Giustizia

  • In attesa di Giustizia: una punizione per chi?

    “Violazione di legge grave ed evidente”. Con queste parole le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno respinto i ricorsi che il P.M. Gianfranco Colace e la GUP Lucia Minutella, entrambi di Torino, avevano presentato contro le sanzioni emesse nei loro confronti dalla severissima sezione disciplinare del C.S.M.

    Colace – che di questa rubrica è uno degli antieroi –  aveva intercettato indirettamente il senatore Stefano Esposito per circa 500 volte nell’arco di tre anni (dal 2015 al 2018) per poi chiederne il rinvio a giudizio sulla base di quelle captazioni, nonostante l’articolo 68 di quella Costituzione che i magistrati dicono di amare imponesse (ed imponga) di chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza per intercettare un parlamentare.

    Sul punto si era espressa severamente la Corte Costituzionale, già nel dicembre 2023 ed il C.S.M. aveva definito la condotta dei due incolpati “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”.

    A Colace è stata inflitta la sanzione del trasferimento di sede (a Milano) e di funzioni (dal penale al civile), più la perdita di un anno di anzianità, la Dottoressa Minutella se l’è cavata con la censura che è poco più che un bonario buffetto.
    Il senatore Esposito venne intercettato casualmente mentre conversava al telefono con l’imprenditore Giulio Muttoni, suo amico di lunga data, nei confronti del quale la procura di Torino aveva aperto un’indagine (finita con il proscioglimento) e, sebbene Esposito fosse stato individuato dalla polizia giudiziaria come “senatore della Repubblica” il P.M. continuò a farne intercettare le telefonate con Muttoni: in buona sostanza, come sottolineato dalla Corte Costituzionale, il senatore divenne il vero obiettivo delle intercettazioni…un senatore fa sempre gola ai P.M.

    La richiesta di rinvio a giudizio di Esposito contemplava tra le fonti di prova 126 ascolti che lo riguardavano ed il GUP Minutella l’accolse senza battere ciglio mettendo Esposito sotto processo per sette anni, prima di essere assolto dal tribunale di Roma a cui il fascicolo venne trasmesso per competenza (Colace aveva sbagliato anche quella).

    Una punizione c’è stata, si dirà, ma per chi? Per un magistrato che viola in maniera “grave ed evidente” la Costituzione il trasferimento a Milano, cioè un ufficio persino più importante di quello in cui ha commesso l’illecito, è una punizione severa? E che dire del passaggio al civile? Come se questo settore contasse meno del penale.

    Forse la punizione è per i cittadini milanesi che si troveranno ad avere a che fare con il giudice Colace, quello che ha già dimostrato ignoranza inescusabile nelle materie di sua (presunta) competenza.

  • In attesa di Giustizia: emblematico

    Hanno guidato la vittoriosa tenzone referendaria giurando di voler solo difendere la Costituzione e l’ indipendenza della magistratura dall’esecutivo, reclamando la estraneità del potere giudiziario a qualsiasi interesse che non sia l’amministrazione della giustizia, e presa di distanza dalla politica eppure…eppure ci sono poltrone e poltroncine, abitualmente occupate proprio da magistrati, che fanno molta gola (non solo per il prestigio) che costituiscono nient’altro che affidamenti da parte del Governo o del Parlamento per ottenere i quali si deve essere messi fuori ruolo con una delibera del C.S.M.: tradotto, si viene sollevati dalla noia di andare in udienza, di scrivere sentenze, di fare indagini, per assumere le vesti del boiardo di Stato con trattamenti economici tutt’altro che disprezzabili allineati con quello del Primo Presidente della Cassazione. In soldoni, nel senso vero della parola, sui 240.000 euro all’anno con qualche eccezione migliorativa: il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per esempio, supera i 300.000.

    Attualmente sono circa duecento i magistrati che si impegnano alacremente per quel datore di lavoro che sostengono di aborrire ma non possono restare fuori ruolo per oltre dieci anni…alla fine dei quali si saranno – comunque – dimenticati come si fa anche una banale udienza di rinvio. Meglio, quindi, il fuori ruolo con tutti i suoi benefits aggiuntivi che l’horror vacui di uffici disadorni che non brulicano di premurosi assistenti, la mancanza di prestigiose auto di servizio e delle frequentazioni del jet set della politica, della imprenditoria, dell’accademia.

