Giustizia

  • In attesa di Giustizia: vigilando redimere

    Il titolo riprende il motto che compariva nello stemma degli Agenti di Custodia prima che venissero smilitarizzati e trasformati in Corpo della Polizia Penitenziaria: più comprensibile a chiunque, ancorché in latino, dell’attuale (sempre in latino) dice tutto di quella che dovrebbe essere la missione di questi servitori dello Stato, e cioè contribuire all’attuazione del principio costituzionale di finalità rieducativa della pena.
    Nei confronti degli appartenenti a questa Forza dell’Ordine si deve nutrire rispetto per il sacrificio che impone il loro ruolo: una vita trascorsa per gran parte in carcere, in sostanza dei semi liberi, con doveri, responsabilità e sacrifici che meritano di essere valorizzati. A tacere della quotidiana esposizione al rischio.
    La gran parte di loro merita questi apprezzamenti e contribuisce ad offrire a noi tutti maggiore sicurezza non meno che – nei limiti del possibile – dignitose condizioni di vivibilità ai reclusi negli istituti penitenziari. La gran parte, appunto…forse non proprio tutti anche se è fisiologico che – come in tutte le categorie – tra loro ci siano anche personalità di minore statura umana e morale.
    Nel mondo della informazione globalizzata accade che sulla pagina Facebook della rivista “Polizia Penitenziaria – Società, giustizia & sicurezza” sia stato pubblicato un rapporto dell’Autorità Garante delle Persone detenute: si tratta di un organismo statale indipendente, composto da un collegio di tre esperti in materia, in grado di monitorare, visitandoli, i luoghi di privazione della libertà (oltre al carcere, i luoghi di polizia, i centri per gli immigrati, ecc.) con lo scopo di individuare eventuali criticità e, in un rapporto di collaborazione con le autorità responsabili, trovare soluzioni per risolverle. Dopo ogni visita, il Garante nazionale redige un rapporto contenente osservazioni ed eventuali raccomandazioni e lo inoltra alle autorità competenti.
    Quello di cui trattiamo, pubblicato sul social network, evidentemente non è piaciuto per i rilievi fatti su alcune condizioni detentive di “carcere duro” registrate come inadeguate e, con il metodo di confronto e dialogo tipico di Facebook, i commenti rivolti al Garante, Prof. Mauro Palma – presumibilmente, almeno in parte, di Agenti e certamente di simpatizzanti – sono stati di questo tenore: “spero ti ammazzino un figlio, ammazzati indegno, non mi stupirei se questo fosse uno stipendiato dalle mafie, ma chi lo ha messo questo stupido?” . Solo alcuni esempi per fermarsi alle considerazioni più garbate.
    A seguito di una vasta riprovazione che ha avuto come protagonisti tanto il Sindacato di categoria della Polizia Penitenziaria che il Ministero della Giustizia passando per la Procura Nazionale Antimafia e l’Unione delle Camere Penali, il post è stato cancellato e prese le distanze dagli intervenuti.
    Non sappiamo se, prima di eliminare tutto, siano stati registrati i nominativi degli autori dei commenti: certamente sarebbe stato opportuno perché qualora si tratti di dipendenti dal Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria nei loro confronti si dovrebbero avviare azioni disciplinari e in taluni casi anche denunce penali.
    Non è stato decisamente un momento alto di espressione di democrazia, sensibilità umana e giuridica; allarma piuttosto pensare che – se così fosse – alligni ancora nelle Istituzioni la figura dello sbirro: pessimo esempio per le reclute del Corpo della Polizia Penitenziaria di cui infanga l’immagine, custode delle peggiori tradizioni carcerarie, memoria storica di un tempo che è da augurarsi come trascorso del tutto, mentre ciò che non deve dimenticarsi è l’insegnamento di quel motto: Vigilando redimere.

  • In attesa di Giustizia: la banalità del male

    Talvolta, purtroppo sempre più spesso, la cronaca offre spaccati di una società che sembra essere in grave debito di ossigeno con i valori: una donna viene uccisa per poco più di tre euro che l’assassino si spende subito per una birra, dei ragazzini invece che giocare a pallone o andare al cinema si divertono dando fuoco a un clochard, una banale lite del sabato sera sfocia in una rappresaglia armata che stronca il futuro di un atleta che, a quanto pare, non era neppure il bersaglio.

    E’ la banalità del male: uomini, giovani, apparentemente normali, contesti normali, nei quali è improvvisa e letale una violenza priva di qualsiasi spiegazione.

