Giustizia

  • In attesa di Giustizia: anche per Giulio Regeni la giustizia può attendere

    La Corte d’Assise di Roma ha impiegato sette ore di camera di consiglio per prendere una decisione per la quale bastavano sette minuti: il processo per l’omicidio di Giulio Regeni non può iniziare e ritorna nelle mani del Giudice dell’Udienza Preliminare.

    Cosa è successo? C’era un handicap insuperabile circa la regolarità delle notifiche con l’avviso ai quattro imputati di fissazione della udienza preliminare, poi tenutasi nella loro assenza e nella quale è stato disposto il rinvio a giudizio.

    Vero è che notificare ritualmente una citazione del Tribunale di Roma ad agenti dei servizi segreti egiziani non è impresa facilissima (ma neppure impossibile) che – infatti – non è riuscita ma la soluzione adottata dal G.U.P., senza nascondersi dietro ad eufemismi, è una bestialità tale che imporrebbe di ri- sottoporre questo magistrato all’esame di procedura penale prima di fargli mettere nuovamente piede in un’aula. E, come  vedremo, non è neppure  del tutto nuova alle cronache.

    Il Giudice ha ritenuto di superare l’empasse procedurale sostenendo che “la copertura mediatica ha fatto divenire il processo un fatto notorio” dal che, pertanto, si può dedurre gli imputati fossero sicuramente a conoscenza del procedimento nei loro confronti, della data, del luogo destinati alla celebrazione, dell’Autorità che procede nei loro confronti, dei diritti che la legge italiana riserva loro: motivazione evidentemente inappropriata dal momento che la “copertura mediatica” non è tra i parametri presi in considerazione dal codice. A tacer del fatto che non si può essere sicuri che tra le letture preferite dagli 007 egiziani vi siano quotidiani e settimanali italiani, la visione dei nostri telegiornali, di Chi l’ha visto e Quarto Grado  e – aspetto non secondario – la comprensione della lingua: tanto è vero che la legge prevede che all’imputato straniero gli atti siano notificati con traduzione nella sua lingua madre.

    Al peggio non c’è limite e soluzioni diverse da uno strafalcione giuridico da guinness dei primati erano praticabili ma non è il caso di ammorbare i lettori con la illustrazione in dettaglio di tecnicismi.

    Dunque, bastavano davvero sette minuti per decidere: cosa avrà mai discusso la Corte per sette ore? Come salvare il collega da una figuraccia, cosa inventarsi per proseguire evitando l’immaginabile sdegno dell’opinione pubblica? Missioni impossibili entrambe anche alla luce di un precedente cui si è accennato…

    Accadde ai tempi di “Mani Pulite”, ovviamente, in quella camera di tortura delle garanzie che era la Sede Giudiziaria di Milano: problema più o meno analogo, legato ad una mancata notifica a Cesare Previti, in allora Ministro della Giustizia. Il G.U.P., determinato ad andare avanti a tutti i costi, in quel caso rilevò che vi fosse una nullità ma “innocua” perché di quel processo parlavano tutti i giornali e pertanto Cesare Previti ne era sicuramente informato. Inutile dire che, oltre che essere un ossimoro, la “nullità innocua” è un concetto sconosciuto al codice.

    La questione, che poteva essere subito risolta anche perché Previti, diversamente dagli egiziani, era facilmente raggiungibile da una nuova citazione valida, si trascinò per anni e per tre gradi di giudizio: Tribunale e Corte d’Appello di Milano sposarono la tesi del G.U.P. mentre la Cassazione fece (giustamente) a coriandoli le ordinanze che sostenevano la tesi della nullità innocua facendo ricominciare tutto da capo con il risultato di far maturare la prescrizione. Una prescrizione evitabile con il solo ricorso alla rinnovazione di un atto che l’ufficiale giudiziario non avrebbe avuto nessuna difficoltà a consegnare – ove tutto fosse mancato – al Corpo di Guardia del Ministero della Difesa, perdendo solo qualche settimana invece che alcuni anni.

    La storia si ripete tristemente perché dalla storia (oltre che dallo studio del codice) non si è imparato nulla. Giustizia per Giulio Regeni si legge in manifesti affissi un po’ dovunque; ma anche per lui l’attesa sembra destinata a durare a  lungo:  tanto per cominciare quanto serve a far ripassare a qualcuno le facili e basilari  norme che regolano le citazioni a giudizio.

  • In attesa di Giustizia: Apocalypse now

    L’argomento trattato in questa rubrica rischia di diventare ripetitivo, ma tant’è: di questi tempi – in attesa di auspicati effetti benefici della riforma Cartabia – non c’è molto da commentare in un settore che rimane ingessato, con Tribunali che lavorano a scartamento ancora più ridotto del solito a causa delle conseguenze della pandemia e del lock down…e il legislatore che offre meno spettacoli di cabaret da quando l’ilare Fofò Bonafede, trasferitosi dal Ministero di via Arenula è tornato a cacciare ambulanze ed occuparsi di parafanghi ammaccati.

    Forse, la crisi di produttività dipende in parte da un’altra circostanza e cioè che sono i Magistrati, soprattutto quelli del Pubblico Ministero, ad avere problemi che derivano non di rado da iniziative dei loro stessi colleghi: e se non funzionano le Procure la macchina della Giustizia penale rischia di incepparsi inesorabilmente.