    Come rimediare dopo essersi sudati la poltrona dei sogni evitando di perdere quelle future? Emblematica è la mossa che ha fatto il Dott. Roberto Rustichelli, alla vigilia della fine del mandato come Presidente dell’Antitrust. Proveniente dal Tribunale delle Imprese di Napoli, questo magistrato ha già ampiamente superato il limite massimo di dieci anni fuori ruolo avendo assunto l’incarico a maggio 2019,  nominato dagli allora presidenti delle Camere  Roberto Fico ed Elisabetta Casellati: il suo mandato di sette anni quindi scadrà il mese prossimo, precisamente il 6 maggio, stessa data a partire dalla quale ha comunicato di voler lasciare la toga. Il Consiglio Superiore della magistratura voterà l’accettazione delle dimissioni nella seduta di mercoledì 8 aprile.

    Per Rustichelli uscire dall’ordine giudiziario è una strada obbligata per ottenere nuovi incarichi pubblici di rilievo che, sicuramente, gli sono stati proposti se non garantiti: altrimenti non si spiegherebbe la scelta. Prima di guidare l’Antitrust, aveva già lavorato per l’esecutivo per quasi 12 anni (dal 2001 al 2013) come consigliere giuridico della Presidenza del Consiglio e come vice capo di gabinetto del ministro delle Attività produttive Claudio Scajola nel governo Berlusconi III. Al momento della nomina a presidente dell’Autorità, quindi, aveva già superato il limite massimo di dieci anni.  Il C.S.M. aveva comunque autorizzato l’incarico, sostenendo che quel limite non valesse per i membri delle autorità indipendenti. Ora che il mandato è scaduto, però, il tetto si applicherebbe a qualsiasi altra poltrona, obbligando Rustichelli a tornare in magistratura. Che orrore la politica: viva la Toga, la Costituzione e l’indipendenza.

  • In attesa di Giustizia: riflessioni

    Il dopo referendum ha regalato momenti sguaiati tanto di giubilo quanto di lamentazioni in stile ultime grida dalla savana con l’eccezione – tra le poche – delle riflessioni dell’Avv. Enrico Fontana, della Camera Penale di Modena di cui è stato anche presidente: al suo pensiero la rubrica affida il commento post consultazione popolare.

    Dopo la tempesta il mare nella quiete lascia sulla costa segni inequivocabili della furia delle onde e del vento…Dopo il referendum nasce la resa dei conti contro chi ha votato SI: c’è chi saltella e intona cori da stadio anche in sedi istituzionali contro chi ha perso, si aprono indagini e si dispongono perquisizioni…

    Ma è caccia al colpevole anche all’interno del fronte del SI, dove si succedono dimissioni più o meno spontanee ed attacchi frontali fra coloro che sino al 23 marzo si trovavano sulla stessa trincea contro un nemico comune … proprio ora che, vittoria in mano, si scopre che il nemico è probabilmente più forte: se è pur vero che dopo Caporetto il generale Cadorna venne sostituto da Armando Diaz, cadde il Governo Boselli e subentrò Orando è altrettanto vero che alla resistenza sul Piave e sul Grappa e poi alla vittoria portarono la riunificazione e la ritrovata unità della nazione.

    L’esito del referendum non è una Caporetto, il fronte del SI conta oltre 12 milioni di voti, ma ciò non basta a mutare in vittoria quella che è e resta una sconfitta, di cui occorre comprendere le ragioni e saper curare le ferite.

    L’euforia della vittoria, dei balli e delle canzonette è stata smaltita in fretta anche sul fronte del NO vincitore, atteso che le dimissioni si succedono sia nella ANM che nelle tanto discusse “correnti”: anche la vittoria ha un prezzo.

    Eppure per chi ha combattuto sul fronte del SI il nemico è il giustizialismo, l’assenza di garanzie, il processo sommario ed inquisitorio … nemico che ora senza dubbio è assai più forte e per evitare che dilaghi occorre arginarne lo straripante potere, occorre combattere il disfattismo anche inasprendo i controlli sul fronte interno, ma senza consentire che il nemico (ri)entri tra le proprie fila che vanno serrate e non sparigliate.

    Occorre valorizzare gli ideali liberali e garantisti, occorre certo, laddove necessario, rinnovare la classe politica e dirigente, ma ciò avvenga senza campagne di fango che da un lato minano questi stessi ideali, dall’altro lato offrono il fianco agli assalti dell’avversario. Occorre aprire una stagione di serio e costruttivo dibattito tanto all’interno del fronte del SI e della maggioranza (che ancora è tale) di centro destra quanto con i contraddittori del NO.