    L’indignazione è unanime ma appartiene a quella medesima società che ha prodotto quei delinquenti così banali eppure così crudeli e subito si leva l’invito a sanzionarli con pene esemplari.

    La Giustizia, purtroppo, quando la legge penale non ha svolto la sua funzione dissuasiva può solo muoversi nella duplice direzione di retribuire il delitto e tentare di recuperare i colpevoli: funzione quest’ultima indispensabile perché, tendenzialmente, prima o poi tutti escono dal carcere e bisogna prevenire per quanto possibile che delinquano ancora.

    Gli adolescenti che hanno dato fuoco a un senza tetto non faranno nemmeno un’ora di detenzione: uno ha meno di quattordici anni e per la legge non è imputabile perché presuntivamente così immaturo da non saper discriminare ancora il bene dal male, l’altro è stato affidato ai servizi sociali e messo alla prova.

    Preoccupa soprattutto il primo: se la Giustizia nulla può che ne sarà di lui in una famiglia che – evidentemente – non ha saputo trasferirgli insegnamenti basilari? Del secondo si può solo sperare che i Servizi Sociali svolgano la loro funzione al meglio, anche in questo caso di supplenza rispetto a un nucleo originario rivelatosi incapace di strutturarne la formazione. Se così fosse, la messa alla prova sarebbe certo meglio del carcere che rischia di risultare una palestra di criminalità per un giovane in età evolutiva che una analisi condotta su di lui da un team specializzato ha ritenuto del tutto immaturo.

    Gli altri banali assassini di cui abbiamo accennato, invece, andranno in carcere, sono già in carcere e ci resteranno a lungo: rapidamente individuati e arrestati insieme alla loro povertà spirituale hanno fino ad ora segnato l’abilità investigativa delle nostre Forze dell’Ordine.

    Arriveranno le condanne, la Giustizia amministrerà il loro futuro e in un certo senso anche il nostro a seconda che la finalità rieducativa della pena dovesse risultare efficace o fallire…ma se anche avesse esito positivo si può parlare di Giustizia in senso ampio e in questo mondo se una vita vale quanto una birra, e una lite inchioda sulla sedia a rotelle un atleta?

    Il carcere altrui non ripaga di ciò che si è perduto per sempre come, credo, sia solo un sollievo apparente e crudele l’assistere alle esecuzioni capitali tipico del modello americano: guardare il boia in azione e un uomo morire, in realtà, segnala come la banalità del male alberghi pericolosamente un po’ in tutti e non c’è Giustizia che possa rimediarvi.

  • In attesa di Giustizia: moderate le parole!

    Ne abbiamo trattato alcuni numeri addietro: dal 12 gennaio i Giudici di Pace sono in sciopero, si astengono cioè dal celebrare le udienze, per protesta contro il trattamento economico – previdenziale previsto per la categoria; in quell’articolo, insieme alla fondatezza di quelle lagnanze, si era evidenziato come l’amministrazione della Giustizia non possa prescindere dal contributo dei Magistrati Onorari, tra questi i Giudici di Pace, sebbene qualche rilievo negativo sia possibile sulla loro preparazione di base, sui criteri di reclutamento e sulla formazione offerta prima di attribuire le funzioni.

    Una vicenda piuttosto singolare in cui tutti i protagonisti (Giudice di Pace, imputato e persona offesa) sono avvocati può risultare paradigmatica di quanto affermato: con atto di querela è stata chiesta la punizione di un professionista per il reato di diffamazione che sarebbe consistito nell’utilizzare, all’interno di un atto giudiziario, la frase “la difesa della controparte,  con affermazioni denigratorie sulle quali si sorvola, vuole far credere…” .

    Sorprende, innanzi tutto, che il Pubblico Ministero assegnatario del fascicolo abbia disposto la citazione a giudizio per un modo di esprimersi che, evidentemente, non offende la reputazione: tutt’al più può ritenersi che l’espressione sia aspra ma niente più, tenendo anche conto del fatto che, fisiologicamente, negli scritti difensivi del processo civile si tende a svilire le ragioni avversarie sostenute dall’avvocato di parte e questo vale per entrambi i contendenti.

    In sede processuale, invece, il P.M. (quello di udienza, sicuramente diverso da quello titolare delle indagini) ha chiesto l’assoluzione ma il Giudice di Pace è stato di diverso avviso e ha condannato ritenendo integrata la diffamazione.