    Il caso più recente è quello del Procuratore Aggiunto di Avellino, Vincenzo D’Onofrio, che ha garbatamente richiesto ad un imprenditore di procurargli i biglietti per una  partita Juventus-Napoli con accollo del pernottamento a Torino (probabilmente, vitto compreso) per sé e per la sua scorta; appassionato non solo di calcio ma anche di mare, il P.M. in questione si è anche fatto mettere a disposizione gratuitamente una barca da diporto ed un gommone dal titolare di un cantiere navale, convintosi a fare la cortesia dalla frase “altrimenti potrei mandarti la Finanza”.

    Cortesie tra amici cari e battute scherzose, così si è giustificato Vincenzo D’Onofrio: e se una così autorevole difesa è servita a garantirgli l’archiviazione del procedimento penale aperto nei suoi confronti, gentilezze e facezie gli sono costate la mancata riconferma del posto di Procuratore Aggiunto da parte del C.S.M. nonostante la ferma presa di posizione sia del suo predecessore che del Capo dell’Ufficio, concordi nel sostenere che questi comportamenti non comportano alcun appannamento della statura istituzionale del Collega. Ci mancherebbe altro, è uno sportivo e simpatico buontempone! e pensare che, tempo fa, a Milano a due manager di un’azienda operante nel settore delle forniture ospedaliere è stata contestata la corruzione per avere fatto omaggio di due cravatte (di Marinella, però…) a un primario ed in tal modo contribuendo “all’asservimento della pubblica funzione agli interessi del privato”. Se non altro sono stati assolti definitivamente in appello ma non prima di vedere impugnata dalla Procura (senza fortuna) la sentenza di assoluzione di primo grado.

    Già, Milano: là dove il giorno del giudizio si allontana per Francesco Greco in favore del quale è stata chiesta l’archiviazione relativamente alle accuse per la nota vicenda del mancato avvio delle indagini sulla base delle dichiarazioni dell’avvocato Amara a proposito della loggia segreta “Ungheria”; tra poche settimane andrà in pensione e potrà godersi serenamente il meritato riposo.

    Pensionato che ha poco da stare allegro è – invece – Piercamillo Davigo: nei suoi confronti, infatti, sembra imminente la richiesta di rinvio a giudizio per l’anomalo impiego proprio dei verbali di Amata seguito alla anomala corrispondenza con Paolo Storari.

    Armageddon prossima ventura proprio anche per Storari, in buona compagnia di De Pasquale e Spadaro: gli ultimi due, birbanti, per la marachella combinata nascondendo – così pare – elementi favorevoli alla difesa nel processo cosiddetto ENI-Nigeria nel quale, nonostante questi estremi sforzi per “truccare la partita”, sono stati assolti tutti gli imputati.

    Le indagini per omissione di atti di ufficio, sempre con riferimento all’affaire “Storari/Davigo” nel frattempo proseguono, invece, per l’Aggiunto del capoluogo lombardo Laura Pedio: chissà come andrà a finire ma una cosa è certa: per la Procura di Milano sono i giorni dell’Apocalisse.

    Forse è davvero meglio la pensione: è più rilassante e magari anche gratificante perché si possono scrivere libri di memorie, come ha fatto Ilda Boccassini non privando il lettore di qualche ricordo che suscita prudèrie degne di Novella 2000 e che – tutto sommato – si poteva benissimo evitare. I dettagli, magari, ad una prossima puntata se il sistema giustizia non ricomincerà davvero a funzionare lasciando ai commentatori solo gossip e la ennesima puntata di qualche Amara vicenda.

  • In attesa di Giustizia: presunti innocenti

    Se ne è già accennato in questa rubrica: è in fase (finalmente) di recepimento la Direttiva Europea sulla presunzione di innocenza, volta a meglio assicurare un giusto processo ad ogni accusato di un crimine: qualcosa che appare superfluo, poiché è un principio già recepito dalla nostra Costituzione, ma che sembra ugualmente necessitare di rinforzo in considerazione della deriva giustizialista che affligge il nostro Paese.

    Si tratta di un canone di civiltà giuridico noto e riconosciuto da tutte le democrazie occidentali, recepito nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: l’attuale intervento ha come finalità quella di descrivere ancor meglio il perimetro ed i contenuti di questa garanzia ponendo – tra l’altro – delle limitazioni alle modalità di informazione circa le indagini in corso, l’attività delle Procure, gli arresti.

    Per esempio, viene fatto divieto di presentare un soggetto solamente sospettato – ed ancorché arrestato – in termini che ne suggeriscano  già la colpevolezza; ciò vale per le testate giornalistiche non meno che per i Pubblici Ministeri che tanto sono affezionati alle conferenze stampa, possibilmente a reti unificate, ogniqualvolta arriva al culmine (cioè a dire al fatidico momento in cui scattano le manette): solo i capi degli uffici potranno farle e solo laddove l’inchiesta abbia caratteristiche e contenuti tali da risultare meritevole di particolare attenzione dell’opinione pubblica.

    Altrettanto vietate le gogne mediatiche, cui ci siamo assuefatti, che oggi si valgono anche dei filmati che le Forze dell’Ordine realizzano in occasione delle catture: e li devono fare! ma per documentare che le modalità della cattura sono state realizzate senza impiego di violenza o forza fisica superflua e non certo per arricchire i palinsesti dei telegiornali e delle trasmissioni dedicate al culto dell’indagine parallela e del processo “in studio”.