    Al di là della tante menzogne e mistificazioni che hanno caratterizzato questa campagna referendaria, che senza dubbio lasceranno un segno indelebile e qualche maceria, il confronto accesso, frontale e schietto può e deve essere terreno fertile per un dialogo che in ogni istituzione democratica e liberale deve proseguire nell’interesse primario del cittadino.

    Non nascondo la personale convinzione che la Magistratura sia chiamata solo ad applicare le leggi ed il Parlamento, il solo che ha investitura popolare, ad approvare le leggi, con la necessitata conseguenza che chiamato a far politica sia il Parlamento ed il Governo che ne è emanazione, mentre la Magistratura da tale campo debba stare fuori, atteso che non è la sua partita.

    Ora che il referendum parrebbe aver legittimato tale invasione di campo, con la correntocrazia e la esplicita discesa in campo politico della ANM, l’avvocatura e la politica tutto devono fare, tranne che abbandonare il campo, sia esso, come auspico, un campo di confronto e di dialogo o un campo di scontro, sul quale si può anche aver perso una battaglia, ma non certo la guerra.

    Ciò chiarito, occorre anche saper ringraziare, avversari valorosi che mai si sono sottratti al confronto ed indomiti alleati: come ad El Alamein, mancò la fortuna non il valore.

    La strada da percorrere è ancora lunga.

  • In attesa di Giustizia: in morte della cultura della giurisdizione

    Il referendum è andato come è andato ed – approfittando della scomparsa di Bruno Contrada di poco precedente – c’è da scommetterci, i professionisti dell’antimafia avranno una occasione in più per esibirsi nei numeri più applauditi del loro repertorio: ci sarà chi dirà che la condanna di Contrada è stata poi revocata e, quindi la giustizia ha trionfato, e chi opinerà che i pubblici ministeri avevano comunque ragione e – quindi – ha perso, non mancheranno i cavillatori da bar Sport che si esibiranno in spericolate interpretazioni di norme e formule giuridiche studiate su Chat GPT, e gli scenaristi ben informati (non si sa da chi) secondo i quali Caponnetto avrebbe detto che Falcone gli aveva sussurrato che Borsellino, con uno sguardo, gli aveva lasciato intuire che Contrada era un farabutto, infine qualche pavido vignettista abbozzerà un disegnino ricco di ombre che sottintendono risvolti e misteri inconfessabili, mai del tutto chiariti. Dèjà vu.

    Invece, proprio durante una campagna referendaria per il SI fallimentare e non priva di contorni volgari – senza mai neppure tentare correzioni in corsa – sarebbe, probabilmente stato utile riprendere un brano dal libro di Lino Jannuzzi sul caso Contrada, “Lo sbirro e lo Stato”, ma la memoria è breve ed è impresa ardua tornare a letture risalenti a quasi vent’anni fa.

    Il caso del ‘pentito’ Francesco Marino Mannoia è ancora più clamoroso e scandaloso. Nel corso del processo di primo grado Mannoia depone che Contrada e Riccobono facevano i confidenti l’uno dell’altro, e Contrada viene condannato. Al processo di appello gli avvocati di Contrada scoprono che esistono i verbali di due precedenti interrogatori di Mannoia, dove il ‘pentito’, richiesto dai P.M. se sa e può dire qualcosa di Contrada, dichiara di non saperne assolutamente nulla.

    Il presidente della Corte d’Appello, la prima, quella che assolse Contrada, domandò perché i verbali di quei due interrogatori siano stati nascosti e non portati al processo…senza approfondire più di tanto chi e come abbia fatto tornare la memoria al collaboratore di giustizia.

    La risposta fu che i verbali non erano stati depositati perché irrilevanti in quanto non riferivano alcuna circostanza a carico di Contrada (con buona pace delle fanfaluche di Marco Travaglio sulla funzione di primo difensore da riconoscere al P.M.), per esigenze di segreto investigativo relativo ad altre indagini in corso e amenità simili. Il C.S.M. adottò la severissima sanzione della censura per violazione dei doveri di imparzialità e correttezza mentre si faceva marcire un uomo in carcere. Piuttosto che niente e ciò dimostra che quello di De Pasquale non è un caso isolato.

    La riforma del C.S.M. e del sistema disciplinare è abortita con il referendum, Contrada è morto e la decantata cultura della giurisdizione per certi pubblici ministeri non è mai nata.

