Giustizia

  • In attesa di Giustizia: voci stonate nel coro

    La tragica vicenda legata all’omicidio del vice brigadiere dei Carabinieri, Mario Cerciello Rega, continua ad alimentare polemiche e prese di posizione cui non si vorrebbe assistere anche per non turbare e meno che mai condizionare il lavoro di chi sta svolgendo indagini rivelatesi più complesse del previsto nella ricostruzione non solo degli antefatti ma anche della stessa dinamica omicida.
    Non senza costernazione si sono registrate, sia attraverso gli organi di informazione che sui social media, le opinioni di alcuni “avvocati” – ma, forse, sarebbe meglio definirli co-iscritti al medesimo Albo professionale – che hanno invocato soluzioni giudiziarie tanto drastiche quanto contrarie ai basilari principi su cui si fonda l’esercizio di una professione nobile e che rimane tale anche quando si assiste il presunto colpevole di un crimine efferato.
    Il ministero del difensore, su queste colonne lo si è ricordato in più occasioni, non consiste nella omologazione alle scelte criminali eventualmente optate da coloro di cui assumono la difesa: essenzialmente si sostanzia nel presidio alle garanzie che il diritto assegna al cittadino a fronte della pretesa punitiva dello Stato, nella assicurazione che sia sottoposto ad un giusto processo e, se dichiarato colpevole, lo sia per il reato effettivamente commesso e condannato ad una pena giusta, giammai esemplare.
    Si sono udite voci inneggianti tanto al ripudio delle regole processuali quanto alla celebrazione di processi sommari, persino alla reintroduzione nel sistema della pena capitale, a tacere delle giustificazioni inaccettabili offerte in merito a quanto contestualizzato dalla foto che ritrae uno degli arrestati bendato e ammanettato durante l’interrogatorio o, quantomeno, la fase che immediatamente lo ha preceduto: il che, per una regola processuale espressa, potrebbe vanificare totalmente l’attendibilità della confessione resa.
    Eppure simili esternazioni provengono da soggetti che dovrebbero essere tecnicamente attrezzati ma, soprattutto, moralmente impegnati da un giuramento che hanno scelto liberamente di pronunciare quando hanno indossato la Toga: “Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale mi impegno ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini di giustizia e tutela dell’assistito, nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento ma altresì e ancora di più, con alcuni fondamentali principi deontologici”.
    A prescindere dal tenore della formula di impegno, vi è anche il Codice Deontologico che stabilisce che “L’avvocato, anche al di fuori dell’attività professionale, deve osservare i doveri di probità, dignità e decoro, nella salvaguardia della propria reputazione e della immagine della professione forense”.
    E non è un bello spettacolo che avvocati, pubblicamente e al di fuori dell’attività professionale, auspichino processi sommari se non condanne senza processo, magari anche senza avvocato: è un inquietante segnale di decadimento morale della figura dell’Avvocato; e alzi la mano chi – laddove necessario – si farebbe difendere da uno che ha espresso siffatti convincimenti da quali discende la preoccupazione che il populismo giudiziario stia travolgendo anche l’avvocatura: se così mai fosse prima ancora che l’attesa di Giustizia sarebbe vanificato il complesso di garanzie al cui rispetto è deputata, sarebbe la fine dell’ultimo baluardo della libertà.

  • In attesa di Giustizia: Perry Mason e il cliente povero

    Non è propriamente una novità: nell’ultimo decennio la Banca d’Italia ha offerto un contributo tecnico essenziale alle indagini di natura economico – finanziaria distaccando alla Procura di Milano cinque dipendenti ed un funzionario che hanno realizzato per i P.M. alcune centinaia di consulenze. Gratuitamente. Nei  giorni scorsi, questo genere di collaborazione è stato formalizzato con la firma di un Protocollo d’Intesa tra la Procura della Repubblica di Milano e Bankitalia.

    In sostanza, esperti della Banca d’Italia e Magistrati indagheranno fianco a fianco scambiandosi informazioni e istituendo così una sorta di nucleo di polizia giudiziaria ad altissima specializzazione: il primo in una sede giudiziaria.