    Insomma, sembrerebbe che siamo di fronte ad un approdo di civiltà e invece c’è chi se ne lamenta.

    Si lamentano i Pubblici Ministeri, così privati della loro migliore ribalta, sostenendo che già adesso le conferenze stampa sono riservate ai casi più eclatanti, che si tratterebbe di una limitazione della libertà di informazione e persino che la regola così scritta li discriminerebbe rispetto ai giudici perché per questi ultimi non vale.

    Ovviamente, non vale: anche perché i giudici parlano attraverso le sentenze ed è – anzi – loro vietato anticipare giudizi, fare valutazioni e meno che mai commenti postumi alle decisioni assunte. Tutte cose che i magistrati inquirenti dovrebbero sapere.

    La buona notizia è che la “banda Travagliotti” potrebbe essere costretta a trovarsi un lavoro, magari aspettando il primo bando di reclutamento per agenti della Polizia Penitenziaria.

    Fu proprio l’ineffabile Direttore de Il Fatto Quotidiano che, in un recente passato, ebbe a formulare alcuni suggerimenti che giustificano il rafforzamento della presunzione di innocenza e che, solo a ricordarli, fanno venire la pelle d’oca illustrando chiaramente la linea editoriale: per esempio imporre l’obbligo a chi partecipi ad un appalto di autorizzare previamente di essere intercettato oppure l’infiltrazione di agenti provocatori nella Pubblica Amministrazione per stanare i possibili corrotti mediante l’istigazione a delinquere. A corollario di queste illuminate riflessioni ebbe anche a dire che l’articolo 27 della Costituzione è una barzelletta quando ci si trova di fronte a talune intercettazioni che rendono superfluo persino la celebrazione del processo. Una bella ordalia sarebbe più che adeguata alla bisogna.

    Il dibattito, invece, langue su temi estremamente sensibili: come periodicamente accade si rinnova l’allarme per gli infortuni e le morti sul lavoro: una piaga cui non sembra che si riesca a trovare una soluzione sia pure considerando che il rischio – ogni rischio – può solo essere marginalizzato e non escluso del tutto, anche seguendo il suggerimento di Landini a proposito di una intensificazione dei controlli implementando con nuove assunzioni i ruoli degli ispettori del lavoro e, quindi, facendo leva sulla prevenzione.

    Si torna, invece, a parlare di aumento delle pene dimenticando che il diritto penale svolge una funzione solo sussidiaria di controllo sociale e che – tanto per fare un esempio sulla inutilità dell’inasprimento delle sanzioni – negli Stati Uniti, anche in quelli in cui è ancora prevista la pena capitale, il tasso di crimini violenti non si è ridotto.

    Ma tant’è, duole rimarcarlo per l’ennesima volta ma nel nostro Paese, nella Repubblica delle Procura, la parola Giustizia fa rima solo con carcere e persino un articolo della Costituzione abbisogna di essere meglio spiegato e sostenuto.

  • In attesa di Giustizia: pianto Greco

    Mala tempora currunt nella Repubblica delle Procure: dopo un paio di magistrati di Trani, il Procuratore Capo di Taranto arrestato, quello di Agrigento (noto per avere incriminato Salvini) finito a sua volta sotto processo per abuso di ufficio, GIP di Verbania che non ha compiaciuto la sua amica P.M. suscitandone il risentimento, le oscure vicende legate al mancato avvio di una indagine sulla “Loggia Ungheria”, ci mancava la Corte d’Appello di Palermo che ha assolto tutti gli imputati nel processo cosiddetto Stato-Mafia.

    Il Direttore de Il Fatto Quotidiano ha subito tuonato contro questa sentenza di cui non c’è ancora la motivazione e – quindi – “al buio”, pronunciando la sua inevitabile ed inappellabile “condanna di una assoluzione”.

    Ecco il problema con cui si cerca di oscurare quelli reali richiamandosi alla teoria secondo cui non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca: ci sono troppe assoluzioni, soprattutto nei processi che fanno audience; non dimentichiamo quella di Calogero Mannino e del generale Mori tanto per citarne un altro paio; ma le statistiche dicono che sono oltre il 50% del complessivo carico del sistema penale, comprese quelle che riguardano migliaia di “signori nessuno” che – però –  non valgono certo meno.

    Senza dimenticare le continue ricadute dello scandalo legato al “Sistema Palamara”, ci mancava quell’anima bella della Ministra Cartabia che pretende di limitare le comparsate dei P.M. in conferenza stampa tutte le volte che viene eseguito un arresto, per non parlare del divieto imposto di dare alle indagini nomi evocativi di colpevolezza (tipo “Mafia Capitale”): tutto perché qualcuno si è ricordato di avviare l’iter per recepire la direttiva europea sulla presunzione di innocenza il cui assunto di base è che nessuna autorità dello Stato può indicare come colpevole un soggetto prima che nei suoi confronti sia emessa una sentenza di condanna.

    Rosicando e ringhiando, Piercamillo Davigo, non molte settimane fa, insieme a Gratteri e Scarpinato ha provato a rialzare la testa ravvivando la Festa del Fatto Quotidiano (e quale, se no?) con un siparietto autoreferenzialmente denominato “La Giustizia al Tempo dei Migliori”.