  • In attesa di Giustizia: Tafazzi a via Arenula

    Quando si occupa un ruolo di grande rilievo come quello di Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia è indispensabile saper fare buon governo (in tutti i sensi) delle parole e l’attuale titolare di quella prestigiosa funzione, la Dott.ssa Giusi Bartolozzi, pur essendo un magistrato è riuscita – in un confronto sul referendum con la Senatrice Ilaria Cucchi – a dire una bestialità sesquipedale capace di aver fatto guadagnare qualche punto percentuale al fronte del NO confermando implicitamente molti dei timori che (in perfetta malafede) vengono quotidianamente propinati ai comuni cittadini da A.N.M. e sodali assortiti.

    E’ stata usata una espressione gergale che gli avvocati conoscono bene ma hanno il pudore e l’intelligenza di tener per sé anche quando possa essere giustificata dal contesto: proprio mentre Giorgia Meloni, in altro ambito, dichiarava che “a differenza di quello che si dice, la riforma non è contro i magistrati” – come in effetti non è – Giusi Bartolozzi ha affermato “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”. Olè, sembra di vedere all’opera Giacomo Poretti nella indimenticabile autoflagellazione gioiosa, insensata e controproducente del Tafazzi di Mai dire gol negli anni ’90. Bartolozzi è ingiustificabile come non lo sono tutti coloro che – da uno o dall’altro schieramento – utilizzano espressioni sguaiate ed incivili oltre che essere quasi sempre errate. Tuttavia, quando si occupa un ruolo di prestigio non si può e non si deve lasciarsi andare, bisogna avere standing e la sensibilità umana e politica necessaria che – in questo caso – sembra difettare gravemente alla Bartolozzi e non per la prima volta.

    Quasi inutile dire che la giustificazione postuma del Capo di Gabinetto è la classica pezza peggiore del buco avendo illustrato che ha, invece, una grande stima dei magistrati, proclamata più volte nel corso del medesimo occorso, e che si riferiva solo a quei casi in cui a finire sotto processo e condannati sono gli innocenti: il che lascia supporre che vi sia anche una dose di malafede nei giudicanti. Un po’ come quando Gratteri ha detto che parlando di massoni, collusi con la mafia e corrotti che voteranno Si il riferimento era solo ai calabresi… Di scuse, anche in questo caso, neanche a parlarne…

    E’ il trionfo della miope stupidità di tutti coloro che con le loro uscite infelici fanno perdere voti ad una battaglia sacrosanta e quasi già vinta in partenza.
    Detto questo, i “plotoni di esecuzione”, almeno qualcuno, nelle aule giudiziarie esistono davvero e sono composti da quei giudici, di solito 3 o 5 – ma esiste anche la figura del boia impersonata dal giudice monocratico – che pur di condannare l’imputato sono disposti all’utilizzo di ogni arma. Sono quelli disposti alla violazione di qualsiasi regola quando giova all’accusa: ad ammettere prove nuove ritenute sempre indispensabili quando le chiede l’accusa negandole sempre perchè superflue se le ha chieste la difesa, a consentire l’audizione dei  testimoni che la Procura si è scordata di citare tempestivamente rispettando il codice ma  limitando il numero dei testimoni della difesa che invece li ha regolarmente indicati, a consentire il rinvio del processo quando il P.M. ammette che non lo ha studiato, ma a negarlo al difensore che soffre di una malattia invalidante…. ma non troppo a dispetto dei certificati medici.

    L’esistenza dei plotoni di esecuzione non è, quindi, una fantasia ed agli avvocati capita di dover andare in udienza con l’elmetto rispondendo alle scorrettezze con un rispetto ancora maggiore delle garanzie e delle norme processuali incombenti sulla difesa ma la Dottoressa Bartolozzi ha comunque sbagliato: innanzitutto nel lessico, come tutti coloro che si scagliano contro i giudici come categoria unitaria, insultandoli all’ingrosso e la categoria “giudici” non lo merita.

  • In attesa di Giustizia: correnti impetuose

    Probabilmente molti elettori, e forse anche molti tra i lettori de Il Patto Sociale, si saranno domandati in cosa consista il “correntismo” della magistratura che la riforma sottoposta a referendum si propone quantomeno di indebolire introducendo il sorteggio dei componenti del C.S.M fino ad oggi eletti dagli appartenenti all’Ordine Giudiziario con tanto di campagna elettorale per ciascun candidato sostenuto, appunto, dalla rispettiva corrente di appartenenza. Facciamo, dunque, un esempio che aiuti ad orientarsi il 22 e 23 marzo.