    Questa collaborazione, ormai decennale, con la sigla del protocollo si trasforma in un vero e proprio ufficio distaccato della Banca d’Italia all’interno della Procura, ove i dipendenti -ovviamente- dovranno essere soggetti qualificati.

    Sembra una buona notizia, ma forse non lo è se si considera innanzitutto il fatto che i soggetti che supporteranno i Pubblici Ministeri, anche in inchieste autonome rispetto alla Banca d’Italia, di quest’ultima potranno utilizzare dati e informazioni e alla medesima potranno, eventualmente, riversare ciò che è stato accertato.

    Ebbene,  secondo il codice etico di Bankitalia i dipendenti devono improntare la loro opera ad indipendenza e imparzialità e viene da chiedersi se alla luce di tali principi una collaborazione, in pianta stabile con la Procura, pur apprezzabile per altri versi perché è corretto avvalersi di esperti in materia, possa minare questi stessi principi, creando condizionamenti e divulgazioni di notizie riservate in possesso della Banca.

    Ma c’è un altro profilo su cui ragionare: il possibile ulteriore sbilanciamento del rapporto tra accusa e difesa laddove la prima è in grado di mettere in campo, a costo zero (o a carico dello Stato) “artiglieria pesante” nelle indagini mentre la seconda deve fare i conti con il portafoglio dei propri assistiti che non sempre consentono di ingaggiare consulenti e periti di chiara fama o di ingaggiarli del tutto.

    Non sembra corretto che l’esito dei processi possa essere condizionato da uno sbilanciamento fra le parti processuali che si pone in contrasto con i principii dell’art. 111 della Costituzione: dunque, se non sarebbe corretto neppure depotenziare la Procura è necessario trovare un rimedio affinché la difesa, anche del “cliente povero” si possa battere ad armi pari.

    Gli americani, il cui sistema giudiziario – ancorché si tenda ad emularlo – presta il fianco a non poche critiche, dicono che è meglio essere ricchi, bianchi e colpevoli che neri, poveri e innocenti: un corollario al processo che sarebbe preferibile non dover trasferire al nostro dove l’attesa di Giustizia è già legata a sin troppe variabili senza che debbano essere ulteriormente divaricate le distanze tra le parti.

  • Detenuto muore nel carcere di Lecce sniffando gas

    Un detenuto brindisino di 40 anni è morto nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce. Da quanto emerso l’uomo si sarebbe tolto la vita inalando il gas di una bomboletta da campeggio in dotazione. Il suicidio sarebbe avvenuto qualche giorno fa in cella dove era recluso per scontare una condanna per droga. Il brindisino era stato destinato alla seconda sezione del reparto circondariale C1, denominata Reis, il reparto a elevato indice di sicurezza.
    Come rivela ADUC – Notiziario Droghe, a dare notizia del fatto è stato il vice segretario regionale del sindacato autonomo degli agenti di polizia penitenziaria, secondo il quale permangono condizioni di criticità all’interno del carcere leccese. L’uomo avrebbe dimostrato problemi di adattamento al sistema carcerario e di convivenza con altri reclusi.
    «L’episodio fa emergere ancora una volta le criticità del sistema penitenziario», ha detto Ruggiero Damato vice segretario dell’Osapp. “La gravissima carenza di polizia penitenziaria soprattutto nel ruolo di agenti/assistenti che sottopone gli agenti a turni massacranti che variano dalle 8/10/12 ore consecutive, spesso senza avere la possibilità di consumare una bevanda fresca visto anche la chiusura del locale spaccio da circa due anni». Damato ha anche rimarcato la mancanza di supporti informatici e di sorveglianza per il controllo di «soggetti con problemi di adattamento al sistema penitenziario». «Anche se dotati di tutta l’umanità possibile e di tutta la buona volontà, gli agenti non riescono a far fronte alle carenze del sistema e questo incide sulla serenità nell’effettuazione delle loro mansioni», ha aggiunto. «Ogni perdita di vita è una sconfitta per tutto il sistema penitenziario», ha concluso Damato secondo il quale tragedie come quella consumata nel carcere di Lecce segnano per sempre gli stessi agenti della polizia penitenziaria. «Purtroppo gli agenti sono considerati poliziotti di manovalanza a basso costo», ha scritto lanciando un appello alle autorità. Il sindacato punta il dito verso le autorità, dal ministro al capo del Dap, sino ad arrivare a dirigenti a vari livelli: «Avere una polizia penitenziaria più motivata, incentivata e rispettata, farebbe bene agli agenti e ai detenuti».