    Che sarebbero poi proprio questi tre esegeti dei ceppi i quali, dinanzi ad una platea adorante, hanno illustrato soluzioni intelligenti ed originalissime per contrastare il malaffare tipo l’eliminazione totale del contante o pronunciato verdetti oracolari contro la proposta referendaria di riforma della carcerazione preventiva.

    Il clima, tuttavia, sta cambiando; e dire che fu proprio Piercamillo Davigo, nei ruggenti anni ‘90, a proclamare l’assunto secondo cui i Magistrati sono il meglio della società civile e i Pubblici Ministeri il meglio del meglio del meglio, promettendo che avrebbero rivoltato l’Italia come un calzino: ma tutto sommato è ormai acqua passata.

    Tanto è vero che anche il Procuratore Capo di Milano, alla vigilia della pensione ed indagato a Brescia per qualche marachella processuale in buona compagnia di alcuni suoi sostituti, ha singhiozzato in un’intervista al Corsera la fine di un’era iniziata con l’arresto di Mario Chiesa: sono ca…voli Amara anche nel tempio di Mani Pulite.

    Il pianto Greco segna il tramonto di una corporazione il cui agire non è più visto come salvifico nemmeno dall’opinione pubblica, con la doverosa eccezione di qualche irriducibile valvassore stile Floris o il solito Travaglio.

    Sono stati pessimi gli applausi ai magistrati, tanto più scroscianti quanto più numerosi ed “eccellenti” gli arresti, applausi che li compiacevano, che ricercavano, e sui quali hanno costruito carriere. Senza nulla togliere a quelle toghe che pur ci sono, lavorano bene e con onestà intellettuale persino Luciano Violante è arrivato a dire che i giudici devono soltanto fare giustizia e non provare a riscrivere la storia, quasi evocando Montesquieu secondo cui non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia.

    Adesso arrivano le pernacchie, che fanno comunque meno male delle manette ma non è bello neanche questo, solo un’altra forma della giustizia sociale che impropriamente la magistratura pretendeva di modellare.

  • In attesa di Giustizia: quod deus iunxit…

    Quod Deus iunxit nemo potest disgiungere: uno dei principi fondamentali del diritto canonico che prevede l’indissolubilità del matrimonio. Eppure, c’è voluto un referendum, ma anche in un Paese come il nostro dalla radicata tradizione cattolica è passata la legge sul divorzio: molto più complicato sembra far approvare la legge di iniziativa popolare (in argomento c’è anche quella referendaria di Salvini) sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e del pubblico ministero.

    A giorni, grazie ad un forcing del radicale Magi e del solito Costa di Azione, dovrebbe riaprirsi il dibattito in commissione affari costituzionali ed è agevole prevedere il potenziale divisivo per la maggioranza di governo derivante dalla strenua opposizione di  PD, 5 Stelle e LEU.

    Ma, tant’è: la separazione delle carriere, diffusa e tradizionale in molti sistemi giuridici occidentali,  continua ad essere un tabù non sfatabile come dimostrano sistematiche manifestazioni di forte avversità.

    Questa, per esempio:  Giovanni  Salvi, attuale Procuratore Generale della Cassazione, che non è stato mai stato allineato alle iniziative delle Camere Penali.

    Evidenziò contrarietà persino alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione, che ha introdotto i principi del giusto processo schierandosi con i vertici dalla A.N.M. (neanche a dirlo).

    Al Giovanni Salvi non piaceva neppure l’introduzione di una regolamentazione per le investigazioni difensive: supporto indispensabile proprio del giusto processo e per cercare di realizzare – almeno entro certi limiti – la parità tra accusa e difesa.

    Neppure i referendum sulla giustizia del 2000 erano graditi a Salvi, uomo di cui si deve però ricordare la  grande cortesia e preparazione giuridica.

    Ora, però, non è più questione di pur sempre rispettabili opinione, forse ha un filo esagerato avviando (è nei suoi poteri) l’azione disciplinare nei confronti della Dott.ssa Banci Buonamici.

    Donatella Banci Buonamici, per chi non ne ha memoria, è il Giudice di Verbania che non ha convalidato i provvedimenti di fermo per il disastro della funivia del Mottarone (giuridicamente mancavano del tutto i presupposti in assenza di un concreto pericolo che gli indagati si rendessero irreperibili).

    Cinque capi d’accusa nei confronti del G.I.P. Banci Buonamici, che dovrà risponderne disciplinarmente al C.S.M.,  tra i quali uno spicca per singolare opinabilità: l’avere compromesso il prestigio e l’immagine della magistratura suscitando l’attenzione e la reazione dell’Unione delle Camere Penali a fronte del vespaio che la vicenda aveva suscitato a Verbania tra cahiers de dolèances del Procuratore Capo perché il Giudice aveva disatteso la sua richiesta, vista quasi come un atto di inimicizia che ha  fatto interrompere la tradizione del “caffè insieme”, sospetti sulle modalità di gestione delle tabelle di assegnazione dei fascicoli e presunte pressioni della Procura Generale.

