indipendenza del sistema di giustizia dagli altri poteri. “Stranamente”, da qualche tempo ormai, sia il primo ministro albanese e i suoi rappresentanti che i “rappresentanti internazionali” parlano soltanto e semplicemente della lotta contro la corruzione! Niente più “indipendenza del sistema”! E niente più “politici corrotti e colpevoli”! Un “diabolico” cambiamento di strategia di comunicazione pubblica le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Tranne che del primo ministro e dei “rappresentanti internazionali”, che parlano di successi raggiunti dalla “Riforma”!

    Chi scrive queste righe, anche questa volta, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per evidenziare e analizzare quanto è accaduto e sta accadendo con la “Riforma” di giustizia in Albania. Promette però di riprendere e trattare di nuovo questo argomento molto importante; il fallimento voluto ed attuato di una riforma. Nel frattempo suggerisce a tutti gli autori della “Riforma” e ai “rappresentanti internazionali” quanto scriveva Shakespeare nel suo Re Giovanni. E cioè che quando la legge non può far valere i propri diritti, rendete almeno legittimo che la legge non impedisca di infliggere i torti.

  • In attesa di Giustizia: emergenza continua

    I contagi, purtroppo, segnano una curva in decisa risalita: è in arrivo la seconda ondata, quella in cui nessuno credeva sebbene se ne fosse anticipato il rischio. Non diversamente da quello che sembra accadere nel settore della sanità, invece che lavorare d’anticipo per prevenire i problemi, anche in quello della giustizia si corre ai ripari con un certo ritardo. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dirà ed è di pochi giorni fa la notizia di un accordo tra Ministro di Giustizia e sindacati del comparto sulla organizzazione di uno smart working lontano dalla versione caricaturale praticata in fase di lockdown, e purtroppo anche oltre, con uffici giudiziari che, se va tutto bene, funzionano tutt’ora a due cilindri (nemmeno a tre…).

    Come si è annotato in precedenti articoli, il personale distaccato a casa non era autorizzato ad accedere ai registri ordinariamente accessibili dall’ufficio ed alla rete protetta: uno smart working all’amatriciana, insomma. Ora, sebbene nulla di preciso si sappia della gara per la fornitura, dovrebbero essere consegnati migliaia di computer portatili, con licenza di accesso ai dati riservati agli uffici. Bene, una volta tanto e se funzionerà, il sistema potrà costituire senz’altro un valore aggiunto anche trascorsa la fase emergenziale.

    Nessuna notizia, peraltro, sul corrispondente accesso smaterializzato degli avvocati agli uffici giudiziari. Male, anzi malissimo perché non servono strumenti tecnologici nuovi ma solo una normativa che autorizzi l’uso della pec per depositare gli atti difensivi: ora, invece, si è costretti ad andare in Tribunale, facendo lo slalom tra divieti, file in assembramento, prenotazione di accessi concessi con evidente fastidio come se l’ingresso fosse facultato a degli untori.

    Vero è che il deposito telematico di atti presuppone una riorganizzazione della fase ricettiva degli stessi, ma è un problema banale da risolvere.

    Massima comprensione per quelle che sono le priorità di chi ci governa, ma oltre ai diritti sindacali, pur legittimi, il diritto di difesa dei cittadini non può essere trascurato prima che questo attivismo a senso unico, sollecitato dalla previsione della possibile ricaduta in condizioni di grave emergenza sanitaria, determini una ulteriore emergenza nell’emergenza.

    E, a proposito di emergenza, sarebbe anche giunto il momento per avere una informazione univoca, chiara e trasparente sui dati reali del fenomeno epidemico, dalla cui dimensione dipenderanno scelte cruciali nelle prossime settimane (tra le quali, dunque, anche quelle relative allo svolgimento dell’attività giudiziaria).

    Lungi da ogni forma idiota di negazionismo, anzi, sono da considerare grottesche le resistenze pseudo-libertarie alle regole di distanziamento sociale ed all’uso della mascherina: ma non si può più negare il dato di una torbidità della informazione sulla epidemia. Anche un analfabeta in matematica, comprende la totale arbitrarietà della comunicazione di numeri dei contagi in valore assoluto, accompagnati a mezza bocca dalla variabile dei tamponi effettuati, come se fosse informazione di contorno.