  • In attesa di Giustizia: Ciao Procuratore

    Non mi è usuale trattare argomenti che in qualche misura mi hanno avuto come protagonista ma la scomparsa di Francesco Saverio Borrelli comporta un’eccezione.

    Il ricordo del Magistrato appare doveroso: di lui si cita solo la direzione del cosiddetto Pool Mani Pulite di cui è stato il coordinatore nella sua qualità di Procuratore Capo a Milano; sembra che la vita di un uomo sia segnata solo da quell’esperienza, come se fosse stata l’unica, mentre – vale la pena ricordarlo – ha impegnato solo l’ultimo segmento della sua esperienza professionale prima della pensione, sostanzialmente il decennio finale concluso come Procuratore Generale di Milano.

    Francesco Saverio Borrelli, tuttavia, non è stato solo questo, essendo passato anche da funzioni giudicanti sebbene sia vero che ha svolto principalmente quelle di Pubblico Ministero: come Sostituto, Procuratore e poi sino ai vertici degli Uffici requirenti.

    L’uomo per me ha rappresentato molto: e qui abbrivia la parte dell’articolo con una prospettiva personale;  conosciuto che era già Procuratore Aggiunto, ne tratteggio la figura di persona amabile e sorridente, sempre disponibile anche con un giovane professionista, e di notevole spessore tecnico.

    Un gentiluomo, quindi, e un giurista ma anche un manager abilissimo (e la dote non è scontata) nella gestione delle risorse umane e degli Uffici che è stato chiamato a dirigere.

    Ricordare Francesco Saverio Borrelli significa rendere il dovuto omaggio a chi  è sempre stato aperto  al confronto senza mai alzarne i toni anche quando – e capitava spesso – le posizioni erano in aperta contraddizione.

    Questo ed altro si potrebbe dire di Francesco Saverio Borrelli ma le parole sono, in fin dei conti, solo la rappresentazione soggettiva di chi lo ha conosciuto in una veste particolare: potrebbero non essere condivise e le opinioni altrui, comunque, meritano rispetto qualora non siano proprio manifestamente fuorvianti.

    Ci tenevo, tuttavia, a parlare di lui, di un galantuomo di altri tempi, questa settimana dopo più d’una occupate dai malesseri della Magistratura, ci tenevo a raccontare un’emozione: quella di essere stato chiamato a formare un picchetto d’onore in Toga alla chiusura della camera ardente. Ho ritrovato vicino a me volti noti e meno noti  al grande pubblico di Giudici e Pubblici Ministeri che hanno accompagnato la mia professione dagli esordi, ho rivisto in loro le tappe di una professione, riportato alla mente fatti, persone, drammi personali, successi e sconfitte: come se quasi quarant’anni di vita riscorressero tumultuosamente davanti agli occhi in un baleno.

    Occhi inumiditi di lacrime, guardando quel feretro retto sulle spalle da Alberto Nobili e Maurizio Romanelli, preceduto dalla Toga di ermellino portata da Franecsco Greco, scorgendo in ognuno dei partecipanti alla cerimonia un senso doloroso di mancanza anche se non di assenza: perché uomini come Francesco Saverio Borrelli continuano a segnare l’esistenza di chi ha avuto l’opportunità di vivere loro accanto e restano vicini con l’esempio.

    E a lui, che talvolta ho criticato – e lo farei ancora – per talune affermazioni e prese di posizione impossibili da condividere per un difensore, insieme agli altri ho tributato un lunghissimo applauso mentre la cassa bionda e ricoperta di fiori veniva caricata sull’auto che lo avrebbe accompagnato all’ultima funzione…un’auto che ha indugiato a lungo prima di partire sul piazzale del Tribunale come se Francesco Saverio Borrelli avesse espresso il desiderio di soffermarsi ancora in quel palazzo che è stato un po’ la sua seconda casa. Poi l’auto è partita, lentamente, accompagnata da quell’applauso che non si fermava. Tranne il mio, che ho smesso di battere le mani per salutare, quasi fosse un arrivederci e non un addio.