    Sembrerebbe, quindi, che sia vietato discostarsi dal pensiero unico, figuriamoci anche solo ipotizzare che non vi sia più unicità delle carriere dei magistrati: resta solo da attendere con ansia le ragioni che i raffinati giuristi capitanati da Giuseppe Conte, uno che quando apre bocca si capisce perché ha scelto Fofò  Bonafede prima come assistente universitario e poi come Guardasigilli,  e da Enrico Letta ad ognuna delle cui esternazioni corrisponde una crescita di almeno il 2/3% del centrodestra nei sondaggi. Dio li benedica, anche in nome degli autori di Zelig.

  • In attesa di Giustizia: tutto il mondo è paese

    Nella vicina Francia sta divampando un’accesa polemica tra il Ministro della Giustizia, Dupond Moretti, e l’U.S.M. che è il più importante sindacato di categoria dei Magistrati;  come dire, l’equivalente della nostra equilibrata A.N.M. Motivo? Un presunto conflitto di interessi: accade nientemeno che Dupond Moretti – nell’ambito di un più ampio progetto di riforma del sistema giudiziario – abbia proposto all’Assemblea Nazionale una disciplina a maggiore protezione degli avvocati e…Dupond Moretti è un avvocato penalista.

    Il Guardasigilli francese, in realtà, si è speso in favore non tanto della categoria quanto del diritto di difesa affermando (cosa ovvia che non dovrebbe scandalizzare nessuno) che gli studi legali sono luoghi sacri e non può esistere difesa adeguata senza segreto professionale: tanto è bastato per fare insorgere i magistrati che sostengono la malafede di un Ministro che lavorerebbe nell’interesse dei suoi amici e colleghi.

    Dupond Moretti si è limitato a ribattere che il suo intervento è volto a riaffermare, e non a torto visti i precedenti, lo Stato di diritto contro metodi da spie.

    Tutto il mondo è paese: veti incrociati e compromessi porteranno a delle modifiche della riforma nel suo insieme ma nel frattempo l’Assemblea, con voto bipartisan, ha approvato un emendamento che rafforza comunque la tutela del segreto professionale e si aspetta – da qui ad un paio di settimane – il voto del Senato.

    Basta quindi intercettazioni selvagge, perquisizioni e sequestri senza garanzie negli studi legali e intrusioni con ogni metodo nel rapporto confidenziale avvocato/cliente.

    Non è esattamente motivo di consolazione, ma in Francia sono successe cose che voi umani non potete neppure immaginare e che da noi, con grande scorno di Davigo e dei suoi claquers, non sono possibili mentre Oltralpe risultano ampiamente legittime: emblematico il caso giudiziario che ha coinvolto l’ex Presidente Sarkozy, condannato insieme al suo storico difensore grazie ad intercettazioni illegali – e poi ammesse in giudizio – dopo un’indagine condotta per tre anni senza che gli interessati ne sapessero nulla.

    Lo scandalo, quindi, consiste nell’apporre un freno agli abusi investigativi, qualcosa che – evidentemente – si verifica anche altrove, anche in un Paese in cui vi è dipendenza gerarchica tra le Procure medesime ed il Ministro della Giustizia, e sebbene non via sia la separazione delle carriere che da noi viene presentata come il viatico per subordinare il potere giudiziario e l’esercizio dell’azione penale alla volontà della politica.

    Anche da noi, tuttavia,  succedono in continuazione cose strane come – tanto per ricordarne uno – il caso bizzarro del trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara che subiva improvvisi, inspiegabili, guasti intermittenti a seconda degli interlocutori intercettati e degli argomenti trattati…e non si trattava del Presidente della Repubblica o del suo entourage come nella nota vicenda del processo Stato-mafia.

    No, al Quirinale Palamara – sia come Presidente dell’A.N.M. che come componente del C.S.M. – ci andava di persona: sistema più riservato e sicuro per confrontarsi con Giorgio Napolitano e i suoi collaboratori (come sostiene l’ex magistrato) o come, in termini più insidiosi sostiene Alessandro Sallusti, “per prendere ordini”.

    Non lo sapremo mai: a quel tempo Palamara forse non era ancora intercettato e poi da noi il Colle è intoccabile e, se tutto va male, un palmare – come tutte le diavolerie moderne – può avere un inatteso problema di funzionamento.

  • In attesa di Giustizia: autunno caldo

    Passato il Ferragosto, per restare in argomento, dalle prime avvisaglie sembra che ad una estate torrida seguirà un autunno caldo ma non a causa dei cambiamenti climatici.

    Il che non è difficile da prevedere se il riferimento è al settore della giustizia  – quotidianamente, anche di questi tempi – teatro di scontro e di inarrestabili polemiche. Basti pensare alla reazione provocata da un tweet con cui Enrico Costa, deputato di Azione, ha ricordato la vicenda umana e giudiziaria di Marco Sorbara, ex consigliere regionale della Valle d’Aosta, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa: un reato, ricordiamo, non previsto dal codice bensì frutto di elaborazione giurisprudenziale. Un po’ come succedeva ai cari, vecchi tempi, dell’URSS allorquando, in spregio al principio della tassatività delle norme incriminatrici, nei processi penali era consentito il ricorso alla analogia.

    Sorbara, prima di essere assolto qualche settimana fa perché il fatto non sussiste, ha patito oltre 900 giorni di carcerazione e Costa – che è uno schietto garantista – ha evidenziato l’esito del processo rimarcando come a tale notizia sia stato riservato uno spazio marginale da quegli stessi media che, viceversa, avevano dato enorme risalto all’arresto.