    Il P.M. Tizio, capo della corrente Alfa, ha chiamato un collega, il giudice Sempronio componente del CSM, per “segnalargli” che il P.M. Caio, ha fatto domanda per l’ambito posto di Procuratore della Repubblica di Vattelapesca: tutti e tre fanno parte della corrente Alfa. A seguito della segnalazione, il giudice Sempronio chiama il P.M. Mevio, eletto al Csm per la corrente Beta, per chiedergli se sia disposto a votare in favore di Tizio. Il P.M. Mevio gli fa presente che ci sarebbe anche il buon P.M. Nullo che aspira allo stesso posto ed è molto più bravo di Mevio, ma che però non appartiene a nessuna corrente. A seguito del colloquio, il P.M. Augusto, dopo avere avuto l’autorizzazione del suo capo corrente, la Beta, si rende disponibile a votare il P.M. Mevio per la procura di Vattelapesca, a condizione però che il giudice Sempronio e la sua corrente Alfa gli ricambino il favore votando il giudice Filano, che appartiene alla corrente Beta e ha fatto domanda per il posto di presidente del tribunale di Roccapizzopapero. A seguito dell’accordo, Mevio viene nominato Procuratore della Repubblica di Vattelapesca, e Filano diventa presidente del tribunale di Roccapizzopapero. Intanto il P.M. Nullo, ignaro del tutto perché è un benpensante, continua a spalare carte e a fare domande per posti che non otterrà mai perché non ha una corrente che lo sostenga…fa il ricorso al Tar e lo vince, ma il giudice Sempronio e il P.M. Mevio, forti dell’accordo raggiunto, se ne sbattono della sentenza ed altrettanto fa il CSM che conferma la nomina del P.M. Caio solo modificando la motivazione con l’aggiunta di qualche elegiaco riferimento a competenze mai emerse di Nevio quand’anche fosse un ciuccio matricolato.

    Questo è quanto e quello che non vi dicono i fieri avversari del sorteggio è che già dal 2017 – prima dello scandalo Palamara – il C.S.M. ha adottato il sorteggio per la selezione dei magistrati che devono far parte delle commissioni di concorso per l’accesso alla magistratura: sorteggio che è stato introdotto proprio per ridurre i condizionamenti che venivano esercitati anche nella delicatissima incombenza di individuare chi potesse avere qualifiche e valori personali tali da poter decidere competenze, preparazione e attitudine per svolgere la delicatissima funzione di magistrato.

  • In attesa di Giustizia: quanto pesa la pagella

    Se qualcuno avesse ancora dei dubbi che il vero timore dell’A.N.M., in vista del referendum,  non sia la separazione delle carriere bensì il funzionamento correntizio del C.S.M. è sufficiente dare una scorsa ai dati resi pubblici i quali indicano che, dal 2021 al 2025, ben 9.718 magistrati su 9.797 (il 99,2 per cento) hanno ottenuto una valutazione positiva di professionalità dal Consiglio Superiore, cioè a dire che sono stati promossi a livelli superiori di carriera (e di trattamento economico).
    Esaminando tutte le deliberazioni dal C.S.M., insediatosi nel gennaio 2023, emergono casi che si stenta a credere possano avere generato giudizi positivi e siano sfuggiti all’azione disciplinare: dal P.M. che ha rivelato ad un amico avvocato, difensore di ’ndranghetisti, la notizia  che una procura stava per effettuare un sequestro di cocaina e chiedere l’arresto dei suoi assistiti; c’è quello che ha suggerito a una persona da lui stesso indagata di non utilizzare il telefono e distruggere la sim ed anche chi ha intrattenuto rapporti cordiali con un soggetto da lui indagato per mafia, ricevendone pure munifici doni natalizi. Ci sono, naturalmente, alcuni dei tanti magistrati coinvolti con Palamara sul mercanteggiamento delle nomine: per molti di questi non si è mai neppure avviata l’azione disciplinare perché il Procuratore Generale dell’epoca, titolare del potere di incolpazione, aveva emanato una circolare in cui sosteneva che si trattava di fatti di lieve entità, trascurabili sotto il profilo delle violazioni deontologiche, Ci sono, poi, non solo P.M. “disinvolti” ma anche giudici che hanno depositato sentenze con ritardi enormi di due o tre anni:  tutti promossi, con soddisfazione anche ai genitori che hanno fatto tanti sacrifici per educarli e farli studiare.