    Ciao Procuratore, spesso siamo stati avversari, le rispettive visioni  della Giustizia non coincidenti, ma mai nemici e ciò nulla toglie alla stima, alla cordialità del passato ed alla tristezza di questo momento in cui ti ho visto allontanare per sempre, frammento di vita che non si può dimenticare.

     

  • In attesa di Giustizia: allerta meteo

    Riferiscono i meteorologi che nei prossimi giorni una perturbazione proveniente dalla Scozia dovrebbe portare un po’ di sollievo dal caldo unitamente a piogge anche intense e nella tormentata Liguria non può mancare l’allerta meteo.

    Ma non è del clima che questa settimana intende occuparsi la rubrica, bensì di un’altra perturbazione – di cui ha già trattato – che offre in permanenza avvisi di burrasca: il riferimento è alla tormenta che sta travolgendo la Magistratura e che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi protagonisti, nuovi sconcertanti e sconfortanti episodi che rischiano di travolgere in un inarrestabile declino la fiducia dei cittadini nel sistema Giustizia.

    L’ultimo a cadere, in ordine di tempo, è stato il Procuratore Generale della Cassazione – parliamo di una delle due più alte cariche dell’Ordine Giudiziario – raggiunto da un’incolpazione per avere violato il segreto istruttorio informando Luca Palamara dell’esistenza di un’indagine a suo carico; quest’ultimo, nel frattempo, è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio dal C.S.M., o quel che ne resta, dopo che gli scandali ne hanno travolto alcuni componenti rendendo necessaria da parte del Capo dello Stato la indizione di elezioni suppletive in autunno.

    La crisi istituzionale è senza precedenti e il fatto che la genesi sia da ricondurre proprio al Consiglio superiore della Magistratura induce il ricordo delle parole di un suo ex componente, rassegnate in una lettera al Direttore di Repubblica in un giorno (il 24 giugno 2012) nel quale il Paese intero era tutto preso dai successi della Nazionale di calcio. Non faremo nomi, ribadito che moltissimi sono i magistrati che adempiono al loro dovere con competenza, sacrificio, coraggio e correttezza la voce che anonimamente verrà richiamata è quella di tutti loro, levatasi anche in forma profetica subito dopo che si era risaputo che persino il Presidente della Repubblica era finito sotto intercettazione nella indagine sul presunto patto Stato-mafia.

    La vicenda nata dalle indagini palermitane e sfociata negli attacchi al Quirinale dimostra la necessità di cambiare profondamente il meccanismo giudiziario. Sono un magistrato, sono stato componente del CSM. I magistrati non possono avere la coscienza tranquilla: hanno rifiutato il tentativo di autoriformarsi attraverso il loro governo autonomo: si trattava dell’ultima possibilità di affrontare il cambiamento. La grande intuizione del potere diffuso del giudice, cioè della libertà di interpretare la legge si giustifica solo con il possesso di una professionalità assoluta, controllabile e controllata. Altrimenti questo potere diventa solo una volgare domanda di irresponsabilità alla quale si contrappone la barbarie della responsabilità civile diretta che trasforma il cittadino giudicato in avversario in giudizio dal momento stesso in cui entra nella stanza del giudice. La vicenda spaventosa del Presidente della Repubblica ascoltato in una conversazione di Stato dimostra che non c’è più tempo. Mi auguro che le culture liberali e costituzionali facciano la parte che la storia impone.

    Una visione lucida, serena ma implacabile nella capacità autocritica e nella prospettazione quasi profetica di scenari futuri, una voce inascoltata ma che valeva la pena evocare anche per chi non l’avesse mai sentita per trovare conforto e speranza: finché ci saranno uomini così, e ve ne sono eccome, l’attesa di Giustizia potrà anche essere lunga ma non vana.