    Come sempre avviene, sui social si è subito innescata la spirale di commenti a favore e contro e tra questi spicca quello di un magistrato, tal Antonio Salvati, che scrive “io continuo a dirglielo caro Costa: se soffiate sul fuoco vi scottate pure voi”.

    Messaggio che l’autore cercherà in seguito di svuotare del minaccioso significato offrendo varie spiegazioni, nessuna delle quali del tutto convincente, per illustrare quale fosse il suo pensiero sostenendo (improbabili e poco comprensibili) intenti metaforici ed incolpando l’eccesso di sintesi cui si è costretti dai “cinguettii”. Il commento, peraltro, è tutt’altro che ambiguo e, volendogli dare maggiore chiarezza o senso, restavano ancora la maggiore parte dei caratteri consentiti da Twitter.

    Prosegue, nel frattempo, lo scontro dialettico sulla riforma della Giustizia a firma Cartabia, invisa all’A.N.M. non meno che alle truppe dell’ex avvocato degli Italiani, passato ora a difendere i talebani. Sembra con altrettanto successo. Ex avvocato e quasi ex professore se continuerà a preferire una carica di vertice nel Movimento, visto che per questa ragione è stato messo in aspettativa non retribuita dall’Università: poco male, potrà sempre chiedere il reddito di cittadinanza.

    Restiamo, allora, in attesa di assistere, a breve, ad una sua lectio magistralis sulla riforma da un pulpito politico, magari invocando la promulgazione del Codice di Hammurabi con la sua intrigante legge del taglione. Sarà sempre meglio che rivederlo in aule universitarie: in tal modo si eviterà il rischio che allevi altri discepoli del calibro di Alfonsino Bonafede, già suo assistente di cattedra a Firenze, il che la dice lunga pensando a cosa potevano essere gli studenti meno meritevoli o il suo metro di giudizio.

    Mutuando la celebre la frase pronunciata da Neil Armstrong sbarcando sulla luna: sarebbe un piccolo passo per l’uomo ma un grande passo per l’Umanità…seppure una perdita incolmabile per il mondo del cabaret.

  • In attesa di Giustizia: Beccaria, chi era costui?

    Il ‘700, il secolo dei lumi, è lontano: eppure gli insegnamenti, il frutto del pensiero di un’epoca straordinaria di rinascita intellettuale, rimangono attualissimi. Basta pensare all’eredità lasciata dalle grandi rivoluzioni: quella francese e l’americana, al pensiero di Rousseau (che si rivolta nella tomba per l’accostamento del suo cognome con la nota piattaforma a firma Casaleggio & Associati), Montesquieu, Newton, Hegel  e – naturalmente – Cesare Beccaria: un visionario che credeva nella funzione rieducativa della pena e che il diritto penale avesse una mera  funzione sussidiaria come strumento di controllo sociale.

    Tuttavia, seguendo l’insegnamento di improbabili maestri del calibro di Marco Travaglio, Alfonso Bonafede, Nicola Morra (non propriamente definibili come raffinati cultori di teoremi giuridici) e di furbastri agit prop come Piercamillo Davigo e Nicola Gratteri, l’opinione pubblica  – e non solo quella – sembra allinearsi alla corrente di pensiero che segna il primato della querela e dei ceppi ai polsi sulla ragione in un mondo che è ideale solo se carcerocentrico e – quindi – molto distante dalla Città del Sole di Tommaso Campanella.

    Su queste premesse si è già acceso lo scontro dialettico sul controllo del green pass che in molti vorrebbero (ed altrettanti temono) suscettibile di severe verifiche da parte di baristi e camerieri, come per incanto trasformati in ausiliari delle Forze dell’Ordine ma – ahimè – sforniti di poteri sanzionatori.

    Perché, in fondo sempre lì si va a parare: una punizione purchessia per garantire l’ordine costituito. Sul punto, la Ministra competente (?) per materia è ondivaga nel chiarire le regole lasciando i cittadini nella spasmodica attesa di qualche circolare esplicativa che, verosimilmente, sarà partorita con la chiarezza di un testo redatto in lineare B di Cnosso.

    E c’è pure chi vorrebbe che anche i lavoratori sprovvisti di passaporto vaccinale siano passibili di sanzioni alta levando l’invocazione: crucifige, crucifige! sebbene la contestazione disciplinare appaia incompatibile con un obbligo, quello della vaccinazione, che dal punto di vista giuridico non esiste.

    Ma tant’è: in un Paese popolato da aspiranti sceriffi e punitori, quanto a distanza dal pensiero illuminista ed illuminato di Cesare Beccaria si continua a vedere di molto peggio, a conferma di quanto si è osservato sulla tendenza ad un sistema carcerocentrico anziché sulla  attuazione al canone costituzionale che affida finalità rieducative alla espiazione della pena. E non parliamo, non necessariamente, di redattori, editorialisti ed abbonati al Fatto Quotidiano.

    Infatti, qualche mese fa – tanto per fare un primo esempio – ad un detenuto in regime di carcere duro  (il famigerato 41bis) dal Magistrato di Sorveglianza di Viterbo è stata negata la possibilità di acquistare e leggere un libro di Marta Cartabia perché visto come un privilegio e le conoscenze che ne avrebbe tratto ne avrebbero aumentato il carisma criminale.