    E, che dire, risalendo nel tempo, di quella pattuglia di raffinati giuristi che indagò e condannò Enzo Tortora, tanto per citare un caso noto a tutti? Il P.M. Felice Di Persia, è diventato procuratore capo a Nocera inferiore e nel 2014 membro del C.S.M. per la corrente di Magistratura indipendente, Lucio Di Pietro – che lo affiancò – è diventato Procuratore Generale a Salerno e poi Procuratore Aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia.
    Il magistrato Luigi Sansone è andato a presiedere la Sesta Sezione penale della Cassazione mentre Il P.M. Diego Marmo, che aveva definito Tortora «cinico mercante di morte», e che l’aveva accusato di essere «stato eletto al Parlamento europeo con i voti della camorra», è diventato Procuratore Capo al tribunale di Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità al comune di Pompei. Se non altro, in quello stesso anno – meglio tardi che mai – ha chiesto scusa alla famiglia Tortora.
    Un altro dei giudici, Orazio Dente è diventato Presidente di sezione a Torre Annunziata mentre un’ultima lanterna juris, Angelo Spirito, già nel 1998 risultava in servizio alla Corte di Cassazione.
    E a proposito del C.S.M.: il plenum, nell’aprile 1989, votò a maggioranza l’archiviazione di ogni accusa nei confronti di questi magistrati: tra i pochi a ribellarsi, ci fu Giancarlo Caselli, che parlò di «sciatteria» e di «gravi omissioni» dei colleghi napoletani che avevano arrestato gente per omonimia tenendola in galera per due anni e mezzo. Inoltre: anche le ispezioni ministeriali promosse dal Ministro Vassalli non hanno condotto a nulla così come ogni causa al tribunale civile ed alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è insabbiata in un mare di cavilli e comunque non ha portato a nessuna responsabilità. In sostanza, nessuno ha ufficialmente sbagliato nel caso Tortora.
    Nel mondo della malagiustizia italiana, succede ed è già successo di tutto. E quindi: dove eravamo rimasti? Come disse proprio Enzo Tortora quando tornò da uomo libero a condurre Portobello.  Siamo immobili, fermi ad allora. Ma c’è un referendum.

  • In attesa di Giustizia: vergogniamoci per lui

    Prosegue tra cadute di stile, interpretazioni mendaci della Costituzione e della legge la volgarissima campagna referendaria dei sostenitori del NO che ha prodotto anche l’insulto in diretta ai cittadini da parte dell’ineffabile Procuratore di Napoli. Diventato, ormai, una star televisiva Gratteri ha pontificato che voteranno SI indagati, imputati, corrotti e corruttori, appartenenti alla massoneria deviata ed altri delinquenti assortiti. Fattogli notare che in quel modo aveva ingiuriato alla cieca milioni di italiani, il nostro si è corretto precisando che si riferiva solo ai calabresi dimostrando un’intelligenza sociale al di sotto della soglia di povertà.

    E’ improbabile che Nicola Gratteri legga Il Patto Sociale altrimenti credo che, tra i suoi lettori, avrebbe molti bersagli da colpire con i suoi strali: primo tra tutti proprio il curatore di questa rubrica che pubblicamente confessa che voterà SI, ma non serve chiamare la Polizia non essendo un eversore, un congiurato contro la democrazia, un framassone deviato e neppure un indagato, questo  almeno  finché non arriverà una querela di Gratteri, Travaglio, Davigo,  Parodi o qualcun altro della compagnia di giro dei manettari con i polsi degli altri.
    Da settimane ci sono Colleghi e Magistrati che contribuiscono a spiegare la riforma agli elettori e lo fanno con tanta pazienza, in pubblici dibattiti lontano dai riflettori ma anche al bar durante conversazioni occasionali, senza mortificare chi la pensa diversamente o mettere delle etichette, senza provare a demolire la reputazione di nessuno e impegnarsi in risse da saloon, slogan sguaiati, senza paventare pericoli immaginari a reti unificate non meno che sui social media.

    Chi voterà e sosterrà il SI lo faccia sempre con rispetto degli altri e delle altrui idee: la libertà di pensiero non necessita di autorizzazioni: può essere utile ricordare il pensiero di Agostino Viviani a proposito della separazione delle carriere ben illustrata in una intervista a Radio Radicale trent’anni fa quando disse, tra le altre cose, che giudicanti ed inquirenti devono avere carriere separate perché hanno e devono avere mentalità e formazioni culturali diverse…Già, ma chi era Agostino Viviani per poter tenere testa con il suo pensiero a Nicola Gratteri, Giuseppe Conte e alla Giunta dell’A.N.M.? Era ed era stato tante cose: partigiano, avvocato e giurista, deputato socialista, primo firmatario della legge sulla responsabilità dei magistrati, componente laico del C.S.M. ed era anche il nonno di Elly Schlein. Ma nessuno è perfetto.