  • In attesa di Giustizia: la difesa è uguale per tutti

    La nostra Costituzione – chi scrive, sapete, è un cultore dei principi fondamentali dello Stato – all’art. 24 stabilisce che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento: il parametro, riferito perspicuamente al processo penale trova, peraltro, applicazione in ogni altra sede in cui un soggetto debba tutelare i propri diritti o interessi.

    Accade che, in una settimana nella quale si sono ulteriormente alimentate polemiche e indiscrezioni sul “sistema C.S.M.” e sulle indagini collegate, coinvolgendo – tra gli altri – l’attuale Procuratore Generale della Cassazione, nel volgere di pochi giorni nei quali un magistrato di Napoli è finito in manette per corruzione, spicca non tanto la notizia dell’avvio di un procedimento disciplinare nei confronti del Dott. Luca Palamara, c’era da aspettarselo, quanto quella relativa alla circostanza che nessun Magistrato avrebbe accettato di difenderlo: l’Ordinamento Giudiziario, infatti, prevede che in quella sede l’incolpato possa farsi assistere da un suo Collega (fino ad alcuni anni fa, solo da un altro Magistrato) ovvero da un avvocato del libero Foro. La scelta, il più delle volte, ricade su un altro appartenente all’Ordine Giudiziario anche per la migliore conoscenza della materia nel suo complesso. Scrive, peraltro, in una sua memoria difensiva il Dott. Palamara che nessuno di coloro che ha contattato per farsi patrocinare alla Disciplinare del Consiglio Superiore avrebbe accettato l’incarico.

    Ciò, certamente, non vuol dire che nessuno in assoluto abbia dato un riscontro positivo: certamente nessuno dei prescelti in questo caso che, verosimilmente, saranno stati individuati in base alla loro attitudine e competenza in quel settore. Pochi o tanti che siano, non è bello e non è un bel segnale perché, come scrive lo stesso Palamara, quell’articolo 24 della Costituzione che abbiamo ricordato all’inizio è uno dei primi insegnamenti che viene offerto a chi vuole diventare Magistrato; in realtà lo è per qualsiasi studente di giurisprudenza poiché l’esame di Diritto Costituzionale è proprio al primo anno di corso.

    Lo spettacolo cui tocca assistere è sconfortante perché chi non ha cultura della difesa non può avere quella della giurisdizione né può essere un fautore della presunzione di non colpevolezza: quello che sta accadendo ha il sapore acre del “dàgli all’untore” di manzoniana memoria, quasi che nessuno voglia rischiare di sporcarsi le mani difendendo quest’uomo o che la difesa – come in altre occasioni si è dimostrato di considerare, e ne abbiamo scritto su queste colonne – non sia un principio di civiltà ma un momento in cui si realizza una commistione con l’autore di un illecito al quale si finisce con l’essere omologati.

    Pochi o tanti che siano i Magistrati che hanno rifiutato la difesa di Luca Palamara hanno in questo modo abiurato al giuramento sulla Costituzione fatto quando hanno preso le funzioni, eludendone la richiesta di soccorso quasi che fosse portatore di una malattia infettiva.

    Il Dott. Palamara ha allora ringraziato i suoi avvocati, quelli che lo patrocinano nel procedimento penale e che, dunque potendolo fare, lo assisteranno anche nel disciplinare: uomini che non fanno gli  avvocati,  ma sono avvocati nel profondo dell’animo, uomini che non vogliono schierarsi solo dalla parte del più forte, o di chi sembra tale, della ragione o quella che sembra tale.

    Uomini che quando dalla parte della ragione – ricordo ancora una volta Bertold Brecht – sembra non esserci più posto scelgono, senza indugio, di sedersi da quella del torto. O presunto tale, perché non lo sarà fino a quando definitivamente accertato in un’attesa di Giustizia che vale e deve valere per tutti.