    Perché si insiste nella diffusione di dati privi del benché minimo rigore statistico?

    Le informazioni di rilevanza pubblica non sono un patrimonio che il Governo di un Paese democratico possa amministrare in modo inspiegabilmente arbitrario, oscuro, nebuloso: ne risentono la vita sociale, l’economia, ovviamente la dislocazione di presidi sanitari e non può trascurarsi il settore della giustizia la cui attesa, altrimenti, con l’aggiunta delle criticità portate dalla epidemia l’attesa diventerà infinita. Insomma, dateci informazioni, invece di dare i numeri.

  • In attesa di Giustizia: nulla di nuovo sotto il sole

    Non è vero che la Giustizia è stata dimenticata dalla politica: ma forse sarebbe stato meglio così.

    Con un preoccupante disegno di legge delega presentato alle Camere già da qualche mese e pronto per essere esaminato, un governo a fine corsa, capace solo di alimentare la sua spinta populista, prosegue con l’obiettivo di demolizione delle garanzie processuali in nome di principi incompatibili con la Costituzione e le regole del giusto ed equo processo.

    E’ stupefacente la ostinata incapacità di comprendere i veri “mali” del sistema processuale penale non meno della dalla pretesa di propagandare come panacea un insieme di inutili, anzi dannose riforme contenute in un progetto che si propone come l’ennesimo spot ed ha come testimonial il Ministro Bonafede: il che basterebbe a valutarne – senza leggere – il livello qualitativo

    L’inclito Guardasigilli, tra le altre cose, nel suo progetto, propone:

    1. di rendere fruibili le prove acquisite durante un dibattimento indipendentemente dal fatto che – con i tempi dei nostri processi è ipotesi frequente – nel frattempo siano fisicamente cambiati i giudici del tribunale: con ciò affidando la decisione a chi può solo leggere ciò che è accaduto ma non ha partecipato, anche formulando domande e ponendo questioni, alla formazione delle prove medesime; 2. di rendere monocratico il giudice di appello, perdendo definitivamente il valore della collegialità e la possibilità di un confronto si questioni delicate; 3. di burocraticizzare i tempi del processo con inutili sanzioni disciplinari anziché con interventi volti a dare concretezza al sacrosanto principio della ragionevolezza dei tempi processuali (il cittadino sarà eterno indagato e merce di ricatto sul terreno della politica); 4. Infine un farsesco incremento dei riti speciali intesi come deflattivi ma rimpolpati di automatismi preclusivi come piace ad ogni legislatore autoritario.

    Il segno dei tempi, direte voi.

    Infatti i Parlamentari sembra che rimangano sordi alle sollecitazioni – molte congiunte – della Avvocatura e Magistratura che hanno, viceversa, indicato la strada virtuosa da seguire.

    Di loro vorremmo ricordarci  come degni rappresentati della nobile funzione legislativa, non come yes men pronti a schiacciare bottoni approvando progetti preconfezionati in nome del nulla. La speranza è l’ultima a morire.

    Nel frattempo sta andando a conclusione il procedimento disciplinare a carico di Luca Palamara: l’accusa ha chiesto la destituzione dall’ordine giudiziario e così sarà all’esito – anche in questo caso – di un processo, piaccia o non l’accusato (e non è che possa piacere molto o ispirare simpatia), certamente tra i meno garantisti cui si sia assistito: perché c’era un colpevole designato cui è stato negato di far sentire la stragrande maggioranza dei suoi testimoni e che è stato giudicato da un collegio composto da molti personaggi in qualche modo coinvolti a loro volta. Un processo dal retrogusto vagamente staliniano e quando questo articolo verrà letto ci sarà già la scontata decisione: una condanna che giunge dopo avere opportunamente evitato approfondimenti per evitare il rischio che saltassero fuori un po’ troppi scheletri fino ad oggi silenziosamente custoditi negli armadi con ciò provando a salvare il salvabile della immagine di una parte della Magistratura, una parte dalla quale – comunque – ci si aspetta che renda giustizia. E la legalità? Restate pure in paziente attesa anche di quella:  non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

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