    Chissà cosa penserebbe e come commenterebbe oggi il confronto dialettico sul referendum, lui che aveva fatto parte di un C.S.M. non ancora condizionato (se non altro non pesantemente come è ora) dal potere delle correnti che è, poi, il vero punctum pruriens di una riforma che lo ridisegna ed i cui criteri di elezione fanno paura perché volti a smontare un sistema ben rodato di attribuzione amicale delle poltrone e degli incarichi più appetibili. E la paura, di solito, ce l’ha chi teme di perdere il controllo, un privilegio, un potere esercitato male.

    Perché non parla di questo Gratteri, perché non spiega quale potere si sta sfidando per provocare reazioni tanto scomposte? Quali prerogative sono messe a repentaglio per scatenare tutto questo? Un richiamo, quantomeno ad una maggiore continenza verbale, da parte di Mattarella e rivolto a tutti non sarebbe a questo punto un fuor d’opera.

    Sarebbe, poi, un gesto apprezzato se il Procuratore di Napoli trovasse il coraggio e l’umiltà per chiedere scusa: è una delle forme più alte di rispetto verso le persone e verso quella Giustizia della quale si sente proprietario esclusivo.

    Per la vergogna, invece, se non l’ha ancora provata, il tempo è scaduto.

  • In attesa di Giustizia: dedicato agli antifa

    I fautori del NO al referendum sulla Separazione delle Carriere, diventato ormai un voto politico contro il Governo, dovrebbero studiare un po’ di più anche la storia.

    Ecco, allora, qualche passaggio dalla Relazione alla Maestà del Re Imperatore del Ministro della Giustizia Grandi presentata nell’udienza del 30 gennaio 1941-XIX per l’approvazione del testo dell’“Ordinamento Giudiziario”:

    Sire, ho l’onore di sottoporre alla Vostra augusta approvazione il decreto che approva il testo del nuovo Ordinamento Giudiziario, a completamento dell’opera di codificazione del diritto fascista, che aggiunge alla Vostra gloria di Sovrano vittorioso il merito non meno grandioso di sapiente e giusto Legislatore….
    …Può affermarsi che soltanto con l’avvento del Fascismo il problema del riordinamento della Magistratura, dei servizi e degli uffici giudiziari fu affrontato con organicità di metodo ed in modo totalitario.
    L’ordinamento del Pubblico Ministero non si discosta sostanzialmente da quello precedente, per cui la separazione delle funzioni requirente e giudicante non importa anche la separazione di ruoli.
    Sull’argomento è qui sufficiente accennare alle ragioni fondamentali che hanno sconsigliato il ritorno al regime della separazione dei ruoli, quale fu concepito ed attuato nella originaria legge del 1865 e soppresso con la legge del 1890. Non sarebbe più concepibile nello Stato moderno una netta separazione tra magistratura requirente … e magistratura giudicante, da quella nettamente distinta. Ciò determinerebbe la formazione di veri e propri compartimenti stagni nell’organismo della Magistratura, in contrasto con la sostanziale
    unicità della funzione. Sono ragioni d’ordine pratico, sia perché la separazione importerebbe una inammissibile differenziazione nella progressione nei due ruoli, sia perché non potrebbe giovare ai fini di una specializzazione
    di funzioni e, quindi, ad una più perfetta formazione dell’abito e delle attitudini dei singoli magistrati, in quanto la formazione intellettuale e professionale del magistrato, lungi dall’esser turbata, è, invece, avvantaggiata dall’esercizio di entrambe le funzioni, che offre modo di perfezionarsi in tutti i campi del diritto.
    Anzitutto ho attribuito ai magistrati del Pubblico Ministero una più larga partecipazione a tutti gli organi che in varie forme presiedono all’amministrazione e alla disciplina della Magistratura.
    Ho inoltre integrato, con la partecipazione del Procuratore del Re Imperatore, la costituzione dei Consigli Giudiziari, organi distrettuali di fondamentale importanza per le larghe e complesse attribuzioni ad essi spettanti nei riguardi del personale giudiziario dipendente dalle singole Corti.