  • Il tribunale dell’Ue respinge il ricorso della catena alberghiera Marriott contro il Milan

    Il Tribunale dell’Ue ha respinto il ricorso della catena alberghiera Marriott contro il Milan ritenendo che non vi è alcun rischio di confusione tra il marchio della AC Milan e quello AC Hotels by Marriott. Nel 2013 la AC Milan, ha ottenuto, presso l’organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), la registrazione del segno figurativo AC MILAN e l’ha notificata all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) per farlo valere anche come marchio europeo per tutta una serie di beni e servizi, tra cui i servizi alberghieri. Nel 2014, la Marriott Worldwide Corp. si è opposta alla registrazione di tale segno come marchio dell’Unione europea facendo valere dei suoi propri marchi anteriori. Nel 2017, l’EUIPO ha respinto il ricorso, la Marriott ha impugnato la decisione al Tribunale dell’Unione europea, e oggi il Tribunale Ue respinge l’impugnazione escludendo che vi sia «qualsivoglia rischio di confusione, dal punto di vista visivo, fonetico o concettuale».

  • In attesa di Giustizia: Roma caput mundi

    La notizia sarà probabilmente sfuggita ai più ma nei giorni scorsi, a Roma, ancora a Roma, si è annotato un episodio particolarmente grave: sono state intercettate conversazioni telefoniche di un avvocato in spregio del diritto assoluto alla riservatezza che assiste il rapporto tra il professionista e il cliente. Tranne che non siano presunti complici…ma non è questo il caso.

    La regola vuole che in queste situazioni gli addetti all’ascolto interrompano la captazione e che quanto eventualmente già registrato sia espunto dagli atti di indagine e – comunque – non sia utilizzabile. Invece, no: si è andati avanti e senza porsi alcun problema e, anzi, le conversazioni sono state trascritte e per non farsi mancare nulla anche commentate in una informativa finale della Polizia Giudiziaria che ha persino offerto considerazioni opinando che, in quei colloqui, l’indagato apparisse preoccupato.

    La dinamica delle intercettazioni vuole che le stesse – salvo deroghe autorizzate da un giudice – siano eseguite presso gli impianti in dotazione alle singole Procure e presso di esse installati: ciò per assicurare una più agevole supervisione da parte dell’Autorità Giudiziaria di un metodo di indagine tecnica molto invasivo al fine di evitarne abusi. Autorità Giudiziaria, il Pubblico Ministero nello specifico, che poi riceve costanti aggiornamenti dagli agenti sull’esito degli ascolti, i brogliacci, le annotazioni di servizio; Autorità Giudiziaria che in questo caso (purtroppo non è l’unico divenuto noto) si è serenamente disinteressata di arginare una gravissima violazione del codice di procedura e del diritto di difesa come postulato dalla Costituzione.

    Sarà perché ormai dobbiamo considerarci tutti, in qualche modo, sotto intercettazione e, perciò, sfuma il disvalore dell’invasione nella sfera privata? Telecamere, carte di credito, bancomat, palmari, navigatori, telepass, persino le carte fedeltà dei supermercati tracciano ormai ogni momento della quotidianità e raccontano dove si è stati, cosa ci piace, cosa si è fatto, con chi e per quanto tempo. Tuttavia, se c’è un presidio rigoroso a garanzia di un diritto così sensibile come quello di difesa, la indifferenza di chi dovrebbe assicurarne il rispetto allarma e – senza dimenticare che sono moltissimi coloro che svolgono le loro funzioni con lealtà, competenza e impegno – contribuisce ad un calo di fiducia nella Magistratura.

    Sono passati i tempi degli striscioni che, per le strade di Milano, inneggiavano a Di Pietro e anche L’Italia dei Valori, figlia di quel consenso, sembra essersi disciolta.

    Un recente sondaggio Ipsos rileva che a seguito della vicenda Palamara/CSM solo un italiano su tre (35%) dichiara di aver fiducia nella Magistratura mentre il 55% non ne ha: escludendo coloro che non esprimono un giudizio è il valore più basso di sempre.

    In un sistema che, come ricorda il titolo di questa rubrica, non garantisce certo il massimo dell’efficienza non si sentiva certo il bisogno di un danno reputazionale che investe l’intero settore compromettendone la credibilità e alimentando per il futuro il dubbio che le regole siano fatte per essere infrante o che una qualsiasi inchiesta o sentenza che coinvolga uno o più politici possa essere considerata dall’opinione pubblica come frutto di un conflitto tra poteri dello Stato.