    Morale: qualche biglietto da cento euro di multa e più o meno altrettanti di risarcimento danni. Da noi si fanno processi per questo tipo di problemi e per ottenere risultati simili: ma non è finita qui, infatti il condannato ha – giustamente – ritenuto di impugnare una sentenza quanto meno molto originale ed altrettanto giustamente, potendolo fare,  ha fatto ricorso diretto in Cassazione invece che appello.

    In quattro pagine di motivazione, la Corte ha fatto letteralmente a pezzi la decisione del Giudice di Pace, affrontando la tematica sotto ogni punto di vista possibile, compreso quello secondo la quale la sussistenza di un reato non può in ogni caso essere ancorata alla sensibilità o suscettibilità della presunta persona offesa e soprattutto che ciò che rileva è la obiettiva capacità offensiva delle espressioni usate da valutarsi in base al significato socialmente condiviso delle parole. Concetti, questi ultimi, che senza necessità di approfondimenti  giurisprudenziali e di dottrina ma con l’impiego di ordinario buon senso avrebbero potuto evitare persino il rinvio a giudizio con risparmio di tempo, risorse, energie.

    La Corte di Cassazione, per vero, ha affrontato anche tutti questi aspetti e l’estensione e spessore della motivazione suonano un po’ come bacchettate al Giudice di Pace e al P.M. della fase delle indagini e, perché no? anche del querelante. Ammesso che mai abbiano la curiosità o l’occasione di controllare come è andata a finire una vicenda che insegna molte cose: che il non adirarsi è sintomo di grande saggezza, come ricordava Plutarco, che le querele sono comunque cose serie da trattare con attenzione anche se portano a modestissime conseguenze sul piano economico e che la Giustizia (se tutto va bene, ovviamente) prima o poi arriva.

  • In attesa di Giustizia: occhio ai guardoni

    Una recente decisione della Cassazione merita di essere commentata sia perché ha suscitato un certo clamore ed è interessante non solo per gli studiosi del diritto ma anche per il motivo che può offrire spunti di riflessione non disgiunti – per una volta – da un sorriso affrontando un tema delicato ed attuale come la tutela della privacy in un contesto singolare un po’ piccante e più leggero di altri argomenti che qui vengono trattati.
    Questo il fatto: l’imputato venne denunciato, rinviato a giudizio ed inizialmente condannato per il reato di interferenze illecite nella vita privata per avere filmato attraverso le finestre una avvenente dirimpettaia mentre, inguda, usciva dalla doccia…certamente non il comportamento di un gentiluomo di altri tempi ma che per la Suprema Corte, che ha annullato la condanna, non integra illecito penale.
    La decisione, in tempi di preteso rigoroso rispetto della riservatezza può sembrare incomprensibile e invece ha un fondamento giuridico che la Cassazione ha illustrato con chiarezza di argomenti.
    Per comprendere al meglio deve farsi una premessa: la donna di cui sono state carpite le immagini non si era curata, o era dimentica del fatto, che le finestre del suo appartamento (prospicente a breve distanza da altro immobile) erano sprovviste di tende, imposte, persiane o tapparelle ovvero che le stesse non erano azionate in guisa da impedire la visibilità di quanto avveniva all’interno. Dunque, via libera al voyeur di turno che non si è perso l’occasione per documentare l’imprevista ed apprezzata visione.
    Ciò che non sappiamo, la sentenza della Cassazione tratta solo i profili di diritto e non quelli di fatto – se non in termini estremamente riassuntivi – dei ricorsi portati alla sua attenzione, è come la vittima di tali non apprezzate attenzioni se ne sia accorta: ma si tratta di una mera curiosità la cui soddisfazione non è rilevante per comprendere la decisione.
    La Corte è partita dal presupposto che il reato che era stato denunciato, punisce chiunque mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora si procuri notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi di abitazione o nelle loro pertinenze a condizione che questa condotta sia realizzata indebitamente, come suggerisce l’aggettivo “illecita” usato nel titolo dell’articolo del codice.
    Ciò significa che quanto osservato o ascoltato liberamente da estranei, cioè senza ricorrere a particolari accorgimenti, possa anche essere registrato o filmato ed il reato non si configura; sostanzialmente è la conseguenza di una rinuncia di fatto alla riservatezza da parte di chi è titolare del corrispondente diritto.
    Per trarre una conclusione: la tutela del privato domicilio e quanto all’interno vi accade è limitata a ciò che si verifica al suo interno in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non percepibile a terzi.
    Sbirciare e origliare cosa fanno i vicini di casa continua – dunque – ad essere una forma di maleducazione ma non un crimine a condizione che ciò avvenga con implicito assenso, mentre, per esempio, dotarsi di un drone (le nuove tecnologie possono indurre straordinarie tentazioni) per restare comodamente sotto l’ombrellone e lustrarsi gli occhi con il topless delle signore che prendono il sole su un barchino lontano dalla riva del mare è un reato che la legge punisce fino a quattro anni di reclusione e la Giustizia da noi è lenta ma quando arriva anche una occhiatina di troppo può costare molto cara.
    Manuel Sarno