    Non dovrebbero neppure dimenticare i sostenitori del NO che a quel tempo il Pubblico Ministero dipendeva eccome dal potere politico, vigeva lo Statuto Albertino e la Costituzione Repubblicana quando prevedette solo la separazione delle funzioni e non delle carriere, senza colpe, guardava al processo a matrice inquisitoria nel quale è fisiologica la unicità delle carriere: tutt’ora è così in Paesi come l’Iran, la Corea del Nord, il Vietnam, la Russia e altri campioni ancora dei diritti umani.

    E, inoltre, i Padri Costituenti non avevano previsto che il C.S.M. diventasse un poltronificio governato dalle correnti non meno della sua indulgente sezione disciplinare.

    Si può discutere se la legge potesse essere fatta meglio – anche al meglio non c’è limite – o sul contenuto dei futuri decreti attuativi che faranno la differenza in merito al sorteggio dei componenti del C,S.M. e dell’Alta Corte di Disciplina ma, intanto, studiate di più prima di riempirvi la bocca di slogan; e non dimentichino mai una cosa quelli dell’A.N.P.I. e coloro che gridano che la Costituzione non si tocca, gli storici e i giuristi da accatto mediatici: con il NO difendete una legge del ventennio contro la giustizia liberale e i veri fascisti siete voi.

  • In attesa di Giustizia: Minneapolis, Italia

    Rocco Maruotti, chi era costui? Forse un leone da tastiera, un profilo fake creato ad arte sui social media, un hater in servizio permanente effettivo? Nossignori, è un magistrato, attualmente in forza come Sostituto alla Procura della Repubblica di Rieti ed è anche il Segretario Generale della sua Associazione di categoria ed è l’autore di un inquietante post su Facebook – rapidamente cancellato – in cui commenta la foto che documenta l’aggressione, avvenuta recentemente a Minneapolis, conclusasi con l’uccisione di Alex Pretti da parte di agenti della Immigration and Custom Enforcement.

    E cosa scrive Rocco Maruotti che è stato Ricercatore di diritto penale in due Università? Forse la sua è una dotta dissertazione in diritto comparato sulle regole di ingaggio delle forze di polizia o discetta sull’esistenza dell’uso legittimo delle armi come causa di giustificazione? Nulla di tutto ciò: sostiene che “anche questo omicidio di Stato resterà impunito in quella ‘democrazia’ al cui sistema giudiziario si ispira la riforma Meloni – Nordio”. In sostanza ipotizza che scenari simili diventerebbero la quotidianità anche nel nostro Paese se la risposta referendaria fosse nel senso della approvazione della legge costituzionale nota come sulla separazione delle carriere…che di fatto già esiste essendo comprensibilmente possibile il cambio di funzioni da inquirenti a giudicanti e viceversa una sola volta e solo nei primi dieci anni dal superamento del concorso. La legge che sarà sottoposta a scrutinio confermativo è, peraltro, più complessa e tocca ben altri gangli sensibili per la magistratura come il sorteggio dei componenti del Consiglio Superiore, volto ad affievolire il sistema di potere correntizio descritto da Palamara e Sallusti in tre libri e la generosa gestione del disciplinare sottraendola ad una apposita sezione del CSM.

    Le parole sono pietre e non è ammissibile che il Dottor Maruotti se la cavi – dopo aver rimosso il post – sostenendo che intendeva dire altro: dall’alto del suo ruolo e delle sue competenze la pezza è peggiore del buco poiché l’argomento non è la formazione della Nazionale, discussa al bar tra tifosi. Rocco Maruotti con quelle parole ha reso evidente ciò che buona parte della sua categoria si ostina a negare e cioè che il voto al referendum altro non è che un voto politico soprattutto contro il Governo e non solo contro una riforma che è falso che intacchi le garanzie sulla indipendenza ed autonomia dell’Ordine Giudiziario, rimaste del tutto inalterate: basta leggere la Costituzione nelle due versioni, prima e dopo la riforma, per rendersene conto. Il vero timore è rispetto ad una legge intesa a prevenire la capacità condizionamento dei raggruppamenti interni all’A.N.M. che hanno smarrito le finalità ideali da cui sono nati per divenire strumento di gestione amicale degli incarichi apicali e fuori ruolo più appetibili. Dopo questa boutade chi si sentirebbe sicuro ad essere indagato da uno come Rocco Maruotti? E come costui ce ne sono altri, non tutti grazie a Dio, ma non è certo un caso isolato.

Pulsante per tornare all'inizio