    Insomma, ci mancava solo che l’attesa di Giustizia si trasformasse, potenzialmente, in attesa di ingiustizia.

  • In attesa di Giustizia: un silenzio sottile

    La settimana scorsa abbiamo trattato della bufera abbattutasi sul Consiglio Superiore della Magistratura: un’indagine penale ha sollevato il coperchio sul sistema di gestione correntizia che presiede al delicato compito delle nomine di Magistrati in ruoli apicali: nulla che non fosse noto, tuttavia se ne parlava sottovoce e, soprattutto, nessuno aveva mai ipotizzato che un semplice scambio di favori, oltre che mortificare – talvolta – il criterio del merito, potesse essere inquinato da condotte penalmente rilevanti.
    La notizia, lo sviluppo delle indagini che dovrebbero essere più che mai rigorosamente secretate, sono accompagnati da uno straordinario clamore mediatico e da un elevato livello di dettaglio su quanto scoperto dai Pubblici Ministeri di Perugia che indagano su componenti vecchi ed attuali del C.S.M. e che, a quanto pare, si sono avvalsi anche del cosiddetto “captatore informatico” inserito nel cellulare del Dott. Palamara per seguirne passo passo ogni spostamento, ogni parola, ogni messaggio, ogni incontro.
    Tutti ne parlano, si indignano o fingono di farlo e stupisce che solo una voce taccia sebbene solitamente pronta a levarsi censorea: quella di Piercamillo Davigo, noto come il “Dottor Sottile”.
    Singolare questo silenzio: già ai tempi di Mani Pulite in una delle sue intemerate il Dott. Davigo ebbe a dire che i Magistrati erano il meglio della società e che i Pubblici Ministeri il meglio del meglio del meglio; non c’è dubbio che alla categoria debba continuare ad essere rivolto il massimo rispetto ma certi superlativi assoluti suonano oggi un po’ stonati, soprattutto con riguardo ai criteri di assegnazione dei ruoli di vertice.
    Strano che Davigo non abbia nulla da dire – neppure che per lui aveva interceduto solo San Piercamillo – a proposito del fatto che fu nominato Presidente di Sezione della Cassazione proprio da quel C.S.M. della cui Commissione che si occupava di Funzioni Direttive faceva parte Luca Palamara. Ma a prescindere dai componenti: davvero non ha mai saputo nulla della logica spartitoria che vige a palazzo dei Marescialli? Silenzio.
    Davigo è poi quello che non molto tempo fa aveva sostenuto che in circolazione non vi sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca; bisogna augurarsi che Luca Palamara e altri Magistrati oggi sotto processo siano assolti: augurarselo per loro e per ritrovare un po’ quella fiducia che oggi si sta appannando nei confronti di uno dei Poteri dello Stato. Ma se così fosse, sarebbero anche loro dei malfattori beneficiati da un sistema troppo garantista? Silenzio.
    Già, il processo penale così come è costruito, secondo il pensiero di Davigo, impedisce l’accertamento della verità diversamente dall’efficace impiego di qualche rogo ben appiccato come ai tempi della Santa Inquisizione. E che dire allora, a mo’ di esempio, del suo Collega, Luigi Spina, indagato anch’egli nell’affaire Palamara e che davanti ai Pubblici Ministeri si è avvalso della facoltà di non rispondere: è anch’egli un furbo approfittatore di incomprensibili cavilli? Silenzio.
    E adesso che siede lui in Consiglio, potrà il Dott. Davigo assicurarci che – sia pure senza commettere alcun reato: di questo sicuramente non sarebbe mai capace – non hai mai ricevuto o fatto una telefonata, due chiacchiere con qualcuno per raggiungere l’accordo su qualche nomina, accantonando per un attimo titoli e meriti dei candidati? Silenzio.
    Un silenzio, quello del Dottor Sottile che sa più dell’imbarazzo che del doveroso riserbo: comprensibili entrambi. Intanto, immaginatevi lo stato d’animo di chi debba essere processato e al banco dell’accusa riconosca – ormai lo conoscono tutti – Luca Palamara che si è solo autosospeso dall’Associazione Magistrati ma non ha chiesto quello che sarebbe stato un opportuno periodo di aspettativa. Presunto innocente anche lui, è ovvio, ma forse sarebbe preferibile che, in attesa di Giustizia, resti più defilato.