  • In attesa di Giustizia: prossima fermata Rebibbia

    L’ala del Falcon bianco senza insegne dei servizi segreti si inclinò quasi a fare un inchino mentre l’aereo iniziava la virata verso il litorale laziale dopo un lungo volo dalla Bolivia: Cesare Battisti stava ritornando a casa.

    Ne avevamo trattato alcune settimane fa, formulando l’auspicio che le difficoltà connesse alle ricerche su un territorio molto esteso non estenuassero gli investigatori alla ricerca dell’assassino fuggiasco: i nostri agenti si sono dimostrati ancora una volta all’altezza della situazione con un’indagine tecnica di meticolosa e mirata intercettazione accompagnata da un lavoro tipico da “piedipiatti” battendo palmo la zona dove avevano tracciato la presenza del latitante e mostrandone la foto a negozianti, baristi, passanti.

    Rapidissima è stata la consegna da parte delle Autorità Boliviane, che hanno deluso le aspettative di un nuovo asilo politico, e questa tempistica richiede qualche spiegazione per rispondere a immaginabili domande che i lettori si saranno fatti in proposito.

    Molto semplicemente, la Bolivia  potendo scegliere tra dare corso a una doppia richiesta di estradizione pendente sul capo di Battisti (una, storica, dell’Italia e una più recente legata al mandato di arresto emesso dal Brasile) ha optato per una terza via possibile: l’espulsione come persona non grata dal territorio nazionale dopo averne eseguito la cattura che è avvenuta ad opera di una squadra mista di operanti boliviani dell’Interpol e italiani.

    Come conseguenza, non diversamente da quanto accade quando da noi viene espulso un extracomunitario, Battisti è stato imbarcato sul primo volo diretto al Paese di origine: con la differenza che non si trattava di un semplice cittadino straniero privo del permesso di soggiorno ma di un latitante in stato di arresto e – dunque – consegnato agli agenti incaricati della sua cattura.

    Questa scelta, tra l’altro, oltre che a velocizzare l’iter (diversamente si sarebbe dovuti passare da una procedura di estradizione prima nei confronti del Brasile e poi a quella verso l’Italia con tutte le immaginabili conseguenze sotto il profilo dei ritardi a causa di appelli e ricorsi) ha garantito che la pena che verrà eseguita sarà quella dell’ergastolo. Anche questo profilo va spiegato.

    Invero il Brasile, come molti Paesi di ispirazione giuridica iberica, non conosce nel proprio ordinamento il carcere a vita, dunque l’estradizione avviene solo con il patto che al condannato verrà fatta scontare una pena massima non perpetua: come dire, trent’anni al massimo. Si immagini che proprio per questa ragione la Spagna era diventata negli anni ‘70/’80 il buen retiro di molti catturandi italiani che rischiavano o avevano già avuto irrogato l’ergastolo e si dovette arrivare ad un trattato apposito ad inizio millennio per facilitarne arresto e consegna. Del resto, anche noi, per analoghe ragioni, non estradiamo verso gli Stati Uniti soggetti a rischio di pena capitale se non viene assicurato che soggiaceranno – al più – all’ergastolo.

    Tutto questo in base a norme del diritto internazionale, trattati di cooperazione giudiziaria ed estradizione. Ma l’espulsione è un’altra cosa, è istituto giuridico ben diverso ed ha segnato, infine, il destino di un uomo sfuggito per fin troppo tempo alle sue responsabilità.

    Qualcuno dirà: ma dopo quarant’anni ha ancora senso una sanzione che, per dettato costituzionale, dovrebbe essere con finalità rieducative? Certo che sì, perché la pena assolve anche a scopi diversi, di natura retributiva: diversamente l’illecito penale resterebbe privo di conseguenze per decorso del tempo (e già, in parte, è così per reati meno gravi dell’omicidio).