    Peggio ancora – al peggio, si sa, non c’è limite – ha saputo fare il Tribunale di Sorveglianza di Bologna negando la detenzione domiciliare a un condannato che, in regime di carcerazione, ha conseguito una laurea in economia, una in giurisprudenza ed anche un master. Scrivono questi fenomeni dell’oscurantismo giudiziario che “le lauree e la frequentazione di un master per giurista di impresa si ritiene che possano affinare le indiscusse capacità del condannato e, dunque, gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico”.

    E, allora, perché non buttare via la chiave, già che ci siamo? Altrimenti prima o poi quest’uomo uscirà e sarà pericolosissimo.

    Anche Beccaria, come Rousseau, si rivolta nella tomba…già, Cesare Beccaria, chi era costui?

  • In attesa di Giustizia: vergogniamoci per loro

    Qualcuno tra i lettori de Il Patto Sociale ricorderà, probabilmente, il settimanale satirico “Cuore” in edicola dal 1989 al 1996 che – tra le varie rubriche – annoverava quella intitolata “Vergogniamoci per loro: servizio di pubblica utilità per chi non è in grado di vergognarsi da solo”.

    Questa settimana lo spunto viene proprio da quella esperienza dando ad “In attesa di Giustizia” i connotati di “Vergogniamoci per loro”. Solo che questa non è satira bensì una realtà che supera la fantasia, con la differenza che non c’è nulla da ridere. Se non amaramente.

    Ancora fresca di stampa la sentenza della Cassazione che mette definitivamente fine alla carriera in magistratura di Luca Palamara, ecco che l’ex Presidente dell’A.N.M. annuncia la propria candidatura, con un simbolo e un movimento politico nuovi e tutti suoi, alle elezioni suppletive previste in ottobre per un seggio alla Camera dei Deputati; seggio rimasto vacante dopo la nomina della On. Del Re a rappresentante speciale della UE per la tormentata regione sub sahariana dello Shael.

    Sia ben chiaro, Luca Palamara ha pieno diritto a “scendere in campo” e sottoporsi al giudizio popolare né devono intendersi come ostativi le imputazioni ed il processo a suo carico pendente a Perugia: per lui come per tutti vale la presunzione di innocenza.

    Fatto chiaro questo aspetto, non deve però dimenticarsi che lui stesso ha confessato di essere un “maneggione” per usare termine di uso corrente a descrivere quello che, ormai, è noto come sistema di gestione amicale/clientelare delle nomine a capo degli uffici giudiziari.

    Qualcuno infine lo voterà nel collegio romano dove si presenta e non è detto che siano suoi amici o parenti stretti. Dunque, vergogniamoci (in anticipo) per loro, per chi penserà che un uomo con simili trascorsi di contenuta trasparenza comportamentale – per usare un eufemismo – possa essere l’ideale di rappresentante. Chissà, potrebbe persino ottenere quel seggio: del resto il corpo elettorale è imprevedibile come dimostra l’ampio consenso  per l’uomo che – assurto poi al soglio di Ministro della Giustizia – ha dato un volto al brocardo latino “risus abundat in ore stultorum”.  E un po’ vergogniamoci anche per Palamara che, potrebbe essere visto anche come un coraggioso ma è molto forte la sensazione che abbia la faccia come il lato B.

    Vergogniamoci anche per Marco Travaglio che – dopo aver “gufato” l’Italia alle Olimpiadi  e  smentito da un medagliere storico – è  tornato a dedicarsi alla disciplina di cui è campione indiscusso: l’insulto. Questa volta destinato alla Ministra Cartabia ed alla legge delega di riforma (“schiforma” secondo la sua definizione) del processo penale recentemente approvata dalla Camera e prossima al varo di Palazzo Madama. Oltre che con personalissime considerazioni, con una vignetta pubblicata in prima pagina offre alla platea di raffinati intellettuali del Fango Quotidiano l’immagine di una Guardasigilli con la testa vuota.

    Dopo qualche frainteso è tornata l’armonia e Travaglio prende per buone ed esalta tutte le uscite di Giuseppe Conte. Il celeberrimo giureconsulto di Volturara Appula, in prima battuta ha tentato di spacciare come una grande vittoria sua e del Movimento modeste ed ininfluenti modifiche apportate al testo originario del disegno di legge delega sulla giustizia proponendosi come un moderno San Giorgio capace di domare e sconfiggere i Draghi.

    In seguito è tornato parzialmente sui suoi passi annunciando che appena la formazione politica di cui ha assunto la guida avrà i voti, quella legge (approvata anche dai suoi ministri) sarà cambiata. Aspetta e spera…

    Nessuno dei due, però, si addentra in una valutazione complessiva di un progetto varato che, con diverse soluzioni, mira a spezzare il tradizionale circuito vizioso indagine-carcere-processo-pena attraverso  istituti innovativi volti ad incidere non solo sulla ragionevole durata dei processi ma anche valorizzando meccanismi di giustizia riparativa nei confronti delle vittime di reati.

    L’attenzione, invece, si  è soffermata sul punto più dolente per i grillini e cioè a dire il superamento della modifica della prescrizione fortemente voluta da Fofò Bonafede e durata, come merita, l’espace d’un matin.