  • In attesa di Giustizia: due pesi e due misure

    Ormai da giorni tiene banco sui principali quotidiani l’indagine giudiziaria che vede coinvolto Luca Palamara, magistrato della Procura di Roma, ex Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e già componente del C.S.M.: sospettato di corruzione per avere accettato regalie, viaggi omaggio e – forse – anche denaro per pilotare, quando era al Consiglio Superiore, nomine gradite ai vertici di talune Procure ed altri favori non meglio precisati e con Palamara risultano indagati a titolo diverso altri appartenenti all’Ordine Giudiziario.

    Evidentemente una vicenda che risulta paradigmatica di un certo modo, discutibile, di fare informazione che trova il suo presupposto nella permeabilità di quello che dovrebbe essere se non il segreto almeno il riserbo investigativo.

    L’affaire Palamara” è un boccone ghiotto perché contiene tutti gli ingredienti che suscitano interesse e una punta di morbosità nel lettore: storia di veleni interni alla Magistratura, potere, denaro e – mai farselo mancare – anche un pizzico di sesso.

    Sono diverse le riflessioni che tutto ciò suscita. Innanzitutto il clamore, senz’altro dovuto alla notorietà del protagonista principale: sbattere il mostro in prima pagina aumenta le copie vendute ma è meglio se è riconoscibile ed il suo essere trascinato nella polvere faccia più notizia; tanto è vero che i tre soggetti all’origine di questo scandalo sono assai meno conosciuti alle cronache sebbene anche tra costoro vi sia un Pubblico Ministero (che, si badi, ha già patteggiato una pena severa per corruzione e, a breve, andrà in carcere) un avvocato e l’immancabile “faccendiere”, uomo di imprecisata funzione professionale e competenza al di là del traffico di influenze.

    Vi è poi il livello di dettaglio con cui vengono dispensate le evidenze raccolte durante le indagini e che generose fonti confidenziali hanno fatto pervenire nelle redazioni: destinazione dei viaggi omaggio, valore dei soggiorni, prezzo di altre regalie, intestazione delle carte di credito usate per i pagamenti e, ovviamente, nome e cognome di chi avrebbe condiviso la camera con Palamara senza esserne la legittima consorte.

    Sarà tutto vero, sarà tutto, le fonti saranno affidabili? O nei fascicoli si trovano anche elementi di prova di segno diverso o giustificazioni?

    Certo è che Luca Palamara viene già presentato come uno per cui sarebbe superfluo spendere tempo, risorse e denaro per fare un processo: qualche testata ha persino commentato l’affanno con cui avrebbe tentato di giustificarsi in occasione di un interrogatorio fiume a riprova della solidità dell’impianto accusatorio.

    Sia ben chiaro: non è intenzione di chi scrive abiurare alla presunzione di non colpevolezza a sfavore del Dott. Palamara ed, a maggior ragione, perché gli atti non sono conosciuti se non nella misura in cui vengono propalati dagli organi di informazione: tuttavia qualcosa di opaco in taluni rapporti intrattenuti dal magistrato sembra esserci, qualcosa che – magari – potrà essere chiarito inducendo tutt’al più un giudizio di sconvenienza ma non di responsabilità penale.

    Vi è anche di che compiacersi che Palamara non sia stato arrestato: un cittadino comune, di regola, finisce in carcere molto in fretta  per molto meno e con molto meno di ciò che si dice gravante a carico del Pubblico Ministero romano (anche al netto di esagerazioni o fraintesi giornalistici): e questo non va bene, per il cittadino comune ovviamente, non è rispettoso della tutela da offrirsi alla libertà personale. Due pesi e due misure, soprattutto se la bilancia è quella della Giustizia non sono accettabili.

     

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