    Comunque, un po’ di rieducazione non farà male nemmeno a Cesare Battisti, ammesso che riesca: unico tra una cinquantina di latitanti in condizioni analoghe alla sua che aveva il vezzo di farsi beffe della giustizia, delle sue vittime, del nostro Paese, facendosi ritrarre sorridente a brindare alla libertà e alla fortuna che ne accompagnava la fuga ogni volta che segnava una nuova tappa.

    All’aeroporto di Ciampino gli sarà stato consegnato un ordine di esecuzione con la dicitura “fine pena: mai” e da lì sarà stato condotto, come vuole la legge, nel carcere più vicino: quindi Rebibbia. E tutto questo, probabilmente, gli avrà spento il sorriso. L’attesa di Giustizia è durata quasi otto lustri ma, alla fine, è stata soddisfatta.

  • In attesa di Giustizia: giustizia in sciopero

    Dal 12 gennaio al 9 febbraio sarà astensione dalle udienze dei Giudici di Pace che garantiranno un solo giorno alla settimana di celebrazione dei processi: la protesta è stata proclamata a fronte del mancato riconoscimento da parte del Governo (non solo quello in carica) di una serie di aspettative che i cosiddetti Magistrati Onorari rivendicano in materia retributiva, assistenziale e previdenziale.

    Giustizia in sciopero, dunque: se ne parlerà poco e sottovoce quando – invece – è un argomento da conoscere e non sottovalutare.

    Attualmente nel nostro Paese prestano servizio oltre settemila Magistrati Onorari che non solo sono Giudici di Pace ma anche Giudici Onorari di Tribunale e Vice Procuratori altrettanto Onorari: questi ultimi, nella gran parte dei casi, sono avvocati che esercitano funzioni giudicanti o requirenti in sedi necessariamente diverse da quelle dove svolgono in via principale la professione e senza il contributo dei quali l’Amministrazione della Giustizia sarebbe ancora più imballata di quanto non lo sia attualmente. Basti pensare che i Magistrati Ordinari, quelli cioè che lo sono divenuti in seguito a concorso, sono poco più che ottomilacinquecento.

    Scarse se non nulle tutele in caso di infortuni, malattie e gravidanze, i Magistrati Onorari prestano la loro opera a fronte di indennità che non arrivano a 20.000 euro lordi all’anno nella migliore delle ipotesi:  pagati “a cottimo”, cioè a udienza o per ogni sentenza pronunciata, per intendersi, quello che un Giudice Ordinario con un’anzianità di una decina d’anni guadagna in circa due mesi, oltre – naturalmente –  ad accantonamento della liquidazione, trattamento pensionistico, mantenimento dello stipendio in caso di malattia, ferie, gravidanza cui gli Onorari non hanno diritto.

    Invero, la qualità del servizio offerto in non pochi casi proprio dai Giudici di Pace (diverso è per gli Onorari di Tribunale e Vice Procuratori che, come detto, devono essere avvocati) soprattutto nel settore penale non è di eccellenza: d’altronde per accedere alle funzioni mediante selezione basta la laurea in giurisprudenza: il che significa, come è capitato al sottoscritto a Voghera, di trovare come Giudice un agente immobiliare di Genova, ma anche un direttore di banca in pensione – per esempio –  può esserlo, purché una trentina d’anni prima si sia laureato.

    E’, però, vero anche che la cosiddetta “Giustizia di prossimità” è affidata proprio a loro e se il livello di professionalità è modesto dipende anche dai criteri di inserimento in ruolo e dalla formazione offerta: resta il fatto che una mole notevole del carico, bene o male, viene smaltita in questi uffici.

    Il malessere degli “Onorari”, la crisi di cui non si occuperanno le cronache è – tuttavia – uno degli indicatori più evidenti e comprensibili dei mali del settore se lo Stato non è in grado di assicurarne l’amministrazione senza ricorrere massicciamente a soggetti poco più che volontari, a personale di cui non si provvede né a valutare né a garantire in seguito  adeguata preparazione per le delicate funzioni cui sono chiamati e che in un trattamento umiliante non trovano neppure lo stimolo per aggiornarsi e migliorare.

    Si dirà allora: perché lo fanno?  Alcuni per spirito di servizio e, generalmente, sono i migliori (ottimi Onorari, non solo tra i Giudici di Pace si trovano…), altri c’è da supporre per arrotondare le entrate: uno per l’altro maltrattati non meno dei cittadini che si rivolgono a un sistema inidoneo a soddisfare quell’attesa di Giustizia che assomiglia sempre più ad una vana speranza.