    Una visione un po’ miope, dunque, e passi per Travaglio e la sua combriccola di illetterati adoratori del carcere ma dall’ex avvocato degli Italiani sarebbe stato logico aspettarsi qualcosa di più, magari fino al punto – la speranza è l’ultima a morire – di accorgersi che le sue critiche incappano nella modalità di fallacia studiata dagli psicologi cognitivisti Kanheman e Tverskij: la cosiddetta rappresentatività con cui erroneamente si  eleva un particolare (in questo caso di una riforma) a simbolo del tutto.

    Vergogniamoci, dunque, per Giuseppi  e, un po’ anche per chi gli ha fatto superare il concorso di professore ordinario di diritto.

    Alla prossima, il sipario non cala ancora.

  • In attesa di Giustizia: compagni che sbagliano

    Lo avevamo previsto nell’articolo della settimana scorsa: come a teatro, il gran finale della stagione giudiziaria prima delle ferie propone reingressi dei protagonisti sul palcoscenico, saliscendi del sipario, ovazioni del pubblico (intese come lancio di uova preferibilmente marce).

    Giustappunto: a proposito di ferie giudiziarie, la cui mutilazione di quindici giorni per legge non è ancora stata digerita (fino a qualche anno fa duravano ufficialmente dal 1° agosto al 15 settembre, ufficiosamente circa da metà luglio fino almeno alla data astronomica dell’autunno) una menzione d’onore spetta ad un magistrato donna di Varese che ha motivato il rinvio di un’udienza da metà luglio a metà ottobre perché “il periodo di ferie deve essere del tutto effettivo ed assicurare il pieno recupero delle energie psicofisiche” con periodi “cuscinetto” di avvicinamento alle agognate vacanze e di soft landing al rientro.

    Tutto ciò è possibile nel rispetto di una “raccomandazione” del C.S.M. del 2016, Consiglio Superiore che – invece – è destinato a un duro lavoro anche in questo inizio di agosto: soprattutto la sezione disciplinare.

    Infatti, da un lato è stato disposto il rinvio di una settimana per decidere sulla richiesta di trasferimento d’urgenza del P.M. Storari – la rubrica si è occupata anche di questo – dall’altro sono pervenute altre richieste di sanzioni da parte del Procuratore Generale della Cassazione che nei confronti di cinque ex componenti del Consiglio medesimo ha chiesto la sospensione dalle funzioni: due anni per Luigi Spina, Antonio Lepre e Gianluigi Morlini, uno per Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli, ritenuti responsabili di avere partecipato ad incontri con Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri (quest’ultimo fuori ruolo in quanto deputato non si sa più bene con quale formazione politica ed, a sua volta, sottoposto a procedimento disciplinare) volti alla spartizione degli incarichi direttivi.

    Non va in ferie neppure Francesco Prete, Procuratore Capo a Brescia che ha recentemente iscritto nel registro degli indagati il suo Collega Francesco Greco, alla guida – come è noto – della Procura di Milano, per omissione di atti di ufficio in relazione alla mancata apertura di un’inchiesta sulla famigerata “Loggia Ungheria”: un colpo di coda inquietante nella vicenda dei verbali di interrogatorio secretati dell’avvocato Amara finiti ovunque tranne dove avrebbero dovuto restare o essere trasmessi.

    E non vanno in ferie nemmeno Giancarlo Caselli, ex Procuratore di Torino e Palermo (ma, tanto, è già in pensione) e Nicola Gratteri, Procuratore a Catanzaro, che da pulpiti diversi si scagliano contro la riforma del processo penale elaborata dalla Commissione istituita dalla Guardasigilli Cartabia: “la peggiore riforma della giustizia mai vista” afferma Gratteri alla trasmissione “In Onda” su La 7 nel corso di un’intervista che sarebbe stata abbisognevole dei sottotitoli in italiano.  Caselli, invece, si schiera nettamente contro la modifica della prescrizione plaudendo implicitamente all’operato di Fofò Bonafede. Si vede che in tempi di chiusura delle discoteche ha nostalgia di un dj che pochi altri rimpiangono.

    A parte la querelle destinata a non esaurirsi sulla riforma, che sarà sottoposta a voto di fiducia, prosegue incessantemente a sprofondare nell’abisso la credibilità della magistratura: un abisso nel quale, come suggeriva Nietzsche, è meglio non guardare a lungo perché anche l’abisso ti guarda dentro.

    Nonostante tutto ciò, l’Associazione Nazionale Magistrati non sembra interessata a formulare per i suoi iscritti quantomeno un richiamo generale al ritorno a comportamenti visibilmente virtuosi ed una presa di distanza netta dal verminaio scaturito in seguito all’ affaire Palamara e non solo da quello. La corporazione, piuttosto, si stringe a difesa tacita dei suoi componenti: in fondo sono solo compagni che sbagliano, come si diceva dei brigatisti quando rapine, omicidi e sequestri erano visti come un modo di interpretare il marxismo, le “diversità” viste come degenerazioni borghesi e proprio il PCI  – formidabili quegli anni in cui non si parlava di DDL Zan – discriminava gli omossessuali sino al punto di espellere Pier Paolo Pasolini dal partito per indegnità morale.

    Sipario? Forse…

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