  • In attesa di Giustizia: botti di fine anno

    Chissà se a Capodanno assisteremo ad altre scene di giubilo dai balconi di Palazzo Chigi? La legge finanziaria è in via di approvazione in “zona Cesarini” e ce la dovrebbe fare, evitando il problematico esercizio provvisorio di bilancio; ci sarà poi da attendere il via libera definitivo da Bruxelles a gennaio inoltrato e la declinazione di una quantità di decreti attuativi. Forse niente botti di fine anno per questo motivo e, forse, la delicatezza del momento ha fatto passare in secondo piano l’approvazione del c.d. “Spazzacorrotti”: la complessa disciplina che rielabora il palinsesto delle norme a contrasto dei reati contro la Pubblica Amministrazione.

    In passato ne avevamo già trattato, quando era solo una bozza, ora meriterebbe approfondimenti non esauribili in un solo articolo ma – sin d’ora – è possibile considerare come ci sia poco da compiacersi per un intervento che, ancora una volta, non va alla radice del problema per marginalizzare il fenomeno corruttivo bensì tocca, più che altro, lo statuto penale inasprendo le pene. Il che, come si è visto in passato, come l’esperienza insegna anche in altri settori del diritto punitivo, non impatta significativamente sulla riduzione degli illeciti.

    D’altronde le linee guida di questo Governo sono chiare e irretrattabili: il Ministro della Giustizia, a proposito proprio dello “Spazzacorrotti” ebbe addirittura a dire, in fase di lancio del provvedimento, che “sarà molto difficile evitare il carcere anche in caso di sospensione condizionale”, con ciò alimentando la speranza che Babbo Natale gli abbia portato in dono un codice da rileggersi con attenzione prima di fare certe dichiarazioni.

    O, forse, il Guardasigilli intendeva riferirsi ad una diversa – ben diversa – norma prevista dall’Ordinamento Penitenziario (di cui i pentastellati sono nemici acerrimi) che prevede limiti molto rigorosi alla fruizione di benefici per i colpevoli di determinati reati quali l’associazione mafiosa, il narcotraffico organizzato, la violenza sessuale.

    Ora l’elenco è stato arricchito con i reati contro la Pubblica Amministrazione ma un legislatore quanto mai sciatto non ha fatto i conti con una necessaria armonizzazione del sistema creando confusione – non scenderemo qui in dettagli eccessivamente tecnici per i lettori – non solo con la legge penale sostanziale e processuale ma anche con riguardo alla giurisprudenza sia della Corte Costituzionale che della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

    Insomma, c’è poco da festeggiare, soprattutto per i cittadini e – tra questi – gli interpreti della legge: l’attesa di Giustizia non è nemmeno questa volta coronata positivamente tranne che, ai botti di fine anno, non si preferisca il tintinnare delle manette.

                                                                          

  • In attesa di Giustizia: fuga dalla giustizia

    Devo ammettere che il sistema di consegna delle persone ricercate noto con l’acronimo MAE (Mandato di Arresto Europeo) non mi ha mai convinto molto: sul presupposto che i Paesi Membri della UE condividano sistemi giudiziari e tradizioni giuridiche comuni e condivisibili ed il conseguente principio di mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie, la richiesta di arresto di un cittadino in area Schengen sfugge nella maggior parte dei casi ad un controllo sostanziale dell’Autorità richiesta di valutarne la legittimità limitando la valutazione ad una verifica formale.

    Invero, ritenere che possa esservi una reale omogeneità tra sistemi penali che – viceversa – affondano le loro radici su culture fortemente dissimili costituisce una forzatura: basti pensare al diverso trattamento riservato a chi violi la legge sugli stupefacenti in Olanda, che rischia poco più che una ramanzina, piuttosto che in Italia dove le pene vanno fino a trent’anni di carcere ovvero alla circostanza che in Irlanda si rischia la reclusione per oltraggio alla Corte se non ci si presenta al processo mentre da noi (e anche altrove) è una libera scelta.

    Una tipicità del Mandato d’Arresto Europeo che lo distingue dalle convenzioni di estradizione è, però, pienamente condivisibile: l’avere sottratto al potere esecutivo la decisione finale sulla consegna al Paese richiedente, cioè a dire che il Ministro della Giustizia può decidere di darvi luogo o meno anche se l’Autorità Giudiziaria ha deciso diversamente. Una determinazione fondata esclusivamente su ragioni politiche.

    Cesare Battisti per lustri si è avvantaggiato di tale caratteristica restando a lungo gradito ospite in Francia ben protetto dalla cosiddetta “dottrina Mitterand” dal nome del Presidente che ne fu ispiratore e che era volta a concedere il diritto d’asilo a chi fosse ricercato per reati violenti ma di ispirazione politica. Purché, sia chiaro, non diretti contro la Repubblica Francese…Ne discendeva il rifiuto di qualsiasi richiesta di arresto ed estradizione da parte di Paesi terzi, soprattutto l’Italia negli “anni di piombo”.

    In vista dell’adozione del sistema MAE, che avrebbe posto nel nulla le garanzie ricevute, l’omonimo dell’eroe della Grande Guerra, che – al contrario – affrontò il patibolo austriaco piuttosto che l’onta della fuga, si organizzò una serena prosecuzione della latitanza trasferendosi, come noto, in Brasile dove certamente aveva già avuto rassicurazioni che il capo dello Stato, diciamo…progressista, lo avrebbe posto al riparo dalle pretese italiane.

    E così è stato fino a pochi giorni fa: il cambio di regime e del vertice istituzionale ha, però, fatto venir meno i presupposti di una libera permanenza al sole dei tropici per il pluriomicida. Peraltro, anche questa volta, il mutamento di tendenza era atteso e Battisti si è reso irreperibile: il Brasile è molto grande ma, soprattutto, è vicino alla Bolivia che, con il suo assetto politico attuale potrebbe essere il nuovo buen retiro di un fuggitivo il quale, anche questa volta si è sicuramente preparato al cambiamento con anticipo facendosi beffe di due Nazioni.

    Oltreoceano sono sbarcate le nostre Forze dell’Ordine per contribuire a ricerche che potrebbero essere tanto lunghe e complesse quanto vane e verosimilmente si tratta di un reparto altamente specializzato; ma un motivo di rammarico risiede nel fatto che, nonostante un facile pronostico sulle mosse di Battisti, le Autorità brasiliane non ne abbiano presidiato le prevedibili mosse, scongiurando la fuga.

    L’attesa di assicurare alla Giustizia un criminale continua, succube di scelte che con la Giustizia stessa non hanno alcuna affinità.

  • In attesa di Giustizia: gli ossimori di via Arenula

    Chi si ricorda di Soccorso Rosso? Era una struttura nata negli anni di piombo per offrire – tra l’altro –  assistenza legale ed economica ai militanti della sinistra extraparlamentare.

    Ora, nel terzo millennio, prende vita “Soccorso Rousseau”, chiamiamolo così per assonanza con la piattaforma internet del M5S su cui si esprimono e scambiano idee e proposte anche legislative; invero si tratta dello Scudo della rete: funzione che si propone di garantire la difesa ad iscritti e rappresentanti eletti del Movimento raggiunti da iniziative legali che il Ministro della Giustizia ritiene che non di rado siano avviate a scopo intimidatorio.

    Il Guardasigilli, attraverso il sito, si è rivolto agli avvocati in generale e con toni confidenti li ha sollecitati a mettersi a disposizione assicurando la migliore assistenza, purché a costi contenuti indipendentemente dalla complessità della causa.

    A prescindere da possibili aspetti di rilevanza deontologica di cui non è il caso di interessarsi in questa sede, del fatto che un Avvocato con la A maiuscola è votato e tenuto a dare sempre il massimo, secondo le proprie competenze effettive una volta accettato un incarico, ciò che stupisce è l’ondivaga valutazione dei professionisti e del substrato delle  imputazioni.

    Ma come? Gli avvocati non erano tutti azzeccagarbugli (parole dell’On. Bonafede) da sottoporre al vaglio di una misteriosa filiera etica per accertarne i valori morali essendo presuntivamente sospetti di prossimità con il crimine organizzato (proposta del Presidente a Cinque Stelle della Commissione Parlamentare Antimafia)?

    E dei processi non ne vogliamo parlare? Questo non è forse il Paese dove non esistono innocenti ma solo colpevoli che “l’hanno fatta franca” secondo l’autorevole opinione di un Magistrato molto apprezzato dal Movimento per la sua visione della Giustizia?

    Allora c’è speranza,  il tessuto sociale non è del tutto marciscente! Si sappia che esistono potenziali vittime di persecuzione giudiziaria, di liste di proscrizione, cittadini accusati ingiustamente perché colpevoli solo di essere seguaci di Grillo.

    A costoro, tuttavia, bisognerà garantire un giusto processo che – forse – non è quello auspicato nei più recenti proclami e subitaneamente sostenuto con proposte inascoltabili dell’Associazione Nazionale Magistrati volte – più che altro – a eliminare di fatto il giudizio di appello. E se un militante 5 Stelle fosse condannato per errore? Può succedere, la giustizia degli uomini è per sua natura fallace: pazienza, in un sistema penale da Antico Testamento forse potrà contare sul perdono di Dio, il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola.

    Ossimori…è vero che, a rigore, il termine esprime contrasto all’interno della medesima frase ma – in fondo – anche nel nostro caso caratterizza una linea di pensiero di origine unitaria che, altrettanto, esprime mancanza di senso logico.

    Tempi duri per la Giustizia e chi ne resta in attesa. E se, alla fine, ci sarà chi si lamenta ma nelle urne si è espresso in un certo modo, ricordi che di questa politica non è vittima ma complice.

  • In attesa di Giustizia: scherzi a parte

    Nicola Morra, chi era costui? Ma come chi era? Chi è: il neo Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Senatore del M5S!

    In carica dal 14 novembre, in un’intervista ha illustrato le sue intenzioni e proposte che ne caratterizzeranno il mandato come successore di Rosy Bindi: tra queste spicca l’istituzione di una sorta di certificato di moralità per gli appartenenti ad alcuni ordini professionali che ne attesti, sembra di capire, l’assenza di contiguità con il crimine organizzato: tra questi, anzi tra i primi, ovviamente vi sono gli avvocati.

    La verifica di tale requisito dovrebbe essere affidato ad un controllo di filiera etica.

    Le domande che sorgono spontanee sono più di una: la prima di queste riguarda proprio il controllo di filiera etica…cosa sarà mai? E se non sappiamo cosa sia (il Senatore non lo spiega, ogni ipotesi è aperta…) appare problematico individuarne la dinamica di funzionamento; e ancora: perché non sono bastevoli i codici deontologici che ogni Ordine Professionale adotta unitamente a un sistema disciplinare il cui rispetto è affidato ad organi istituzionali già costituiti? Già, a proposito: a chi sarebbe affidato il compito di analizzare gli standard morali dei professionisti e su che basi? E poi? Chi supera l’”esame” avrà un attestato come le spiagge con il mare pulito?

    C’è da temere che, per gli avvocati, la circostanza che abbiano accettato incarichi da soggetti sospettati di appartenenza ad una associazione mafiosa possa divenire criterio dirimente in negativo a causa della ormai abusata e fuorviante immagine che si tende a rappresentare dell’avvocato colluso con il proprio assistito.

    Probabilmente siamo al cospetto della ennesima iniziativa di una parte politica che si sente investita di una missione purificatrice da portare a termine anche effondendo il sacro fuoco sugli Ordini Professionali mentre per altro verso si mette mano al diritto penale simbolico con la ideazione di  nuove ipotesi di reato e inasprimento delle pene.

    Forse sarebbe meglio pensare per prima cosa ad un miglioramento del servizio Giustizia e valga un esempio per chi fa della certezza della pena un obiettivo primario di governo: all’ufficio esecuzione sentenze penali della Procura di Milano (vale a dire quello che, in una delle sedi giudiziarie maggiori, si occupa di emettere gli ordini di carcerazione per i condannati con sentenza definitiva) di trenta segretari e cancellieri che dovrebbero essere a ruolo organico – fondamentale supporto dei magistrati addetti – ne sono rimasti in servizio una dozzina e a breve ne andranno in pensione altri quattro; di reclutamento attraverso il necessario concorso si fanno solo chiacchiere perché poi mancano le risorse economiche per gli stipendi e, a supplenza, sono stati inviati alcuni barellieri della Croce Rossa. Se, poi, l’arretrato diventa insostenibile e chi deve scontare una pena resta in libertà è conseguenza ovvia con buona pace degli epigoni della tolleranza zero.

    Invece dobbiamo pensare alla filiera etica e, possibilmente, a qualche nuova Authority – certamente munita di adeguato personale – che ne curerà i risultati distribuendo attestati di legalità  tra i destinatari del controllo tra i quali oltre agli avvocati il Senatore Morra ne ha citati anche altri quali commercialisti, architetti, ingegneri; per non incappare in discriminazioni poco giustificabili bisognerebbe suggerirgli di non dimenticarsi, per esempio, di nutrizionisti e veterinari.

    Il tutto tranne che qualcuno non appaia, garrulo, a dire: sorridete, siamo su Scherzi a Parte!

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.